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La storia della Sicilia normanna ha inizio nel 1061 con lo sbarco a Messina al tempo in cui essa era dominata dai musulmani. Catania fu conquistata nel 1071, Palermo nel 1072. Nel 1130 la dominazione normanna instaurerà il primo regno dell'Isola con Ruggero II. La dinastia si concluse nel 1195 con la morte dell'ultima esponente della famiglia degli Altavilla di Sicilia, la Regina Costanza, consorte di Enrico VI di Sevia e madre dell'imperatore Federico II.
La consegna di Palermo ai Normanni avvenne il 10 gennaio 1072, segnando una tappa decisiva per la conquista della Sicilia. La presa della città fu guidata dai fratelli normanni Roberto il Guiscardo e Ruggero I d'Altavilla. Dopo un lungo assedio, i musulmani cedettero la città. La principale moschea fu trasformata in cattedrale cristiana, segnando il passaggio del potere politico e religioso. L'intera isola passò sotto il controllo normanno nel giro di trent'anni (dal 1061 al 1091), culminando poi con la nascita del Regno di Sicilia nel 1130 con Ruggero II.
I sovrani normanni mantennero in vita gran parte dell'efficiente sistema amministrativo, fiscale e burocratico arabo. La lingua araba continuò a essere utilizzata nei documenti ufficiali e a corte. A Palermo e in altri centri sorsero monumenti unici che fondono elementi islamici (cupole rosse, archi ogivali, decorazioni geometriche e calligrafie) con lo stile romanico nordico e la tradizione bizantina. Scienziati, filosofi, poeti e geografi (come il celebre geografo al-Idrisi alla corte di Ruggero II) trovarono un ambiente ideale di scambio, rendendo la Sicilia un faro di cultura per l'intero continente europeo.
Nel 1071, guidati dal
Gran Conte Ruggero,
i Normanni occuparono Catania, non senza patteggiare, sembra, con l'emiro di
Siracusa, Ibn al-Werd. Era l'inizio di una nuova vita. Ma, partito Ruggero, i
Catanesi richiamarono l'emiro, e i Normanni dovettero riconquistare la città nel
1081. I nuovi signori dubitavano della fedeltà di ques Come per altre parti della Sicilia, Ruggero preferì dunque creare una struttura civile ed ecclesiastica integralmente nuova, affidando ai monaci benedettini la direzione dell'evangelizzazione religiosa e della riorganizzazione civile. Catania perse così la sua libertà e venne infeudata al fidato Ansgerio, già abate di S. Eufemia. Questi venne anche nominato abate dell'Abazia benedettina di S. Agata, e vescovo di una diocesi molto larga (da Mascali a Enna e Piazza Armerina). Questa configurazione del potere, con la riunione delle tre cariche - tutte sostenute da pingui rendite - sarà a lungo un elemento determinante nella storia della città. Si iniziò a ricostruire la Cattedrale, nello stile normanno di una Chiesa-fortezza, dotata di muraglioni possenti e di torri, vicina alla costa in modo da controllare il porto. Città feudale, Catania lo rimarrà per quasi centocinquanta anni: il tempo di sviluppare un ceto urbano - mercantile e produttivo - relativamente autonomo. Di questo processo non sappiamo molto; non dovette essere facile, anche perché la città fu distrutta dal terribile terremoto del 1169 che infuriò su gran parte della Sicilia orientale; per questa occasione si fa la cifra, esagerata, di diecimila morti, tra i quali lo stesso vescovo Giovanni Aiello, perito con gran moltitudine di persone tra le rovine della Cattedrale ove si officiava la festa della patrona. Catania doveva aver raggiunto comunque un buon grado di vitalità, perché appena trent'anni dopo il terremoto, in pieno fervore di ricostruzione, la troviamo parteggiare per gli ultimi eredi degli Altavilla e ribelle contro Enrico VI, il figlio del Barbarossa. Nato intorno al 1031, figlio di Tancredi d’Altavilla e della sua ultima moglie Frenseda, fu il primo Conte di Sicilia.
