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  "Si presentava a loro un'insenatura formata da sabbia dorata di facile approdo (La Plaja) ed una scogliera pescosa di basalto, intervallata da ciottolato (Armisi, Li Cuti, Porto Ulisse) con lo sfocio a mare di due limpidi fiumi  (Lamenano ad ovest e Lognina ad est). Un clima riparato nei mesi freddi da una montagna (Etna) con fitti boschi utili per la cantieristica marinara. Ricca di vegetazione: dal pino alla betulla, alle erbe commestibili, a numerose piante da frutto."

 

729 a.C.

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262 a.C.

 

 

 

In Sicilia l'uomo sembra essere giunto molto tardi. Non si è trovata alcuna traccia durante il periodo del paleolitico inferiore, cioè ad una fase molto avanzata della glaciazione di Wùrm , quando il complesso faunistico era scomparso da molto tempo. In questo periodo, circa diciottomila anni addietro, l'uomo avrebbe attraversato lo stretto di Messina , spinto da un innato desiderio di trasferirsi da una zona ad un'altra, utilizzando imbarcazioni di cui si ignorano i sistemi di costruzione.

Si sarebbe stanziato lungo le coste dell'Isola, specialmente in quelle settentrionali, fra Termini Imerese e Trapani, e nell'isola di Favignana, che nel periodo wùrmiano era unita alla Sicilia.

Numerose sono le stazioni già identificate in Sicilia del paleolitico superiore (da 10.000 a 40.00 anni fa, il medio da 40.000 a 100.000 anni fa), ma vaste regioni restano ancora inesplorate. La più antica delle stazioni del paleolitico superiore è stata scoperta da alcuni decenni in contrada Fontana Nuova, presso Marina di Ragusa. Vi sono stati rinvenuti bulini a becco di flauto, lame con tacche, grattatoi, punte a mano.

Ma è in alcune grotte della fascia settentrionale dell'Isola che le scoperte si sono manifestate di particolare interesse, in quanto hanno presentato una serie cospicua di opere d'arte.

Nel 1949, nella grotta di Cola dei Genovesi, a Levanzo, una delle isole Egadi, in una camera interna furono scoperte figurazioni incise e dipinte. Le incise rappresentavano figure di cervi, bovini, equini; quelle dipinte invece presentavano figure antropomorfe.

Qualche anno dopo, nel 1952, altre figurazioni venivano scoperte nelle grotte dell'Addaura e di Niscemi, sul monte Pellegrino, a Palermo. In quella dell'Addaura si rinvenivano figure di animali e figure umane; in quella di Niscemi solo figure di animali in uno stile quasi identico alle incisioni dell'isola di Levanzo.

 

Altra scoperta importante era quella avvenuta circa un decennio prima, tra il 1938 e il 1942, nella grotta di S. Teodoro, presso Messina. Essa portava qualche luce sul procedimento delle sepolture attuato dagli uomini paleolitici. Si rinvenivano delle tombe che già erano state devastate da scavi clandestini, ma ugualmente suscitavano un grande interesse. Si trattava di vere e proprie inumazioni; i corpi erano disposti in fosse poco profonde, ricoperte da uno strato sottile di terra. Gli scheletri erano distesi supini e presentavano una morfologia simile a quella dell'uomo attuale, ma con delle caratteristiche particolari che li avvicinavano al tipo mediterraneo, del quale potevano considerarsi i precursori. Per tale motivo era creato il termine di razza di S. Teodoro.

Da quanto esposto si deduce che è vano cercare di dare un nome all'uomo paleolitico di Sicilia: quali connessioni possa avere avuto con l'uomo di Neandhertal o anche di Cro Magnon, è un problema di carattere antropologico, non etnico.

E da ritenere che i primi abitatori della Sicilia non furono né di aspetto scimmiesco, né rozzi e bestiali come l'uomo di Neandhertal. Apparterrebbero ad una razza più evoluta, a quella dell'homo sapiens attuale, che visse in Europa  durante il paleolitico superiore.

Quando, terminata la glaciazione di Wùrm, il clima si era andato stabilizzando alle condizioni attuali, non si presenta alcun distacco. Un vero e proprio mesolitico potrebbe essere rappresentato dalle stazioni della grotta Corruggi di Pachino e dal Riparo sotto roccia presso Novara di Sicilia, in contrada Sperlinga di S. Basilio. Sono stati rinvenuti oggetti e strumenti microlitici geometrizzanti. Inoltre la presenza di ceramica e di ossidiana  importata dall'isola di Lipari, proverebbe che, a un certo momento, le popolazioni mosolitiche sarebbero venute in contatto con le genti neolitiche, dalle quali avrebbero ricevuto la ceramica e la ossidiana.

Infatti, è tra la fine del quinto millennio e l'inizio del quarto a.C. che, provenienti dalle regioni della Siria settentrionale e dell'Anatolia meridionale, sarebbero giunti i Neolitici. Le loro imbarcazioni, a tipo di piroga, che avrebbero raggiunto la lunghezza di quindici metri, erano capaci di permettere spostamenti in mare su lunghe distanze.

La loro espansione interessò tutto il bacino del Mediterraneo e quindi l'intero continente antico. Non abitavano più nelle grotte, come i Paleolitici, ma costruivano capanne che si addensavano in villaggi spesso fortificati. Lavoravano con l'argilla una ceramica nella cui decorazione si estrinsecava il loro gusto artistico. Insieme alla selce lavoravano la ossidiana e levigavano i basalti e le pietre per creare delle accette.

L'avvento dei Neolitici diede un brusco arresto alla lenta evoluzione delle civiltà palco-mesoliliche, in quanto portarono una civiltà del tutto nuova, basata sulla cultura dei campi, sull'allevamento del bestiame, sul commercio marittimo.

La prima fase della civiltà neolitica e detta di Stentincillo, dall'omonimo villaggio fortificato presso Siracusa, esplorato per la prima volta dall'archeologo Paolo Orsi (1859-1935) nel 1890. Tale civiltà è rappresentata da un tipo di ceramica impressa ed incisa. Successivamente si affermava la ceramica dipinta, alquanto fine per forme e decorazioni.

Negli anni settanta è stata scoperta una stazione del periodo neolitico (V-IV millennio a.C.) in contrada Fontanazza, nei pressi di Adrano. Altra stazione risalente al III-II millennio a.C, è stata rinvenuta a pochi chilometri di S. Maria Licodia .

Alcuni anni prima, nel 1965, era stato scoperto un villaggio risalente al terzo millennio a.C. nella località Gisira, nelle vicinanze di Brucoli. Si  accertava che si praticava l'industria dei manufatti silicei e che si levigava il legno e l'osso per la fabbricazione di utensili utili alla vita quotidiana.

Nel 1981 a Piano del Vento, nei pressi di Palma di Montechiaro veniva alla luce un villaggio neolitico risalente al quinto millennio a.C. Dagli scavi eseguiti emergevano delle mura che circondavano il villaggio allo scopo di creare una difesa alle eventuali incursioni. Di grande interesse la necropoli: gli scheletri rinvenuti presentavano caratteristiche somatiche somiglianti al ramo della razza occidentale mediterranea. Di statura alta, non superavano i 30 anni, possedevano ossa robuste, segno evidente che praticavano attività atletiche.

Ancora dall'Oriente, dall'Anatolia e dalle vicine isole egee si diffondeva nel bacino del Mediterraneo la nuova civiltà dell'età del rame. L'ondata egeo-anatolica giungeva in Sicilia a metà circa della lunga età del rame , quando ancora l'Isola s'attardava nelle forme neolitiche d'influsso orientale.

Il trapasso dall'età del rame a quella di bronzo avveniva per lenta evoluzione. La prima fase era testimoniata dal villaggio di Castelluccio, tra Palazzolo Acreide e Noto, ove nel 1890 erano stati rinvenuti importanti frammenti ceramici. Tale fase è da collocare all'incirca tra il 1700 e il 1300 a.C.

Nella media età del bronzo si affermava la cultura del villaggio di Thapsos, nel golfo di Augusta. Si presentavano importanti gli oggetti ceramici trovati nelle cellette della necropoli .

Tra la fine del secondo millennio e l'inizio del primo a.C. si affermava un nuovo metallo: il ferro , proveniente sempre dall'Oriente. Sostituiva il bronzo nella composizione degli strumenti di lavoro e degli utensili. Durante questo periodo in Sicilia irrompevano dalla penisola italiana i Siculi.

La loro conquista si sarebbe presentata violenta, a tal punto da costringere i Sicani, che occupavano tutta l'Isola, a lasciare il territorio orientale e a ritirarsi verso occidente. Si arrendevano però di fronte alla superiore civiltà che avevano trovato nell'Isola.

tratto da “Catania - Le origini di Catania - Dal Quaternario al terremoto del 1693”

Giovanni Merode e Vincenzo Pavone - Edizioni Greco CT - 1993

 

 

 

 

La Sicilia dallo stato selvaggio ai primi abitatori del paleolitico superiore

 

Alcuni storici, come Tucidide, Strabone, Teocrito, ed altri vissuti nel Cinquecento, come Tommaso Fazello, con affermazioni strabilianti che si ritennero valide sino all'inizio dell'Ottocento, avevano diffuso tra il popolo la credenza che la Sicilia fosse stata abitata, in tempi remotissimi, da uomini di proporzioni gigantesche, alti circa dieci metri. Il Fazello avvalorava la sua tesi riferendo che nel tempo ih cui visse erano stati rinvenuti in diverse grotte  sparse in Sicilia denti e ossa di incredibile grandezza.

