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Quale
miglior modo di iniziare un viaggio così affascinante se non quello di
affrontare subito di petto una leggenda.... anzi due.
I
Beatles e Paul Mc Cartney. Anzi dei Beatles e di William Campbell.....ehm
ma chi diavolo è William Campbell?
Semplice,
è uno scozzese che prese il posto di Mc Cartney nella line up dei
Beatles dopo che il mitico bassista perse la vita in un incidente la
notte del 9 novembre del 1966 alle 5 del mattino schiantandosi con la
sua Aston Martin e finendo completamente sfigurato.
Possibile?
Probabile?... mah..
I
Beatles anticipavano, sempre. E diventavano una sorta di
"magico" paradigma. I Beatles, per qualche strano incantesimo,
vivevano in una dimensione parallela alla nostra, ma che, per qualche
errore (o scelta divina?) di sincronizzazione, scorreva qualche minuto
prima. E fu quando, nel 1969, apparve sulla scena la cupa leggenda della
supposta morte di Paul McCartney (un insolito e indubbiamente risibile
fatto di cronaca ingigantito dai media dell'epoca, perché tutto ciò
che riguardava i Beatles faceva notizia, era copie vendute, e programmi
televisivi divorati dal pubblico) che il mondo avrebbe dovuto intuire
l'inevitabile. Dietro l'angolo, al giro di boa del decennio
dell'Ottimismo, c'era la Fine del Sogno. Non più l'irruenza
"salvifica" delle novità, superficiali ma stimolanti, del
recente passato: la minigonna, la musica pop, la macchina e il motorino
a portata di portafoglio, il pacifismo un po' inebetito dai fumi della
marijuana dei "figli dei fiori".
Le
voci della morte di Paul Mc Cartney cominciano a rincorrersi nel mondo
dopo che nella notte del 12 settembre del 1969 Russ Gibbs, disc-Jockey
della radio WKNR di Detroit, ricevette una chiamata telefonica da un
ascoltatore, tale H. Tom Alfred, che si dice certo del decesso e della
conseguente sostituzione di McCartney all'interno del gruppo. Il tizio
suggerì al dj e al pubblico che stava ascoltando in diretta di provare
a "seguire" alcune canzoni dei Beatles con accuratezza.
All'interno di esse - questa era la tesi eccentrica che il supposto fan
avanzava - erano sepolti indizi che portavano ad un'inquietante
conclusione: Paul McCartney, uno dei leader del celebre gruppo musicale,
era morto. Gibbs decide di stare al gioco e gli chiede ulteriori
informazioni mandando tutta la telefonata in diretta. Un resoconto di
indizi ricavati dalle copertine di Sgt. Peppers, Magical Mystery Tour e
altri strani indizi musicali contenuti nei succitati LP e nel White
Album sembrano confermare la testi di Alfred.
Non
passò molto tempo prima che la stampa riprendesse un motivo che,
sebbene a tutti gli effetti assurdo, poteva contare su alcune
"pezze di appoggio". La spiegazione dell'arcano mistero stava
non solo in alcune canzoni, ma in alcune fotografie e copertine dei
dischi dei Beatles, dal contemporaneo "Abbey Road", a ritroso
fino a "Revolver" risalente a tre anni prima.
Fu
così che anche la stampa (il Chicago Sun-Times, con l'articolo "Is
Paul Dead?" - Paul è morto?), del 21 ottobre 1969 cominciò ad
interessarsi del problema. Quando anche il leggendario legale F. Lee
Bailey - dopo il prestigioso magazine Life - affrontò il caso, in un
noto programma televisivo nel quale interrogò personaggi vicini al
Beatle, fu chiaro quanto la storia avesse fatto presa sull'opinione
pubblica.
Oggi
può sembrare assurdo pensare che i media abbiano potuto abbeverarsi ad
una storia del genere, ma tale era la popolarità dei Beatles e così
tanto intrigante l'aneddotica che generò il "caso", che una
vera e propria isteria collettiva si sviluppò alla ricerca della
conferma: uno dei Beatles era morto. Quando? E come? Paul McCartney - il
"romantico", il bello dei Beatles, come la stampa amava
presentarlo - aveva perso la vita in un giorno di novembre del 1966,
presumibilmente nella notte tra un martedì e un mercoledì, più
precisamente il giorno 9, alle 5 del mattino.
