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La dominazione romana in Sicilia iniziò il 10 marzo 241 a.C. con la vittoria di Torquato Attico e Catulo sulle truppe cartaginesi di Annone nella battaglia delle isole Egadi. Catania fu conquistata nel 263 a.C.. La dominazione romana si concluse nel 440 d.C., con la spedizione del vandalo Genserico che conquistò l'isola.

 

263 a.C.

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440 d.C.

 

 

Nel 263 a.C., all’inizio della prima guerra punica, Catania (lat. Catĭna o Catăna) venne conquistata dai Romani, sotto il comando del console Massimo Valerio Messalla. Del bottino faceva parte un orologio solare che fu collocato nel Comitium a Roma. Da allora la città fece parte di quelle soggette al pagamento di un'imposta a Roma (civitas decumana)È noto che il conquistatore di Siracusa, Marco Claudio Marcello, vi costruì un ginnasio.

Intorno al 135 a.C., nel corso della prima guerra servile, fu conquistata dagli schiavi ribelli. Un’altra rivolta capeggiata dal gladiatore Seleuro nel 35 a.C., fu domata probabilmente dopo la morte del condottiero.

 

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Nel 122 a.C., a seguito dell’attività vulcanica dell’Etna, fu fortemente danneggiata dalle ceneri vulcaniche stesse piovute sui tetti della città che crollarono sotto il peso. Il territorio

di Catina, dopo essere stato nuovamente interessato dalle attività eruttive del 50, del 44, del 36 e infine dalla disastrosa colata lavica del 32 a.C., che rovinò campagne e città etnee, nonché dai fatti della disastrosa guerra che aveva visto la Sicilia terreno di scontro fra Ottaviano e Sesto Pompeo, si avviò sulla lunga e faticosa strada della ripresa socio-economica già in epoca augustea. Tutta la Sicilia alla fine della guerra viene descritta come gravemente danneggiata, impoverita e spopolata in diverse zone. Nel libro VI di Strabone in particolare si accenna alle rovine subite dalle città di Syrakusæ, Katane e Kentoripa.

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L'attività principale dell'isola, quella agricola, era parecchio dissestata; molte terre erano abbandonate, perchè mancava la manodopera.

Augusto affidò una grande estensione del territorio ad Agrippa, suo valoroso generale, e tenne per sè un'altra zona non meno estesa.

Una terza zona venne divisa in piccoli appezzamenti, che furono distribuiti ai veterani in congedo dell'esercito di Augusto.

Quest'ultimo accorgimento era diretto a far sì che, mescolandosi inevitabilmente i veterani con la popolazione locale, nascesse il senso di coesione e quindi la fedeltà a Roma. La struttura amministrativa fu rinnovata. Esistevano tre gruppi di città: le "colonie"(Taormina, Catania, Siracusa, Tindari, Terme e Palermo), dove affluirono molti veterani romani; i "municipia", che si differenziavano dalle prime sotto il profilo onorifico, che era di minore importanza; le città assoggettate a Roma, che continuavano ad avere autonomia negli affari interni.

 Fu modificato il sistema tributario: alla decima, pagata in natura, fu sostituito lo "stipendium", un'imposta sulla terra pagata in denaro, probabilmente perchè il grano siciliano non era più indispensabile a Roma, che aveva nuove fonti di approvvigionamento nell'Egitto e nel Nord Africa.

Sotto l'impero la Sicilia fu integrata in modo completo nella nuova organizzazione e nel 212 le fu estesa la "Constitutio Antoniana" dell'imperatore Caracalla, che concedeva la cittadinanza romana a tutti i cittadini liberi dell'impero. In Sicilia regnò la pace, se si esclude una esplosione di banditismo nel 260.

La struttura economico-sociale sotto l'impero presenta interessanti caratteristiche. Nonostante in Sicilia le classi medio-alte godessero di una certa prosperità, documentata dalle opere pubbliche, non c'è traccia di siciliani che abbiano fatto carriera in politica, come avveniva, invece, in altre province romane.

 

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I RUDI ROMANI SCENDONO IN SICILIA E NE FANNO IL LORO GRANAIO

I Mamertini, mercenari campani, furono al servizio di Agatocle di Siracusa fino al 289 a.C. quando, alla sua morte conquistarono Messina. I Mamertini chiesero aiuto a Roma contro nel 264 a.C. Ebbe cosi inizio la prima guerra punica. La conquista romana non fu indolore: nel 261 la splendida Agrigento, dopo un sanguinoso assedio, fu espugnata ed i suoi abitanti trucidati o venduti come schiavi.

Ai veterani romani come premio vennero assegnati vasti possedimenti, dando cosi origine a quella piaga siciliana dei latifondi, che dovevano scomparire solo negli anni Cinquanta del secolo scorso, sotto la pressione dei movimenti contadini. I Romani si stabilirono in una Sicilia dalle antiche tradizioni culinarie e in quasi otto secoli di dominazione hanno lasciato anche qualche traccia.

Roma raggiunse nel II secolo d.C. intorno a due milioni di abitanti. Una simile popolazione poneva enormi problemi per l'approvvigionamento di cibo e di acqua. Divenuta potenza globale, importava grandi quantità di derrate alimentari dalle sue province divenendo l'insaziabile "ventre del mondo".

L'attività alla base della ricchezza della Sicilia era l'agricoltura, che forniva i prodotti per il commercio. Gli scambi avvenivano con l'Africa, la Gallia, la Spagna. La prosperità dell'agricoltura rimase immutata nei secoli e, quando nel III sec. l'Italia attraversò una crisi di questo settore, essa non interessò certamente la Sicilia.

Gli schiavi impegnati nell'agricoltura erano numerosi, ma furono sempre più spesso sostituiti dagli affittuari. Alcuni di essi, che prendevano in affitto grandi estensioni di terreno, usavano dividerle in piccoli appezzamenti e subaffittarle.

Alla notevole ricchezza di alcune famiglie, documentata dalla villa del Casale presso Piazza Armerina, faceva riscontro la povertà della massa, che peraltro produceva ricchezza con il suo lavoro.

Le città più importanti e popolate erano Catania, Siracusa, Messina, Agrigento.

http://www.ilcasalediemma.it/sicilia-Il+periodo+imperiale-230.asp

 

 

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I cuochi siciliani, fra tutti Trimalchio da Siracusa, erano ricercati nella Roma imperiale. I cuochi servivano l'aristocrazia e l'alta borghesia. La plebe, quando poteva mangiava puls di farro, un fossile vivente che ha dato il nome alla farina e oggi ritornato di moda, legumi, verdure. pane nero e qualche volta carne conservata sotto sale.

Il lievito, u criscenti che faceva crescere il pane lievitandolo, fino a pochi decenni fa in Sicilia veniva preparato e conservato con lo stesso procedimento che è riportato da Plinio nella “Naturalis Historia”. Sembra che la lievitazione sia opera degli Ebrei, anche se nelle festività consumavano pane azimo. Nell'Esodo (12, 39) si legge: “Essi fecero cuocere sotto forma di focacce azime la pasta che avevano portato dall'Egitto e non avevano potuto indugiare, né avevano fatto provviste. Gli Egizi producevano un pane bianco lievitato, l'hori, che veniva consumato dai nobili. Per millenni nel Mediterraneo il pane lievitato rimarrà appannaggio delle classi dominanti. Il popolo mangiava focacce azime fatte con un miscuglio di farina di grano, spelta, crusca, legumi, cereali e verdure che sono rimasti in Sicilia tra le poche possibilità alimentari fino alla prima metà del secolo scorso.

