Quante
volte avete letto che per ottenere la pizza Margherita DOP i cugini
napoletani pretendono ingredienti di eccellenza tali da garantire l'originalità
del territorio da cui deriva il prodotto gastronomico, e in questo caso partenopeo?
Ebbene,
in questo caso il
mio,
invece, è un tentativo etneo!
Scherzo!
Forse qualche politico di casa mia mi copierà l'idea ma, come sempre, voglio
solo riconoscimenti alla mia terra. Questo
per dire che su internet ho visto ricette di Pasta alla Norma
scandalose: dal cacioricotta
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spacciato per ricotta salata
alle melanzane lunghe,
dal pomodoro San Marzano agli gnocchi!
Vogliamo far diventare virtualmente
DOP anche questo nostro piatto
che ci contraddistingue in tutto il mondo come quello chiamato "Pizza Magherita"?
In questa pagina viene descritto
in dialetto marca
Liotru e con un sottofondo appropriato.
I
testimonial della pizza napoletana sono Pulcinella e una regina di casa
Savoia. Noi
non siamo così titolati, abbiamo solo un musicista: ma si chiamava Bellini,
e di nome Vincenzo!
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Mettetevi
a tavola,,,, leggete, ascoltate e annusate (o immaginate di
farlo)!
"Norma" a Catania non solo significa
"Musica", ma anche il "non plus ultra" di ogni cosa: infatti
l’omaggio al Cigno catanese, autore di Norma, è stato ed è sempre senza
riserve. Ma anche se dovessimo scrivere "norma" con la enne minuscola,
avremmo sentenziato: pasta secondo l’alta tradizione degli antichi buongustai
catanesi. "Pari
‘na Norma", sembra una Norma, era ed è il paragone corrente per l’iperbolica
mania di cui sono sempre stati affetti gli abitanti della città.
Da
quando questo paragone è stato dedicato alla popolare pasta? Nel 1920 in casa
Musco-Pandolfini in via Etnea, si svolse un pranzo che adesso ci appare in tutta
la sua storica prospettiva. Il grande attore catanese Angelo Musco era
ancora celibe e viveva presso la diletta sorella Anna, sposata con Giuseppe
Pandolfini. La coppia aveva due figli, il celebre caratterista Turi Pandolfini e
Janu, primo teatrante, poi titolare di un notissimo negozio d’abbigliamento.
Janu era sposato con la signora Saridda D’Urso, nel cui appartamento troviamo
riuniti a tavola Angelo Musco, Turi e Janu Pandolfini e i noti commediografi e
giornalisti Nino Martoglio, Pippo Marchese e Peppino Fazio. Quando Donna Saridda
portò a tavola gli appetitosi spaghetti con la salsa di pomodoro, basilico,
melanzane fritte e ricotta salata grattugiata, dopo
le prime religiose
forchettate, da quel galante poeta e buongustaio che era, Nino Martoglio volle
complimentarsi con l’autrice con queste precise parole: "Signora Saridda,
chista è ‘na vera Norma!". Naturalmente, stante la presenza di tanti e
così autorevoli "gazzettini", la frase immediatamente si riseppe in
tutta via Etnea, da sempre salotto e curtigghiu dei catanesi. E dunque Nino
Martoglio, indimenticato autore di Centona e delle più vivaci commedie del
teatro siciliano, viene definitivamente accreditato dell’onore di aver
ufficialmente battezzato "alla Norma" la popolare pasta catanese,
anche se, come appare probabile, non fece altro che ripetere una felice
espressione già coniata con straordinaria efficacia dal popolo, per un diretto
ma sentitissimo omaggio all’arte di Vincenzo Bellini
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Alcuni
scrivono "Pasta ca norma" termine che sarebbe stato
pronunciato nel Settecento da un nobile di passaggio a Catania.
È
ormai noto che questo piatto fu creato, inventato o dedicato quale
omaggio alla Norma belliniana: quindi si dirà pasta a la Norma (pasta
alla Norma); e così la troviamo indicata in molti testi nella forma
italiana; ed in pochissimi nella forma siciliana. Se
fosse inteso nel senso maggiorativo "con tutte le regole e
norme", cioè eccellente, in questo caso si direbbe in italiano
"pasta con la norma" e quindi con traduzione dialettale in
pasta cu la norma (ma con la "n" minuscola).
