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1900 |
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2000 |

1905- via VI Aprile,con lo sfondo della
stazione ferroviaria di Catania e le ciminiere,a conferma del grande passato
industriale della città.
I «camini fumanti al cielo» avevano massima
concentrazione nel tessuto urbano proprio a nord della Stazione.
Le ciminiere di mattoni a cotto, coronate da
capitelli di varia foggia, sparse lungo il tracciato settentrionale dell a
via Messina, ora viale Africa, erano il segno più palese della «grande marcia»
di Catania, che dal 1885 al 1905 fu la principale sede degli opifici per le
lavorazioni dello zolfo.
Le «industrie coraggiose» insediate sulle
aspre lave dell’Armisi, in prossimità della Stazione, appartenevano ai pionieri
delle ciminiere catanesi, dagli imprenditori locali come Vasta, Paternò Raddusa,
Marano, Alonzo e Consoli, a quelli trapiantati a Catania dall’estero, quali i
danesi Sarauw, gli inglesi Trewhella, i tedeschi Fog. Nelle loro raffinerie,
nate nell’ultimo ventennio dell’Ottocento in prossimità del nodo ferroviario e
marittimo insieme con depositi e magazzini di spedizione, si svolgevano le
operazioni di molitura e confezione in “pani” dello zolfo, che affluiva grezzo
dai bacini minerari della Sicilia centro-occidentale, incrementando lo sviluppo
manifatturiero della Sicilia orientale.
testo e foto di Franz Cannizzo

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QUANDO GLI EBREI STAVANO IN VIA ETNEA
Una tesi del 1900 ci restituisce l'immagine di una comunità folta e
laboriosa
(articolo di Giuseppe Speciale Ordinario di Storia del Diritto
Medievale e Moderno del Dipartimento di Giurisprudenza
dell'Università di Catania )
-Il 14 dicembre 1944 gli appartenenti alla leva degli anni 1922-24
,che protestavano contro la temuta chiamata alle armi,appiccicarono
il fuoco al Palazzo comunale di piazza Duomo; l'incendio distrusse
gran parte del Palazzo degli Elefanti e cancellò per sempre la parte
della memoria storica della città custodita nelle preziose carte
conservate nell'archivio comunale irrimediabilmente perdute.
Un frammento di quella memoria viene oggi restituito alla città.
Dall'archivio Storico dell'Università degli studi di Catania, in cui
è stata custodita per oltre un secolo, riemerge la tesi intitolata
"Gli Ebrei in Catania "(sec.XV),che lo studente Carmine Fontana,
nato a Monopoli il 15 ottobre 1876,redasse sotto la direzione di
Vincenzo Casagrandi (storia medievale )e Remigio Sabbadini
(letteratura latina )e discusse il 21 novembre del 1900 con una
commissione di laurea in cui sedeva, come membro esterno,anche Paolo
Orsi.
Conseguita la laurea in lettere e filosofia con il massimo dei voti
,la lode e la dignità di stampa, Fontana abbandonò presto la ricerca
per dedicarsi all'insegnamento :fu infatti stimatissimo professore
per decenni nel liceo Stesicoro di Catania.
Nel 1955 Francesco De Felice nella Rivista del Comune, ricordando la
figura di Fontana, morto nel 1942 ,segnalò il valore della tesi,ma
nessuno ha mai studiato le fonti raccolte da Fontana che,invece,
meritano di essere analizzate con cura.
Lo studente pugliese trascrisse 607 documenti tra quelli allora
conservati nelle circa 20000 pagine raccolte nei 40 volumi custoditi
nell'archivio storico del Comune della Città riguardanti il secolo
XV.
Così scrive degli Ebrei:povera gente che da "diciotto secoli
s'aggira raminga sulla fa ccia della terra e non trova posa né
requie,sempre perseguitata da un odio,il quale mentre prima
dipendeva dal fanatismo religioso, ora trova la sua giustificazione
nell'economia politico -amministrativa "e,ancora "per farsi un'idea
dell'utile che gli Ebrei apportavano,senza ricordare che spesso i
feudatari -considerandoli quasi animali da ingrasso pe'terreni dove
lavorano -ne facevano domanda alla corte per averne o pure cercavano
di allettarli a venire da loro concedendo maggiori libertà che non
godessero altrove, basterebbe costruire un quadro delle
tasse,de'donativi, delle collette particolari, delle collette
generali e degli altri infiniti balzelli cui eran tenuti ".
A
proposito dell'espulsione del giugno del 1492 scrive che il senato
catanese,:"solito a nicchiar sempre, in quei giorni appare colpito
da febbre,tanta è la furia con cui eseguisce gli ordini regi o
viceregi; e non solo si mostra lesto ,ma fedele e preciso
interprete. Degli Ebrei non una parola,né in bene né in male,sino
all'ultimo momento, ma un silenzio altezzoso molto simile all'odio e
al disprezzo e che senza dubbio condusse a tramandare ai posteri con
una lapide murata nella facciata del palazzo senatorio, allora
inauguratosi,l'espulsione degli Ebrei come d'un fatto nazionale,
d'una grande battaglia vinta e non d'una grande infamia".E
conclude:"Chi farà la storia di Catania non può né deve in alcun
modo trascurare d'occuparsi de'Giudei.
