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Nel 1720 l'imperatore Carlo VI d'Asburgo d'Austria prese possesso della Sicilia, subentrando a Vittorio Amedeo II di Savoia (che governava l'isola dal 1713). Questo cambio di dominazione aiutò Catania a superare la grave crisi della prima metà del Settecento, legata ai contraccolpi del terribile terremoto del 1693 e ai continui passaggi di mano tra le potenze europee. Sotto il governo austriaco, che durò fino al 1734/1735 prima dell'arrivo dei Borboni, la città mostrò una nuova vitalità, in particolare con la ripresa e la crescita dell'Università (lo "Studio") e la continuazione del grande sforzo di ricostruzione urbana. Giuseppe Lanza, duca di Camastra, fu il principale mentore e figura chiave della ricostruzione catanese e della Val di Noto incaricato come vicario generale. A lui si deve l'impostazione urbanistica e lo sviluppo del celebre stile barocco che caratterizza tuttora il territorio. Sotto la Casa d'Asburgo, la famiglia Lanza consolidò enormemente il proprio potere, diventando la prima casata di Sicilia grazie all'ascesa di Ignazio Lanza come consigliere aulico dell'imperatore.
Nel 1713 il trattato di Utrecht pone fine alla stagione aragonese e l'anno successivo Vittorio Amedeo II, accompagnato dalla regina Anna d'Orleans, giunge a Catania. Col trattato de l'Aja i Savoia otterranno il regno di Sardegna in cambio della Sicilia che viene assegnata a Carlo VI d'Austria. Questi regnerà fino al 1738, anno in cui il trattato di Vienna ridefinisce lo scacchiere europeo.
Catania prima del terremoto del 1693 era racchiusa in un agglomerato urbano alquanto ristretto intersecato da strette vie e piccole piazze. La via principale, che da piazza Porta di Aci (attuale piazza Stesicoro) attraverso la Porta dei Canali scendeva fino al mare, detta Luminaria non era del tutto diritta ma serpeggiante. Le altre strade, anch'esse alquanto ristrette, avevano un aspetto caratteristico per la sontuosità dei palazzi, per lo più di stile barocco seicentesco. All'inizio del Seicento il vescovo Secusio (1609-1618) aveva esortato le autorità ad ampliare le strade e le piazze. Solo nel 1559 venne abbellito e ampliato il piano di S. Agata, che assunse il nome di "platea Magna". In essa erano: la Cattedrale, il Ve-scovado, la Corte del Vescovo, la Corte del Capitano, la Corte patriziale, la Loggia o palazzo del Senato, la chiesa di S. Martino dei Bianchi. Nei dintorni si trovavano le botteghe dei notai, le botteghe dell'oreficeria e dell'argenteria, nonché quelle adibite ai generi alimentari di prima neces¬sità. A poca distanza della piazza di S. Agata era ubicata la piazza del Mercato, detta anche "Foro Lunare", sulla via Luminaria. In questo luogo venivano eseguite le condanne a morte . Era uno spettacolo che piaceva alla folla, che non dimostrava di commuoversi nei riguardi dei malfattori, ma solamente cercava di cogliere l'aspetto scenografico e teatrale della cerimonia. I confratelli della vicina chiesa dei Bianchi accompagnavano il condannato, seguiti dal prete e dal carnefice. Nella stessa piazza si trovava il capo di una colonna di pietra la¬vica. Attorno ad essa ai primi del Cinquecento si radunarono a consiglio molti nobili catanesi per prendere delle decisioni durante il periodo delle sedizioni e delle lotte intestine. Da allora prese il nome di Pietra del Malconsiglio . Dopo il terremoto del 1693 le esecuzioni vennero eseguite in due piazze diverse. La prima in piazza Borgo (Cavour), detta a quel tempo "Piano delle Forche" perché i condannati venivano impiccati; l'altra in piazza del Fortino (Palestre) ove veniva innalzato il palco per il taglio della testa; qui i corpi venivano inumati nella vicina cappella delle anime del Purgatorio. Dopo il terremoto del 1693 la pietra venne portata in piazza Manganelli, ove rimase Tra le altre piazze sono da ricordare: piano del Castello Ursino, Piano della Porta di Aci, piano S. Filippo (piazza Mazzini), piano Tri-scini (piazza S. Nicoletta), piano Campanaro (piazza S. Placido), piano S. Nicolò (piazza Dante), piano della Sigona (piazza Manganelli), piano Consolazione (piazza Machiavelli), piano dell'Erba (piazza S. Francesco d'Assisi). La città era divisa inoltre in varie quartieri: S. Agata La Vetere, S. Agostino, Antico Corso, Pricopello, Cipriana, Giudicello, del Tocco, Porta di Mezzo, Civita. Era