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Appena scoppiò la rivolta in Sicilia, la flotta aragonese era già a Palermo e l’occupazione della città da parte di Pietro dava così inizio alla dominazione degli Aragonesi in Sicilia (1282-1516), in quanto lo stesso Pietro era sposato con la figlia di Manfredi, Costanza che era nata proprio nella città etnea. Catania fu la sede dell’incoronazione del re aragonese con il nome di Pietro I di Sicilia, ed acquistò una posizione di privilegio in quanto nel corso del XIV secolo venne scelta spesso come sede del parlamento e dimora della famiglia reale. Catania sarà capitale non solo del regno dell'isola ma anche di una porzione di territori del mediterraneo.
LA MARCIA DI RE PIETRO I DI SICILIA (meglio noto come Re Pietro III d'Aragona il Grande) Quando gli Aragonesi vennero in Sicilia questi erano veramente poveri di mezzi e di uomini e le possibilità di sconfiggere la coalizione guidata dal Papato con le armi di Francia e dei Guelfi Italiani erano veramente nulle. A Pietro d’Aragona però due cose non mancavano, la determinazione ed il coraggio e la capacità di mettersi alla guida di un popolo e condurlo alla vittoria. Il “coraggio” (Antudo) è stato uno dei gridi di guerra del Vespro e quando Pietro d’Aragona venne in Sicilia trovò gli Angioini già in rotta con le clamorose vittorie di Palermo e Messina del 1282.
“Cacciati i francesi, Pietro fra gli applausi entrò a Messina, dove ebbe a dedicarsi alla risoluzione delle questioni della provincia. “Era – scrive Bartolomeo da Neocastro – il 2 ottobre quando il Re fu accolto a Messina. Il 16 successivo andò a Catania, dove convocò immediatamente e gli si presentarono i sindaci del val di Noto. Egli parlò con ciascuno di loro, esortandoli ad avvertire tutta la Sicilia del suo arrivo e della sua presenza e che sotto la sua guida tutto il popolo di Sicilia si desse forza ed animo per sconfiggere e sterminare il nemico.” Il Vespro è, anche, una festa. __________________________ Fonti - V. Amico, Catania Capitale a cura di Enzo Sipione, C. Tringale Editore
nel Periodo Aragonese (dal 1282 in poi) Istituzione iniziale: Nato nel 1130 con le Curiae generales convocate da Ruggero II nel Palazzo dei Normanni a Palermo. I tre bracci (o rami): Nello specifico assetto dei secoli aragonesi, l'assemblea era divisa in tre componenti: Braccio feudale: composto dai nobili delle contee e delle baronie. Braccio ecclesiastico: composto da arcivescovi, vescovi, abati e archimandriti. Braccio demaniale: composto dai rappresentanti delle città demaniali dell'isola. Funzioni principali: Approvazione dei sussidi economici e dei tributi (donativi), partecipazione all'elezione o conferma del sovrano e controllo sull'amministrazione della giustizia. Momenti storici chiave: Nel 1282, una delegazione del Parlamento si recò a offrire la corona a Pietro d'Aragona. Nel 1410, si riunì a Taormina (Palazzo Corvaja) per eleggere il re di Sicilia alla morte di Martino II. Nel 1446, si tenne una seduta al Castello Ursino di Catania con Alfonso V d'Aragona.
Pietro III d'Aragona nel 1262 si era unito in matrimonio con Costanza di Svevia, figlia di Manfredi, ultima erede degli Hohenstaufen; questo av-venimento gli diede il diritto a rivendicare la corona di Sicilia. Ma la sorte non si presentò propizia al popolo siciliano. Si susseguirono ben centoventi anni di lotte fra angioini, sovrani di Napoli e la chiesa. Quest'ultima spesso interveniva con scomuniche, mentre i baroni si lottavano fra loro per la supremazia. Il 4 settembre 1282 gli Aragonesi sbarcarono a Trapani; il 2 ottobre dello stesso anno Pietro III entrò a Messina, trionfalmente accolto dalla popolazione. Il re era accompagnato dai suoi due fratellastri Pietro e Giacomo de Ayerbe . Nel maggio del 1283 il parlamento, riunitosi a Catania, nominò re di Sicilia Pietro III con il nome di Pietro I di Sicilia. Alla morte di Pietro III, avvenuta il 10 novembre 1285, succedeva il 15 dicembre il secondogenito, Giacomo II. Il 2 febbraio 1286, in Palermo, presenti i prelati, i baroni e i sindaci di tutte le città dell'Isola, ricevette la corona con il nome di Giacomo I, re di Sicilia (1285-1291). Il primo maggio del 1287 Giacomo venne a Catania ed entrò in città per Porta di Aci. Un tentativo angioino di impadronirsi della città, sia per terra che per mare, venne respinto dai catanesi. Con questo atto dimostrarono la loro devozione al re aragonese.
