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1071

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1195

 

 

 

 La storia della Sicilia normanna ha inizio nel 1061 con lo sbarco a Messina al tempo in cui essa era dominata dai musulmani. Catania fu conquistata nel 1071, Palermo nel 1072.

Nel 1130 la dominazione normanna instaurerà il primo regno dell'Isola con Ruggero II. La dinastia si concluse nel 1195 con la morte dell'ultima esponente della famiglia degli Altavilla di Sicilia, la Regina Costanza, consorte di Enrico VI di Sevia e madre dell'imperatore Federico II.

 

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La consegna di Palermo ai Normanni avvenne il 10 gennaio 1072, segnando una tappa decisiva per la conquista della Sicilia. La presa della città fu guidata dai fratelli normanni Roberto il Guiscardo e Ruggero I d'Altavilla.

Dopo un lungo assedio, i musulmani cedettero la città. La principale moschea fu trasformata in cattedrale cristiana, segnando il passaggio del potere politico e religioso.

L'intera isola passò sotto il controllo normanno nel giro di trent'anni (dal 1061 al 1091), culminando poi con la nascita del Regno di Sicilia nel 1130 con Ruggero II.

 

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I sovrani normanni mantennero in vita gran parte dell'efficiente sistema amministrativo, fiscale e burocratico arabo. La lingua araba continuò a essere utilizzata nei documenti ufficiali e a corte.

A Palermo e in altri centri sorsero monumenti unici che fondono elementi islamici (cupole rosse, archi ogivali, decorazioni geometriche e calligrafie) con lo stile romanico nordico e la tradizione bizantina.

Scienziati, filosofi, poeti e geografi (come il celebre geografo al-Idrisi alla corte di Ruggero II) trovarono un ambiente ideale di scambio, rendendo la Sicilia un faro di cultura per l'intero continente europeo.

 

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Nel 1071, guidati dal Gran Conte Ruggero, i Normanni occuparono Catania, non senza patteggiare, sembra, con l'emiro di Siracusa, Ibn al-Werd. Era l'inizio di una nuova vita. Ma, partito Ruggero, i Catanesi richiamarono l'emiro, e i Normanni dovettero riconquistare la città nel 1081. I nuovi signori dubitavano della fedeltà di queshttps://www.mimmorapisarda.it/2026/132.gifte popolazioni, che per lingua e cultura oscillavano tra la greco-bizantina e la saracena; per non parlare della consistente comunità ebraica esistente a Catania. Né maggiore fiducia ispirava la gerarchia della Chiesa, nella misura in cui questa poteva essere sopravvissuta alla dominazione araba.

Come per altre parti della Sicilia, Ruggero preferì dunque creare una struttura civile ed ecclesiastica integralmente nuova, affidando ai monaci benedettini la direzione dell'evangelizzazione religiosa e della riorganizzazione civile. Catania perse così la sua libertà e venne infeudata al fidato Ansgerio, già abate di S. Eufemia. Questi venne anche nominato abate dell'Abazia benedettina di S. Agata, e vescovo di una diocesi molto larga (da Mascali a Enna e Piazza Armerina). Questa configurazione del potere, con la riunione delle tre cariche - tutte sostenute da pingui rendite - sarà a lungo un elemento determinante nella storia della città.

Si iniziò a ricostruire la Cattedrale, nello stile normanno di una Chiesa-fortezza, dotata di muraglioni possenti e di torri, vicina alla costa in modo da controllare il porto. Città feudale, Catania lo rimarrà per quasi centocinquanta anni: il tempo di sviluppare un ceto urbano -  mercantile e produttivo - relativamente autonomo.

Di questo processo non sappiamo molto; non dovette essere facile, anche perché la città fu distrutta dal terribile terremoto del 1169 che infuriò su gran parte della Sicilia orientale; per questa occasione si fa la cifra, esagerata, di diecimila morti, tra i quali lo stesso vescovo Giovanni Aiello, perito con gran moltitudine di persone tra le rovine della Cattedrale ove si officiava la festa della patrona. Catania doveva aver raggiunto comunque un buon grado di vitalità, perché appena trent'anni dopo il terremoto, in pieno fervore di ricostruzione, la troviamo parteggiare per gli ultimi eredi degli Altavilla e ribelle contro Enrico VI, il figlio del Barbarossa.

Nato intorno al 1031, figlio di Tancredi d’Altavilla e della sua ultima moglie Frenseda, fu il primo Conte di Sicilia.

