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La Storia della Sicilia borbonica iniziò nel 1734, allorché Carlo di Borbone, mosse alla conquista delle Due Sicilie sottraendole alla dominazione austriaca. Tale periodo storico si concluse nel luglio 1860, quando, in seguito alla spedizione dei Mille, si ebbe il ritiro delle truppe borboniche e l'instaurazione del governo dittatoriale di Giuseppe Garibaldi, che portò alla successiva annessione dell'isola al costituendo Regno d'Italia.

 

 

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Nel 1734 (Re di Napoli e Sicilia dal 1734 al 1759), Carlo di Borbone,  figlio di Filippo V di Spagna ed Elisabetta Farnese, conquistò le Corone di Napoli e Sicilia, restaurando a tutti gli effetti un regno unito e sovrano. Dopo due secoli di dipendenza politica, il “Reame” divenne di nuovo una nazione libera sotto la dinastia dei Borbone di Napoli e Sicilia.

Successori di Carlo di Borbone furono: Ferdinando IV (1759-1825), dal 1814 Ferdinando I delle Due Sicilie; Francesco I (1825-1830), Ferdinando II (1830-1859), Francesco II, che nel 1860 perse il Regno, conquistato dal Vittorio Emanuele II di Savoia. Con tale conquista, il Regno delle Due Sicilie smette di esistere in quanto regno sovrano e indipendente.

Una dominazione, quella borbonica, che durerà fino al 1848. La riforma amministrativa borbonica del 1817 istituì in Sicilia sette province sostanzialmente paritarie tra loro. La gerarchia tra le città siciliane fu ridefinita, e alterati i termini dell'antica rivalità tra Palermo e Messina. Catania si ritrovò capoluogo di un vasto territorio, sede di tribunali, dell'intendenza provinciale, di vari uffici amministrativi.

La popolazione, che in quel momento era scesa a 40 mila abitanti, risalì a 52 mila nel 1834, iniziando una straordinaria galoppata secolare: 68.810 abitanti nel 1861, 90 mila nel 1880, 150 mila nel 1900, 230 mila nel 1931, fino agli attuali 363 mila. Ragione primaria di questa crescita continua, che non ha riscontri nell'Isola, è lo scambio tra la campagna (e i centri minori) e il centro urbano. Questo si pone sempre più come polo d'attrazione per i commerci, le industrie, i consumi, e infine - specialmente nel nostro secolo - per il terziario.

 

 

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La Porta  Ferdinandea

può essere portata come esempio di quello stile costruito attraverso effetti scultorei, lampi vibranti di luci ed ombre, contrasti di colore e, insieme, di materie differenti combinati in ordinate alchimie ottiche di grande potenza emotiva. Al gioco strutturale e materico si somma quello psicologico e simbolico legato, da sempre, all’idea della "porta" (qui più precisamente di un arco trionfale) che vive di vita propria, slegata da un argine, un muro divisorio o un confine. Questo monumento fu realizzato, su disegni di Stefano Ittar, nel 1768 allo scopo di celebrare degnamente il matrimonio di Ferdinando IV di Borbone con Carolina d’Austria. In alto, sul fastigio dove ora è un orologio, era un grande medaglione con i ritratti dei due sovrani; in odio ai Borbone parte dell’iscrizione dedicatoria venne barbaramente cancellata. Con la fine della dominazione borbonica mutò anche il nome della porta, da Ferdinandea a Garibaldi, ma i Catanesi la riconoscono come il "Furtino", per una erronea associazione con il fortino del duca di Ligne di cui esiste una porta nelle vicinanze di via Sacchero, all’interno dello stesso quartiere. Ponendosi di fronte all’arco e guardando verso la via Garibaldi si scorge, lontana ed armoniosa, la cattedrale dedicata a S. Agata; la porta, quindi, chiude un discorso architettonico cominciato in piazza Duomo) da cui parte la via Garibaldi che incastona la gemma quadrata della piazza Mazzini per gettarsi, dopo un lungo percorso rettilineo, nel traffico) e nell’anonimato della città moderna.

 

 Nella prima metà del secolo, la principale attività industriale catanese è il settore tessile. Tessitori e artigiani - insieme ai pescatori e alla gente che vive del porto - formano il nerbo del proletariato; c'è però, accanto a questi, anche una plebe di lavoratori marginali, di diseredati, di servitori o manovali generici, caratterizzata dalla mancanza di cultura e di interessi tecnici, che si affolla nel vecchio quartiere della Civita e dell'Idria; ma meno tumultuosa e conscia della propria forza che non in città come Palermo.Sono invece gli artigiani da un lato, e dall'altro i borghesi dagli interessi prevalentemente mercantili, a dare il tono agli strati popolari.

Lo si vedrà più avanti nel secolo, con la formazione delle società operaie, e poi del Fascio dei lavoratori.

E' ancora l'agricoltura che forma la ricchezza di Catania, sia nel senso di famiglie provinciali agiate o nobili che si trasferiscono in città, sia per la partecipazione di cittadini ad investimenti terrieri. La città si costruisce così il ruolo di mercato, di centro di distribuzione, e di polo culturale: teatri, gabinetti di lettura, l'Università e le accademie come quella Gioenia, periodici culturali e politici, come Lo Stesicoro del 1835-36. Ma per tutto ciò essa deve ancora competere con altri centri, con Acireale in primo luogo. Prima dell'Unità, la città è pur sempre relativamente povera di alberghi, di strade lastricate, di locali pubblici.

 

LE STATUE DEI RE BORBONI DECAPITATE DAI GARIBALDINI

Ferdinando di Borbone come Darth Fener. Per qualche ora somigliava più all’eroe di Guerre Stellari che all’ex monarca del Regno delle due Sicilie la statua di via Dusmet, un’opera in marmo alta più di tre metri tra gli archi della marina e il palazzo Biscari. Agghindata non si sa da chi con due luci: una al posto della testa – che da sempre nella memoria dei catanesi manca alla statua – e l’altra sulla mano, monca dell’oggetto che in origine reggeva. Quasi un’installazione artistica, più ricercata degli scherzi che negli scorsi anni sono toccati a re Ferdinando. L’ultimo, in ordine di tempo, nel periodo dei mondiali di calcio: un pallone al posto del capo e una bandiera dell’Unione europea alla mano. Rivisitazioni che forse non sarebbero troppo piaciute ad Antonio Calì, autore dell’opera, che per il suo lavoro si è ispirato al maestro Antonio Canova.

Eppure la statua senza testa, com’è nota tra i cittadini, è tanto che sopporta. In più di un secolo di cose strane ne ha viste parecchie. Calì, il suo creatore, si era fatto le ossa completando un altro monumento borbonico, a Napoli, lasciato incompiuto dal Canova. Subito dopo si è messo al lavoro, creando per Catania altre tre opere dello stesso tipo dedicate a Ferdinando I e II: di una di queste, però, si ha traccia soltanto nei racconti dell’epoca. La statua di via Dusmet dal 1853 troneggia davanti al palazzo Biscari. Nel 1860 viene disturbata per la prima volta dai garibaldini che, in preda al sentimento antiborbonico, le tagliano la testa. Dopo un soggiorno nei magazzini municipali, viene riportata nella sua aiuola di via Dusmet nel 1964: sempre senza testa, mai ritrovata. E così, acefala da sempre, i catanesi ne hanno memoria. Nel frattempo, però, a mancare è anche l’oggetto che Ferdinando II teneva in mano: uno scettro secondo alcuni, un diploma secondo altri.

Come se perdere il capo non le fosse bastato, alla statua verrà anche tolta la sua identità: la targa posta dal Comune di Catania indicherà raffigurato Francesco I di Borbone. Un errore grossolano, secondo gli esperti. Per evitarlo sarebbe bastato vedere l’opera gemella che si trova a Messina. Oggi la memoria del monarca è affidata alla fantasia dei catanesi.

http://ctzen.it/2012/08/21/via-dusmet-illuminata-statua-senza-testa-decapitazione-garibaldina-addobbi-catanesi/

 

FERDINANDO I - La statua di marmo, alta più di tre metri mostra il re borbonico in abiti di corte con un ampio mantello rifinito sul retro da fiordalisi(abito cerimoniale di Gran Maestro dell'Ordine di San Gennaro). Nella mano destra porta un oggetto spezzato, in origine uno scettro. Nel 1860 le truppe garibaldine invasero l'isola e seguirono l'abbattimento e la decapitazione della statua del sovrano, reazione di fanatismo antiborbonico legata agli eventi rivoluzionari.La testa non fu mai più trovata, mentre la statua acefala fu conservata per un secolo nel magazzini municipali e ricollocata di fronte alla facciata est di Palazzo Biscari nel 1964.
La statua avrebbe dovuto farsi nel 1819 ma  il sovrano, che aveva promosso Catania ad Intendenza,  rifiutò la proposta dal decurionato catanese a causa del periodo economico sfavorevole (il regno delle Due Sicilie aveva subito l'invasione napoleonica)
La statua fu eretta solamente il 12 gennaio 1853, e posta originariamente nel Largo San Francesco, nel centro storico di Catania.
 

 

FRANCESCO I - L'altezza della statua è di palmi 11 e mezzo, più di 3 metri.Originariamente si trovava in Piazza Università e fu innalzata il 14 aprile 1833.
Ecco una descrizione dell'epoca, fatta da Lionardo Vigo sulla statua, attualmente posta all'interno dei giardini di Villa Bellini:
"...vestir semplicissimo antico, nude braccia, gambe, ginocchio, testa, coverto il dorso di pallio, che un' armilla ferma sul destro omero, il petto di corazza merlata, di cui sotto una tonicella mezzo gli vela le cosce, e i piedi di coturno.."
Ed ancora:
"...il protendere la [mano] destra allungandola distesa con liberale atto, l'appoggiare il manco braccio, con cui impugna lo scettro, sopra un' erma di Pallade sorgente a lui di costa, tenendo immota la mancina gamba..."
"...L'armatura, che veste il monarca, è lavorata con massima perfezione: ma perché sulla corazza scolpire due ippogrifi invece dell' aquila siciliana?Se il Cali fosse stato guidato da sperti uomini, ne' 15 merli della corazza posto avrebbe simboli leggiadrissimi e di storica significanza..."

 

FERDINANDO II - Posta in origine a Piazza Stesicoro, nel punto esatto dove oggi sorge il monumento a Vincenzo Bellini, fu eretta  nell'ottobre 1842, il re è sempre rappresentato in abiti classici ed appoggia la mano sinistra sulla poppa di una nave, a ricordo della costruzione del molo di Catania (1837) avvenuto per regio assenso. La mano destra oggi spezzata, in origine impugnava lo scettro, il progetto prevedeva un altezza di palmi 12.

 

Davide Cristaldi e Claudia Campese

 

 

 

 

 

 

 

 

La significativa espansione demografica (nel 1798 essa conta già 45 mila abitanti), la concentrazione di importanti attività economiche soprattutto nel settore tessile (seta), e il controllo della campagna circostante fanno del Settecento il periodo in cui Catania supera definitivamente altri centri rilevanti del suo hinterland: Acireale, Paternò, Lentini, Caltagirone.

