|
|
|
Catania, mare. Mare, Catania. Una delle due parole non può stare lontana dall'altra. Sembra che siano nate assieme, come se l'Etna le avesse fuse in un'unica scultura piroclastica che dura fino ai nostri giorni. Anche se non ha tradizioni marinaresche come Genova, Venezia e altre grandi città di navigatori, Catania è una città di mare a tutti gli effetti e i suoi abitanti, fin da tempi remoti, nascono direttamente col piede marino. Se appena nati li metti a mollo galleggiano subito. Come se, oltre l'aria, per respirare avessero bisogno anche dell'acqua marina. E' una delle poche grandi città italiane ad avere tale privilegio, questo contatto così vicino al mare. Certo, anche Bari e Napoli hanno il lungomare in città, ma provate a farci il bagno. E poi, stare a mollo nelle acque della sua scogliera, così trasparenti e profumate mentre magari vedi tua moglie o tua madre che puliscono il balcone di casa, e poi risalire ancora umidi sul lungomare che sei già in Centro o, al limite, prendere l'autostrada in direzione di Giarre per salire in dieci minuti sull'Etna. Credetemi è una cosa davvero esclusiva. Per chiarire il concetto, la balneazione proprio sotto casa. Ma dentro la città. |
|
Tutto
è pronto alla Plaia per aprire una stagione balneare che si preannuncia
molto lunga, già virtualmente introdotta dalla caldissima giornata di
ieri. La prima e la terza spiaggia libera del Comune saranno fruibili
già oggi, mentre domani alle 11 nella prima spiaggia libera comunale di
viale Kennedy il sindaco Raffaele Stancanelli aprirà ufficialmente la
stagione estiva balneare. Un'estate, quella di spiagge libere e
solarium, che quest'anno si preannuncia all'insegna di alcune novità
per i bagnanti che si riverseranno nelle spiagge del litorale sabbioso e
di quello della scogliera cittadina. I primi siti comunali per la
balneazione debutteranno dunque in concomitanza con l'apertura ufficiale
della stagione: le spiagge libere numero 1 e numero 3 sono infatte già
pronte, mentre la numero 2 - dove in passato sono stati demoliti
manufatti abusivi che deturpavano l'arenile - sarà aperta invece il
prossimo 12 giugno perché si stanno ancora effettuando interventi di
ripristino che si sono rivelati più seri del previsto.
A "calata" a mare. di Mimmo Rapisarda A maggio arriva per i catanesi "l'ura 'ddo bbagnu", non possono farne a meno. Anzi, i più tradizionalisti iniziano la loro stagione balneare dopo la festa della Madonna del Carmine a luglio. Solo allora cominciano a fare i bagni perchè convinti che, per ragioni climatiche e religiose, la temperatura marina diventa accettabile solo a partire da quella data. Comunque, il catanese che va al mare è davvero particolare. Per la mia età
età, posso soltanto ricordare i flash che ho immortalato nella mia mente
quando osservavo "il bagnante" degli anni Settanta-Ottanta, che era fatto così: Esce da casa ben rasato (è domenica e la stagione venatoria è appena cominciata); è tutto "disinfettato e ustionato" con il dopobarba Denim sul viso, quello dell'uomo che non deve chiedere mai (ma che appena a mollo chiederebbe certamente una crema rinfrescante per le infiammazioni causate dal sale sulla pelle); ha le basette, i baffi e un'acconciatura alla Franco Gasparri con riga laterale vaporosa che qui chiamavano "menza scrima", oppure una capigliatura alla Cugini di Campagna che nel suo aspetto generale lo faceva sembrare come l'Orso Capo in vacanza. Al primo bar che incontra consuma il primo caffè, perchè senza quello non connette; poi dal tabaccaio compra le sue Marlboro e accende la prima della giornata. E si avvia. Lasciamo stare l'abbigliamento settimanale - che era un tutto un programma - ma quello della domenica mattina era il seguente: polo La Coste (per i meno facoltosi Benetton ), pantaloncini bianchi sulla coscia Cerruti 1881; orologio Casio, che a quei tempi era già una sciccheria; Ray Ban con vetri scuri che più scuri non si può, oppure Lozza sfumati sul celeste; borsello in pelle a tracolla (non c'erano ancora i marsupi). E alla fine l'accessorio più importante, più in voga, più trend per quei tempi: gli zoccoli in legno del Dr. Scholls! Erano due zatteroni incredibili in noce massiccio del peso di due chili ciascuno, col plantare sagomato da chissà quale operaio che per sbaglio li creò mentre stava lavorando al calco della pianta. Sono certo che il Sig. Pescura (ma esiste?), vedendoli, disse "Guarda, sembra proprio la pianta del piede, produciamole in massa facendo capire che sono anatomiche! Bravo!".
Sbatterle
e consumarle significava: 1) renderle più leggere perchè non si
dovevano sollevare coi piede e quindi camminare finalmente
in modo comodo e sano;
2) far colpo sulle ragazze grazie a quel tipico rumore, quasi da
nacchere madrilene; 3) ottenere un punteruolo di legno e quindi
un'efficace arma da difesa; 4) un paio di Pescura
consumate da dietro, con i pneumatici lisci, avevano molto più valore di un paio nuove perchè appartenevano a
un veterano che si era fatto due gambe così per ridurle a
quel modo. E poi dai, indossarle già vecchie, con la fibbia verdognola arrugginita
dalla salsedine, la pelle screpolata, sporca e ammorbidita faceva molto, ma molto
fico! Oggi fanno ridere, ma per un ventennio (per essere più precisi,
dal 1960!) hanno fatto epoca. Quando finì la loro
moda, in
milioni hanno tirato un sospiro di sollievo! Dunque, il nostro bagnante, con la sua capigliatura e il suo abbigliamento, col telo da mare Sergio Tacchini sotto l'ascella sinistra, con il borsello sulla spalla, la sigaretta in bocca, scende finalmente al mare. Tutto è perfetto, ogni cosa è al suo posto, manca soltanto l'autoradio Voxon da mettere sotto il braccio, ma le cose si sarebbero complicate per i pochi appigli anatomici rimasti a disposizione. Facendo un rumore incredibile scende, scende a mare, anzi .... cala (a Catania non si scende e non si arriva:... si cala!). Cioè, così conciato e con quel ttac-ttac tutti capivano dove stava andando! Scusate, torna un attimo indietro perchè ha dimenticato di prendere il giornale: La Sicilia, legge solo quello! Quindi ritorna sui suoi passi (ahi!) ma dopo quella faticaccia è già sudato. Cosa c'è di meglio di una calda brioche all'uovo da inzuppare in una granita - rigorosamente di caffè con panna - seduto al tavolino? E dopo averla consumata, sfogliare il quotidiano di città? Così si attarda e legge, esclusivamente: la pagina dello sport per informarsi sugli ultimi acquisti del Catania, la cronaca cittadina per informarsi sugli ultimi acquisti della Questura e, infine, la pagina necrologica per ripetere ogni venti secondi la parola "nuzzunteddu!" ! Saranno già le dodici! Finalmente
arriva allo stabilimento balneare, sulle rocce o sulla spiaggia non ha
importanza. Si spoglia, rimane in costume che se non era Arena (o meglio
ancora Speedo) non e Esce fuori. E se non accompagnato, si guarda attorno con i suoi RayBan a goccia e col suo telo da bagno comincia a cercare un posto dove sdraiare tutto il suo corredo e lui stesso. Si gira, si guarda attorno, ma con movimenti che la dicono tutta sul noto gallismo etneo, che lui si porta dentro il suo DNA. Infatti è lì anche per "attraccare", per "tirare il filo" alla preda che potrebbe passargli davanti. Le sue armi di cattura? Il mezzo litro di Denim che si è spruzzato addosso e che lo sta facendo bruciare peggio del Coppertone, la folta pelliccia sul petto, la catenina sul collo, la sua abbronzatura naturale, un sorriso smagliante ma soprattutto la sua genialità, capace di fabbricare le più brillanti battute per far cadere chiunque ai suoi piedi! A questa scenetta c'è da aggiungerci pure una buona dose di pavoneggiamento tipicamente locale, sia per gli status-symbol che porta addosso sia per i suoi movimenti e per quello che dice, un atteggiamento che dovunque, in gergo, si dice "tirarsela" ma che qui a Catania chiamiamo semplicemente e senza mezzi termini "spacchiamentu". Se la "caccia" è andata a vuoto, non resta ca "farisi 'u bbagnu", da solo o con gli amici. Si avvicina al mare con fare circospetto e prima di tuffarsi resta immobile sulla scaletta o sul bagnasciuga a fissare l'acqua, anche un quarto d'ora, fino a farsi ipnotizzare dai bagliori dei riflessi marini. Sì, lo ammetto, lo so, è sempre stato e sarà sempre un freddolino. O meglio, la sua temperatura corporea, per natura supera abbondantemente i 37 gradi e come "Don Giovanni in Sicilia"che fa la doccia fredda a Milano, per lui quell'impatto è traumatico. Però lo attrae. Ma che guarda, che pensa? Forse con la sua presenza l'acqua si è riscaldata? No, è sempre uguale. Saranno passati dieci minuti prima di prendere il coraggio di entrare nell'acqua frescolina. Si attarda ancora un po' con la scusa di prendere una fettina di cocco dal venditore "bellu è u coccu picchì è friscu!". Ma l'acqua gelida è sempre lì che lo aspetta. La tocca con l'alluce, poi si tocca le spalle, lo stomaco. Già, lo stomaco... pensa alla granita che ha mangiato e che lo farà morire a causa di una congestione. Colto da pessimismo cosmico, il suo pensiero finale è "ma cu m'ha fici fari?". Poi accenna a tentativi di segni della croce, ma si vergogna a farlo perchè il suo orgoglio prevale sul perdono divino prima di "morire ....... annegato!". Ha troppi peccati sul groppone. Mischinu!
