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Durante il periodo del Terziario, prima ancora che sorgesse il vulcano Etna, la valvola di sicurezza di un esteso settore del sottosuolo siciliano in ebollizione, era costituita dai monti Iblei, con le loro manifestazioni eruttive.

Agli inizi dell'Era quaternaria, circa un milione e mezzo di anni fa, la Sicilia era una terra selvaggia. Unita mediante un istmo alla penisola italiana, a causa del fenomeno di glaciazione che copriva sotto una spessa coltre di ghiaccio gran parte dell'Europa, dei complessi faunistici emigra¬rono verso Sud, in cerca di un clima più adatto alla loro sopravvivenza.

Le regioni siciliane del trapanese, del palermitano, del siracusano vennero invase dai complessi faunistici, composti da ippopotami, rinoceronti, elefanti e da altri mammiferi. Sin dai primi decenni dell'Ottocento i ritrovamenti fossili in molte caverne delle regioni su menzionate, rappresentano la più valida testimonianza della loro esistenza.

La zona compresa tra Giardini ed Augusta, e che nella parte interna si estendeva fino all'altezza di Enna, era un grande golfo, cosparso di colline, che a stento limitavano l'impeto delle acque del mare. Durante questa era geologica la Sicilia si staccava dalla penisola italiana e scompariva definitivamente il complesso faunistico durante l'ultima glaciazione. È da rilevare che i grandi ghiacciai che coprirono gran parte dell'Europa, non giunsero mai in Sicilia.

Proprio nel golfo si produssero delle manifestazioni eruttive sottoma¬rine che, lungo la costa Acicastello-Acitrezza, diedero luogo alla formazione, a circa cinquecento metri dal litorale, di isole che, successivamente, vennero denominate dei Ciclopi .

A causa di sconvolgimenti apocalittici, che determinarono abbassa¬menti e sollevamenti del suolo, l'attività vulcanica venne a cessare nei monti Iblei. Essa esplose più a nord. Dal sottosuolo emerse un vulcano sottomarino, che con le sue eruzioni prosciugò, attraverso i millenni, l'in¬senatura in cui era ubicato, creando l'imponente cono dell'Etna. Il golfo scomparve, la terra si assestò e prese la configurazione quasi simile a quella attuale.

Il vulcano, che domina il paesaggio della Sicilia orientale, raggiunge l'altezza di oltre tremila metri. Ha un perimetro di circa duecento chilometri quadrati. Attraverso i continui, approfonditi esami delle lave, si è potuto stabilire che il vulcano ha circa 500 mila anni di vita. Saranno forse 50 mila o 100 mila in più o in meno, poiché allo stato attuale degli studi, non è possibile stabilire con esattezza quando sia sorto.

 

 

Il vulcano nel VII secolo a.C. venne denominato dagli Elleni, co¬lonizzatori della Sicila, Etna. I Fenici, che in precedenza occuparono per molto tempo la costa orientale della Sicilia, denominarono il vulcano Etuna, che significa caligine, o Ettana, che significa fornace. I Saraceni, che si stanziarono nell'Isola nel sec. IX d.C, chiamarono il vulcano Gebel, preceduto dal vocabolo monte, donde monte Gebel, quindi Mon-gibello. In tempi recenti gli abitanti delle contrade etnee non si curano dei nomi Etna o Mongibello, e chiamano il vulcano con appellativo sbrigativo a Muntagna. Se poi qualcuno volesse pronunziare la parola Etna, difficilmente riuscirà a pronunziarla esattamente e, senza che possa aver coscienza dell'errore, dirà Ettina.

Secondo rilievi eseguiti da insigni vulcanologi, la prima eruzione risalirebbe a circa 475.000 anni fa. Le lave, che si estendono attorno al territorio del vulcano, ad eccezione di pochissime, appartengono a tempi ignoti. Le notizie pervenute intorno a quelle lave si presentano oscure, perché alcune sono state tramandate attraverso favolosi racconti, altre sono state indicate dagli storici in modo confusionario.

Si sarebbe desiderata una lista ben dettagliata delle eruzioni dell'antichità, ma la storia cronologica manca per difetto dei cronisti, o perché attraverso i secoli sono andati dispersi molti libri degli antichi storici che si sono occupati di vulcanologia.

Si tramandano comunque pochissime notizie sulle eruzioni della preistoria e, in parte, anche del periodo storico. Di alcune a stento si apprendono le epoche, senza poter designare il corso né la quantità delle lave, né le circostanze più importanti che le accompagnarono. Quindi le notizie si presentano scarse perché in gran parte sepolte nella oscurità dei secoli.

In epoca preistorica, in ordine di tempo, tre grandi eruzioni sommersero la vasta zona su cui sarebbe sorto l'agglomerato urbano di Catania. Esse prendono il nome di Santa Sofia, dell'Armisi, del Lóngane. La prima, di Santa Sofia, fu quella che costituì il colle di Cifali. La seconda, dell'Armisi, prese il nome da una antica contrada che si estendeva fino al mare e che venne sommersa dal magma. La costa, che all'incirca si estende dal promontorio su cui venne installato nella seconda metà dell'Ottocento lo scalo ferroviario della stazione centrale sino al porto, appartiene a questa colata lavica preistoria. La terza, quella del Lòngane, prese il nome dall'omonimo antico fiume, che sorgeva nella collina di Santa Sofia , perché il magma ne percorse l'itinerario, senza coprirlo o imprigionarlo, riversandosi nel mare, esattamente dove è sorto in tempi re¬centi il villaggio di S. Giovanni Li.Cuti. Il litorale, costituito da ammassi di ciottoli eruttivi levigati dal mare, detti cuti, è la più chiara testimonianza della remota origine della colata.

A nord di Ognina la costa presenta, tra Cannizzaro e Acicastello, lave preistoriche. Sembrerebbe che le località fossero state percorse da due direzioni. Durante tali colate il fiume Aci venne seppellito e si formò il capo dei Mulini, anticamente detto promontorio di Sifonia. Nella zona compresa tra Stazzo e Pozzillo si registrano lave antiche originatesi nelle vicinanze di Fieri, di cui il vulcanello di Monterosso dovette essere il centro esplosivo. Le località rocciose che si notano nella zona di Schisò sembra che si fossero formate da colate laviche pure antiche provenienti dal vulcanello di Moio.

 

Lo stesso Diodoro Siculo  riferisce che una vasta zona della Sicilia orientale durante l'occupazione dei Sicani fu sconvolta da una colata lavica di proporzioni gigantesche. I Sicani furono costretti ad abbandonare i luoghi in cui si erano stanziati, per stabilirsi nella parte occidentale dell'Isola. Secondo dati storici fomiti da Tucidide, i Sicani si sarebbero stanziati nell'Isola verso l'anno 1880 a.C. Poiché la loro occupazione durò circa 766 anni, è da prevedere che verso il 1114 a.C. si sia verificata la spaventosa colata lavica.

Trascorsi molti anni, i Siculi, provenienti dall'Italia centrale, si stanziarono nella vasta zona orientale dell'Isola, in precedenza occupata dai Sicani, verso l'anno 1034. Durante la loro dominazione, durata circa tre secoli, fino allo stanziamento dei Calcidesi in Naxos, avvenuto nel 735 a.C, non si sa di preciso se si siano verificate delle eruzioni, perché le antiche storie pervenute tacciono.

 

Dalla venuta dei Greci in Sicilia fino alla occupazione romana (263 a.C.) gli storici annoverano tre eruzioni, durante le quali fu devastata solo una piccola parte del territorio di Catania. Le date delle eruzioni sono contrastanti; nessuna di esse presenta una evidente attendibilità storica. La prima si sarebbe verificata nel 637 a.C. e avrebbe sommerso la zona di Cifali. Il luogo prese il nome di Pampiu o Campili, originario da Campus Piorum. Secondo la tradizione, due fratelli: Anfinomo e Anapia, celebrati da poeti  e coniati nelle monete, durante l'eruzione si sarebbero caricati sulle spalle i propri genitori in mezzo al torrente di lava, ponendoli in salvo .

La seconda eruzione avrebbe avuto luogo nell'anno 479 a.C. Di essa fa menzione il poeta Pindaro (518^138 a.C.) con una mirabile descrizione, trovandosi in quell'anno in Sicilia. Essa non apportò danni considerevoli.

La terza eruzione sarebbe avvenuta nel 396 a.C, al tempo in cui si combatteva un'aspra guerra tra il tiranno Dionisio il Vecchio di Siracusa e i Cartaginesi, guidati da Imilcone. E ricordata dallo storico Diodoro Siculo, il quale riferisce che i Cartaginesi, occupata Zancle (Messina), procedettero da Naxos verso il sud. Ma, sulla strada per Catania, s'imbatterono in una colata lavica che giungeva al mare e che li costrinse a deviare il corso della marcia, prendendo la strada dell'Alcantara, per occupare Catania .

 

 

 

737 a.C. - menzionata da Tucidide assieme ad altre eruzioni avvenute negli anni 477 e 427 a.C.;

693 a.C. - Detta anche "Colata dei Fratelli Pii", così chiamata a causa di una leggenda ambientata proprio durante questa eruzione. I Pii Fratres divennero tanto celebri che a Roma vennero venerati come semidei e lo stesso Virgilio vi si ispirò per la stesura dell'Eneide, nell'immagine di Enea che trae in salvo il cieco padre. I residui della colata li si sono trovati in pieno centro storico, al di sotto degli strati ellenistici e in alcuni casi coprenti ruderi arcaici. L'eruzione coprì in parte il fiume Amenano, forse dando luogo alla nascita del Lago di Nicito;

424 a.C. - In questa eruzione si formò il cratere Mompileri. Durò dal 425 a.C. all'anno successivo. Si tratta di una eccentrica regionale scaturita a nord di Nicolosi la cui conformazione è ancora una volta simile a quella del 693 a.C.;

396 a.C. - Le lave arrivarono sino al mar Ionio, impedendo al cartaginese Imiclone di giungere a Catania da Naxos secondo Diodoro Siculo;

122 a.C. - Secondo alcuni autori durò dal 121 al 122 a.C., secondo altri dal 122 al 123 a.C.;l'eruzione fu di tipo esplosivo. Durante l'eruzione una grande quantità di prodotti piroclastici, cenere e lapilli, coprì il versante sud-orientale del vulcano causando notevoli danni all'antica città di Catania. La città venne esonerata per dieci anni dal pagamento delle tasse;

252 - Secondo gli Acta Sanctorum, uno dei miracoli di Sant'Agata, postumo, fu quello di fermare una violenta eruzione con il velo sindonico esplosa l'anno dopo la morte della Santa, salvando così la città. Tale eruzione la si vuole originata dal cratere Monpeloso, situato tra Nicolosi e Tarderia (zona di villeggiatura di Pedara). Secondo la tradizione la lava che ne scaturì venne fermata alle porte della città, dunque secondo alcuni autori presso l'Anfiteatro che venne raggiunto, ma non distrutto. Tuttavia recenti analisi geologiche hanno potuto stabilire che l'eruzione che ha generato il monte Monpeloso risalgono al 300±100, confermandone quindi il periodo, ma le sue lave si fermarono nel territorio di Mascalucia, a notevole distanza dalle porte (fisiche) della città. Il concetto di città in epoca greca e romana era più ampio di quanto non si intenda oggi e comprendeva anche i territori (in greco antico chora) e i casali (le statio latine) del circondario. Nulla di strano dunque che si intendesse Mascalucia quale porta del territorio di Catania.

