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La Storia della Sicilia borbonica iniziò nel
1734, allorché Carlo di
Borbone, mosse alla conquista
delle Due Sicilie sottraendole alla dominazione austriaca. Tale periodo storico
si concluse nel luglio 1860, quando, in seguito alla spedizione dei Mille, si
ebbe il ritiro delle truppe borboniche e l'instaurazione del governo
dittatoriale di Giuseppe Garibaldi, che portò alla successiva annessione
dell'isola al costituendo Regno d'Italia.

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Nel 1734 (Re di Napoli e Sicilia dal 1734 al
1759), Carlo di Borbone, figlio di Filippo V di Spagna ed Elisabetta Farnese,
conquistò le Corone di Napoli e Sicilia, restaurando a tutti gli effetti un
regno unito e sovrano. Dopo due secoli di dipendenza politica, il “Reame”
divenne di nuovo una nazione libera sotto la dinastia dei Borbone di Napoli e
Sicilia.
Successori di Carlo di Borbone furono:
Ferdinando IV (1759-1825), dal 1814 Ferdinando I delle Due Sicilie; Francesco I
(1825-1830), Ferdinando II (1830-1859), Francesco II, che nel 1860 perse il
Regno, conquistato dal Vittorio Emanuele II di Savoia. Con tale conquista, il
Regno delle Due Sicilie smette di esistere in quanto regno sovrano e
indipendente.
Una dominazione, quella borbonica, che durerà
fino al 1848. La riforma amministrativa
borbonica del 1817 istituì
in Sicilia sette province sostanzialmente paritarie tra loro. La gerarchia tra
le città siciliane fu ridefinita, e alterati i termini dell'antica rivalità tra
Palermo e Messina. Catania si ritrovò capoluogo di un vasto territorio, sede di
tribunali, dell'intendenza provinciale, di vari uffici amministrativi.
La popolazione, che in quel momento era scesa
a 40 mila abitanti, risalì a 52 mila nel 1834, iniziando una straordinaria
galoppata secolare: 68.810 abitanti nel 1861, 90 mila nel 1880, 150 mila nel
1900, 230 mila nel 1931, fino agli attuali 363 mila. Ragione primaria di questa
crescita continua, che non ha riscontri nell'Isola, è lo scambio tra la campagna
(e i centri minori) e il centro urbano. Questo si pone sempre più come polo
d'attrazione per i commerci, le industrie, i consumi, e infine - specialmente
nel nostro secolo - per il terziario.
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La Porta Ferdinandea
può essere portata come esempio di
quello stile costruito attraverso effetti scultorei, lampi vibranti di
luci ed ombre, contrasti di colore e, insieme, di materie differenti
combinati in ordinate alchimie ottiche di grande potenza emotiva. Al
gioco strutturale e materico si somma quello psicologico e simbolico
legato, da sempre, all’idea della "porta" (qui più precisamente di un
arco trionfale) che vive di vita propria, slegata da un argine, un muro
divisorio o un confine. Questo monumento fu realizzato, su disegni di
Stefano Ittar, nel 1768 allo scopo di celebrare degnamente il matrimonio
di Ferdinando IV di Borbone con Carolina d’Austria. In alto, sul
fastigio dove ora è un orologio, era un grande medaglione con i ritratti
dei due sovrani; in odio ai Borbone parte dell’iscrizione dedicatoria
venne barbaramente cancellata. Con la fine della dominazione borbonica
mutò anche il nome della porta, da Ferdinandea a Garibaldi, ma i
Catanesi la riconoscono come il "Furtino", per una erronea associazione
con il fortino del duca di Ligne di cui esiste una porta nelle vicinanze
di via Sacchero, all’interno dello stesso quartiere. Ponendosi di fronte
all’arco e guardando verso la via Garibaldi si scorge, lontana ed
armoniosa, la cattedrale dedicata a S. Agata; la porta, quindi, chiude
un discorso architettonico cominciato in piazza Duomo) da cui parte la
via Garibaldi che incastona la gemma quadrata della piazza Mazzini per
gettarsi, dopo un lungo percorso rettilineo, nel traffico) e
nell’anonimato della città moderna. |
Nella prima metà del secolo, la principale
attività industriale catanese è il settore tessile. Tessitori e artigiani -
insieme ai pescatori e alla gente che vive del porto - formano il nerbo del
proletariato; c'è però, accanto a questi, anche una plebe di lavoratori
marginali, di diseredati, di servitori o manovali generici, caratterizzata dalla
mancanza di cultura e di interessi tecnici, che si affolla nel vecchio quartiere
della Civita e dell'Idria; ma meno tumultuosa e conscia della propria forza che
non in città come Palermo.Sono invece gli artigiani da un lato, e dall'altro i
borghesi dagli interessi prevalentemente mercantili, a dare il tono agli strati
popolari.
Lo si vedrà più avanti nel secolo, con la
formazione delle società operaie, e poi del Fascio dei lavoratori.
E' ancora
l'agricoltura che forma la ricchezza di
Catania, sia nel senso di famiglie
provinciali agiate o nobili che si trasferiscono in città, sia per la
partecipazione di cittadini ad investimenti terrieri. La città si costruisce
così il ruolo di mercato, di centro di distribuzione, e di polo culturale:
teatri, gabinetti di lettura, l'Università e le
accademie come quella Gioenia,
periodici culturali e politici, come Lo
Stesicoro del 1835-36. Ma per tutto ciò essa deve ancora competere con altri
centri, con Acireale in primo luogo. Prima dell'Unità, la città è pur sempre
relativamente povera di alberghi, di strade lastricate, di locali pubblici.
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LE STATUE DEI RE BORBONI
DECAPITATE DAI GARIBALDINI
Ferdinando di Borbone come Darth
Fener. Per qualche ora somigliava più all’eroe di Guerre Stellari
che all’ex monarca del Regno delle due Sicilie la statua di via
Dusmet, un’opera in marmo alta più di tre metri tra gli archi della
marina e il palazzo Biscari. Agghindata non si sa da chi con due
luci: una al posto della testa – che da sempre nella memoria dei
catanesi manca alla statua – e l’altra sulla mano, monca
dell’oggetto che in origine reggeva. Quasi un’installazione
artistica, più ricercata degli scherzi che negli scorsi anni sono
toccati a re Ferdinando. L’ultimo, in ordine di tempo, nel periodo
dei mondiali di calcio: un pallone al posto del capo e una bandiera
dell’Unione europea alla mano. Rivisitazioni che forse non sarebbero
troppo piaciute ad Antonio Calì, autore dell’opera, che per il suo
lavoro si è ispirato al maestro Antonio Canova.
Eppure la statua senza testa,
com’è nota tra i cittadini, è tanto che sopporta. In più di un
secolo di cose strane ne ha viste parecchie. Calì, il suo creatore,
si era fatto le ossa completando un altro monumento borbonico, a
Napoli, lasciato incompiuto dal Canova. Subito dopo si è messo al
lavoro, creando per Catania altre tre opere dello stesso tipo
dedicate a Ferdinando I e II: di una di queste, però, si ha traccia
soltanto nei racconti dell’epoca. La statua di via Dusmet dal 1853
troneggia davanti al palazzo Biscari. Nel 1860 viene disturbata per
la prima volta dai garibaldini che, in preda al sentimento
antiborbonico, le tagliano la testa. Dopo un soggiorno nei magazzini
municipali, viene riportata nella sua aiuola di via Dusmet nel 1964:
sempre senza testa, mai ritrovata. E così, acefala da sempre, i
catanesi ne hanno memoria. Nel frattempo, però, a mancare è anche
l’oggetto che Ferdinando II teneva in mano: uno scettro secondo
alcuni, un diploma secondo altri.
Come se perdere il capo non le
fosse bastato, alla statua verrà anche tolta la sua identità: la
targa posta dal Comune di Catania indicherà raffigurato Francesco I
di Borbone. Un errore grossolano, secondo gli esperti. Per evitarlo
sarebbe bastato vedere l’opera gemella che si trova a Messina. Oggi
la memoria del monarca è affidata alla fantasia dei catanesi.
http://ctzen.it/2012/08/21/via-dusmet-illuminata-statua-senza-testa-decapitazione-garibaldina-addobbi-catanesi/

FERDINANDO I
- La statua di marmo, alta più di tre metri mostra il re borbonico
in abiti di corte con un ampio mantello rifinito sul retro da
fiordalisi(abito cerimoniale di Gran Maestro dell'Ordine di San
Gennaro). Nella mano destra porta un oggetto spezzato, in origine
uno scettro. Nel 1860 le truppe garibaldine invasero l'isola e
seguirono l'abbattimento e la decapitazione della statua del
sovrano, reazione di fanatismo antiborbonico legata agli eventi
rivoluzionari.La testa non fu mai più trovata, mentre la statua
acefala fu conservata per un secolo nel magazzini municipali e
ricollocata di fronte alla facciata est di Palazzo Biscari nel 1964.
La statua avrebbe dovuto farsi nel 1819 ma il sovrano, che aveva
promosso Catania ad Intendenza, rifiutò la proposta dal decurionato
catanese a causa del periodo economico sfavorevole (il regno delle
Due Sicilie aveva subito l'invasione napoleonica)
La statua fu eretta solamente il 12 gennaio 1853, e posta
originariamente nel Largo San Francesco, nel centro storico di
Catania.
FRANCESCO I
- L'altezza della
statua è di palmi 11 e mezzo, più di 3 metri.Originariamente si
trovava in Piazza Università e fu innalzata il 14 aprile 1833.
Ecco una descrizione dell'epoca, fatta da Lionardo Vigo sulla
statua, attualmente posta all'interno dei giardini di Villa Bellini:
"...vestir semplicissimo antico, nude braccia, gambe, ginocchio,
testa, coverto il dorso di pallio, che un' armilla ferma sul destro
omero, il petto di corazza merlata, di cui sotto una tonicella mezzo
gli vela le cosce, e i piedi di coturno.."
Ed ancora:
"...il protendere la [mano] destra allungandola distesa con
liberale atto, l'appoggiare il manco braccio, con cui impugna lo
scettro, sopra un' erma di Pallade sorgente a lui di costa, tenendo
immota la mancina gamba..."
"...L'armatura, che veste il monarca, è lavorata con massima
perfezione: ma perché sulla corazza scolpire due ippogrifi invece
dell' aquila siciliana?Se il Cali fosse stato guidato da sperti
uomini, ne' 15 merli della corazza posto avrebbe simboli
leggiadrissimi e di storica significanza..."
FERDINANDO II
- Posta in origine a
Piazza Stesicoro, nel punto esatto dove oggi sorge il monumento a
Vincenzo Bellini, fu eretta nell'ottobre 1842, il re è sempre
rappresentato in abiti classici ed appoggia la mano sinistra sulla
poppa di una nave, a ricordo della costruzione del molo di Catania
(1837) avvenuto per regio assenso. La mano destra oggi spezzata, in
origine impugnava lo scettro, il progetto prevedeva un altezza di
palmi 12.
Davide Cristaldi e Claudia
Campese
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La significativa espansione demografica (nel
1798 essa conta già 45 mila abitanti), la concentrazione di importanti attività
economiche soprattutto nel settore tessile (seta), e il
controllo
della campagna circostante fanno del Settecento il periodo in cui Catania supera
definitivamente altri centri rilevanti del suo hinterland: Acireale, Paternò,
Lentini, Caltagirone.