La fila dietro è interminabile, composta da tanti come lui che non osano chiedergli il passo per tuffarsi. Anzi, se lui con gentilezza dice "Passi avanti, che ho tempi un po' lunghi", questi rispondono prontamente "Ma s'immagini, per carità! Faccia, faccia pure con comodo" (e cu si movi?). Proprio per il suo innato senso dell'onore, si decide finalmente ad entrare in acqua. Ma prima di immergersi formula l'immancabile, fatidica domanda al bagnante che rientra: "com'è l'acqua?". Le risposte sono, ancor oggi, due: se proviene da un suo concittadino normale è "Comu u turruni!", se il concittadino è liscio........ la risposta è, come sempre, "vagnata!". (//Mimmo Rapisarda) |
|
|
|
Quando il marciapiedi era fatto di acqua salmastra di Lucio Sciacca - Catania Anni Trenta - Vito Cavallotto Editore Chi,
oggi, volgendo le spalle a via Portícello, tagliando via Dusmet nei
pressi dell'attuale semaforo, passando sotto gli archi della ferrovia,
costeggiando il muro che delimita il demanio marittimo in piazza Alcalà,
volesse dirigere i suoi passi verso mezzogiorno. stenterebbe a credere
che, fino a una quarantina d'anni or sono, per fare pressappoco lo stesso
tragitto avrebbe dovuto servirsi d'un veliero, d'un motoscafo, d'una barca
qualsiasi che, scivolando sulle acque del mare, l'avesse preso a bordo. In quel tempo, infatti, questa parte della città era mare, e la stessa via Dusmet era lambita dal mare. Doppiate le aiuole e i platani della villetta Paciní, la strada mostrava il suo marciapiede di mezzogiorno delimitato da un robusto muraglione (piuttosto basso, con ringhiera di ferro) qua e là tagliato da scivole a gradini lavici che portavano a contatto diretto dell'acqua. Talché gli archi della ferrovia sorgevano, in quel tratto, dal mare; la sede della capitaneria di porto e gli uffici adiacenti erano circondati dal mare, anche dalla parte di tramontana; il Palazzo Vescovile e quello dei Biscari si affacciavano sul mare. Per i catanesi degli anni andati, quello non era un tratto di mare qualsiasi. Era un mare domestico, il mare di casa, la Marina. E non soltanto per i catanesi d ieri. Anche in un passato ormai lontano, quando la città mancava del porto o se ne cominciava appena a parlare, il Porticello Saraceno (così si chiamava allora quel tratto di mare), costituì il punto nevralgico dei traffici catanesi. In
quell'epoca (XV1 sec. e successivi, fino al 1693), la parte arístocratica
della città gravitava attorno alla Civita, cioè verso il mare. Specialmente
d'estate, essi giungevano d'ogni parte della città, a cassetta dei loro
carri, isolati o in fila, e vi si spingevano dentro, persino carichi di
mercanzia, per bagnare e lavare carri e animali. Il vaporetto della Plaja di Lucio Sciacca - Catania Anni Trenta- Vito Cavallotto Editore Per le vacanze dei catanesi negli anni Trenta, nell'altro versante opposto alla montagna, c'è la Plaja alla portata di tutti, mentre il solleone batte sulla pelle dei catanesi e la sabbia, infuocata come quella del caliaro all'angolo di via Plebiscito con via Fortino Vecchio, arrostice le piante dei piedi. E' alla portata dei ricchi, che vi fanno costruire ampie cabine e la raggiungono in carrozza o in automobile; è alla portata dei poveri che vi giungono a piedi o in tramvai o anche col vaporetto, e affittano, assieme col costume standard di maglietta nera, il camerino ad ore.
Affollato lo Jonio, che apre la rassegna in faccia al faro Biscari, affollati il Ferrotranvieri, l'Else, le Sirene, il Parco delle Nereidi, l'Azzurro, lo Sport, affollatissimo lo Spampinato, che utilizza un'ampia superficie per bar, ristorante, giuochi vari, ballo, oltreché un ímpiantito di legno proteso nel mare, che accoglie il vaporetto stracarico di gente. Il numero dei bagnanti cresce col crescere delle ore, fino a mezzogiorno, poi il flusso rallenta. Quelle della canicola sono ore cruciali, i tram arrivano roventi al capolinea, stracolmi di gente che ha già fatto un primo bagno durante il viaggio; rovente è l'acqua della pubblica fontanella installata all'ingresso del lido. I ritardatari cercano affannosamente il refrigerio del mare, fanno il biglietto d'ingresso, entrano, ansiosi di trovare fili d'ombra e spazi inesistenti. Il bagnino non c'è. " Ora arriva! " grida qualcuno. E arriva, infatti, dopo un'attesa che pare eterna. Nero di pelle come la pece, egli trotta a piedi scalzi sull'impiantito di legno, mugugnando contro gli spasolati avventori della domenica, che lo spingono di qua e di là per aprire e riaprire questo o quel camerino, e tentano, alla fine, strategiche ritirate per sottrargli la mezza lira di mancia! Ora la spiaggia ha fatto il pieno, accoglie tutti e ogni cosa: uomini, donne, vecchi, bambini, barche, barchette, palle e palloncini, tamburelli, cerchiettí, sedie, sediolíne e tavoli, racchette da tennis, ombrelloni, carte da giuoco, cibarie, bottiglie e gazose. La brezza disperde le voci della gente, trasferisce da un punto all'altro il profumo delle melenzane fritte, carezza la pelle, lusinga il palato, acuisce l'appetito. I
camerierí di Spampínato si danno da fare tra la cucina e i tavoli già
affollati, mentre gli altoparlanti di Cucé diffondono a pieno volume la
lieta novella che "è arrivato l'ambasciatore, con la piuma sul
cappello_". |
|
Bagni di sabbia e bagni di scoglio. http://www.ilbotteghino-online.it/ Sul finire degli anni Venti e nel
ventennio successivo, quando il più modesto degli impiegati lavorava in
estate in giacca e cravatta con il colletto della camicia duro e
inamidato; quando il bikini non era entrato nemmeno nell'enciclopedia
britannica, una giornata passata al mare nella nostra incontaminata
Plaja, può oggi apparire come una nebulosa. La Plaja entrò nei
pensieri e nelle abitudini dei catanesi con l'arrivo del nostro secolo.
Negli anni successivi sorsero le prime cabine private e i primi
I catanesi frequentavano le scogliere a levante della città, Guardia
Ognina, Ognina, Acireale. I primi imprenditori che gestirono questi
stabilimenti furono i Longobardo, i Guarnaccia, i Mancini e gli Scuderi.
Questi stabilimenti nacquero connessi al bisogno di quelle fasce di
persone che avevano bisogno di cure elioterapiche e delle bagnanti,
soprattutto di sesso femminile che volevano sottrarsi a sguardi
indiscreti per le quali la cabina aveva uno sbocco interno lontano da
occhi indiscreti.
|
|
E i giovani di oggi dove vanno?
di Valeria Arlotta e Noemi Coppola
I giovani? Preferiscono mare e sole in gompleta autonomia, spiagge libere, non dover pagare l'affitto delle strutture balneari. E' davvero cosi o a Catania è un'affermazione che rischia di trasformarsi nel più impreciso dei luoghi comuni? I numerosi e irriducibili sostenitori del mare low cost e 'fai da te" rimangono la maggioranza, anche se i servizi pubblici non sono sempre impeccabili. A questo proposito, indubbiamente eclatante è il caso della gettonatissima spiaggetta libera di San Giovanni Li Cuti, chiusa forzatamente con i sigilli imposti lo scorso 26 maggio, a causa del presunto abusivismo delle strutture e della impropria provenienza della sabbia nera utilizzata per ricoprire la spiaggia. Certo è che per gli studenti il fattore "portafoglio" conta. E parecchio. E se la riapertura della spiaggetta è ancora un punto interrogativo, in città è sempre eterna scelta tra Plaja e Scogliera. Più a vantaggio della seconda, sembrerebbe. A volte causa forza maggiore. "Vado alla scogliera perché S.G io.vanni Li Cuti è chiusa, il mare è più pulito e in genere è frequentata sempre dalle stesse persone, quindi il pericolo di furti è minore rispetto a una piattaforma con molta più gente e facce sempre nuove. Non vado mai alla Plaja perché non mi piacciono nè la sabbia, nè i frequentatori del posto, nè i parcheggiatori abusivi", dice Daniele, 24 anni, laureando in Lingue. Insomma, idee chiare. Alla Plaja, comunque, tra i principali luoghi di incontro tra studenti restano solo le tre spiagge libere, in particolare la numero 2, più lontana dal porto rispetto alla numero 1, ma non troppo isolata e distante da raggiungere come la numero 3. "Preferisco andare alla spiaggia libera afferma Francesca, 22 anni, studentessa di Lettere perché rispetto ai solarium è meno affollata e più tranquilla, soprattutto durante la settimana. Ai solarium non ci si può muovere.
|
|
|
|
|
Sdraio di roccia per scelta. Il "partito" degli scogli che rifiuta la sabbia. di Eva Spampinato (La Sicilia 14.7.2007) A stretto contatto con la natura. Caldi scogli vulcanici e spruzzi di salsedine sul viso. Questo uno dei tanti aspetti che si ama della Scogliera di Catania. E che porta una buona dose di catanesi, e non solo, a scegliere il versante roccioso della città come luogo ideale per i propri bagni. Da sempre in città esistono due scuole di pensiero sui luoghi dell'abbronzatura: c'è chi il mare è solo Piaia e chi il mare è solo Scogliera. Quasi mai le due fazioni" trovano un punto d'accordo e d'incontro. Da Ognina ad Acitrezza, gli scogli hanno il loro fascino e i loro habitué.
Quelli che corrono a sdraiarsi sulle rocce non appena esce il primo raggio di sole. Anche in pieno inverno. "E' il piacere dei contatto con la natura racconta Andrea Spitalerí, impiegato trentenne con la passione per il kitesurf - senza sovrastrutture si respira la vera aria marina e l'acqua, inoltre, è pulita. Sono da sempre stato abituato così e quando vado nei lidi non mi trovo bene e poi qui ormai si è formato anche un bel gruppetto". Gli scogli, dunque, come luogo di ritrovo, punto di aggregazione e di fucina di nuove amicizie. Amori e dintorni. "Ho conosciuto il mio ragazzo proprio in uno dei tanti "scogli liberi" della zona dice Alessia, una giovane studentessa di Lingue che in estate frequenta la piattaforma rocciosa vicino al primo lido della Scogliera e da allora in poi non ho più cambiato spiaggia. Ormai ci conosciamo un po' tutti, si è creata una bella atmosfera e per noi questo angolo è come se fosse un lido". Scogli liberi e lidi superorganizzati con ogni tipo di comfort e divertimento per i ragazzi. Perché i tempi cambiano e adesso i lidi si sono trasformati anche in palestra e sala giochi. Quelli più fashion, invece, hanno lanciato la moda dei weekend all'insegna dei cocktail e dei cestini di frutta da consumare sulla sdraio. Non solo mix di ombrelloni e lettini. Sempre meno vacanza sotto l'ombrellone e sempre più oasi di benessere, momenti di meditazione cullati dalle onde del mare. La vita da spiaggia cambia look e le ultime tendenze portano anche a Catania le idee più curiose e accattivanti, per una vacanza all'insegna del relax godereccio e salutare.
|
|
|
|
Piccolo borgo marinaro interno alla trama urbana del capoluogo etneo, nasce alla fine del XIX sec. La tradizione fa derivare il suo nome al reperimento di una statua di San Giovanni rintracciata fra i ciottoli della battigia (i cuti), da cui deriva il nome del borgo. La statua, inizialmente posta in un angolo della piazzetta, su un altarino più volte travolto dalle onde prima che fosse costruito il molo, oggi è collocata in un’icona di fronte la casa ad archi. La costruzione a monte della ferrovia Messina–Catania nel 1866 e poi la costruzione del lungomare Ruggero di Lauria hanno limato e definito lo spazio del piccolo borgo. È un tratto di costa costituito da spuntoni di roccia di nero basalto (antiche falesie frutto delle trasformazioni operati dai moti marini che si alternano ai “cutuli”, ovvero blocchi di pietra lavica frutto della demolizione delle falesie che, caduti in acqua, venivano restituiti alla terraferma arrotondati dall’azione del mare, costituendo così una piccola spiaggia di ciottoli neri, particolarmente amata dai catanesi. Più che di un porto, il Borgo è dotato di una darsena protetta da un molo di 80 m, con un fondale con profondità che varia dai 0,20 ai 2,0 m., frequentata solo da piccole barche da pesca locali e da imbarcazioni con pescaggio limitatissimo. Vige il divieto di ormeggio alle imbarcazioni da diporto, ma è possibile, se il mare è calmo, gettare l’ancora a sud del moletto e godersi il panorama sul piccolo borgo e le sue limpide acque. |

|
Secondo voi cosa potrebbe fare un povero ricercatore del CNR di Catania, accaldato, sudato e stanco… nella pausa pranzo, cioè dalle 14 alle 16, di un luglio particolarmente caldo ed afoso…esattamente…avete capito benissimo…fare un tuffo nel suo splendido mare…lo Ionio…ma qui vi voglio…dove? Chi conosce Catania potrebbe suggerirmi tanti posti...la scogliera ad esempio con i solarium comunali o uno dei lidi presenti alla Playa (zona a sud della città)…ed io vi rispondo subitissimo…nooooooooooo…nei primi c'è troppa confusione di fighetti e poi il sole si dovrebbe prendere in piccoli spazietti ricavati dando spintoni a destra e a manca su tavole di legno!!…nei lidi della Playa in cui la spiaggia è sabbiosa oltre al tempo che starei per raggiungerla, il mare non è poi il massimo della pulizia essendo la zona molto prossima al porto…quindi le acque non sono certo sempre cristalline… E
allora che fare?...la risposta è semplice…almeno per me…si va a S.