Giunse in Italia intorno al 1057 insieme al fratello Roberto il Guiscaldo con cui avvio la sua campagna militare. Dopo la conquista della Calabria e della Puglia, intorno al 1061 inizio per i due fratelli la stagione di conquista della Sicilia. Approfittarono dei dissapori fra gli emiri di Catania e Girgenti per insinuarsi sul territorio, insediandosi in primis proprio nel cuore dell’isola, fra Enna e Agrigento. Dopo un breve periodo di allontanamento dalla Sicilia, il suo rientro consto nuove e significative vittorie contro i musulmani che assediavano Nicosia. Dopo alcuni anni di battaglie e assedi Ruggero quindi si dedicò alla definitiva conquista dell’isola: espugnò Taormina con molti castelli di Val Demone, Castronovo, Jato, Cinisi e Trapani. Siracusa venne conquistata dopo la morte del fratello Roberto, insieme a Butera e Noto. Nel 1090 torno in Puglia e sposo la contessa Adelaide di Monferrato. Morì all’età di 76 anni a Mileto. «Ruggero oltre che abile condottiero, fu infatti anche un fine diplomatico; appoggiò il papato e così riuscì a farsi nominare Gran Conte di Sicilia. Inoltre, riuscì a gettare le basi per un’organizzazione dello stato meno basata sui signori feudatari, ma su di una classe di burocrati formati da funzionari pubblici non legati all’aristocrazia e dove comunque la sua figura era quella che deteneva il potere assoluto. Come sovrano cattolico fu fondatore di una serie di splendide cattedrali e fortificazioni in Sicilia: a Troina, a Mazara del Vallo, a Paternò, a Modica… A lui inoltre si devono le fondazioni dell’abbazia della SS. Trinità di Mileto e dell’abbazia di Santa Maria V.G. e i XII Apostoli di Bagnara Calabra»
Il nome
Aci Castello
deriva dall'omonimo castello posto su un vicino colle di pietra lavica costruito
nel 1076 dai Normanni. Durante il periodo della colonizzazione greca prima, e
della dominazione romana poi, la rocca sulla quale si erge il castello normanno
fu frequentata per la sua posizione strategica, che permetteva il controllo del
mare e del passaggio delle navi dirette verso lo stretto di Messina. Fu
colonizzato da molte popolazioni dell'epoca antica, anche dagli Arabi che
segnarono un periodo sanguinoso di guerre e distruzioni, testimoniato dagli
stessi scrittori arabi. Il castello fu in seguito concesso ai vescovi di Catania
che proprio qui, nel 1126, ricevettero le sacre reliquie di Sant'Agata,
riportate in patria dalla città di Costantinopoli. Nel 1169, il Castello, fu
distrutto da un duplice cataclisma un violento terremoto ma anche da un'imponente
eruzione lavica che, tra l'altro, avrebbe riunito la riva all'isoletta dove
sorgeva il Castello. Dalla fine del XIII secolo fino all'età dei Viceré, il
castello fu testimone dell Il disastroso terremoto che sconvolse la Sicilia orientale nel 1693 recò al castello ingenti danni, che furono tuttavia riparati negli anni successivi dai discendenti del Massa. Nel XIX secolo il castello entrò a far parte del Demanio Comunale, ma nel 1818 un terremoto provocò nuovamente danni così gravi che esso non poté più essere utilizzato come prigione. Carenti le notizie storiche sulla seconda metà dell'ottocento; il castello tuttavia ispirò in questo periodo a Giovanni Verga la novella "Le storie del castello di Trezza" che, tra amori, tradimenti e fantasmi, narra le affascinanti vicende di don Grazia e di donna Violante. Agli inizi del XX secolo il castello di Acicastello divenne deposito di masserizie; durante la seconda guerra mondiale una grotta della rupe venne usata come rifugio antiaereo. Poichè il castello sorge su di un promontorio di roccia lavica a picco sul mare blu cobalto è praticamente inaccessibile tranne che per l'accesso attraverso una scalinata in muratura. Il ponte levatoio in legno che oggi non esiste più, occupava parte della scalinata d'ingresso. Al centro della fortezza si trova il «donjon» la torre quadrangolare, fulcro del maniero. Rimangono poche strutture superstiti: l'accesso, che conserva i resti dell'impianto del ponte levatoio, il cortile dove si trova un piccolo orto botanico, diversi ambienti, fra cui quelli dove è accolto il museo e un cappella (secondo alcuni bizantina) ed un'ampia terrazza panoramica sul golfo antistante da dove si gode un bel panorama sui Faraglioni e sull'isola Lachea di Aci Trezza. http://www.rivieradeiciclopi.com/il-castello-di-aci
