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Gli Arabi, come ci riferisce il famoso geografo Idrisi, chiamarono Catania "Balad el fil" o "Medinat el fil", cioè la città dell'elefante. Ben presto questo nome fu abbandonato e dimenticato. Riprese vigore il vecchio nome di Catania, con voce araba "Qatanijah.

 

900 a.C.

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1071 d.C.

 

Provenivano dalla regione che gli Arabi chiamavano Ifrìqiya, corrispondente sostanzialmente alla Tunisia, parte dell'Algeria occidentale e a piccole porzioni della Cirenaica. Misero piede in Sicilia nell'827 d.C.. Conquistarono Catania poco prima del 900 d.C. , ma in città non sono rimaste tracce significative del loro passaggio.

 

 

 

A differenza di altre città della Sicilia occidentale, a Catania convivevano popolazioni di vari riti religiosi come greci, bizantini, ebrei. Ad essi si aggiunsero gli Arabi con il loro sistema religioso pure monoteistico.

A questo punto sorge spontanea la domanda sulla convivenza di queste popolazioni di vario rito religioso, ma soprattutto sui rapporti dei cristiani con i musulmani. Non tutti gli storici, che per la maggior parte si sono preoccupati di tramandarci le notizie storiche, si trovano concordi nella interpretazione di questo periodo. Sembra tuttavia assodato che il culto nelle chiese cristiane venne rispettato dagli Arabi, come pure i conventi, che numerosi pullulavano nella Sicilia orientale, specialmente quelli di carattere basiliano, che vennero lasciati sussistere.

A Catania furono costruite alcune moschee. La prima, nel 998, sorse nel quartiere della Civita . L'architetto Ittar ci riferisce che la struttura della moschea era costituita da un cortile circondato da portici, con un grande recipiente di acqua che serviva per le abluzioni. Inoltre era instal¬lata una sala per la preghiera, mentre una nicchia indicava l'orientamento verso la Mecca. Un'altra moschea sorse nel posto dove si trova l'attuale ospedale Garibaldi, come luogo di ritiro. Anche il tempio dedicato a S. Giorgio venne trasformato in moschea.

Nel 974 non vollero più utilizzare quale approdo per le loro imbarcazioni il porto di Ulisse, ma quel tratto di mare posto nell'odierna piazza Alcalà, un tempo detto a marina e vecchi, cioè il porticciolo adibito per le barche da pesca, che venne denominato "Saraceno". Durante la dominazione araba venne chiamato anche Tristayno, in ricordo di un giovane arabo di tale nome, che ivi si uccise perché non corrisposto dall'amore di una giovane catanese. Sotto il dominio arabo la Sicilia non fu più il granaio di Roma o di Bisanzio. Si eliminava la schiavitù e il regime feudale. I latifondi, tolti ai bizantini e alle autorità ecclesiastiche, furono assegnati in affitto o in enfiteusi alla gente misera. Le campagne, prima abbandonate, vennero ripopolate. La terra cominciò ad essere coltivata e si incrementò la produzione. Fu introdotta la coltura di agrumi spe¬ciali, della canna da zucchero, del gelso. Sorsero le piccole proprietà. Il contadino divenne responsabile della nuova economia. Si venne a creare una certa agiatezza, che causò un aumento della popolazione. Nel secolo X Catania contava trentamila abitanti, ma la metà era di origine araba. Così la Sicilia divenne il centro propulsore dell'attività commerciale nel bacino del mare Mediterraneo. Il suo territorio venne diviso in tre Valli .

Catania fece parte della Valle di Noto. Con Becumeno, tra l'841 e l'859 divenne sede di un emirato.

Però il sistema arabo, se era perfetto nel campo socio-economico, altrettanto non poteva considerarsi nel campo politico. Il decentramento amministrativo originò delle fratture interne e delle discordie tra i vari emirati, pur essendo uniti nell'idea religiosa dell'islamismo.

tratto da “Catania - Le origini di Catania - Dal Quaternario al terremoto del 1693”

Giovanni Merode e Vincenzo Pavone - Edizioni Greco CT - 1993

 

 

 

La dominazione araba fu tuttavia benefica ai catanesi, come a tutta la Sicilia. Gli Arabi, ottimi coltivatori e abilissimi mercanti, riattivarono l’economia dell’Isola che subiva gli effetti di un lungo periodo di decadenza; diedero nuovo impulso alle colture indigene della vite e dell’ulivo e altre ne introdussero, come quella degli agrumi, che ancor oggi costituisce una delle maggiori fonti di benessere dei Catanesi.