Il
bassista dei Beatles aveva lasciato gli studi di registrazione di Abbey
Road e si era allontanato a bordo della sua Aston Martin, molto
probabilmente eccitato da uno scontro avuto con gli altri tre membri
della band. Una versione narra del fatto che Paul avesse caricato una
ragazza autostoppista la quale, riconosciuto chi era alla guida
dell'auto e lasciatasi prendere da un eccessivo entusiasmo, avrebbe
causato l'incidente, nel quale McCartney avrebbe riportato danni mortali
alla testa. I Beatles avrebbero cominciato la narrazione ad indizi
dell'accaduto pochi mesi dopo, durante la registrazione dell'album
"Sergeant Pepper's Lonely Hearts Club Band", uscito nel 1967,
ad esempio rivelando il nome della ragazza coinvolta: Rita. In "Lovely
Rita", infatti, Paul (o, secondo la "teoria", quello che
avrebbe dovuto esserlo, un sosia sostituito dai Beatles) canta "I
took her home, I nearly made it" (la portavo a casa, ce l'avevo
quasi fatta). Ovviamente, una base di verità, e cioè dell'effettivo
avvenimento dell'incidente, c'era. In quei giorni Paul aveva realmente
avuto un incidente mentre era in auto con un'amica, in conseguenza del
quale aveva riportato una ferita sul labbro. La cicatrice rimase, e
questa è una delle spiegazioni per cui i Beatles, nei primi mesi del
1967, cambiarono look, adottando tutti i baffi. E non fu solo il look a
cambiare, ma anche la musica, le sonorità, le invenzioni dei Beatles.
In
più, nell'agosto del 1966, i Beatles compivano a San Francisco l'ultima
esibizione dal vivo della loro carriera, annunciando di volersi dedicare
esclusivamente alla composizione e alle incisioni negli studi di
registrazione. I Beatles cambiavano, i Beatles non volevano più
apparire in pubblico. Perché? Poteva essere, ad esempio, che uno di
loro non era più lo stesso, che un sosia simile ma non identico ne
avesse preso il posto, e avesse un talento musicale affine ma non
esattamente uguale all'originale? La teoria della morte di Paul
McCartney e della sua "sostituzione" prese il via, come detto,
nell'ottobre 1969.
Si
scatena il putiferio e tutti cominciarono a cercare indizi dal 1966 al
1970.
Gli
indizi sembravano non pochi, e i fans cominciarono a cercare il
"messaggio" nei dischi precedenti. All'inizio del 1967 i
Beatles si presentarono ai loro fans in una veste decisamente nuova. Non
solo per l'aspetto: le tipiche zazzere a caschetto avevano lasciato il
posto a pettinature più "casuali", i quattro si erano dotati
di baffi e cominciavano a vestirsi in modo disarmonico tra loro (le
uniformi con giacchettine senza bavero e gli innocenti "yeh-yeh"
erano ormai un ricordo). I Beatles se ne uscivano con un 45 giri che
avrebbe dovuto anticipare l'uscita di "Sgt. Pepper".
Un
45 giri per alcuni aspetti ardito. In fondo, si trattava di due lati A,
ovviamente equamente divisi tra i due leader Lennon e McCartney. Il
secondo era l'autore di un rassicurante e nostalgico brano melodico,
"Penny Lane", ricordo degli anni passati a Liverpool. A Lennon
si doveva la psichedelica "Strawberry Fields Forever", un
gioiello che ancora oggi è in grado di stupire per le ardite ricerche
sonore e concettuali, ma che al tempo scioccò letteralmente il
pubblico. Nel finale di questa canzone "sognante" accadeva
qualcosa di strano: il brano sembrava sfumare, ma dal silenzio
riemergeva una sequenza dissonante, "colorata" da flauti
ossessivi e da inserti ritmici "barocchi", sotto la quale la
voce di Lennon, confusa in questo caos, scandiva una frase.