 

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 Giunse in Italia intorno al 1057 insieme al fratello Roberto il Guiscaldo con cui avvio la sua campagna militare. Dopo la conquista della Calabria e della Puglia, intorno al 1061 inizio per i due fratelli la stagione di conquista della Sicilia. Approfittarono dei dissapori fra gli emiri di Catania e Girgenti per insinuarsi sul territorio, insediandosi in primis proprio nel cuore dell’isola, fra Enna e Agrigento. Dopo un breve periodo di allontanamento dalla Sicilia, il suo rientro consto nuove e significative vittorie contro i musulmani che assediavano Nicosia. Dopo alcuni anni di battaglie e assedi Ruggero quindi si dedicò alla definitiva conquista dell’isola: espugnò Taormina con molti castelli di Val Demone, Castronovo, Jato, Cinisi e Trapani. Siracusa venne conquistata dopo la morte del fratello Roberto, insieme a Butera e Noto. Nel 1090 torno in Puglia e sposo la contessa Adelaide di Monferrato. Morì all’età di 76 anni a Mileto.

 «Ruggero oltre che abile condottiero, fu infatti anche un fine diplomatico; appoggiò il papato e così riuscì a farsi nominare Gran Conte di Sicilia. Inoltre, riuscì a gettare le basi per un’organizzazione dello stato meno basata sui signori feudatari, ma su di una classe di burocrati formati da funzionari pubblici non legati all’aristocrazia e dove comunque la sua figura era quella che deteneva il potere assoluto. Come sovrano cattolico fu fondatore di una serie di splendide cattedrali e fortificazioni in Sicilia: a Troina, a Mazara del Vallo, a Paternò, a Modica… A lui inoltre si devono le fondazioni dell’abbazia della SS. Trinità di Mileto e dell’abbazia di Santa Maria V.G. e i XII Apostoli di Bagnara Calabra»

http://paternoartestoria.wordpress.com/patrimonio/dominazionipaterno/personaggi-chiave-paterno/il-conte-ruggero-d-altavilla/

 

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Il nome Aci Castello deriva dall'omonimo castello posto su un vicino colle di pietra lavica costruito nel 1076 dai Normanni. Durante il periodo della colonizzazione greca prima, e della dominazione romana poi, la rocca sulla quale si erge il castello normanno fu frequentata per la sua posizione strategica, che permetteva il controllo del mare e del passaggio delle navi dirette verso lo stretto di Messina. Fu colonizzato da molte popolazioni dell'epoca antica, anche dagli Arabi che segnarono un periodo sanguinoso di guerre e distruzioni, testimoniato dagli stessi scrittori arabi. Il castello fu in seguito concesso ai vescovi di Catania che proprio qui, nel 1126, ricevettero le sacre reliquie di Sant'Agata, riportate in patria dalla città di Costantinopoli. Nel 1169, il Castello, fu distrutto da un duplice cataclisma un violento terremoto ma anche da un'imponente eruzione lavica che, tra l'altro, avrebbe riunito la riva all'isoletta dove sorgeva il Castello. Dalla fine del XIII secolo fino all'età dei Viceré, il castello fu testimone dellhttps://www.mimmorapisarda.it/2025/sto3.gifa lunga lotta che contrappose gli aragonesi di Sicilia agli angioini di Napoli. Nel seicento il castello conobbe un rinnovato splendore, dovuto anche alla radicale opera di ristrutturazione voluta nel 1634 dal re Filippo III, che per l'occasione fece apporre una lapide marmorea all'ingresso con la dicitura: "PHILIPPUS III DEI GRATIS REX HISPANIARUM ET INDIARUM ET UTRIUSQUE SICILIAE ANNO DIVI 1634".
Esso venne anche dotato di artiglieria, della quale é probabile testimonianza il cannone murat
o sulla terrazza superiore. Nel 1647 il castello venne venduto da re Filippo IV di Spagna a Giovanni Andrea Massa, che lo pagò 7.500 scudi.

Il disastroso terremoto che sconvolse la Sicilia orientale nel 1693 recò al castello ingenti danni, che furono tuttavia riparati negli anni successivi dai discendenti del Massa.

Nel XIX secolo il castello entrò a far parte del Demanio Comunale, ma nel 1818 un terremoto provocò nuovamente danni così gravi che esso non poté più essere utilizzato come prigione. Carenti le notizie storiche sulla seconda metà dell'ottocento; il castello tuttavia ispirò in questo periodo a Giovanni Verga la novella "Le storie del castello di Trezza" che, tra amori, tradimenti e fantasmi, narra le affascinanti vicende di don Grazia e di donna Violante. Agli inizi del XX secolo il castello di Acicastello divenne deposito di masserizie; durante la seconda guerra mondiale una grotta della rupe venne usata come rifugio antiaereo.

