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Particolarmente critico sembra essere stato il passaggio dei Vandali di Genserico negli anni 440 e 441 provenienti da Cartagine: causò danni talmente gravi da indurre le autorità alla remissione del pagamento dei tributi. Nel 476, Genserico cede ad Odoacre, re degli Eruli, la Sicilia in cambio di un tributo.
L'impero romano, dissanguato da guerre di conquista prima, religiose dopo, non potè tenere a freno l'urto poderoso delle invasioni barbariche, il cui territorio venne in gran parte occupato. * Nel 440, provenienti dall'Africa settentrionale, sbarcavano a Lilibeo con una grossa armata i Vandali al comando di Genserico. Questi si diede a scorrerie e a devastazioni, infierendo contro la pacifica popo¬lazione. Per contrastare gli invasori venne inviato lo svevo Ricimero, che sconfisse nel 456 i Vandali ad Agrigento. Sebbene Genserico fosse sconfitto, la guerra continuò fino al 476, anno in cui cessava l'esistenza dell'impero romano d'occidente. Nel 477 Genserico cedette la Sicilia, dietro un congruo compenso, ad Odoacre, re degli Eruli (434^193), che, proclamatosi nello stesso anno re d'Italia, si trasferì in Sicilia. Giunse così nell'Isola un'altra dominazione di Germani: gli Eruli . Il loro dominio durò solo 24 anni. Nel 491 gli Ostrogoti , guidati dal re Teodorico (454-526), invasero la Sicilia e procedettero alla sua totale occupazione. Teodorico pose il comando militare a Palermo e a Siracusa, mentre lasciò un presidio mili¬tare a Catania. Il popolo catanese nulla ebbe a temere da Teodorico; così anche la chiesa cristiana. Il re ostrogoto non solo rispettò scrupolosamente i privilegi e le consuetudini, ma mantenne anche cordiali rapporti personali con i cittadini. I catanesi, constatando che le mura della città erano in gran parte devastate dal tempo e dalle guerre, chiesero al re Teodorico il permesso di fortificarle utilizzando le pietre cadute dall'Anfiteatro romano, in quanto si trovavano in stato di completo abbandono.
Nel 535 d.C. l'imperatore Giustiniano inviò Belisario in Sicilia con un piccolo esercito. Belisario scelse di sbarcare a Catania, che prese senza incontrare resistenza. A Catania il generale scoprì che l'isola era quasi priva di difese e guarnigioni gotiche. La popolazione locale accolse i Bizantini come liberatori. I siciliani erano scontenti del dominio ostrogoto e conoscevano la fama di uomo giusto di Belisario. Grazie a questo favore e alla scarsa resistenza, la Sicilia fu conquistata in pochi mesi.
Neil' anno 535 il generale Belisario, con un poderoso esercito, com¬posto da circa ottomila uomini, una numerosa flotta e molti cavalli, si imbarcava a Costantinopoli. Era diretto sulle coste della Sicilia orientale. La sua spedizione aveva lo scopo di eliminare in Sicilia l'invasione ostro¬gota. Il generale, oltre al valore delle sue truppe, contava sul favore delle popolazioni siciliane. Sbarcato a Catania, in pochi mesi potè impadronirsi di tutta la Sicilia, accolto con grande giubilo dalla popolazione4. La notizia della conquista dell'Isola da parte dell'esercito bizantino fu un grave colpo per Teodato (534-536), re ostrogoto succeduto a Teodo¬rico. Dopo una lunga guerra con i Bizantini, gli ostrogoti riorganizzarono un forte esercito e una numerosa flotta al comando di Totila (541-552), che cacciò i Bizantini. Nel 550 Catania fu riconquistata dagli Ostrogoti. I siciliani, colpevoli di aver consegnato l'Isola a Belisario, furono trattati duramente dai vincitori. Molte città subirono il saccheggio senza pietà. Durante le dominazioni barbariche le arti, le scienze, la cultura de¬caddero. La lingua latina e greca si assimilò a quella dei Vandali e degli Ostrogoti; si venne a creare un dialetto difficile e confuso. Nel 551 l'imperatore Giustiniano (527-565) ordinò una seconda spe-dizione. Ciò spinse Totila a dare battaglia presso Catania ai Bizantini. Durante la battaglia il questore Spino cadde in mano ai Bizantini. Lo stesso Totila invano si prodigò per la sua liberazione, offrendo in cambio una nobile prigioniera. Il questore, temendo la morte, promise che, in cambio della sua liberazione, avrebbe svolto opera di persuasione presso il re Totila, perché l'Isola venisse sgombrata dagli Ostrogoti. Spino fu fedele alla promessa e vi riuscì. Totila abbandonò la Sicilia e Artabano, comandante di Giustiniano, procedette alla occupazione. Terminato il dominio degli Ostrogoti, Catania tornò nell'ambito cultu¬rale dei Greci nel 555, sotto l'impero bizantino. La città riprese il nome greco di Catana, che veniva pronunziato alla maniera bizantina Catàni. Da Catàni a Catania il passo sarà breve5. Per quanto riguarda la popolazione, è da ritenere che essa sia stata di gran lunga inferiore a quella calcolata all'epoca romana. Si presume che all'arrivo dei Bizantini non superasse i dodicimila abitanti. Dal punto di vista etnico si presentava molto varia, circa tremila di origine germanica. La città ebbe un governatore detto praetor, rappresentato dal prefetto e da un comandante militare chiamato Dux, dipendente da Costantinopoli. Importante si presentava l'influenza politica del Vescovo. Gli imperatori d'oriente trasmettevano alla più alta autorità ecclesiastica del comune molte cariche, quale l'amministrazione finanziaria, la giustizia, i pubblici uffici.
