MARE NOSTRUM

UN PO' DI STORIA

LA SCOGLIERA

LA PLAJA

RIVIERA DEI CICLOPI S. GIOVANNI LICUTI

OGNINA

LA TIMPA

TAORMINA

OASI SIMETO DOPOSOLE ESTATE A TAVOLA

ORDINANZA 2010

 

Catania, mare. Mare, Catania. Una delle due parole non può stare lontana dall'altra. Sembra che siano nate assieme, come se l'Etna le avesse fuse in un'unica scultura piroclastica che dura fino ai nostri giorni.

Anche se non ha tradizioni marinaresche come Genova, Venezia e altre grandi città di navigatori, Catania è una città di mare a tutti gli effetti e i suoi abitanti, fin da tempi remoti, nascono direttamente col piede marino. Se appena nati li metti a mollo galleggiano subito. Come se, oltre l'aria, per respirare avessero bisogno anche dell'acqua marina. E' una delle poche grandi città italiane ad avere tale privilegio, questo contatto così vicino al mare. Certo, anche Bari e Napoli hanno il lungomare in città, ma provate a farci il bagno.

E poi, stare a mollo nelle acque della sua scogliera, così trasparenti e profumate mentre magari vedi tua moglie o tua madre che puliscono il balcone di casa, e poi risalire ancora umidi sul lungomare che sei già in Centro o, al limite,  prendere l'autostrada in direzione di Giarre per salire in dieci minuti sull'Etna. Credetemi è una cosa davvero esclusiva. 

Per chiarire il concetto, la balneazione proprio sotto casa. Ma dentro la città.

Tutto è pronto alla Plaia per aprire una stagione balneare che si preannuncia molto lunga, già virtualmente introdotta dalla caldissima giornata di ieri. La prima e la terza spiaggia libera del Comune saranno fruibili già oggi, mentre domani alle 11 nella prima spiaggia libera comunale di viale Kennedy il sindaco Raffaele Stancanelli aprirà ufficialmente la stagione estiva balneare. Un'estate, quella di spiagge libere e solarium, che quest'anno si preannuncia all'insegna di alcune novità per i bagnanti che si riverseranno nelle spiagge del litorale sabbioso e di quello della scogliera cittadina. I primi siti comunali per la balneazione debutteranno dunque in concomitanza con l'apertura ufficiale della stagione: le spiagge libere numero 1 e numero 3 sono infatte già pronte, mentre la numero 2 - dove in passato sono stati demoliti manufatti abusivi che deturpavano l'arenile - sarà aperta invece il prossimo 12 giugno perché si stanno ancora effettuando interventi di ripristino che si sono rivelati più seri del previsto.
«Un obiettivo raggiunto -ha spiegato il sindaco Raffaele Stancanelli - grazie all'impegno dell'ex assessore Antonio Scalia, che ha gestito con competenza e passione anche la delega al mare, e a uno staff di funzionari in sintonia con il nostro intento di restituire il mare alla città. Anche quest'anno abbiamo lavorato per tempo, ottimizzando e creando nuovi spazi a mare per offrire alla città e ai turisti una balneazione degna di una grande città che si affaccia su questa importante risorsa».
Le spiagge comunali saranno gestite dall'aggiudicatario della gara biennale indetta lo scorso anno dall'Amministrazione comunale per la gestione dei siti balneari. Come lo scorso anno, in cambio di lavori di livellamento della sabbia, della pulizia quotidiana della spiaggia, del presidio fisso dei bagni, i gestori si occuperanno del bar e del servizio di custodia auto e del salvataggio. Per i solarium del lungomare invece bisognerà attendere fine giugno.
Il prossimo giovedì infatti si aggiudicherà la gara per realizzare le tre piattaforme di piazza Europa, nello slargo antistante l'istituto Nautico che sarà allestita con dimensioni maggiori, e quella nuova di San Giovanni li Cuti che affiancherà la spiaggetta di sabbia nera. Quest'ultimo solarium occuperà uno spazio finora inutilizzato che si attrezzerà con una superficie ulteriore a disposizione dei bagnanti, realizzata grazie anche al contributo straordinario dell'Unicredit, istituto bancario che è intervenuto finanziariamente per tutti i solarium della scogliera.
«Nel nostro lungomare - ha aggiunto Stancanelli, che ha affidato la delega al mare al neo assessore Maurizio Trainiti - realizzeremo gli interventi a costo zero per il Comune, offrendo ai bagnanti nuovi spazi nella piattaforma antistante il nautico e la nuova struttura di San Giovanni Li Cuti a cui si accederà dalla spiaggetta stessa, occupando una zona finora impraticabile».

28/05/2010

 

 

A "calata" a mare.

di Mimmo Rapisarda

A maggio arriva per i catanesi "l'ura 'ddo bbagnu", non possono farne a meno. Anzi, i più tradizionalisti iniziano la loro stagione balneare dopo la festa della Madonna del Carmine a luglio. Solo allora cominciano a fare i bagni perchè convinti che, per ragioni climatiche e religiose, la temperatura marina diventa accettabile solo a partire da quella data. Comunque, il catanese che va al mare è davvero particolare.

Per la mia età età, posso soltanto ricordare i flash che ho immortalato nella mia mente quando osservavo "il bagnante" degli anni Settanta-Ottanta, che era fatto così:

Esce da casa ben rasato (è domenica e la stagione venatoria è appena cominciata); è tutto "disinfettato e ustionato" con il dopobarba Denim sul viso, quello dell'uomo che non deve chiedere mai (ma che appena a mollo chiederebbe certamente una crema rinfrescante per le infiammazioni causate dal sale sulla pelle); ha le basette, i baffi e un'acconciatura alla Franco Gasparri con riga laterale vaporosa che qui chiamavano "menza scrima", oppure una capigliatura alla Cugini di Campagna che nel suo aspetto generale lo faceva sembrare come l'Orso Capo in vacanza. 

Al primo bar che incontra consuma il primo caffè, perchè senza quello non connette;  poi dal tabaccaio compra le sue Marlboro e accende la prima della giornata. E si avvia.

Lasciamo stare l'abbigliamento settimanale - che era un tutto un programma - ma quello della domenica mattina era il seguente: polo La Coste (per i meno facoltosi Benetton ), pantaloncini bianchi sulla coscia Cerruti 1881; orologio Casio, che a quei tempi era già una sciccheria;  Ray Ban con vetri scuri che più scuri non si può, oppure Lozza sfumati sul celeste; borsello in pelle a tracolla (non c'erano ancora i marsupi).  E alla fine l'accessorio più importante, più in voga, più trend per quei tempi: gli zoccoli in legno del Dr. Scholls!

Erano due zatteroni incredibili in noce massiccio del peso di due chili ciascuno, col plantare sagomato da chissà quale operaio che per sbaglio li creò mentre stava lavorando al calco della pianta. Sono certo che il Sig. Pescura (ma esiste?), vedendoli, disse "Guarda, sembra proprio la pianta del piede, produciamole in massa facendo capire che sono anatomiche! Bravo!". 

 L'operaio fu promosso capo-reparto e quella fabbrichetta divenne quasi una piccola multinazionale producendo a milioni quegli strumenti di tortura, a danno dei nostri piedi. Tutti, ad ogni estate, come cretini compravamo quelle nuove, ma io aspettavo con ansia la fine dell'estate proprio per non calzarle più. Nate come sanitarie, provocavano delle vesciche pazzesche e crampi allucinanti ai polpacci perchè sollevarle da terra ad ogni passo, prima una e poi l'altra, era come andare due ore in palestra. Se poi, per sbaglio, poggiavi il tallone sullo spigolo del contorno laterale erano cavoli! Ma la cosa più importante, che andava contro ogni raccomandazione sulla confezione, era sbatterle mentre si camminava. Specialmente in discesa su una strada di Catania che porta al mare e che si chiama Via Zoccolanti! (in verità, il nome della strada deriva dagli zoccoli che calzavano i monaci della vicina chiesa S. Maria della Guardia).

Sbatterle e consumarle significava: 1) renderle più leggere perchè non si dovevano sollevare coi piede e quindi camminare finalmente in modo comodo e sano; 2) far colpo sulle ragazze grazie a quel  tipico rumore, quasi da nacchere madrilene; 3) ottenere un punteruolo  di legno e quindi un'efficace arma da difesa; 4) un paio di Pescura consumate da dietro, con i pneumatici lisci, avevano molto più valore di un paio nuove perchè appartenevano a un veterano che si era fatto due gambe così per ridurle a quel modo. E poi dai, indossarle già vecchie, con la fibbia verdognola arrugginita dalla salsedine, la pelle screpolata, sporca e ammorbidita faceva molto, ma molto fico! Oggi fanno ridere, ma per un ventennio (per essere più precisi, dal 1960!) hanno fatto epoca. Quando finì la loro moda, in milioni hanno tirato un sospiro di sollievo! 

Dunque, il nostro bagnante, con la sua capigliatura e il suo abbigliamento, col telo da mare Sergio Tacchini sotto l'ascella sinistra, con  il borsello sulla spalla, la sigaretta in bocca, scende finalmente al mare. Tutto è perfetto, ogni cosa è al suo posto, manca soltanto l'autoradio Voxon da mettere sotto il braccio, ma le cose si sarebbero complicate per i pochi appigli anatomici rimasti a disposizione. Facendo un rumore incredibile scende, scende a mare, anzi .... cala (a Catania non si scende e non si arriva:... si cala!). Cioè, così conciato e con quel ttac-ttac tutti capivano dove stava andando! Scusate, torna un attimo indietro perchè ha dimenticato di prendere il giornale: La Sicilia, legge solo quello! Quindi ritorna sui suoi passi (ahi!) ma dopo quella faticaccia è già sudato. Cosa c'è di meglio di una calda brioche all'uovo da inzuppare in una granita - rigorosamente di caffè con panna - seduto al tavolino?

 E dopo averla consumata, sfogliare il quotidiano di città? Così si attarda e legge, esclusivamente: la pagina dello sport per informarsi sugli ultimi acquisti del Catania, la cronaca cittadina per informarsi sugli ultimi acquisti della Questura e, infine,  la pagina necrologica per  ripetere ogni venti secondi la parola "nuzzunteddu!" ! Saranno già le dodici! 

Finalmente arriva allo stabilimento balneare, sulle rocce o sulla spiaggia non ha importanza. Si spoglia, rimane in costume che se non era Arena (o meglio ancora Speedo) non eri nessuno e ai piedi le infradito Samurai che facevano posto alle costosissime Pescura, perchè durante il bagno te le fregavano. In cabina, prima di fare la sfilata, si dà una controllata al suo aspetto: si guarda allo specchio, dà un assetto alla convergenza centrale per evitare che qualche pneumatico vada fuori strada, va un attimo in apnea per verificare il giro vita, accenna a piccoli movimenti di bicipiti e deltoiti. E poi dice "tanto non gli somiglierò mai!".  Ovviamente si riferiva al mito di quei tempi: Fabio Testi, irraggiungibile per tutti noi. 

Esce fuori. E se non accompagnato, si guarda attorno con i suoi RayBan a goccia e col suo telo da bagno comincia  a cercare un posto dove sdraiare tutto il suo corredo e lui stesso. Si gira, si guarda attorno, ma con movimenti che la dicono tutta sul noto gallismo etneo, che lui si porta dentro il suo DNA. Infatti è lì anche per "attraccare", per "tirare il filo" alla preda che potrebbe passargli davanti. Le sue armi di cattura? Il mezzo litro di Denim che si è spruzzato addosso e che lo sta facendo bruciare peggio del Coppertone, la folta pelliccia sul petto,  la catenina sul collo, la sua abbronzatura naturale, un sorriso smagliante ma soprattutto la sua genialità, capace di fabbricare le più brillanti battute per far cadere chiunque ai suoi piedi!

A questa scenetta c'è da aggiungerci pure una buona dose di pavoneggiamento tipicamente locale, sia per gli status-symbol che porta addosso sia per i suoi movimenti e per quello che dice, un atteggiamento che dovunque, in gergo, si dice "tirarsela" ma che qui a Catania chiamiamo semplicemente e senza mezzi termini "spacchiamentu".

Se la "caccia" è andata  a vuoto, non resta ca "farisi 'u bbagnu", da solo o con gli amici. Si avvicina al mare con fare circospetto e prima di tuffarsi resta immobile sulla scaletta o sul bagnasciuga a fissare l'acqua, anche un quarto d'ora, fino a farsi ipnotizzare dai bagliori dei riflessi marini. Sì, lo ammetto, lo so, è sempre stato e sarà sempre un freddolino. O meglio, la sua temperatura corporea, per natura supera abbondantemente i 37 gradi e come "Don Giovanni in Sicilia"che fa la doccia fredda a Milano, per lui quell'impatto è traumatico. Però lo attrae. Ma che guarda, che pensa? Forse con la sua presenza l'acqua si è riscaldata? No, è sempre uguale. Saranno passati dieci minuti prima di prendere il coraggio di entrare nell'acqua frescolina. Si attarda ancora un po' con la scusa di prendere una fettina di cocco dal venditore "bellu è u coccu picchì è friscu!".

Ma l'acqua gelida è sempre lì che lo aspetta. La tocca con l'alluce, poi si tocca le spalle, lo stomaco. Già, lo stomaco... pensa alla granita che ha mangiato e che lo farà morire a causa di una congestione. Colto da pessimismo cosmico, il suo pensiero finale è "ma cu m'ha fici fari?". Poi accenna a tentativi di segni della croce, ma si vergogna a farlo perchè il suo orgoglio prevale sul perdono divino prima di "morire ....... annegato!". Ha troppi peccati sul groppone. Mischinu!

 

La fila dietro è interminabile, composta da tanti come lui che non osano chiedergli il passo per tuffarsi. Anzi, se lui con gentilezza dice "Passi avanti, che ho tempi un po' lunghi", questi rispondono prontamente "Ma s'immagini, per carità! Faccia, faccia pure con comodo" (e cu si movi?).

Proprio per il suo innato senso dell'onore, si decide finalmente ad entrare in acqua. Ma prima di immergersi formula l'immancabile, fatidica domanda al bagnante che rientra: "com'è l'acqua?". Le risposte sono, ancor oggi, due: se proviene da un suo concittadino normale è "Comu u turruni!", se il concittadino è liscio........ la risposta è, come sempre, "vagnata!".

(//Mimmo Rapisarda)

Quando il marciapiedi era fatto di acqua salmastra

di Lucio Sciacca - Catania Anni Trenta - Vito Cavallotto Editore

Chi, oggi, volgendo le spalle a via Portícello, tagliando via Dusmet nei pressi dell'attuale semaforo, passando sotto gli archi della ferrovia, costeggiando il muro che delimita il demanio marittimo in piazza Alcalà, volesse dirigere i suoi passi verso mezzogiorno. stenterebbe a credere che, fino a una quarantina d'anni or sono, per fare pressappoco lo stesso tragitto avrebbe dovuto servirsi d'un veliero, d'un motoscafo, d'una barca qualsiasi che, scivolando sulle acque del mare, l'avesse preso a bordo.

In quel tempo, infatti, questa parte della città era mare, e la stessa via Dusmet era lambita dal mare.

Doppiate le aiuole e i platani della villetta Paciní, la strada mostrava il suo marciapiede di mezzogiorno delimitato da un robusto muraglione (piuttosto basso, con ringhiera di ferro) qua e là tagliato da scivole a gradini lavici che portavano a contatto diretto dell'acqua. Talché gli archi della ferrovia sorgevano, in quel tratto, dal mare; la sede della capitaneria di porto e gli uffici adiacenti erano circondati dal mare, anche dalla parte di tramontana; il Palazzo Vescovile e quello dei Biscari si affacciavano sul mare.

Per i catanesi degli anni andati, quello non era un tratto di mare qualsiasi. Era un mare domestico, il mare di casa, la Marina.

E non soltanto per i catanesi d ieri. Anche in un passato ormai lontano, quando la città mancava del porto o se ne cominciava appena a parlare, il Porticello Saraceno (così si chiamava allora quel tratto di mare), costituì il punto nevralgico dei traffici catanesi.

In quell'epoca (XV1 sec. e successivi, fino al 1693), la parte arístocratica della città gravitava attorno alla Civita, cioè verso il mare.
Tenuto conto di questo aspetto, ed anche della sua particolare posizione ubicato com'era in faccia ad una fra le più importanti porte della città (la porta del Porticello), a due passi dal balovardo di Sant'Agata e dalla platea magna il Porticello Saraceno svolse una funzione di primaria importanza.
Esso costituì, infatti, l'approdo più vicino alla città, attraverso cui affluivano rilevanti quantitativi di prodotti alimentari, specialmente grani duri e orzo.
Bisogna aggiungere che il Porticello, il 4 febbraio d'ogni anno, godeva d'un ambìto privilegio: gli passavano davanti le venerate  Relique della Santa; d'estate, poi, i catanesi lo assediavano da vicino per sfuggire alla calura e godersi la brezza, per cui tutta quella zona fu detta luogo di delizie.
Dopo il terremoto del 1693 - e fino agli anni Venti - se non luogo di delizie, il Porticello continuò ad essere certamente un angolo fra i più animati e pittoreschi della città.
I velieri e le paranze, con l'intreccio disordinato dei loro alberi svettanti oltre le arcate; le barche ormeggiate le une a ridosso delle altre o in lenta navigazione; le reti stese ad asciugare o ammassate lungo i frontoni della strada; le corde, le incerate, le nasse, le cassette colme di pescato ancor vivo di fremiti e di guizzi; i sacchi di sale augustano, i meloni di Marzamemi; l'odore penetrante delle alghe; i barbagli dell'acqua nel primo mattino, i riflessi dorati e le ombre lunghe nel tardo pomeriggio; la voce grave della battigia; e poi ancora quel brulicare di uomini e di ragazzi vocianti, quel pulsare di vita tipicamente marinara, a due passi della Cattedrale e dal Municipio, conferivano all'intera zona un aspetto suggestivo.
Ma, la Marina degli anni Venti non era soltanto questa; e non era fatta soltanto di barche e di pescatori. Serviva a tanti altri usi, come ben sapevano i bottai catanesi i quali, dopo aver ammassato botti, bottacci e barili a ridosso del bastione di palazzo Biscari, li trasportavano, poco alla volta, nel tratto di mare antistante (appositamente recintato con massi di pietra lavica perché i manufatti non prendessero il largo) e in quell'ampia vasca naturale li sistemavano.

Specialmente d'estate, essi giungevano d'ogni parte della città, a cassetta dei loro carri, isolati o in fila, e vi si spingevano dentro, persino carichi di mercanzia, per bagnare e lavare carri e animali.
Infine, una ventata di modernità investi il Porticello. Nel 1930, un motoscafo cabinato (il vaporetto) fece la sua apparizione sotto gli archi, all'altezza del palazzo Bíscari, e da quel posto di attracco, fra lo scoppiettare del motore e il suono della sirena, iniziò un servizio giornaliero di traghetto a beneficio di quelle persone che amassero giungere alla Plaia per la via del mare (le corse del vaporetto furono successivamente incrementate: una ogni ora, andata e ritorno. Sbarco sul pontile del lido Spampinato. Costo del biglietto, centesimi cinquanta a persona).
L'apparizione del vaporetto nelle calme acque della Marina fu il preludio dei tempi che incalzavano, un campanello premonitore, il principio della fine.
Molte cose, nel trattempo, andavano effettivamente cambiando. Le paranze pittoresche e silenziose, con tutta la poesia delle loro vele e dei loro alberi, cedettero il passo alle barche a motore; e la Marina andò spopolandosi, divenendo via via più piccola e deserta. I pescatori, quelli vecchi e ostinati, si trasferirono in un'insenatura dirimpetto al gazometro; altri a San Giovanni li Cuti, altri ancora a Ognina. Giorno dopo giorno, le acque si ritirarono da via Dusmet.
Sotto l'incalzare del materiale da riporto, l'antico Porticello scomparve del tutto, e col Porticello scomparvero le cose, gli uomini, gli animali che ne erano stati per tanti anni i coloriti protagonisti.

Il vaporetto della Plaja

di Lucio Sciacca - Catania Anni Trenta- Vito Cavallotto Editore

Per le vacanze dei catanesi negli anni Trenta, nell'altro versante opposto alla montagna, c'è la Plaja alla portata di tutti, mentre il solleone batte sulla pelle dei catanesi e la sabbia, infuocata come quella del caliaro all'angolo di via Plebiscito con via Fortino Vecchio, arrostice le piante dei piedi.

E' alla portata dei ricchi, che vi fanno costruire ampie cabine e la raggiungono in carrozza o in automobile; è alla portata dei poveri che vi giungono a piedi o in tramvai o anche col vaporetto, e affittano, assieme col costume standard di maglietta nera, il camerino ad ore.

Nelle domeniche di luglio e d'agosto, i lidi sembrano alveari in crisi di crescenza.

Affollato lo Jonio, che apre la rassegna in faccia al faro Biscari, affollati il Ferrotranvieri, l'Else, le Sirene, il Parco delle Nereidi, l'Azzurro, lo Sport, affollatissimo lo Spampinato, che utilizza un'ampia superficie per bar, ristorante, giuochi vari, ballo, oltreché un ímpiantito di legno proteso nel mare, che accoglie il vaporetto stracarico di gente.

Il numero dei bagnanti cresce col crescere delle ore, fino a mezzogiorno, poi il flusso rallenta. Quelle della canicola sono ore cruciali, i tram arrivano roventi al capolinea, stracolmi di gente che ha già fatto un primo bagno durante il viaggio; rovente è l'acqua della pubblica fontanella installata all'ingresso del lido.

I ritardatari cercano affannosamente il refrigerio del mare, fanno il biglietto d'ingresso, entrano, ansiosi di trovare fili d'ombra e spazi inesistenti.

Il bagnino non c'è. " Ora arriva! " grida qualcuno. E arriva, infatti, dopo un'attesa che pare eterna. Nero di pelle come la pece, egli trotta a piedi scalzi sull'impiantito di legno, mugugnando contro gli spasolati avventori della domenica, che lo spingono di qua e di là per aprire e riaprire questo o quel camerino, e tentano, alla fine, strategiche ritirate per sottrargli la mezza lira di mancia!

Ora la spiaggia ha fatto il pieno, accoglie tutti e ogni cosa: uomini, donne, vecchi, bambini, barche, barchette, palle e palloncini, tamburelli, cerchiettí, sedie, sediolíne e tavoli, racchette da tennis, ombrelloni, carte da giuoco, cibarie, bottiglie e gazose.

La brezza disperde le voci della gente, trasferisce da un punto all'altro il profumo delle melenzane fritte, carezza la pelle, lusinga il palato, acuisce l'appetito.

I camerierí di Spampínato si danno da fare tra la cucina e i tavoli già affollati, mentre gli altoparlanti di Cucé diffondono a pieno volume la lieta novella che "è arrivato l'ambasciatore, con la piuma sul cappello_".
Arriva pure il vaporetto, ogni mezz'ora. Questa símpaticissírna barca, che fu cara ai catanesi degli anni Trenta, merita due parole di considerazione. Fece la sua prima apparizione nell'estate del '30, sotto gli archi della marina, dirimpetto al palazzo Biscari, per iniziativa dei fratelli Gerifflini, meccanici e imprenditori di prim'ordine, esperti di motociclismo, negozianti.
Con la trasformazione di un comune peschereccio, essi diedero vita ad un divertente mezzo di trasporto per quanti volessero recarsi alla spiaggia via mare. Attrezzato con alcuni sedili in coperta, munito degli indispensabili strumenti per la navigazione e d'una serie di salvagente, che lo incorniciavano nelle fiancate, pavesato a festa, il vaporetto disponeva del minuscolo equipaggio di un capitano, un nostromo, un macchinista e un mozzo addetto agli ormeggi. La corsa costava cinquanta centesimi, durava un quarto d'ora, era uno spasso.
L'imbarco, l'allegro suono della sirena, il pulsare del motore, la manovra, il doppiaggio delle barche a vela, la brezza refrigerante, lo sbarco sul pontile Spampinato erano sensazioni da assaporare fino in fondo.
Sul finire degli anni Trenta, le cose cambiarono.  Le ragazze accorciarono inopinatamente il gonnellino del costume da bagno, tenendo testa, senza tentennamenti e senza rimorsi, allo sguardo corrucciato delle mamme; i giovanotti mossero i passi verso più consistenti approdi; sull'impianto di legno del lido Spampinato, i balli pomeridiani sfumarono in cadenze sincopate; i melloni di Marzameni si arresero al dilagare del cono gelato; i tranquilli vialetti del Boschetto persero la loro tranquillità; e l'acqua del nostro splendido mare, perse il suo lindore.
Ma la Plaia d'estate, continuò a divertire i catanesi, finché non sopraggiunse il sinistro suono d'una sirena...la sirena del coprifuoco.

Bagni di sabbia e bagni di scoglio.

http://www.ilbotteghino-online.it/

Sul finire degli anni Venti e nel ventennio successivo, quando il più modesto degli impiegati lavorava in estate in giacca e cravatta con il colletto della camicia duro e inamidato; quando il bikini non era entrato nemmeno nell'enciclopedia britannica, una giornata passata al mare nella nostra incontaminata Plaja, può oggi apparire come una nebulosa. La Plaja entrò nei pensieri e nelle abitudini dei catanesi con l'arrivo del nostro secolo. Negli anni successivi sorsero le prime cabine private e i primi stabilimenti pubblici. Il lido crebbe tanto rapidamente, divenendo un fatto di moda.

I catanesi frequentavano le scogliere a levante della città, Guardia Ognina, Ognina, Acireale. I primi imprenditori che gestirono questi stabilimenti furono i Longobardo, i Guarnaccia, i Mancini e gli Scuderi. Questi stabilimenti nacquero connessi al bisogno di quelle fasce di persone che avevano bisogno di cure elioterapiche e delle bagnanti, soprattutto di sesso femminile che volevano sottrarsi a sguardi indiscreti per le quali la cabina aveva uno sbocco interno lontano da occhi indiscreti.
La scoperta della Plaja per i catanesi fu quasi un fatto sociale, si sbarazzarono di non poche prevenzioni e allargarono la superficie della loro pelle ai raggi solari. La cabina diventò una seconda casa. Il lido Jonio piazzò addirittura due altoparlanti che proponevano tanghi e mazurke, sul far della sera e di regola nei giorni festivi.
Il lido Else, il mitico lido Azzurro che ha visto nascere e crescere tante generazioni di catanesi, oltre allo svago mattutino, avevano delle piste capaci di soddisfare le esigenze di tante belle ragazze. Alla Plaja ci si arrivava con il tram che si prendeva a ridosso di Porta Uzeda. Le vetture stipate fino all'inverosimile, accoglievano quelle persone che andavano a trovare i loro familiari, che arrivavano con vettovaglie acquistate alla pescheria. Poi i Fratelli Gentilini ebbero una idea geniale, trasformarono un vecchio peschereccio in un vaporetto che faceva la spola nello specchio antistante Palazzo Biscari. La corsa aveva la sua fine presso il Lido Spampinato, costava cinquanta centesimi e suscitava nelle persone una gioia im
mensa.


Le cabine erano delle case in miniatura con tutti i confort, abitudine che è resistita ai nostri giorni. Il menù era vario, le signore catanesi pensavano ad ogni particolare, c'era una abbondanza di fritture e qualche rara insalata, i componenti della famiglia aspettavano questo momento con una gioia grande.
Nel romanzo "Giovannino" di Ercole Patti si può cercare di capire il fascino di quei tempi felici nel racconto della tavola salvagente della sig.ra Laganà. Poi le fanciulle accorciarono il gonnellino e i giovani allungarono gli sguardi rapaci. Peccato che la guerra cancellò questa felicità.

E i giovani di oggi dove vanno?

 

di Valeria Arlotta e Noemi Coppola

I giovani? Preferiscono mare e sole in gompleta autonomia, spiagge libere, non dover pagare l'affitto delle strutture balneari. E' davvero cosi o a Catania è un'affermazione che rischia di trasformarsi nel più impreciso dei luoghi comuni? I numerosi e irriducibili sostenitori del mare low cost e 'fai da te" rimangono la maggioranza, anche se i servizi pubblici non sono sempre impeccabili. A questo proposito, indubbiamente eclatante è il caso della gettonatissima spiaggetta libera di San Giovanni Li Cuti, chiusa forzatamente con i sigilli imposti lo scorso 26 maggio, a causa del presunto abusivismo delle strutture e della impropria provenienza della sabbia nera utilizzata per ricoprire la spiaggia.

Certo è che per gli studenti il fattore "portafoglio" conta. E parecchio. E se la riapertura della spiaggetta è ancora un punto interrogativo, in città è sempre eterna scelta tra Plaja e Scogliera. Più a vantaggio della seconda, sembrerebbe. A volte causa forza maggiore. "Vado alla scogliera perché S.G io.vanni Li Cuti è chiusa, il mare è più pulito e in genere è frequentata sempre dalle stesse persone, quindi il pericolo di furti è minore rispetto a una piattaforma con molta più gente e facce sempre nuove. Non vado mai alla Plaja perché non mi piacciono nè la sabbia, nè i frequentatori del posto, nè i parcheggiatori abusivi", dice Daniele, 24 anni, laureando in Lingue. Insomma, idee chiare. Alla Plaja, comunque, tra i principali luoghi di incontro tra studenti restano solo le tre spiagge libere, in particolare la numero 2, più lontana dal porto rispetto alla numero 1, ma non troppo isolata e distante da raggiungere come la numero 3. "Preferisco andare alla spiaggia libera afferma Francesca, 22 anni, studentessa di Lettere perché rispetto ai solarium è meno affollata e più tranquilla, soprattutto durante la settimana. Ai solarium non ci si può muovere.

 

 


 

 

Il mare di Catania

di Toto Rocuzzo

E' quello che Omero scelse per raccontare di Ulisse e dei Ciclopi. Quello che Verga scelse per "I Malavoglia" e Visconti per "La Terra Trema". Un mare dove si intrecciano da sempre storie e leggende, e dove la movida catanese trova i suoi punti di appoggio, tra granite, pesce e borghi marinari.

Il mare bagna Catania da oriente e presenta due scenari naturali molto diversi, separati dal porto e da una zona demaniale con la stazione e le linee della ferrovia. A sud le spiagge di fine sabbia dorata fino all'Oasi del Simeto e, oltre, fino al borgo di Agnone. A nord le lave nere della scogliera che si spinge per 30 chilometri fino a Fiumefreddo, in vista di Taormina. Così i catanesi si dividono in due fazioni: i fautori della sabbia e quelli degli scogli.

Verso sud, a partire dal faro Biscari, si svolge la grande "Plaia" costellata di stabilimenti balneari dove il mare diventa un fatto sociale e culturale, un mondo estivo di conoscenze, scambi e vicinato. Più ci si avvicina all'Oasi naturalistica gestita dalla Lipu e più ci si trova a contatto con la natura.