Poichè il castello sorge su di un promontorio di roccia lavica a picco sul mare blu cobalto è praticamente inaccessibile tranne che per l'accesso attraverso una scalinata in muratura. Il ponte levatoio in legno che oggi non esiste più, occupava parte della scalinata d'ingresso. Al centro della fortezza si trova il «donjon» la torre quadrangolare, fulcro del maniero. Rimangono poche strutture superstiti: l'accesso, che conserva i resti dell'impianto del ponte levatoio, il cortile dove si trova un piccolo orto botanico, diversi ambienti, fra cui quelli dove è accolto il museo e un cappella (secondo alcuni bizantina) ed un'ampia terrazza panoramica sul golfo antistante da dove si gode un bel panorama sui Faraglioni e sull'isola Lachea di Aci Trezza.

http://www.rivieradeiciclopi.com/il-castello-di-aci

 

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LA CITTÀ E IL SUO VESCOVO

 La prima particolarità della Catania normanna è l'unione fra il monastero benedettino e la chiesa cattedrale cioè di quei due grandi centri del potere ecclesiastico che, spesso, altrove erano rivali. Il fatto che Angerio, monaco bretone proveniente dal monastero di S. Eufemia in Calabria, fosse insieme il primo abate del monastero di S. Agata e il primo vescovo di Catania indica che, a causa della situazione particolare, a Catania non si era verificata, almeno in un primo momento, quella contesa fra abate e vescovo che altrove, spesso, sarà piuttosto evidente.

Qui, infatti, al vescovo-chttps://www.mimmorapisarda.it/Storia/ansgero.jpgonte, che nel contempo era anche abate, erano affidati poteri straordinari di giurisdizione, esazione fiscale, ordine pubblico: un controllo capillare del territorio in nome e per-cento della monarchia che stava costruendo una struttura statale, fortemente centralizzata per l'epoca.

Al di là delle vicende militari rendere stabile l'occupazione di una città composita è difficile anche per la ricca stratificazione etnica, religiosa e culturale che ne faceva la ricchezza voleva dire non solo acquisirne il controllo militare ma anche penetrare il territorio da un punto di vista religioso e culturale.

Solo più tardi Ruggero d'Altavilla, a differenza di quanto fece in altre sedi, non solo abbinò la funzione di abate a quella di vescovo, ma affidò al vescovo la funzione di guida politica e amministrativa della città (1092): in qualche modo il conte si garanti così il controllo della città portuale al riparo del convento di S. Agata e dietro la figura di quel suo fedele monaco Angerio divenuto primo vescovo della città.

Angerio diresse la chiesa e la città di Catania fino al 1124 ma soprattutto seppe creare attorno alla chiesa un forte nucleo di amministratori, mercanti, nobili, contadini e artigiani forti della loro prosperità ma sottomessi al vescovo e alla sua attenta e pressante fiscalità.

Tutti gli indizi portano a pensare che l'antica città murata, la città fortificata, di epoca normanna dovesse coincidere con quella zona della città che ancor oggi continua a chiamarsi "civita". È infatti plausibile ritenere che l'abate Angerio non avesse interesse alcuno a cingere di mura tutta la grande estensione della antica città romana in gran parte distrutta, ma solo la zona contigua alla cattedrale e comprendente appunto la chiesa, il monastero e i principali edifici compreso il porto: in questa zona doveva concentrarsi dunque la maggior parte della popolazione.

Soprattutto Angerio seppe dare un volto nuovo alla città: prima la chiesa era collocata su un'altura, Angerio volle che fosse vicino al mare: le imponenti absidi che ancorhttps://www.mimmorapisarda.it/storia/duomo.gifa oggi campeggiano minacciose all'interno del cortile dell'Arcivescovado, verso via Vittorio Emanuele, erano all'epoca prospicienti il mare, in una zona litoranea fra il vecchio porto arabo e il foro romano.

L'edificio fu insomma pensato come una chiesa "munita" una chiesa-fortezza: non potrebbe esserci testimonianza più forte sia dello sforzo "culturale" fatto dalla monarchia normanna per cristianizzare la regione, sia anche della commistione profonda fra questo impegno per un verso e Fattività politico-amministrativa ma anche di difesa, puramente militare, per garantire alla collettività quella protezione dagli attacchi esterni che era una premessa essenziale per favorire quel radicamento che la Chiesa svolgeva anche sulla base di un proprio progetto egemonico. Plasticamente lo stesso edificio mostrava nel concreto tutta una politica che garantiva pace e protezione ai fedeli e minacciava i nemici.