I nostri sformati affondano le radici. nelle torte salate di formaggio e di verdure che una costante nei banchetti romani. La 'mpanata con tutte le sue varianti siciliane (scacciata, scaccia, fuazza, pastizzo, u pistuni missinisi, la comisana mitilugghia, il siracusano scacciuni, l'in figghiulata di Rosolini) trova le radici nella pasta di pane farcita con formaggio e cotta al forno. La farcia nella 'mpanata dipende spesso dalla disponibilità degli ingredienti e dalla fantasia della massaia. “U chinu da 'mpanata” che Pirandello usa come metafora nel Berretto a sonagli, è sempre una sorpresa. Le 'mpanate siciliane, dove i sapori e i profumi sono nascosti in una dorata crosta di pane, sprigionano tutta la loro fragranza quando si affonda il coltello.

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Stralci provenienti da SPIGOLATURE STORICHE SULLA CUCINA DI SICILIA di Gino Schilirò – Aracne editrice 2019 – esclusiva concessione del Prof. Schilirò per il sito web mimmorapisarda.it - © tutti i diritti riservati

 

 

Il Teatro Romano (del II secolo), l'Odeon (III secolo), l'Anfiteatro (II secolo), le Terme dell'Indirizzo, le Terme della Rotonda, le Terme Achilliane, varie altre strutture termali (in piazza Sant'Antonio, piazza Itria, piazza Dante dove è stata trovata la strada basolata oggi allo scoperto) i resti di un acquedotto presso via Grassi e alcuni edifici funerari, il foro sono i maggiori resti attualmente visibili della Catania romana. Molti di questi monumenti fanno parte dal 2008 del Parco archeologico greco-romano di Catania, istituito dalla Regione Siciliana e alcuni di essi come il Teatro romano, le Terme della Rotonda e altri monumenti minori sono stati restaurati e resi visitabili. Anche i resti dell'anfiteatro sono visibili dal 1907 (anno in cui sono stati riportati alla luce) dall'ingresso di piazza Stesicoro e dal cortiletto di via Anfiteatro.

 Probabilmente anche "'u liotru", il simbolo della città situato attualmente al centro di piazza Duomo, è stato scolpito in epoca romana se non prima. È un manufatto in pietra lavica porosa, che raffigura un elefante. Il nome deriva probabilmente dalla storpiatura del nome di Eliodoro, negromante semi-leggendario e grande avversario di Leone il Taumaturgo. L'elefante è sormontato da un obelisco egittizzante di cronologia incerta con figure probabilmente legate al culto isideo.

 Del periodo Tardo Antico rimangono i resti delle necropoli a nord e ad est del centro storico (tra i quali i mausolei di viale Regina Margherita e via Ipogeo), come pure numerosi frammenti, lapidi (tra cui quella di Julia Florentina esposta al Louvre), o il cippo esposto al Castello Ursino. Sono invece di epoca paleocristiana le cripte di Sant'Euplio, di Santa Maria La Grotta, della cappella nell'Ospedale Garibaldi, nonché gli ambienti del cosiddetto Sacro Carcere.

A Catania esisteva anche una naumachia, poi travolta dall'eruzione del 1669, certamente alimentata dall'acquedotto. L'acquedotto era lungo 23 chilometri e dentro Catania, a partire da un sontuoso ninfeo (il cui pavimento marmoreo fa ancora bella mostra in una sala di Palazzo Biscari), si diramava in un articolato sistema di adduzione che passava sotto i lastrici stradali (un canale è ancora esistente in via Crociferi), alimentando, oltre agli edifici ricordati, anche numerose fontane.

Dell'acquedotto sopravvivono numerosi tratti, sparsi fra Catania e Santa Maria di Licodia. Quella raffigurata dovrebbe essere la porzione di contrada Porrazzo nel territorio di Paternò.

 

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Il teatro si conservava bene sino all'epoca dei Normanni. Ma nel 1091 il conte Ruggero per costruire la Cattedrale adoperò le colonne  e il rivestimento marmoreo. Sugli avanzi del teatro, sin dal tempo dei Normanni, furono costruite delle case; lo stesso si effettuò dopo il terremoto del 1693 .

Vicino al teatro greco-romano, e unito ad esso, dalla parte occidentale, sorgeva l'Odeon. Era capace di contenere oltre 1.300 posti e sembra che doveva essere coperto. Serviva per i concerti e per le prove drammatiche. Le caratteristiche costruttive lo fanno datare allo stesso periodo in cui fu iniziata la costruzione del teatro greco. Danneggiato nel 403 a.C, al tempo in cui Dionisio conquistò Catania e vendette all'asta a Siracusa gli abitanti, i Romani lo restauravano.

 

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Le terme della Rotonda: si trovano tra via della Rotonda, via Galatola e la chiesa dei Minoritelli. Dalla forma dell'edificio prende il nome di Rotonda20. Mentre le terme precedentemente elencate erano alimen¬tate dalle acque del fiume Amenano, quelle della Rotonda invece erano alimentate dalle acque provenienti da S. Maria di Licodia.

Le terme dei Quattro Canti: vennero alla luce soltanto nel 1911-12, durante i lavori di ristrutturazione di un fabbricato sito ai Quattro Canti. In quella occasione si rinvenne un mosaico, a tasselli bianchi e neri, il quale ornava un ambiente, di cui si potevano appena intravedere i muri perimetrali.

Vicino al mosaico si notavano diversi tubi. Purtroppo l'estensione delle terme non si poteva precisare in quanto le vestigia erano andate in rovina per la sovrapposizione delle fondamenta del palazzo21.

Tra le altre terme pubbliche, sono da ricordare quelle di piazza Dante e di via Idria. Però non si può operare alcuna ricostruzione in quanto attraverso i secoli sono andate distrutte.

Riguardo alla religiosità dei catanesi, essa appartiene al mondo e alla cultura greca. La maggior parte dei templi fu innalzata durante la colonizzazione dei Greci. Sembra che alcuni templi fossero stati costruiti durante la dominazione romana.

Si cita il tempio dedicato a Giano, il dio invocato in ogni grande impresa pubblica o privata. Il vasto tempio venne costruito dove oggi è ubicata la chiesa del Carmine, in piazza Carlo Alberto. Nel 778 venne abbattuto dal vescovo Leone II, per erigervi sul posto la chiesa dedicata a S. Lucia.

Altro tempio, il Pantheon, dedicato a tutti gli dei. Venne adattato sulla preesistente terma della Rotonda nel 220 a.C. dal console Marco Claudio Marcello. Il tempio, nel corso dei secoli, subì diversi rifacimenti. Nel 778 il vescovo Leone II lo faceva restaurare per trasformarlo a chiesa cristiana, dedicandola a S. Maria della Rotonda.

Intorno al II sec. a.C, in Sicilia, attraverso le relazioni commerciali che si instaurarono tra occidente e oriente, si diffuse il culto della dea egiziana Iside22. Sotto l'imperatore Tiberio trovava ampio favore presso il popolo siciliano, rappresentando un periodo di transizione tra il morente paganesimo e il trionfante cristianesimo23.

In Catania il culto egizio ebbe notevole sviluppo durante il periodo pagano. Antichi scrittori ci tramandano alcuni particolari di una festa che si celebrava ogni anno in onore di una statua di donna che portava al seno un bambino e che era portata trionfalmente in giro per la città.

La dea simboleggiava la forza produttiva della natura ed era conside¬rata dispensiera di latte all'umanità nascente24. Nella processione erano i seguaci della dea (isiaci), che indossavano una tunica di lino bianco. Il tempio fu innalzato alla Marina, nello stesso luogo ove sorse la chiesa dedicata a S. Giorgio.

Riguardo ai cimiteri, il primo sorse in età ellenistica dove oggi è la piazza Carlo Alberto; veniva chiamato "Campo degli eroi". Altri gruppi di cimiteri furono rinvenuti in via Androne25 e in via Dottor Consoli, utilizzati fino alla tarda età romana: ne sono testimonianza le iscrizioni in greco e in latino rinvenute durante scavi effettuati nelle zone.

