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Nel 1442 Alfonso conquistò il Regno di
Napoli assumendo il titolo di Rex Utriusque Siciliae e unificando anche
formalmente i due regni. Gli ultimi due re sono gli stessi del regno d'Aragona:
Giovanni I e Ferdinando II, che con le nozze con Isabella di Castiglia unifica
la corona di Sicilia a quella di Spagna. È il 1516.
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1516 |
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1713 |

Il governo spagnolo
Catania
fu teatro delle traversie avute dalla regina
Bianca di Navarra
a causa delle mire per la successione al trono da parte del Gran Giustiziere
Bernardo Cabrera, conte di Modica. Con l’elezione di Ferdinando I come re di
Aragona, Valencia e Catalogna la Sicilia fu dichiarata parte del regno
aragonese. La vedova regina Bianca fu confermata “vicaria”.
La Sicilia quindi fu un Regno facente
parte della Corona d'Aragona
insieme e al pari dei territori spagnoli e poi di Napoli, e fu
governata da un viceré,
alter ego del sovrano. I catanesi si consolarono con alcuni privilegi concessi
loro dalla regina Bianca.
Il successore di Ferdinando I,
Alfonso il Magnanimo
riunì il 25 maggio 1416,
nella sala dei Parlamenti di castello Ursino, tutti i baroni e i prelati
dell’Isola per il giuramento di fedeltà al Sovrano. A castello Ursino si
svolsero, fino al 30 agosto, gli ultimi atti della vita politica che videro
Catania come città capitale del regno.
La Sicilia divenne parte dell'enorme
complesso territoriale degli
Asburgo di Spagna (detti "Austrias"),
uno stato multinazionale, multietnico e multilinguistico su cui "non tramonta
mai il sole", governata in assenza del sovrano da un viceré (l'unico sovrano
Austrias che soggiornò per qualche mese nell'isola fu
Carlo V nel 1535,
nel suo grandioso viaggio cerimoniale seguito all'impresa di Tunisi). Catania fu
favorita dai sovrani spagnoli, anche se si segnalavano di tanto in tanto rivolte
dirette più contro il governo locale espresso dalla nobiltà cittadina
(patriziato) e contro i rappresentanti del sovrano, più che contro la dinastia
regnante. Una sorta di guerra civile interna scoppiò nella città tra varie
fazioni che si contendevano il governo municipale in occasione della confusa e
travagliata successione al trono di Carlo di Gand (Carlo II di Sicilia e futuro
Carlo V imperatore), e una sollevazione popolare si ebbe nel periodo delle
rivolte siciliane (ma anche in varie altre parti d'Europa) del 1647 - 1648, il
periodo più difficile del governo spagnolo sconfitto in Europa dalla Francia e
nel pieno della drammatica crisi generale europea e mediterranea.

Dopo i conflitti del 1516-17 in segno di
pacificazione il corpo dei Giurati adottò il "Cerimoniale" scritto da Alvaro
Paternò (1522) , che codificava le regole e l’ordine attraverso cui dovevano
manifestarsi le gerarchie interne dei soggetti e dei poteri urbani in occasione
delle grandi cerimonie laiche e religiose. Fu l’esito conclusivo delle
sanguinose lotte interne dei partiti e delle fazioni (che si indirizzò sempre
più verso l’esterno con l’impegno militare al servizio della monarchia) , e
l’inizio di una nuova fase della vita amministrativa locale.
Gli anni Trenta del Cinquecento ci
mostrano una città vitale e dinamica (tendenza all’incremento demografico ed
all’espansione delle colture nell’area etnea, interventi pubblici nell’area
urbana, restaurazione delle mura, costruzione di nuovi edifici sacri e
nobiliari, diffusione della cultura del decoro), ma una serie di
catastrofi naturali
(tra 1536 e 1537
si ebbero eruzioni, scosse sismiche, esplosioni e nubi sulfuree che scuotono
l’Etna e distruggono abitati, vigne, piantagioni dell’area collinare) ed il
peggioramento della congiuntura politico-militare nel Mediterraneo ed in Europa,
determinarono un clima diffuso di paure e ansie, aspettative escatologiche e
millenaristiche.
Re Alfonso il Magnanimo
permise la nascita a Catania dell'Università
più antica della Sicilia o Siciliae Studium Generale (1434). Inoltre
il 31 maggio 1421, invitato da Gualtiero Paternò e Andrea Castello, che erano
stati presenti al parlamento
che il re aveva incontrato a Messina, il sovrano venne a Catania per
riconfermare ufficialmente le “libertà” e gli “statuti” della città.
Il palazzo dell'Università di Catania situato
nell’omonima piazza della città, deve il suo attuale aspetto ai lavori di
ricostruzione eseguiti a partire dal 1696, per far fronte ai danni causati dal
disastroso terremoto del 1693.
Realizzato per la prima volta su progetto degli architetti Francesco Battaglia,
Antonino Battaglia, e Giovan Battista Vaccarini, l’edificio subì il primo
intervento restaurativo nel 1818 ad opera dell'architetto Mario Di Stefano,
realizzatore della meravigliosa facciata.
Il palazzo sede del rettorato dell’Università degli studi di Catania, presenta
un cortile interno a forma di chiostro, una splendida Aula magna affrescata dal
pittore Giovan Battista Piparo, ed infine una Biblioteca dove sono custoditi
oltre 200.000 volumi tra codici, incunaboli, manoscritti e lettere autografe.
Il prospetto in gran parte ottocentesco, come del resto l’intero edificio,
accoglie lo stemma di Aragona, il cui re Alfonso il Magnanimo fondò nel 1434
l'Università di Catania come unica università siciliana, composta da sei
docenti, le cui lezioni si tennero in una struttura eretta in piazza Duomo
accanto alla Cattedrale di Sant'Agata.
Le più importanti cariche comunali erano il
Capitano di giustizia, il Patrizio, e i sei membri del consiglio chiamati
senatori. Nel 1412 i cittadini avevano ottenuto lo scrutinio cioè il diritto di
eleggere i senatori, sia pure scegliendo entro liste molto controllate.
Osteggiato, sospeso e ripreso più volte, il sistema dello scrutinio
rappresentava tuttavia il luogo della decisione e della legittimazione
collettiva del governo municipale. Nel 1435
Alfonso il Magnanimo
concesse alle maestranze che i loro consoli
potessero intervenire in Consiglio, concessione ritirata qualche anno dopo.