Il mare di scoglio verso nord lo si incontra a piazza Europa e, poco più avanti, nei due antichi, deliziosi borghi marinari di San Giovanni Li Cuti e di Ognina, con chiesetta, porticciolo e ristoranti con vista sullo Jonio. A partire dalla primavera sul mare luccicano le lampare, piccole barche, dotate di luci, per la pesca notturna di polipi e calamari. Lasciano il molo insieme ai pescherecci più grandi che escono a caccia di pesce azzurro e pescespada. Sulla strada che costeggia la scogliera nata dall'emersione di lave basaltiche, i grandi alberghi si alternano a lidi balneari, ristoranti e complessi residenziali. La litoranea s'interrompe davanti a una grande rupe sormontata da un maniero normanno. Il fascinoso castello di Aci ha terrazze a strapiombo sul mare, resti di torri merlate, portali duecenteschi e un giardino che ospita una collezione di piante succulente. Ai suoi piedi una grande piazza, cuore della vita sociale di Acicastello. Un chilometro più avanti si raggiunge Aci Trezza, l'antico borgo di pescatori nel quale Giovanni Verga ambientò "I Malavoglia" e Luchino Visconti girò "La Terra trema".

 Di fronte alle case arroccate intorno al porticciolo e alla chiesa si spiega lo spettacolo naturalistico e il fascino omerico delle isole dei Ciclopi. La più grande, l'isola Lachea, è un microcosmo tutelato con flora e fauna rarissime. Ospita una stazione per gli studi biologici e di fisica del mare gestita dall'Università di Catania. Sul molo non è difficile trovare barcaioli disposti a portare turisti e bagnanti in un giro per le isole, oppure a organizzare un'uscita notturna con pescatori. Alla sera non si contano locali, pizzerie, ristoranti, gelaterie: la movida catanese invade la costa. Tra le palme del giardino botanico del Banacher, uno dei locali notturni all'aperto più belli d'Italia, si tira tardi fino all'alba per l'immancabile granita con brioche al mercato ittico in piazza della Marina, sempre ad Aci Trezza.

Ancora qualche chilometro tra i limoneti e le scogliere e si incontrano Capo Mulini, la timpa di Acireale, il belvedere di Santa Caterina, borghetti marinari come Santa Maria La Scala, Santa Tecla (dove nuotare è ancora piacevole), Stazzo, Pozzillo, Torre d'Archirafi. A ovest l'Etna cambia volto mentre a nord la sagoma di Taormina si fa più definita.

(Toto Roccuzzo)

I ricordi di un catanese D.O.C.

Ercole Patti (Diario siciliano - L'adolescenza)

L'odore del mare di Catania nel 1920, quell'odore di vecchie tavole imbevute di salsedine, di scogli ricoperti di alghe verdi o avana pallido carnose e sensibili come branche di polipo. L'aria marina trascorreva tra i pali e le passerelle di legno dei vecchi stabilimenti balneari. Qualche riccio bluastro si vedeva sul fondo ingrandito dall'acqua limpida sotto la verandína battuta dalla brezza marina. Il mare salato penetrava nelle narici, attaccava le mucose, faceva lagrimare gli occhi durante i numerosi tuffi a chiodo fatti dal piccolo trampolino sporgente dalla scogliera di Guardia Ognina. Mentre l'acqua marina scivolava sul corpo felice i pensieri confusi del meraviglioso pomeriggio da trascorrere ronzavano nella testa sommersa sott'acqua. L'acqua scorreva sul corpo compatto e abbronzato in un desiderio struggente della pasta con le melanzane che aspettava a casa sotto un piatto capovolto ancora tiepida. Il desiderio, della pasta con le melanzane era simile come intensità a quello di vedere gli occhi della figlia dell'avvocato che si affacciava alla bassa finestra della casa di fronte. Il rombo leggero del mare che si insinuava fra gli scogli e ne tornava fuori con un movimento di risucchio scoprendo qualche patella che se ne stava leggermente sollevata sulla parete dello scoglio quasi per respirare pronta ad attaccarsi saldamente con la ventosa se qualcuno la toccava.
Durante quelle ore marine mentre l'acqua grondava e si asciugava subito sulla pelle la vita sembrava non dovesse mai aver fine ed era disseminata di ore bellissime, di risvegli dopo un leggero sonno pomeridiano nella stanza in penombra mentre attraverso  le stecche dello stormo abbassato arrivava il vento rinfrescato del meriggio. La voce della zia che giungeva dal fondo della casa e parlava pacatamente con la donna di servizio dandole istruzioni per la neve da comprare per metterla grattugiata nel bicchiere  del caffè freddo o nel pozzetto di legno che serviva per preparare le granite di mandorla da sorbire non appena ci si era svegliati dal sonno del pomeriggio. La neve dell'Etna raccolta in alto sui fianchi della montagna veniva trasportata dai muti in grosse balle pigiate e pesanti avvolte in un involucro di felci e tenute poi nel buio fresco della cantina del vinaio sotto una coltre di foglie secche. Il vinaio scostava un poco le foglie e tagliava un blocco di neve con una corta sega di falegname che affondava dentro con un leggero fruscío spargendo intorno una spruzzaglia di palline di gelo. 

 La letta di neve candida e granulosa tagliata esattamente sistemata su un lettuccio di foglie, arrivava a casa gocciolante nelle mani della cameriera e conservava il sapore dell'acqua di montagna. Messa nel bicchiere del vino o del caffè se ne imbeveva rapidamente colorandosi. Mentre il sapore della granita si scioglieva in bocca, c'era il pensiero della figlia dell'avvocato e dei suoi occhi nocciola che guardavano dall'alto del  balcone di antica pietra bianca. Uno sguardo profondo come il mare nel quale si poteva naufragare mentre si sentivano sotto la mano il proprio braccio o il proprio ginocchio elastici con tutti i tendini vivi e leggeri, le arterie che battevano con tenta e potente dolcezza e le palpebre si toccavano l'una con l'altra con un battito lieve d'ali di passero. La bocca della figlia dell'avvocato era appena ombrata da una lieve peluria, le mani erano sottili e lisce; a toccarne una un momento c'era da sentirsi andar via il sangue dalla testa e dalle punte delle dita. Verso le sei del pomeriggio sarebbe stata seduta con la famiglia a un tavolo dei caffè della Villa Bellini e si passava lì davanti per raccogliere il suo lungo sguardo nella luce del tramonto.

 Il mare rotolava sulla sabbia liscia della spiaggia. L'olio delle meduse marine vi galleggiava in piccole chiazze e causticava la pelle soltanto che la sfiorasse appena. Il braccio tenero bruciato dall'olio della medusa; si sentiva l'eco del grido di allarme dei ragazzi che risuonava fra gli scogli: "L 'olio a mare' L'olio a mare" Nelle narici c'era l'odore delle erbe carnose verdine e ondulate come una frangia di stoffa. L'estate dilagava nel cielo a grandi ondate silenziose.

Le serate fresche nei cinema all'aperto tra le file di sedili di ferro col cuscino di crine sopra. Le ragazze dalle gote arrossate dal sole della giornata marina .che entravano coi genitori guardando in giro con occhi da non poter dimenticare per tutta la notte. Il sonno, il bel sonno irresistibile nel lieve abbrustolito odore dello zampirone acceso per stordire le zanzare. Quella ragazza di quattordici anni dagli occhi ridenti quasi ricciuti e i canini aguzzi come quelli di un piccolo lupo, che aspettava al balcone per guardare e lasciarsi guardare. Durante quegli sguardi qualcosa di dolcissimo come un latte drogato penetrava nel corpo e la percorreva tutto.

E il vento salmastro fra le case di piazza dei Martiri i giorni in cui si marinava la scuola; il mare coi suoi sapori e coi suoi odori, il sapore degli spicchi color ceralacca dei ricci lattíginosi, il sapore delle patelle e degli occhi di bue, carnosi che rabbrividivano sotto le gocce di limone; il mare faceva un rumore fresco e frusciante sotto i pali di legno che sostenevano gli stabilimenti balneari, l'odore delle tavole imbevute di acqua salata che cominciavano a vellutarsi di erbe marine verdi, sulle quali posavano i piedi teneri delle ragazze che ancora dovevano cominciare la vita e volgevano intorno occhi nuovi nuovi. Il mare grande felicemente disteso a perdita di occhio che lasciava per tutta la giornata una sbavatura di sale secco sulle braccia dei ragazzi.

Un pomeriggio di quegli anni era fatto cosi: dopo mangiato tutti andavano a dormire. Gli storini erano abbassati e il sole vi batteva sopra lasciando passare delle striscioline luminose che si disegnavano sul pavimento. Nella penombra della stanza si indovinava fuori il solleone che diluviava sopra la piazza e sopra il monumento in bronzo a cavallo di Umberto I.

 Trascorse quelle ore caldissime la luce cominciava ad addolcirsi, era piacevole tirare su lo storino e lasciare entrare l'ultimo sole ormai senza più virulenza che non scaldava nemmeno i mobili sui quali si posava. Il pensiero era teso verso il pomeriggio di via Etnea i cui lastroni di lava erano stati innaffiati dai potenti getti dei fontanieri del Municipio coi pantaloni rimboccati sui piedi nudi immersi nel l'acqua. I tavolini della Birreria Svizzera erano allineati sui marciapiedi già in ombra e i camerieri cominciavano a servire i gelati. Il bel pomeriggio, le siepi di mortella della Villa Bellini innaffiati da poco, il suono degli ' zoccoli imbottiti di caucciù dei cavalli padronali che andavano al piccolo trotto tra i viali tirando i landò e i coupè mentre i cocchieri in livrea se ne stavano a braccia conserte seduti sul l'alto sediolino posteriore.
Ma ecco che il mare rabbrividiva, un vento un poco pungente arrivava fra le vecchie tavole degli stabilimenti e sulla sabbia liscia è già fredda sotto la pianta dei piedi. Da lontano appariva l'inebriante autunno più bello ancora dell'estate, con le sue lunge villeggiature, i castagneti, i lunghi, le vigne, le cantine d'ottobre le terrazze popolate di cugine, di genitori giovanissimi, il canto lieve e chioccio degli uccelli autunnali nelle vigne vendemmiate e fra i rami dei noci, le salsicce arrostite nei castagneti. L'odore dolce di petrolio che mandavano i fucili da caccia appoggiati negli angoli accanto ai cassettoni. delle case di campagna; i fucili dalle canne brunite e le incisioni sull'acciaio accanto ai grilletti che riproducevano quaglie e pernici in volo e si sentivano dolcemente ruvide sotto i polpastrelli. La parte superiore del calcio di legno stagionato liscio e snello che si poteva stringere nel pugno come il colto di un cigno; e il fondo del calcio con le sue scannellature di corno perché non scivolasse sulla spalla. Il fucile, calibro 24 e quello calibro 16 che si aprivano silenziosamente col piccolo estrattore che veniva avanti docile e unto e si richiudevano con uno scatto preciso e soffocato nella prima luce dell'aurora che illuminava le stanze della casa di villeggiatura e si posava sulle pentole appese nella vecchia cucina. Il rumore delle scarpe chiodate sulle antiche mattonelle. Il fucile saldo batteva piano sul fianco uscendo la mattina per andare in campagna, se ne sentiva il peso piacevole sulla spalla respirando l'aria netta dell'alba.

(Ercole Patti)

 

Nati tra fuoco e mare (di Santo Catarame)
(dedicato ai poeti del mar Jonio)

I campi di calcio dei"buggetti", ancora li possiamo vedere vicino a via porto Ulisse, e ancora si gioca a pallone come cinquant'anni fa. Un tempo non c'erano docce. Sudati, tanta buona volontà e il bagno lo facevamo "nda rutta".

 "A rutta" ovvero la grotta si trova ancora oggi. E' una cavità profonda vicino al mare. La lava dell'Etna ne fa di tutti i colori avvicinandosi all'acqua marina.

"Acqua e focu dacci locu". Acqua e fuoco governali con saggezza, sono pericolosi entrambi. La lava che s'incontra con l'acqua del mare, uno spettacolo che si è ripetuto dalle nostre parti, dall'inizio del mondo al 1669. 

Panico e stupore. La lava ha creato grotte, ponti lavici, alte scogliere, piattaforme. Un lido rimasto nella scogliera del lungomare è montato ancora sopra "a rutta". Il vantaggio di spogliarsi nella "rutta" era che potevamo cambiarci senza essere visti. Di sera era un buon nascondiglio per amanti che non volevano godere solo il rumore amico del mare jonio. Una volta là vicino c'era il Club della Stampa e la prua della finta nave che sorgeva su quel tratto di scogliera si vede ancora ancora oggi. Oggi è un luogo abbandonato, se volete ritrovare "a rutta" andate nei due lidi che si ricostruiscono d'estate nel lungomare di Catania. 

Prima della speculazione edilizia degli anni sessanta, la ferrovia statale passava sopra le lave del Rotolo. Bisognava attraversare i binari, rompersi le scarpe tra le pietre nere e qualche ciuffo di ginestra. Eravamo ragazzi, adolescenti, di "primu pilu, facevamo tuffi spericolati dalle alture di lava sul mare. L'emozione del volo arrivava dai piedi alle gambe, alte scogliere che ancora oggi si ammirano passeggiando.

Poi a Catania c'è la plaja, o come dicono ancora i catanesi: A praja. Non c'è più il lido Elsi e neanche il lido Casabianca. Sparito anche il bellissimo lido Spampinato con la sua architettura "gotica", maestosa, quasi aggressiva. Un prospetto incredibile dinanzi il mare, uno scenario che confermava Catania città d'arte. Romantiche sere passate a guardare il porto, il molo di Levante.

Un tempo si poteva anche dormire di notte nella cabina di legno. La gente si portava i fornelli a gas, oggi non è più possibile. Sulle ampie terrazze dei lidi, la sera c'erano gli spettacoli. Nel lido Spampinato si esibì pure Pippo Baudo, ancora incerto laureando di Giurisprudenza.

Gli innamorati, invece, sono sempre gli stessi. Quando le ragazze si sottraevano alla vigilanza di padri e fratelli, li potevate ritrovare con il fidanzato "ammucciuni" non solo vicino al mare ma, "senza dari all'occhiu", sulla sabbia, all'ombra o al buio di sera sotto le terrazze di legno che si costruivano per rialzare le cabine del lido. Al mare c'era l'acchiappo; in altre parole, si corteggiavano le ragazze senza tregua.

Belli i bagni. Belli se il bagnante che non sapeva nuotare era sostenuto sull'acqua da spaziose camere d'aria di camion. Sì, proprio quelli dei camion. In queste cinture di salvataggio c'entrava un'intera famiglia.

La mattina la sciabica tirata dai pescatori attirava la curiosità di noi bambini se per caso, solo per caso, c'eravamo alzati prestissimo. I cuzzulari e i pescatori con la sciabica sono immagini che ci facevano sognare e guardavamo la linea d'orizzonte con la speranza, un giorno, di navigare verso un paese lontano. "La Grecia dopo l'orizzonte c'è la Grecia" diceva un pescatore che raccoglieva cozzuli ddà praja. Ancora oggi raccolgono cozze lungo la costa fino al Simeto.

I tornei di tamburelli. L'elezione di miss lido creava qualche difficoltà ai genitori bacchettoni di una volta. La Sicilia è stata fino a quaranta anni fa di tradizioni islamiche pur essendo cattolica, apostolica e romana. "Me figghia non è comu i culumbrini ccà sfilunu cche cosci all'aria e u pettu tisu!.". Se la figlia culumbrina (civetta), per sbaglio, vincendo le resistenze della madre, riusciva a sfilare e vinceva il concorso di miss bellezza, allora era il caso di pensare seriamente a sposarla con un uomo "posizionato", di solito un avvocato. Gli avvocati siciliani, una volta, quante belle ragazze si sono godute! Probabilmente l'inflazione di legali e studi legali a Catania ha una giustificazione sentimentale.

Si ritornava con il filobus, che anche allora faceva servizio estivo per i lidi; oppure disperati per l'attesa, si ritornava con un'occasionale carrozzella tirata da un docile cavallo. Bisognava mettersi d'accordo prima col cocchiere, viaggiare in carrozza era un lusso. Si ritornava guardando il porto, il gazometro, u mulinu di Santa Lucia, fischiava il treno sopra l'acchi ddà marina. Pensavamo quando saremmo ritornati a praja, l'indomani oppure l'estate prossima.
Pensavamo pure che Catania sarebbe diventata la Milano del sud (così diceva mio padre), ammiravamo i "palazzuni" che crescevano, mentre sventravano l'antico San Berillo.
Sventrare!

Un termine perfetto per indicare un orribile delitto: Catania sconvolta urbanisticamente! Il foglio di via è stato imposto ai protettori delle prostitute di Via Maddem e dintorni. Strade e stradette che non ci sono più, e dove si aspettava di vedere a pianterreno: "Maria accupu" in mutandine e reggiseno o la "bolognese", che forse non era di Bologna, ma solo una sfortunata donna di qualche povero paese siciliano che si dava "l'aria del continente". Protettori politici e mafiosi subentravano ad occupare i posti "ddè ricuttari ppè fimmini" Il nostro avvenire assicurato? Senza più emigrare? Allora ci godevamo il mare e tanti sogni.
La corsa dell'Etna partiva da Piazza Duomo. Pure i "nuri", i divuteddi, di Sant'Alfio partivano da Piazza Duomo.
Cosa ci mancava? Nulla! Eravamo giovanissimi, quasi adolescenti. Nel lido della praja c'era già qualche ragazzetta smorfiosa che ci aspettava, domani, forse ci stava. 

Bella vita!

(Santo Catarame - Corrieredaristofane.it)

 

Sdraio di roccia per scelta. Il "partito" degli scogli che rifiuta la sabbia.

di Eva Spampinato (La Sicilia 14.7.2007)

A stretto contatto con la natura. Caldi scogli vulcanici e spruzzi di salsedine sul viso. Questo uno dei tanti aspetti che si ama della Scogliera di Catania. E che porta una buona dose di catanesi, e non solo, a scegliere il versante roccioso della città come luogo ideale per i propri bagni. Da sempre in città esistono due scuole di pensiero sui luoghi dell'abbronzatura: c'è chi il mare è solo Piaia e chi il mare è solo Scogliera. Quasi mai le due fazioni" trovano un punto d'accordo e d'incontro. Da Ognina ad Acitrezza, gli scogli hanno il loro fascino e i loro habitué.

Quelli che corrono a sdraiarsi sulle rocce non appena esce il primo raggio di sole. Anche in pieno inverno. "E' il piacere dei contatto con la natura racconta Andrea Spitalerí, impiegato trentenne con la passione per il kitesurf - senza sovrastrutture si respira la vera aria marina e l'acqua, inoltre, è pulita. Sono da sempre stato abituato così e quando vado nei lidi non mi trovo bene e poi qui ormai si è formato anche un bel gruppetto". Gli scogli, dunque, come luogo di ritrovo, punto di aggregazione e di fucina di nuove amicizie. Amori e dintorni. "Ho conosciuto il mio ragazzo proprio in uno dei tanti "scogli liberi" della zona dice Alessia, una giovane studentessa di Lingue che in estate frequenta la piattaforma rocciosa vicino al primo lido della Scogliera e da allora in poi non ho più cambiato spiaggia. Ormai ci conosciamo un po' tutti, si è creata una bella atmosfera e per noi questo angolo è come se fosse un lido".

Scogli liberi e lidi superorganizzati con ogni tipo di comfort e divertimento per i ragazzi. Perché i tempi cambiano e adesso i lidi si sono trasformati anche in palestra e sala giochi. Quelli più fashion, invece, hanno lanciato la moda dei weekend all'insegna dei cocktail e dei cestini di frutta da consumare sulla sdraio. Non solo mix di ombrelloni e lettini. Sempre meno vacanza sotto l'ombrellone e sempre più oasi di benessere, momenti di meditazione cullati dalle onde del mare. La vita da spiaggia cambia look e le ultime tendenze portano anche a Catania le idee più curiose e accattivanti, per una vacanza all'insegna del relax godereccio e salutare.

 

 

 

 

Piccolo borgo marinaro interno alla trama urbana del capoluogo etneo, nasce alla fine del XIX sec. La tradizione fa derivare il suo nome al reperimento di una statua di San Giovanni rintracciata fra i ciottoli della battigia (i cuti), da cui deriva il nome del borgo.

La statua, inizialmente posta in un angolo della piazzetta, su un altarino più volte travolto dalle onde prima che fosse costruito il molo, oggi è collocata in un’icona di fronte la casa ad archi.

La costruzione a monte della ferrovia Messina–Catania nel 1866 e poi la costruzione del lungomare Ruggero di Lauria hanno limato e definito lo spazio del piccolo borgo. È un tratto di costa costituito da spuntoni di roccia di nero basalto (antiche falesie frutto delle trasformazioni operati dai moti marini che si alternano ai “cutuli”, ovvero blocchi di pietra lavica frutto della demolizione delle falesie che, caduti in acqua, venivano restituiti alla terraferma arrotondati dall’azione del mare, costituendo così una piccola spiaggia di ciottoli neri, particolarmente amata dai catanesi.

Più che di un porto, il Borgo è dotato di una darsena protetta da un molo di 80 m, con un fondale con profondità che varia dai 0,20 ai 2,0 m., frequentata solo da piccole barche da pesca locali e da imbarcazioni con pescaggio limitatissimo. Vige il divieto di ormeggio alle imbarcazioni da diporto, ma è possibile, se il mare è calmo, gettare l’ancora a sud del moletto e godersi il panorama sul piccolo borgo e le sue limpide acque.

Secondo voi cosa potrebbe fare un povero ricercatore del CNR di Catania, accaldato, sudato e stanco… nella pausa pranzo, cioè dalle 14 alle 16, di un luglio particolarmente caldo ed afoso…esattamente…avete capito benissimo…fare un tuffo nel suo splendido mare…lo Ionio…ma qui vi voglio…dove?

Chi conosce Catania potrebbe suggerirmi tanti posti...la scogliera ad esempio con i solarium comunali o uno dei lidi presenti alla Playa (zona a sud della città)…ed io vi rispondo subitissimo…nooooooooooo…nei primi c'è troppa confusione di fighetti e poi il sole si dovrebbe prendere in piccoli spazietti ricavati dando spintoni a destra e a manca su tavole di legno!!…nei lidi della Playa in cui la spiaggia è sabbiosa oltre al tempo che starei per raggiungerla, il mare non è poi il massimo della pulizia essendo la zona molto prossima al porto…quindi le acque non sono certo sempre cristalline… 

E allora che fare?...la risposta è semplice…almeno per me…si va a S. Giovanni Li Cuti…S. Giovanni Li cuti è un cosiddetto borgo marinaro che si trova praticamente in pieno centro (zona mare) a Catania…per anni ed anni è stato bistrattato e considerato solo un piccolo rione di pescatori il cui mare non era certo molto apprezzato ed i pochi locali che vi si trovavano non andavano certo per la maggiore…

S. Giovanni Li Cuti si estende in lunghezza per non più di 800 metri. E' in pratica una striscia di terra che divide il mare Ionio dal Lungomare di Catania, la cosiddetta circonvallazione a mare. In pratica non è neanche possibile annoverare come frazione…ma è un piccolo agglomerato di casette basse che si affacciano sulla spiaggia e sul piccolo porticciolo che però oramai è praticamente dimesso. Dello spettacolo che tale borgo offre la sera ne parlerò più tardi.

Ma ecco che qualche anno fa, alla amministrazione comunale di Catania è venuta l'idea di cambiare radicalmente l'aspetto di questa zona…ed allora ecco creata una spiaggia in quattro e quattro otto di grande fascino…fascino?...sì…fascino perché questa spiaggetta è stata praticamente creata quasi dal nulla…si tratta di una striscia lunga almeno 300 metri e larga una settantina tutta costituita da sabbia nera cioè sabbia di origine vulcanica…una vera e propria spiaggia "nera" molto simile a quella dell'isola di vulcano nelle Eolie…ma mentre lì a Vulcano possiamo parlare di sabbia finissima qui dobbiamo usare il termine sabbia "a grani grossi"…

Certo ammetto che può non piacere a molti come tipo di superficie…ma per uno che ormai da tre anni la frequenta posso dirvi  che non è affatto scomoda per prendere il sole mentre rispetto alla sabbia normale sia essa bianca o nera…ha un enorme vantaggio…non vi rimarrà "impicata" cioè appiccicata addosso fino a che a che una poderosa doccia casalinga non sarà stata fatta.

Per gli amanti del bagno e non della tintarella, vi posso dire che potrebbe a tutti sembrare assurdo fare il bagno di fronte ai palazzoni del lungomare catanese ed alle case che circondano lo specchio di mare…ed invece ecco il bello della spiaggetta di S. Giovanni Li Cuti…il mare è praticamente quasi sempre pulito e cristallino. Quest'anno ad esempio non vi è stato un giorno in cui abbia dovuto rinunciare alla mia nuotata ristoratrice…

Ma quali sono gli altri punti di forza di questa spiaggetta,…la presenza di un attrezzatura messa a disposizione dall'amministrazione della Città in modo assolutamente gratuito…e cioè le docce (ben 8!!!), gli spogliatoi ed i bagni chimici, nonché la passerella per i disabili, inoltre sono presenti due passerelle che portano a mare in cui sono presenti due scalette per permettere l'accesso comodo al mare…

Dimenticavo che nella spiaggia sono stati posti dei grossi massi tra la spiaggia ed il mare per evitare il danneggiamento della spiaggia per le ondate nonché per rendere fruibile la massima quantità di spiaggia per i bagnanti. 

Come raggiungere la spiaggia?...Allora…la stradina che percorre il borgo è interdetta alle auto ed alle moto (escluse quelle dei residenti…grande cosa). All'ingresso della suddetta stradina vi è comunque presente un piccolo parcheggio rigorosamente abusivo per i motorini e le moto. La macchina può anzi deve essere parcheggiata sul lungomare, in cui ahimè sono presenti le tanto odiate strisce blu…(1 ora di parcheggio 0.52 €). Si può comunque raggiungere la spiaggia usando gli autobus della AMT (dal centro si prendere il 534 che passa da Via Etnea). Io invece dato il poco tempo a disposizione e l'amore per le due ruote, vado sempre in bicicletta (da casa mia arrivo in 10 minuti) e posso posteggiarla proprio sulla spiaggia….

Concludo questa panoramica…parlandovi di S. Giovanni Li Cuti di sera…è una passeggiata a mare piacevolissima…senza smog, senza rumori di macchina, la strada non è illuminata a giorno quindi è proprio romanticissima…lì sono presenti un po' di bei locali…accoglienti in cui è possibile naturalmente gustare dell'ottimo pesce fresco o sgranocchiare un buona pizza…vi segnalo il "Porto San Giovanni" e l'"Andrew's Faro" oltre al ristorante biologico "Cuti lisci"…è molto carino e romantico anche comprare qualche pezzo di tavola calda, tipo un arancino, una cartocciata, una cipollina ed andarla a gustare in dolce compagnia sugli scogli in riva al mare dove una piacevolissima brezza mitigherà la calura estiva…

Spero di essere stato esauriente…ed avervi descritto bene questo bellissimo posto…dimenticavo…la spiaggia è ben frequentata e rappresenta un fiore all'occhiello per la città di Catania…

Un buon bagno a tutti

Antonio Magrì http://viaggi.ciao.it/altri_luoghi_in_Sicilia__Opinione_634931

 

San Giovanni li Cuti è il nome di un piccolo borgo marinaro di Catania con una delle spiagge più rinomate della città.

Ormai fagocitato dalla metropoli etnea, viene lambito dal bellissimo lungomare che inizia come Viale Ruggero di Laurìa e prosegue come Viale Artale Alagona attraversando le cinque piazze che si susseguono in successione.

Nell'ordine si incontrano: Piazza Europa, Piazza del Tricolore, Piazza Nettuno, Piazza Ognina e Piazza Mancini Battaglia.

Poste tutte sulla destra si protendono verso il mare seguendo l'andamento sinuoso di una costa caratterizzata da sciara ed affioramenti magmatici.

Frequentatissime, ben conosciute e prese d'assalto durante la stagione estiva sono accomunate dal fatto di essere realmente delle suggestive terrazze a mare, luoghi di ritrovo conosciuti ma al contempo delle tappe abituali per il turismo balneare dei catanesi.

San Giovanni li Cuti si trova nella zona coperta da varie colate laviche, in epoca storica nel 1169, 1329 e 1381 anno in cui venne coperta anche parte dell'antico Porto Ulisse; tale tratto di costa è chiamata appunto La Scogliera. Vi si accede dalla via omonima, traversa di viale Ruggiero di Laurìa, nel quartiere di Santa Maria della Guardia. La spiaggia è compresa tra il porto omonimo, utilizzato solo da piccole imbarcazioni di pescatori, ed alcuni lidi a cui si accede tramite la vicina Piazza Europa.

La spiaggia è formata da sabbia nera vulcanica e l'accesso al mare avviene tramite scogli sempre di pietra lavica. La maggior parte delle pietre proviene dagli scavi del 1956 fatti per l'interramento della ferrovia Catania-Messina nel tratto che va dal ponte di Ognina alla stazione centrale. Molto più tardi si è provveduto a rendere l'area fruibile per il turismo: ogni estate San Giovanni li Cuti diventa una spiaggia libera dotata di docce, spogliatoi, bagni, passerelle e scalette.

Inoltre, con l'apertura di alcuni locali, il borgo si popola anche di notte. Recentemente, però, la spiaggia è stata soggetta ad un degrado a cui l'amministrazione comunale ha solo parzialmente posto rimedio.
L'intitolazione San Giovanni fa riferimento all'omonima parrocchia che dipende dalla vicina chiesa di Santa Maria della Guardia.

Nel dialetto catanese si utilizza il termine "Li Cuti" per indicare delle formazioni di origine lavica o degli scogli sottoposti all'azione erosiva del mare. Ulteriore sinonimo è "scogli lisci, levigati" (che però viene tradotto con "Li Cutulisci"). Potrebbe inoltre derivare dalla metatesi di "Li Cutuli" ("i ciottoli"). Tale appositivo ha evidentemente risentito sia della natura dei luoghi che dell'influenza di due vocaboli latini particolarmente appropriati entrambi di genere femminile plurale: "cautes - cautis", che assume tra i suoi significati quelli di "scogliera, scogli, faraglioni o dirupi affioranti dall'acqua"; "cos - cotis", che può riferirsi sia alla comune "cote" intesa come "pietra focaia", sia per esteso a qualsiasi "pietra dura o particolarmente tagliente".
I suoi abitanti sono chiamati "Licutiani".

(Wikipedia

 

 

 

 

 

 

 

 

L'Acqua Morta sugli scogli del Rotolo

di Alfio Zappalà Sègur - A Catania con amore

Studenti e garzoni assieme, a prendere il sole semisdraiati in posizione non certo felice per torturanti spigoli aguzzi che si ficcavano alle spalle e sui fianchi. Una tovaglia e un paio di sigarette erano le cose indispensabili (e il costume al posto degli slip, naturalmente). E se c'era qualche ragazza nei paraggi tanto meglio, una sbirciatina vogliosella non guastava.