Secondo
il dialetto, e confermato dai dizionari, le voci ca, cca, sono avverbi
di luogo, cioè "qua"; sotto questo aspetto, pasta ca Norma è
quindi incongruente, ma purtroppo sono in molti ad indicarla in questo
modo. Lo stesso ca, c'à, cca,
significano anche "con la"; usarlo varrebbe a dire "pasta
con (la Signora) Norma", esattamente come diremmo "pasta con
la ricotta" o con la salsa. In
conclusione, scrivere pasta ca Norma è errato, perché la Norma
diventerebbe un ingrediente.
http://www.bottegasiciliana.it/pastaallanorma.htm
E'
n'capolavoru ccò micciu, fattu di semplici ngredienti ginuini, e propriu ppi chissu necessita ca
ognunu di iddi a essiri
....... cca' nocca! A
pasta è megghiu nustrali, provenienti da una terra ca na vota chiamavunu il
Granaio di Roma: Catania! Semu quattru, centu grammi a testa abbastanu, no? U furmatu
di chiddu ca vuliti, ma megghiu si calati spaghetti, maccaruni o pinni rigati. Ddu mulinciani,
megghiu a"Tucca" da zona di Aci, niura niura ca a pariri "Petru u
tuccu" quannu iucava 'o palluni. Casumai, na mulunciana Sita bedda ponchiolotta comu na
cuttigghiara da Civita
e viola comu i'mmiriusi. Appoi ci voluni tri chilati di pumarroru, ma no chiddi di San
Mazzanu o u Cilieginu di Pachinu ca addivintau cchiu peggiu ddo puddisino.... a quali! Cca ci voli u
Rizzu
Catanisi di Adernò: u
sapiti ddi belli
pumarori tunni tunni ca parunu u pupazzu da Miscilen, tutti scasciati ma duci
duci ca parunu fatti di pasta reali? Sì, avaia, chiddi russi n'da faccia ca
parunu affruntati dopu na carizza ca ci fici u suli da Chiana di Catania! A
ricotta salata chidda di Vizzini, ca si poi vi pari ancora modda
ammugghiatila intra a catta do pani e mittitila
n'do frigideri a sira prima. Da na testa d'agghiu russu da Nubbia scippatini ddu
spicchi e ppoi na cipudda nica, ogghiu bonu extraveggini di Malupassu e anticchia
di balicicò di Bedduviddi.
Ingredienti
per 4 persone. E'
un capolavoro splendente, fatto con semplici ingredienti genuini e per
questo motivo è necessario che ognuno di loro debba esserlo con tutti i
requisiti!
. E' quindi fondamentale,
per ottenere un risultato D.O.C., esaltare la materia
base di questo famoso piatto siciliano cercando di cucinarlo con prodotti esclusivamente
territoriali con marchi di origine protetti.
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-
la pasta è meglio quella di
grando duro siciliano, proveniente da una zona che anni fa (2.000)
chiamavano il Granaio di Roma: Catania! Siamo in quattro e credo
che 400 grammi a testa dovrebbero bastare. Preferibilmente fra spaghetti, maccheroni rigati e penne rigate
-
due melanzane "turca" di Acireale, nere da sembrare Anastasi
nel suo periodo migliore; in alternativa della varietà
"Sita" tonde come una popolana catanese in un cortile
della città vecchia e viola come gli invidiosi
-
ricotta salata non troppo stagionata
di Vizzini (alcuni dicono che secondo tradizione debba essere quella
infornata. In verità, da quando sono nato questa l'ho vista all'opera in altre
provincie, ma mai sulle
tavole catanesi)
|
-
due chili e mezzo di pomodori,
ma che non siano i soliti San Marzano o il Ciliegino di Pachino: occorre
la varietà Beef costoluto ovvero il "Rizzo
Catanese", preferibilmente della zona di Adrano, dall'aspetto deformato ma dolce e rosso di
vergogna per le carezze ricevute dal sole nella Piana di Catania;
-
due spicchi di aglio rosso di Nubia
-
un mazzo di basilico fresco di
Valverde;
-
olio extra vergine di
oliva di Belpasso
-
una cipolla piccola - zucchero e sale grosso q.b.
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LA
PASTA
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Circa
8.000 anni or sono, ancora in era neolitica, l’uomo iniziò a
coltivare cereali, apprese ben presto come macinarli, lavorarli,
e servirsene per la sua alimentazione.