Dopo il 1770, tuttavia, l'attività edilizia rallenta di molto; incompiuto resta il monumentale edificio dei Benedettini. In parte ciò è dovuto al concludersi delle fabbriche intraprese; ma incidono anche la crisi agraria e le difficoltà del commercio internazionale. Il 1764 ha visto la città devastata, col resto dell'isola, da una terribile carestia. I privilegi che consentono alla nobiltà di controllare produzione ed esportazione di grano tendono a rafforzare le posizioni dell'aristocrazia, e a stabilizzare l'economia del latifondo. Questo, per Catania, significa soprattutto il maggiorato potere di chi, come i principi di Biscari, domina la Piana. Si apre, come per il resto della Sicilia, una questione feudale, che esplode per le riforme tentate sotto il viceregno di Tanucci e, dal 1781, di Caracciolo.

Gli anni delle guerre napoleoniche nel Mediterraneo sono per la Sicilia gli anni della occupazione inglese e della trasformazione costituzionale con la fine giuridica del feudalesimo.

La città di Catania non sembra riuscire ad agganciare la congiuntura commerciale positiva che nel suo stesso territorio permette invece all'area del vigneto, tra Mascali ed Acireale, di accumulare ingenti ricchezze trafficando i vini etnei con l'esercito britannico. Nonostante gli sforzi compiuti già da prima del terremoto non è riuscita a superare gli ostacoli tecnici per la costruzione di un porto.

Nel 1798 e 1799 Catania è scossa da rivolte popolari per il pane. Si profila la crescita di uno strato popolare ribelle, anche se ciò non dà luogo ad alcun movimento rivoluzionario sul modello francese; ché anzi nel 1799, a Caltagirone, ha luogo un massacro dei giacobini, esemplare anche se di non chiara interpretazione. La cultura cittadina percepisce questo disagio e se ne fa interprete, in figure come l'irregolare poeta-filosofo Domenico Tempio  o nella fitta schiera di filogiacobini cresciuti alla scuola del De Cosmi: Giovanni Nepomuceno Gambino che dovette fuggire in Svizzera dove fu vicino a Filippo Buonarroti; Francesco ed Emanuele Rossi, Vincenzo e Carlo Gagliani, Giuseppe Rizzari. Da questi gruppi escono i deputati catanesi al Parlamento siciliano, i quali, tra il 1810 e il 1815, si schierano con l'ala più radicale.

 

I moti del 1837

Nella prima metà dell’Ottocento, Catania fu protagonista in ciascuna delle sollevazioni contro il giovane Regno delle Due Sicilie, nato nel 1816 e sempre, forse oltre i suoi veri demeriti, inviso ai siciliani Al suo primo sovrano Ferdinando, si imputava, infatti, di aver abolito la Costituzione “inglese” del 1812 e quella spagnola del 1820. A smorzare la loro tenace animosità non valse certo l’opera del successore Ferdinando II, incoronato nel 1830 che accentrò a Napoli il governo del regno in spregio alle secolari autonomie garantite in passato all’ isola .

Per conseguenza, al giungere del colera, proveniente dal continente, nell’estate del 1837 era radicato in ogni strato della popolazione il convincimento che si volesse stroncare la latente ribellione della Sicilia con una micidiale pestilenza. L’aggravarsi dell’epidemia a Catania costrinse il 15 giugno la Giunta Sanitaria Provinciale, convocata dall’Intendente principe Alvaro Paternò di Manganelli, a disporre la chiusura preventiva dei pozzi di Battiati ed il Pozzo Molino. L’ignoranza ed il pregiudizio fecero ravvisare proprio in questa misura di profilassi una conferma alla diceria di una volontaria contaminazione delle fonti d’acqua.

Condussero il malcontento popolare - espresso dal verso “veni lu mali veni ccu malizia Diu ppi Manu di l’omu fa giustizia” – ad esiti rivoluzionari taluni borghesi esponenti delle professioni come Salvatore Barbagallo Pittà, trentaseienne fondatore del giornale letterario “Lo Stesicoro”, Gaetano Mazzaglia, Giuseppe Caudullo Guarrera, Giacinto Gulli Pannetti, Giovanbattista Pensabene, Giuseppe Caudullo Amore, Angelo Sgroi, Sebastiano Sciuto, Al movimento aderirono alcuni rappresentanti dell’aristocrazia come l’influente marchese Antonino Paternò Castello di San Giuliano, cui venne affidata la guida della neocostituita Giunta di Pubblica Sicurezza. Il suo segretario, lo stesso Barbagallo Pittà, impose, il 29 luglio, al colonnello Santanello, comandante la guarnigione alloggiata nel Castello Ursino, di liberare i detenuti e consegnare le armi. Alle 14 ,00 del 1 agosto, il nuovo Governo Provvisorio, issando la bandiera gialla della Sicilia libera sulla Cattedrale, giurò fedeltà al grido di “Viva Sant’Agata e viva l’Indipendenza!”...https://www.mimmorapisarda.it/storia/CTBORBONICA.GIF

L’imminente arrivo dell’alter ego Marchese Francesco Saverio Del Carretto - inviato da Ferdinando II con quattromila uomini per ristabilire l’autorità regia - pose fine a tale apparente unione d’intenti: il marchese di San Giuliano ed il principe di Reburdone volsero infatti le spalle all’esperienza rivoluzionaria facendone arrestare, la sera del 2 agosto i capi a Piazza Stesicorea. e liberando dal ‘ricovero forzato’ nella villa Carcaci, l’ Intendente , che potè accogliere Del Carretto e le sue truppe, entrate in città il 5 agosto.

Grazie al tempestivo “voltafaccia” i nobili compromessi nella insurrezione, non vennero incriminati dalla Commissione Militare insediata il 20 agosto 1837. Il collegio, dopo un sommario processo svoltosi al Convitto Cutelli (ove una lapide lo rievoca), condannò alla fucilazione Salvatore Barbagallo Pittà, Gaetano Mazzaglia, Giuseppe Caudullo Guarrera, Giacinto Gulli Pennetti, Giovanbattista Pensabene, Giuseppe Caudullo Amore, Angelo Sgroi, Sebastiano Sciuto. irrogando, altresì ergastoli e pene detentive minori. Le esecuzioni avvennero tra il 9 ed il 17 settembre al Piano della Statua, poi chiamato Piazza dei Martiri. In questo luogo, centenario della rivolta, commemorato nel 1937, venne apposta una lapide per ricordarne il sacrificio.

I falliti tentativi insurrezionali - facendo revocare a Ferdinando II le limitate concessioni fatte ai siciliani - ne accrescevano lo spirito di rivalsa, culminato il 12 gennaio 1848, nel moto rivoluzionario - preparato dai comitati segreti attivi a Palermo, Messina e Catania sin dall’anno precedente - che costrinse le guarnigioni e funzionari borbonici a reimbarcarsi per Napoli, riducendosi al possesso della sola cittadella di Messina.

http://www.comune.catania.it/informazioni/news/cultura/musei/archivio-storico/allegati/scheda_mostra__catania_insorge!.pdf

 

 

 

LA STORIA DEI MARTIRI FUCILATI A PALAZZO REBURDONE.

 

Si immolarono per la Patria, o, se vogliamo, per quella voglia Autonomia alla quale i siciliani hanno sempre aspirato. Il pensiero corre inevitabilmente verso la storia. I fatti a cui ci riferiamo, riguardano una delle pagine più nere, cruente e controverse ch storia patria ricordi. L’arresto e la fucilazione degli otto patrioti catanesi colpevoli di aver proclamato, nell’agosto del 1837, l’indipendenza della Sicilia dai Borbone.

Una storia di tradimenti e controtradimenti, maturata in pochi mesi: da giugno al settembre del 1837. Alla fine, gli otto martiri pagarono con la loro vita un desiderio di autonomia.

Le fucilazioni vennero eseguite in due diversi momenti sotto la facciata est del Palazzo Reburdone: L’8 e il 16 settembre del 1837, come ricorda la lapide fatta apporre in epoca post-unitaria nel luogo dell’eccidio libertà che era stato condiviso e appoggiato da altri; gli stessi che alla fine, per timore, o per bieco opportunismo, si tirarono clamorosamente indietro. Nel corso di questi eventi rivoluzionari,

I nobili catanesi ebbero un ruolo di primissimo piano e, purtroppo, in questo caso, per niente positivo. Negli anni dei primi fermenti risorgimentali, anche a Catania si andava diffondendo la carboneria. Nel 1812 era stato concesso ai Siciliani di godere di un proprio Parlamento, ma fu un’esperienza di breve durata. Esponenti della borghesia e nobili, cominciarono così a riunirsi.

In particolare, il nobile Salvatore Tornabene nel suo palazzo di via Ogninella, raccolse un gruppo di giovani e professionisti che a vario titolo risultavano inseriti nel tessuto produttivo della città. Frequentarono la casa del Tornabene, tra gli altri: Diego Fernandez, Giovan Battista Pensabene, Salvatore Barbagallo Pittà, Giacinto Gulli

Pennetti, Gabriello Carnazza, Giuseppe Caudullo Guarrera. Ogni pretesto risultò buono perché un semplice fermento si trasformasse in rivoluzione. L’occasione giusta capitò allorquando a Palermo scoppiarono i primi casi di colera. Si sparse la voce che erano stati agenti borbonici a infettare volutamente la popolazione.

 

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Le fucilazioni vennero eseguite in due diversi momenti sotto la facciata est del Palazzo Reburdone: L’8 e il 16 settembre del 1837, come ricorda la lapide fatta apporre in epoca post-unitaria nel luogo dell’eccidio rittura, dopo un pubblico manifesto accusatorio firmato del barone Pancali, alcuni soldati borbonici vennero barbaramente trucidati dal popolo, “perché - si disse - colti sul fatto”. A nulla valse la istituzione della commissione di vigilanza sanitaria proposta dall’istrionico Intendente della Provincia, principe di Manganelli.

Di questo organismo, fecero parte anche il procuratore generale della Gran corte civile Paolo Cumbo, il marchese di Sangiuliano, Diego Fernandez, Gabriello Carnazza e Salvatore Tornabene. Fu l’Intendente in persona a volere inserire anche esponenti civili, e ciò allo scopo di far tacere chi aveva già avviato la caccia all’untore. Bastò la notizia, poi rivelatasi falsa, dell’insurrezione di Messina, per innescare la rivolta (questa volta vera) a Catania. La notte del 29 luglio il marchese di Sangiuliano seguito da un nutrito gruppo di uomini, al bagliore delle fiaccole e delle luminarie accese in ogni angolo delle strade,si recò dal comandate borbonico Santaniello per chiedere la consegna della guarnigione. Lo stesso capo militare venne rinchiuso all’interno del castello Ursino. L’ira popolare si sfogò abbattendo gli stemmi reali dei pubblici edifici e la statua di Francesco I ubicata a piazza

degli studi (Odierna piazza dell’Università).

Compiuta la prima fase senza eccessivo spargimento di sangue, venne rapidamente costituita una Giunta della quale, oltre a esponenti della nobiltà, fecero parte i liberali più oltranzisti.

I rivoltosi tentarono di sollevare anche i comuni vicini, ma la risposta fu alquanto tiepida. Acireale che vantava la massima lealtà alla Dinastia, oppose dura resistenza.

Per quanto la situazione fosse ormai sotto controllo dei rivoltosi, nell’aria cominciarono a serpeggiare strani timori. Il primo fu la temuta reazione da parte del sovrano.