 

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In via Ipogeo (Carcere Nuovo), nella proprietà del barone Cutore Re¬cupero e dietro la villa del cav. Alfio Modica, al viale Regina Marghe¬rita, furono trovate alcune necropoli in muratura a più ordini sovrapposti. L'epoca di questo sepolcreto probabilmente risale all'inizio del IV secolo d.C; è stato utilizzato forse fino al IX secolo d.C.

Un altro sepolcreto si trovava nell'area della zona dei Cappuccini, S. Domenico, via S. Euplio, dove sono venuti alla luce alcuni ruderi, testimonianza di una cinta cimiteriale al centro della città. Le iscrizioni trovate risalgono all'età imperiale romana; era il sepolcro dei cristiani.

Infine altri sepolcri si trovavano nella zona di S. Maria di Nuova Luce, al teatro Massimo. Ogni sepolcro conteneva i resti di un solo individuo e un vasetto rustico di tipo comunissimo in Sicilia. Si può datare questo sepolcreto tra la fine del periodo romano e i primi tempi del dominio bizantino.

La città era anche circondata da una cinta muraria. Avanzi di queste mura si trovano in via Plebiscito26. Si presentano squadrate e combaciami. Sono gli unici ruderi pervenutici della vasta cinta del periodo romano.

tratto da “Catania - Le origini di Catania - Dal Quaternario al terremoto del 1693”

Giovanni Merode e Vincenzo Pavone - Edizioni Greco CT - 1993

 

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L'Anfiteatrum Insigne  è, senza dubbio, il più importante monumento dela civiltà romana. Capace di contenere circa 15.000 persone, era infe¬riore solo al Colosseo di Roma e all'Arena di Verona. Si trova nell'area delimitata a sud da via Penninello; a nord dall'ex ospedale S. Marco, ex palazzo dei Tribunali; a ovest dalla chiesa di S. Biagio o Carcarella.

La data di costruzione secondo alcuni è della metà del II secolo d.C, durante il governo di Adriano e degli Antonini; secondo altri al tempo di Cesare Ottaviano Augusto. Comunque dovette sorgere nel periodo in cui in Sicilia cominciò ad essere introdotto l'uso delle battaglie gladiatorie. Data la grandiosità del monumento non si esclude che l'inizio della c¬struzione possa avere avuto origine al tempo in cui Catania era colonia romana .

 

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L'Anfiteatro rappresentò l'espressione più imponente dello splendore raggiunto dalla città. Ma, sia che nei secoli successivi alla sua costruzione le guerre e la decadente fortuna fossero tornati fatali all'edificio, sia che Costantino, avendo abolito il costume dei giuochi dei gladiatori e degli spettacoli delle belve, ne avesse reso inutile l'uso primitivo, è da ritenere che esso sia durato breve tempo nei suoi invidiati fastigi.

Di vero è stato accertato che nel 507-511 d.C. l'Anfiteatro era tanto in abbandono che i catanesi, indotti a considerarlo come un'opera inutile, si intesero autorizzati a chiedere al re Teodorico il permesso di disfarlo completamente e, con le pietre ricavabili, costruirono le mura della città. Così, con la conferma di Teodorico, si verificò una specie di devastazione. Molti secoli dopo, nel 1091, durante i lavori di costruzione della Cattedrale, le più belle colonne di granito egizie vennero sottratte per adornare l'interno. Il terremoto del 1693 sommerse sotto le macerie l'in¬signe monumento . Delle otte colonne, sei adornano l'ordine inferiore della facciata della Cattedrale; la settima si trova nel cortile del Museo Biscari; l'ottava in piazza dei Martiri, che sorregge la statua di S. Agata. Prima del terremoto del 1693 le otto colonne si trovavano nell'antica Cattedrale e due di esse avevano dei capitelli di antichi rilievi.

tratto da “Catania - Le origini di Catania - Dal Quaternario al terremoto del 1693”

Giovanni Merode e Vincenzo Pavone - Edizioni Greco CT - 1993

 

 

Nella zona di Piazza Dante,in strati profondi sotto i resti di un edificio termale, sono stati rinvenuti frammenti di ceramica protocorinzia degli inizi del VII sec a.C.,risalenti cioè a pochi decenni dopo la fondazione greca della città.

Scavi di una certa entità sono stati fatti nel teatro.

Ma quel che supera di gran lunga ogni altra cosa è stata la scoperta, avvenuta casualmente nel 1959,di una ricchissima stipe votiva arcaica sotto il suolo della Piazza S.Francesco. I materiali rinvenuti nel piccolo spazio che è stato possibile scavarvi sono di una quantità sbalorditiva, più di 1200 cassette al momento del recupero e datano dal VII sec a.C.Comprendono ceramiche di diversissime provenienze (Atene, Corinto,Sparta,Rodi,Chio,centri orientali solo sporadicamente rappresentati in altre città dell'occidente ),e quindi di estremo interesse per lo studio dei rapporti intrattenuti da Catania arcaica con la Grecia propria (il grosso di questi materiali appartiene al VI sec),ed opere spesso bellissime della coroplastica,in parte di fabbricazione locale, variamente databile dal VI al IV .Importante notare nel corredo della stipe l'improvviso apparire a principio del V sec di materiali relativi al culto delle Divinità atonie.

Dal libro "Topografia antica di Catania "dello scrittore e saggista palermitano Marcello Scurria

 

 

 

 

 

737 a.C. - menzionata da Tucidide assieme ad altre eruzioni avvenute negli anni 477 e 427 a.C.;

693 a.C. - Detta anche "Colata dei Fratelli Pii", così chiamata a causa di una leggenda ambientata proprio durante questa eruzione. I Pii Fratres divennero tanto celebri che a Roma vennero venerati come semidei e lo stesso Virgilio vi si ispirò per la stesura dell'Eneide, nell'immagine di Enea che trae in salvo il cieco padre. I residui della colata li si sono trovati in pieno centro storico, al di sotto degli strati ellenistici e in alcuni casi coprenti ruderi arcaici. L'eruzione coprì in parte il fiume Amenano, forse dando luogo alla nascita del Lago di Nicito;

424 a.C. - In questa eruzione si formò il cratere Mompileri. Durò dal 425 a.C. all'anno successivo. Si tratta di una eccentrica regionale scaturita a nord di Nicolosi la cui conformazione è ancora una volta simile a quella del 693 a.C.;

396 a.C. - Le lave arrivarono sino al mar Ionio, impedendo al cartaginese Imiclone di giungere a Catania da Naxos secondo Diodoro Siculo;

122 a.C. - Secondo alcuni autori durò dal 121 al 122 a.C., secondo altri dal 122 al 123 a.C.;l'eruzione fu di tipo esplosivo. Durante l'eruzione una grande quantità di prodotti piroclastici, cenere e lapilli, coprì il versante sud-orientale del vulcano causando notevoli danni all'antica città di Catania. La città venne esonerata per dieci anni dal pagamento delle tasse;

252 - Secondo gli Acta Sanctorum, uno dei miracoli di Sant'Agata, postumo, fu quello di fermare una violenta eruzione con il velo sindonico esplosa l'anno dopo la morte della Santa, salvando così la città. Tale eruzione la si vuole originata dal cratere Monpeloso, situato tra Nicolosi e Tarderia (zona di villeggiatura di Pedara). Secondo la tradizione la lava che ne scaturì venne fermata alle porte della città, dunque secondo alcuni autori presso l'Anfiteatro che venne raggiunto, ma non distrutto. Tuttavia recenti analisi geologiche hanno potuto stabilire che l'eruzione che ha generato il monte Monpeloso risalgono al 300±100, confermandone quindi il periodo, ma le sue lave si fermarono nel territorio di Mascalucia, a notevole distanza dalle porte (fisiche) della città. Il concetto di città in epoca greca e romana era più ampio di quanto non si intenda oggi e comprendeva anche i territori (in greco antico chora) e i casali (le statio latine) del circondario. Nulla di strano dunque che si intendesse Mascalucia quale porta del territorio di Catania.