Tuttavia, nel corso del Quattrocento, poco più di una dozzina di famiglie riuscì
a raccogliere al proprio interno il più gran numero di designazioni. Sono nomi
che ritroveremo a lungo nella storia anche urbanistica e culturale della città:
oltre ai Paternò, Riccioli,
Rizzari, Monsone, Platamone, Ansalone, Castello, Traversa, Gioeni, Asmari,
Pesce, Asmundo, La Valle ...
Infine, anche gli organi periferici del governo viceregio, piuttosto che fungere
da contrappeso centralistico, finirono col cadere nelle mani di questa élite,
che si avvantaggia anche dell'Università. La sconfitta della parte popolare
segna l'adeguarsi di Catania al sistema politico spagnolo: ma la città mantiene
un carattere più borghese, rispetto a Palermo, e produce pensatori politici
originali come i giuristi Blasco
Lanza (c. 1466-1535) e
Mario Cutelli(1584-1654).
Si diceva che a Catania li gentilhomini per la maiuri parti su mercanti e
massari. Di questo genere è la carriera di
Battista Platamone,
proveniente da una famiglia che al commercio aveva affiancato la gestione di
cariche pubbliche. Battista si laureò in diritto a Padova; dal 1420 occupò
diverse cariche di natura fiscale e amministrativa, accumulò titoli di nobiltà e
feudi, giungendo ad essere viceré per qualche mese nel 1440-41. Era in grado di
prestare danaro alla Corona; fu tra i promotori dell'Università. Il rapporto di
Catania col suo patriziato e con la sua feudalità è anche il rapporto con la sua
campagna, vasto entroterra agricolo ricco di risorse.
Nel Cinquecento, Catania risente, come il resto dell'isola, della complessiva
riorganizzazione dello spazio mediterraneo. Ferdinando il Cattolico, insieme con
Isabella di Castiglia, riunificando la Spagna, aveva posto le premesse che
faranno del suo erede Carlo V l'imperatore sulle cui terre non tramonta mai il
sole. Poiché, dopo la caduta di Costantinopoli (1454) un analogo processo di
sviluppo e centralizzazione si è svolto ad oriente con l'impero turco, la
Sicilia si trova ora ad essere frontiera tra un Islam e una Cristianità in stato
di guerra. Il commercio mediterraneo, di cui Catania era uno dei centri, patisce
insieme la chiusura del
mercato
africano, e il ruolo egemonico della Spagna (la produzione di zucchero
siciliano, per esempio, viene condannata a morte dall'impianto delle piantagioni
prima nelle Canarie e poi in America).
Per Catania, il segno tangibile della mutata situazione sta nel rafforzamento e
nella definitiva chiusura della
cinta delle mura (nei decenni 1540-1560).
Questa determinerà lo svolgimento urbano, fin
oltre il terremoto del 1693. La città non poteva restare immune dal travaglio
religioso del secolo. Nel 1494, come in tutto il regno di Ferdinando il
Cattolico, si ebbe l'espulsione o la conversione forzata degli ebrei anche a
Catania; la comunità ebraica vi era
particolarmente forte e numerosa.
Sono forse ebrei convertiti i portatori di opinioni luterane, non meglio
definibili, come lo sfortunato Giovan Battista Rizzo, linciato dalla folla nel
1513 perché, sembra, aveva compiuto un gesto sacrilego in Cattedrale contro
l'Ostia consacrata. In rapporto col mutato clima religioso, si definisce meglio
il culto della patrona, Sant'Agata, con importanti conseguenze sul patrimonio
artistico.
Nel
1542 un grande terremoto
sconvolse il Val Noto (nella stessa area dove avrebbe colpito nel 1693). A
Catania una cronaca narra che “tutta la cita si commossi a grande paura et
timuri, credendosi ogni uno sumergiri et cum grandi planto et pagura gridando
misericordia ogni uno andava verso la gloriusa sancta Agatha. Era grandi
atterruri intendiri li gridati et planto di li donni et pichulilli, et per
quistu quasi la mayuri parti di la cita, homini, donni et pichulilli, cum grandi
devocioni et planto si congregaro in dicta mayuri ecclesia et incontinenti fu
ordinata una processioni”.
Nel
1541
il vic eré Gonzaga
venne a Catania, prese provvedimenti per lo Studio e per il rifacimento della
cinta muraria secondo i nuovi criteri dell’ingegneria militare. All’edilizia
militare si accompagnava quella civile. Tommaso Fazello, in visita a Catania nel
1541, segnalava lavori di sopraelevazione degli edifici e annotava che i resti
del mausoleo di Stesicoro si trovavano al di fuori della porta di Aci; cento
anni dopo il Grossi descriverà in quegli stessi luoghi l’esistenza
un nuovo quartiere di private abitazioni L’incremento edilizio accompagnò i
costanti aumenti della popolazione registrati dalla metà del Quattrocento alla
metà del Cinquecento: i due primi censimenti generali diedero per Catania e i
suoi casali la cifra di 14.261 (nel 1505) e di 24.592 (nel 1548) abitanti, di
cui circa la metà residenti entro le mura cittadine Catania aveva trovato sotto
vari aspetti un carattere urbano e civico ben definito, un equilibrio e una
struttura che la accompagneranno per lungo tempo senza alterazioni
significative. L’abitato si compatta dentro la ricostruita cinta muraria, nuovi
edifici sacri, nobiliari e civici, nuovi spazi, vie, piazze, monumenti
all’esterno, decorazioni, quadri, arazzi, dipinti all’interno degli edifici, le
conferiscono quel ‘decoro’ che le nuove nobiltà perseguono e che affidano alla
nuova sensibilità artistica rinascimentale. Il ceto amministrativo, dopo un
secolo di travagli, scontri, trasformazioni, ha elaborato un sistema che
attutisce i conflitti e media tra gli interessi delle famiglie eminenti, che si
consolidano e si chiudono all’interno delle rigide norme di accesso alla mastra.
L’Università laurea parecchie decine di giovani ogni anno e riesce a mantenere
il suo monopolio anche contro i tentativi avversi di Messina e Palermo. Se
fallisce il tentativo di costruire un molo capace di dare più sicurezza ai
traffici e di accogliere naviglio di maggior stazza, l’economia ha tratto spinta
ed equilibrio dall’integrazione piana/città/casali che sostiene lo sviluppo
alimentare (grano/vino), commerciale e produttivo dell’intera area.

Le Mura di Carlo V, costituite da undici
bastioni e diverse porte di accesso alla città, risalgono al XVI secolo, quando
l’imperatore Carlo V diede l’incarico all’architetto Antonio Ferramolino.
Questo fu un secolo alquanto travagliato per
l’isola: si assistette non solo ad un peggioramento della situazione politica ed
economica, ma anche alle continue invasioni dei turchi; Catania divenne dunque
teatro di duri scontri tra cittadini e ottomani. Tutto ciò spinse l’Imperatore a
prendere seri provvedimenti per difendere la città, costruendo appunto il
complesso murario. Il progetto includeva la sostituzione delle, ormai vecchie,
mura medievali con una nuova cinta muraria che si adeguasse alle nuove tecniche
militari. Ma qualche secolo più tardi si dovette procedere con i lavori di
restauro poiché le Mura subirono ingenti danni in seguito alla devastante
eruzione dell’Etna del 1669 e al terremoto del 1693 che distrusse la maggior
parte dei monumenti preesistenti.