Ma, agli inizi dell'Ottocento, gli studi sulla paleontologia sfatavano la leggenda dell'esistenza, in tempi antichissimi, di uomini giganti. Evidentemente l'errata convinzione, formatasi attraverso i secoli sull'esistenza di uomini giganti, aveva tratto origine dal mito omerico dei Ciclopi .https://www.mimmorapisarda.it/2024/284.jpg

A convalidare l'esistenza degli uomini giganti avevano contribuito gli sporadici ritrovamenti nelle caverne oltre che di denti e ossa fossili, anche di crani di elefanti nani, in cui gli orifizi della cavità nasale erano stati scambiati per l'orbita di un solo occhio in mezzo alla fronte.

L'esistenza in Sicilia di un complesso faunistico di proporzioni gigantesche, come ippopotami, elefanti, leoni, iene, orsi bruni, lupi ed altri mammiferi, che non erano autoctoni o indigeni, era avvalorata dal passato geologico dell'Isola, quando questa, attraverso un istmo, era unita alla penisola italiana.

Gli sconvolgimenti del mare Mediterraneo, causati da spettacolari fenomeni vulcanici ed orogenetici agli inizi del Quaternario , quando tutta  l'Europa era sotto una spessa coltre di ghiaccio, consentirono il passaggio dal Nord verso il Sud dei complessi faunistici alla ricerca di un clima meno rigido e più idoneo alla loro sopravvivenza.

Il complesso faunistico, che nell'Isola per evoluzione regressiva si era fatto nano, come l'elefante, e che non raggiunse mai la terra africana per mancanza di comunicazione, scompariva definitivamente durante l'ultima glaciazione, circa trentamila anni addietro.

Ai resti fossili, che nel corso dei secoli erano stati scoperti in molte grotte della Sicilia, si aggiungevano quelli che nel 1970 venivano scoperti nella grotta di Spinagallo , ad opera di un gruppo di giovani archeologi. Si rinvenivano abbondanti scheletri di mammiferi sia nani che giganti. Il ritrovamento permetteva anche la costruzione di una famiglia di elefantini .

Come le grotte fossero dei cimiteri dei complessi faunistici non è del tutto chiaro. Sembra che durante i rigidi inverni dell'epoca glaciale i branchi dovettero ripararsi dagli eccessi del clima nelle grotte, senza poterne uscire, per cui ne sarebbe derivata una generale moria per inedia.

tratto da “Catania - Le origini di Catania - Dal Quaternario al terremoto del 1693”

Giovanni Merode e Vincenzo Pavone - Edizioni Greco CT - 1993

 

Il periodo preistorico.

La Sicilia, prima dell'arrivo della colonizzazione ellenica, fu abitata da diverse popolazioni come Sicani, Elimi e Siculi: gli Antichi popoli di Sicilia.

Queste furono le popolazioni preelleniche della Sicilia che i Greci trovarono quando arrivarono sull'isola nel 756 a.C.. Controversa è invece la presenza nell'isola di una popolazione denominata Morgeti.

« I Siculi passarono in Sicilia dall'Italia - dove vivevano - per evitare l'urto con gli Opici. Una tradizione verosimile dice che, aspettato il momento buono, passarono su zattere mentre il vento spirava da terra, ma questa non sarà forse stata proprio l'unica loro maniera di approdo.

Esistono ancor oggi in Italia dei Siculi; anzi la regione fu così chiamata, "Italia", da Italo, uno dei Siculi che aveva questo nome. Giunti in Sicilia con numeroso esercito e vinti in battaglia i Sicani, li scacciarono verso la parte meridionale ed occidentale dell'Isola. E da essi il nome di Sicania si mutò in quello di Sicilia. Passato lo stretto, tennero e occuparono la parte migliore del paese, per circa trecento anni fino alla venuta degli Elleni in Sicilia; e ancor oggi occupano la regione centrale e settentrionale dell'isola. » (Tucidide)

 

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Sicani e i Siculi: la loro provenienza

Nel corso di cinque secoli, fino alla colonizzazione greca, la situazione dell'Isola si stabilizzava con i due principali gruppi etnici dei Siculi e dei Sicani, rispettivamente ad Oriente e ad Occidente dei fiumi Imera e Salso, che ne segnavano i confini.

I Sicani, che sin dal 1880 a.C. occupavano la Sicilia, come ci riferiscono le notizie tramandateci da Tucidide, avrebbero costituito indubbiamente le loro sedi anche nella zona della Sicilia orientale. Però, come riferisce'lo storico Adolfo Holm , di nessun singolo punto di questa regione può dirsi che vi abitassero.

Le notizie sulla loro provenienza sono alquanto incerte. Secondo gli storici Timeo e Diodoro, venivano considerati autoctoni. Per altri storici, come Filisto, Tucidide, sarebbero un popolo di pastori, di origine giordana, che, attraverso il Nord Africa, nell'anno 2.400 a.C. erano giunti in Iberia (Spagna). Dopo alcuni secoli, in cerca di nuove terre, superando i Pirenei e la costa mediterranea della Francia e dell'Italia, sarebbero giunti in Sicilia. Tale teoria sarebbe la più accettabile. Quella sull'autoctonia si potrebbe accogliere solo se si considera che la loro lunga permanenza nell'Isola, avrebbe fatto perdere ogni memoria di una loro trasmigrazione. Si impossessavano di tutta l'Isola che da loro prendeva il nome di Sicania . Il loro dominio sarebbe durato 766 anni, fino a quando, nel 1034, sarebbe giunto il popolo dei Siculi.

Gli storici antichi sono concordi nel ritenere i Siculi oriundi della penisola italiana. Tucidide afferma che provenivano dal Lazio . Spinti dagli Opifici e dagli Enotri sarebbero giunti in Sicilia con numeroso esercito. Vinti in battaglia i Sicani, li avrebbero respinti verso la parte meridionale e occidentale, occupando la zona orientale trecento anni prima della colonizzazione ellenica.

 I Siculi avrebbero costituito nei dintorni di Catania degli insediamenti, come è stato accertato da molti archeologi che, sin dal 1700, avevano rintracciato le vestigia di abitazioni primitive in capanne circolari e in gallerie di formazione lavica.

Dai ritrovamenti archeologici si intuisce chiaramente che i Siculi avevano costituito nei dintorni di Catania i loro primi insediamenti verso il 1.000 a.C. Essi, che preferivano stanziarsi su posti elevati, sui monti e sulle colline, dedicandosi alla coltura dei campi lungo il pendio , avrebbero denominato la località Katinon.

Questa voce, che apparterrebbe all'antichissima lingua sicula, avrebbe il significato di "grattugia", per indicare la caratteristica della natura topografica della zona, irta i colline sciarose, a causa delle colate del Vulcano Etna .

Non si esclude l'insediamento di gruppi di Fenici, probabilmente nella zona bassa, forse alla foce del fiume Amenano, sin dal secolo X a.C, che avrebbe avuto lo scopo di incrementare l'attività commerciale con i Siculi. Alla zona del loro insediamento avrebbero dato il nome di Katua, che significherebbe "piccola città".

Rivolgendo uno sguardo particolare ai Siculi, attraverso le notizie tramandateci dagli storici antichi, si deduce che essi osservavano il culto dei morti. I cadaveri venivano seppelliti in grotte, non disturbati dai viventi, e ne ostruivano l'ingresso con grossi macigni, allo scopo di assicurare agli estinti l'eterno riposo.

Praticavano religioni che, secondo i fenomeni naturali, venivano considerate manifestazioni di potenze sovrumane, incarnate in entità sotterranee. Il sole, la luna, erano considerati regolatori della fecondità dei campi; il fuoco, la pioggia, le fonti e gli alberi, si animavano, divenendo spiriti naturali, divinità.

 

tratto da “Catania - Le origini di Catania - Dal Quaternario al terremoto del 1693”

Giovanni Merode e Vincenzo Pavone - Edizioni Greco CT - 1993

 

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I Fenici in Sicilia  (212-241 a.C.)

La dominazione fenicia in Sicilia iniziò prima dell'VIII secolo a.C., con la creazione di alcune colonie nella zona occidentale dell'isola, e finì il 241 a.C., con la vittoria dei Romani nella prima Guerra Punica. Il periodo in cui l'isola è stata governata da Cartagine è definito "punico".