Questo io ho fatto cercando di trattarne con amore,ma a un tempo con
imparzialità ".
La tesi mira essenzialmente a ricostruire l'assetto urbano della
giudecca catanese nel secolo XV:un'idea approssimativa della ricca
mole di dati può essere data dall'indice dei nomi estratto dai
documenti in via provvisoria(varie centinaia sono solo quelli
ebraici).
Fornisce inoltre importanti informazioni per una nuova ricostruzione
della topografia e dell'assetto dell'area urbana (in particolare
quella compresa all'interno del poligono delimitato grosso modo
dalle attuali via San Giuliano, Plebiscito, Etnea ),con più
specifici riferimenti all'area in cui ricadevano le due giudecche,di
iusu e di susu (nel territorio cittadino attualmente delimitato
dalla piazza Nicolò Machiavelli e dalle vie Bellia, Teatro
Greco,Garibaldi ).
I
documenti tramandatici da Fontana sotto il profilo storico e
giuridico sono una preziosa testimonianza sulla comunità ebraica
catanese e gettano luce anche sulle consuetudini locali, in
particolare sugli usi commerciali legati al prestito e alle
transazioni mobiliari e immobiliari, sulle complesse dinamiche
sociali intercorrenti tra le due comunità, sulla trama del composito
tessuto economico della città fino a pochi secoli prima a
maggioranza musulmana.Piccoli artigiani, mercanti ,fabbricanti di
polvere da sparo,prestatori,ma anche medici,maestri di scuola, gli
Ebrei della comunità catanese sono parte viva della società
cittadina.Le loro sinagoghe,i loro laboratori, le loro attività
animano la città. Le fitte relazioni che intrattengono con i
cristiani caratterizzano la vivace società cittadina. La comunità
ebraica (distinta in masunati),secondo i calcoli di Fontana pari a
circa un settimo della popolazione cittadina, vive con la cristiana
e nell'ordinamento cittadino sono riconosciute magistrature,funzioni
e organi propri degli Ebrei.
(Articolo di Giuseppe Speciale,Ordinario di Storia del Diritto
Medievale e Moderno del Dipartimento di Giurisprudenza dell
'Università di Catania, dal quotidiano La Sicilia del 21 agosto 2017
(in foto, il finto civico 175 di Via
Vittorio Emanuele per nascondere il rifugio di ebrei durante la
seconda guerra mondiale)
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La Via
Etnea a Catania nel 1907, nel video colorizzato da Sascha Di Bartolo.
Clicca
sopra se vuoi vedere il filmato per intero, sonoro compreso.
A partire dal
1902,
la vittoria della lista popolare alle elezioni con il 56% dei voti diede inizio
al periodo della sindacatura De
Felice. Furono avviate le
modernizzazioni dei servizi e un vasto piano di aggiornamento urbanistico e
abbellimento della città. Figura dominante del periodo fu
Filadelfo Fichera,
al quale si devono gli scavi e i lavori che portarono alla luce l'Anfiteatro di
piazza Stesicoro nel 1906 e progetti edilizi e sanitari.
Nel
1905
si iniziò anche il servizio tranviario cittadino con le tre linee da Piazza
Duomo a Picanello, Cibali e Guardia Ognina. Furono sistemate un centinaio di
strade prima a fondo naturale, prolungato il viale Regina Margherita e promossa
la costruzione delle ville Liberty, sistemata la piazza d'armi (oggi Piazza
G.Verga), che avrebbe ospitato, nel 1907, la prima Esposizione agricola.
Nel 1906 Edmondo De Amicis visitò Catania e
la trovò splendidamente moderna.
Nello stesso anno, l'assessore ai Lavori
Pubblici, Luigi Macchi, assieme al Fichera approntò il "Piano regolatore" per il
risanamento della città. Fu acquisita la casa di Vincenzo Bellini e si preparò
il riscatto del Castello Ursino per adibirlo a grande museo nazionale; venne
costruita la passeggiata a mare di piazza dei Martiri, costruito l'ospedale
Garibaldi e l'Ospizio dei ciechi. Vennero posti i capolinea dei tram urbani a
Cibali, Picanello e Guardia Ognina. Nel 1908, la città dovette affrontare il
problema dell'immigrazione forzata di quasi 25.000 superstiti del terremoto di
Messina, con la grande crisi di alloggi conseguente.

Piazza Duomo nel 1910
Nel 1912 fu approntato un grande progetto
risanamento e di costruzione di larghe strade: un viale in rettifilo dalla
Stazione Centrale a Via Etnea, il Viale della Libertà di 4 km dalla stazione a
Picanello, una viale largo 50 metri che dal porto arrivi ad Ognina e un viale di
40 m dal Borgo a Cibali. Ciò avrebbe permesso il risanamento dei malsani
quartieri attraversati, Civita, Idria, S. Berillo, Stazione, dove l'anno prima
era scoppiata l'ennesima disastrosa epidemia di colera a causa delle paurose
condizioni igieniche delle case fatiscenti. Nonostante gli entusiasmi, De Felice
non riuscì a reperire i finanziamenti necessari, la guerra incalzava e
l'interventismo iniziò a dare i suoi effetti. Con la guerra arrivò la crisi
commerciale e dell'attività portuale: sarebbe stato il crollo economico.