Giovanni Li Cuti…S. Giovanni Li cuti è un cosiddetto borgo marinaro
che si trova praticamente in pieno centro (zona mare) a Catania…per
anni ed anni è stato bistrattato e considerato solo un piccolo rione di
pescatori il cui mare non era certo molto apprezzato ed i pochi locali
che vi si trovavano non andavano certo per la maggiore… S. Giovanni Li Cuti si estende in lunghezza per non più di 800 metri. E' in pratica una striscia di terra che divide il mare Ionio dal Lungomare di Catania, la cosiddetta circonvallazione a mare. In pratica non è neanche possibile annoverare come frazione…ma è un piccolo agglomerato di casette basse che si affacciano sulla spiaggia e sul piccolo porticciolo che però oramai è praticamente dimesso. Dello spettacolo che tale borgo offre la sera ne parlerò più tardi. Ma ecco che qualche anno fa, alla amministrazione comunale di Catania è venuta l'idea di cambiare radicalmente l'aspetto di questa zona…ed allora ecco creata una spiaggia in quattro e quattro otto di grande fascino…fascino?...sì…fascino perché questa spiaggetta è stata praticamente creata quasi dal nulla…si tratta di una striscia lunga almeno 300 metri e larga una settantina tutta costituita da sabbia nera cioè sabbia di origine vulcanica…una vera e propria spiaggia "nera" molto simile a quella dell'isola di vulcano nelle Eolie…ma mentre lì a Vulcano possiamo parlare di sabbia finissima qui dobbiamo usare il termine sabbia "a grani grossi"… Certo ammetto che può non piacere a molti come tipo di superficie…ma per uno che ormai da tre anni la frequenta posso dirvi che non è affatto scomoda per prendere il sole mentre rispetto alla sabbia normale sia essa bianca o nera…ha un enorme vantaggio…non vi rimarrà "impicata" cioè appiccicata addosso fino a che a che una poderosa doccia casalinga non sarà stata fatta. Per gli amanti del bagno e non della tintarella, vi posso dire che potrebbe a tutti sembrare assurdo fare il bagno di fronte ai palazzoni del lungomare catanese ed alle case che circondano lo specchio di mare…ed invece ecco il bello della spiaggetta di S. Giovanni Li Cuti…il mare è praticamente quasi sempre pulito e cristallino. Quest'anno ad esempio non vi è stato un giorno in cui abbia dovuto rinunciare alla mia nuotata ristoratrice…
Ma quali sono gli altri punti di forza di questa spiaggetta,…la presenza di un attrezzatura messa a disposizione dall'amministrazione della Città in modo assolutamente gratuito…e cioè le docce (ben 8!!!), gli spogliatoi ed i bagni chimici, nonché la passerella per i disabili, inoltre sono presenti due passerelle che portano a mare in cui sono presenti due scalette per permettere l'accesso comodo al mare… Dimenticavo che nella spiaggia sono stati posti dei grossi massi tra la spiaggia ed il mare per evitare il danneggiamento della spiaggia per le ondate nonché per rendere fruibile la massima quantità di spiaggia per i bagnanti. Come
raggiungere la spiaggia?...Allora…la stradina che percorre il borgo è
interdetta alle auto ed alle moto (escluse quelle dei residenti…grande
cosa). All'ingresso della suddetta stradina vi è comunque presente un
piccolo parcheggio rigorosamente abusivo per i motorini e le moto. La
macchina può anzi deve essere parcheggiata sul lungomare, in cui ahimè
sono presenti le Concludo questa panoramica…parlandovi di S. Giovanni Li Cuti di sera…è una passeggiata a mare piacevolissima…senza smog, senza rumori di macchina, la strada non è illuminata a giorno quindi è proprio romanticissima…lì sono presenti un po' di bei locali…accoglienti in cui è possibile naturalmente gustare dell'ottimo pesce fresco o sgranocchiare un buona pizza…vi segnalo il "Porto San Giovanni" e l'"Andrew's Faro" oltre al ristorante biologico "Cuti lisci"…è molto carino e romantico anche comprare qualche pezzo di tavola calda, tipo un arancino, una cartocciata, una cipollina ed andarla a gustare in dolce compagnia sugli scogli in riva al mare dove una piacevolissima brezza mitigherà la calura estiva… Spero di essere stato esauriente…ed avervi descritto bene questo bellissimo posto…dimenticavo…la spiaggia è ben frequentata e rappresenta un fiore all'occhiello per la città di Catania… Un buon bagno a tutti Antonio Magrì http://viaggi.ciao.it/altri_luoghi_in_Sicilia__Opinione_634931
|
San
Giovanni li Cuti è il nome di un piccolo borgo marinaro di Catania con una
delle spiagge più rinomate della città.
Ormai fagocitato dalla metropoli etnea, viene lambito dal bellissimo lungomare che inizia come Viale Ruggero di Laurìa e prosegue come Viale Artale Alagona attraversando le cinque piazze che si susseguono in successione.
Nell'ordine si incontrano: Piazza Europa, Piazza del Tricolore, Piazza Nettuno, Piazza Ognina e Piazza Mancini Battaglia.
Poste tutte sulla destra si protendono verso il mare seguendo l'andamento sinuoso di una costa caratterizzata da sciara ed affioramenti magmatici.
Frequentatissime, ben conosciute e prese d'assalto durante la stagione estiva sono accomunate dal fatto di essere realmente delle suggestive terrazze a mare, luoghi di ritrovo conosciuti ma al contempo delle tappe abituali per il turismo balneare dei catanesi.
San Giovanni li Cuti si trova nella zona coperta da varie colate laviche, in epoca storica nel 1169, 1329 e 1381 anno in cui venne coperta anche parte dell'antico Porto Ulisse; tale tratto di costa è chiamata appunto La Scogliera. Vi si accede dalla via omonima, traversa di viale Ruggiero di Laurìa, nel quartiere di Santa Maria della Guardia. La spiaggia è compresa tra il porto omonimo, utilizzato solo da piccole imbarcazioni di pescatori, ed alcuni lidi a cui si accede tramite la vicina Piazza Europa.
La
spiaggia è formata da sabbia nera vulcanica e l'accesso al mare avviene tramite
scogli sempre di pietra lavica. La maggior parte delle pietre proviene dagli
scavi del 1956 fatti per l'interramento della ferrovia Catania-Messina nel
tratto che va dal ponte di Ognina alla stazione centrale. Molto più tardi si è
provveduto a rendere l'area fruibile per il turismo: ogni estate San Giovanni li
Cuti diventa una spiaggia libera dotata di docce, spogliatoi, bagni, passerelle
e scalette.
Inoltre,
con l'apertura di alcuni locali, il borgo si popola anche di notte.
Recentemente, però, la spiaggia è stata soggetta ad un degrado a cui
l'amministrazione comunale ha solo parzialmente posto rimedio.
L'intitolazione San Giovanni fa riferimento all'omonima parrocchia che dipende
dalla vicina chiesa di Santa Maria della Guardia.
Nel
dialetto catanese si utilizza il termine "Li Cuti" per indicare delle
formazioni di origine lavica o degli scogli sottoposti all'azione erosiva del
mare. Ulteriore sinonimo è "scogli lisci, levigati" (che però viene
tradotto con "Li Cutulisci"). Potrebbe inoltre derivare dalla metatesi
di "Li Cutuli" ("i ciottoli"). Tale
appositivo ha evidentemente risentito sia della natura dei luoghi che
dell'influenza di due vocaboli latini particolarmente appropriati entrambi di
genere femminile plurale: "cautes
- cautis", che assume tra i suoi significati quelli di "scogliera,
scogli, faraglioni o dirupi affioranti dall'acqua"; "cos -
cotis", che può riferirsi sia alla comune "cote" intesa come
"pietra focaia", sia per esteso a qualsiasi "pietra dura o
particolarmente tagliente".
I suoi abitanti sono chiamati "Licutiani".
(Wikipedia
|
|
L'Acqua Morta sugli scogli del Rotolo
di Alfio Zappalà Sègur - A Catania con amore
Studenti
e garzoni assieme, a prendere il sole semisdraiati in posizione non
certo felice per torturanti spigoli aguzzi che si ficcavano alle spalle
e sui fianchi. Una tovaglia e un paio di sigarette erano le cose
indispensabili (e il costume al posto degli slip, naturalmente). E se
c'era qualche ragazza nei paraggi tanto meglio, una sbirciatina
vogliosella non guastava.
C'era un bosco di ferule sonanti anche a un tocco di vento e una pianta di fico su un dirupo, in quel pezzo di "chiusa" che si doveva traversare per raggiungere il mare. Una pianta di fico eguale, si dice, ci fosse in un angolo alto delle Porte Scee.
Costa di lava, quasi sconosciuta oggi perché a picco sui suoi scogli vi sorge la Baia Verde, ma non dimenticata ancora da chi, per sfuggire allora alla sabbia e alla marmaglia della Plaja, si spingeva più in là dell'Armisi, di S. Giovanni li Cuti, di Ognina, per cercare la libertà e sfuggire alla schiavitù delle "cabine" o "baracche", come si chiamavano allora, dai "lidi" insomma, come ancora si chiamano.
Per anni furono sempre le stesse facce, più o meno le stesse coppie, a frequentare quella zona, desiderosi tutti di appartarsi come a dare un po' di spazio al proprio genio e fare anche un bagno in santa pace. E bisognava avere almeno una bicicletta, meglio se vecchia tanto da riuscire a superare il fondo stradale di terra e lava della via Mollica, bicicletta da nascondere poi fra gli scogli e da non perdere di vista. A completare l'abbigliamento bastavano allora un paio di zoccoli di legno.
Che rubassero la bicicletta, accadde raramente: i tempi erano diversi, né mi piacerebbe sentirmi dire da qualcuno che in quel tempo nessuno rubava perché niente c'era da rubare come se il ladro non fosse nato prima dell'uomo e non fosse il benessere a farlo rifiorire. Comunque per noi la bicicletta era l'unico capitale, tutto il nostro patrimonio.
La lasciavamo spesso (ma qualcuno veniva addirittura a piedi da Ognina), su quella spianata che la lava faceva al di sotto del "Salto del corvo" (u sautu dò Corvu). Sempre visibile dal posto dove ci si spogliava, rimaneva ancora più visibile dal mare quando si andava
al largo" e di là tutta l'ampia costa, allora disabitata, nera e piena di ombre, si controllava e quasi ci controllava a sua volta come in un grande materno abbraccio.