A Catania Giacomo soggiornò nel Castello Ursino. Poiché rinunziò al regno di Sicilia , gli isolani elevarono al trono il fratello Federico d'Aragona. Questi accettò, dichiarandosi pronto a dare i suo sangue per la difesa della Sicilia. Il 15 gennaio 1296 ricevette la corona dal parlamento radunato nel Duomo di Catania. Erano presenti i nobili di tutta la Sicilia, i rappresentanti dei comuni, il popolo.il 25 marzo dello stesso anno fu incoronato a Palermo, con grande entusiasmo, con il titolo di Federico II. Egli dichiarò di ripristinare il regno normanno-svevo e di vendicare Manfredi e Corradino. Nel suo stendardo venne incisa l'aquila degli Hohenstaufen. A Pietro III successe, in Aragona, il suo primogenito Alfonso III d'Aragona, e in Sicilia il suo secondogenito Giacomo, che già nel 1287 dovette respingere, con l’aiuto dell’ammiraglio Ruggero di Lauria, le rinnovate pretese degli angioini che avanzavano verso Catania da terra e dal mare. Alla morte del fratello Alfonso III, Giacomo prese il suo posto e lasciò in Sicilia suo fratello Federico come vicario. Ma la politica di riavvicinamento, di accordi e di legami matrimoniali con la casa d’Angiò, caldeggiata anche da papa Niccolò IV, non piacque ai siciliani che il 15 gennaio 1296 si riunirono in parlamento a Catania ed elessero loro re il giovane Federico III che darà il via alla nascita di un regno del tutto indipendente.
Nel 1303 Federico II d'Aragona (conosciuto come Re Federico III di Sicilia) sposava a Messina la figlia di Carlo II lo Zoppo e di Maria Arpad d'Ungheria, Eleonora d'Angiò. Andarono ad abitare a Catania, nel Castello Ursino. Dalla unione nacquero cinque figli: Pietro, che divenne re di Sicilia con il titolo di Pietro II; Costanza, che sposava Enrico II, re di Cipro; Elisabetta, che sposava Stefano I, duca di Baviera; Guglielmo, duca d'Atene; e Giovanni, duca di Randazzo. Firmata la pace, Federico II dispose che la famiglia reale dimorasse a Catania. La città veniva confermata capitale dell'Isola. Venne redatta una nuova costituzione, con un Parlamento di rappresentanti del popolo, al quale era riservata la facoltà di discutere e di ratificare gli atti politici di maggiore importanza della monarchia. Di fatto, però, la pace di Caltabellotta sancì il distacco della Sicilia da ogni partecipazione alla vita politica della penisola, creando un dominio spagnolo.
La guerra ricominciò nel 1312 perché il re Federico II d'Aragona aveva violate alcune clausole del trattato di Caltabellotta; durò, a intervalli, fino al 1372. Federico, amareggiato e deluso per la lunga guerra, mentre il 23 giugno 1337 si trovava a Castrogiovanni (Enna), venne colpito da un violento attacco di gotta. Si ordinò che il re in lettiga si trasportasse a Catania. Ma, giunto il giorno successivo a Paterno, spirò nella chiesa di S. Giovanni . La salma fu portata nel Duomo di Catania per essere tumulata. La regina Eleonora, dopo la morte del marito, si ritirò nei pressi di Nicolosi, nel monastero di S. Nicolò e vestì il saio. Durante l'eruzione dell'Etna del 1329 pregò S. Agata di salvare la città. Scongiurato il pericolo, sulle rovine del tempio di Minerva, la sovrana fece erigere la chiesa dedicata a S. Francesco d'Assisi . Alla morte di Federico II d'Aragona salì al trono del regno di Sicilia il figlio Pietro II (1337-1342). Uomo incapace e indeciso, si lasciò dominare dai suoi aiutanti, specialmente da Matteo Palizzi . Nella lotta contro il re di Napoli Roberto d'Angiò perdette Lipari nel 1339 e Milazzo nel 1341. La triste situazione fu fronteggiata non dal re, ma da suo fratello Giovanni d'Aragona, che si dimostrò alquanto energico. Il 15 agosto 1342 a Calascibetta morì il re Pietro II d'Aragona. Gli successe il figlio Ludovico, a soli quattro anni di età sotto la tutela della madre Elisabetta e dello zio Giovanni d'Aragona, duca di Atene, figlio di Federico II, il quale seppe sapientemente guidare il regno nel nome del nipote, fino ad arrivare ad una pace firmata a Catania nel Castello Ur-sino 1*8 novembre del 1347 con la regina di Napoli Giovanna I d'Angiò (1342-1384). Gli Angioini rinunciavano alla loro sovranità sulla Sicilia e riconoscevano definitivamente il possesso dell'Isola alla dinastia ara¬gonese. Il trattato sanzionava il distacco della Sicilia dalla penisola con gravi conseguenze politiche, economiche e sociali.