394 - Investì il territorio a nord di Acireale (Bosco d'Aci);

 

 

 

 

La storia di Tifone

Quando l'Etna si risveglia ad uscire dal sonno è in realtà il gigante Tifeo (o Tifone), costretto in eterno a sostenere su di sé il peso della Sicilia, in una sorta di crocefissione voluta dal re degli Dei. Viene spiegato così il motivo delle continue eruzioni del vulcano e delle scosse di terremoto nell'Isola.

Il mito di Tifeo è la storia di una lotta che si conclude con la sconfitta del gigante e che, fuggendo in Sicilia, viene inseguito e imprigionato per sempre sotto l'Etna. La tradizione popolare vuole, infatti, che Tifone sostenga la Sicilia in posizione supina con la testa verso est, i piedi verso ovest e le due braccia tese lungo il corpo nell'asse nord-sud. Ecco quindi Tifone sorreggere Messina con la mano destra, Pachino con la sinistra, Trapani è poggiata sulle sue gambe e il cono dell’Etna sta proprio sulla sua bocca, rivolta verso l’alto. Ogni volta che si infuria, Tifeo fa uscire fuoco e lava dall’Etna e ogni suo tentativo di liberarsi dalla prigionia eterna corrisponde ai movimenti tellurici dell'Isola.

Tifeo è figlio di Tartaro, personificazione degli Inferi, e di Gea, la Madre Terra. Dal giorno della sua nascita, il gigante mostruoso con centinaia di teste di drago, è stato destinato dalla madre a una lotta senza quartiere contro Zeus, colpevole di aver sconfitto i Titani, anch’essi figli di Gea.

 

 

tratto da “Catania - Le origini di Catania - Dal Quaternario al terremoto del 1693”

Giovanni Merode e Vincenzo Pavone - Edizioni Greco CT - 1993

 

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Durante l'occupazione romana dell'Isola (263 a.C. - 477 d.C.) si sa¬rebbero registrate in un periodo compreso tra il 140 a.C. e il 122 a.C. (18 anni) ben quattro eruzioni. Di esse, una fu catastrofica per Cata¬nia. È da ritenere, però, che sia stata una sola. Quale, di preciso, non è dato saperlo. Secondo alcuni storici è datata al 135 a.C; secondo al¬tri al 122 a.C. Il luogo dove fu squarciata la montagna dovette essere vicino alla città. Fanno testimonianza gli ammassi di scorie delle alture presso Gravina, paese distante pochi chilometri da Catania. Il fiume di lava, oggi impietrito, percorse prima uno spazio che lo conduceva verso la città. Poi, seguendo la direzione angolare della valle, andò a dirigersi verso il mare, in direzione di Ognina. La colata lavica venne denominata della Carvana . Si presentò imponente perché coprì come un lenzuolo la parte superiore di Catania, distruggendo la zona di Ognina. Non si esclude che vi siano state altre diramazioni verso il centro della città. Lo storico Paolo Orosio  riferisce che durante l'eruzione una fitta pioggia di cenere si riversò nella città, che per poco non rischiò di fare la stessa fine di Pompei. I danni furono ingenti e il senato romano fu costretto a sospendere al popolo catanese il pagamento dei tributi per dieci anni .

 

Altra eruzione si sarebbe verificata verso il 70 a.C, alcuni anni prima che si originasse la guerra civile tra Cesare e Pompeo. La popolazione catanese rimase atterrita dalle manifestazioni telluriche che accompagna¬rono l'eruzione, seguita da boati e da magma incandescente, che dal cratere centrale veniva emesso a grande altezza. Le stesse manifestazioni si verificarono nell'anno 44 a.C. Venne descritta dallo storico Tito Li¬vio. Il libro però si è smarrito e non si sono potuti conoscer i particolari dell'eruzione.

Lo storico Svetonio  riferisce che Caligola, venuto in Sicilia nel 44 d.C, sostando a Messina, fu costretto a ritornare a Roma subito, perché atterrito dai potenti boati emessi dall'Etna. Ciò sta a dimostrare che nell'interno del Vulcano, per oltre un secolo, si manifestarono sconvol¬gimenti e scuotimenti che suscitarono terrore e panico nelle popolazioni della zona.

 

Nel dicembre del 251 d.C, come riferiscono gli atti del martirio di S. Agata, si aprì una voragine nei pressi di monte Peloso, tra Pedara e Nicolosi. Fu una formidabile eruzione che invase le campagne della re¬gione etnea; il magma scese minaccioso verso Catania. Il primo febbraio del 252 il fuoco avanzò dalla parte di S. Giovanni Galermo. La folla deicontadini fuggì dalle contrade dell'Etna e andò a pregare sulla tomba di S. Agata. Si prese per la prima volta il Velo di lei e lo si portò in pro¬cessione fino a raggiungere le vicinanze del fuoco. Nello stesso istante il fronte della corrente si divise in tanti rami e si fermò. Era il 5 febbraio, il giorno della morte di S. Agata .

Una imponente eruzione fu quella che registrò il cronista Goffredo da Viterbo, al tempo di Carlo Magno. Essa si sarebbe verificata nell'anno 812. Lo stesso imperatore sarebbe rimasto atterrito dalle notizie che gli giungevano, trovandosi a Messina. Nessun documento storico attesta che nell'eruzione sia stato portato il taumaturgo Velo di S. Agata. Solo in una successiva eruzione avvenuta nel 945, come ci riferisce S. Metodio, si apprende che il Velo venne portato incontro ai globi infuocati.

 

 

 

 

1169 - L'eruzione scoppiò violentissima nei primi giorni di febbraio. Nel cataclisma la parte orientale della cima dell'Etna, secondo il Falcando, sprofondò e le lave arrivarono fino al mare passando a ponente del Castello di Aci (Acicastello);

1285 - Secondo lo storico Niccolò Speciale fu preceduta da un violento terremoto; le lave uscite fuori dal lato orientale divise in molti rami circondarono l'eremo di S. Stefano e devastarono una grande estesa di campagne; lo studioso Recupero opina tra Dagala e Bongiardo;

1329 - Una parte della colata invase il territorio di Mascali mentre l'altra si spinse a nord di Acireale; una terza colata minacciò Catania;

1381 - Raggiunse Catania coprendo il Porto di Ognina e seppellendo il fiume omonimo. Originatasi tra Tremestieri Etneo, Gravina di Catania e Mascalucia a 450-350 metri di quota, estendendosi per oltre 8 km verso est;

1408 - Investì Pedara, Trecastagni e Viagrande;

1444 - Minacciò Catania.

 

Come riferiscono le cronache del tempo, dopo molti anni di silenzio, si aprì una imponente bocca il 6 agosto 1381 (retrodatato a 1169) nei pressi di Rocca Musarra. La lava giunse fino alla porte della cittadina di Mascali. Nei giorni successivi altre bocche eruttive si aprirono, riversando il magma verso la città. L'immensa colata, che si divideva in diversi fronti, dopo aver seppellito il fiume Lòngane e l'intera zona, si precipitò in mare, coprendo il porto Ulisse. La lava fu denominata del Rotolo, perché si riversò nella vasta contrada dove esisteva una sacra icona detta Madonna del Rotolo , che il magma investì, ma non distrusse totalmente. Catania era stata sal¬vata ancora una volta dal sacro Velo di S. Agata, esposto sulle mura della città.

 

 

Regnando Federico II d'Aragona (1296-1337), il 28 giugno 1329 si originò una terribile eruzione che, iniziata nelle vicinanze della Valle del Bove, presso Rocca Musarra , con una corrente lavica invase il territorio di Mascali. Il 15 luglio nella zona di Monterosso, presso Fieri, sorsero quattro crateri che produssero una triplice colata. Due rami di essa avanzarono verso il mare, a nord di Acireale, mentre il terzo investì le contrade della odierna Gravina, suscitando nei catanesi orrendo spa¬vento. Nel timore che il braccio di lava si dirigesse sulla città, prima che fossero inondati i dintorni, i catanesi esposero sulle mura della città il Velo di S. Agata. Il magma si arrestò e, ancora una volta, si registrava il miracolo. La regina Eleonora, moglie del re Federico II, dopo aver rivolto fervide preghiere a S. Agata, perché risparmiasse la distruzione della città, scongiurato il pericolo, fece innalzare sulle rovine del tempio di Minerva la chiesa di S. Francesco d'Assisi. Le notizie dell'eruzione si ricavano dallo storico Nicolò Speciale, che fu testimone oculare.

 

Una imponente eruzione si verificò il 9 novembre 1408. Il paese di Pedara e la periferia di Trecastagni vennero investiti. Ciò avvenne sotto il regno di Martino I e di Bianca. La colata lavica si fermò a Lavinaio, presso Aci S. Antonio, ove sarebbe stato portato il Velo di S. Agata. Il cronista Simone da Lentini riferisce che il fuoco durò 16 giorni, e che il monastero dei Benedettini, presso Trecastagni, venne distrutto. Si temette che il magma potesse minacciare la città. Le notizie furono presto confortevoli, dovute all'arresto della coltre lavica a Lavinaio.

Molti storici  ci tramandano che nel 1443 si originò una spaventosa eruzione che si concluse un anno dopo. Essa provocò molti danni e grande panico tra le popolazioni dell'Etna. Pedara venne sommersa quasi interamente. Nella marcia inesorabile del fiume di lava, Catania sembrava direttamente minacciata. Molte delegazioni dei paesi minacciati dalla lava chiesero al vescovo di Catania, Giovanni Pesce, di consentire che il Velo di S. Agata venisse portato davanti al fronte lavico. Dalla città si mosse un imponente corteo in preghiera, con a capo il domenicano Pietro Geremia, uomo di grande pietà.

La processione era lunga, con il clero al completo. Molti erano a piedi scalzi, in segno di pentimento. Giunti sul luogo della lava, essa cambiò direzione e dopo pochi giorni si fermò. Il fronte lavico si era fermato nella località Valenti . Ivi vennero innalzati due tempietti, a perenne ricordo del prodigioso evento .

