mimmorapisarda.it - storia di Catania - gli Svevi

https://www.mimmorapisarda.it/storia/bar/svevi.jpg

https://www.mimmorapisarda.it/STORIA/svevi.gif

 

 

 

 

Gli Svevi arrivarono a Catania sul finire del XII secolo, in seguito alla conquista del Regno di Sicilia da parte di Enrico VI di Svevia nel 1194. Enrico VI sposò Costanza d'Altavilla, l'ultima erede della dinastia normanna. Con questo matrimonio e la successiva discesa militare, la corona passò agli Hohenstaufen di Svevia.

 

 

 

https://www.mimmorapisarda.it/STORIA/stemmi/greci.gif

NORMANNI

https://www.mimmorapisarda.it/STORIA/alb7b.jpg

 

https://www.mimmorapisarda.it/storia/cappelli/greco.gif

https://www.mimmorapisarda.it/storia/alb7.jpg

 

https://www.mimmorapisarda.it/STORIA/stemmi/greci.gif

ANGIOINI

 

Il 16 novembre del 1189 moriva a trentasei anni, senza eredi, Guglielmo II, lasciando erede del Regno, per testamento, la zia Costanza, figlia postuma di Ruggero II. Costei aveva sposato Enrico VI Hohenstaufen (1189-1197), figlio dell'imperatore di Germania Federico I Barbarossa, il 27 gennaio 1186, a Milano. La succesione di Enrico VI, derivando da linea femminile, fu contestata da molti franchi-normanni; ciò scatenò una guerra civile.

Il gran cancelliere Matteo Aiello  riunì in Palermo i baroni e i pre¬lati del Regno. Nel gennaio 1190 elessero re di Sicilia Tancredi, figlio naturale di Ruggero, duca di Puglia (1114-1194). Nello stesso anno Tan¬credi si trasferì a Catania e nel 1191 accoglieva Riccardo Cuor di Leone di ritorno dalla terza crociata. Tancredi ricevette dal re inglese la spada di re Artù e le più ampie assicurazioni di appoggio nel caso in cui altri pretendenti al trono volessero spodestarlo. Riccardo dimorò in Catania tre giorni .

Nel 1191 Enrico VI lasciò la Germania e a Roma fu incoronato imperatore dal Papa Celestino III (1191-1198); subito dopo varcò i confini del regno normanno, per tentare di battere Tancredi. Riteneva di poter riuscire facilmente nell'impresa, ma andò incontro ad insuccessi, per cui preferì ritornare in Germania, ove dovette lottare contro correnti politiche avverse.

Purtroppo il 20 febbraio 1194 Tancredi moriva e gli succedeva il figlio Guglielmo III, sotto la tutela della madre Sibilla dei conti di Acerra. Nel maggio dello stesso anno veniva eletto re a Palermo.

I baroni pugliesi, approfittando dell'incertezza della situazione, resa ancora più precaria per la morte del cancelliere Matteo Aiello, incitarono Enrico VI di Svevia a scendere in Sicilia per la seconda volta. Varcando i confini del regno normanno, in breve tempo tutti i domini normanni caddero in potere di Enrico VI il quale, passato lo stretto, giunse a Messina, accolto con entusiasmo dalla popolazione.

Da Messina il sovrano inviò un forte corpo di milizie contro Catania, difesa da un presidio musulmano. Assaliti dalle truppe tedesche comandate dal gran siniscalco Marcovaldo Anweiler, la città resistette gagliar¬damente, ma alla fine dovette soccombere. Enrico VI, resosi padrone della Sicilia orientale, marciò su Palermo, dove giunse nel novembre del 1194. Il 25 dicembre dello stesso anno, nel duomo di Palermo ricevette la corona.

 

https://www.mimmorapisarda.it/storia/enricovi.gif

 

La regina Sibilla  era costretta a ruggire e a riparare nel castello di Caltabellotta, conducendo con sé il re Guglielmo III e tutti i baroni che erano rimasti fedeli alla casa normanna.

Per Enrico VI non era facile espugnare Caltabellotta, ben fornita di viveri e cinta da poderose fortificazioni; per cui ricorse al tradimento. Fece sapere alla regina Sibilla che, se avesse deposte le armi e la corona, avrebbe restituito a Guglielmo III la paterna contea di Lecce e il principato di Taranto.

La regina Sibilla, prestando fede alla parola del vincitore, si recò con il figlio Guglielmo III a Palermo, facendo atto di sottomissione e deponendo la corona. Era il 29 dicembre 1194. Poco tempo dopo Enrico VI, col pretesto di aver scoperto una congiura e di volere punire i colpevoli, sfogò ferocemente i suoi sanguinari istinti. Il re Guglielmo III fu accecato e inviato prigioniero in Germania nella fortezza dei Grigioni, ove moriva nel 1198 .

In questa seconda spedizione Enrico VI, per conquistare il trono di Sicilia, fu così spietato verso i sostenitori della dinastia dei Normanni a tal punto da suscitare sdegno e riprovazione da parte della stessa imperatrice Costanza, che vedeva le popolazioni della Sicilia oppresse o torturate, quando invece sotto la dinastia normanna erano state governate con molta saggezza.

Enrico VI conquistato il regno di Sicilia, nominò reggente del reame normanno la propria moglie Costanza d'Altavilla, cui mise a fianco due fidati consiglieri, Corrado di Urslinger, che fu creato vicario imperiale, e Corrado di Querfurt. Nel maggio 1195 ripassò lo stretto, ritornando in Germania, maledetto dai siciliani, che gli diedero il soprannome di "Ciclope".