La peste venne a turbare i frutti della pace. Scoppiò nell'ottobre del 1347 a Messina, probabilmente portata da alcune galee provenienti dal Mediterraneo orientale. I cittadini di Messina abbandonarono la città e molti di essi vennero a Catania e pregarono il vescovo Gerardo Oddone (1342-1348) di portare colà le reliquie di S. Agata. I catanesi si opposero, spinti dal timore di perderle; il Vescovo vi portò solo l'acqua benedetta. Fu rispettosamente ricevuto da quei pochi cittadini che il male aveva sino ad allora risparmiato. Moltissimi profughi messinesi, che vennero a Catania per rifugiarsi, poco dopo morirono. I cadaveri vennero sepolti fuori le mura della città. Con l'inizio del 1348 la peste si propagò per tutta la Sicilia ed infine apparve a Catania. Cominciava con dolore di testa e freddo; ben presto si manifestavano i bubboni ascellari in varie parti del corpo. Seguiva uno sputo di sangue e di materiale putrefatto; al terzo gioirlo, o al più tardi al quarto, giungeva la morte. Il reggente Giovanni d'Aragona fuggì da Catania e si rifugiò in va¬rie località del bosco etneo. Trovandosi nella chiesa di S. Andrea, ai confini del bosco di Mascali, da lui stesso fatta erigere, morì di malattia diversa nell'aprile del 1348. La salma venne portata a Catania e tumulata nel Duomo. Gli successe nella reggenza del regno di Sicilia Blasco II Alagona. Lo stesso vescovo Oddone, che si era tanto affaticato e che per animare i preti all'assistenza degli appestati aveva accordato loro ogni potestà, morì di peste. Il male cessò nel maggio del 1348. tratto da “Catania - Le origini di Catania - Dal Quaternario al terremoto del 1693” Giovanni Merode e Vincenzo Pavone - Edizioni Greco CT - 1993
Nel 1350 scoppiava la guerra civile fra le due fazioni chiamate latini, e i nuovi signori immigrati detti catalani. A capo di quella che aveva il nome di latina stava Manfredi II Chiaramonte; a capo della catalana stavano gli Alagona. Catania divenne il centro, assieme alla valle di Noto, della fazione dei catalani. Nel 1355 un'improvvisa rivolta contro i cata¬lani, capitanata da Matteo Palizzi, costrinse Blasco Alagona a chiudersi in città. Ma poco dopo Simone Chiaramonte, della fazione latina, assaliva le mura di Catania. I catanesi, usciti in massa alla testa del re Ludovico, respinsero i rivoltosi sino a Lentini. Era assieme al re anche il vescovo Giovanni de Luna (1355-1356), che impugnò la spada e diede prova di coraggio assieme a molti suoi fedelissimi. Il primo dicembre 1354 avvenne a Catania una terribile tempesta che imperversò per tre giorni. Si venne a danneggiare tutto il quartiere basso della città, vicino alle due chiese di S. Maria della Grotta e di S. Maria di Betlemme. Quando la tempesta cessò, l'Amenano, che era straripato e che aveva arrecato alla città danni incalcolabili, ritornò a seguire il suo corso e a sfociare in mare. A Catania, come riferiscono le cronache del tempo, si contarono sessanta morti al giorno. Il 16 ottobre 1355, lo stesso re Ludovico d'Aragona, trovandosi nel Castello di Aci, colpito dalla epidemia, cessava di vivere. La salma venne portata a Catania. Poiché era sera, fu lasciata nella chiesa di S. Maria la Grande (S. Domenico). Il giorno dopo, in abiti regali, la salma di Ludovico venne accompagnata da un sontuoso stuolo di popolo alla cattedrale di S. Agata, ove venne tumulata. Sette giorni dopo la morte del re, anche il prode conte Blasco Alagona moriva. Era il 23 ottobre del 1355. I funerali si svolsero al Duomo, ma la salma venne tumulata nella chiesa di S. Maria all'Annunziata (Madonna del Carmine). tratto da “Catania - Le origini di Catania - Dal Quaternario al terremoto del 1693” Giovanni Merode e Vincenzo Pavone - Edizioni Greco CT - 1993
Da questa situazione si riaccese nel febbraio del 1356 la lotta dei baroni, che determinò un nuovo urto fra le fazioni latina e catalana. La reggente Eufemia, che si trovava a Randazzo, spedì ad Aitale Alagona un ultimatum: o lasci libero il Re, o ti apparecchi alla guerra. Nella stessa notte Enrico Rosso con molti soldati si fortificò a Motta S. Anastasia. Si pose in agguato presso la chiesa di S. Giovanni, a due chilometri da Motta verso Catania. Alcuni soldati di Alagona a cavallo, che lo andavano a raggiungere, furono inseguiti sino alla chiesa di S. Cristoforo fuori Catania, e parecchi furono catturati. Aitale Alagona venne a Catania e fu costretto a far pagare ai cittadini una tassa sopra la gabella del frumento.
