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1282

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1516

 

 

 

 

 

Appena scoppiò la rivolta in Sicilia, la flotta aragonese era già a Palermo e l’occupazione della città da parte di Pietro dava così inizio alla dominazione degli Aragonesi in Sicilia (1282-1516), in quanto lo stesso Pietro era sposato con la figlia di Manfredi, Costanza che era nata proprio nella città etnea.

 

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LA MARCIA DI RE PIETRO I DI SICILIA

Quando gli Aragonesi vennero in Sicilia questi erano veramente poveri di mezzi e di uomini e le possibilità di sconfiggere la coalizione guidata dal Papato con le armi di Francia e dei Guelfi Italiani erano veramente nulle.

A Pietro d’Aragona però due cose non mancavano, la determinazione ed il coraggio e la capacità di mettersi alla guida di un popolo e condurlo alla vittoria.

Il “coraggio” (Antudo) è stato uno dei gridi di guerra del Vespro e quando Pietro d’Aragona venne in Sicilia trovò gli Angioini già in rotta con le clamorose vittorie di Palermo e Messina del 1282.

 

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“Cacciati i francesi, Pietro fra gli applausi entrò a Messina, dove ebbe a dedicarsi alla risoluzione delle questioni della provincia.  

“Era – scrive Bartolomeo da Neocastro – il 2 ottobre quando il Re fu accolto a Messina. Il 16 successivo andò a Catania, dove convocò immediatamente e gli si presentarono i sindaci del val di Noto. Egli parlò con ciascuno di loro, esortandoli ad avvertire tutta la Sicilia del suo arrivo e della sua presenza e che sotto la sua guida tutto il popolo di Sicilia si desse forza ed animo per sconfiggere e sterminare il nemico.”

Il Vespro è, anche, una festa.

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Fonti

- V. Amico, Catania Capitale a cura di Enzo Sipione, C. Tringale Editore

 

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A Pietro III successe, in Aragona, il suo primogenito Alfonso III d'Aragona, e in Sicilia il suo secondogenito Giacomo, che già nel 1287 dovette respingere, con l’aiuto dell’ammiraglio Ruggero di Lauria, le rinnovate pretese degli angioini che avanzavano verso Catania da terra e dal mare. Alla morte del fratello Alfonso III, Giacomo prese il suo posto e lasciò in Sicilia suo fratello Federico come vicario. Ma la politica di riavvicinamento, di accordi e di legami matrimoniali con la casa d’Angiò, caldeggiata anche da papa Niccolò IV, non piacque ai siciliani che il 15 gennaio 1296 si riunirono in parlamento a Catania ed elessero loro re il giovane Federico III che darà il via alla nascita di un regno del tutto indipendente.

Aragonesi e Angioini, alleati per l’occasione, attaccarono le difese siciliane che, anche grazie al tradimento di due catanesi, furono superate.

 

 

 

1169 - L'eruzione scoppiò violentissima nei primi giorni di febbraio. Nel cataclisma la parte orientale della cima dell'Etna, secondo il Falcando, sprofondò e le lave arrivarono fino al mare passando a ponente del Castello di Aci (Acicastello);

1285 - Secondo lo storico Niccolò Speciale fu preceduta da un violento terremoto; le lave uscite fuori dal lato orientale divise in molti rami circondarono l'eremo di S. Stefano e devastarono una grande estesa di campagne; lo studioso Recupero opina tra Dagala e Bongiardo;

1329 - Una parte della colata invase il territorio di Mascali mentre l'altra si spinse a nord di Acireale; una terza colata minacciò Catania;

1381 - Raggiunse Catania coprendo il Porto di Ognina e seppellendo il fiume omonimo. Originatasi tra Tremestieri Etneo, Gravina di Catania e Mascalucia a 450-350 metri di quota, estendendosi per oltre 8 km verso est;

1408 - Investì Pedara, Trecastagni e Viagrande;

1444 - Minacciò Catania.