Era l'Acqua Morta: così si chiamava allora quella zona e oggi potreste riconoscerla a stento andandoci a nuoto, virando a destra quando scendete dall'unico posto rimasto 'accessibile a fianco del "Selene" a Cannizzaro. Ma a voi non interessa conoscerla più a fondo se non l'avete come noi amata per le sue acque profonde dai mille colori cangianti, ricche di pesci, i suoi bracci di scogli che si spingevano al largo come moli tanto da permetterei i tuffi più strani e spericolati, le alghe verde ambrato che tappezzavano gli scogli del fondo mobili come le chiome d'un Dio, odoranti di mare quando, a fasci, li portavamo a riva per liberare il fondale e pescare i primi ricci e i primi "occhi di bue".
Un posto per solitari, "l'acqua morta". C'era come una piscina naturale, una conca quasi rotonda, dove l'acqua entrava a sbuffi solo quando il mare era appena agitato e che per il resto stagnava, ingiallendo sul fondo, al sopravvenire della Grande Estate.
Ai
primi bagni, quando l'acqua era ancora fredda al di là della conca,
superato l'euripo, ci reimmergevamo in quell'acqua ospitale per
riscaldarci. Qualcuno nel passato aveva messo una carica di dinamite nel
punto più basso della lava che delimitava l'acqua stagnante, per
facilitare il ricambio, ma i risultati furono scadenti, né più altri
tentò di migliorarne il deflusso, comprese le cannonate che le navi
della Marina Inglese vi fecero arrivare dopo lo sbarco in Sicilia, nel
tentativo di raddrizzare il tiro su Randazzo.
Anche nei giorni festivi i bagnanti non superavano mai la dozzina. Negli altri giorni si era in pochi, una o due coppie e, se ne arrivava una terza, le altre due, silenziosamente, come in un tacito accordo, si spostavano, doppiando il piccolo capo esistente sia a destra che a sinistra della grande grotta che sovrastava l'acqua e dove un'altra grotticella ospitale permetteva di stare in disparte a chiacchierare o a fare all'amore o qualcosa che allora così si chiamava, ma ben altra cosa era e ben poco, ma che sempre sapeva d'un forte profumo di mare e di sale.
Mi capita ancora di incontrare qualche faccia di quel tempo: giovani o ragazze, oggi donne o uomini maturi, di riconoscerli appena, ignorandone come allora i nomi e di chiedermi: "Chi era?!... Chi ha sposato poi quella ... e chi era quello che allora "stava" con lei formosa e slanciata ... ".
"Stava con uno" non usava dirlo allora. A quel tempo A "filava" con B e il filo era spesso, se non sempre, sottile e leggero, fluttuante nel vento, aereo, segreto, dolce e delicato, così almeno a me sembra oggi, fors'anche sublime: era un guizzo, come il volo del "pulcino di mare", l'Uccel Santamaria, fra lave e seni di mare.
Spesso si arrivava all'"acqua morta" sul "filo del mezzogiorno", quando gli scogli erano infuocati e si ballava sulle pietre per raggiungere l'ombra. Dopo l'una, più o meno, era l'ora del ritorno: ci si caricava la bicicletta sulle spalle per superare agevolmente le anfrattuosità del terreno e non rompersi il collo, ci si fermava presso il fico nella speranza di cogliere un frutto perché c'era sempre speranza: ancora duri la mattina, dopo tanti palpeggiamenti e controlli, erano quasi maturi a quell'ora e col caldo e poi ci si fermava ancora alla fontana (era una fermata d'obbligo) che stava all'inizio della strada, ora in salita, sudati come turchi. Si faceva lì una gran bevuta che valeva anche da doccia. Non portavamo asciugamani con noi allora, né stuoie e mai nessuno morì di polmonite se, quando ci incontriamo, ne parliamo ancora e quasi litighiamo nel ricordare, se il compagno o la compagna che ci capita di rivedere vive ormai a Milano, in Germania o addirittura negli Stati Uniti e qui torna solo periodicamente.
Noi che siamo rimasti a guardia di quel mare, di quel sole, di quegli scogli, dell'erbe che fluttuavano sul fondo come le chiome degli Dei, noi, non sappiamo come giustificarci oggi che tutto è scomparso, ferule, fichi, fontane e restiamo a guardare mortificati sul fondo, sul fondo senza Dei, del nostro passato.

La Cernia di Ognina
Anni
addietro Ognina era un sobborgo di Catania e si raggiungeva per rendere i bagni
nel famoso lido "Porto Ulisse", una baietta di sabbia spessa nella
quale venivano montate poche decine di cabine, dalle quali i catanesi si
bagnavano in un mare cristallino e incontaminato.
Imponenti maschere e pinne pesantissime equipaggiavano i subacquei ante litteram
che girovagavano osservando i branchi di mormore e di acciughe che brillavano
contro lo sfondo scuro del fondale, mentre trepidanti mamme palpitavano fin
quando quei giovani "temerari" tornavano sulla spiaggia a raccontare
le meraviglie che avevano visto.
Oggi Ognina è un quartiere rumoroso e caotico, gremito di bancarelle nelle
quali si vende pesce e frutti di mare fino alle ore più tarde della sera; il
vecchio "Porto Ulisse" non esiste più e la spiaggetta è stata
abbandonata dai bagnanti, mentre la zona è stata trasformata in punto di
partenza per mille gommoni e motoscafi lasciati all'ormeggio sui moli
galleggianti che vi sono stati ancorati.
Il piccolo golfo da 2500 anni è stato meta e fonte di traffico per i
commercianti fenici, greci, romani e saraceni, sicché tutta la zona è una
specie di grande sito archeologico, abbondantemente saccheggiato dai ladruncoli
subacquei; ancora oggi è possibile ritrovare, specie dopo le mareggiate,
qualche collo di anfora o qualche
piatto sbrecciato che i ragazzotti sottraggono per stupire gli amici o la
ragazza, fabbricando congetture sull'origine e sulla destinazione del manufatto.
Lasciando il golfo di Ognina, dove l'acqua non ha più la trasparenza di un
tempo, ci si immerge dalle rocce a Sud del porticciolo, poco dopo l'innesto
della barriera frangiflutti.
Qui la visibilità supera spesso i 15 metri e l'immersione è interessante.
Il fondale si aggira inizialmente intorno ai 20 metri; la base della scogliera
è costituita dalla nera pietra lavica lanciata dall'Etna irato e terribile:
grossi massi, ricoperti da una traboccante vegetazione, formano tane, cunicoli,
gallerie profonde e labirintiche nella quali ancora oggi grosse cernie e saraghi
"universitari" hanno un habitat perfetto e inaccessibile.
Poco oltre, dove il fondale raggiunge i -37, ci troviamo nel territorio della
mitica Cernia di Ognina.
Si narra, infatti, che in questo tratto di scogliera viva una cernia di
dimensioni incredibili: assicurano che non è meno di settanta chili, certamente
superiore a 100 chili !!!...
Nella zona i pescatori professionisti (ma anche i cannisti) si tramandano il
racconto di un intero conzo di mille metri strappato dalle mani di un pescatore
che lo stava salpando e che se lo è visto scomparire sotto il mare, certamente
trascinato dalla Cernia!
Tutti i pescatori subacquei da almeno sei lustri asseriscono di averla avvistata
una mattina o l'altra: imponente, regale, maestosa, grande come un tavolo di
avvocato, circondata da una nuvola immensa di castagnole.
Qualcuno afferma, ancora pallido di paura, di esserne stato inseguito...
Appunto per questo il mio consiglio è di non immergersi in quel tratto di mare,
se non in compagnia degli istruttori della Scuola Sommozzatori di Catania ai
quali, essendo frequentatori assidui di quella zona, sembra che la Cernia abbia
concesso una sorta di placet e non li inquieti, anzi da loro non si è mai fatta
vedere...E buona fortuna!
Festina Lente
http://www.scuolasommozzatori.com/cernia.htm
|
|
|
Fantastica
zona della sicilia, “La Riviera dei Ciclopi”, zona fra Catania e
Acireale.
Il mito, quindi, identifica l'isola Lachea e i Faraglioni con i massi
scagliati da Polifemo contro Ulisse. Questa leggenda, indica la Sicilia
e Acitrezza come Porto di Ulisse. Esiste anche un altro mito, quello del
fiume Aci, che ha dato il nome alle nove cittadine che attraversava. Aci
era un tranquillo pastore innamorato della bella Galatea, ma Polifemo,
impazzito di gelosia, perchè pazzamente innamorato di Galatea, uccide
Aci, schiacciandolo con un grande masso. |
|
Le villeggiature ad Acitrezza di Francesco Strano - da Catania con amore Il catanese che, oggi, pronto a tutto, pur di evadere da una città che sente sempre meno "sua", si avventura tra la folla, le colonne immobili di auto, il rombo delle moto, i gas di scarico, la sporcizia, il frastuono degli impianti stereo a tutto volume, la volgarità della gente, la cementizzazione sfrenata, la distruzione dell'antico, che oggi distinguono Acitrezza, non può immaginare quale paradiso fosse questo vecchio borgo di pescatori negli anni '50.
A
quell'epoca, il catanese, ripresosi dalle rovine della guerra, cittadino
orgoglioso di una città davvero viva e operosa, rivitalizzato dal primo
miracolo economico, conquistati il frigorifero, l'automobile e i primi
segni di quel benessere che si sarebbe in seguito trasformato nel
consumismo più sfrenato, ma, ancora, egli, ingenuo e ignaro, scopriva
la villeggiatura a mare. Superati i confini di Ognina, antico golfo, nel
quale si mescolavano miseria e nobiltà, con i bagnanti portati in
spiaggia Ricordo ancora benissimo la prima casa di villeggiatura della mia famiglia, una piccola casa di pescatori, due vecchi sposi abbronzati e rugosi, con un esercito di figli, tutti sani e sorridenti, dediti alla pesca e ai genitori, in un'atmosfera ancora vagamente verghiana. Ricordo che all'imbrunire era quello il vero inizio della giornata dei trizzoti sulla spiaggia del porticciolo cominciavano i preparativi per la pesca notturna: le Iampare" portate giù da casa che si accendevano a una a una come enormi lucciole di speranza, l'odore dell'acetilene che si spandeva per l'aria, le barche calate in acqua a forza di braccia, scorrendo sulle 'Talanghe" scivolose di grasso, al ritmo di urla di incoraggiamento, le reti avvolte con cura a occupare i posti destinati, gli "specchi" lustri pronti a mostrare i magici fondali, il rumore dei remi, fissati agli scalmi, affondati con dolcezza e vigoria nell'acqua con la tipica voga dei pescatori. Tutto questo rappresentava uno spettacolo irrinunciabile per noi villeggianti, così come il ritorno delle barche, lo scarico del pesce ancora guizzante, dei polpi, dei ricci, dei crostacei; ed era una partecipazione gioiosa e sincera ai successi di quella brava gente, dalla quale acquistavamo i frutti di quel mare pescoso e profumato.