C'era un bosco di ferule sonanti anche a un tocco di vento e una pianta di fico su un dirupo, in quel pezzo di "chiusa" che si doveva traversare per raggiungere il mare. Una pianta di fico eguale, si dice, ci fosse in un angolo alto delle Porte Scee.

 

Costa di lava, quasi sconosciuta oggi perché a picco sui suoi scogli vi sorge la Baia Verde, ma non dimenticata ancora da chi, per sfuggire allora alla sabbia e alla marmaglia della Plaja, si spingeva più in là dell'Armisi, di S. Giovanni li Cuti, di Ognina, per cercare la libertà e sfuggire alla schiavitù delle "cabine" o "baracche", come si chiamavano allora, dai "lidi" insomma, come ancora si chiamano.

Per anni furono sempre le stesse facce, più o meno le stesse coppie, a frequentare quella zona, desiderosi tutti di appartarsi come a dare un po' di spazio al proprio genio e fare anche un bagno in santa pace. E bisognava avere almeno una bicicletta, meglio se vecchia tanto da riuscire a superare il fondo stradale di terra e lava della via Mollica, bicicletta da nascondere poi fra gli scogli e da non perdere di vista. A completare l'abbigliamento bastavano allora un paio di zoccoli di legno.

Che rubassero la bicicletta, accadde raramente: i tempi erano diversi, né mi piacerebbe sentirmi dire da qualcuno che in quel tempo nessuno rubava perché niente c'era da rubare come se il ladro non fosse nato prima dell'uomo e non fosse il benessere a farlo rifiorire. Comunque per noi la bicicletta era l'unico capitale, tutto il nostro patrimonio.

La lasciavamo spesso (ma qualcuno veniva addirittura a piedi da Ognina), su quella spianata che la lava faceva al di sotto del "Salto del corvo" (u sautu dò Corvu). Sempre visibile dal posto dove ci si spogliava, rimaneva ancora più visibile dal mare quando si andava

al largo" e di là tutta l'ampia costa, allora disabitata, nera e piena di ombre, si controllava e quasi ci controllava a sua volta come in un grande materno abbraccio.

 

 

 

Era l'Acqua Morta: così si chiamava allora quella zona e oggi potreste riconoscerla a stento andandoci a nuoto, virando a destra quando scendete dall'unico posto rimasto 'accessibile a fianco del "Selene" a Cannizzaro. Ma a voi non interessa conoscerla più a fondo se non l'avete come noi amata per le sue acque profonde dai mille colori cangianti, ricche di pesci, i suoi bracci di scogli che si spingevano al largo come moli tanto da permetterei i tuffi più strani e spericolati, le alghe verde ambrato che tappezzavano gli scogli del fondo mobili come le chiome d'un Dio, odoranti di mare quando, a fasci, li portavamo a riva per liberare il fondale e pescare i primi ricci e i primi "occhi di bue".

Un posto per solitari, "l'acqua morta". C'era come una piscina naturale, una conca quasi rotonda, dove l'acqua entrava a sbuffi solo quando il mare era appena agitato e che per il resto stagnava, ingiallendo sul fondo, al sopravvenire della Grande Estate.

Ai primi bagni, quando l'acqua era ancora fredda al di là della conca, superato l'euripo, ci reimmergevamo in quell'acqua ospitale per riscaldarci. Qualcuno nel passato aveva messo una carica di dinamite nel punto più basso della lava che delimitava l'acqua stagnante, per facilitare il ricambio, ma i risultati furono scadenti, né più altri tentò di migliorarne il deflusso, comprese le cannonate che le navi della Marina Inglese vi fecero arrivare dopo lo sbarco in Sicilia, nel tentativo di raddrizzare il tiro su Randazzo.

Anche nei giorni festivi i bagnanti non superavano mai la dozzina. Negli altri giorni si era in pochi, una o due coppie e, se ne arrivava una terza, le altre due, silenziosamente, come in un tacito accordo, si spostavano, doppiando il piccolo capo esistente sia a destra che a sinistra della grande grotta che sovrastava l'acqua e dove un'altra grotticella ospitale permetteva di stare in disparte a chiacchierare o a fare all'amore o qualcosa che allora così si chiamava, ma ben altra cosa era e ben poco, ma che sempre sapeva d'un forte profumo di mare e di sale.

Mi capita ancora di incontrare qualche faccia di quel tempo: giovani o ragazze, oggi donne o uomini maturi, di riconoscerli appena, ignorandone come allora i nomi e di chiedermi: "Chi era?!... Chi ha sposato poi quella ... e chi era quello che allora "stava" con lei formosa e slanciata ... ".

"Stava con uno" non usava dirlo allora. A quel tempo A "filava" con B e il filo era spesso, se non sempre, sottile e leggero, fluttuante nel vento, aereo, segreto, dolce e delicato, così almeno a me sembra oggi, fors'anche sublime: era un guizzo, come il volo del "pulcino di mare", l'Uccel Santamaria, fra lave e seni di mare.

Spesso si arrivava all'"acqua morta" sul "filo del mezzogiorno", quando gli scogli erano infuocati e si ballava sulle pietre per raggiungere l'ombra. Dopo l'una, più o meno, era l'ora del ritorno: ci si caricava la bicicletta sulle spalle per superare agevolmente le anfrattuosità del terreno e non rompersi il collo, ci si fermava presso il fico nella speranza di cogliere un frutto perché c'era sempre speranza: ancora duri la mattina, dopo tanti palpeggiamenti e controlli, erano quasi maturi a quell'ora e col caldo e poi ci si fermava ancora alla fontana (era una fermata d'obbligo) che stava all'inizio della strada, ora in salita, sudati come turchi. Si faceva lì una gran bevuta che valeva anche da doccia. Non portavamo asciugamani con noi allora, né stuoie e mai nessuno morì di polmonite se, quando ci incontriamo, ne parliamo ancora e quasi litighiamo nel ricordare, se il compagno o la compagna che ci capita di rivedere vive ormai a Milano, in Germania o addirittura negli Stati Uniti e qui torna solo periodicamente.

Noi che siamo rimasti a guardia di quel mare, di quel sole, di quegli scogli, dell'erbe che fluttuavano sul fondo come le chiome degli Dei, noi, non sappiamo come giustificarci oggi che tutto è scomparso, ferule, fichi, fontane e restiamo a guardare mortificati sul fondo, sul fondo senza Dei, del nostro passato.

La Cernia di Ognina

Anni addietro Ognina era un sobborgo di Catania e si raggiungeva per rendere i bagni nel famoso lido "Porto Ulisse", una baietta di sabbia spessa nella quale venivano montate poche decine di cabine, dalle quali i catanesi si bagnavano in un mare cristallino e incontaminato.
Imponenti maschere e pinne pesantissime equipaggiavano i subacquei ante litteram che girovagavano osservando i branchi di mormore e di acciughe che brillavano contro lo sfondo scuro del fondale, mentre trepidanti mamme palpitavano fin quando quei giovani "temerari" tornavano sulla spiaggia a raccontare le meraviglie che avevano visto.
Oggi Ognina è un quartiere rumoroso e caotico, gremito di bancarelle nelle quali si vende pesce e frutti di mare fino alle ore più tarde della sera; il vecchio "Porto Ulisse" non esiste più e la spiaggetta è stata abbandonata dai bagnanti, mentre la zona è stata trasformata in punto di partenza per mille gommoni e motoscafi lasciati all'ormeggio sui moli galleggianti che vi sono stati ancorati.
 Il piccolo golfo da 2500 anni è stato meta e fonte di traffico per i commercianti fenici, greci, romani e saraceni, sicché tutta la zona è una specie di grande sito archeologico, abbondantemente saccheggiato dai ladruncoli subacquei; ancora oggi è possibile ritrovare, specie dopo le mareggiate, qualche collo di anfora o qualche piatto sbrecciato che i ragazzotti sottraggono per stupire gli amici o la ragazza, fabbricando congetture sull'origine e sulla destinazione del manufatto.
Lasciando il golfo di Ognina, dove l'acqua non ha più la trasparenza di un tempo, ci si immerge dalle rocce a Sud del porticciolo, poco dopo l'innesto della barriera frangiflutti.
Qui la visibilità supera spesso i 15 metri e l'immersione è interessante.
 Il fondale si aggira inizialmente intorno ai 20 metri; la base della scogliera è costituita dalla nera pietra lavica lanciata dall'Etna irato e terribile: grossi massi, ricoperti da una traboccante vegetazione, formano tane, cunicoli, gallerie profonde e labirintiche nella quali ancora oggi grosse cernie e saraghi "universitari" hanno un habitat perfetto e inaccessibile.
Poco oltre, dove il fondale raggiunge i -37, ci troviamo nel territorio della mitica Cernia di Ognina.

 

Si narra, infatti, che in questo tratto di scogliera viva una cernia di dimensioni incredibili: assicurano che non è meno di settanta chili, certamente superiore a 100 chili !!!...
Nella zona i pescatori professionisti (ma anche i cannisti) si tramandano il racconto di un intero conzo di mille metri strappato dalle mani di un pescatore che lo stava salpando e che se lo è visto scomparire sotto il mare, certamente trascinato dalla Cernia!
Tutti i pescatori subacquei da almeno sei lustri asseriscono di averla avvistata una mattina o l'altra: imponente, regale, maestosa, grande come un tavolo di avvocato, circondata da una nuvola immensa di castagnole.
Qualcuno afferma, ancora pallido di paura, di esserne stato inseguito...
Appunto per questo il mio consiglio è di non immergersi in quel tratto di mare, se non in compagnia degli istruttori della Scuola Sommozzatori di Catania ai quali, essendo frequentatori assidui di quella zona, sembra che la Cernia abbia concesso una sorta di placet e non li inquieti, anzi da loro non si è mai fatta vedere...E buona fortuna!

Festina Lente

http://www.scuolasommozzatori.com/cernia.htm

 

 

 

 

 

Fantastica zona della sicilia, “La Riviera dei Ciclopi”, zona fra Catania e Acireale.
Omero definisce la Sicilia nell'Odissea come una terra vergine e selvatica, abitata da Ciclopi. Racconta la leggenda della cattura di Ulisse da parte del ciclope Polifemo, una creatura spaventosa, con un solo occhio in fronte, e della fuga di Ulisse.
Ulisse riesce a fuggire grazie all’astuzia, acceca Polifemo, anche perché, avendo detto di chiamarsi “Nessuno”, non viene inseguito dagli altri ciclopi, che, accorsi al richiamo di Polifemo, si sentono dire che l'autore dell'accecamento è stato “Nessuno”. Ulisse scappa e l’arrabbiato ciclope scaglia a enormi massi di lava in mare, sperando di colpirlo.

 

 

 

Il mito, quindi, identifica l'isola Lachea e i Faraglioni con i massi scagliati da Polifemo contro Ulisse. Questa leggenda, indica la Sicilia e Acitrezza come Porto di Ulisse. Esiste anche un altro mito, quello del fiume Aci, che ha dato il nome alle nove cittadine che attraversava. Aci era un tranquillo pastore innamorato della bella Galatea, ma Polifemo, impazzito di gelosia, perchè pazzamente innamorato di Galatea, uccide Aci, schiacciandolo con un grande masso.
Gli Dei, vedendo Galatea in lacrime, trasformano il pastore in fiume, che, scorrendo perenne, trova pace e ristoro tra le braccia di Galatea, che l'attende nello Ionio, dove i due amanti si fondono in un abbraccio senza fine.
Inoltre, secondo la fantasia popolare, Polifemo sarebbe la personalizzazione dell'Etna, Galatea la spuma del mare, Aci il fiume che sfociava nei pressi di Capo Mulini.

Le villeggiature ad Acitrezza  

di Francesco Strano - da Catania con amore

Il catanese che, oggi, pronto a tutto, pur di evadere da una città che sente sempre meno "sua", si avventura tra la folla, le colonne immobili di auto, il rombo delle moto, i gas di scarico, la sporcizia, il frastuono degli impianti stereo a tutto volume, la volgarità della gente, la cementizzazione sfrenata, la distruzione dell'antico, che oggi distinguono Acitrezza, non può immaginare quale paradiso fosse questo vecchio borgo di pescatori negli anni '50.

A quell'epoca, il catanese, ripresosi dalle rovine della guerra, cittadino orgoglioso di una città davvero viva e operosa, rivitalizzato dal primo miracolo economico, conquistati il frigorifero, l'automobile e i primi segni di quel benessere che si sarebbe in seguito trasformato nel consumismo più sfrenato, ma, ancora, egli, ingenuo e ignaro, scopriva la villeggiatura a mare. Superati i confini di Ognina, antico golfo, nel quale si mescolavano miseria e nobiltà, con i bagnanti portati in spiaggia dai mezzi pubblici, che ammiravano, senza rancore e senza invidia, gli abitanti delle splendide ville sul mare non ancora inquinato e i soci del Circolo Canottieri Jonica, il catanese scopriva Acitrezza, angolo incontaminato di Sicilia e di mare, abitato da gente semplice e cordiale, accogliente come solo i puri sanno essere.

Ricordo ancora benissimo la prima casa di villeggiatura della mia famiglia, una piccola casa di pescatori, due vecchi sposi abbronzati e rugosi, con un esercito di figli, tutti sani e sorridenti, dediti alla pesca e ai genitori, in un'atmosfera ancora vagamente verghiana. Ricordo che all'imbrunire era quello il vero inizio della giornata dei trizzoti sulla spiaggia del porticciolo cominciavano i preparativi per la pesca notturna: le Iampare" portate giù da casa che si accendevano a una a una come enormi lucciole di speranza, l'odore dell'acetilene che si spandeva per l'aria, le barche calate in acqua a forza di braccia, scorrendo sulle 'Talanghe" scivolose di grasso, al ritmo di urla di incoraggiamento, le reti avvolte con cura a occupare i posti destinati, gli "specchi" lustri pronti a mostrare i magici fondali, il rumore dei remi, fissati agli scalmi, affondati con dolcezza e vigoria nell'acqua con la tipica voga dei pescatori. Tutto questo rappresentava uno spettacolo irrinunciabile per noi villeggianti, così come il ritorno delle barche, lo scarico del pesce ancora guizzante, dei polpi, dei ricci, dei crostacei; ed era una partecipazione gioiosa e sincera ai successi di quella brava gente, dalla quale acquistavamo i frutti di quel mare pescoso e profumato.

La mattina, poi, a frotte noi ragazzini di città ci rovesciavamo sulle spiagge, gareggiando in agilità coi piccoli indigeni in temerarie corse a balzi sugli scogli neri e ruvidi, o in destrezza nella caccia agli "aranci di mare", servendoci di due corte canne, una, con una putrida sarda legata in cima, per invogliare i poveri crostacei ad allungare le chele, l'altra munita di un cappio rudimentale ma micidiale fatto col filo da lenza, pronto a stringere iii una presa invincibile la preda, tanto più ambita quanto più grossa e ribelle. Anche i gamberetti grigi, che ancora popolavano le rive, venivano catturati, questi con le mani, e subito sacrificati crudi al nostro fresco appetito. E con curiosità e rispetto stavamo a guardare (seri anche noi, perché, forse senza rendercene conto, comprendevamo che quello faceva parte del "Iavoro" e della lotta eterna dell'uomo col mare per strappargli da vivere) i lavori di rattoppo delle reti, stese ad asciugare al sole per tutta la loro lunghezza sulla spiaggia, lavori fatti dai vecchi, servendosi anche dei piedi nudi, con le dita infilate tra le maglie, per stendere la trama e cogliere le falle, che venivano riparate con veloce abilità.

Tra questi due poli di partecipazione alla vita degli abitanti, noi villeggianti inserivamo le schegge del nostro essere cittadini e il nostro modo di vivere e godere di quella semplicità, in un'atmosfera di vacanza perpetua (almeno per noi ragazzi, perché la maggior parte dei padri pendolava tra il lavoro in città e il riposo in paese). E ricordo i bagni molti con l'ausilio di salvagente (camere d'aria dismesse o grosse zucche legate ai fianchi) i tuffi sempre più audaci, le prime passerelle, in legno per non alterare il paesaggio e la natura, sulle quali consumare veloci intervalli tra interminabili raccomandazioni materne: "è da stamane che sei in acqua!", "guarda che dita grinzose!", "ti prenderai un malanno, non sei un pesce!". Su quelle spiagge, su quelle passerelle nascevano anche i primi amori giovanili, tra sguardi e mute promesse, che poi la sera si tramutavano in passeggiate mano nella mano, in baci furtivi, in promesse di amore eterno, che la fine dell'estate portava via con sé, a colmare uno scrigno senza fondo e senza tempo.

 E non mancavano neanche allora i riti, semplici e spontanei: il mottarello o la coppa del nonno da acquistare nel piccolo chiosco della piazzetta (si trova ancora oggi lì nello stesso posto, dopo aver visto generazioni di mangiatori di gelati, resistente a tutto e a tutti), le serate all'arena allora ce n'erano due a servire gli abitanti di due zone diverse, che non si mischiavano mai, chissà perché nei cui programmi comparivano con feroce costanza i film con Nazzari, Vallone, Stanlio e Ollio; e anche lì, nel buio complice, le tenere coppiette consumavano le loro prime emozioni. I ragazzi più grandi organizzavano mitiche, e, per noi ragazzini, irraggiungibili, feste da ballo, la cui musica (Platters, Dallara, Modugno, Perry Como, Presley e altri divi dell'epoca) arrivava sfumata sulle spiagge, dove noi ne godevamo senza la sorveglianza dei genitori, tutti intenti a controllare i ballerini.

E i genitori, infine, la sera si riunivano per interminabili partite a carte, nelle quali facevano da padroni i classici poker e scopone, ma anche la canasta, allora in gran voga, e un gioco con carte siciliane, poi tramontato, lo "schipetaro", che provocava accese discussioni e grandi risentimenti, almeno per una sera; altre volte, in comitive, andavano alle famose serate al Lido dei Ciclopi, serate mai più eguagliate per divertimento e varietà di idee.
Quanto altro ci sarebbe da ricordare! Le gite sulle barche dei marinai, colme fino all'incoscienza e, a volte, al capovolgimento; una indimenticabile nottata su un cutter, passata a pescare "angileddi", che venivano sventrati, infarinati e fritti, passando in non più di cinque minuti dal mare ai nostri stomaci, attraverso palati stupiti di tanto sapore; i bagni notturni all'isola Lachea nelle notti di luna piena; una gustosa indimenticabile zuppa di tartaruga di mare, portata viva in casa e successivamente  macellata  e cucinata in un sugo mai più eguagliato, a mia memoria; le visite esaltanti nelle due più grosse e famose rivendite di pesce, quelle di Lorenzo "il giovane" e di Lorenzo "il vecchio", che rivaleggiavano in varietà di pesce freschissimo esposto con arte e fantasia in enormi ghiacciaie, che attiravano curiosità e ammirazione per la varietà e i colori del contenuto; le scorpacciate di frutti di mare crudi, abbondanti fino all'autolesionismo; l'offerta devota, che immancabilmente i miei nonni, nel ripartire per Catania, dopo la loro visita domenicale, depositavano nell'altarino (ancor oggi esistente) posto di fronte alla fermata dell'autobus; i tanti amici di allora, le famiglie di villeggianti, che avevano formato con la nostra un microcosmo che si ritrovava ogni anno, tanti nomi e tanti volti, alcuni nitidi, altri più sfocati, ma tutti ben vivi nel ricordo di un'epoca indimenticabile e irripetibile, resa ancor più preziosa per me e mio fratello Nino, allora appena un bambino, dalla guida brillante, gioiosa, amorevole e ricca di valori dei miei splendidi genitori, Pippo e Ilia, sempre teneramente innamorati, sempre ammirati e ricercati da tutti.
E poi veniva settembre, e con settembre Acitrezza si svuotava dei catanesi che ripartivano, caricando i camion di masserizie, in un intrecciarsi, nel contempo allegro e malinconico, di saluti e foto frettolose; molti, come noi a Nicolosi, si trasferivano per
vivere diverse, ma ugualmente intense, vacanze in montagna, altri tornavano a Catania, ma in una Catania diversa da quella di oggi, una città dalla quale non si desiderava fuggire, ma che si lasciava per una villeggiatura da godere, come un'amante, per tornarvi sempre, immancabilmente e con desiderio, come dalla moglie amata

 

 

 

Un "tuffo" nei luoghi verghiani

di Enrico Blanco (La Sicilia, 14.7.2007)

Le vele non sono più segno di lavoro ma di diletto, le antiche speronare e le feluche sono state sostituite dai grossi pescherecci con uno o più motori, ma per i pescatori trezzoti i faraglioni restano sempre l'amico da salutare alla partenza e

che rianima il cuore nel momento in cui torni a casa; l'Etna poi, con la maestosità del suo apparire rimane il gigante buono che ti indica la strada nel cammino vicino o lontano da percorrere alla ricerca di seppie, calamari, pesce spada, masculiní e....

La pesca, con le attività ad essa connesse, rimane l'attività principale ad Acitrezza e il mercato del pesce non conosce mai soste, aprendo le sue porte ad avventori e turisti, dalle due della notte fino a quando il sole illumina il San Giovanni che domina il porto sempre "chinu, chinu comu l'ova" di barche, per dirla con i venditori di ricci che, da soli o conditi in un  fumante piatto di spaghetti, rimangono il "primo" (in tutti i sensi) appetito dei tanti che affollano ristoranti, pub, alberghi, magari misurandosi con  file, divieti e posteggi, che, in fondo, invitano a tornare alle sane passeggiate sul lungomare dei Ciclopi o nella via principale, tornando sui luoghi di padron Ntoni, di Mena, di Alessi, del parroco don Giammaria, della bettoliera, di Roccu Spatti e di quel mondo variegato che ruotava attorno alla Casa dei nespolo, da cui inizia anche oggi la visita a Trezza per tanti turisti.

Su tutto domina il mare: da gustare con la barchetta a remi lasciandosi scivolare in acqua vicino ai Faraglioni a vivere sensazioni uniche, magari guardando i fondali ricchi di vita, con la maschera o sulla barca a fondo trasparente dell'Area Marina Protetta, nuova e "discussa" protagonista dei nostro tempo. Anche se talvolta i divieti scatenano le nostre invettive, la riserva è il freno per il carico eccessivo a cui è stato sottoposto il mare dei Ciclopi dalla fine della guerra. Si vorrebbe che con la bacchetta magica fossero cancellati anche quegli scarichi che dalle colline tanti novelli e sporchi Polifemo lanciano verso il mare ma l'azione dell'uomo Ulisse è approdata intanto al progetto del collettore e attende ora anche i contributi degli dei per realizzarlo.

 

Il Castello di Aci

Si trova ad Aci Castello, in provincia di Catania. La fortificazione di incerta origine, fu il fulcro dello sviluppo del territorio delle Aci nel medioevo. Durante i Vespri siciliani, fu assoggettato alla signoria di Ruggero di Lauria, quindi in epoca aragonese fu di Giovanni di Sicilia ed infine degli Alagona venendo più volte assediato. Attualmente è sede di un museo civico.

Secondo lo storico Diodoro Siculo nel 396 a.C. nel mare antistante il promontorio, dove oggi sorge il castello, avvenne una battaglia navale fra Cartaginesi e Siracusani. Probabilmente le stesse acque furono teatro dello scontro navale fra Ottaviano e Sesto Pompeo, nella guerra civile, nel 37 a.C. circa. In quell'occasione la potente flotta del ribelle Sesto Pompeo inflisse un dura sconfitta ad Ottaviano, che in quelle acque, si narra, rischiò di morirvi annegato. I molti reperti subacquei di età greca e romana rinvenuti nei fondali antistanti il castello, confermerebbero in parte queste battaglie [1] .

Il promontorio basaltico dove il castello sorge, era separato dalla terra ferma da un braccio di mare, che fu completamente colmato dalla eruzione del 1169. Storicamente un primo castello fu edificato nel VII secolo d.C. (secondo altri nel VI secolo) dai bizantini su di una preesistente fortificazione di periodo romano forse del 38 d.C. e chiamato Castrum Jacis e volto alla difesa della popolazione dalle scorrerie.

È possibile risalire alla storia del territorio di Aci dal VII secolo al XIV secolo quasi interamente grazie agli avvenimenti accaduti nel castello.
Il qalat musulmano
Distrutta ed occupata la forte Taormina, nell'estate del 902 l'emiro Ibrahim stava per assaltare il castello di Aci. La popolazione sicura della sconfitta preferì capitolare, pagare la giziah e deporre le armi consegnandosi ai musulmani. Il paese fu lasciato intatto ma il castello e le fortificazioni saranno rase al suolo.

Nel 909 il califfo 'al-Mooz, fece riedificare sulla rupe una fortificazione (qalat), che doveva far parte di un più vasto sistema difensivo atto a proteggere l'abitato.

Nel X secolo sotto la dominazione araba il borgo fu chiamato 'Al-Yâg o Lî-Yâg, fu un importante centro della Sicilia orientale (secondo Al-Muqaddasi, storiografo che scrisse il Kitab 'ahsan 'at taqasim ). Forte e preminente rimase però l'impronta bizantina, tanto che lo scrittore Ibn al-Athir, nella sua opera Kamil 'at tawarih, racconta di una Aci quale centro della resistenza.
I regni normanno-svevi 
Giunti i conquistatori normanni Roberto il Guiscardo e Ruggero d'Altavilla, verrà introdotto in tutta la regione il sistema feudale. Vasti territori saranno concessi a vescovi e milites. In questo contesto nel 1092 anche il castello di Aci ed il territorio circostante furono concessi all'abate e vescovo di Catania Angerio da S.Eufemia [3] . Chiamato Castrum Jatium, si trattò del primo atto riguardante la Terra di Aci. Le pertinenze erano costituite dai territori degli attuali comuni di Aci Castello, Aci Sant'Antonio, Acireale, Aci Catena, Aci Bonaccorsi, Valverde ( già Aci Valverde). Il geografo arabo Edrisi descriverà nel suo Libro di Ruggero la terra di Aci come territorio importante.

Il 17 agosto 1126 il Vescovo abate Maurizio di Catania ricevette nel castello di Aci le reliquie di Sant'Agata, riportate in patria da Costantinopoli dai cavalieri Goselino e Gisliberto . All'interno di un ambiente che probabilmente era una piccola cappella, sono ancora visibili alcune tracce di un affresco che ricorda l'avvenimento.

L'eruzione del 1169 fu preceduta il 4 febbraio da uno dei terremoti più funesti che si ricordino. Le lave di quella eruzione investirono il territorio di Aci e, si narra, arrivarono sino al castello, colmando il braccio di mare che lo separava dalla costa. In quella occasione parte della popolazione si spostò nella cosiddetta contrada di Aquilio (derivante dal console romano Manlio Aquilio che si narra lì nel 104 a.C. sedò un tumulto di folla) e che sarebbe la odierna zona di Anzalone, da cui prese il nome di Aci Aquilia. (Secondo altri, invece, il nome risalirebbe direttamente al periodo romano).

Quindi il castello ritornerà al demanio nel 1239 quando l'imperatore Federico II di Svevia rimosse il vescovo Gualtiero di Palearia. Nel 1277 il borgo attorno al castello contava 1.200 abitanti (183 "Fuochi").
il Vespro e la guerra con gli Angioini
Ruggero di LauriaAlla fine del XIII secolo, durante il breve periodo angioino il castello passò di nuovo al vescovo di Catania. Durante i Vespri, a cui il borgo parteciperà, Federico III d'Aragona concesse l'«Università di Aci» all'ammiraglio Ruggero di Lauria nel 1297. La concessione prevedeva che annualmente, il giorno di Sant'Agata, venisse pagato un canone di ben 30 oncie d'oro al vescovo di Catania, cosa che poi in realtà non avvenne. Fu il riconoscimento ufficiale della «Università di Aci», formata dal castello e dal territorio delle Aci. Dopo alcuni anni, quando Ruggero di Lauria passò con gli angioini contro la corte aragonese, il re Federico fece espugnare il castello, usando una torre mobile di legno chiamata «Cicogna», ripredendo così con la forza la fortezza nel demanio. Nel 1320 Federico III d'Aragona cedeva il territorio del Castello di Aci (ormai di proprietà di Margherita di Lauria, discendente di Ruggero) a Blasco II Alagona al quale successe il figlio Artale I . Nel 1326 avvenne il saccheggio da parte delle truppe di Roberto d'Angiò comandate da Beltrando Del Balzo (italianizzazione di «Beltrand de Boiax»).

Nel 1329 il territorio fu nuovamente sconvolto da un terribile terremoto e da una eruzione che ne investì in parte il territorio. Dalla nuova ricostruzione, stavolta più a nord nasceva «Aquilia Nuova» (nucleo iniziale della futura Acireale), così chiamata per distinguersi dalla precedente che fu detta «la Vetere»
Nel 1353 morì nel castello di Aci il re Ludovico d'Aragona, di soli 17 anni.

Nel 1354 il territorio di Aci fu devastato ed il castello espugnato dal maresciallo Acciaioli, inviato in Sicilia da Ludovico d'Angiò.

Nel 1356 il governatore di Messina, Niccolò Cesareo, in seguito a dissidi con Artale I Alagona, richiese rinforzi a Ludovico d'Angiò, che inviò il maresciallo Acciaiuoli. Le truppe, assistite dal mare da ben cinque galee angioine saccheggiarono nuovamente il territorio di Aci, assediando il castello. Proseguirono quindi in direzione di Catania cingendola d'assedio. Artale I Alagona respinse l'attacco e quindi contrattaccò con la flotta siciliana mettendo in fuga la flotta angioina. La battaglia navale, che si svolse fra la borgata marinara catanese di Ognina ed il Castello di Aci, fu detta «Lo scacco di Ognina» segnò una svolta definitiva a favore degli aragonesi nella guerra del Vespro.

Durante la rivolta anti-aragonese Artale II Alagona, insorse contro il re Martino il Giovane (nipote di Pietro IV d'Aragona), asseragliandosi nel castello. Solo dopo un lungo assedio del re il castello fu espugnato. Si narra che riuscì nell'impresa guastando il sistema di approvvigionamento idrico del castello, approfittando dell'assenza di Artale II (1396) . Nel 1398 sempre il re Martino il Giovane farà dichiarare dal Parlamento generale di Siracusa che «...le terre acesi dovevano restare in perpetuo nel regio demanio», probabilmente per evitare che tornasse in mano ai baroni e favorendo così lo sviluppo dei tanti borghi che componevano l'«Università». Nel 1399 venne dato un privilegio di «esenzione dalla dogana» al territorio. Nel 1402 il re Martino il Giovane fece del castello la sua dimora insieme alla seconda moglie Bianca di Navarra.

Nel 1404 il borgo contava 2.400 abitanti.

