In Sicilia, come d'altra parte in tutto il resto del mondo, la magica festa del Natale, nata nel 350 d.c. dalla chiesa d'Occidente, viene celebrata sotto tutti i punti di vista. Tradizioni antiche e nuove, religiose, folcloristiche e gastronomiche si fondono insieme per rendere questo periodo dell'anno, il Natale, unico nei festeggiamenti della nascita di Cristo il 25 dicembre.

Sono molte le ricette delle pietanze proposte in questo periodo, la tavola si imbandisce di piatti unici, tali per la grande varietà di ingredienti contenuti in essi.
 Tra questi l'impanata, variante del pastizzu, tipico piatto siciliano della provincia di Caltanissetta, dovuto alla pass
Risultati immagini per natale 2018 siciliaata dominazione spagnola, o lo sfincione, un particolare pane consumato a Bagheria in provincia di Palermo.
Tra i primi piatti abbiamo il pasticcio di Natale della città di Noto, o il timballo di riso, piatto natalizio della Sicilia orientale.

La pasticceria è un trionfo di dolci a base di pistacchio, mandorla, miele, cannella e zucchero, ed ancora cioccolata, vaniglia e ricotta.
Come la Cuccìa di Santa Lucia, che inaugura le festività natalizie, pietanza preparata appunto per il 13 dicembre, giorno della festa patronale; e la cassata che richiede ingredienti come il pan di spagna, la crema dei cannoli e la glassa di zucchero.
Altri dolci siciliani natalizi sono il buccellato, il torrone come la cedrata, ottenuto cucinando scorze tritate di cedri ed arance insieme a miele, cannella e vaniglia, i mostaccioli o mustazzola, l' aranciata antichissimo dolce natalizio della Contea di Modica, che può essere preparato utilizzando scorze d'arancia, cedri, limoni, mandarini e mandaranci e poi ancora i dolcetti con fichi, anticamente offerti alla fine delle novene natalizie.

A simboleggiare l'arrivo delle feste vi è anche il fiorire di Presepi, di diverse fogge, tipi e materiali come il legno, l'oro, l'argento, l'avorio ed il corallo che troviamo in molte località. Antica tradizione risalente al XVI secolo, questi ultimi sono la rappresentazione iconografica per eccellenza del Natale.

Interi paesi si trasformano in presepi dal vivo, dove gli abitanti tra il suono delle zampogne ed i canti delle Novene, spesso commissionate da committenti privati ed eseguite all'interno delle loro abitazioni in prossimità del presepe, si vestono di antichi abiti ed inscenano antichi mestieri. Il più antico di questi è quello di Custonaci, in provincia di Trapani, all'interno della grotta di Mangiapane.
A Longi, in provincia di Messina, i presepi sono accompagnati da canti dialettali natalizi o da suoni di strumenti antichi come la zampogna "a chiave" utilizzata a Monreale (in provincia di Palermo), o quella "a paio" suonata a Licata (in provincia di Agrigento). L'antica arte di questi suonatori viene tramandata con la manifestazione "La Zampogna d'Oro", che si svolge ad Erice (in provincia di Trapani), evento che coinvolge zampognari che giungono da tutta Italia.

Ancora a Caltagirone, troviamo presepi realizzati prima di creta, poi di ceramica, talmente belli da fare di questa arte popolare, nel corso dei secoli, un'attività artigianale. Anticamente i Santari ed i Pasturari modellavano e coloravano le figure della Natività, realizzavano i "Bambinelli", sfruttando la duttilissima cera e le Scaffarate, cioè la rappresentazione della Natività posta su una bacheca a vetri, esposta durante tutto il periodo natalizio e conservata gelosamente durante il resto dell'anno. Pregiati anche quelli che a Noto che si trovano nella cripta dei Cappuccini e sulla scala di Santa Maria del Monte, quello di Ispica (in provincia di Ragusa), risalente al XVIII secolo e visibile nella Chiesa della Santissima Annunziata; altri esempi di presepe siciliano si trovano nella cittadina barocca di Scicli, (in provincia di Ragusa) dove nella Chiesa di San Bartolomeo, ne abbiamo uno dei più antichi ma fortemente danneggiato da un terremoto, o in provincia di Trapani dove sono realizzati soprattutto di finissimo corallo.

 

 

 


A Catania esiste un presepe in cui i personaggi sono fatti di una "pastiglia" particolare e rivestito di pittura resinosa. E' quello d'origine settecentesca di proprietà del barone Scammacca. Altro esempio suggestivo della Natività è rappresentato dal presepe settecentesco, presente ad Acireale (in provincia di Catania) costituito da una trentina di personaggi di grandezza

 naturale che si trova dentro una grotta lavica.

Le feste si chiudono con la celebrazione dell'Epifania il 6 gennaio, durante la quale in alcuni paesi della Sicilia come Piana degli Albanesi, Mezzojuso, Contessa Entellina e Palazzo Adriano, ricordano il battesimo di Gesù , tradizione tramandata dalle antiche comunità albanesi.