Molte chiese furono innalzate in Catania durante il dominio bizantino Durante la dominazione bizantina la chiesa catanese dovette affrontare un periodo assai grave e tormentoso a causa di un editto emanato nel 776 dall'imperatore d'Oriente Leone III Isaurico contro il culto delle immagini sacre. L'editto provocò profondi dissidi tra la chiesa e l'Impero, dividendo i fedeli in iconoduli, cioè fautori del culto, e iconoclasti, cioè avversari. Tra le cause di questa lotta, la evidente opposizione della chiesa pri¬mitiva al culto delle immagini e la presenza nell'Impero dei Monofisiti e dei Pauliciani, fieri avversari di tale culto. Influì anche il crescente aumento dell'autorità del clero a danno dello stato, che degenerò il culto delle immagini in idolatria. A Catania due vescovi vennero orribilmente flagellati: Giacomo (730-740) e Sabino (750-760). Il primo6 subì il martirio il 23 marzo del 740. Dopo essere stato flagellato, fu lasciato sulla nuda terra per tre giorni con il corpo pieno di piaghe e di ferite, finché non esalò l'ultimo respiro. La lotta assunse un tono furibondo in quanto vennero uccisi molti monaci. Ai pittori che dipingevano quadri di santi, venivano bruciate le mani. La lotta ebbe fine nel 780 per opera dell'imperatrice Irene, donna religiosa, energica e severa, che in breve riabilitò le forze cristiane, favorì e protesse il monachesimo, ristabilì il culto delle immagini. S. Giorgio: sorse nello spazio dove era il tempio pagano di Iside e dove sotto i Normanni venne costruita la cappella della Madonna, al Duomo. Ivi venne rinvenuta una lapide, che dice: O inclito Giorgio, che abiti i cieli insieme agli angeli, e ti è concesso di visitare i luoghi terreni, non sdegnare di abitare questo luogo che è tuo. Nel Duomo si conserva una reliquia del suo braccio; si ammira inoltre un altare e un quadro, pregevole opera del 1624 del pittore Girolamo La Manna. S. Giovanni Battista di Fleres: venne fatta costruire nel 532 dal ve¬scovo di Siracusa Stefano Romano. Nei secoli successivi ebbe diversi rifacimenti. Nel 1869 venne chiusa al culto; nel 1879 passò al demanio e nel 1896 venne demolita. Sorgeva dove è ubicato il palazzo Leotta, in via Mancini. Dentro il portone un'icona dipinta dal catanese Pasquale Leotta, che raffigura la predicazione di S. Giovanni, vuole ricordare il luogo ove sorse la chiesa. Sulla via Testai si ammira il portale del periodo normanno della chiesa. Santi Quaranta Martiri: di Sebesta, erano soldati romani della 12a legione convertiti al Cristianesimo. Subirono la morte in Armenia sotto Licinio. A Catania, nell'VIII sec, sotto il vescovo Leone II, venne co¬struita la chiesa sulle rovine del tempio pagano di Cerere, nei pressi del Bastione degli Infetti. Nel 1556 venne demolita per la costruzione delle mura della città. TRACCE BIZANTINE A CATANIA
S. Lucia: sorse sotto il vescovo Leone II nel punto dove la santa pregò sulla tomba di S. Agata. Nella chiesa il Vescovo fece erigere una cella dove, pregando e facendo penitenza, morì nel 785. La sua tomba fu meta di grande venerazione. Santi Elena e Costantino: la chiesa sorse in un primo tempo in via Teatro Greco dove oggi è ubicato il conservatorio delle Verginelle. Era una piccola chiesetta dedicata a Costantino il Vecchio. La chiesa venne ricostruita nel 1306, durante il regno aragonese dietro l'attuale chiesa di S. Camillo. Nel 1594 venne eretta in confraternita. Riedificata nello stesso posto dopo il terremoto del 1693, dopo il secondo conflitto mondiale è stata chiusa al culto. S. Stefano protomartire: la chiesa era dedicata ad un uomo pieno di fede e di sapienza, che predicava in Palestina la fede cristiana. Accusato di vilipendio della legge mosaica, venne lapidato sotto Ponzio Pilato. I Bizantini lo hanno onorato