delimitata a nord dal piano della Porta di Aci, a ovest dal piano S. Filippo, a est dal piano della Consolazione, a sud dalle abitazioni del quartiere della Civita, nelle vicinanze del mare, a quel tempo abitato dalla nobiltà. L'inizio dell'anno 1693 è caratterizzato da uno spaventoso terremoto che sconvolse quasi tutta la Sicilia orientale. Il disastroso evento era stato preceduto da presagi che in parte erano segnali di quanto stava per accadere. Così le stagioni dell'anno precedente si presentarono irregolari, producendo aridità e siccità improprie. A Catania si osservò che nel mese di dicembre del 1692 l'aria e le giornate divennero così calde da imitare quelle della stagione estiva. Gli animali furono i primi ad avvertire l'evento. Alcune pecore che pascolavano in mezzo ad un campo, poco prima che si originasse la scossa tellurica della notte del 9 gennaio si posero in una specie di ribellione, errando come impazzite e vertiginose, e, sopraggiunto il terremoto, si tennero ferme con i piedi piantati per terra. I cavalli, i buoi, nella scossa della terra, si misero a vagare, fuggire e gridare come furiosi. La prima violenta scossa si ebbe nella notte di venerdì 9 gennaio 1693, esattamente intomo alle 3.45. Essa squassò la città danneggiando alcune case e provocando la morte di dieci donne del basso popolo. Gli abitanti, svegliati dal forte fragore, atterriti, si riversarono nelle piazze e nelle vicine campagne. Ivi attesero le prime luci dell'alba. Si tramanda che la mattina del 10 gennaio, mentre i catanesi ritorna¬vano a casa, il barone Arcaloro II Scammacca s'imbatteva in una vecchia indovina, che gli confidava in gran segreto la distruzione di Catania, con queste testuali parole: Don Arcaloro, dumani a vintinura Catania abballa senza sonu. Il barone non volle attendere oltre. Dopo aver compensato la vecchia indovina, raccolse il suo denaro e si rifugiò in mezzo ad ubertosissimi campi sopra il Borgo, dove sorgeva una casetta. Appena giunto, ancora sotto l'incubo della tremenda profezia, si lasciò cadere su di una poltrona e, con l'orologio alla mano, attese l'ora fatale. La domenica dell'11 gennaio intorno a mezzogiorno una forte scossa tellurica fece tremare ancora una volta Catania. La popolazione, in preda al terrore, cercò rifugio per lo più nelle chiese, implorando con la preghiera sant'Agata per lo scampato pericolo. Circa tre ore dopo un'altra forte scossa tellurica provocò il più apocalittico e tremendo disastro non solo a Catania, ma in molte località della Sicilia orientale, che furono rase al suolo , causando oltre sessantamila vittime. La tremenda sciagura che si abbatté su Catania rase al suolo tutti gli edifici e i monumenti, con pochissime eccezioni. Resistette il Ca¬stolo Ursino, anche se lesionato in alcune parti. Andò distrutta la torre di don Lorenzo Gioeni sulla collina di Montevergine, che dominava la città. Cadde il campanile fatto costruire dal vescovo Simone del Pozzo (1378-1396), alto quasi cento metri, che andò a sfracellarsi sul tetto della Cattedrale; distrusse tre navate, ma lasciò illese le due cappelle laterali e la sagrestia. Vi perdettero la vita tutte le persone che si erano radunate in preghiera sin dalle ore dodici. La chiesa di S. Nicolò l'Arena, rifatta nel 1687, dopo che era stata sommersa dalla lava del 1669, fu totalmente di¬strutta; fece perire 32 monaci che si erano raccolti in preghiera. La chiesa dedicata alla Madonna del Carmine venne distrutta, seppellendo 26 reli¬giose e facendone sopravvivere solo quattro. Crollarono 20 tra monasteri e conventi, e tutte le chiese, ad eccezione della chiesa dedicata a S. Maria della Rotonda e di quella dedicata al SS. Salvatore. La comunità religiosa del monastero della SS. Trinità subì la perdita di 28 suore; ne rimasero in vita solo 6. Furono totalmente distrutti il Seminario dei Chierici, la Loggia, l'Università, l'Ospedale S. Marco. La strada principale, detta Luminaria perché nelle serate di festa fuori dalle porte si accendevano dei lumi ad olio, a cera o a sego, di vario colore, non fu che un cumulo di macerie. La profezia della vecchia indovina riferita al barone Scammacca si era pienamente avverata. Così ci viene tramandata una poesia di un Anonimo
(All'inizio dell'Ottocento venne trasferita nel cortile del palazzo Paterno Castello di Carcaci, in via Etnea 84, dove ancora oggi si trova.)