Prima c'erano state numerose incursioni, fin dal lontano 652, e reiterati tentativi di conquistare la Sicilia, tutte fallite. La spedizione definitiva venne effettuata quando il ribelle bizantino Eufemio, li chiamò in aiuto.

Alla guida della spedizione c'era un giurista settantenne, Asab ibn al-Furàt. La spedizione araba lasciò il porto di Susa il 14 giugno dell'anno 827 e dopo aver effettuato una sosta nell'isola dei conigli (Lampedusa) per rifornirsi di viveri ed uomini, sbarcò a capo Granitola presso Mazara tre giorni dopo, il 17 giugno. Le truppe di Asad, per la difficoltà dei luoghi e per lo scarso nutrimento soffrirono quanto e come gli assediati.

La loro fu una conquista dura, Palermo la ebbero nell'831, perché stremata da una pestilenza, Messina nell'843, aiutati da truppe napoletane, Enna, da loro chiamata Kasr Jànna (da cui Castrogiovanni) fu presa nell'859, dopo un assedio tanto lungo che consentì agli arabi di coniar moneta. Le ultime a cedere furono Siracusa, nell'878, Catania, nel 900, Taormina nel 902 ed infine completarono l'occupazione con la caduta di Rometta nel Messinese. Correva l'anno 965.

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In Sicilia non ci fu un regno unitario arabo ma tante piccole signorie rette da "Kadì".

 Il comportamento degli arabi fu improntato alla tolleranza. Non perseguitarono i cristiani ma si accontentarono di far pagare loro una tassa la "gézia" consentendo la libertà di culto. Pochi infatti furono i tentativi di ribellione e vani furono i tentativi di riconquista da parte di Bisanzio, ricordiamo solo quello di Giorgio Maniace perché fra le sue truppe militavano anche, in qualità di mercenari, i Normanni che a breve, sarebbero riusciti a scalzare i musulmani dall'isola ed ad affermarvi la loro signoria.

Gli Arabi divisero l'isola in tre grandi distretti amministrativi.

Dapprima la Sicilia fu sede di Emirato dipendente dalla dinastia tunisina degli Aghlabiti che la governarono con i loro emissari, poi divenne indipendente con una propria dinastia quella dei Fatimi. La popolazione era distinta in indipendente, che conservava i vecchi ordinamenti, tributaria, che pagava la gezia, vassalla o "dsimmi" che viveva soggetta ed infine i servi della gleba o "memluk".

Durante i 200 anni della loro dominazione, gli Arabi portarono nell'isola la cultura, la poesia, le arti, le scienze orientali e abbellirono il loro regno con monumenti stupendi. Durante la loro permanenza gli Arabi diedero un notevolissimo apporto all'economia ed alla civiltà Siciliana: introdussero le colture del riso e degli agrumi, realizzarono opere di canalizzazione che consentirono l'uso razionale delle risorse idriche (cosa che oggi i nostri amministratori hanno "dimenticato").

 

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Gli arabi portarono la canna da zucchero, il riso, il gelsomino, il cotone, I'anice, il sesamo cannella e zafferano. Abili pasticcieri, crearono il Cubbaita (Qubbayt), ossia, un dolcissimo torrone di miele con semi di sesamo e maridorle; i Nucatuli, dalla parola araba "Nagal" (frutta secca, confettura, dolce secco);  la Cupita o meglio Copata: torrone molto duro confezionato in grossi pani, a base di nocciole, albume d'uovo, zucchero miele ed amido. Sempre agli arabi dobbiamo la Cassata ed il sorbetto. Amanti delle essenze, crearono dolci profumati alla frutta, alla cannella e, perfino agli odori dei fiori.  