I lavori di ricostruzione furono avviati con
il duca di Camastra e fu con quest’ultimo che venne riaperta la porta d’accesso
vicino alla Piazza Duomo: si tratta della porta intitolata al vicerè duca di
Uzeda, una delle porte più scenografiche della città etnea. Ma sono le Mura alla
Marina quelle che hanno subito maggiori rifacimenti. Le originarie porte di
Catania sono state anch’esse in parte sommerse e rovinate dai disastrosi eventi
e oggi la Porta di Carlo V è l’unica tra queste che si conserva intatta: questa
è anche conosciuta con il nome di “Porta dei Canali”, in quanto era collegata a
dei canali, e inoltre qui sgorgava l’Amenano, fiume in seguito interrato dal
terremoto. Realizzata con blocchi lavici, la Porta include una lapide di marmo
sulla quale sono incise a caratteri latini le parole dello stesso imperatore che
esprime il suo desiderio di dotare la città di una nuova cinta muraria.
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Ciò spiega, proprio di fronte al
sacello di Sant'Agata, la presenza del
monumento
sepolcrale del Viceré rappresentato in ginocchio in atteggiamento di
preghiera. Nella parte superiore del monumento si legge la seguente
epigrafe :
Regnando il grande Ferdinando, Re di Spagna
e di Sicilia, Viceré di Sicilia Fernando Acuña, fu qui sepolto.
Questo monumento di pietà gli è stato innalzato, con le lacrime agli
occhi ,dalla sua cara sposa,Maria Avila. Egli di costume era Catone,
di cuore Cesare. In lui splendette ogni genere di virtù. Abbi sempre
dinanzi agli occhi questo esemplare di virtù così sarai approvato in
cielo e in terra.Visse 40 anni. Morì il 2 dicembre dell'anno del
Signore 1494. Questo è il sepolcro a splendido ricordo del Buon Don
Fernando de Acuña Viceré, il quale servì tanto Dio e il suo Re, da
esser degno di fama e gloria.
Alla base del monumento
un'altra epigrafe recita:
Qui giace Don Fernando d'Acuña Viceré
di Sicilia, castigliano per patria, figlio del Conte de Buèdia
dell'illustre stirpe de Acuña.Di aspetto e di animo regale,
cultore di ogni virtù e di lettere ,strenuo nelle armi. Lo
piange la schiera degli onesti e dei dotti e quantunque il suo
corpo giace sottoterra, la sua pia anima gode tuttavia la gloria
dei beati .
foto
da
http://www.flickriver.com/photos/hen-magonza/sets/72157622859898711/
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Nella storia delle arti del
disegno, ed anche in quella delle lettere e delle scienze, Catania
tenne, durante l'età più vicina alla nostra, un posto troppo
mediocre. Neanche nella restante Sicilia la nativa vivacità
dell'ingegno isolano potè, per colpa della secolare oppressione
spagnuola e borbonica, esser fecondata. Le stesse ricchezze naturali
della terra non poterono fruttificare.
Catania, che era una cittaduzza
di quattordici mila abitanti nel
1501,
mise tre secoli a crescere fino a cinquantamila; ma in questi ultimi
sessanta anni, con uno slancio paragonabile solo a quello di Milano,
ha più che triplicato la sua popolazione.
Il porto, aspirazione quattro
volte centenaria dei Catanesi, sei volte iniziato e sei volte
inghiottito dal mare, ha potuto esser compiuto sullo scorcio del
secolo scorso ed è divenuto uno dei primi del regno. La città
s'avvia ad arricchirsi ancora, a crescere sempre più, coi commerci e
le industrie.

Tanta prosperità le viene, o per
dir meglio le ritorna, dalla situazione singolarissima, nel bel
mezzo della costa orientale dell'isola — la più fertile, la più
ridente — allo sbocco dell'immensa ubertosa pianura, della Piana per
antonomasia, che dal mare si stende per cento chilometri dentro
terra, fino alle montagne zolfifere; e principalmente dalla
vicinanza del feroce ma feracissimo Etna. L'iscrizione posta, a nome
di Carlo II, dal vicerè duca d'Albuquerque dentro la cappella di S.
Agata in Duomo, non mente: «Clarius iam inde colluces, urbs
clarissima, unde celeberrimi nominis lumen extinctum tremebunda
lugebas»: la città rifulge per quella stessa cagione dalla quale
dipesero le sue sciagure, per il gran vulcano che fu il suo nemico,
che è ancora la sua gran minaccia, ma che è intanto e sempre fonte
della sua ricchezza e della sua rinomanza.
La pietà del vicerè attribuiva ai
miracoli della santa protettrice la fama di Catania nel mondo; ma
egli appendeva una lampada d'argento dinanzi al sepolcro della
martire «oltre le perpetue lampade di fuoco e di fiamme dell'Etna:
praeter perpetuas Aetnae lampades ignis atque flammarum».
Così, due mila e più anni prima, il fuoco sacro ardeva nel tempio di
Vulcano, alle falde della sua fucina. E l'Etna è la nota dominante,
il motivo fondamentale, così nelle storie della città come nei
quadri che la rappresentano. In nessun punto del suo enorme
perimetro di centocinquanta chilometri la montagna ha un profilo
così puro, da fumante piramide, come da Catania. E come di Catania,
essa forma la prosperità di un gran numero di altre minori città e
borghi e castelli e casali disseminati alle sue falde. L'ottimo
Comeindo Muglielgini ebbe dunque un bell'ammonire:
«: O' se l'Uomo considerasse,
che quella casa, ch'egli stima suo paradiso in terra, alle scosse
inclementi d'un Tremuoto può subito in un baleno mutarsi in un
inferno d'orrori; che quella Galleria ov'egli à lascivie di senso si
sollazza, puol divenire una Nitria di sfrantumati macigni.
Reflessione in vero da fare istupidire l'istesso spavento; e
pensiero da far mutare pensiere a tutti quei ch'albergano tra le
Città, col far ch'eglino da Cittadini, si trasformassero in
villarecci. E dove sei ò bellissima età dell'oro, che per essere
senza ricchezze, non avevi prezzo nelle tue felicità. Che se non
fosse poi venuto questo secolo di ferro, l'ambizione Umana, non
averebbe fabricati cotanti ordegni fabrili, per edificar le Città;
che divengono poscia tomba degli abitanti...».
L'umana attività non bada ai
remoti pericoli, e fa invece suo pro di qualunque prossimo
vantaggio. Se l'Accademico Infecondo potesse rivivere,
riconoscerebbe che la sua predica fu veramente sterile; e forse, e
senza forse, dovendo descrivere la Catania risorta, ricomincerebbe
ad accozzare metafore, nel suo stile ispano-siculo, per sublimarne
ogni più piccola gloria.
da
"Catania" di Federico De Roberto
ISTITUTO ITALIANO D'ARTI
GRAFICHE — EDITORE 1907 |


Lo
strano gallo che arrivò con gli spagnoli. Il tacchinio fu importato in Europa nel XVI
sec. dai conquistadores spagnoli che lo trovarono in Messico
presso gli Aztechi. Gli spagnoli lo chiamarono pavo comun, sicuramente perché
anche questo animale fa con la coda la ruota come il pavone, ma la denominazione
spagnola non ebbe molta fortuna e ogni popolo inventò nomi diversi per designare
quest’uccello, anche perchè per India si intendeva la terra che fu scoperta e
che invece erano le Americhe, cioè il Messico.
I Francesi, per es., dal latino scientifico
gallina indica foggiarono il termine dinde, che troviamo attestato intorno al
1600 e che è un’abbreviazione di coq d’Inde (Rabelais). Dal francese dinde
deriva a sua volta l’italiano dialettale dindo, dindio, diffuso specialmente nel
Veneto e nella Romagna, e il marchigiano drindo, dìndero. Scendendo ancora lungo
la penisola italiana incontriamo il napoletano gallërìni ë e il tarantino
jaddidìnië. Anche nei dialetti grecanici dell’Italia meridionale il concetto
predominante e quello della provenienza dalle Indie (con la solita confusione
tra Indie orientali e occidentali), tant’è vero che a Bova il tacchino è
chiamato ndakó dal greco medievale indikós [aléktor].
In Sicilia (e nella Calabria meridionale)
esiste una grande varietà di nomi per indicare il tacchino, ma tutti si possono
raggruppare intorno a tre nuclei fondamentali che sono i seguenti: termini
onomatopeici; gallo d’India; indiano
Tra i nomi di origine onomatopeica, derivati
probabilmente dal richiamo per questo uccello, citiamo papì m. e f., papìa f.,
papìu m., diffusi in provincia di Enna e di Caltanissetta, e pìu che si
riscontra in vari centri delle province di Siracusa (Ferla, Solarino, Floridia,
Pachino), di Ragusa (Comiso, Vittoria, ecc.), di Caltanissetta (Niscemi, Gela),
di Agrigento (Favara, Raffadali, Siculiana, Lampedusa) e di Trapani. Il dim.
piùzzu è stato raccolto dal Pitrè a Noto.
Il tipo gallo d’India è diffuso a macchia di
leopardo in tutta l’Isola e presenta una serie di varianti dovute alle
caratteristiche fonetiche delle singole parlate locali. Troviamo infatti:
addudìn(n)ia (in prov. di CT e di TP),
addurìn(n)ia (in prov. di PA e TP),gaddrudìnnia (in prov. di AG),
gaddudìn(n)ia (nei vocabolari siciliani di Del Bono, Traina, ecc.) gaddulìndia
(in prov. di CT), gaddulìnia (nel vocabolario del Cannarella), iaddurìnnia
(in prov. di CT), gaddurìnia (in prov. di PA), gaddurìnnia (in prov.
di AG), iaddudìn(n)ia (in prov. di ME e CT),
In alcune parlate è scomparsa la prima parte
del composto per cui abbiamo ìnniu m. nel Del Bono e ìnnia f. nel Traina, nel
Mangiameli e nelle province di TP, PA, AG.
Un po’ più complessa è la trafila che
dobbiamo seguire per spiegare i derivati da ‘indiano’.
Il più diretto discendente è n(n)iànu m. e
n(n)iàna f. attestati entrambi nelle parlate di Palazzolo Acreide, Avola e Noto.
Da nniàna deriva per metatesi nanìa che, con
le sue varianti nanìu e nanèu (Floridia), è diffuso in molti centri della
provincia di Siracusa.
Da nanìu con assimilazione vocalica deriva
ninìu, attestato per Palazzo Adriano (PA), e da questo abbiamo nìu e nìa,
diffusi soprattutto nella provincia di Messina.
Notiamo in margine che anche in Calabria
troviamo i termini ndiànu, niànu e nìu per indicare il tacchino. Infine i
termini nuzza f. e nuzzu m. derivano certamente dal vezzeggiativo “indianuccio”
e sono attestati non solo in alcuni vocabolari siciliani (Traina, Macaluso
Storace, Piccitto – Tropea, ecc.), ma sono usati in numerosi comuni dell’Isola,
tra i quali citiamo Mongiuffi Melia, Motta Camastra, S. Domenica Vittoria,
Floresta, Catania, Francofonte, Vittoria, Cerami, Ribera, Caltabellotta,
Sciacca, Alcamo, Calatafimi, Campobello di Mazzara, ecc.
http://www.cstb.it/index.php?page=etimologie.php&menu=
TRA MEDIAZIONE E REPRESSIONE: L’ARISTOCRAZIA CATANESE
DURANTE LA RIVOLTA DEL 1647