Ferdinando II seguì con la attenzione l’evolversi della situazione in Sicilia. Poi ci fu da considerare l’enigmatico atteggiamento della nobiltà che se da un lato aveva appoggiato le operazioni d’attacco, dall’altro si mostrò esitante rispetto al totale compimento del progetto rivoluzionario.

Un filo conduttore sembrò legare le due questioni, e la risposta non tardò a venire. L’annunzio che il ministro generale della polizia borbonica Del Carretto stava per salpare da Napoli alla volta di Palermo con un nutrito contingente di uomini, gettò il popolo nel panico. Il principe di Reburdone, d’accordo col Manganelli, il marchese di Sangiuliano e altri

membri della giunta provvisoria, improvvisamente cambiarono rotta; scesero nuovamente in piazza: questa volta i bersagli furono gli stessi liberali coi quali, appena pochi giorni prima avevano combattuto fianco a fianco contro l’oppressore. Si trattò di un tradimento vero e proprio, che si trascinò dietro la folla di tutti quei cittadini che non avevano mai visto di buon occhio la rivoluzione.

I ribelli più oltranzisti vennero ammanettati, torturati e incarcerati. Più tardi, sarebbero stati consegnati alle autorità borboniche nel frattempo riinsediati d’imperio dal Dal

Carretto. Il capo della polizia scese da Palermo a Catania senza sparare un colpo, accolto quasi come un “liberatore”. In poco meno di un mese fu imbastito il processo ai rivoltosi che si celebrò nel Reale Collegio Cutelli. Il verdetto fu terribile: Il letterato e noto giornalista Salvatore Barbagallo Pittà, l’avvocato Gaetano Mazzaglia, Giovan Battista, Pensabene, Giacinto Gulli Pennetti, Giuseppe Caudullo Amore, e i commercianti Giuseppe Caudullo Guerrera, Angelo Sgroi e Sebastiano Sciuto, vennero condannati alla fucilazione. Per molti altri le pene variarono a diversi decenni di carcere duro. Pochissime le assoluzioni. Alcuni rivoltosi, tra cui il Fernandenz, per salvarsi la vita, furono costretti all’esilio.

 

Santo Privitera (www.provinciadicatana.it)

 

I moti del 1848

Nel luglio del 1848, venne offerta al Duca di Genova la Corona di Sicilia, In quel grave momento politico e militare i Savoia non poterono accettarla,.lasciando i Siciliani isolati nell’affrontare il ritorno in forze dei Borboni.

Il 7 settembre 1848 un corpo di spedizione, comandato del generale Antonio Filangieri, principe di Satriano ed appoggiato da una cospicua flotta, sbarcava a Messina espugnandola. Aveva così inizio la sfortunata battaglia di Sicilia che terminerà nella indomita resistenza di Catania il 6 Aprile 1849.

 Alcune lettere - inviate dal padre dello scrittore Giovanni Verga, fra le quali: “…Qui ieri giunse la posta di Palermo, ad un mio amico scrissero ... notizia certa, che Ferdinando ha preparato una spedizione … in quarantamila uomini, … contemporaneamente intende attaccare Palermo, a Catania, “ .

La città, nei mesi successivi, fece del suo meglio per prepararsi all’inevitabile scontro, l’avventuriero polacco Mierolawski nominato Generalissimo passò in rivista alla Porta di Aci, acclamato dal popolo, le truppe del presidio. Erano, però, in tutto disponibili per la difesa 4.789 uomini con nove pezzi d’artiglieria e 150 cavalli contro 14.000 napoletani, 40 cannoni ed una squadra navale. Tale disparità fu aggravata dalle poco assennate disposizioni del Mierolawski che divise le forze. Tale linea di avvicinamento - lasciata, colpevolmente, sguarnita dal Mierolawski – permetteva ai Borbonici di impiegare, da posizione dominante, l’ottima artiglieria a loro disposizione, sorprendendo, peraltro, i difensori che si attendevano un attacco dal mare, tanti da collocare diverse batterie, poste nel forte Palermo, nel bastione di S. Agata, e nei forti di S. Salvatore, e di Messina, posti tre le scogliere dell’Armisi e le Sciare del Principe.

Il 6 aprile, mentre la flotta nemica compiva un’azione diversiva dinanzi Catania, le truppe regie occupavano, dalla parte opposta, Aci S. Antonio, Mierolawski ordinò allora, alle scarse forze dislocate alla Barriera del Bosco di affrontare i napoletani. Via via i siciliani dovettero, però, retrocedere abbandonando Tremestieri, Trappeto, S. Agata Li Battiati, Barriera del Bosco. I regi giunsero, infine, alle barricate del Tondo Gioeni e le sbaragliarono. Alla loro avanzata si apriva, quindi, Via Etnea e le altre strade che – essendo larghe..dritte e tagliate ad angolo retto - mal si prestavano alla difesa, mancando opere fortificate permanenti dal lato di terra.

Dapprima, i napoletani, poco contrastati, giunsero sino alla Porta di Aci dove incontrarono, l’imprevista ed accanita resistenza dei volontari che, trascinati del comandante la Guardia nazionale Agatino Paternò Castello e del Principe di Campofranco, poi caduto, li ricacciarono oltre Piazza Borgo. Anche i battaglioni svizzeri del 3° Reggimento, riserva impiegata dal Filangeri dovettero cedere il terreno che avevano riconquistato ritirandosi, prima alla Porta d’Aci, poi incalzati dalle truppe del Colonnello D’Antoni, sino al “rinazzo” (ove sorge l’attuale via Umberto).

Alle le 6,30 dopo 9 ore di strenuo combattimento, gli insorti avrebbero potuto ottenere l’insperata vittoria con un ultimo e deciso attacco, cui i borbonici nell’oscurità, non avrebbero potuto resistere, ma il Colonnello Ascenso, forte di quattromila uomini, scorgendo gli incendi su Catania non prosegui oltre, reputando inutile farsi massacrare in una battaglia già perduta; se avesse proseguito la marcia, avrebbe incontrato un solo battaglione nemico al Tondo Gioeni, battuto il quale, avrebbe potuto sorprendere alle spalle le rimanenti truppe borboniche che avanzavano lentamente per Via Etnea, cosparsa di cadaveri e sinistramente illuminata dai roghi, bloccandole tra due fuochi.

Le forze borboniche - soverchiando i siciliani ormai stremati e privi di munizioni - conquistarono l’ultima barricata dinanzi Piazza Duomo. Qui avvenne l’epilogo: un gruppetto di irriducibili - appartenenti al 5° battaglione e travestiti con uniformi borboniche - attaccò gli svizzeri all’arma bianca decimandoli prima di essere uccisi o costretti alla fuga. Ottenuta la sanguinosa vittoria, i mercenari commisero ogni eccesso: chiese e conventi furono depredati ed incendiati, stessa sorte tocco all’Archivio Notarile, al Municipio ed alla Cancelleria della Gran Corte Civile nel Palazzo Tezzano, nemmeno il Museo Biscari sfuggi al saccheggio. Lo scempio del Palazzo Universitario, in procinto anch’esso di bruciare con la sua ricchissima biblioteca, fu impedito da Andreana Sardo, nipote del Bibliotecario Generale, che, facendosi largo in mezzo alla devastazione della battaglia, implorò coraggiosamente il generale borbonico Nunziante, di risparmiare l’edificio “ornamento e splendore di Catania”, i danni recati ai volumi custoditi furono comunque ingenti giacchè i soldati borbonici se ne erano serviti per erigere barricate.

Il martirio della città ebbe un riconoscimento postumo, allorchè, con Regio Decreto n° 187 del 22 maggio 1898 Re Umberto I, insigni Catania della medaglia d’oro al Valor Militare “per commemorare la azioni eroiche compiute dalla cittadinanza catanese nei gloriosi fatti del 1848”.

http://www.comune.catania.it/informazioni/news/cultura/musei/archivio-storico/allegati/scheda_mostra__catania_insorge!.pdf

 

APRILE 1849 LA BATTAGLIA DI CATANIA CONTRO IL REGGIMENTO SVIZZERO "BERNA" A CULMINE DELLA RIVOLTA DEL 1848
Catania si apprestava alla difesa, in vista di un imminente attacco delle forze borboniche, che da un momento all’altro avrebbero rotto la tregua. La città, che disponeva di circa duemila uomini, sia pure male armati, era completamente priva di mura e non si prestava ad alcuna
https://www.mimmorapisarda.it/2026/storia/09.gif difesa. Sin da quando ai primi di settembre del ’48 Messina era caduta, si provvide a rafforzare dalla parte del mare alcune batterie da costa tra la punta di Larmisi e le sciare del Principe. Si rafforzarono i forti S. Agata, San Salvatore, che sorgevano lungo il litorale compreso tra la Plaia e l’odierna stazione centrale. Si costruirono barricate alla Barriera del Bosco, a Piazza Giorni, alla Badiella, ai Quattro Cantoni. Un piccolo trinceramento fu creato tra Ognina e Santa Maria la Guardia. Un altro di maggiore estensione, detto Campo Trincerato, iniziava dalle sciare Curia e terminava nella collinetta di Santa Chiara, ove sarebbe sorto il Cimitero. Non mancavano, piazzate sui vari forti, le artiglierie, che si presentavano del tutto insufficienti.
Il 27 marzo il generale Carlo Filangieri rompeva la tregua; qualche giorno dopo si dava inizio alle operazioni militari. Il 30 si sferrava una poderosa offensiva a Scaletta; il 31 si occupava Alì Marina; il 2 aprile Taormina era espugnata, accanitamente difesa dal maggiore Gentile con soli trecento uomini. Il 5 aprile, senza colpo ferire, Acireale cadeva in mano borbonica.
Nello stesso giorno, prima di procedere all’avanzata su Catania, il Filangieri mandò due messi per la resa della città. Il Presidente del Comitato cittadino Agatino Paternò Castello di Biscari li rimandò indietro esclamando: “ Con i Borboni non si patteggia “ .
Rifiutata la resa, il Filangieri diede ordine di marciare su Catania. Alle ore 5 antimeridiane del 6 aprile, a Sant’ Agata li Battiati, i Catanesi ingaggiarono un combattimento, resistendo ad oltranza per alcune ore. Sopraffatti dal numero e dalla artiglieria, furono costretti a ritirarsi al Largo Gioeni.
In questa zona la difesa era tenuta da scarse truppe; tuttavia si cercò di resistere e si registrò un successo allorché i Borboni furono costretti ad indietreggiare. Successivamente le truppe Borboniche ritornarono all’attacco ed accerchiarono la città dal Largo Gioeni e da Ognina. Sulla barricata eretta al Largo Gioeni i catanesi, comandati dai colonnelli Lanza e Lucchesi Palli di Campofranco resistettero valorosamente fino al pomeriggio. Alle quattro del pomeriggio i Borbonici, sopraffatte le difese della Barriera e del Tondo Gioeni, penetravano nella via Etnea. Per mezz’ora i cacciatori napoletani furono arrestati con gravi perdite dinanzi alla barricata di Piazza Borgo, ma anch’essa venne alfine superata. Appiccando fuoco ad ogni casa i Borbonici proseguirono ad avanzare per via Etnea. Altra violenta battaglia ebbe luogo in Piazza Stesicoro,ove i napoletani trovarono un intenso sbarramento di fuoco da parte della fucileria dei Siciliani asserragliati nei palazzi circostanti. Rinforzi inviati dal comandante borbonico furono sbaragliati con perdite gravissime. Proprio in quell’ora giungeva a Mascalucia la colonna Ascenso forte di ben quattromila uomini. Catania era in fiamme: credendo la battaglia già perduta, i comandanti siciliani reputarono inutile farsi massacrare. Se invece fossero scesi sulla città avrebbero trovato un solo battaglione nemico ancora schierato al Tondo Gioeni come estrema riserva, soverchiato il quale, sarebbero piombati alle spalle dei reggimenti borbonici che avanzavano lentamente, per metà decimati, in via Etnea, bloccandoli tra due fuochi e chiudendoli in una trappola mortale.L’armata borbonica avrebbe trovato in Catania la propria tomba e le sorti della guerra sarebbero state risolte a favore dei Siciliani. Per l’indecisione e l’incertezza dei comandanti della colonna, si perdette l’ultima possibilità di vittoria.