e vi hanno costruito in Catania una chiesa nel 679 in via Crociferi, nell'attuale chiesa di S. Benedetto. S. Maria dell'Idria o di Odigitria: costruita nel 715 nel quartiere Antico Corso, venne distrutta diverse volte e sempre ricostruita nello stesso luogo. L'ultima costruzione è del 1700, sotto il Vescovo Reggio. Danneggiata nel 1943 da bombe di aereo, da allora è stata chiusa al culto. SDemetrio: di questa chiesa le notizie si presentano alquanto scarse. Secondo il parere di alcuni storici sorgeva sul lato sinistro dell'attuale via Crociferi. S. Pantaleone: sorgeva nell'attuale cortile S. Pantaleone, tra via SS. Trinità e via Garibaldi, vicino ai ruderi dell'antico Foro romano. Di questa chiesa, dedicata a un medico di Nicomedia, in Bitinia, martire sotto l'imperatore Massimiliano, si sa molto poco circa la sua durata. Basilichetta del Salvatore: è una cappella ubicata dentro il palazzo del barone Bonaiuto nel quartiere S. Gaetano alla Marina. Ancora oggi si ammira nella sua forma perfetta, nel suo aspetto architettonico risalente al periodo della tarda età bizantina. Nella seconda metà del secolo Vili visse un famoso catanese di norme Eliodoro o Liodoro, nato da famiglia cristiana e appartenente per discen¬denza della madre Barbara al patriziato catanese. Il suo nome è legato ad alcune vicende strepitose di magia. All'età di circa 30 anni attraversò una crisi spirituale che lo portò ad una vita disordinata, fatta di ogni sorta di vizi e di mistificazione. Praticò in Catania la magia e compì strepi¬tosi spiritismi con grande scandalo della chiesa, del Clero, del Vescovo Leone II. Accusato di eresia, fu messo in catene per ordine dello stesso Vescovo, che lo fece condannare al rogo nel 778 come eretico presso le terme Achillee. Secondo altre versioni sarebbe stato arso nei pressi della chiesa di S. Maria dell'Elemosina (attuale Collegiata); secondo altre ancora o nei pressi di S. Maria La Grande (attuale chiesa S. Domenico), oppure nel luogo dove sorgeva la chiesa di S. Maria di Betlem. I Bizantini, come i Romani, si erano palesati come conquistatori. Sotto il loro dominio si erano registrati scismi, dispute. A Catania, come in tutta la Sicilia, si sperava nell'intervento degli Arabi. Essi avevano occu¬pato i territori costieri africani. Il loro intervento sarebbe stato salutato con grande giubilo, perché avrebbe liberato il popolo siciliano da molti decenni di oppressione bizantina. Tra l'820 e l'827 accadde che nell'Isola le milizie siciliane, con a capo un certo Eufemio, si ribellarono all'autorità imperiale, e proclamarono l'indipendenza. Sembra che, proprio in questa occasione, Eufemio abbia chiesto l'intervento degli Arabi. I Musulmani allestirono un corpo di spedizione di cento navi, dieci¬mila fanti e ottocento cavalli. Il 16 giugno dell'827 l'armata, al comando dell'emiro di Kairuan Ziadet Allah, sbarcò a Mazara del Vallo, ove fu raggiunto da un forte gruppo di cavalieri, fautori di Eufemio. Senza molte difficoltà, i Musulmani conquistarono Girgenti e Palermo nell'anno 831, mentre Caltabellotta, Corleone, Marineo e Geraci caddero neh"840. Castrogiovanni (Erma) cadde neh"841. Poi, marciando verso la parte orientale, nell'ottobre dell'843, cadde Messina, dove perirono novemila cristiani. Il 21 maggio dell'878, dopo dieci anni di assedio, i Musulmani si impossessavano della città di Siracusa. Fu durante l'assedio di que¬st'ultima città che alcuni giovani catanesi uccisero Eufemio, che era stato creato dagli Arabi loro capo. Nell'875 i soldati musulmani, al comando dell'emiro Albicasseno, entrarono a Catania; l'ultima fortezza bizantina che capitolò fu quella di Rametta nel 965. Già dall'895 gli Arabi ave¬vano ottenuto il riconoscimento del loro dominio in Sicilia da parte dei Bizantini.