Nel 1357 il governatore di Messina, Niccolò Cesareo, in seguito a dissidi con Artale Alagona, richiese rinforzi a Ludovico d'Angiò, che inviò il maresciallo Acciaiuoli. Le truppe, assistite dal mare da ben cinque galee angioine saccheggiarono il territorio di Aci, assediando il castello. Proseguirono quindi in direzione di Catania cingendola d'assedio. La battaglia navale, che si svolse fra la borgata marinara catanese di Ognina ed il Castello di Aci, fu detta «Lo scacco di Ognina» e segnò una svolta definitiva a favore dei siciliani nella guerra del Vespro. Nell'agosto del 1356 Artale Alagona uscì da Catania con molti soldati per assalire Motta, asilo dell'angioino Enrico Conte Rosso. Accampatosi sotto le mura, ne cominciò l'espugnazione. Gli abitanti si difesero energicamente, aiutati anche dalla natura del luogo, sopra il vertice di una rupe scoscesa. Dopo pochi giorni levò l'assedio e devastò tutte le campagne. Alla fine del mese Artale Alagona uscì con il Re e la reggente Eufemia alla testa del grande esercito, ricevendo gli ambasciatori di molte città ribelli del conte Rosso. Gli Angioini si diressero nel castello di Aci. Ivi si era rifugiata gran parte della popolazione. Le porte furono sfondate e i soldati angioini effettuarono delle efferatezze uccidendo gli uomini e violentando le fanciulle. Continuando a commettere ogni sorta di nefandezze raggiunsero il paese di Trecastagni. Poiché si erano allontanati abbastanza dal luogo di partenza, per farvi ritorno, imposero a molti contadini che incontravano di far loro da guida. Intanto nella città di Catania Artale Alagona raccolse mille cavalli e tremila fanti per attaccare l'esercito invasore degli Angioini. Ma costoro non vollero impegnarsi in battaglia e preferirono ritirarsi. Prima che il loro piano di ritirata avesse il pieno successo, allorché si avviarono verso le navi, Artale Alagona, avuto in aiuto due galee provenienti dall'Aragona, insieme ad altre cinque ancorate nel porto di Ognina, attaccò la flotta angioina che voleva occupare Catania.
Gli Angioini, sopraffatti dall'impeto dei soldati di Alagona, all'alba del 26 maggio 1357 nelle acque di Ognina (Catania) subirono una clamorosa disfatta. Nella mischia molti siciliani e aragonesi caddero feriti, come pure lo stesso Artale Alagona. Irritato per la ferita, si gettò in mezzo ai nemici, seminando strage e morte. La battaglia, al grido di "Sant'Agata e Alagona!" arrise ai siciliani. La vittoria fu completa, perché una sola nave napoletana potè salvarsi, mentre quattro furono catturate. Nella mischia caddero oltre duemila angioini; molti furono fatti prigionieri. L'ammiraglio Acciaciuoli fu costretto alla ritirata verso Messina, incalzato dalla cavalleria siciliana comandata da Nicolò Lanza, Corrado Spatafora e Guido Ventimiglia. Naufragarono così i sogni di conquista da parte del re Luigi e di sua moglie Giovanna, regina di Napoli. Liberata e pacificata tutta l'Isola, Artale Alagona propose ai baroni siciliani di dare una moglie al re Federico III. Propose Costanza, figlia di Pietro IV d'Aragona. Orlando d'Aragona, compagno in molte imprese di Artale Alagona, fu mandato a chiedere la mano. Queste nozze erano alquanto contrastate, specialmente dalla fazione dei latini, perché non vo¬leva che una straniera salisse sul trono della Sicilia. I capi di questa fazione erano le potenti famiglie dei Ventimiglia e dei Chiaramente, che dimoravano nella Sicilia occidentale. La fazione dei Catalani rappresentava gli avversari, in quanto erano strettamente uniti ad Artale Alagona, che sollecitava le nozze tra Federico III e la sua leggiadra cugina catalana. tratto da “Catania - Le origini di Catania - Dal Quaternario al terremoto del 1693” Giovanni Merode e Vincenzo Pavone - Edizioni Greco CT - 1993