I Fenici erano un popolo semita, che dall'odierno Libano stabilì un gran numero di colonie in tutto il mar Mediterraneo. La loro importanza fu offuscata da una delle colonie, Cartagine, fondata nell'814 a.C. nel nord dell'odierna Tunisia. Inizialmente, gli insediamenti, che erano di tipo commerciale(empori), erano diffusi su tutta la costa, ma con l'arrivo dei Greci si dovettero ritirare nella zona occidentale, dove fondarono vere e proprie città residenziali.

Nel 734 a.C. i Fenici avevano fondato Mabbonath l'odierna Palermo, già abitata dai Sicani. Dello stesso periodo è la fondazione di Mtw cioè Mozia, che si ingrandì molto ospitando i Fenici espulsi dai Greci. Kfra (Solunto) fu il terzo polo delle colonie fenice in Sicilia, fondato intorno al 700 a.C. Le tre città rivestirono un ruolo di primaria importanza nei commerci con le zone circostanti e validi porti amici per le navi degli alleati Elimi.

 

 

Popolo

 

Area Geografica

Sicani

Sicilia meridionale ed occidentale

Elimi

Estremità occidentale della Sicilia (Segesta, Erice, Entella)

Siculi

Sicilia orientale

Fenici

Coste e isole (prima dell'arrivo dei Greci), poi estremità occidentale (Mozia, Panormo, Solunto, Lilibeo)

Morgeti

Morgantion

 

In termini geografici, la Sicilia aveva un aspetto molto diverso da oggi. L’abbassamento del livello del mare l’aveva collegata naturalmente alla penisola italiana, rendendo possibile il libero passaggio delle faune continentali. La Sicilia era collegata anche a Malta, formando un promontorio che si estendeva verso sud. L'isola appariva molto più grande, con un’estensione totale di circa 43.100 km², ben 17.000 km² in più rispetto a oggi.

Nonostante il clima rigido, la Sicilia era comunque un luogo vivibile. La fauna offriva una grande varietà di prede: animali di origine africana come elefanti e zebre, e grandi erbivori come il cervo europeo, il Bos primigenius (un bisonte estinto) e l'Equus hydruntinus (un cavallo selvatico estinto). Anche i predatori erano numerosi, tra cui leoni, ghepardi africani, lupi e orsi bruni europei.

Le antiche popolazioni siciliane vivevano grazie a una dieta che comprendeva anche molte erbe commestibili, come gli antenati di cicoria e lattuga. Le donne raggiungevano un’altezza di 1,65 m e gli uomini arrivavano a 1,70 m, notevolmente alti per l’epoca. L’aspettativa di vita superava i 30 anni, che era un record di longevità. Sono stati trovati scheletri di persone che vissero fino a oltre 43 anni, veri Matusalemme per il periodo.

In questi scheletri, la dentatura è spesso quasi completa, segno di una dieta variegata e di una conoscenza avanzata dell’uso del fuoco per cucinare i cibi e renderli più facili da masticare e digerire.

In sintesi, anche 22.000 anni fa, la Sicilia si dimostrava una terra generosa e accogliente per i suoi abitanti.

Fonti: meteoaquilano.it; AMBIENTE E CLIMA DELLA SICILIA DURANTE GLI ULTIMI 20 MILA ANNI Alessandro Incarbona e altri -università di Palermo 2010.

 

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I Siculi non costruirono grandi città; allora l’isola era una terra coperta di boschi, e i Siculi una popolazione silvana, dispersa in villaggi. Molto poco sappiamo di loro e della loro civilhttps://www.mimmorapisarda.it/2026/storia/18.giftà: del resto, la storia fu scritta dai Greci, e così le vicende dei Siculi restano nell’ombra di secoli oscuri. Sappiamo che nel loro pantheon c’era un dio chiamato Adrano, raffigurato con l’elmo e la lancia; era un dio del fuoco, tanto che i Greci lo assimilavano a Efesto.

I suoi santuari sorgevano in vari luoghi, ma verso il 400 a.C. il tiranno Dionisio di Siracusa costruì, vicino al corso del Simeto, alle falde dell’Etna, una città che portava il nome del dio, di cui restano inglobate nella città moderna parti del muraglione di cinta.

Da qualche parte nell’abitato sorgeva il suo tempio, che era custodito da mille cani: il cane, infatti, era l’animale sacro dei Siculi ed è spesso raffigurato sulle monete. Questi cani accoglievano scodinzolando i pellegrini che andavano a rendere onore al dio; se poi qualcuno nella notte smarriva la strada, o era ubriaco e non riusciva a trovare la via di casa, i cani sacri di Adrano lo guidavano amichevolmente e lo accompagnavano a destinazione.

Però, quando per un loro istinto capivano di avere a che fare con un furfante, lo assalivano e lo mordevano, sino a sbranarlo. Probabilmente, la razza autoctona di cane che ancora esiste in quella zona, il Cirneco dell’Etna, è un lontano discendente dei cani sacri di Adrano. Degli dèi siculi conosciamo anche il nome di Ibla, una dea della fecondità, che diede il suo nome a varie città sicule, non bene identificabili oggi oltre che alla catena dei Monti IbleI.

Quando sbarcarono i Greci, i Siculi furono progressivamente spinti verso l’entroterra e in parte sottomessi: si formò così una situazione in cui le coste erano greche, mentre il centro dell’isola rimase ai Siculi. Ma non dobbiamo pensare a spietate guerre coloniali e a stermini di massa; in qualche modo le due popolazioni iniziarono ad avvicinarsi sin dai tempi antichi e i Siculi assorbirono dai Greci molta della loro superiore civiltà. I coloni greci che venivano dalla madrepatria e fondavano le loro città sulla costa erano prevalentemente maschi; le donne, le trovarono spesso sul posto, sicché sin dall’inizio dovette esserci una certa percentuale di matrimoni misti. Del resto, i Greci di Sicilia finirono per definire se stessi “Sicelioti” per distinguersi da quelli della Magna Grecia, che erano “Italioti”, e da quelli della madrepatria, i veri e propri “Elleni”.»

“La sicilia degli Dei” di G. Guidorizzi e S. Romani – Raffaello Cortina Editore

 

 

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Nell'VIII sec. a.C. sulle coste orientali della Sicilia giungevano i primi navigatori dalle varie regioni della Grecia. Esploravano il litorale, preparando la strada ad una vera e propria emigrazione.

Nel 735 a.C. un grosso gruppo di Calcidesi di Eubea si stanziava sulla costa orientale dell'Isola, fondando Naxos. Da questa località, pochi anni dopo, partivano altri calcidesi guidati da Evarco e Teocle. Il primo si fermava nella zona compresa tra i fiumi Lòngane e Amenanos; il secondo invece si stanziava sulle alture di San Marco e di Metapiccola, dando luogo alla fondazione di Leontini.

Il nucleo di coloni calcidesi di Evarco si stabiliva su una altura oggi dominata dal convento dei Benedettini. Ivi è stata localizzata la sede dell'Acropoli greca, che nei secoli successivi, durante il periodo medievale, si denominò Montevergine . Sull'altura sorse probabilmente il tempio dedicato alla dea Demetra, mentre nelle vicinanze furono costruite le prime case in muratura. A poca distanza sorse un teatro per la rappresentazione delle tragedie e delle commedie della madre patria .

In seguito, a settentrione, nella zona ove i Romani costruirono l'Anfiteatro, sorsero altri nuclei urbani. Altri ancora sorsero a sud, nella odierna via Garibaldi, e ad oriente, nelle vicinanze della foce del fiume Amenano. Quest'ultima era considerata zona residenziale.

https://www.mimmorapisarda.it/storia/evarco.gifNell'insenatura compresa tra le odierne località di Ognina e S. Giovanni Li Cuti venne costruito il primo scalo portuale. Fu denominato porto di Lòngane, perché vicino alla foce del fiume sorgeva il tempio (In via Policastro, in contrada Casazza) dedicato alla dea Athena, detto Athena Longaris. In seguito all'insenatura fu dato il nome di Ulisse, in onore all'eroe itacese. Il porto era abbastanza ampio, come ci attestano poeti e storici dell'antichità , in quanto era capace di contenere oltre 230 navi. La creazione del porto si rese necessaria a causa dell'intenso traffico commerciale che i Calcidesi ebbero a sostenere con la madre patria.

I nuclei calcidesi denominarono la località Kathane, derivando tale voce probabilmente dalla costituzione del villaggio Kàtinon, che i Siculi avevano costruito sulle colline circostanti delle odierne contrade di Barriera e S. Sofia.

La data di fondazione di Catania, come attesta lo storico Tucidide, avvenne sette anni dopo quella di Siracusa, cioè nell'anno 729 a.C; Diodoro Siculo la riporta al 751 a.C. Secondo Eusebio sarebbe stata fondata contemporaneamente a Siracusa, nell'anno II della II Olimpiade, cioè nel 734 a.C. La testimonianza più attendibile circa l'anno di fondazione è quella di Tucidide, che la pone al 729 a.C.