 

Federico il Semplice lasciò il regno alla figlia minorenne Maria, nata dal matrimonio con Costanza, figlia del re Pietro IV d'Aragona, affiancata da quattro vicari: Artale Alagona, Guglielmo Peralta, Francesco Ventimiglia e Manfredi Chiaramonte. Artale Alagona scelse per la giovane regina Maria la residenza del castello Ursino di Catania, progettando di darla in sposa a Galeazzo Visconti, duca di Milano. Ma la fazione capeggiata dai Ventimiglia, baroni d’origine catalana, volevano che sposasse Martino figlio del duca di Monteblanc presunto erede del trono aragonese. Il rapimento di Maria portato a termine da Gugliemo Raimondo Moncada fece fallire i progetti del Gran Giustiziere del regno e permise il matrimonio della regina con Martino di Monteblanc. Re Martino, dopo la morte di Maria avvenuta nel 1402, sposò Bianca, erede del trono di Navarra, che scelse di stabilirsi a Catania assieme alla corte. Ma Martino morì a Cagliari nel 1409 all’età di 33 anni e a lui succedette il vecchio padre Martino duca di Monteblanc, che però sarebbe morto l’anno successivo.

 

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Catania fu la sede dell’incoronazione del re aragonese con il nome di Pietro I di Sicilia, ed acquistò una posizione di privilegio in quanto nel corso del XIV secolo venne scelta spesso come sede del parlamento e dimora della famiglia reale. Catania sarà capitale non solo del regno dell'isola ma anche di una porzione di territori del mediterraneo.

 

Il Regno di Sicilia e la Pace di Catania

di Vanessa Lo Iacono

  

Catania, 8 Novembre 1347: il tamburo del banditore annuncia per i vicoli della città etnea la Pace siglata tra Angioini e Aragonesi, accordo con il quale le due parti si impegnano a cessare le ostilità che dal 1282, anno del Vespro Siciliano, contrappongono in una guerra logorante e rovinosa il Popolo Siciliano e la Dinastia Aragonese da un lato, il papato e i sovrani di casa d’Angiò dall’altro.

Per i fabbri, i cestai, i pescatori e tutto il popolo che vive dentro le antiche mura della città medievale, le strida di chi annuncia la pace portano la fine della scomunica papale per i siciliani, ma soprattutto la speranza di potere mangiare del pane senza dovere implorare l'elemosina del sovrano, e l'approdo di navi cariche di beni e mercanzie e non di soldati pronti all'ennesimo assedio.

Del Vespro Siciliano, evento storico scolpito a fuoco e fiamme nel cuore e nella memoria dei Siciliani, molti ricordano soprattutto lo scoppio, avvenuto quel celebre lunedì di Pasqua del 31 marzo 1282 quando nei pressi della chiesa del Santo Spirito di Palermo, come tramandato dalla tradizione storico-folklorica e da alcune fonti, la popolazione insorse contro i soldati angioini rei di aver molestato una donna. Ma il Vespro fu soltanto l'inizio di una serie di avvenimenti e scontri che sconvolsero ulteriormente una Sicilia già profondamente provata da quella crisi iniziata, nel 1250, con la morte dell'imperatore svevo e re dell'Isola Federico II Hohenstaufen.

Dopo i vani tentativi di ristabilire l'autorità imperiale da parte dei successori Manfredi e Corrado IV di Svevia, il primo caduto a Benevento nel 1266 e il secondo a Tagliacozzo appena due anni dopo, la cacciata degli angioini segna l'inizio della dominazione aragonese nell'Isola: l'incoronazione di Pietro III d'Aragona come re di Sicilia presso il Duomo di Palermo segna la separazione politica tra Sicilia e Regnum, da ora circoscritto all'Italia meridionale e alla Sardegna

Nel 1295, dopo i ripetuti attacchi angioini e l'accanita resistenza del popolo siciliano, l'abilità diplomatica di papa Bonifacio VIII porta alla stipula del trattato di Anagni con il quale l'erede di Pietro III, Giacomo II d'Aragona, rinunzia al titolo di re di Sicilia in cambio dell'investitura a re di Sardegna e Corsica.

I Siciliani reagiscono con determinazione alle disposizioni del Trattato di Anagni, richiedendo a gran voce la Corona di Sicilia per Federico, fratello minore di Giacomo II e solidale con i nobili catalani rimasti nell’isola e con gli umori della popolazione, profondamente avversa ad un ritorno degli Angioini.