Dopo il 1770, tuttavia, l'attività edilizia
rallenta di molto; incompiuto resta il monumentale edificio dei Benedettini. In
parte ciò è dovuto al concludersi delle fabbriche intraprese; ma incidono anche
la crisi agraria e le difficoltà del commercio internazionale. Il 1764 ha visto
la città devastata, col resto dell'isola, da una terribile carestia. I privilegi
che consentono alla nobiltà di controllare produzione ed esportazione di grano
tendono a rafforzare le posizioni dell'aristocrazia, e a stabilizzare l'economia
del latifondo. Questo, per Catania, significa soprattutto il maggiorato potere
di chi, come i principi di Biscari,
domina la Piana. Si apre, come per il resto della Sicilia, una questione
feudale, che esplode per le riforme tentate sotto il viceregno di Tanucci e, dal
1781, di Caracciolo.
Gli anni delle guerre napoleoniche nel
Mediterraneo sono per la Sicilia gli anni della occupazione inglese e della
trasformazione costituzionale con la fine giuridica del feudalesimo.
La città di Catania non sembra riuscire ad
agganciare la congiuntura commerciale positiva che nel suo stesso territorio
permette invece all'area del vigneto, tra Mascali ed Acireale, di accumulare
ingenti ricchezze trafficando i vini etnei con l'esercito britannico. Nonostante
gli sforzi compiuti già da prima del terremoto non è riuscita a superare gli
ostacoli tecnici per la costruzione di un porto.
Nel 1798 e 1799 Catania è scossa da rivolte
popolari per il pane. Si profila la crescita di uno strato popolare ribelle,
anche se ciò non dà luogo ad alcun movimento rivoluzionario sul modello
francese; ché anzi nel 1799, a Caltagirone, ha luogo un massacro dei giacobini,
esemplare anche se di non chiara interpretazione. La cultura cittadina
percepisce questo disagio e se ne fa interprete, in figure come l'irregolare
poeta-filosofo Domenico Tempio o nella fitta schiera di filogiacobini cresciuti
alla scuola del De Cosmi: Giovanni Nepomuceno Gambino che dovette fuggire in
Svizzera dove fu vicino a Filippo Buonarroti; Francesco ed Emanuele Rossi,
Vincenzo e Carlo Gagliani, Giuseppe Rizzari. Da questi gruppi escono i deputati
catanesi al Parlamento siciliano, i quali, tra il 1810 e il 1815, si schierano
con l'ala più radicale.
I moti del 1837
Nella
prima metà dell’Ottocento, Catania fu protagonista in ciascuna delle
sollevazioni contro il giovane Regno delle Due Sicilie, nato n el 1816 e sempre,
forse oltre i suoi veri demeriti, inviso ai siciliani Al suo primo sovrano
Ferdinando, si imputava, infatti, di aver abolito la Costituzione “inglese” del
1812 e quella spagnola del 1820. A smorzare la loro tenace animosità non valse
certo l’opera del successore Ferdinando II, incoronato nel 1830 che accentrò a
Napoli il governo del regno in spregio alle secolari autonomie garantite in
passato all’ isola .
Per
conseguenza, al giungere del colera, proveniente dal continente, nell’estate del
1837 era radicato in ogni strato della popolazione il convincimento che si
volesse stroncare la latente ribellione della Sicilia con una micidiale
pestilenza. L’aggravarsi dell’epidemia a Catania costrinse il 15 giugno la
Giunta Sanitaria Provinciale, convocata dall’Intendente principe Alvaro Paternò
di Manganelli, a disporre la chiusura preventiva dei pozzi di Battiati ed il
Pozzo Molino. L’ignoranza ed il pregiudizio fecero ravvisare proprio in questa
misura
di profilassi una conferma alla diceria di una volontaria contaminazione delle
fonti d’acqua.
Condussero il malcontento popolare - espresso dal verso “veni lu mali veni
ccu malizia Diu ppi Manu di l’omu fa giustizia” – ad esiti rivoluzionari
taluni borghesi esponenti delle professioni come Salvatore Barbagallo Pittà,
trentaseienne fondatore del giornale letterario “Lo Stesicoro”, Gaetano
Mazzaglia, Giuseppe Caudullo Guarrera, Giacinto Gulli Pannetti, Giovanbattista
Pensabene, Giuseppe Caudullo Amore, Angelo Sgroi, Sebastiano Sciuto, Al
movimento aderirono alcuni rappresentanti dell’aristocrazia come l’influente
marchese Antonino Paternò Castello di San Giuliano, cui venne affidata la guida
della neocostituita Giunta di Pubblica Sicurezza. Il suo segretario, lo stesso
Barbagallo Pittà, impose, il 29 luglio, al colonnello Santanello, comandante la
guarnigione alloggiata nel Castello Ursino, di liberare i detenuti e consegnare
le armi. Alle 14 ,00 del 1 agosto, il nuovo Governo Provvisorio, issando la
bandiera gialla della Sicilia libera sulla Cattedrale, giurò fedeltà al grido di
“Viva Sant’Agata e viva l’Indipendenza!”...
L’imminente arrivo dell’alter ego Marchese Francesco
Saverio Del Carretto - inviato da Ferdinando II con quattromila uomini per
ristabilire l’autorità regia - pose fine a tale apparente unione d’intenti:
il marchese di San Giuliano ed il principe di Reburdone volsero infatti le
spalle all’esperienza rivoluzionaria facendone
arrestare, la sera del 2 agosto i capi a Piazza Stesicorea. e liberando dal
‘ricovero forzato’ nella villa Carcaci, l’ Intendente , che potè accogliere Del
Carretto e le sue truppe, entrate in città il 5 agosto.
Grazie al tempestivo “voltafaccia” i nobili compromessi
nella insurrezione, non vennero incriminati dalla Commissione Militare insediata
il 20 agosto 1837. Il collegio, dopo un sommario processo svoltosi al Convitto
Cutelli (ove una lapide lo rievoca), condannò alla fucilazione Salvatore
Barbagallo Pittà, Gaetano Mazzaglia, Giuseppe Caudullo Guarrera, Giacinto Gulli
Pennetti, Giovanbattista Pensabene, Giuseppe Caudullo Amore, Angelo Sgroi,
Sebastiano Sciuto. irrogando, altresì ergastoli e pene detentive minori.
Le esecuzioni avvennero tra il 9 ed il 17 settembre al Piano della Statua, poi
chiamato Piazza dei Martiri. In questo luogo,
centenario della rivolta, commemorato nel 1937, venne apposta una lapide per
ricordarne il sacrificio.
I falliti
tentativi insurrezionali - facendo revocare a Ferdinando II le limitate
concessioni fatte ai siciliani - ne accrescevano lo spirito di rivalsa,
culminato il 12 gennaio 1848, nel moto rivoluzionario - preparato dai comitati
segreti attivi a Palermo, Messina e Catania sin dall’anno precedente - che
costrinse le guarnigioni e funzionari borbonici a reimbarcarsi per Napoli,
riducendosi al possesso della sola cittadella di Messina.
http://www.comune.catania.it/informazioni/news/cultura/musei/archivio-storico/allegati/scheda_mostra__catania_insorge!.pdf
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LA STORIA DEI
MARTIRI FUCILATI A PALAZZO REBURDONE.
Si
immolarono per la Patria, o, se vogliamo, per quella voglia
Autonomia alla quale i siciliani hanno sempre aspirato. Il pensiero
corre inevitabilmente verso la storia. I fatti a cui ci riferiamo,
riguardano una delle pagine più nere, cruente e controverse ch
storia patria ricordi. L’arresto e la fucilazione degli otto
patrioti catanesi colpevoli di aver proclamato, nell’agosto del
1837, l’indipendenza della Sicilia dai Borbone.
Una storia di tradimenti e controtradimenti,
maturata in pochi mesi: da giugno al settembre del 1837. Alla fine,
gli otto martiri pagarono con la loro vita un desiderio di
autonomia.
Le fucilazioni vennero eseguite in due diversi
momenti sotto la facciata est del Palazzo Reburdone: L’8 e il 16
settembre del 1837, come ricorda la lapide fatta apporre in epoca
post-unitaria nel luogo dell’eccidio libertà che era stato condiviso
e appoggiato da altri; gli stessi che alla fine, per timore, o per
bieco opportunismo, si tirarono clamorosamente indietro. Nel corso
di questi eventi rivoluzionari,
I nobili catanesi ebbero un ruolo di
primissimo piano e, purtroppo, in questo caso, per niente positivo.
Negli anni dei primi fermenti risorgimentali, anche a Catania si
andava
diffondendo la carboneria. Nel 1812 era stato concesso ai Siciliani
di godere di un proprio Parlamento, ma fu un’esperienza di breve
durata. Esponenti della borghesia e nobili, cominciarono così a
riunirsi.
In particolare, il nobile Salvatore Tornabene
nel suo palazzo di via Ogninella, raccolse un gruppo di giovani e
professionisti che a vario titolo risultavano inseriti nel tessuto
produttivo della città. Frequentarono la casa del Tornabene, tra gli
altri: Diego Fernandez, Giovan Battista Pensabene, Salvatore
Barbagallo Pittà, Giacinto Gulli
Pennetti, Gabriello Carnazza, Giuseppe
Caudullo Guarrera. Ogni pretesto risultò buono perché un semplice
fermento si trasformasse in rivoluzione. L’occasione giusta capitò
allorquando a Palermo scoppiarono i primi casi di colera. Si sparse
la voce che erano stati agenti borbonici a infettare volutamente la
popolazione.

Le fucilazioni vennero eseguite
in due diversi momenti sotto la facciata est del Palazzo Reburdone:
L’8 e il 16 settembre del 1837, come ricorda la lapide fatta apporre
in epoca post-unitaria nel luogo dell’eccidio
rittura, dopo un pubblico manifesto accusatorio firmato del barone
Pancali, alcuni soldati borbonici vennero barbaramente trucidati dal
popolo, “perché - si disse - colti sul fatto”. A nulla valse la
istituzione della commissione di vigilanza sanitaria proposta
dall’istrionico Intendente della Provincia, principe di Manganelli.
Di questo organismo, fecero parte anche il
procuratore generale della Gran corte civile Paolo Cumbo, il
marchese di Sangiuliano, Diego Fernandez, Gabriello Carnazza e
Salvatore Tornabene. Fu l’Intendente in persona a volere inserire
anche esponenti civili, e ciò allo scopo di far tacere chi aveva già
avviato la caccia all’untore. Bastò la notizia, poi rivelatasi
falsa, dell’insurrezione di Messina, per innescare la rivolta
(questa volta vera) a Catania. La notte del 29 luglio il marchese di
Sangiuliano seguito da un nutrito gruppo di uomini, al bagliore
delle fiaccole e delle luminarie accese in ogni angolo delle
strade,si recò dal comandate borbonico Santaniello per chiedere la
consegna della guarnigione. Lo stesso capo militare venne rinchiuso
all’interno del castello Ursino. L’ira popolare si sfogò abbattendo
gli stemmi reali dei pubblici edifici e la statua di Francesco I
ubicata a piazza
degli studi (Odierna piazza dell’Università).
Compiuta la prima fase senza eccessivo
spargimento di sangue, venne rapidamente costituita una Giunta della
quale, oltre a esponenti della nobiltà, fecero parte i liberali più
oltranzisti.
I rivoltosi tentarono di sollevare anche i
comuni vicini, ma la risposta fu alquanto tiepida. Acireale che
vantava la massima lealtà alla Dinastia, oppose dura resistenza.
Per quanto la situazione fosse ormai sotto
controllo dei rivoltosi, nell’aria cominciarono a serpeggiare strani
timori. Il primo fu la temuta reazione da parte del sovrano.