E non mancavano neanche allora i riti, semplici e spontanei: il mottarello o la coppa del nonno da acquistare nel piccolo chiosco della piazzetta (si trova ancora oggi lì nello stesso posto, dopo aver visto generazioni di mangiatori di gelati, resistente a tutto e a tutti), le serate all'arena allora ce n'erano due a servire gli abitanti di due zone diverse, che non si mischiavano mai, chissà perché nei cui programmi comparivano con feroce costanza i film con Nazzari, Vallone, Stanlio e Ollio; e anche lì, nel buio complice, le tenere coppiette consumavano le loro prime emozioni. I ragazzi più grandi organizzavano mitiche, e, per noi ragazzini, irraggiungibili, feste da ballo, la cui musica (Platters, Dallara, Modugno, Perry Como, Presley e altri divi dell'epoca) arrivava sfumata sulle spiagge, dove noi ne godevamo senza la sorveglianza dei genitori, tutti intenti a controllare i ballerini.
E i genitori, infine, la sera si riunivano per interminabili partite a carte, nelle quali facevano da padroni i
classici poker e scopone, ma anche la canasta, allora in gran voga, e un
gioco con carte siciliane, poi tramontato, lo "schipetaro",
che provocava accese discussioni e grandi risentimenti, almeno per una
sera; altre volte, in comitive, andavano alle famose serate al Lido dei
Ciclopi, serate mai più eguagliate per divertimento e varietà di idee.
Un "tuffo" nei luoghi verghiani di Enrico Blanco (La Sicilia, 14.7.2007) Le vele non sono più segno di lavoro ma di diletto, le antiche speronare e le feluche sono state sostituite dai grossi pescherecci con uno o più motori, ma per i pescatori trezzoti i faraglioni restano sempre l'amico da salutare alla partenza e che
rianima il cuore nel momento in cui torni a casa; l'Etna poi, con la
maestosità del suo apparire rimane
il gigante buono che ti indica la strada nel cammino vicino o lontano da
percorrere alla ricerca di seppie, calamari, pesce spada, masculiní e.... La pesca, con le attività ad essa connesse, rimane l'attività principale ad Acitrezza e il mercato del pesce non conosce mai soste, aprendo le sue porte ad avventori e turisti, dalle due della notte fino a quando il sole illumina il San Giovanni che domina il porto sempre "chinu, chinu comu l'ova" di barche, per dirla con i venditori di ricci che, da soli o conditi in un fumante piatto di spaghetti, rimangono il "primo" (in tutti i sensi) appetito dei tanti che affollano ristoranti, pub, alberghi, magari misurandosi con file, divieti e posteggi, che, in fondo, invitano a tornare alle sane passeggiate sul lungomare dei Ciclopi o nella via principale, tornando sui luoghi di padron Ntoni, di Mena, di Alessi, del parroco don Giammaria, della bettoliera, di Roccu Spatti e di quel mondo variegato che ruotava attorno alla Casa dei nespolo, da cui inizia anche oggi la visita a Trezza per tanti turisti. Su tutto domina il mare: da gustare con la barchetta a remi lasciandosi scivolare in acqua vicino ai Faraglioni a vivere sensazioni uniche, magari guardando i fondali ricchi di vita, con la maschera o sulla barca a fondo trasparente dell'Area Marina Protetta, nuova e "discussa" protagonista dei nostro tempo. Anche se talvolta i divieti scatenano le nostre invettive, la riserva è il freno per il carico eccessivo a cui è stato sottoposto il mare dei Ciclopi dalla fine della guerra. Si vorrebbe che con la bacchetta magica fossero cancellati anche quegli scarichi che dalle colline tanti novelli e sporchi Polifemo lanciano verso il mare ma l'azione dell'uomo Ulisse è approdata intanto al progetto del collettore e attende ora anche i contributi degli dei per realizzarlo.
Il Castello di Aci Si trova ad Aci Castello, in provincia di Catania. La fortificazione di incerta origine, fu il fulcro dello sviluppo del territorio delle Aci nel medioevo. Durante i Vespri siciliani, fu assoggettato alla signoria di Ruggero di Lauria, quindi in epoca aragonese fu di Giovanni di Sicilia ed infine degli Alagona venendo più volte assediato. Attualmente è sede di un museo civico. Secondo
lo storico Diodoro Siculo nel 396 a.C. nel mare antistante il
promontorio, dove oggi sorge il castello, avvenne una Il promontorio basaltico dove il castello sorge, era separato dalla terra ferma da un braccio di mare, che fu completamente colmato dalla eruzione del 1169. Storicamente un primo castello fu edificato nel VII secolo d.C. (secondo altri nel VI secolo) dai bizantini su di una preesistente fortificazione di periodo romano forse del 38 d.C. e chiamato Castrum Jacis e volto alla difesa della popolazione dalle scorrerie. È
possibile risalire alla storia del territorio di Aci dal VII
secolo al XIV secolo quasi interamente grazie agli avvenimenti
accaduti nel castello. Nel 909 il califfo 'al-Mooz, fece riedificare sulla rupe una fortificazione (qalat), che doveva far parte di un più vasto sistema difensivo atto a proteggere l'abitato. Nel
X secolo sotto la dominazione araba il borgo fu chiamato
'Al-Yâg o Lî-Yâg, fu un importante centro della Sicilia
orientale (secondo Al-Muqaddasi, storiografo che scrisse il
Kitab 'ahsan 'at taqasim ). Forte e preminente rimase però
l'impronta bizantina, tanto che lo scrittore Ibn al-Athir, nella
sua opera Kamil 'at tawarih, racconta di una Aci quale centro
della resistenza. Il 17 agosto 1126 il Vescovo abate Maurizio di Catania ricevette nel castello di Aci le reliquie di Sant'Agata, riportate in patria da Costantinopoli dai cavalieri Goselino e Gisliberto . All'interno di un ambiente che probabilmente era una piccola cappella, sono ancora visibili alcune tracce di un affresco che ricorda l'avvenimento. L'eruzione del 1169 fu preceduta il 4 febbraio da uno dei terremoti più funesti che si ricordino. Le lave di quella eruzione investirono il territorio di Aci e, si narra, arrivarono sino al castello, colmando il braccio di mare che lo separava dalla costa. In quella occasione parte della popolazione si spostò nella cosiddetta contrada di Aquilio (derivante dal console romano Manlio Aquilio che si narra lì nel 104 a.C. sedò un tumulto di folla) e che sarebbe la odierna zona di Anzalone, da cui prese il nome di Aci Aquilia. (Secondo altri, invece, il nome risalirebbe direttamente al periodo romano). Quindi
il castello ritornerà al demanio nel 1239 quando l'imperatore
Federico II di Svevia rimosse il vescovo Gualtiero di Palearia.
Nel
1277 il borgo attorno al castello contava 1.200 abitanti (183
"Fuochi"). Nel
1329 il territorio fu nuovamente sconvolto da un terribile
terremoto e da una eruzione che ne investì in parte il
territorio. Dalla nuova ricostruzione, stavolta più a nord
nasceva «Aquilia Nuova» (nucleo iniziale della futura
Acireale), così chiamata per distinguersi dalla precedente che
fu detta «la Vetere» Nel 1354 il territorio di Aci fu devastato ed il castello espugnato dal maresciallo Acciaioli, inviato in Sicilia da Ludovico d'Angiò. Nel 1356 il governatore di Messina, Niccolò Cesareo, in seguito a dissidi con Artale I Alagona, richiese rinforzi a Ludovico d'Angiò, che inviò il maresciallo Acciaiuoli. Le truppe, assistite dal mare da ben cinque galee angioine saccheggiarono nuovamente il territorio di Aci, assediando il castello. Proseguirono quindi in direzione di Catania cingendola d'assedio. Artale I Alagona respinse l'attacco e quindi contrattaccò con la flotta siciliana mettendo in fuga la flotta angioina. La battaglia navale, che si svolse fra la borgata marinara catanese di Ognina ed il Castello di Aci, fu detta «Lo scacco di Ognina» segnò una svolta definitiva a favore degli aragonesi nella guerra del Vespro. Durante la rivolta anti-aragonese Artale II Alagona, insorse contro il re Martino il Giovane (nipote di Pietro IV d'Aragona), asseragliandosi nel castello. Solo dopo un lungo assedio del re il castello fu espugnato. Si narra che riuscì nell'impresa guastando il sistema di approvvigionamento idrico del castello, approfittando dell'assenza di Artale II (1396) . Nel 1398 sempre il re Martino il Giovane farà dichiarare dal Parlamento generale di Siracusa che «...le terre acesi dovevano restare in perpetuo nel regio demanio», probabilmente per evitare che tornasse in mano ai baroni e favorendo così lo sviluppo dei tanti borghi che componevano l'«Università». Nel 1399 venne dato un privilegio di «esenzione dalla dogana» al territorio. Nel 1402 il re Martino il Giovane fece del castello la sua dimora insieme alla seconda moglie Bianca di Navarra. Nel 1404 il borgo contava 2.400 abitanti.
Ultimi
baroni e demanialità Giovanni VergaNel 1439 il castello e la sua università passeranno alla famiglia Platamone, ai Moncada, ai Requisens e poi nel 1468 ai baroni di Mastrantonio. Il 28 agosto del 1528, gli abitanti offrirono all'imperatore Carlo V la somma di 20.000 fiorini, per rientrare nel Regio Demanio e riscattarsi dal potere baronale. L'imperatore accetterà l'offerta il 5 luglio del 1530 concedendo il mero et misto impero, confermando inoltre la concessione della Fiera Franca. Nel sigillo della nuova universitas reale il castello di Aci fu il simbolo principale insieme ai faraglioni di Aci Trezza.
Dal
XVI secolo ad oggi (Wikipedia)
|
|
Sig.
La Rosa, l'autru iorno quello zzavordo di mio cugino Affio, siccome
dovevomo scendere a Catania per faricci visita a sua soru 'o spitale, che
si aveva operata di un craunchio ndel culo, pecciò lui mi disse "iù
staiu pinsannu, pecchè non nnì purtarmi i costumi e appena uscemo do
spitali ce ne andiamo al mare a Catania e nni facermu un bello bagno
salato? " Ddu zzaurdu di mio cucinu Affio si aveva
purtato do paisi na pignata di purpetti di mucco volgarmente detto neonato",
uova dure, un chilo e menzo di pani e na buttigghia di due litri di vinu;
"Litterlo - mi diceva - comu ci facemo il bagno salato ci dobbiamo
arrichiari cu sti puppetta"; Io, sig. La Rosa, motto, ero motto, ho
detto "Affio ma ti pari una cosa fina ca uno si potta i puppetta di
mucco al mare? "E picchì?" - mi dissi iddu - "Ma
come picchi, Alfio, picchì ... vah che sò, un poco di caponatina, un
poco di carciofoli arrostiti, qualche piricoco o sbeggio pe passassi la
bocca, no ... "I puppetta di mucco" Ad ogni modo abbiamo
arrivati al lido. Io motto!!!, comu ddi cristiani s'alluntananu, u'chiappai e cci dissi, "Affio, ma allura u signor La Rosa ch'avi ragiuni ca dici ca si un pezzu di zauddu! Scusa, cchi cci dici 'e cristiani... to soru è stata operata col taglio ndel culo? Non si dice accusi "E comu cci devo diri" mi dissi iddu. Cci devi dire, con un poco di RAFFINERIA, ca è stata operata ca ccí hanno fatto il taglio, che sò, ndel DERETAN. Mi allontanai e mi sdraiai al sole per prendere un poco di sole nde carni, mentri me cucinu Affio si avvicinau 'o bar e facennu amicizia ccu un pugno di persone cci stava dicennu; "io sono do paisi e mi trovo a Catania coi i puppetta di MUCCO picchì ci ho l'atto visita a me soru 'o spitali ca l'hanno operata chè ci aveva un craunchio ndel..ndel.... ndel.... si vota versu di mia e mi fa forti "Litteriooooo, .....comu si chiama u culu 'i me soru?". |

|
|
|
Acquarius 95021
Aci Castello (CT) - Via Pezzana Giacinta, 18 Bellatrix Via
Musco, 1 95121 Aci Castello Catania Grotta Smeralda Via Antonello Da Messina, 11 - 95021 Aci Castello (CT) 095 271576 Lungomare Camping Ionio Via
Villini a Mare, 2 - Catania Acicastello Via Del Porto 2 Aci Castello (CT) 095 271160 Portofino Via S. Maria La Scala Acireale 095 891545 La
Terrazza 095 877470
|
Aldebaran Lido Dei Ciclopi 95021
Aci Castello (CT) - Via Provinciale, 2 La
Risacca
La Battigia Viale Ruggero Di Lauria, 2 - 95127 Catania (CT) 095 387898 LiCuti San Telmo Via
Mollica, Aci Castello (CT) Baia del Gambero Via S.G. Li Cuti 80. 95127 Catania 095 376281 - 095 382556 Helyos Piazza
Europa - 95129 - Catania Via
Acque Casse, 39 - Catania Mediterraneo Via Gurne - Acireale 095 877489 |
|
Tanti anni fa, all'inizio dei lidi della Plaja, c'era un tratto di spiaggia libera che spesso era adibita, arbitrariamente, al lavaggio... degli animali. Si schiumavano asini, muli e cani. Dal tram noi vedevamo divertiti la scena, ma immancabilmente c'era sempre qualcuno qualche padre o qualche madre che giustamente si scandalizzava: per quella giornata si proibiva a noi figli la balneazione (e dire che i nostri lidi erano abbastanza distanti da quel tratto di spiaggia!). Altri tipi di sporcizia ed inquinamenti avremmo visto in seguito...