Per oltre un’ora si combatté dinanzi alle due collinette: i granatieri svizzeri furono decimati dal fuoco di tre cannoni piazzati allo sbocco dell’odierna via Pacini. Finalmente, soverchiati dal numero dei nemici e dal fuoco delle loro artiglierie, i Siciliani dovettero ripiegare, solo dopo aver esaurito le munizioni. Parecchi, disperati, si lanciaro
https://www.mimmorapisarda.it/STORIA/moti1.gifno armati di coltello contro gli svizzeri che avanzavano metro per metro. Giunti in Piazza Stesicoro, un estremo contrattacco fu lanciato dai siciliani: una batteria di tre cannoni piazzata sulla Salita dei Cappuccini, fulminava a bruciapelo i battaglioni svizzeri. Ma, oppressi dalla preponderanza del nemico, anche i valorosi difensori di Piazza Stesicoro dovettero cedere.
Era ormai tarda notte, ma i Siciliani non si arrendevano. La resistenza continuò lungo la via Etnea, sino in piazza Duomo dove cadde l’ultima barricata. In preda al furore numerosi soldati del famoso battaglione catanese detto Corso, indossate le divise dei caduti borbonici, si mischiarono alle schiere degli svizzeri, facendone strage: estremo atto di resistenza, di odio e di ribellione contro il nemico vincitore! La fucileria nelle strade attorno a Piazza Duomo proseguì ancora.
Sacerdoti, vecchi, donne e bambini, rifugiati nei sotterranei di un palazzo in Piazza Borgo furono indistintamente massacrati. I prigionieri siciliani furono fucilati, dopo crudeli sevizie e torture nell’orto dei Cappuccini, contro tutte le leggi di guerra. Chiese e conventi saccheggiati, pinacoteche pregevoli depredate e incendiate, il Museo Biscari, che racchiudeva un tesoro archeologico di inestimabile valore, saccheggiato vandalicamente, il Tesoro pubblico della Banca di Catania bottino delle soldatesche.
La mattina del 7 aprile, come confessò lo stesso maggiore svizzero Maag dell’esercito borbonico, i soldati bernesi non riuscirono ad alzare che a fatica gli zaini colmi di argento, frutto delle razzie! Il Monte di Pietà ed il Seminario Vescovile furono saccheggiati, il Municipio, l’Università, l’ Ospedale civico incendiati; l’Archivio notarile, la Cancelleria della Gran Corte civile furono bruciati; intere biblioteche distrutte, senza rispetto per i capolavori antichi e preziosi in esse custoditi: l’intera città fu messa a sacco ed a fuoco.
Al Fortino, nella stessa giornata, gli insorti, temendo di essere presi alle spalle, evitarono lo scontro frontale con gli Svizzeri, preferendo disperdersi. Le stragi e gli incendi continuarono per tre giorni e le corti marziali, le impiccagioni e le fucilazioni diventarono quotidiano spettacolo popolare.
A Palermo, noti gli avvenimenti catanesi, invano si cercò di rinnovare la resistenza del 12 gennaio 1848. Il Governo provvisorio, presieduto da Ruggero Settimo, si dimise,lasciando che fosse il Barone Riso a condurre le trattative della resa; Il 15 Maggio 1849 Filangieri, che si era macchiato delle stragi fratricide di Messina e Catania entrò in città come un conquistatore grande e maledetto e da questo momento cessò ogni resistenza da parte dei siciliani, primo segnale della imminente Restaurazione Borbonica.

 

Peppa 'a Cannunera

La rivolta garibaldina a Catania - L'intervento di Peppa 'a cannunera salvò l'insurrezione contro i Borbone alla fine di maggio 1860
(Antonino Blandini)


Maggio 1860: alla notizia che i Mille avanzavano, i patrioti catanesi, dopo i falliti tentativi dell'8 e 10 aprile, decisero d'insorgere, privi di armi e munizioni, lasciando la città, presidiata da duemila militari del gen. Tommaso Clary, per organizzare la rivolta ad Adrano con i picciotti del col. Giuseppe Poulet. Giorno 24 entrarono a Mascalucia, dove l'avv. Martino Speciale eresse il tricolore, per puntare poi su Catania in stato d'assedio, mentre tanti si rifugiavano nei consolati di Francia e Gran Bretagna, dove si era insediato il comitato insurrezionale del marchese Domenico Bonaccorsi Casalotto e del principe
https://www.mimmorapisarda.it/2026/PEPPA.GIFGioacchino Biscari, nonostante che tremila soldati stavano per abbandonare Girgenti e Caltanissetta per Catania. Allorché il 29 arrivò la notizia che Garibaldi era a Palermo, dopo una drammatica riunione fu deciso di rompere gli indugi. All'alba del 31, mentre le campane e i tricolori annunciavano l'insurrezione, una squadra di giovani al grido di "unità e libertà" si lanciò contro i regi. Un migliaio di volontari da Mascalucia raggiunse Porta Aci e Clary ordinò di bombardare la città da una nave da guerra e dal Castello Ursino. Le colonne di Poulet urtarono contro le barricate borboniche erette anche in piazza Università con i libri della Biblioteca.
A questo punto entra in scena Giuseppina, una coraggiosa popolana analfabeta originaria di Barcellona Pozzo di Gotto, della quale sono state tramandate notizie contraddittorie: nata nel 1826 o nel 1841, figlia d'ignoti o frutto di avventure amorose di un certo Antonino Mazzeo, sensale di agrumi, di cognome Bolognari, Bolognara o Bolognani con riferimento alla balia da cui fu allevata o ad un certo Giorgio che l'avrebbe adottata, o anche Calcagno per una certa Maria, nutrice di trovatelli, alla quale sarebbe stata affidata dalla Congregazione di carità, già a 12 anni serva di un oste e aiutante stalliera in un fondaco a Catania, o vetturina. Si dice che avesse il volto devastato dal vaiolo e che era legata a un suo compagno di avventure, il giovanissimo Vanni.
La giovane è passata alla leggenda col nome di Peppa 'a cannunera per gli atti eroici che le meritarono la medaglia d'argento al valor militare e una gratifica di 216 ducati. La "Bulignanina" si unì ai rivoltosi e li aiutò a trasportare un cannone, nascosto dal 6 aprile 1849 in un pozzo di casa Dottore, a issarlo su un carro e ad installarlo nell'atrio di palazzo Tornabene all'Ogninella. Aperto all'improvviso il portone, la donna, accesa la miccia, scaricò una cannonata contro i napoletani che, colti di sorpresa tra le vie della Loggetta e Mancini, ripararono dietro le barricate tra l'Università e il Municipio, lasciando su via Euplio Reina diversi caduti e un pezzo di artiglieria, di cui gli insorti non riuscivano ad impossessarsi per i continui colpi di archibugio, ma che Peppa riuscì a tirare avvalendosi di un cappio ottenuto da una robusta fune. Verso mezzogiorno, mentre la resistenza s'indeboliva per il ritardo dei rinforzi di Nicola Fabrizi, la cavalleria cercò d'aggirare gli insorti. Intervenne l'eroina alla testa di un gruppo di popolani che irruppero in piazza S. Placido da via Mazza, trascinando il cannone per piazzarlo sul parterre di palazzo Biscari alla Marina. Due squadroni di lancieri dal Duomo stavano per sferrare la carica. Gli insorti lasciarono sola Peppa che, rimasta dietro l'affusto, beffò la cavalleria, inducendola all'assalto, spruzzando sulla punta del cannone un po' di polvere cui diede fuoco, dando l'impressione che il colpo avesse fatto cilecca.

La cannoniera sparò al momento giusto decimando il nemico e mettendosi in salvo. L'epilogo della sanguinosa giornata fu negativo per i patrioti: Poulet fu ferito e, dopo 7 ore di guerriglia, ordinò la ritirata. Per 3 giorni la reazione delle soldatesche contro la popolazione fu terrificante. Dopo l'effimero successo, Clary, saputo che Garibaldi marciava su Milazzo, lasciò Catania. Le epiche gesta dell'amazzone risorgimentale furono riportate anche dai giornali stranieri. Peppa, dopo aver fatto da vivandiera alla Guardia nazionale, partecipò anche alla liberazione di Siracusa; nel 1861 o 1876 si trasferì a Messina dove, in abiti maschili, frequentò osterie e caserme, giocando a carte, bevendo e fumando. Caduta nelle mani degli usurai morì tra il 1884 e il 1900.

«Peppa», olio su tela (1865) di Giuseppe Sciuti distrutto nell´incendio del municipio di Catania .

La Sicilia, Domenica 30 Maggio 2010 

 


 

 

 

I sanguinosi tentativi risorgimentali per cacciare i Borboni. La spedizione di Sapri.

 fu una impresa tentata da Carlo Pisacane e da un gruppo ristretto di mazziniani almeno in parte in modo autonomo dal proprio punto di riferimento. Un contributo finanziario fu offerto dal banchiere livornese Adriano Lemmi.

Il piano originale, secondo il metodo insurrezionale mazziniano, prevedeva di accendere un focolaio di rivolta in Sicilia dove era molto diffuso il malcontento contro i Borbone, e da lì estenderla a tutto il Mezzogiorno d'Italia. Successivamente invece si pensò più opportuno partendo dal porto di Genova di sbarcare a Ponza per liberare alcuni prigionieri politici lì rinchiusi, per rinforzare le file della spedizione e infine dirigersi a Sapri, che posta al confine tra Campania e Basilicata, era ritenuta un punto strategico ideale per attendere dei rinforzi e marciare su Napoli.

Il 4 giugno 1857 Pisacane si riunì con gli alti capi della guerriglia per stabilire tutti i particolari dell'impresa.

Un primo tentativo fallito si ebbe il 6 giugno: l'avanguardia di Rosolino Pilo perse il carico di armi destinato all'impresa in una tempesta. Con l'intento di raccogliere armi e consensi Pisacane si recò a Napoli, travestito da prete. L'esito fu molto deludente ma Pisacane non si lasciò scoraggiare persistendo nei suoi intenti.

 

Il 25 giugno 1857 a Genova Pisacane s'imbarcò con altri ventiquattro sovversivi, tra cui Giovanni Nicotera e Giovan Battista Falcone, sul piroscafo di linea Cagliari, della Società Rubattino, diretto a Tunisi. Pilo si occupò nuovamente del trasporto delle armi, e partì il giorno dopo su alcuni pescherecci. Ma anche questa volta Pilo fallì nel compito assegnatogli e lasciò Pisacane senza le armi e i rinforzi che gli erano necessari. Pisacane continuò senza cambiare piani, impadronitosi della nave durante la notte, con la complicità dei due macchinisti inglesi, si dovette accontentare delle poche armi che erano imbarcate sul Cagliari.