Ferdinando II seguì con la attenzione
l’evolversi della situazione in Sicilia. Poi ci fu da considerare
l’enigmatico atteggiamento della nobiltà che se da un lato aveva
appoggiato le operazioni d’attacco, dall’altro si mostrò esitante
rispetto al totale compimento del progetto rivoluzionario.
Un filo conduttore sembrò legare le due
questioni, e la risposta non tardò a venire. L’annunzio che il
ministro generale della polizia borbonica Del Carretto stava per
sal pare da Napoli alla volta di Palermo con un nutrito contingente
di uomini, gettò il popolo nel panico. Il principe di Reburdone,
d’accordo col Manganelli, il marchese di Sangiuliano e altri
membri della giunta provvisoria,
improvvisamente cambiarono rotta; scesero nuovamente in piazza:
questa volta i bersagli furono gli stessi liberali coi quali, appena
pochi giorni prima avevano combattuto fianco a fianco contro
l’oppressore. Si trattò di un tradimento vero e proprio, che si
trascinò dietro la folla di tutti quei cittadini che non avevano mai
visto di buon occhio la rivoluzione.
I ribelli più oltranzisti vennero ammanettati,
torturati e incarcerati. Più tardi, sarebbero stati consegnati alle
autorità borboniche nel frattempo riinsediati d’imperio dal Dal
Carretto. Il capo della polizia scese da
Palermo a Catania senza sparare un colpo, accolto quasi come un
“liberatore”. In poco meno di un mese fu imbastito il processo ai
rivoltosi che si celebrò nel Reale Collegio Cutelli. Il verdetto fu
terribile: Il letterato e noto giornalista Salvatore Barbagallo
Pittà, l’avvocato Gaetano Mazzaglia, Giovan Battista, Pensabene,
Giacinto Gulli Pennetti, Giuseppe Caudullo Amore, e i commercianti
Giuseppe Caudullo Guerrera, Angelo Sgroi e Sebastiano Sciuto,
vennero condannati alla fucilazione. Per molti altri le pene
variarono a diversi decenni di carcere duro. Pochissime le
assoluzioni. Alcuni rivoltosi, tra cui il Fernandenz, per salvarsi
la vita, furono costretti all’esilio.
Santo Privitera
(www.provinciadicatana.it) |
I
moti del 1848
Nel
luglio del 1848, venne offerta al Duca di Genova la Corona di Sicilia, In quel
grave momento politico e militare i Savoia non poterono accettarla,.lasciando i
Siciliani isolati nell’affrontare il ritorno in forze dei Borboni.
Il 7
settembre 1848 un corpo di spedizione, comandato del generale Antonio
Filangieri, principe di Satriano ed appoggiato da una cospicua flotta, sbarcava
a Messina espugnandola. Aveva così inizio la sfortunata battaglia di Sicilia che
terminerà nella indomita resistenza di Catania il 6 Aprile 1849.
Alcune
lettere - inviate dal padre dello scrittore Giovanni Verga, fra le quali:
“…Qui ieri giunse la posta di Palermo, ad un mio amico scrissero ... notizia
certa, che Ferdinando ha preparato una spedizione … in quarantamila uomini, …
contemporaneamente intende attaccare Palermo, a Catania, “ .
La città, nei mesi successivi, fece del suo meglio per
prepararsi all’inevitabile scontro, l’avventuriero polacco
Mierolawski nominato
Generalissimo passò in rivista alla Porta di Aci, acclamato dal popolo, le
truppe del presidio. Erano, però, in tutto disponibili per la difesa 4.789
uomini con nove pezzi d’artiglieria e 150 cavalli contro 14.000 napoletani, 40
cannoni ed una squadra navale. Tale disparità fu aggravata dalle poco assennate
disposizioni del Mierolawski che divise le forze. Tale linea di avvicinamento -
lasciata, colpevolmente, sguarnita dal Mierolawski – permetteva ai Borbonici di
impiegare, da posizione dominante, l’ottima artiglieria a loro disposizione,
sorprendendo, peraltro, i difensori che si attendevano un attacco dal mare,
tanti da collocare diverse batterie, poste nel forte Palermo, nel bastione di S.
Agata, e nei forti di S. Salvatore, e di Messina, posti tre le scogliere
dell’Armisi e le Sciare del Principe.
Il 6
aprile, mentre la flotta nemica compiva un’azione diversiva dinanzi Catania, le
truppe regie occupavano, dalla parte opposta, Aci S. Antonio, Mierolawski ordinò
allora, alle scarse forze dislocate alla Barriera del Bosco di affrontare i
napoletani. Via via i siciliani dovettero, però, retrocedere abbandonando
Tremestieri, Trappeto, S. Agata Li Battiati, Barriera del Bosco. I regi
giunsero, infine, alle barricate del Tondo Gioeni e le sbaragliarono. Alla loro
avanzata si apriva, quindi, Via Etnea e le altre strade che – essendo
larghe..dritte e tagliate ad angolo retto - mal si prestavano alla difesa,
mancando opere fortificate permanenti dal lato di terra.
Dapprima,
i napoletani, poco contrastati, giunsero sino alla Porta di Aci dove
incontrarono, l’imprevista ed accanita resistenza dei volontari che, trascinati
del comandante la Guardia nazionale Agatino Paternò Castello e del Principe di
Campofranco, poi caduto, li ricacciarono oltre Piazza Borgo. Anche i battaglioni
svizzeri del 3° Reggimento, riserva impiegata dal Filangeri dovettero cedere il
terreno che avevano riconquistato ritirandosi, prima alla Porta
d’Aci,
poi incalzati dalle truppe del Colonnello D’Antoni, sino al “rinazzo” (ove sorge
l’attuale via Umberto).
Alle le 6,30 dopo 9 ore di strenuo combattimento, gli
insorti avrebbero potuto ottenere l’insperata vittoria con un ultimo e deciso
attacco, cui i borbonici nell’oscurità, non avrebbero potuto resistere, ma il
Colonnello Ascenso, forte di quattromila
uomini, scorgendo gli incendi su Catania non prosegui oltre, reputando inutile
farsi massacrare in una battaglia già perduta; se avesse proseguito la marcia,
avrebbe incontrato un solo battaglione nemico al Tondo Gioeni, battuto il quale,
avrebbe potuto sorprendere alle spalle le rimanenti truppe borboniche che
avanzavano lentamente per Via Etnea, cosparsa di cadaveri e sinistramente
illuminata dai roghi, bloccandole tra due fuochi.
Le forze
borboniche - soverchiando i siciliani ormai stremati e privi di munizioni -
conquistarono l’ultima barricata dinanzi Piazza Duomo. Qui avvenne l’epilogo: un
gruppetto di irriducibili - appartenenti al 5° battaglione e travestiti con
uniformi borboniche - attaccò gli svizzeri all’arma bianca decimandoli prima di
essere uccisi o costretti alla fuga. Ottenuta la sanguinosa vittoria, i
mercenari commisero ogni eccesso: chiese e conventi furono depredati ed
incendiati, stessa sorte tocco all’Archivio Notarile, al Municipio ed alla
Cancelleria della Gran Corte Civile nel Palazzo Tezzano, nemmeno il Museo
Biscari sfuggi al saccheggio. Lo scempio del Palazzo Universitario, in procinto
anch’esso di bruciare con la sua ricchissima biblioteca, fu impedito da Andreana
Sardo, nipote del Bibliotecario Generale, che, facendosi largo in mezzo alla
devastazione della battaglia, implorò coraggiosamente il generale borbonico
Nunziante, di risparmiare l’edificio “ornamento e splendore di Catania”, i danni
recati ai volumi custoditi furono comunque ingenti giacchè i soldati borbonici
se ne erano serviti per erigere barricate.
Il
martirio della città ebbe un riconoscimento postumo, allorchè, con Regio Decreto
n° 187 del 22 maggio 1898 Re Umberto I, insigni Catania della medaglia d’oro al
Valor Militare “per commemorare la azioni eroiche compiute dalla cittadinanza
catanese nei gloriosi fatti del 1848”.
http://www.comune.catania.it/informazioni/news/cultura/musei/archivio-storico/allegati/scheda_mostra__catania_insorge!.pdf
APRILE
1849 LA BATTAGLIA DI CATANIA CONTRO IL REGGIMENTO SVIZZERO "BERNA" A CULMINE
DELLA RIVOLTA DEL 1848
Catania si apprestava alla difesa, in vista di un imminente attacco delle forze
borboniche, che da un momento all’altro avrebbero rotto la tregua. La città, che
disponeva di circa duemila uomini, sia pure male armati, era completamente priva
di mura e non si prestava ad alcuna difesa. Sin da quando ai primi di settembre
del ’48 Messina era caduta, si provvide a rafforzare dalla parte del mare alcune
batterie da costa tra la punta di Larmisi e le sciare del Principe. Si
rafforzarono i forti S. Agata, San Salvatore, che sorgevano lungo il litorale
compreso tra la Plaia e l’odierna stazione centrale. Si costruirono barricate
alla Barriera del Bosco, a Piazza Giorni, alla Badiella, ai Quattro Cantoni. Un
piccolo trinceramento fu creato tra Ognina e Santa Maria la Guardia. Un altro di
maggiore estensione, detto Campo Trincerato, iniziava dalle sciare Curia e
terminava nella collinetta di Santa Chiara, ove sarebbe sorto il Cimitero. Non
mancavano, piazzate sui vari forti, le artiglierie, che si presentavano del
tutto insufficienti.
Il 27 marzo il generale Carlo Filangieri rompeva la tregua; qualche giorno dopo
si dava inizio alle operazioni militari. Il 30 si sferrava una poderosa
offensiva a Scaletta; il 31 si occupava Alì Marina; il 2 aprile Taormina era
espugnata, accanitamente difesa dal maggiore Gentile con soli trecento uomini.
Il 5 aprile, senza colpo ferire, Acireale cadeva in mano borbonica.
Nello stesso giorno, prima di procedere all’avanzata su Catania, il Filangieri
mandò due messi per la resa della città. Il Presidente del Comitato cittadino
Agatino Paternò Castello di Biscari li rimandò indietro esclamando: “ Con i
Borboni non si patteggia “ .
Rifiutata la resa, il Filangieri diede ordine di marciare su Catania. Alle ore 5
antimeridiane del 6 aprile, a Sant’ Agata li Battiati, i Catanesi ingaggiarono
un combattimento, resistendo ad oltranza per alcune ore. Sopraffatti dal numero
e dalla artiglieria, furono costretti a ritirarsi al Largo Gioeni.
In questa zona la difesa era tenuta da scarse truppe; tuttavia si cercò di
resistere e si registrò un successo allorché i Borboni furono costretti ad
indietreggiare. Successivamente le truppe Borboniche ritornarono all’attacco ed
accerchiarono la città dal Largo Gioeni e da Ognina. Sulla barricata eretta al
Largo Gioeni i catanesi, comandati dai colonnelli Lanza e Lucchesi Palli di
Campofranco resistettero valorosamente fino al pomeriggio. Alle quattro del
pomeriggio i Borbonici, sopraffatte le difese della Barriera e del Tondo Gioeni,
penetravano nella via Etnea. Per mezz’ora i cacciatori napoletani furono
arrestati con gravi perdite dinanzi alla barricata di Piazza Borgo, ma anch’essa
venne alfine superata. Appiccando fuoco ad ogni casa i Borbonici proseguirono ad
avanzare per via Etnea. Altra violenta battaglia ebbe luogo in Piazza
Stesicoro,ove i napoletani trovarono un intenso sbarramento di fuoco da parte
della fucileria dei Siciliani asserragliati nei palazzi circostanti. Rinforzi
inviati dal comandante borbonico furono sbaragliati con perdite gravissime.