I Kalbiti si recarono alla corte bizantina per comunicare all'imperatore ciò che era avvenuto, sperando di essere aiutati. Venuto a conoscenza dei disordini scoppiati in Sicilia, il basileus bizantino Michele IV il Paflagone ritenne conveniente preparare una campagna di conquista, riesumando i progetti di annessione dell'Italia del grande Basilio II Bulgaroctono. Michele IV mise al comando della spedizione bizantina il fratello Stefano il Calafato. Zoe, moglie di Michele IV, consigliò a quest'ultimo di mettere al comando militare delle truppe il generale Giorgio Maniace, che alla corte bizantina era caduto in disgrazia dopo la conquista di Edessa a causa della gelosia imperiale. Michele IV si fece convincere dalla moglie, anche se Giorgio Maniace doveva essere sottoposto al generale Stefano. L'esercito era composto da bizantini, in particolare dalle guardie variaghe, da truppe guidate da Arduino, arruolate con la forza in Puglia (i cosiddetti Konteratoi), scarsamente convinti della missione, e da una compagnia di normanni/vichinghi comandati da Guglielmo Braccio di Ferro e da Harald Hardrada (futuro re di Norvegia). La spedizione salpò dalla Penisola balcanica all'inizio dell'estate del 1038. La missione bizantina usò come testa di ponte la base di Reggio Calabria e quindi, verso la fine dell'estate del 1038, sbarcò in Sicilia, dove vi fu subito in brevissimo tempo l'occupazione di Messina. Successivamente la spedizione si diresse verso l'antica capitale dell'isola, Siracusa, che resistette fino al 1040, prima di cadere nelle mani dei bizantini. Maniace fu l'unico condottiero che riuscì, prima dei normanni, a liberare seppur temporaneamente (sino probabilmente al 1043) la città aretusea dai musulmani. A testimonianza di quella impresa mandò le reliquie di Santa Lucia a Costantinopoli e fece costruire in città una fortilizio che ancora oggi, pur se ampliato, porta il nome di Castello Maniace. Anche il trafugamento dalle reliquie di Sant'Agata avvenuta durante l'XI secolo avvenne probabilmente per mano delle stessa spedizione. Una leggenda vuole che fosse stato lo stesso generale bizantino a trafugare le reliquie della Santa di Catania e che, una volta partito, fu costretto a ritornare a causa di una furiosa tempesta ed a custodire la salma in una casetta, in attesa che si placasse il maltempo. Nonostante le continue vittorie che stava conquistando sul campo, il morale dell'esercito era però basso a causa dei litigi fra Giorgio Maniace e Stefano il Calafato. Maniace aveva una pessima considerazione di Stefano, infatti lo definiva un "idiota". Nel 1040 tra Randazzo e Troina sconfisse le truppe musulmane di Abd Allāh. Nei pressi del luogo della battaglia, venne fondato il Monastero Santa Maria di Maniace: l'antico cenobio si trova oggi nei pressi del paese di Maniace, anch'esso battezzato così in un secondo tempo in onore del generale bizantino. Abd Allāh, pur sconfitto, riuscì a mettersi in salvo, per fortuna, o forse per un errore di strategia di Stefano, che si rifiutò d'affrontarlo. Per questo fatto Maniace si adirò nei confronti di Stefano e si scagliò con violenza contro di lui. Stefano a sua volta lo accusò di tradimento e Maniace, richiamato a Costantinopoli, fu immediatamente incarcerato. La partenza di Maniace fu un duro colpo per la spedizione bizantina, infatti in breve Arduino si ribellò, per dei contrasti riguardanti la ricompensa, e durante questa rivolta Stefano fu ucciso in battaglia. Il comando delle truppe fu preso allora dall'eunuco Basilio che non riuscì a controllare la situazione e, con la spedizione in piena crisi, si trovò costretto ad abbandonare la Sicilia. Intanto in Puglia la situazione andava rapidamente degenerando: i longobardi si erano rivoltati e la marina bizantina si era ammutinata appoggiando l'insurrezione guidata da Argiro. Con l'esercito bizantino impegnato a soffocare la rivolta, gli arabi tornarono ad impossessarsi della Sicilia, tranne di Messina. (fonte Wikipedia)