Il 17 gennaio 1374 il re Federico III sposava in seconde nozze Antonia del Balzo, figlia di Francesco, duca d'Andria, parente della regina Giovanna I di Napoli. Il conte Enrico Rosso d'Aidone nel dicembre dello stesso anno, notte tempo, assalì la nave di Federico III ancorata nel porto di Messina, con l'intenzione di assassinarlo. Per il grande spavento la regina Antonia morì. Agli inizi del 1377 Federico III sposava (per procura a Milano) in terze nozze Maria Visconti, figlia di Bernabò, signore di Milano. Ma questa regina, a quanto pare, non fu mai ih Sicilia. Il 27 luglio 1377 moriva a Messina re Federico III, a 35 anni, lasciando erede universale del regno la figlia Maria, sotto la reggenza del conte Artale Alagona. Alla morte di Federico III, Maria d'Aragona aveva 14 anni. Artale Alagona la teneva nel Castello Ursino, e aveva progettato di darla in sposa a Gian Galeazzo Visconti, duca di Milano, già vedovo di Isabella di Valois. I baroni siciliani si opposero. Il 23 gennaio 1379 Guglielmo Raimondo Moncada, conte di Augusta e fedele agli Aragonesi, di notte assalì il Castello Ursino e rapì la regina, che fu condotta nel porto di Augusta e poi a Licata. Lì la flotta aragonese nell'agosto del 1382 la spedì in Catalogna, sotto la protezione del re Pietro IV d'Aragona, il quale la destinò in moglie a suo nipote Martino.
La Sicilia rimase in balia dei baroni. Il papa Bonifacio IX, considerando la Sicilia un feudo della chiesa e volendo far valere la propria sovranità, divise l'Isola in quattro parti; di ciascuna di esse concesse l'investitura rispettivamente a quattro dei più potenti signori feudatari siciliani: Andrea Chiaramonte, Antonio Ventimiglia, Guglielmo Peralta e Manfredi Alagona, fratello di Artale. Ebbe così inizio il cosiddetto governo dei quattro vicari. Il 27 novembre del 1391 a Barcellona, in Spagna, la regina Maria sposava il giovane Martino. Era figlio di Martino, secondogenito di Pietro IV e duca di Montblanc, che avrà la sorte di succedere al proprio figlio sul trono di Sicilia. Intanto in Sicilia esplodevano le lotte baronali, per cui i due Martino, padre e figlio, e la regina Maria, decisero di venire nell'Isola. Sbarcati a Trapani nel marzo 1392, sotto la guida del generale Bernardo Cabrerà4, in poco tempo sbaragliava i baroni ribelli e, posto l'assedio a Palermo, l'espugnò nel maggio del 1392. Il vicario ribelle Andrea Chiaramente, dopo la resa, fu decapitato l'I giugno 1392 davanti al suo stesso palazzo, il famoso "Steri" di Palermo. Le sue terre vennero date al Cabrerà. Il 6 marzo 1394 mentre il re Martino si trovava a Messina, i baroni sollevarono il popolo catanese contro il re. Martino corse verso Catania e l'assediò per terra e per mare. Il 6 agosto Catania si arrese. Il re Martino perdonò i catanesi, confermando i privilegi che godevano. I baroni siciliani si convinsero che era inutile persistere nella opposizione e riconobbero Martino. Nel febbraio del 1396 Martino convocò in Catania il Parlamento e promulgò molte savie leggi. Il 21 maggio 1402 Martino sposò in seconde nozze Bianca, figlia di Carlo III di Navarra (1385-1441). Da queste nozze nel 1407 Bianca gli diede un figlio, che venne chiamato Pietro; morì prima di aver compiuto nove mesi. Nel 1408 il re Martino fu costretto dal padre a recarsi in Sardegna per domare una ribellione. Lasciava la moglie Bianca vicaria del Regno. Il 25 luglio 1409 moriva il Re Martino nella battaglia di Sanluri presso Cagliari, all'età di 35 anni, lasciando il trono di Sicilia al padre, che acquistava il titolo di Martino II. Fu sepolto nel duomo di Cagliari. Il 31 maggio 1410 moriva a Barcellona, in Catalogna, Martino II, lasciando vicaria del regno di Sicilia la nuora Bianca di Navarra, vedova di Martino I. Con la morte di Martino II ebbe fine la dinastia catalano-aragonese, che regnò in Sicilia 127 anni. Essa fu devota a S. Agata e la maggior parte dei suoi componenti riposano nel duomo di Catania. tratto da “Catania - Le origini di Catania - Dal Quaternario al terremoto del 1693” Giovanni Merode e Vincenzo Pavone - Edizioni Greco CT - 1993
Alla morte del re Martino II il Vecchio il trono di Sicilia rimase vacante sotto la contrastata reggenza della regina Bianca di Navarra, vedova di Martino I il Giovane e vicaria del Regno di Sicilia. Ebbe a soffrire disgusti da parte dello spagnolo Bernardo Cabrerà. Le pretese del Cabrerà aggiunsero nuove sventure alla Sicilia, purtroppo afflitta dalle passate guerre dei baroni.