In chiesa o in piazza viene posta una vasca ricolma d'acqua, durante la funzione il celebrante immerge per tre volte una croce in queste vasche e la terza volta la colomba, che nella tradizione religiosa rappresenta lo Spirito Santo, è liberata e può effettuare il volo.
A Bordonaro, poco distante da Messina, in questo giorno nella piazza principale della città è allestito il pagghiaru, cioè un abete natalizio formato da una pertica di nove metri circa rivestita di verghe, fogliame ed agrumi, ciambelle e cotone, in cima vi è una croce alta due metri, anch'essa addobbata con frutta, nastri, ciambelle e forme di pane.
A Mussomeli infine, per la gioia dei bambini, tre abitanti del luogo mimano l'arrivo dei re magi a cavallo.

 

 

LE VECCHIE DI NATALE. 

Viviamo in un tempo caratterizzato da mutamenti e da effimere quanto inconsistenti forme di memoria individuale e di gruppo.

Comportamenti in rapida evoluzione, disancorati dal peso delle tradizioni, connotano anche il vissuto sociale della nostra Isola.

Nei suoi contesti tradizionali tuttavia si manifestano momenti di consapevole resistenza a una "modernità" che, per essere consumabile, ha bisogno di negare immagini troppo forti o durature della propria identità. In tale orizzonte ideologico, del resto, il folklore è stato fatto oggetto di una crescente promozione turistica, caratterizzata da visioni estetizzanti e superficiali, adeguate a non "lasciare il segno" nel vasto e variegato pubblico dei fruitori. Di segni invece radicati e tenaci, perché elaborati collettivamente in tempi lunghi e atti a sfidare i cambiamenti, è composta la cultura dei siciliani che vivono e lavorano nei rioni e nei mercati popolari delle città o dei piccoli centri.

Il valore di questi segni costruttori di memoria non appare oggi soltanto campo delle analisi di storici e antropologi. Sempre più forte si pone l'esigenza dei ceti tradizionali di autorappresentarsi come detentori di un patrimonio di pratiche cerimoniali, ludiche ed ergologiche che hanno fatto, insieme ad altre, la storia della Sicilia. In questa dimensione le feste si ostentano, più che in passato, come luogo privilegiato per l'esercizio di molteplici negoziazioni dell'identità locale. Non potrebbe essere altrimenti, dal momento che esse costituiscono i serbatoi più ricchi di un sapere in grado di qualificare ancora attori e partecipanti di fronte alla comunità. Oggi l'esigenza mediatica di "stare sulla scena" genera alcune delle dinamiche di cambiamento cui, a livello di superficie, le feste sembrano sottoposte. Viceversa, la stessa natura pubblica e comunitaria dello spazio in cui annualmente esse prendono forma condiziona il permanere delle loro strutture profonde.

Esiti di una prassi dalla lunga durata, le celebrazioni tradizionali rispondono a quel bisogno di produzione simbolica e di orientamento collettivo nella realtà che sono alla base di ogni cultura.

Grazie alle loro stratificazioni semantiche, le feste comunicano esperienze fondamentali sul mondo: la sua rigenerazione, il suo rinascere secondo processi di ciclica ripetizione. Se anche i contesti storici ed economici, preagrari e agrari, che le hanno generate dovessero diventare solo un referente ormai inconsapevole, il senso del rinnovamento perenne della vita (cosmica e umana), trasmesso attraverso le immagini festive, continuerebbe a svolgere le sue funzioni fondanti: di propiziazione del futuro, di sconfitta incessante della morte.

L'intenso impatto emotivo e simbolico delle liturgie tradizionali rende conto quindi del loro permanere e anzi del loro moltiplicarsi nella società attuale, dominata dalle macchine. Il tempo della festa apre infatti a una dimensione speciale dell'esistere, in cui il corpo, il cibo, il dono divengono elementi di un diverso codice di accesso alla realtà, al sacro. Così è in Sicilia nelle feste di tuttoRisultati immagini per Orso di Saponara il ciclo annuale, in cui l'albero o la spiga, le fave verdi, gli agrumi e i pani, che adornano i simulacri recati in processione o le tavole votive dedicate ai patroni, alludono ancora alla "verità" dell'eterno ricominciamento dei cicli stagionali e vitali.

Come le numerose maschere, in forma animale (l'Orso di Saponara e il Cammello di Casalvecchio, in prov. di Messina; il Serpente di Butera, in prov. di Agrigento) o di demoni agrari (il Foforio di Mezzojuso e i Diavoli di Prizzi, in prov. di Palermo; i Giudei di San Fratello, in prov. di Messina, il Nardu di Sant'Elisabetta, in prov. di Agrigento) che continuano a proporsi come segni della potenza rigeneratrice della natura. Non diversamente, per il valore sacrale connesso al cibo (ricettacolo di energie), il consumo di grandi quantità di alimenti caratterizza in chiave augurale le celebrazioni festive. L'abbondanza goduta collettivamente, anche attraverso i circuiti cerimoniali del dono fra parenti e amici, fonda e rinsalda la solidarietà sociale.