Proprio in quell’ora giungeva a Mascalucia la colonna Ascenso forte di ben
quattromila uomini. Catania era in fiamme: credendo la battaglia già perduta, i
comandanti siciliani reputarono inutile farsi massacrare. Se invece fossero
scesi sulla città avrebbero trovato un solo battaglione nemico ancora schierato
al Tondo Gioeni come estrema riserva, soverchiato il quale, sarebbero piombati
alle spalle dei reggimenti borbonici che avanzavano lentamente, per metà
decimati, in via Etnea, bloccandoli tra due fuochi e chiudendoli in una trappola
mortale.L’armata borbonica avrebbe trovato in Catania la propria tomba e le
sorti della guerra sarebbero state risolte a favore dei Siciliani. Per
l’indecisione e l’incertezza dei comandanti della colonna, si perdette l’ultima
possibilità di vittoria.
Per oltre un’ora si combatté dinanzi alle due collinette: i granatieri svizzeri
furono decimati dal fuoco di tre cannoni piazzati allo sbocco dell’odierna via
Pacini. Finalmente, soverchiati dal numero dei nemici e dal fuoco delle loro
artiglierie, i Siciliani dovettero ripiegare, solo dopo aver esaurito le
munizioni. Parecchi, disperati, si lanciaro no armati di coltello contro gli
svizzeri che avanzavano metro per metro. Giunti in Piazza Stesicoro, un estremo
contrattacco fu lanciato dai siciliani: una batteria di tre cannoni piazzata
sulla Salita dei Cappuccini, fulminava a bruciapelo i battaglioni svizzeri. Ma,
oppressi dalla preponderanza del nemico, anche i valorosi difensori di Piazza
Stesicoro dovettero cedere.
Era ormai tarda notte, ma i Siciliani non si arrendevano. La resistenza continuò
lungo la via Etnea, sino in piazza Duomo dove cadde l’ultima barricata. In preda
al furore numerosi soldati del famoso battaglione catanese detto Corso,
indossate le divise dei caduti borbonici, si mischiarono alle schiere degli
svizzeri, facendone strage: estremo atto di resistenza, di odio e di ribellione
contro il nemico vincitore! La fucileria nelle strade attorno a Piazza Duomo
proseguì ancora.
Sacerdoti, vecchi, donne e bambini, rifugiati nei sotterranei di un palazzo in
Piazza Borgo furono indistintamente massacrati. I prigionieri siciliani furono
fucilati, dopo crudeli sevizie e torture nell’orto dei Cappuccini, contro tutte
le leggi di guerra. Chiese e conventi saccheggiati, pinacoteche pregevoli
depredate e incendiate, il Museo Biscari, che racchiudeva un tesoro archeologico
di inestimabile valore, saccheggiato vandalicamente, il Tesoro pubblico della
Banca di Catania bottino delle soldatesche.
La mattina del 7 aprile, come confessò lo stesso maggiore svizzero Maag
dell’esercito borbonico, i soldati bernesi non riuscirono ad alzare che a fatica
gli zaini colmi di argento, frutto delle razzie! Il Monte di Pietà ed il
Seminario Vescovile furono saccheggiati, il Municipio, l’Università, l’ Ospedale
civico incendiati; l’Archivio notarile, la Cancelleria della Gran Corte civile
furono bruciati; intere biblioteche distrutte, senza rispetto per i capolavori
antichi e preziosi in esse custoditi: l’intera città fu messa a sacco ed a
fuoco.
Al Fortino, nella stessa giornata, gli insorti, temendo di essere presi alle
spalle, evitarono lo scontro frontale con gli Svizzeri, preferendo disperdersi.
Le stragi e gli incendi continuarono per tre giorni e le corti marziali, le
impiccagioni e le fucilazioni diventarono quotidiano spettacolo popolare.
A Palermo, noti gli avvenimenti catanesi, invano si cercò di rinnovare la
resistenza del 12 gennaio 1848. Il Governo provvisorio, presieduto da Ruggero
Settimo, si dimise,lasciando che fosse il Barone Riso a condurre le trattative
della resa; Il 15 Maggio 1849 Filangieri, che si era macchiato delle stragi
fratricide di Messina e Catania entrò in città come un conquistatore grande e
maledetto e da questo momento cessò ogni resistenza da parte dei siciliani,
primo segnale della imminente Restaurazione Borbonica.
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Peppa
'a Cannunera
La rivolta
garibaldina a Catania - L'intervento di Peppa 'a
cannunera salvò l'insurrezione contro i Borbone alla
fine di maggio 1860
(Antonino Blandini)
Maggio 1860: alla notizia che i Mille avanzavano, i
patrioti catanesi, dopo i falliti tentativi dell'8 e 10
aprile, decisero d'insorgere, privi di armi e munizioni,
lasciando la città, presidiata da duemila militari del
gen. Tommaso Clary, per organizzare la rivolta ad Adrano
con i picciotti del col. Giuseppe Poulet. Giorno 24
entrarono a Mascalucia, dove l'avv. Martino Speciale
eresse il tricolore, per puntare poi su Catania in stato
d'assedio, mentre tanti si rifugiavano nei consolati di
Francia e Gran Bretagna, dove si era insediato il
comitato insurrezionale del marchese Domenico Bonaccorsi
Casalotto e del principe Gioacchino Biscari, nonostante
che tremila soldati stavano per abbandonare Girgenti e
Caltanissetta per Catania. Allorché il 29 arrivò la
notizia che Garibaldi era a Palermo, dopo una drammatica
riunione fu deciso di rompere gli indugi. All'alba del
31, mentre le campane e i tricolori annunciavano
l'insurrezione, una squadra di giovani al grido di
"unità e libertà" si lanciò contro i regi. Un migliaio
di volontari da Mascalucia raggiunse Porta Aci e Clary
ordinò di bombardare la città da una nave da guerra e
dal Castello Ursino. Le colonne di Poulet urtarono
contro le barricate borboniche erette anche in piazza
Università con i libri della Biblioteca.
A questo punto entra in scena Giuseppina, una coraggiosa
popolana analfabeta originaria di Barcellona Pozzo di
Gotto, della quale sono state tramandate notizie
contraddittorie: nata nel 1826 o nel 1841, figlia
d'ignoti o frutto di avventure amorose di un certo
Antonino Mazzeo, sensale di agrumi, di cognome
Bolognari, Bolognara o Bolognani con riferimento alla
balia da cui fu allevata o ad un certo Giorgio che
l'avrebbe adottata, o anche Calcagno per una certa
Maria, nutrice di trovatelli, alla quale sarebbe stata
affidata dalla Congregazione di carità, già a 12 anni
serva di un oste e aiutante stalliera in un fondaco a
Catania, o vetturina. Si dice che avesse il volto
devastato dal vaiolo e che era legata a un suo compagno
di avventure, il giovanissimo Vanni.
La giovane è passata alla leggenda col nome di Peppa 'a
cannunera per gli atti eroici che le meritarono la
medaglia d'argento al valor militare e una gratifica di
216 ducati. La "Bulignanina" si unì ai rivoltosi e li
aiutò a trasportare un cannone, nascosto dal 6 aprile
1849 in un pozzo di casa Dottore, a issarlo su un carro
e ad installarlo nell'atrio di palazzo Tornabene
all'Ogninella. Aperto all'improvviso il portone, la
donna, accesa la miccia, scaricò una cannonata contro i
napoletani che, colti di sorpresa
tra le vie della Loggetta e Mancini, ripararono dietro
le barricate tra l'Università e il Municipio, lasciando
su via Euplio Reina diversi caduti e un pezzo di
artiglieria, di cui gli insorti non riuscivano ad
impossessarsi per i continui colpi di archibugio, ma che
Peppa riuscì a tirare avvalendosi di un cappio ottenuto
da una robusta fune. Verso mezzogiorno, mentre la
resistenza s'indeboliva per il ritardo dei rinforzi di
Nicola Fabrizi, la cavalleria cercò d'aggirare gli
insorti. Intervenne l'eroina alla testa di un gruppo di
popolani che irruppero in piazza S. Placido da via
Mazza, trascinando il cannone per piazzarlo sul parterre
di palazzo Biscari alla Marina. Due squadroni di
lancieri dal Duomo stavano per sferrare la carica. Gli
insorti lasciarono sola Peppa che, rimasta dietro
l'affusto, beffò la cavalleria, inducendola all'assalto,
spruzzando sulla punta del cannone un po' di polvere cui
diede fuoco, dando l'impressione che il colpo avesse
fatto cilecca.
La
cannoniera sparò al momento giusto decimando il nemico e
mettendosi in salvo. L'epilogo della sanguinosa giornata
fu negativo per i patrioti: Poulet fu ferito e, dopo 7
ore di guerriglia, ordinò la ritirata. Per 3 giorni la
reazione delle soldatesche contro la popolazione fu
terrificante. Dopo l'effimero successo, Clary, saputo
che Garibaldi marciava su Milazzo, lasciò Catania. Le
epiche gesta dell'amazzone risorgimentale furono
riportate anche dai giornali stranieri. Peppa, dopo aver
fatto da vivandiera alla Guardia nazionale, partecipò
anche alla liberazione di Siracusa; nel 1861 o 1876 si
trasferì a Messina dove, in abiti maschili, frequentò
osterie e caserme, giocando a carte, bevendo e fumando.
Caduta nelle mani degli usurai morì tra il 1884 e il
1900.
«Peppa», olio su
tela (1865) di Giuseppe Sciuti distrutto nell´incendio
del municipio di Catania .
La Sicilia,
Domenica 30 Maggio 2010

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I
sanguinosi tentativi risorgimentali per cacciare i Borboni. La spedizione di
Sapri.
fu una impresa tentata da Carlo Pisacane e
da un gruppo ristretto di mazziniani almeno in parte in modo autonomo dal
proprio punto di riferimento. Un contributo finanziario fu offerto dal banchiere
livornese Adriano Lemmi.
Il piano originale, secondo il metodo
insurrezionale mazziniano, prevedeva di accendere un focolaio di rivolta in
Sicilia dove era molto diffuso il malcontento contro i Borbone, e da lì
estenderla a tutto il Mezzogiorno d'Italia. Successivamente invece si pensò più
opportuno partendo dal porto di Genova di sbarcare a Ponza per liberare alcuni
prigionieri politici lì rinchiusi, per rinforzare le file della spedizione e
infine dirigersi a Sapri, che posta al confine tra Campania e Basilicata, era
ritenuta un punto strategico ideale per attendere dei rinforzi e marciare su
Napoli.
Il 4 giugno 1857 Pisacane si riunì con gli
alti capi della guerriglia per stabilire tutti i particolari dell'impresa.
Un primo tentativo fallito si ebbe il 6
giugno: l'avanguardia di Rosolino Pilo perse il carico di armi destinato
all'impresa in una tempesta. Con l'intento di raccogliere armi e consensi
Pisacane si recò a Napoli, travestito da prete. L'esito fu molto deludente ma
Pisacane non si lasciò scoraggiare persistendo nei suoi intenti.

Il 25 giugno 1857 a Genova Pisacane s'imbarcò
con altri ventiquattro sovversivi, tra cui Giovanni Nicotera e Giovan Battista
Falcone, sul piroscafo di linea Cagliari, della Società Rubattino, diretto a
Tunisi. Pilo si occupò nuovamente del trasporto delle armi, e partì il giorno
dopo su alcuni pescherecci. Ma anche questa volta Pilo fallì nel compito
assegnatogli e lasciò Pisacane senza le armi e i rinforzi che gli erano
necessari. Pisacane continuò senza cambiare piani, impadronitosi della nave
durante la notte, con la complicità dei due macchinisti inglesi, si dovette
accontentare delle poche armi che erano imbarcate sul Cagliari.