394 - Investì il territorio a nord di Acireale (Bosco d'Aci);

 

La Catania Romana: Stato giuridico, Guerre civili, Cesare, Ottaviano e i due Pompei.

di Davide Valenti

Prima che il console Levino stabilisse il nuovo ordinamento giuridico, amministrativo e fiscale dell'Isola , si provvide a sottoporre i territori frattanto acquisiti a Roma alla “Lex hieronica" che prevedeva, fra l'altro, un sistema tributario fondato sulla riscossione delle decime agricole. Il nuovo regime aggiunse una serie di acquisti forzosi a prezzi fissati d'autorità, un dazio del cinque per cento sulle operazioni portuali (la Lex censoria portus Siciliae), ferree restrizioni alle esportazioni che non riguardavano il territorio italiano, ed alcune gabelle destinate a mantenere flotte a difesa e presidio delle città portuali. Data l'importanza di approvvigionamenti copiosi e puntuali per Roma, si può facilmente immaginare quanto dovette rivelarsi esoso il fisco per una comunità come quella catanese che godeva dell'entroterra più , fertile della Sicilia e di un porto ampio e funzionale. L'ordinamento prevedeva la ripartizione delle 68 comunità siciliane in quattro tipologie amministrative: le foederatae, le libere atque immunes, le decumane, sottoposte cioè a decima al cui novero apparteneva Catania,  e quelle costituenti, come ager publicus, proprietà della città di Roma.

La riscossione delle decime, a Catania come altrove, veniva data in appalto con un sistema simile a quello in vigore sotto Gerone Il, tramite un’asta tenuta localmente ogni anno. I potenziali appaltatori potevano giovarsi di una lista di soggetti tassabili composta di proprietari terrieri e di lavoratori ed usufruttuari. All'inizio si fece in modo che i maggiori "pubblicani" fossero cospicui uomini d’affari siciliani, poi gradualmente la riscossione passò alle grandi compagnie romane.

La classica città decumana rifletteva in sostanza l'ordinamento vigente a Roma: Catania ebbe così un Senato, un proágoro , con funzioni di sommo magistrato, dei questori, cui spettava la riscossione delle tasse comunali, dei magistrati edilí e dei censorí incaricati di tassare la città per le necessità interne della stessa. A capo della Provincia di Sicilia stava un governatore che, per molti versi, assumeva i connotati di un plenipotenziario ed aveva di norma un mandato annuale.

 

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La città di Catania fu eccezionalmente ricca di acque,sin dalla sua fondazione.

I Romani,in aggiunta,ne misero di propria costruendo un Acquedotto che dire stupefacente è poco.

Nel I secolo dc questo Acquedotto portava da Santa Maria di Licodia,cioè da ben 28 chilometri da Catania,un volume d'acqua pari a 30.000 metri cubi al giorno.

Senza alcuna azienda municipalizzata ! Questa bella stampa che ho postato è della fine del '700 e ritrae proprio l'Acquedotto Romano.

L'acquedotto Biscari sorge ad Adrano ed è chiamato dagli adraniti "il Ponte Biscari". Costruito a circa 1 km dalle campagne del Mendolito, convoglia in un condotto chiuso le acque delle sorgenti delle "Favare", presso “Santa Domenica” e, attraverso la contrada “ della Carrubba” e di altre terre, le incanala verso il feudo di contrada “ Ragona” o “Aragona”. Notizie tratte dal “Dizionario topografico della Sicilia” (Amico, 1865), citano come la contrada Aragona era "Casale un tempo esistente nel territorio detto oggi volgarmente di Ragona, tra Centorbi ed Adernò, con una torre. Appartenevasi nel 1408 a Giovanni Eschisano, come si rileva dal censo di Re Martino; a Perollo di Modica nel 1479, che il vendette ad Artale Mincio, donde pervenne a Giovanni Paternò, ed oggi per dritto dei padri suoi ad Ignazio Paternò Castello Principe di Biscari." In esso "Ci ha una sorgiva di acqua puzzolente nerastra e zolfurea." Ancora oggi sono visibili i fabbricati ed i ruderi della masseria ubicata nel mezzo della Piana d’Aragona, adiacente alla strada. L’acquedotto attraversa il fiume Simeto nel “Passo della Carruba”, in contrada “Cimino”, nel territorio tra i comuni di Adrano e Centuripe.

 

 

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Riguardo all''Acquedotto, la cui origine sembra greca, probabilmente venne costruito alla fine del primo secolo d.C, ma dovette subire dei rifacimenti nel terzo secolo d.C.

Le sorgive, ancora oggi utilizzate, partivano da S. Maria di Licodia. Attraversavano il territorio della odierna Paterno, Misterbianco, Monte Po, e giungevano a Catania nel'odiema piazza Dante, ove si riversavano in un grande serbatoio detto Ninfeo ®. In città  l'acquedotto si diramava in tre direzioni: una verso la Naumachia (Castello Ursino)? una seconda verso la collina di Montevergine; una terza verso Porta del Re (Sant'Agata la Vetere). Nelle vicinanze nel 1556 erano 65 archi. Di essi nello stesso anno ne vennero prelevati 33 per adibire il materiale alla costruzione delle mura, per ordine del viceré De Vega. Nel 1621 gli altri archi vennero abbattuti per prelevare i pezzi di pietra lavica e utilizzarli per fare i marciapiedi nella zona della Marina. Altri archi si trovano nella contrada Arcorum nei pressi del bastione del Tindaro o del Tonnare. Da S. Maria di Licodia fino a Catania la struttura muraria, 27 chilometri, su cui poggiava il condotto era alquanto imponente . Di essa non rimane quasi nulla. In contrada Scalilli, vicino Paterno, si può osservare il cunicolo che conservava la copertura. Era il tratto più interessante, ma le condizioni si presentano alquanto deplorevoli. In Catania diversi archi dell'antico acquedotto si trovano in via Grasso , nella zona dei Cappuccini Nuovi. Sono ruderi importantissimi, ma o abbandonati.

Riguardo alle Terme (o bagni pubblici), le più grandi erano le Terme Achillee: forse in base a una iscrizione marmorea in lingua greca ritrovata in vari pezzi e in varie epoche. L'incisione è del periodo di Teodosio II. In base a questa testimonianza le Terme risalirebbero al 434 d.C. Erano costituite da un vasto ambiente a cielo scoperto, circondato da portici a colonnato per accogliere la massa dei cittadini. I ruderi si trovano sotto la Cattedrale e il palazzo dei Chierici.

Altre importanti terme sono quelle dell'Indirizzo, in piazza Curro, così denominate perché si trovano accanto all'edificio dell'antico monastero di S. Maria dell'Indirizzo. Nel 1978 il Comune, d'intesa con la Sovrinten¬denza ai monumenti, ha riportato alla luce l'intero complesso termale.

tratto da “Catania - Le origini di Catania - Dal Quaternario al terremoto del 1693”

Giovanni Merode e Vincenzo Pavone - Edizioni Greco CT - 1993

 

 

 

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De facto poteva considerarsi inamovibile. Buona parte dei territori appartenuti a nemici dichiarati di Roma venne invece confiscata ed annessa all' ager publicus a partire dal 210 per esser poi offerta in dono a quanti si fossero segnalati, specie nell'ordine equestre, per meriti speciali. Costoro si organizzarono presto in una corporazione, il conventus, ed esercitarono di fatto un'influenza costante sui funzionari romani. Gran parte del territorio di Leontini divenne presto ager publícus , o in forma di semplice donazione o - e ciò dovette avvenire assai di frequente, tenuto conto dellafertilità della Piana - in affitto, in grossi appezzamenti, per una somma nominale stipulata.