La Plaja
Provenendo
dal porto di Catania o all'opposto dalla provinciale Catania-Siracusa
s'incontra la spiaggia della Plaja, che si estende per
Su un'area di circa 280 Kmq posta a nord-est delle spiagge, è presente il Boschetto della Playa, una macchia verde, frutto di un rimboschimento del periodo tra le due guerre mondiali, (oggi ecologicamente protetta, dopo un lungo periodo di degrado ed abbandono) costituita in gran parte da pini marittimi e trasformata in area attrezzata, che spesso ospita manifestazioni sportive agonistiche ed amatoriali. A
sud del litorale, invece, vi è un'area residenziale chiamata Villaggio
Paradiso degli aranci, sede di una miriade di villette costruite, nella
maggioranza dei casi, senza tener conto dei vincoli territoriali e
ambientali della zona: molte delle abitazioni, di fatti, sono costruite a
pelo d'acqua, ovvero a pochissimi metri dalle coste. A giudizio di chiunque la visiti, la Playa rappresenta un'occasione perduta per la città: le sue sabbie dorate e la bellezza del mare avrebbero potuto trasformare quest'area in una vera e propria "riviera Romagnola" siciliana. Per questo motivo, sono stati effettuati numerosi tentativi di riqualificazione della zona, non ottenendo purtroppo tangibili miglioramenti. In passato la Plaja, con il tipo di spiaggia particolare, favoriva, come oggi d'altronde, l'afflusso di famiglie con numerosa prole. I bambini, con quel mare così basso, erano al sicuro (però il salvagente era sempre meglio indossarlo, non si sa mai ... ), mentre per i giovani le solite cose: le partite a carte, quattro calci al pallone, le bocce, i tornei di tamburello, qualche tentativo di "piramide umana", la sbirciatina alla ragazza dell'ombrellone accanto...
Il popolo del Beach di Marika Falsaperla (La Sicilia 14.7.2007) Il
mondo "beach" a Catania si chiama Plaja. Una spiaggia rimodulata
secondo logiche più moderne e innovative, che tengono "C'è gran folla di bagnanti provenienti anche da Enna e Caltagirone spiega il presidente dei Sib, Giuseppe Saffè che prima preferivano spostarsi verso le zone di Gela o del Ragusano, e oggi invece stanno riscoprendo il nostro territorio". Di certo, questo non rincuora e rimangono alcuni "vuoti" denunciati dalla categoria: ovvero la mancanza di flussi turistici, che a Catania sono ancora "mordi e fuggi" e che non aiutano gli imprenditori degli stabilimenti balneari, ad ammortizzare gli investimenti fatti negli ultimi anni per potenziare i servizi. Infatti questi ultimi hanno creato davvero strutture a 5 stelle, che però per esempio devono pagare l'alto prezzo dei parcheggiatori abusivi o della viabilità: basti pensare a viale Kennedy, che rimane ancora un'arteria dalle caratteristiche di strada a scorrimento veloce, ancora troppo lontana dall'essere quel Lungomare che tutti vorremmo. E la sera? l'illuminazione copre soltanto il primo chilometro. Un problema che vien fuori soprattutto quando esplode la movida estiva catanese, che ha visto di recente anche sbloccare il "nodo" degli orari predisposti dall'assessorato regionale al Territorio e Ambiente che fissava il limite orario dell'1,30 per l'espletamento di attività d'intrattenimento musicali all'interno dei lidi (e dei relativi nulla osta e autorizzazioni). "Nodo" sciolto grazie al decentramento dei controlli e alla sburocratizzazione delle procedure. Tali attività, come quelle relative alla somministrazione di alimenti, possono considerarsi di diretta fruizione dei mare secondo la stessa circolare e quindi compatibili se inseriti all'interno di un contesto balneare, in stretta relazione con la tipologia delle strutture, gli spazi occupati e la modalità di espletamento.
|
|
Auh, sig. La Rosa, ddu zzaurdu di me cucino Affio l'autru iorno mi dissi: Litterio chiù tardu ti vegnu a trovu a casa ca ti debbo parlari. Affio - ci ho detto io - guarda che io devo "studiari ppi l'esami". "Ma io ti devo parlari ppi fozza". "E va bene" - ci dissi - ..."se sto studiando... arrusbigghiami"... Lui doppo pranzo passò (voce del verbo passato) e si misi ncurtu (a cimicia) ca mi vuleva purtari ppi fozza o Bulinghi... Io cci ho detto: "Affio non cci vogghio venere prima di tutto picchì soddi non cci n'haiu, e poi non ci ho stato mai (La Rosa: semmai, ci sono stato... Litterio: picchì, ci vinni macari Lei?). "E ppoi non sacclu iucari"... Iddu m'arrispunnivu "Non ti preoccupari picchi mancu iù cci ho stato mai, ma è giustu pruvari". "Ma soddi non ci ne ho" - ci dissi iù- "Non ti preoccupare ca te lo offro io,... pago iù." Ora, sig. La Rosa, siccome io non sono un tipo profitterolo, mi pareva un poco male, ma iddu insistivu tantu ma proprio tantu ca alla fine accittai l'invito. Pattemu do' paisi cu 'du gran machinuni, a me Fiat 600. A misi a motu, u tempu di cuarialla e pattemu. Sig. La Rosa, dda machina è n'saittuni, un fulimine! Tempu quattru-cinc'uri arrivammu o posteggiu ddo Bullinghi! Lassai dda gran machinuna davanti, ci misi i catini di sutta e di supra u cofanu, e ppi stari cchiu tranquillu vicinu u stezzu ci misi a'mmagginetta ca me fotografia cu l'occhi a pampinedda, unni ci scrissi "ppi ffavuri, non t'ha futtiri!" Poi ciccai o posteggiatori, s'avvicinau e ci dissi "Gioia affezzionato del mio cuore, t'arreuli cchi ti stai lassannu? E iddu, mi taliau e m'arrispunnui "cchi fa, a lassa cca o s'ha pigghia cchiu taddu?" Sig. La Rosa, era propriu lisciu! Mhi! Comu trasemu nta stu bulinghi, sig. La Rosa, rumore di palli ca arrotolavano annavanti, in un'altra fascia c'era una specie di saia con le palle ca turnavano annarreri, palli 'nda l'aria ca calavano girando per tutte le parti, insomma sig. La Rosa, era tutto un giramento di palle. Quantu paaalliii, sig. La Rosa, palli di tutti i colori, palli dure, ma dure ca si ponu abbiare, sbattiri comu voli, insomma non su palli che si possono rompere quelle... picchì ogni palla aveva tre buchi portusi. Appena trasemu, ci fù unu ca pigghia mi chiamau e mi fa: "scusi le scappe".. "No, guardi non mi scappa affatto pecchè ho fatto due gocce precise prima di calari do paisi". Allora quello mi fa "ma signore vi dovete cambiare le scarpe, prego!". Sig. La Rosa chista fu a prima mala comparsa; allora subito mi ho scusato dicennici "cci deve scusari ma è che siamo primaioli, voglio dire mai ngignati per il bulinghi," e ni desunu mparu di scarpi a l'unu... scarpi a colori, belli, tipo anni trenta... Cincumila liri!!!! signor La Rosa, su s'accattari scarpi issi ddocu ca su boni e costunu picca!. Appena me cucinu Affio si livò i scarpi pari ca scoppiò a guerra chimica, cci fù un curri curri generali: cu scappau a destra, cu scappau a sinistra, appunu a telefonare a chiddi da disinfestazione comunali; oh lu bestia! Nde peri cci aveva a stampa de scarpi ca pari ca non si l'ava livato mai. Inveci, sig. La Rosa, quannu mi livai i scarpi iù, ciauru di carnuzza tenira, di neonato, un profumo ca s'allargaru i pommoni. A signurina da cassa di prima mi taliavu ntrigna, mi canciai i scarpi e iemu pi pigghiari a palla. Sig. La Rosa, cormi pigghiai a palla m'accorsi (voce del verbo accorrere) ca cci aveva dei buchi portusi, io però non sapevo e non capivo come ci dovevo nficcari i ita nde purtusa anche perché i ita su cinque e i purtusa erunu tri, e perciò mi assuppicchiavunu due ita e ho accominciato a ncaccari i ita, insomma vaio ppe tirare, sig. La Rosa, a palla mi partì annarreri ca cci fu u curri curri generali, e meno male ca non n''cagliai a nuddu. In quel momento preciso ddu zzaurdu di me cucinu Affio ca si aveva ncaccatu benissimo i ita ndei purtusa và ppi abbiari (voce del verbo abbaiare) a palla, partivu e iddu s'accorse ca ci avava arrestato 'aneddu intra u purtusu..., pigghia e partivu a peri appressu a palla, ppi acchiapparla; sciddicavu, cascò nda pista affianco, a panza sutta, longu longu, cchi iammi aperti mentri arrivava una Palla ca pareva na cannonata, u ncagghiau ndegli organi genitori sottostanti e u trascinau nsino ndei birilli, fici STRIKE, su risucavu nda machina e dal quel mumento non si hanno notizie. lo,
sig. La Rosa, ca circava di
nficcarici i cinque ita nde tri pirtusa pensai "ma non cridu ca cci
su palli cu cinque pirtusa" perciò lassu na palla e vaiu pi
pigghiarini un'altra; a quel momento preciso luvanu a luci, picchì a
una certa ora ndo Bulinghi abbassano i luci picchi comincia il
disco-bulinghi, perciò al buio c'era un cretino assittato vicinu unni arrivano i palli... chistu era un metro e
deci, completamenti tignusu. Sig. La Rosa, 'cu ddu scuru scanciai a so testa ppa palla ci
inficcai un jtu nda ucca e dui ndo nasu
e accuminciai a tirari deciso; mi movevo tutto, bello ccu na bella
sciolta, picchì lei u sapi che di corpo vado bene. Doppu dda mala
cumparsa di Affio mi volevo dare un convegno di chiddu ca cci a fa
troppu forti, così acchiappu a chistu, u tirai nda pista e ho fatto Strike
e mi desunu... venti punti a mia e deci a iddu... nda testa!
|
|
|
|
a cura della LEGAMBIENTE CATANIA http://www.legambiente.sicilia.it/documenti/simeto/riserva%20simeto.htm A
sud della città di Catania, attorno alla foce del Simeto, esistono
alcune zone umide di estremo interesse naturalistico e paesaggistico.