Il periodo d'oro era finito e i grandi
progetti di risanamento urbano furono abbandonati.
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L'Isola al fronte. così la
guerra cambiò la Sicilia
«Il primo conflitto mondiale
contribuì a far svanire il sogno di Catania come Milano del Sud».
Intervista allo storico
Giuseppe Barone
"Nella percezione comune la prima
guerra mondiale è un conflitto che ha riguardato sostanzialmente le
regioni del settentrione. Un'analisi più attenta dei dati
statistici, tuttavia, fa emergere ben altro: la Sicilia è la quarta
regione - dopo Lombardia, Veneto e Piemonte - per numero di
richiamati alle armi e caduti. Rispettivamente furono circa 650.000
e oltre 53.000. In questo quadro di lutto collettivo, le vittime
nella sola città di Catania - che aveva allora 150.000 abitanti -
furono circa 2.000. Ciò ci dà la misura del contributo dato dalla
città a una guerra che ha forgiato l'antropologia culturale della
nazione italiana».
A parlare è il professor Giuseppe
Barone, direttore del "Dipartimento di Scienze politiche e sociali"
dell'Università di Catania, insigne storico e curatore del recente
volume "Catania e la grande Guerra. Storia, Protagonisti,
Rappresentazioni". Si tratta di alcuni studi che offrono inedite
chiavi di lettura della storia della città.
«Quando si parla di un conflitto
di queste proporzioni - spiega ancora - si pensa subito a due
elementi: i lutti che ne sono conseguiti e la gloria ottenuta dai
combattenti. In questo senso, accanto alla morte in guerra, la
nostra città si è distinta per un grandissimo contributo di eroismo.
Ne sono riprova le centinaia di medaglie, croci di guerra e menzioni
d'onore assegnate a combattenti catanesi».
Al di là dei soldati di leva
Catania ha fatto registrare moltissimi volontari, in gran parte
provenienti dall'Università. Per dare una stima dei numeri, nel 1918
su 1.300 iscritti quasi mille sceglieranno di arruolarsi. «L'Ateneo
Catanese - continua il prof. Barone - è stato il secondo (dopo la
Sapienza di Roma) a dare il più alto numero di volontari in rapporto
alla popolazione studentesca. Il rettore dell'epoca, Giuseppe
Majorana, fece dell'Università una grande piattaforma ideologica
dell'interventismo e la città, in tal senso, ha dato un contributo
culturale notevole all'adesione alla guerra, grazie anche a
professori di diritto internazionale come Eduardo Cimbali». A
memoria di tutto questo è presente - e visibile ancora oggi -
all'interno del Palazzo Centrale dell'Università in Piazza
Università una lapide che ricorda caduti e decorati. Tra di essi non
solo studenti ma anche molti professori, medici, chirurghi,
professionisti e docenti che alimentarono il nazionalismo delle
giovani generazioni. «Naturalmente - riprende il prof. Barone -
alcuni degli elementi ideologici promossi all'epoca possono essere
oggi criticabili. Il punto, tuttavia, è spiegare come la città non
sia stata un mero ricettacolo d'ideologie, ma ne abbia elaborate di
proprie. Ne sono un bell'esempio esempio le correnti letterarie
legate al futurismo. In generale potremmo dire che la borghesia, gli
studenti del Cutelli e quelli dell'Università sono stati la vera
leadership dell'interventismo, mentre le campagne etnee sono state
più vicine a posizioni di neutralismo».

Parlando delle correnti
interventiste a Catania è praticamente impossibile non citare la
persona di Giuseppe De Felice Giuffrida e la sua conversione da un
primo approccio neutralista avvenuto durante l'estate 1914. «La sua
giustificazione ideologica per questo cambio di posizione - continua
ancora Barone - sarebbe stata nella possibile rinascita del
nazionalismo europeo in seguito alla sconfitta degli imperi centrali
(Austria, Germania e Impero Ottomano). Per ottenere questo sarebbe
stato indispensabile schierarsi dalla parte delle democrazie europee
di Francia e Inghilterra». In realtà le cose stavano in modo un po'
diverso. «Dietro questa giustificazione erano chiaramente presenti
motivi legati alla posizione baricentrica di Catania nel Mar
Mediterraneo. Secondo la lettura di De Felice una sconfitta
dell'impero Ottomano avrebbe potenziato il ruolo dell'Italia nel
Mediterraneo Orientale, facendo giocare alla città e al suo porto un
ruolo da leader nella rimodulazione dei traffici mercantili
internazionali». La posizione di De Felice, socialista e riformista,
è stata osteggiata a sinistra dai socialisti "ufficiali", che
ritenevano invece necessario mantenere una posizione di ostilità
alla guerra. «Allo stesso modo - spiega ancora il professore - erano
contrari i Liberali legati a Giolitti, rappresentati in città
dall'Onorevole Gabriello Carnazza e dal fratello Carlo, che nel
gennaio 1915 pubblicherà il quotidiano schierato su posizioni
neutraliste "Giornale dell'Isola". Altrettanto diviso era il clero
di Catania: il cardinale Francica-Nava si pone inizialmente come
neutralista ma poi, a partire dalla fine del 1915, il clero svolgerà
una funzione patriottica e di sostegno all'amministrazione
comunale».