Così il 15 Gennaio del 1296 il Parlamento di Catania, riunitosi al Castello Ursino, proclama all’unanimità Federico “Rex Trinacriae”. Federico assume intenzionalmente il titolo di Federico III Rex Siciliae, Ducatus Apuliae ac Principatus Capuae, a sottolineare la continuità ideale e programmatica con Federico II di Hohenstaufen.

Sovrano affascinato dalle profezie circolanti negli ambienti laici e religiosi della penisola italiana, Federico III promuove l’idea della restaurazione di un potere imperiale di stampo universalistico e la separazione tra Impero e Chiesa nella conduzione della vita dei sudditi.

I decenni successivi, tra il 1296 e il 1337, risultano essere decisivi per il destino della Sicilia: non solo la capitale dell'Isola viene trasferita da Palermo a Catania, ma proprio la città ai piedi dell'Etna diventa sede stabile del Parlamento Siciliano, convocato una volta all'anno l'1 novembre, giorno di Ognissanti.

Il Parlamento di Catania e Federico III licenziano un Patto Costituzionale tra il popolo e il sovrano, un testo legislativo di cui è interessante riportare alcuni punti cardine, quali:

- Il re di Sicilia ed i suoi eredi assumono come loro primo compito difendere la Sicilia da qualsiasi nemico di qualunque ordine, grado e dignità ;

- Il re di Sicilia ed i suoi eredi devono sempre rimanere in Sicilia, rifiutando la concessione di altro regno o lo scambio del regno di Sicilia con altre offerte;

- Il re di Sicilia ed i suoi eredi non possono e non devono stringere alleanze, dichiarare guerra o concludere pace con chicchessia, compreso il Papa e la Chiesa di Roma, senza l’espresso consenso e la piena conoscenza dei Siciliani;

- Il re di Sicilia non è un monarca assoluto, ma governa il paese e ne decide i provvedimenti necessari al suo sviluppo insieme con il Parlamento.

Quando nel 1302, il fallimento della guerra dichiarata al nuovo sovrano dalla casa d’ Angiò porta alla Pace di Caltabellotta, Federico III viene confermato “Re di Trinacria”, con la benedizione di Papa Bonifacio VIII e con la condizione di lasciare, alla sua morte, l’isola nelle mani di Carlo II d’Angiò.

Tuttavia nel 1337, morto Federico III, i patti di Caltabellotta non vengono rispettati: riesplode il conflitto tra Pietro e il Papato. Alla morte del sovrano aragonese è il figlio Ludovico che, sotto la tutela dello zio Giovanni, detentore del vicariato di Sicilia, conduce gli scontri contro i sovrani angioini, Roberto I d'Angiò prima e Giovanna I d'Angiò poi.

 

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Scontri che continuano fino al 1347 quando Catania, ancora una volta assoluta protagonista, vede i sovrani avversari riunirsi per stipulare un trattato di pace: l' 8 Novembre, presso il Castello Ursino, Giovanna I d’Angiò e il duca Giovanni d'Aragona firmano, sotto la supervisione di Papa Clemente IV, un accordo passato alla storia come la “Pace di Catania”, stando alla quale:

- Il Regno di Napoli ed il Regno di Trinacria costituiscono due entità politico-territoriali distinte e governate da due case regnanti che rifiutano vicendevoli rivendicazioni territoriali;

- La Santa Sede diventa beneficiaria di un tributo annuo di 3000 onze, versato come atto di fede e devozione alla figura del Sommo Pontefice. In cambio, sulla Sicilia, i suoi regnanti ed i suoi abitanti non graveranno interdetti o scomuniche di alcun genere;

- Nell’eventualità di guerre, gli Angioini e gli Aragonesi si impegnano ad aiutarsi vicendevolmente, mettendo a disposizione le rispettive flotte e contingenti militari.