Epifania Bizantina a Catania di Luigi Giuseppe Gennaro Dopo secoli di assenza, per iniziativa d’un intraprendente sacerdote locale la liturgia cattolica bizantina è tornata a far risuonare le sue austere salmodie nella città di Catania. Nell’antichissima chiesa di San Gaetano alle Grotte il Rettore, padre Antonio Lo Curto, che da diversi anni ha felicemente reintrodotto questi antichi riti nel capoluogo etneo, ha solennemente celebrato in pompa magna la solennità dell’Epifania, coincidente in Oriente con la memoria del Battesimo di Cristo. Il sito su cui sorge la moderna chiesa, completata nel XIX secolo dopo varie vicende costruttive, ospita ancor oggi un piccolo vano scavato nella roccia che costituiva la camera mortuaria d’un antichissimo sepolcro d’età a tutt’oggi imprecisata: se gli storici locali hanno dibattuto per tutto il XVII secolo sulla paternità della struttura (qualcuno vi vide il mausoleo del famoso Stesicoro, poi maldestramente identificato in un colombario romano ancor oggi poco distante) per la fede quel luogo è sempre stato il sito della primissima deposizione di Sant’Agata, patrona cittadina morta nell’anno 251. Proprio in memoria sua e della Madonna qui sorse la prima comunità cristiana catanese e la minuscola grotta, dotata anche d’un pozzo d’acqua sorgiva per i riti battesimali, funse per secoli da chiesa, venendo officiata ininterrottamente anche durante le persecuzioni, Romane prima ed arabe poi.
La
liturgia cattolica bizantina, o meglio costantinopolitana, è ancor oggi quella
composta da San Basilio († 379) e, soprattutto, da San Giovanni Crisostomo (†
407); paradossalmente quindi il rito rimasto isolato in Italia da Roma in giù,
Sicilia compresa, fin dai tempi dell’Impero d’Oriente, si rivela ben più antico
rispetto a quello ancor oggi ufficiale della Chiesa Ortodossa, che ha subito
evoluzioni ben maggiori. Sebbene ad una prima impressione esso sembri assai
differente dalla Messa Tridentina o Straordinaria propria della Chiesa Latina e
diffusa dai tempi di San Gregorio Magno († 604), quella bizantina è a ben vedere
molto simile nella struttura bipartita (parte didattica / parte dei fedeli con
il Sacrificio vero e proprio) ed anche in certe formule che compaiono
È d’uopo notare come simili iniziative non debbano costituire certamente una mera curiosità per cittadini e forestieri, e nemmeno la loro utilità possa essere limitata all’appagamento spirituale dei soli fedeli: la presenza attiva di decine di immigrati slavi e provenienti dall’Est europeo, che hanno intonato nuovamente il Pater in romeno, partecipando anche con sobri canti nelle lingue nazionali, ha dimostrato l’esistenza d’un ennesimo canale dimenticato d’integrazione tra cittadini ed immigrati, nel rispetto delle reciproche tradizioni e culture. Se è vero che alcuni dei presenti hanno assistito alle due ore piene di salmodie per mero interesse storico o musicale, è altrettanto indubitabile che sarebbe criminoso tollerare, com’è stato fatto fino ad ora, che un sì grande patrimonio culturale della nostra terra vada disperso per l’insensibilità, o per la vera e propria intolleranza, di pochi facinorosi. http://www.dietrolequinteonline.it/epifania-bizantina-a-catania/
Cappella Bonajuto
Uno dei pochi edifici di rilievo superstite
dell'epoca bizantina a Catania, la cappella è collocata all'interno del barocco
palazzo Bonajuto in via Bonajuto 7, nel popolare quartiere
La famiglia Bonajuto prese possesso della cappella a partire dal quattrocento e nel secolo successivo vi edificò la propria residenza. Sino all'insediamento dei Bonajuto la cappella era dedicata al SS.Salvatore, denominazione che mantenne probabilmente sino al XVIII secolo.[2] Nel XVIII secolo quando la cappella fu oggetto di restauri e ristrutturazione dell'ingresso, questa fu meta del viaggio del pittore francese Jean Houel. La cappella è stata restaurata da Paolo Orsi e Sebastiano Agati negli anni trenta. Oggi è visitabile e spesso affittata per fini espositivi e conferenze nonché come pub e come palcoscenico di gruppi musicali rock e di altro genere.