In tale universo ideologico, non è un caso che le donne assumano uno statuto particolare. In quanto procreatrici, esse sono associabili infatti sul piano simbolico alle forze cosmogoniche - il seme, l'uovo - e agli emblemi della vita potenziata espressi dall'abbondanza alimentare e in genere dalla ricchezza. Così i loro compiti rituali, tra cui le questue di cibo e denaro effettuate per soddisfare un voto, insistono sul modulo centrale del potere degli alimenti, del valore della nutrizione e della continuità sociale.

La simbologia arcaica incentrata tenacemente sulle immagini della fecondità e del rinnovamento, ancora oggi ovunque attestabile in Sicilia, giustifica quindi la ridondanza dei tratti comportamentali e simbolici che caratterizzano l'intero ciclo calendariale. In modo emblematico consente di cogliere il significato profondo di certe figure femminili che ritornano anno dopo anno nello scenario delle celebrazioni natalizie e, sia pure residualmente, nel panorama di molte altre feste.

Esse appaiono nelle drammatizzazioni di fine-reinizio di un ciclo. Vecchia, Vecchia strina, Strina, Vecchia di Natali o di Capudannu, Carcavecchia, Nunna vecchia sono le denominazioni locali più comuni di una maschera, un tempo presente in tutta la Sicilia nelle notti del 24, 31 dicembre e 6 gennaio e nel periodo di Carnevale-Quaresima, in cui assumeva la denominazione di Nanna, Sarramònica o Coraìsima. La Vecchia appare correlata alle strenne e, oggi in modo privilegiato ma non esclusivo, ai bambini. Condivide ovviamente la sua identità profonda con la più nota Befana (Tufània) apportatrice di doni e paurosa abbastanza da competere con lei nell'elargizione di carboni neri quanto le colpe dei piccoli disubbidienti.

La Vecchia ha però qualcosa in più. Se giunge di notte non lo fa sempre silenziosamente, anzi il suo arrivo è caratterizzato da frastuoni assordanti realizzati con gli strumenti più vari (corni di bue, cerbottane e buccìni di mare, campanacci, padelle, pentole e casseruole), da grida acute e da fischi da abisso infernale. Così era a Mezzojuso, quando la sera del 24 dicembre irrompeva il fantoccio di una vecchia grinzosa e lacera, o ad Alia (Pa) dove un uomo travestito, con bisaccia a tracolla e rocca e fuso in mano, veniva annunciato dal chiasso provocato da zufoli e tamburelli.

 

 

Mercatini di Natale in Sicilia 2023 e Villaggi di Babbo Natale

 

Piuttosto che essere "ignorata" dagli ansiosi destinatari dei suoi regali, come la Befana (pena il castigo!), la Vecchia ama essere chiamata a squarciagola, anzi invocata e richiesta di doni. A Isnello (Pa) la notte del 31 dicembre i contadini questuavano infatti alimenti di porta in porta secondo una formula tradizionale che evidenziava nella Nunna vecchia la vera fonte delle elargizioni. La stessa Nunna ama del resto raccoglierne per le strade, come avveniva ad Alia o a Gratteri (Pa) dove, fino agli anni Sessanta, la notte di Capodanno tante erano le Vecchie che giravano nei quartieri per richiedere cibi. Oggi è la maschera che cavalca su un asino, in mezzo a un corteo rumoroso, a lanciare sulla folla caramelle, dolci tipici e frutta secca acquistati dalla Pro Loco. Il corteo è sicuramente uno dei tratti costanti dello scenario rituale in cui questa figura prende forma.

Ad accompagnarla sono sempre brigate di ragazzini e giovani che la tradizione vuole siano suoi figli, "i figghi dâ Strina". A Strina, a Strina! è del resto la formula intonata da svariati gruppi di monelli, un tempo anche di adulti, che vanno in giro a questuare dolci, frutta secca e denaro, ammassati in un paniere o in un sacco per una scorpacciata finale.

 

 

 

Con la sua controfigura mitica - la Befana - la Vecchia condivide però alcuni tratti. Ama sbucare, da Natale all'Epifania, da grotte, monti, castelli dirupati, guidando carovane di muli carichi di beni (rètini) che poi distribuirà. Il suo aspetto ugualmente pauroso - malgrado l'allegria con cui viene accolta - è reso minaccioso, con più pregnanza di quanto non facciano i dispetti o le punizioni della Befana, dalla credenza che una volta le Vecchie filassero lunga o breve, a seconda dei comportamenti, la vita degli umani.