Il 26 giugno sbarcò a Ponza dove, sventolando il tricolore, riuscì agevolmente a liberare 323 detenuti, poche decine dei quali per reati politici per il resto delinquenti comuni, aggregandoli quasi tutti alla spedizione. Il 28, il Cagliari ripartì carico di detenuti comuni e delle armi sottratte al presidio borbonico. La sera i congiurati sbarcarono a Sapri, ma non trovarono ad attenderli quelle masse rivoltose che si attendevano. Anzi furono affrontati dalle falci dei contadini ai quali le autorità borboniche avevano per tempo annunziato lo sbarco di una banda di ergostolani evasi dall'isola di Ponza. Il 1º luglio, a Padula vennero circondati e 25 di loro furono massacrati dai contadini. Gli altri, per un totale di 150, vennero catturati e consegnati ai gendarmi.

Pisacane, con Nicotera, Falcone e gli ultimi superstiti, riuscirono a fuggire a Sanza dove furono ancora aggrediti dalla popolazione. Perirono in 83.

Pisacane e Falcone si suicidarono con le loro pistole, mentre quelli scampati all'ira popolare furono poi processati nel gennaio del 1858. Condannati a morte, furono graziati dal Re, che tramutò la pena in ergastolo. I due inglesi, per intervento del loro governo, furono dichiarati fuori causa per "infermità mentale". Nicotera, gravemente ferito, fu portato in catene a Salerno dove venne processato e condannato a morte. Anche per lui la pena fu tramutata in ergastolo solo per l'intervento del governo inglese che guardava con crescente preoccupazione la furia repressiva di Ferdinando II.

http://it.wikipedia.org/wiki/Spedizione_di_Sapri

 

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Nella città di Catania rifioriscono i negozi, i mercati, l'industria, il commercio locale e internazionale. Terminato il molo di Catania, adottato il gas per l'illuminazione, si discute sulla necessità di realizzare opere di grande importanza per la città come il Camposanto, la villa pubblica, la Marina, la Pescheria, le piazze di Mercato.

Dal 1856 inizia un periodo molto importante per l'evoluzione della città, si sistemano le aree urbane e le strade: è completata la Passeggiata della Marina, innalzando la quota della sede viaria. Nel XIX secolo, si diffonde in tutta Europa il mercato coperto: a Catania si sente la necessità di trovare una sede chiusa alla Pescheria.

Francesco Moncada Paterno Castello, nel Progetto del Patrizio di Catania per la pronta costruzione di varie opere comunali al Decurionato di essa città del 1856, manifesta la necessità di sistemare il sito della Pescheria, che si trovava in un locale contiguo al Duomo. Propone di togliere le mura (forte S. Agata) e le case di mezzo, per prolungare la strada che sbocca alla porta dei Canali - tra la casa Pardo/Alessi (via Pardo), quella di Ninfo (cortile Ninfo-via Gisira) ed Arcidiacono - sino al largo della Marina. Si poteva in questo modo mettere in comunicazione diretta la strada Ferdinandea (attuale via Giuseppe Garibaldi) con la Marina (attuale via Cardinale Dusmet). Il Progetto per la ricostruzione della strada Etnea di Catania del 15 maggio 1857, approvato il 24ottobre 1857, prevedeva la pavimentazione e la formazione dei canali di scolo della via in questione (via Etnea).

Si effettua un mercato a piazza S. Filippo (attuale piazza Mazzini) e un altro ogni lunedì nella piazza Stesicorea (piazza Stesicoro). Nella seconda metà del XIX secolo, la rinascita del commercio a Catania è parallela alla necessità di avviare opere pubbliche. Nel 1856 il Consiglio Edilizio stabilisce che si realizzeranno a Catania sei mercati pubblici:

Oggi Catania ti sembra d'altro aspetto, e nelle strade principali non trovi più quegli oggetti grasci esposti a vendita che ti mettono a schifo. É un passo dappiù alla civiltà. Un mercato pub­blico per ognuna delle sei sezioni, in che è divisa la città, è stato stabilito, ed al cominciar dal 1856 il bel pensiero si è posto in attuazione. Intanto si mondano taluni punti magnifici dell'interno, e le pubbliche piazze appaiono nella loro nudità; e la di S. Filippo riprende quella imponenza che tanto si fece ammirare da Mr. Durand da distinguerla fra le più belle.

- Giornale di Catania 1856 - Sig. Guerino Menneville

 

Irene Leonardi - da DOCUMENTI E IMMAGINI DELLA PESCHERIA DI CATANIA - di N.F. Neri e M.L. Giangrande

Soprintendenza beni culturali e ambientali di Catania - Regione Siciliana - Assessorato Beni culturali - 2012

 

 

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1702; 1727; 1732; 1748; 1752; 1780; 1787: eruzioni varie.

1793 - Durò dal 1792 all'anno seguente. Le bocche vulcaniche si aprirono sia dentro che fuori la Valle del Bove e le lave minacciarono l'abitato di Zafferana Etnea. La lava fuoriuscì anche dai crateri sommitali dirigendosi verso Adrano, rimanendo però in alta quota.

1800 - viene citata da Carlo Gemmellaro, il quale dà solamente la notizia di una grande esplosione nel cratere centrale;

1809 - In 12 giorni la lava percorse 6 chilometri;

1852 - La colata lavica lambisce l'abitato di Zafferana Etnea;

1865 - nascita dei monti Sartorius;

1892 - Venne definita "lunga e gravissima" ed è nota per la formazione, a circa 1800 m di quota, del complesso dei Monti Silvestri;

1899 - Interessò il cratere centrale. l'osservatorio astronomico subì gravi danni.

 

 

La rivoluzione del 1860

Nel 1859, i provvedimenti di clemenza adottati da Francesco II, ultimo Re delle Due Sicilie, per la sua incoronazione non poterono estinguere il sentimento antiborbonico nutrito della maggior parte dei catanesi, memori di quanto accaduto nel 1837 e nel 1849. Per l’occasione circolò, anzi, questa strofetta motteggiatoria:“Cicciu nasciu, so matri moriu! , Cicciu si maritau so patri cripau, Ora è Re, viriti cchi ccè” .

Il prof Francesco De Felice, nei suoi ricordi autobiografici racconta: ”… la gioventù catanese, come quella delle altre città siciliane, veniva quasi dispersa, parte emigrando, parte confinata … I pochissimi rimasti in città non erano affatto sicuri …nessuna notte dormimmo sonni tranquilli, senza che un rumore qualunque dal di fuori, il passo misurato di una pattuglia non ci avesse fatto sospettare un arresto…”

Il 30 marzo 1860, durante la rappresentazione dell’Ernani al teatro Comunale, piovvero in platea nastrini tricolore al grido di Viva Verdi (acronimo di Vittorio Emanuele Re D’Italia). I popolani - in fermento per i moti palermitani scoppiati il 4 Aprile e poi falliti - cantavano: “all’erta tutti ppi lu quattru aprili. Sangu ppi sangu nni l’avemu a fari! Sta setta impia l’avemu a finire La Sicilia l’avemu a libbirari”.

Ormai gli avvenimenti incalzavano, il 10 Maggio i vapori Piemonte e Lombardo sbarcavano un migliaio di volontari a Marsala senza che le navi borboniche lo impedissero efficacemente, anche per la presenza delle navi inglesi Argus ed Intrepid Da Marsala, Garibaldi chiamò i Siciliani all’insurrezione con un celebre proclama: “All’armi dunque! Chi non impugna un’arma è un codardo o un traditore della patria … un’arma qualunque ci basta. ..

 

 

 

 

La notizia della vittoria garibaldina a Calatafimi, avutasi il 17 maggio, provocò tumulti a Misterbianco, Motta, Paternò, Belpasso, Adrano, Mineo, Regalbuto, Leonforte, Agira, Gli armati, concentratisi in Mascalucia il 24 maggio, erano comandati dal colonnello Giuseppe Poulet, disertore dell’esercito regio e ministro della Guerra nel governo Provvisorio Siciliano nel 1849, mentre nel cuore di Catania veniva alzata una barricata davanti alla casa dell’Intendente.

Non il coraggio difettava, infatti, agli insorti, ma le armi, ridotte a pochi fucili a pietra focaia e due cannoncini.

Ai due emissari di Poulet: Antonio Caudullo e Agostino Di Stefano, Garibaldi in persona, accampato il 26 maggio sulle colline di Marineo, ordinò: ”si faccia una forte dimostrazione, anche se sia un fatto d’armi e qualunque sia l’esito prevedibile. Io marcio sopra Palermo”.

La prova di forza avvenne il 31 maggio 1860, quando 500 uomini penetrarono in città sino alla porta di Aci..

Clary diede disposizione ai mortai - che erano postati sui torrioni del Castello Ursino - di bombardare la città, affiancando una nave da guerra in rada. Nonostante la enorme disparità di forze ed armamenti i patrioti impegnarono le truppe nemiche per l’intera giornata, tra le loro file c’era anche una popolana di nome Giuseppina Bolognani, nata a Barcellona Pozzo di Gotto nel 1841 e passata alla storia, grazie ai suoi atti di eroismo, con l’epiteto di “Peppa a cannunera”. Dapprima, ella esplose un preciso colpo di un cannone collocato nell’atrio di palazzo Tornabene a Piazza Ogninella, contro le barricate dei borbonici che, disorientati, abbandonarono la posizione ed un pezzo d’artiglieria, prontamente catturato dall’intrepida popolana, tirandolo a se con un cappio Poco dopo - mentre trasportava il cannone conquistato per appostarlo sul terrazzo di Palazzo Biscari, e tirare contro la nave da guerra - Peppa, fu colta da una squadra di cavalleggeri che intendevano caricare gli insorti lungo la via Del Corso (oggi Vittorio.Emanuele). Costoro, vedendo la bocca da fuoco, si misero al riparo mentre la giovane, sparsa della polvere sulla volata, attese a piè fermo la carica ed incendio la polvere. I cavalieri, credendo che il colpo avesse fatto cilecca, si slanciarono al galoppo; la donna fece, questa volta, realmente fuoco falciando gli attaccanti.

Tale sagacia e sprezzo del pericolo, fruttarono, in seguito, alla donna, che morirà sessantenne a Messina nel 1900, la medaglia d’argento al valor militare ed una gratifica di 261 ducati. Le sue imprese ispirarono al pittore Zafferanese Giuseppe Sciuti un celebre dipinto che, collocato tra i cimeli appartenenti al museo cittadino del Risorgimento, andò perduto nell’incendio del Municipio, avvenuto il 14 Dicembre 1944..