Il regno di Enrico VI di Svevia fu breve ma orrendo per la sua efferata crudeltà. Ai siciliani si era reso odioso il nome dell'imperatore. Una congiura venne ordita per rovesciare il trono del re tedesco e porvi il nobile Giordano d'Altavilla, che aspirava a divenire re di Sicilia. Alla notizia Enrico VI inviò nel 1197 in Sicilia un corpo di spedizione al comando dell'arcivescovo di Magonza, che si macfchiò di incalcolabili eccidi, ma non riuscì a domare del tutto il seme della rivolta.

 

https://www.mimmorapisarda.it/2025/SVEVI.JPG

 

Il figlio di Barbarossa decise di ritornare in Sicilia. Piombò a Palermo, ove vennero rinnovate le crudeltà di alcuni anni prima, torturando, imprigionando e accecando molti ragguardevoli personaggi. Catturò Giordano, il pretendente al trono di Sicilia, e lo fece torturare e supplizi are ponendogli sul capo una corona rivestita di chiodi. Poi si avventò contro i paesi dell'Etna, trucidando le popolazioni e saccheggiando monumenti e chiese. Non rimase in piedi alcun paese dell'Etna finché le truppe tedesche non riuscirono a raggiungere le mura di Catania, ove si erano raccolti i fautori della dinastia normanna.

La città, inutilmente difesa dai suoi cittadini e dalle forze fedeli ai Normanni, venne espugnata dal gran siniscalco Malcovaldo Anweiler. Molti catanesi furono uccisi per le vie e nelle case. Nessuna pietà si ebbe per le donne e i bambini, né per le cose sacre. Molti nobili, che si erano rifugiati nel Duomo, furono uccisi; solo pochi di loro poterono salvarsi dall'eccidio riparando nella vicina città di Paterno. Il vescovo Ruggero De Oco fu accusato di congiura. Fatto prigioniero, venne deportato in Germania. La città fu alla fine abbandonata ad uno spaventevole saccheggio.

Sazio di sangue e di vendetta, l'imperatore ripercorse le contrade dell'Etna e si ritirò nell'abbazia di Maniace, dove per qualche mese ristabilì la sua corte, per riaffermare il principio dell'autorità imperiale. Proprio dall'abbazia di Maniace insieme alla sua corte alla fine di settembre si recava nei boschi dell'Etna per una battuta di caccia, che si concluse, a sera, con un luculliano banchetto.

Il giorno successivo l'imperatore fu colto dai primi sintomi di malessere. Prontamente soccorso, veniva portato a Messina, ma decedeva, all'età di 32 anni, il 28 settembre 1197. Il suo corpo fu tumulato nel duomo di Palermo.

Riguardo alla sua morte si opinò che durante la battuta di caccia aveva contratto una febbre malarica. Non mancarono le voci insistenti dei cronisti del tempo, che attribuirono il decesso a veleno propinatogli dalla moglie Costanza, che non aveva mai approvato la sua politica spietata e sanguinaria.

La moglie Costanza  scelse Messina come sedè del governo, ma la sua reggenza durò appena un anno. Moriva a Palermo il 27 novembre 1198; venne tumulata accanto al marito Enrico VI nel Duomo di Palermo.

L'imperatrice Costanza lasciava il figlio Federico, ancora bambino, che all'età di tre anni divenne re di Sicilia. L'incoronazione avveniva il 17 maggio 1198 con grande solennità nel Duomo di Palermo. Federico II di Svevia  e primo di Sicilia, che regnò dal 1198 al 1250, fu chiamato dagli storici del tempo stupor mundi, perché in lui confluirono e si armonizzarono tre lingue: il greco, il latino, il punico. Ma la lingua di corte restava il franco-normanno.

Nel 1207 la popolazione di Catania si ribellava alla forte autorità del vescovo Ruggero De Oco, che, scagionato, era ritornato in sede. La som¬mossa popolare mirava a conseguire l'autonomia e il completo esercizio degli usi civili sul demanio della città. I catanesi cacciarono il Vescovo e abbatterono l'insegna del dominio vescovile, che rappresentava S. Giorgio.

 tratto da “Catania - Le origini di Catania - Dal Quaternario al terremoto del 1693”

Giovanni Merode e Vincenzo Pavone - Edizioni Greco CT - 1993

 

https://www.mimmorapisarda.it/storia/bar/svevi.jpg

 

https://www.mimmorapisarda.it/STORIA/STUPOR.GIF

Gli Svevi, con la dinastia degli Hohenstaufen, presero il potere in Sicilia grazie ad matrimonio fra Costanza d'Altavilla, figlia di Ruggero II d'Altavilla con Enrico VI di Svevia, figlio di Federico Barbarossa. Morto il giovane Guglielmo III, ultimo re del regno di Sicilia e prigioniero in Germania, Enrico VI rivendicò l’Italia meridionale e la Sicilia. Nel 1194 e nel 1197 Catania, che aveva sostenuto Tancredi di Sicilia prima e poi osato ribellarsi agli Svevi, fu saccheggiata dalle truppe germaniche.

Alcune leggende raccontano di un rapporto poco felice con il grande Federico II e più in generale con gli Hohenstaufen. In realtà non c'è traccia di una rivolta a Catania, contro Federico II, avvenuta nel 1232. Catania,divenuta demaniale con la maggiore età di Federico, non fu più signoria del vescovo-conte ed ebbe in pratica la sede vescovile vacante fin dal 1221 (e tale rimarrà sostanzialmente fino al 1254) a causa del perenne contrasto fra l’autorità imperiale sveva e quella ecclesiastica del papato. (Cfr. Hans Niese, Il Vescovado di Catania e gli Hoenstaufen in Sicilia, ASSO XII, 1915, p. 74: “Probabilmente Federico nel 1221 oltre il dominio di Calatabiano revocò anche il terzo del dazio su Catania appartenente al vescovo e la custodia porti, fatti che si ripeterono nel 1267. Perché, lasciare la guardia del porto in mano ai feudatari, come dimostrò appunto l’esperienza, era pericoloso.”. Inoltre cfr. Kantorowicz, Federico II imperatore, Garzanti Ed., Milano 1988, p. 517 : "ancora il 10 ottobre 1239 Catania risulta tra le sedi vescovili vacanti")

Federico II fu universalmente chiamato “Stupor Mundi”, nacque a Jesi da Enrico VI Hohenstaufen di Svevia e Costanza D’Altavilla.