La
grande eruzione dell'Etna

Quella del 1669 è stata la più
grande eruzione laterale avvenuta in epoca storica. Dalla fenditura prodottasi
in quei giorni sgorgò una delle più disastrose colate laviche che la storia
etnea ricordi; la colata che sconvolse il versante sud-orientale del vulcano
distrusse non solo numerosi centri abitati, ma gran parte della stessa città di
Catania.
Un’ enorme tragedia vissuta dalle
genti dell’Etna che segnò inesorabilmente la vita di decine di migliaia di
persone e che ne causò in pochi mesi la morte di oltre tremila per le terribili
carestie derivanti dagli eventi.
A partire dall’8 marzo sino alle ore
06.00 dell’11 marzo 1669 una sequenza impressionante di terremoti interessò
l’area compresa tra gli abitati di Nicolosi, Pedara, Trecastagni, Mascalucia e
Gravina causando notevolissimi danni alle abitazioni.
L'11 marzo accompagnata da sinistri
rimbombi si aprì una fenditura profondissima larga circa 2 m che si estendeva da
Piano San Leo ( circa 6 dall'abitato di Nicolosi ) sino alla sommità dell'Etna.
Quella stessa mattina nel pianoro
sottostante il Monte Nocilla ( 2 Km a Nord-Ovest di Nicolosi ) si aprì un'enorme
voragine da cui proruppero globi di cenere e blocchi accompagnati da…grandi
tuoni, fragori, e tremuori…durante lo stesso giorno si aprirono altre voragini
allineate lungo la medesima direzione dalle quali si…cacciava con urli, e
strepiti spaventosissimi un denso fumo nero…
Dopo il tramonto, si aprì un'enorme
voragine che nella notte...cominciò a vomitare un gran profluvio di liquidi
sassi, che all'aspetto dell'aria, acquistando durezza e tero rosseggiante colore
di schiumoso ferro, formavano quel vario misto che lava si appella…
Le pareti interne dei condotti
craterici sono prevalentemente costituite da scorie, blocchi, bombe vulcaniche,
ghiaie e sabbie vulcaniche dalla colorazione rossastra.
Il colore, rappresenta la risposta
ai fenomeni ossidativi derivanti dai processi chimico-fisici esogeni. Da ciò
discende in parte l’etimologia errata attribuita a questo cono a "otto".
Nel frattempo alle bocche,
l’accumulo dei brandelli lavici lanciati in aria dalle esplosioni aveva formato
un monte bicorne alto 50 piedi (un cono a due cime alto più di 250 m. "I
Monti Rossi". Esso rappresenta il più grande cono avventizio dell’ Etna e
supera in grandezza moltissimi edifici vulcanici indipendenti di altre regioni
del pianeta).
Ha un perimetro pari a circa 3 Km e
la base ellittica. L’attività esplosiva di questo monte fu talmente violenta che
le ceneri spinte dai venti raggiunsero non solo le contrade meridionali della
Sicilia ma anche molte zone della Calabria .

Giorno 25 marzo, un fortissimo
terremoto distrusse parzialmente il cratere centrale che, sollevando un'
altissima colonna di ceneri, crollò al suo interno. Nel frattempo le colate
laviche scaturite andarono espandendosi in diverse direzioni divorando Malpasso,
Mascalucia, S. Pietro Clarenza, Camporotondo, S. Giovanni Galermo e Valcorrente.
Il 29 marzo del 1669 le colate
circondarono Misterbianco e la seppellirono, la lava distrusse quasi tutte
le abitazioni. Il giorno 1 aprile 1669 le lave si trovavano a 2 miglia ad
occidente della cinta muraria di Catania, avvicinandosi, la colata investì
dapprima la borgata di Cibali e dopo aver distrutto un antico acquedotto
si diresse verso la zona nella quale oggi sorge la piazza S. Maria di Gesù.
In questo luogo, centinaia di catanesi tentarono invano di contenere la furia
devastante della colata lavica che proseguì in direzione del lago Anicito,
formatosi in seguito dell’ eruzione del 496 a.C., profondo circa 15 metri con
una circonferenza di 6 km.; prendeva il nome dalla nobile famiglia bizantina
"Anicito", (attuale via Lago di Nicito) a cui quelle zone appartenevano.
Il flusso lavico continuò il suo
cammino in direzione del Bastione degli infetti, ai 36 canali del fiume Amenano
e dopo aver distrutto completamente la parte sud-occidentale della città, le
lave raggiunsero per la prima volta il mare alle due di notte del 23 aprile del
1669. Il suo pauroso fronte, largo oltre 2 miglia ed alto più di dodici metri,
fece avanzare la costa di oltre un miglio. Il 30 aprile una digitazione
della colata lavica penetro nell’ orto dei Benedettini circondando il convento
dai lati nord e ovest, arrecando notevoli danni.
Giorno 9 giugno 1669 dalla zona
di Nesima, scaturì una copiosa corrente lavica che arrivò a circondare i fossati
del castello Ursino (che allora dominava la costa ) per riversarsi poi in
mare a formare una sorta di promontorio.
La città abitata da decine di
migliaia di persone, si spopolò quasi del tutto e conobbe tra l’altro anche il
dramma delle tantissime persone senzatetto.
L’eruzione cessò verso la metà di
Luglio dopo che la lava, scaturita dalle bocche eruttive poste a circa 820 m.
s.l.m aveva raggiunto il mare e aveva emesso quasi un miliardo di metri cubi
di lava.
Nell’immaginario collettivo delle
popolazioni del versante meridionale dell’Etna e degli abitanti di Belpasso e
Paternò, anche se per motivi diversi, è ancora presente il triste ricordo della
grande eruzione iniziata l’11Marzo 1669 e conclusasi dopo 122 giorni.
Un fiume di fuoco lungo 16 km rese
sterile oltre 38 kmq di territorio, distrusse migliaia di costruzioni e con
oltre 970 milioni di metri cubi di lave seppellì 16 centri abitati minori e
parzialmente distrusse la città di Catania.
Il 20 marzo 1669 come descrittoci
dal Canonico Alessi ,"… L' infocato profluvio giunse a Malpasso, abitato
da 8000 persone e nell'arco di 20 ore fu tutto ricolmo da quel fiume di fuoco e
dagli ammassati sassi…"
Ricostruito più in basso con il nome
di Fenicia Moncada venne distrutto dal terremoto del 1693. Riedificato nello
stesso luogo, dal 1695 prende il nome di Belpasso.
Quest’eruzione è nota anche per il
primo tentativo documentato di deviazione di una colata. La lava che aveva
scavalcato le mura di Catania fu infatti deviata tramite barriere di terra,
sassi e macerie delle case crollate. Ma ancora più sorprendente per quel tempo,
fu il tentativo effettuato da una manipola di temerari guidati dal sacerdote Don
Diego Pappalardo, effettuato nei pressi di Malpasso; con incredibile audacia,
tentarono infatti di praticare una breccia nell’argine della colata.
Coperti con velli di bue bagnate
d’acqua, attraverso delle aste di ferro, riuscirono ad arrivare al cuore del
canale, tanto che il liquido fuoco si riversò lateralmente iniziando a scorrere
nella campagna circostante per notabile spazio. Avrebbero potuto continuare
nella loro opera se non fossero stati bloccati dagli inferociti abitanti di
Paternò, preoccupati dalla possibile invasione del loro paese a causa
dell’intervento operato "…Che si lasci correre il fuoco laddove la Provvidenza
l’ha destinato "…
I varchi precedentemente aperti, non
più controllati, furono immediatamente ostruiti da nuova lava raffreddata,
mentre il ramo principale della colata continuò a muoversi verso Catania, dove
aprendosi dei varchi nelle mura delle città, distrusse interi quartieri (A.
Rittmann, 1929).