Grazie al valore dimostrato, la battaglia sembrava volgere in favore degli insorti ed il Poulet, avanzando al centro di piazza Duomo gridò ai Borbonici ”arrendetevi! siamo fratelli” ma da una finestra del palazzo universitario partì un colpo che lo ferì alla coscia destra segnando la rivincita delle truppe di Clary in una battaglia manifestamente impari che pur era costata loro 180 morti. Poulet diede, infatti, ordine alle sue truppe di ripiegare a Mascalucia. La memoria di questa eroica giornata è scolpita entro una lapide collocata, nel prospetto nord del palazzo degli Elefanti: L’effimera vittoria del 31 Maggio, per cui i Borbonici avevano persino coniato una medaglia commemorativa, non dette loro alcun vantaggio. Il 3 giugno, infatti, Clary dovette lasciare Catania con le sue truppe alla volta di Messina ricevendone l’ordine dalla corte di Napoli che preferiva abbandonare la Sicilia pur di impedire lo sbarco di Garibaldi nel continente.

http://www.comune.catania.it/informazioni/news/cultura/musei/archivio-storico/allegati/scheda_mostra__catania_insorge!.pdf

 

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Il 4 giugno a Catania s’inalberava il tricolore e, mentre la Guardia Nazionale ripristinava l’ordine pubblico, veniva creato un governo provvisorio che aderì alla dittatura di Garibaldi con la formula “Italia e Vittorio Emanuele”,

Giorno 13, Francesco Pucci divenne il primo Patrizio nella Catania post-borbonica. Il Barone di S. Giuliano, nato a Palermo, si era distinto difendendo la città nel 1849 ed aveva segretamente incontrato Francesco Crispi, egli morì a Catania nella sua casa posta in Via Caronda il 6 maggio 1880..

I garibaldini, https://www.mimmorapisarda.it/2026/storia/12.gifcomandati da Nino Bixio e Menotti Garibaldi, entrarono in città il 4 agosto 1860, preceduti dall’avanguardia di Stefano Turr.. Con grande disappunto dei Catanesi, Garibaldi, in quei giorni, incalzato dagli avvenimenti. non potè visitare la città.

Dal 14 Maggio. per evitare che l'isola cadesse nell' anarchia. e rassicurare i ceti dirigenti, lo stesso Garibaldi, aveva dichiarò la dittatura in nome di Vittorio Emanuele, nel famoso Decreto di Salemi, Venne creata, inoltre, una Milizia Nazionale, composta dagli abili dai 17 ai 50 anni. ed un battaglione degli adolescenti, che avrebbe raccolto i ragazzi poveri e abbandonati, per istruirli militarmente, alla direzione di Alberto Mario, un Consiglio di guerra avrebbe giudicare i reati di militari e civili, il furto, l’omicidio ed il saccheggio erano puniti con la pena di morte

Ma ben presto le speranze degli umili in un radicale mutamento della loro condizione furono deluse: l’istituto della leva obbligatoria., che sottraeva braccia al lavoro dei campi, e la sostanziale disapplicazione del decreto di redistribuzione delle terre scatenarono l'agitazione popolare con tumulti in diversi centri rurali.

Il più famoso tra essi resta quella di Bronte, teatro, ai primi di agosto del 1860, di una cruenta sommossa dei coltivatori contro i grandi proprietari terrieri repressa duramente dal luogotenente di Garibaldi Nino Bixio con lo stato d’assedio, dichiarato il 6 agosto “per delitto di lesa umanità” seguito da numerose fucilazioni, questi fatti ispireranno a Giovanni Verga la novella “Libertà”.

Nel 1862, Garibaldi ritornò in Sicilia insieme a Nicola Fabrizi, Giuseppe Cadolini e Salvatore Calvino, che, a Regalbuto, cercarono di dissuaderlo dall'intraprendere la spedizione verso Roma. In quella occasione Garibaldi, venne a Catania riscattando i cittadini della cocente delusione patita due anni prima. La città divenne base di operazioni e l’eroe dei due mondi arringò la cittadinanza al grido di “Roma o Morte” dai balconi del Palazzo dei quattro Canti, all’incrocio tra le Vie Etnea e Di Sangiuliano, sede del Circolo degli Operai, nella notte del 18 agosto 1862. L’evento venne ricordato dalla lapide apposta sulla facciata del fabbricato nel 1883, primo anniversario della morte dell’Eroe. L’entusiastica adesione della città alla spedizione fu apprezzata inequivocabilmente, dallo stesso Garibaldi che anni dopo a Caprera scriveva: “a Catania trovammo vulcano di patriottismo, denaro , vesti e vettovaglie per la nuda mia gente” questa frase oggi si può leggere sul piedistallo del monumento a Garibaldi, inaugurato nel 1921 e posto alla confluenza tra le vie Etnea e Caronda

 http://www.comune.catania.it/informazioni/news/cultura/musei/archivio-storico/allegati/scheda_mostra__catania_insorge!.pdf

 

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L'esercito meridionale.

La campagna garibaldina del 1860 in Sicilia non è la spedizione dei Mille. I partecipanti alla campagna garibaldina del 1860 in Sicilia non sono solo i Mille.

Le operazioni di organizzazione, raccolta fondi e arruolamento nell'Italia settentrionale proseguirono dopo la partenza dei volontari da Quarto e il governo sardo, presa di Palermo, si fece sempre meno scrupoli nel supportare le manovre militari per rimpolpare il contingente volontario. La dicevano lunga sul ruolo del regno sabaudo le divise turchine dei sottoufficiali sardi che sbarcavano sull'isola, uomini congedati o disertori, talvolta persino accompagnati dal rullo dei tamburi reggimentali.https://www.mimmorapisarda.it/2026/storia/07.gif

Così Cesare Abba descrisse l'ingresso a Palermo della brigata di Giacomo Medici: «Medici è arrivato con un reggimento fatto e vestito. Entrò da Porta Nuova sotto una pioggia di fiori. Quaranta ufficiali, coll'uniforme dell'esercito piemontese, formavano la vanguardia» (clicca qui per leggere La memoria dei garibaldini). Era sbarcato in Sicilia alla guida di una spedizione di due navi, 2550 uomini, dopo che a Cagliari si era unito al gruppo di 1200 toscani, saliti a bordo a Livorno e guidati da Vincenzo Malenchini e da Tito Zucconi.

Diverse imbarcazioni cariche di rinforzi si avvicendarono nei porti siciliani nell'estate 1860. Nell'entusiasmo generale erano sorti vari comitati di provvedimento per i soccorsi alla Sicilia, che avevano come coordinatore a Genova Agostino Bertani e in pochi mesi riuscirono a raccogliere 6.200.000 lire. La gestione delle risorse venne affidata all'Intendenza militare garibaldina, in particolare al colonnello Ippolito Nievo, che gestì l'incarico con tanta cura, da risultare inviso a quanti avrebbero voluto approfittare dell'eccezionalità del momento per trarre vantaggi economici personali. I Mille divennero presto 20.000. Il Generale pensava che avrebbero potuto essere molti di più, 250.000, e che presto avrebbero potuto formare un esercito meridionale per il proseguimento della spedizione nel continente, strutturato come un esercito regolare.

Ma la razionalizzazione dell'apparato militare passò per una pedissequa riproposizione del modello piemontese, che risultò piuttosto farraginosa. La Segreteria di Stato della Guerra venne affiancata da uno Stato maggiore generale dell'Esercito e da Ispezioni generali divise per arma: artiglieria, cavalleria (sebbene di fatto inesistente nell'esercito volontario), fanteria.

Il 2 luglio, con il decreto n. 79, l'Esercito siciliano venne ordinato in divisioni, ognuna delle quali suddivisa in due o tre brigate, a loro volta frazionate in quattro o otto battaglioni. Ogni unità aveva vertici e stati maggiori e una mole consistente di ufficiali e superiori: Stefano Türr fu destinato al comando della 15ª divisione, strutturata in una 1ª brigata, condotta da Nino Bixio e in una 2ª guidata dal colonello Herbert, mentre la 16ª divisione, al cui interno confluivano la 3ª brigata di Enrico Cosenz, la 4ª del colonnello Poulet e la 5ª di Giacomo Medici, fu affidata a Giuseppe Paternò. Spesso si creavano conflitti tra i diversi livelli in cui era articolato il potere militare: gli alti ufficiali finivano con l'ignorare l'Ispezione generale e persino lo Stato maggiore dell'Esercito entrava in conflitto con il Ministero della Guerra. Il caos non aveva ricadute solo sugli ingranaggi della macchina bellica garibaldina, ma complicò la stessa amministrazione finanziaria della dittatura ed in particolare mise in seria difficoltà Ippolito Nievo, vice-intendente generale di Sicilia, che dalla gestione dei registri della spedizione ebbe solo grattacapi ed «incertezze», come scrisse nel novembre 1860 all'amata Bice Melzi, rassicurandola però con una curiosa e tragicamente cieca metafora marina: «È un buon tratto da percorrere ancora; ma non burrascoso, né perfido, soltanto noios fine del colonnello in un misterioso naufragio (ironia della sorte!) parve legata alla necessità di occultare i documenti contabili in suo possesso. Secondo il discendente, Stanislao Nievo, il nuovo Regno pur di smantellare il virtuoso esercito garibaldino, volle occultare l'impeccabile gestione finanziaria, opera dell'antenato, macchiandosi di quello che non fu un casuale affondamento, ma un vero e proprio delitto di Stato.

 All'opposto c'è chi pensa che, se davvero di sabotaggio si trattò, lo scopo era quello di celare le gravi malversazioni compiute dall'esercito e coperte degli stessi ministri del governo prodittatoriale, Giuseppe Paternò di Spedalotto e Nicola Fabrizi. A settembre il Commissario di Guerra Nicolò Agata denunciava infatti gli abusi commessi dai militari a partire dalla vendita degli abiti e degli oggetti forniti dalla pubblica amministrazione, eclatante fu il caso della vendita dei 60000 inutili cappotti comprati a peso d'oro, e ad ottobre una circolare dello stesso Ministero constatava «la sproporzione massima degli uffiziali alla forza dell'esercito». Non solo gli ufficiali erano più di 6000, ma si continuavano a pagare soldati assenti o morti, si acquistavano beni non necessari per favorire alcuni fornitori, si elargivano promozioni sul campo con un'estrema facilità e, come sottolineò il colonnello ungherese Kupa, si prendevano «razioni per il triplo degli uomini che avevano a mantenere, cioè 70.000 od 80.000 razioni quando tutta l'armata non ascendeva a più di 25.000». I grandiosi progetti del generale Garibaldi per l'ingrandimento dell'esercito siciliano non avevano avuto infatti alcun seguito. La cifra di 50.000 volontari al momento della smobilitazione del corpo il 6 novembre 1860 è infatti giustificabile solo se si annoverano nel conto dei militi i picciotti delle squadre irregolari. Vani erano stati gli sforzi del Generale di coinvolgere i siciliani facendo leva sul loro orgoglio con colti riferimenti alla vicenda dei Vespri: «Io e i miei compagni siamo festanti di poter combattere, accanto ai figli del Vespro, una battaglia che deve infrangere l'ultimo anello di catene con cui fu avvinta questa terra del genio e dello eroismo!». Né migliori risultati ebbe il decreto sulla leva obbligatoria col quale si sperava di porre un'alternativa oltre che un freno proprio a quelle bande di irregolari che non facevano che compromettere l'ordine pubblico isolano.https://www.mimmorapisarda.it/STORIA/CATANESI/BORBONE.JPG

In realtà l'assenza di vincoli disciplinari formali era un problema che non riguardava soltanto le squadre di campieri e picciotti. La «non organizzabilità» dell'entusiasmo dei volontari, che era stata un vanto per Nicola Fabrizi, rappresentò una trappola mortale per l'esercito meridionale. Ne era convinto l'autore sconosciuto della lettera che il modenese ricevette nel febbraio 1861: «Non siamo organizzati né organizzabili tu dicevi. E dove mai e più lucida verità di questa? Nel leggerla, Nicola carissimo, mi sentivo proprio venire meno la fede, e mi fosse davvero mancata, se subito davanti agli occhi mi si fosse parata gigante la tua infinità». Per dirla con Eva Cecchinato e Mario Isnenghi: «In ogni volontario si esprime una soggettività politica e già per questo si nasconde un potenziale obiettore». Quella che per molto tempo aveva suonato alle orecchie dei volontari come una rivendicazione di orgogliosa autonomia, di fiera autosufficienza, divenne un cappio soffocante nel confronto con le istituzioni dello Stato nascente: l'imprevedibilità dell'entusiasmo di una nazione armata. Ecco perché all'indomani del plebiscito un decreto del governo dittatoriale dell'11 novembre 1860 ne intimava lo scioglimento, nella nebulosa prospettiva di ricostituirlo su più solide basi e nominava anche i membri di una Commissione di scrutinio, che avrebbe dovuto valutare i titoli degli ufficiali garibaldini e decidere del loro futuro. Secondo lo storico militare John Gooch 5000 ufficiali circa vennero inseriti nell'esercito italiano entro il marzo 1862.