Un pò benefattrici, un pò Parche dunque le Strine siciliane, che con tante altre entità consimili, più antiche e recenti, mediterranee ed europee, condividono statuto e funzioni simboliche. La loro contiguità con il tempo e lo spazio liminari (le notti, i luoghi selvaggi), con i frastuoni caotici ma festosi, con i colori della morte (il bianco o il nero dei loro mantelli) ma anche con gli odori della vita (i cibi e i dolci speziati elargiti in dono), queste portatrici di strenne (da qui la nostra strina e la strenua dei Romani) alludono all' eterno trascorrere dell'anno dalla fine all'inizio, dalla chiusura alla sua augurale riapertura.

Le modalità qualificanti queste maschere, le cui azioni festive non debbono essere scisse dal sistema di credenze ancora oggi radicato nell'immaginario folklorico, rimandano all'orizzonte simbolico della Grande Dea, figura antropomoffizzata dell'intera natura che in sé contiene vita e morte e il loro reciproco generarsi. I segni di questo codice antichissimo ma continuamente rifunzionalizzato, che traducono l'esperienza di un "principio" vitale perennemente riproducentesi, appaiono imperniati sulla divina facoltà di stimolare e distruggere ciclicamente la crescita, l'abbondanza, la varietà delle forme naturali. Fertilità e ambivalenza connotano dunque l'antica Dispensatrice in una dimensione simbolica che ne ha rappresentato, durante un tempo lunghissimo, i volti cangianti e molteplici e il patrocinio su ogni aspetto dellRisultati immagini per pupidde di pasta'esistente. Ecco perché assumono ancora oggi valore di propiziazione le pupe e pupidde di pasta o di zucchero donate e consumate in Sicilia nei rituali funebri, da Natale a Capodanno o in alcune feste patronali, in prossimità della conclusione-ricominciamento di un ciclo. Le bambole di pasta in sembianze giovanili, le Vècchie cariche di alimenti, questuati o tratti dalle viscere della terra, veicolano il medesimo significato: assumere in sé o ostentare nello spazio socializzato il principio procreatore per eccellenza, il principio femminile (anche quando paradossalmente a rappresentarlo nella scena rituale è un uomo, come avviene tuttora a Gratteri).

La Vecchia di Natale - tempo di ogni rinascita - coniuga dunque l'aspetto fecondante della moltiplicazione, grazie alla sua associazione con la copiosità alimentare, e quello dell'esaurimento energetico, tramite la sua figurazione di Anziana. Vecchia i Natali mancia pira cotti! si gridava infatti a Ciminna per enfatizzarne la bruttezza e la mancanza di denti.

Donatrice di vita, essa è anche regolatrice dei destini, nel suo aspetto di Parca. Se condivide quindi con la Befana, Babbo Natale, San Nicola e i Morti, sue controfigure più o meno addomesticate, lo statuto di antenata apportatrice di beni, il sistema di credenze e di leggende ancora attuale in Sicilia ne denuncia qualità più complesse e totalizzanti. Non è un caso che l'aspetto "materno" della Strina venga tuttora marcato dalla rappresentazione che rende suoi figli, numerosi e anonimi (una vera folla!), coloro che evocandola richiedono e ottengono doni (come a Vicari e a Isnello).

 

Natale ad Acireale 2023 | Circuito dei Presepi | PROGRAMMA

 

Lo stesso formulano tipico dei questuanti continua a correlare, sia pure in chiave ludica, la sua figura con l'idea della procreazione.

A Calamonaci (Ag), le strofe intonate dai bambini durante i giri di raccolta contengono maledizioni e invettive, per coloro che non manifestano la dovuta prodigalità, anche a sfondo sessuale.

Così essi cantano di porta in porta: La strina, la strina / la bedda matina. // S'un nni dati un cicireddu / vostru maritu cci cadi l'aceddu. // S'un nni lu dati ora ora / vostru maritu vi ietta fora.// La strina! Buon anno! (La strenna, la strenna / la bella mattina. // Se non ci date un cece [metaforico per "piccolo dono"] / a vostro marito cade l'uccello. // Se non ce lo date subito / vostro marito vi butta fuori. // La strenna! Buon anno!).

Strina e contemporaneamente stria (strega), questa maschera rituale perpetua ancora (insieme ad altre) un linguaggio cerimoniale in cui, tra augurio e minaccia, la vita continuamente si celebra, la morte si sconfigge.

Fatima Giallombardo

 

Natale Bronte 2023

 

 

L'atmosfera che si respira nelle città, nei piccoli paesi, nei parchi e nei boschi della Sicilia è davvero unica al mondo. Impossibile resistere ad una terra che raccoglie e conserva diverse culture e tradizioni, soprattutto a Natale.
Con i primi freddi invernali arriva il Natale. La bellissima terra di Sicilia ci accoglie con il tepore di un clima benevolo e la brezza proveniente dal mare, l'atmosfera delle sue feste barocche, i profumi intensi della natura e della cucina. Presepi, passeggiate, musica, fiaccolate e dolci, in un intrecciarsi di sacro e profano, di devozione religiosa e peccati di gola.