Fu incoronato re di Sicilia nel 1198, fu un sovrano illuminato, scienziato, poeta, filosofo e allo stesso tempo un principe dispotico, ovunque andasse destava stupore con il suo seguito stranamente composto d’elefanti, dromedari, linci e tantissimi altri animali esotici di cui amava circondarsi.

Si spense nel 1250 e fu sepolto nella cattedrale di Palermo, nella “sua Sicilia”, per suo espresso volere. Con lui finì il sogno imperiale siciliano.

Per volere di Federico II furono costruiti in tutto il suo regno una serie di castelli, particolarmente interessanti proprio per le forme prettamente geometriche volute dallo stesso regnante. In Sicilia essi costituiscono un insieme omogeneo e rappresentativo di edifici che nascono con uno scopo strategico e difensivo, specchio della società del tempo. Essi, infatti, furono destinati  ad una vita militare ma anche culturale che fu ricca e feconda ai tempi di Federico.

I castelli di Federico II nascono come cittadelle fortificate all’esterno  e luminose al loro interno, i più celebri in Sicilia sono: i castelli di Augusta e Milazzo con torri quadrilatere ed i castelli di Catania e di Siracusa con torri circolari.

 

https://www.mimmorapisarda.it/storia/bar/svevi.jpg

 

Nel 1208 Federico II prese le redini del governo della Sicilia. Uno dei suoi primi problemi fu quello di sconfiggere i banditi, che in maggioranza erano dei musulmani. Anche altri sudditi troppo potenti dovettero essere ricondotti all'ordine; così veniva restaurata l'autorità statale.

Nel febbraio del 1209 Federico II sposava Costanza d'Aragona, figlia di re Alfonso II, re d'Aragona, maggiore di lui di ben dieci anni. La sposa giunse a Palermo con 500 cavalieri provenzali capitanati da Alfonso, conte di Provenza, fratello della regina. Ma, scoppiata la peste a Palermo nell'estate del 1209, il re, la regina e la corte reale si trasferirono a Catania . Costanza dimorò per tredici anni in Catania dove morì il 23 giugno 1222 . Venne sepolta nella chiesa del Carmine in Catania; quattro anni dopo venne trasferita a Palermo e sepolta nel Duomo, ove attualmente si trova. Nel 1781 fu effettuata una ricognizione. Il corpo fu trovato decomposto; la corona fu tolta e conservata nel tesoro del Duomo.

I1 palazzo reale di Catania si trovava in via della Luminaria, accanto alla chiesa di S. Maria dell'Elemosina, nell'area attuale del palazzo del principe Paterno Castello di Biscari, in via Etnea 29.

 

https://www.mimmorapisarda.it/2026/gastro5.gif

https://www.mimmorapisarda.it/STORIA/FEDE87.JPG

Federico II intingeva la pasta nel miele. Tra XIII secolo e Palermo, tu pensi a spade e crociate. Invece lui, Federico II di Svevia (1194–1250), re di Sicilia e del Sacro Romano Impero, giocava con la pasta.

Parliamo di un ordine preciso: tra il 1220 e il 1240 volle la preparazione personale con sciroppo di zucchero e miele. Un ibrido dolce-salato, grano duro siciliano lucidato col “lusso” orientale. E qui arriva il bello. La Sicilia del Duecento era normanno-araba, e a corte convivevano cristiani, musulmani ed ebrei. Federico II, lo “Stupor Mundi”, ci stava dentro con la sua erudizione e la sua tolleranza.

Sul lato tecnico non era magia: dall’XI secolo gli arabi avevano già introdotto l’essiccazione della pasta lunga. Nelle fonti arabe, il geografo al-Idrisi nel 1154 la chiama “itriyya”. Così la pasta smette di essere roba fresca e fragile e diventa stabile: commerci, viaggi, Mediterraneo. E infatti in documenti siciliani del XII secolo si parla già di esportazioni di pasta secca.

 

Federico II nel 1212 lasciò la Sicilia e andò in Germania per fronteggiare la rivolta di Ottone di Brunswich. Fece ritorno otto anni dopo, nel 1220. Ordinò che gli ecclesiastici non dovessero interferire negli affari dello Stato. La giustizia penale spettava al sovrano; i ricorsi in appello dovevano essere rivolti alla Corte del Re. Vennero ribassate le dogane, il monopolio del sale, della seta, del grano.

Nel 1226 l'imperatore Federico II ritornava nella città etnea con la seconda moglie Iolanda di Brienne. Durante questo soggiorno lo Svevo ricevette gli inviati di papa Gregorio IX (1227-1241), che chiedevano frumento e viveri per la città di Roma, colpita da una grave carestia. Nel Duomo di Catania tenne il Parlamento. Si radunarono tutti i baroni del Regno per ottenere gli aiuti necessari per la guerra santa in Palestina.

Nel 1231 il Sovrano fu costretto, per motivi di una politica imperialista, ad affontare nuove spese per la guerra e ad imporre l'applicazione di forti imposte, specie sul commercio della seta. Per la sua rigorosa amministrazione scoppiò la rivolta a Messina, che subito dopo si estese in molte città della Sicilia al comando di Martino Bellomo.