Ascoltandola
e riascoltandola, è indubbio che la frase sembri "I buried Paul"
("Ho seppellito Paul"). In molte interviste, lo stesso Lennon
non ha mai mancato di esprimere forti ironie su questa interpretazione:
le parole che avrebbe detto sarebbero invece "Cranberry sauce"
("salsa di mirtilli"), uno dei tipici non-sense cui Lennon -
grande estimatore di Lewis Carroll e di James Joyce - amava ricorrere. A
cavallo tra il 1966 e il 1967, nel periodo natalizio, era anche uscito
una raccolta di vecchi successi dal titolo "A Collection of Beatles
Oldies", la cui copertina sembrava suggerire indizi inquietanti. Al
centro di un disegno ricco di colori giganteggia una figura acconciata
"alla Beatles", introno alla quale si sviluppano alcuni
"fumetti". Uno di essi raffigura un'auto con le luci accese
(è quindi notte, la famosa notte dell'incidente, tra martedì e
mercoledì?) che da un percorso lineare raggiunge la testa della figura
beatlesiana: un indizio che poteva ricordare l'incidente nel quale Paul
avrebbe ricevuto mortali ferite alla testa. Sempre su questa copertina,
la figura è seduta su una grancassa
sulla quale spicca la parola "oldies" (vecchie, intese come
canzoni), tratta dal titolo. I fans ci videro un messaggio in codice:
sezionando la parola come "ol-dies" e considerando le lettere
della prima sillaba si poteva notare che esse precedevano esattamente,
nell'ordine, le lettere "p" e "m", cioè le iniziali
di Paul McCartney. Già con "Revolver" (1966) il quartetto di
Liverpool aveva cominciato ad inserire nelle proprie canzoni nuove
suggestioni e in copertina Paul è disegnato come un estraneo rispetto
altri altri tre.
ABBEY
ROAD
Alla
luce di questi fatti allarmanti l’attesa per l’uscita del nuovo LP
diventa ancor più spasmodica. Quando finalmente viene pubblicato Abbey
Road gli studiosi si scatenano. Già dalla prima occhiata ci si accorge
che qualcosa non va. I quattro in fila attraversano le strisce pedonali.
Da
poche settimane, sugli scaffali dei negozi di musica c'era "Abbey
Road", l'ultimo album della storia dei Beatles, un "canto del
cigno" di sorprendente bellezza contenente autentici capolavori come
"Something" (canzone dei Beatles più eseguita da altri artisti
dopo la celeberrima "Yesterday", considerata da Frank Sinatra
come "la canzone più bella della storia musicale degli ultimi
cinquant'anni"), "Come Together", "Here Comes The Sun"
e un lungo medley sul lato B, un sequenza musicale con la quale i Beatles,
inconsciamente, salutavano il proprio pubblico (basti pensare che l'ultimo
titolo si chiamava "The End", la fine). Per la cronaca, l'anno
seguente sarebbe uscito l'album "Let
It Be", che però era stato registrato precedentemente ad "Abbey
Road", e che quindi non testimoniava l'ultimo rendez vous dei Beatles
in uno studio di registrazione. "Abbey Road" raggiunse in
America il primo posto in classifica nel giro di una settimana, vi si
arroccò per undici settimane, rimase tra i primi trenta dischi venduti
per quasi un anno e continua oggi a vendere moltissimo: nel 1980 le
vendite di questo album si contavano nel numero di 10
milioni di copie.
I
messaggi in codice del decesso di Paul si potevano leggere nella
leggendaria copertina del disco, raffigurante i quattro musicisti che
attraversano le strisce pedonali di Abbey Road, a pochi passi dagli
omonimi studi di registrazione. La foto fu scatta l'8 agosto 1969 alle 10
del mattino: l'8 agosto del 1994, esattamente venticinque anni dopo, il
telegiornale della BBC avrebbe ripreso orde di fans che continuavano ad
attraversare le strisce bloccando il traffico e cantando le canzoni dei
loro eroi. Sulla copertina del disco, quindi, si potevano leggere molti
indizi. Innanzitutto i quattro personaggi, uno dietro l'altro, sembravano
inscenare una processione da funerale. Il primo della fila, John Lennon,
appariva vestito
completamente di bianco, con i suoi lunghi capelli alla Gesù Cristo: in
un certo senso poteva assumere il ruolo simbolico dell'officiante, o
comunque di un "profeta". Dietro di lui, Ringo Starr,
completamente in nero, venne visto come il becchino. L'ultimo della fila,
George Harrison, vestito in modo trasandato, a questo punto non poteva che
essere l'uomo deputato a scavare la fossa. Davanti a lui, la
"vittima".