LA CITTÀ E IL SUO VESCOVO La prima particolarità della Catania normanna è l'unione fra il monastero benedettino e la chiesa cattedrale cioè di quei due grandi centri del potere ecclesiastico che, spesso, altrove erano rivali. Il fatto che Angerio, monaco bretone proveniente dal monastero di S. Eufemia in Calabria, fosse insieme il primo abate del monastero di S. Agata e il primo vescovo di Catania indica che, a causa della situazione particolare, a Catania non si era verificata, almeno in un primo momento, quella contesa fra abate e vescovo che altrove, spesso, sarà piuttosto evidente.
Qui, infatti, al
vescovo-c Al di là delle vicende militari rendere stabile l'occupazione di una città composita è difficile anche per la ricca stratificazione etnica, religiosa e culturale che ne faceva la ricchezza voleva dire non solo acquisirne il controllo militare ma anche penetrare il territorio da un punto di vista religioso e culturale. Solo più tardi Ruggero d'Altavilla, a differenza di quanto fece in altre sedi, non solo abbinò la funzione di abate a quella di vescovo, ma affidò al vescovo la funzione di guida politica e amministrativa della città (1092): in qualche modo il conte si garanti così il controllo della città portuale al riparo del convento di S. Agata e dietro la figura di quel suo fedele monaco Angerio divenuto primo vescovo della città. Angerio diresse la chiesa e la città di Catania fino al 1124 ma soprattutto seppe creare attorno alla chiesa un forte nucleo di amministratori, mercanti, nobili, contadini e artigiani forti della loro prosperità ma sottomessi al vescovo e alla sua attenta e pressante fiscalità. Tutti gli indizi portano a pensare che l'antica città murata, la città fortificata, di epoca normanna dovesse coincidere con quella zona della città che ancor oggi continua a chiamarsi "civita". È infatti plausibile ritenere che l'abate Angerio non avesse interesse alcuno a cingere di mura tutta la grande estensione della antica città romana in gran parte distrutta, ma solo la zona contigua alla cattedrale e comprendente appunto la chiesa, il monastero e i principali edifici compreso il porto: in questa zona doveva concentrarsi dunque la maggior parte della popolazione.
Soprattutto Angerio seppe
dare un volto nuovo alla città: prima la chiesa era collocata su un'altura,
Angerio volle che fosse vicino al mare: le imponenti absidi che ancor L'edificio fu insomma pensato come una chiesa "munita" una chiesa-fortezza: non potrebbe esserci testimonianza più forte sia dello sforzo "culturale" fatto dalla monarchia normanna per cristianizzare la regione, sia anche della commistione profonda fra questo impegno per un verso e Fattività politico-amministrativa ma anche di difesa, puramente militare, per garantire alla collettività quella protezione dagli attacchi esterni che era una premessa essenziale per favorire quel radicamento che la Chiesa svolgeva anche sulla base di un proprio progetto egemonico. Plasticamente lo stesso edificio mostrava nel concreto tutta una politica che garantiva pace e protezione ai fedeli e minacciava i nemici. Difficile stabilire l'andamento della popolazione anche se sappiamo che nel terremoto del 1169 morirono quindicimila persone: la cifra ci può dare un'idea di massima, fermo restando che si tratta di un dato puramente indicativo e per nulla certo perché non vi sono riscontri che ci aiutino a stabilire l'esattezza della cifra.