I cereali macinati potevano essere poi essiccati, lavorati con
acqua, farina con salsa, sembra essere il significato associato
alla parola pasta.
Negli scritti di Cicerone, Orazio prima di Cristo, in quelli di
Apicio un paio di secoli d.C. fu possibile trovare le prime
valide documentazioni a proposito della pasta e dei metodi di
lavorazione impiegati per ottenerla.
Il De re coquinaria libri proprio di Apicio descrive infatti di
un timballo racchiuso in una schiacciata di farina, citata come
làgana.
La farina in forma di fili sembra sia originaria della Sicilia,
ed il nome che veniva attribuito a questi primordiali spaghetti
era itriyah, un nome di origine araba.
Qui sorge un dubbio: chi ha inventato gli spaghetti?!
Personalmente sono contento che siano stati inventati, frutto
comunque di lavoro dell’uomo, non necessariamente chi arriva
primo dona un contributo migliore di chi arriva dopo.
Senza togliere meriti a nessuno, sia chiaro, comunque sia i
Vermicelli di Tria in Sicilia, e non solo, sono ben noti anche
ai giorni nostri.
I maccheroni sono quelli divenuti forse più famosi, soprattutto
perchè dal 1200 in poi il loro consumo aumentò notevolmente:
diversi trafilati di pasta che vennero classificati proprio
sotto il nome di maccheroni.
Risulta curioso comunque anche come i Cinesi, circa 4.000 anni
fa, fossero anch’essi a conoscenza delgli spaghetti, sebbene
da loro il frumento non fosse ancora conosciuto.
Del resto, anche loro hanno dato il loro contributo alla storia
della pasta con cereali differenti dal grano: il miglio, o la
soia, i cui spaghetti sono apprezzabili e ben conosciuti, in
Occidente hanno riscosso un successo che forse non ci si
immaginava.
Nel Medioevo, la cottura, importantissima per la pasta, venne
contemplata anche con la bollitura, prima era molto in uso la
cottura in forno.
L’evoluzione dell’uomo nella coltivazione dei cereali,
quella relativa alla loro lavorazione, ha contribuito nel corso
degli anni nel far arrivare a noi un prodotto al quale, ben
difficilmente, potremmo rinunciare.
http://www.guida-acquisti.com/alimentari/pasta.html
E'
vero, cuocere la pasta in modo corretto non è poi così
difficile, è necessario però rispettare alcune indicazioni
fondamentali.
Incominciamo col scegliere la pentola giusta. Dovrebbe essere
grande abbastanza e più alta del suo diametro per contenere una
sufficiente quantità d'acqua. Come regola si consiglia 1 Litro
d'acqua per 100g di pasta. E' comunque opportuno usare una
quantità d'acqua superiore rispetto a questa indicazione,
perchè durante i tempi di cottura relativamente brevi la pasta
necessita di una temperatura costante e questa rimane più
facilmente costante con una grande quantità d'acqua. All'acqua
deve essere aggiunto il sale, circa 10 g. (un cucchiaino quasi
colmo) per 1 litro d'acqua. Non si possono stabilire i tempi
esatti di cottura della pasta, in quanto dipendono dal tipo di
formato e dal suo spessore. La pasta fresca è pronta molto
prima della pasta secca industriale. Per la pasta fresca il
tempo di cottura dipenda da quanto si è già asciugata. Quindi
c'è una notevole differenza se la pasta viene cotta subito dopo
essere stata tagliata o se verrà cotta dopo ore. Spesso non è
possibile stabilire il tempo esatto di cottura in minuti. Il
punto giusto di cottura è raggiunto quando la pasta diventa
tenera all'esterno, mentre la sua parte interna è ancora dura.
Questo punto di cottura è definito dai cuochi italiani con il
termine "al dente". Durante la cottura è necessario
assaggiare di tanto in tanto una piccola quantità di pasta per
controllare il punto di cottura. Ricordate anche che la pasta
non è da passare sotto l'acqua fredda, altrimenti perde il suo
strato di amido colloso necessario per legarsi bene con i sughi
e i ragù, unica eccezione viene fatta per la pasta che deve
essere servita fredda.
http://www.pasta.it/segreti.htm
ALCUNE
REGOLE FONDAMENTALI PER LA COTTURA
1
Occorre molta acqua. Come regola almeno 1 litro d'acqua per
100g. di pasta. Per le lasagne ne serve di più.