 

I due tempietti vennero distrutti dal terremoto del 1693. Subito ricostruiti, sul posto del primo tempietto sorse la chiesa della Matrice di Battiati; su quello del secondo tempietto, sul rettifilo per S. Giovanni La Punta, se ne ammirano i ruderi. Nella Matrice, dedicata a S. Agata, il vescovo Giovanni De Primis vi fece porre un fonte battesimale. Vi accorreva molta gente per far battezzare i fanciulli. La zona fu denominata S. Agata Li Battiati, da cui derivò il nome del Comune. Il 24 agosto 1969, alla presenza delle autorità cittadine di S. Agata Li Battiati veniva posto in una nicchia realizzata al centro del prospetto della Matrice un busto di S. Agata, opera in marmo del 1627, miracolosamente risparmiato dal terremoto del 1693 e per molti decenni accantonato. Veniva scoperta anche una grande lapide, per ricordare gli eventi prodigiosi del 1444.

 Il re Alfonso il Magnanimo si interessò per la ricostruzione della cittadina di Pedara.

 

Dopo molti decenni di quiete, improvvisamente il 24 marzo 1536 l'Etna vomitò torrenti di lava dal cratere centrale. Il fiume di fuoco si diresse verso Bronte e Adrano, mentre un altro braccio minacciava

Randazzo, dopo avere sommerso il tempio e il convento di S. Leone. Lo storico Silvaggio riferisce che, durante l'eruzione, le bocche eruttive furono così numerose che i bagliori provocati dalla lava permettevano alle popolazioni di uscire per le strade di sera senza lanterne. Tre giorni dopo si aprivano dodici nuove bocche eruttive nelle vicinanze di Mompilieri . Catania sembrò direttamente minacciata per l'apertura di altre bocche eruttive a bassa quota.

Nell'imminenza del pericolo i catanesi esortarono il vescovo Luigi Caracciolo a portare il Velo davanti al fuoco di lava. Si formò una lunga processione, con in testa il canonico Bartolomeo Monsines. Questi, giunto sul luogo della lava, la benedisse e, all'improvviso, come riferisce lo sto¬rico Pirro  essa si fermò e si raffreddò. Grandi furono le manifestazioni di giubilo.

Sia le cronache del tempo che Tommaso Fazello, testimone diretto, la descrivono come tra le più violente. Le lave proruppero dal cono principale il 22 marzo; il 25 avvenne una enorme squarcio nell'alta regione boschiva a libeccio del cono e da molte bocche venne un torrente di fuoco che si divise in tre rami: uno verso Nicolosì distrusse il tempio di San Leone, un secondo avanzò verso Valcorrente, un terzo verso Paternò;

 

 

Un anno dopo, il 12 maggio 1537, si originò altra spaventosa eruzione. Le notizie sono fornite dagli storici Fazello  e Carrera , i quali riferiscono che sul fianco meridionale, sotto il colle denominato Sparviero, si aprirono molte bocche che vomitarono torrenti di lava. L'orlo del cra¬tere, alla cui base si erano aperte le bocche, franò con uno spettacolare boato da far tremare tutte le zone circostanti. La colata lavica al quarto giorno percorse quindici miglia e raggiunse a Nicolosi il Monastero di S. Nicolò l'Arena , che rimase intatto, mentre sommerse molte abitazioni di Nicolosi e di Mompilieri.

Gli abitanti delle zone minacciate dalla lava corsero a Catania e ottennero dal vescovo Nicolò Maria Caracciolo il permesso di portare sui luoghi delle lave il miracoloso Velo di S. Agata. A Mompilieri il fuoco aveva raggiunto la Matrice, dedicata all'Annunziata, e aveva distrutto il muro dietro l'altare maggiore. Quando fu portato il Velo, il magma si arrestò e prese altra direzione finché, poco dopo, si estinse.

Nello stesso secolo XVI l'Etna fu teatro di altre manifestazioni eruttive. Una, del 1566, investì la zona di Randazzo e di Linguaglossa. Si aprirono delle bocche e un grosso cratere che gli abitanti del luogo chiamarono Caldaia del diavolo. Tali notizie si apprendono dallo storico Natale Comes . La seconda eruzione, verificatasi nel 1578, ricordata oltre che dal Comes, anche dal Pirro, non apportò danni considerevoli, poiché il torrente lavico si fermò dopo aver percorso poche centinaia di metri, provocando solo devastazione nelle campagne.

Il Carrera, in qualità di testimone oculare, riferisce che il 17 dicem¬bre del 1634 si originò una eruzione dalla collina di Serrapizzuta. Stava per minacciare i centri abitati di Pedara, Trecastagni e Viagrande, ma le fervide preghiere dei fedeli, con la celebrazione della messa in prossimità della lava, determinarono un improvviso arresto del magma, con grande giubilo di tutti i presenti.

Una spettacolare colata si originò il 4 febbraio 1651, sopra la Valle del Bove. Essa interessò il lato nord del Vulcano, esattamente la zona di Bronte. Durò quattro mesi, e coprì sotto una coltre di lava una vasta estensione di terreno e parte dello stesso abitato.

 

 

 

1556 - La lava giunse fino a Linguaglossa; 1607 - Si forma la Grotta degli archi nel territorio di Nicolosi;

 

1609 - La lava percorse 15 chilometri verso Adernò (oggi Adrano);

 

1614 - L'eruzione più lunga del periodo storico. Il fenomeno durò ben dieci anni ed emise oltre un miliardo di metri cubi di lava, coprendo 21 chilometri quadrati di superficie sul versante settentrionale del vulcano. Le colate ebbero origine a quota 2550 e presentarono la caratteristica particolare di ingrottarsi ed emergere poi molto più a valle fino alla quota di 975 m s.l.m., al di sopra comunque dei centri abitati. Lo svuotamento dei condotti di ingrottamento originò tutta una serie di grotte laviche, oggi visitabili, come la Grotta del Gelo e la Grotta dei Lamponi;

1634; 1640; 1646 - Formò Monte Nero;

1651 - Iniziata a febbraio con lave verso varie direzioni. Un braccio sul fianco orientale piomba nel vallone di Macchia di Giarre. Un altro in sole 24 ore arrivò sino al paese di Bronte che investì dal lato nord. L'eruzione ebbe una durata di circa tre anni con successive colate che si sovrapposero per oltre 12 chilometri e per la larghezza media dì 3 km;

 

 

 

L'Eruzione del 1669

 

L'11 marzo 1669, alle ore 22, si originò presso Monte Fusaro, un cono avventizio , che allora fu battezzato Monte Ruina, e che oggi si chiama "Monti Rossi"  presso Nicolosi, una delle più paurose eruzioni che la storia ricordi. Si manifestò tra cupi boati e terrificanti scosse telluriche. La prima a scomparire sotto l'immane coltre di lava fu la cittadina di Nicolosi. Dopo fu la volta di Mompilieri, dove, con l'intero paese, rimase seppellito un antico tempio mariano, insieme con l'effige marmorea della Vergine delle Grazie con il Bambino .

Il 13 marzo a Torre del Grifo (odierna Massanunziata) si radunarono 15 mila persone, accorse da tutti i paesi minacciati dalla lava, attorno al vescovo Michelangelo Bonadies, che aveva portato da Catania il sacro Velo di S. Agata. Si benediva la lava, e si implorava da Dio la grazia di evitare la distruzione dei centri abitati. La colata sembrò arrestarsi, ma poco dopo riprese la sua inesorabile e terrificante marcia.

Il 14 marzo si scoprì che un altro braccio di fuoco, dopo aver investito Torre del Grifo, si dirigeva verso Mascalucia, li Plachi (odierna Gravina), S. Giovanni Galermo. Si credette opportuno ritornare con il Velo. Ciò avvenne il 15 marzo. Nella contrada detta Cantum, ancora una volta si verificò il miracolo. La lava si arrestò e nel luogo i fedeli innalzarono una icona . Mascalucia fu risparmiata.

 

Da nord, però, inesorabilmente marciava una immensa colata, il cui fronte in molti punti era largo 4 chilometri e alto circa 50 metri. Allorché Belpasso, Camporotondo e S. Pietro Clarenza erano state distrutte dalla lava, di fronte alla imminente minaccia per la città di Catania, il viceré Francesco Fernandez de la Cueva inviava a Catania il principe Stefano Reggio di Campofranco quale suo vicario generale, perché si rendesse conto della drammatica situazione e organizzasse le necessarie misure per la salvaguardia della città.

Contro il mare di fuoco che avanzava inesorabilmente e che stava per investire S. Giovanni Galermo, il principe Reggio chiamò alcuni scien¬ziati. Tre uomini dotti , per salvare la città, proposero di deviare il corso della lava.

Fu così che tentarono un'impresa, forse mai prima di allora effettuata. Coperti di cuoio, si avvicinarono alla bocca della voragine; con mazze cominciarono a rompere il labbro meridionale del cratere e a lanciare pietre dentro l'onda fluente della lava. Il fuoco, bloccato da un lato, si riversò nel vano che era stato aperto. Catania era salva.

La valanga di lava si incamminò in un nuovo itinerario, minacciando direttamente Paterno. Gli abitanti di questa città si ribellarono agli uomini che avevano operato la deviazione e inviarono messaggeri al principe Reggio perché desistesse da eventuali nuovi tentativi di far deviare il corso della lava.

 

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1669 - cronaca di una rovina

 

Il principe Reggio ordinò che il fuoco si lasciasse avviare là dove la Provvidenza lo aveva destinato. Il mare di lava riprese la vecchia via. Il 29 marzo un braccio raggiunse Misterbianco e la distrusse totalmente . Da S. Giovanni Galermo un altro braccio marciava inesorabilmente verso Catania. Ai primi di aprile raggiungeva la contrada Albanelli, a circa tre chilometri da Catania. Ivi per alcuni giorni si immerse in profonde voragini, che a quel tempo erano adibite dagli abitanti della zona probabilmente a deposito di frumento.

Il 15 aprile il poderoso braccio di fuoco, dopo aver distrutto la valle di Nesima, raggiungeva le zone periferiche di Catania e andava a sfociare, dopo diversi giorni, in mare. Il centro della città venne miracolosamente risparmiato.

 

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Quella del 1669 è la più grande eruzione laterale avvenuta in epoca storica. Dalla fenditura prodottasi in quei giorni sgorgò una delle più disastrose colate laviche che la storia etnea ricordi; la colata che stravolse il versante sud-orientale del vulcano distrusse non solo numerosi centri abitati ma gran parte della stessa città di Catania. Una enorme tragedia vissuta dalle genti dell'Etna e che segnò inesorabilmente la vita di decine di migliaia di persone.