Il 26 giugno sbarcò a Ponza dove, sventolando
il tricolore, riuscì agevolmente a liberare 323 detenuti, poche decine dei quali
per reati politici per il resto delinquenti comuni, aggregandoli quasi tutti
alla spedizione. Il 28, il Cagliari ripartì carico di detenuti comuni e delle
armi sottratte al presidio borbonico. La sera i congiurati sbarcarono a Sapri,
ma non trovarono ad attenderli quelle masse rivoltose che si attendevano. Anzi
furono affrontati dalle falci dei contadini ai quali le autorità borboniche
avevano per tempo annunziato lo sbarco di una banda di ergostolani evasi
dall'isola di Ponza. Il 1º luglio, a Padula vennero circondati e 25 di loro
furono massacrati dai contadini. Gli altri, per un totale di 150, vennero
catturati e consegnati ai gendarmi.
Pisacane, con Nicotera, Falcone e gli ultimi
superstiti, riuscirono a fuggire a Sanza dove furono ancora aggrediti dalla
popolazione. Perirono in 83.
Pisacane e Falcone si suicidarono con le loro
pistole, mentre quelli scampati all'ira popolare furono poi processati nel
gennaio del 1858. Condannati a morte, furono graziati dal Re, che tramutò la
pena in ergastolo. I due inglesi, per intervento del loro governo, furono
dichiarati fuori causa per "infermità mentale". Nicotera, gravemente ferito, fu
portato in catene a Salerno dove venne processato e condannato a morte. Anche
per lui la pena fu tramutata in ergastolo solo per l'intervento del governo
inglese che guardava con crescente preoccupazione la furia repressiva di
Ferdinando II.
http://it.wikipedia.org/wiki/Spedizione_di_Sapri

Nella città
di Catania rifioriscono i negozi, i mercati, l'industria, il commercio locale e
internazionale. Terminato il molo di Catania, adottato il gas per
l'illuminazione, si discute sulla necessità di realizzare opere di grande
importanza per la città come il Camposanto, la villa pubblica, la Marina, la
Pescheria, le piazze di Mercato.
Dal 1856
inizia un periodo molto importante per l'evoluzione della città, si sistemano le
aree urbane e le strade: è completata la
Passeggiata della Marina,
innalzando la quota della
sede viaria. Nel XIX secolo, si diffonde in tutta Europa il mercato coperto: a
Catania si sente la necessità di trovare una sede chiusa alla Pescheria.
Francesco
Moncada Paterno Castello, nel
Progetto del Patrizio di Catania per la pronta costruzione di
varie opere comunali al Decurionato di essa città
del 1856, manifesta la necessità di
sistemare il sito della Pescheria, che si trovava in un locale contiguo al
Duomo. Propone di togliere le mura (forte S. Agata) e le case di mezzo, per
prolungare la strada che sbocca alla porta dei Canali - tra la casa Pardo/Alessi
(via Pardo), quella di Ninfo (cortile Ninfo-via Gisira) ed Arcidiacono - sino al
largo della Marina. Si poteva in questo modo mettere in comunicazione diretta la
strada Ferdinandea (attuale via Giuseppe Garibaldi) con la Marina (attuale via
Cardinale Dusmet). Il
Progetto per la ricostruzione della strada Etnea di Catania
del 15 maggio 1857,
approvato il 24ottobre 1857, prevedeva la pavimentazione e la formazione dei
canali di scolo della via in questione (via Etnea).
Si
effettua un mercato a piazza S. Filippo (attuale piazza Mazzini) e un altro
ogni lunedì nella piazza Stesicorea (piazza Stesicoro). Nella seconda metà
del XIX secolo, la rinascita del commercio a Catania è parallela alla
necessità di avviare opere pubbliche. Nel 1856 il
Consiglio Edilizio
stabilisce che si
realizzeranno a Catania sei mercati pubblici:
Oggi
Catania ti sembra d'altro aspetto, e nelle strade principali non trovi più
quegli oggetti grasci esposti a vendita che ti mettono a schifo. É un passo
dappiù alla civiltà. Un mercato pubblico per ognuna delle sei sezioni, in
che è divisa la città, è stato stabilito, ed al cominciar dal 1856 il bel
pensiero si è posto in attuazione. Intanto si mondano taluni punti magnifici
dell'interno, e le pubbliche piazze appaiono nella loro nudità; e la di S.
Filippo riprende quella imponenza che tanto si fece ammirare da Mr. Durand
da distinguerla fra le più belle.
- Giornale di
Catania 1856 - Sig. Guerino Menneville
Irene Leonardi - da DOCUMENTI E IMMAGINI
DELLA PESCHERIA DI CATANIA - di N.F. Neri e M.L. Giangrande
Soprintendenza beni culturali e
ambientali di Catania - Regione Siciliana - Assessorato Beni culturali -
2012

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1702;
1727; 1732; 1748; 1752; 1780; 1787:
eruzioni varie.
1793
- Durò dal 1792 all'anno seguente. Le bocche vulcaniche
si aprirono sia dentro che fuori la Valle del Bove e le
lave minacciarono l'abitato di Zafferana Etnea. La lava
fuoriuscì anche dai crateri sommitali dirigendosi verso
Adrano, rimanendo però in alta quota.
1800 - viene
citata da Carlo Gemmellaro, il quale dà solamente la
notizia di una grande esplosione nel cratere centrale;
1809 - In 12
giorni la lava percorse 6 chilometri;
1852
- La colata lavica lambisce l'abitato di Zafferana
Etnea;
1865
- nascita dei monti Sartorius;
1892
- Venne definita "lunga e gravissima" ed è nota per la
formazione, a circa 1800 m di quota, del complesso dei
Monti Silvestri;
1899
- Interessò il cratere centrale. l'osservatorio
astronomico subì gravi danni.
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La rivoluzione del 1860
Nel 1859, i provvedimenti di clemenza adottati da Francesco II,
ultimo Re delle Due Sicilie, per la sua incoronazione non poterono
estinguere il sentimento antiborbonico nutrito della maggior parte
dei catanesi, memori di quanto accaduto nel 1837 e nel 1849. Per
l’occasione circolò, anzi, questa strofetta motteggiatoria:“Cicciu
nasciu, so matri moriu! , Cicciu si maritau so patri cripau, Ora è
Re, viriti cchi ccè” .
Il prof Francesco De Felice, nei suoi ricordi autobiografici
racconta: ”… la gioventù catanese, come quella delle altre città
siciliane, veniva quasi dispersa, parte emigrando, parte confinata …
I pochissimi rimasti in città non erano affatto sicuri …nessuna
notte dormimmo sonni tranquilli, senza che un rumore qualunque dal
di fuori, il passo misurato di una pattuglia non ci avesse fatto
sospettare un arresto…”
Il 30 marzo 1860, durante la rappresentazione dell’Ernani al teatro
Comunale, piovvero in platea nastrini tricolore al grido di Viva
Verdi (acronimo di Vittorio Emanuele Re D’Italia). I popolani - in
fermento per i moti palermitani scoppiati il 4 Aprile e poi falliti
- cantavano: “all’erta tutti ppi lu quattru aprili. Sangu ppi sangu
nni l’avemu a fari! Sta setta impia l’avemu a finire La Sicilia
l’avemu a libbirari”.
Ormai gli avvenimenti incalzavano, il 10 Maggio i vapori Piemonte e
Lombardo sbarcavano un migliaio di volontari a Marsala senza che le
navi borboniche lo impedissero efficacemente, anche per la presenza
delle navi inglesi Argus ed Intrepid Da Marsala, Garibaldi chiamò i
Siciliani all’insurrezione con un celebre proclama: “All’armi
dunque! Chi non impugna un’arma è un codardo o un traditore della
patria … un’arma qualunque ci basta. ..
La notizia della vittoria garibaldina a Calatafimi, avutasi il 17
maggio, provocò tumulti a Misterbianco, Motta, Paternò, Belpasso,
Adrano, Mineo, Regalbuto, Leonforte, Agira, Gli armati,
concentratisi in Mascalucia il 24 maggio, erano comandati dal
colonnello Giuseppe Poulet, disertore dell’esercito regio e ministro
della Guerra nel governo Provvisorio
Siciliano
nel 1849, mentre nel cuore di Catania veniva alzata una barricata
davanti alla casa dell’Intendente.
Non il coraggio difettava, infatti, agli insorti, ma le armi,
ridotte a pochi fucili a pietra focaia e due cannoncini.
Ai due emissari di Poulet: Antonio Caudullo e Agostino Di Stefano,
Garibaldi in persona, accampato il 26 maggio sulle colline di
Marineo, ordinò: ”si faccia una forte dimostrazione, anche se sia un
fatto d’armi e qualunque sia l’esito prevedibile. Io marcio sopra
Palermo”.
La prova di forza avvenne il 31 maggio 1860, quando 500 uomini
penetrarono in città sino alla porta di Aci..
Clary
diede disposizione ai mortai - che erano postati sui torrioni del
Castello Ursino - di bombardare la città, affiancando una nave da
guerra in rada. Nonostante la enorme disparità di forze ed armamenti
i patrioti impegnarono le truppe nemiche per l’intera giornata, tra
le loro file c’era anche una popolana di nome
Giuseppina Bolognani,
nata a Barcellona Pozzo di Gotto nel 1841 e passata alla storia,
grazie ai suoi atti di eroismo, con l’epiteto di “Peppa
a cannunera”. Dapprima, ella
esplose un preciso colpo di un cannone
collocato nell’atrio di palazzo Tornabene a Piazza Ogninella, contro
le barricate dei borbonici che, disorientati, abbandonarono la
posizione ed un pezzo d’artiglieria, prontamente catturato
dall’intrepida popolana, tirandolo a se con un cappio Poco dopo -
mentre trasportava il cannone conquistato per appostarlo sul
terrazzo di Palazzo Biscari, e tirare contro la nave da guerra -
Peppa, fu colta da una squadra di cavalleggeri che intendevano
caricare gli insorti lungo la via Del Corso (oggi
Vittorio.Emanuele). Costoro, vedendo la bocca da fuoco, si misero al
riparo mentre la giovane, sparsa della polvere sulla volata, attese
a piè fermo la carica ed incendio la polvere. I cavalieri, credendo
che il colpo avesse fatto cilecca, si slanciarono al galoppo; la
donna fece, questa volta, realmente fuoco falciando gli attaccanti.
Tale sagacia e sprezzo del pericolo, fruttarono, in seguito, alla
donna, che morirà sessantenne a Messina nel 1900, la medaglia
d’argento al valor militare ed una gratifica di 261 ducati. Le sue
imprese ispirarono al pittore Zafferanese Giuseppe Sciuti un celebre
dipinto che, collocato tra i cimeli appartenenti al museo cittadino
del Risorgimento, andò perduto nell’incendio del Municipio, avvenuto
il 14 Dicembre 1944..