 

 

Ultimi baroni e demanialità
Nel XV secolo la terra di Aci passerà di mano diverse volte, fino al 1530. Nel 1421 il viceré di Sicilia Ferdinando Velasquez acquisì per 10.000 fiorini il territorio del castello e quello del vicino Bosco d'Aci. Il territorio quindi venne rinfeudata con molto malcontento popolare. Nel 1422 per sedare il malcontento della popolazione, il Velasquez su ordine del re Aragonese Alfonso il Magnanimo concesse la facoltà di organizzare una fiera senza dazi, chiamata la Fiera Franca, che ebbe notevole importanza. Dalla morte di don Velasquez (1434), la terra passerà all'infante di Spagna don Pietro e quindi ritornerà al re Alfonso (1437).

Giovanni VergaNel 1439 il castello e la sua università passeranno alla famiglia Platamone, ai Moncada, ai Requisens e poi nel 1468 ai baroni di Mastrantonio. Il 28 agosto del 1528, gli abitanti offrirono all'imperatore Carlo V la somma di 20.000 fiorini, per rientrare nel Regio Demanio e riscattarsi dal potere baronale. L'imperatore accetterà l'offerta il 5 luglio del 1530 concedendo il mero et misto impero, confermando inoltre la concessione della Fiera Franca. Nel sigillo della nuova universitas reale il castello di Aci fu il simbolo principale insieme ai faraglioni di Aci Trezza.

 

Dal XVI secolo ad oggi
Dalla metà del XVI secolo si perderà la Università di Aci: il castello sarà distinto di fatto da Aquilia Nuova e dai casali, che nel frattempo si renderanno indipendenti, verrà quindi destinato prima a caserma e poi a carcere. Nel 1647 il castello verrà ceduto da Filippo IV di Spagna, per 7500 scudi al Duca Giovanni Andrea Massa. Subirà quindi i danni del Terremoto della Val di Noto dell'11 gennaio 1693. Rientrerà nel demanio comunale in epoca borbonica nel XIX secolo. Nello stesso secolo Giovanni Verga vi ambienterà la novella Le storie del Castello di Trezza. Negli anni 1967-1969 verrà restaurato, e quindi dal 1985 è visitabile e sede di un Museo Civico.
L'architettura oggi
Il castello sorge su di un promontorio di roccia lavica, a picco sul mare blu cobalto ed inaccessibile tranne che per l'accesso attraverso una scalinata in muratura. Il ponte levatoio in legno che oggi non esiste più, occupava parte della scalinata d'ingresso. Al centro della fortezza si trova il «donjon» la torre quadrangolare, fulcro del maniero. Rimangono poche strutture superstiti: l'accesso, che conserva i resti dell'impianto del ponte levatoio, il cortile dove si trova un piccolo orto botanico, diversi ambienti, fra cui quelli dove è accolto il museo e un cappella (secondo alcuni bizantina) ed un'ampia terrazza panoramica sul golfo antistante.

(Wikipedia)

 

 

 

 

 

 

 

di Maria Cristina Migliaccio - http://www.comune.acicastello.ct-egov.it/La_Citt%C3%A0/La_Natura/La_Timpa/index.asp

Parallelamente alla costa, per un certo tratto, per poi addentrarsi tra gli agrumeti della campagna di Acireale, corre, alzandosi progressivamente di quota, il suggestivo costone roccioso della Timpa. Su di essa é ubicata Acireale; sulla costa, a volte a ridosso, sorgono le frazioni di Santa Tecla, Santa Maria La Scala, Santa Caterina.
Essa costituisce una unità di grande importanza geo-vulcanologica, perché vi sono rappresentati eventi vulcanici dai più remoti ai più recenti legati al nostro vulcano.

Rappresenta, pertanto, un gradino della più complessa struttura vulcanica che giunge fino a mare. Gli enormi basalti e le varie strutture geologiche dalle diverse forme architettoniche, atte a creare un magnifico paesaggio naturale, contribuiscono con un elevato interesse scientifico alla storia dell'Etna.
La Timpa durante il suo percorso (da Capo Mulini a Santa Maria la Scala), con i suoi 100 e più metri d'altezza, costituisce una possente rupe a strapiombo sul mare. In altre zone, invece, ha davanti a sé una costa ciottolata, che costituisce l'estrema propaggine delle correnti laviche. In alcuni grossi massi che si sono staccati dal roccione della Timpa é possibile trovare preziosi minerali a ciuffetti: l'aragonite raggiata, che sembra esplodere bianca come piccoli cristalli di ghiaccio dalle nere fenditure della lava.

La vegetazione della Timpa é il risultato di un insieme di fattori: la natura del substrato, la morfologia, i fattori climatici, l'intervento antropico. Oltre al finocchio di mare e al cappero, é possibile vedere una certa estensione di roverella (quercus pubescens), terebinto, bagolaro, carrubo e una vegetazione arbustiva sempreverde, tipica della macchia mediterranea: euphorbia dendroides, la ginestra, l'olivastro, il fico d'India, l'artemisia e formazioni vegetali caratterizzate da graminacee; tra le altre piante é diffuso l'asfodelo, usato dagli antichi Greci quale fiore dei morti.
È possibile ammirare la Timpa, sia costeggiandola via mare, sia attraverso i numerosi sentieri che la percorrono.
Attorno ad Acireale vi sono molti villaggi sul mare: Santa Caterina (con una suggestiva terrazza sulla Timpa, un'area naturalistica con una vegetazione originale, unica al mondo); Pozzillo (caratteristico villaggio di pescatori che sorge sulla pietra lavica, circondato dal verde dei limoneti); Santa Tecla (un paesino sul mare alle pendici di un costone ricoperto dalla vegetazione della Timpa, di limoneti e di oliveti); Santa Maria La Scala (un pittoresco villaggio di pescatori, che mantiene intatta la sua architettura originale); Stazzo (un paesinoaffascinante sulla costa); Capomulini (un aggregato situato sul golfo che abbraccia l'isola Lachea ed i mitici Faraglioni).

 

Santa Maria la Scala e le Chiazzette

di Teresa Grasso (La Sicilia, 14.7.2007)

Dalla Gazzena a Santa Tecla. Da Santa Caterina al vecchio tracciato della Timpa Falconiera. Terrazze, strapiombi sul mare, passi, rasole, saie e canalizzazioni. Una visione immersa negli odori di terra arsa e limoni. Bisogna procedere cauti. Privilegiata la visione da mare: risulta proiettata una natura da mille facce a tratti mitigata dall'uomo, a tratti esplodente nella sua incontrollabile forza.

La Riserva naturale orientata è stata istituita da quasi otto anni e racchiude 265 ettari di paesaggio costiero etneo rimasto sostanzialmente integro. Boscaglie, arbusteti, tipica macchia mediterranea a comporre la vegetazione. La riserva è punto di passaggio e rifugio per numerose specie animali (dalla volpe al cardellino). Ma è il fondo marino dei suo specchio antistante la Timpa ad offrire degli scenari di grande bellezza. Una vera gioia per i fotografi subacquei. Anche qui la varietà di scenari la fa da padrone. Fondali vulcanici, alghe rosse, verdi, brune. Corgonie, conchiglie, spugne molluschi apprezzati come gli occhi i bue e i "rizzi da 'Timpa".

Il litorale nella storia era luogo di avvistamento e di incursioni. Lo testimoniano alle Chiazzette i resti della Fortezza del Tocco detta anche il "Tocco del Cannone" e la torretta di Santa Tecla detta Garitta dell'Apa. A terra, dopo una visione a mare, scarpe buone e fiato, è irrinunciabile percorrere almeno un sentiero fruibile e rappresenta una buona sintesi la stradella delle Chiazzette. Un luogo simbolo della Timpa e di Acireale: un panorama impareggiabile. Natura immobile e qua e là, segnali dell'azione dell'uomo con le sue cappelle votive. L'antica "Scala d'Aci" era la più importante via di collegamento tra la città e il mare. Ingresso dal quartiere Suffragio, Statale 114. Superata la Fortezza del Tocco è una passeggiata non difficoltosa che offre scorci paesaggistici sug gestivi. Immersi nella luce e nelle ombre  della vegetazione e dei tornelli della Timpa, si arriva nel Borgo di Santa Maria La Scala. Svoltando a destra una ripida disce sa a ziz zag e si è sulla Spiaggia del mulino. Qui lo storico Mulino Vasta e la Sorgente dei Miuccio. Chiare fresche e dolci acque delle cascatelle per rinfrescarsi prima di un tuffo nella spiaggetta che diventa collante indissolubile con l'eterno mare.

 

 

Santa Caterina

Attraverso una stradina che si snoda tra fitti limoneti, case rurali e chiesette del XVI secolo. A strapiombo sul mare, tracchiusa tra le sue rocce. E' inaccessibile S. Caterina Non puoi passarci, devi proprio volerci andare. La frazione, raggiungibile dall'omonima strada è una sorpresa inaspettata con il suo
incantevole "Belvedere" meta di amori romantici e di spiriti inquieti. Situata in uno dei punti più alti della Timpa (176 metri), la piazzetta di S. Caterina offre una prospettiva privilegiata del costone lavico, abbellito qua e là da una rigogliosa macchia rnediterranea e della riviera acese. L'occhio può spingersi da
Taormina a Siracusa. Si può imboccare la strada accanto alla chiesetta, per un po' scendere lungo la scalinata che lì s'avvia e raggiungere in una
decina.di minuti una spiaggia incontaminata e solitaria. Un viaggio dell'anima. 0 meglio: un viaggio in una delle mille anime di Acireale.

Stazzo

di Teresa Grasso (La Sicilia, 14.7.2007)

Vive di eccessi Stazzo. Nei mesi dell'anno, nei giorni della settimana, nelle ore del giorno. E' come una pentola sul fuoco che cuoce a fiamma lenta inverno e primavera. Girata la fiamma in estate è tutto un bollire che sembra rovesciarsi da un momento all'altro. E' poco democratica Stazzo. Ti imbarazzano le mille barche ormeggiate al porto. E' vero, la puoi cogliere meglio solo se ti sposti al largo. E la domenica è il festival dell'imbarcazione. Quando sei già più lontano, al largo in un'unica macchia di nero e verde come mille formiche vedi muoversi variegate e rumorose orde di bagnanti. Nessuno rinuncia a spingersi tra le rientranze della scogliera. Ritagliarsi un pezzettino di privacy è il sogno comune. Ci si priva della comodità della passerella. E l'amore per la scogliera lavica si paga con le spine dei ricci infilzate nei piedi, o qualche escoriazione per un "incauto scontro con gli scogli".

Porticciolo, Urna, Piazza Mantova, Lungomare. Tutto qui. Basta e avanza. Si fondono con i luoghi i chioschi, i bar, i ristoranti. Cingono la piazza e ne scandiscono i tempi. La mattina si tira tardi almeno sino a mezzogiorno. Granita, stuoia, primo bagno. Appuntamento allo scoglio "Bertazzi" o e' Cale alla Madonnina. O a prendere l'acqua dalle fonti di Pozzillo, autentico set naturale dove sono stati girati film come Il Padrino, Bellissimo Novembre o un Buzzanca in difficoltà nella prima notte di nozze.

La sera alle luci della notte si parte da Stazzo alla volta di Scillichenti. "'U Pani cunzatu" ha stravolto le gerarchie della gastronomia ionica spodestando di gran lunga il principe arancino. E' tappa obbligatoria prima di ritornare al Lungomare stazzoto. Un'alternativa? Succulenti cenette a base di pesce sulla piazza in ristoranti affollatissimi dove la gestione familiare è ancora la regola. Stazzo ancora reggia dei villeggianti, sta imparando a fare spazio ai turisti. O viceversa sono i turisti che si stanno facendo sempre più spazio. Russi ad aprile, francesi a maggio, americani e tedeschi sempre. La vocazione dell'accoglienza ha preso piede e i pescatori sono divenuti spesso affitta-case o camere sul mare. Da furasteru. (forestiero) a stazzoto nel tempo di due giorni. Domina la calma , di scegliere il posto più giusto dove prendere il sole, comprare il giornale, prendere l'acqua nelle mille fontanelle che levano la sete. Nessuna attrattiva accessoria oltre il minimo indispensabile. C'è il mare blu pulitissimo, la spiaggia nera, il rapporto umano. Non manca nulla.

Praiola

di Salvo Sessa (La Sicilia, 14.7.2007)

Nell'estremo lembo di terra ripostese verso il confine con il Comune di Acireale, si trova la spiaggia acciottolata di Praìola, che durante l'estate si anima, ogni giorno, di migliaia di bagnanti e vacanzieri. La scoperta di questa suggestiva località balneare ripostese - sormontata da un lungo costone di Tìmpa, che degradando verso il mare forma a nord un "unicum" paesaggistico mozzafiato con la costa taorminese - è legata alla valorizzazione di essa, avvenuta alla fine degli Sessanta, ad opera di molte famiglie bene della zona dell'Acese, che costruirono nuove case di villeggiatura o rimisero in sesto le ville antiche ereditate dai loro genitori,  e alla nascita di un attrezzato camping internazionale - il Praiola Village - che si estende per 22 mila mq, posto proprio in riva al mare.

 Il Comune marinaro - accogliendo le numerose segnalazioni arrivate dal "popolo dell'estate" che, ogni giorno, si riversa sulla spiaggia di Praiola - ha potenziato il numero di pedane pubbliche sulla battígia sassosa, costruendone qualcuna in più rispetto agli anni precedenti che si estendono fin quasi a mare, con una copertura complessiva di 80 mq. 

Fondachello

di Laura Fazzina (La Sicilia, 14.7.2007)

Il territorio di Mascali morfologicamente occupa una posizione strategica dal punto di vista turistico, grazie alle sue dieci frazioni, tutte inserite in un contesto paesaggistico di notevole pregio che spazia dalle colline dei Parco dell'Etna al mare Jonio, a soli 30 Km da Catania e a 15 Km da Taormina. Tra queste Fondachello e S. Anna, frazioni marinare protagoniste di una considerevole espansione turistica, che ha trasformato i piccoli borghi marini, con le loro spiagge caratterizzate dai "cutulisci", oggi fulcro del turismo estivo del conprensorio jonico-etneo.

Lungo il litorale, oltre i resort, residence e quant'altro possa ospitare chi ha scelto di trascorrere le vacanze in queste località, vi sono circa 23 strutture balneari, offrendo servizi di qualità per il turista sempre più esigente e attento. Ma davvero ce ne sono per tutti i gusti? Ci risponde, Mario Fazio, presidente provinciale della Fiba Confesercenti: "Abbiamo una tipologia di stabilimenti balneari diversificati per rispondere alle esigenze di tutti, dove ampi spazi possono ospitare la tradizionale famiglia con zone relax, per i bambini aree ludiche con piscina, oppure cè il lido più indicato per i giovani dove prevalgono le strutture sportive con campi di beach volley e calcetto. Da qualche anno si è aggiunto, quale nuova attrattiva, un nuovo stabilimento caratterizzato da arredi etnici e servizi esclusivi dotati di saune e vasche idromassaggi per i clienti più esigenti". Quindi non soltanto sole, sdraio e ombrellone. "Sfatiamo questo luogo comune, oramai sono tanti gli intrattenimenti, che si protraggono fino a notte fonda, come le serate a tema con un ampio ventaglio di spettacoli. Tra i più gettonati la notte di San Lorenzo e quella di Ferragosto, vissuti dai turisti, intensamente tra mare sole, musica e pioggia di giochi pirotecnici".

Dal profano al sacro, il 19 agosto i pescatori dei luogo, forte di una tradizione che si tramanda da generazioni, festeggiano con devozione la Madonna Maria SS. Della Pietà. La Madonna dalla chiesetta di Fondachello viene portata in processione lungo la costa a bordo dell'omonimo peschereccio, i numerosi turisti con fiaccole in mano assistono al rituale religioso fino allo sbarco, per ricevere la benedizione.

A Fondachello, a ridosso del mare, ricade uno straordinario ambiente naturale: la Gurna, zona umida compresa tra la foce dei Simeto e la città di Messina, protetta da vincoli paesaggistici. Durante l'anno registra una temperatura media di 17 gradi e precipitazioni per 800 mm, assicurando condizioni ideali per la flora caratterizzata. da lenticchia d'acqua, felce, giunchi e cannucce di palude e dal  ranuncolo "pennello", tipico dell'Europa atlantica. La fauna è per lo più costituita da uccelli di grandi dimensioni e grande frequentatore della zona è il falco di palude, ma chi vuol fare 'un tuffo" nella natura potrà scorgere tra gli acquitrini, cigni reali, cavalieri d'Italia, aironi cenerini, pettegole ed avocette oltre i rari ibis mígnattai. Uno spettacolo regalato dalla natura, praticamente tutto l'anno. 

Fondachello fa inoltre parte di un percorso cicloturistico che parte dalla frazione ripostese di Torre Archirafi e termina nei pressi del fiume Alcantara.

 

 

 

Sull'origine di Taormina (Tauromenion, Tauromenium) molte sono le notizie, ma incerte per documentazione e poco attendibili.

Diodoro Siculo nel 14° libro attesta che i Siculi abitavano la rocca di Taormina, vivendo di agricoltura e di allevamenti di bestiame, già prima dello sbarco dei greci di Calcide Eubea nella baia di Taormina (832 a.C.), dove alle foci del fiume Alcantara, fondarono Naxos (odierna Giardini Naxos),la prima colonia greca di Sicilia. Dionisio di Siracusa di origine dorica, tollerò per un po' la presenza degli jonici di Calcide Eubea a Naxos ma poi mosse contro di essi che andarono ad occupare il Monte Tauro in, cui vivevano i Siculi insieme ad altri jonici che si erano precedentemente lì insediati da Naxos. Ma negli anni della XCVI Olimpiade (396 a.C.)i nassioti in massa , minacciati da Dionisio, tiranno di Siracusa, si trasferirono a Tauromenion , spinti da Imilcone, condottiero dei Cartaginesi, alleato degli jonici contro i dorici, perché il colle era da considerarsi fortificato per natura. Volendo il tiranno di Siracusa riprendersi con violenza il territorio dei Tauromenitani, essi risposero che apparteneva loro di diritto, poiché i propri antenati greci ne avevano già preso possesso prima di loro stessi, scacciando gli abitatori locali.

Afferma Vito Amico che la suddetta versione sulle origini di Taormina fornita da Diodoro è contraddetta nel 16° libro, quando sostiene che Andromaco, dopo l'eccidio di Naxos del 403 a.C., radunati i superstiti li convince ad attestarsi nel 358 a.C. sulle pendici del vicino colle "dalla forma di toro", e di conseguenza il nascente abitato prese il nome di Tauromenion, toponimo composto da Toro e dalla forma greca menein, che significa rimanere.

Mentre le notizie fornite da Cluverio concordano con la seconda versione di Diodoro, Strabone narra che Taormina abbia avuto origine dai Zanclei e dai Nassi. Ciò chiarirebbe in qualche modo l'affermazione di Plinio il quale afferma che Taormina in origine si chiamava Naxos.

Testimone Diodoro Siculo, Taormina, governata saggiamente da Andromaco, progredisce, risplendendo in opulenza e in potenza. Nel 345 Timoleone da Corinto, sbarca e raggiunge Tauromenium, per chiedere l'appoggio militare al fine di sostenere la libertà dei Siracusani.

Più tardi troviamo Taormina sotto il dominio del tiranno siracusano Agatocle, che ordina l'eccidio di molti uomini illustri della città e manda in esilio lo stesso Timeo, figlio di Andromaco. Anni dopo soggiace a Tindarione e quindi a Gerone, anch’essi tiranni Siracusani.

Taormina rimane sotto Siracusa fino a quando Roma, nel 212 a.C., non dichiara tutta la Sicilia provincia Romana. I suoi abitanti sono considerati alleati dei Romani e Cicerone, nella seconda orazione contro Verre, accenna che la Città è una delle tre Civitates foederataee la nomina "Urbs Notabilis ". In conseguenza di ciò non tocca ai suoi abitanti pagare decime o armare navi e marinai in caso di necessità.

Nel corso della guerra servile (134 – 132 a.C.) Tauromenium è occupata dagli schiavi insorti, che la scelgono come caposaldo sicuro. Stretti d'assedio da Pompilio, resistono a lungo sopportando anche la fame e cedendo soltanto quando uno dei loro capi, Serapione, tradendo i compagni, lascia prendere la roccaforte.

Nel 36 a.C. nel corso della guerra fra Sesto Pompeo ed Ottaviano, le truppe di quest’ultimo sbarcano a Naxos per riprendere la città a Sesto Pompeo che l'ha in precedenza occupata. Per ripopolare Tauromenium, dopo i danni della guerra subita, ma anche per presidiarla Ottaviano, divenuto Augusto, nel 21 a.C. invia una colonia di Romani, a lui fedeli, e nel contempo ne espelle gli abitanti a lui contrari.

Strabone parla di Tauromenion come di una piccola città, inferiore a Messana e a Catana. Plinio e Tolomeo ne ricordano le condizioni di colonia romana.

Con l'avvento del Cristianesimo, San Pietro destina a Taormina il Vescovo Pancrazio, che già prestava la sua opera di conversione nella regione che costruisce la prima chiesetta sulle pendici di Taormina dedicata a San Pietro stabilendo la sede del primo Vescovato in Sicilia . Vescovi "prestantissimi per santità di costumi, zelo e dottrina", scrive Vito Amico, si succedono fino all'età Araba. Poche sono le notizie in questo lasso di tempo, che annovera la caduta dell'Impero Romano d'Occidente nel 447 d.C., l'invasione dei Goti, la presenza dei Bizantini, la conquista Araba. Certo è che Taormina, occupa una posizione strategica importante per la tenuta militare del territorio circostante, per 62 anni fu l'ultimo lembo di terra dell'Impero Romano d'Oriente insieme a Rometta e più volte resistette agli assalti dei saraceni ( grazie alle sorgenti d'acqua potabile, alle cisterne ed agli acquedotti sotterranei ), sin quando dopo un lungo assedio durato due anni la notte del Natale del 906 d.C., a causa del tradimento di un mercenario messinese tale Balsamo, fu presa e distrutta totalmente. I suoi abitanti maschi furono tutti decapitati come il Vescovo di Taormina, San Procopio , la cui testa fu portata su un piatto d'argento al capo delle truppe saracene Ibrahim ( al quale è persino intestata una via di Taormina). Le ragazze più belle furono portate al Califfo di Karaujan Al Moezzin e le altre furono rese schiave. I pochi superstiti fuggirono nelle montagne circostanti. La città fu ricostruita nella parte sud, laddove finiva quella greca-romana rasa al suolo dai saraceni e per quasi due secoli visse nella concordia e nella tolleranza fra arabi e cristiani. Gli arabi la abbellirono adornandorla di bei giardini e fontane e la ribattezzarono con il nome di Almoezia dal Califfo Al Moezzin.

Della città si impossessa il Gran Conte Ruggero, il quale espugnato Castronovo volge alla conquista del Valdemone, cingendo d'assedio la Città, attraverso la costruzione di ben ventidue fortezze in legname: tronchi e rami formano un muro insuperabile; nondimeno i saraceni resistono per molto tempo prima di capitolare nel 1078.

Taormina diviene Città Demaniale, compresa nella Diocesi prima di Troina e poi di Messina, quando la sede Vescovile viene qui trasferita.

Segue le vicende della Sicilia, sotto gli Svevi e poi sotto gli Aragonesi. Nel 1410 il Parlamento Siciliano, il più antico d'Europa, svolge a Taormina la sua storica seduta, al Palazzo Corvaja alla presenza della regina Bianca di Navarra, per l'elezione del re di Sicilia , dopo la morte di Martino II.

Nel secolo XVII Filippo IV di Spagna concede il privilegio che la Città appartenga stabilmente alla Corona.

Nel 1675 è assediata dai francesi, che occupano Messina. La storia gloriosa volge al suo declino. I francesi di Casa D'Orleans non la ritengono Città importante. Gli Angioini ne aboliscono i privilegi di cui godeva.Con l'occupazione delle truppe napoleoniche di Napoli e del Sud e con il trasferimento della Reggia Borbonica a Palermo,Re Ferdinando I di Sicilia volle ringraziare Taormina per la sua fedeltà ai Borboni contro i francesi e Re Ferdinando in visita ufficiale nella fedele Taormina , in segno di riconoscimento donò al sindaco dell' epoca Pancrazio Ciprioti l'Isola Bella. I Borboni ,resero più facile l'accesso alla città ,che sin dai tempi dei romani avveniva dall'angusta Consolare Valeria che si inerpicava fra le colline, tagliando il promontorio del Catrabico realizzando così una strada litoranea che congiungeva facilmente Messina a Catania e realizzando,dopo la Napoli-Portici ,la seconda strada ferrata del Regno.Che tale e quale (ad unico binario è rimasta sino ai nostri tempi!).

Da parte di molte nazioni europee e di famosi scrittori ed artisti (Goethe, Maupassant, Rouel ed altri) si manifestò un interesse verso l'amenità del luogo e verso le sue bellezze archeologiche. Taormina da adesso in poi si svilupperà, divenendo luogo di residenza del turismo elitario, inizialmente proveniente soprattutto dall'Inghilterra come Lady Florence Trevelyan , figlia del Barone Spencer Trevelyan e la cui nonna paterna era Lady Maria Wilson una prima cugina della Regina Vittoria, alla cui Corte Florence era cresciuta attorniata dai cani che adorava come la "zia Vittoria" che, però ,Lei puritana ,per impedire uno scandalo a Corte ,la obbligò all'esilio con un ricco vitalizio, per una sua relazione con suo figlio, il Re Edoardo VII che era sposato con l'austera Alessandra di Danimarca e che decise di vivere a Taormina dove sposò il ricco filantropo Prof. Salvatore Cacciola, sindaco di Taormina ed amico del Duca di Kent. Lady Florence Trevelyan acquistò dal sindaco Pancrazio Ciprioti l'Isola Bella e comprò 82 vecchie casupole di pescatori e lotti di terreno che abbattè per realizzare lo splendido giardino che, dopo la sua morte, divenne il giardino pubblico di Taormina con le caratteristiche costruzioni ispirate ai suoi viaggi in estremo oriente, aiutò i La Floresta ad ampliare il primo albergo di Taormina, l' Hotel Timeo; dall'Inghilterra arrivò anche il Re Edoardo VII(dopo due anni, però, dalla morte della madre la Regina Vittoria nel 1903,1904,1907,1908) e dalla Germania personaggi come Johann Wolfgang von Goethe, che citò Taormina nel suo Viaggio in Italia (Italienische Reise), il fotografo barone Wilhelm von Gloeden, il pittore Otto Geleng , Nietzsche (dal 1882)che qui scrisse Così parlò Zaratrusta, Richard Wagner, il Kaiser Guglielmo II di Germania(1896-1897-1904,1908),Oscar Wilde, lo Zar Nicola I,Ignazio Florio e Franca Florio, "la stella d'Italia" come la chiamava il Kaiser ed amica della Trevelyan, Gabriele D'Annunzio, Klimt, Freud,De Amicis e banchieri, magnati, aristocratici di tutto il mondo.

Ben presto Taormina divenne famosa in tutto il mondo sia per le sue bellezze paesagistiche, per i suoi panorami variopinti, per i quadri dell'Etna innevata e fumante che declina sino al mare turchese e che fecero il giro del mondo, ma anche per la sua permissività, per la sua "trasgressione",per i suoi "dotti cenacoli", per il "mito d'Arcadia", per la sua sfrenata "dolce vita" . "I pazzi a Taormina" dello scrittore catanese Massimo Simili, descrive un periodo in cui non passava giorno che a Taormina, non accadesse qualcosa di "folle" grazie ai suoi estrosi e famosi frequentatori. Ciò che era permesso a Taormina creava scandalo persino nella "internazionale" Capri dove, per esempio, l'armiere tedesco Krupp aveva cercato, senza riuscirvi di ricreare i "cenacoli taorminesi " in cui efebi locali ed ancelle erano al centro delle "scene". Krupp a Capri fu travolto dallo scandalo e pochi giorni dopo si tolse la vita per la vergogna a Brema.

 

Sorsero tanti alberghi tutti gestiti da famiglie taorminesi. Il paese di pescatori e contadini e di benestanti borghesi si trasformò in un paese di commercianti, albergatori, costruttori. Durante la seconda guerra mondiale fu sede del Comando tedesco della Wermacht per cui il 9 luglio del 1943, giorno del patrono San Pancrazio, Taormina subì due devastanti bombardamenti aerei alleati che distrussero parte della zona sud e persino un'ala del famoso albergo San Domenico in cui era in corso una riunione dell'alto comando tedesco.

Essendo un città turistica internazionale molte spie inglesi durante il fascismo si erano ben camuffate e uscirono alla scoperto appena entrarono le truppe alleate. Nel dopoguerra Taormina si ingrandì , senza alterare le proprie bellezze naturali e sino al 1968 era una città turistica prettamente invernale per un turismo ricco ed individuale, tant'è che i migliori alberghi aprivano ad ottobre e chiudevano a giugno ed era frequentata da scrittori di fama come Roger Peyrefitte,Truman Capot,Andrè Gide,L.H.Lawrence,da nobili Giuliana d'Olanda, dai reali di Svezia e di Danimarca, dal Presidente della Finlandia Kekkonnen da personaggi illustri e famosi Soraya, Ava Gardner,Romy Schneider, che fecero amicizia anche con alcuni viveurs del luogo, nonchè Liz Taylor,Richard Burton, Dino Grandi, Willie Brandt, Greta Garbo, che svernavano per mesi nei bei alberghi taorminesi trascorrendo le giornate, ma sopratutto le notti nei tipici locali notturni dell'epoca continuando , così, quella "dolce vita" iniziata con la "Belle Epoque" . Centro d'incontro per tutti (artisti,nobili,playboy,scrittori, "pazzi" di ogni specie) era il Cafè Concerto "Mocambo" dell'estroso Robertino Fichera. Robertino, con i suoi amici Chico Scimone e Dino Papale, (raffigurati tutti e tre in prima fila) volle rappresentare in un murales che fece dipingere nel salone del suo famoso Cafè, affinchè rimanessero "immortali", accanto a Sigmund Freud e Albert Eistein,quelli che erano i veri protagonisti del grande teatrino taorminese cioè quella umanità "viva" che creava ogni giorno la "dolce vita" taorminese. "Che la festa inizi" è il titolo del murales...ma la festa stava per finire,invece.

Nel 1968, infatti, accadde il terremoto del Belice che fece paura per le ripercussioni che avrebbe potuto avere sul turismo ad alcuni operatori turistici taorminesi si indirizzarono verso il turismo di massa facendo contratti con i maggiori tours operators europei. Taormina rapidamente si trasformò. Gli alberghi "vendevano " le camere a contratto annuale ai grandi tours operators del turismo di massa rinunziando, così, al turismo classico individuale che sino allora aveva reso ricca e famosa Taormina con un taglio decisamente di alta classe e di prestigio.

Col turismo di massa la cittadina si espanse nelle adiacenti zone verdi, fu rapidamente e disordinatamente cementificata, nacquero nuovi alberghi, e tante nuove attività commerciali e siccome i taorminesi non si volevano dedicare ai lavori umili, vi fu una invasione dall'arretrato entroterra siciliano di gente povera di diversa cultura in cerca di fortuna, che in poco tempo, richiamò a Taormina amici e parenti che si improvvisarono albergatori, ristoratori, commercianti.