Federico venne con un grosso esercito dal continente e con la forza delle armi sottomise alla sua obbedienza le città che si erano ribellate. I capi dei rivoltosi furono impiccati o portati al rogo.

 

https://www.mimmorapisarda.it/ursino/urs38.jpg

 

Catania si ostinò a resistere, ma lo stesso Federico II il 5 febbraio 1232 con la forza delle armi riuscì a prenderla d'assalto. Espugnata la città, il popolo, in preda al terrore, andò a rifugiarsi nel Duomo, mentre la città subiva incendi, devastazioni e saccheggi. I suoi monumenti e lo stesso Ginnasio non vennero risparmiati dalla distruzione.

L'imperatore decretò sentenza di morte per i capi della rivolta, tra i quali il clero, i magistrati, i giurati.  Costoro chiesero, come ultima grazia, prima di morire, di potere ascoltare la Messa sull'altare di S. Agata. Federico II volle assistere alla Messa e lo si vide uscire con le lagrime agli occhi, tanto da indursi, con atto di clemenza, a concedere la grazia ai condannati. Pare che la scritta a carattere d'oro che lesse nel libro delle preghiere Noli offendere Patriam Agathae quia ultrix iniuriarum est (non offendere la Patria di Agata perché è vendicatrice delle offese) lo abbia intimorito.

 Federico II, pur concedendo la grazia, volle ugualmente punire la popolazione catanese. Fece costruire nel centro della città una stretta e bassa porta in muratura; su di essa vennero appese due spade incrociate e si impose a tutti i cittadini di sfilare fra due schiere di soldati come atto di sottomissione e di obbedienza all'imperatore. Quella porta prese il nome di Porta di mezzo .

Il luogo dove sorge il santuario della Madonna delle Grazie, non era altro che la volta della Porta di mezzo fatta erigere da Federico II. Poco dopo venne eretta una icona in onore della Vergine Maria, chiamata Madonna della Vota. L'antica edicola venne più volte rifatta nei secoli. Nel 1848 venne posto un quadro della Madonna delle Grazie, opera del pittore sac. Antonio Gramignani. Venne restaurata nel 1892 dall'achitetto Carmelo Sciuto Patti con nuovo altare e con prospetto in marmo bianco di Carrara. Il 4 luglio 1926 venne murata una lapide dettata dal prof. Vincenzo Casagrande del seguente tenore: Nella fausta ricorrenza dell'VIII centenario della traslazione di S. Agata — il Popolo Catanese - con memore gratitudine - alla Santa Patrona liberatrice - in questo pietoso sacello - sacro alla Madonna delle Grazie - che ricorda da VII secoli - la liberazione dell'eccidio della città - ordinato da Federico II Imperatore - ma divinamente impedito - dal minaccioso comando della Vergine Cittadina - non offendere la Patria di Agata -per eternare nel marmo - il ricordo del patriottico avvenimento - questa lapide pose.

  tratto da “Catania - Le origini di Catania - Dal Quaternario al terremoto del 1693”

Giovanni Merode e Vincenzo Pavone - Edizioni Greco CT - 1993

 

 

https://www.mimmorapisarda.it/storia/viagaribaldi.gif

 

Il tentativo di fornire una immagine complessiva dell'amministrazione finanziaria nel Regnum Siciliae durante il regno di Federico II richiede innanzitutto una precisazione riguardo l'oggetto stesso dello studio, giacché l'espressione 'amministrazione finanziaria' riferita al periodo svevo, pur essendo ormai di uso comune nella storiografia, non solo italiana, risente dell'utilizzazione di schemi giuridici che attengono a uno stato moderno, quale quello di Federico II certamente non fu, pur essendone un'anticipazione: si dovrà pertanto cercare semplicemente di individuare beni, persone e il rapporto tra queste e quelli sempre sovrastato dall'alta figura dell'imperatore svevo.

https://www.treccani.it/enciclopedia/sicilia-regno-di-amministrazione-finanziaria_(Federiciana)/

 

https://www.mimmorapisarda.it/ursino/bar.jpg

 

Nel 1239 l'imperatore Federico II dichiarò demaniale la città di Catania, eliminando il dominio feudale dei Vescovi. Con questa legge imperiale veniva abbattuta l'insegna del dominio vescovile, rappresentata da San Giorgio .

 E il patrono della Gran Bretagna. Una epigrafe greca rinvenuta a Eraclea di Baccanea è datata nell'anno 368. Essa parla dei martiri dei santi Giorgio e compagni. Non tutti sono concordi sulla data di morte di S. Giorgio. Per alcuni sarebbe il 284; per altri il 249; per altri ancora il 303. Il culto a Catania fu portato dal generale bizantino Belisario nel 535, che affidò alla sua protezione la città di Catania. Una piccola chiesa dedicata a S.Giorgio, eretta sulle rovine del tempio di Iside, si trovava dove successivamente venne costruita la Cappella della Madonna nel Duomo. Nell'XI secolo i monaci basiliani del convento del SS. Salvatore di Messina donavano una parte del braccio di S. Giorgio, che si conserva nel Duomo di Catania.

  tratto da “Catania - Le origini di Catania - Dal Quaternario al terremoto del 1693”

Giovanni Merode e Vincenzo Pavone - Edizioni Greco CT - 1993

 

https://www.mimmorapisarda.it/STORIA/ursino1240.gif

 

 

Pacificata la Sicilia, Federico II decise di fare costruire altre fortezze nei punti strategici dell'interno delle città e altre vicino al mare. Era anche stanco delle continue rivolte del popolo catanese, nel 1232 giunse a Catania e per difendersi dall'orgoglio del popolo e ribadire l'autorità su una città difficile da domare, ordinò all'architetto Riccardo da Lentini di edificare il Castello Ursino. A Catania si scelse il luogo che presentava le stesse favorevoli condizioni stretegiche militari del Duomo. Nell'antica Rocca Saturnia fece costruire un immenso castello che venne denominato Ursino.