Grazie al valore dimostrato, la battaglia sembrava volgere in favore
degli insorti ed il Poulet, avanzando al centro di piazza Duomo
gridò ai Borbonici ”arrendetevi! siamo fratelli” ma da una finestra
del palazzo universitario partì un colpo che lo ferì alla coscia
destra segnando la rivincita delle truppe di Clary in una battaglia
manifestamente impari che pur era costata loro 180 morti. Poulet
diede, infatti, ordine alle sue truppe di ripiegare a Mascalucia. La
memoria di questa eroica giornata è scolpita entro una lapide
collocata, nel prospetto nord del palazzo degli Elefanti: L’effimera
vittoria del 31 Maggio, per cui i Borbonici avevano persino coniato
una medaglia commemorativa, non dette loro alcun vantaggio. Il 3
giugno, infatti, Clary dovette lasciare Catania con le sue truppe
alla volta di Messina ricevendone l’ordine dalla corte di Napoli che
preferiva abbandonare la Sicilia pur di impedire lo sbarco di
Garibaldi nel continente.
http://www.comune.catania.it/informazioni/news/cultura/musei/archivio-storico/allegati/scheda_mostra__catania_insorge!.pdf

Il 4 giugno a Catania s’inalberava il tricolore e, mentre la Guardia
Nazionale ripristinava l’ordine pubblico, veniva creato un governo
provvisorio che aderì alla dittatura di Garibaldi con la formula
“Italia e Vittorio Emanuele”,
Giorno 13,
Francesco Pucci divenne il primo Patrizio nella Catania
post-borbonica. Il Barone di S.
Giuliano, nato a Palermo, si era distinto difendendo la città nel
1849 ed aveva segretamente incontrato Francesco Crispi, egli morì a
Catania nella sua casa posta in Via Caronda il 6 maggio 1880..
I garibaldini,
comandati da Nino Bixio e Menotti Garibaldi,
entrarono in città il 4 agosto 1860, preceduti dall’avanguardia di
Stefano Turr.. Con grande disappunto dei Catanesi, Garibaldi, in
quei giorni, incalzato dagli avvenimenti. non potè visitare la
città.
Dal 14 Maggio. per evitare che l'isola cadesse nell' anarchia. e
rassicurare i ceti dirigenti, lo stesso Garibaldi, aveva dichiarò la
dittatura in nome di Vittorio Emanuele, nel famoso Decreto di
Salemi, Venne creata, inoltre, una Milizia Nazionale, composta dagli
abili dai 17 ai 50 anni. ed un battaglione degli adolescenti, che
avrebbe raccolto i ragazzi poveri e abbandonati, per istruirli
militarmente, alla direzione di Alberto Mario, un Consiglio di
guerra avrebbe giudicare i reati di militari e civili, il furto,
l’omicidio ed il saccheggio erano puniti con la pena di morte
Ma ben presto le speranze degli umili in un radicale mutamento della
loro condizione furono deluse: l’istituto della leva obbligatoria.,
che sottraeva braccia al lavoro dei campi, e la sostanziale
disapplicazione del decreto di redistribuzione delle terre
scatenarono l'agitazione popolare con tumulti in diversi centri
rurali.
Il più famoso tra essi resta quella di Bronte, teatro, ai primi di
agosto del 1860, di una cruenta sommossa dei coltivatori contro i
grandi proprietari terrieri repressa duramente dal luogotenente di
Garibaldi Nino Bixio con lo stato d’assedio, dichiarato il 6 agosto
“per delitto di lesa umanità” seguito da numerose fucilazioni,
questi fatti ispireranno a Giovanni Verga la novella “Libertà”.
Nel 1862, Garibaldi ritornò in Sicilia insieme
a Nicola Fabrizi,
Giuseppe Cadolini e Salvatore Calvino, che, a Regalbuto, cercarono
di dissuaderlo dall'intraprendere la spedizione verso Roma. In
quella occasione Garibaldi, venne a Catania riscattando i cittadini
della cocente delusione patita due anni prima. La città divenne base
di operazioni e l’eroe dei due mondi arringò la cittadinanza al
grido di “Roma o Morte”
dai balconi del Palazzo dei quattro Canti, all’incrocio tra le Vie
Etnea e Di Sangiuliano, sede del Circolo degli Operai, nella notte
del 18 agosto 1862. L’evento venne ricordato dalla lapide apposta
sulla facciata del fabbricato nel 1883, primo anniversario della
morte dell’Eroe. L’entusiastica adesione della città alla spedizione
fu apprezzata inequivocabilmente, dallo stesso Garibaldi che anni
dopo a Caprera scriveva: “a Catania trovammo vulcano di
patriottismo, denaro , vesti e vettovaglie per la nuda mia gente”
questa frase oggi si può leggere sul piedistallo del monumento a
Garibaldi, inaugurato nel 1921 e posto alla confluenza tra le vie
Etnea e Caronda
http://www.comune.catania.it/informazioni/news/cultura/musei/archivio-storico/allegati/scheda_mostra__catania_insorge!.pdf

L'esercito meridionale.
La campagna garibaldina del 1860
in Sicilia non è la spedizione dei Mille. I partecipanti alla
campagna garibaldina del 1860 in Sicilia non sono solo i Mille.
Le operazioni di organizzazione,
raccolta fondi e arruolamento nell'Italia settentrionale
proseguirono dopo la partenza dei volontari da Quarto e il governo
sardo, presa di Palermo, si fece sempre meno scrupoli nel supportare
le manovre militari per rimpolpare il contingente volontario. La
dicevano lunga sul ruolo del regno sabaudo le divise turchine dei
sottoufficiali sardi che sbarcavano sull'isola, uomini congedati o
disertori, talvolta persino accompagnati dal rullo dei tamburi
reggimentali.
Così Cesare Abba descrisse
l'ingresso a Palermo della brigata di Giacomo Medici: «Medici è
arrivato con un reggimento fatto e vestito. Entrò da Porta Nuova
sotto una pioggia di fiori. Quaranta ufficiali, coll'uniforme
dell'esercito piemontese, formavano la vanguardia» (clicca qui per
leggere La memoria dei garibaldini). Era sbarcato in Sicilia alla
guida di una spedizione di due navi, 2550 uomini, dopo che a
Cagliari si era unito al gruppo di 1200 toscani, saliti a bordo a
Livorno e guidati da Vincenzo Malenchini e da Tito Zucconi.
Diverse imbarcazioni cariche di
rinforzi si avvicendarono nei porti siciliani nell'estate 1860.
Nell'entusiasmo generale erano sorti vari comitati di provvedimento
per i soccorsi alla Sicilia, che avevano come coordinatore a Genova
Agostino Bertani e in pochi mesi riuscirono a raccogliere 6.200.000
lire. La gestione delle risorse venne affidata all'Intendenza
militare garibaldina, in particolare al colonnello Ippolito Nievo,
che gestì l'incarico con tanta cura, da risultare inviso a quanti
avrebbero voluto approfittare dell'eccezionalità del momento per
trarre vantaggi economici personali. I Mille divennero presto
20.000. Il Generale pensava che avrebbero potuto essere molti di
più, 250.000, e che presto avrebbero potuto formare un esercito
meridionale per il proseguimento della spedizione nel continente,
strutturato come un esercito regolare.
Ma la razionalizzazione
dell'apparato militare passò per una pedissequa riproposizione del
modello piemontese, che risultò piuttosto farraginosa. La Segreteria
di Stato della Guerra venne affiancata da uno Stato maggiore
generale dell'Esercito e da Ispezioni generali divise per arma:
artiglieria, cavalleria (sebbene di fatto inesistente nell'esercito
volontario), fanteria.
Il 2 luglio, con il decreto n.
79, l'Esercito siciliano venne ordinato in divisioni, ognuna delle
quali suddivisa in due o tre brigate, a loro volta frazionate in
quattro o otto battaglioni. Ogni unità aveva vertici e stati
maggiori e una mole consistente di ufficiali e superiori: Stefano
Türr fu destinato al comando della 15ª divisione, strutturata in una
1ª brigata, condotta da Nino Bixio e in una 2ª guidata dal colonello
Herbert, mentre la 16ª divisione, al cui interno confluivano la 3ª
brigata di Enrico Cosenz, la 4ª del colonnello Poulet e la 5ª di
Giacomo Medici, fu affidata a Giuseppe Paternò. Spesso si creavano
conflitti tra i diversi livelli in cui era articolato il potere
militare: gli alti ufficiali finivano con l'ignorare l'Ispezione
generale e persino lo Stato maggiore dell'Esercito entrava in
conflitto con il Ministero della Guerra. Il caos non aveva ricadute
solo sugli ingranaggi della macchina bellica garibaldina, ma
complicò la stessa amministrazione finanziaria della dittatura ed in
particolare mise in seria difficoltà Ippolito Nievo, vice-intendente
generale di Sicilia, che dalla gestione dei registri della
spedizione ebbe solo grattacapi ed «incertezze», come scrisse nel
novembre 1860 all'amata Bice Melzi, rassicurandola però con una
curiosa e tragicamente cieca metafora marina: «È un buon tratto da
percorrere ancora; ma non burrascoso, né perfido, soltanto noios
fine del colonnello in un misterioso naufragio (ironia della sorte!)
parve legata alla necessità di occultare i documenti contabili in
suo possesso. Secondo il discendente, Stanislao Nievo, il nuovo
Regno pur di smantellare il virtuoso esercito garibaldino, volle
occultare l'impeccabile gestione finanziaria, opera dell'antenato,
macchiandosi di quello che non fu un casuale affondamento, ma un
vero e proprio delitto di Stato.
All'opposto c'è chi pensa che,
se davvero di sabotaggio si trattò, lo scopo era quello di celare le
gravi malversazioni compiute dall'esercito e coperte degli stessi
ministri del governo prodittatoriale, Giuseppe Paternò di Spedalotto
e Nicola Fabrizi. A settembre il Commissario di Guerra Nicolò Agata
denunciava infatti gli abusi commessi dai militari a partire dalla
vendita degli abiti e degli oggetti forniti dalla pubblica
amministrazione, eclatante fu il caso della vendita dei 60000
inutili cappotti comprati a peso d'oro, e ad ottobre una circolare
dello stesso Ministero constatava «la sproporzione massima degli
uffiziali alla forza dell'esercito». Non solo gli ufficiali erano
più di 6000, ma si continuavano a pagare soldati assenti o morti, si
acquistavano beni non necessari per favorire alcuni fornitori, si
elargivano promozioni sul campo con un'estrema facilità e, come
sottolineò il colonnello ungherese Kupa, si prendevano «razioni per
il triplo degli uomini che avevano a mantenere, cioè 70.000 od
80.000 razioni quando tutta l'armata non ascendeva a più di 25.000».
I grandiosi progetti del generale Garibaldi per l'ingrandimento
dell'esercito siciliano non avevano avuto infatti alcun seguito. La
cifra di 50.000 volontari al momento della smobilitazione del corpo
il 6 novembre 1860 è infatti giustificabile solo se si annoverano
nel conto dei militi i picciotti delle squadre irregolari. Vani
erano stati gli sforzi del Generale di coinvolgere i siciliani
facendo leva sul loro orgoglio con colti riferimenti alla vicenda
dei Vespri: «Io e i miei compagni siamo festanti di poter
combattere, accanto ai figli del Vespro, una battaglia che deve
infrangere l'ultimo anello di catene con cui fu avvinta questa terra
del genio e dello eroismo!». Né migliori risultati ebbe il decreto
sulla leva obbligatoria col quale si sperava di porre un'alternativa
oltre che un freno proprio a quelle bande di irregolari che non
facevano che compromettere l'ordine pubblico isolano.
In realtà l'assenza di vincoli
disciplinari formali era un problema che non riguardava soltanto le
squadre di campieri e picciotti. La «non organizzabilità»
dell'entusiasmo dei volontari, che era stata un vanto per Nicola
Fabrizi, rappresentò una trappola mortale per l'esercito
meridionale. Ne era convinto l'autore sconosciuto della lettera che
il modenese ricevette nel febbraio 1861: «Non siamo organizzati né
organizzabili tu dicevi. E dove mai e più lucida verità di questa?