dopo il disastro: All'unnici Jnnaru a vintin'ura Catania abballava senza sonu. Cu sutta li petri, cu sutta li mura e cù misiricordia invucava. Dalle macerie fumanti venne tratto vivo dai soccorritori il frate Fran¬cesco Privitera il quale, due anni dopo, pubblicava la cronaca del tragico evento. Ci riferisce, tra l'altro, che la città divenne un aggregato di pietre, che la polvere saliva fino al cielo e che i superstiti incontrandosi l'uno all'altro lacrimavano come novi al mondo e con dolcissimi amplessi, re¬spiravano nel vedersi vivi. Da altri cronisti del tempo8 si apprende con più precisione che Ca¬tania, su una popolazione di circa 23.000 ebbe oltre 16.000 vittime9. Dall'abate Francesco Ferrara, che 136 anni dopo scrisse la storia di Ca¬tania, pubblicata nel 1829, si apprende che un prete francescano, padre Serrovira, che al momento del disastro stava per giungere a piedi Catania per effettuare le prediche della quaresima, da lontano vide elevarsi una nuvola di polvere che ingombrò il giorno e udì non solo il fragore del mare, ma un'orribile sparo simile a un'immensa batteria. L'abate Ferrara continua dicendo nella sua storia che i catanesi rimasti vivi si trovarono tra le immense ondate delle acque del mare che libra-vansi per la scossa ricevuta dal fondo, e che dopo aver inondati tutti i giardini che erano da quella parte, entrarono in città per la porta dei Canali e per quella del Porticello, e fra i traballanti offesi edifici che minacciavano di coprirli. Seguirono la fatale scossa piogge dirottissime accompagnate da forti tuoni. Esse tolsero ai moribondi ogni speranza e soffocarono i gridi dei sepolti vivi che imploravano aiuto, spargendo in¬torno la pia grande confusione fra i superstiti a quella orrenda sciagura. Fu una vera e propria apocalisse. In mezzo a quella tremenda tragedia i superstiti, rimasti senza tetto, senza alcuna speranza di rifarsi una vita, volevano lasciare la città. Ma il canonico Giuseppe Cilestri, aiutato dal suo nipote, il patrizio Martino Cilestri, offrì la sua paterna e affettuosa collaborazione, esortando la popolazione a rimanere in città, perché, intra-prendendo l'opera di ricostruzione al più presto, la città potesse risorgere più bella e più ampia. Un caloroso appello da parte del canonico Cilestri venne rivolto a tutte le diocesi della Sicilia perché predisponessero invìi di viveri. Il senato di Messina mandò generosamente farina ed altri alimenti di prima necessità. Aiuti giunsero anche da Palermo e da varie città dell'Isola.