Bianca, che si era
ritirata nel Castello Ursino, spesso si recava nel
vicino monastero di S. Placido, ove rimaneva durante la
notte. Avvertita dalle pretese del Cabrerà, non uscì più
dal Castello. La
regina gli dimostrò che con la morte del marito Martino
I, il potere era nelle sue mani. Alle pretese
matrimoniali espresse dal Cabrerà, la regina gli rispose
con espressioni di disprezzo. Bianca, per avere maggiore
sicurezza della sua persona, dopo il colloquio con il
Cabrerà, si recò a Siracusa. Disponeva di molte forze, ordinò al giustiziere Givanni Filangeri e al vescovo Mauro Cali (1408-141 L'ammiraglio Ruitz, venuto a conoscenza che il Cabrerà stava per raggiungere Siracusa, provvide a trasferire la regina a Palermo. Quindi, di notte, con le sue truppe, scalò le mura della città di Catania e se ne impadronì entrando per Porta Nuova. Il vescovo Cali venne scacciato, mentre il Filangeri fu costretto a ritirarsi nel suo castello di Motta S. Anastasia. Era il 28 dicembre del 1411. Agli inizi del 1412 la regina Bianca ritornava in Navarra. Il 25 luglio dello stesso anno saliva al trono di Sicilia Ferdinando I di Castiglia, figlio del re Giovanni I e di Eleonora d'Aragona, sorella di Martino II il Vecchio. Nel 1413 a Catania si riuniva il Parlamento. Si esortava il nuovo sovrano a rispettare nell'Isola il sistema giuridico-amministrativo già in vigore e di nominare nei posti di governo i siciliani. Per far cessare lo Stato di anarchia che si dibatteva sull'Isola, il re Ferdinando inviò in Sicilia, come viceré, il suo secondogenito Giovanni, duca di Pegnafiel, che giungeva a Palermo il 6 aprile 1415. Il 2 aprile 1416 il re Ferdinando I veniva assassinato; gli succedeva in tutti i domini, anche in Sicilia, il figlio primogenito Alfonso V. Egli fu grande di animo, amante delle lettere e dei letterati. Emanò molte leggi utili. Per queste sue doti fu soprannominato il Magnanimo. Il 25 maggio 1416, nella sala del Parlamento del Castello Ursino, tutti i baroni e i prelati dell'Isola si riunirono per dichiarare la loro fedeltà al re Alfonso. Questi pose la sua residenza a Napoli e assunse il titolo di Alfonso I. Affidò il governo della Sicilia al Viceré . Il 31 maggio del 1421, su invito della cittadinanza catanese, il re Alfonso giungeva a Catania. Fece il suo ingresso dalla Porta di Aci, ricevuto dai senatori. A costoro dichiarava di riconfermare i passati privilegi. Dopo fece visita alla Cattedrale, per venerare le reliquie di S. Agata; quindi si recò al Castello Ursino. Vi dimorò per due giorni, sino al 2 giugno. Il 12 luglio 1432 ritornava a Catania, dopo 11 anni il re Alfonso, proveniente dalla Spagna, con una flotta di 16 galee. Appena giunto in città, andò a piedi alla Cattedrale, accompagnato dal viceré Adamo Asmundo. Ascoltò la S. Messa officiata dal vescovo Giovanni Pesce, monaco e nobile catanese.
Su istanza del viceré Adamo Asmundo, barone di Xirumi, veniva approvata dal Parlamento siciliano la erezione in Catania della Università. Il decreto venne firmato dal re Alfonso il 10 ottobre 1434. La esecuzione del decreto, per particolari contingenze storiche, potè avere luogo un decennio più tardi, quando pervenne il consenso pontificio di papa Eugenio IV, necessario, a quei tempi, per la istituzione di una Unversità. La bolla pontifìcia fu emanata il 18 aprile 1444; l'apertura ebbe luogo il 19 ottobre 1445. Quale modello ebbe quello di Bologna, con le facoltà di medicina e di giurisprudenza. Ebbe il titolo di Sìculorum gymnasium o Siciliae studium generale .