A Catania, come altrove in Sicilia, ove si affermava una colonia ellenica, il potere politico era nelle mani di una ristretta classe di proprietari terrieri, cui dovevano sottostare i Siculi, relegati alla condizione di servitù della gleba, in quanto costretti a lavorare la propria terra per conto dei nuovi colonizzatori.

Se in un primo momento i Siculi erano stati sopraffatti dalla superiorità di mezzi e di vita dei coloni calcidesi, con il trascorrere dei decenni non tardò ad instaurarsi una pacifica convivenza. Grande contributo diede la legislazione di Caronda, che garantiva il diritto e l'uguaglianza tra i cittadini. Fino al 480 a.C, anno in cui si tramandano le prime notizie storiche, Catania dovette godere indubbiamente un lungo periodo di pace, durato oltre tre secoli.

Riguardo alla situazione demografica non ci sono pervenuti attendibili documenti. E' credibile che la città dovette presentarsi alquanto numerosa perché dalle origini della colonizzazione calcidese fino alla conquista romana, sopraggiunsero altri elementi, quali i dori, i peloponnesiaci, i siracusani, i campani.

In Sicilia i coloni trasferirono dalla madre patria il loro patrimonio religioso. Esso fu mantenuto e sempre più vivificato dalle relazioni politiche e commerciali che le città dell'Isola instaurarono con quelle della Grecia. Le divinità greche, che si sovrapposero in parte a quelle locali siculi, furono rispettate e favorite dai conquistatori romani.

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 tratto da “Catania - Le origini di Catania - Dal Quaternario al terremoto del 1693”

Giovanni Merode e Vincenzo Pavone - Edizioni Greco CT - 1993

 

 

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Vi racconto la storiella di un marinaio greco.

La Grecia fu la più importante civiltà della storia antica dell’uomo; già duemila anni prima di Cristo nelle sue Agorà i filosofi si chiedevano chi fossimo, se rotondo o piatto era quel mistero oltre l’orizzonte e cosa ci sarebbe stato appena defunti. Tutto ciò mentre gli antenati di Salvini saltavano di ramo in ramo, fregando le bacche agli scoiattoli per sopravvivere.

Ma, seppur potente, il territorio ellenico era di natura prevalentemente montuoso, arido, e non poteva garantire ai suoi abitanti, sempre più numerosi, una produzione agricola sufficiente al fabbisogno della popolazione. Questo problema sfociò in un diffuso malcontento sociale, già ampliato fra i ceti inferiori perchè costretti a subire la prepotenza degli aristocratici e soprattutto per i contrasti fra le “poleis” greche. E siccome ogni mondo è Paese, la residenza greca fu assicurata solo ai soliti pochi eletti, costringendo la classe meno abbiente a cercare altrove migliori condizioni di vita. Fantozzi esisteva anche allora!

Così, col permesso di Atene a partire con le proprie navi, carichi da spirito di avventura e stimolati da quanto appreso nelle favole omeriche, questi esuli emigrarono altrove colonizzando terre mai viste ma conservando gli usi, i costumi e la religione della Madre Patria.

Ecco chi erano.

- di etnia dorica Corinzi, Megaresi, Cretesi, Rodesi, che fondarono Megara, Siracusa, Gela, Agrigento, Eraclea, Selinute;

- di etnia jonica i Calcidesi della penisola Eubea e dell’Isola di Nasso che, addentrandosi fino in Campania, fondarono la prima colonia greca italiana dal nome Cuma e dopo Naxos a Taormina, Reggio, Messina, Catania, Lentini, Milazzo;

- proseguirono gli Achei con Sibari, Locri, Crotone e Metaponto;

- e infine i dorici greci di Sparta, che fondarono Taranto, la più importante città della cosiddetta Magna Grecia  il cui territorio si estendeva fino a Paestum, tanto da far preoccupare la terra d’origine.

Il capo della spedizione era generalmente un nobile mandato ad interrogare l'oracolo per avere istruzioni su dove fondare la nuova colonia. L’Ecista (fondatore) non si limitava a guidare i coloni ma provvedeva anche alla costruzione della nuova città, all’assegnazione dei lotti di terra da coltivare e alla pianificazione urbanistica della stessa colonia. Niente a che vedere con Corso Martiri della Libertà a Catania. Se sapesse! 

 

 

Il viaggio nella Sicilia orientale fu guidato dall'ecista Tucle da Calcide che, appena approdato in Sicilia, dovette fare i conti con i Siculi che si opposero per difendere le loro terre. Intorno al 734 a.C. fondò Zancle (Messina) e poi Naxos, l’approdo migliore. Viste le bellezze naturali, il promontorio e l’isola Bella ancora incontaminata, quel luogo straordinario volle chiamarlo Naxos in onore a Nasso, l'isola greca calcidese dove lui nacque e dove fu organizzata la spedizione.

In memoria di quel che accadde tanti secoli fa, nel comune siciliano è stata eretta una statua bronzea dedicata a Nike e rivolta verso quel mare che spinse sulle sue spiagge le navi dei coloni greci. La statua si trova a Giardini in Via Calcide Eubea (vi ricorda qualcosa?). Una seconda copia è situata, invece, nell’attuale Calcide (Khalkis) per ricordare la linea virtuale che unisce le due Naxos nonché il gemellaggio tra Giardini Naxos e Calcide Eubea, celebrato nel 1965.

Così questo Tucle, un giorno d’estate salì su quella collina dove successivamente fu costruito un teatro ad opera del rivale dorico Gerone, tiranno di Siracusa, e il suo sguardo lungimirante si allungò su qualcosa di affascinante che fumava al tramonto. Era Aitna, qualcosa che in vita loro i Greci non avevano mai visto. Così, spinto dalla curiosità e dalla sete di conquista, dopo sei anni guidò una spedizione più a sud e scoprì che adagiata sul mare e ai piedi di quel monte esisteva una terra meravigliosa ricca di laghi, fiumi, foreste, spiagge e fertili terreni.

Bellissima, ma come chiamarla? Visto il territorio lavico su cui sorgeva la chiamò Katane (grattugia), anche se le interpretazioni riguardo il nome sono tantissime: da "katà-Aitnè" (dal greco "presso” e “Aitna”) fino alle nomenclature degli Arabi.

Nel 728 avanti Cristo fu così fondata Katane, e poi Leontini soprattutto per tenere a bada i Siracusani, ma i nuovi abitanti (irriconoscenti “sdisangati e malusangu” già dall’antichità) fecero fuori Tucle sostituendolo con Evarco. Catania cominciò così la sua storia, con tutto quel che avvenne fino ai nostri giorni.

Dichiarando l'indipendenza della Magna Grecia, tutte queste colonie raggiunsero splendori più grandi della stessa Madre Patria ma le lotte interne e l'eterna rivalità fra dorici e jonici, soprattutto in Sicilia, porteranno a un indebolimento della Grecia siciliana che diverrà facile preda dell’Impero Romano nel 263 a.C. Poi arrivarono i Bizantini nel 555, gli Arabi nel 900, i Normanni nel 1071, gli Svevi nel 1194, gli Angioini nel 1266, gli Aragonesi nel 1282 e conseguentemente gli Spagnoli nel 1516, i Borboni nel 1734, i Sabaudi nel 1860 e, dal 1947, quelli che ancora scaldano le poltrone a Sala d’Ercole. Ma questa è un'altra storiella.

Purtroppo, a parte il teatro greco-romano, le testimonianze della colonizzazione greca a Catania sono pochissime rispetto a quella romana visibile ancora oggi in parecchi quartieri della città.

Anche Goethe, incantato da quel monte fumante visto da Taormina, racconta nel 1787: ” …….. davanti a noi l’intero, lungo massiccio montuoso dell’Etna; a sinistra la sponda del mare fino a Catania, anzi a Siracusa; e il quadro amplissimo è chiuso dal colossale vulcano fumante, che nella dolcezza del cielo appare più lontano e più mansueto, e non incute terrore”.

Questa è la storia di quel marinaio ellenico, impavido quanto Ulisse re di Itaca. Ma se l’Odisseo era solo una leggenda raccontata da Omero, 'mbare Tucle è esistito davvero.

Tutto ciò che ho scritto è un piccolo messaggio ai miei concittadini: quando vi trovate al lungomare di Giardini, in attesa davanti alla pizzeria o in procinto di affittare lettino ed ombrellone, anziché guardare souvenir made in China sulle bancarelle fate qualche passo più avanti fino ad arrivare in una piazzetta dove è collocata una grande scultura in bronzo simboleggiante il coraggio, la perizia e la tenacia dei naviganti e che i residenti del luogo chiamano “L’uomo e il mare”. Se guardate bene, sulla statua c’è una targa su cui è scritto “Tucle, fondatore di Naxos”, a ricordo di quel previdente condottiero che noi catanesi dobbiamo ringraziare e che per tale motivo, essendo lo scrivente di queste righe nato nella terra del "peccuru", gli viene conferito d'autorità quello di "Tucle u spettu”. Pertanto, adesso che lo sapete, quando gli passate davanti rendetegli omaggio e toglietevi il cappello, perché vi troverete di fronte a colui che fondò Catania, la nostra città.

