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Gli Svevi, con la dinastia degli
Hohenstaufen,
presero il potere in Sicilia grazie ad matrimonio fra Costanza d'Altavilla,
figlia di Ruggero II d'Altavilla con Enrico VI di Svevia, figlio di Federico
Barbarossa. Morto il giovane Guglielmo III, ultimo re del regno di Sicilia e
prigioniero in Germania, Enrico VI rivendicò l’Italia meridionale e la Sicilia.
Nel 1194
e nel 1197 Catania, che aveva sostenuto Tancredi di Sicilia prima e poi osato
ribellarsi agli Svevi, fu saccheggiata dalle truppe germaniche.
Alcune leggende raccontano di un rapporto
poco felice con il grande Federico
II e più in generale con gli
Hohenstaufen. In realtà non c'è traccia di una rivolta a Catania, contro
Federico II, avvenuta nel 1232. Catania,divenuta demaniale con la maggiore età
di Federico, non fu più signoria del vescovo-conte ed ebbe in pratica la sede
vescovile vacante fin dal 1221 (e tale rimarrà sostanzialmente fino al 1254) a
causa del perenne contrasto fra l’autorità imperiale sveva e quella
ecclesiastica del papato. (Cfr. Hans Niese, Il Vescovado di Catania e gli
Hoenstaufen in Sicilia, ASSO XII, 1915, p. 74: “Probabilmente Federico nel 1221
oltre il dominio di Calatabiano revocò anche il terzo del dazio su Catania
appartenente al vescovo e la custodia porti, fatti che si ripeterono nel 1267.
Perché, lasciare la guardia del porto in mano ai feudatari, come dimostrò
appunto l’esperienza, era pericoloso.”. Inoltre cfr. Kantorowicz, Federico II
imperatore, Garzanti Ed., Milano 1988, p. 517 : "ancora il 10 ottobre 1239
Catania risulta tra le sedi vescovili vacanti")
Federico II fu universalmente chiamato
“Stupor Mundi”, nacque a Jesi da
Enrico VI Hohenstaufen di Svevia e Costanza D’Altavilla.
Fu incoronato re di Sicilia nel 1198, fu un
sovrano illuminato, scienziato, poeta, filosofo e allo stesso tempo un principe
dispotico, ovunque andasse destava stupore con il suo seguito stranamente
composto d’elefanti, dromedari, linci e tantissimi altri animali esotici di cui
amava circondarsi.
Si spense nel 1250 e fu sepolto nella
cattedrale di Palermo, nella “sua Sicilia”, per suo espresso volere. Con lui
finì il sogno imperiale siciliano.
Per volere di Federico II furono costruiti in
tutto il suo regno una serie di castelli, particolarmente interessanti proprio
per le forme prettamente geometriche volute dallo stesso regnante. In Sicilia
essi costituiscono un insieme omogeneo e rappresentativo di edifici che nascono
con uno scopo strategico e difensivo, specchio della società del tempo. Essi,
infatti, furono destinati ad una vita militare ma anche culturale che fu ricca
e feconda ai tempi di Federico.
I castelli di Federico II nascono come
cittadelle fortificate all’esterno e luminose al loro interno, i più celebri in
Sicilia sono: i castelli di Augusta e Milazzo con torri quadrilatere ed i
castelli di Catania e di Siracusa con torri circolari.

Lo storico Kantorowicz scrive (nell'opera
citata in nota p.289), che "Durante gli ultimi decenni di regno, Federico si
recò una sola volta in Sicilia, a reprimervi la rivolta di Messina (1223)". Nel
1239 Federico
dà il via anche a Catania alla costruzione di una fortezza a difesa del porto
che poi prese il nome di Castello
Ursino; opera di fortificazione
documentata
dalle cosiddette lettere lodigiane di Federico II, che venne realizzata sotto la
direzione del praepositus aedificiorum Riccardo da Lentini. Il castello, che fu
iniziato quando già quelli di Augusta e Siracusa erano quasi ultimati, faceva
parte di un più generale progetto di fortificazione dei punti strategici
dell'intera costa ionica (Cfr. Federico e la Sicilia, dalla terra alla corona, a
cura di Carmela Angela Di Stefano e Antonio Cadei, II Ed. Palermo 2000, p. 465 e
ss.). I noti rapporti burrascosi fra il papato e Federico II fecero nascere
diverse leggende tra le quali quella che vuole che il castello Ursino sia stato
voluto da Federico per tenere a bada la popolazione.