L'entroterra di Catania che veniva regolarmente sottoposto a decima dovette corrispondere a Roma ingenti forniture frumentarie, i boschi etnei continuarono ad offrire legname pregiato mentre la pesca nei ricchi fondali ionici , a quanto risulta, arricchiva di crostacei le luculliane mense romane. E se si tiene in considerazione la larghezza con cui si fece fronte all'edilizia urbana sin dalla fine del terzo secolo, che per la monumentalità delle fabbriche pareva sollevare insospettabili ambizioni, ci si farà un'idea del tenore di vita deicatanesi, che dovettero finanziare in gran parte quelle opere pubbliche. Al Teatro greco e all'Odeon (monumento coperto destinato alle rappresentazioni musicali, unico esemplare nella grecità o ccidentale) le cui vestigia furono rinvenute dai nuovi dominatori che si accinsero presto a mutarne radicalmente l’aspetto ricostruendone intere parti, vanno aggiunti il Foro, risalente all'età repubblicana e di cui restano pochi ruderi nel'odierno Corti le San Pantaleone l'Anfiteatro, il Circo Massimo e la colossale Naumachía, tutte della tarda età imperiale.

Quanto all'Acquedotto e al Ginnasio possiamo datarli rispettivamente alla prima età imperiale sebbene molti lavori venissero effettuati sino al III secolo d. C. e al consolato di Marcello il quale, trovata la fabbrica di quello greco nei pressi dell'odierno Castello Ursino, la fece subito restaurare destinandola, oltre che ai consueti esercizi ginnici, all'istruzione pubblica, e ciò realizzò giovandosi del bottino di guerra rimediato a seguito della presa di Siracusa, quasi ad indennizzo della città etnea per meriti di cui la storia tace.

Intanto le nuove intraprese militari che videro l'estendersi del dominio romano dall'area greca sino all'Asia minore, comportarono l'innescarsi delle consuete economie di guerra, non ultima la compravendita delle genti gettate in schiavitù, che confluirono copiosamente verso i domini pacificati dalla lex romana. La Piana di Lentini e gran parte della Sicilia centro-occidentale furono interessate da un inspessimento della  popolazione servile, di norma di lingua e costumi greci, in cui non erano rari uomini di buoni natali e di spessore culturale.

Quali che siano stati i moventi primi della guerra servile esplosa nel la seconda metà del II secolo ad Enna (139?) col linciaggio del possidente Damòfilo, e secondata nella regione di Akragas dalle imprese dell'ex pastore Cleone, i dintorni di Catania pare vennero risparmiati e non si segnalarono disordini di sorta. La storia si limita a riferire che i rivoltosi di Enna, fatta giustizia sommaria del detto Damòfilo e della consorte Megàllide, vollero risparmiare la di loro figlia conducendola dai parenti a Catania ove, come si evince con disinvoltura, si riteneva altamente improbabile l’incrudelirsi dell'odio di classe, malgrado anche la città etnea venisse in mano agli schiavi, come Tauromenio ed Enna, pur senza gli spargimenti di sangue che si erano segnalati altrove. Solo nel 132 il console Rupilio soffocò i tumulti facendo intervenire un esercito regolare.

La seconda guerra servile (104 99 ca.), conclusasi a un dipresso col medesimo bagno di sangue della prima, non riguardò la Sicilia orientale se non per il particolare crisma religioso che i rivoltosi di Salvio vollero conferirsi: quello dei Gemelli Pàlici, protettori dei servi fuggiaschi e tutori dei giuramenti, il cui santuario sorgeva ancora, come s'è detto, presso il lago Nàftia , non lungi dall'odierna Palagonia.

Fra le due guerre servili va però collocata la devastante eruzione dell'Etna (122) che infierì sul territorio catanese quanto bastasse a che si esonerasse la città dal pagamento della decima per dieci anni. E siamo così giunti ad uno degli episodi più tristemente noti ed esemplari del dominio romano in Sicilia, complice Cicerone: il triennale governatorato di Verre.

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Dopo la guerra contro Sesto Pompeo, Augusto vi dedusse una colonia. Plinio il Vecchio annovera la città che i romani chiamano Catina fra quelle che Augusto dal 21 a.C. elevò al rango di colonie romane assieme a Syracusæ e Thermæ (Sciacca). Solo nelle città che avevano ricevuto il nuovo status di colonia furono insediati gruppi di veterani dell’esercito romano. La nuova situazione demografica certamente contribuì a cambiare quello che era stato, fino ad allora, lo stile di vita municipale a favore della nuova "classe media".

Nonostante questi continui disastri, che costituiscono una delle costanti della sua storia, Catania conservò una notevole importanza e ricchezza nel corso della tarda repubblica e dell'impero: Cicerone la definisce «ricchissima», e tale dovette restare anche nel corso del tardo impero e nel periodo bizantino, come si deduce dalle fonti letterarie e dai numerosi monumenti contemporanei, che ne fanno un caso quasi unico in Sicilia. Le grandi città costiere come Catina, nel corso del medio-impero, estesero il loro controllo, anche a fini esattoriali dello stipendium, su un vasto territorio nell’entroterra dell’isola che si andava spopolando a causa della conduzione latifondistica della produzione agricola.

Subito agli anni dell'istituzione della colonia, quand'era necessario dare un'impronta romana alla città, è da ricondurre la sistemazione dell'area forense intorno all'attuale cortile S. Pantaleone; allo stesso periodo inoltre sembra risalire una decisa azione di riordinamento del tessuto viario della città.

Sulla base di recenti scavi condotti in via Crociferi e di una carta manoscritta del Cinquecento, la rete stradale della colonia risulta in qualche modo rintracciabile in quella odierna della zona che ruota intorno alla via Vittorio Emanuele nel tratto compreso tra la piazza Duomo e la via Plebiscito; nei secoli dell'impero comunque il tracciato augusteo fornì le direttrici per l'espansione dell'area urbana in particolare verso sud, dove verrà anche edificato il circo per le corse dei carri.

 

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Il limite nord della città imperiale fu invece rappresentato dall'anfiteatro: costruito nel II secolo d.C. l'edificio nella sua grandiosità può ritenersi il coronamento del processo di accumulazione di ricchezze iniziatosi a Catania con l'elevazione al rango di colonia. Esso, inoltre, considerato insieme agli altri luoghi di spettacolo della città come il teatro e l'Odeon, ai numerosi complessi termali o all'efficientissimo sistema di approvvigionamento idrico, è significativo dell'alto livello della qualità della vita che dovette caratterizzare Catania durante l'età imperiale.

Il Cristianesimo vi si diffuse rapidamente; tra i suoi martiri, durante le persecuzioni di Decio e di Diocleziano, primeggia Sant'Agata, patrona della città, e Sant'Euplio. La diocesi di Catania è accertata fin dal VI secolo.

Non è possibile al momento definire esattamente i tempi e i modi dell'introduzione e dell'affermazione del Cristianesimo a Catania, anche se si può pensare che qui non pochi fossero i fedeli della nuova religione alla metà del III secolo d.C. quando, durante la persecuzione dell'imperatore Decio, la tradizione data il martirio di Agata, la patrona della città. Notizie più sicure sulla Catania cristiana si hanno invece a partire dal IV secolo d.C. grazie ad un consistente nucleo di iscrizioni ed agli scavi condotti in aree sacre o cemeteriali.

Ai tempi dell’imperatore Decio, Catania era una città ricca e fiorente,che per di più godeva di un’ottima posizione geografica.

Il suo grande porto, nel cuore del Mediterraneo, rappresentava uno dei più vivaci punti di scambio commerciale e culturale dell’epoca.