 

Il sesto giorno Dio compì la sua opera. Lieto di averla creata tanto bella, prese la terra tra le mani e la baciò. Là dove pose le sue labbra… è la Sicilia.  (Renzino Barbera)

 

Nella splendida foto di Antonio Treccarichi,   https://www.facebook.com/antonino.treccarichi  https://www.instagram.com/antonio_treccarichi_ph/

la baia di Naxos e, sullo sfondo, l’Etna. Ecco quel che vide Tucle.

 

Secondo il racconto di Tucidide, fu Tucle che, col suo equipaggio di Calcidesi, fondò Katane (la data tradizionalmente indicata è quella del 729 a.C.). Successivamente, per ragioni non chiare, i Catanesi tributarono i culti eroici ad Evarco, considerando lui e non Tucle ecista della polis.

Evarco, detto anche Euarco (in greco antico Εὐαρχoς?, Eùarchos; Calcide, ... – ...; fl. VIII secolo a.C.), è stato un militare siceliota e uno degli storici fondatori della colonia greca di Catania.

___________

«Tucle e i Calcidesi, mossisi da Nasso cinque anni dopo la fondazione di Siracusa e cacciati i siculi con una guerra, fondano Leontini e quindi Catania: gli stessi catanesi però si dettero come fondatore Evarco»

(Tucidide, Guerra del Peloponneso, VI, 3)

 

 

 

 

 

L'origine del toponimo di Catania è oscura. Secondo lo storico greco Plutarco, il nome deriverebbe dal greco "KATANE" ("grattugia"), in riferimento alle asperità del territorio lavico su cui sorge. Oppure dal protolatino "katina" (catino, bacinella), per la conformazione a conca delle colline intorno alla città. Secondo altre interpretazioni il nome deriverebbe dall'apposizione del prefisso greco "katà-" ("presso") ad "Aitnè", il nome greco dell'Etna (quindi "nei pressi di" o "appoggiata" all'Etna).

Catania, prima di essere chiamata così definitivamente, ebbe comunque altri nomi: ETNA CATÀNA (o CÀTINA); BALAD-EL-FIL o MEDINA-EL-FIL (dall’arabo: Città dell’elefante). Altre supposizioni: KATNA (minuta, piccola); KATINON (recipiente, bacino); KATA-ANA (sconvolgimento causato da terremoti);  KATÀ-AITNEN (in fondo, in basso, dell’Etna), o dalla voce araba QATANIYAH che si riferisce ad un prodotto agricolo cui era ricca la zona della Plaja. Teorie rispettabili ma la verità, probabilmente, non si saprà mai.

La lettera A

Lo stemma di Catania che sovrasta l'elefante (simbolo di saggezza) e che ha suscitato nei secoli tante polemiche discussioni deve intendersi come l'iniziale di Agatha, la santa patrona della città. Questa è l'interpretazione più autorevole, sostenuta in primo luogo, e con maggior forza di documentazione e di logica, dal prof. Matteo Gaudioso in una sua relazione presentata il 7 luglio 1927 all'amministrazione comunale e, da questa, inviata alla Consulta araldica unitamente a due relazioni della commissione per la riforma dello stemma. Altre due interpretazioni oltre a quella religiosa (Agatha) ne erano state date in precedenza: quella politica, secondo cui la A rappresenterebbe il monogramma di Aragona («la rappresentazione simbolica - scrive il Gaudioso - della Città che sì erige in difesa dei Re Aragonesi»); e quella classicheggiante, che nella A vuole il monogramma di Athena, dea della sapienza (Catania, città colta per lo Studium generale, ossia l'università, fondata nel 1334, e per il suo primato culturale nell'antíchítà classica, per cui Catania fu denominata « la sícula Atene »). Una quarta, di compromesso, tentava di conciliare due di queste tre interpretazioni: Agatha e Aragona insieme. Se ne può concludere, sempre secondo la tesi peraltro storicamente e razionalmente valida del prof. Gaudíoso, che « le tre diverse rappresentazioni dello stemma... rispondono singolarmente, e ciascuna per la propria epoca, a tre diverse correnti di pensiero: in origine S. Agata; successivamente la rappresentazione simbolica della città, cui si pervenne per una contaminazione della originaria rappresentazione presumibilmente fra il XV e il XVI secolo; e finalmente, a fine secolo XVI, Athena, per una contaminazione mentale, senza che le rappresentazioni araldiche del tempo (il simbolo della Città) potessero dar pretesto ad una interpretazione così ardita ».

da “Enciclopedia di Catania” - Autori Vari - Diretta da Vittorio Consoli - Editore Tringale  www.cataniaperte.com

 

 

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L'abitato arcaico di Katane doveva occupare una collina ben difendibile, immediatamente a ovest del centro della città moderna, in coincidenza dell'antico rione Montevergine, di piazza Dante e dell'ex-convento dei Benedettini (scavi del 1978). Si sa pochissimo sul primo periodo della sua storia. Ad esempio l'origine catanese del celebre legislatore Caronda, che fu esiliato e si trasferì da Reggio. Vi avrebbero soggiornato numerosi e celebri uomini di cultura, come il filosofo Senofane da Colofone (tra i fondatori della scuola eleatica) e i poeti Ibico e Stesicoro, che vi morì (la sua tomba era indicata presso la principale porta a nord della città, che da lui prese il nome di porta Stesicorea).

Anche sulla sommità della collina dell'acropoli - oggi occupata dalla piazza Dante e dal grandioso monastero benedettino di San Nicolò l'Arena - in una serie di campagne di scavo iniziatesi nel 1978, sono stati scoperti strutture e materiali greci di VII secolo, che messi in relazione con quelli di Castello Ursino, suggeriscono l'idea che l'insediamento di Catania, al pari di quello di altre colonie siciliane, avesse occupato fin dagli inizi un ampio spazio senza procedere però alla sua capillare urbanizzazione. E' da ricordare ancora che sempre nel corso delle stesse indagini sulla collina dell'acropoli sono state rinvenute significative tracce di frequentazione del sito nel periodo preistorico, relative in specie al neolitico ed all'età del rame.

Per i secoli VII e VI le fonti letterarie sono avare di notizie su Katane (questo il nome della città in epoca greca): ci fanno comunque sapere che, nei decenni iniziali del VI secolo, vi fu attivo Caronda che le avrebbe dato un corpo di leggi scritte. L'indagine archeologica invece permette di seguire durante questo periodo la progressiva - e non pacifica - espansione della colonia calcidese nel suo retroterra; una stipe votiva di eccezionale interesse (rinvenuta in città nel 1959 nell'area di piazza S. Francesco, ancora inedita), attraverso i suoi materiali ceramici di VI secolo provenienti non solo dalle officine di Atene e Corinto, ma anche di Sparta, Chio e altri centri greci, lascia poi intravedere una Katane che risulta a pieno titolo inserita nel mondo ellenico.

 

 

 

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LA DOMINAZIONE DI SIRACUSA A CATANIA E LA LOTTA CONTRO I CARTAGINESI

La guerra ebbe inizio contro i Cartaginesi, laddove si ergeva il baluardo più occidentale della colonizzazione greca in Sicilia: a Imera. Questa città, che secondo Diodoro era stata fondata nel 648 a.C. dai Calcidesi insediatisi a Zancle (Messina), rappresentava un presidio avanzato per sbarrare la strada ai Cartaginesi, che occupavano le località di Solunto e Panormo (Palermo).

Poiché era intenzione dei Cartaginesi conquistare tutta la Sicilia, s'imponeva una battaglia decisiva. Essa ebbe luogo, secondo la tradizione storica, il 20 settembre del 480 a.C, sotto le mura di Imera tra le forze alleate greche di Gelone di Siracusa (485 178 a.C.) e il poderoso esercito cartaginese comandato da Amilcare. La battaglia fu sanguinosa e si risolse in una totale disfatta per l'esercito cartaginese.

Sul luogo ove si svolse la furibonda battaglia i Greci eressero un grande tempio dorico a ricordo perenne della vittoria conseguita . Esso rappresentava il trionfo della splendida civiltà greca sui barbari d'occidente .

Con la strepitosa vittoria conseguita sui cartaginesi ad Imera, la città di Siracusa, sotto l'egida del tiranno Gerone, era ormai la più potente del mondo greco .

Nel 478 a.C. Gerone moriva e gli succedeva il fratello Gerone I (478-467 a.C). Due anni dopo, nel 476 a.C. Gerone I, allo scopo di ingrandire il proprio dominio, con un colpo di mano militare faceva occupare Catania. I catanesi, che da trecento anni si reggevano con un governo a regime repubblicano, perdevano la loro libertà.

Il tiranno cacciò i catanesi e li confinò a Lentini, sostituendoli con cinquemila fedeli coloni dori del Peloponneso e con altrettanti siracusani. Occupò Menai (Mineo) e la forte posizione di Morganzia (Agnone). Stava per ottenere sempre maggiori successi, quando la morte lo colse a 48 anni, nel 440 a.C. Siracusa.