Nel leggerla, Nicola carissimo, mi sentivo proprio venire meno la
fede, e mi fosse davvero mancata, se subito davanti agli occhi mi si
fosse parata gigante la tua infinità». Per dirla con Eva Cecchinato
e Mario Isnenghi: «In ogni volontario si esprime una soggettività
politica e già per questo si nasconde un potenziale obiettore».
Quella che per molto tempo aveva suonato alle orecchie dei volontari
come una rivendicazione di orgogliosa autonomia, di fiera
autosufficienza, divenne un cappio soffocante nel confronto con le
istituzioni dello Stato nascente: l'imprevedibilità dell'entusiasmo
di una nazione armata. Ecco perché all'indomani del plebiscito un
decreto del governo dittatoriale dell'11 novembre 1860 ne intimava
lo scioglimento, nella nebulosa prospettiva di ricostituirlo su più
solide basi e nominava anche i membri di una Commissione di
scrutinio, che avrebbe dovuto valutare i titoli degli ufficiali
garibaldini e decidere del loro futuro. Secondo lo storico militare
John Gooch 5000 ufficiali circa vennero inseriti nell'esercito
italiano entro il marzo 1862.
https://pti.regione.sicilia.it/

I fatti di Bronte
Il Comune di Bronte ed i
suoi abitanti, legati da sempre al lavoro della terra, hanno vissuto
per secoli all'ombra di una strana, fraudolenta usurpazione del loro
territorio: trasferito nel 1494, con bolla pontificia, a favore
dell'Ospedale Maggior di Palermo e nel 1799, con spregiudicata
donazione borbonica, a favore di Nelson.
Un’incredibile causa
legale volta a riavere il territorio, durata senza interruzione di
fronte ai tribunali per oltre quattro secoli, era stata vana ed
inutile: i contendenti (l’Ospedale, i Nelson ed il comune) agivano
su piani diversi di possibilità di manovra e la comunità di Bronte
priva di sostegni e protezioni risultava sempre perdente.
In questo perenne stato
di vassallaggio e di gravi crisi, era cresciuto nel corso degli
anni, alimentato in tutti, di generazione in generazione un acuto
desiderio di rivincita e di speranza di poter assistere tutti, prima
o dopo, al rientro dei beni perduti.
Il malcontento popolare,
per nulla latente, ebbe le prime manifestazioni con i moti
rivoluzionari del 1820 e del 1848, ma raggiunse il culmine
dell'esasperazione con la rivolta del 1860 (meglio nota come "i
fatti di Bronte").
La rivolta faceva
seguito ai decreti emanati da Garibaldi che prometteva lo
smantellamento dei latifondi e la spartizione delle terre.
Anche perché qualche
mese prima, subito dopo lo sbarco, lo stesso il Dittatore aveva
annullato un'altra donazione borbonica restituendo agli antichi
legittimi proprietari siciliani il feudo di "Bisaquino", sito nella
zona di Palermo, anche questo regalato dal re di Napoli ad un suo
favorito (il famigerato ministro di polizia Maniscalco).

Lamento di un
popolano al Cristo crocifisso (Lionardo Vigo)
Un servu, tempu fa di
chista chiazza, ccussì priava a Cristu e cci dicia: "Signuri! U me
patruni mi strapazza! Mi tratta commu ‘n cani ‘nta la via;
tuttu si pigghia ccu
la so manazza macari a vita e dici chi nun è a mia. Si ppò mi lagnu
cchiù peggiu mi minazza, a bbastunati mi lliscia u pilu e
m’impriggiunia.
Quindi, ti pregu,
chista mala razza, distruggila tu, Cristu, ppi mia! (una tantum),
Risposta del Cristo: "E ttu, forsi, hai ciunchi li brazza?
Oppuri l’hai
‘nchiuvati commu a mia? Cu voli a giustizzia si la fazza Né speri
c’autru la faria ppi tia.
Si ttu si omu e nun
si na testa pazza, metti a fruttu sta sintenza mia: iu nun saria
supra ‘sta cruciazza, S’avissi fattu quantu dissi a ttia".
Quel
bagno di sangue per un pezzo di sciara
(Leonardo Sciascia)
La fame di terra, di
queste sciare aride e nere che con indicibile pazienza e travaglio
l'uomo sa mutare in giardini, qui ha generato sanguinose rivolte
contadine: come quella che nell'agosto del 1860 ciecamente fu
repressa da Nino Bixio a Biancavilla, Randazzo, Cesarò, Maletto,
Bronte; e a Bronte con particolare rigore, poiché della fame dei
contadini era oggetto anche il feudo che il
re Borbone aveva donato nel 1799 all'ammiraglio Nelson, la famosa
ducea di Bronte
che solo ora è stata, come si dice con termine legale, "scorporata"
dall'antica usurpazione (prima che dal re Borbone era stata usurpata
nel 1491, dal Papa; e per secoli i cittadini di Bronte hanno lottato
per i diritti del Comune sul feudo, giudiziariamente e con tragiche
rivolte).
A Bronte la parola
"comunisti" suona da secoli ad indicare il partito, la fazione
popolare, che invocava e perseguiva il ritorno al Comune delle terre
usurpate e la divisione di esse; in contrapposizione al partito
"ducale", in cui la classe degli abbienti, sostenendo la grande
usurpazione, rappresentata dalla ducea, faceva schermo alle piccole
usurpazioni proprie. E' una storia municipale quanto mai
interessante: e per i fatti dell'agosto 1860 attinge a caso di
coscienza dello Stato italiano, della nazione; dice quel che il
Risorgimento non è stato, idea non realizzata; speranza
dolorosamente delusa; e ancora ne portiamo pena e remora.
Le sciare "scorporate"
dalla ducea (restano al duro erede di Nelson ancora qualche
centinaio di ettari) ora sono abbandonate come dovunque in Sicilia
sono abbandonate le terre. Allo stesso contadino di Bronte che in
paese torna dal nord d'Italia, dalla Germania, dal Belgio per
trascorrervi le ferie, sembrerà inverosimile e assurdo che gente
della sua condizione, se non addirittura del suo sangue, abbia
ucciso e si sia fatta uccidere per un pezzo di sciara.

"Vogliamo le sciarelle",
il grido dall'affocata rivolta, è lontano e irreale, quasi ridicolo,
il feudo è come un deserto paesaggio lunare, Ma è sorprendente
trovarsi d'improvviso, nel cuore di esso, di fronte al castello di
Maniace circondato da alberi alti, circonfuso da un suono d'acqua. E
gli alberi e l'acqua sembrano evocare nebbia: e si ha l'illusione di
stare dentro un pezzo di campagna inglese. Ché dovunque l'uomo porta
l'immagine della propria patria: e gli amministratori inglesi della
ducea, forse anche senza averne coscienza, qui hanno ricreato gli
elementi della loro terra lontana. E ad entrare nel castello, che è
poi l'antica abbazia di Santa Maria di Maniace, la suggestione si fa
più profonda: nel cortile è una croce di pietra lavica, ma di forma
da noi inconsueta, borchiata, in memoria di Nelson; nella chiesa
sono sepolti gli amministratori inglesi del feudo e i loro
familiari; e chi sappia qualcosa dei fatti del 1860 è colpito dal
nome Thovez, ché Guglielmo e Franco Thovez erano allora gli
amministratori. E si può dire che come essi, e i loro predecessori e
successori nell'amministrazione del feudo, sono riusciti a ricreare
un paesaggio inglese intorno al castello, la realtà siciliana è
riuscita a fare di loro dei siciliani della peggiore estrazione:
gretti, furbi, tortuosi, abilissimi nel gioco delle parti. Qui, dove
il greco Giorgio Maniace sconfisse nel 1040 i saraceni, nel feudo
chiamato appunto della Saracina, la gloria di Orazio Nelson e di
Nino Bixio scende nel sangue e nell'ingiustizia: Nelson ha accettato
questa terra come compenso di un tradimento e di un massacro, Bixio
si è fatto apostolo del terrore invece che della giustizia.
(Tratto da Opere
1971-1983, a cura di Claude Ambrosie, Classici Bompiani)

Il Garibaldi era di corporatura
bassa, alto 1,65, ed aveva le gambe arcuate. Era pieno di reumatismi
e per salire a cavallo occorreva che due persone lo sollevassero.
Portava i capelli lunghi perché, avendo violentato una ragazza,
questa gli aveva staccato un orecchio con un morso. Era un
avventuriero che nel 1835 si era rifugiato in Brasile, dove
all’epoca emigravano i piemontesi che in patria non avevano di che
vivere. Fra i 28 e i 40 anni visse come un corsaro assaltando navi
spagnole nel mare del Rio Grande do Sul al servizio degli inglesi
che miravano ad accaparrarsi il commercio in quelle aree. In Sud
America non è mai stato considerato un eroe, ma un delinquente della
peggior specie. Per la spedizione dei mille fu finanziato dagli
Inglesi con denaro rapinato ai turchi, equivalente oggi a molti
milioni di dollari. In una lettera, Vittorio Emanuele II ebbe a
lamentarsi con Cavour circa le ruberie del nizzardo, proprio dopo
"l’incontro di Teano": "... come avrete visto, ho liquidato
rapidamente la sgradevolissima faccenda Garibaldi, sebbene - siatene
certo - questo personaggio non è affatto docile né cosí onesto come
lo si dipinge e come voi stesso ritenete. Il suo talento militare è
molto modesto, come prova l’affare di Capua, e il male immenso che è
stato commesso qui, ad esempio l’infame furto di tutto il danaro
dell’erario, è da attribuirsi interamente a lui che s’è circondato
di canaglie, ne ha eseguito i cattivi consigli e ha piombato questo
infelice paese in una situazione spaventosa".
SBARCO
DI MARSALA: fu di proposito "visto" in ritardo dalla marina
duosiciliana, i cui capi erano già passati ai piemontesi, e fu
protetto dalla flotta inglese, che con le sue evoluzioni impedí ogni
eventuale offesa. Tra i famosi "mille", che lo stesso Garibaldi il
giorno 5 dicembre 1861 a Torino li definí "Tutti generalmente di
origine pessima e per lo piú ladra ; e tranne poche eccezioni con
radici genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto",
sbarcarono in Sicilia, francesi, svizzeri, inglesi, indiani,
polacchi, russi e soprattutto ungheresi, tanto che fu costituita una
legione ungherese utilizzata per le repressioni piú feroci. Al
seguito di questa vera e propria feccia umana, sbarcarono altri
22.000 soldati piemontesi appositamente dichiarati "congedati o
disertori".
CALATAFIMI: contrariamente a
quanto viene detto nei libri di storia, il Garibaldi fu messo in
fuga il giorno 15 maggio dal maggiore Sforza, comandante dell’8°
cacciatori, con sole quattro compagnie. Mentre inseguiva le orde del
Garibaldi, lo Sforza ricevette dal generale Landi l’ordine
incomprensibile di ritirarsi. Il comportamento del Landi risultò
comprensibilissimo quando si scoprí che aveva ricevuto dagli
emissari garibaldini una fede di credito di quattordicimila ducati
come prezzo del suo tradimento. Landi qualche mese piú tardi morí di
un colpo apoplettico quando si accorse che la fede di credito era
falsa: aveva infatti un valore di soli 14 ducati.