2 Aggiungere l'olio solo nei casi eccezionali. Solo per le
sfoglie di pasta più grandi come le lasagne o per la pasta
fresca che potrebbe incollarsi.
3 Buttare la pasta: la pasta lunga viene buttata tutta insieme,
la pasta corta invece versata nell'acqua un poco alla volta.
Portare l'acqua in ebollizione.
4 Mescolare con la forchetta di legno in modo che tutta la pasta
venga rigirata nell'acqua e non si incolli nella fase iniziale.
5 Appoggiare il coperchio e coprire la pentola per 2/3; il
vapore può fuoriuscire e la pasta cuoce in modo uniforme.
6 Prova di cottura per vedere se la pasta è "al
dente". E' necessario fare un assaggio ogni tanto.
7 Non appena è stato raggiunto il giusto grado di cottura
scolare la pasta tutta insieme. Far sgocciolare l'acqua e
procedere con la lavorazione.
8 La pasta si passa sotto l'acqua fredda solo quando la pasta
viene servita come contorno o per le insalate fredde.
Raffreddare con l'acqua significa fermare il processo di
cottura.
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IL
POMODORO
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Sebbene
proveniente dalla regione francese che gli dà il nome, anche il
Marmande può essere considerato un ecotipo locale. Il frutto è
di pezzatura
medio-grossa, schiacciato, con le tipiche costolature molto
evidenti e una collettatura verde molto marcata. La polpa è
spessa, poco acquosa e dolce. Vista la scarsa consistenza e la
limitata resistenza post-raccolta, i frutti vengono raccolti e
venduti a inizio invaiatura.Il
Marmande è uno dei pomodori più gustosi in assoluto. Ne
esistono moltissime varietà, che vengono commercializzate con
nomi come Merinda, Marmandino e perfino RAF. Le differenze fra
le varietà sono poche nell’aspetto, ma rilevantissime nel
gusto. In tutto il mondo si cerca di migliorare, ma il più
saporito Marmande è tuttora quello prodotto nel sud della
Sicilia, in una stretta lingua di terra fra Pachino, Marzameni,
Portopalo. Qui la speciale composizione del terreno vulcanico,
ricco di sali minerali, il regime dei venti, tipico di quella
zona, permettono la produzione, da febbraio fino all’inizio di
maggio, di una vera prelibatezza. Ma non è da meno la varietà
Beef, assonanza per la sua grandezza simile alla bistecca
americana ovvero il Rizzo (Rizzu) Catanese, che si coltiva in quasi tutta la Piana
di Catania soprattutto fra Adrano, Belpasso, Biancavilla e
Bronte. Nei mercati popolari catanesi abbonda in estate e questo
prodotto orticolo è riconoscibile dall'aspetto corpulento e
rosso, con strane costolature da farlo sembrare un rospo. Si fa
perdonare per l'eccellente sapore, così dolce da non
farci pentire per averlo scottato per quasi un'ora nella
pentola.

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LA
RICOTTA SALATA
Prodotta
con metodi tradizionali ed utensili storici, dopo la produzione, rimane nella
fiscella per circa 24 ore, in modo da permettere il necessario drenaggio del
siero e, nello stesso tempo, di farle assumere la giusta consistenza.
Resta
per 48 ore fuori dalla fiscella, per consentire un ulteriore asciugatura.
La
salatura viene effettuata tenendo ogni forma in mano e cospargendo accuratamente
tutta la superficie di sale; completata tale operazione, si procede, sempre in
maniera manuale, all’eliminazione del sale in eccesso.
Per
la salatura di ogni forma, occorrono circa 40/50 g di sale.
La
stagionatura avviene su scaffali di legno in ambienti ben areati; durante tale
fase, ogni 2/3 giorni le forme vengono capovolte e sottoposte ad un’attenta
pulizia della superficie esterna, al fine di eliminare sia le muffe, sia il sale
residuo.
La
ricotta Salata entra a far parte di diritto tra gli ingredienti piu’
importanti della cucina Siciliana, utilizzata soprattutto nel periodo estivo, la
troviamo nelle ricette di alcuni piatti simbolo della cucina tipica Isolana.
http://andreagraziano.com/2009/04/22/la-ricotta-salata/
La
ricotta salata, è ottenuta in seguito a salatura a secco e stagionatura per
circa due mesi. Deliziosa e gustosissima se grattugiata sui maccheroni o altre
pietanze.