I pochi documenti
dell'epoca (specialmente le platee del 1095 e del 1195) relative a Catania ci
parlano di 945 famiglie soggette al vescovo tea giudei (25 famiglie), neri (23
famiglie) e musulmani complessivamente fra 2800 e 3300 persone: le platee
rivelano che i Saraceni si trovavano in condizione di inferiorità, dato che
erano sottoposti a tributo, anche se erano liberi di professare la loro fede
poiché, come ricorda anche Al Idrisi, ciò è confermato dal fatto che ci fossero
"moschee grandi e piccole". Dal punto di vista economico e commerciale gli
interessi della popolazione musulmana erano poi garantiti da un "cadì" ovvero un
funzionario che aveva un certo prestigio presso le autorità locali, a
testimonianza dell'importanza del suo ruolo nella collettività. Si tratta di un
magistrato che vediamo all'opera nei momenti difficili anche all'epoca di
Federico II. Il vescovo gestiva, insomma, un solidissimo potere politico, sociale ed economico che lo legittimava a fungere da mediatore fra la collettività urbana e il sovrano ma anche fra le diverse etnie che componevano la collettività non solo dentro le mura cittadine ma anche in vasti territori del contado su cui in modo sempre più forte si esercitava il ruolo egemonico del centro urbano. Qui egli agiva tramite il suo giustiziere e controllava il territorio con suoi ufficiali e i gain. In altri termini il vescovo appare come una sorta di funzionario straordinario garante delle comunità di fronte al sovrano e del sovrano rispetto al controllo del territorio, nonché una garanzia rispetto alle relazioni fra il sovrano e il Papa. Ma, progressivamente, più cresceva la prosperità economica, più chiaramente lo sviluppo generò un primo allontanamento tra la comunità cittadina e il suo vescovo. Lo testimonia molto bene un documento del 1168 con il quale il vescovo Aiello ci ha lasciato la traccia di una concessione che certo non fu indolore: il vescovo concedeva ai borghesi e ai cavalieri la possibilità di traghettare il Simeto senza pedaggio: anche se nella "narrano" il vescovo cerca di mostrare che fu lui a prendere la decisione e a fare "dono" di una concessione spontanea: viceversa lo scontro dovette essere serio e la concessione non del tutto indolore. Ma, parallelamente queste fonte testimonia la forza della relazione fra il vescovo e la comunità che continuò ad essere forte e decisiva per lo sviluppo della regione pur se non priva di contrasti. E infatti fu a un vescovo di origine catanese, Maurizio, il primo di cui abbiamo notizia, che toccò in sorte di accogliere trionfalmente il corteo che riportava in patria le reliquie della santa protettrice approdate a Messina dopo un tormentato, incerto viaggio e un lungo periodo di lontananza. Indubbiamente possedere sante reliquie era un ottima fonte di guadagni certi per abbazie e chiese e dunque questo aspetto non poteva sfuggire agli abitanti di una città la cui vocazione mercantile era ormai radicata da secoli e che prima di altti potevano intuire la ricchezza che era garantite dal divenire meta di pellegrinaggi. Naturalmente non si può neanche trascurare l'importante elemento di identificazione individuale e collettiva che ciò comportava per tutti in un'epoca di grande incertezza e confusione. Anche per questi motivi, probabilmente, quando la città subì un assalto di pirati saraceni ed esso venne vittoriosamente respinto, i cittadini attribuirono il successo alla rinnovate forza che la protezione della santa garantiva grazie alla presenza delle sue reliquie in città. Rifondata dagli stessi guerrieri che l'avevano distrutte Catania si identificava nel XII secolo con la sua santa protettrice e la sua chiesa e obbediva al suo vescovo. _____________________ tratto da "Catania medioevale" di M. Mangiameli - Bonanno Editore.