Catania fu ben presto invasa da bande di briganti che, approfittando della catastrofe, frugavano tra le macerie in cerca di masserizie. Per molti giorni gli abitanti dovettero sottostare alle loro angherie e alle loro sopraffazioni. Gli appelli dei sopravvissuti rivolti alle competenti autorità superiori, furono raccolti dal viceré Francesco Paceco duca di Uzeda che, in data 14 febbraio inviava quale vicario generale Giuseppe Lanza, duca di Camastra10. Il canonico Cilestri fu il primo, insieme con un gruppo di nobili, ad andare incontro al duca, per chiedergli assistenza per la città; piangeva e portava con sé le reliquie di S. Agata. Il duca rimase sconvolto; assicurò che avrebbe atteso subito alla ricostruzione della città. Venne alloggiato in una capanna eretta presso il bastione. Venne subito costituito il Senato catanese. Reslò confermato quale patrizio Martino Cilestri. Quale capitano di Giustizia venne nominato Francesco Maria Paterno di Raddusa. Il canonico Giuseppe Cilestri venne riconfermato nella carica di vicario generale11. Data la sensibile mortalità per il terremoto, il Senato nell'aprile del 1694 deliberava il reclutamento di mano d'opera altrove per la costruzione della città. Fu così che dal 1693 al 1712 giunsero in Catania oltre cinquemila operai con le rispettive famiglie per lo più provenienti dalle Calabrie e dal Palermitano. Primo atto del duca fu lo sterminio dello sciacallaggio, di cui i ca¬tanesi da circa un mese ne avevano sopportato le angherie e i soprusi. Alcuni riuscirono a fuggire, altri vennero mandati al capestro o alle galere. Molti oggetti sacri, che i ladri avevano nascosto a Cifali, vennero prelevati dallo stesso duca, e consegnati al canonico Cilestri. Questi esercitava le funzioni di Vescovo, perché Andrea Reggio, nominato successore del ve¬scovo Carafa, si trovava a Roma per ricevere la consacrazione episcopale. Giungeva a Catania il 27 aprile, e subito si acquistava tra la cittadinanza una vasta popolarità di benefattore. Subito ebbe inizio l'opera di ricostruzione. Animatore di un pre¬ciso programma urbanistico di elevato accento pianificatore fu il duca di Camastra12. Il 28 giugno 1694, con il voto del Senato catanese e del Corpo ecclesiastico, si dava origine all'atto costitutivo del nuovo piano urbanistico.
Sulle rovine causate
dal terrificante terremoto cadeva la Catania medie¬vale
e rinascimentale. Di essa rimanevano solo poche e sparse
vestigia. Una nuova Catania doveva sorgere, non più
circoscritta da strette arte¬rie e da piccole piazze, ma
più ampia nelle sue vie e nelle sue piazze. Alla
elaborazione del piano urbanistico faceva riscontro la
grande opera di ricostruzione degli edifici pubblici e
privati, in cui trionfava lo stile barocco settecentesco
sia pure più attenuato di quello del Seicento, ma pieno
di grazia, come il Siculorum Gymnasium, il Duomo, il
Municipio (ex Loggia), l'Ospedale S. Marco (piazza
Stesicoro). Nell'attività privata sorgevano i palazzi S.
Demetrio, Manganelli, S. Giuliano, Scammacca, Biscari,
Valle, Serravalle, Reburdone. Il sistema della nuova struttura direzionale faceva perno su due centri: piazza Duomo, che rappresentava la funzione religiosa e, a breve distanza, la piazza della Nuova Fiera (piazza Università), ove si era insediato il Siculorum Gymnasiun, che assommava le funzioni di centro culturale e amministrativo. I flussi di scorrimento erano distribuiti su quattro nuove arterie, a due a due parallele, nei due sensi opposti: il longitudinale e il trasversale. Le due strade principali nel settore nord-sud erano rappresentate dalla via Uzeda (Etnea) e Crociferi (ex via Sacra). Alle due arterie si innestavano in senso est-ovest, le trasversali di scorrimento poste tangenzialmente al Duomo: via dei Filippini (denominata Ferdinandea e, dopo l'Unità, Garibaldi) e via S. Agostino (denominata Corso Reale e, dopo l'Unità, Vittorio Emanuele II). II terrificante terremoto che si abbatté sulla Sicilia orientale distrusse nei vari centri urbani le numerose vestigia antiche, medievali, rinascimen tali e barocche seicentesche, imponendo una totale ricostruzione di tutti i paesi con un diverso assetto urbanistico e con una nuova arte barocca. Catania, grazie al valido contributo dei suoi superstiti e delle eminenti personalità, risorgeva più bella, più spaziosa, più razionale nell'ampiezza delle sue strade e delle sue piazze. Ancora oggi conserva, nel suo pri¬mitivo nucleo, l'omogcnio assetto settecentesco, mirabile per coerenze di stile ed unità di tono. La forza espressiva del barocco e la sua duttile eleganza toccano in questa città vertici nobilissimi, ancora oggi in parte sconosciuti alla grande cultura artistica.