 Durante la guerra del Peloponneso (431-404 a.C.) si lottavano le città di Atene e Sparta. Nella seconda fase di detta guerra (415-413 a.C.) le città della Sicilia di Segesta e Selinunte, in contrasto tra loro, chiesero aiuto, la prima ad Atene, la seconda a Sparta. Un esercito ateniese, al comando dei generali Alcibiade, Nicia e Lamaco nel 427 a.C. sbarcava sulla costa orientale della Sicilia ed entrava a Naxos e a Catania, accolto festosamente dalle popolazioni. Subito dopo Catania entrava in un patto d'alleanza militare con Atene; la città diventava sede del quartiere generale delle operazioni.

Sembra che in questo periodo in Catania fossero stati fondati dagli Ateniesi un teatro per la rappresentazione delle commedie, e, ad ovest dello stesso, uno per le prove, denominato Odeon. Sorsero nelle vicinanze della zona di Montevergine.

Mentre Alcibiade operava in questa prima operazione militare in Sicilia, all'improvviso gli Ateniesi gli intimarono di ritornare in Atene per rendere conto della profanazione di alcune statue di Mercurio, di cui era incolpato. Alcibiade non obbedì all'ordine ricevuto. Radunò il popolo di Catania nel teatro  e pronunziò veementi discorsi contro i Siracusani. Successivamente lasciò la flotta che stava assediando Siracusa e si rifugiò a Sparta, passando al nemico.

Tale fuga fu considerata come la conferma della sua reità. La prima a sentire gli effetti della persecuzione di Alcibiade fu l'armata ateniese che, privata dallo slancio di quello stratega, perdette tempo prezioso.quanto inutile, come nel tentativo di riconciliare fra loro Segesta e Selinunte. Ciò preparò la tremenda catastrofe.

 

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Siracusa si giovò del respiro lasciatole dal nemico, per prepararsi alla difesa. Sparta, unite le proprie navi a quelle di Corinto, le mandò in aiuto di Siracusa sotto il comando del prode Gilippo. Questi approdava in Sicilia nel momento in cui gli Ateniesi, vinte le prime difficoltà sorte dalla discussione dei capi, stavano per affrontare la potenza siracusana.

 Il comandante ateniese Nicia, che aveva posto gli accampamenti a poca distanza dalla città di Catania, nei pressi del fiume Simeto, operò con estrema lentezza e non potè impedire che Siracusa ricevesse i dovuti rinforzi da Sparta e da Corinto.

Fu così che nel 414 a.C, presso il fiume Asinara, gli Ateniesi subirono una grave disfatta. Pochi soldati ateniesi riuscirono a raggiungere la Grecia; quelli che non erano morti in battaglia furono fatti prigionieri e condannati a languire nelle cave di pietra di Siracusa .

I siracusani, fieri della vittoria conseguita, volevano vendicarsi di Catania e delle altre città che erano state alleate degli Ateniesi. Ma la vittoria non portò la pace né a Siracusa, né alla Sicilia.

Nella primavera del 409 a.C. i Cartaginesi, con un poderoso esercito, sotto la guida di Imilcone, occupavano la parte occidentale dell'Isola, ove sorgevano colonie fenicie. Di fronte alla minaccia cartaginese, i Siracusani abbandonarono ogni manifestazione di vendetta nei riguardi della città di Catania.

In mezzo a tali torbidi avvenimenti, in Siracusa si innalzò a grande potenza Dionisio I il Vecchio (405-367 a.C), che riuscì a vincere i sospetti che destavano le sue mire ambiziose e ad accrescere con accorta politica la sua autorità. Usando la forza e il terrore si sbarazzò degli avversari, divenendo capo della città e restaurandovi la monarchia.

Fattasi una roccaforte nell'isola di Ortigia, proseguì con la forza e l'inganno un'azione di assaggiamento delle città che potevano rientrare nella sfera d'azione, sviluppando e perfezionando di volta in volta i più vari mezzi di combattimento e di assedio. Prima si rivolse a Leontini; fallito il colpo finse di portarsi contro i Siculi, dai quali si disse provocato, affinché Catania e Naxos non si fortificassero. Poi piombò a Catania e Naxos. Gli abitanti delle due città furono venduti all'asta come schiavi in Siracusa e sostituiti con mercenari campani. Successivamente venne presa d'assalto Leontini; conoscendo la sorte di Catania e Naxos, preferì arrendersi. Come riferisce lo storico Diodoro, era l'anno 403 a.C.

Dionisio, dopo tali vittoriose imprese, si propose di allontanare dall'Isola i Cartaginesi. Nel 398 a.C, chiamò alla riscossa tutti gli Elladi della Sicilia. Intanto immensi eserciti cartaginesi provenienti dall'Africa sbarcarono in Sicilia sotto la guida di Imilcone. Dopo aver occupato Zancle (Messina), procedettero alla volta di Catania. Giunti nel tratto compreso tra le località di Mascali e di Giarre, dovettero retrocedere a causa dell'eruzione dell'Etna del 396 a.C.

Il generale cartaginese Imilcone, girando con le sue truppe attorno all'Etna, attraverso le valli dell'Alcantara, scendendo lungo il fiume Simeto, cercò di avvicinarsi a Catania. Nello stesso tempo una potente flotta cartaginese di oltre mille navi al comando di Magone Novarco si presentò al porto di Catania.

Dionisio, che disponeava in tutto 180 navi, diede ordine a suo fratello Leptine, capo della flotta siracusana, di attaccare la flotta di Magone Novarco. La battaglia si svolse tra gli scogli dei Ciclopi e il golfo di Ognina. Nello scontro navale i cartaginesi perdettero circa 30 navi, mentre i Siracusani di Leptine circa 100. L'esito della battaglia arrise ai Cartaginesi.

Intanto l'esercito cartaginese di Imilcone, proveniente da Adrano, occupava Catania, abitata dai Campani, nell'anno 394 a.C. Mentre procedeva verso Siracusa, una improvvisa peste decimò l'esercito cartaginese. Dionisio attaccò i Cartaginesi e li sconfisse. Catania venne riconquistata dai Siracusani.

Nel 367 a.C. moriva Dionisio il Vecchio, mentre si accingeva a riprendere la lotta contro Cartagine. Aveva regnato 38 anni, e talvolta si era mostrato crudele. Tale fama rimase nella storia superiore a quella delle sue splendide gesta.

Succedette il figlio Dionisio II il Giovane. Per animo e costume ben diverso dal padre, si diede ai piaceri e alle dissolutezze finché, un suo parente, Dione, riuscì ad espellerlo. Cinque anni dopo Dione morì e Dionisio II riuscì a ritornare a Siracusa; ricuperato il trono esercitò le più sfrenate vendette. Naturalmente scoppiarono nuove insurrezioni e i Cartaginesi ne approfittarono per rinnovare la guerra a Siracusa.

Le città elleniche dell'Isola si rivolsero per aiuto a Corinto, che vi mandò un esercito agli ordini del valoroso generale Timoleonte. Questi nel 344 a.C. assalì prima il tiranno Dionisio II che, vinto, si ritirò nell'Eliade; poi si rivolse contro i Cartaginesi.

In quel periodo un capitano barbaro di nome Mamerco (345-338 a.C), forse campano, governava la città di Catania. Nel momento in cui Timoleonte iniziava l'attacco alle forze cartaginesi, Mamerco si univa a questi ultimi, che mandarono Giscone al comando di forti contingenti di soldati.

Timoleonte, dopo i precedenti successi, riaffermò la superiorità sui Cartaginesi, riuscendo a scacciare Mamerco da Catania e ad occuparla nell'anno 339 a.C. Mamerco si fortificò sul fiume Abolos , ma ancora una volta fu messo in fuga; il suo esercito, formato in gran parte di cartaginesi avuti da Giscone, fu annientato.

Fatta la pace tra Cartaginesi e Timoleonte, Mamerco si rifugiò presso il tiranno Ippone. Timoleonte assaliva la città di Zancle e Ippone veniva ucciso. Mamerco invece veniva preso prigioniero. Portato a Siracusa veniva fatto morire crocifisso.

Timoleonte governò saggiamente, restaurando la democrazia e inau¬gurando un'era di sviluppo urbano e di prosperità. Tale periodo fu breve perché, nel 336 a.C, Timoleonte moriva. L'armonia e la concordia ven¬nero a mancare, risorsero le lotte intestine e un altro tiranno, Agatocle, nel 317 a.C. si fece strada impadronendosi di Siracusa.

Agatocle governò nell'usurpato dominio sino alla morte, con l'aiuto dei Mamertini (seguaci del dio Marte), soldati mercenari provenienti dalla Campania. Per più di venti anni combatté contro i Cartaginesi. Mostrò un grande ardimento quando decise di portare la guerra in Africa contro i Cartaginesi, al seguito dei Romani comandati da Attilio Regolo e Publio Cornelio Scipione. Ma subì una sconfitta e fu costretto a ritornare a Siracusa, ove consolidò il suo dominio, mentre i Cartaginesi occupavano la maggior parte dell'Isola.