Tipologia
latticino caseoso fresco, prodotto dal siero del latte di pecora, di capra e di
vacca (o misto).
Origine
del Nome
il termine "ricotta" conduce alla specifica tecnica di produzione, che
consiste nel ricuocere il siero di latte con aggiunta di altro latte fresco e di
sale: la ricotta si ottiene per affioramento.
Caratteristiche
del prodotto
La forma, generalmente tronco - conica, dipende da quella della fiscella dove
è posta la ricotta; la consistenza è morbida e cremosa, il colore è bianco. - Al naso risalta l'odore delicato del siero di latte.
- Al gusto è dolce e soave.
Storia.
La ricotta salata è un prodotto di antica tradizione, conosciuta notoriamente
come indispensabile ingrediente di alcune rinomate pietanze siciliane.
Tecniche e ambienti di produzione. Prodotta con metodi tradizionali e utensili storici; dopo la produzione rimane
nella fiscella per circa 24 ore in modo da permettere il drenaggio del siero e,
nello stesso tempo, assumere la giusta consistenza. Resta per 48 ore fuori dalla
fiscella per consentire un’ulteriore asciugatura. La salatura viene effettuata
a mano cospargendo accuratamente tutta la superficie di sale; completata tale
operazione si procede all’eliminazione del sale superfluo. La stagionatura
avviene su scaffali di legno in ambienti ben aerati.
Caratteristiche. Prodotto cremoso, compatto, di colore giallo-paglierino. Peso. Circa 1 Kg. Gusto. Sapore forte, gusto marcato, odore di grasso.
Origine. Tutto il territorio siciliano.
http://www.terramadre.it/
LE
MELANZANE
consigliata
vivamente la TURCA
(tonda nera) Il periodo
della semina è assai dipendente dalla zona in
cui si opera. Nel nord si semina sotto tunnel o in cassone ai primi di Marzo.
Bisogna insomma tener presente che, per svilupparsi, la piantina di melanzana
necessita di una temperatura piuttosto costante che si aggiri intorno ai 15°
centigradi. Si semina a spaglio, piuttosto rado per non dovere poi diradare
troppo, e su un substrato composto da terriccio fine mescolato con pari
quantità di torba concimata. Seminate preferibilmente sul bagnato con uno
strato di mezzo cm circa di sabbia. Tracciate dei solchetti nell’appezzamento
adibito allo scopo ed appoggiate i soggetti a distanza di 50 cm l’uno dall’altro
sulla fila. La distanza tra i solchi si aggirerà fra i 60-70 cm. Una volta che
sono poste tutte le piante in un solo solco colmatelo di terra premendo bene
intorno alle piantine stesse. La melanzana per ben produrre, necessita di
potatura: si devono asportare cioè i getti secondari che si sviluppano all’ascella
dei getti primari: su ogni pianta non ne devono restare più di 8-10. Il
raccolto è scalare ed il consumo deve essere immediato.
in
alternativa, SITA (Tonda violetta) - PIANTA
DI ORIGINE Pianta erbacea annuale della famiglia delle Solanacee con radice
fittonante e fusto eretto, rigido e ramificato, un po’ spinoso che raggiunge
circa 70-80 cm, foglie lobate, fiori solitari ascellari, violetti, anch’essi
un po’ spinosi. I frutti sono bacche, violacee, o bianche, di forma tonda,
oblunga od ovoidale, con la parte superiore avvolta in un calice. La superficie
è lucente, liscia o a costole. Grandezza, forma e colore si differenziano a
seconda della varietà.
UTILIZZAZIONE
ALIMENTARE La parte edibile è costituita dai frutti dotati di buccia spessa e
polpa carnosa di colore biancastro. Fra le varietà più diffuse ricordiamo la
Gigante bianca di New York, la Precoce di Barbentane, la Violetta lunga di
Napoli, la Violetta tonda. Le melanzane vengono consumate sia tagliate a fette
che a dadi, cotte, sia grigliate che fritte, impanate o lessate. Spesso questo
ortaggio entra in ricette elaborate come ad esempio melanzane alla parmigiana, o
melanzane ripiene.