Taormina divenne,in breve tempo, una cittadina balneare per un turismo di massa, una nobile decaduta.

Gli alberghi ora chiudevano a novembre per riaprire a Pasqua. Fu il crollo per quasi tutte le famiglie di antichi albergatori taorminesi che non riuscirono ad adeguarsi ai nuovi tempi ed in pochi anni persero i propri alberghi che furono acquistati da società venute da fuori che miravano più ai bilanci che alla qualità dei servizi.

Gli albergi non erano più le seconde case di lusso dei viaggiatori che venivano accolti con grande cortesia dai proprietari e con i quali si familiarizzava, si conversava e si prendeva il thè ... ma erano degli anonimi alberghi con degli anonimi clienti come tanti di tutto il mondo. Fu una rivoluzione anche nel tessuto economico sociale tradizionale di Taormina a causa dei tanti immigrati arrivati a Taormina in cerca di fortuna , che non solo dettero vita alla speculazione edilizia , avendo necessità di costruire abitazioni per essi, per gli amici e per i parenti, ma si insediarono anche nelle strutture di potere della città.

Fu la fine anche della dolce vita taorminese, i cui protagonisti erano stati tanti estroversi personaggi della aristocrazia siciliana e alcuni affascinanti play boy locali che , fra le dolcezze della natura taorminese, intrattenevano turiste famose e non, inducendole a ritornare annualmente più volte a Taormina, proprio come avveniva agli albori del secolo con Geleng e Von Gloeden.

Taormina veniva, quindi, "spersonalizzata" , perdeva la propria "identità" di città di artisti e di "pazzi" in cui ognuno poteva vivere come non poteva nella propria città e Taormina rischiava di morire a causa del "provincialismo" dei tanti immigrati e, come tante altre famose città turistiche, a causa del turismo "mordi e fuggi ".

Si perdeva sopratutto l' "identità " del taorminese ospitale e colto anche perché il centro storico veniva svuotato in quanto molti taorminesi svendevano le loro vecchie case ed al loro posto sorgevano tante seconde e terze case per villeggianti della provincia, sin quando, all'inizio del terzo millennio, alcuni imprenditori non hanno iniziato a creare nuovamente alberghi di gran lusso, maisons de charme, che, aperti tutto l'anno, hanno in poco tempo, fatto si che Taormina sia nuovamente una città turistica di fama internazionale, elegante, con un salotto buono (il Corso Umberto I) in cui sono presenti splendidi negozi con le maggiori griffe mondiali ed in cui, grazie anche ai tanti prestigiosi eventi culturali , una per tutte, Taormina Arte , vi è una stagione turistica che dura tutto l'anno con delle punte massime in agosto e minime a gennaio-febbraio e che accoglie sia clientela di lusso , sia turismo di massa (d'estate)...anche se ormai mancano " i pazzi di Taormina" che la resero famosa.

 

Litterio al LIdo "Marebluodelcolorechevuoitu"

Sig. La Rosa, l'autru iorno quello zzavordo di mio cugino Affio, siccome dovevomo scendere a Catania per faricci visita a sua soru 'o spitale, che si aveva operata di un craunchio ndel culo, pecciò lui mi disse "iù staiu pinsannu, pecchè non nnì purtarmi i costumi e appena uscemo do spitali ce ne andiamo al mare a Catania e nni facermu un bello bagno salato? "
Allora, ,Sig La Rosa io ho pinsato siccome ultimamente ho studiato troppu assai, sta scinnuta a Catania ppi svagarimi capitava proprio a cannolo. (La Rosa: a fagiolo forse vuole dire?... Litterio: no u sapi u fagiolo mi fa Acido!)
Allora, prima, abbiamo scesi a Catania o spitali e ci abbiamo fatto visita a soru di mio cucino Affio a si chiama Croce, però siccome non è tantu sperta, vah è un poco fissa e allora a chiamamu croci fissa, comu a me mugghieri!!!
Comu niscermi do spitali ce ne abbiamo andati (La Rosa: se mai, ce ne siamo andati... Litterio: picchì, c'era macari Lei?). Comunque, ce ne abbiamo andati al mare del Lido Marebluodelcolorechevuoitu, a patti dde scogghi.

Ddu zzaurdu di mio cucinu Affio si aveva purtato do paisi na pignata di purpetti di mucco volgarmente detto neonato", uova dure, un chilo e menzo di pani e na buttigghia di due litri di vinu; "Litterlo - mi diceva - comu ci facemo il bagno salato ci dobbiamo arrichiari cu sti puppetta"; Io, sig. La Rosa, motto, ero motto, ho detto "Affio ma ti pari una cosa fina ca uno si potta i puppetta di mucco al mare? "E picchì?" - mi dissi iddu  - "Ma come picchi, Alfio, picchì ... vah che sò, un poco di caponatina, un poco di carciofoli arrostiti, qualche piricoco o sbeggio pe passassi la bocca, no ... "I puppetta di mucco" Ad ogni modo abbiamo arrivati al lido.
Lei c'è stato mai, sig
La Rosa, al lido? E come si fussi una città di ligno, c'è tutto di ligno, è come si fussi ai tempi dei palafritti; abbiamo entrati; auh, Sig. La Rosa, i fimmini !!! ce n'era una, ca era una casa di salute, ca un picciriddu ci stava spammando la crema abbronzata.
Sig. La Rosa, Affiu arrivò cca pignata di puppetta nde manu... iddu si sinteva tuttu spertu ca era bronzato picchi ava travagghiatu nda suletta all'urtimo piano e mi dissi ca si stava spugghiannu ppi primu; trasiu nda cabina, pusau i puppetta e si misi in costumi. Quannu nisciu pareva cchiù vistutu di prima: ci'aveva addisignati nde carni i pantaloncini, a cannuttera e i cosetti precisi; nda cannuttera si cuntavanu macari i purtusa; doppo mi canciai iù, mi misi il costume ca mi avevo accattatu prima di partiri a surdato, era un poco vicchiareddu ma bello, bellissimo.
Mhliii.. sig. La Rosa, comu mi canciai iù... e cchi era?...... un BRONZO DI JACI! Nesciu e trovo Affio ca stava parrannu co delle persone, ava fattu amicizia e ci stava dicennu ca vineva do paisi e era a Catania picchì c'era so soru o spitali ca cci avevano fatto il taglio picchì ci'aveva un craunchio ndel culo!!! 

Io motto!!!, comu ddi cristiani s'alluntananu, u'chiappai e cci dissi, "Affio, ma allura u signor La Rosa ch'avi ragiuni ca dici ca si un pezzu di zauddu! Scusa, cchi cci dici 'e cristiani... to soru è stata operata col taglio ndel culo? Non si dice accusi "E comu cci devo diri" mi dissi iddu. Cci devi dire, con un poco di RAFFINERIA, ca è stata operata ca ccí hanno fatto il taglio, che sò, ndel DERETAN.

Mi allontanai e mi sdraiai al sole per prendere un poco di sole nde carni, mentri me cucinu Affio si avvicinau 'o bar e facennu amicizia ccu un pugno di persone cci stava dicennu; "io sono do paisi e mi trovo a Catania coi i puppetta di MUCCO picchì ci ho l'atto visita a me soru 'o spitali ca l'hanno operata chè ci aveva un craunchio ndel..ndel.... ndel.... si vota versu di mia e mi fa forti "Litteriooooo, .....comu si chiama u culu 'i me soru?".

 

Acquarius

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095 7111550 - 095 271708
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La Posada
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Grotta Smeralda

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Acicastello

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La Terrazza
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Aldebaran 
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095 7137236

Lido Dei Ciclopi

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La Risacca
95021 Aci Castello (CT) - Via Antonello Da Messina, 62
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La Battigia

Viale Ruggero Di Lauria, 2 - 95127 Catania (CT)

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LiCuti
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San Telmo

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Baia del Gambero

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Helyos

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095 375080
Camping Jonio

Via Acque Casse, 39 - Catania 
Tel. 095 491139

Mediterraneo

Via Gurne - Acireale

095 877489

 

Tanti anni fa, all'inizio dei lidi della Plaja, c'era un tratto di spiaggia libera che spesso era adibita, arbitrariamente, al lavaggio... degli animali. Si schiumavano asini, muli e cani. Dal tram noi vedevamo divertiti la scena, ma immancabilmente c'era sempre qualcuno qualche padre o qualche madre che giustamente si scandalizzava: per quella giornata si proibiva a noi figli la balneazione (e dire che i nostri lidi erano abbastanza distanti da quel tratto di spiaggia!). Altri tipi di sporcizia ed inquinamenti avremmo visto in seguito...

La Plaja

Provenendo dal porto di Catania o all'opposto dalla provinciale Catania-Siracusa s'incontra la spiaggia della Plaja, che si estende per 18 chilometri lungo il viale Kennedy. La sabbia finissima, indorata d'estate dai raggi infuocati del sole, lambisce uno splendido mare dai colori intensi. Tutta l'area della Plaja è punteggiata dal verde di boschetti di pini marittimi. I lidi, che accolgono migliaia di catanesi e turisti, si susseguono ininterrottamente lungo il viale Kennedy. Vi sono anche l'Ente Fiera, campeggi, aziende agro-turistiche, alberghi, aree di ricreazione (bowling, ecc.), aree di ristoro, discoteche, nights.
Tutta l'area è interessata al Patto Territoriale di Catania Sud, già finanziato. Con la sua attuazione sarà creato un porto turistico, il viale Kennedy sarà trasformato in strada turistica e nascerrano nuovi ed avanzatissimi servizi ricettivi.
A sud della Plaja vi è il territorio delimitato come riserva naturale orientata Oasi del Simeto, un antico e vasto ecosistema palustre che comprende diverse zone umide, tra le quali quella di Agnone, Valsavoia e Pantano di Catania, ove tra la tipica vegetazione sostano numerosissime specie di uccelli migratori.

La Plaia (anche scritto come Plaja o, più comunemente, Playa), è per eccellenza la meta balneare e ricreativa più frequentata nel catanese durante il periodo estivo: con un'affluenza di migliaia di persone, tra catanesi, siracusani e turisti, la Playa offre una modesta quantità di stabilimenti balneari (comprendenti anche spiagge libere), svariati villaggi turistici ed acquapark, oltre ad alberghi e luoghi di ritrovo (in particolare discoteche) che si estendono lungo tutto il litorale.

Su un'area di circa 280 Kmq posta a nord-est delle spiagge, è presente il Boschetto della Playa, una macchia verde, frutto di un rimboschimento del periodo tra le due guerre mondiali, (oggi ecologicamente protetta, dopo un lungo periodo di degrado ed abbandono) costituita in gran parte da pini marittimi e trasformata in area attrezzata, che spesso ospita manifestazioni sportive agonistiche ed amatoriali.

A sud del litorale, invece, vi è un'area residenziale chiamata Villaggio Paradiso degli aranci, sede di una miriade di villette costruite, nella maggioranza dei casi, senza tener conto dei vincoli territoriali e ambientali della zona: molte delle abitazioni, di fatti, sono costruite a pelo d'acqua, ovvero a pochissimi metri dalle coste.

A giudizio di chiunque la visiti, la Playa rappresenta un'occasione perduta per la città: le sue sabbie dorate e la bellezza del mare avrebbero potuto trasformare quest'area in una vera e propria "riviera Romagnola" siciliana. Per questo motivo, sono stati effettuati numerosi tentativi di riqualificazione della zona, non ottenendo purtroppo tangibili miglioramenti.

In passato la Plaja, con il tipo di spiaggia particolare, favoriva, come oggi d'altronde, l'afflusso di famiglie con numerosa prole. I bambini, con quel mare così basso, erano al sicuro (però il salvagente era sempre meglio indossarlo, non si sa mai ... ), mentre per i giovani le solite cose: le partite a carte, quattro calci al pallone, le bocce, i tornei di tamburello, qualche tentativo di "piramide umana", la sbirciatina alla ragazza dell'ombrellone accanto...

 

Il popolo del Beach

di Marika Falsaperla (La Sicilia 14.7.2007)

Il mondo "beach" a Catania si chiama Plaja. Una spiaggia rimodulata secondo logiche più moderne e innovative, che tengono conto dei marketing territoriale e dei "bisogni" dell'utenza. Lungo gli itinerari sabbiosi etnei, c'è da dire che tra gli inquilini del nostro mare, finalmente si registra anche la presenza in massa dell'hinterland. E anche degli amanti delle onde, provenienti da provincie "asciutte", che prendono l'auto e s'imbarcano verso i nostri lidi, preferendoli ad altri, ben più quotati gli scorsi anni.

"C'è gran folla di bagnanti provenienti anche da Enna e Caltagirone spiega il presidente dei Sib, Giuseppe Saffè che prima preferivano spostarsi verso le zone di Gela o del Ragusano, e oggi invece stanno riscoprendo il nostro territorio".

Di certo, questo non rincuora e rimangono alcuni "vuoti" denunciati dalla categoria: ovvero la mancanza di flussi turistici, che a Catania sono ancora "mordi e fuggi" e che non aiutano gli imprenditori degli stabilimenti balneari, ad ammortizzare gli investimenti fatti negli ultimi anni per potenziare i servizi. Infatti questi ultimi hanno creato davvero strutture a 5 stelle, che però per esempio devono pagare l'alto prezzo dei parcheggiatori abusivi o della viabilità: basti pensare a viale Kennedy, che rimane ancora un'arteria dalle caratteristiche di strada a scorrimento veloce, ancora troppo lontana dall'essere quel Lungomare che tutti vorremmo. E la sera? l'illuminazione copre soltanto il primo chilometro. Un problema che vien fuori soprattutto quando esplode la movida estiva catanese, che ha visto di recente anche sbloccare il "nodo" degli orari predisposti dall'assessorato regionale al Territorio e Ambiente che fissava il limite orario dell'1,30 per l'espletamento di attività d'intrattenimento musicali all'interno dei lidi (e dei relativi nulla osta e autorizzazioni). "Nodo" sciolto grazie al decentramento dei controlli e alla sburocratizzazione delle procedure. Tali attività, come quelle relative alla somministrazione di alimenti, possono considerarsi di diretta fruizione dei mare secondo la stessa circolare e quindi compatibili se inseriti all'interno di un contesto balneare, in stretta relazione con la tipologia delle strutture, gli spazi occupati e la modalità di espletamento.


Litterio al Bowling della Plaja

Auh, sig. La Rosa, ddu zzaurdu di me cucino Affio l'autru iorno mi dissi: Litterio chiù tardu ti vegnu a trovu a casa ca ti debbo parlari.

Affio - ci ho detto io - guarda che io devo "studiari ppi l'esami". "Ma io ti devo parlari ppi fozza". "E va bene" - ci dissi - ..."se sto studiando... arrusbigghiami"... Lui doppo pranzo passò (voce del verbo passato) e si misi ncurtu (a cimicia) ca mi vuleva purtari ppi fozza o Bulinghi... Io cci ho detto: "Affio non cci vogghio venere prima di tutto picchì soddi non cci n'haiu, e poi non ci ho stato mai (La Rosa: semmai, ci sono stato... Litterio: picchì, ci vinni macari Lei?). "E ppoi non sacclu iucari"...

 Iddu m'arrispunnivu "Non ti preoccupari picchi mancu iù cci ho stato mai, ma è giustu pruvari". "Ma soddi non ci ne ho" - ci dissi iù-  "Non ti preoccupare ca te lo offro io,... pago iù."

Ora, sig. La Rosa, siccome io non sono un tipo profitterolo, mi pareva un poco male, ma iddu insistivu tantu ma proprio tantu ca alla fine accittai l'invito.

Pattemu do' paisi cu 'du gran machinuni, a me Fiat 600. A misi a motu, u tempu di cuarialla e pattemu. Sig. La Rosa, dda machina è n'saittuni, un fulimine! Tempu quattru-cinc'uri arrivammu o posteggiu ddo Bullinghi! Lassai dda gran machinuna davanti, ci misi i catini di sutta e di supra u cofanu, e ppi stari cchiu tranquillu vicinu u stezzu ci misi a'mmagginetta ca me fotografia cu l'occhi a pampinedda, unni ci scrissi "ppi ffavuri, non t'ha futtiri!" Poi ciccai o posteggiatori, s'avvicinau e ci dissi "Gioia affezzionato del mio cuore, t'arreuli cchi ti stai lassannu? E iddu, mi taliau e m'arrispunnui "cchi fa, a lassa cca o s'ha pigghia cchiu taddu?" Sig. La Rosa, era propriu lisciu!

Mhi! Comu trasemu nta stu bulinghi, sig. La Rosa, rumore di palli ca arrotolavano annavanti, in un'altra fascia c'era una specie di saia con le palle ca turnavano annarreri, palli 'nda l'aria ca calavano girando per tutte le parti, insomma sig. La Rosa, era tutto un giramento di palle. Quantu paaalliii, sig. La Rosa, palli di tutti i colori, palli dure, ma dure ca si ponu abbiare, sbattiri comu voli, insomma non su palli che si possono rompere quelle... picchì ogni palla aveva tre buchi portusi.

Appena trasemu, ci fù unu ca pigghia mi chiamau e mi fa: "scusi le scappe".. "No, guardi non mi scappa affatto pecchè ho fatto due gocce precise prima di calari do paisi". Allora quello mi fa "ma signore vi dovete cambiare le scarpe, prego!". Sig. La Rosa chista fu a prima mala comparsa; allora subito mi ho scusato dicennici "cci deve scusari ma è che siamo primaioli, voglio dire mai ngignati per il bulinghi," e ni desunu mparu di scarpi a l'unu... scarpi a colori, belli, tipo anni trenta... Cincumila liri!!!! signor La Rosa, su s'accattari scarpi issi ddocu ca su boni e costunu picca!.

Appena me cucinu Affio si livò i scarpi pari ca scoppiò a guerra chimica, cci fù un curri curri generali: cu scappau a destra, cu scappau a sinistra, appunu a telefonare a chiddi da disinfestazione comunali; oh lu bestia! Nde peri cci aveva a stampa de scarpi ca pari ca non si l'ava livato mai.

Inveci, sig. La Rosa, quannu mi livai i scarpi iù, ciauru di carnuzza tenira, di neonato, un profumo ca s'allargaru i pommoni. A signurina da cassa di prima mi taliavu ntrigna,  mi canciai i scarpi e iemu pi pigghiari a palla.

Sig. La Rosa, cormi pigghiai a palla m'accorsi (voce del verbo accorrere) ca cci aveva dei buchi portusi, io però non sapevo e non capivo come ci dovevo nficcari i ita nde purtusa anche perché i ita su cinque e i purtusa erunu tri, e perciò mi assuppicchiavunu due ita e ho accominciato a ncaccari i ita, insomma vaio ppe tirare, sig. La Rosa, a palla mi partì annarreri ca cci fu u curri curri generali, e meno male ca non n''cagliai a nuddu. In quel momento preciso ddu zzaurdu di me cucinu Affio ca si aveva ncaccatu benissimo i ita ndei purtusa và ppi abbiari (voce del verbo abbaiare) a palla, partivu e iddu s'accorse ca ci avava arrestato 'aneddu intra u purtusu..., pigghia e partivu a peri appressu a palla, ppi acchiapparla; sciddicavu, cascò nda pista affianco, a panza sutta, longu longu, cchi iammi aperti mentri arrivava una Palla ca pareva na cannonata, u ncagghiau ndegli organi genitori sottostanti e u trascinau nsino ndei birilli, fici STRIKE, su risucavu nda machina e dal quel mumento non si hanno notizie.

lo, sig. La Rosa, ca circava di nficcarici i cinque ita nde tri pirtusa pensai "ma non cridu ca cci su palli cu cinque pirtusa" perciò lassu na palla e vaiu pi pigghiarini un'altra; a quel momento preciso luvanu a luci, picchì a una certa ora ndo Bulinghi abbassano i luci picchi comincia il disco-bulinghi, perciò al buio c'era un cretino assittato vicinu unni arrivano i palli... chistu era un metro e deci, completamenti tignusu. Sig. La Rosa, 'cu ddu scuru scanciai a so testa ppa palla ci inficcai un jtu nda ucca e dui ndo nasu e accuminciai a tirari deciso; mi movevo tutto, bello ccu na bella sciolta, picchì lei u sapi che di corpo vado bene. Doppu dda mala cumparsa di Affio mi volevo dare un convegno di chiddu ca cci a fa troppu forti, così acchiappu a chistu, u tirai nda pista e ho fatto Strike e mi desunu... venti punti a mia e deci a iddu... nda testa!
Nel Bulinghi successi il parapiglia e il bello è ca non ci posso entrare più picchì all'entrata ci misunu a foto di mia e di du zaurdu di me cucinu e c'è scritto "Attenti a quei due".

 

 

 

 

 

 

a cura della LEGAMBIENTE CATANIA

http://www.legambiente.sicilia.it/documenti/simeto/riserva%20simeto.htm

A sud della città di Catania, attorno alla foce del Simeto, esistono alcune zone umide di estremo interesse naturalistico e paesaggistico. Esse rappresentano una piccola parte delle aree palustri che in passato si trovavano nella piana di Catania. Gran parte di questi ambienti fanno oggi parte della riserva naturale "Oasi del Simeto", istituita nel 1984 dalla Regione Siciliana al fine di incrementare le condizioni per la sosta e la nidificazione della fauna e la conservazione ed il ripristino della vegetazione delle dune e delle zone umide.

A partire dalla metà degli anni '70 alcuni speculatori edilizi, favoriti dalla compiacente inerzia delle amministrazioni comunali, iniziarono a lottizzare vaste aree a ridosso delle zone umide site nei pressi della foce del Simeto. I villaggi abusivi sorsero lungo la costa ed a stretto contatto con le zone umide, alcune delle quali furono prosciugate per far posto ad intere lottizzazioni.
L'abusivismo edilizio continuò negli anni '80 anche dopo l'istituzione della riserva naturale. Le poche demolizioni, riguardanti quasi tutte strutture in cemento o baracche, sono avvenute soltanto dopo pressanti denunzie delle associazioni ambientaliste.

Nonostante queste aggressioni, l'interesse naturalistico delle zone umide dell'area protetta è ancora molto alto e sono possibili interventi che restituiscano dignità ad un'area di estremo interesse naturalistico nel bacino del Mediterraneo. In tale ottica l'eliminazione degli agglomerati abusivi che risultano incompatibili con la tutela e la gestione della riserva, una parte minoritaria sul totale delle costruzioni, si rende indispensabile sia per ripristinare le condizioni naturali a fini naturalistici e paesaggistici e consentire la corretta fruizione, sia per gli inaccettabili disturbi alla fauna e la distruzione della vegetazione delle dune determinati dalla massiccia presenza di persone nel periodo estivo.

Uno degli ambienti più importanti della riserva è costituito da un ampio meandro che il fiume Simeto formava immediatamente prima della foce. La rettificazione del tratto terminale separò dal nuovo corso questo meandro, oggi denominato vecchia ansa del fiume Simeto, che tuttavia è sopravvissuto grazie alla falda sotterranea. A nord di questo meandro è presente un vasto canneto ove trovano rifugio migliaia di uccelli.

Lungo la costa si trovano alcuni stagni retrodunali di acqua salmastra, noti come "salatelle"; alcuni di essi sono temporanei mentre altri sono permanenti. A sud della foce del fiume Simeto è presente un esteso stagno denominato lago Gornalunga. Esso è oggi alimentato dal canale Benante mentre un tempo costituiva la foce del fiume Gornalunga, adesso affluente del Simeto. Questo stagno accoglie un notevole numero di uccelli durante tutte le stagioni e presenta attorno alle sue sponde un vasto salicornieto. Inoltre, numerosi acquitrini stagionali si formano nel periodo invernale in varie parti della riserva. Estesi salicornieti si rinvengono nelle aree che si allagano in alcuni periodi dell'anno ed attorno ai pantani salmastri. Tra le altre specie di questo ambiente vanno citate la salicornia perenne (Sarcocornia perennis) ed il limonio (Limonium angustifolium). In prossimità delle aree umide si riscontra frequentemente l'Inula crithmoides.

L'interesse naturalistico dell'area della foce del Simeto è accresciuto dagli ultimi residui di dune sabbiose costiere. Anche in questo caso ciò che oggi rimane non è paragonabile con il vasto sistema di dune della Plaia di Catania, esteso per tutto il litorale sabbioso del golfo di Catania, con una larghezza di circa due chilometri e con dune alte sino a 8 metri. Le bonifiche prima e la speculazione edilizia dopo, hanno purtroppo determinato lo spianamento della massima parte delle dune.

Tra le specie vegetali delle coste sabbiose è possibile riscontrare nelle parti più vicine alla battigia le pioniere Salsola kali, Cakile aegyptiaca, Xantium italicum. Seguono le dune embrionali caratterizzate, tra le altre specie, da Agropyron junceum e dal giglio di mare (Pancratium maritimum). L'ammofileto, il cui nome deriva da Ammophila arenarea, un tipo di vegetazione che si insedia sulle dune più mature, è presente in maniera sporadica a causa degli interventi antropici. Lungo le sponde della vecchia ansa, nella golena del Simeto e nelle vaste aree retrodunali sono presenti esemplari, anche arborei, di tamerici (Tamarix africana e T. gallica). Un bosco ripario a salici è oggi confinato in un'area alla confluenza dei fiumi Gornalunga e Simeto.

L'avifauna che oggi è possibile osservare nel tratto terminale del fiume e nelle zone umide è ancora molto ricca grazie alla notevole varietà di ambienti presenti (corsi d'acqua dolce, acquitrini, stagni salmastri, boscaglia, campi coltivati ecc.), sebbene non possa essere paragonata per quantità e varietà a quella presente alcuni decenni orsono; ciò non soltanto per le trasformazioni avvenute nell'area di foce ma anche per la scomparsa dei vasti ambienti umidi che la circondavano: il Pantano di Catania, il Biviere di Lentini e le paludi del Celsari.

Nella riserva sono state censite numerosissime specie di uccelli, molte delle quali estremamente rare. Alcune nidificano nelle zone umide o lungo il tratto terminale del fiume mentre altre sostano soprattutto durante i periodi di passo. Tra gli uccelli acquatici o legati agli ambienti acquatici nidificano il Tuffetto (Tachybaptus ruficollis), il Tarabusino (Ixobrynchus minutus), la Sgarza ciuffetto (Ardeola ralloides), l'Airone cenerino (Ardea cinerea), il Germano reale (Anas platyrhynchos), il Porciglione (Rallus aquaticus), la Gallinella d'acqua (Gallinula chloropus), la Folaga (Fulica atra), il Cavaliere d'Italia (Himantopus himantopus), il Corriere piccolo (Charadrius dubius), il Fratino (Charadrius alexandrinus), il Martin pescatore (Alcedo atthis), l'Usignolo di fiume (Cettia cetti), la Cannaiola (Acrocephalus scirpaceus), il Beccamoschino (Cisticola juncidis) e il Pendolino (Remiz pendulinus). Di estremo rilievo è la presenza della Moretta tabaccata (Aythya nyroca).

Oltre alle specie citate come nidificanti si possono osservare negli specchi d'acqua lo Svasso maggiore (Podiceps cristatus), lo Svasso piccolo (Podiceps nigricollis), il Cormorano (Phalacrocorax carbo), la Volpoca (Tadorna tadorna) e diverse specie di anatre: Codone (Anas acuta), Mestolone (Anas clypeata), Marzaiola (Anas querquedula), Alzavola (Anas crecca), Fischione (Anas penelope), Canapiglia (Anas strepera), Moriglione (Aythya ferina), Moretta (Aythya fuligula). Tra gli Ardeidi negli acquitrini e nei salicornieti è facile incontrare l'Airone cenerino e la Garzetta (Egretta garzetta) mentre l'Airone rosso (Ardea purpurea) e la Sgarza ciuffetto (Ardeola ralloides) prediligono ambienti con una vegetazione più fitta. Sempre negli acquitrini e nei salicornieti si può avvistare la Spatola (Platalea leucorodia), l'Albastrello (Tringa stagnatilis), la Pettegola (Tringa totanus), l'Avocetta (Recurvirostra avosetta), il Piviere dorato (Pluvialis apricaria), la Pivieressa (P. squatarola) e, talvolta, anche il Mignattaio (Plegadis falcinellus) e il Fenicottero (Phoenicopterus ruber). Tra i rapaci è facile avvistare il Falco di palude (Circus aeruginosus). Alle foci e presso la spiaggia, ma anche in acquitrini, si incontrano diversi limicoli: Piovanello tridattilo (Calidris alba), Piovanello pancianera (C. alpina), Piovanello (C. ferruginea), Gambecchio (C. minuta), Beccaccino (Gallinago gallinago), Pittima reale (Limosa limosa), Combattente (Philomachus pugnax), Piro piro boschereccio (Tringa glareola), Piro piro piccolo (T. hypoleucos), Piro piro culbianco (T. ochropus). La Pavoncella (Vanellus vanellus) è presente nei prati umidi e nei campi coltivati. Alla foce, negli stagni salmastri ed anche in mare si rinvengono diverse specie di gabbiani e di sterne: Gabbiano reale (Larus argentatus), Zafferano (L. fuscus), Gabbiano roseo (L. genei), Gabbiano corallino (L. melanocephalus), Gabbianello (L. minutus), Gabbiano comune (L. ridibundus), Mignattino (Chlidonias niger), Mignattino alibianche (C. leucopterus), Beccapesci (Sterna sandvicensis). Nei canneti, oltre a Cannaiola, Usignolo di fiume e Porciglione si rinviene il Forapaglie (Acrocephalus schoenobaenus).

Tra i Rettili va ricordata la Testuggine d'acqua (Emys orbicularis) la cui presenza è stata accertata nel lago Gornalunga.

Tra gli invertebrati è importante la presenza di specie legate alla costa sabbiosa. Nella battigia si trovano alcune specie di piccoli Crostacei Anfipodi ed Isopodi. Nella zona di duna vera e propria sono presenti diverse specie di Insetti che presentano esclusivi adattamenti ecologici e comportamentali all'ambiente delle dune. Tra queste ricordiamo i Coleotteri Carabidi Scarites laevigatus e S. buparius; il primo si rinviene nella fascia più prossima al mare mentre il secondo presente tipicamente nell'area delle dune. Alcune cavallette, quali Acrotylus longipes e Sphingonotus candidus personatus, presentano una colorazione molto simile a quella del substrato sabbioso. Il cicalone (Brachytrupes megacephalus), un grosso grillo dal canto potente, oggi in rarefazione a causa dell'antropizzazione e del notevole calpestio delle dune determinato dai numerosi frequentatori dei villaggi abusivi, è invece abbondante in alcune aree retrodunali.

 

 

 

Nell'edificio della Vecchia Dogana sorgerà un centro polifunzionale.

Farà da cerniera tra la città e una parte del Porto di Catania. Di più: sarà il fulcro, il principale polo d'attrazione del Porto, sia
per la città sia per i turisti. 