Quest’eruzione distrusse buona parte
della città di Catania, furono sommerse le rovine della Naumachia, del Circo
e del Ginnasio, il fossato ed i bastioni del castello Ursino, la porta dei
Canali.
Scrive Federico De Roberto:
"…Tutta la plastica del
territorio è stata più volte mutata dalle successive eruzioni . Il livello del
suolo si è innalzato; il corso delle acque dell’Amenano è stato fuorviato ed
interrato; le vallicelle di Nesima e di Albanelli sono state colmate; il
laghetto di Nicito è scomparso; il contorno della costa si è modificato; il
porto si è ristretto ed è poi sparito; nuovi promontori scabri si sono allungati
sul mare eppure, sfidando la tragica potenza del vulcano e forte di un carattere
audace, il popolo catanese ha ricostruito, ogni volta dalle macerie, la propria
città…"
L’abate Vito Maria Amico,
storiografo (1677-1762), così ricorda l’evento:
"…Aprissi la mattina da
mezzogiorno a settembre dal piano di S. Leone a Monte Frumento verso il supremo
cratere profondissima fenditura larga cinque o sei piedi su cui apparse fulgido
splendore. All’ora undicesima fra tremiti aprissi voragine di fuoco sotto la
Nocilla lungo la fenditura, che proruppe in ceneri e sassi tuonando…"
Giuseppe Recupero (1720-1778) nella
sua Storia naturale e generale dell’ Etna così descrisse l’ evento:
"… Commoversi con grande
violenza tutto il perimetro della montagna, saltare in aria dal cratere una
prodigiosa colonna di nero fumo, e rovente materia, e profondarsi finalmente la
sua cima con orridi rumoreggiamenti nel suo baratro. Cadde in primo luogo quella
vetta che guardava verso Bronte, di poi l’altra rimpetto l’oriente ed
ultimamente si rovesciò quella posta in faccia al mezzogiorno…".
http://www.scuoladusmetnicolosi.it/scarica/montirossi/geologia/eruzionedel1669.htm
|
1536
- Sia le cronache del tempo che Tommaso Fazello, testimone diretto,
la descrivono come tra le più violente. Le lave proruppero dal cono
principale il 22 marzo; il 25 avvenne una enorme squarcio nell'alta
regione boschiva a libeccio del cono e da molte bocche venne un
torrente di fuoco che si divise in tre rami: uno verso Nicolosì
distrusse il tempio di San Leone, un secondo avanzò verso
Valcorrente, un terzo verso Paternò;
1556 - La lava giunse fino
a Linguaglossa;
1607 - Si forma la Grotta
degli archi nel territorio di Nicolosi;
1609
- La lava percorse 15 chilometri verso Adernò (oggi Adrano);
1614
- L'eruzione più lunga del periodo storico. Il fenomeno durò ben
dieci anni ed emise oltre un miliardo di metri cubi di lava,
coprendo 21 chilometri quadrati di superficie sul versante
settentrionale del vulcano. Le colate ebbero origine a quota 2550 e
presentarono la caratteristica particolare di ingrottarsi ed
emergere poi molto più a valle fino alla quota di 975 m s.l.m., al
di sopra comunque dei centri abitati. Lo svuotamento dei condotti di
ingrottamento originò tutta una serie di grotte laviche, oggi
visitabili, come la Grotta del Gelo e la Grotta dei Lamponi;
1634; 1640; 1646
- Formò Monte Nero;
1651 - Iniziata a febbraio
con lave verso varie direzioni. Un braccio sul fianco orientale
piomba nel vallone di Macchia di Giarre. Un altro in sole 24 ore
arrivò sino al paese di Bronte che investì dal lato nord. L'eruzione
ebbe una durata di circa tre anni con successive colate che si
sovrapposero per oltre 12 chilometri e per la larghezza media dì 3
km;
1669
- Originatasi presso i Monti Rossi, a nord di Nicolosi. Durante
questa eruzione fu raggiunta e circondata Catania nel suo lato
occidentale; ne distrusse la parte esterna fino alle mura,
circondando il Castello Ursino, che sorgeva su uno sperone roccioso
allungato sul mare, e superandolo creò oltre un chilometro di nuova
terraferma. L'eruzione fu annunciata da un fortissimo boato e da un
terremoto che distrusse Nicolosi e danneggiò Trecastagni, Pedara,
Mascalucia e Gravina. Poi si aprì una enorme fenditura a partire
dalla zona sommitale e, sopra Nicolosi, si iniziò l'emissione di
un'enorme quantità di lava estremamente fluida e quindi molto
veloce. Il gigantesco fronte lavico avanzò inesorabilmente
seppellendo Malpasso, Mompilieri, Camporotondo, San Pietro Clarenza,
San Giovanni Galermo (oggi frazione di Catania) e Misterbianco oltre
a villaggi minori dirigendosi verso il mare. Si formarono i due coni
piroclastici che oggi sono denominati Monti Rossi, a Nord di
Nicolosi. L'eruzione durò 122 giorni ed emise un volume di lava di
circa 950 milioni di metri cubi; creata nuova terraferma per alcuni
chilometri a sud-ovest della città; scompare definitivamente il Lago
di Nicito e il fiume Amenano viene per grossa parte sepolto.
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Il
devastante terremoto della Val di Noto
La Sicilia orientale fu distrutta da
un forte terremoto: ma la causa non fu l’Etna.
L’11 gennaio non è una data tanto
felice da ricordare per gli abitanti della Sicilia orientale e soprattutto dei
paesi etnei abituati ai frequenti scuotimenti periodici dell’Etna. “« All'unnici
di Jinnaru a vintin'ura a Jaci senza sonu s'abballava cui sutta li petri e cui
sutta li mura e cui a misericordia chiamava » recita un vecchio proverbio
siciliano per indicare i gravi danni arrecati alle abitazioni dalla potenza del
terremoto che, con una magnitudo di 7.4, costituisce ad oggi l’evento di più
elevata energia della storia sismica italiana.
Ancora in vecchi scritti si legge «
All’unnici di Jinnaru a vintu’ura, fu pi tuttu lu munnu ‘na ruìna: piccini e
ranni sutta li timpuna diciènu - Aiutu! - e nuddu ci ni rava. Si n’era pi Maria,
nostra Signura, tutti forimu muorti all’ura r’ora; all’ura r’ora ciancieriemmu
forti se Maria nun facìa li nuostri parti..».
Il terremoto dell’11 gennaio 1693 ha
avuto l’epicentro in Val di Noto e si è verificato intorno alle ore 21.
Concomitante ad esso si verificò un maremoto catastrofico che ha interessato
pressoché tutta la costa orientale della Sicilia fino all’arcipelago maltese. Le
vittime dei terremoti del 9 e dell’11 gennaio furono circa 60.000 (fonte G.
Patanè, S. La Delfa, J.C.Tanguy “L’Etna ed il Mondo dei Vulcani”). Negli archivi
parrocchiali di Aci S. Antonio si evincono 133 vittime il che è una cifra enorme
se si considera che a quei tempi il paese era una piccola borgata. Ma non solo
l’11 gennaio del 1693 il terremoto fece sentire i suoi nefasti effetti; anche
l’11 gennaio del 1848, si verificarono due forti scosse di terremoto che
distrussero buona parte di Catania e Acireale. Quello dell'11 gennaio 1693
rappresenta, assieme al terremoto del 1908, che il 28 dicembre distrusse la
città di Messina (magnitudo 7.2), l'evento catastrofico di maggiori dimensioni
che abbia colpito il territorio italiano in tempi storici (il terremoto del 6
aprile 2009 che ha distrutto buona parte della città di L’Aquila è stato di gran
lunga meno energetico con una magnitudo di “appena” 5.9 della scala Richter).
Infatti nel 1693 si è avuta la distruzione totale di oltre 45 centri abitati. Il
sisma ha interessato una superficie di circa 5600 Km2 e causato un numero
complessivo di circa 60.000 morti.