Incontrò tuttavia l'opposizione di papa Onorio II, che lo scomunicò e sostenne una forte resistenza locale, capeggiata da Roberto II di Capua e Rainolfo d'Alife; ma Ruggero ne uscì vincitore e il papa fu costretto a riconoscerlo duca di Puglia (Benevento, 1128). Conte di Sicilia e duca di Puglia, il principe normanno assumeva così la veste di signore di tutta l'Italia meridionale, anche se non tutta ancora conquistata. Tra il 1128 e il 1129, riuscì ad affermare il suo potere anche su Napoli, Bari, Capua e molte altre località, continuando l'opera di unificazione. Alla morte di Onorio II (1130), sostenne l'antipapa Anacleto II contro il papa legittimo Innocenzo II, e dal primo ebbe il titolo di re di Sicilia e degli Stati principeschi di Puglia, Calabria e Capua, e fu incoronato a Palermo, il 25 dicembre 1130. La costituzione del regno fu seguita da un decennio di guerre, nel quale Ruggero II ebbe contro di lui coalizzati il papa Innocenzo II, l'imperatore Lotario II di Supplimburgo, il basileus Giovanni II Comneno, le repubbliche marinare di Genova, Pisa, Venezia ed anche ribelli interni al regno. Ruggero II riuscì a sconfiggere tutti e, morto l'antipapa Anacleto II (1138), dopo aver inflitto un'ultima grave sconfitta a Innocenzo II (San Germano, 1139), ottenne da questo il riconoscimento del titolo regio, in qualità di vassallo. La pace col pontefice consentì al re di ristabilire la sua autorità anche all'interno e di riprendere, con la collaborazione di Giorgio d'Antiochia e di altri valorosi ammiragli, l'espansione oltre mare, dalla Sicilia alla costa tunisina e dalla Puglia alla Grecia (con un attacco alla stessa Costantinopoli nel 1149).
Ruggero II fece del regno di Sicilia uno
degli Stati d'Europa più potenti e meglio ordinati dandogli una base legislativa
con le Assise del Regno di Sicilia, promulgate nel 1140 da Ariano Irpino. Molto
tollerante per qua http://www.ilportaledelsud.org/ruggeroII.htm
Nell'agosto del 1129, Ruggero II partì da Salerno per ritornare in Sicilia. Ad un tratto, però, una nebbiolina iniziò a scendere dal cielo. La nebbia pian piano si fece sempre più fitta fino a quando il cielo non diventò pieno di nuvoloni e si alzò una tempesta. Il re e l'equipaggio erano terrorizzati, non avevano mai visto qualcosa di simile. L'acqua entrava da tutte le parti, l'interno della nave era quasi distrutto. Il re pregava chiedendo al Signore di salvarlo dalla burrasca. Pregò tanto. La nave, anche se la tempesta non permetteva alcun movimento, continuava ad andare avanti come se qualcuno la guidasse e la spingesse per poterla salvare. Come una scena da film, nel buio della notte apparve una luce, era il Signore che disse: "Non temere, io sarò con te". Ruggero promise al Signore che nel posto in cui sarebbero approdati avrebbe fatto sorgere un tempio alla sua gloria. A quel punto cadde in un sonno profondo. La mattina si risvegliò sentendo le urla di esultanti dell'equipaggio. La nave aveva gettato le ancore a Cefalù. L'anno successivo Ruggero fece ergere una cattedrale, come promesso al Signore (in realtà iniziarono nel 1131, due anni dopo, ma questo a noi non interessa, in quanto le leggende hanno sempre ragione). Autore: Alessandra Cancarè
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