La cuba di Santa Domenica a Castiglione
di Sicilia.
Chiamata anche « 'a cubula» dai locali, la
cuba di Santa Domenica è forse la più importante cuba bizantina presente in
Sicilia, monumento nazionale dal 31 agosto del 1909 grazie allo studio del
rudere effettuato da Sebastiano Agati. L'edificio ha le caratteristiche tipiche della cuba, ovvero è rigidamente geometrico e basato su forme essenzialmente cubiche pur se allungato. Così Santa Domenica si presenta a croce latina con pianta quadrata, cupola e tre absidi. L'abside posteriore ha una bifora rivolta verso oriente affinché, secondo tradizione, durante la veglia pasquale la luce della luna piena entrando nell'edificio attraverso l'apertura desse inizio alla Pasqua. Le altre due absidi contenevano ciascuna una piccola cappella. La cuba, costruita con pietra, blocchi lavici, malta e materiali in cotto internamente era ricca di affreschi di fattura bizantina, oggi perduti. La facciata è a due ordini. Nel primo vi è l'ingresso principale che è caratterizzato da un arco ed è di maggiori dimensioni rispetto agli altri due presenti ai lati. Nel secondo ordine della facciata si trovano due finestre ed una trifora di dimensioni considerevoli. Secondo alcuni accertamenti recenti la facciata sarebbe stata preceduta da un portico o nartece per penitenti e catecumeni, mentre il tetto e la pavimentazione sarebbero stati in cotto. Le finestre hanno una particolare forma a «testa di chiodo». Nell'interno a tre navate, divise da una serie di pilastri quadrangolari, la cupola centrale è arricchita da volte a crociera e da minime tracce degli intonaci originali. Dopo anni di degrado la chiesa è stata oggetto di restauro negli ultimi anni. Dopo i restauri sono stati rinvenuti due scheletri di probabile datazione bizantina che farebbe supporre la presenza di un attiguo cimitero basiliano.
LA CUBA BIZANTINA DI CASTIGLIONE DI SICILIA E LE PERSECUZIONI ICONOCLASTICHE Testo a cura di Enzo Crimi – Divulgatore ambientale e naturalista, già Commissario Superiore del Corpo Forestale della Regione Siciliana Antichi greci, latini, bizantini, arabi, normanni, svevi e angioini, aragonesi e borboni, tutti hanno conosciuto il fiume Alcantara, la freschezza delle sue acque, la bellezza delle sue gole, la fertilità delle sue colline degradanti e ricche di vita agreste. Tutti ci hanno lasciato, quali segni della loro presenza, incontrovertibili prove di grande rilievo culturale: intere città sepolte e templi religiosi come la famosa Cuba bizantina di contrada Santa Domenica, a due passi dal fiume Alcantara in territorio di Castiglione di Sicilia, la quale per la sua importanza culturale ed ambientale, fu dichiarata monumento nazionale il 31.8.1909. La Cuba, è una chiesa bizantina costruita tra l’VIII e l’XI secolo, di grande pregio architettonico, ancora oggi, mantenuta in discrete condizioni dopo un’accurato restauro, secondo gli studiosi, rappresenta uno dei primi avamposti bizantini in Sicilia e riveste grande rilievo nel panorama archeologico-architettonico dell’area a testimonianza della raffinata cultura dell'arte bizantina, introdotta in Sicilia dai numerosi monaci bizantini. Questi, per sfuggire alle persecuzioni iconoclaste nella loro terra natìa, riuscirono a raggiungere la nostra penisola e stabilitisi originariamente sulle coste salentine, in seguito si trasferirono nella nostra isola. L'iconoclastìa, ovvero, la dottrina e il comportamento persecutorio, che, tra l'8° e il 9° secolo dovettero subire i religiosi bizantini, prima ad opera dell'imperatore d'oriente Leone III° e poi del figlio Costantino V°, irriducibili nemici della venerazione religiosa e del culto delle immagini sacre. Nell’impero bizantino, l'iconoclastìa ha rappresentato un periodo storico di grande oscurantismo nella storia dell'uomo, un periodo di violenta persecuzione. Alti prelati e funzionari furono colpiti di pena capitale o esiliati, molti conventi furono o secolarizzati o trasformati in caserme, i beni dei monaci furono confiscati. Verosimilmente, per sfuggire a queste persecuzioni iconoclastiche, una comunità di monaci fu costretta a prendere la via del mare per cercare riparo