La sede venne aperta in un ampio edifìcio vicino le mura della città antica, tra la Naumachia e l'Ippodromo. Nel 1559 il Siculorum gymnasium si trasferì nel piano di sant'Agata. Nel 1684 l'Università ebbe la nuova sede nel piano del Mercato del Foro lunare (piano di la fera di lu luni), ove si trovava l'ospedale S. Marco. Nel terremoto del 1693 l'edificio veniva raso al suolo. tratto da “Catania - Le origini di Catania - Dal Quaternario al terremoto del 1693” Giovanni Merode e Vincenzo Pavone - Edizioni Greco CT - 1993
Durante una delle varie visite effettuate a Catania da re Alfonso venne discussa tra il monarca e il senato catanese la possibilità di costruire un molo, che servisse da riparo alle navi nel settore del cosiddetto porto vecchio. Nel 1440, durante una seduta del Parlamento, venne approvato il progetto e i lavori ebbero inizio l'11 agosto 1445. Il re Alfonso lodò l'ardua impresa e promise per la realizzazione della gigantesca opera la sua massima assistenza. Alla morte di re Alfonso , avvenuta il 27 giugno 1458, il regno di Aragona e Sicilia passò al fratello Giovanni, duca di Pegnafiel, mentre il regno di Napoli toccò al figlio naturale Ferdinando.
Il nuovo re, che assunse il titolo di Giovanni II (1458-1479) e che aveva sposato Bianca di Navarra, alla sua morte, avvenuta nel 1441, si era unito in seconde nozze con Giovanna Enriquez. La regina Giovanna, gelosa delle simpatie che circondavano il figliastro Carlo di Viana, cercò di farlo cadere in disgrazia del padre, costringendolo a rifugiarsi prima a Napoli e poi a Catania. I catanesi, notando che si presentava cortese, fornito di buoni studi e amante dei letterati, gli offrirono il regno di Sicilia. Giovanni II, temendo che il figlio Carlo fosse acclamato re, finse di accoglierlo nella sua grazia. Ma poco dopo il principe Carlo morì in Catalogna il 15 settembre 1461. Si chiedevano al popolo nuove imposizioni, allo scopo di costruire, con il denaro che si ricavava, le necessarie fortificazioni lungo le coste, per fronteggiare le minacce turche. Il viceré Giovanni Cordova di Prades, non ottenendo nella seduta parlamentare il consenso di alcune città siciliane per la imposizione di nuove tasse, era costretto a dimettersi alla fine del 1478. tratto da “Catania - Le origini di Catania - Dal Quaternario al terremoto del 1693” Giovanni Merode e Vincenzo Pavone - Edizioni Greco CT - 1993
LE GIUDECCHE – I QUARTIERI EBRAICI CATANESI Gli ebrei a Catania, la cui presenza risale al III secolo, vivevano in due quartieri, chiamati Giudecca Inferiore e Giudecca Superiore. La “Giudecca Inferiore” o “Judeca Suttana”, era abitata da artigiani e operai, e si estendeva a ridosso della periferia sud della città, vicino alla Pescheria, l’attuale mercato del pesce, comprendendo anche la via Gisira, che prese il nome dalla vecchia tassa pagata dagli ebrei per mantenere la loro libertà di culto, la “Jizia”. Il quartiere era ricco di attività commerciali, macellerie e concerie, che sfruttavano le acque del fiume Amenano che, per questo motivo, fu chiamato “Judicello”. Oltre alla sinagoga, che si trovava nell’attuale vicolo degli Angeli, un cortile di via S. Anna, gli ebrei avevano un ospedale, un macello e un cimitero fuori le mura della città.