Paul
McCartney cammina con lo sguardo più assente rispetto agli altri, tiene
una sigaretta nella mano destra (e tutti i fans sapevano che Paul era
mancino e suonava il basso e la chitarra dalla parte opposta, invertendo
l'ordine delle corde) e, inspiegabilmente, cammina a piedi nudi. Molti
studiosi di religioni spiegarono che in alcune civiltà il piede nudo era
simbolo di morte, e i morti venivano seppelliti senza scarpe. Paul
McCartney, in un'intervista, si giustificò dicendo che, quel giorno, a
Londra faceva un caldo opprimente, e che per questo non sopportò nemmeno
di tenere ai piedi un paio di scarpe. Ma non bisogna essere dei geni per
comprendere che, quando il sole batte sull'asfalto, questo diventa
bollente, e una passeggiata a piedi nudi si rivelerebbe quanto meno
masochistica. Sulla sinistra della copertina, parcheggiata a cavallo del
marciapiede, una Wolkswagen "Maggiolino"
(in Inghilterra, bisogna notare, è chiamata "beetle") sfoggiava
la targa "LMW 28IF": gli ultimi caratteri erano rivelatori: 28
IF. "Se" (in inglese, "If") Paul McCartney fosse stato
vivo nel 1969 avrebbe avuto 28 anni. Sul retro della copertina un vecchio
muro di mattoni riportava la scritta Beatles: una crepa attraversava la
lettera finale, la "s", suggerendo una frattura relativa al
numero dei componenti della band. Immediatamente a destra, un gioco di
ombre, se capovolto di 90 gradi, rivelava le fattezze di un teschio. A
quel punto, il mondo della musica impazzì.
Ma
altri e più inquietanti indizi sono sparsi sulla copertina. A destra si
può vedere un furgone della polizia, dello stesso tipo di quelli che
intervengono in gravi incidenti stradali; il suo numero corrisponde al
veicolo in servizio la sera del tragico 9 novembre 1966!
GLI
ALTRI INDIZI
In
Sgt. Peppers compaiono indizi e allusioni riguardanti la presunta morte di
Paul. La seconda sillaba, "dies", in inglese significa
"muore". Il messaggio era quindi, riassumendo, "PM
Muore". L'1 giugno 1967
usciva "Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band", considerato
l'album più importante della storia del rock. Negli Stati Uniti ebbe,
solo di prenotazioni prima dell'uscita, un milione di copie vendute. Dopo
tre mesi le vendite, solo in America, avevano superato i due milioni e
mezzo di copie, a metà degli anni ottanta l'album era attestato sui 15
milioni di copie vendute nel mondo. Sulla copertina di "Sgt. Pepper"
gli indizi della morte di Paul si sprecavano. Per ragioni di spazio, e
volendo escludere i riferimenti più complicati, citeremo solo i
principali. La copertina - un'icona della cultura rock - è un'orgia di
colori, personaggi, e oggetti.
Appare
chiaro al primo sguardo come l'immagine sia una rappresentazione. I fans
vollero vederci una commemorazione funerea. Al centro, in uniformi
bandistiche coloratissime stanno i Beatles, collocati dietro una grancassa
con il titolo dell'album. Attorno a loro i visi di personaggi noti, come
Fred Astaire, Edgar Allan Poe, Oscar Wilde, Bob Dylan, Marilyn Monroe,
Marlon Brando, Shirley Temple. Alla destra dei Beatles, quasi a
suggerire una sorta di "estraniamento", stanno altri quattro
Beatles, non perfettamente uguali nei tratti somatici, nella versione
"a caschetto" degli esordi. Proprio loro sembrano guardare,
mestamente, la composizione floreale sottostante, che sembra alludere ad
una tomba. Su di essa appare nitidamente la scritta "Beatles"
(per la cronaca, attorniata anche da piantine di… canapa indiana!). Si
celebra un funerale, quindi? Sotto la scritta un'altra composizione
floreale gialla sembra riprodurre la forma di un basso (lo strumento
suonato da Paul), dotato però di sole tre corde, al posto delle
tradizionali quattro (i tre Beatles sopravvissuti?). A fianco, una
statuetta della dea Kali riporterebbe il concetto della morte.