in occidente. La navigazione si presentava molto lunga e rischiosa, pertanto, non potendo affrontare la grande attraversata con cibi freschi, i fuggiaschi per sopravvivere nei lunghi giorni di navigazione si cibavano di ghiande come cibo a lunga conservazione e, prima si stabilirono lungo le coste salentine in Puglia e dopo nella Sicilia orientale, dove resistono ancora numerosi reperti a testimonianza della civiltà bizantina. La valle del fiume Alcantara assorbì una gran parte di questo massiccio flusso emigratorio proveniente dalle terre di Bisanzio, che evidentemente portò in quest’area, come in altri luoghi dell’isola, i segni dell’arte cristiana, fiorita a Bisanzio verso il IV - V secolo e diffusa in tutti gli altri territori dell’impero romano sino al XV secolo, unitamente ad altre manifestazioni di arte quali la lavorazione della seta, dell’oro, del legno e della ceramica. Possediamo ampie conoscenze storiche riguardo la Cuba bizantina, la contempliamo come incantevole monumento architettonico dell’uomo del passato e ne rimaniamo ammirati per l'indiscutibile emozione, che essa elargisce ai suoi visitatori. I ruderi delle Cube in territorio di Randazzo, la Cuba di Malvagna e questa della contrada di Santa Domenica di Castiglione di Sicilia, secondo alcuni studiosi di settore, sono verosimilmente, alcune di molte altre che sorgevano in quell'epoca in queste aree e che sono scomparse senza lasciar traccia, disperse dal tempo. Ciò fa pensare alla massiccia presenza di questa civiltà bizantina lungo il fiume Alcantara. In definitiva, lasciando l’opinabile ai sognatori, nella realtà indiscutibile, nessun mistero ascetico ma solo la spiritualità che solo una suggestiva e seducente opera come la Cuba di Castiglione di Sicilia può rappresentare, nel lento ed incessante scorrere del tempo.
Quando il generale bizantino Giorgio Maniace venne in Sicilia per cercare di prenderne possesso e di cacciare da essa gli Arabi (1038), il suo progetto sortì un iniziale successo; in seguito, essendosi inimicata la corte imperiale, Maniace ricevette l’ordine di ritornare a Bisanzio (Costantinopoli). Pertanto egli, per mitigare le ire dell’imperatore, Michele Paflagonio, prima di rimpatriare fece incetta delle spoglie dei santi più venerati nell’isola: Sant’Agata, Santa Lucia, San Leone ed altri ancora. Era l’anno 1040 ed i Catanesi, radunati sulla spiaggia, assistettero disperati ed impotenti alla partenza della nave che portava via dalla propria città il corpo della Santa. Nel 1126 la Chiesa catanese era presieduta dal vescovo Maurizio. Militavano in quel tempo nell’esercito bizantino, come ufficiali di corte, il francese Gisliberto (secondo altre grafie, Gisliberto o Gilberto, probabilmente originario della Provenza, almeno a giudicare dal nome) ed il calabrese Goselmo (o Goselino; verosimilmente nella lettera di Maurizio calabrese sta per pugliese, secondo l’uso antico). Una notte Sant’Agata apparve in sogno a Gisliberto e gli comandò di andare nella chiesa dove erano custodite le sue spoglie (Santa Sofia o il Monastero della Vergine) e ricondurle a Catania. La visione si ripeté altre due volte: allora Gisliberto, che nel frattempo si era confidato con Goselmo, decise di passare all’azione con l’aiuto del compagno. La notte del 20 Maggio i due s’introdussero nel tempio in cerca del corpo di Sant’Agata: quando lo trovarono, collocarono il busto in un cofano cosparso all’interno di rose profumate, la testa tra due scodelle e gli arti in due faretre; quindi, nascosero il tutto in casa di Goselmo. Il giorno seguente la notizia si sparse per la città e l’imperatore inviò uomini armati dappertutto alla ricerca degli autori del furto, proibendo a chiunque di lasciare Bisanzio per terra o per mare senza un permesso scritto. Gisliberto e Goselmo, non appena la calma si fu ristabilita, s’imbarcarono con le sacre spoglie. La prima tappa fu Smirne, dove rimasero quattro giorni: un terremoto li sorprese, mentre sistemavano meglio il contenuto delle faretre, provocando lo sconforto di Goselmo, al quale tuttavia un pronto e saggio discorso di Gisliberto restituì la perduta fede nel successo dell’impresa.