Con il gelsomino, per esempio, crearono un niveo gelato, che si confeziona ancora oggi a Trapani con lo stesso nome arabo: "Scursunera". Inventarono i geli di melone, di mosto, di cannella, di gelsomino; crearono storte ed alambicchi per la distillazione della grappa che, in ossequio al Corano, la usavano solo per disinfettare le ferite, e, quindi, anche l'alcool. Ma a questi "invasori" si devono altri gustosi piatti come le panelle, i ceci essiccati ed i fiori di zucca seccati e salati nonche' il pane con la milza di cui, ancora oggi, i palermitani sono ghiotti.

Questa e' anche l'era degli Harem. Ci sono molte leggende al riguardo, tra cui quella dell'invenzione del cannolo. Si narra che furono proprio le donne di Caltanissetta, ospiti dell'Harem Kalt El Nissa, ossia, Castello delle donne, ad inventare il famoso dolce siciliano.

 

 Ancora oggi nella nostra lingua usiamo termini come "gebbia", la vasca di raccolta delle acque, "saja", i canali, "senia" ruota del mulino ad acqua, ecc. Furono incrementate le piantagioni di gelsi con conseguente impianto di manifatture per la seta. Svilupparono la piccola proprietà terriera, eliminando i latifondi, con opportuni provvedimenti fiscali, quale l'abolizione dell'imposta sugli animali da tiro.

Durante la dominazione araba Palermo (Balarm in arabo) si distingueva per lusso e per ricchezza e si presentava con tutte le caratteristiche di una città orientale. Divenne una capitale mediterranea Si contavano più di 300 moschee (così riferisce nel 973 Ibn Hawqal, viaggiatorhttps://www.mimmorapisarda.it/2026/storia/14.gife arabo dell'epoca normanna ) ed una popolazione di oltre 250.000 abitanti, quando a Roma o Milano non c'erano più di 20 o 30.000 anime.

La Sicilia tutta era piena di industrie e di commerci, come ci rendono conto i viaggiatori Ibn Gubayr, Ben Idrisi e lo stesso Ibn Hawqal. Era il giardino del mediterraneo. In Sicilia gli arabi favorirono la nascita di una ricca cultura, sia nelle scienze che nella letteratura.

Uno tra i migliori poeti arabi siciliani è Abu al-Hasan che visse in Sicilia, tra la fine dell'XI e il XII secolo. Egli cantò l'amore e la bellezza del creato come doni di Allah. Nei suoi versi si trova anche una vena di tristezza per la sorte della sua patria, la Sicilia, che stava per cadere nelle mani dei Normanni. Sarebbe bello poter leggere "La storia araba di Sicilia" di Ibn Kalta, o gli scritti di Ibn Hamdis di Noto, entrambi scrittori arabo-siculi, di cui molti testi sono andati perduti. I ricordi più importanti che testimoniano la presenza araba in Sicilia purtroppo non sono quelli né quelli letterari né quelli architettonici.

Non ci rimane alcuna Moschea, perché trasformate in chiese cristiane, e lo stesso Alkazar (l'attuale Palazzo dei Normanni di Palermo), non lascia più riconoscere la parte costruita dagli Arabi, e ben poco di altri monumenti di quell'età è giunto fino a noi; ma quanto rimane - parti di una moschea incorporata nella chiesa di S. Giovanni degli Eremiti; parti di castelli incorporati, come in quello della Zisa, o della Favara, e negli ampliamenti successivi in epoca normanna o la struttura del vecchio quartiere arabo di Mazara, o le terme di Cefala Diana - è sufficiente per documentare la continuità della tradizione araba in Sicilia.