Questo l'obiettivo con cui sono appena iniziati i lavori di ristrutturazione dell'edificio della Vecchia Dogana, che porteranno alla
creazione di un Centro polifunzionale, dedicato ad attività di carattere ricreativo, culturale e commerciale, per un Porto tutto "da vivere".

"La funzione di questa struttura spiega il presidente dell'Autorità portuale di Catania Santo Castiglione sarà importantissima in vista della realizzazione del Waterfront, cosi come previsto dal Piano regolatore portuale proposto al Comune di Catania e da maggio 2004 al vaglio del Consiglio comunale". L'Autorità portuale etnea ha portato a compimento l'iter che permetterà di ristrutturare l'edificio rosso della Dogana, risalente al 1800, ormai fatiscente e in buona parte dichiarato inagibile.

"Sin dal giorno del mio insediamento, sottolinea Castiglione, ho cercato di avviare tutte le procedure necessarie per avere la riconsegna della struttura, edificio demaniale dato in concessione dal Ministero alla Dogana. Attraverso una serie di accordi con l'Agenzia delle Dogane di Palermo e di Catania, siamo riusciti nel nostro intento.

L'intervento di ripristino della struttura prevede una spesa complessiva di oltre 8 milioni di euro, dei quali la metà a carico di soggetti privati, 610 mila a carico dell'Autorità portuale con fondi propri e 3 milioni a carico del Pit Città Metropolitana.

"Abbiamo, scelto la strada di partnership con il privato prosegue il presidente dell'Autorità portuale etnea non soltanto perché la valenza dell'investimento ci consente di risparmiare risorse pubbliche. ma anche perché la gestione privata. preceduta da un'apposita selezione pubblica, garantisce una migliore utilizzazione degli spazi, una maggiore efficienza del servizio offerto nel rispetto dei tempi ristretti..

La Port Authority ha individuato delle risorse del Pit, di concerto con il Comune e la Regione, grazie al quale sono stati stanziati 3 milioni di curo. Il concessionario dei lavori, la Spa Vecchia Dogana dovrà adesso rispettare un cronogramma ben preciso, pena la revoca dei finanziamenti, che prevede la conclusione dei lavori a ottobre 2008.

Un primo importante tassello verso l'apertura del porto alla città e della città al porto. Tra gli interventi previsti dal Piano regolatore portuale relativi al Waterfront, un grande giardino pubblico, che collegherà Porta Uzeda alle banchine, e la realizzaizone di un nuovo quartiere, sulla banchina di riva del Porto Nuovo, dove ci saranno spazi museali, espositivi, attività ricettive, di ristorazíone, commerciali, ludiche, legate al mare, al tempo libero e al turismo.

 

Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti - Capitaneria di Porto di Catania

 

 

STAGIONE BALNEARE 2010

 

 

ORDINANZA N° 28/2010 DEL 20/05/2010 


DISCIPLINA DELLA NAVIGAZIONE NELL'AMBITO DEL COMPARTIMENTO MARITTIMO DI CATANIA 

E DISCIPLINA DELLA SICUREZZA BALNEARE NEL CIRCONDARIO MARITTIMO DI CATANIA


Il CONTRAMMIRAGLIO (CP) sottoscritto, nella rispettiva qualità di Capo del Compartimento e del Circondario Marittimo di CATANIA:

VISTI gli articoli 17, 28, 30, 68, 81, 223, 1161, 1174, 1231 e 1255 del Codice della Navigazione e gli articoli 23, 27, 28, 59 e 524 del relativo Regolamento di esecuzione;
VISTA la legge 03.04.1989 n° 147 "Adesione alla convenzione internazionale sulla ricerca e salvataggio marittimo adottata ad Amburgo il 27 Aprile 1979 e sua esecuzione";
VISTO il DPR 28 settembre 1994 n° 662 "Regolamento di attuazione della Legge 3 Aprile 1989 n° 147, concernente l'adesione alla Convenzione sulla ricerca e salvataggio in mare (SAR 79), adottata ad Amburgo il 27 Aprile 1979 e relativo Allegato;
VISTA la Legge 5 Febbraio 1992 n° 104 e successive integrazioni e variazioni, relativa all'assistenza, all'integrazione sociale e ai diritti delle persone disabili;
VISTO il Decreto Legislativo n° 171 del 18 luglio 2005 - Codice sulla Nautica da Diporto;
VISTA la Legge 23.12.1996 n° 647, recante, tra l'altro, norme per la locazione ed il noleggio delle unità da diporto;
VISTO il Decreto 29.07.2008 n°146 " Regolamento di attuazione dell'art.65 del D.L. 18.07.2005 n°171 recante il codice della nautica da diporto;
VISTO l'Art 8 della Legge 08.07.2003. n.172 " Disposizioni per il riordino ed il rilancio della nautica da diporto e del turismo nautico ";
VISTO il Decreto Ministeriale 26.01.1960, modificato dal Decreto Ministeriale 15.07.1974, relativo alla disciplina dello sci nautico e, per quanto applicabile ed assimilabile anche al paracadutismo ascensionale;
VISTI il D.P.R. 30 .12.1999 n.507 ed il D.M. 15.03.2001 del Ministero dei trasporti e della Navigazione, concernenti la depenalizzazione di alcuni reati previsti dal Codice della Navigazione e l'individuazione dell'Autorità competente a ricevere il rapporto ai sensi della Legge 689/91;
VISTO il Decreto Ministeriale 09.11.2004 istitutivo dell'Area Marina Protetta "Isole Ciclopi";
VISTA l'Ordinanza del Tribunale Amministrativo Regionale Sicilia n° 1509/09 depositata in data 30/10/2009;
VISTA la Legge 14/07/1965 n° 963, concernente la disciplina della pesca marittima, nonché il relativo regolamento di esecuzione DPR n° 1639 del 1968 e successive modifiche ed integrazioni;
VISTO l'art. 105 del D. Lgs 31.03.1998 n° 112 e la legge n° 88 del 16.03.2001, in tema di conferimento agli Enti locali di funzioni e compiti amministrativi dello Stato;
VISTE le Direttive emanate dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti in data 26.06.2008;
VISTA la Legge 1° Settembre 1998, n°17 della Regione Siciliana, istitutiva del servizio di vigilanza e salvataggio per le spiagge libere Siciliane;
VISTA La sentenza della Suprema Corte di Cassazione - 1^ Sezione Civile - n° 13589 in data 12/06/2006, con la quale si afferma l'obbligo a carico dell'assistente bagnanti di stazionare obbligatoriamente e continuativamente nella postazione di salvataggio
VISTO il Decreto 12.03.2010 dell'Assessorato alla Sanità della Regione Siciliana, inerente i divieti di balneazione vigenti in Sicilia;
VISTO il D.D.G. n° 476 del 01.06.2007, emanato dal Dirigente Generale del Dipartimento del Territorio ed Ambiente della Regione Siciliana, concernente la disciplina in ordine all'utilizzo delle spiagge e delle strutture balneari;
VISTA la Nota n. 33655 datata 29.04.2009 dell'Assessorato Regionale Territorio ed Ambiente;
CONSIDERATO che la Regione Sicilia provvede a regolamentare tutte le attività, connesse alla gestione delle aree del demanio marittimo utilizzato per scopi turistico - ricreativi, che abbiano una diretta influenza sul rapporto contrattuale sorto tra ente concedente e concessionario, emanando disposizioni che hanno riflesso sui servizi, in senso lato,offerti sul territorio ricadenti lungo il litorale del Circondario Marittimo di Catania;
VISTA la Legge Regionale n° 15 del 29.11.2005 "disposizioni sul rilascio delle concessioni demaniali marittime e sull'esercizio diretto delle funzioni amministrative in materia di demanio marittimo"
VISTA la precedente Ordinanza n° 77/09 del 25/06/2009;
VISTA l'Ordinanza n° 115/2009 emanata in data 23/09/2009 dal Capo di Compartimento Marittimo di Catania che istituisce lo schema di separazione del traffico per le navi in uscita/ingresso dal porto di Catania;
CONSIDERATA la necessità di aggiornare e sostituire le sopracitate Ordinanze allo scopo di implementare le vigenti previsioni in materia di sicurezza delle attività balneari, al fine di qualificare ulteriormente i relativi standard qualitativi, nonché di integrarle in un unico contesto normativo;
RITENUTO opportuno disciplinare gli aspetti relativi alla Sicurezza della Navigazione, dei bagnanti nonché degli utenti in genere, necessari per l'applicazione del richiamato D.D.G. 476 Regionale, al fine di garantire lo svolgimento, in condizioni di sicurezza, delle molteplici attività che durante la stagione estiva si esplicano in prossimità delle coste, coordinando la disciplina del diporto nautico e le altre attività marittime nonché emanando direttive particolari per i servizi di salvamento;

ORDINA

ART.1

CAMPO DI APPLICAZIONE

La presente ordinanza trova applicazione, nell'ambito dei limiti temporali della stagione balneare, come individuata dalla Regione Sicilia, nell'intero Compartimento Marittimo di Catania (costa compresa tra la foce del fiume Simeto e la foce del fiume Alcantara) per ciò che attiene alla navigazione marittima sottocosta e, limitatamente al Circondario Marittimo di Catania (costa compresa tra la foce del fiume Simeto ed il tratto costiero del Comune di Acireale, estremi inclusi), con riferimento a tutte le altre tipologie di attività ed ai servizi di salvamento delle strutture balneari.
Per tutto quanto NON espressamente previsto nella presente Ordinanza, si rimanda alle disposizioni contenute nel vigente Decreto Regionale per il turismo e le strutture balneari.
ART. 2

DISPOSIZIONI GENERALI

Per struttura balneare si intende un esercizio posto su di un'area demaniale marittima, dove il concessionario pubblico o privato, svolge attività, anche a titolo gratuito, turistico - balneare anche di tipo nautico (balneazione con eventuale noleggio di ombrelloni, sedie a sdraio e cabine e/o spogliatoi, solarium, nautica a vela e motore).

Le zone di costa destinate alla balneazione sono quelle con strutture balneari o individuate dal Comune come "Spiagge libere". In tutto il rimanente litorale la balneazione avviene ad esclusivo rischio e pericolo di chi la esercita.

Il servizio di salvamento, svolto a qualsiasi titolo e da chiunque, è prestato all'utenza balneare per finalità di tutela della pubblica incolumità e di soccorso marittimo secondo caratteristiche di professionalità e efficacia omogenee e le relative risorse sono censite ai fini della locale pianificazione SAR, quali articolazione specialistica del soccorso marittimo.

Nel corso della stagione balneare, presso tutte le strutture balneari e presso le spiagge adibite alla balneazione, individuate dai Comuni come spiagge libere, durante l'apertura delle predette strutture, e comunque dalle ore 09.00 alle ore 19.00, deve essere predisposto un adeguato servizio di salvataggio. Le condizioni minime cui deve soddisfare l'organizzazione di assistenza e salvataggio predisposta dal Comune nell'ambito delle Spiagge attrezzate per la libera balneazione, sono stabilite nell'art. 4 della Legge regionale n° 17/98, e comunque con almeno due assistenti bagnati per i primi 150 metri di fronte a mare, ed un ulteriore assistente bagnate per ogni ulteriori 75 metri di fronte a mare.

Qualora i Comuni non provvedano a garantire il servizio di salvamento nelle spiagge libere, dovranno darne immediata comunicazione alla Capitaneria di Porto e, contemporaneamente, apporre in corrispondenza di esse, adeguata segnaletica ben visibile dagli utenti (eventualmente redatta in più lingue) con la seguente dicitura: "ATTENZIONE BALNEAZIONE NON SICURA PER MANCANZA DI APPOSITO SERVIZIO DI SALVATAGGIO"

Al fine di garantire un rapido intervento dei mezzi di soccorso è istituito per l'emergenza in mare il NUMERO BLU 1530. L'accesso a detto recapito è GRATUITO e deve essere utilizzato PER SEGNALARE LE ESIGENZE DEL SOCCORSO ALLA VITA IN MARE.
La Capitaneria di Porto di Catania può essere contattata ai seguenti numeri telefonici: 095 - 7474111 * 095 - 538888

ART. 3

TITOLO I

DISCIPLINA DELLA NAVIGAZIONE IN PROSSIMITA' DELLA COSTA ZONE DI MARE INTERDETTE ALLA NAVIGAZIONE

Nell'ambito del Compartimento Marittimo di Catania la zona di mare per una distanza di 300 metri dalle spiagge e/o dalle scogliere basse e 100 metri dalle coste a picco è riservata alla balneazione.
Nei predetti specchi acquei, pertanto, durante la stagione balneare e nelle ore comprese tra le 09.00 e 19.00 sono vietati:
a) la navigazione di qualsiasi unità navale propulsa a vela o a motore, quali a titolo esemplificativo e non esaustivo wind-surf, kite-surf, scooter d'acqua, propulsori acquatici e mezzi similari nonché dei surf, ad eccezione dei natanti da diporto tipo jole, canoe, pattini, mosconi, lance a remi nonché pedalò e simili. Qualora non vi sia nei pressi un corridoio di lancio e le zone siano frequentate da bagnanti, le predette unità potranno atterrare/ripartire solo se condotte a remi o a nuoto. Fermo restando l'obbligo di procedere con attenta cautela, da tale divieto sono esentati i mezzi adibiti al servizio di soccorso e/o polizia marittima in dipendenza dell'attività in corso di espletamento nonché i mezzi nautici impegnati nei servizi di campionamento delle acque ai fini della balneabilità, in aderenza al Decreto del Presidente della Repubblica 8 giugno 1982, n. 470 e successive modifiche ed integrazioni.
b) lo stazionamento permanente e/o temporaneo, mediante ormeggio a gavitello o all'ancora o con qualsiasi altro mezzo di ritenuta, la sosta o l'ancoraggio di qualsiasi unità navale, ad eccezione delle unità di salvataggio e/o polizia e salvi i casi regolarmente autorizzati con apposita concessione demaniale marittima;
c) in deroga a quanto previsto dai punti a) e b) del presente articolo, le zone di mare NON frequentate da bagnanti possono essere attraversate, ai soli fini dell'atterraggio, dell'ormeggio e/o dell'ancoraggio, da unità in navigazione a motore o a vela, purché a lento moto (massimo 3 nodi e, comunque, in dislocamento) con rotta perpendicolare alla linea di costa, previa adozione di ogni precauzione atta ad evitare danni a persone e/o cose;
d) gli acquascooter o moto d'acqua e mezzi similari, possono navigare nella fascia costiera compresa tra i 350 metri ed un miglio dalla costa in presenza di spiagge e/o scogliere basse, ovvero nella fascia costiera compresa tra i 150 metri ed un miglio dalla costa in presenza di coste a picco.

Art. 4
Nelle zone frequentate dai bagnanti, le unità a vela ed a motore, comprese quelle propulse a getto idrodinamico, con la sola eccezione di quelle destinate al salvataggio, possono evoluire, transitare e sostare ad una distanza non inferiore a 50 metri dal limite dello specchio acqueo destinato alla balneazione ed opportunamente segnalato con gavitelli di colore rosso, posizionati dai responsabili delle strutture balneari e dai Comuni per gli specchi acquei antistanti aree demaniali marittime non in concessione ad alcuno ma frequentate dai bagnanti. E' altresì vietato compiere evoluzioni o transitare a velocità sostenuta nelle vicinanze di altri natanti.
Art. 5
E' consentita la navigazione sulle rotte di ingresso/uscita nei/dai porti/approdi ove è, però, vietato navigare ad una velocità superiore ai cinque nodi ed è fatto obbligo di mantenere rotta diretta verso/dall'imboccatura.
Art. 6.
Quando a distanza inferiore ai 500 metri dalle scogliere a picco e 1000 dalle spiagge, le unità a motore ed a vela, devono navigare con gli scafi in dislocamento e, comunque, a velocità non superiore ai dieci nodi.
Art. 7.
In corrispondenza delle scogliere a picco, ove non si registrino attività di balneazione, è consentito l'avvicinamento ed il temporaneo ancoraggio di unità da diporto purché vengano osservate tutte le precauzioni possibili, tra le quali il servizio di vedetta, la navigazione a lento moto (massimo 3 nodi e, comunque, in dislocamento) e con rotta perpendicolare alla linea di costa, l'attento accertamento dell'assenza in acqua di bagnanti o di subacquei ed ogni altra precauzione atta ad evitare danni a persone e/o cose.
Art. 8.
Il limite delle zone di mare interdette alla navigazione antistanti le aree assentite in concessione e le spiagge libere deve essere segnalato, a cura dei concessionari delle strutture balneari o dalle Amministrazioni Comunali, con gavitelli di colore rosso o arancione ancorati al fondo e posti a distanza di 20 metri l'uno dall'altro, parallelamente alla linea di costa, in corrispondenza dell'estremità del fronte balneare. Ai gavitelli di segnalazione è vietato l'ormeggio di natanti anche se all'esterno della zona di mare interdetta.
Analogo obbligo è posto a carico dei Comuni rivieraschi per gli specchi acquei antistanti le spiagge libere.
Art. 9.
Laddove, le Amministrazioni Comunali omettano l'apposizione dei gavitelli di cui al precedente articolo, dovrà essere esposta adeguata segnaletica, ben visibile agli utenti ( eventualmente redatta in più lingue), riportante la dicitura: "ATTENZIONE - LIMITE ACQUE INTERDETTE ALLA NAVIGAZIONE NON SEGNALATO".

Art. 10.

I Comuni rivieraschi, per le spiagge libere e gli esercenti delle strutture di cui sopra, per le aree in concessione, devono altresì segnalare il limite entro il quale possono bagnarsi i non esperti del nuoto.
Il limite di tali acque sicure (metri-1.60) deve essere segnalato mediante l'apposizione di galleggianti di colore bianco, collegati da una cima ad intervalli non superiori a metri 5, le cui estremità siano ancorate al fondo. Qualora i Comuni non provvedano a tale sistema di segnalazione, devono apporre sulle relative spiagge adeguata segnaletica, ben visibile agli utenti, (eventualmente redatta in più lingue) con la seguente dicitura "ATTENZIONE - LIMITE ACQUE SICURE (metri -1,60) NON SEGNALATO".
Art. 11.
Corridoi di lancio

I titolari delle aree in concessione per l'esercizio di attività nautiche tipo paracadute ascensionale, sci nautico e similari nonché di noleggio/locazione di unità da diporto ovvero i titolari degli stabilimenti balneari autorizzati a gestire attività di noleggio/locazione di unità da diporto all'interno delle relative aree in concessione e le Amministrazioni Comunali, ognuno per le aree di rispettiva competenza, devono predisporre appositi "corridoi di lancio" riservati all'atterraggio ed alla partenza delle unità da diporto a motore, a vela, a vela con motore ausiliario e delle tavole con o senza vela e mezzi similari.
Le domande di concessione/autorizzazione per l'installazione di "corridoi" di lancio/atterraggio, che interessino specchi acquei antistanti sia arenili in concessione che liberi, devono essere presentate all'Assessorato Regionale Territorio ed Ambiente, per il tramite della locale Autorità Marittima. Tali domande da presentarsi in bollo, dovranno essere corredate con planimetria della zona dove si intende posizionare il "corridoio".
Per i concessionari di stabilimenti balneari, i corridoi dovranno essere posizionati in adiacenza ad uno dei limiti laterali della concessione stessa, in modo che tale attività non contrasti con l'attività di balneazione.
Nei pressi della battigia deve essere sistemato apposito cartello recante la dicitura "CORRIDOIO RISERVATO AL TRANSITO DI IMBARCAZIONI - DIVIETO DI BALNEAZIONE".
Art. 12.
I corridoi di lancio devono avere le seguenti caratteristiche:
a) larghezza 20 metri. Tale misura, che in ogni caso non potrà essere inferiore a 10 metri, potrà essere ridotta qualora il fronte a mare della concessione sia pari o inferiore al limite di 20 metri.
b) profondità equivalente alla zona di mare riservata alla balneazione (metri 300 dalle spiagge o 100 dalle coste a picco);
c) delimitazione costituita da gavitelli di colore giallo o arancione, collegati con sagola tarozzata e distanziati ad intervalli non superiori a 20 metri;
d) segnalazione delle imboccature al largo mediante bandierine bianche poste sui gavitelli esterni di delimitazione.

Art. 13.
I responsabili dei corridoi di lancio devono, in caso di spostamento dei gavitelli, provvedere al loro corretto riposizionamento entro le 24 ore successive dal verificarsi dell'evento, segnalando, immediatamente via fax e/o e-mali, all'Autorità Marittima locale, qualora il riposizionamento non possa avvenire in detto periodo, le relative motivazioni.
Art. 14.
Le unità a motore, ivi comprese le moto d'acqua, devono percorrere i corridoi di lancio a lento moto e, comunque, a velocità tale da evitare emissioni di scarico ed acustiche di disturbo ai bagnanti.
Art. 15.
Le unità a vela, ivi comprese le tavole a vela, devono attraversare i corridoi ad andatura ridotta al minimo.
Art. 16.
All'interno dei corridoi di lancio è vietata la balneazione, l'ancoraggio e la sosta di qualsiasi natante.

TITOLO II

DISCIPLINA DELLA SICUREZZA BALNEARE - ZONE DI MARE INTERDETTE ALLA BALNEAZIONE

Art. 17.
Oltre ai particolari ed eventuali divieti, stabiliti per motivi igienico-sanitari dalla competente Autorità Comunale/sanitaria nonché alle norme disciplinanti l'Area Marina protetta " Isole Ciclopi", la balneazione è vietata, per motivi di sicurezza della navigazione:
a) Nelle acque dei porti, degli approdi e delle darsene, nonché nel raggio di 100 metri dalle loro imboccature e dalle strutture portuali, ed in tutte le zone destinate od interessate dal normale transito di navi od imbarcazioni;
b) Fuori dai porti in prossimità di zone di mare in cui vi siano lavori in corso ed in prossimità di pontili o passerelle di attracco delle unità adibite al trasporto passeggeri per il raggio di 200 m.;
c) A meno di 200 metri dalle navi mercantili e militari alla fonda nelle acque di questo Circondario Marittimo;
d) All'interno dei corridoi di lancio, opportunamente realizzati e segnalati, di cui al precedente Titolo;
e) Nel tratto di costa antistante la Riserva Naturale denominata Oasi del Simeto di cui al punto e) dell'art. 1 del Decreto dell'Assessorato Territorio ed Ambiente della Regione Siciliana n.35/87 relativo al regolamento della predetta Oasi, nonché, nelle altre aree soggette a divieti temporanei alla balneazione disposti dall'Ente Gestore in aree appositamente delimitate e segnalate al fine di evitare cause di disturbo alla nidificazione degli uccelli;
f) Nei tratti di costa interdetti alla balneazione a seguito delle Ordinanze Sindacali emanate da Comuni di Catania, Acicastello ed Acireale, ai sensi del Decreto 12.03.2010 dell'Assessorato alla Sanità della Regione Siciliana. A tal fine, i Sigg. Sindaci dei citati Comuni rivieraschi sono invitati ad apporre in sito i previsti ed idonei cartelli monitori. Qualora i divieti di balneazione dovessero interessare i tratti di mare antistanti strutture di carattere turistico - ricreativo, ai concessionari è fatto obbligo di far conoscere agli utenti il divieto di balneazione mediante l'apposizione di idonea cartellonistica facente riferimento all'Ordinanza Sindacale, con assoluto divieto di poter esercitare la balneazione negli specchi acquei interdetti;
g) Negli specchi acquei interdetti con Ordinanza di questa Capitaneria di Porto;
h) Nel tratto di mare antistante il porto di Catania compreso nello "Schema di separazione del traffico" ivi compresa "la zona di precauzione", oltre 300 metri dalla costa, di cui all'Ordinanza 115/2009 del 23/09/2009 di questa Capitaneria di Porto.
Art. 18.
I bagnanti che nuotano oltre i limiti degli specchi acquei riservati alla balneazione (300 m. dalle spiagge e 100 m. dalle coste a picco), per la loro maggiore incolumità, possono avvalersi dei medesimi segnali prescritti per i subacquei, utilizzando però una sagola galleggiante di lunghezza massima non superiore ai 3 m., che sia comunque facilmente rimuovibile in acqua, in caso di necessità/pericolo.
Art. 19.
In prossimità dei segnali di cui sopra le unità in transito, se propulse a vela o a motore, devono moderare la velocità e mantenersi ad una distanza non inferiore ai 100 m. dagli stessi.
Art. 20

DISCIPLINA PARTICOLARE DEI SERVIZI DI SALVAMENTO

1. E' obbligo dei titolari di concessione di aree del demanio marittimo per l'esercizio dell'attività di stabilimento balneare, quando aperti al pubblico per la balneazione, istituire un proprio servizio di assistenza alla balneazione, costituito da una postazione ben visibile, anche del tipo torretta di avvistamento, ubicata all'interno dell'area concessa, in posizione mediana al fronte mare di pertinenza, presieduta da almeno un abilitato al salvamento al nuoto per ogni 80 (ottanta) metri e/o frazioni successive di fronte balneare. Qualora particolari conformazioni dell'arenile, della costa o della struttura balneare impediscano la visibilità di tutto lo specchio acqueo antistante, il numero degli assistenti abilitati al salvataggio deve essere incrementato in modo da vigilare costantemente su tutto lo specchio acqueo. Inoltre i predetti esercenti hanno l'obbligo di mantenere in perfetta efficienza nella misura di uno ogni 150 (centocinquanta) metri di fronte a mare o frazione, battelli di salvataggio (con un minimo di uno). I bagnini di salvataggio non potranno essere impiegati in altre mansioni per tutta la stagione balneare.

2. I titolari degli stabilimenti balneari possono assicurare il servizio anche in forma collettiva, mediante l'elaborazione di un piano organico che preveda un adeguato numero di abilitati al salvamento a nuoto e di postazioni di salvataggio in punti determinati della costa, nonché la presenza obbligatoria di un pattino di salvataggio presso ogni stabilimento, oltre che l'eventuale disponibilità di un'idonea unità a motore, del tipo idrogetto e/o elica intubata, per il pronto intervento a servizio degli stabilimenti balneari consorziati. Il piano collettivo di salvataggio deve indicare il soggetto responsabile dell'organizzazione del servizio, che dovrà assicurare la costante reperibilità negli orari di balneazione. Al responsabile dell'organizzazione compete il compito di indicare lo stato di pericolosità della balneazione per zone o gruppi di zone o per singoli stabilimenti o gruppi di essi, a mezzo relative bandiere.
I titolari di stabilimenti balneari che intendono organizzare il servizio di salvataggio collettivo, anche mediante associazioni riconosciute, consorzi, cooperative e società, devono far pervenire a questa Autorità marittima una proposta di "Piano collettivo di salvataggio" contenente anche le generalità del rappresentante del raggruppamento, nonché il numero dell'utenza telefonica mobile dove lo stesso è reperibile, le caratteristiche dell'unità a motore e la sua dislocazione, l'eventuale numero dei pattini di salvataggio, l'elenco degli stabilimenti che aderiscono al piano collettivo di salvataggio e l'elenco degli stabilimenti dove saranno ubicate le postazioni di salvataggio.
Detto piano collettivo, se approvato dall'Autorità Marittima è restituito all'istante con apposita declaratoria in calce, mentre in caso di mancata approvazione, come pure in caso di rifiuto ad apportare le modifiche/integrazioni richieste, ciascun stabilimento balneare dovrà disporre del proprio servizio di salvataggio nel rispetto della presente ordinanza.
I titolari di stabilimenti balneari che non aderiscono a tale servizio collettivo devono comunque disporre di un proprio servizio di assistenza e salvataggio, afferente le proprie strutture.
L'assistente bagnanti dovrà indossare una maglietta con la scritta SALVATAGGIO, di colore in contrasto allo sfondo e con lettere di altezza proporzionata affinché sia possibile la lettura a distanza non inferiore ai 20 m., ed essere dotato delle seguenti dotazioni individuali costituite da:
a) galleggiante ovoidale "bay-watch" con sagola e cintura;
b) fischietto;
c) maschera, snorkel e pinne corte;
d) giubbotto di salvataggio "lifejaket";

dovrà stazionare, in base alle condimeteo, nella postazione di cui al successivo punto 3 oppure in mare sull'imbarcazione di servizio o a piedi lungo la battigia. Ove non risulti assicurato tale servizio si procederà alla chiusura d'autorità della struttura fino all'accertamento del ripristino del servizio. Infine, qualora in una struttura balneare sia presente una piscina e/o vasca, il gestore ha l'obbligo, in materia di servizio di salvataggio, di attenersi alle disposizioni dell'art. 14 del D. M. 18 marzo 1996, impiegando assistenti ai bagnanti a ciò dedicati in soprannumero a quelli già previsti dalle presenti disposizioni.

L'assistente bagnanti, a norma dell'art. 359 C.P., nell'esercizio delle sue funzioni, riveste la qualifica di esercente un servizio di pubblica necessità, rispondendo direttamente e personalmente del suo operato in conformità agli obblighi inerenti la funzione (sorveglianza e tentativo di salvataggio) e derivanti dalle presenti disposizioni ( come disposto con Sentenza n°13589 datata 12.06.2006 della Suprema Corte di Cassazione )

Egli è tenuto:
è A prestare il proprio servizio continuativamente durante l'orario di balneazione, da quando è attiva la postazione e sino alla sua chiusura, senza essere assegnato ad altre attività o mansioni, né assentarsi senza giustificato motivo e previa sostituzione con altro operatore abilitato, ovvero segnalazione con la prescritta bandiera, qualora la temporanea assenza determini interruzione del servizio di salvataggio, comunque non superiore ai trenta minuti nell'arco della giornata;

è A presidiare la torretta di avvistamento;

è A stazionare in prossimità della corrispondente postazione di salvataggio, ovvero in mare sull'imbarcazione di servizio, indossando sempre la prescritta maglietta, riportante la dicitura "SALVATAGGIO" e con le previste dotazioni individuali immediatamente disponibili presso la stessa postazione;

è A mantenere in servizio, in ogni circostanza, un contegno corretto ed educato, fornendo la propria collaborazione a richiesta dell'Autorità Marittima o delle Forze di Polizia;

è A segnalare con immediatezza alle competenti Autorità qualsiasi situazione di pericolo verificatasi, ovvero sinistro occorso in mare;

è A prestare primo soccorso in caso di incidenti connessi alla balneazione (malori, lesioni, congestioni, annegamenti, etc.) nei limiti dei propri compiti di prima assistenza alle persone in pericolo o infortunate;

è A chiedere l'intervento della forza pubblica, secondo le esigenze ed in caso di gravi turbative;

è A portare a conoscenza dei bagnanti i divieti contenuti nella presente Ordinanza, nonché eventuali situazioni di rischio o pericolo per la balneazione.
3. Le postazioni di salvataggio costituite da una piattaforma di osservazione sopraelevata dal piano spiaggia di almeno due metri, in una posizione che consenta la più ampia visuale possibile, nonché, rendere permanentemente disponibili presso ognuna di esse, le seguenti dotazioni:
-Un binocolo ed un megafono;

-Un fischietto o altro strumento di richiamo acustico;

-Un pennone ben visibile su cui issare, a seconda dei casi, le sotto prescritte bandiere:
BANDIERA BIANCA - indicante la regolare attivazione della postazione.
BANDIERA ROSSA - indicante balneazione pericolosa per cattivo tempo o per assenza del servizio di salvataggio.
BANDIERA GIALLA - indicante obbligo di chiusura degli ombrelloni in presenza di raffiche di vento. Tale obbligo non sussiste nel caso in cui gli ombrelloni siano dotati di dispositivi di ancoraggio che ne impediscano lo sfilamento.