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I fatti di Bronte

Il Comune di Bronte ed i suoi abitanti, legati da sempre al lavoro della terra, hanno vissuto per secoli all'ombra di una strana, fraudolenta usurpazione del loro territorio: trasferito nel 1494, con bolla pontificia, a favore dell'Ospedale Maggior di Palermo e nel 1799, con spregiudicata donazione borbonica, a favore di Nelson.

Un’incredibile causa legale volta a riavere il territorio, durata senza interruzione di fronte ai tribunali per oltre quattro secoli, era stata vana ed inutile: i contendenti (l’Ospedale, i Nelson ed il comune) agivano su piani diversi di possibilità di manovra e la comunità di Bronte priva di sostegni e protezioni risultava sempre perdente.

In questo perenne stato di vassallaggio e di gravi crisi, era cresciuto nel corso degli anni, alimentato in tutti, di generazione in generazione un acuto desiderio di rivincita e di speranza di poter assistere tutti, prima o dopo, al rientro dei beni perduti.

Il malcontento popolare, per nulla latente, ebbe le prime manifestazioni con i moti rivoluzionari del 1820 e del 1848, ma raggiunse il culmine dell'esasperazione con la rivolta del 1860 (meglio nota come "i fatti di Bronte").

La rivolta faceva seguito ai decreti emanati da Garibaldi che prometteva lo smantellamento dei latifondi e la spartizione delle terre.

Anche perché qualche mese prima, subito dopo lo sbarco, lo stesso il Dittatore aveva annullato un'altra donazione borbonica restituendo agli antichi legittimi proprietari siciliani il feudo di "Bisaquino", sito nella zona di Palermo, anche questo regalato dal re di Napoli ad un suo favorito (il famigerato ministro di polizia Maniscalco).

Lamento di un popolano al Cristo crocifisso (Lionardo Vigo)

Un servu, tempu fa di chista chiazza, ccussì priava a Cristu e cci dicia: "Signuri! U me patruni mi strapazza! Mi tratta commu ‘n cani ‘nta la via;

tuttu si pigghia ccu la so manazza macari a vita e dici chi nun è a mia. Si ppò mi lagnu cchiù peggiu mi minazza, a bbastunati mi lliscia u pilu e m’impriggiunia.

Quindi, ti pregu, chista mala razza, distruggila tu, Cristu, ppi mia! (una tantum), Risposta del Cristo: "E ttu, forsi, hai ciunchi li brazza?

Oppuri l’hai ‘nchiuvati commu a mia? Cu voli a giustizzia si la fazza Né speri c’autru la faria ppi tia.

Si ttu si omu e nun si na testa pazza, metti a fruttu sta sintenza mia: iu nun saria supra ‘sta cruciazza, S’avissi fattu quantu dissi a ttia".

 

Quel bagno di sangue per un pezzo di sciara

(Leonardo Sciascia)

La fame di terra, di queste sciare aride e nere che con indicibile pazienza e travaglio l'uomo sa mutare in giardini, qui ha generato sanguinose rivolte contadine: come quella che nell'agosto del 1860 ciecamente fu repressa da Nino Bixio a Biancavilla, Randazzo, Cesarò, Maletto, Bronte; e a Bronte con particolare rigore, poiché della fame dei contadini era oggetto anche il feudo che il re Borbone aveva donato nel 1799 all'ammiraglio Nelson, la famosa ducea di Bronte che solo ora è stata, come si dice con termine legale, "scorporata" dall'antica usurpazione (prima che dal re Borbone era stata usurpata nel 1491, dal Papa; e per secoli i cittadini di Bronte hanno lottato per i diritti del Comune sul feudo, giudiziariamente e con tragiche rivolte).

A Bronte la parola "comunisti" suona da secoli ad indicare il partito, la fazione popolare, che invocava e perseguiva il ritorno al Comune delle terre usurpate e la divisione di esse; in contrapposizione al partito "ducale", in cui la classe degli abbienti, sostenendo la grande usurpazione, rappresentata dalla ducea, faceva schermo alle piccole usurpazioni proprie. E' una storia municipale quanto mai interessante: e per i fatti dell'agosto 1860 attinge a caso di coscienza dello Stato italiano, della nazione; dice quel che il Risorgimento non è stato, idea non realizzata; speranza dolorosamente delusa; e ancora ne portiamo pena e remora.

Le sciare "scorporate" dalla ducea (restano al duro erede di Nelson ancora qualche centinaio di ettari) ora sono abbandonate come dovunque in Sicilia sono abbandonate le terre. Allo stesso contadino di Bronte che in paese torna dal nord d'Italia, dalla Germania, dal Belgio per trascorrervi le ferie, sembrerà inverosimile e assurdo che gente della sua condizione, se non addirittura del suo sangue, abbia ucciso e si sia fatta uccidere per un pezzo di sciara.

 

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"Vogliamo le sciarelle", il grido dall'affocata rivolta, è lontano e irreale, quasi ridicolo, il feudo è come un deserto paesaggio lunare, Ma è sorprendente trovarsi d'improvviso, nel cuore di esso, di fronte al castello di Maniace circondato da alberi alti, circonfuso da un suono d'acqua. E gli alberi e l'acqua sembrano evocare nebbia: e si ha l'illusione di stare dentro un pezzo di campagna inglese. Ché dovunque l'uomo porta l'immagine della propria patria: e gli amministratori inglesi della ducea, forse anche senza averne coscienza, qui hanno ricreato gli elementi della loro terra lontana. E ad entrare nel castello, che è poi l'antica abbazia di Santa Maria di Maniace, la suggestione si fa più profonda: nel cortile è una croce di pietra lavica, ma di forma da noi inconsueta, borchiata, in memoria di Nelson; nella chiesa sono sepolti gli amministratori inglesi del feudo e i loro familiari; e chi sappia qualcosa dei fatti del 1860 è colpito dal nome Thovez, ché Guglielmo e Franco Thovez erano allora gli amministratori. E si può dire che come essi, e i loro predecessori e successori nell'amministrazione del feudo, sono riusciti a ricreare un paesaggio inglese intorno al castello, la realtà siciliana è riuscita a fare di loro dei siciliani della peggiore estrazione: gretti, furbi, tortuosi, abilissimi nel gioco delle parti. Qui, dove il greco Giorgio Maniace sconfisse nel 1040 i saraceni, nel feudo chiamato appunto della Saracina, la gloria di Orazio Nelson e di Nino Bixio scende nel sangue e nell'ingiustizia: Nelson ha accettato questa terra come compenso di un tradimento e di un massacro, Bixio si è fatto apostolo del terrore invece che della giustizia.

(Tratto da Opere 1971-1983, a cura di Claude Ambrosie, Classici Bompiani)

 

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Il Garibaldi era di corporatura bassa, alto 1,65, ed aveva le gambe arcuate. Era pieno di reumatismi e per salire a cavallo occorreva che due persone lo sollevassero. Portava i capelli lunghi perché, avendo violentato una ragazza, questa gli aveva staccato un orecchio con un morso. Era un avventuriero che nel 1835 si era rifugiato in Brasile, dove all’epoca emigravano i piemontesi che in patria non avevano di che vivere. Fra i 28 e i 40 anni visse come un corsaro assaltando navi spagnole nel mare del Rio Grande do Sul al servizio degli inglesi che miravano ad accaparrarsi il commercio in quelle aree. In Sud America non è mai stato considerato un eroe, ma un delinquente della peggior specie. Per la spedizione dei mille fu finanziato dagli Inglesi con denaro rapinato ai turchi, equivalente oggi a molti milioni di dollari. In una lettera, Vittorio Emanuele II ebbe a lamentarsi con Cavour circa le ruberie del nizzardo, proprio dopo "l’incontro di Teano": "... come avrete visto, ho liquidato rapidamente la sgradevolissima faccenda Garibaldi, sebbene - siatene certo - questo personaggio non è affatto docile né cosí onesto come lo si dipinge e come voi stesso ritenete. Il suo talento militare è molto modesto, come prova l’affare di Capua, e il male immenso che è stato commesso qui, ad esempio l’infame furto di tutto il danaro dell’erario, è da attribuirsi interamente a lui che s’è circondato di canaglie, ne ha eseguito i cattivi consigli e ha piombato questo infelice paese in una situazione spaventosa".

 SBARCO DI MARSALA: fu di proposito "visto" in ritardo dalla marina duosiciliana, i cui capi erano già passati ai piemontesi, e fu protetto dalla flotta inglese, che con le sue evoluzioni impedí ogni eventuale offesa. Tra i famosi "mille", che lo stesso Garibaldi il giorno 5 dicembre 1861 a Torino li definí "Tutti generalmente di origine pessima e per lo piú ladra ; e tranne poche eccezioni con radici genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto", sbarcarono in Sicilia, francesi, svizzeri, inglesi, indiani, polacchi, russi e soprattutto ungheresi, tanto che fu costituita una legione ungherese utilizzata per le repressioni piú feroci. Al seguito di questa vera e propria feccia umana, sbarcarono altri 22.000 soldati piemontesi appositamente dichiarati "congedati o disertori".

 

CALATAFIMI: contrariamente a quanto viene detto nei libri di storia, il Garibaldi fu messo in fuga il giorno 15 maggio dal maggiore Sforza, comandante dell’8° cacciatori, con sole quattro compagnie. Mentre inseguiva le orde del Garibaldi, lo Sforza ricevette dal generale Landi l’ordine incomprensibile di ritirarsi. Il comportamento del Landi risultò comprensibilissimo quando si scoprí che aveva ricevuto dagli emissari garibaldini una fede di credito di quattordicimila ducati come prezzo del suo tradimento. Landi qualche mese piú tardi morí di un colpo apoplettico quando si accorse che la fede di credito era falsa: aveva infatti un valore di soli 14 ducati.