Il 30 agosto del 1372, il trattato di Pace fra Napoli e la Sicilia assume un forma stabile e definitiva: Federico IV d’Aragona, venuto a mancare lo zio tutore, viene finalmente riconosciuto re di Sicilia con diritto di successione. Il lungo Vespro Siciliano volge infine al tramonto.

http://www.instoria.it/home/pace_catania.htm

 

 

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La guerra si concluse solo nel 1302 con la pace di Caltabellotta, nella quale sostanzialmente i contendenti si spartirono il bottino: agli Angiolini andava la parte continentale del regno di Sicilia e agli Aragonesi la parte insulare, ovvero la Sicilia. Di fatto con questa divisione nascevano due Regni separati, ma dato che sia gli angioini che gli aragonesi non rinunciarono mai a riunificare il vecchio regno, entrambi continuarono a chiamarsi regno di Sicilia, il che creava non poche difficoltà alla diplomazia Europea. Per evitare confusione, i due Regni vennero informalmente ribattezzati Regno di Napoli e Regno di Trinacria.

Nonostante la pace di Caltabellotta e di Catania, aragonesi ed angioini continuarono a combattere fino al 1443, quando Alfonso d'Aragona riuscì a sconfiggere gli Angiò ed entrare a Napoli riunificando il regno, anche se Napoli in Sicilia restano però regni separati con proprie istituzioni, leggi e monete.

 

 

Il Parlamento siciliano, composto da feudatari, sindaci delle città, dai conti e dai baroni, era presieduto e convocato dal re.

La funzione principale era la difesa dell'integrità della Sicilia, come valore massimo anche nei confronti dell'assolutismo del re, nell'interesse di tutti i siciliani. Il re, infatti, non poteva stringere accordi di qualunque natura (politica, militare o economica) né dichiarare guerre senza aver prima consultato ed ottenuto l'approvazione del Parlamento che, per costituzione, doveva essere convocato almeno una volta l'anno nel giorno di Tutti i Santi. Il Parlamento costituzionalmente aveva il compito di eleggere il re e di svolgere anche la funzione di organo garante del corretto svolgimento della giustizia ordinaria esercitata da giustizieri, giudici, notai e dagli altri ufficiali del regno.

 

 

 

- Si fa un gran parlare oggi di città,e non soltanto nel campo degli studiosi e degli artisti, ma anche nel popolo,ed è a questo che dedico le presenti annotazioni, di re e regine che da secoli dormono il sonno eterno tra le mura del https://www.mimmorapisarda.it/ursino/urs61.jpgmaggior tempio nostro;di quel re e di quelle regine che avendo eletto Catania capitale del regno di Sicilia e abitato il Castello Ursino quale reggia,morendo venivano sepolti nel Duomo, vicino ai resti di quella Agata da essi invocata nel pericolo e il cui nome, in guerra, associavano al nome della loro schiatta:<<Sant'Agata e Aragona!>>.

Mario Rapisardi, allorché le ceneri di Bellini vennero traslate da Parigi in patria, dettò per l'ingresso del Duomo la sonante iscrizione che tutti ricordano:<<Questa basilica ove giacciono dimenticate le ossa di tanti re,diverrà da questo giorno famosa per la tomba di Vincenzo Bellini >>.Ma la Patria, pur inchinandosi riverente e commossa al sepolcro del divino musicista, non può ignorare quelli di coloro che delle fortunose vicende del lontano e corrusco '300 furono le più alte potestà civili;e le vie del Destino appaiono infinite se oggi,improvvisamente, i fantasmi di quelle figure storiche riaffiorano, a ricordo,se non altro, e a monito.

Però si fanno grosse confusioni, pare,tra questi principi dai nomi esotici,tra date ed eventi. Di nomi,per esempio, come Federico e Costanza,il Medioevo siciliano è ricco;avviene perciò tra i meno provveduti che il numero d'ordine secondo cui, dinasticamente, un principe deve distinguersi dall'altro, genera invece confusione. Tale è il caso di Federico II di Svevia imperatore, sepolto nella cattedrale di Palermo, e di Federico II d'Aragona, re di Sicilia o,per essere più ligi alla storia, re di Trinacria, come venne proclamato dal parlamento adunato a Catania nel gennaio 1296.