Sempre presente nelle case è il vischio, pianta con proprietà medicinali riconosciute fin dall'antichità, segno di augurio, simbolo di buon auspicio. Un'altra antica e affascinante tradizione popolare sono le "candelore di Natale" grazie alle quali si crede di conoscere in anticipo il clima dei dodici mesi dell'anno nuovo. In pratica i dodici giorni che precedono il Natale rappresentano ciascuno un mese dell'anno che verrà e in base al clima che fa in quel giorno si prevede quello del mese rappresentato.

 


 

Ma in Sicilia non è Natale se non c'è il presepe. Domestico, vivente o artistico, fatto con i più svariati materiali, dalla cera al corallo, è la nota dominante, il simbolo più rappresentativo di queste feste. A Scicli (Ragusa), nella Chiesa di San Bartolomeo, è custodito uno dei più antichi. Purtroppo oggi possiamo ammirare solo alcune sculture in legno alte circa un metro e mezzo, il resto è stato irremediabilmente danneggiato da un terremoto.

Caltagirone si pregia di presepi in ceramica realizzati dagli artisti Bongiovanni e Vaccaro che nel 1700 resero la cittadina celebre. A Modica, in provincia di Ragusa, se ne conserva uno di dimensioni monumentali, fatto con rocce calcaree, legno di quercia e carrubo presso la chiesa di Santa Maria di Betlem.
In provincia di Trapani i presepi sono fatti soprattutto di corallo, a Catania esiste un presepe particolarissimo in cui i personaggi sono fatti di una "pastiglia", un impasto particolare rivestito di pittura resinosa.

        


 Uno dei più famosi è il presepe vivente di Custonaci, in provincia di Trapani, che ha il suo scenario naturale nella vastissima grotta
Mangiapane il cui nome deriva dalla famiglia che vi ha vissuto per diverso tempo. All'interno c'è un piccolo borgo di case che era abitato fino alla metà del secolo scorso.
Ma addirittura interi paesi si trasformano in presepi dal vivo, gli abitanti si vestono di abiti antichi, le botteghe riscoprono antichi mestieri, le donne preparano il pane e la pasta o filano la lana con i fusi.
A fare da cornice antiche melodie, i canti della Novena, il suono caratteristico delle zampogne. Ad Erice (Trapani), incantevole cittadina medievale, numerosi zampognari giungono da tutta Italia per aggiudicarsi la "Zampogna d'oro".
In provincia di Messina il Natale si festeggia attraversando i boschi con le torce, al seguito della processione di pastori nel cuore dei monti Nebrodi. E nei dintorni di Palermo, precisamente a Ciminna le sere della Novena, in attesa della Natività, tutto resta illuminato solo da innumerevoli falò.
Rossana Cacace

 

    

 

 

 

I NANAREDDI

 

 

 

 

 

  

NATALE A SANT'ALFIO 2023 - etnalife

 

ll fascino antico di usanze e costumi che il dialetto trasformava in «musica»

 

Natali che toi, Pasqua ccu ccu voi! recita un antico proverbio Siciliano. Il modello è quello della Sacra Famiglia. E questo rito ha nella tradizione del focolare domestico che siede attorno al ceppo la sua consacrazione. Stare davanti al ceppo è un'occasione per riunirsi, discutere, riscaldarsi, scambiarsi gli auguri. È simbolo di vitalismo, di luce, della natura che muore per rigenerarsi. Il suo scoppiettare in singole pungenti faille, equivale allo scoccare stesso della vita. Al ceppo vengono affidati i sogni che ciascuno nasconde, anche se, poi, una volta consumato resta solo la cenere. In tutta la Sicilia, il sapore delle tradizioni Natalizie continua ad affascinare.

Nelle scuole e nelle chiese, soprattutto, ma anche nelle case private viene allestito l'albero di Natale e montato il presepe. Ma quante usanze popolari si sono perse nel tempo? La riscoperta di queste tradizioni passa attraverso un ritorno alla conoscenza del dialetto siciliano. Il dialetto, proprio perché origina dalle genuine e spontanee quotidianità del popolo, resta il migliore mezzo di apprendimento. Ritornare al passato può servire da stimolo per rivisitare e meglio comprendere il presente. Studiosi delle tradizioni popolari come il Pitrè, Vigo, Salomone Marino, Serafino Amabile Guastella, non sono passati invano. A loro si debbono le riscoperte di usi e costumi che altrimenti sarebbero andati irrimediabilmente perduti per sempre.

 

Natale a Milo 2023

 

Proverbi, detti, giochi dell'infanzia, prelibatezze culinarie, rituali cabalistici e molto altro ancora. Agli inizi del ‘900, a Catania era abituale ‘A cunzata d'a Cona, cioè l'addobbo degli altarini e delle Icone, meglio se raffiguranti la Sacra Famiglia. Sull'origine della Cona si conosce ben poco. Di solito, dopo la festa dei Morti, si apriva il Mercato della Cona.