Esse rappresentano una piccola parte delle aree palustri che in passato
si trovavano nella piana di Catania. Gran parte di questi ambienti fanno
oggi parte della riserva naturale "Oasi del Simeto", istituita
nel 1984 dalla Regione Siciliana al fine di incrementare le condizioni
per la sosta e la nidificazione della fauna e la conservazione ed il
ripristino della vegetazione delle dune e delle zone umide. A
partire dalla metà degli anni '70 alcuni speculatori edilizi, favoriti
dalla compiacente inerzia delle amministrazioni comunali, iniziarono a
lottizzare vaste aree a ridosso delle zone umide site nei pressi della
foce del Simeto. I villaggi abusivi sorsero lungo la costa ed a stretto
contatto con le zone umide, alcune delle quali furono prosciugate per
far posto ad intere lottizzazioni. Nonostante queste aggressioni, l'interesse naturalistico delle zone umide dell'area protetta è ancora molto alto e sono possibili interventi che restituiscano dignità ad un'area di estremo interesse naturalistico nel bacino del Mediterraneo. In tale ottica l'eliminazione degli agglomerati abusivi che risultano incompatibili con la tutela e la gestione della riserva, una parte minoritaria sul totale delle costruzioni, si rende indispensabile sia per ripristinare le condizioni naturali a fini naturalistici e paesaggistici e consentire la corretta fruizione, sia per gli inaccettabili disturbi alla fauna e la distruzione della vegetazione delle dune determinati dalla massiccia presenza di persone nel periodo estivo. Uno
degli ambienti più importanti della riserva è costituito da un ampio
meandro che il fiume Simeto formava immediatamente prima della foce. La
rettificazione del tratto terminale separò dal nuovo corso questo
meandro, oggi denominato vecchia ansa del fiume Simeto, che tuttavia è
sopravvissuto grazie alla falda sotterranea. A nord di questo meandro è
presente un vasto canneto ove trovano rifugio migliaia di uccelli. Lungo la costa si trovano alcuni stagni retrodunali di acqua salmastra, noti come "salatelle"; alcuni di essi sono temporanei mentre altri sono permanenti. A sud della foce del fiume Simeto è presente un esteso stagno denominato lago Gornalunga. Esso è oggi alimentato dal canale Benante mentre un tempo costituiva la foce del fiume Gornalunga, adesso affluente del Simeto. Questo stagno accoglie un notevole numero di uccelli durante tutte le stagioni e presenta attorno alle sue sponde un vasto salicornieto. Inoltre, numerosi acquitrini stagionali si formano nel periodo invernale in varie parti della riserva. Estesi salicornieti si rinvengono nelle aree che si allagano in alcuni periodi dell'anno ed attorno ai pantani salmastri. Tra le altre specie di questo ambiente vanno citate la salicornia perenne (Sarcocornia perennis) ed il limonio (Limonium angustifolium). In prossimità delle aree umide si riscontra frequentemente l'Inula crithmoides. L'interesse naturalistico dell'area della foce del Simeto è accresciuto dagli ultimi residui di dune sabbiose costiere. Anche in questo caso ciò che oggi rimane non è paragonabile con il vasto sistema di dune della Plaia di Catania, esteso per tutto il litorale sabbioso del golfo di Catania, con una larghezza di circa due chilometri e con dune alte sino a 8 metri. Le bonifiche prima e la speculazione edilizia dopo, hanno purtroppo determinato lo spianamento della massima parte delle dune. Tra le specie vegetali delle coste sabbiose è possibile riscontrare nelle parti più vicine alla battigia le pioniere Salsola kali, Cakile aegyptiaca, Xantium italicum. Seguono le dune embrionali caratterizzate, tra le altre specie, da Agropyron junceum e dal giglio di mare (Pancratium maritimum). L'ammofileto, il cui nome deriva da Ammophila arenarea, un tipo di vegetazione che si insedia sulle dune più mature, è presente in maniera sporadica a causa degli interventi antropici. Lungo le sponde della vecchia ansa, nella golena del Simeto e nelle vaste aree retrodunali sono presenti esemplari, anche arborei, di tamerici (Tamarix africana e T. gallica). Un bosco ripario a salici è oggi confinato in un'area alla confluenza dei fiumi Gornalunga e Simeto.
Nella riserva sono state censite numerosissime specie di uccelli, molte delle quali estremamente rare. Alcune nidificano nelle zone umide o lungo il tratto terminale del fiume mentre altre sostano soprattutto durante i periodi di passo. Tra gli uccelli acquatici o legati agli ambienti acquatici nidificano il Tuffetto (Tachybaptus ruficollis), il Tarabusino (Ixobrynchus minutus), la Sgarza ciuffetto (Ardeola ralloides), l'Airone cenerino (Ardea cinerea), il Germano reale (Anas platyrhynchos), il Porciglione (Rallus aquaticus), la Gallinella d'acqua (Gallinula chloropus), la Folaga (Fulica atra), il Cavaliere d'Italia (Himantopus himantopus), il Corriere piccolo (Charadrius dubius), il Fratino (Charadrius alexandrinus), il Martin pescatore (Alcedo atthis), l'Usignolo di fiume (Cettia cetti), la Cannaiola (Acrocephalus scirpaceus), il Beccamoschino (Cisticola juncidis) e il Pendolino (Remiz pendulinus). Di estremo rilievo è la presenza della Moretta tabaccata (Aythya nyroca). Oltre
alle specie citate come nidificanti si possono osservare negli specchi
d'acqua lo Svasso maggiore (Podiceps cristatus), lo Svasso piccolo (Podiceps
nigricollis), il Cormorano (Phalacrocorax carbo), la Volpoca (Tadorna
tadorna) e diverse specie di anatre: Codone (Anas acuta), Mestolone (Anas
clypeata), Marzaiola (Anas querquedula), Alzavola (Anas crecca),
Fischione (Anas penelope), Canapiglia (Anas strepera), Moriglione (Aythya
ferina), Moretta (Aythya fuligula). Tra gli Ardeidi negli acquitrini e
nei salicornieti è facile incontrare l'Airone cenerino e la Garzetta (Egretta
garzetta) mentre l'Airone rosso (Ardea purpurea) e la Sgarza ciuffetto (Ardeola
ralloides) prediligono ambienti con una vegetazione più fitta. Sempre
negli acquitrini e nei salicornieti si può avvistare la Spatola (Platalea
leucorodia), l'Albastrello (Tringa stagnatilis), la Pettegola (Tringa
totanus), l'Avocetta (Recurvirostra avosetta), il Piviere dorato (Pluvialis
apricaria), la Pivieressa (P. squatarola) e, talvolta, anche il
Mignattaio (Plegadis falcinellus) e il Fenicottero (Phoenicopterus ruber).
Tra i rapaci è facile avvistare il Falco di palude (Circus aeruginosus).
Alle foci e presso la spiaggia, ma anche in acquitrini, si incontrano
diversi limicoli: Piovanello tridattilo (Calidris alba), Piovanello
pancianera (C. alpina), Piovanello (C. ferruginea), Gambecchio (C.
minuta), Beccaccino (Gallinago gallinago), Pittima reale (Limosa
limosa), Combattente (Philomachus pugnax), Piro piro boschereccio (Tringa
glareola), Piro piro piccolo (T. hypoleucos), Piro piro culbianco (T.
ochropus). La Pavoncella (Vanellus vanellus) è presente nei prati umidi
e nei campi coltivati. Alla foce, negli stagni salmastri ed anche in
mare si rinvengono diverse specie di gabbiani e di sterne: Gabbiano
reale (Larus Tra i Rettili va ricordata la Testuggine d'acqua (Emys orbicularis) la cui presenza è stata accertata nel lago Gornalunga. Tra gli invertebrati è importante la presenza di specie legate alla costa sabbiosa. Nella battigia si trovano alcune specie di piccoli Crostacei Anfipodi ed Isopodi. Nella zona di duna vera e propria sono presenti diverse specie di Insetti che presentano esclusivi adattamenti ecologici e comportamentali all'ambiente delle dune. Tra queste ricordiamo i Coleotteri Carabidi Scarites laevigatus e S. buparius; il primo si rinviene nella fascia più prossima al mare mentre il secondo presente tipicamente nell'area delle dune. Alcune cavallette, quali Acrotylus longipes e Sphingonotus candidus personatus, presentano una colorazione molto simile a quella del substrato sabbioso. Il cicalone (Brachytrupes megacephalus), un grosso grillo dal canto potente, oggi in rarefazione a causa dell'antropizzazione e del notevole calpestio delle dune determinato dai numerosi frequentatori dei villaggi abusivi, è invece abbondante in alcune aree retrodunali. |
|
|
|
|
|
Nell'edificio della Vecchia Dogana sorgerà un centro polifunzionale. Farà
da cerniera tra la città e una parte del Porto di Catania. Di più:
sarà il fulcro, il principale polo d'attrazione del Porto, sia Questo
l'obiettivo con cui sono appena iniziati i lavori di ristrutturazione
dell'edificio della Vecchia Dogana, che porteranno alla "La funzione di questa struttura spiega il presidente dell'Autorità portuale di Catania Santo Castiglione sarà importantissima in vista della realizzazione del Waterfront, cosi come previsto dal Piano regolatore portuale proposto al Comune di Catania e da maggio 2004 al vaglio del Consiglio comunale". L'Autorità portuale etnea ha portato a compimento l'iter che permetterà di ristrutturare l'edificio rosso della Dogana, risalente al 1800, ormai fatiscente e in buona parte dichiarato inagibile. "Sin dal giorno del mio insediamento, sottolinea Castiglione, ho cercato di avviare tutte le procedure necessarie per avere la riconsegna della struttura, edificio demaniale dato in concessione dal Ministero alla Dogana. Attraverso una serie di accordi con l'Agenzia delle Dogane di Palermo e di Catania, siamo riusciti nel nostro intento.