Difficile stabilire l'andamento della popolazione anche se sappiamo che nel terremoto del 1169 morirono quindicimila persone: la cifra ci può dare un'idea di massima, fermo restando che si tratta di un dato puramente indicativo e per nulla certo perché non vi sono riscontri che ci aiutino a stabilire l'esattezza della cifra.

I pochi documenti dell'epoca (specialmente le platee  del 1095 e del 1195) relative a Catania ci parlano di 945 famiglie soggette al vescovo tea giudei (25 famiglie), neri (23 famiglie) e musulmani complessivamente fra 2800 e 3300 persone: le platee rivelano che i Saraceni si trovavano in condizione di inferiorità, dato che erano sottoposti a tributo, anche se erano liberi di professare la loro fede poiché, come ricorda anche Al Idrisi, ciò è confermato dal fatto che ci fossero "moschee grandi e piccole". Dal punto di vista economico e commerciale gli interessi della popolazione musulmana erano poi garantiti da un "cadì" ovvero un funzionario che aveva un certo prestigio presso le autorità locali, a testimonianza dell'importanza del suo ruolo nella collettività. Si tratta di un magistrato che vediamo all'opera nei momenti difficili anche all'epoca di Federico II.https://www.mimmorapisarda.it/STORIA/CATANESI/NORMANNO.JPG

Il vescovo gestiva, insomma, un solidissimo potere politico, sociale ed economico che lo legittimava a fungere da mediatore fra la collettività urbana e il sovrano ma anche fra le diverse etnie che componevano la collettività non solo dentro le mura cittadine ma anche in vasti territori del contado su cui in modo sempre più forte si esercitava il ruolo egemonico del centro urbano. Qui egli agiva tramite il suo giustiziere e controllava il territorio con suoi ufficiali e i gain. In altri termini il vescovo appare come una sorta di funzionario straordinario garante delle comunità di fronte al sovrano e del sovrano rispetto al controllo del territorio, nonché una garanzia rispetto alle relazioni fra il sovrano e il Papa.

Ma, progressivamente, più cresceva la prosperità economica, più chiaramente lo sviluppo generò un primo allontanamento tra la comunità cittadina e il suo vescovo. Lo testimonia molto bene un documento del 1168 con il quale il vescovo Aiello ci ha lasciato la traccia di una concessione che certo non fu indolore: il vescovo concedeva ai borghesi e ai cavalieri la possibilità di traghettare il Simeto senza pedaggio: anche se nella "narrano" il vescovo cerca di mostrare che fu lui a prendere la decisione e a fare "dono" di una concessione spontanea: viceversa lo scontro dovette essere serio e la concessione non del tutto indolore. Ma, parallelamente queste fonte testimonia la forza della relazione fra il vescovo e la comunità che continuò ad essere forte e decisiva per lo sviluppo della regione pur se non priva di contrasti.

E infatti fu a un vescovo di origine catanese, Maurizio, il primo di cui abbiamo notizia, che toccò in sorte di accogliere trionfalmente il corteo che riportava in patria le reliquie della santa protettrice approdate a Messina dopo un tormentato, incerto viaggio e un lungo periodo di lontananza. Indubbiamente possedere sante reliquie era un ottima fonte di guadagni certi per abbazie e chiese e dunque questo aspetto non poteva sfuggire agli abitanti di una città la cui vocazione mercantile era ormai radicata da secoli e che prima di altti potevano intuire la ricchezza che era garantite dal divenire meta di pellegrinaggi. Naturalmente non si può neanche trascurare l'importante elemento di identificazione individuale e collettiva che ciò comportava per tutti in un'epoca di grande incertezza e confusione. Anche per questi motivi, probabilmente, quando la città subì un assalto di pirati saraceni ed esso venne vittoriosamente respinto, i cittadini attribuirono il successo alla rinnovate forza che la protezione della santa garantiva grazie alla presenza delle sue reliquie in città.

Rifondata dagli stessi guerrieri che l'avevano distrutte Catania si identificava nel XII secolo con la sua santa protettrice e la sua chiesa e obbediva al suo vescovo.

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tratto da "Catania medioevale" di M. Mangiameli - Bonanno Editore.

 

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https://www.mimmorapisarda.it/storia/ruggero2b.jpgRuggero II. Figlio di Ruggero I d'Altavilla e di Adelaide di Monferrato (la mitica Adelasia) fu conte di Sicilia (1101-1130), duca di Puglia e di Calabria (1127-1130) e primo re di Sicilia (1130-1154). Dapprima sotto la reggenza materna (fino al 1113) e poi autonomamente, avviò un'energica politica di consolidamento della contea di Sicilia e, alla morte senza eredi del cugino Guglielmo duca di Puglia (1127), diede inizio ad una campagna di espansione nel Mezzogiorno, col disegno di unificare tutti i domini normanni d'Italia.