I venditori ambulanti con i loro carretti, cominciavano già il giro per i quartieri per vendere il materiale occorrente: Asparagi selvatici (sparacogna), cotone idrofilo (cuttuni sciusu) e Ferru filatu duppiu (fil di ferro, spesso). Quel che è certo è l'enorme partecipazione popolare che si raccolse attorno ad essa. Un modo spontaneo per aggregarsi e nello stesso tempo per pregare. L'addobbo zeppo di frutti di stagione e di ogni altro ben di Dio, oltre a simboleggiare il miracolo della riproduzione dei frutti della terra, a volte consentiva ai più poveri del quartiere anche di sfamarsi.

Capitava che le Cone venivano totalmente depredate. Da qui, in senso dispregiativo, nasce il detto tutto catanese Ti mangiasti e ti futtisti na cona. La Novena da cantarsi ogni sera davanti la Cona aveva inizio il 16 dicembre per protrarsi fino alla vigilia del 24. Nove erano i giorni della recita per simboleggiare i nove mesi di gestazione della Vergine Maria; Nove erano le candele poste sul davanzale dell'altarino da accendere una per ogni giorno di recita; Nonareddi erano chiamati gli incolti suonatori, trasandati e derelitti (meglio conosciuti come l'ovvi, in quanto spesso non vedenti), che intonavano nenie dietro compenso di un bicchiere di vino fresco e una manciata di biscotti. Il poeta chiamato a recitare, quando scatasciava (diceva ciò che non doveva dire) veniva "bonariamente" invitato ad attenersi al tema.

 

      L'albero di natale più grande del mondo fatto con dei lumini , 22 December | Event in Misterbianco | AllEvents.in

 

La Novena si divideva in due parti ben distinte: La prima era rigorosamente religiosa e comprendeva litanie in latino maccheronico; la seconda, invece, detta ‘A Junta, quasi sempre richiesta dal committente, era piuttosto folcloristica e comprendeva brevi danze con la diretta partecipazione del pubblico. In questo caso, le candele di cera venivano spente. Quando ai Nonareddi si preferivano i Ciaramiddara, la musica era diversa. Sin dal giorno dell'Immacolata, con lo strumento stretto su un fianco, calavano a frotte da Maletto, Randazzo e Bronte. Avvolti nelle loro robuste pelli, calzavano calosce di gomma ('i scappitti). La suonata de Ciaramiddari comprendeva 4 pezzi (detti caddozzi) dalla durata di dieci minuti ciascuno. Per tutto il periodo della natività lavoravano tantissimo. Per la loro esibizione, non chiedevano che pochi spiccioli. Ma a fare festa, c'era pure 'U mascularu colui il quale, al termine di ogni esibizione accendeva i mortaretti. Tutte le sere i ragazzi sciamavano in gruppo. A quel tempo non venivano definiti bulli ma semplicemente… monelli. Per loro, lo zampognaro, era u viddanu calatu de muntagni. Gli cantavano: Mmeru… Mmeru… lu ciaramiddaru… tri pirocchi l'assicutaru; l'assicutaru vanedda vanedda e ci scassanu la ciarammedda.

Santo Privitera - 22/12/2012

 

 

     

 

 

«A Pasqua e Natali sulu pi cu avi dinari»

 

Le feste natalizie, come da tradizione, sono precedute da una serie di ricorrenze liturgiche che la poesia popolare in rapida successione riassume: 'E quattru Barbara, 'E sei Nicola, 'E ottu Maria, 'E tridici Lucia, 'O vinticincu lu veru Misia. Era un proverbio che indicava efficacemente le date dei Santi festeggiati nel mese di dicembre. Ma detti e proverbi legati alla Natività si sprecano.

A Catania, Pari 'u spavintatu da stidda si dice a chi si lascia incantare troppo facilmente. Il riferimento alla stella cometa che con la sua luce accecante abbagliò i pastori di Betlemme, appare evidente.

Di fonte a una tavola bandita di ogni ben di Dio, i nonni ammonivano i loro nipotini: Panettone più torrone più capitone, uguale indigestione. Il problema non si poneva per le famiglie meno abbienti che invece si accontentavano di pane, legumi e Baccalaru (stoccafisso). Ancora oggi, quando le feste di Natale passano, si nota la delusione sul volto della gente. Allora, Doppu Natali, lu friddu e la fami.

La festa era attesa per dodici lunghi mesi, perché Da Natali a Santu Stefanu, non è comu Santu Stefanu a Natale. La sintesi che racchiude il significato di questo proverbio è perfetta, conferma una volta di più la duttilità del dialetto siciliano nella sua forma così come nella sostanza. Che dire della fervente attività che si sviluppava in città al tempo in cui il Natale si viveva con spontanea naturalezza? Anche se i primi preparativi cominciavano subito dopo la festa dei Morti, solo l'8 dicembre, pp'a 'Maculata (per l'Immacolata Concezione), si dava il via ai festeggiamenti ufficiali. Le zolle di muschio appena colto dalle stradelle di campagna o dai muri 'a cruru (muretti di pietra) servivano per l'allestimento del Presepe. Mentre il suono delle ciaramelle invadeva le vie del Centro storico, si preparavano le Cone per la Novena serale.