 

 

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Ma quanto ci manca d'architettura è fortemente rimpiazzato nella storia linguistica della Sicilia. Numerosissimi toponimi: Caltanissetta, Caltagirone, Caltavuturo, ecc, derivano il loro nome da "Kalat", castello; Marsala, Marzameni, da "Marsha", porto; Gibellina, Gibilmanna, Gibilrossa, da "gebel", monte; Racalmuto, Regalbuto, da "rahal", casale e così via. E poi abbiamo anche termini commerciali come: funnacu (fondaco), tariffa, sensale; termini agricoli come fastuca (pistacchio), zagara (i fiori dell'arancio o del limone), zibibbu (una varietà di uva), giggiulena (sesamo); vocaboli come "calia" (ceci abbrustoliti) "giurana" (rana), "zotta" (frusta); o cognomi come Badalà o Vadalà (servo di Allah) Fragalà (gioia di Allah) ecc.

Nella cucina, dal cuscus alla cassata, alle arancine. Tutta la nostra cucina ha una forte impronta araba che si riconosce nell'uso delle spezie, dello zucchero e dei profumi. Inoltre, antichi riti di magia, credenze popolari, come le "truvature"; scongiuri e pratiche di fattura che derivano direttamente dal fondo dell'anima araba della Sicilia, come giustamente annota l'etnologo Giuseppe Pitré. Per strano che possa sembrare sedici secoli di ellenismo sono stati quasi annientati dall'arabismo che in soli due secoli è riuscito a lasciare una forte impronta che né Normanni, né Svevi, né Spagnoli o Francesi e per ultimo i piemontesi sono riusciti a cancellare. Questo può significare una cosa sola: la dominazione araba non fu mero dominio ma integrazione con i popoli autoctoni e dovrebbe essere da esempio.

Fara Misuraca  http://www.ilportaledelsud.org/siciliaaraba.htm

 

 

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Benedetto Croce: “La Sicilia Araba è un’invenzione di Michele Amari”

C’è un grande mito da sfatare. Quello della Sicilia araba. La favola tanto cara a chi non sa fare a meno del fascino dell’oriente, a chi non ama quei pochi ultimi sprazzi di spiritualità rimasti in Europa, a chi esalta un passato (ai più poco conosciuto) in nome di un meltingpot mai avvenuto, a chi snobba il millenario passato pagano e cristiano dell’isola più grande del Mediterraneo.

D’altronde quella orientalista è https://www.mimmorapisarda.it/STORIA/CATANESI/ARABO.JPGla stessa spinta che mosse molti annoiati aristocratici europei, tra la fine del ‘700 e tutto il 1800, verso civiltà sconosciute ed usi diversi dai costumi occidentali. Interessi talvolta scaturiti anche in approfonditi studi di filologia, linguistica, antropologia, religione e filosofia orientale ma che per lo più erano conseguenza di noia e snobbismo. Oggi, salvo qualche intellettuale degno di esser chiamato tale, l’orientalismo è solo un vezzo estetico ed artistico. Nulla più.

Il controverso monaco maltese Giuseppe Vella – grande falsario, prima cattedra di lingua araba all’Università di Palermo ed ispiratore di studiosi e romanzieri del calibro di Andrea Camilleri e Leonardo Sciascia – fu il primo, a metà del 1700, a creare il mito di una Sicilia islamizzata ed arabizzata. Da li tanti studiosi. Vale certamente citare lo storico palermitano Michele Amari.

Certamente i dati storici sono incontrovertibili. Nell’827 d.C. gli arabi sbarcarono Mazara e per poco più di duecento anni (1091) dominarono quasi – quasi, Catania ad esempio, secondo molte fonti, non cadde mai sotto il dominio arabo – tutta l’isola imponendo tanto ma anche regalando innovazioni. E’ altrettanto certo che dopo la conquista normanna, essi furono prima rinchiusi in isolati “pogrom” – simili alle riserve indiane o ai ghetti ebraici – dell’epoca e poi cacciati, deportati o sterminati sistematicamente.

Moltissimi siciliani non conoscono cosa accadde in questi due lustri ma ancora oggi sbandierano fieri le loro presunte origini arabe. Per l’abbronzatura, per un sintomatico mistero o per trovare una terza via tra l’identità italiana e l’identità meridionale borbonica. Ciò non è dato saperlo. L’oriente affascina e quindi perchè non darsi un tono?