Le fonti storiche narrano che era amministrata dal proconsole Quinziano, uomo rude, prepotente e superbo. Con moglie e famiglia, una corte numerosa, le guardie imperiali e una schiera di servi, alloggiava nel ricco palazzo pretorio, un enorme complesso di edifici con annesse aule giudiziarie e carceri, in cui si svolgevano tutte le attività pubbliche della città.

L'imperatore Decio

L'imperatore Decio salì al trono di Roma nel 249. Durante il suo consolato, l'impero romano attraversò una profonda crisi, sia a causa d'invasioni barbariche in alcune sue province, sia per difficoltà commerciali, sia perché il paganesimo, religione ufficiale dello Stato, non sembrava più così compatto come in passato.

Decio si adoperò, quindi, per una salda e definitiva riorganizzazione dell'impero, incominciando col rinvigorire il culto agli dèi pagani, sia nelle cerimonie ufficiali che private. Contemporaneamente, in contrasto col comportamento del suo predecessore Filippo (244-249) che manifestò verso il cristianesimo grande tolleranza e aperta simpatia, Decio all'improvviso fece scoppiare una nuova persecuzione contro i cristiani, perché capaci di sviare il popolo dal culto pagano, orientandolo verso un unico Dio, attirando così sull'impero la collera degli dèi.

Egli fece perseguitare, oltre ai comuni seguaci di Cristo, anche Vescovi e Papi.

Infatti mandò al martirio il vescovo di Gerusalemme e quello di Antiochia; e sempre per volere di Decio, morì martire pure papa Fabiano, fatto che procurò sollievo all'imperatore avendo egli tolto ai cristiani di Roma l'autorevole appoggio; si racconta che così abbia commentato questa morte: "Sarebbe molto meglio aver a che fare con un altro rivale al trono piuttosto che con un nuovo Vescovo di Roma".

Dalla p. 155 del libro di Michael Grant, "Gli imperatori romani", si ricava quanto segue:"Sembra che i capi cristiani tendessero a distogliere i fedeli dal manifestare deferenza alla religione pagana, che era pur sempre la spina dorsale dello Stato e compartecipe del benessere nazionale. Dai cristiani non si pretendeva di rinunciare alla propria fede, ma non veniva tollerato il loro rifiuto di partecipare alle comuni pratiche rituali".

 

 

 

Sempre nell'obiettivo di consolidare la religione romana, Decio - Forte dell'editto emanato qualche decennio prima dall'imperatore Settimo Severo - obbligò ogni singolo cittadino delle varie province a presentarsi davanti a una commissione, accettando di sacrificare gli dèi.

Coloro che si sottoponevano all'ingiunzione ricevevano un documento, detto libellum, comprovante la loro fedeltà alla religione pagana echi ne era in possesso veniva lasciato vivere e lavorare in tranquillità. Questo provvedimento spaventò molti cristiani, i quali - temendo conseguenze cruente o addirittura la morte - divennero spergiuri aderendo all'obbligo sacrificale, e furono chiamati lapsi. I moltissimi cristiani che si rifiutarono di sottostare all'ordine, vennero mandati tutti a morte.

http://www.cataniatradizioni.it/s%20agata/l'imperatore%20decio.htm Tratto da “Storia di Agata, la santa di Catania” scritto da “Ruggerina Miazzon Camilleri”, edizioni Boemi, stampato dalla Tipografia Consigliane s.n.c. - Catania

 

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Nel 249 veniva proclamato imperatore Decio. Un suo provvedimento richiese da tutti i cittadini dell'impero, qualunque fosse la religione professata, un atto di lealtà verso l'impero. Si doveva rendere omaggio agli dei del culto romano gettando un granello d'incenso sui loro altari; così ottenevano con certificato un apposito libellum.

Per i seguaci della religione cristiana, che non riconoscevano la divinità dell'imperatore, si scatenò la persecuzione sistematica, specialmente in Oriente, dove il Cristianesimo era più diffuso. Fu una svolta nei rapporti tra l'impero e la religione cristiana. Se molti furono i martiri, e tra essi la catanese sant'Agata, numerosi furono gli apostati, detti lapsi3, che rinnegavano la fede.

Dopo la morte di Decio fu acclamato imperatore Trebonio Gallo. Nel 252 scoppiava a Catania un'epidemia di peste; si ritennero responsabili i cristiani. Ebbe inizio, così, una nuova persecuzione. Il proconsole romano Tertullo per sfogare la sua avversione al cristianesimo, giunto a Catania nel 252, condannò molti cristiani a morte.

Nel 253 venne nominato imperatore Valeriano. In un primo momento si mostrò tollerante verso i cristiani. Ma, nel 257, istigato da Marciano, mago d'Egitto, promulgò un editto di persecuzione contro i cristiani. Anche questa volta molte furono le vittime.

 

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Nel 260 l'imperatore Valeriano venne fatto prigioniero dai Persiani. Gli successe il figlio Gallieno, che abrogava gli editti del padre Valeriano contro i cristiani. Concesse la libertà di culto ai cristiani. Ciò consentì alla gerarchia ecclesiastica di ricostituire e di recuperare i beni confiscati.

Dopo Gallieno veniva eletto imperatore Claudio II il Gotico (268-270). Sotto il suo governo ricominciarono le persecuzioni, ma si verificarono anche eresie e scismi nella chiesa cristiana. In questo periodo Catania annovera tanti martiri rimasti sconosciuti. Rimane solo il ricordo di un pastore, di nome Comizio, che con la sua fede subì la tortura e la morte. In una sua biografia, che risale al secolo XI, si legge che nel 269 venne battuto a sangue con verghe e gettato nell'olio bollente.

Alla morte di Claudio II seguì per la chiesa un periodo di circa venti anni di pace. Le chiese venivano elevate in numero sempre maggiore, facendo proseliti sempre più numerosi. Il Cristianesimo entrava negli ambienti di governo, nelle corti, tra i militari. Ora che non c'era più bisogno di dissimulare la fede, in Catania tombe e cappelle cimiteriali

 

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Durante l'impero di Diocleziano (285-307), nel 303, si ebbe una breve ma violenta persecuzione contro i Cristiani. Essa segnò il tramonto del paganesimo. Nel 307 l'imperatore riconobbe di aver sbagliato e di aver condotto male la politica religiosa; così decise di abdicare.

La sconfitta di Massenzio nel 312 sul ponte Milvio, da parte di Co¬stantino, consacrava la vittoria della religione cristiana. Un anno dopo, nel 313 l'editto di Milano di Costantino proclamava la libertà religiosa, in piena uguaglianza con tutti gli altri riti. Alcuni decenni dopo, nel 380, l'editto dell'imperatore Teodosio decretava la religione cristiana unica da riconoscere per tutto l'impero.

Come in tutte le città dell'impero, anche la Chiesa catanese ebbe i suoi martiri, cioè i testimoni della vita di Cristo nel mondo. Subirono il martirio il 5 febbraio del 251, lo stesso giorno in cui moriva S. Agata, i catanesi Saturo, Revocato, Gelasio, Felice, Saturnino.

Due anni dopo, il 10 maggio del 253, sotto il proconsole Tertullo, subirono la condanna a morte a Lentini i fratelli Alfio, Cirino, Filadelfo. Erano stati arrestati a Vieste, in Puglia, ove erano nati. Trasferiti in Sicilia, sostarono il 28 agosto del 252 nella zona che venne chiamata S. Alfio la Bara. Poi sostarono a Trccastagni per un periodo di tempo imprecisato, finché furono portati a Catania e rinchiusi in un sotterraneo. Successivamente a Lentini subirono il martirio.