Le bandiere devono essere issate sul pennone a cura dell'assistente ai bagnanti allorché è ordinato dal responsabile dell'organizzazione del servizio ovvero su valutazione oggettiva del concessionario dello stabilimento balneare, qualora quest'ultimo non abbia aderito ad un piano di salvataggio collettivo, ovvero su ordine del personale della Capitaneria di Porto - Guardia Costiera o del Comune.
Sul pennone, come pure all'ingresso di ogni stabilimento balneare, deve essere affisso, in modo ben visibile, un idoneo cartello indicante in italiano ed inglese, il significato delle bandiere.
- Un'unità navale idonea a disimpegnare il servizio di salvataggio recante la scritta SALVATAGGIO O SALVAMENTO ed il nome dello stabilimento, di colore in contrasto con quello dello scafo (completa di scalmiere, di remi, di ancora con catena/cima, di salvagente anulare dotato di connessa sagola galleggiante lunga almeno 25 metri e di un mezzo marinaio o gaffa).
Tale imbarcazione non deve essere in alcun caso destinata ad altri usi.
E' data facoltà all'esercente di impiegare, in aggiunta e non in alternativa, all'unità navale destinata al servizio di salvamento, un ulteriore mezzo nautico o una moto d'acqua (acquascooter), che dovrà riportare le medesime scritte del primo, posizionandola a terra presso la postazione di salvataggio, alle seguenti condizioni:
a) Dovrà essere preventivamente presentata alla Capitaneria di Porto di Catania formale istanza di utilizzo della moto d'acqua da adibire al servizio di salvamento nella quale siano indicati:
" I nominativi ed i relativi titoli (patente nautica - brevetto di assistente bagnante/bagnino di salvataggio) del personale da impiegare;
" Caratteristiche e dotazioni della moto d'acqua;
" Polizza assicurativa (da allegare in copia) dell'unità che oltre a prevedere la copertura R.C., assicuri tutte le persone trasportate;
" Dichiarazione da parte del concessionario/gestore di farsi pieno carico della responsabilità dell'espletamento del servizio di salvamento con l'ausilio di tale tipo di natante;
b) Dovrà essere utilizzato un corridoio di lancio per la partenza e l'atterraggio;
c) Le moto d'acqua dovranno essere destinate esclusivamente all'attività di salvamento e dovranno recare la scritta ben visibile "SALVATAGGIO" su entrambi i lati;
d) Le moto d'acqua dovranno essere equipaggiate con un conduttore munito di patente nautica e con un assistente bagnante munito di brevetto;
e) Le moto d'acqua dovranno essere dotate di barella per il salvamento assicurata alla stessa moto d'acqua tramite sganci;
f) Durante l'uscita in mare, il conduttore e la persona abilitata al salvamento dovranno indossare una cintura di salvataggio ed il casco rigido protettivo;

La valutazione sulla scelta del mezzo da impiegare per la prestazione del servizio di salvamento sarà rimessa al prudente apprezzamento del responsabile dello stesso, in funzione della situazione contingente (condizioni meteomarine, distanza della persona in pericolo, presenza di bagnanti, ecc.).

- Posizionare, in prossimità degli estremi della concessione, presso la battigia, due salvagenti anulari, di tipo omologato, con sagola galleggiante lunga almeno 25 mt. Inoltre ogni stabilimento deve tenere sulla battigia mt. 200 di fune di salvataggio tipo galleggiante con cinture o bretelle su rullo;

- Posizionare un cartello, in posizione ben visibile, che riporti i numeri telefonici dei seguenti uffici:

Capitaneria di Porto;
Ospedale più vicino;
Carabinieri;
Polizia di Stato;
Guardia di Finanza;
Guardia Forestale;
Vigili del Fuoco;
Vigili Urbani;

4. Alla postazione di salvataggio deve essere preposto un abilitato al salvamento al nuoto munito di idoneo brevetto in corso di validità, rilasciato dalla Società Nazionale di Salvamento di Genova o dalla Federazione Italiana Nuoto (Sezione Salvamento) contraddistinto dalla sigla "M.I.P." o comunque indicante l'abilitazione ad operare in mare.
In nessun caso l'assistente bagnanti può essere distolto dal servizio per essere adibito ad altre mansioni e deve sostare e vigilare, per tutta la durata del servizio, presso la postazione o, al massimo, all'interno del rispettivo specchio acqueo riservato alla balneazione a bordo del pattino di salvamento.

5. All'interno della struttura balneare, dovrà essere mantenuto presente ed efficiente un idoneo locale adibito esclusivamente a primo soccorso ove dovrà essere tenuto pronto per l'uso del materiale di primo soccorso secondo quanto prescritto dalla competente Autorità Sanitaria e costituito almeno da:

¢ n°1 pallone AMBU o altro apparecchio per la respirazione artificiale di analoga efficacia;
¢ n°3 bombole individuali di ossigeno da un litro senza riduttore di pressione o in alternativa una bombola da litri otto con manometro e regolatore di pressione;
¢ n°3 cannule orofaringee per la respirazione artificiale di cui una per bambini;
¢ mascherine per respirazione bocca a bocca;
¢ pocket-mask per respirazione bocca - naso - bocca;
¢ n°1 apribocca a vite o sistema similare;
¢ n°1 pinza tiralingua;
¢ n°1 barella;
¢ n°1 Valigetta pronto soccorso nautica Tab. "D", conforme al D.M. 279 del 25/05/58 ovvero di caratteristiche superiori, da mantenere costantemente allestita. Tipologia minima richiesta: valigetta in ABS, resistente agli urti, chiusura stagna, dotata di supporto per un sicuro attacco alla parete. Dimensioni: mm. 240x240x125. Contenuto: 6 buste garza sterile cm. 18x40, 1 conf. compresse sterili cm. 10x10, 1 flacone disinfettante da ml. 250, 1 flacone ammoniaca, 4 bende cambric da cm. 5, 1 benda cambric da cm. 7, 1 rotolo cerotto m. 1x2 cm., 1 conf. da 10 cerotti, gr. 250 cotone idrofilo, 1 paio forbici, 1 laccio emostatico, 2 stecche per frattura, 1 busta di garza vasellinata, istruzioni di pronto soccorso;
6. Il servizio di salvamento dovrà essere svolto con continuità durante tutta la fascia oraria di apertura all'utenza ai fini della balneazione, garantendo la sostituzione del personale abilitato preposto con pari soggetti abilitati.
7. Ogni intervento significativo svolto da parte degli abilitati al salvamento al nuoto che, in ragione della gravità dello stesso comporti la redazione del c.d. "rapporto d'incidente in acqua FIN o similare SNS", comporta l'onere a carico dello stesso ed alternativamente del titolare della concessione demaniale marittima della trasmissione o consegna di detto documento, entro le 24 ore successive all'accadimento, all'Autorità Marittima.

8. Gli stabilimenti ad uso privato la cui attività è connessa a colonie marine, case di vacanza e simili sono tenuti ad attivare la propria postazione di salvataggio per il periodo di apertura e limitatamente alle ore in cui gli ospiti hanno accesso alla spiaggia per la balneazione.

TITOLO III

DISCIPLINA DELLA PESCA E DELLE ATTIVITA' SUBACQUEE
Art. 21.
Fermi i vigenti divieti e le prescrizioni di legge e di regolamento nonché il rispetto delle apposite ordinanze di interdizione in correlazione a locali contingenti situazioni:
L'esercizio di qualsiasi tipo di pesca è vietato nella fascia di mare riservato alla balneazione, interessato da impianti turistico - balneari, nel periodo di attività degli stessi. E' altresì vietata qualsiasi attività di pesca nelle spiagge libere in cui si svolge la balneazione.
Ove non si registrino attività di balneazione, ferme le altre disposizioni della presente Ordinanza, l'esercizio della pesca da superficie è consentito in prossimità delle coste a picco a condizione che vengano osservate tutte le precauzioni possibili, tra le quali, in caso di impiego di unità da diporto, il servizio di vedetta, la navigazione a lento moto e, comunque, a non più di tre nodi, e l'attento accertamento della totale assenza in acqua di bagnanti o di subacquei.

Art. 22.

Fermo il divieto, sancito dalla legge, dell'esercizio della pesca subacquea ad una distanza inferiore ai 500 metri dalle spiagge frequentate da bagnanti e fatte salve le altre disposizioni di cui alla presente ordinanza, ove non si registrino attività di balneazione l'esercizio della pesca subacquea è consentito in prossimità delle coste a picco a condizione che vengano osservate tutte le precauzioni possibili, tra le quali, in caso di impiego di unità da diporto in appoggio, il servizio di vedetta, la navigazione a lento moto e, comunque, a non più di tre nodi, e l'attento accertamento dell'assenza in acqua di bagnanti.

Art. 23.

Nelle ore diurne, i subacquei, qualora operino con autorespiratore, devono segnalarsi con un galleggiante recante bandiera rossa con striscia diagonale bianca. Analogo obbligo sussiste al di fuori delle acque riservate alla balneazione anche se i subacquei operino senza autorespiratore. Nelle ore notturne il segnale è costituito da una luce lampeggiante gialla visibile a giro di orizzonte. Entrambi i predetti segnali diurno e notturno devono essere visibili a non meno di 300 metri di distanza.

Art. 24.

I subacquei devono operare entro il raggio di 50 metri dalla verticale del segnale previsto.
Art. 25.

In caso di presenza di più subacquei in immersione, qualora operino tutti entro il raggio di 50 metri dalla verticale del segnale, è sufficiente un solo segnale.

Art. 26.

Se vi è un mezzo nautico di appoggio, il segnale deve essere esposto sull'unità. A
bordo del natante deve essere presente almeno una persona pronta ad intervenire.

ART. 27.

DISCIPLINA DELLO SCI NAUTICO, IMPIEGO E CIRCOLAZIONE DELLE TAVOLE A VELA (WINDSURF), LOCAZIONE DI NATANTI DA DIPORTO E ATTIVITA' DI PARACADUTISMO ASCENZIONALE (PARAFLY)
Lungo il litorale del Circondario Marittimo di Catania è vietato l'esercizio dello sci nautico entro la zona di mare dell'ampiezza di metri 1000 (mille) dalle spiagge e/o dalle scogliere basse e metri 500 (cinquecento) dalle coste a picco frequentate da bagnanti. Per l'esercizio delle attività in intestazione dovranno essere osservate le normative in vigore.

ART. 28.

DISCIPLINA DEL KITESURF

1. L'atterraggio e la partenza dei Kitesurf può avvenire soltanto nelle zone di mare ove non siano presenti bagnanti, in particolare, la partenza dovrà avvenire con l'ala o aquilone in mare ed i cavi completamente distesi all'interno della corsia di lancio (ove esistente);

2. L'utilizzo del Kitesurf dovrà avvenire sempre con un sistema di sicurezza che, in caso di emergenza, sia idoneo a determinare, mollando la presa del boma, il depotenziamento immediato dell'ala e di conseguenza la caduta della stessa e l'arresto del Kiter;

3. In considerazione della lunghezza dei cavi, che collegano l'ala al boma, la navigazione con il Kitesurf potrà avvenire a non meno di 500 (cinquecento) metri di distanza dalle coste frequentate dai bagnanti. La stessa inoltre non potrà avvenire negli specchi portuali e ad una distanza inferiore ai 200 (Duecento) metri dalle ostruzioni e/o opere di difesa portuali.
TITOLO IV

DISPOSIZIONI FINALI

Art. 29.

In relazione alla vigenza del D.M. istitutivo datato 09/11/04, nelle zone "B" e "C" dell'Area Marina Protetta "Isole Ciclopi" è consentito l'accesso ed il transito delle unità nautiche purché osservino una velocità rispettivamente non superiore a 5 (cinque) e 10 (dieci) nodi.
In zona "A" sono consentite: la balneazione nelle sole 2 aree appositamente individuate; l'accesso ai natanti a remi per il solo raggiungimento delle aree di balneazione. E' vietata ogni altra attività.
In zona "B" sono consentite: la balneazione, l'immersione senza autorespiratore per la fotografia e per le riprese subacquee (non sono consentiti prelievi), la sosta, l'ormeggio, la pesca sportiva con lenza e canna con massimo 3 ami per i soli residenti muniti di autorizzazione dell'Ente Gestore.
In zona "C" sono consentite: tutte le attività consentite in zona "B", l'ancoraggio in zone appositamente individuate dal soggetto gestore, la pesca sportiva con lenza e canna con massimo 3 ami anche per i non residenti purché muniti di autorizzazione dell'Ente Gestore.

All'interno dell'A.M.P. sono ovunque vietate: la pesca subacquea, la navigazione con moto d'acqua (o acquascooter).
Con riguardo alle aree ricomprese all'interno dell'Area Marina Protetta ISOLE CICLOPI ed ai relativi regimi di tutela, sopra sommariamente descritti, si rimanda ai contenuti del Decreto Ministeriale 09.11.2004.

Art. 30.
La presente Ordinanza, viene resa pubblica mediante affissione all'Albo della Capitaneria di Porto di Catania e dei Comuni rivieraschi compresi nella circoscrizione territoriale, dovrà inoltre essere affissa in un luogo ben visibile di ogni struttura balneare, nelle strutture destinate alla nautica da diporto nonché degli esercenti noleggio/locazione di mezzi nautici e/o attività di sci nautico in modo da poter essere agevolmente letta da chiunque ed entra in vigore nel primo giorno di affissione della stessa all'albo di quest'Ufficio.
Art. 31.
L'Ordinanza della Capitaneria di Porto di Catania n° 77/09 del 19/06/2009 è abrogata.
Art. 32.

Le disposizioni in ordine all'utilizzo delle spiagge e delle strutture balneari dettate dalla Regione Siciliana con il proprio D.D.G. n° 476 del 01.06.2007 nel testo in vigore vengono recepite e fatte proprie dalla presente Ordinanza.

Art. 33.

Gli Ufficiali e gli Agenti di Polizia Giudiziaria sono incaricati dell'esecuzione della presente Ordinanza nonché delle altre Ordinanze e regolamenti nelle stesse richiamate.
Art. 34.

Chiunque non osserva le norme stabilite nella presente ordinanza, salvo che il fatto costituisca reato, ovvero più grave reato e salvo le maggiori responsabilità derivanti dall'illecito comportamento, è punito, a seconda delle infrazioni, ai sensi degli articoli 1161, 1164, 1174 e 1231 del codice della navigazione, dalle norme contenute nel Codice sulla Nautica da Diporto, nonché dall'Art.15 Lett.A) della Legge 963/65, sulla Pesca Marittima.

 

Catania, lì 20/05/2010
 IL COMANDANTE - C.A. (CP) DOMENICO DE MICHELE

 

 

 

 

 

Alkamar
95121 Catania (CT) - Lungo Mare Kennedy, 75/A
095 341818
Cled
95121 Catania (CT) - Viale Kennedy , 53/A
095 346557
Graziella
95121 Catania (CT) - Lungo Mare Kennedy, 63
095 341961 - 095 7233462
Nettuno

95121 Catania (CT) - Lungo Mare Kennedy, 39
095 340983
Roma

95121 Catania (CT) - Viale Kennedy, 77
095 346925 o 095 281615
Vacarizos

95100 Catania (CT) - Via Pagaro, 88
095 295664
Venere

95121 Catania (CT) - Lungo Mare Kennedy, 73
095 341591
Verde

95121 Catania (CT) - Viale Kennedy Presidente, 33
095 281603
Europa

95121 Catania (CT) - Lungo Mare Kennedy, 46/47
095 341735
Arcobaleno

95121 Catania (CT) - Viale Kennedy, 19
095 7231072
Le Palme

95121 Catania (CT) - Viale Kennedy, 63

The Kings Vacans

95100 Catania (CT) - Contrada Vaccarizzo
095 295103

Coccoloba Club

V.le Presidente Kennedy 87, 95121 Catania
095 591522

Dome Beach

Viale Kennedy, 85 - Catania

Tel.

Tre Gabbiani

Viale Kennedy 57 - 95121 Catania
095 7231591

Souvenir

Viale Kennedy 71 - 95121 Catania
095 345440
Internazionale
Viale Kennedy 83 - 95121 Catania
095 592102

Tempo Libero
Viale Kennedy, 93 - Catania (CT)
 095 7357235

Villaggio Turistico Souvenir
Viale Kennedy, 71 - Catania (CT)
 095 341162

Belvedere

Viale Kennedy, 41 - Catania (CT)

Polifemo

Viale Kennedy 59, Catania

095 346521

Le Capannine

Viale Kennedy, 93 95100 Catania
 095 7357235

 

America

95121 Catania (CT) - Lungo Mare Kennedy, 89
095 591708

Aurora

95121 Catania (CT) - Lungo Mare Kennedy, 37/A
095 340426

Azzurro

95121 Catania (CT) - Viale Kennedy, 11
095 349005

Delfino

95121 Catania (CT) - Lungo Mare Kennedy, 91
095 592652
Etna

95121 Catania (CT) - Lungo Mare Kennedy, 69
095 341880

Excelsior

95121 Catania (CT) - Lungo Mare Kennedy, 35
095 341508

Jolly

95121 Catania (CT) - Lungo Mare Kennedy, 85
095 591730
Niki Village

95121 Catania (CT) - Lungo Mare Kennedy, 87
095 7357415
Moa Beach

95121 Catania (CT) - Viale Kennedy, 7
095 346970 

Il Ciclope

95121 Catania (CT) - Lungo Mare Kennedy, 59/A
095 340155

Centro Balneare Polizia

V. Plaia, 95121 CATANIA (CT)
Tel: 095345701

Centro Balneare Esercito

V.le Presidente Kennedy 23,121 CATANIA (CT)
Tel: 095346573

Le Piramidi

Viale Kennedy, 45 - Catania

Tel

The Original Cucaracha

Lungo Mare Kennedy, 47 95121 Catania (CT)

095 7232195

Dopolavoro Ferroviario
Viale Kennedy 21 - 95121 Catania
095 281036

Centro Balneare Enel
Viale Kennedy 61 - 95121 Catania
095 340326

Patrizia
Viale Kennedy 81 - 95121 Catania

Tel.

Villaggio Turistico Europeo
Viale Kennedy , 91 - Catania
Tel. 095 591026 - 095 592007

Abatros

Viale Kennedy, 45 - Catania (CT)

La Pineta

Viale Kennedy, 71/a - Catania (CT)

Università

Viale Kennedy  Catania

Stella Del Sud

Viale Kennedy 87 Catania

095 591522

 

 

 

 

 

Locali e ristoranti degli anni '50

da A Catania con amore

Nel centro strettamente urbano, in quel periodo, anni '50 '60, i ristoranti e i locali notturni scarseggiavano preferendo i catanesi, nottambuli e peri Ionghi, spostarsi fuori città per la cena e i canonici "quattro salti". La meta preferita rimaneva sempre Taormina ("Sesto Acuto", "La Giara", "Le Palmare", quest'ultimo gestito da un personaggio particolare, Fritz Mitzghler, che fra l'altro partecipò ad un film, "La paura", e che diresse alla fine il "Santa Tecla"), ma molti rimanevano ancorati alla vecchia tradizione del "Virtus" di Acireale, famosissimo ritrovo anche negli anni a venire. In città viveva solo un night per pantofolari ed era ubicato a Villa Manganelli (ma sul retro, con ingresso da via Ramondetta, sarebbe poi sorto il "Mon Club" frequentato anche da giovani e che fu l'antesignano delle  tante discoteche di oggi.

Ma oltre che a Taormina e ad Acireale, erano in tanti che passavano le loro serata a "La Cisterna", gestione Fiorito, che poi si chiamò "Cirano" (Piano Tremestieri) o alla "Moana" (S. Agata Li Battiati) in cui si effettuavano scandalo, scandalo! i primi spogliarelli.
Era prassi anche andare, per chi non desiderasse allontanarsi troppo, sulla riviera di Acicastello (e Acitrezza, naturalmente) dove sorgeva "Al Castello" che fece epoca ed era gestito dai fratelli Vitale, night club in cui vennero ad esibirsi i maggiori cantanti e complessi dell'epoca; locale che in seguito gestì il povero Gino Vento e che durò solo qualche stagione. 
Naturalmente sulla più vicina riviera furoreggiavano il "Selene", "Costa Azzurra", "Pagano a mare" (ricordo un cameriere di sala molto attivo: Mariano Grisalva) ancora oggi, anche se con gestioni cambiate, sempre vivi.

La "Dolce vita" di Taormina

di Gianni Nicola Caracoglia

Chico Scimone, l'inventore siciliano del night club e della night life, racconta gli anni d'oro quando nella cittadina le star erano di casa.

"Ok ya, quelli erano proprio altri tempi". L'accento yankee dà subito l'idea del personaggio Francesco Scimone, da tutti conosciuto come Chico, musicista e nightclubber ante-litteram, porta dentro di sè un modo di concepire la vita e il divertimento molto vicino allo stardom di chiara matrice americana. E non a caso, visto che Chico gli Usa li conosce bene in quanto vi ha vissuto a lungo - tra Boston e New York - e dove ha incamerato a pieni polmoni l'aria gaudente e un po' viziata del night club.

Esperienza vissuta a partire dal 1928, a soli diciassette anni, tra gestione di locali e big band di jazz e che Chico ha pensato bene di trasferire anche nella sua Taormina quando vi ritornò nel 1953, aprendo la Giara, uno dei locali che in Sicilia, diventarono sinonimo per antonomasia di divertimento notturno. Anni, quelli, in cui la località turistica più famosa dell'isola viveva una parentesi di dolce vita che poco o nulla aveva da invidiare alla capitale.

E in linea con i tempi, l'anno dopo il ritorno in patria, Scimone sposò in pompa magna l'attrice spagnola Aurora De Alba, con tanto di coreografia di carretto siciliano. Scene queste che recentemente sono state riprese alla tv in un programma sui matrimoni celebri dei secolo, al pari di quello di Carlo e Diana. Non l'unico matrimonio della sua vita: Chico si è sposato altre quattro volte (mai con una italiana) ed oggi, divorziato, non considera finita la sua carriera sentimentale.

"In quel periodo a Taormina - ricorda Scimone – tra il Festival del Cinema, il David Di Donatello e vari film girati in Italia, venivano molte star che immancabilmente passavano dal mio locale che è stato il primo night club di Taormina". Subito dopo ne ha aperto un altro con lo stesso nome a Catania, a Villa Manganelli (oggi semidistrutta ndr), e fu il primo night della città etnea. "Nel 1958 alla Giara di Catania, una signora mi chiese se potevo insegnare i passi del cha cha cha alla figlia. Bene, quella ragazza era Mina". Episodio simile 10 anni prima, tornando da New York: sulla nave fu invitato da una signora ad ascoltare la voce del figlio aspirante cantante: il giovanotto era Johnny Dorelli.  

Seduto, come ogni pomeriggio, ai tavolini del Mocambo, Scimone guarda il fiume di persone che affolla il corso e con un pizzico di nostalgia snob non riesce a non fare un confronto con il Passato. "Una volta quando c'erano meno macchine, c'era un turismo più selezionato. Al San Domenico, per esempio, si pranzava in smoking. Era facile incontrare star del cinema come Greta Garbo o grandi scrittori come Truman Capote o Tennessee Williams che passavano lunghi periodi a Taormina".

Lo spartiacque a cavallo dei '70: "Quando sono tornato definitivamente in Italia nel 1973 (dopo una nuova parentesi americana cominciata nel 1961 ndr) ho capito che tutto era cambiato. Le celebrità erano scomparse". Anche la passione per la Giara andò scemando fino a quando lo cedette nel 1988. Da allora non vi è più entrato. "Come quando finisce un amore non si torna più indietro".

La passione per la musica, ereditata dalla madre anch'ella pianista, è nata molto presto in Scimone ed ha contagiato anche la sorella Amelia che, ancora oggi, spesso suona con lui a quattro mani al piano del San Domenico.

Hotel in cui Chico suonò per la prima volta poco prima di partire per l'America, nel lontano 1928. "Allora si suonava nel pomeriggio, yah, perché c'era il the danzante. La sera, poi, andavo al cinema e facevo la colonna sonora dei film muti di Greta Garbo e Rodolfo Valentino".

Nel celebre hotel vi è tornato a partire dal 1980. "Ho sempre amato 1'atmosfera elegante dei San Domenico. A fine serata, però, mi spostavo alla Giara e suonavo là". Il repertorio di oggi viaggia tra le colonne sonore dei film americani più famosi e pezzi di autori dei calibro di autori del calibro di George Gershwin o Cole Porter. Non dimenticando le canzoni italiane,, dagli immortali classici napoletani fino a Umberto Bindi e Domenico Modugno. "Anche i giapponesi mi chiedono canzoni come "Core 'ngrato" o "Santa Lucia" e il bello è che le cantano pure". Una colonna sonora vivente, non c'è dubbio. Oggi, a 88 anni, Scimone si permette anche di dirigere l'orchestra a Plettri di Taormina conosciuta in tutto il mondo avendo fatto numerose tournée all'estero.

Stretto è il rapporto con il cinema. Innumerevoli attrici e attori hanno reso visita al suo locale – Greta Garbo è venuta a Taormina un paio di volte - e non sono mancate le partecipazioni in prima persona di alcune pellicole. Da protagonista ne "Il cappotto di di legno" di Gianni Manera della fine degli anni '70; come ospite ne "Il piccolo diavolo" e "Johnny Stecchino" di Roberto Benigni. "Ero il pianista nella scena di piazza con Walther Mattau – ricorda ridendo -. Un Oscar meritato per Roberto".

Scimone, dalle mille risorse, è anche uno sportivo. Non manca mai all'appuntamento catanese di Capodanno o della San Silvestro a Mare ed ogni 3 febbaro sale correndo gli 86 piani (1565 gradini) dell'Empire State Building di New York nella caratteristica gara.

(n.d.r.) Purtroppo Chico Scimone, l'ultimo dei belli, non c'è più.

 

Tecno o happy: purché si balli

Eva Spampinato (La Sicilia, 23 giu 2007)

 

L’House e le sue declinazioni. Deep, soulfull, elettronica, e minimal. A piedi nudi - o quasi - sulla spiaggia, è la musica che guida il corpo. Che fa ballare. Ad occhi chiusi. Saltando. Muovendosi adagio e sensuali. È la vera anima delle feste, specchio del grado di divertimento in sala, richiamo della serata.
Da protagonista, la musica vuole un palco dove si possa parlare di lei e introdurre quegli elementi nuovi che arrivano dall’ombelico della disco-soud: la Londra dei club, Miami, Ibiza. Ma anche luoghi con una club culture positiva come il Brasile, l’Argentina e la Colombia, poco considerate. E parlando di tendenze musicali, tra le tribù dei ventenni ma anche oltre, ben oltre, anche a Catania si inizia a gustare la “minimal”.
L’house music, così, viene “spogliata”, riportata alle origini. Un po’ come fare musica alla vecchia maniera, semplificando la struttura della canzone e concentrarsi di più sui suoni dentro la musica. Una sonorità che i giovani sembrano apprezzare molto, ma che richiede un gusto sopraffino.
 «La musica house è la mamma di tanti generi che vanno, paradossalmente, dalla tecno alla rilassante “lounge” - spiega Ernesto Villari, deejay catanese rinomato per le sue proposte musicali di tendenza, che ruotano attorno ai toni morbidi e più sofisticati dell’house -. La “minimal” potrebbe essere definita come un’house essenziale, con pochissima “cassa”, che si contrappone sicuramente alla house dura delle discoteche. Il target dei ventenni la apprezza moltissimo, i giovani stanno affinando i loro gusti e la tecnologia, internet - continua il deejay allargando il discorso - contribuisce molto».
I siti di condivisione di musica, come My Space, diventano un luogo virtuale dove si sperimenta e si propongono nuove tendenze. Si ascolta musica “indie” - le produzioni indipendenti che lavorano al di fuori delle grandi corporazioni multinazionali, senza legarsi ad altre industrie e ha maggiore libertà espressiva - e tutte le novità provenienti dai luoghi “culto” dell’elettronica e dell’house.
«L’house di ultimissima generazione si muove dalla minimal all’elettronica, che comincia ad invadere anche generi tradizionalmente di  qualità - spiega ancora Ernesto Villari - Escludendo tutto ciò che è commerciale e a tema, e che attrae ancora moltissimo le generazioni dei 30-40enni, le tendenze estive vengono dai luoghi dove esiste una consolidata cultura del divertimento notturno, come Ibiza e Miami.
Quello che è mancato a una città all’avanguardia come Catania è stata la musica house da club, ricercata e raffinata come la deep e la soulfull. Infatti da qualche anno, io e due cari amici con il “CoolProject”, stiamo cercando di diffondere questa cultura, riservata solo a quelli che amano la musica house di qualità in un ambiente di buona gente. Un movimento cominciato in inverno, con le serate del venerdì, e che proseguirà questa estate a Taormina».
E poi? Siccome il mondo è bello perché è vario e la musica è specchio fedele di questa massima, anche questa estate si ballerà sui ritmi più diversi, come segnalava giustamente anche il dj. Se la tendenza è minimal, house, tenco, il cuore dice ancora e sempre Anni ’80, con le hit più famose più arrangiate, dai Tears for Fears ai primi U2, dagli Earth Wind & Fire anche a pezzi italiani di ieri e di oggi, che da soli poi riescono ad essere addirittura colonna sonora esclusiva di serate "dedicate". Senza infine dimenticare che questa è sopratttto la stagione dell’allegria, quindi vai con la "happy music" Maracaibo...

 

 

 

E' estate piena, il caldo e l'afa di questi giorni ce lo manifestano bene; comincia adesso un periodo particolare dell'estate catanese in cui, sopraggiungendo le tanto attese vacanze, la citta' comincia sempre piu' a spopolarsi, per coloro che si spostano nelle vicine localita' balneari, e per coloro che partono per il tanto desiderato viaggio estivo.la piscina
A farla da padrone in questo particolare periodo, con picco sotto ferragosto, e via via a scemare fino alla fine di Agosto saranno soprattutto le serate nei locali di Taormina, di Recanati - Giardini Naxos, e anche di qualche altra localita' balneare, come quelle della zona di Brucoli, ad esempio, di cui riportiamo alcuni ritrovi molto frequentati.
Sempre in auge comunque il lungomare "Plaja", con serate sovraffollate prevalemtemente da un pubblico molto giovane.

La "Movida" estiva e' sempre in divenire, seguitene tutti gli avvenimenti... ogni settimana...