COLTIVAZIONE
Predilige climi temperati o caldi, e soffre il gelo. Viene coltivata, in
semenzaio riscaldato, nel sud Italia in gennaio-febbraio, al centro-nord in
marzo. Quando le piantine hanno raggiunto 6-7 cm di altezza ed hanno emesso la
quinta foglia, si trapiantano in vivaio, in terreni poco profondi, di medio
impasto o sabbiosi, ricchi di sostanze organiche e dopo 2 mesi si piantano
nell'orto alla distanza di 50 cm sulle file e 70 cm tra le file. L’irrigazione
del terreno deve essere costante. La raccolta si effettua da giugno in quando i
frutti non sono del tutto maturi e si protrae fino a Settembre.
GLI
ACCESSORI
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L'aglio
siciliano è tutto ottimo, particolare quello selvatico
dell'Etna presso Randazzo o Trecastagni e soprattutto quello dei
Nebrodi. Ma l'aglio
siciliano per eccellenza è a Nubia, piccola frazione di Paceco
(Trapani). Da sempre fonda la sua economia sulle saline e sulla
coltivazione dell’aglio
rosso, tanto da far acquisire a Nubia
la denominazione dialettale di “u paisi di l’agghi”
cioè
il paese dell’aglio. Tale coltivazione viene ancora oggi
praticata con metodi tradizionali che si sono perpetuati nel
tempo che vanno dall’attenta selezione dei bulbilli, alla
tecnica di coltivazione rispettosa dell’ambiente, all’impianto
e raccolta manuale fino alla fase di asciugatura e
intrecciatura, sempre rigorosamente manuale. Un tempo le trizze
di aglio erano composte anche di centinaia di teste, erano
lunghissime, e si tenevano appese nelle abitazioni per
attingerne l’aglio necessario alla preparazione dei cibi.
Il
Basilico (Ocymum basilicum) è una erbacea annuale che
raggiunge anche i 60 cm d’altezza. Le foglie sono
differenziate a seconda della varietà. E’ un arbusto
profumato assai utilizzato come aroma in cucina, per sughi al
pomodoro, insalate fresche ovvero per il classico pesto.
La semina può essere effettuata direttamente in vaso o nell’orto,
avendo cura di proteggere la zona di semina con del tessuto non
tessuto, quando la temperatura non è ancora stabile. Il terreno
deve essere di medio impasto e ben drenato e per quanto riguarda
il terriccio il basilico non presenta particolari esigenze.
Ottimo quello coltivato a Valverde.

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L'olio
"Monte Etna" DOP è ottenuto dalla varietà Nocellara
etnea per almeno il 65% e da altre varietà presenti nella zona
(Moresca, Brandofino, Biancolilla, etc.). Al consumo ha un
colore giallo con riflessi verdi, odore fruttato leggero, sapore
fruttato con leggera sensazione di amaro e piccante.
L'olio extra vergine si ottiene da olive sane, raccolte entro il
periodo compreso tra l'invaiatura delle drupe fino alla seconda
decade di gennaio, variazione dettata dalla diversa altitudine
dei territori di produzione. Dopo la raccolta le olive vengono
conservate in recipienti areati fino alla molitura per la quale
sono ammessi solo processi meccanici e fisici, al fine di
ottenere un olio che sia il più possibile fedele alle
caratteristiche peculiari del frutto.
La
zona di produzione delle olive destinate alla produzione
dell'olio extravergine di oliva a denominazione di origine
protetta comprende, nell'ambito del territorio amministrativo
della regione Siciliana, i territori olivati dei comuni (atti a
conseguire le produzioni con le caratteristiche qualitative
previste nel disciplinare di produzione) che elenchiamo di
seguito:
Provincia
di Catania: Adrano, Belpasso, Biancavilla, Bronte, Camporotondo
Etneo, Castiglione di Sicilia, Maletto, Maniace, Motta S.
Anastasia, Paterno', Ragalna, Randazzo, Santa Maria di Licodia,
San Pietro Clarenza.
Provincia
di Enna: Centuripe.
Provincia
di Messina: Malvagna, Mojo Alcantara, Roccella Valdemone, Santa
Domenica Vittoria.
Che
vino abbiniamo? Il territorio dell’Etna si caratterizza per la presenza dei vini
“Doc Etna” nelle tipologie «Etna Bianco”, “Etna Bianco
Superiore” , Etna Rosso” e “Etna Rosato”.
L’ Etna Doc Bianco è un vino che si ottiene dalle varietà
Carricante (= 60%) e Catarratto bianco comune o lucido (40%=);
il disciplinare di produzione per i vini Doc “Etna Bianco”
prevede la possibilità di utilizzare le varietà Trebbiano,
Minella bianca ed altre a bacca bianca dal sapore non aromatico,
nella misura massima del 15% del totale.