Nel 289, morto Agatocle, i Siracusani restaurarono la repubblica. I Mamertini, scacciati, sulla via del ritorno in patria, occuparono Zancle e vi si fermarono.

Per un decennio i Catanesi videro l'abituale succedersi di lotte e di anarchia, per cui dovevano difendersi sia dai Siracusani che dai Mamertini, già stabilitisi a Zancle. Toccò al re Pirro dell'Epiro liberare la Sicilia sia dai Mamertini che dai Cartaginesi.

Pirro intervenne in Sicilia su espresso invito dei Siracusani. Nell'autunno dell'anno 278 a.C, con diecimila uomini attraversò lo stretto di Messina e sbarcò a Taormina. Grande l'entusiasmo delle popolazioni siciliane. Pirro in meno di due anni sconfisse i Mamertini e scacciò le forze cartaginesi da tutta l'Isola. Lo storico Diodoro riferisce che la città di Catania ricompensò Pirro con molto oro.

La campagna di Pirro in Sicilia fu rapida e vittoriosa. Mentre si accingeva a preparare una flotta per portare la guerra in Africa, il suo disegno fu impedito dal vivo malcontento che si venne a generare nelle varie città siciliane per i sacrifici di sangue e di denaro che l'impresa richiedeva.

Nel 276 a.C. Pirro lasciava la Sicilia, per riprendere la guerra nella penisola contro i Romani. La sconfitta subita a Benevento pose fine alle sue avventure.

 

tratto da “Catania - Le origini di Catania - Dal Quaternario al terremoto del 1693”

Giovanni Merode e Vincenzo Pavone - Edizioni Greco CT - 1993

 

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La notte prima della morte, a Siracusa, nell’anno che i più avrebbero poi ricordato come il 339 a.C., Mamerco non dormiva.

Non era un silenzio pieno, ma un silenzio forzato, come quello che si raccoglie nel fondo di una cisterna vuota.

Nella penombra della cella, il tempo non scorreva, si disponeva piuttosto come una serie di battaglie già combattute, e chi aveva vissuto di guerra non aveva bisogno del sonno per ricordare.

Gli tornò alla mente la sua terra, la Lucania, aspra, pietrosa, dove il vento taglia e gli uomini crescono senza promesse. Non era un luogo che concedesse altro che la sopravvivenza, e per chi desiderava di più era un luogo che si lascia. Lui l’aveva lasciato presto, senza voltarsi, portando con sé soltanto ciò che serviva davvero: le mani, la forza e la convinzione che il mondo si potesse prendere.

In Sicilia era arrivato come tanti, uno tra molti, ma non era rimasto uno tra molti. La guerra, che per altri è mestiere, per lui era diventata linguaggio, e aveva imparato a parlare con le marce, con le imboscate, con la pazienza e con la ferocia. Gli uomini, uomini senza patria e senza nome, avevano imparato a seguirlo, là dove c’erano preda e avventura.

Catania. Il ricordo non aveva contorni precisi, come accade alle cose decisive. Non fu una sola battaglia, ma una trama di pressioni, accordi, minacce e colpi rapidi. La città non cadde, si consegnò, prima dhttps://www.mimmorapisarda.it/storia/mamerco.jpgivisa, poi stanca, infine aperta, e lui entrò non come ospite, ma come un sovrano necessario.

Così era diventato tiranno di Catania, parola che gli altri usavano, mai lui. Per lui era soltanto il compimento di una logica: chi tiene le armi, tiene la città. Sorrise appena, nel buio. Ripensò al verso, quello che aveva composto quando la fortuna ancora gli obbediva, pensando ai suoi successi: «questi scudi dipinti di porpora, d’avorio ornati, d’oro e d’elettro con scudi più piccoli noi prendemmo e più modesti.»

Era stato vero. Uomini poveri avevano sconfitto uomini ricchi, e la guerra, almeno per un tratto, aveva avuto una sua giustizia.

Poi venne Timoleonte, da Siracusa. Non lo odiava, perché l’odio è per gli eguali, e loro non lo erano. Timoleonte portava con sé ciò che a lui era sempre mancato: una città alle spalle, un ordine, una promessa di stabilità. Dopo il Crimiso, quel fiumiciattolo che pareva una bava di pecora, e quella battaglia persa dai Cartaginesi, tutto cambiò: non fu soltanto una battaglia vinta da Siracusa, ma una narrazione che si impose sulle altre.

E lui, che pure aveva scritto la propria, cominciò a restarne fuori. Ricordava le speranzose vittorie iniziali e, quando schierò le truppe a difesa di Catania, la terribile sconfitta. Gli alleati si fecero incerti, poi silenziosi, poi assenti, e non c’era bisogno di chiamarlo tradimento, perché il tradimento è soltanto il nome che si dà a un movimento inevitabile.

La fuga a Messina, nella speranza di trovare alleati in Italia o in Epiro, le forze di Siracusa che attaccavano da terra e dal mare, l’inevitabile resa e le promesse infrante di un trattato di pace che durò quanto durano le promesse dei potenti. Si domandò, senza rimorso, dove avesse sbagliato. Non nella guerra, non negli uomini, forse nell’aver creduto che il potere fosse una cosa che si conquista e si possiede. Il potere, capì, è un passaggio, non appartiene a nessuno, e chi crede di trattenerlo resta con il gesto vuoto. E tuttavia non si pentiva.

Non avrebbe vissuto diversamente, perché la sua vita non era stata una deviazione, ma una linea retta, dalla Lucania a Catania, dalla guerra al comando, dal comando alla caduta, tutto coerente, tutto necessario.

Domani lo avrebbero portato fuori, forse nella piazza, forse davanti a chi voleva vedere. La croce non lo spaventava, era stata scelta per umiliarlo, per trattarlo come un brigante, per assegnargli la fine dei ladri, ed era soltanto un altro strumento del potere, questa volta nelle mani degli altri.

Pensò che uomini come lui servono a questo, a dimostrare che l’ordine non è eterno, che può essere spezzato, e che, una volta spezzato, qualcuno deve pagare perché torni.

Si alzò, o credette di farlo. La notte stava finendo, o forse non era mai iniziata. Non pregò, non chiese perdono, non cercò giustificazioni. Gli bastò sapere che ciò che aveva fatto era stato reale. E che, per un tempo breve, tra la sua terra dimenticata e le mura di Catania, aveva tenuto il mondo tra le mani.

Fonti: Treccani; Wikipedia; Stefania De Vido, Le guerre di Sicilia, Carocci Editore.

LUDUM - Science Center Catania

 

 

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Rivolgendo uno sguardo panoramico all'attività legislativa e culturale in Catania al tempo della colonizzazione greca, dal punto di vista giuridico emerge l'imponente figura di uno dei più grandi legislatori dell'antichità: Caronda.

 Archiloco datava la nascita nel 583 a.C, Apollodoro invece nel 572 a C Presso l'attuale chiesa di S. Giuseppe al Transito.

Sarebbe nato secondo Eusebio nell'anno 660 a.C. a Catania . Fu il creatore del codice calcidese e le sue leggi furono tra le più antiche non solo della Sicilia, ma anche dell'Italia. Fondò a Catania nel 640 il Gymnasium19, in modo da consentire ai figli dei cittadini lo studio delle lettere, con insegnanti pagati dallo Stato. Alla memoria dell'insigne legislatore, nel 1871, una strada del centro cittadino denominata Antico Borgo, assumeva il titolo di Caronda. Al Giardino Bellini veniva posto sul viale degli Uomini illustri un busto in marmo. Nel 1905 il poeta Mario Rapisardi dettava un'epigrafe che veniva posta sull'ingresso dell'Amphiteatrum insigne di piazza Stesicoro: Caronda - antichissimo legislatore d'Italia - istituiva in questa sua città - nel VII sec. a.C. - il primo celebre ginnasio - condotto da uomini liberi - a spese dello Stato — poche leggi dava e molte norme - di pubblico e privato costume - alla Sicilia e alla Magna Grecia - e santificando con l'esempio - meritava gloria immortale quale fondatore austerissimo - di civiltà.

Le sue leggi, scritte in versi per ragioni mnemoniche, sono un monumento di sapienza giuridica. Nell'ambito dell'istituto familiare si preoccupò della sorte degli orfani, disponendo che fossero affidati ai parenti di parte materna in caso di decesso dei genitori. Si vietava al coniuge superstite di risposarsi, e si consentiva ai coniugi la separazione e la possibilità di contrarre nuove nozze, in caso di mancanza d'accordo. Fra le altre leggi, una di esse vietava a qualsiasi cittadino di presentarsi armato nel Foro, quando il Senato, alla presenza del popolo, era costituito in assemblea per deliberare. Contravvenendo a tale legge, si doveva procedere alla immediata condanna a morte.