 

Drink & dance

 

E di notte il lido si trasforma in discoteca. Messi da parte lettini e ombrelloni, le piattaforme dei lidi più alla moda della nostra Scogliera si riempiono di cuscinoni confortevoli, candele che fanno atmosfere e profumo di menta quella necessaria per i mojítos che si diffonde nell'aria. Alcuni stabilimenti, infatti, offrono serate per tutti i gusti. Si va dall'aperitivo soft ed elegante dove non si balla, ma si sorseggiano drink al sapor di musica live agli appuntamenti dei venerdì sera, passando dalle feste a tema con bagno in piscina finale. E per quest'anno si rinnova l'appuntamento con la "serata italiana" dei giovedì. Musica rigorosamente di "casa nostra" e ritornelli che hanno fatto la storia della disco made in Italy

Il Lido dei Ciclopi

Lontano dalia sabbia della Piaja, nell'immediato dopoguerra nacque ad Acitrezza il Lido dei Ciclopi, vetrina per chi voleva mostrare le proprie capacità fisiche cimentandosi nelle nuotate fino ai Faraglioni e al Castello, e per le "sirene"in mostra al sole su questo o quello scoglio, ammirate dalla ricca borghesia che io frequentava. D'estate era in attività 24 ore su 24 poiché, tramontato il sole, all'arrivo della notte diveniva il dancing più "In" dell'Isola e i nomi più belli dello spettacolo nazionale e
internazionale attiravano frotte di macchinone rombanti sulla Statale 114 e flotte di flotte di barche strapiene di squattrinati
ammiratori che cercavano di vedere o almeno ascoltare la voce di questa o quella star dal mare o dagli scogli. 

Oggi le vie del divertimento serale si sono decuplicate, così come le macchinone; la Statale 114 è rimasta uguale, purtroppo!

 

 

 

 

La pasta alla Norma

"Norma" a Catania non solo significa "Musica", ma anche il "non plus ultra" di ogni cosa: infatti l'omaggio al Cigno catanese, autore di Norma, è stato ed è sempre senza riserve. Ma anche se dovessimo scrivere "norma" con la enne minuscola, avremmo sentenziato: pasta secondo l'alta tradizione degli antichi buongustai catanesi. "Pari 'na Norma", sembra una Norma, era ed è il paragone corrente per l'iperbolica mania di cui sono sempre stati affetti gli abitanti della città.

Da quando questo paragone è stato dedicato alla popolare pasta? Nel 1920 in casa Musco-Pandolfini in via Etnea, si svolse un pranzo che adesso ci appare in tutta la sua storica prospettiva. Il grande attore e mimo catanese Angelo Musco era ancora celibe e viveva presso la diletta sorella Anna, sposata con Giuseppe Pandolfini. La coppia aveva due figli, il celebre caratterista Turi Pandolfini e Janu, prima teatrante, poi titolare di un notissimo negozio d'abbigliamento. Janu era sposato con la signora Saridda D'Urso, nel cui appartamento troviamo riuniti a tavola Angelo Musco, Turi e Janu Pandolfini e i noti commediografi e giornalisti Nino Martoglio, Pippo Marchese e Peppino Fazio. Quando Donna Saridda portò a tavola gli appetitosi spaghetti con la salsa di pomodoro, basilico, melanzane fritte e ricotta salata grattugiata, dopo le prime religiose forchettate, da quel galante poeta e buongustaio che era, Nino Martoglio volle complimentarsi con l'autrice con queste precise parole: "Signora Saridda, chista è 'na vera Norma!". Naturalmente, stante la presenza di tanti e così autorevoli "gazzettini", la frase immediatamente si riseppe in tutta via Etnea, da sempre salotto e curtigghiu dei catanesi. E dunque Nino Martoglio, indimenticato autore di Centona e delle più vivaci commedie del teatro siciliano, viene definitivamente accreditato dell'onore di aver ufficialmente battezzato "alla Norma" la popolare pasta catanese, anche se, come appare probabile, non fece altro che ripetere una felice espressione già coniata con straordinaria efficacia dal popolo, per un diretto ma sentitissimo omaggio all'arte di Vincenzo Bellini
Preparare la salsa partendo a freddo con 1500 gr. di polpa di pomodoro (varietà Cuore di bue); ½ bicchiere d'olio; sale; pepe; e ½ cipolla affettata: far ridurre fino ad un terzo del volume. C'è chi usa l'aglio al posto della cipolla. Friggere 1 Kg. di melanzane (varietà Seta violetto), sbucciate e tagliate a fette (dopo averle tenute sotto peso e salate per 1 ora). Cuocere 500 gr. di spaghetti, e tirarli al dente. Scolare la pasta; sistemarla in una zuppiera; sformaggiare 150 gr. di ricotta salata; unire la salsa di pomodoro; aromatizzare con foglie di basilico e pepe, e mescolare. Sistemare ora la pasta nei piatti individuali, aggiustarvi alcune fette di melanzane, ed ancora grattugiare della ricotta fresca e decorare con foglioline di basilico. Una gloriosa ricetta squillante di profumi e sapori. I consigli: spaghetti al dente, direttamente sollevati con forchettone dalla pentola e scolati in aria, poi adagiati sul piatto, subito cosparsi di una abbondante nevicata di ricotta salata e infornata (riscaldare la grattugia), su cui verrà adagiata una densa coltre di salsa di pomodoro fresca insaporita con aglio e foglie fresche di basilico. Infine le fette ancora calde di melanzane fritte nell'olio, ma prima messe a scaricare l'amaro come sappiamo (si tagliano le melanzane a fette e si immergono in acqua salata). Poi occorre una seconda informaggiata di ricotta.

 

GLI "IRRINUNCIABILI" PIATTI ESTIVI DI OGNI CATANESE

 

PARMIGIANA DI MELENZANE. Questo e' un antico piatto siciliano in cui, erroneamente, in tutti i libri di cucina controllati (pochi per dir la verita`), si riporta, tra gli ingredienti, il formaggio parmigiano, da cui prende nome il piatto. Niente di piu' falso. Il nome parmigiana non deriva dal nome del formaggio forastero, bensi' dall'italianizzazione dalla parola dialettale parmiciana. La parmiciana e` l'insieme delle liste di legno che compongono una persiana. Esse sono messe una sopra l'altra, come le fette di melenzane nel piatto che andiamo a descrivere. Ingredienti: 8 melenzane, 1 kg. di pomodoro maturo, 2 cipolle, 100 gr. di pecorino o cacio cavallo (o se volete di parmigiano, va bene lo stesso), un mazzetto di basilico, olio e sale. Tagliate le melenzane a fette (mezzo cm. circa), mettetele a riposare in acqua salata per qualche ora, scolatele e friggetele in padella con olio di oliva abbondante e ben caldo. Preparare una salsa di pomodoro con la cipolla, i pomodori ed il basilico. Sul fondo di una pirofila versate qualche cucchiaio di salsa ed alternate strati di melenzane (a la parmiciana) coperte di salsa, pecorino grattugiato e foglie di basilico. Coprite l'ultimo strato con salsa e pecorino e passate al forno per circa 20 minuti. Servite tiepida.

 

 

CAPONATINA. Ingredienti: una tazza di salsa di pomodoro (preparata con 600 gr. di  pomodoro maturo, 2 cipolle piccole e basilico),  200 gr. di olive bianche, un mazzetto di sedano, 50 gr. di capperi, 12 melenzane, 3 cucchiai di aceto, 3 cucchiai di zucchero, 100 gr. mandorle tostate. Tagliate le melenzane a dadi e friggetele dopo averle tenute per piu' di un'ora in acqua e sale. A parte fate rosolare in un tegame con poco olio le olive snocciolate, i capperi ed il sedano, che avrete tagliuzzato e gia` bollito in acqua per una decina di minuti per intenerirlo. Aggiungete la salsa di pomodoro e condite con l'aceto e lo zucchero. L'aceto dell'agrodolce potra` essere aggiunto in misuar maggioreb di quello indicato secondo i gusti. Versate nel tegame anche le melenzane e lasciatele insaporire per qualche minuto nel sugo a fuoco bassissimo, scuotendo di tanto in tanto il tegame per non farle attaccare la fondo. Passate la caponata nel piatto di portata e copritela con le mandorle tritate. Servite perfettamente fredda, anche il giorno dopo. 

 

 

CRISPEDDI DI MUCCO. Cioè: frittelle di neonata di sardine o triglie. Pochi cibi al mondo, per gusto e fragranza possono stare alla pari delle frittelle di muccu (o di nannatu). Legare i pesciolini con le uova crude sbattute, il trito d'aglio e prezzemolo; olio d'oliva, sale, pepe. Nella padella delle fritture, con olio abbondante fumante, versare una cucchiaiata dei pesciolini così conciati. Subito si forma una frittella che, con la paletta o la forchetta, va voltata appena diventa dorata. Sgocciolare sull'apposita carta, con l'avvertenza, però, di consumare subito queste frittelle, giacchè calde sono più buone. Consiglio un bianco adattissimo: il Grecanico.

 

 

PASTA CON LE SARDE. Ingredienti: 500 gr. di maccheroni, 1 kg. di finocchietti di montagna, 2 cipolle, 3 acciughe salate, 50 gr. di uva sultanina, 50 gr. di pinoli, 1 bustina di zafferano, 500 gr. di sarde fresche, olio e sale. Lessate i finocchietti in abbondante acqua salata, scolateli e tritateli. A parte soffriggete le cipolle finemente affettate e spappolatevi le acciughe. Pulite le sarde e togliete la lisca, eliminando la testa e la coda; tagliate a pezzi e fate rosolare nel soffritto di cipolla e acciughe. Aggiungete i finocchietti, salate e lasciate cuocere a fuoco basso per una decina di minuti. Unite l'uva sultanina ed i pinoli, la bustina di zafferano. Nell'acqua dei finocchietti lessate i bucatini, scolateli al dente e mescolateli energicamente con il condimento preparato. Aggiungete il pangrattato abbrustolito e servire dopo qualche minuto.

 

 

PASTA ALLA NORMA. Preparare la salsa partendo a freddo con 1500 gr. di polpa di pomodoro; ½ bicchiere d'olio; sale; pepe; e ½ cipolla affettata: far ridurre fino ad un terzo del volume. C'è chi usa l'aglio al posto della cipolla. Friggere 1 Kg. di melanzane, sbucciate e tagliate a fette (dopo averle tenute sotto peso e salate per 1 ora). Cuocere 500 gr. di spaghetti, e tirarli al dente. Scolare la pasta; sistemarla in una zuppiera; sformaggiare 150 gr. di ricotta salata; unire la salsa di pomodoro; aromatizzare con foglie di basilico e pepe, e mescolare. Sistemare ora la pasta nei piatti individuali, aggiustarvi alcune fette di melanzane, ed ancora grattugiare della ricotta fresca e decorare con foglioline di basilico. Una gloriosa ricetta squillante di profumi e sapori. I consigli: spaghetti al dente, direttamente sollevati con forchettone dalla pentola e scolati in aria, poi adagiati sul piatto, subito cosparsi di una abbondante nevicata di ricotta salata e infornata (riscaldare la grattugia), su cui verrà adagiata una densa coltre di salsa di pomodoro fresca insaporita con aglio e foglie fresche di basilico. Infine le fette ancora calde di melanzane fritte nell’olio, ma prima messe a scaricare l’amaro come sappiamo (si tagliano le melanzane a fette e si immergono in acqua  salata). Poi occorre una seconda informaggiata di ricotta.

 

 

PASTA "CA MUDDICA". 500 gr. di pomodori perini; 2 spicchi di aglio; 6 cucchiai di olio extravergine di oliva; 6 acciughe sotto sale;1 cucchiaio di prezzemolo tritato; 4 cucchiai di pangrattato; 400 gr. di maccheroncini; sale q.b. Un buon vino bianco secco, ad esempio un D.O.C. Bianco d'Alcamo. Immergere per 1 minuto i pomodori in acqua bollente, poi spellarli e tritarli grossolanamente. In un tegame e a fuoco basso far dorare l'aglio, quindi eliminarlo; unire le acciughe da sbriciolare delicatamente con una forchetta ed unire il prezzemolo e i pomodori a pezzetti. Fare cuocere a fuoco basso per 20 minuti. Porre in un padellino il pangrattato e fare abbrustolire con un po' d'olio, su fiamma media, mescolando continuamente. Nel frattempo cuocere la pasta e scolarla al dente, porla in una zuppiera e unire il condimento; mescolare delicatamente e poi cospargerla con il pangrattato abbrustolito.

 

 

SARDE "A BECCAFICO" ALLA CATANESE. E` una delle specialita' siciliane piu' rinomate. Di chiara influenza araba, nasce nel palermitano ma esiste la versione catanese.  Ingredienti: 1 Kg di sarde fresche non molto piccole, 100 g di pangrattato, 100 g di pecorino con pepe grattugiato, 1 trito d'aglio e prezzemolo, 3 uova sbattute, più 2 per passare nell'uovo le sarde, 100 g di farina bianca una scodellina d'aceto forte, olio d'oliva, sale e pepe. Preparazione:Intanto preparare un composto di pangrattato, formaggio pecorino grattugiato, trito d'aglio e prezzemolo, uova sbattute insaporite da sale e pepe; impastare e formare una polpetta larga e allungata che verrà chiusa da due sarde aperte. Quando le due sarde aperte diventano reciprocamente "coperchio", con dentro la farcia che si è detto, vanno inzuppate nell'uovo battuto e poi nella farina: ora potranno friggere nell'olio fumante. Superlative calde o fredde.

Perché sono detta "a beccafico"? Salvatore Lo Presti, insigne studioso di folklore in catania, spiega in Lo stivale allo spiedo (Roma, cassini), che il "beccafico" è un uccelletto bigiognolo, avido di fichi maturi, e quindi "sarda a beccafico" vuol essere un omaggio ittico all'uccelletto buongustaio, purché le sarde stiano una sopra e l'altra sotto, aperte a linguata, ed in mezzo ci sia la farcia, come accade da tempo immemorabile, dopo aver tolto la testa e lisca, e averle messe a macerare entro l'aceto forte. Ed infatti, contrariamente a quanto accade a Palermo, nella Sicilia orientale, per "sarde a beccafico" si deve trattare sempre di "due sarde", e mai di una giacché, oltretutto, se fosse una sola arrotolata o a barchetta, omaggio all'uccelletto bisignolo a parte, chi è che "becca", e chi è il "fico"?

 

 

PESCE SPADA. Ingredienti per 4 persone: pesce spada: 4 fette da 150 g, pomodori maturi: 300 g, olio extravergine d'oliva: 6 cucchiai, cipolla: 1, aglio: 1 spicchio, uvetta passolina: 30 g, pinoli: 30 g, capperi: 1 cucchiaio,  olive verdi snocciolate: 50 g,  prezzemolo tritato: 1/2 cucchiaio,   sale e pepe: q.b.  PREPARAZIONE: Preparate la salsa "agghiotta"; ammorbidite per mezz'ora l'uvetta in acqua tiepida, poi strizzatela. Fate rosolare la cipolla affettata e l'aglio in olio bollente. Unite i pinoli, l'uvetta, i capperi, le olive e i pomodori tritati e privati dei semi. Coprite col coperchi e fate cuocere per un quarto d'ora a fuoco moderato. Nel frattempo lavate e asciugate le fette di pesce, salatele e pepatele e ponetele in una teglia da forno unta d'olio. Versatevi la salsa preparata prima e spolverizzate di prezzemolo. Fate cuocere in forno già caldo per 15 minuti circa girando le fette a metà cottura. Servitele calde.

 

 

MASCULINI COTTI N'TA LUMIA (Alici cotte nel limone). Ingredienti 1000 G Acciughe Minute, 4 Limoni (succo In Due Volte) Abbondante Prezzemolo 1 Peperoncino Rosso Aglio, Olio D'oliva, Sale, Pepe. Preparazione : Diliscare e buttare le teste delle piccole acciuga della Plaja di Catania (che i pescatori mangiano anche crude) e metterle, così aperte, a cuocere a freddo nel succo di due limoni. Lasciarle in un grande piatto per circa mezz'ora, affinché l'azione dell'acido citrico possa cuocere la tenerissima carne delle acciughe che, da rossa che era, diventerà bianca. A questo punto buttare il primo succo di limone, dove rimarranno le tracce del sangue delle acciughe, se queste erano freschissime. Condire con olio d'oliva di prima spremitura, foglioline di prezzemolo intere, il succo degli altri due limoni, sale, pepe, un peperoncino rosso intero e guarnire con fette di limone.

 

 

TUNNINA CA CIPUDDATA. Ingredienti per 4 persone: 4 cipolle di media grandezza,1 kg di tonno a fette, olio extravergine d'oliva, zucchero, aceto, qualche foglia di menta. Prendete le cipolle, affettatele, mettetele in una padella insieme ad un bicchiere d'acqua e 1/2 di olio.Fate cuocere per qualche minuto finchè la cipolla non sia dorata (non troppo), quindi aggiungete sale, 1 cucchiaino di zucchero e 1/2 bicchiere di aceto.Cuocete per altri cinque minuti. In un altra padella fate friggere il tonno, appena pronto mettetelo nella stessa padella con la cipolla, fate cuocere per altri 5-6 minuti, infine aggiungete la menta.Da servire freddo. Ancora una volta stiamo a parlare di un piatto antichissimo, che viene dalle tradizioni dei pescatori, ancora una volta si compie la magia della cucina tipica Siciliana.............

 

 

SPAGHETTI 'CCO NIURU DI SICCI. 400 gr. di spaghetti, 2 seppie (circa 150 gr. l'una), 2 spicchi d'aglio, ½ bicchiere d'olio, 3 etti di filetti di pomodoro, 1 peperonino rosso secco, una manciata di prezzemolo tritato, sale q.b. Pulite le seppie e staccate a ciascuna la vescica contenente il nero, facendo attenzione a non romperle.
Tagliate le seppie a listarelle e, dopo averle ben lavate, lasciatele ben sgocciolare in uno scolino. Mentre le seppie sgocciolano bene preparate un soffritto con prezzemolo, aglio e peperoncino. Appena il soffritto sarà dorato versate le seppie e le vesciche che si romperanno quando col mestolo rimesterete per insaporire il tutto. Aggiungete il pomodoro, salate e lasciate cuocere a fuoco lento e coperto. Lessate gli spaghetti e scolatele al dente. Versate sul fondo di una zuppiera parte del sugo. Unitevi gli spaghetti. Mescolate bene e distribuite sulla superficie il sugo rimanente con una spolverata di prezzemolo tritato.

 

 

SPARACANACI. 1000 g di russuliddu (triglie), alcune foglie di alloro, aceto di vino bianco, olio d'oliva, sale, pepe (o peperoncino). Cioè: neonata di triglie soffritta. Il neonato di triglie e 'sparacanaci' assume un colore che dal grigio argento tende ad un tenue rosso corallo: va soffritto alla paolina, cioè con pochissimo olio, sale, pepe (o pezzetti di peperoncino) e foglie di alloro. Rigirando nella padella con la paletta, va sfumato con una bella spruzzata di aceto di vino bianco. E' buonissimo anche freddo.

 

SAURI ALL'AGGHIATA. Pesce poco costoso,ma gustoso e grasseto,quasi sempre freschissimo,dato che appartiene alla famiglia del pesce azzurro,ha tempi di conservazione assai brevi,quindi o si smercia subito o si butta. Infarinateli con semola di grano duro e friggeteli salandoli in cottura. Buttate l'olio della prima frittura,e nella stessa padella aggiungete olio nuovo che insaporirete, facendo soffriggere spicchi d'aglio che poi potete eliminera o no, a seondo i gusti. Rimettete i pesci in padella e sfumate abbondante aceto bianco. Qua ci sta bene perchè tende a sgassare il sapore del pesce. Quando si aggiunge l'aceto si scatena un putiferio di schizzi,quindi attenti alle bruciature. Servite ben caldo col sughetto di cottura,e foglie di prezzemolo o menta.

 

 

 

 

 

A pane e acqua!

 

E infine la famosa granita, disponibile in decine e decine di gusti.

Da sempre ha rappresentato la colazione estiva dei catanesi ma oggi, per ovvi motivi, questo sorbetto sostituisce spesso il tradizionale pasto di metà giornata (anche in inverno). Da poco, quella catanese ai gelsi neri e alle mandorle è stata inserita fra i prodotti agro-alimentari italiani DOC.

Lo so che leggendo gli ingredienti, in molti storcono il naso. Si chiedono "Come si può catalogare DOC un bicchiere pieno di ghiaccio zuccherato con una brioche?"  In effetti, avrebbero ragione solo se.... solo se la nostra granita fosse simile a quella generalmente consumata in tutt'Italia.

Siccome non è così, capita che quando vengono a Catania, i citati signori vogliono toccare e verificare, come San Tommaso, se siamo davvero così pazzi a pranzare con .... pane e acqua! Quindi si siedono al tavolino, affondano il primo cucchiaino nella fresca crema di mandorla, lo portano alla bocca accompagnandolo con un po' di fragrante e calda brioche all'uovo...... e poi..... e poi vanno in Paradiso. Solo allora capiscono l'importanza di pronunciare termini come granatina ... e granita. O meglio, Granita siciliana.

 

 

 

 

 

 

Meduse e tracine, incontri da evitare


"Niente ammoniaca o succo di limone. In caso di irritazione, lavare la parte e raschiare la pelle anche con bancomat"
In caso di unincontro con meduse o tracine questi rimedi della tradizione popolare sono del tutto sbagliati. A fornire un semplice vademecum ai bagnanti è Alessandro Barelli, direttore del servizio di tossicologia clinica del Policlinico Gemelli e responsabile delsito www.tox.it. dell'Università Cattolica, dove vengono forniti consigli utili in caso di emergenze dovute al contatto con sostanze tossiche, indicando anche i centri anti-veleni presenti sul territorio..Scorfani e ricci tra gli scogli, tracine nella sabbia, oppure meduse dai lunghi filamenti urticanti in acqua. Sono questi i principali "pericoli" in cui i bagnanti possono incorrere nei nostri mari. Non sempre è possibile evitarli, quindi, nel caso, è meglio conoscere in anticipo gli animali protagonistidi possibili "spiacevoli" incontri. Le meduse trasportate dalle correnti, si ritrovano ad arrivare sottocosta. La più pericolosa nei nostri mari è la "Pelagia noctiluca", con un ombrello massimo 15 cm di colore rosa/arancio. Sono i suoi quattro filamenti ad essere pericolosi, che possono arrivare fino a 4 metri. Si può essere colpiti anche senza vederla affatto e quindi rimanere urticati anché a un metro di distanza. Altra specie più comune è la "Rhizo-stoma pulmo", il cosiddetto "polmone di mare", che è meno urticante e si può evitare, perchè non ha filamenti. Cosa fare di fronte ad un battaglione di meduse? Nuotare avendo alle spalle l'ombrello degli animali diminuisce la possibilità di essere colpiti dai filamenti. Il veleno che inietta la medusa è una proteina e a 65 gradi si denatura. "Le meduse dei mari italiani non pungono né mordono, ma provocano una irritazione della pelle mediante i tentacoli urticanti - spiega Barelli - la reazione è quindi limitata alla pelle e può essere più o meno estesa. Un primo intervento utile è quello di lavare la parte con acqua, meglio se di mare, raschiando poi la cute con una superficie liscia (anche una carta bancomat), per eliminare i micro-tentacoli rimasti sulla pelle". Come trattare la parte colpita? "Evitare ammoniaca e succo di limone: applicare pomate cortisoniche e non antistaminiche, che con il sole possono provocare problemi di fotosensibilizzazione" afferma Barelli. Altro incontro spiacevole può essere con le tracine, più comune all'inizio della stagione, quando le spiagge sono meno affollate. "In genere le tossine prodotte dagli animali marini sono termolabili, vale a dire si degradano con il calore - spiega Barelli - quindi è necessario immergere la parte in acqua calda ma sopportabile, senza rischiare un ustione, oppure nella sabbia calda, per un periodo compreso tra 30 e 90 minuti. In questo modo il veleno viene inattivato. Sulla parte meglio applicare una pomata cortisonica: se il dolore diventa importante, rivolgersi al medico o a un centro antiveleni".

 

Le spine dei ricci

 

Le spine del riccio possono pungere, provocando dolore e bruciore. Molto spesso si spezzano all’interno della pelle
Cosa fare:
Lavare la parte colpita con acqua di mare o disinfettante, e togliere la spina dall’epidermide con una pinzetta sterile. Applicare ripetuti impacchi di aceto, che sciolgono la spina

Assicurarsi che la spina o una sua parte sia completamente eliminata dalla pelle. Altrimenti la spina può “spostarsi” verso l’interno e provocare infiammazioni della cute o anche lesioni dei tessuti nervosi.

 

Attenzione a non scottarsi

 

Entro certi limiti l’eritema è una reazione fisiologica: è noto, infatti, che dopo aver preso il sole la pelle si arrossa. Tuttavia, in assenza di una protezione adeguata o di un’esposizione eccessiva l’eritema acquista proporzioni notevoli: la pelle “brucia”, e anche il minimo sfioramento provoca intenso dolore.
Più predisposte sono alcune zone del corpo, primi tra tutti il collo e le spalle, che sono di per sé delicate e in più, in ragione della loro stessa sede, ricevono anche un’elevata quantità di radiazione ultravioletta.
Il livello di gravità può essere differente: da una scottatura lieve fino ad una vera e propria ustione.

In questo caso è opportuno consultare subito il medico che intraprenderà le cure necessarie a proteggere la pelle, prevenire sovrainfezioni e favorire la riparazione del tessuto.
Nei casi in cui l’eritema appare sin da subito più marcato è bene evitare per qualche giorno l’esposizione al sole, ricorrere a un trattamento locale con creme emollienti ed eventualmente somministrare per bocca un antistaminico per controllare il prurito.
Per aiutare la pelle, oltre a una dieta ricca di frutta e verdura di stagione, può essere utile l’assunzione di integratori a base di antiossidanti (vitamina C, E, selenio, glutatione), che aiutano a rafforzare le difese dell’organismo e a neutralizzare la produzione di particolari sostanze, i radicali liberi, favorita da un’esposizione al sole eccessiva.

 

La scottatura

Chi non ha mai provato almeno una volta sulla propria pelle una scottatura faccia un passo avanti… In effetti basta poco: una gita al lago o in campagna, un week end al mare, una passeggiata in montagna, un errore nelle previsioni del tempo che improvvisamente si mette al bello e ci induce a scoprirci senza applicare il protettivo solare, magari lasciato a casa nella convinzione di non doverlo utilizzare.
Spesso sono proprio queste le situazioni più insidiose, tanto più che in una giornata serena e ben ventilata la percezione di calore sulla pelle è inferiore, grazie alla maggior traspirazione, e siamo più invogliati a prendere il sole.
Il prezzo, tuttavia, lo si paga quasi subito: già a distanza di poche ore la pelle delle zone esposte appare irritata, subentra una sensazione di prurito ma al tempo stesso provoca fastidio il contatto con qualsiasi superficie, al punto che diventa difficile anche prendere sonno. Nei casi più gravi questa zona di arrossamento iniziale si sfalda e lascia sotto di sé un’area dolorosa e umida (bagnata cioè da un liquido che si forma a seguito del processo infiammatorio).
Sotto questo profilo la scottatura solare è assimilabile in tutto e per tutto a una classica ustione e richiede l’immediato consulto del medico. Ma è proprio necessario correre questo rischio quando basta un poco di attenzione e la scelta di un prodotto adeguato per mettersi al riparo da qualsiasi effetto indesiderato?

Ecco le dieci regole fondamentali per evitare che il sole diventi nemico della nostra pelle.

Applicare i prodotti solari prima di uscire, fin dal mattino, e rinnovare frequentemente l’applicazione, in particolare dopo ogni bagno prolungato.
Per le prime esposizioni, non prendere più di tre quarti d’ora di sole al giorno (20 minuti al sole intenso). Oltre questo limite, i melanociti sono saturi e non producono altra melanina.
Dopo i primi giorni, si può aumentare progressivamente la durata dell’esposizione, senza dimenticare di proteggersi.
Applicare il prodotto solare anche quando la pelle è già abbronzata, eventualmente riducendo gradatamente il fattore di protezione. Anche le pelli con fototipo scuro hanno bisogno di protezione: anche se non si arrossano, subiscono ugualmente gli effetti a lungo termine di un’esposizione scorretta, come l’invecchiamento precoce della pelle
Evitare di esporsi tra le ore 12 e le ore 16. In questo momento della giornata, l’irraggiamento solare è all’apice della sua intensità.
Non esporre i bambini inferiori ai 3 anni durante le ore di irraggiamento più intenso. Nelle ore di irraggiamento meno forte, applicare un prodotto resistente con un alto indice di protezione. La nostra pelle mantiene traccia di tutti i raggi ricevuti durante l’infanzia: maggiore è la quantità, maggiore è il rischio di comparsa di tumori in età adulta.
Non dimenticare che i colpi di sole non si prendono solo sulla spiaggia.
Qualunque sia l’attività all’aria aperta, un’escursione in bicicletta, una passeggiata, etc…, è sempre opportuno proteggersi con un trattamento solare.
Attenzione alle circostanze che aumentano il rischio o riducono la percezione del pericolo: altitudine, cielo leggermente nuvoloso, superfici riflettenti (neve, sabbia, acqua), vento fresco.
Indossare cappello ed occhiali da sole con lenti omologate, in grado di filtrare gli UVA e gli UVB (etichetta CE). Proteggere inoltre i bambini con una maglietta asciutta: una maglietta bagnata lascia filtrare gli UV.
Asciugarsi bene dopo ogni bagno. L’effetto specchio delle goccioline favorisce i colpi di sole e riduce l’efficacia dei prodotti di protezione anche se resistenti all’acqua.
Bere molta acqua e spesso. Il sole disidrata in profondità il nostro corpo. Prestare particolare attenzione alle persone anziane, che hanno una sensazione di sete ridotta, ed ai bambini piccoli, che hanno più bisogno d’acqua ed una termoregolazione meno efficace.
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6 regole per il bagnante


Non nuotare mai a stomaco pieno o completamente vuoto: attendi, dopo un pasto
abbondante, almeno 2 ore.

Evita gli alcoolici!

Non tuffarti sudato in acqua: il tuo corpo deve gradualmente abituarsi!

Non tuffarti in acque torbide o sconosciute: le situazioni sconosciute presentano pericole.

Non lasciare bambini incustoditi vicino alla riva: essi non conoscono i pericoli.

Materassini e oggetti gonfiabili ausiliari per il nuoto non devono essere usati in acque profonde: essi non danno alcuna sicurezza.

Non nuotare lunghe distanze da solo: anche il corpo meglio allenato può subire debolezze.

 

 

 

 

 

Se in questa pagina avete trovato delle inesattezze o delle mancanze, fatemelo sapere.

 

in sottofondo   U MARI   -   canta il Trio  "EOLO, POSEIDONE & ELIOS"