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Per scattare il servizio di copertina de La Repubblica XL (foto del maestro Luca Del Pia) del novembre 2009, dopo che il mese precedente avevamo pubblicato sul sito, in anteprima, l'ascolto della stratosferica 'Inneres auge', era stata scelta Milano. Milano era da sempre la seconda casa di Franco Battiato, che abitava dalle parti di via Larga. Capitava di vederlo passeggiare sul vialone riempito dal turbinìo delle auto e dallo sferragliare dei tram, che sfrecciavano tra le facciate di alcuni dei palazzi littori più belli e imponenti, fin oltre la Torre Velasca, verso Missori.

Quando capitò a me di vederlo, da lontano, dall'altra parte della strada, indossava uno dei suoi capi più amati: un cappotto blu; o, meglio, un paletò, come si dice a Milano, e immediatamente ho immaginato avesse i bottoni stile Berlebeck 80, quelli di pelle intrecciata tipici di quel capo senza tempo nella sua forma più classica, prima dell’avvento della plastica. Potrebbe essere un'immagine raffigurante 1 persona e spazio al chiuso

Il servizio fotografico si svolse non nella sua casa, purtroppo, ma nel suo studio. Si presentò vestito di tutto punto, con un completo scuro, la camicia bianca e l’immancabile gilet, perché lo ripeteva, senza gilet non si può stare. Sono quasi certa portasse anche il cappotto blu e chissà che bottoni aveva. I bottoni li perdeva, anche. Una volta, mi raccontava una collega, lo incontrò a un evento e un bottone della giacca era ormai come impiccato a un solo, esile filo. “Non può andare in giro così, venga, si sieda, ci vuole un attimo”, gli disse in modo perentorio prendendolo sotto al braccio. Lui si fece trascinare senza imbarazzo, e la collega, che portava sempre un kit da cucito con sé, glielo rimise in sesto in pochi minuti. Battiato le riconobbe eterna gratitudine e ogni volta che mi racconta questa storia, rimango rapita. Franco Battiato era curioso: gli piacevano i vestiti, le scarpe, le novità, la tecnologia. Non è mai stato vecchio. Aveva sempre un iPhone di ultima generazione che smanettava con grande padronanza, perché voleva capire che cosa l’uomo fosse in grado di fare, in campo tecnologico, ma non solo.

Gli piaceva sperimentare, vedere. Lo si capisce subito, ascoltando il modo in cui ha spaziato tra i generi musicali. Indossava i sandali, anche con le calze, perché stava comodo così, chissà se per mantenere il “contatto con la terra”. Quando ripenso a lui, ogni volta mi viene in mente il testo di una canzone, in questo caso ‘Il ballo del potere’, quando canta “gli aborigeni d'Australia si stendono sulla terra/ con un rito di fertilità vi lasciano il loro sperma” o ‘Mesopotamia’, con la strofa “e dormo spesso dentro un sacco a pelo perché non voglio perdere i contatti con la terra”.

La moda se la faceva come diceva lui. Una delle conversazioni più divertenti durante uno dei servizi per XL fu incentrata sulle scarpe MBT, quelle con la suola ‘a barca’, che ammortizzando la camminata e producendo un movimento ondeggiante promettevano enormi benefici alla schiena. Battiato aderì subito alla schiera di fanatici della MBT, credo dalla prima ora. “Queste fanno bene”, diceva, “mettono insieme i Masai e ricerche high tech” e poi partiva in lunghe discussioni sul perché funzionavano. Nello studio aveva anche una di quelle poltrone a dondolo nordiche, dove ci si siede poggiando le ginocchia. E, davanti, un mac, il telefono, e tutto quanto. Ti offriva tè, verde o più recentemente bianco, e i biscotti erano vegani, fatti con l’olio d’oliva. Non ho avuto la fortuna di assaggiarli.

Valeria Rusconi

 

Franco Battiato nello studio della sua casa a Milo, Catania, seduto su una sedia ergonomica.

foto di Pigi Cipelli/Archivio Pigi Cipelli/Mondadori, 2009

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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