fonte wikipedia
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Contro le vessazioni fiscali di
Riccardo di Montenegro, reggente
della Sicilia per conto dello Svevo, ma soprattutto contro le nuove leggi di
Federico che intendevano abolire il suo porto franco, imporre il monopolio
statale della seta, e governare la città tramite suoi rappresentanti, Messina
nel medesimo anno 1231 insorse. Il suo esempio venne seguito da Catania,
Siracusa, Nicosia, Centuripe ed altre cittadine. Lo “stupor mundi” reagì con
intelligenza e sicurezza, in maniera da prendere tempo. Finse all'inizio di
essere accomodante, promise di ridurre le imposte, e giurò solennemente il
perdono a tutti. Nel frattempo riorganizzava e consolidava il controllo del
territorio siciliano tramite la rete dei suoi castelli disseminati nell'isola.
Nell'aprile del 1232 con un forte esercito dalla Calabria sbarcò a Messina ed
occupò la città. Riuniti i cittadini più rappresentativi nella Cattedrale
rinnovò ancora una volta promesse di perdono e di riduzione delle tasse, ma
anche questa era solo una mossa strategica. Pochi giorni dopo, infatti,
rimangiandosi la sua parola catturò i capi della rivolta, Martino Malla e Matteo
Belloni insieme ai loro complici, e li bruciò vivi nella pubblica piazza, come
eretici: in quel momento ribellarsi all'imperatore gli sembrava un delitto
equiparabile alla ribellione contro il Papa e la Chiesa. Ugualmente soffocò le
rivolte delle altre città che avevano seguito l'esempio di Messina, in primo
luogo Catania e Siracusa. Nella città etnea, dopo aver deciso di risparmiare
abitanti ed edifici - secondo la tradizione su ammonimento della Santa Patrona
S. Agata - dotò l'ingresso della Cattedrale normanna di un portale recante
figure e simboli che servissero di monito alla città (attualmente nella Chiesa
di S. Agata al Carcere).
http://digilander.libero.it/cataniacultura/139-federico-rivolte.htm
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Nel 1231 Federico II di Svevia
era giunto in Sicilia per assoggettarla. Molte città si amm utinarono
e Catania fu tra queste. Federico II furente ne ordinò la
distruzione, ma i catanesi ottennero che, prima dell'esecuzione di
quello sterminio, in cattedrale venisse celebrata l'ultima messa,
alla quale presenziò lo stesso Federico II. Fu durante quella
funzione che il re svevo, sulle pagine del suo breviario, lesse una
frase, comparsa miracolosamente, che gli suonò come un pericoloso
avvertimento: Noli offendere Patriam Agathae quia ultrix iniuriarum
est.
Immediatamente abbandonò il
progetto di distruzione, revocò l'editto e si accontentò soltanto
che il popolo passasse sotto due spade incrociate, pendenti da un
arco eretto in mezzo alla città. A Federico bastò un atto di
sottomissione e lasciò incolumi i cittadini e Catania, salvata per
l'intercessione della Madonna delle Grazie e di Sant'Agata.
La città ricorda questo evento
con un bassorilievo di marmo che si trova oggi all'ingresso del
Palazzo comunale e raffigura Agata, seduta su un trono come una vera
regina, che calpesta il volto barbuto di Federico II di Svevia.
L’attuale cappelletta di S. Maria
delle Grazie a Catania (ononima via, in Catania), fu costruita sui
ruderi di quella che Federico volle costruire per rispetto alla
Madonna delle Grazie per celebrare il suddetto evento (siamo a pochi
passi dal suo Castello Ursino).
Federico II, pur concedendo la
grazia, volle ugualmente punire la popolazione catanese. Fece
costruire nel centro della città una stretta e bassa porta in
muratura; su di essa vennero appese due spade incrociate e si impose
a tutti i cittadini di sfilare fra due schiere di soldati come atto
di sottomissione e di obbedienza all'imperatore. Quella porta prese
il nome di Porta di mezzo .