PALERMO: il Garibaldi, il 27
maggio, si rifugiò in Palermo praticamente indisturbato dai 16.000
soldati duosiciliani che il generale Lanza aveva dato ordine di
tenere chiusi nelle fortezze. Il filibustiere cosí poté saccheggiare
al Banco delle Due Sicilie cinque milioni di ducati ed installarsi
nel palazzo Pretorio, designandolo a suo quartier generale. In
Palermo i garibaldini si abbandonarono a violenze e saccheggi di
ogni genere. A tarda sera del 28 arrivarono, però, le fedeli truppe
duosiciliane comandate dal generale svizzero Von Meckel. Queste
truppe, che erano quelle trattenute dal generale Landi, dopo essersi
organizzate, all’alba del 30 attaccarono i garibaldini, sfondando
con i cannoni Porta di Termini ed eliminando via via tutte le
barricate che incontravano. L’irruenza del comandante svizzero fu
tale che arrivò rapidamente alla piazza della Fieravecchia. Nel
mentre si accingeva ad assaltare anche il quartiere S. Anna, vicino
al palazzo di Garibaldi, che praticamente non aveva piú vie di
scampo, arrivarono i capitani di Stato Maggiore Michele Bellucci e
Domenico Nicoletti con l’ordine del Lanza di sospendere i
combattimenti perché ... era stato fatto un armistizio, che in
realtà non era mai stato chiesto.
L’8 giugno tutte le truppe
duosiciliane, composte da oltre 24.000 uomini, lasciarono Palermo
per imbarcarsi, tra lo stupore e la paura della popolazione che non
riusciva a capire come un esercito cosí numeroso si fosse potuto
arrendere senza quasi neanche avere combattuto. La rabbia dei
soldati la interpretò un caporale dell’8° di linea che, al passaggio
del Lanza a cavallo, uscí dalle file e gli gridò "Eccellé, o’ vvi
quante simme. E ce n’aimma’í accussí ?". Ed il Lanza gli rispose :
"Va via, ubriaco". Lanza, appena giunse a Napoli, fu confinato ad
Ischia per essere processato.
I garibaldini nella loro
avanzata in Sicilia compirono efferati delitti. Esemplare e
notissimo è quello di Bronte, dove "l’eroe" Nino Bixio fece fucilare
quasi un centinaio di contadini che, proprio in nome del Garibaldi,
avevano osato occupare alcune terre di proprietà inglese.
MILAZZO: Il giorno 20 luglio vi
fu una cruenta battaglia a Milazzo, dove 2000 dei nostri
valorosissimi soldati, condotti dal colonnello Bosco, sgominarono
circa 10.000 garibaldini. Lo stesso Garibaldi accerchiato dagli
ussari duosiciliani rischiò di morire. La battaglia terminò per il
mancato invio dei rinforzi da parte del generale Clary e i nostri
furono costretti a ritirarsi nel forte per il numero preponderante
degli assalitori. Nello scontro i soldati duosiciliani, ebbero solo
120 caduti, mentre i garibaldini ne ebbero 780. Eroici, e da
ricordare, furono i valorosi comportamenti del Tenente di
artiglieria Gabriele, del Tenente dei cacciatori a cavallo Faraone e
del Capitano Giuliano, che morí durante un assalto.
http://www.brigantaggio.net/
SMONTATA LA FAVOLA DEI MILLE
Il tempo è un
galantuomo e la Storia, alla fine, viene sempre fuori. Carlo III
d'Inghilterra ha ammesso una verità incontrovertibile che veniva
rigettata solo dai Risorgimentalisti italiani. Quelli che
sbeffeggiano i meridionalisti accusandoli di raccontare frottole.
Ebbene, Garibaldi non era solo ed i mille non erano affatto mille.
Il Regno delle due Sicilie fu invaso dai Piemontesi. Ecco quanto
detto dal sovrano inglese davanti al Parlamento italiano:
"Due le navi
inglesi che vegliavano durante lo sbarco a Marsala". Pronte, cioè, a
intervenire. Ricordiamo che insieme agli inglesi c'erano anche i
francesi. Entrambe le nazioni avevano interessi affinché i Borbone
fossero spazzati via, principalmente per avere il predominio del
Mediterraneo vista l'imminente apertura del Canale di Suez.
Bisognava dunque
creare uno stato vassallo e affidarlo a chi poteva essere facilmente
controllato, ossia i Savoia pieni di debiti. Carlo ha continuato:
"Molti degli eroi del Risorgimento, tra cui Cavour e Mazzini,
trascorsero del tempo nel Regno Unito". Lì furono formati,
indottrinati e incatenati al volere inglese.
Infine: "Quando
Garibaldi visitò Londra nel 1864 per ringraziare il popolo
britannico del sostegno ricevuto scoppiò una vera e propria
Garibaldimania, con mezzo milione di persone che accorsero a
salutarlo fino alla creazione di un biscotto-omaggio ancora
diffusissimo".
Garibaldi e
l'Italia, quindi, fedeli e riconoscenti a tal punto da recarsi a
Londra per ringraziare l'Inghilterra. Fu così che - come ebbe a
scrivere Dostoevskij - nacque "un piccolo regno di second’ordine
soddisfatto della sua unità, che non significa letteralmente nulla.
Un’unità meccanica e non spirituale e per di più pieno di debiti non
pagati e soprattutto soddisfatto del suo essere un regno di
second’ordine".
Carlo III
d’Inghilterra – aprile 2025
Camilleri, Pirandello e Verga
e il marciume dell’Unità d’Italia
Andrea Camilleri, scrittore
siciliano famoso in principal modo per i romanzi aventi come
protagonista il commissario Montalbano, da cui è stata prodotta una
serie televisiva, pronunciò le parole sopra riportate in
un’intervista concessa a Roberto Cotroneo nel 2008, che prendendo le
mosse dalla situazione politica di allora, lo scontro tra l’appena
nato Partito Democratico guidato da Veltroni e Silvio Berlusconi, ha
toccato le corde della questione meridionale e dell’Unità d’Italia.
Senza giri di parole Andrea Camilleri denunciò il fatto che il
Mezzogiorno non è altro che una colonia destinata a soccombere
sempre di più, poiché rende man mano di meno e non può essere utile
alla gestione politica quale è dal 1860:
“Io penso che nel 2008
l’operazione colonialista, iniziata subito dopo l’Unità d’Italia nei
riguardi del Sud, sia arrivata al punto finale: questa colonia del
Sud rendendo sempre di meno, sempre di più viene abbandonata a se
stessa. E la colonia del Sud è come se non facesse parte
dell’Italia, come qualche cosa di aggiunto all’Italia. Però se poi
vado a vedere chi costituisce la mente direttiva delle industrie del
nord, dell’informazione del nord, mi accorgo che sono dei
meridionali. E allora mi sento in dovere di chiedere una
quantificazione in denaro delle menti meridionali che promuovono il
Nord. Voglio metterlo sul piatto della bilancia. Voglio vedere
quanto può valere il cervello di un industriale meridionale che
lavora e produce ricchezza al Nord”.
Cervelli del Nord che producono
ricchezza al Sud non esistono per Camilleri, il quale ha anche la
spiegazione di tale circostanza:
“La spiegazione risale al 1860.
Quando una rivoluzione contadina venne chiamata brigantaggio. Per
cui uccisero 17 mila briganti che non esistono da nessuna parte del
mondo. Ed erano invece contadini in rivolta, o ex militari
borbonici. Tutto già da allora ha preso una piega diversa. Quando fu
fatta l’Unità d’Italia noi in Sicilia avevamo 8000 telai,
producevamo stoffa. Nel giro di due anni non avevamo più un telaio.
Funzionavano solo quelli di Biella. E noi importavamo la stoffa. E
ancora oggi è così”.
Andrea Camilleri, il maggiore
scrittore italiano in vita, parla insomma di colonia interna, di
sfruttamento sistematico del Mezzogiorno sin dal momento dell’Unità,
di falso Risorgimento che in realtà è stato una guerra di conquista,
di storia nascosta. Col passare del tempo il Sud non poteva che
diventare inutile, sfruttato ed inquinato, e allora bisogna
trasferire le menti al Nord dopo averle opportunamente programmate
affinché dimenticassero le proprie radici, una situazione cui non è
esente da colpe la classe dirigente locale:
“Nell’Ottocento, quando cominciò
a sorgere la cosiddetta questione meridionale, c’erano parecchi
deputati meridionali che si battevano per la questione meridionale.
Oggi si battono per altro, non per la questione meridionale”.
Che il neonato Stato Italiano
fosse marcio lo avevano rilevato anche altri due grandissimi
scrittori siciliani, Luigi Pirandello e Giovanni Verga, i quali,
inizialmente entusiasti per quella doveva essere una nuova epoca
dorata per la Sicilia cui fu promessa l’autonomia, divennero critici
e rinnegarono nei fatti l’Unità d’Italia. Pirandello nacque nel 1867
in una famiglia che aveva partecipato attivamente ai moti
risorgimentali, lottando al fianco dei Mille per la liberazione
della Sicilia, ma egli manifestò le proprie aspre critiche
soprattutto nel romanzo “I vecchi e i giovani”, dove sono a
confronto la vecchia generazione, quella protagonista dell’Unità, e
la nuova, quella che vive sulle proprie spalle i fatti del 1860. È
un’opera il cui fulcro è l’eredità lasciata ai giovani, ma non i
giovani del tempo, bensì quelli che sarebbero continuati a nascere
nei decenni successivi. Donna Caterina, nel romanzo, afferma:
“Qua c’è la fame, caro signore,
nelle campagne e nelle zolfare; i latifondi, la tirannia feudale dei
cosìddetti cappelli, le tasse comunali che succhiano l’ultimo sangue
a gente che non ha neanche da comperarsi il pane“.
Eccoli qui, ma non solo essi, gli
ottomila telai di cui parla Andrea Camilleri. È quella che
Pirandello chiama “bancarotta del patriottismo”, l’inganno e il
fallimento del Risorgimento, l’amara consapevolezza che dietro i
Mille vi era ben altro disegno, ben altri burattinai che della
Sicilia e, del resto, di tutto il Mezzogiorno, non se ne curavano se
non come territorio attraverso cui accrescere la propria posizione,
il proprio potere, la propria ricchezza. La critica di Giovanni
Verga si dispiega invece nel cosiddetto “Ideale dell’ostrica”,
secondo il quale è impossibile migliorare la condizione nella quale
si è nati, una sorta di cu nasci tunnu un po muriri quatratu,
nonostante tutti gli sforzi che possano essere fatti: Mastro
Gesualdo non diverrà mai Don Gesualdo, al massimo Mastro Don
Gesualdo, e la famiglia di Padron ‘Ntoni, appena cercherà di
ampliare la propria “attività” perderà la barca – migliorare non si
può, si può solo fare peggio, dunque è meglio restare, come
un’ostrica, attaccati al proprio scoglio. I lavori di Verga sono
tutti incentrati sulla condizione delle classi più povere e
disagiate, implacabilmente sfruttate e impossibilitate a raggiungere
non solo il benessere, ma neanche una condizione leggermente
migliore rispetto a quella di partenza. In maniera un po’ velata,
certo, ma evidente a chi vuole andare oltre il racconto e
contestualizzare l’opera di uno scrittore, capire le basi sulle
quali è stata scritta, sono presenti la sfiducia e la delusione
verso qualcosa che sembrava oro, ma era un’illusione, un miraggio,
un inganno: era l’oro dei pazzi.
http://www.vesuviolive.it/ultime-notizie/politica/48665-camilleri-pirandello-verga-marciume-dellunita-ditalia/
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La Sicilia insegnerà ancora una volta come si libera un paese dagli
oppressori,con la potente volontà di un popolo unito”. Il giorno
dopo lo sbarco si unirono ai Mille le squadre capeggiate dai
fratelli Santanna da Alcamo e quella di Monte san Giuliano, il
contingente si mise in marcia, quindi alla volta di Palermo.


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sportiva. Qualora questo provochi ugualmente dei risentimenti,
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