L’ Etna Doc Bianco Superiore è un vino che si ottiene dalle
stesse varietà dell’Etna bianco ma solo con uve provenienti
dal territorio del comune di Milo” a condizione che nei
vigneti, da cui provengono le uve, il vitigno Carricante, a
modifica dell'art. 2, sia presente in misura non inferiore
all'80% ed il prodotto abbia una gradazione minima naturale
complessiva non inferiore a gradi 11,5”.
L’Etna rosso o rosato è un vino che si ottiene dalle varietà
Nerello Mascalese (= 80%) e Nerello Mantellato (Nerello
Cappuccio) (20%=); anche per questo vino, il disciplinare di
produzione per i vini Doc “Etna” rosso o rosato prevede l’utilizzo
di altre varietà dal sapore non aromatico, nella misura massima
del 10% del totale.
La produzione massima consentita per ettaro deve essere
inferiore a 90 q.li per la produzione dei vini « Doc Etna ».
La forma di allevamento più diffusa nell’area della “Doc
Etna” è quella ad alberello, seguita dalla spalliera e in
piccolissima percentuale dal tendone.
I comuni coinvolti nella Etna Doc sono 20:
Biancavilla, S. Maria di Licodia, Paternò, Belpasso, Nicolosi,
Pedara, Trecastagni, Viagrande, Aci S. Antonio, Acireale, S.
Venerina, Giarre, Mascali, Zafferana, Milo, Sant’Alfio,
Piedimonte, Linguaglossa, Castiglione e Randazzo.
Il disciplinare prevede che le operazioni di vinificazione
devono essere effettuate all'interno dei comuni delle zone di
produzione.
suggerisco
ERSE
'08, Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio, un inno alla gioia
Siciliano.
Eccezionale
la sua finezza gia dal colore, un rubino brillante, fantastico.
Un naso speziato identifica già il calore delle terre che danno
questo vino.
In bocca è caldo, pieno ed equilibrato, una persistenza lugna
con un finale di bocca identificato da una punta amarognola
Prodotto
nella contrada di Rovettello in pieno Etna racchiude in se i due
uvaggi popolari di queste zone. Un vino del popolo potremmo
definirlo, che porta dentro di se tutto il peso di questo
territorio così magico e capace di rapire gli occhi ed il cuore
di Silvia Maestrelli e Federico Curtaz che da qualche anno
portano avanti questa splendida realtà ai piedi del vulcano
siciliano
http://www.federicocurtaz.it/blog/?tag=tenuta-di-fessina

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Pigghia a
prima mulinciana e levici u piripicchiu. Tagghiala a feddi larghi
e iauti n'centimitru, cucchili assemi co sali rossu, una sutta all'autra. Stannu scomodi? Mettici
na
petra pisanti, pi n'ura. Accussì stanno ancora cchiu scomodi!
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Prendere
la prima melanzana ed
eliminare la parte erbacea. Tagliarle longitudinalmente
a fette spesse lasciando un centimetro di bordo nero,
metterle a spurgare a strati alternati con sale
grosso, e con un
peso sopra, per circa 60'.
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Acchiappa
l'autra mulinciana, fanni tanti pizzuddi nichi. Picchi? Picchì c'è cu a
voli cotta e cu a voli crura. Appoi mettili tutti a friiri, alleggiu
alleggiu, e falli sciddicari manu manu n'da fogghiu di cattuni, ca
troppu ogghiu poi ci fa mali!
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Prendere l'altra melenzana, tagliarla a tocchetti e farla asciugare.
Friggerle tutte le melenzane e adagiarle, man mano che si dorano,
su
appositi fogli di carta
assorbente.
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I
mulinciani picciriddi dda banna, chiddi ca su già signorinelle cca
banna. Sutta l'acqua mettici i pummaroru russi russi ancora affruntati do
suli, e dacci na lavata prima d'ammazzalli!
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Separare
quelle fritte a tocchetti e da quelle a fette grandi e metterle da parte in una terrina.
Mettere in
pentola i pomodori privi della parte erbacea,
ben lavati.
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Ca
cipudda e u sali rossu facci fari a fini ddo Puppu, finu a quannu
ti riciunu "pietà!" Ma tu non t'arrimuddari! N'do
sculapasta, a sti cosi fitusa levici tuttu: ossa, peddi, ugnua e
baratteddi!