 Incontrò tuttavia l'opposizione di papa Onorio II, che lo scomunicò e sostenne una forte resistenza locale, capeggiata da Roberto II di Capua e Rainolfo d'Alife; ma Ruggero ne uscì vincitore e il papa fu costretto a riconoscerlo duca di Puglia (Benevento, 1128).

 Conte di Sicilia e duca di Puglia, il principe normanno assumeva così la veste di signore di tutta l'Italia meridionale, anche se non tutta ancora conquistata. Tra il 1128 e il 1129, riuscì ad affermare il suo potere anche su Napoli, Bari, Capua e molte altre località, continuando l'opera di unificazione. Alla morte di Onorio II (1130), sostenne l'antipapa Anacleto II contro il papa legittimo Innocenzo II, e dal primo ebbe il titolo di re di Sicilia e degli Stati principeschi di Puglia, Calabria e Capua, e fu incoronato a Palermo, il 25 dicembre 1130.

 La costituzione del regno fu seguita da un decennio di guerre, nel quale Ruggero II ebbe contro di lui coalizzati il papa Innocenzo II, l'imperatore Lotario II di Supplimburgo, il basileus Giovanni II Comneno, le repubbliche marinare di Genova, Pisa, Venezia ed anche ribelli interni al regno.

 Ruggero II riuscì a sconfiggere tutti e, morto l'antipapa Anacleto II (1138), dopo aver inflitto un'ultima grave sconfitta a Innocenzo II (San Germano, 1139), ottenne da questo il riconoscimento del titolo regio, in qualità di vassallo.

 La pace col pontefice consentì al re di ristabilire la sua autorità anche all'interno e di riprendere, con la collaborazione di Giorgio d'Antiochia e di altri valorosi ammiragli, l'espansione oltre mare, dalla Sicilia alla costa tunisina e dalla Puglia alla Grecia (con un attacco alla stessa Costantinopoli nel 1149).

 Ruggero II fece del regno di Sicilia uno degli Stati d'Europa più potenti e meglio ordinati dandogli una base legislativa con le Assise del Regno di Sicilia, promulgate nel 1140 da Ariano Irpino. Molto tollerante per quahttps://www.mimmorapisarda.it/2026/storia/10.gifnto riguardava le profonde differenze etniche e religiose esistenti tra i suoi sudditi, incoraggiò le attività artistiche e culturali gettando le basi per quella fioritura artistica, culturale e politica che raggiunse l'apice con Federico II.

http://www.ilportaledelsud.org/ruggeroII.htm

 

Nell'agosto del 1129, Ruggero II partì da Salerno per ritornare in Sicilia.

Ad un tratto, però, una nebbiolina iniziò a scendere dal cielo. La nebbia pian piano si fece sempre più fitta fino a quando il cielo non diventò pieno di nuvoloni e si alzò una tempesta.

Il re e l'equipaggio erano terrorizzati, non avevano mai visto qualcosa di simile. L'acqua entrava da tutte le parti, l'interno della nave era quasi distrutto. Il re pregava chiedendo al Signore di salvarlo dalla burrasca. Pregò tanto.

La nave, anche se la tempesta non permetteva alcun movimento, continuava ad andare avanti come se qualcuno la guidasse e la spingesse per poterla salvare. Come una scena da film, nel buio della notte apparve una luce, era il Signore che disse: "Non temere, io sarò con te".

Ruggero promise al Signore che nel posto in cui sarebbero approdati avrebbe fatto sorgere un tempio alla sua gloria.

A quel punto cadde in un sonno profondo.

La mattina si risvegliò sentendo le urla di esultanti dell'equipaggio. La nave aveva gettato le ancore a Cefalù.

L'anno successivo Ruggero fece ergere una cattedrale, come promesso al Signore (in realtà iniziarono nel 1131, due anni dopo, ma questo a noi non interessa, in quanto le leggende hanno sempre ragione).

Autore: Alessandra Cancarè

 

https://www.mimmorapisarda.it/2025/275.jpgA partire dalla prima metà del XII secolo, la Sicilia visse una delle fasi più straordinarie della sua storia. Sotto il dominio normanno, l’isola divenne uno degli Stati più ricchi e potenti d’Europa, capace di esercitare un’influenza che si estendeva dall’Italia meridionale fino alle coste dell’Africa settentrionale.