A partire dal giorno 8 marzo sino alle ore 06.00 dell'11 marzo 1669 una sequenza impressionante di terremoti interessò l'area compresa tra gli abitati di Nicolosi, Pedara, Trecastagni, Mascalucia e Gravina causando notevolissimi danni alle abitazioni. L'11 marzo accompagnata da sinistri rimbombi si aprì una fenditura profondissima e larga circa 2 m. che si estendeva da Piano S. Leo (circa 6 km. dall'abitato di Nicolosi) sino alla sommità dell'Etna. Quella stessa mattina nel pianoro sottostante il monte Nocilla (2 km a Nord-Ovest di Nicolosi) si aprì un'enorme voragine da cui proruppero globi di cenere e blocchi accompagnati da …grandi tuoni, fragori, e tremuoti….durante lo stesso giorno si aprirono altre voragini allineate lungo la medesima direzione dalle quali si …cacciava con urli, e strepiti spaventosissimi un denso fumo nero. Dopo il tramonto, si aprì un'enorme voragine che nella notte cominciò a vomitare un gran profluvio di liquidi sassi, che all'aspetto dell'aria acquistando durezza, e tetro rosseggiante colore di schiumoso ferro, formavano quel vario misto che la lava si appella….

 

 

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1669 - cronaca di una rovina

 

Nel frattempo, alle bocche (attuali Monti Rossi) l'accumulo dei brandelli lavici lanciati in aria dalle esplosioni aveva formato un monte bicorne alto 50 piedi. L'attività esplosiva di questo monte fu talmente violenta che le ceneri vulcaniche spinte dai venti raggiunsero non solo le contrade meridionali della Sicilia ma anche molte zone della Calabria. Questo cratere bicorne, che crebbe come un malefico bubbone in corrispondenza delle bocche effusive del 1669, fu per tanto tempo denominato Monti della Ruina. Il tempo ha steso un velo di oblio su di esso rendendolo parte integrante del paesaggio geografico e su di esso é stata impiantata una verde pineta. Ai suoi piedi oggi si gioca e si passeggia, si recita e si amoreggia. Pochi ricordano però che esso è una sorta di santuario, un posto dove Madre Natura ha scritto con lettere di fuoco, una delle pagine più drammatiche della storia etnea.

 

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Giorno 25 marzo, un fortissimo terremoto distrusse parzialmente il cratere centrale che, sollevando un'altissima colonna di ceneri, crollò al suo interno.

Nel frattempo le colate laviche scaturite andarono espandendosi in diverse direzioni divorando Malpasso, Mascalucia, S. Pietro Clarenza, Camporotondo, San Giovanni Galermo e Valcorrente.

Il 29 marzo 1669, 2 bracci circondarono Misterbianco e la sera del 30 la lava distrusse quasi tutte le abitazioni.

Il giorno 1 aprile 1669 le lave si trovavano a 2 miglia ad occidente della cinta muraria di Catania; avvicinandosi la colata investì dapprima la borgata di Cibali e ricoprì il pianoro del lago di Nicito nei pressi del Bastione degli infetti.

 

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La lava abbatté un antico acquedotto e molti altri monumenti per scavalcare poi le mura di cinta della città; dopo aver distrutto la parte sud-occidentale di Catania, le lave raggiunsero il mare alle due di notte del 23 aprile 1669.

Il suo pauroso fronte, largo ben 2 miglia ed alto più di dodici metri, fece avanzare la costa di oltre un miglio.

Giorno 9 giugno 1669 nella zona di Nesima si aprì una bocca effimera dalla quale sgorgò una copiosa colata lavica che circondò il Castello Ursino (che allora dominava la costa) per riversarsi poi in mare a formare una sorta di promontorio.

L'eruzione cessò del tutto verso la metà di luglio dopo che lava, scaturita dalle bocche eruttive poste a circa 820 m. s.l.m. aveva raggiunto il mare e aver emesso quasi un miliardo di metri cubi di lava.

Nell'immaginario collettivo delle popolazioni del versante meridionale dell'Etna e degli abitanti di Belpasso e Paternò, anche se per motivi diversi, è ancora presente il triste ricordo della grande eruzione iniziata l'11 marzo 1669 e conclusasi dopo 122 giorni. Un fiume di fuoco lungo 16 km rese sterile oltre 38 kmq di territorio, distrusse migliaia di costruzioni e con oltre 970 milioni di metri cubi di lave seppellì 16 centri abitati minori e parzialmente distrusse la città di Catania.

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Le principali eruzioni dopo il 1669

Alla mezzanotte dell'8 marzo 1702 il fianco orientale dell'Etna si squarciò in tre punti, precisamente nella zona del Trifoglietto, a circa quattro miglia sotto il cratere centrale. La colata raggiunse in pochi giorni la valle Calanna, operando distruzioni nelle fertili campagne. Dopo qualche mese si richiese l'intervento del vescovo Reggio, perché portasse sui luoghi il Velo. Questi invece si limitò l'8 maggio dello stesso anno a indire una processione dalla chiesa di S. Agata la ,Vetere, e a benedire, sia pure in lontananza, la lava. Proprio in quel giorno il magma cessò.

Sin dal mese di dicembre del 1723 si era originata una colata lavica che apportava distruzioni nelle campagne di Bronte. I catanesi cominciarono un po' a preoccuparsi, temendo l'espansione della lava. Si rivolsero ap¬pelli al viceré Gioacchino Fernandez Portocarraro, conte di Palma, perché aiutasse i sinistrati. Gli aiuti economici si presentarono insufficienti. Per fortuna il magma cessò il 7 aprile del 1724.

 

Nella notte del 3 marzo 1755 dal cratere centrale si originarono due bracci di fuoco e una colonna di fumo, che si elevò verso il cielo. Dopo alcuni giorni si udirono dei boati e moltissime pietre insieme a rena ven¬nero scagliate in direzione di Mascali. Quindi si registrava la cessazione del fuoco. Si presentò però un fenomeno inconsueto. Il cratere vomitava fiumi di acqua. Ciò non si era mai verificato nel passato. Si pensò di captare le acque per utilizzarle nelle campagne circostanti. Si notò subito che le acque uscivano dalla profondità del Vulcano miste a ghiaia. Quando si cercò di sfruttarle a scopo di irrigazione, il fenomeno cessò e il Vulcano non riversò all'esterno nessuna goccia di acqua .

 

Nella notte tra il 6 e il 7 febbraio del 1763 sul Poggio di Femmina Morta, a circa cinque miglia da Bronte, si originarono cinque bocche che emisero con violenza un torrente di lava. La colata si divise in tre bracci, devastò campagne e boschi e poi si fermò.

Contemporaneamente il cielo venne solcato da una meteora. I brontesi si impaurirono e, credendo che la meteora fosse una manifestazione dell'ira divina, portarono in processione la statua dell'Annunziata, sperando

Si trova all'imbocco della strada che da Mascalucia porta a S. Pietro Clarenza. Nel 1969, in ricordo del prodigioso episodio, sulla base del terrapieno, venne murata la se¬guente lapide: Nel terzo centenario dell'eruzione, Mascalucia, memore della protezione accordata dal Patrono S. Vito e dal Velo della Vergine e Martire S. Agata alla loro terra che unica si salvò dalla distruzione, a perenne ricordo posero.

Pur cessando l'attività eruttiva, per diversi giorni scaturirono dai crateri emissioni di massi infocati che, dopo essere lanciati in aria, ricadevano sul terreno creando un grande sconvolgimento.

Il 20 giugno dello stesso anno 1763 dalla sommità denominata Rocca della Pomice, dopo diversi scoppi, da una grande fenditura comparve il fuoco. Esso non si presentava fluido e non scorreva come lava, ma scaturiva emettendo materiali roventi. Il fenomeno, alquanto strano, durò per circa tre mesi, e diede origine alla formazione di un monte, che venne denominato La Montagnola. L'eruzione si esaurì il 10 settembre.

 

Dal 27 aprile al 6 novembre 1766 si registrò un'eruzione che suscitò vivo allarme tra le popolazioni di Nicolosi e di Pedara. Moltissime furono le bocche effusive. Si richiese l'intervento del Velo di S. Agata. Fu promossa prima a Nicolosi una grande processione in cui parteciparono oltre quattromila persone. Quando si giunse a pochi passi dal magma, esso cessò all'improvviso la sua marcia, con immenso stupore dei presenti. Dopo il Velo fu portato a Pedara, ove un altro braccio minacciava la ridente cittadina etnea. La lava però non si fermò, ma rallentò la sua marcia, procedendo con lentezza, senza arrecare eccessivi danni, finché, il 6 novembre, cessava del tutto.

 

Alle ore 23 del 18 marzo 1780 una lingua di fuoco emerse dall'Etna snodandosi con velocità per il versante occidentale verso la contrada Militi e puntando decisamente verso il feudo Villabona (Ragalna). La po¬polazione di Paterno portò sul fronte lavico le reliquie della Patrona S. Barbara , allo scopo di evitare la distruzione delle ridenti località.

Si narra che, quando sulle fiamme vennero lanciate immagini sacre e pezzi di bambagia che avevano toccato le reliquie di S. Barbara, centinaia di persone vedessero balzare fuori dal fuoco nugoli di diavoletti inferociti, come se fossero stati cacciati dalle loro tane. Altre persone dicevano di aver visto il diavolo scappare, altre di aver visto uno stormo di streghe sollevarsi dalla colata, altre ancora di aver visto in cielo una cavalcata di fantasmi.

Si trattava evidentemente di allucinazioni che serpeggiavano nell'a¬nimo dei paternesi, atterriti dall'intensità del magma che sconvolgeva molti poderi e raggiungeva le prime abitazioni di Villabona. Ancora una volta furono portate le reliquie di S. Barbara. La lava sembrava deviare il suo corso; poi riprendeva la sua inesorabile marcia. Ma, come per un miracolo, improvvisamente l'Etna si placava il 27 maggio.

 

Dal primo luglio al 22 agosto del 1787 l'Etna fu in eruzione. Nei primi giorni fu lanciata in aria una grande quantità di cenere da oscurare il sole. La nera sabbia emessa dal vulcano, sospinta dal vento, raggiunse anche l'isola di Malta, suscitando in quelle popolazioni un evidente panico. A causa delle pietre scagliate a grande altezza, la loro caduta, simile a proiettile, provocò la morte di alcuni pastori,che portavano al pascolo il gregge sulle pendici del Vulcano. La colata lavica, che si riversò nella zona di Bronte, determinò danni alle campagne, ma non all'abitato, perché presto si esaurì.

 

Nella notte tra 11 e il 12 maggio del 1792 ebbe inizio dal cratere centrale una spaventosa eruzione. Essa venne preceduta sin dai primi di marzo da denso fumo e da fiamme che si elevavano alte verso il cielo. Si originarono due bracci di fuoco, di cui il primo si diresse in direzione di Adernò, ma ben presto esaurì la sua efficacia distruttiva. Il secondo invece marciò abbastanza copioso in direzione della Valle del Tri foglietto. Sui luoghi della lava venne portato in processione il Velo. Il fuoco, come per miracolo, si estinse presso lo Zoccolare a nove miglia circa dal cratere. Ma il primo luglio si aprì una bocca sul fianco est, accompagnato da scosse telluriche, apportando distruzione nelle campagne. In agosto il fronte lavico apparve sull'altura delle colline dell'Airone. Si temette per l'abitato di Zafferana. La popolazione decise di portare sul luogo della colata la statua della Madonna della Provvidenza.