anni 30
Catania interventista, con il suo
leader De Felice, il suo clero patriottico, la sua università
capofila nella produzione di culture ideologiche. Ma in che modo la
grande guerra ha impattato sullo sviluppo industriale e commerciale
della città? Nei quindici anni antecedenti al conflitto essa aveva
vissuto una vera e propria età dell'oro, che tuttavia subirà una
forte e inevitabile battuta d'arresto. «Ho avuto modo di produrre
molti studi - spiega ancora il professor Barone - sulla crescita che
la città ha avuto tra il 1902 e il 1914. È in quegli anni che qui
nascono le industrie, le raffinerie di zolfo (si pensi alle odierne
"Ciminiere", i resti delle fabbriche dell'epoca), la rete
tramviaria, i grandi ospedali. Con l'avvento della guerra tutto
subirà una brusca frenata. Le fabbriche chiudono, mancano grano e
carbone, vagoni ferroviari. Nel 1915 l'allora sindaco Gaetano
Majorana non riuscirà a fronteggiare la crisi e nel gennaio di
quell'anno la città sarà messa a ferro e fuoco da una folla
inferocita che saccheggia i negozi». Insomma, se da un lato
all'interno delle aule universitarie s'inneggia alla guerra, nelle
strade si verificano rivolte popolari, segnale inequivocabile del
grande scarto tra ideologia e realtà. «Alla fine del conflitto -
conclude Barone - la città uscirà ridimensionata nel suo ruolo di
leader della Sicilia e il mito della Milano del Sud nato attorno a
De Felice all'inizio del secolo scomparirà nel vortice della crisi.
Tutto ciò pone agli storici un problema: quanto i conflitti mondiali
hanno allargato il divario tra Nord e Sud? Nel 1911, alla vigilia
del conflitto, questo era nell'ordine del 25% del reddito medio pro
capite, nel ‘45 tale divario raggiungeva quasi il 60%. Si tratta di
dati importanti, su cui è opportuna una profonda riflessione».
La Sicilia, 22/05/2015 |


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1907,CATANIA,L'INAUGURAZIONE
DELLA II ESPOSIZIONE AGRICOLA
Una mite giornata primaverile il
14 Aprile 1907,come le tante che offre Catania durante tutto
l'anno.Quella mattina fu inaugurata la II Esposizione Agricola
Siciliana e Mostra Campionaria Nazionale".
Arrivò il Re d'Italia in
compagnia di tutto il codazzo delle massime autorità dello Stato e
visitò questa importante rassegna dell’attività agricola e
industriale dei produttori siciliani (lo scatto che ho postato
ritrae proprio i momenti precedenti il Suo arrivo in piazza d'Armi).
Il Palazzo dell'Esposizione
occupò il settore nord della Piazza (esattamente dove oggi troviamo
il Tribunale di Catania),in una grande spianata sulle “lave
Asmundo”, divisa in due parti dall’asse dei viali.
L’importante evento durò dal 14
aprile al 30 novembre 1907,durante il giorno dalle ore 8 alle ore 19
e la sera dalle ore 20 sino alla conclusione degli
spettacoli.L'Esposizione permise a Catania una visibilità
internazionale che ebbe un'importante ricaduta positiva sulla città
e sul suo sistema economico. Considerati gli strumenti a
disposizione in quell'epoca,fu un grandissimo successo,che conferma
come l'ottimismo
La piazza in cui atterriamo è uno
spazio immenso,silenzioso,considerata l'ora e il giorno,dove
troviamo un'imponente e suggestiva costruzione che ospita la "II
Esposizione Agricola Siciliana e Mostra Campionaria Nazionale",che
sarà visitata da decine di migliaia di persone,provenienti da tutta
Italia e che darà un notevole contributo al marketing territoriale
della città.
Uno straordinario
evento,un’impresa impegnativa per la città intera, mobilitata in
ogni ordine e grado del suo assetto sociale, dalle istituzioni ai
professionisti, dagli imprenditori agli artigiani e agli operai.
L’idea, nata da pochi e con un
profilo modesto, acquistò proporzioni imponenti.
La realizzazione richiese
l’impiego di risorse, economiche e organizzative, tecniche ed
esecutive per la bonifica di banchi di lave,per il progetto degli
edifici,per il programma delle mostre e per la costruzione delle
strutture.
Infine,nel punto esatto in cui
sorgeva l'ingresso del padiglione espositivo colto in foto,oggi
troviamo l'ingresso del Tribunale di Catania.
(foto della collezione Franz
Cannizzo) |


Gli anni venti videro l'ascesa a Catania, con
il fascismo, di Gabriello Carnazza,
ministro dei LLPP nel primo governo Mussolini. Nel periodo fascista, Catania
visse un periodo di stagnazione, con l'industria zolfifera in crisi
irreversibile, il che comportò la progressiva chiusura delle raffinerie della
zona Stazione. Era in forte difficoltà anche l'industria conciaria e quella del
legno. A partire dal 1922, sotto la pressione del Carnazza, vennero costituite,
col finanziamento dello stato al 70%, delle società per la bonifica del Lago di
Lentini e poi del Pantano d'Arci e di altri della zona. Lo scopo prefisso era
quello di creare aziende agricole moderne e industrie indotte, ma le iniziative
si sarebbero rivelate col tempo solo fonte di speculazione e avrebbero creato
poco utile a fronte di grandi investimenti pubblici.