Il luogo dove sorge il santuario
della Madonna delle Grazie, non era altro che la volta della Porta
di mezzo fatta erigere da Federico II. Poco dopo fece erigere
un'icona in onore della Vergine Maria, chiamata Madonna della Vota.

L'antica edicola venne più volte
rifatta nei secoli. Nel 1848 venne posto un quadro della Madonna
delle Grazie, opera del pittore sac. Antonio Gramignani. Venne
restaurata nel 1892 dall'achitetto Carmelo Sciuto Patti con nuovo
altare e con prospetto in marmo bianco di Carrara. Il 4 luglio 1926
venne murata una lapide dettata dal prof. Vincenzo Casagrande del
seguente tenore: Nella fausta ricorrenza dell'VIII centenario della
traslazione di S. Agata — il Popolo Catanese - con memore
gratitudine - alla Santa Patrona liberatrice - in questo pietoso
sacello - sacro alla Madonna delle Grazie - che ricorda da VII
secoli - la liberazione dell'eccidio della città - ordinato da
Federico II Imperatore - ma divinamente impedito - dal minaccioso
comando della Vergine Cittadina - non offendere la Patria di Agata
-per eternare nel marmo - il ricordo del patriottico avvenimento -
questa lapide pose.
da "Catania - Dal
Quaternario al terremoto del 1693" - Giovanni Merode e Vincenzo
Pavone - Edizioni Greco CT - 1993 |


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Manfrédi
re di Sicilia.
Figlio dell'imperatore
Federico II e di Bianca Lancia. Alla morte del padre (1250) divenne
reggente per l'imperatore Corrado IV (1228-1254), suo fratellastro;
nel 1258 scavalcò i diritti del nipote Corradino e si fece
incoronare a Palermo.
Cercò di creare un sistema di
alleanze contro il papato, ma nel 1263 Urbano IV offrì il regno
degli Svevi a Carlo d'Angiò, che lo sconfisse e uccise a Benevento.
Dante
lo colloca tra i contumaci dell'Antipurgatorio e ne fa il
protagonista del Canto
III della II Cantica.
Dopo che Dante e Virgilio hanno incontrato le anime dei morti in
contumacia sulla spiaggia del Purgatorio, una di queste si fa avanti
e chiede al poeta se lo abbia mai visto. Dante lo osserva e lo
descrive come un uomo bello, biondo e di aspetto nobile, con un
ciglio diviso in due da una ferita. Dopo che Dante ha negato di
conoscerlo, il penitente mostra una piaga sul suo petto e si
presenta come Manfredi, nipote dell'imperatrice Costanza d'Altavilla;
prega Dante di riferire la verità sul suo destino alla figlia
Costanza, una volta tornato sulla Terra. Manfredi racconta che dopo
essere stato colpito a morte nella battaglia di Benevento, si pentì
dei suoi orribili peccati e chiese perdono a Dio, che gli concesse
per questo la salvezza: se il vescovo di Cosenza, spinto da papa
Clemente IV a dargli la caccia, si fosse reso conto di questo, il
suo corpo sarebbe ancora sotto il mucchio di pietre presso il ponte
dove fu sepolto, invece di essere stato disseppellito e trasportato
a lume spento lungo il fiume Liri. È pur vero che chi muore dopo
essere stato scomunicato dalla Chiesa, anche se si è pentito, deve
attendere nell'Antipurgatorio un tempo trenta volte superiore a
quello trascorso in vita in contumacia, a meno che i vivi non gli
abbrevino questa attesa con le preghiere. Manfredi prega allora
Dante di dire tutto questo alla figlia Costanza, perché la fanciulla
sappia che lui non è dannato e preghi per la sua anima.
Dante, attraverso la figura di
Manfredi, mostra con un esempio clamoroso e inatteso come la
giustizia divina segua vie imperscrutabili e possa concedere la
salvezza anche a un personaggio «scandaloso» come il re siciliano,
morto di morte violenta dopo essere stato scomunicato e colpito da
una violenta campagna diffamatoria della pubblicistica guelfa. Il
suo caso si collega a quello, altrettanto sorprendente, di Catone l'Uticense
custode del Purgatorio, nonché alla salvezza del poeta pagano Stazio
e dell'imperatore Traiano che Dante incontrerà tra i beati del
Paradiso.
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