La lava però proseguì inesorabile la sua marcia riempiendo la profon-dissima Valle di San Gioacchino. Quindi, divisa in cinque bracci, proseguì la sua marcia fino alla contrada Cassone, seminando la distruzione nelle fertili campagne. All'improvviso apparve nelle vigne, di fronte Zafferana. Il pericolo per la cittadina si presentò estremamente grave. Ma il torrente lavico, diviso in molte ramificazioni, si arrestò nella scoscesa collina ri¬coperta di vigneti, dove, a poca distanza, si trovava una piccola icona della Madonna della Provvidenza. La Vergine aveva operato il miracolo, salvando il paese dalla distruzione .

 

Il 15 novembre 1802 sul fianco orientale si aprì una bocca eruttiva che produsse allarme e preoccupazione nella vasta zona. Le colate laviche minacciarono la contrada di Caselle e la popolazione di Milo. Gli abitanti della cittadina, di fronte all'imminente pericolo, portarono in processione sul luogo le statue della Madonna e del patrono S. Andrea. Il miracolo si avverò nella notte del 16 dicembre, quando il magma si arrestò a due miglia e mezzo dall'abitazione di Milo, nella contrada detta Cerrita.

 

Il 27 ottobre 1811 una colata lavica scese dalla Serra delle Concazze e, attraverso il monte Finocchio, distrusse i boschi della Cercheria, giun¬gendo a Portella delle Fontanelle. Ivi il braccio lavico si fermò. Ma un altro braccio da monte Finocchio cominciò a scendere e a minacciare l'abitato di Milo. Per fortuna il 20 novembre la colata si arrestò vicino alla contrada Caliate Un altro braccio minacciò Caselle, ma pochi giorni dopo si esaurì nei pressi della contrada Carlino. L'eruzione si concluse il 24 aprile 1812. I prodotti magmatici formarono un cono che viene denominato monte San Simone.

 

La sera del 31 ottobre 1832 il vulcano cominciò a vomitare fiumi di lava a mezzogiorno di Monte Schiavo, esattamente dai conetti detti Bocche di fuoco, che avevano dato origine alla eruzione del 1651.

Pochi giorni dopo si aprirono altre quindici bocche alla sinistra del monte Sorbo. Da dodici di esse si innalzarono alte colonne di fumo nero; le altre tre eruttarono torrenti di lava. Un braccio si diresse verso Monte Lepre, un altro prese una direzione opposta e si accavallò sulle colate del 1651.

La lava in breve incenerì boschi, vigneti, frutteti. Trovandosi in discesa aumentò di velocità e si affacciò minacciosa su Bronte. La situazione si presentò grave e si chiese immediato aiuto alle autorità catanesi.

L'Intendente Alvaro Paterno principe di Manganelli, coadiuvato da tecnici, per allontanare il pericolo che incombeva su Bronte, fece erigere un muraglione a secco. Esso dava buoni risultati in quanto allontanava la colata da Bronte, ma copriva una fonte di limpide acque sul Monte Lepre, ove andavano a dissetarsi pastori e greggi. Inoltre provocò lo scoppio di un serbatoio di neve a un miglio e mezzo dall'abitato ove la colata, improvvisamente, si esaurì il 22 novembre.

 

Per sei anni l'Etna rimase tranquillo. Nel mese di luglio del 1838 iniziarono le detonazioni dalla parte ovest e sembrava che da un momento all'altro dovesse scoppiare provocando nuovo allarme alla città di Bronte, risparmiato dall'eruzione del 1832. Ma, cosa del tutto inaudita, si spaccò a est, riversando il magma nella cosiddetta Valle del Bove. L'eruzione fu accompagnata da esplosioni di scorie, macigni, che venivano lanciati dal grande cratere. Durante la sua marcia il magma coprì un bacino, provocando uno spaventevole fragore. Si veniva a formare un livellato lago di fuoco. L'eruzione si acquietava verso la fine di ottobre.

 

Sul versante nord ovest del Vulcano il 17 novembre 1843 si spalanca¬rono quindici bocche eruttive. In breve la colata si diresse in tre bracci: una su Adrano, la seconda su Bronte, la terza su Maletto. Il primo e terzo braccio presto si esaurirono, mentre quello centrale sembrò minac¬ciare l'abitato di Bronte. Il 25 novembre raggiunse la sorgente Barilli. L'acqua, a contatto con la rovente colata, evaporò. Salendo in aria, pro¬vocò una pioggia di ceneri che determinò, su molti che si trovavano nelle vicinanze, la morte istantanea di 36 persone. Altre 33 rimasero grave¬mente ustionate, ma di esse solo 10 riuscirono a salvarsi. Fu portata sul luogo, dai cittadini di Bronte, la statua della Madonna Annunziata. Tre giorni dopo che era stata compiuta la strage, esattamente il 28 novembre, la colata rallentò, finché cessò del tutto.

 

Il 22 agosto 1852, ultimo giorno delle celebrazioni centenarie in onore a S. Agata, nella città di Catania, improvvisamente nelle ore pomeridiane si originò nella valle del Trifoglietto un'eruzione che, scorrendo nei pressi di Serra Giannicola, minacciò i centri abitati di Milo e Zafferana. Le po¬polazioni dei due Comuni furono costrette ad abbandonare le case. Il torrente di lava diretto a Zafferana investì le prime case della frazione di Ballo, distrusse alcuni vigneti, ma poco dopo si esaurì. Nella zona di Milo invece la situazione si presentava preoccupante. Il quartiere di Caselle venne investito, e il 14 settembre la lava coprì numerosi vigneti. Nello stesso giorno la colata travolse alcune case. Per fortuna l'intensità della lava diminuì, fino a cessare del tutto il 27 maggio 1853. I fram¬menti eruttivi diedero origine alla formazione di piccole montagne che, in ricordo delle feste centenarie di S. Agata dell'anno precedente, furono dette Monti Centenari.

 

Il 13 gennaio 1865 dal cratere centrale uscì un torrente di lava che, dopo aver superato un ripido pendio, sembrava esaurirsi. Invece il 30 dello stesso mese con un terribile boato si aprì il fianco orientale dell'Etna, elevando in alto una colonna di fumo bianco. Dalla fenditura, lunga dal cratere alla base ottocento metri, eruppe sabbia nera e quindi un torrente di fuoco. Successivamente dalla base di monte Frumento si aprirono altre cinque bocche.

 La colata lavica giunse fino alla contrada Garretto, a monte di Vena, sede di un antico santuario , situato nel comume di Piedimonte Etneo. La popolazione, in preda al panico, si rifugiò nel tempio. 11 6 febbraio il rettore sac. Michele Cantone, prese una copia della Madonna bizantina e, insieme a un quadro di San Gregorio Magno, seguito dalla popolazione, andò incontro alla lava. Giunti sul posto, mentre si sostava raccolti in fervida preghiera, improvvisamente si sollevò un vento impetuoso che, strisciando sulle lave infocate provocò delle faville. Esse investirono il simulacro della Madonna e ne bruciarono il viso. Dopo pochi secondi la lava, come guidata da una mano prodigiosa, si incanalava nel torrente Macchia e, dopo aver rallentato la sua marcia, si arrestava. La colata nei giorni della sua attività si era estesa nella valle di Colagrande, compresa tra monte Stornello e Serra Buffa, e la Vallata di Linguaglossa, il cui centro abitato fu seriamente minacciato. Era il mese di giugno, quando i quotidiani annunziarono la conclusione dell'eruzione . Le scorie del magma avevano dato origine a due nuovi monti, cui venne dato il nome di Monti Sartorius .

 

L'8 dicembre 1868 dal cratere centrale coperto di neve, nelle prime ore della sera si elevò una immensa colonna di fumo. Le scorie e i massi incandescenti lanciati in aria raggiunsero duemila metri d'altezza. Lo spettacolo durò poche ore e fu visibile a grandissima distanza.

Alle ore 6 del 26 settembre 1869 si verificò una spaccatura alla base est del cratere centrale, da cui uscì un torrente di lava, che si riversò nella Valle del Bove. Il magma si suddivise in sette bracci. Nella sua corsa raggiunse la lunghezza di tre chilometri in sette ore. Alle ore 2 del 27 settembre tutto era finito. Si verificarono solo scosse telluriche che si ripeterono per alcuni giorni.

 

 

Il 26 maggio 1879, con un terribile boato, l'Etna entrava in eruzione dalla parte di monte Frumento. Torrenti di lava sgorgavano sul versante meridionale, nei pressi della Casa degli Inglesi, e sul versante settentrio¬nale. Il torrente liquido e rossastro scendendo bruciò vigneti e alcune case di coloni. Francavilla sembrò minacciata. Per fortuna la colata la¬vica all'undicesimo giorno cessò, e la calma potè ritornare in mezzo alle località minacciate.

Nella notte del 23 marzo 1883 un terremoto di origine vulcanica pose in stato di allarme le popolazioni dei centri etnei. I cittadini di Nicolosi, Pedara, Zafferana, fuggirono dalle loro case e presero le strade della campagna. La notte successiva l'Etna entrò in eruzione a oriente di monte Concilio. Il 3 aprile si registrò altra scossa tellurica nella zona di Nicolosi e di Belpasso. La colata lavica, che si dirigeva verso Belpasso, cessò il 10 aprile.

 

La mattina del 18 maggio 1886, poco dopo le prime luci dell'alba, il fianco occidentale dell'Etna si squarciava con terribile boato. Un immenso fiume di lava si dirigeva verso la ridente cittadina di Nicolosi. Le alture che circondavano il paese erano tinte di bagliori rossi e di colonne di fumo nero, mentre una pioggia di cenere infuocata cominciò a cadere. Si verificarono anche scosse telluriche.

Di fronte all'andamento minaccioso della colata lavica, il prof. Orazio Silvestri , vulcanologo dell'Università, chiedeva alle autorità lo sgom¬bero generale del paese di Nicolosi.

La sera del 22 maggio una fiumana di magma incandescente seppelliva le contrade boschive, copriva immense valli, superava i monti. Il giorno successivo gli abitanti cominciarono a sgombrare Nicolosi. Nei giorni precedenti si erano portati in processione le reliquie e i simulacri dei santi patroni Antonio di Padova e Antonio Abate.