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Se i concittadini dello
scrittore, scampati come lui dal terremoto — un terzo soltanto dei
ventisettemila Catanesi — non volsero nella mente questi pensieri
tanto filosofici, furono nondimeno troppo spaventati dall'immane
catastrofe. Appena ventiquattro anni prima, nel 1669, l'Etna aveva
fatto sentir loro in altro modo la sua tremenda potenza, investendo
la città dal lato di ponente col gran fiume di fuoco sceso dai Monti
Rossi, ricoprendone un intero quartiere e colmandone il porto. Dai
libri si sapeva che cinque secoli innanzi, il 4 febbraio 1169, un
altro terremoto aveva abbattuto Catania, seppellendo sotto le
macerie quindicimila dei suoi figli; e che troppe altre volte, nei
tempi storici e preistorici, le
scosse del suolo e le
inondazioni della lava avevano rovinato la disgraziata città. A chi
mai era dunque venuto in mente di fabbricarla proprio in quel sito,
ai piedi della malferma «colonna del cielo» e sulla stessa officina
del Dio del fuoco?...
L 'avvenimento risale,
assicurano, ai tempi di Noè, e in prova ne dànno i nomi di due
quartieri: la Mecca e Zalisa, che sarebbero quelli di Lamech, padre
del gran patriarca enologo, e di Elisa, nipote di quest'ultimo e
quindi pronipote del primo. Chi avesse vaghezza di simili ed anche
più bislacche interpretazioni etimologiche ne troverebbe, in certi
libri, a dovizia; ma ciò che pare credibile è soltanto questo: che i
Calcidesi venuti a fondar Nasso sotto Taormina, nel 758 prima di
Cristo, ed avanzatisi sei od otto anni dopo, con la guida di Evarco,
sino alle falde meridionali dell'Etna, non fondassero Catania, ma
semplicemente mettessero una loro colonia nella città, l'origine
della quale si perde nella notte dei tempi, leggendosi presso gli
antichi scrittori che in un'età remotissima i terremoti dell'Etna
fecero crollare «le muraglie boreali con le torri, prima opera dei
Ciclopi».
Ciclopi e Lestrigoni, poste da
banda le favole e i miti, sarebbero stati i più antichi abitatori
dell'isola, i predecessori dei Sicani e dei Sicoli, i quali
avrebbero popolato, prima che ogni altra contrada, il territorio
leontino e le falde meridionali dell'Etna.

Le fiamme e gli scotimenti del
vulcano non li spaventarono, e li attrassero invece i vantaggi della
situazione e del clima, che l'Accademico Infecondo doveva più tardi
celebrare, scrivendo: «Il sito di sì bellissima Città era sì ameno,
che giusto potevasi dire come dicevano i Mori della di loro Granata,
che a perpendicolo stavasi addosso il Paradiso».
Assicurano anche che il primo
nome di Catania fosse quello stesso del monte: Etna, e che i Fenicii
la chiamassero poi Katna per significare che era piccola. Oggi, dopo
trenta secoli di storia fortunosa, chi la scorge veleggiando verso
la bella Trinacria che caliga rra Pachino e Peloro, potrebbe dare
ragione ai Fenicii e ricusare di credere che la breve linea di
edifizii sorgenti in mezzo al golfo che riceve da Euro maggior
briga. Non per Tifeo, ma per nascente solfo, sia una gran città di
centosessantamila anime; ma ciò dipende dal fatto che essa si stende
dentro terra, ed affaccia appena una punta sul Jonio.
E come dal mare la città non è
molto vistosa, reciprocamente dalla città il mare non si vede se non
lo si cerca, al porto od al piazzale dei Martiri: colpa ancora
dell'Etna, vicino grande, ma troppo pericoloso; il quale, spingendo
i suoi fiumi di fuoco sino alle rive, ha investito ora da levante
ora da ponente, e stretta e quasi attanagliata Catania fra due
mandibole di nerigne e ferrigne lave rapprese, facendola paragonare
da Plutarco, per la forma, ad una grattugia — tyroctesin — e, quanto
al colore, ad une église tendue de noir pour un enterrement dal
primo Dumas: impressione che Paolo Bourget doveva più tardi
condividere ed esprimere più laconicamente, dando l'epiteto di
sombre alla città già clarissima...
Tutta la plastica del territorio
è stata continuamente mutata dalle successive eruzioni: il livello
del suolo si è innalzato dove le correnti di liquido fuoco si
vennero petrificando; il corso delle acque dell'ovidiano Amenano è
stato fuorviato ed interrato; le vallicelle di Albanelli e di Nésima
sono state colmate, il laghetto di Nícito è scomparso, i quartieri
marittimi si sono trovati da un giorno all'altro dentro terra, il
contorno della costa si è modificato, il porto si è ristretto ed è
poi sparito, nuovi promontorii scabri e desolati si sono allungati
nel mare.
Questi secolari giuochi del
vulcano, aggiunti ai sobbalzi della sua crosta tanto più funesti
agli abitanti, persuasero dunque i Catanesi contemporanei del nostro
Secentista a mettere fra loro ed il monte le grandi distese della
Piana ed il fosso del Simeto. Un'altra volta, molti secoli prima, e
precisamente l'anno IV della 76ª Olimpiade, essi avevano dovuto
sgombrare la città natale, cacciati non già dal furore del vulcano,
ma da quello di un uomo. Gerone II, tiranno siracusano, volendo
decretare a sè stesso gli onori serbati agli Oichisti, o fondatori
di città, e non avendo l'opportunità di costruirne una di sana
pianta, pensò, conquistata Catania, di confinarne gli abitanti a
Leontino e di ripopolarla di nuova gente; allora le diede — o le
restituì — il nome di Etna, e si qualificò egli stesso Etneo.
Così, memori forse del primo
esodo, i Catanesi del 1693 deliberarono di emigrare dalle parti di
Lentini; se non che, alla vecchia città stendentesi in pianura, nel
fitto della malaria, preferirono la nuova Carlentini, la «città
moderna che vantava il suo origine di quel grande Alcide delle
Spagne Carlo V»; e se Pietro Cappero, commissario del governo
spagnuolo, appositamente spedito per distoglierli dal disperato
proposito, non fosse riuscito a compiere il suo ufficio di
persuasione, il nome di Catania si sarebbe una seconda volta
perduto, o non avrebbe più avuto il senso che altri etimologisti vi
trovarono: Kata-Etna.
da
"Catania" di Federico De Roberto
ISTITUTO ITALIANO D'ARTI GRAFICHE
— EDITORE 1907 |