Il punto di svolta fu la conquista normanna, culminata con la nascita del Regno di Sicilia. I Normanni non si limitarono a imporre il proprio dominio militare, ma costruirono uno Stato fortemente centralizzato, efficiente e sorprendentemente moderno per l’epoca. La Sicilia divenne il cuore politico di un territorio che comprendeva l’isola, gran parte dell’Italia meridionale e, per un periodo, anche il Regno normanno d’Africa, con basi e possedimenti lungo la costa nordafricana.

La forza del regno non risiedeva solo nelle armi. La Sicilia normanna fu un crocevia di culture, dove convivevano e collaboravano tradizioni latine, greche e arabe. Questa pluralità si rifletteva nell’amministrazione, nell’economia e nella vita di corte. Funzionari greci, giuristi latini e tecnici arabi contribuirono alla gestione dello Stato, rendendolo uno dei più avanzati del Mediterraneo.

Dal punto di vista economico, il regno beneficiava di una posizione strategica unica, al centro delle principali rotte commerciali tra Europa, Africa e Oriente. I porti siciliani erano nodi fondamentali per il commercio di grano, spezie, tessuti e metalli preziosi. Le entrate fiscali e il controllo dei traffici marittimi permisero ai sovrani normanni di accumulare immense ricchezze.

Questa potenza si tradusse anche in una straordinaria produzione artistica e architettonica. Palazzi, chiese e cattedrali divennero simboli visibili della forza dello Stato e della sua vocazione universale, fondendo stili e linguaggi diversi in un risultato unico in Europa.

Nel XII secolo, la Sicilia non fu una periferia del continente, ma uno dei suoi centri principali di potere, capace di competere con i più grandi regni del tempo e di lasciare un’eredità duratura nella storia del Mediterraneo.

@travelsicily_ig

 

Il terremoto di Catania del 4 Febbraio 1169

 

Il terremoto di Catania del 1169 è uno degli eventi più antichi per il quale sia possibile una (pur se parziale) ricostruzione storica degli effetti. L'area maggiormente interessata è quehttps://www.mimmorapisarda.it/2025/sto11.giflla della Sicilia orientale e della Calabria meridionale, dove sono stati registrati rilevanti danni. Le notizie disponibili sono spesso incerte e confuse, non solo circa i danni prodotti e l'esatta estensione dell'area colpita, ma finanche sull'ora esatta in cui si è verificata la scossa principale. Sembra verosimile che la scossa più violenta sia avvenuta poco dopo il tramonto, come testimonierebbe il fatto che un gran numero di persone rimaste uccise si trovava all'interno della cattedrale di Catania. Il numero complessivo di morti nella sola città di Catania oscilla tra 15.000 e 20.000.

I villaggi più importanti e le città della Val di Noto, Piana di Catania e Val Demone sono stati tutti seriamente danneggiati. Catania, Lentini e Modica, quest'ultima nel ragusano, sono state totalmente distrutte. Rilevanti danni sono stati prodotti a castelli e villaggi posti tra Catania e Piazza Armerina.

La città di Messina è stata raggiunta da un maremoto, prodotto all'evento sismico, e l'onda di marea ha inoltre risalito per 6 km il corso del fiume Simeto distruggendo totalmente il villaggio di Casal Simeto, che non venne mai più ricostruito.

Le cronache storiche riferiscono di importanti modificazioni alla circolazione delle acque freatiche, con il completo inaridimento di alcune sorgenti e la comparsa di nuove. Nella maggior parte dei casi il fenomeno è riferito in forma generica e non consente l'esatta ubicazione delle manifestazioni idriche descritte; dettagliate indicazioni sono esclusivamente fornite per le fonti Aretusa (Siracusa) e Tavi (Assoro).

L'intensità massima stimata è circa dell'XI grado della scala MCS, e risulta confrontabile con quella del terremoto avvenuto nella stessa area nel 1693. L'epicentro, così come nel terremoto del 1693, è posto verosimilmente in mare, lungo la costa tra Catania e Siracusa; il fatto è indirettamente confermato dai maremoti registrati in ambedue i casi.