La mattina del 24 maggio l'arcivescovo Dusmet prelevava dalla cameretta della Cattedrale il taumaturgo Velo di Sant'Agata. In carrozza, accompagnato da autorità civili e militari, raggiungeva Nicolosi. Rivolto alla folla così disse: Figli miei, in quest'ora solenne Nicolosi è in preda allo spavento e al terrore. Vi esorto a pregare con fervore la vostra eroina S. Agata. Non temete! Ho tanta fiducia in S. Agata che Nicolosi sarà salvata. Venite tutti ad accompagnare il Velo sul luogo dell' eruzione e là, genuflessi, supplicheremo S. Agata per la cessazione del fuoco e per la salvezza della Patria. L'arcivescovo in processione andò verso il fronte lavico e lo benedisse con la reliquia del Velo. Il fuoco però continuò ad avanzare, riversandosi alle porte del paese, che ormai sembrava condannato alla distruzione. La sera del 30 maggio, dato che la lava era a 500 metri dall'abitato, veniva ordinato lo sgombero totale. Il 31, di sera, Nicolosi era deserta.

Il 3 giugno si attendeva che la lava sommergesse la cittadina. Improvvisamente il magma si fermava a soli 327 metri dalle prime case, nel punto dove il 24 maggio Dusmet aveva portato in pellegrinaggio il prodigioso Velo di S. Agata. L'annunzio che la colata si era fermata, e che Nicolosi era salva, suscitò festose manifestazioni di entusiasmo. L'eruzione cessò il 13 giugno .

 

Il 20 giugno 1892 si originò dal cratere centrale una improvvisa esplo¬sione. Poi subentrò la calma fino ali'8 luglio, giorno in cui, dopo una fitta serie di scosse telluriche, poco prima della mezzanotte, con un terrificante boato saltava il tappo del cratere centrale, elevandosi al cielo una colonna di fumo.

Il 9 luglio la lava cominciava a sgorgare da più bocche, riversandosi abbondante sulla vallata sottostante, invadendo il monte Nero e il monte Gemmellaro. Da quel punto il torrente di lava si biforcò in due direzioni: il primo si diresse verso Casa dei Cervi minacciando Pedara; il secondo scese verso monte Albano. Percorrendo dieci chilometri, costituì ancora una volta un serio pericolo per Nicolosi.

Gli abitanti, in preda alla più viva costernazione, invocarono l'aiuto divino perché il torrente di fuoco, che si avvicinava alle prime case, potesse essere allontanato o deviato. Per fortuna il 22 luglio il magma rallentò la sua marcia fino ad esaurirsi del tutto alla fine di settembre. Nicolosi, per la seconda volta, era salva .

Il 28 aprile 1908 si elevava dal cratere centrale un immenso pennacchio di fumo nero. Quindi alla sommità della Valle del Bove si aprivano parecchi crateri eruttivi. Lo spettacolo maestoso del fuoco era ben visibile da Giarre. La popolazione cominciò a provare paura, perché la colata sembrava dirigersi verso la zona abitata del paese. Il magma cominciò a scorrere lentamente e a riversarsi nella immensa Valle del Bove. Il 2 maggio l'intensità dell'eruzione si affievolì e, dopo alcuni giorni, cessò del tutto.

 

 

Nella mattinata del 23 marzo 1910 si aprì una fenditura lunga più di due chilometri che, dal monte Castellazzi, a quota 450 metri dalla Casa Cantoniera, passando a ovest della Montagnola, continuava oltre l'Ossevatorio, interessando anche il cratere centrale. Dalla parte più bassa sgorgò un fluido magma che, seppellendo boschi, frutteti, vigne, minacciò i centri abitati di Borrello e di Belpasso. La corrente lavica per fortuna si esaurì dopo pochi giorni e cessò del tutto il 5 aprile. Si formava, con l'accumularsi dei prodotti frammentari delle esplosioni, una catena di ventitré piccoli crateri, tutti allineati, che vennero denominati monti Ricco'11. Il più alto venne battezzato dal CAI monte Recupero.

 

Il 10 settembre 1911 improvvisamente la città era nuovamente in allarme: una serie di terremoti di origine vulcanica tenne in trepidazione la popolazione delle contrade dell'Etna. Una pioggia di cenere si riversava dalla bocca centrale del Vulcano, seguita da un terribile boato e da un immenso fiume di lava sui monti Frumento, Rosso, Nero, ove bruciavano vigne e alberi di ciliegi. Il giorno 12 altre eruzioni si sprigionavano. Il fiume di fuoco bruciava le coltivazioni di Dagala, Palomba e di altre contrade, e scendeva verso Passo Pisciare interrompendo la linea ferrata della Circumetnea. Il giorno 13 la lava bruciava una chiesa e diverse case nei pressi di Castiglione e nei territori di Solicchiata e Rovetello, scendendo, ad una velocità di 70 metri all'ora, verso Linguaglossa. Nei successivi giorni il fiume di lava si attenuò; il 20 settembre cessò del tutto.

 

Nella notte tra il 16 e il 17 giugno del 1923 la vasta zona compresa tra Randazzo-Linguaglossa-Fiumefreddo-Giarre venne sconvolta da una violenta scossa di terremoto. Improvvisamente il Vulcano, a quota 2.000, dall'altopiano di Monte Nero, emetteva torrenti di lava che puntavano su Linguaglossa e Passopisciaro. In poco tempo la lava investiva la contrada Cerro, incendiando la pineta di Linguaglossa.

41In ricordo del prof. Annibale Ricco che studiò le eruzioni dell'Etna.

Il 20 giugno la colata in serata ghermiva la stazione della Circumetnea di Castiglione, dopo aver distrutto quella di Cerro. Il giorno successivo la popolazione di Linguaglossa si raccolse in preghiera attorno al patrono S. Eligio. Il 24 il magma raggiungeva la contrada Catena, a due chilometri dell'abitato. Il giorno successivo una parte della contrada rimaneva di¬strutta. Linguaglossa sembrava inesorabilmente destinata a perire, quando il 26, come per un miracolo, il torrente di lava si arrestava presso un muro. 

Nello stesso luogo in cui si fermò la lava, venne innalzato nel 1902 un tempietto. Si trova nella parte alta di Nicolosi, nella zona dei pini, salendo verso la strada dell'Etna, sulla destra.

 L'eruzione formò una serie di piccoli monti a forma di cono. Vennero battezzati, in onore al vulcanologo Orazio Silvestri, in monti Silvestri, dal CAI di Catania, il 7 agosto dello stesso anno.

«La zona venne visitata nella serata del 20 giugno dal sovrano Vittorio Emanuele ITI insieme col suo seguito; qualche giorno dopo anche dal capo di Governo Benito Mussolini.

 

 

 

Il 2 novembre 1928 l'Etna si risvegliò con boati e pennacchi di fumo. Alcune ore dopo si apriva una bocca che vomitava valanghe di fuoco che si riversavano nella valle del Leone. La lava della zona non suscitò apprensione. Ma, nella notte successiva, a quota 1500, presso Pizzo Dineri, sul versante di monte Frumento, si squarciò una voragine. Rovesciò ingente quantitativo di magma, che si diresse verso Fornazzo e Stelvio di Giarre. Ben presto i boschi di Cerrita e di Cubania vennero raggiunti e distrutti. Il magma avanzò incontrastato verso Sant'Alfio, Milo, Fornazzo.

Il 5 novembre si apriva una nuova bocca in contrada Giarrita di Mascali, presso il monte Naca. Il torrente di lava si incanalava nel torrente Pietrafucile, superava la contrada Costa Sughero, e si riversava in dire¬zione di Mascali, da cui distava cinque chilometri. Nella notte del 6 il magma si immetteva nel torrente Vallonazzo, sommergeva il ponte della Circumetnea tra Nunziata e Piedimonte, e si presentava davanti a Mascali.

Fu ordinato l'immediato sgombero di tutta la popolazione. All'alba del 7 novembre la colata lavica investì il centro abitato della cittadina, distruggendo il Municipio e la Chiesa Madre. Poi fu sommerso il monu¬mento dei Caduti. Le abitazioni, a contatto del magma, si incenerivano. A tarda sera la cittadina di Mascali era distrutta, ad eccezione del quartiere di sant'Antonio che, accerchiato, rimase in piedi.

Il 9 novembre il torrente lavico, superata Mascali, inondava la linea ferroviaria e la statale costiera Catania-Messina, raggiungendo Carrubba. Per collegare Messina a Siracusa e Catania vennero istituiti dei collega¬menti marittimi. Nel pomeriggio dello stesso giorno venne distrutta la frazione di Nunziata. Dopo il magma invase le contrade ubertose della zona, seminando desolazione sui verdeggianti terreni. Ivi la lava si esaurì.

Nel giugno del 1942 si registrò una violenta eruzione nel versante sud-ovest, che durò 18 ore. La colata lavica invase e distrusse del tutto la grotta degli Archi. L'eruzione si concludeva con un lancio di scorie, che modificarono la struttura del cratere centrale.

 

Il 24 febbraio 1947 si verificò una violenta fase esplosiva sul versante Nord-est, nella zona di Castiglione. Si aprirono alcune bocche sotto monte Pizzillo e sotto monte Cacciatore. La colata lavica si diresse verso la valle dell'Alcantara, minacciando Passo Pisciaro e investendo "molte zone coltivate a vigneti. L'eruzione si concludeva il 3 marzo.

Dal 2 al 5 dicembre dello stesso anno si verificò un'altra eruzione, Dal 2 al 5 dicembre dello stesso anno si verificò un'altra eruzione, che interessò il fianco Sud-ovest e quello Nord del Vulcano. L'attività eruttiva delle bocche Sud-ovest fu di breve intensità, mentre sul versante opposto durò sino al giorno 5; il magma si riversò sino a metri 1460.

 

Il 25 novembre 1950 l'Etna riprese l'attività eruttiva nella parte alta della Valle del Bove e nella Valle del Leone. Il fronte lavico coprì in breve la vallata, fino a giungere a Monte Finocchio. Da tale località alcuni bracci, piegando a sinistra, minacciarono Milo. Il 30 novembre il torrente di lava distruggeva la casa del Vescovo; la sera del 5 dicembre si affacciava su Milo.

La cittadinanza, in preda al panico, di fronte all'imminente pericolo portò sul luogo della lava l'immagine del Patrono S. Andrea. Le autorità civili e militari, per precauzione, ordinavano lo sgombero del Paese. Il 16 dicembre, con grande gioia per i milesi, il fronte lavico non riceveva più alimentazione dalle bocche eruttive. Anche se una colata lavica interrompeva lo stradale per Linguaglossa, il pericolo per la distruzione era ormai eliminato. All"inizio del 1951 i milesi facevano ritorno in paese. L'eruzione si esauriva del tutto solo il 2 dicembre dello stesso anno43.