D. O. M. / Ferma le piante, e leggi o
passagiero / A. 9 di gen.° 1693 trema Catania a scosse / di fiero terremoto, e
replicando all. 11 / del medemo con tutte, le sue grandezze / con 16 mila
catanesi sepolta da sassi, / derelitta da vivi, derubata da ladri ri / mane. In
simil fato à fuggir le mura a ri / covrarti nei campi, a custodir la / città
questo marmo ti / insegni cossi viverai / an: do: 1693

Questa l’iscrizione, la sola non in latino e
tra le prime delle nove cittadine che ricordano il terremoto del 1693, della
lapide che, recuperata dalla demolizione dell’edificio precedente, campeggia sul
prospetto del teatro Sangiorgi (1900) in via Antonino di Sangiuliano.
La tragedia aveva sfiorato la città non molto
tempo prima: l’eruzione dei Monti Rossi del 1669 produsse una colata di quasi un
miliardo di metri cubi che raggiunse una Catania spopolata per paura; deviata
dalle mura cinquecentesche sino al bastione San Giorgio, presidio sud orientale,
la lava si riversò in mare, la battigia avanzò di centinaia di metri, il porto
fu invaso, la costa mutò l’andamento lungo il fronte urbano, circondato da un
deserto fumante terra di nessuno. Colmati i fossati, l’Ursino non fu più
“castello a mare” presidio del porto come i coevi di Augusta e Siracusa. La
città fu risparmiata, la popolazione vi fece ritorno e numerosi profughi vi
cercarono asilo dai distrutti paesi del versante meridionale dell’Etna, le cui
terre invase dai basalti non furono coltivabili per decenni.
Non così nel 1693: le scosse della sera di
venerdì 9 gennaio causarono una decina di morti e ingenti danni al patrimonio
edilizio, procurando allarme nei cittadini ma non sufficiente, forse memori
dello scampato pericolo di pochi lustri prima, per lasciare la città; con quelle
del pomeriggio di domenica 11, sedicimila abitanti su diciannovemila, secondo
fonti d’epoca, furono sepolti dalle macerie di Catania e dei suoi secoli di
storia. Condivisero quella sorte le città del Val di Noto, interessato dal
sistema di faglie ibleo maltese da cui originano i terremoti della regione, e
molte del Val Demone, raggiunte dall’onda sismica, furono gravemente
danneggiate.
Con non pochi contrasti, governo, nobiltà e
clero si impegnarono, animati dalla volontà di autorappresentazione, ma anche di
protagonismo a fianco di una popolazione afflitta da lutti e distruzioni, in un
imponente progetto ricostruttivo unitario, tendente a inserire la nuova Catania
nei più aggiornati circuiti culturali europei, offrendole una rinnovata memoria
storica e una nuova identità di carattere non più o non soltanto localistico,
che trasformò la catastrofe in una grande occasione di riscatto economico e
sociale delle popolazioni interessate.
http://www.rotarycataniaest.it/
La sequenza sismica relativa a
questo devastante terremoto è iniziata il giorno 9 gennaio 1693 e si è protratta
per circa 2 anni nel corso dei quali si sono avute circa 1500 repliche di minore
energia molte delle quali hanno completato l’opera demolitoria della scossa
principale. L'evento principale del XI grado della scala Mercalli (MCS) si è
verificato alle ore 9 della sera dell'11 gennaio, dopo che alcune scosse
di minore intensità di circa l’VIII grado della scala Mercalli si erano già
fatte sentire la sera del giorno 9 e la mattina dell’11 gennaio giorno della
scossa principale che avvenne alle ore 21. Il numero più elevato di vittime è
stato registrato nella città di Catania dove sono morti circa i 2/3 della
popolazione. Le caratteristiche dell'evento principale consentono di
considerarlo, per molti aspetti, simile al terremoto del 4 febbraio 1169 che
anch’esso ha distrutto i centri della Sicilia orientale e tale funesta data la
si può leggere nella lapide che sovrasta
l’ingresso del Castello di Acicastello. Secondo i geologi sembrerebbe che la
struttura sismogenetica sede del fuoco sismico sia posta in mare, non lontano
dalla costa tra Catania e Siracusa. Un’indiretta conferma di questa ipotesi è
fornita dal maremoto associato all'evento sismico che, anche in questo caso come
nel 1169, ha colpito la costa ionica della Sicilia orientale. La profondità
ipocentrale stimata per l'evento principale fu di circa 20 Km quindi
relativamente superficiale e pertanto fortemente distruttivo (oltre la magnitudo
occorre anche considerare la profondità ipocentrale se lo stesso terremoto
anziché 20 km
fosse stato ad una profondità ipocentrale di 200 km non avrebbe
provocato alcun danno). Negli antichi scritti si legge una frase che rende bene
l’idea della grande distruzione: gli edifici furono “adeguati al suolo”. Fonti
storiche indicano che il terremoto del 1693 fu seguito anche da un maremoto
iniziato con un ritiro del mare lungo tutta la costa della Sicilia orientale per
diverse decine di metri al quale fecero seguito altissime onde che si
abbatterono prevalentemente sul litorale di Augusta anche se disastrosi
effetti si sono avuti nel litorale catanese, mentre sembrerebbe che nel litorale
siracusano il maremoto abbia avuto un impatto meno devastante probabilmente per
la profondità dei fondali marini dovuta alla scarpata ibleo-maltese. Infatti il
run-up ossia l’altezza dell’onda di tsunami è in un certo senso inversamente
proporzionale alla profondità dei fondali. Il terremoto dell’11 gennaio 1848,
anche se di minore intensità rispetto a quello del 1693, provocò gravi danni
agli edifici di molti centri della Sicilia orientale in particolare Catania e
Acireale. Eppure, è passato in sordina a causa dei ben noti eventi storici di
quell’epoca che, segnando importanti tappe della storia d’Italia, ben presto lo
fecero dimenticare… ubi major minor cessat. Qualcuno parla del Big- One
siciliano per analogia con un grande terremoto che si aspetta a San Francisco.
Ovviamente in una zona sismica è logico aspettarsi un terremoto; prima o poi
arriverà perché la Sicilia orientale è una zona altamente sismica in quanto
interessate da un sistema di faglie altamente sismo genetiche che sono state
generate dalla collisione e conseguente subduzione della placca africana sotto
quella europea. L’Etna quindi non centra nulla anzi potrebbe essere la
conseguenza della tettonica regionale e certamente non la causa. Anche nella
zona dell'Aquila era atteso un forte terremoto, visto che c'era un gap sismico
che durava da 300 anni. Tutto sommato per quello che si aspettava per la verità
non è stato molto energetico; poteva esserlo molto di più e ciò sicuramente è
dovuto alla liberazione di energia nel corso della crisi sismica che ha
preceduto la scossa più energetica… e poi come si fa a stabilire se il terremoto
accadrà tra 10, 100 o 1000 anni? Quello che si può dire è che la scienza non ha
