|

|
1266 |
 |
1282 |

Alla fine della dinastia degli Hohenstaufen,
nel 1266 la Sicilia venne assegnata dal Papa, che considerava l'isola patrimonio
della Chiesa, a Carlo I d'Angiò;
il 17enne Corradino di Svevia tentò di riconquistare il regno nel 1268, ma fu
sconfitto nella Battaglia di Tagliacozzo e decapitato.
In Sicilia, roccaforte svevo-normanna, la
situazione si fece ben presto particolarmente critica per una generalizzata
riduzione delle libertà dei baroni ed una opprimente politica fiscale.
Catania fu uno dei centri delle rivolte
contro gli angioini: i catanesi,
che avevano subito ingiustizie, sfruttamenti ed erano stati danneggiati
economicamente dalla chiusura dei porti della città, contribuirono validamente
al rovesciamento della "mala signoria".
I più importanti nomi che animarono la
rivolta a Catania furono quelli di
Palmiero, abate di Palermo, Gualtiero da Caltagirone, Alaimo da Lentini e
Giovanni da Procida. Quest'ultimo
nel 1280, travestito da monaco, si recò dal papa Niccolò III, dall'imperatore di
Bisanzio Michele Paleologo e dal re Pietro III d'Aragona, per chiedere: al papa
di non appoggiare Carlo d'Angiò in caso di rivolta; all'imperatore Michele
l'appoggio esterno contro il nemico comune; e al re d'Aragona di far valere il
suo diritto al trono di Sicilia in quanto marito di Costanza figlia di Manfredi,
l'ultimo degli Hohenstaufen.
Nel frattempo i siciliani avevano offerto la
corona di Sicilia a Pietro III d'Aragona, marito di Costanza, figlia del defunto
Re Manfredi di Svevia, trasformando l'insurrezione in un
conflitto politico fra Siciliani ed
Aragonesi da un lato e gli Angioini, il Papato, il Regno di Francia e le varie
fazioni guelfe dall'altra.
Nell'estate del 1282 Messina fu posta sotto assedio da Carlo I d'Angiò,
consapevole che non avrebbe mai potuto avanzare all'interno della Sicilia se non
dopo aver espugnato la città sullo stretto. L'assedio durò fino a tutto il mese
di settembre, ma la città non fu espugnata.
http://www.capuanaweb.insulareport.it/l-isola-plurale/item/517-la-sicilia-angioina-storia-della-sicilia-parte-8.html#.Upub6dJWw6Y

Guglielmo Stendardo e Corrado Capece.
In lingua francese
Guillaume Étendard,
ammiraglio e condottiero francese naturalizzato italiano.
Di nobile famiglia francese, originario della
Provenza, di cui fu siniscalco, scese in Italia con Carlo I d'Angiò. Da questi,
in seguito alla campagna d'Italia, che lo portò ad essere re di Sicilia nel
1265, fu nominato maresciallo di Lombardia e di Sicilia e, nel 1267,
grandammiraglio di Sicilia.
Nel 1268, mentre Carlo I d'Angiò si trovava a
Lucera, fu mandato in Sicilia ad arginare una rivolta della fazione guidata da
Corrado Capece che parteggiava per Corradino di Svevia. Il condottiero francese
ebbe la meglio, segnalandosi per le atrocità commesse, in particolare ad Augusta
e a Centuripe, dove la popolazione fu massacrata. Non è un caso che, per la
crudeltà mostrata in Sicilia, fu detto uomo di sangue. Nell'agosto dello stesso
anno, al comando di uno dei tre squadroni angioini, partecipò alla battaglia di
Tagliacozzo, che sancì la definitiva caduta degli Hohenstaufen.
Dopo che nell'estate del 1269 un'altra
puntata angioina su Palermo era fallita presso Castronuovo, l'iniziativa passò
al nuovo vicario generale francese che era stato nominato nell'agosto, il
maresciallo Guillaume l'Etendart famoso per la sua crudeltà, il quale, dopo la
caduta di Lucera e di Gallipoli, poté contare anche su nuovi rinforzi. Dopo la
resa di Augusta presa d'assalto, nell'agosto le strade dei due capitani
ghibellini si divisero, ma non è chiaro se a questo risultato si giunse per la
loro rivalità mai composta, oppure come conseguenza della strategia militare del
nuovo vicario generale. Mentre Federico Lancia e Federico di Castiglia si
ritiravano ad Agrigento, Corrado
Capece, insieme al seguito di
lombardi e siciliani che gli era rimasto, si diresse verso Centuripe, dove fu
accerchiato e assediato per parecchio tempo dall'Etendart.
Accortosi della presenza di traditori nelle
proprie file (uno di essi fu Gualtieri Russo da Catania), che erano entrati in
contatto con gli assedianti tra i quali si trovava con tutta probabilità Alaimo
da Lentini allora capitano di Randazzo, il Capece pensò di prevenirli
sacrificando se stesso: si consegnò al vicario generale, probabilmente nel
maggio del 1270. L'Etendart lo fece immediatamente accecare e poco tempo dopo
impiccare sulla spiaggia di Catania, facendogli però appendere accanto lo scudo
in segno di rispetto per la dignità cavalleresca del Capece. Nell'obituario di
S. Patrizia di Napoli, alla data del 21 giugno, si trova l'annotazione "Corrao,
(!) Capece de Monacho" che forse si riferisce a lui.