Ma è l’intensità di tale dominazione ad esser stata così enfatizzata da apparire come il più formidabile apporto culturale e genetico di cui la Sicilia abbia beneficiato. Persino come la più ovvia risposta alla domanda sulla carnagione scura di alcuni siciliani. Non è proprio così.

Il contributo genetico berbero in Sicilia, secondo gli studi più filo arhttps://www.mimmorapisarda.it/2026/017.jpgabi non va oltre il 4%. La carnagione scura di alcuni siciliani è legata piuttosto ad altri fattori precedenti alla dominazione araba.

Lo studio degli aplogruppi lo conferma, in Sicilia è semmai presente molto più la componente greco-anatolica che quella araba. Sono certamente più presenti le componenti : Slava, Germanica (Longobardi, Goti, Franchi, Baiuvari, Slavi), Celtica, Ligure e Italica (Liguri, Galli, Venetici, Umbri, Osci, Siculi, Romani).

La conquista araba fu tutt’altro che semplice ed alcune cittadine non caddero mai sotto il dominio islamico. La stragrande maggioranza dei soldati arabi non volle mischiarsi alla rozza – questa era la loro considerazione dei figli della Magna Grecia – popolazione locale e ciò che rimase di quella conquista fu quasi interamente coperto da successive ripopolazioni forzate normanne, attraverso anche il trasferimento in Sicilia di molte popolazioni del nord Italia.

Nel corso dell’invasione “mora”, molti siciliani preferirono morire combattendo piuttosto che sottomettersi ai “mori”. Durante la conquista di Palermo sopravvissero 3.000 abitanti su 70.000, a Siracusa i morti furono 4.000 dopo un saccheggio ininterrotto di oltre due mesi, a Selinunte nessun sopravvissuto, Taormina fu saccheggiata, i villaggi alle falde dell’Etna furono quasi tutti distrutti, Ragusa saccheggiata e rasa quasi interamente al suolo. Tante le esecuzioni di massa.

D’altronde la successiva reconquista cristiano- normanna fu agevolata dalla popolazione e lo dimostra anche il fatto che ancora oggi, in memoria di quella liberazione, in numerose città siciliane si celebra la vittoria in guerra contro gl’islamici, come ad esempio la Madonna delle Milizie di Scicli e il Battimento di Aidone. Un successo scolpito nell’animo dei siciliani. Persino la celebre “ladata” nissena – lamento cantato durante la settimana santa e nato intorno al 1200 – è erroneamente accostato al canto (adhān) del muezzin.

Nel 1221, Federico II – celebre per aver creato un formidabile sistema di convivenza fra più religioni – decise di sedare l’ennesima rivolta delle poche isolate comunità islamiche rimaste e tollerate nell’entroterra e si pose l’obiettivo, questa volta, di “extreminare de insula Saracenos”. Obiettivo portato a termine attraverso una vera e propria pulizia etnica.

I sopravvissuti? Pochi. Quasi tutti deportati in Campania, Puglia e Calabria o scappati in Andalusia e Maghreb. Quasi nessuno riuscì a mischiarsi nella popolaziohttps://www.mimmorapisarda.it/STORIA/poeti.gifne convertendosi o mimetizzandosi.

Insomma fu una travagliata occupazione militare dove i soldati, salvo qualche stupro o qualche eccezione, non osarono mischiarsi alla rozza popolazione locale. Cosa che invece avvenne in Iberia.

Una dominazione a senso unico, dove ai non musulmani fu vietato di erigere chiese, dove agli “infedeli” fu concesso di vivere ma con fortissime limitazioni ed in cambio di pesantissime tasse (la”Jizya”, la “dhimma “ e la “kharag” ) su patrimonio e sicurezza personale.

Altra prova inconfutabile di questa strenue resistenza siciliana è la scarsa considerazione politica – nell’anno 948 la parte della Sicilia posta sotto il dominio musulmano si costituì in un Emirato formalmente vincolato ai Fatimidi ma de facto indipendente con la dinastia Kalbita di ramo sciita al potere – che gl’islamici avevano della Sicilia preferendo l’Iberia o addirittura la Francia.