ancora i mezzi per prevedere con certezza il verificarsi di un evento sismico e
che in Sicilia non si è fatto nulla e si continua a far nulla per la prevenzione
sismica. Per la verità è bene dire che il radon è un buon precursore sismico e
Giampaolo Giuliani sulla base di una notevole anomalia del radon registrata
alcune decine di ore precedenti l’evento sismico aveva previsto il terremoto di
L’Aquila ma anziché un elogio si è beccato una denuncia penale per procurato
allarme… che possiamo dire… questa è l’Italia con i suoi pregi ed i suoi
difetti.
Giovanni Tringali
http://www.etnasci.it/territorio-e-ambiente/vulcanologia/articoli/1933-318-anni-fa-la-sicilia-orientale-fu-distrutta-da-un-forte-terremoto-ma-la-causa-non-fu-letna
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LA SETTIMA LAPIDE DEL
TERREMOTO
-......la settima lapide,
esistente nell'interno di una casa di proprietà dell'avv. Giuseppe
Giannetti, sulla salita di Antonino di Sangiuliano 349, è stata sin
qui ignota ai Catanesi. Essa si distacca dalle altre, più che per i
concetti che vi sono espressi, per il fatto che ricorda
specificatamente uno dei benemeriti ricostruttori di Catania dopo la
rovina:Nicolò Tezzano.
Il testo è il seguente (riporto
solo la traduzione dal latino del Lo Presti):
-Nell'anno del Signore 1693,nei
giorni 9 e 11 di Gennaio, un ingente terremoto sconvolse Catania e
indi apportò funesta morte a 18 mila abitanti. O cittadino,temi
dunque Dio; e quando la terra si scuote, fuggì in luogo piano o
fermati sotto le imposte (ossia, sotto gli architravi).Ciò scriveva
il protomedico Don Nicolò Tezzano: Quest'ultimo fu uno dei più
illustri personaggi del tempo. Nato a Catania il 18 dicembre del
1659,da umili genitori, studiò lettere e filosofia e poi medicina
nell'Almo Studio, uscendone laureato a 16 anni e rientrandovi
quattro anni dopo come "lettore"di chirurgia.
Invano,lo Studio di Palermo lo
allettò con cospicue e reiterate offerte;Il Tezzano le declinò ogni
volta recisamente, felice di starsene tra i suoi concittadini che,
peraltro, accorrevano numerosissimi, oltre agli studenti e ai
medici, alle sue eleganti e dotte lezioni.
Per i suoi allievi egli scrisse i
Commentaria in Hyppocratis Aphorismos:opera con la quale il grande
scienziato, sfatando i concetti dell'antica terapia, cercò di
sostituire la medicina positiva alla dommatica. Partecipò
attivamente alla vita delle grandi accademie del tempo e,assurto a
fama nazionale, venne nominato Conte Palatino da Carlo II ed ebbe il
Protomedicato e la cattedra di medicina de mane a vita presso l'Almo
Studio:privilegi che gli furono poi confermati ,con altre
aggiunte,da Vittorio Amedeo di Savoia e da Carlo IV d'Austria.
Ma i più grandi titoli della sua
gloria derivano dall'abnegazione dimostrata in seguito all'immane
disastro del 1693. E infatti, tratto ormai malconcio dalle rovine -
a dire del Reguleas ,che ne fece l'elogio - il Tezzano fu <<l'angelo
consolatore dei semivivi con i quali fece le parti di peritissimo
Cerusico e di amatissimo padre >>.
Quale Protomedico, egli organizzò
e diresse i servizi assistenziali nella città e nel distretto;Il
dissotterramento dei cadaveri dalle macerie, il ricovero e la cura
dei feriti e dei malati, la protezione degli orfani e delle donne e
il rastrellamento delle orde fameliche di predoni accorse da ogni
parte dell'Isola a frugare tra le rovine e a spogliare i cadaveri.
Nel frattempo, temendo che
Palermo e Messina potessero approfittare della sciagura per far
togliere a Catania, in loro favore, il privilegio dello Studio, con
l'aiuto di Don Giuseppe Cilestri vicario generale e vice cancelliere
dello Studio stesso (Il quale anticipò 85 onze di suo per fare
alzare subito fuori le mura, collateralmente a quelle del
Vescovado,tre ampie capanne in muratura e tavole),dopo appena 39
giorni dal disastro, riuscì a fare riprendere le interrotte lezioni.
Il Tezzano non dimenticò
l'Ospedale San Marco, nel quale aveva trascorso gli anni migliori
della sua giovinezza,sotto la guida di Dionisio Motta. E mise a
disposizione, per la ricostruzione del benemerito nosocomio un
appezzamento di sua proprietà nella contrada della Porta di
Aci,nonché le somme occorrenti. In appena quattro anni - e cioè, dal
1720 al 1724 - il nuovo edificio (l'ex Palazzo dei Tribunali),
progettato dall'unico architetto catanese scampato al terremoto,
Alonzo Di Benedetto, era un fatto compiuto. Fondò pure,a tutte sue
spese,la chiesa di Santa Maria della Lettera e infine, il 24 ottobre
del 1728,compì serenamente la sua giornata, da tutti vivamente
rimpianto.
Alcuni anni dopo il terremoto, e
precisamente quando ancora l'Ospedale San Marco non aveva ancora la
sua sede definitiva e funzionava provvisoriamente nella Strada dei
Crociferi (nell'edificio che nell'anno 1709 venne ceduto alle
monache di San Giuliano per farne la loro dimora),Nicolò Tezzano
volle che all'ingresso del nosocomio fosse murata una lapide
marmorea a ricordo del luttuoso evento recente, col suo nome e con
l'avvertimento che gli era stato suggerito dall'esperienza di quelle
tristi giornate.
La lapide è quella, appunto, che
adorna l'interno della vicina casa Giannetti;venne dissotterrata
circa dieci anni orsono, per una fortuita combinazione, durante i
lavori di assestamento di un terrapieno.
A riandare con la memoria
indietro nel tempo fino al giorno fatale che vide la completa rovina
della città clarissima, un brivido gela le vene. Ma pure scorgiamo
,attraverso la fitta nebbia e lo squallore, figure gigantesche e
luminose - come quella di Nicolò Tezzano - le quali ci insegnano a
superare tutte le prove e a tener sempre accesa nel cuore la fede
nella buona sorte di Catania e nella sua radiosa ascesa -
(Salvatore Lo Presti da "Memorie
storiche di Catania ",1957)

A partire dal 1500, in seguito alla scoperta delle Americhe, la
Spagna divenne la porta d'ingresso principale per una rivoluzione
gastronomica globale.
I conquistatori e i navigatori spagnoli introdussero nel Vecchio
Continente una quantità straordinaria di nuovi prodotti che
avrebbero trasformato radicalmente non solo la cucina spagnola, ma
quella di tutta Europa.
I principali prodotti alimentari arrivati in Spagna nel corso del
XVI secolo si dividono in diverse categorie: Ortaggi e verdure come
pomodori, patate, peperoni e peperoncino, melenzen, zucche, fagioli,
mais, avocado, papaya, cacao, vamiglia. Nella carne portarono il
Tacchino (Pavo), unico grande animale domestico importato dalle
Americhe. In Spagna divenne rapidamente una carne prelibata, servita
nei banchetti della corte reale e nei monasteri più ricchi.
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