 

PALERMO: il Garibaldi, il 27 maggio, si rifugiò in Palermo praticamente indisturbato dai 16.000 soldati duosiciliani che il generale Lanza aveva dato ordine di tenere chiusi nelle fortezze. Il filibustiere cosí poté saccheggiare al Banco delle Due Sicilie cinque milioni di ducati ed installarsi nel palazzo Pretorio, designandolo a suo quartier generale. In Palermo i garibaldini si abbandonarono a violenze e saccheggi di ogni genere. A tarda sera del 28 arrivarono, però, le fedeli truppe duosiciliane comandate dal generale svizzero Von Meckel. Queste truppe, che erano quelle trattenute dal generale Landi, dopo essersi organizzate, all’alba del 30 attaccarono i garibaldini, sfondando con i cannoni Porta di Termini ed eliminando via via tutte le barricate che incontravano. L’irruenza del comandante svizzero fu tale che arrivò rapidamente alla piazza della Fieravecchia. Nel mentre si accingeva ad assaltare anche il quartiere S. Anna, vicino al palazzo di Garibaldi, che praticamente non aveva piú vie di scampo, arrivarono i capitani di Stato Maggiore Michele Bellucci e Domenico Nicoletti con l’ordine del Lanza di sospendere i combattimenti perché ... era stato fatto un armistizio, che in realtà non era mai stato chiesto.

 L’8 giugno tutte le truppe duosiciliane, composte da oltre 24.000 uomini, lasciarono Palermo per imbarcarsi, tra lo stupore e la paura della popolazione che non riusciva a capire come un esercito cosí numeroso si fosse potuto arrendere senza quasi neanche avere combattuto. La rabbia dei soldati la interpretò un caporale dell’8° di linea che, al passaggio del Lanza a cavallo, uscí dalle file e gli gridò "Eccellé, o’ vvi quante simme. E ce n’aimma’í accussí ?". Ed il Lanza gli rispose : "Va via, ubriaco". Lanza, appena giunse a Napoli, fu confinato ad Ischia per essere processato.

 I garibaldini nella loro avanzata in Sicilia compirono efferati delitti. Esemplare e notissimo è quello di Bronte, dove "l’eroe" Nino Bixio fece fucilare quasi un centinaio di contadini che, proprio in nome del Garibaldi, avevano osato occupare alcune terre di proprietà inglese.

 

MILAZZO: Il giorno 20 luglio vi fu una cruenta battaglia a Milazzo, dove 2000 dei nostri valorosissimi soldati, condotti dal colonnello Bosco, sgominarono circa 10.000 garibaldini. Lo stesso Garibaldi accerchiato dagli ussari duosiciliani rischiò di morire. La battaglia terminò per il mancato invio dei rinforzi da parte del generale Clary e i nostri furono costretti a ritirarsi nel forte per il numero preponderante degli assalitori. Nello scontro i soldati duosiciliani, ebbero solo 120 caduti, mentre i garibaldini ne ebbero 780. Eroici, e da ricordare, furono i valorosi comportamenti del Tenente di artiglieria Gabriele, del Tenente dei cacciatori a cavallo Faraone e del Capitano Giuliano, che morí durante un assalto.

 http://www.brigantaggio.net/

 

 

SMONTATA LA FAVOLA DEI MILLE

Il tempo è un galantuomo e la Storia, alla fine, viene sempre fuori. Carlo III d'Inghilterra ha ammesso una verità incontrovertibile che veniva rigettata solo dai Risorgimentalisti italiani. Quelli che sbeffeggiano i meridionalisti accusandoli di raccontare frottole. Ebbene, Garibaldi non era solo ed i mille non erano affatto mille. Il Regno delle due Sicilie fu invaso dai Piemontesi. Ecco quanto detto dal sovrano inglese davanti al Parlamento italiano:

"Due le navi inglesi che vegliavano durante lo sbarco a Marsala". Pronte, cioè, a intervenire. Ricordiamo che insieme agli inglesi c'erano anche i francesi. Entrambe le nazioni avevano interessi affinché i Borbone fossero spazzati via, principalmente per avere il predominio del Mediterraneo vista l'imminente apertura del Canale di Suez.

Bisognava dunque creare uno stato vassallo e affidarlo a chi poteva essere facilmente controllato, ossia i Savoia pieni di debiti. Carlo ha continuato: "Molti degli eroi del Risorgimento, tra cui Cavour e Mazzini, trascorsero del tempo nel Regno Unito". Lì furono formati, indottrinati e incatenati al volere inglese.

Infine: "Quando Garibaldi visitò Londra nel 1864 per ringraziare il popolo britannico del sostegno ricevuto scoppiò una vera e propria Garibaldimania, con mezzo milione di persone che accorsero a salutarlo fino alla creazione di un biscotto-omaggio ancora diffusissimo".

Garibaldi e l'Italia, quindi, fedeli e riconoscenti a tal punto da recarsi a Londra per ringraziare l'Inghilterra. Fu così che - come ebbe a scrivere Dostoevskij - nacque "un piccolo regno di second’ordine soddisfatto della sua unità, che non significa letteralmente nulla. Un’unità meccanica e non spirituale e per di più pieno di debiti non pagati e soprattutto soddisfatto del suo essere un regno di second’ordine".

Carlo III d’Inghilterra – aprile 2025

 

Camilleri, Pirandello e Verga e il marciume dell’Unità d’Italia

Andrea Camilleri, scrittore siciliano famoso in principal modo per i romanzi aventi come protagonista il commissario Montalbano, da cui è stata prodotta una serie televisiva, pronunciò le parole sopra riportate in un’intervista concessa a Roberto Cotroneo nel 2008, che prendendo le mosse dalla situazione politica di allora, lo scontro tra l’appena nato Partito Democratico guidato da Veltroni e Silvio Berlusconi, ha toccato le corde della questione meridionale e dell’Unità d’Italia. Senza giri di parole Andrea Camilleri denunciò il fatto che il Mezzogiorno non è altro che una colonia destinata a soccombere sempre di più, poiché rende man mano di meno e non può essere utile alla gestione politica quale è dal 1860:

“Io penso che nel 2008 l’operazione colonialista, iniziata subito dopo l’Unità d’Italia nei riguardi del Sud, sia arrivata al punto finale: questa colonia del Sud rendendo sempre di meno, sempre di più viene abbandonata a se stessa. E la colonia del Sud è come se non facesse parte dell’Italia, come qualche cosa di aggiunto all’Italia. Però se poi vado a vedere chi costituisce la mente direttiva delle industrie del nord, dell’informazione del nord, mi accorgo che sono dei meridionali. E allora mi sento in dovere di chiedere una quantificazione in denaro delle menti meridionali che promuovono il Nord. Voglio metterlo sul piatto della bilancia. Voglio vedere quanto può valere il cervello di un industriale meridionale che lavora e produce ricchezza al Nord”.

Cervelli del Nord che producono ricchezza al Sud non esistono per Camilleri, il quale ha anche la spiegazione di tale circostanza:

“La spiegazione risale al 1860. Quando una rivoluzione contadina venne chiamata brigantaggio. Per cui uccisero 17 mila briganti che non esistono da nessuna parte del mondo. Ed erano invece contadini in rivolta, o ex militari borbonici. Tutto già da allora ha preso una piega diversa. Quando fu fatta l’Unità d’Italia noi in Sicilia avevamo 8000 telai, producevamo stoffa. Nel giro di due anni non avevamo più un telaio. Funzionavano solo quelli di Biella. E noi importavamo la stoffa. E ancora oggi è così”.

Andrea Camilleri, il maggiore scrittore italiano in vita, parla insomma di colonia interna, di sfruttamento sistematico del Mezzogiorno sin dal momento dell’Unità, di falso Risorgimento che in realtà è stato una guerra di conquista, di storia nascosta. Col passare del tempo il Sud non poteva che diventare inutile, sfruttato ed inquinato, e allora bisogna trasferire le menti al Nord dopo averle opportunamente programmate affinché dimenticassero le proprie radici, una situazione cui non è esente da colpe la classe dirigente locale:

“Nell’Ottocento, quando cominciò a sorgere la cosiddetta questione meridionale, c’erano parecchi deputati meridionali che si battevano per la questione meridionale. Oggi si battono per altro, non per la questione meridionale”.

Che il neonato Stato Italiano fosse marcio lo avevano rilevato anche altri due grandissimi scrittori siciliani, Luigi Pirandello e Giovanni Verga, i quali, inizialmente entusiasti per quella doveva essere una nuova epoca dorata per la Sicilia cui fu promessa l’autonomia, divennero critici e rinnegarono nei fatti l’Unità d’Italia. Pirandello nacque nel 1867 in una famiglia che aveva partecipato attivamente ai moti risorgimentali, lottando al fianco dei Mille per la liberazione della Sicilia, ma egli manifestò le proprie aspre critiche soprattutto nel romanzo “I vecchi e i giovani”, dove sono a confronto la vecchia generazione, quella protagonista dell’Unità, e la nuova, quella che vive sulle proprie spalle i fatti del 1860. È un’opera il cui fulcro è l’eredità lasciata ai giovani, ma non i giovani del tempo, bensì quelli che sarebbero continuati a nascere nei decenni successivi. Donna Caterina, nel romanzo, afferma:

“Qua c’è la fame, caro signore, nelle campagne e nelle zolfare; i latifondi, la tirannia feudale dei cosìddetti cappelli, le tasse comunali che succhiano l’ultimo sangue a gente che non ha neanche da comperarsi il pane“.

Eccoli qui, ma non solo essi, gli ottomila telai di cui parla Andrea Camilleri. È quella che Pirandello chiama “bancarotta del patriottismo”, l’inganno e il fallimento del Risorgimento, l’amara consapevolezza che dietro i Mille vi era ben altro disegno, ben altri burattinai che della Sicilia e, del resto, di tutto il Mezzogiorno, non se ne curavano se non come territorio attraverso cui accrescere la propria posizione, il proprio potere, la propria ricchezza. La critica di Giovanni Verga si dispiega invece nel cosiddetto “Ideale dell’ostrica”, secondo il quale è impossibile migliorare la condizione nella quale si è nati, una sorta di cu nasci tunnu un po muriri quatratu, nonostante tutti gli sforzi che possano essere fatti: Mastro Gesualdo non diverrà mai Don Gesualdo, al massimo Mastro Don Gesualdo, e la famiglia di Padron ‘Ntoni, appena cercherà di ampliare la propria “attività” perderà la barca – migliorare non si può, si può solo fare peggio, dunque è meglio restare, come un’ostrica, attaccati al proprio scoglio. I lavori di Verga sono tutti incentrati sulla condizione delle classi più povere e disagiate, implacabilmente sfruttate e impossibilitate a raggiungere non solo il benessere, ma neanche una condizione leggermente migliore rispetto a quella di partenza. In maniera un po’ velata, certo, ma evidente a chi vuole andare oltre il racconto e contestualizzare l’opera di uno scrittore, capire le basi sulle quali è stata scritta, sono presenti la sfiducia e la delusione verso qualcosa che sembrava oro, ma era un’illusione, un miraggio, un inganno: era l’oro dei pazzi.

http://www.vesuviolive.it/ultime-notizie/politica/48665-camilleri-pirandello-verga-marciume-dellunita-ditalia/

 

 

 

 

La Sicilia insegnerà ancora una volta come si libera un paese dagli oppressori,con la potente volontà di un popolo unito”. Il giorno dopo lo sbarco si unirono ai Mille le squadre capeggiate dai fratelli Santanna da Alcamo e quella di Monte san Giuliano, il contingente si mise in marcia, quindi alla volta di Palermo.

 

 

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