Il segno della X sui muri dei cortili, stava a indicare che dal 16 al 24 dicembre in questo determinato luogo si sarebbe cantata la Novena.

Ai primi anni '60 de secolo scorso, l'usanza della Novena andò in soffitta. Scomparsi i vecchi Nonareddi, sventrata una consistente parte del vecchio S. Berillo dove sparsi per i vari cortili si trovavano antichi pittoreschi altarini, il Natale Catanese, come accadde nel resto del mondo, si arricchì di nuove insegne: quelle del consumismo. Oggi ritorna prepotente un detto creduto scomparso: E' Pasqua e Natali sulu pi cu avi dinari.

Santo Privitera

 

 

 

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L'albero di Natale più raro del mondo è in Sicilia: per ammirarlo si va sulle Madonie

 

 

 

 

 

 

Natale in Sicilia - C’era una volta “u bammineddu…”

Testo a cura di Alfonso Stefano Gurrera. Giornalista free lance iscritto alla FLIP (Free Lance International Press). Esperto di gastronomia e viticoltura siciliana. Collabora con le testate: Quaderni del Pitrè, La Sicilia, Sicilia in Viaggio, Blumedia, il Sommelier. Autore del libro di cultura gastronomica Rigatoni... fuori dalla Norma Ed. Greco.

 

“San Giuseppe cu Maria sinni ieru a fare via”: era la colonna sonora dei Natali in Sicilia fino agli anni ‘60/70. Una dolce nenia accompagnata dal flautato suone delle zampogne. Apriva, nei quartieri popolari, guarniti dalle icone della Sacra Famiglia, e “parate” con arance, bacche e alloro, la novena rituale dell’Avvento. Aveva inizio, nel calendario gregoriano, nel giorno di S. Lucia per concludersi alla sera “d’a vigilia”, ovvero la Santa Notte della nascita “du bammineddu”. Verga così la descrisse ne ”I Malavoglia”: “Davanti ad ogni casa c’era la cappelletta adornata di frasche ed arance, e la sera vi accendevano le candele, quando veniva a suonare la cornamusa che era una festa per ogni dove”. I musicanti giungevano da Bronte e da Maletto dove sia la fabbrica dello strumento la “ciaramedda” che i canti venivano tramandati di padre in figlio.

 

Nel repertorio “ninnaredde” o “nannaredde”, rievocanti la storia sacra, l’Annunciazione e l’adorazione dei Re Magi. Queste tradizioni prevedevano che lo zampognaro “calatu” da Maletto o de ‘i Munciuffi”, con “i scarpitti ‘i pilu” simili alle “ciocie” laziali dei burini, girassero per le case dei “parrusciani” per suonare durante la Novena. Era il dono più attteso dai bambini: arrivava dopo la recita del Rosario recitato, e tramandato, in dialetto, perché potesse seguirlo anche la servitù. Trovavano sempre, gli zampognari, già pronta “a rutta” (il presepe) con sparacogna, lippu” (muschio) felci, pietre e scorze di quercia, a volte di sughero, reperite nei boschi e lungo i torrenti. Ma il “Bambino” veniva deposto rigorosamente solo alla mezzanotte.

Era tanto grande, il presepe, quanto ne potesse contenere il piano del comò. Spesso scolpito in cera e talvolta adagiato sul carillon sintonizzato sulle note di “Tu scendi dalle stelle” e non “Bianco Natale”. Invece nelle chiese, dove si preparavano allora come oggi, grandi presepi, alcuni con complicati meccanismi mobili, come quello presente nella “Badiedda” di S.Agata, di fronte al Duomo, allo scoccare della Notte Santa si cantava l’ Adeste fideles. Nella grotta vi erano sistemati i pastori, ma quella che più spiccava era una figurina emblematica dello stupore popolare nei confronti della stella cometa, “u spavintatu da ‘a stidda”. Naso rivolto all’insù con l’espressione di meraviglia divenuta metafora.

 

Di recente, anche nel quartiere di pescatori ad Ognina a Catania, è stato ripristinato nel “Museo del Mare” un presepe con figure a grandezza naturale: offrono quei pesci dello Ionio, un tempo cibi tradizionali ‘a sira da ‘a vigilia e fra Gesù Bambino, Giuseppe, Maria e i pastori non mancano certo “u trizzoto” e la “ la sardara di Padron ‘ntoni come quella restaurata dal Capitano Grasso.