Negli anni 1964 e 1968 si registrarono eruzioni che si originarono direttamente dal cratere centrale. Lingue di fuoco si riversarono nella Valle del Bove e, nell'eruzione del '68, anche nella Serra Giannicola. Il magma si rovesciò in direzione dell'Osservatorio, ma non scese oltre i 1.400 metri. Le attività furono, comunque, di breve durata, e non provocarono danni consistenti.

 

 

 

 

1910 - In cui si formano i Monti Riccò, la lava minaccia Belpasso;

1911 - Localizzata sui crateri sommitali, caratterizzata da una forte attività stromboliana. Nasce il cratere di nord-est. La lava sfiora il villaggio di Solicchiata, nel comune di Castiglione di Sicilia, in località Imboscamento;

1923 - Tra il 17 e il 29 giugno la lava coprì circa 3 km² di terreno coltivato a vigneto e noccioli, distrusse la stazione ferroviaria di Castiglione di Sicilia della ferrovia Circumetnea, le case di Cerro e parte del villaggio Catena[9];

1928 - Il 2 novembre si apre una frattura sotto il cratere centrale; il 3 novembre si attiva una seconda frattura da cui viene emessa una colata che si riversa in una zona disabitata; il 5 novembre una terza frattura si apre sopra Ripa della Naca. Da qui viene emessa una colata lavica che il 6 novembre taglia la ferrovia Circumetnea e il 7 novembre raggiunge e distrugge Mascali in pochi giorni. La colata fuoriuscì da diverse bocche laterali sul versante orientale del vulcano e minacciò anche Sant'Alfio e Nunziata. L'eruzione termina il 20 novembre dopo che il fronte lavico più avanzato ha raggiunto quota 25 metri sul livello del mare. In quei giorni di panico dovuto all'avanzare della lava verso le abitazioni due persone perdono la vita;

1947 - Colate sul versante settentrionale nei comuni di Castiglione di Sicilia e Randazzo;

1949 - Originatasi sui crateri sommitali;

1950-1951 - Eruzione a nord di Milo: durò 372 giorni da quota 2800 e 2250 m s.l.m. est; Minaccia ai centri di Milo e Zafferana Etnea. Produsse 171 milioni mm³ di materiale effusivo;

1955 - 1967: varie eruzioni dal cratere centrale e dal cratere di nord-est;

1971 - Dal 5 aprile al 7 maggio diverse bocche intorno a quota 3050 da una voragine dalla quale l'emissione di prodotti piroclastici formò l'attuale cono sub-terminale di Sud-est. Vennero distrutti l'osservatorio Vulcanologico e la Funivia dell'Etna. Dal 7 maggio al 12 giugno, ben 7 fessure da quota 2800 m a quota 1800 m nella valle del Leone. La colata che partì dalla quota più bassa, appena sopra il rifugio Citelli, spinse un imponente fronte lavico fino ai margini dell'abitato di Fornazzo (Milo). Si forma il cratere di Sud-Est;

1974 - Originatasi lungo il versante Ovest, ha formato i Monti De Fiore;

1979 - Dal cratere di sud-est. Caratterizzata da fenomeni esplosivo-effusivi al cratere subterminale di sud-est e con lave che dalla Valle del Bove arrivano a minacciare Fornazzo. Nove morti e trenta feriti per un'improvvisa esplosione di massi presso la voragine ovest del cratere centrale;

1981 - L'eruzione di Randazzo ebbe inizio il 17 marzo e si rivelò abbastanza minacciosa: in appena poche ore si aprirono fenditure da quota 2550 via via fino a 1140. Le lave emesse, molto fluide, raggiunsero e tagliarono la Ferrovia Circumetnea; un braccio si arrestò appena 200 metri prima di Randazzo. Il fronte lavico tagliò la strada provinciale e la Ferrovia Taormina-Alcantara-Randazzo delle Ferrovie dello Stato, proseguendo fino alle sponde del fiume Alcantara. Si temette un disastro ecologico per tutta la pittoresca e fertile vallata, ma la furia del vulcano si arrestò alla quota di 600 m;

1983 - Dura 131 giorni e distrugge gli impianti sportivi e la funivia dell'Etna. È nota anche per il primo tentativo al mondo di deviazione per mezzo di esplosivo della colata lavica. L'eruzione si presentava abbastanza imprevedibile, con numerosi ingrottamenti ed emersioni di lava fluida a valle, che fecero temere per i centri abitati di Ragalna, Belpasso e Nicolosi. Pur tra molte polemiche, e divergenze tra gli studiosi, vennero praticati, con notevole sacrificio date le altissime temperature che arrivavano a rovinare le punte da foratura, decine e decine di fornelli per consentire agli artificieri di immettere le cariche esplosive. La colata venne deviata e l'eruzione ebbe termine ben presto. Produsse circa 100 milioni mm³ di materiale lavico;

1985 - L'eruzione cominciò il 10 marzo con un violento parossismo al cratere di Sud-Est; successivamente alcune fratture si formarono sul fianco meridionale del vulcano, nella zona già interessata dalla precedente eruzione del 1983. Il 12 marzo ebbe inizio l'attività effusiva da tali fratture, nei pressi del Piccolo Rifugio, il quale, già gravemente danneggiato due anni prima, venne completamente distrutto. L'attività fu piuttosto modesta e caratterizzata da un basso tasso di emissione lavico: per questo motivo le colate si estesero soltanto per 2–3 km in direzione sud-ovest. L'eruzione si concluse il 13 luglio;

1986 - L'eruzione cominciò il 29 ottobre 1986 con l'emissione di colate laviche e di fontane di lava nella parte settentrionale della Valle del Bove, a quota 2600 m; successivamente le fratture si estesero verso E - NE, a quote via via inferiori e l'emissione di colate avvenne da una bocca posta a quota 2300 m (l'attuale Monte Rittmann). L'eruzione durò fino al 27 febbraio del 1987 e produsse un esteso campo lavico confinato nella zona settentrionale della Valle del Bove; il fronte più avanzato si arrestò a quota 1400 m, nei pressi di Monte Fontane;

1991-1993 - Il 14 dicembre ebbe inizio la più lunga eruzione del XX secolo (473 giorni), con l'apertura di una frattura eruttiva alla base del cratere di Sud-est, alle quote da 3100 m a 2400 m s.l.m. in direzione della Valle del Bove. L'esteso campo lavico ricoprì la zona detta del Trifoglietto e si diresse verso il Salto della Giumenta, che superò il 25 dicembre 1991 dirigendosi verso la Val Calanna. La situazione venne giudicata pericolosa per la città di Zafferana Etnea e pertanto venne messa in opera, con un vero tour de force, una strategia di contenimento concertata tra la Protezione civile e il Genio dell'Esercito. In venti giorni venne eretto un argine di venti metri d'altezza che, per due mesi, resse alla spinta del fronte lavico. La tecnica dell'erezione di barriere in terra per mezzo di lavoro ininterrotto di grandi ruspe ed escavatori a cucchiaio si rivelò efficace anche nel tentativo di salvataggio del rifugio Sapienza nel corso dell'eruzione 2001, ed è stata oggetto di studio da parte di équipe internazionali, tra cui tecnici giapponesi. Tuttavia queste azioni non diedero i risultati finali sperati per arrestare il fronte lavico. Quando queste si rivelarono inefficaci, furono chiamati gli incursori della Marina che operarono nel canale principale, a quota 2200 m, con cariche esplosive al plastico (C4) e speciali cariche esplosive cave per deviare il flusso di lava ed inviarla così nella valle del Bove riportando indietro di circa sei mesi la posizione del fronte di lava avanzante. L'operazione riuscì perfettamente, fu utilizzata una carica di C4 pari a 7 tonnellate e 30 cariche cave, il tutto fatto esplodere in rapidissima successione.

 

grazie ad Andrea Mirabella per la foto

 

 

Nel pomeriggio del 5 aprile 1971 si aprivano sul versante meridionale numerose bocche che vomitarono magma in grandissima quantità. Il 12 dello stesso mese veniva distrutto, a quota 2941 l'Osservatorio vulcano¬logico, costruito nel 1804 dal prof. Mario Gemmellaro. Era adibito a rifugio, e serviva da base di partenza per coloro che desideravano intra¬prendere escursioni sulle più alte quote del Vulcano.

Nella notte del 20 aprile veniva investito dalla lava il penultimo pilone, cioè l'undicesimo, della funivia. Era il più alto dell'intero complesso, e raggiungeva i trenta metri d'altezza. Al contatto del magma il pilone, che per i primi dodici metri era stato costruito in ferro e cemento armato, e per il resto in ferro, si accartocciava; successivamente esplodeva, proiettando

Nel 1954, alle porte di Milo, venne innalzata una stele di pietra bianca con in alto una statua della Madonna. Sul basamento è la seguente scritta: A Maria SS. Immacolata -celebrandosi l'Anno Santo - che La vide - proclamata assunta in cielo - maternamenie vigile - sulla lunga agonia di Milo - che ancora una volta liberava - a distanza di un secolo - dalla lava incombente - dal 25 novembre 1950 al 2 dicembre 1951 - i milesi -nell'anno mariano 1954 - eressero - a perenne ricordo.

Nel pomeriggio del 21 aprile una scossa sismica nel basso versante orientale etneo arrecò notevoli danni all'abitato di Sciara, nei pressi di Giarre. Nella notte tra l'I 1 e il 12 maggio, mentre l'attività a quota 3.000 andava sempre più diminuendo, a sud del Rifugio Citelli si originarono due fratture che riversarono un abbondante magma. Esso, scendendo lungo i letti dei torrenti Cubania, Sambuco e Gavagrande, costituì una seria minaccia per l'abitato di Sant'Alfio la Bara e, successivamente, per Fornazzo. Nella mattinata del 18 maggio gli abitanti di S. Alfio portarono in pellegrinaggio i simulacri dei santi Alfio, Cirino e Filadelfo a pochi metri dalla lava, perché si allontanasse il pericolo che incombeva sul paese.

Intanto il fiume di lava, procedendo nella sua inesorabile marcia, inve¬stiva zone coltivate, case coloniche, villette, tutto travolgendo e sommer¬gendo sotto un enorme manto di pietre. Alla fine di maggio per fortuna il torrente di lava diminuì di intensità, e ogni pericolo per i centri di S. Alfio e Fornazzo venne eliminato. Il 12 giugno la fase di espansione eruttiva si concludeva a quota 550, in direzione di Sciara, da cui distava solo due chilometri. I 78 milioni di metri cubi di lava espulsi avevano ricoperto una superficie di sette chilometri quadrati e mezzo.

 

Dal 30 gennaio al 29 marzo 1974 si originava una eruzione a quota 1.680 sul versante occidentale, non molto lontano da Bronte. Durante la fase eruttiva si venivano a formare due monti, a cui si dava il nome di De Fiore e De Fiore I44.