Ripreso il viaggio, i due compagni sbarcarono
a Corinto, dove restarono a lungo, perché non riuscivano a trovare
un’imbarcazione su cui proseguire il tragitto verso la Sicilia. Sant’Agata
riapparve in sogno a Gisliberto, rimproverandolo per il ritardo ed
annunciandogli che l’indomani mattina sulla spiaggia una nave da carico sarebbe
salpata: naturalmente, Gisliberto e Goselmo sarebbero dovuti salire a bordo.
Essi obbedirono all’invito, verificando la veridicità della visione, ed
arrivarono nella città greca di Metone. Qui, s’imbarcarono in compagnia di
mercanti ed approdarono a Taranto. I due militi giunsero finalmente a
Messina: Goselmo rimase in una chiesa a guardia delle spoglie, mentre Gisliberto
si recò al Castello d’Aci,
che allora faceva parte dei beni della Chiesa di Catania, dove si trovava il
vescovo Maurizio. Gisliberto gli
narrò ogni cosa e chiese al presule di inviare con lui due monaci di sua fiducia
a Messina per appurare che si trattava effettivamente del corpo di Agata e per
trasportarlo senza indugio ad Aci. Maurizio acconsentì alla sua richiesta e
mandò Luca ed Oldomano, che portarono prontamente a termine l’incarico. Il
vescovo accolse con grande giubilo i santi resti, inginocchiandosi per
ringraziare Dio del felice evento, quindi estrasse le reliquie dalle faretre, da
cui promanò un profumo di rose fresche. Maurizio, riposte diligentemente le
spoglie in una Era il pomeriggio del 17 Agosto 1126. Ad Ognina i Catanesi riabbracciarono la loro Patrona e più volte si levò in quell’occasione il grido “Cittadini, viva Sant’Agata”, come ancora oggi è possibile udire in entrambe le feste dedicate alla Santa; solo a fatica la processione poté proseguire fino alla sua meta. Cominciarono a questo punto ad aver luogo diversi miracoli: il primo registrato ebbe per protagonisti due ragazzi, i cui ceri non si spensero per l’intero percorso, nonostante il soffiare del vento. Quando poi la Cattedrale accolse le sante spoglie, si verificarono prodigi ben più consistenti: ci furono ciechi dalla nascita che recuperarono la vista, muti che presero a parlare, paralitici che riacquistarono l’uso delle proprie gambe ed indemoniati che furono resi liberi dalla presenza maligna. Maurizio nella sua lettera non parla della sorte occorsa a Gisliberto e Goselmo, ma la tradizione vuole che siano rimasti a Catania, svolgendo l’ufficio di custodi delle reliquie nella Cattedrale, dove sono sepolti, in un punto imprecisabile della Cappella della Madonna. C’è da aggiungere che la Traslazione, ossia il passaggio da Est ad Ovest delle reliquie agatine, ha forse anche un significato simbolico, in quanto coincise con la totale emancipazione della Chiesa siciliana da quella d’Oriente, in ottemperanza alla politica normanna nell’Italia meridionale. Inoltre, il particolare dei piedi nudi e dei vestiti bianchi di Maurizio (e della folla) sembra fornire una spiegazione dell’origine degli analoghi rituali presenti nella celebrazione della festa di Sant’Agata, seppure in realtà non siano estranei influssi riconducibili ai culti isiaci del tardo paganesimo http://digilander.libero.it/PiiFratres/gislibertoegoselmo.htm
Nuovi scontri fra Belisario e gli Ostrogoti di Totila si verificano fra il 542 e il 548, anno in cui il generale bizantino venne richiamato a Costantinopoli. Catania fu di nuovo occupata da Totila nel 550, ma dopo la sconfitta degli Ostrogoti in Umbria e la morte di Totila nel 552, tutta la Sicilia tornò sotto il controllo bizantino nel 555. Fu proprio da Catania che ebbe inizio la riconquista bizantina dell'isola, e in essa ebbe sede probabilmente il governatore civile bizantino (praetor o praefectus). Rimase bizantina sino alla conquista musulmana che avvenne nel IX secolo.
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