Eran tempi di ferro,di fuoco e di sangue, quelli che seguirono i Vespri. I Siciliani, riconoscendo di essere immaturi per governarsi da sé, offrirono la corona dell'Isola a re Pietro III d'Aragona, sposo di Costanza figlia dell'infelice Manfredi, e morto lui l'anno 1285,al primogenito Giacomo anteposero il fratello Federico, proclamandolo, come ho detto, re di Trinacria. Sono dunque di costui i resti raccolti assieme a quelli di altri cinque principi e chiusi nel sarcofago romano testè venuto alla luce. Federico II regnò dal 1296 al 1337 e fu sposo di Eleonora d'Angiò, sepolta nella chiesa di San Francesco d'Assisi. A lui succedette il figlio Pietro II, che sposò una Elisabetta di Boemia e morì il 15 agosto 1342,lasciando la corona al figlio Ludovico, lo stesso i cui resti sono racchiusi nel sarcofago suddetto.

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Tempi tremendi e crudeli. La Sicilia era divisa in due campi spietatamente avversi :La fazione latina, che voleva un governo di siciliani e che contava tra i suoi adepti i Chiaramonte, i Ventimiglia, i Montaperti, i Lancia,i Rosso,i Tagliavia; la fazione catalana, che sosteneva i re aragonesi e si fregiava dei nomi degli Alagona, dei Calcerando, dei Moncada,dei Peralta, dei Valguarnera, tutte famiglie di origine spagnola. Di questa seconda fazione, Blasco Alagona prima e il figlio Artale poi,ne erano i capi;essi,data la minore età di Ludovico e,morto questo, di Federico III e della di costui figlia Maria, re per grazia di Dio,erano i veri re.

I principi, dunque, sepolti nel sarcofago romano sono sei:

re Federico III morto a Paternò nel giugno 1337;

un suo figliolo di nome Giovanni;

re Ludovico figlio di Pietro II cioè nipote di Federico ,morto nel dicembre del 1355;

Maria, figlia di Federico III e di Costanza d'Aragona (La regina del sarcofago cristiano) e moglie di Martino I;

quinto della serie, un Federico, nato da Martino e da Maria.

I resti del 6*personaggio sono di un giovinetto storicamente non identificato.

Per la storia, Pietro II venne seppellito nella cattedrale di Palermo, nello stesso avello di Federico II di Svevia (chi sa perché, poi!),e Federico III, dettò dai coevi il Semplice, a Messina, dove morì,probabilmente in quella cattedrale, l'anno 1377.

L' altro sepolcro è quello di Costanza, figlia di Pietro IV re d'Aragona e moglie di Federico III il Semplice.

Di questo sepolcro e di questa regina avrò occasione di riparlarne.

Il sarcofago con i resti dei sei principi venne aperto il 3 ottobre 1958 .

(Saverio Fiducia da "Passeggiate sentimentali ")

 

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L'ammiraglio ARTALE ALAGONA, terrore degli Angioini.

Diverse furono le imprese militari compiute da Artale: nel 1356 il governatore di Messina, Niccolò Cesareo, nemico di Enrico Rosso conte di Cerami, uno dei signori "latini" avversi agli aragonesi, chiamò l'Alagona per combattervi contro. Ma a seguito del tradimento ordito dal Cesareo, quest'ultimo richiese rinforzi a Ludovico d'Angiò, che inviò il maresciallo Acciaiuoli. Le truppe, assistite dal mare da ben cinque galee angioine saccheggiarono nuovamente il territorio di Aci, assediando il castello. Proseguirono in direzione di Catania cingendola d'assedio. Artale uscì con la flotta ed affrontò le galere angioine, affondandone due, requisendone una terza, e mettendo in fuga le truppe nemiche. La battaglia navale, che si svolse fra la borgata marinara di Ognina ed il Castello di Aci, fu detta «Lo scacco di Ognina.

 Artale I assunse la carica di tutore di Maria di Sicilia, figlia di Federico, morto nel 1377 ed inoltre acquisì vasti possedimenti, specie a Catania: Salemi nel 1360, Francavilla, Paternò, Mineo e Motta Sant'Anastasia nel 1365, Aci e Calatabiano nel 1382, la contea di Agosta nel 1384 e il castello di Mongialino nel 1386[4]. Gli Alagona erano fortemente interessati a che Maria si unisse in sposa al duca di Milano Giangaleazzo Visconti, ma molto tenace era l'opposizione di alcuni baroni (fra cui i Palizzi ed i Moncada), che preferivano la corte catalana.