L'intervento di ripristino della struttura prevede una spesa complessiva di oltre 8 milioni di euro, dei quali la metà a carico di soggetti privati, 610 mila a carico dell'Autorità portuale con fondi propri e 3 milioni a carico del Pit Città Metropolitana. "Abbiamo, scelto la strada di partnership con il privato prosegue il presidente dell'Autorità portuale etnea non soltanto perché la valenza dell'investimento ci consente di risparmiare risorse pubbliche. ma anche perché la gestione privata. preceduta da un'apposita selezione pubblica, garantisce una migliore utilizzazione degli spazi, una maggiore efficienza del servizio offerto nel rispetto dei tempi ristretti.. La Port Authority ha individuato delle risorse del Pit, di concerto con il Comune e la Regione, grazie al quale sono stati stanziati 3 milioni di curo. Il concessionario dei lavori, la Spa Vecchia Dogana dovrà adesso rispettare un cronogramma ben preciso, pena la revoca dei finanziamenti, che prevede la conclusione dei lavori a ottobre 2008. Un primo importante tassello verso l'apertura del porto alla città e della città al porto. Tra gli interventi previsti dal Piano regolatore portuale relativi al Waterfront, un grande giardino pubblico, che collegherà Porta Uzeda alle banchine, e la realizzaizone di un nuovo quartiere, sulla banchina di riva del Porto Nuovo, dove ci saranno spazi museali, espositivi, attività ricettive, di ristorazíone, commerciali, ludiche, legate al mare, al tempo libero e al turismo. |
|
|
|
Alkamar 95121
Catania (CT) - Lungo Mare Kennedy, 39 95121
Catania (CT) - Viale Kennedy, 77 95100
Catania (CT) - Via Pagaro, 88 95121
Catania (CT) - Lungo Mare Kennedy, 73 95121
Catania (CT) - Viale Kennedy Presidente, 33 95121
Catania (CT) - Lungo Mare Kennedy, 46/47 95121
Catania (CT) - Viale Kennedy, 19 95121 Catania (CT) - Viale Kennedy, 63 The Kings Vacans 95100
Catania (CT) - Contrada Vaccarizzo Coccoloba Club V.le
Presidente Kennedy 87, 95121 Catania Dome Beach Viale Kennedy, 85 - Catania Tel. Tre Gabbiani Viale
Kennedy 57 - 95121 Catania Souvenir Viale
Kennedy 71 - 95121 Catania Tempo Libero
Villaggio
Turistico Souvenir
Belvedere Viale Kennedy, 41 - Catania (CT) Polifemo Viale Kennedy 59, Catania 095 346521 Le Capannine Viale
Kennedy, 93 95100 Catania
|
America 95121
Catania (CT) - Lungo Mare Kennedy, 89 Aurora 95121
Catania (CT) - Lungo Mare Kennedy, 37/A Azzurro 95121
Catania (CT) - Viale Kennedy, 11 Delfino 95121
Catania (CT) - Lungo Mare Kennedy, 91 95121
Catania (CT) - Lungo Mare Kennedy, 69 Excelsior 95121
Catania (CT) - Lungo Mare Kennedy, 35 Jolly 95121
Catania (CT) - Lungo Mare Kennedy, 85 95121
Catania (CT) - Lungo Mare Kennedy, 87 95121
Catania (CT) - Viale Kennedy, 7 Il Ciclope 95121
Catania (CT) - Lungo Mare Kennedy, 59/A Centro Balneare Polizia V.
Plaia, 95121 CATANIA (CT) Centro Balneare Esercito V.le
Presidente Kennedy 23,121 CATANIA (CT) Le Piramidi Viale Kennedy, 45 - Catania Tel The Original Cucaracha Lungo Mare Kennedy, 47 95121 Catania (CT) 095 7232195 Dopolavoro
Ferroviario
Centro
Balneare Enel
Patrizia
Tel. Villaggio
Turistico Europeo
Abatros Viale Kennedy, 45 - Catania (CT) La Pineta Viale Kennedy, 71/a - Catania (CT) Università Viale Kennedy Catania Stella Del Sud Viale Kennedy 87 Catania 095 591522 |
|
|
La "Dolce vita" di Taormina
di Gianni Nicola Caracoglia
Chico Scimone, l'inventore siciliano del night club e della night life, racconta gli anni d'oro quando nella cittadina le star erano di casa.
"Ok
ya, quelli erano proprio altri tempi". L'accento yankee dà subito
l'idea del personaggio Francesco Scimone, da tutti conosciuto come Chico,
musicista e nightclubber ante-litteram, porta dentro di sè un modo di
concepire la vita e il divertimento molto vicino allo stardom di chiara
matrice americana. E non a caso, visto che Chico gli Usa li conosce bene
in quanto vi ha vissuto a lungo - tra Boston e New York - e dove ha
incamerato a pieni polmoni l'aria gaudente e un po' viziata del night
club.
Esperienza
vissuta a partire dal 1928, a soli diciassette anni, tra gestione di
locali e big band di jazz e che Chico ha pensato bene di trasferire anche
nella sua Taormina quando vi ritornò nel 1953, aprendo la Giara, uno dei
locali che in Sicilia, diventarono sinonimo per antonomasia di
divertimento notturno. Anni, quelli, in cui la località turistica più
famosa dell'isola viveva una parentesi di dolce vita che poco o nulla
aveva da invidiare alla capitale.
E
in linea con i tempi, l'anno dopo il ritorno in patria, Scimone sposò in
pompa magna l'attrice spagnola Aurora De Alba, con tanto di coreografia di
carretto siciliano. Scene queste che recentemente sono state riprese alla
tv in un programma sui matrimoni celebri dei secolo, al pari di quello di
Carlo e Diana. Non l'unico matrimonio della sua vita: Chico si è sposato
altre quattro volte (mai con una italiana) ed oggi, divorziato, non
considera finita la sua carriera sentimentale.
"In
quel periodo a Taormina - ricorda Scimone – tra il Festival del Cinema,
il David Di Donatello e vari film girati in Italia, venivano molte star
che immancabilmente passavano dal mio locale che è stato il primo night
club di Taormina". Subito dopo ne ha aperto un altro con lo stesso
nome a Catania, a Villa Manganelli (oggi semidistrutta ndr), e fu il primo
night della città etnea. "Nel 1958 alla Giara di Catania, una
signora mi chiese se potevo insegnare i passi del cha cha cha alla figlia.
Bene, quella ragazza era Mina". Episodio simile 10 anni prima,
tornando da New York: sulla nave fu invitato da una signora ad ascoltare
la voce del figlio aspirante cantante: il giovanotto era Johnny Dorelli.
Seduto,
come ogni pomeriggio, ai tavolini del Mocambo, Scimone guarda il fiume di
persone che affolla il corso e con un pizzico di nostalgia snob non riesce
a non fare un confronto con il Passato. "Una volta quando c'erano
meno macchine, c'era un turismo più selezionato. Al San Domenico, per
esempio, si pranzava in smoking. Era facile incontrare star del cinema
come Greta Garbo o grandi scrittori come Truman Capote o Tennessee
Williams che passavano lunghi periodi a Taormina".
Lo
spartiacque a cavallo dei '70: "Quando sono tornato definitivamente
in Italia nel 1973 (dopo una nuova parentesi americana cominciata nel 1961
ndr) ho capito che tutto era cambiato. Le celebrità erano
scomparse". Anche la passione per la Giara andò scemando fino a
quando lo cedette nel 1988. Da allora non vi è più entrato. "Come
quando finisce un amore non si torna più indietro".
La
passione per la musica, ereditata dalla madre anch'ella pianista, è nata
molto presto in Scimone ed ha contagiato anche la sorella Amelia che,
ancora oggi, spesso suona con lui a quattro mani al piano del San
Domenico.
Hotel
in cui Chico suonò per la prima volta poco prima di partire per
l'America, nel lontano 1928. "Allora si suonava nel pomeriggio, yah,
perché c'era il the danzante. La sera, poi, andavo al cinema e facevo la
colonna sonora dei film muti di Greta Garbo e Rodolfo Valentino".
Nel
celebre hotel vi è tornato a partire dal 1980. "Ho sempre amato
1'atmosfera elegante dei San Domenico. A fine serata, però, mi spostavo
alla Giara e suonavo là". Il repertorio di oggi viaggia tra le
colonne sonore dei film americani più famosi e pezzi di autori dei
calibro di autori del calibro di George Gershwin o Cole Porter. Non
dimenticando le canzoni italiane,, dagli immortali classici napoletani
fino a Umberto Bindi e Domenico Modugno. "Anche i giapponesi mi
chiedono canzoni come "Core 'ngrato" o "Santa Lucia" e
il bello è che le cantano pure". Una colonna sonora vivente, non c'è
dubbio. Oggi, a 88 anni, Scimone si permette anche di dirigere l'orchestra
a Plettri di Taormina conosciuta in tutto il mondo avendo fatto numerose
tournée all'estero.
Stretto
è il rapporto con il cinema. Innumerevoli attrici e attori hanno reso
visita al suo locale – Greta Garbo è venuta a Taormina un paio di volte
- e non sono mancate le partecipazioni in prima persona di alcune
pellicole. Da protagonista ne "Il cappotto di di legno" di
Gianni Manera della fine degli anni '70; come ospite ne "Il piccolo
diavolo" e "Johnny Stecchino" di Roberto Benigni. "Ero
il pianista nella scena di piazza con Walther Mattau – ricorda ridendo
-. Un Oscar meritato per Roberto".
Scimone, dalle mille risorse, è anche uno sportivo. Non manca mai all'appuntamento catanese di Capodanno o della San Silvestro a Mare ed ogni 3 febbaro sale correndo gli 86 piani (1565 gradini) dell'Empire State Building di New York nella caratteristica gara.
(n.d.r.) Purtroppo Chico Scimone, l'ultimo dei belli, non c'è più.

|
Meduse e tracine, incontri da evitare
Le spine dei ricci
Le
spine del riccio possono pungere, provocando dolore e bruciore. Molto
spesso si spezzano all’interno della pelle Assicurarsi che la spina o una sua parte sia completamente eliminata dalla pelle. Altrimenti la spina può “spostarsi” verso l’interno e provocare infiammazioni della cute o anche lesioni dei tessuti nervosi.
Attenzione a non scottarsi
Entro
certi limiti l’eritema è una reazione fisiologica: è noto, infatti,
che dopo aver preso il sole la pelle si arrossa. Tuttavia, in assenza di
una protezione adeguata o di un’esposizione eccessiva l’eritema
acquista proporzioni notevoli: la pelle “brucia”, e anche il minimo
sfioramento provoca intenso dolore. In
questo caso è opportuno consultare subito il medico che intraprenderà
le cure necessarie a proteggere la pelle, prevenire sovrainfezioni e
favorire la riparazione del tessuto.
Chi
non ha mai provato almeno una volta sulla propria pelle una scottatura
faccia un passo avanti… In effetti basta poco: una gita al lago o in
campagna, un week end al mare, una passeggiata in montagna, un errore
nelle previsioni del tempo che improvvisamente si mette al bello e ci
induce a scoprirci senza applicare il protettivo solare, magari lasciato
a casa nella convinzione di non doverlo utilizzare. Applicare
i prodotti solari prima di uscire, fin dal mattino, e rinnovare
frequentemente l’applicazione, in particolare dopo ogni bagno
prolungato.
6 regole per il bagnante
Evita gli alcoolici! Non tuffarti sudato in acqua: il tuo corpo deve gradualmente abituarsi! Non tuffarti in acque torbide o sconosciute: le situazioni sconosciute presentano pericole. Non lasciare bambini incustoditi vicino alla riva: essi non conoscono i pericoli. Materassini e oggetti gonfiabili ausiliari per il nuoto non devono essere usati in acque profonde: essi non danno alcuna sicurezza. Non nuotare lunghe distanze da solo: anche il corpo meglio allenato può subire debolezze.
|
Se in questa pagina avete trovato delle inesattezze o delle mancanze, fatemelo sapere.
![]() |
|
![]() |
|
|