Sulla
destra della copertina, una bambola con una maglietta a righe con la
scritta "Welcome The Rolling Stones" ("Benvenuti i Rolling
Stones", un omaggio alla band "rivale", ndr) tiene nella
mano destra una macchinina giocattolo Aston Martin (l'auto
dell'incidente?). Sopra la testa di Paul McCartney, al centro della
copertina, dalla folla si alza una mano tesa. Di chi è? Non si riesce a
capire, ma quello che i fans (e gli "studiosi" arruolati per
l'occasione) si sentirono di interpretare era che, in alcune civiltà
dell'Estremo oriente, questo veniva considerato un gesto di morte. Il
messaggio più difficile da scoprire (ma la fantasia dei fans non ebbe
limite in quegli anni!) fu quello nascosto all'interno della grancassa con
il titolo dell'album. Prendendo un specchietto e ponendolo orizzontalmente
in mezzo alla scritta centrale "Lonely Hearts", si poteva
leggere, sfruttando il riflesso della parte superiore delle lettere, un
codice: il messaggio era "I One IX He Die" (Uno-Uno-Nove-Lui-Muore),
tra "He" e "Die" appariva un diamante che… indicava
verticalmente Paul McCartney! La formula fu spiegata così: Undici
(uno-uno), nove (IX, in romano), lui è morto. Il 9 novembre Paul sarebbe
morto. A che ora? Lo indicava George Harrison sul retro della copertina,
dove per la prima volta nella storia del rock apparivano i testi delle
canzoni. I Beatles erano sovrapposti alle parole e Harrison (il primo a
sinistra) con il dito indice segnala esattamente un verso della canzone
"She's Leaving Home": "Wednesday at five o'clock" e
cioè: mercoledì alle cinque del mattino. La
teoria dell'incidente tra martedi e mercoledì notte del 9 novembre
sembrava confermata. Nella stessa foto sul retro della copertina i Beatles
appaiono in una strana posizione: tutti, meno Paul, sono rivolti verso lo
"spettatore". Paul McCartney, invece, dà inspiegabilmente le
spalle. Perché? Per nascondere (o suggerire) che in realtà lui non è
Paul? Aprendo l'album (uno dei primi confezionato "a libro")
apparivano in primo piano i quattro Beatles. Paul, in divisa blu, sfoggia
sul braccio sinistro uno stemma, su cui c'è la sigla "O.P.D.":
una formula che, in Inghilterra, si usa quando una vittima di un incidente
arriva morta in ospedale, un acronimo che significa "Officially
Pronounced Dead" ("dichiarato ufficialmente morto").
L'ultimo
indizio stava nella canzone che chiudeva l'album, la splendida e
visionaria "A Day In The Life", nella quale Lennon cantava:
"Ho letto i giornali
oggi, di un uomo fortunato che ce l'aveva fatta,
e benché la notizia fosse piuttosto triste, non ho potuto fare a meno di
sorridere. Ho visto la fotografia. Ha perso la testa su un auto, non si
era accorto che le luci erano cambiate, una folla di gente stava lì e
guardava, avevano visto la sua faccia prima: nessuno poteva dirlo con
sicurezza, ma sembrava uno della Camera dei Lords". La morte di una
celebrità, quindi, di un uomo che aveva ottenuto il successo e che poteva
essere un "Sir". Cioè, un baronetto. Come Paul McCartney e gli
altri Beatles, nominati baronetti dalla regina Elisabetta nel 1965. Il
disco, tra l'altro, veniva stampato per la prima volta sotto l'etichetta
(di cui gli stessi Beatles erano proprietari) di nome "Apple"
("mela", che ne costituiva anche il logo), che sembrò
l'ennesimo suggerimento. Foneticamente la parola è identica anche se la
si scrivesse "A-Paul", cioè (ricorrendo all'alfa privativa
greca), "senza Paul"!
YELLOW
BUSMARINE
Sempre
nel 1967 esce l'album "Yellow Submarine", colonna sonora
dell'omonimo film a cartoni animati dedicato ai Beatles.
Sulla
copertina del disco, un disegno raffigurante i quattro Beatles mostra un
John Lennon intento a stendere la propria mano (ancora una volta!) sulla
testa di Paul McCartney, facendo il simbolo delle corna. Sotto il titolo
dell'album un verso che commentava: "Nothing Is Real"
("nulla è reale", nulla è come sembra, quindi).
MAGICAL
MYSTERY TOUR
Nella
seconda fotografia dell'album Paul appare in uniforme dietro la scritta
"I Was" ("Io ero") e sotto due bandiere britanniche
incrociate (simbolo militare luttuoso). Nella foto centrale, in cui i
Beatles suonano in abiti floreali, Paul è ancora scalzo (come nella già
citata copertina di "Abbey Road"), suggerendo l'allegoria
funerea.