Certo. Notevoli furono gli apporti nell’agricoltura, qualcosa è rimasto nel dialetto, qualche intellettuale (i poeti Abū l-Ḥasan ʿAlī ibn ʿAbd al-Raḥmān e Abd al-Jabbār ibn Muhammad ibn Hamdīs, il giurista Muhammad b. ʿAlī al-Māzarī ed il filosofo Ḥuǧǧat al-Dīn Abū ʿAbd Allāh Muḥammad b. Abī Muḥammad b. Muḥammad b. Ẓafar al-Ṣaqal su tutti) ed anche nella cucina, i siciliani risentono di qualche influenza araba ma la dominazione non entrò mai a pieno nei cuori dei siciliani.

I cognomi Badalà o Vadalà (servo di Allah) Fragalà (gioia di Allah) sono frutto di una conversione forzata, i nomi di molte città – Calatabiano, Caltabellotta, Caltanissetta, Caltagirone, Caltavuturo, ecc, derivano il loro nome da “Kalat”, castello; Marsala, Marzameni, da “Marsha”, porto; Gibellina, Gibilmanna, Gibilrossa, da “gebel”, monte; Racalmuto, Regalbuto, da “rahal”, casale e così via – furono conseguenza a saccheggi, distruzioni e rifondazioni.

Moltissimi riti pagani e bizantini sopravvivono ancora oggi e non mancano proverbi e modi di dire dialettali contro “turchi” (“mamma li turchi”) , “saraceni” o “arabi”, frutto di sanguinosi scontri anche dopo la conquista normanna. Frutto di una dominazione mai veramente entrata nei cuori dei siciliani.

http://www.lurlo.info/it/siciliaaraba/

 

 

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Come gli Arabi hanno cambiato ed influenzato la Sicilia

Se consideriamo la geografia, noteremo immediatamente coma la Sicilia sia ben più vicina alla parte Nord dell’Africa che non a Roma. Alcune delle grandi civiltà del mondo si trovavano lì; molte arrivarono in Sicilia da Oriente e ne influenzarono per sempre mentalità e cultura.

Questo soprattutto perché molte di queste invasioni furono pacifiche; volte sì alla conquista del territorio, ma non con l’obiettivo di distruggerne le caratteristiche e nemmeno le usanze degli abitanti, bensì con l’obiettivo di nutrirle e di integrarle.

Basti pensare ai Greci, ma anche agli Arabi e ai Bizantini, le cui influenze ancor oggi si respirano non solo nell’architettura e nella cucina, ma anche nella toponimia di diversi luoghi e strade e persino dei cognomi dei cittadini.

Geologicamente, sembrerebbe infatti che la Sicilia non sia mai stata attaccata allo Stivale, ma che fosse in realtà un ‘pezzo’ di Africa, in corrispondenza del golfo libico della Sirte.

Gli Arabi arrivarono in Sicilia nel IX secolo, e la loro influenza vi permase fino al 1492, l’anno fatidico in cui Ferdinando ‘Il Cattolico’, re di Spagna, decise la diaspora per chiunque non fosse di religione Cristiana, dunque Arabi ed Ebrei.

Fu infatti proprio sotto il dominio dei viceré spagnoli, che l’Isola conobbe uno dei suoi periodi più tristi e poveri; attraverso il regno ‘dei Signori’ prima e con l’istituzione del Sant’Uffizio poi.

Fu in questo periodo infatti che venne annullata ogni iniziativa di arricchimento culturale e impedita l’iniziativa politica.

 

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Nel Cinquecento come in epoca Romana, la Sicilia era dunque soltanto una provincia destinata ad essere spremuta dal punto di vista lavorativo (specialmente agrario e conseguentemente commerciale) e nulla più.

Al contrario di quanto accadde durante il regno di Federico II o ancor prima degli Altavilla, quando Cristiani e Arabi vivevano pacificamente sotto lo stesso tetto, arricchendolo e migliorandolo.

Testimonianze di quella convivenza ben riuscita si scorgono in alcuni nomi di origine araba come Alcamo, Marsala e Favara. A Catania si trova una località denominata Caito, nei pressi del lungomare; l’etimo sembrerebbe risalire alla parola ‘Kaid’ o ‘Al Kaid’, dove con tutta probabilità si trovava il palazzo amministrativo islamico.