Nell’attuale piazza Dante Alighieri, nell’area chiamata “Piano della Cipriana”, vi era la “Giudecca Superiore” o “Judeca Suprana”, dove vi era un insediamento ebraico, già a partire dall’età romana. Questo quartiere si distingueva dalla Judeca Suttana perché era abitato dalle persone facoltose, medici e professionisti. Nel 1492 i giudei furono costretti ad abbandonare la città in seguito al “Decreto dell’Alhambra” del 1492, voluto da Ferdinando di Aragona e Isabella di Castiglia, che espulsero, dai territori della Corona di Spagna, gli ebrei non convertiti al Cristianesimo. I medici ebrei che praticavano a Catania, oltre che bravi e apprezzati, tanto da contribuire alla nascita della facoltà di medicina dell’università, rappresentavano la maggior parte dei medici della città e, la loro espulsione, creò un grosso vuoto nella medicina e nell’economia catanese, perché oltre alla loro professionalità, vennero a mancare i tributi versati da tutta la comunità. Gruppo COSI DI CATANIA Facebook
Il 20 febbraio 1492 Ferdinando de Acugna, dal 1489 viceré di Sicilia, comunicava alla cittadinanza catanese la caduta di Granada, per cui quella giornata venne festeggiata con il suono di campane e bombarde. Il 31 marzo 1492 venne promulgato un editto, con cui si dava luogo alla espuslione di tutti gli Ebrei dai domini spagnoli. Il 18 giugno dello stesso anno l'editto venne promulgato da Palermo per tutta la Sicilia. Il viceré Acugna faceva conoscere agli Ebrei che se si convertivano al cattolicesimo, sarebbero rimasti, anzi avrebbero acquistato i diritti di cittadinanza come tutti i cristiani. La Deputazione e il Senato di Catania fecero erigere a quel tempo, dopo che gli Ebrei furono cacciati dalla città, una lapide, che venne murata nel palazzo senatorio, di cui si trascrive la traduzione in italiano: Dal Rossiglione conquistata Granada ed espulsi i Giudei, più splendidamente risorgo. Re Ferdinando e De Acugna reggente. Nel 1509 era Viceré di Sicilia Ugo Moncada. Durante il suo governo si manifestarono nel popolo siciliano dissensi e malumori, specialmente quanto venne effettuato il cambio della moneta.Poiché si stavano creando profonde spaccature tra il governo e il popolo, anche in seno alla classe nobiliare, fu indetta in Palermo la riunione del Parlamento. I catanesi inviarono quali propri rappresentanti il conte Pietro Cardona di Golisano e Federico Abbatelli di Cammarata. Costoro chiesero a Moncada le dimissioni da Viceré. Il Moncada, ritenendo illegittima la richiesta, rimase al suo posto e si appellò al Regio Consiglio e al Parlamento. Il primo gli fu favorevole; il secondo contrario. Il viceré, con un atto di forza, sciolse il Parlamento. La situazione politica interna in Sicilia continuò a presentarsi turbolenta per alcuni anni. Il 7 marzo 1516 il popolo di Palermo, esasperato, si sollevò, riuscendo a scacciare dal Palazzo reale il Moncada, che fu costretto a rifugiarsi a Messina. La rivolta era stata fomentata dai nobili, che avevano a loro servizio bande di criminali. Durante la rivolta, allo scopo di non sottostare al pagamento delle imposte, vennero distrutti molti archivi degli uffici fiscali. tratto da “Catania - Le origini di Catania - Dal Quaternario al terremoto del 1693” Giovanni Merode e Vincenzo Pavone - Edizioni Greco CT - 1993
Ciò spiega, proprio di fronte al
sacello di Sant'Agata, la presenza del
Regnando il grande Ferdinando, Re di Spagna e di Sicilia, Viceré di Sicilia Fernando Acuña, fu qui sepolto. Questo monumento di pietà gli è stato innalzato, con le lacrime agli occhi ,dalla sua cara sposa,Maria Avila. Egli di costume era Catone, di cuore Cesare. In lui splendette ogni genere di virtù. Abbi sempre dinanzi agli occhi questo esemplare di virtù così sarai approvato in cielo e in terra.Visse 40 anni. Morì il 2 dicembre dell'anno del Signore 1494. Questo è il sepolcro a splendido ricordo del Buon Don Fernando de Acuña Viceré, il quale servì tanto Dio e il suo Re, da esser degno di fama e gloria. Alla base del monumento un'altra epigrafe recita: Qui giace Don Fernando d'Acuña Viceré di Sicilia, castigliano per patria, figlio del Conte de Buèdia dell'illustre stirpe de Acuña.Di aspetto e di animo regale, cultore di ogni virtù e di lettere ,strenuo nelle armi. Lo piange la schiera degli onesti e dei dotti e quantunque il suo corpo giace sottoterra, la sua pia anima gode tuttavia la gloria dei beati . foto da http://www.flickriver.com/photos/hen-magonza/sets/72157622859898711/
Nel 1398 re Martino e la regina Maria, nel duomo di Palermo, presenti tutti i dignitari del Regno, cinsero la corona del regno. Maria alla fine di ottobre del 1398, nel Castello Ursino, diede alla luce Federico; questi nell'agosto del 1400 morì e venne sepolto nel duomo di Catania. Il 16 maggio del 1401 morì a Lentini anche Maria. Venne tumulata nel duomo di Catania.
Il 25 maggio 1416, il re Alfonso V d'Aragona, detto il Magnanimo, riunì nella sala dei Parlamenti del Castello Ursino di Catania un'importante assemblea composta da tutti i baroni e i prelati del Regno di Sicilia. L'incontro fu convocato affinché i feudatari e l'alto clero dell'isola prestassero il solenne giuramento di fedeltà al nuovo sovrano, salito al trono nell'aprile dello stesso anno dopo la morte del padre Ferdinando I. Questo evento diede inizio a un periodo in cui Catania operò come vera e propria capitale del regno fino al 30 agosto del 1416, ospitando gli ultimi grandi atti della vita politica reale della città.
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