L'eruzione presentò un aspetto molto interessante per l'intensa attività sismica. Circa 600 terremoti, fra vulcanici e vulcano-tettonici, di cui 220 piuttosto violenti precedevano e accompagnavano le emissioni magmati¬che. L'avanzata della lava, alquanto lenta, non destò alcuna preoccupa¬zione per i centri abitati. Sensibili danni subì la pineta di Bronte.

L'attività eruttiva venne denominata eccentrica, in quanto il magma si formava in una zona vicino alla superficie. Caratteristica princpale dell'e-ruzione era quella di emettere delle lave piuttosto viscose, cioè alquanto più pesanti di quelle che provenivano dalle profondità abissali.

Gli studiosi di vulcanologia avanzarono l'ipotesi che il magma prove¬nisse da una sacca superficiale, probabile residuo di precedenti eruzioni. A sostegno di questa tesi era l'alta viscosità e la temperatura alquanto bassa. Si poteva ritenere che il magma fuoriuscito fosse rimasto intrap¬polato nella sacca per circa duecento anni, probabilmente dall'eruzione del 1763.

 

Dal 3 al 9 agosto 1979 tra Rocca Musarra e Rocca delle Capre si ori¬ginava una ingua di fuoco che, durante la sua marcia, devastò castagneti, frutteti, noccioleti. Si temette per l'abitato di Fornazzo, a tal punto da predisporre un piano di evacuazione. Per fortuna alle prime luci dell'alba del 9 agosto l'attività eruttiva cessava.

Alle ore 18 del 12 settembre, improvvisamente dalla cosidetta bocca nuova, che si era formata nel 1968, si sprigionò una potente esplosione. Essa scagliava al cielo una enorme quantità di pietre e di massi, facendoli ricadere a ombrello in tutta la zona circostante.

Circa centocinquanta turisti, sia stranieri, ma per lo più italiani, che con le varie guide si erano sparpagliati nella vasta zona, rimasero atterriti dalla improvvisa esplosione. Mentre si davano alla fuga, molti venivano investiti da pietre e da massi .

Alla prima terrificante esplosione seguirono altre di minore intensità, ma alquanto violente. Poco dopo dalla bocca nuova si elevava un robusto pennacchio di fumo nero, visibile a distanza.

Passato il primo momento di smarrimento, le guide cominciavano a soccorrere le vittime e a trasportarle con gli automezzi che non erano stati danneggiati al Rifugio Sapienza. Dato l'allarme a Catania, giungevano i primi mezzi di soccorso che trasferivano i feriti negli ospedali catanesi. Il bilancio della spaventosa tragedia era di nove vittime e di ventitré feriti.

Alla domanda di come si era verificata la tragedia, gli esperti vul¬canologici riferivano che durante l'ultima eruzione dei primi di agosto, che aveva fatto temere la distruzione di Fornazzo, l'attività eruttiva aveva lasciato delle perplessità, perché la colata non era stata accompagnata, come imponeva la legge dei vulcani, dalla fuoruscita del gas. Ci sarebbe stato dunque da temere qualche violenta fuoruscita di gas, che era rimasto imprigionato nelle profondità abissali.

 

Verso le due della notte del 16 marzo 1981 sulla parte sommitale del versante settentrionale del Vulcano aveva inizio una ininterrotta sventagliata di terremoti, accompagnati da continui boati. Il fenomeno sismico proseguiva il giorno successivo, facendo registrare fino a mezzogiorno circa quattrocento scosse.

Fu proprio una di queste violente scosse di mezzogiorno che fece segnare l'inizio dell'attività eruttiva. La scossa provocò danni nella zona di Piano Provenzana e lesioni in più punti della strada Mareneve. In coincidenza con questa scossa si apriva una frattura nel terreno a circa quota 2.500, sempre sul versante settentrionale del Vulcano, emettendo abbondantissima lava e riversandosi su vecchie zone laviche.

Mentre era in corso questa spettacolare attività, alle ore 19 del 17 marzo, a quota 1.500, a est di monte Spagnolo, tra Randazzo e Passo Pi-sciaro, si apriva una nuova frattura da cui usciva il magma che si riversava verso le zone più basse. Migliaia di ettari di terreno venivano seppelliti da una coltre di pietre infuocate. Poi tante case agricole, villini, alcuni dei quali ancora in costruzione; la strada statale 120 che separa Ran¬dazzo dalla frazione di Montelaguardia; la provinciale Randazzo-Moio Alcantara; la panoramica Randazzo-Linguaglossa. In conseguenza delle rilevanti interruzioni, Randazzo poteva essere raggiunta dalla strada pra¬ticabile che portava a Bronte.

La vasta colata lavica, che in un primo tempo minacciava l'abitato di Randazzo assieme alla frazione di Montelaguardia, per fortuna passava oltre; proseguendo la sua marcia si riversava sul letto del fiume Alcantara, senza apportare gravi conseguenze al sistema idro-elettrico.

Nella mattinata del 19 marzo il magma rallentava la sua marcia. La di-stensione si diffondeva ben presto tra gli abitanti della vasta zona. Anche se l'Etna si apprestava a tornarsene tranquillo, rimanevano alquanto gravi le conseguenze. La lava aveva reso inutilizzabile all'incirca un quarto del suo potenziale economico. Si placava totalmente il 23 marzo.

 

Dal 28 marzo al 6 agosto 1985 si svolse un'eruzione che, per la sua intensa attività, produsse gravi danni nelle località che vennero investite. E fenomeno ebbe inizio verso le ore 8 del 28 marzo con una larga e lunga spaccatura a quota 2.400 sul versante meridionale, ove sorgeva una notevole quantità di piste di sci e di impianti sportivi.

Successivamente lungo tutta la linea si aprivano numerose bocche, dalla più bassa delle quali incominciava a fluire il magma in modo vio¬lento e abbondante. Nelle ore successive, dopo aver superato a quota 1890 la parte terminale della strada Nicolosi-Etna, all'altezza del piaz¬zale che portava ai monti Silvestri, circondata e danneggiata la caserma dei carabinieri, si attestava in linea d'aria a circa nove chilometri da Ni¬colosi.

Nella notte del 29 marzo veniva investita la casa cantoniera, meta di gite domenicali, tanto cara a diverse generazioni di catanesi. Fiancheg¬giando le colate del 1892 e del 1910, in mezzo alle quali si incanalava, raggiungeva nella serata del 30 marzo quota 1.600. Venivano distrutti bo¬schi di pini, castagneti, che, al contatto della lava si incendiavano, creando nella notte uno spettacolo apocalittico.

Nei primi giorni di aprile la lava investiva il ristorante Corsaro e un altarino costruito nel 1945, meta di turisti, ove nei giorni festivi spesso si celebrava la messa per gli sciatori. Anche la strada Nicolosi-Rifugio Sapienza veniva per ampio tratto seppellita. Veniva pure distrutto lo chalet dei fratelli Nicoloso, che nei pochi anni della sua esistenza aveva accolto molti turisti di tutto il mondo. Dopo venivano investiti alcuni piloni della illuminazione pubblica, i tralicci di ferro e l'antenna per le comunicazioni radio con tutta la Sicilia orientale della cabina Enel. Quest'ultima veniva sommersa nelle prime ore del 9 aprile.

Il 18 aprile veniva inondato il piano Bottara. Il ristorante La Quercia e la vicina quercia, che aveva dato il nome al locale, venivano distrutti. Due giorni dopo la colata raggiungeva quota 1.200. Nella furia devasta¬trice venivano ricoperti molti villini e frutteti. La strada Nicolosi-Rifugio Sapienza veniva ancora una volta ricoperta per altri trecento metri.

Nei giorni successivi l'eruzione proseguiva senza soste. Particolar¬mente minacciate l'area di monte Capriolo, in territorio di Nicolosi. Di fronte alla minaccia che si presentava per i centri abitati, da autorità e da tecnici veniva predisposto un piano per deviare la lava, in modo da costringerla a scorrere nelle alte quote. Sin dai primi giorni di maggio le ruspe lavorarono per sbancare il terreno e costruire un baluardo, allo scopo di incanalare la lava verso il monte Vetore. Un potente escava¬tore era al lavoro per perforare la parete che doveva aprire le buche ove installare gli esplosivi.

Alle ore 4.09 del 14 maggio si facevano brillare le mine. Si apriva una breccia che faceva deviare la lava. L'esperimento, eseguito da una équipe di specialisti italo-svedesi, non dava risultati del tutto entusiasmanti. La colpa veniva attribuita dagli esperti al mancato abbattimento di una parte dell'argine, quello inferiore, che tratteneva la colata lavica lungo il suo cammino verso le pendici più basse.

Inoltre difficoltà dell'ultimo momento avevano impedito che l'esplo¬sivo si potesse collocare nelle parti basse dell'argine, per cui, quando avvenne lo scoppio, il fiume di lava potè essere deviato solo parzialmente.

Molte le critiche da parte di coloro che avevano contrastato la rea-lizzazione del progetto. Ma gli scienziati di tutto il mondo diedero il più ampio riconoscimento all'ardua impresa. In simili circostanze, la co¬lata lavica poteva essere dirottata da determinate zone che si volevano salvaguardare.

L'esperimento servì comunque a risparmiare dalla distruzione il co-stosissimo osservatorio astrofisico e il Grande Albergo. La lava, con il baluardo di terra che era stato innalzato, si incanalava verso zone già in¬vestite da precedenti colate e in zone di scarso interesse. Senza dubbio se i danni si potevano considerare nel complesso limitati, lo si doveva all'originalissimo esperimento. Il magma si esauriva del tutto il 6 agosto.

  

 

 

l’eruzione del 1852-1853, che formò l'apparato eruttivo dei Monti Centenari in Valle del Bove, da dove le lave giunsero a minacciare da vicino Zafferana;

l’eruzione del 1865, responsabile della formazione dei Monti Sartorius (versante E-NE);

l’eruzione del 1879, che squarciò diametralmente la parte alta del vulcano (le lave del versante Nord, sgorgate dai monti detti Umberto e Margherita raggiunsero quasi l'alveo del fiume Alcantara);

l’eruzione del 1883, che interessò il territorio di Nicolosi e che diede luogo alla formazione di Monte Leone;

l’eruzione del 1886, le cui lave, sgorgate dal Monte Gemmellaro, minacciarono il centro abitato di Nicolosi;

l’eruzione del 1892, evento piuttosto lungo (oltre sei mesi) che diede luogo alla formazione dell'apparato dei Monti Silvestri;

l’eruzione del 1910, le cui lave minacciarono da vicino Borrello-Belpasso (si formarono i Monti Riccò - indicati anche come Monti Recupero);

 

 

 

 

 

 

 

 

 

tratto da “Catania - Le origini di Catania - Dal Quaternario al terremoto del 1693”

Giovanni Merode e Vincenzo Pavone - Edizioni Greco CT - 1993

 

 

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