Catania si andava trasformando da città
industriale e mercantile in città di servizi. Alla fine degli anni venti
scomparvero tutti i protagonisti principali della scena politica catanese e
l'atmosfera cittadina entrò in una fase di totale grigiore. Unico evento degno
di nota del periodo è l'inaugurazione dell'Aeroporto
di Fontanarossa nel 1924. Segno
dell'impoverimento, una statistica dei consumi della famiglia tipo cittadina:
nel 1927 la spesa annua era di lire 11.472; nel 1930 era scesa a lire 9.715.
Alla fine degli anni venti vennero ripresi i
vecchi propositi di risanamento dei centrali quartieri Antico Corso e San
Berillo. Nel periodo 1928 e 1935 si ebbe la risistemazione delle strade centrali
e la pavimentazione di quelle ancora a fondo naturale, la nuova rete
d'illuminazione (la maggior parte è ancora a gas), la costruzione del Palazzo di
Giustizia, il campo sportivo e il tiro a segno. Il risanamento dei vecchi
quartieri, le fognature, gli edifici per ospedali e scuole e case popolari
avrebbe dovuto attendere la seconda fase di lavori, tra il 1936 e 1943.
L'approssimarsi della guerra, però, avrebbe mandato tutto a monte.

Catania Anni Venti
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QUANDO VENNE IL RE A CATANIA
(1923-1930-1934)

L'inverno del 1930 si era
preannunciato con forti mareggiate che avevano messo a repentaglio
le casce del molo foraneo.
Ma dopo la candelora, il sole
aveva preso d'infilata la strada dritta, liberato i Monti Rossi
della residua neve, stuzzicato le gemme del mandorlo, spennellato di
giallo la chioma della mimosa, anticipando uno scampolo gradito di
primavera.
In città, i giovanotti
ardimentosi, disfattisi dei cappotti, erano corsi a infilarsi i
pattini a rotelle, sferruzzando veloci sull'impiantito dell'arena
Gangi, e taluni cocchieri, che la sapevano lunga, avevano abbassato
il mantice delle carrozzelle a beneficio dei clienti che avessero
voluto approfittare dell'occasione.
Al primo piano del Palazzo
municipale, il podestà lanciava la campagna a favore del verde.
Alberi ovunque, nelle vie, nelle piazze, al centro e in periferia.
Ma si trattò di una battaglia persa in partenza.
Le poche piante poste a dimora
non misero radici ne fronde ne fiori, non tanto per l'aridità del
terreno, quanto per l'ostilità dei nostri concittadini.

Infatti, le piantine di rosa
sistemate in piazza Santa Maria di Gesù, di recente livellata,
furono tutte sradicate durante la prima notte, e stessa sorte toccò
agli altri impianti floreali nelle diverse zone della città.
Delle scorrerie notturne e
diurne, si salvò la Villa, grazie alla grinta del custode Valenti,
il cui bastone spaventava non meno dei due mastini che, di notte,
venivano sguinzagliati lungo i viali poco illuminati.
Con l'ingresso della primavera,
mentre le piantine superstiti schiudevano le prime corolle, la città
faceva toletta, si guarniva di bandiere, festoni, drappi, passatoie.
Nella giornata del 4 maggio, già
alle porte, sarebbe arrivato in visita ufficiale Sua Maestà il Re
Vittorio Emanuele III.
E il 4 maggio, infatti, il
Sovrano giunse a Catania. L'avvenimento suscitò vivo interesse. Una
folla di popolo si assiepò lungo via Etnea, frac di buon taglio e
sfarzose toilettes si confusero con le sciarpe azzurre delle grandi
uniformi, col nero dell'orbace, col lucido degli stivali.

In un composto carosello di
presentazioni, indirizzi di saluto, inchini e battimani, un cronista
annotava: «L'avvenimento ha avuto la solennità maestosa di un rito,
e il rito si è compiuto tra Io sfolgorio di tutte le luci. Io
sventolio di tutte le bandiere, l'entusiasmo, la commozione, il
tripudio di tutti i cuori. Nel pieno trionfo di questa radiosa
primavera, Catania s'inchina all'Augusto Sovrano» .
Il tabellino di marcia non
ammetteva remore, soste, deviazioni. Cominciava con l'inaugurazione
della Casa natale di Bellini, dell'Opera Nazionale Balilla,
dell'Istituto Commerciale «De Felice», del Palazzo delle Poste;
proseguiva con manifestazioni civili e militari alla Villa, ai
Benedettini, alla Caserma Lucchesi Palli: si concludeva con
ricevimenti in Municipio e con uno spettacolo di gala al «Bellini».