L'incarico della costruzione venne dato al celebre architetto militare dell'epoca: Riccardo da Lentini, che portò a compimento la grandiosa opera dal 1239 al 1250. La data di inizio della costruzione ebbe luogo il 17 novembre 1239.

 

https://www.mimmorapisarda.it/STORIA/lentini.gif

 

Fu denominato Ursino forse per onorarlo del nome di un casato degli Orsini, Ghibellini e cari a re Federico, scacciati da Roma per ira di parte. Alcuni storici ritengono con maggiore probabilità, che il nome derivi da una famiglia o signora Orsina, padrona di quei luoghi, ed ivi dimorante prima che vi sorgesse il Castello. Altri storici fanno rilevare che il nome deriva dal latino usare (bruciare), quasi a significare la deformazione dell'originario castellum sinus, cioè castello del golfo, donde nella forma dialettale casteddursinu, essendo tale la sua ubicazione .

L'imperatore raccomandò all’architetto la scelta del luogo dove costruire la rocca e la cava di pietra idonea a quella costruzione. Dispose inoltre di provvedere a cibi, vestiti e il necessario ai saraceni al servizio dell'esercito reale. Però gli ordina, in caso di problemi, anche di sospendere i lavori edili e i pagamenti, poiché i tesori dello stato erano volti ad altri più imponenti bisogni.

 

https://www.mimmorapisarda.it/storia/bar/svevi.jpg

 

 Lo storico Kantorowicz scrive (nell'opera citata in nota p.289), che "Durante gli ultimi decenni di regno, Federico si recò una sola volta in Sicilia, a reprimervi la rivolta di Messina (1223)". Nel 1239 Federico dà il via anche a Catania alla costruzione di una fortezza a difesa del porto che poi prese il nome di Castello Ursino; opera di fortificazione documentata dalle cosiddette lettere lodigiane di Federico II, che venne realizzata sotto la direzione del praepositus aedificiorum Riccardo da Lentini. Il castello, che fu iniziato quando già quelli di Augusta e Siracusa erano quasi ultimati, faceva parte di un più generale progetto di fortificazione dei punti strategici dell'intera costa ionica (Cfr. Federico e la Sicilia, dalla terra alla corona, a cura di Carmela Angela Di Stefano e Antonio Cadei, II Ed. Palermo 2000, p. 465 e ss.). I noti rapporti burrascosi fra il papato e Federico II fecero nascere diverse leggende tra le quali quella che vuole che il castello Ursino sia stato voluto da Federico per tenere a bada la popolazione. fonte wikipedia

__________

Contro le vessazioni fiscali di Riccardo di Montenegro, reggente della Sicilia per conto dello Svevo, ma soprattutto contro le nuove leggi di Federico che intendevano abolire il suo porto franco, imporre il monopolio statale della seta, e governare la città tramite suoi rappresentanti, Messina nel medesimo anno 1231 insorse. Il suo esempio venne seguito da Catania, Siracusa, Nicosia, Centuripe ed altre cittadine. Lo “stupor mundi” reagì con intelligenza e sicurezza, in maniera da prendere tempo. Finse all'inizio di essere accomodante, promise di ridurre le imposte, e giurò solennemente il perdono a tutti. Nel frattempo riorganizzava e consolidava il controllo del territorio siciliano tramite la rete dei suoi castelli disseminati nell'isola. Nell'aprile del 1232 con un forte esercito dalla Calabria sbarcò a Messina ed occupò la città.

 Riuniti i cittadini più rappresentativi nella Cattedrale rinnovò ancora una volta promesse di perdono e di riduzione delle tasse, ma anche questa era solo una mossa strategica. Pochi giorni dopo, infatti, rimangiandosi la sua parola catturò i capi della rivolta, Martino Malla e Matteo Belloni insieme ai loro complici, e li bruciò vivi nella pubblica piazza, come eretici: in quel momento ribellarsi all'imperatore gli sembrava un delitto equiparabile alla ribellione contro il Papa e la Chiesa. Ugualmente soffocò le rivolte delle altre città che avevano seguito l'esempio di Messina, in primo luogo Catania e Siracusa. Nella città etnea, dopo aver deciso di risparmiare abitanti ed edifici - secondo la tradizione su ammonimento della Santa Patrona S. Agata - dotò l'ingresso della Cattedrale normanna di un portale recante figure e simboli che servissero di monito alla città (attualmente nella Chiesa di S. Agata al Carcere).

http://digilander.libero.it/cataniacultura/139-federico-rivolte.htm

 

https://www.mimmorapisarda.it/STORIA/ursino1239.gif

Il Castello Ursino fu costruito nel 1239 da Federico II direttamente su un promontorio affacciato sul mare. Mura in pietrame lavico spesse 2,50 metri, progettate da Riccardo da Lentini. Una fortezza costiera dove il mare era parte del progetto, parte della difesa. Per quattro secoli, il Castello Ursino rimase lì, a picco sull'acqua.

Poi arrivò l'11 marzo 1669. L'Etna scese verso il mare, attraversò campagne, distrusse casali, sfondò le mura di Catania a nord-ovest, quelle del Monastero di San Nicolò l'Arena. Il bastione di San Giorgio, che proteggeva il castello sul lato sud, fu travolto e demolito dalla lava. La colata dell'Etna del 1669 creò un delta lavico largo 1.500 metri e spostò la costa di 800 metri. Ma il castello restò in piedi.