L’arte dei presepi diffusa in varie zone conserva oggi il suo primato nell’isola a Caltagirone. Oltre a quelli di terracotta, venivano anche organizzati nei paesi, presepi viventi, una sorta di Sacre Rappresentazioni, prime forme teatrali come quelle della Passione, per tramandare il racconto dei Vangeli. Le più famose sopravvissute sono quelle di Custonaci, Assoro ma nel catanese ancora sopravvivono quelle di Caltagirone, Motta, Giarratana, Bronte e Randazzo.

Quei Natali “poveri” hanno oggi perso tutta la loro…ricchezza. Nulla è più come prima e non si è salvata neppure la tombola familiare con “ciciri e fasola” per segnanumero. Intorno al “ceppo” sostituito dai termosifoni, solo giochi d’azzardo che nulla hanno a che vedere con la briscola “pazza” o col tressette amati dai nostri nonni. Sopravvivono per fortuna le “scuticchiate “. Oggi come ieri, il cibo costituisce la “santificazione” del rito, con usanze comuni o diverse, , da un paese all’altro, senza distinzioni sociali, perché legate ai prodotti locali e a tradizioni radicate nel costume.

 

 

 

 

Il Natale 2023 a Caltagirone | Mercatini Natalizi e Presepi | PROGRAMMAIl Natale 2023 a Caltagirone | Mercatini Natalizi e Presepi | PROGRAMMA

 

Natale a Bronte 2023

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Natale a Santa Venerina 2023

 

SCULICENZIA.OGGI MARTEDI 17 DICEMBRE S. LAZZARO-AMICHE ED amici,DA OGGI PARLEREMO DELLE ANTICHE TRADIZIONI CULTURALI NATALIZIE SICILIANE."""TI MANGIASTI NA CONA"""COMINCIAMO COL DIRE CHE CONA DERIVA DA ICONA,OVVERO IMMAGINE SACRA, EDICOLA VOTIVA,DA NOI CHIAMATA ANCHE ALTARINO.DAL PERIODO CHE VA DAL 16 DICEMBRE ALLA NOTTE DEL 24,NOVE GIORNI,SI FACEVA LA NOVENA ,POICHE' 9 MESI E' LA GESTAZIONE DEL BIMBO IN GREMBO E 9 GIORNI E'LA MUSICA CHE ACCOMPAGNA L'ATTESA PER LA NASCITA DI GESU'.IN QUEI NOVE GIORNI,UN GRUPPO DI MUSICISTI CHIAMATI NONAREDDI(STORPIATO IN NANAREDDI)PORTAVANO NELLE ICONE LA NOVENA DI NATALE.LA CONA,COME DETTA DA NOI E COME VEDETE NELLA MIA FOTO

 

 

VENIVA AGGHINDATA(PARATA)CON ASPARAGOGNA(ASPARAGO SELVATICO) MANDARINI,ARANCE,E QUALCHE DOLCETTO.SI METTEVANO 9 CANDELE,UNA AL GIORNO(DAL 16 AL 24)8 ROSSE(L'ATTESA) ED UNA BIANCA(LA NASCITA).LE CONE VENIVANO ALLESTITE NEI CORTILI DOVE LE PERSONE E TANTI BAMBINI,ALL'ARRIVO DEI NONAREDDI ASCOLTAVANO LA NOVENA SEDUTI E ALL'IMPIEDI.L'ULTIMO GIORNO E CIOE' IL 24 SI INSERIVANO DOLCETTI,FICU SICCHI(FICHI SECCHI)BALLATTULI(DATTERI)ED I MITICI E VERI CUCCIDDATEDDI DI NATALE,COME QUELLO IN FOTO(FATTO PREPARARE APPOSITAMENTE DA ME E DEL QUALE VI PARLERO' UN ALTRO GIORNO).ALLORA I BAMBINI NON ERANO ABITUATI A VEDER DOLCETTI E TUTTO QUEL BEN DI DIO...E COSI, IN UN ATTIMO DI ASSENZA DELLA SIGNORA CHE ALL'ARRIVO DEI NONAREDDI ENTRAVA IN CASA PER PRENDERE I FIAMMIFERI ED ACCENDERE LE CANDELE,ASSALIVANO LA CONA,RUBAVANO I DOLCETTI E SCAPPAVANO.LA SIGNORA LI INSEGUIVA CON LA SCOPA GRIDANDO="""SDISONESTI....VI MANGIASTURU NA CONA"" (FARABUTTI AVETE MANGIATO E SPOGLIATA DEL TUTTO LA ICONA) ECCO SPIEGATO IL TERMINE"""TI MANGIASTI NA CONA"" PER OGNI DELUCIDAZIONE IN MERITO,SARO' FELICE DI RISPONDER AD OGNI VOSTRA DOMANDA .SPERO DI ESSERVI STATO UTILE E MI RACCOMANDO TENETEVI IN LINEA E........""NON VI CALATI NA CONA"""

Gianni Sineri

Natale a Nicolosi 2023

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 

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