 Il terremoto del 4 febbraio 1169, che distrusse Catania e provocò migliaia di morti, causò il crollo delle volte di Sant’Agata la Nuova sotto le quali perirono il vescovo Giovanni Aiello e la maggior parte dei monaci e dei fedeli presenti in chiesa per la festa di Sant’Agata. Il prospetto principale della basilica, che in più parti subì varie lesioni, nel periodo svevo venne poi arricchito di un nuovo portale. Nella fase di ricostruzione, il vescovo Roberto (1170-1179) scelse di lasciare sul posto le macerie delle volte, che perciò provocarono un rialzamento del pavimento di circa 1 m. Per evitare il ripetersi della tragedia causata dal sisma, la nuova copertura fu realizzata con più leggere capriate di legno. Così, diminuendo il carico sulle colonne di sostegno, le quali inoltre furono rinforzate con pilastri murari, si pensò di assicurare alla fabbrica una maggiore stabilità. Dopo i restauri del terremoto, la basilica subì altri danni nel 1197, quando Enrico VI fece incendiare la città per punire il vescovo Ruggero e i catanesi, che avevano partecipato alla rivolta contro di lui.

http://www.iccd.beniculturali.it/medioevosiciliano/brochure/scheda_15.pdf

 

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L'eruzione del 425 a.C., dette "Lave di l'Ognina", raggiunsero la borgata e il lungomare e crearono (bonus per il fastidio) un fiordo naturale menzionato anche da Cicerone e Plinio come fantasioso approdo di Ulisse durante la sua odissea. Infatti nel quartiere di Ognina tutto parla di Ulisse: strade, ristoranti, negozi, imbarcazioni.

A parte la leggenda, il vero porto Ulisse si estese fino a San Giovanni Li Cuti arrivando all'odierno quartiere Picanello - in zona via Savasta. Accoglieva fino a 300 galee e triremi greche e continuò ad essere zona portuale per secoli collegandosi alla città di Catania attraverso la Via per l'Ognina, oggi Via Vecchia Ognina.

Durante la dominazione normanna di Guglielmo II, in pieno Medioevo, fu poi ricoperto da una grande eruzione detta "Lave del Rotolo" che, a seguito di un forte terremoto, eruttò nel 1160-9 (*) da Gravina in via Monti arsi, ricoprì le precedenti, completò il lungomare (vedasi video) di Catania fino al Gaito, risparmiò la spiaggetta di Piazza Mancini Battaglia, coprì il fiume Longane in località via Acque casse e arrivò ad Aci Castello collegando il maniero normanno alla terraferma.

A quel tempo il quadro doveva essere apocalittico, ma Catania non era come quella odierna. La città era piccola e tutto attorno c'erano solo campagne e poca gente. Se riaccadesse oggi, sarebbe una catastrofe.

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(*)  Anche se qualcuno continua a menzionarla, quella del 1381 (detta "Lave del Crocifisso")

non è più accreditata quale eruzione principale di quel disastro ma solo conclusiva di quanto sopra.

 

 

L'IMPRONTA NORMANNA (e ARABA) NELL'ARCHITETTURA SICILIANA

 

A Palermo, i normanni, che succedettero gli arabi nella dominazione della Sicilia, posero mano a tutti gli edifici costruiti in precedenza. Ad ogni modo, l’impronta dell’architettura araba rimane come segno indelebile di una presenza influente anche dal punto di vista estetico. Le moschee, i palazzi e i giardini ricchi di fontane furono inesorabilmente riadattati al gusto normanno, arricchendo quest’ultimo di elementi mediorientali. Gli edifici storici di Palermo vengono, dunque, classificati stilisticamente come architettura arabo-normanna.

Gli spunti arabi sono più visibili nel Palazzo Reale (originariamente Qasr), nato come residenza degli emiri. L’architettura normanna si è andata a sovrapporre alle strutture originarie, lasciandoci elementi di decorazione architettonica di grande eleganza. Da notare gli intagli e i dipinti che adornano il soffitto ligneo della Cappella Palatina, il cuore del Palazzo.https://www.mimmorapisarda.it/STORia/palatina.jpg

Nei pressi del Palazzo Reale, alcune cupole rosse, caratteristiche dell’architettura araba, arricchiscono la struttura di una chiesa: San Giovanni degli Eremiti. Continuando il nostro viaggio nell’architettura arabo-normanna di Palermo arriviamo alla chiesa di San Cataldo dove, ancora una volta, le cupole sono le uniche note di colore a una struttura peraltro essenziale.

 Su una colonna del porticato sud della Cattedrale di Palermo si trovano incise iscrizioni arabe che testimoniano la presenza, in loco, di un edificio più antico sacrificato alla fede cristiana.

 Fin dal nome, il Palazzo Fawwarah (Castello di Maredolce) richiama atmosfere da mille e una notte, forse una dei pochi esempi incontaminati di architettura araba a Palermo. Procedendo per le strade della città si può incontrare la Zisa, immersa in un parco che doveva essere un accenno di paradiso (Jannat al –ard).