Oggi il castello è nel centro di Catania, a quasi un chilometro dal mare, su suolo che prima della colata era mare. Non è cambiato il castello, è cambiata la Sicilia intorno a lui.  (dal web)

 

https://www.mimmorapisarda.it/ursino/bar.jpg

 

https://www.mimmorapisarda.it/ursino/urs23.jpg

 

Federico II di Svevia era giunto in Sicilia per assoggettarla. Molte città si ammutinarono e Catania fu tra queste. Federico II furente ne ordinò la distruzione, ma i catanesi ottennero che, prima dell'esecuzione di quello sterminio, in cattedrale venisse celebrata l'ultima messa, alla quale presenziò lo stesso Federico II. Fu durante quella funzione che il re svevo, sulle pagine del suo breviario, lesse una frase, comparsa miracolosamente, che gli suonò come un pericoloso avvertimento: Noli offendere Patriam Agathae quia ultrix iniuriarum est.

Immediatamente abbandonò il progetto di distruzione, revocò l'editto e si accontentò soltanto che il popolo passasse sotto due spade incrociate, pendenti da un arco eretto in mezzo alla città. A Federico bastò un atto di sottomissione e lasciò incolumi i cittadini e Catania, salvata per l'intercessione della Madonna delle Grazie e di Sant'Agata.

La città ricorda questo evento con un bassorilievo di marmo che si trova oggi all'ingresso del Palazzo comunale e raffigura Agata, seduta su un trono come una vera regina, che calpesta il volto barbuto di Federico II di Svevia.

L’attuale cappelletta di S. Maria delle Grazie a Catania (ononima via, in Catania), fu costruita sui ruderi di quella che Federico volle costruire per rispetto alla Madonna delle Grazie per celebrare il suddetto evento (siamo a pochi passi dal suo Castello Ursino).

Federico II, pur concedendo la grazia, volle ugualmente punire la popolazione catanese. Fece costruire nel centro della città una stretta e bassa porta in muratura; su di essa vennero appese due spade incrociate e si impose a tutti i cittadini di sfilare fra due schiere di soldati come atto di sottomissione e di obbedienza all'imperatore. Quella porta prese il nome di Porta di mezzo .

 

https://www.mimmorapisarda.it/storia/nopaquie.gif

 

Il luogo dove sorge il santuario della Madonna delle Grazie, non era altro che la volta della Porta di mezzo fatta erigere da Federico II. Poco dopo fece erigere un'icona in onore della Vergine Maria, chiamata Madonna della Vota.

L'antica edicola venne più volte rifatta nei secoli. Nel 1848 venne posto un quadro della Madonna delle Grazie, opera del pittore sac. Antonio Gramignani. Venne restaurata nel 1892 dall'achitetto Carmelo Sciuto Patti con nuovo altare e con prospetto in marmo bianco di Carrara. Il 4 luglio 1926 venne murata una lapide dettata dal prof. Vincenzo Casagrande del seguente tenore: Nella fausta ricorrenza dell'VIII centenario della traslazione di S. Agata — il Popolo Catanese - con memore gratitudine - alla Santa Patrona liberatrice - in questo pietoso sacello - sacro alla Madonna delle Grazie - che ricorda da VII secoli - la liberazione dell'eccidio della città - ordinato da Federico II Imperatore - ma divinamente impedito - dal minaccioso comando della Vergine Cittadina - non offendere la Patria di Agata -per eternare nel marmo - il ricordo del patriottico avvenimento - questa lapide pose.

 

da "Catania - Dal Quaternario al terremoto del 1693" - Giovanni Merode e Vincenzo Pavone - Edizioni Greco CT - 1993

 

https://www.mimmorapisarda.it/ursino/bar.jpg

 

Nel 1240 Federico II venne per l'ultima volta a visitare la Sicilia. Era accompagnato dalla sua quinta moglie Isabella di Baviera. Visitò la città di Catania e i lavori della costruzione del Castello Ursino. Lasciando la Sicilia affidò la reggenza al figlio Enrico, ancora fanciullo, sotto la tutela dell'arcivescovo di Palermo.

Federico II  trascorse gli ultimi mesi della sua vita in uno dei suoi castelli in Puglia. La sua morte avvenne nel Castello Ferentino, in provincia di Foggia, il 13 dicembre 1250. Aveva 56 anni. La salma, per ordine del figlio Manfredi, venne traslocata per via mare in Sicilia e sepolta nella Cattedrale di Palermo, accanto al padre Enrico VI e alla madre Costanza d'Altavilla. Aveva lottato contro la teocrazia papale e con lui fu sepolta per sempre la potenza imperiale in Italia.

Per testamento Federico II lasciava il regno di Sicilia al figlio Corrado IV (1250-1254). Un diffìcile compito attendeva il giovane successore, che diede la luogotenenza del Regno siciliano al fratellastro Manfredi. Questi, giovane, bello, leggiadro, prode, cavalleresco, conoscitore come il padre di varie lingue, versato per le scienze, amico dei dotti, raccolse la stima della popolazione siciliana.

La morte dell'imperatore segnò l'inizio di un lungo periodo di declino per la Sicilia. Si rinnovarono le lotte di successione al trono siciliano alla morte di Corrado IV, deceduto nel 1254. Intanto Manfredi  per desiderio del popolo siciliano, 1*11 agosto 1258 convocò a Palermo una dieta, alla quale si fece conferire il titolo di re di Sicilia. Non era designato dal Papa, ma regnava per diritto ereditario e per elezione baronale.