Per non parlare poi delle strutture, dei santi sepolcri ed edifici con finale a cupola, denominati ‘cuba’, o delle città e località che iniziano con il toponimo ‘- Cala’ come Caltagirone o Calatafimi.

A Palermo si trova la ‘Zisa’, che come indicato dal nome stesso è un palazzo meraviglioso, maestoso; a Catania si trova un quartiere denominato ‘Zia lisa’, che si presume possa essere una storpiatura dell’omonimo termine arabo.

La stessa parola ‘mafia’ sembrerebbe essere di origine orientale.

Lo studioso Antonio Di Gregorio sostiene infatti che ‘Afia’ significhi forza, mentre la lettera ‘M’ in arabo non è altro che un avversativo ovvero un ‘non’. È possibile dunque che ‘mafia’ significasse inizialmente ‘non forte’, ‘non prepotente’; sono molti gli studiosi che ritengono che la mafia fosse in realtà diverse, che abbia nei secoli subìto un cambiamento, che precedentemente asservisse al bene comune, che fosse insomma nata di sostegno al popolo, contro lo strapotere dei signorotti.

Ma le influenze arabe sono particolarmente evidenti nella cultura culinaria di Sicilia. Basti pensare al cous cous, usato e amato soprattutto in zona di Trapani e Marsala; e poi ancora alla cubbàita, o alla granita, che è stata proprio importata dagli Arabi.

In Sicilia vi sono poi arancini e crespelle ripiene che somigliano un po’ al turco ‘falafel’; stesso discorso per pane e panelle che vengono oltretutto realizzate a base di farina di ceci, un ingrediente molto utilizzato nella gastronomia orientale.

Sembra che anche i cannoli fossero di origine araba, e la cassata, che gli islamici chiamavano infatti ‘qas’a’. Simili alle cassatelle o panzerotti dolci, sono poi i katayef; ma in tutto il mondo arabo si usa anche cucinare una squisita insalata di peperoni e melanzane, simile alla caponata o alla peperonata. Per non parlare poi dell’utilizzo del sesamo, sia in ambito dolciario che in quello dei prodotti da forno in genere (ad esempio sul pane), che è anche un ingrediente tipico della cucina dell’area dei Balcani e oltre. Anche la parola siciliana ‘giuggulena’ che indica il sesamo è di origini arabe; stesso discorso per lo zafferano, sia come toponimo che come coltura.

Molte sono infatti state le coltivazioni introdotte dagli Arabi in Sicilia. Come lo zucchero, le banane; e come dimenticare poi lo ‘zibibbo’?

Ma la cultura araba si intreccia inestricabilmente anche alla letteratura dell’Isola, attraverso l’antico personaggio di ‘Giufà’, antesignano di Pierino.

‘Giufà’, o in arabo ‘Giuha’, è la maschera-simbolo della Sicilia. Ragazzo maldestro e un po’ pigro ma anche buffo e allegro, di lui parlano tantissime storie che accomunano il suo derivato siciliano al suo antenato arabo, e che caratterizzano molta della produzione orale tradizionale e antica dell’Isola.

Alcuni pensano inoltre che la cultura araba abbia influenzato il resto d’Italia, molto più di quanto non si pensi o si sappia. Ad esempio attraverso l’introduzione nel volgare degli articoli, non presenti in latino, oppure attraverso la tipica aspirazione della ‘c’ che caratterizza, ancor oggi, il toscano, da cui la nostra lingua è nata.

Dante Alighieri stesso aveva affermato di aver molto apprezzato le produzioni siciliane della scuola di Federico II, che furono di fatto il primo esempio di volgare esistente in Italia; la stessa “Epistola del perdono”, opera di uno scrittore persiano, sembra essere stata presa come spunto per la realizzazione della Divina Commedia, ma per ora non esistono ancora documentazioni a sostegno di questa tesi.

 Enrica Bartalotta

http://www.siciliafan.it/come-gli-arabi-hanno-cambiato-ed-influenzato-la-sicilia/

 

 

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