DURANTE LA RICOSTRUZIONE
Il grande terremoto siciliano del 1693 danneggiò gravemente cinquantaquattro città e paesi e 300 villaggi. la Sicilia era ancora ufficialmente sotto il controllo Spagnolo, ma in realtà era governata dalla sua aristocrazia autoctona. Questa era guidata dal Duca di Camastra, che gli Spagnoli avevano nominato viceré per appagare l'aristocrazia, che condivideva il proprio potere solo con la Chiesa Cattolica. Molti preti e vescovi erano a loro volta membri dell'aristocrazia, e la ricchezza della Chiesa di Sicilia era ulteriormente aumentata dalla tradizione di spingere i cadetti maschi e femmine verso i monasteri e i conventi, per preservare l'eredità della famiglia dalla sua divisione; una pesante tassa, o dote, veniva di solito pagata alla Chiesa per facilitare ciò, nella forma di proprietà, gioielli o denaro. Così la ricchezza di certi ordini religiosi crebbe fuori da ogni proporzione rispetto alla crescita economica di qualsiasi altro gruppo sociale del tempo. Questa è una delle ragioni per cui così tante chiese Barocche e monasteri, come San Martino delle Scale, furono ricostruiti dopo il 1693 con tale lusso. Una volta iniziata la ricostruzione, i poveri ricostruirono le proprie casupole nel solito modo primitivo di prima. Per contrasto, i più ricchi residenti sia secolari che spirituali vennero presi da una quasi maniacale orgia di edificazione. Furono costruite o ricostruite innumerevoli chiese e palazzi. I nobili si sentirono in dovere di dotarsi di palazzi e residenze di campagna per affermare il proprio ruolo sociale, favorendo le espressioni artistiche più opulente di decorazioni. Gli architetti spesso locali furono capaci di progettare in un modo più sofisticato di quello del tardo XVII secolo; molti erano stati educati nell'Italia continentale ad una comprensione più dettagliata dell'idioma Barocco. Il loro lavoro ispirò progettisti siciliani che avevano avuto minori occasioni. Va osservato che questi architetti furono anche assistiti da pubblicazioni di incisioni di Domenico de' Rossi, che per la prima volta fornì le precise dimensioni e misure di molti delle principali facciate Barocche e Rinascimentali di Roma. In tal modo il Rinascimento finalmente sbarcò in Sicilia diciamo così per procura. Giovanni Battista Vaccarini era il principale architetto siciliano durante questo periodo. Egli arrivò sull'isola nel 1730 portando un personale amalgama delle idee del Bernini e del Borromini, e introdusse all'architettura dell'isola un movimento unificato e un gioco di linee curve che sarebbe risultato inaccettabile nella stessa Roma.
Catania fu gravemente danneggiata e le strutture più imponenti che rimasero in piedi furono il medievale Castello Ursino e tre navate della cattedrale. Il nuovo piano prevedeva infatti strade più larghe e l'inserimento di ampie piazze che consentissero eventuali aree antisismiche. Così essa fu riprogettata e ricostruita. Il nuovo progetto separò la città in due principali quartieri, uno nobile (il cui terreno era venduto più caramente a 20 onze per tumulo) e uno popolano (a 13,10 onze per tumulo, dove si insinuò il nascente Monastero dei Benedettini), distinti dalle attuali vie Vittorio Emanuele II a sud e Santa Maddalena a est. La ricostruzione fu supervisionata dal Vescovo di Catania ed unico architetto sopravvissuto della città, Alonzo di Benedetto. Costui diresse una squadra di architetti chiamati da Messina, che presto aprirono i cantieri, concentrandosi prima su Piazza del Duomo. I tre palazzi collocati sono: il Palazzo Vescovile e il Seminario dei Chierici a sud, il Palazzo degli Elefanti a nord (che sostituisce l'antica Loggia medioevale) e ad ovest il Palazzo Pardo Sammartino.