Nella sede pontifìcia, alla morte di papa Urbano IV, il 25 febbraio del 1265 veniva eletto Clemente IV. Questi, seguendo la politica filo-francese del suo predecessore, offrì la corona del regno di Sicilia a Carlo d'Angiò, fratello del re di Francia Luigi IX. Questi accettò l'offerta e, con un grosso esercito scese in Italia. A Roma, il 24 maggio dello stesso anno veniva investito in S. Pietro del titolo di re di Sicilia.

 

https://www.mimmorapisarda.it/STORIA/ursino1.gif

 

Da Roma Carlo d'Angiò scese rapidamente verso l'Italia meridionale. Allo spregiudicato pragmatismo di Carlo d'Angiò, Manfredi di Svevia tentò di opporre il suo spirito cavalleresco. La partita fu decisa nella battaglia che si svolse il 26 febbraio presso il fiume Calore, a nord di Be¬nevento; di conseguenza Manfredi giocò la carta dell'eroismo personale e si gettò nella mischia; fu ucciso in combattimento come tanti altri suoi fedelissimi .

Divenne erede il giovanissimo Corradino di Svevia, all'età di 14 anni, che presentò la candidatura al trono imperiale e a quello siciliano nella dieta di Augusta (Germania) dell'ottobre 1266. Corradino, incoraggiato da molti esuli siciliani nel settembre del 1267 mosse dalla Germania con un esercito di circa 12 mila uomini, e scese in Italia per scacciare l'usurpatore Carlo d'Angiò. Purtroppo la spedizione di Corradino venne sbaragliata a Tagliacozzo, in uno dei passi di montagna dell'Abruzzo il 23 agosto 1268 .

Intanto in molte località della Sicilia scoppiavano insurrezioni, subito represse dal sanguinario Guglielmo D'Estaudard. Solo Augusta e Centu-ripe, tra il dicembre del 1269 e l'aprile del 1270, resistevano eroicamente. Il feroce capitano D'Estaudard riuscì, con tradimento, ad espugnare la città di Augusta, difesa da duecento cavalieri toscani e da mille cittadini armati. Ad Augusta non rimase persona viva. Anche Centuripe venne conquistata e il suo difensore, Corrado Caputo, si arrese agli Angioini. Venne subito accecato. Condotto a Catania, venne impiccato.

 tratto da “Catania - Le origini di Catania - Dal Quaternario al terremoto del 1693”

Giovanni Merode e Vincenzo Pavone - Edizioni Greco CT - 1993

 

https://www.mimmorapisarda.it/storia/torna.gif

 

Le fonti non dicono nulla su Catania e sui motivi della sua adesione al moto: se cioè fosse ispirata dal desiderio di maggiori libertà civili, contro i deliberati di Federico dell'anno precedente, o se, invece, rappresentasse il definitivo rifiuto del dominio episcopale. L'imperatore, durante la sua azione repressiva del  1233, risiedette anchhttps://www.mimmorapisarda.it/STORIA/CATANESI/SVEVO.JPGe a Catania, dove furono sicuramente presi dei provvedimenti, che, però, non sono riferiti dalle fonti.

Pure l'esilio dei capi della rivolta non appare del tutto confermato dalla documentazione, che si riduce a una lettera di risposta dello Svevo del febbraio 1240, inviata da Viterbo al giustiziere della Sicilia citra, con la quale si consente che alcuni catanesi dimoranti ad Augusta si rechino a Catania per riparare le proprie case e curare lehttps://www.mimmorapisarda.it/storia/pale5.jpg proprie vigne, con l'obbligo, però, del ritorno ad Augusta dopo la conclusione di tali affari. Non risultano particolari azioni punitive contro Catania, ma, dalla seconda metà degli anni Trenta, importanti iniziative per limitare sempre più le prerogative del vescovado e per inserire i catanesi nel rinnovato sistema politico-amministrativo del Regno, fino all'invio dei rappresentanti della città al parlamento di Foggia del 1240, che dimostra come Catania facesse ormai parte integrante del demanio. Tale avvenimento, in sé poco rilevante, giacché i delegati, lungi dal partecipare attivamente ai lavori, si limitavano a ricevere gli ordini imperiali, dovette sanzionare nell'immaginario dei cittadini il sorgere di un nuovo e promettente ciclo politico-sociale, con il definitivo abbattimento del dominio episcopale, celebrato nel 1241 nell'architrave della chiesa del Sacro Carcere mediante la figura di donna, simboleggiante Catania, che esprime riconoscenza a Federico per averla sottratta al suo feudatario.

La rinascita civile della città, che, per l'introduzione dei nuovi uffici amministrativi, vide il rafforzarsi di un ceto burocratico fornito di una profonda consapevolezza di sé, è poi attestata anche dalla costruzione di Castel Ursino, importante tassello del sistema difensivo fridericiano basato sull'edificazione contemporanea di numerose fortificazioni in Sicilia. Per il suo innalzamento gli universi homines Catanie parteciparono con una contribuzione di 200 onze, dimostrando, con ciò, una certa disponibilità di denaro, indizio di ripresa economica della città.

Il centro etneo rimase fedele agli Svevi, tanto da aderire nel 1267 alla sollevazione di Corrado Capece, suscitata per sostenere, contro Carlo d'Angiò, l'impresa di Corradino. Il fallimento della ribellione non ebbe, comunque, particolari effetti negativi per Catania, che, in epoca angioina, continuò ad ampliare la sfera delle competenze cittadine.

http://www.treccani.it/enciclopedia/catania_%28Federiciana%29/

 

https://www.mimmorapisarda.it/URSINO/TOMBAFEDERICO.JPG

https://www.mimmorapisarda.it/STORIA/elsa.jpg

 

 

https://www.mimmorapisarda.it/STORIA/manfredi.gifManfrédi re di Sicilia.