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Aggiungere
acqua, la cipolla tagliata a pezzi e poco
sale grosso; bollirli
per oltre 5 minuti (i pomodori devono disfarsi) e privarli dei
semi; quindi spellarli, con l'aiuto di un coltello, direttamente dentro un
colapasta
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Mizzica
quantu
sangu ca cula, nuzzunteddi! A turtura pi iddi nun finiu: intra
a n'focu ca pari u Mungibeddu, cu tutta a culatura do sangu e l'agghiu. Appoi
(ma non ti fannu pena?) dacci coppa co vastuni di ligno mentri stanno
ugghiennu, fino a squagghiarisi! Mischini, chi brutta e amara morti!
Ci volissi almenu n'pocu i zuccuru pi sta mala sorti!
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da cui
si verserà il liquido in eccesso da riporre in un mestolino. Sul
fuoco aggiungere il pomodoro tagliato a
pezzi, 2 spicchi d'aglio imbionditi, allungare col liquido in eccesso e un
cucchiaio di zucchero a fine cottura. Cuocere a fuoco
moderato per 30 minuti pestando col cucchiaio di legno fino a quando si
raggiungerà la consistenza di salsa.
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Intra
a pignata di crita mettici tantu balicicò comu si fussi u mari.
Quanno su cotti, pigghia ddi svinturati (ca appoi non sannu mancu
natari) e falli anniari. Cummogghia, prima ca si
potissiru salvari. Affugati falli moriri! A ricotta sta taliannu a
scena e t'insutta, ma tu dicci di starisi muta e si continua, tagghiala a
pizzuddi sta lingguta! Poi vai o Chianu di sant'Aita e jetta vuci, vannìa ca a festa
sta p'accuminciare!
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Nel
contempo, in una ciotola in ceramica preparate un letto di
basilico crudo sul fondo. Appena la salsa è quasi cotta aggiungere olio d'oliva,
amalgamare
il tutto e trasferirla nella ciotola; coprire per
alcuni minuti e spegnere, sempre coperto. Dopo
aver preparato il piatto di portata finale, preparare la ricotta
salata a piccoli pezzettini.
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Cchi
fa, nivica a Catania? A quali, è a ricotta ca si sta n'cipriannu!
E' ura di calarici u spaghettu e dopu deci minuti fallu scinniri n'piazza. E
chi fa stu cosu longu ca pari n'a cimedda, fisteggia sulu sulu? Ma no, ci fannu cumpagnia ddi poviri
disgraziati intra a pignata di crita, ca appena visturu a ricotta
culumbrina pessuru a testa tutta a vita!
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Grattugiare
la ricotta e tenerla pronta, a portata di mano, in un piattino.
Portare
ad ebollizione gli spaghetti, preferibilmente al dente, per 10 minuti
circa. Scolate
la pasta
e versatela nel piatto di portata finale.
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N'facci
a Sant'Aituzza abballunu tutti assemi, i cunnannati s'arriminunu e
a ricotta, buttanella, s'annàca e s'arricrìa. Sveggognati, stu buddellu
faciti davanti a Santa e i mulinciani
picciriddi? Cettu, cettu, ma n'tuppamici l'occhi e facemuli passari ccu l'autri
carusiddi!
O
chianu pareva Carnevali! Tutti l'invitati
volunu assaggiari
tutti l'attori misi in fila sutta o Liotru. C'è cu pigghia nenti,
c'è cu mangia tantu ..... ni sta festa ca Martoglio fici
addivintari u nostru
vantu!
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Aggiungere la salsa e,
a discrezione, mescolarla
con i tocchetti piccoli di
melanzana. Volendo, le melanzane fritte (entrambi i formati, secondo
le preferenze) e la grattugiata di ricotta salata si
possono presentare anche alla fine, a tavola, come decorazione.
Così ognuno
dei commensali provvederà a mescolare a suo piacimento il piatto
per amalgamare meglio salsa, spaghetti, tipo di melanzane e ricotta salata,
aggiungendo altra quantità se gradita.
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Ah,
mi tuppulianu n'da carina: "bedda matri, cu ie?". Era u maestru
Bellini in persona, ca mi dissi: "Babbu,
chi cumpassa facisti? Ti scuddasti u balicicò,
teni cca! Ora
sì ca è na vera "Norma!...."
Grazie
Cigno!
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