Ma il don della giornata era
appannaggio del Palazzo delle. Poste, un'opera grandiosa, destinata
a colmare una lacuna della città - Francesco Fichera così la a
descriveva in una relazione tecnica, a suo tempo presentata al
Preside della Provincia: «II palazzo, che il sottoscritto ha avuto
l'onore di progettare, non è soltanto, pera ampiezza, struttura,
planimetria, bene appropriato alla sua destinazione, così da
assicurare una perfezionata modernità d'impianti e una razionale
distribuzione di servizi, ma sorgendo nei punto in cui, Catania fa
maggiore sfoggio di bellezza, dando il fronte a via Etnea, che sale
dal mare al monte, solenne e magnifica, e il fianco al la Villa
Bellini, verde gioiello che s'ingemma di tutti gli.splendori e gli
incanti tropicali, esso è pur degno di sprivilegiata ubicazione, e
con l'armonica sua mole aggiunge imponenza e decoro all'estetica
dell'insieme».
Effettivamente, si trattava di
una bella opera, che i catanesi apprezzarono senza riserve e senza
mugugni, se si prescinde dal ritardo col quale venne realizzata,
essendo stata avviata otto anni prima, il 27 aprile del '22.
Ma, nella fattispecie, otto anni
di attesa erano da considerare un record di rapidità. Chi conosce la
storia di casa nostra, sa che i catanesi hanno tirato il collo — per
anni, per decenni, per secoli — prima di vedere realizzata un'opera
pubblica di grosso impegno.
Il fatto poi di non essere! state
polemiche, ne prima ne durante ne dopo la costruzione del palazzo, è
cosa da valutare alla stregua di un'eccezione.
Del resto, il Fichera ce l'aveva
messa tutta per dare alla città un edificio rispondente alle
esigenze del tempo, considerato lo sviluppo delle industrie, del
commercio, dell'artigianato e di ogni altra attività cittadina.
L'entità dei servizi svolti dalle regie poste non poteva non essere
adeguata a tale stato di cose, e l'architetto, nel progettare la sua
opera, la proiettò nell'avvenire, sia sul piano estetico sia su
quello funzionale, rendendola innovatrice rispetto al tipo
tradizionale. La planimetria del nuovo palazzo, infatti, poneva il
pubblico alla periferia e gli uffici al centro. Notevole la
grandiosità degli spazi riservati agli utenti, ampia la corte,
numerosi gli sportelli,fastosa la cornice decorativa, con i
paramenti in pietra calcare di color avorio, i fondali dei partiti
architettonici esterni in pietra di tono caldo, la zoccolatura e le
gradinate in lavadell'Etna; solide le strutture portanti, le volte,
l'impalcatura dello scalone, tutte in cemento armato.
Nel complesso, un'opera che
Marcelle Piacentini ebbe a definire: «esemplare portatrice del germe
del progresso».
Il Re l'apprezzò tanto da
insignire di varie onorificenze i maggiori artefici di essa. La
soddisfazione del Sovrano per il «pieno fervore e la rapida
ascensione della città» ebbe altre occasioni di manifestarsi:
durante la visita al Palazzo, degli Elefanti, di cui lodò la
bellezza architettonica; ai Benedettini, per le iniziative rivolte a
ripristinare l'efficienza dell'organo di
Donato
Del "Piano; al Teatro, per l'inventiva del Sada e dello Scimi; nella
Casa natale di Bellini, per l'appassionata raccolta delle memorie
del genio; all'opera Balilla. per la visione avveniristica
dell'edificio, entro i cui «grandi spazi sarà forgiato il carattere
delle giovani leve, speranza di un più fulgido domani della Patria
immortale», Alla caserma Lucchesi Palli, la folla travolse i
cordoni, circondò l'automobile, gridò al Re. «col fremito vibrante
di tutta l'anima, la sua parola di devozione e di fedeltà».
Cosi si concludeva quel « radioso
giorno di primavera » catanese. Maestà — gli disse il Preside della
Provincia, salutandolo — la strada dell'Etna, sogno secolare di
questa laboriosa gente, sarà quanto prima una realtà. Per la
cerimonia dell'inaugurazione, Catania osa sperare nel Vostro
ritorno!
Trascorsi quattro anni, cinque
mesi e sedici giorni, il Re tornò a Catania. Era il 20 ottobre 1934.
Questa volta giunse per via di mare, e trovò , sì , le solite,
entusiastiche accoglienze, ma non trovò il nostro celebrato sole ad
attenderlo. Pioveva.
«Ma le salve dei cannoni, gli
urrà delle ciurme, le esplosioni del giubilo popolare, hanno
abbondantemente mortificato la violenza della pioggia».
Il Re, comunque, non ci fece gran
caso, e dopo una breve sosta nel palazzo municipale, si recò al
Teatro Bellini per assistere alla celebrazione del quinto centenario
dell'Ateneo, nel corso della quale fu insignito della laurea in
Lettere, honoris causa. Da qui, al Castello Ursino dove, scoperta
una lapide nell'atrio, ebbe luogo la visita al restaurato maniero e
alle collezioni d'arte, d'archeologia, di numismatica, di recente
immessevi.
Due anni dopo, ecco la giornata
dell'inaugurazione, dalla quale siamo partiti e a cui torniamo,
esaurita la breve digressione. Il Re, soddisfatto, e il seguito,
preoccupato per l'inclemenza del tempo, lasciarono il Castello dopo
due ore di sosta. Continuava a piovere, e l'indomani mattina c'era
l'Etna ad attendere. Cosa avrebbe incontrato lassù, la comitiva rea
le? Pioggia bufera nebbia?