Secondo una leggenda tramandataci da Valerio Massimo, un giorno Caronda, per sedare un tumulto, era accorso armato di spada, che poco prima aveva utilizzato in una esercitazione militare. Poiché aveva contravvenuto ad una legge da lui stesso promulgata, che comportava la pena di morte, si uccise spontaneamente, come supremo esempio ed ossequio all'inviolabilità della legge. Secondo altri storici Caronda sarebbe deceduto di morte naturale, tra il compianto di tutti i cittadini .

 

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Di poco posteriore a Caronda fu Stesicoro, grande poeta lirico. Il suo vero nome era Tisia, ma fu soprannominato Stesicoro, che voleva dire coordinatore di cori. Sarebbe vissuto tra la fine del VII sec. a.C. e la prima metà del VI sec. a.C. Incerta la sua patria d'origine. Nato forse in Calabria a Matauro (odierna Gioia Tauro), colonia di Locri, sarebbe vissuto a lungo in Sicilia, ad Imera, da dove, per motivi politici, si rifugiò a Catania. Di ben 26 libri di poesie che scrisse, meritandosi l'appella¬tivo di "Omero della lirica corale", ci rimangono sojo 26 frammenti, per complessivi 59 versi.

Questo poeta, il cui nome riassume la storia della lirica greca in Sicilia, ed indica l'inserimento dell'Isola nell'orbita culturale panellenica, ebbe un culto particolare a Catania. Alla sua morte i catanesi eressero un grandioso mausoleo ottagonale, sostenuto da otto meravigliose colonne marmoree nel centro della città, nei pressi di piazza Porta di Aci, nel luogo ove venne costruito nei secoli successivi il convento dei Carmelitani, in piazza Carlo Alberto .

Tra i medici è rimasto famoso il catanese Filistione (Philistion), filosofo e scienziato, considerato il precursore della medicina preventiva. Dei suoi trattati ci rimane ben poco, in quanto le uniche testimonianze ci sono state tramandate da Galeno di Pergamo. Vissuto nel IV secolo a.C., la città che gli avrebbe dato i natali sarebbe stata Catania, in quanto ritenuta la più adatta, perché centro importante di scuole mediche di Sicilia.

Nell'arte della musica e della danza Catania avrebbe dato i natali ad Androne, un pastorello vissuto tra il 579 e il 551 a.C. Inventò la maniera di danzare e gesticolare al suono della tibia, nonché l'arte di cantare i versi. Giocando con il suo strumento, aggiunse grazia ed eleganza ai movimenti del corpo. È fama che le più belle e nobili fanciulle catanesi non disdegnassero di intessere le parole alla musica di Androne.

 

 

 

I FIUMI

Fonti e fiumi trovavano la loro personificazione in divinità fluviali. Così si onorava il fiume Amenano, come è dimostrato dalle monete rinvenute in varie zone attorno alla città. In una di essa è impressa la figura del nume con aspetto giovanile e la scritta "Amenanos"; sul retro una quadriga con la vittoria alata e, in basso, la dicitura "Katanion".

Indicavano il fiume con l'appellativo di Mena, voce di origine fenicia, che vorrebbe dire "imbrigliato nelle lave". I Greci invece lo denominarono Amenano, che significherebbe "debole e fiacco". Tale appellativo veniva dato perché talvolta cessava di scorrere, ma poi riprendeva il suo corso .https://www.mimmorapisarda.it/STORIA/CATANESI/GRECO.JPG

Ancora una moneta rinvenuta con una testa di un dio fluviale da una parte e la scritta "Longanaion" dall'altra parte, starebbe ad indicare probabilmente il fiume Longane, che sfocia ad Ognina. Sembra che la sorgente si trovi presso la collina di Santa Sofia . L'Eruzione del 1169 lo seppelliva, facendolo deviare in molte ramificazioni sotterranee e sottomarine.

La potenza produttiva della terra trovava la personificazione in una divinità che si identificava alla greca Demeter. Anche la vita pastorale era personificata nella dea Dafni, a cui si offrivano annui sacrifici.

Sulle falde dell'Etna, all'incirca nel luogo ove nel 400 a.C. sorse la città di Adrano, era venerato il dio Adranos, che si poteva reputare di origine italica. Era considerato padre dei Palici, cioè delle divinità che non avevano dimora sull'Etna, ma presso il lago di Naftia, le cui acque erano calde e sulfuree, tra le odierne località di Mineo e Palagonia. Il luogo era il centro religioso siculo.

Un tempio dedicato alla dea Hyblaia sorgeva nelle vicinanze della odierna Paterno. A tale divinità era attribuita la protezione della campagna. Si personificava in essa anche il concetto della generazione della terra.

Antichi prosatori e poeti hanno tramandato la leggenda dei Fratelli Pii. Durante un'eruzione dell'Etna  i fratelli Amphinanos e Anapios presero sulle spalle i vecchi genitori per condurli in salvo dall'invadente torrente di lava che, miracolosamente, al loro passaggio, si divise in due rami .

 

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 Le popolazioni elleniche

avevano imparato a conoscere la Sicilia attraverso l'immagine mitica che ne avevano riportato i primi navigatori audaci che dalla fine dell'VIII secolo a. C. vi si erano spinti. La loro opinione, quindi, era più favolistica che reale , ma proprio per questo l'isola costituiva agli occhi di quelle popolazioni una sorta di " eden " che stimolava lo spirito ulisside loro congeniale.

La venuta dei Greci in Sicilia fu la conseguenza di una crisi s creata dalla degenerazione della situazione politica, i cui motivi possono essere schematizzati in quattro fattori essenziali, alla radice dei quali sta una potente spinta migratoria che premeva dall'Asia.

Il primo è un motivo di ordine economico. La Grecia è una regione prevalentemente montuosa e povera di pianure coltivabili. Era conseguente per le popolazioni che vi abitavano e che crescevano rapidamente di numero la fame di terre fertili, da cui cavare il sostentamento per vivere: un'isola splendida, dove Proserpina andava a raccogliere tra tanto grano i fiori, era una meta desiderabile.https://www.mimmorapisarda.it/storia/cibogreco.gif

Il secondo è un motivo di ordine politico. Le monarchie, con il facile lavoro presso le corti e a capo di aziende e di poderi regali, avevano formato uomini abituati al benessere e alla libertà. La loro caduta lasciò una fascia di gente priva di lavoro e difficilmente docile ad un ridimensionamento sociale.

Tentare una vicenda espansionistica ed assumere la guida di gruppi di emigranti era congeniale a gente abituata al comando.

Il terzo è un motivo di ordine sociale. I vari gruppi aristocratici che successero alle monarchie cozzavano nelle inevitabili rivalità e le fazioni perdenti avevano vita difficile nella "polis", così cercavano nell'emigrazione la fortuna loro negata in patria e la libertà perduta.

L'ultimo motivo, infine, che è di ordine psicologico, non si deve trascurare ed era costituito dalle condizioni umilianti a cui erano costrette le popolazioni delle città minori, vittime del gioco espansionistico. La ricerca di una libertà perduta, di un mondo ove poter realizzare i sogni di autonomia e stabilire istituzioni più libere fece da elemento unificatore e legò le molte famiglie greche coinvolte nelle vicende e nelle esigenze denunziate. Bastava trovare un capo per un sufficiente nucleo di scontenti e l'avventura cominciava.

Migrarono a piccoli gruppi che andavano ingrossandosi man mano che si avvicinavano alla meta: erano calcidesi, dorici, ionici, attorno ai quali si aggregavano altri gruppi minori portanti tutti i propri usi, costumi, miti, lingua, forme artistiche e letterarie.

Tutto questo spiega la molteplicità delle forme sociali, artistiche ed in genere espressive delle singolecittà che possono, quindi, dirsi calcidesi, doriche o ioniche solo perché quel tale elemento vi predomina, ma non perché ne sia l'unico.

Col tempo, comunque, i Greci, dopo i primi scontri e le prime occupazioni, coesistettero con gli indigeni, convivendo e collaborando pacificamente con loro, fino ad una fusione e ad una assimilazione tali da eterminare una nuova civiltà, detta siceliota, con caratteristiche sue proprie, se pur modellata sul quadro di quella greca.

Se la civiltà siceliota raggiunse l'unità di cultura, non raggiunse, tuttavia, quella di popolo.

 da “Catania dalle origini alla dominazione normanna” -  Tino Giuffrida Libreria Editrice C. Bonaccorso

 

 

 

 

Del periodo greco non rimangono molte tracce, a causa di vari fattori sia naturali (terremoti che hanno rovinato la città, colate laviche) che antropici, come le ricostruzioni che spesso hanno ricoperto le precedenti architetture. Inoltre, non sono mai state eseguite grandi campagne di scavi e studi archeologici se non in casi sporadici della sua storia recente. Miglior fortuna hanno avuto i monumenti di epoca romana che hanno resistito fino ad oggi testimoniando l'importanza della città in antico, inoltre numerosissimi reperti provengono dagli scavi occasionali della città (la gran parte di questi – tra cui mosaici, statue e persino il frammento di una colonna istoriata – sono esposti al Museo civico).

 

 

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