Non
solo: accanto a sé, vicino alla batteria di Ringo Starr, le sue scarpe
appaiono macchiate di rosso. Nella penultima foto dell'album i Beatles
appaiono in frac bianco, protagonisti di una scena pseudo-hollywoodiana.
Ognuno di loro ha un fiore all'occhiello, solo che Paul, a differenza
degli altri tre che ce l'hanno rosso, ne sfoggia uno nero, ovviamente
simbolo di lutto. Ma siccome i fans cercavano indizi non solo nelle
immagini ma anche nelle parole dei propri idoli, eccone un altro. In
"I am the Walrus" (trad. "Sono il tricheco", e il
tricheco nella mitologia nordica è simbolo di morte), Lennon cantava di
uno "stupid bloody tuesday", di uno "stupido e sanguinoso
martedì": il martedì notte dell'incidente? Nel finale della canzone
- un'orgia di voci e suoni - emergeva la registrazione di un brano tratto
dal "Re Lear" di Shakespeare (4.6.250-60) dove si parlava di una
"morte imprevista" e l'ultimo verso recitava "Sit You Down,
Father, rest you" ("siediti padre, riposa").
Alcuni
fans arrivarono a sostenere che, se si ascoltavano al contrario i primi
versi della canzone di George
Harrison "Blue Jay Way", la voce solista recitava la frase
"Paul is bloody, Paul is very bloody" ("Paul sanguina,
sanguina veramente"). Ovviamente, migliaia di fans furono disposti a
rovinare irreparabilmente i meccanismi dei propri piatti stereo per
riuscire a sentire il messaggio. Come furono disposti a passare ore
davanti allo specchio, mettendo la copertina di "Magical Mystery
Tour" davanti a sé, per tentare di trovare un fantomatico numero
telefonico che sarebbe dovuto apparire, e che li avrebbe collegati a
qualcuno in grado di rivelare, finalmente, la verità. Un numero sembrava
apparire, in realtà, ma era quello di un giornalista americano che
rischiò, in quei mesi, l'esaurimento nervoso.
WHITE
ALBUM
L'anno
seguente, siamo nel 1968, esce quello che passerà alla storia con il nome
di "White Album" ("Album Bianco") la cui copertina è
completamente bianca. Il bianco, come si sa, in alcune civiltà è colore
luttuoso, e richiamava, tra l'altro, l'abito bianco di Lennon sulla
copertina di "Abbey Road".
Molti
versi delle canzoni di questo album (soprattutto il brano "Helter
Skelter") convinsero, come lui stesso dichiarò in tribunale, Charles
Manson (fanatico affiliato ad una setta satanica) ad assassinare Sharon
Tate, moglie del regista Roman Polanski. Questa è però un'altra storia,
ma che fa comprendere come, evidentemente, non solo i fans cercavano la
"verità" dai Beatles, e non solo per gioco. Tornando
all'"Album Bianco", in una canzone tratta da esso - "Glass
Onion" - Lennon canta: "Ora c'è un altro indizio per tutti voi:
il tricheco era Paul". Tutti avevano creduto, guardando le foto
dall'album "Magical Mystery Tour" che chi indossava la maschera
del tricheco, seduto al piano, fosse Lennon. Ora lo stesso Lennon rivelava
che invece si trattava di Paul. Il tricheco, come detto, è un simbolo di
morte in alcune culture nordiche.
Nel
finale della canzone di Harrison "While My Guitar Gently Weeps",
mentre sfuma l'assolo di chitarra della guest-star Eric Clapton, sembra
che il Beatle invochi, ripetendo in un lamento, il nome di Paul. Nel
poster allegato all'album (foto su un lato, testi di canzoni sull'altro)
appare una fotografia, in basso a destra, dove Paul è in piedi vicino ad
un palo e dei rivoli di fumo dietro di lui sembrano assumere le fattezze
di due mani scheletriche che lo seguono e cercano di afferrarlo. In
un'altra foto Paul è raffigurato mentre immerge la testa in una vasca per
lavarsi i capelli. Nella canzone "Dont' Pass Me By", Ringo canta
"scusami se ho dubitato di te, non sono stato leale. Tu hai subito un
incidente d'auto e h ai perso i capelli". Nel brano "Revolution
9", composto da Lennon, in un turbinio di suoni e registrazioni al
contrario, si sentirebbero i rumori di un incidente d'auto. Il numero 9,
poi riprenderebbe il giorno della data dell'incidente e, guarda caso, il
numero delle lettere del cognome della "vittima": McCartney.