In quel momento, nessuno dei
presenti osò azzardare un pronostico favorevole. Il Preside della
Provincia, anzi, non potè fare a meno dal rabbrividire pensando
all'8 febbraio di quello stesso anno, allorché l'Osservatorio
Astrofisico, avvolto in una coltre di ghiaccio, era apparso come una
trottola da fantascienza, e i tornanti della montagna, coperti di
spessa neve, si erano rivelati impraticabili.

L'indomani, con grande sollievo
di tutti, il sole fece da regista alla cerimonia in augurale della
strada dell'Etna: un'opera colossale, realizzata dopo anni e anni di
attesa.
Per tutto il Sette e l'Ottocento,
le balze del Mongibello restarono inaccessibili, e gli stessi Monti
Rossi, alle pone alte di Nicolosi, furono considerati traguardo di
arrivo piuttosto che base di partenza.
A dorso di mulo, con l'assistenza
delle guide, soltanto una sparuta minoranza di appassionati
procedeva oltre.
Oltre non c'era strada, e poteva
essere! il regno della leggenda, con gli antri orribili di Vulcano,
del Ciclope e di chi sa quali altri diabolici personaggi.
Di certo c'era il regno della
solitudine, e il cratere della Montagna, allorché si offriva
maestoso agli occhi della gente, sembrava appartenere ad un altro
mondo.
Fra la gente comune, chi aveva
mai osato scalarne la vetta quando appariva ardua impresa
raggiungere lo stesso Nicolosi?
Mancavano le vie di accesso, ma
non erano mancate le parole. Di una strada che, senza disagio,
portasse dalla città al paesello etneo, vestibolo dell'Etna, si
cominciò a parlare nel 1830, Incredibile a dirsi, cinque anni dopo
era cosa fatta, come attesta questa epigrafe, tuttora esistente in
uno dei due obelischi di Barriera: «Regnando / Ferdinando Il/Re
delle Due Sicilie / A rendere / più agevole il cammino / più attivo
il commercio interno / men penoso il viaggio all'Etna / Alvaro
Paterno Castello / Intendente della Provincia / questa strada /
alpestre per lo innanzi / e disastrosa / curo che a spese
provinciali / fosse comoda e carrozzabile / Anno MDCCCXXXV».
Ma il solerte Intendente, aveva
ben altro per la resta, in fatto di strade. Da tempo covava la
grande idea, come si può dedurre dalie parole che egli pronunziò nel
1836, all'apertura del Consiglio Generale del Vallo di Catania: «
Ardua assai è l'impresa cui mi sono accinto, voglio dire quella di
rendere accessibile il nostro Etna agli illustri forestieri e ai
dotti scienziati e ai viaggiatori, che da remote contrade muovono a
perlustrarlo. Non avremo dunque in Sicilia un solo esempio da
contrapporre alle sorprendenti carreggiate delle Alpi, dei Pirenei,
e della Svizzera? Incoraggiato dalla benignità con cui il Governo ha
raccolto le mie rimostranze, e secondato dalla pronta cooperazione
dei miei amministrati, io ho già da Catania condotto questa strada
attraverso Gravina, Mascalucia, Massannunziata fino a Nicolosi... ed
avendone il Governo ordinaLo la manutenzione sui fondi della
barriera, nulla è più da temere per la sua permanente solidità. Da
Nicolosi mi propongo di prolungarla fino alla Grotta del Monte
Colombaro e Grotta degli Inglesi, dalla quale rimangono soltanto a
salirsi alcune ripide balze, sino al Piano del Lago. Se le mie
speranze non andranno fallite, verrà tempo in,.cui l'accesso a
questo immenso e meraviglioso vulcano non sarà più riguardato come
uno sfo rzo d'insolito ardire, e come un cimento della vita».
Invece, le speranze
dell'Intendente «andarono fallite», e a conferma delle sue buone
intenzioni, oltre al discorso sopra riferito, resta un'incisione
della zona pedemontana col tracciato dell'auspicata strada.
A Catania, infatti, per quasi
ottant'anni non si parlò più di strade, ne di quelle urbane ne, meno
che mai, di quella dell'Etna. Nel 1914, ad iniziativa di alcuni
volenterosi, tornò ad agitarsi il problema, e venne redatto
dall'ing. Emanuele Puglisi un progetto di massima. Lo scoppio della
guerra mise tutto nel cassetto, ne ebbe sorte migliore una
successiva iniziativa deli'Associazione prò Etna, nel frattempo
costituita»! e subito dopo dissoltasi nel nulla.
Finalmente, nel 1931, preside
della Provincia l'avv. Vincenzo Lo Giudice, si mise in moto la
poderosa macchina che doveva portare al dato di fatto.
«Anche senza conoscere
materialmente i luoghi — scrisse il compianto ing. Ottavio Priolo,
che ne diresse i lavori — è facile immaginare su quale terreno si è
dovuto lavorare: una grande quantità di crateri avventizi di
notevole altezza e valli profonde, che si succedono senza
interruzione; immense colate laviche terribilme nte accidentate;
pendici coperte da folti boschi; zone sabbiose, di una sabbi a
vulcanica nera, mobilissima, insidiosa, fastidiosa (...).