 

La Zisa, edificio del XII secolo, risale al periodo della dominazione normanna in Sicilia. La sua costruzione fu iniziata sotto il regno di Guglielmo I e portata a compimento sotto quello di Guglielmo II. La Zisa delle origini era una residenza estiva creata nelle vicinanze della città per il riposo e lo svago del sovrano. I Normanni, subentrati agli Arabi nella dominazione dell'Isola, furono fortemente attratti dalla cultura dei loro predecessori. I sovrani vollero residenze ricche e fastose come quelle degli emiri ed organizzarono la vita di corte su modello di quella araba, adottandone anche il cerimoniale ed i costumi. Fu così che la Zisa, come tutte le altre residenze reali, venne realizzata alla maniera "araba " da maestranze di estrazione musulmana, guardando a modelli dell'edilizia palazziale dell'Africa settentrionale e dell'Egitto, a conferma dei forti legami che la Sicilia continuò ad avere, in quel periodo, con il mondo culturale islamico del bacino del Mediterraneo.

 Il nome Zisa deriva probabilmente da al-Aziz (che in lingua araba significa nobile, glorioso, magnifico). Il vocabolo (in caratteri nashi), rinvenuto nella fascia epigrafica del vestibolo dell'edificio, denota la caratteristica d'uso islamico di contraddistinguere con un appellativo gli edifici civili più importanti.

 

Il complesso monumentale di Palazzo dei Normanni è la risultante di costruzioni, demolizioni e sovrapposizioni che si sono succedute nel corso di circa duemilacinquecento anni.

 La sintesi, proposta ad un'utenza che si presume vasta ed eterogenea, si limita alla descrizione delle principali fasi evolutive, rinviando, per gli innumerevoli temi ed aspetti presenti nella lunga storia di questo monumento, alle pubblicazioni, ai saggi, ai testi monografici prodotti - in ogni tempo - da numerosi studiosi ed esperti di settore, sia italiani che stranieri.

 Il Palazzo dei Normanni (da molti chiamato anche Palazzo Reale) sorge sul sito che nel VI secolo a.C. i Cartaginesi (un popolo originario dell'attuale Libano, che aveva fondato vicino Tunisi la città di Cartagine) scelsero come importante base commerciale per i loro traffici marittimi.

 Ciò determinò la nascita del primo nucleo della città di Palermo (il nome deriva dal greco Panormos, cioè "tutto portò") come mostrano gli ampi tratti di mura che recenti scavi hanno permesso di mettere in luce; strutture peraltro rinforzate nel periodo delle guerre puniche.

 Si deve supporre che nei successivi periodi contrassegnati dalla presenza dei Romani, dei Bizantini e degli Arabi, l'originaria struttura difensiva sia stata oggetto di ulteriori interventi, come testimonia la stratificazione individuata e avente uno spessore di 8 metri.

 In particolare, nella prima metà del IX secolo d. C. Palermo viene conquistata da Arabi (Aghlabiti) provenienti dal Nord Africa i quali, sulle strutture preesistenti, costruiscono una fortezza (qasr, da cui Cassaro: la strada che ancora oggi collega la città al mare seguendo l'asse Est-Ovest) per difendere la città da occidente; a oriente, avrebbero realizzato un'altra fortezza: il 'Castello a mare'.

 

La Chiesa SS. Pietro e Paolo è uno dei monumenti più complessi della Sicilia.

Fondata da monaci basiliani venne ricostruita nel 1117 e in seguito fu restaurata nel 1172 da Gherardo il Franco per conto di Teostericto, come riporta un'epigrafe greca incisa sul falso architrave del portale maggiore.

Molto singolari risultano gli effetti cromatici creati dall'alternanza di fasce di mattoni, pietra lavica, pietra calcarea ed arenaria. Essa rappresenta al contempo un mirabile compendio di influenze bizantine, arabe e normanne. L'esterno presenta una decorazione a lesene ed arcatelle intrecciate e motivi a dente di sega.

La facciata principale è preceduta da un portico, racchiuso tra due torri. L'interno è a tre navate, le quali sono divise da colonne corinzie che sostengono archi a sesto acuto.

Lungo l'asse della navata centrale si elevano due cupole, una su un alto tamburo, è ondulata a spicchi; l'altra, nell'area del transetto poggia su un tamburo ottagonale.

 

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Sebbene la fine ufficiale del Regno normanno di Sicilia venga datata al Natale del 1194 (giorno dell'incoronazione a Palermo dell'imperatore svevo Enrico VI di Hohenstaufen, marito della principessa normanna Costanza d'Altavilla), il 1195 fu il primo anno effettivo di governo della nuova dinastia sveva

 

 

 

 

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