Il potere ecclesiastico a Catania - I Benedettini. di Agata Nicosia Tra preghiere e peccati uno dei complessi monastici più grandi d’Europa.
Il
Monastero di San Nicolò L’Arena di Catania, è un luogo magico e suggestivo.
Intanto colpisce per la sua immensità, (è il secondo complesso monastico in
Europa, per grandezza dopo quello di Mafra in Portogallo) quindi, per la sua
magnificenza ed infine per la storia e i segreti d Illustri viaggiatori del 700 restarono stupiti dai fasti del palazzo e dall’accoglienza regale loro riservata. Così scrive, ad esempio, Patrick Brydone in visita a Catania nel 1770 dopo aver visitato il monastero: “Entrato nel grande cancello la mia sorpresa si accrebbe: avevo dinanzi una facciata quasi uguale a quella di Versailles, un nobile scalone di marmo bianco e una magnifica cornice propria di una residenza regale”; i Benedettini, continua, “volevano assicurarsi a tutti i costi un paradiso almeno in questo mondo se non nell’altro”. Il palazzo, non sembrava certo un luogo di preghiera e penitenza e i monaci vivevano in uno stato di agiatezza degna delle loro famiglie di provenienza. Erano infatti, per lo più, i secondogeniti delle famiglie nobiliari catanesi. Considerato che il patrimonio familiare era indivisibile e che veniva ereditato solo dal figlio primogenito, per gli altri, la carriera ecclesiastica era la scelta più allettante perché consentiva potere e benessere senza spreco di energie. I Benedettini abitarono il monastero dal 1558 al 1866, con numerose vicissitudini, assumendo un ruolo di spicco e condizionando la vita sociale, religiosa e culturale dell’intera città e non solo. Nel 700, in particolare, il loro tenore di vita nettamente in contrasto con qualsiasi regola di obbedienza e povertà e la condotta spesso scandalosa, suscitarono risentimenti nella popolazione provata da carestie che usava addirittura, stazionare davanti al convento dopo i pranzi luculliani dei monaci per cibarsi degli avanzi.
Dal portale affacciato su Piazza Dante, si
accede ad un grande cortile esterno, ambiente di separazione tra il mondo laico
e quello religioso, e da qui, con la sua splendida facciata barocca, il palazzo
si presenta in tutta la sua magnificenza non proprio monastica. Stalle, scuderie
carretterie erano locali di servizio utilizzati per regolari approvvigionamenti
alimentari come racconta Federico
De Roberto nel suo romanzo “I
vicerè”: “ogni giorno i cuochi ricevevano da Nicolosi quattro carichi di carbone
di quercia per tenere i fornelli sempre accesi…quattro vesciche di strutto… e
due cafisi d’olio…”.
Non è indulgente De Roberto riguardo le abitudini mangerecce e la condotta dei monaci – “I calderoni e le graticole erano tanto grandi che ci si poteva bollire tutta una coscia di vitello e arrostire un pesce spada…” “di tutta quella roba, se ne faceva poi tanta, che ne mandavano in regalo alle famiglie dei Padri e dei novizi e i camerieri, rivendendo gli avanzi, ci ripigliavano giornalmente quando 4 e quando 6 tari” “…subito dopo tavola, se ne uscivano dal convento, si sparpagliavano pel quartiere popolato di famiglie, ciascuna delle quali aveva il suo Padre protettore” e Don Blasco, Benedettino della famiglia Uzeda, “…aveva tre ganze nel quartiere di San Nicola: donna Concetta, donna Rosa e donna Lucia la sigaraia, con una mezza dozzina di figliuoli…”Il Monastero di San Nicolò L’Arena di Catania si cominciò a costruire nel 1558 nella zona detta “della Cipriana”, dove sorge attualmente, per accogliere i Monaci Benedettini che, provenienti da Nicolosi avevano deciso il trasferimento a causa del clima poco favorevole e delle incursioni da parte di briganti.
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