Figlio dell'imperatore Federico II e di Bianca Lancia.  Alla morte del padre (1250) divenne reggente per l'imperatore Corrado IV (1228-1254), suo fratellastro; nel 1258 scavalcò i diritti del nipote Corradino e si fece incoronare a Palermo.

Cercò di creare un sistema di alleanze contro il papato, ma nel 1263 Urbano IV offrì il regno degli Svevi a Carlo d'Angiò, che lo sconfisse e uccise a Benevento.

 

Dante lo colloca tra i contumaci dell'Antipurgatorio e ne fa il protagonista del Canto III della II Cantica. Dopo che Dante e Virgilio hanno incontrato le anime dei morti in contumacia sulla spiaggia del Purgatorio, una di queste si fa avanti e chiede al poeta se lo abbia mai visto. Dante lo osserva e lo descrive come un uomo bello, biondo e di aspetto nobile, con un ciglio diviso in due da una ferita. Dopo che Dante ha negato di conoscerlo, il penitente mostra una piaga sul suo petto e si presenta come Manfredi, nipote dell'imperatrice Costanza d'Altavilla; prega Dante di riferire la verità sul suo destino alla figlia Costanza, una volta tornato sulla Terra. Manfredi racconta che dopo essere stato colpito a morte nella battaglia di Benevento, si pentì dei suoi orribili peccati e chiese perdono a Dio, che gli concesse per questo la salvezza: se il vescovo di Cosenza, spinto da papa Clemente IV a dargli la caccia, si fosse reso conto di questo, il suo corpo sarebbe ancora sotto il mucchio di pietre presso il ponte dove fu sepolto, invece di essere stato disseppellito e trasportato a lume spento lungo il fiume Liri. È pur vero che chi muore dopo essere stato scomunicato dalla Chiesa, anche se si è pentito, deve attendere nell'Antipurgatorio un tempo trenta volte superiore a quello trascorso in vita in contumacia, a meno che i vivi non gli abbrevino questa attesa con le preghiere. Manfredi prega allora Dante di dire tutto questo alla figlia Costanza, perché la fanciulla sappia che lui non è dannato e preghi per la sua anima.

Dante, attraverso la figura di Manfredi, mostra con un esempio clamoroso e inatteso come la giustizia divina segua vie imperscrutabili e possa concedere la salvezza anche a un personaggio «scandaloso» come il re siciliano, morto di morte violenta dopo essere stato scomunicato e colpito da una violenta campagna diffamatoria della pubblicistica guelfa. Il suo caso si collega a quello, altrettanto sorprendente, di Catone l'Uticense custode del Purgatorio, nonché alla salvezza del poeta pagano Stazio e dell'imperatore Traiano che Dante incontrerà tra i beati del Paradiso.

http://divinacommedia.weebly.com/manfredi.html

 

L’ultimo Re Svevo in SiciliaCorradino di Svevia Affrontò la Morte con Fierezza, le Lacrime del Popolo e  L’Indifferenza Angioina

Corradino di Svevia (noto anche come Corrado II) è stato re di Sicilia dal 1254 al 1258 ed è stato l'ultimo sovrano legittimo della dinastia degli Hohenstaufen.

Nato a Landshut nel 1252, era figlio dell'imperatore Corrado IV e nipote del celebre Federico II di Svevia (Stupor Mundi).

Ereditò formalmente i titoli regali in tenera età alla morte del padre (1254), sotto la tutela di reggenti, ma il trono siciliano fu prima usurpato dallo zio Manfredi (1258) e poi conquistato da Carlo d'Angiò con il sostegno del papato.

Nel 1268, a soli sedici anni, scese in Italia nel tentativo disperato di riconquistare il Regno di Sicilia e contrastare gli Angioini, ma fu sconfitto nella celebre battaglia di Tagliacozzo e decapitato a Napoli per ordine di Carlo d'Angiò, segnando la fine del dominio svevo nell'Italia meridionale.

 

 

 

 

 

 

 

https://www.mimmorapisarda.it/STORIA/stemmi/greci.gif

NORMANNI

 

https://www.mimmorapisarda.it/STORIA/alb7b.jpg

 

https://www.mimmorapisarda.it/storia/torna.gif

https://www.mimmorapisarda.it/storia/alb7.jpg

https://www.mimmorapisarda.it/STORIA/stemmi/greci.gif

ANGIOINI

 

 

https://www.mimmorapisarda.it/STORIA/fondopagina/normanni.gif

 

Si precisa che qualsiasi materiale presente è stato pubblicato al solo scopo di raccontare la storia di Catania ed è riservato all'uso esclusivo di questo sito web. Ogni immagine e articolo sono corredati dalla rispettiva fonte di origine nel pieno rispetto del lavoro altrui. Qualora ciò dovesse comunque causare risentimento, vi prego cortesemente di contattarmi per provvedere immediatamente a rettificare eventuali imprecisioni od omissioni, oppure a rimuovere il file o il testo oggetto di contestazione.

Si avvisa che il tasto destro del mouse è disattivato. Se il sottoscritto è stato corretto, desidero che anche chi visita queste pagine sia altrettanto corretto, soprattutto chi copia i contenuti altrui senza citarli e spaccia per proprio il lavoro degli altri, oppure chi ritaglia le fonti dalle immagini per ripubblicarle altrove.

Pertanto, senza l'autorizzazione del titolare di questo sito web e in mancanza di citazioni, è vietata qualsiasi utilizzazione dei contenuti pubblicati, inclusa la memorizzazione, il ritaglio, la riproduzione o la diffusione degli stessi mediante qualunque piattaforma tecnologica. Grazie.

 mimmorapisarda@gmail.com