 Artale morì nel febbraio del 1389, e prima di morire lasciò testamento in cui designava erede universale la figlia Maria, minore, sotto tutela dello zio Manfredi, fratello di Artale stesso.

 La potenza di Artale aveva probabilmente salvaguardato il Regno di Sicilia, dalle ingerenze della corte di Pietro IV d'Aragona, e solo con la sua scomparsa la fazione catalana in Sicilia ebbe via libera per organizzare le nozze di Maria di Sicilia con l'aragonese Martino.

 

 

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Lo Scacco di Ognina fu una battaglia navale combattuta al largo del Golfo di Catania, nei pressi di Aci Castello, nel 1356 fra angioini ed aragonesi.

Dopo la mancata ratifica della Pace di Catania da parte del Parlamento siciliano il Re di Sicilia Federico IV d'Aragona si trovò in una difficile posizione perché il regno era indebolito dai continui attacchi esterni degli angioini che erano riusciti a riconquistare parte dell'isola ed all'interno dai signori feudali della Sicilia che si opponevano con veemenza.

Nel 1357 il governatore di Messina, Niccolò Cesareo, in seguito a dissidi con Artale Alagona, richiese rinforzi a Ludovico d'Angiò, che inviò il maresciallo Acciaiuoli. Le truppe, assistite dal mare da ben cinque galee angioine saccheggiarono il territorio di Aci, assediando il castello. Proseguirono quindi in direzione di Catania cingendola d'assedio. Artale uscì con la flotta ed affrontò le galere angioine, affondandone due, requisendone una terza, e mettendo in fuga le truppe nemiche. La battaglia navale, che si svolse fra la borgata marinara catanese di Ognina ed il Castello di Aci, fu detta «Lo scacco di Ognina» e segnò una svolta definitiva a favore dei siciliani nella guerra del Vespro.

 

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RUGGERO DI LAURIA

 

 

Fu chiamato l’ammiraglio imbattibile per via delle sue  strabilianti vittorie, Manuel Josè Quintana, autore di “Vida de Roger de Lauria”, ci ha fornito il miglior ritratto del giovanissimo Ruggiero: “Nessun marinaio, nessun guerriero, lo superò mai nelle virtù militari e navali e nelle tante vittorie. Di statura piuttosto piccola, ma forte; di portamento grave ed equilibrato, dimostrò fin da giovanetto di essere destinato ad un avvenire pieno di dignità, di autorità e di gloria. Nelle manifestazioni competitive, nei tornei, nelle gare, nessuno poteva eguagliarlo e tantomeno superarlo nell’eleganza del suo comportamento, nella sua forza, nella sua destrezza”.

Non si sa se sia nato a Scalea in provincia di Cosenza oppure a Lauria, in Basilicata ma alla storia è rimasto come Ruggero di Lauria nato il 17 gennaio 1250 da  Riccardo Di Lauria  tenuto in tanta considerazione da Federico II  di Svevia da esser nominato viceré delle terre di Bari e Gran Giustiziere della Basiilcata,  e che aveva certamente fissato la sua dimora nel castello di Lauria che, come sostiene il Muntaner, doveva essere “il più cospicuo” dei ventiquattro castelli sottoposti al suo comando, e dove personaggi invisi a Federico sarebbero stai imprigionati.

La fedeltà di Riccardo agli Svevi è testimoniata anche dalla sua  morte nella battaglia di Benevento (1266), cadde combattendo al fianco di Manfredi  contro l’esercito di Carlo D’Angiò. La madre invece era di Donna Bella, nutrice di Costanza di Hohenstaufen figlia di Manfredi  e sorella di Guglielmo Amico, forse figli di Ruggiero Amico, politico ed anche  poeta della Scuola Siciliana. Della giovinezza di Ruggero di Lauria si sa poco, dopo la caduta degli Staufen, si rifugiò  in Aragona  dove era stato condotto da sua madre, la quale, già madre di latte di Costanza, l’aveva poi seguita con  per le nozze con Pietro III, come testimonia il Muntaner nella sua Cronaca: “Era Ruggiero di nobile lignaggio, sebbene appartenesse alla classe dei signori di Senera e sua madre donna Bella fosse donna molto discreta, buona ed onesta, di casa di madama Costanza, che accompagnò in Catalogna e che fino alla morte non abbandonò, come pure giammai abbandonò il figliolo Ruggiero, che educossi alla corte, dove giunse giovinetto”.