 

Il processo

 Quinziano prese atto che lusinghe, promesse e minacce non sortivano alcun effetto su quella giovane tanto bella quanto innamorata di Gesù. Decise allora di dare immediato avvio a un processo, contando così di piegarla con la forza. Convocata al palazzo pretorio, Agata entro fiera e umile. Procedeva a passi sicuri verso il suo persecutore e, quando i suoi occhi limpidi incontrarono quelli di Quinziano, li trovarono accesi di rabbia e di desiderio di rivalsa. Agata non era spaventata, sapeva che Io Spirito Santo l’avrebbe assistita e le avrebbe suggerito le parole da dire al tiranno. Ne era certa, perché Gesù stesso lo aveva promesso ai suoi discepoli. Si presentò al proconsole vestita come una schiava, come usavano le vergini consacrate a Dio, e Quinziano volle giocare su questo equivoco per provocarla. “ Non sono una schiava, ma una serva del Re del cielo ”, chiarì subito Agata. “ Sono nata libera da una famiglia nobile, ma la mia maggiore nobiltà deriva dall’essere ancella di Gesù Cristo ”. Le affermazioni di Agata erano taglienti e fiere, degne della semplicità di una vergine e della fermezza di martire. “ Tu che ti credi nobile ”, disse Agata a Quinziano, “ sei in realtà schiavo delle tue passioni ”. Questa fu una grave provocazione per lui, padrone di quella terra e garante della religione pagana in Sicilia. “ Dunque, noi che disprezziamo il nome e la servitù di Cristo ”, domandò irritato il proconsole, “ siamo ignobili? ”. Per Agata, che parlava con la forza della fede e illuminata dallo Spirito Santo, era arrivato il momento di accettare la sfida e rilanciò: “ Ignobiltà grande è la vostra: voi siete schiavi delle voluttà, adorate pietre e legni, idoli costruiti da miseri artigiani, strumenti del demonio ”. Quinziano a quelle parole si sentì come un toro ferito. Era incapace di controbattere, non possedeva né le risorse culturali di un oratore, né la saggezza e la semplicità delle risposte ispirate dalla fede che aveva Agata. Gli unici strumenti che conosceva bene e che sapeva usare erano la violenza e le minacce. In questo campo era sicuro di essere il più forte e questi mezzi utilizzò: “ O sacrifichi agli dèi o subirai il martirio ”, minacciò spazientito. Ma, di fronte alla minaccia delle torture, Agata non si lasciò intimorire: “ Vuoi farmi soffrire? ”, lo irrise. “ Da tempo lo aspetto, lo bramo, è la mia più grande gioia ”. Poi, con voce sicura, aggiunse: “ Non adorerò mai le tue divinità. Come potrei adorare una Venere impudica, un Giove adultero o un Mercurio ladro? Ma se tu credi che queste siano vere divinità, ti auguro che tua moglie abbia gli stessi costumi di Venere ”. Queste parole, pesanti come macigni e affilate come lame, per Quinziano furono dure sferzate al suo orgoglio. Seppe reagire soltanto con la violenza e ricambiò con uno schiaffo l’umiliazione appena subita. Per niente avvilita per la percossa, Agata gli rispose: “ Ti ritieni offeso perché ti auguro di assomigliare ai tuoi dèi? Vedi allora che nemmeno tu li stimi? Perché pretendi che siano onorati e punisci chi non vuole adorarli? ”. Erano parole inconfutabili, ma Quinziano non volle arrendersi e ordinò che la giovane fosse rinchiusa in carcere.

http://www.comune.catania.it/la_citt%E0/santagata/la-vita/Il_processo.aspx

 

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LA CATANIA ROMANA

Più o meno tutti i Catanesi conoscono le meraviglie della propria Basilica Cattedrale. In particolare nei giorni dei festeggiamenti agatini, questo splendido esempio dell’arte barocca si apre agli occhi di devoti e turisti diventando così, quasi per incanto, la casa di tutta la cittadinanza. Non tutti sanno, però, che questo imponente edificio, la cui cupola fa da richiamo a chi viene dal mare, nasconde sotto di sé un tesoro di inestimabile valore. Stiamo parlando delle Terme Achilliane, che, come altre monumentali opere d’arte del capoluogo etneo, devono la loro fruibilità ad un famoso protagonista del settecento catanese: Ignazio Paternò Castello, Principe di Biscari.

CATANIA ROMANA. La Città di Catania è, al giorno d’oggi, crocevia di popoli e culture provenienti da tutte le parti del Mondo, rispettosa così della tradizione multietnica della Sicilia, la quale ricordiamo essere stata continuamente soggetta, nel corso dei secoli, a dominazioni delle più svariate civiltà del Mediterraneo, ma che allo stesso tempo è aperta alle prospettive di rinnovamento che i tempi moderni impongono. Risulterà quanto mai difficile, a tutti noi, immaginare le affollate strade del centro storico attraversate da uomini in toga o che scorrazzano in biga. Eppure, anche il capoluogo etneo beneficiò dei fasti, della gloria e dei costumi dell’Impero Romano. Prova solenne ne è l’anfiteatro che sorge a Piazza Stesicoro, che nonostante sia stato ridotto, per le più svariate vicende storiche, a mero rudere, è, e resta, uno dei più grandi che i Romani edificarono all’interno dei loro domini.

I COMPLESSI TERMALI. L’area sulla quale si estende il capoluogo etneo, anticamente chiamato Càtina (o Càtana), fondato da alcuni coloni greci, divenne possedimento romano nel 21 a.C.. Da quel momento la città si dotò di grandi edifici pubblici che la trasformeranno in uno dei più ragguardevoli centri dell'Impero e che nei secoli successivi, fino ad oggi, condizioneranno il suo sviluppo urbano. La città antica era ricca di acqua. Al posto della Via Etnea, scorreva un fiume, ora sotterraneo, l’Amenano. Ciò permise la costruzione di ben tre complessi termali, di cui il meglio conservato è quello detto della Rotonda, una sala circolare, sormontata da una cupola, che nel corso del VI secolo, fu trasformata in una chiesa. Sempre in una chiesa erano state trasformate le terme dette dell'Indirizzo, (IV - V secolo d.C.) di cui sono ancora visibili gli impianti di riscaldamento delle acque. Il terzo complesso, meglio conosciuto come Terme Achilliane non è stato trasformato in una chiesa, bensì ne è stata costruita una su di esso lasciandolo in parte immutato. La chiesa sovrastante non è altro che Basilica Cattedrale di Sant’Agata.Risultati immagini per CATANIA ROMANA

LE TERME ACHILLIANE. Poco si conosce circa le reali dimensioni del grande complesso termale che si trova a Piazza Duomo, poiché quanto oggi è visitabile, il tutto completamente sotterraneo, è appena una piccola porzione della sua estensione. Dell'impianto originale delle Terme Achilliane si conserva una camera centrale il cui soffitto a crociere è sorretto da quattro pilastri a pianta quadrangolare. L'epoca di fondazione dell'edificio è ancora discussa, ma è probabile che fu costruito nel II sec. d.C. Nel 1088 l'area occupata dalle terme viene scelta dal vescovo Ansgerio per ricavarne la Cattedrale (completata ed inaugurata nel 1094) e il relativo monastero benedettino (in seguito sede della badia femminile di Sant'Agata), mentre nel 1508 viene completata la Loggia Senatoria che vi si addossava per la sua lunghezza. L’impianto termale, praticamente sepolto, fu scoperto nel XVI Secolo e nel 1767 fu messo in luce e studiato da Ignazio Paternò Castello, Principe di Biscari, che realizzò anche il primo ingresso all’edificio. Durante il secolo scorso, tuttavia, le terme attraversarono un periodo di decadenza. Nel 1974, infatti furono chiuse al pubblico perché considerate insicure. Vennero riaperte dopo un restauro nel 1997 e nuovamente richiuse per problemi di allagamento. Dopo i lavori di pavimentazione di Piazza Duomo, intervenuti tra il 2004 e il 2006, nel corso dei quali si è ritenuto di coprire l'impianto con una poderosa piastra d'acciaio per rinforzare l'impiantito della piazza stessa, l’edificio termale è stato nuovamente riaperto al pubblico e alla realizzazione di eventi. Fortunatamente, a differenza di tanti altri tesori nascosti e purtroppo non fruibili, questo splendido esempio del glorioso passato della nostra Città, ancora oggi, continua a stupire tantissimi visitatori. Una consapevolezza fa da padrona: Catania può