|
Vespri
siciliani.
Posero fine al dominio dell’isola
da parte della dinastia francese. Tutto ebbe inizio in concomitanza
con la la funzione serale dei Vespri del 30 marzo 1282,
Lunedì di Pasqua, sul sagrato della
Chiesa del Santo
Spirito, a Palermo.
A generare l'episodio fu -
secondo la ricostruzione storica - la reazione al gesto di un
soldato dell'esercito francese, tale Drouet, che si era rivolto in
maniera irriguardosa ad una giovane nobildonna accompagnata dal
consorte, mettendole le mani addosso con il pretesto di doverla
perquisire. A difesa di sua moglie, lo sposo riuscì a sottrarre la
spada al soldato francese e a ucciderlo. Tale gesto costituì la
scintilla che dette inizio alla rivolta. Nel corso della serata e
della notte che ne seguì i palermitani - al grido di "Mora, mora!" -
si abbandonarono ad una vera e propria "caccia ai francesi" che
dilagò in breve tempo in tutta l'isola, trasformandosi in una
carneficina. I pochi francesi che sopravvissero al massacro vi
riuscirono rifugiandosi nelle loro navi, attraccate lungo la costa.
Si racconta che i siciliani, per
individuare i francesi che si camuffavano fra i popolani, facessero
ricorso ad uno shibboleth[ mostrando loro dei ceci («cìciri», nella
lingua siciliana e chiedendo di pronunziarne il nome; quelli che
venivano traditi dalla loro pronuncia francese (sciscirì), venivano
immediatamente uccisi.

La rivolta popolare che scoppiò in Sicilia nel 1282 contro la
dominazione degli Angioini francesi, nata da un'offesa che, in
concomitanza con la funzione serale dei vespri del 30 marzo 1282,
lunedì di Pasqua, sul sagrato della chiesa del Santo Spirito, a
Palermo, un soldato francese di nome Drouet arrecò ad una nobildonna
che stava uscendo di chiesa al termine del suo matrimonio. A seguito
poi della ventennale guerra che ne derivò, il dominio sull'isola
passò agli spagnoli della casa aragonese[.
Gli organizzatori
Secondo
la tradizione, la rivoluzione del Vespro fu organizzata in gran
segreto dai principali esponenti della nobiltà siciliana. Quattro
furono i principali organizzatori:
- Il conte Alaimo di Lentini
- Macalda di Scaletta,
spregiudicata moglie di Alaimo di Lentini
- Giovanni da Procida, della
famosa Scuola medica salernitana, medico di Federico II;
- Alaimo di Lentini, Signore di
Lentini;
- Gualtiero di Caltagirone,
Barone, Signore di Caltagirone;
- Palmiero Abate, Signore di
Trapani e Conte di Butera.
Secondo I Raguagli Historici del
Vespro Siciliano di Filadelfo Mugnos, nell'organizzazione della
rivolta
questa fu la ripartizione:
- Ad Alaimo di Lentini fu
assegnato il Val Demone con la città di Messina. A sua volta questi
affidò: Milazzo e le terre vicine a Natale Anzalone e Bartolomeo
Collura; Castroreale a Bartolomeo Graffeo; il territorio da Patti a
Cefalù a Tommaso Crisafi e Cefaldo Camuglia; il territorio da
Taormina a Catania a Pandolfo Falcone; San Filippo a Girolamo
Papaleo; Nicosia a Pietro Saglinpepe e Lorenzo Baglione; Troina a
Iacopino Arduino.
- A Palmiero Abate fu assegnato
il Val di Mazara e a sua volta questi affidò: Trapani ed Erice ai
fratelli; Marsala, Mazara e le terre vicine a Berardo Ferro; Termini
a Giovanni Campo; Enna, Calascibetta e altre terre ad Arrigo
Barresi; Castelvetrano, Salemi, Polizzi e Corleone a Guido
Filangeri; Licata a Rosso Rossi e Berardo Passaneto; Agrigento a
Giovanni Calvelli; Naro a Niccolò Lentini e Lucio Putti.
- A Gualtiero di Caltagirone fu
assegnato il Val di Noto, il quale si riservò di organizzare la
rivolta in prima persona a Caltagirone, Piazza e Aidone. Affidò
invece:
Mineo e alcune terre vicine al
figlio Perotto; Catania a Pietro Cutelli e Cau Tedeschi; Lentini a
Giovanni Balsamo e Lanfranco Lentini; Siracusa a Perrello Modica e
Pietro Manuele; Modica, Ragusa e altri luoghi a Manfredi Mosca;
Vizzini ad Arnaldo Callari e Luigi Passaneto; Noto a Luigi Landolina
e Giorgio Cappello.