Dopo
la pubblicazione dell'album bianco (titolo originale The Beatles), i
ragazzi di Liverpool erano totalmente spariti dalla circolazione, solo il
cartone animato di Yellow Submarine aveva riportato l'attenzione sul
complesso. Poi per circa un anno il silenzio (cosa strana per un gruppo
che era abituato a sfornare un disco ogni dieci mesi circa). Si diffuse
così la voce che il gruppo non si faceva più vedere perché Paul era
gravemente ammalato.
I
Beatles è vero avevano sempre tentato di usare le copertine per lanciare
dei messaggi.
LET
IT BE
L'ultimo
indizio i fans pensarono di identificarlo nell'album che chiuse la
carriera dei Beatles, "Let It Be". Nelle quattro foto distinte
di John, George, Ringo e Paul, quest'ultimo era l'unico che appariva su
sfondo scuro, per la precisione rossastro, mentre gli altri apparivano su
sfondo chiaro.
La
leggenda della morte di Paul Mc Cartney ha ispirato addirittura un film.
"Paul is dead" opera prima del tedesco Hendrik Handloegten,
presentato lo scorso anno al film festival di Torino.
Nell'estate
del 1980, in una piccola città della Germania Ovest, Tobias, un ragazzino
di dodici anni, sogna di formare una band ispirata al suo gruppo
preferito, i Beatles, ma a questo punto nella città appare un uomo
misterioso che si aggira per le strade alla guida di un Maggiolino bianco
la cui targa è LMW28IF. Quella è proprio la macchina della copertina di
Abbey Road.
E'
stato Paul Mc Cartney stesso a porre fine alla leggenda riguardante la sua
morte.
Sempre in maniera criptata naturalmente. Nell'album "Off The Ground"
del 1993 la copertina sfoggia i piedi nudi penzolanti dal cielo di tutti i
musicisti coinvolti nel disco. Un po’ come dire tutti morti tutti vivi.
Lo stesso anno, Mc Cartney presentò l'album dal vivo dall'emblematico
titolo "Paul Is Live", un gioco di parole per dire "Paul
suona dal vivo" o, contorcendo il più corretto "Paul is Alive",
"Paul è vivo". Sulla copertina del live Paul appare fotografato
sulle stesse mitiche strisce pedonali di Abbey Road sorridente e con un
cagnolino al guinzaglio, come a dire sono un distinto signore di 55 anni
ricco e felice, il gioco è finito.
Un'
abile beffa, un equivoco, una mattana dei Beatles?
L'enigmatica
storia della morte del vivissimo McCartney
Oggi
Paul McCartney è un iper-miliardario che guadagna all'anno più della
British Airways. Solo grazie ai diritti d'autore, qualche anno fa si
parlava di un ricavo di più di 200 milioni al giorno. Dopo lo
scioglimento dei Beatles, nel 1970, McCartney ha intrapreso una carriera
solista di successo, tra alti e bassi, guadagnandosi il posto nel celebre
"Guinness dei Primati" come musicista pop di maggior successo
(maggior numero di copie di dischi venduti nel mondo, sommando la propria
carriera a quella dei Beatles).
Dopo
anni a cercare, comprensibilmente, di guadagnarsi una propria dimensione
come artista solista, si può dire che "ha fatto la pace" con il
proprio illustre, incredibile passato. Addirittura, di quella vicenda
assurda che riguardò la sua supposta morte, Paul ha dimostrato di voler
riprendere le fila in modo giocoso. Nell'album "Off The Ground"
del 1993 la copertina sfoggia i piedi nudi penzolanti dal cielo di tutti i
musicisti coinvolti nel disco. Lo stesso anno, McCartney sfornò l'album
dal vivo dall'emblematico titolo "Paul Is Live", un gioco di
parole per dire "Paul suona dal vivo" o, distorcendo il più
corretto "Paul is Alive", "Paul è vivo". In questa
copertina, McCartney si faceva ritrarre su quelle stesse strisce pedonali
di Abbey Road tenendo un cagnolino al guinzaglio. L'espressione questa
volta era sorridente. Il gioco era finito.
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