Simone Centamore La Sicilia 19.2.2018

"I ritrovamenti archeologici più antichi di Catania "

Catania è una città di remota origine calcidese posta sulla costa orientale. Il dopoguerra ne ha fornito,per circostanze diverse, testimonianze molteplici e di grande interesse.Seguendo le nobili tradizioni https://www.mimmorapisarda.it/STORIA/CATANESI/ROMANO.JPGdi Guido Libertini,che allo studio della sua città aveva dedicato molta parte di se stesso, è stato Giovanni Rizza a dirigere per incarico della Soprintendenza di Siracusa, le ricerche, i fortunati recuperi dei rinvenimenti occasionali,la documentazione scientifica delle cose ritrovate. Alla città antica si sovrappone il moderno abitato. Era ovvio che,fra il vorticoso crescere della più recente edilizia, la vigile cura dell'archeologo dovesse più volte incontrarsi con i resti delle civiltà passate.Non potremmo ricordarli tutti,tanto sono stati numerosi e vari.Fra le scoperte più notevoli citiamo quello della grande area cimiteriale nella zona di via Dr Consoli,con materiali che dall'epoca ellenistica pervengono fino al VI sec d.C.Necropoli pagana,dunque, poi continuatasi,per graduale trasformazione, in cimitero cristiano. Pertinente a questo era la grande basilica che lo scavo ha messo in luce,con pavimento ricoperto da un bellissimo mosaico policromo figurato,che il Rizza ritiene dovuto a modi palestinesi e databile appunto circa la metà del VI secolo.

// Foro. Consisteva in un complesso di edifici ubicati vicino il cortile di San Pantaleone, tra via Garibaldi e via Vittorio Emanuele. Era il centro della vita cittadina romana. Il Bolano, vissuto nel sec. XVI, ci descrive i resti del Foro che si trovavano a quota di m. 7,35 dal piano stradale di via Vittorio Emanuele. Oggi rimangono resti di un colonnato e ambienti sotterranei, le cui entrate sono state da tempo murate. Poiché la zona è ricca di acqua, si supponeva che dovessero esistere delle Terme. Nel secolo scorso il principe di Biscari, che studiò particolarmente l'ambiente, asserì l'esistenza del Foro. Nel vicino convento di S. Agostino furono rinvenute 32 colonne di marmo, che fin dal secolo scorso adornano la piazza S. Filippo (piazza Mazzini); altre colonne adornano la facciata della chiesa di S. Agostino. Sembra chttps://www.mimmorapisarda.it/2023/257.jpghe gran parte dell'edificio debba risalire ai primissimi tempi della dominazione romana.

 

// Ginnasio. Sorgeva nell'area attigua a quella in cui oggi si trova il Castello Ursino. Era un massiccio edificio edificato a forma di ferro di ca¬vallo. Costruito in epoca greca, venne adibito per uso ginnico. Al tempo della dominazione romana divenne anche centro di studi. Nel 220 a.C. il console Marco Claudio Marcello (270-208 a.C.) apportò delle modifiche per renderlo funzionante sia a scopo atletico che a scopo dell'istruzione.

Nel corso dei secoli il monumento venne prima danneggiato dall'im¬peratore Federico II; in seguito venne restaurato per ordine del pontefice Eugenio IV e infine dal re Alfonso il Magnanimo, nel 1445. Oggi del grandioso edificio non esiste alcuna traccia, in quanto non si è trovata una attestazione archeologica.

Arco di Marcello. Si trovava in via Vittorio Emanuele, tra la chiesa dei Bianchi e la via S. Giuseppe al Duomo. Avanzi archeologici del monumento furono scoperti alla fine del primo conflitto mondiale quando venne appianata e asfaltata la via Vittorio Emanuele. Nel 1966 durante i lavori per la fognatura davanti la gradinata della chiesa dei Bianchi, affiorava una fiancata del basamento dell'Arco.

I ritrovamenti archeologici menzionati danno la certezza dell'esistenza di un arco che sarebbe stato innalzato nella zona durante la dominazione romana. Secondo lo storico Cordaro Clarenza14 è databile tra il 239 e il 419 d.C. Sarebbe stato edificato per celebrare la vittoria che il con¬sole romano Marco Claudio Marcello (270-208 a.C.) aveva ottenuto sui Siracusani nel 212 a.C.

Non tutti gli storici si trovano d'accordo nel considerare il monumento destinato al console Marcello. Il Musumeci Mario15 fa notare che simili onori i Romani li resero solo agli imperatori. La destinazione sarebbe dunque incerta. La distruzione dell'arco sarebbe avvenuta al tempo del terremoto del 1169.

Tra gli altri monumenti si citano: l'Erario: venivano conservati il tesoro pubblico e gli atti privati dei cittadini catanesi. La Curia: vi si radunava il Senato catanese per trattare gli affari della città. La Basilica: venivano eseguite le cause e aveva la stessa forma del Foro, in quanto era ornata di statue e di colonne. Vi erano pure annessi: la Zecca, i Granai, i Fondaci, i Negozi, le Armerie.

tratto da “Catania - Le origini di Catania - Dal Quaternario al terremoto del 1693”

Giovanni Merode e Vincenzo Pavone - Edizioni Greco CT - 1993

 

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La Naumachia. Di questa opera, che dovette essere di mole smisurata, non ci rimane alcuna traccia. Le testimonianze lasciateci sono del sec. XIV di Cesare Pesce e del sec. XVI di Lorenzo Bolano, che ne osservarono personalmente i ruderi. Le naumachie erano costruzioni di gigantesche dimensioni della tarda repubblica e dell'impero. Sorgeva nei pressi del Castello Ursino, nel luogo in cui oggi è la via omonima, dinanzi alla porta Decima. Serviva per riprodurre, come gioco e spettacolo, delle esercitazioni navali. L'eruzione dell'Etna del 1669 distrusse ogni traccia del grandioso edificio.

 tratto da “Catania - Le origini di Catania - Dal Quaternario al terremoto del 1693”

Giovanni Merode e Vincenzo Pavone - Edizioni Greco CT - 1993

 

 

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IPPODROMO (CIRCO MASSIMO )

- Un unico ippodromo a Catania fu sufficiente per far esercitare i propri cavalli, sia singoli, che a bighe che a quadriglie, al fine di respingere verso il loro accampamento e disperdere le schiere in disfatta dei nemici. A questi scompaginavano lo schieramento degli eserciti posti a meridione e a occidente necessario ad acquisire la vittoria, che invece conservando nel frattempo gli abilissimi catanesi, conseguivano ogni successo. Si trovava questo presso la Porta delle decime (è il suo arco diroccato oggi chiamiamo "muro rotto")e le pubbliche fabbriche di vasi,largo da oriente a occidente 384 palmi (99,11 m)e lungo da meridione a settentrione 1872 palmi (483,16 m);era bellissimo come quelli dei romani e i suoi ancora ammirevoli resti denotano un grandissimo impiego di risorse. Supporrei che vi sia un obelisco ricoperto dalla terra e non visibile da nessuna parte, non essendo insorta alcuna necessità di modificare la tipologia della costruzione, dal momento che Catania imitava Roma o forse piuttosto Roma lo faceva con Catania

Traduzione e fonti del professore Vincenzo Ortoleva - Note e foto di Milena Palermo per Obiettivo catania

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