visita al Palazzo Gioieni di Catania



IL REGNO DI SICILIA, LA PIU' GRANDE ISOLA DEL MEDITERRANEO CHE FECE GOLA A MOLTI
Il regno di Sicilia nasce ufficialmente la notte
di Natale del 1130. Un regno che sotto gli Altavilla arriverà a
comprendere nella sua massima espansione, Albania, Tunisia, Malta,
Cefalonia e Zante. Più tardi arriverà a perdere questi territori, ma in
Italia i suoi confini rimarranno immutati per più di 700 anni.
In seguito il regno cambiò di mano prima con gli
Svevi del celebre Federico II e poi gli Angiò. Dopo la loro sconfitta,
gli Angiò furono particolarmente vendicativi e ridussero molte delle
Libertà. Applicarono una tassazione rigidissima e salata nonostante i
vari tentativi di mediazione richiesti. Dai siciliani dimostrarono
insensibili a qualsiasi richiesta di ammorbidimento e continuarono a
spremerli come limoni, con una tassazione altissima e dandosi e soprusi
e violenze
Nel 1282 i siciliani ne ebbero abbastanza e a
Palermo si scatenò una rivolta a lungo preparata, i cosiddetti Vespri
Siciliani, grazie ai quali i siciliani riuscirono a liberarsi degli
Angiò e offrirono la corona di Sicilia a Pietro, III d'Aragona che si
era schierato con loro e che era molto ben visto dagli isolani perché
sua moglie Costanza era una diretta discendente dei Normanni, ai quali i siciliani erano ancora molto legati.
La guerra si concluse solo nel 1302 con la pace di
Caltabellotta, nella quale sostanzialmente i contendenti si spartirono
il bottino: agli Angiolini andava la parte continentale del regno di
Sicilia e agli Aragonesi la parte insulare, ovvero la Sicilia. Di fatto
con questa divisione nascevano due Regni separati, ma dato che sia gli
angioini che gli aragonesi non rinunciarono mai a riunificare il vecchio
regno, entrambi continuarono a chiamarsi regno di Sicilia, il che creava
non poche difficoltà alla diplomazia Europea. Per evitare confusione, i
due Regni vennero informalmente ribattezzati Regno di Napoli e Regno di Trinacria.
|
La Famiglia
Gioeni.
Sono una
famiglia principesca discendente dalla dinastia reale
d'Angiò, il loro capostipite fu un Enrico o Arrigo
d'Angiò consanguineo del re Carlo I d'Angiò, il quale
uccise in battaglia re Manfredi di Sicilia, ed ebbe da
Carlo I d'Angiò in moglie la figlia di Manfredi,
Beatrice, con in dote le terre siciliane di Fiume di
Nisi, Calatabiano, Noara e Motta Camastra. A causa
dell'odio che provavano le famiglie siciliane per gli
Angioini cambiarono il cognome in Gioeni, e cambiarono
anche il blasone.
La famiglia si
stanziò in Sicilia a seguito dei vespri, godette di
nobiltà in Palermo e Catania ed ebbe la signoria di 16
feudi, 4 ducati e 5 principati.
Il palazzo Gioieni
era la residenza del duca
Giuseppe Gioieni
D’Angiò,
che ne commissionò la realizzazione alla fine del
Settecento. (a lato, lo stemma angioino sulla facciata
del palazzo). Anche il progetto di questo edificio,
posto sull’angolo nord-est di piazza Università in
direzione della via Etnea, fu ideato dall’architetto
Vaccarini.
In stile barocco
siciliano, sono caratteristiche le decorazioni in pietra
bianca poste sul portale d’ingresso e l’angelo di bronzo
che sostiene lo stemma del Principe Gioieni, fondatore
nel primo Novecento dell’Accademia gioienia delle
Scienze, nota al mondo accademico catanese per la
validità scientifica delle sue pubblicazioni.
Poco rimane
dell’interno settecentesco, che fu completamente
restaurato negli anni sessanta e adibito all’uso
commerciale. Nell’atrio interno del Palazzo, un
monumento di bronzo dei primi anni del Novecento,
realizzato dallo scultore Mario Rutelli, celebra il duca
d’Angiò Giuseppe Gioieni.
https://it.wikipedia.org/wiki/Gioeni
|

Il dominio francese
degli Angioini in Sicilia, durò dal 1266 per circa un ventennio. Fu
uno dei periodi più brutti della storia dei catanesi per l'arroganza
e il malgoverno della dominazione francese. Ebbe breve durata e si
concluse già nel 1282 con la rivolta dei Vespri siciliani e la
conseguente conquista aragonese
|


Si precisa che
qualsiasi materiale presente nel sito è stato riportato solo per passione
sportiva. Qualora questo provochi ugualmente dei risentimenti,
prego cortesemente di volermi scrivere per provvedere immediatamente a
rettificare eventuali imprecisioni ed omissioni ovvero a rimuovere il file testo
o grafico "offeso".
mimmorapisarda@gmail.com
|