È armato cavaliere da don Pietro d’Aragona, così come lo è anche Corrado Lancia, che parteciperà a molte imprese insieme a Ruggiero e di cui diverrà, più tardi, due volte cognato (entrambi sposeranno l'uno la sorella dell'altro). Nel corso della sua turbolenta esistenza serve i  re d'Aragona Pietro III e Giacomo II (rispettivamente re di Sicilia coi nomi di Pietro I e Giacomo I) e il re di Sicilia Federico III, riportando numerose vittorie contro le flotte degli Angioini.

Nel  1282  viene nominato capo della flotta del regno aragonese di Sicilia, insorta contro gli Angioini durante i Vespri Siciliani. Nella prima delle cosiddette battaglie navali del golfo di Napoli (5 giugno 1284) si scontra con la flotta angioina comandata da Carlo II d'Angiò lo Zoppo che viene fatto prigioniero: il principe ereditario verrà poi liberato solo nel novembre del 1288.

Poi nel 1285 riporta una notevole vittoria contro gli angioini e i genovesi e nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1285 sconfigge Filippo III di Francia l'Ardito, che da due anni è in guerra contro la Corona d'Aragona, nella battaglia navale delle Formiche, presso Roses, in Catalogna. Vi sono diversi resoconti sulla battaglia ma tuti  concordano sul fatto che lo scontro avvenne di notte, il che era inconsueto per le battaglie navali medievali, ma andava bene a Lauria, che era specializzato nei combattimenti notturni. Egli mise due lanterne su ogni galera per far credere superiore il numero delle sue forze. Fuggirono da dieci a sedici galere genovesi, sotto il comando di John de Orrea, lasciando che quindici o venti galere francesi circa fossero catturate, affondate o bruciate.

Nel 1288 l'ammiraglio sconfigge definitivamente gli angioini, sebbene sia dotato solamente di quaranta navi contro le ottanta degli avversari; garantisce così la supremazia della flotta siculo-catalana nel Mediterraneo occidentale. Dopo la seconda vittoria, Ruggiero, senza l'autorizzazione del re e solo per avidità, vende una tregua al conte Roberto II d'Artois e al cardinale Gerardo Bianchi da Parma. I siciliani disapprovano questa tregua perché la ritengono inutile e dannosa; secondo loro, la vittoria, favorita dalla vacanza della Santa Sede, avrebbe scoraggiato definitivamente gli angioini da ulteriori rivendicazioni del loro territorio.

Eletto re di Sicilia nel 1296, Federico III toglie il fondo di Aci ed il relativo castello ai vescovi di Catania e lo concede all'ammiraglio come premio per le sue imprese militari. Però tra il giovane sovrano e Ruggiero si instaura subito un pessimo rapporto e, quando quest'ultimo passa dalla parte degli angioini, il re fa espugnare il castello (1297) entro il quale si sono asserragliati i ribelli. Per riuscire nell'impresa il re fa costruire una torre mobile in legno, chiamata cicogna, che è alta quanto la rupe lavica e che ha un ponte alla sommità per rendere agevole l’accesso al castello. In seguito Ruggiero si trincera a Castiglione di Sicilia, suo feudo e residenza estiva, dove viene assediato e quindi sconfitto. Ruggiero è arrestato, ma fugge da Palermo e abbandona la Sicilia. I suoi numerosi possedimenti in Sicilia, Calabria e Africa sono subito confiscati da parte di Federico III.

Il 4 luglio 1299, a capo di un'armata angioina composta di quaranta galee, rafforzata da altre trenta, inviate da Giacomo II appositamente dalla Catalogna per far fronte agli impegni presi con il papa Bonifacio VIII quattro anni prima nel Trattato di Anagni, sconfigge i siciliani nella battaglia di Capo d'Orlando. Nello scontro periscono e sono catturati più di seimila uomini e ventidue galee della flotta avversaria; nonostante ciò, Federico III riesce a sfuggire alla cattura. Si ritiene molto verosimilmente che la sua fuga sia stata agevolata da Giacomo e da Ruggiero di Lauria, ossia dagli stessi che fin ad allora sono stati suoi nemici in battaglia, per evidenti ragioni affettive del fratello e per la fedeltà riposta nei confronti di quest'ultimo da parte dell'ammiraglio lauriota.

Il 14 giugno 1300, nella battaglia di Ponza, Ruggiero sconfigge la flotta di Federico III, catturando il sovrano e Palmiero Abate. Il re riesce a fuggire, mentre Palmiero muore in prigionia. Il 31 agosto del 1302, con la pace di Caltabellotta che chiude la lunga guerra del Vespro, Ruggiero fa atto di sottomissione a Federico di Sicilia, che perciò gli rende i possedimenti confiscati.

Morì a Valencia il 17 genn. 1305 (l'iscrizione funeraria indica il 1304, ma è datata nello stile dell'Annunciazione); fu sepolto nel monastero di Santes Creus (presso Barcellona), come egli stesso aveva stabilito il 10 settembre 1291.

Ruggiero poté fregiarsi dei titoli di signore di Lauria, signore di Lagonegro (dal 1297), signore di Ravello, signore di Maratea, signore di Castelluccio, signore di Rotonda, signore di Papasidero, signore di Laino (dal 1301), ammiraglio del regno di Aragona e Sicilia, grande ammiraglio di Carlo II d'Angiò, nelle isole della Tunisia signore di Djerba (dal 1284) e signore di Kerkenna (carica conferitagli da papa Bonifacio VIII l'11 agosto 1295), poi signore di Castellammare (titolo assegnatogli da Carlo II il 22 febbraio 1301) e, infine, barone di Cocentaina.

IL suo nome è citato in diverse opere letterarie con alcune varianti linguistiche. In Italia, la variante più comune è Ruggero di Lauria ma, in taluni testi antichi, l'ammiraglio è ricordato anche in altro modo; come Ruggieri di Loria in Nova Cronica di Giovanni Villani (XIV secolo), Ruggieri de Loria o Ruggieri dell'Oria nel Decameron di Giovanni Boccaccio (XIV secolo). Gli scritti in lingua spagnola ce lo ricordano come Roger de Loria, quelli in lingua catalana come Roger de Lluria, gli aragonesi come Rocher de Lauria e gli inglesi come Roger de Lauria.

http://leonardopisani.blogspot.it/2015/01/17-gennaio-1250-nasce-ruggero-di-lauria.html

 

 

1381: L'ERUZIONE CHE RICOPRI' IL VECCHIO PORTO ULISSE DESCRITTO DA PLINIO E CHE CREO' L'ATTUALE LUNGOMARE

Simone da Lentini ci ha descritto l’eruzione del 5 agosto 1381 che produsse le cosiddette lave del crocifisso originatesi sotto Tremestieri etneo (Monti Arsi e frattura eruttiva nota come fossa del “cavòlo”). La lava corse tra Sant’Agata Li Battiati e Gravina e poi ancora tra il Fasano e Leucatia e quindi a Catania lungo l’area dove attualmente si sviluppa la circonvallazione, distruggendo lungo il suo cammino tutti gli oliveti e arrivando in mare tra il Gaito ed il Rotolo; quest’ultimo generato dalle lave del 426-425 d.C.- colmando quell’insenatura conosciuta come il porto di Ulisse.

(www.cataniaperte.com)

 

 

 

Nonostante la pace di Caltabellotta e la Pace di Catania, aragonesi ed angioini continuarono a combattere fino al 1443, quando Alfonso d'Aragona riuscì a sconfiggere gli Angiò ed entrare a Napoli riunificando il regno, anche se Napoli in Sicilia restano però regni separati con proprie istituzioni, leggi e monete.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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