La strada passa ai piedi dei
Monti Rossi originati dall'eruzione del 1669, impegna la colata
lavica del 1886 e poscia quella del 1910, passa ancora tra il Monte
San Leo e il Monte Rinazzi e sbocca su terreni ubertosi coltivati a
frutteti, in una zona magnifica e panoramica.
Snodandosi sulle pendici di Monte
Sona e di Monte Manfré, attraverso stupendi boschi di castagni e con
ampie curve e controcurve raggiunge la Cantoniera, dalla cui soglia
si gode la magnifica visione di un terzo della Sicilia. Su 17.972
metri di percorso, 11.915 sono di rettifili, 6.057 in curva; per la
formazione del corpo stradale si son dovuti muovere circa 254.000
metri cubi di materiali (...). Lavoro ingrato e lento, di difficile
attacco e di durezza tale che gli arnesi si smussavano piuttosto che
incidere la roccia, per tagliare l'enorme massa della quale si sono
consumati 16.000 chili di dinamite (...). La costruzione è durata
formalmente tre anni, ma effettivamente si è lavorato ventuno mesi,
da aprile a ottobre di ciascun anno: in alta montagna, la pioggia,
il vento, la neve, non hanno permesso il lavoro da novembre a tutto
marzo».
L'opera, eseguita dalla Puricelli
di Milano, costò cinque milioni e mezzo di lire. Vi fece fronte un
Consorzio costituito da: Provincia, Camera di Commercio, Banco di
Sicilia, iComuni di Catania, Nicolosi, Mascalucia, Belpasso; la
Cassa di Risparmio V.E., la FamigliaCostarelli-Platania che,
spontaneamente, intervenne con un cospicuo contributo in danaro. Ne
valeva la pena.
A quota 2000, confortato dai
raggi di un sole squillante, sulla soglia della Cantoniera ancora
odorosa di calcina, il Re si immerse nella favola di quel paesaggio,
che non avrebbe mai più rivisto.
Sulla strada del ritorno,
qualcuno del seguito trovò che l'opera meritava, sì, plauso e
riconoscimenti ma a patto che, in prosieguo, il diavolo non ci
mettesse la coda.
Il giorno successivo, ispirata
dall'avvenimento, una poesia in vernacolo, pubblicata in quello
spassoso giornaletto che fu il Lei è lario, dopo avere esaltato le
suggestive bellezze della nuova strada, così concludeva: «E po'
macari, Diu ni scampi / si putrì a la Muntagna arrusbigghiari / e cu
la so' cinniri, lu fumu e li vampi / lu curiceddu nostru
attanagghiàri / ... / e pri 'ncapricciu sulu di la Natura / addiu
strada, addiu Casa cantunera!».
Purtroppo, in prosieguo il
diavolo ci mise la coda .
da “CATANIA ANNI TRENTA” Lucio
Sciacca - Cavallotto Edizioni
www.cataniaperte.com
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LA SECONDA GUERRA MONDIALE
Verso il
1931
venne bandito un concorso per un piano di fabbricazione della futura "grande
Catania", che considerava come "zone di ampliamento" della città quelle di
Nesima, Cibali, Barriera, Picanello ed Ognina, con le zone di Santa Sofia e San
Antonino a villini e con lo sventramento dei quartieri insalubri di Civita, San
Berillo, Carmine, Antico Corso e Consolazione per il loro risanamento.
Si
valorizzarono la zona dei monumenti antichi e medioevali,
e la zona industriale a sud con le case dei lavoratori nella zona del porto. A
ciò si aggiunse una serie di servizi comuni e sociali. Sarebbero stati premiati
alcuni progetti, ma nel 1935 si raffazzonò un regolamento edilizio del tutto
differente. Rimasta senza un piano regolatore la città avrebbe continuato ad
espandersi a nord in maniera disordinata e caotica e a sud con vere e proprie
bidonville a ridosso del cementificio.
L'entrata in guerra non sortì alcun
fermento, neanche per approntare i rifugi, così il bombardamento dell'aeroporto
del 5 luglio 1940 fu un vero e proprio brusco risveglio. Nel contempo si era
invece organizzato in "maniera industriale" il mercato nero. Dall'aprile 1943
iniziarono le incursioni aeree americane pesanti, con oltre 400 vittime civili e
lo sfollamento caotico verso i paesini dell'interno di oltre 100.000 persone.
Non mancano in questo periodo grandi
progetti. Si pensa ad opere pubbliche di potere e di prestigio: un nuovo
carcere, un nuovo palazzo di giustizia, il risanamento tramite sventramento del
vecchio quartiere San Berillo; alcuni di questi progetti, interrotti dalla
guerra, saranno conclusi solo negli anni Cinquanta, trascinando la loro
magniloquenza autoritaria nell'età repubblicana. Lo stile razionalista
dell'epoca imprime ad alcuni edifici un segno di modernità che oggi siamo in
grado di capire e di recuperare. Durante la seconda guerra mondiale, Catania
conobbe la fame, lo sfollamento, i bombardamenti, la crisi politica del regime;
queste cose, e specialmente i pesanti bombardamenti del luglio 1943, lasciarono
il segno: da un secolo e mezzo lo spettro della guerra non si era più
manifestato in Sicilia. Con la Liberazione da parte degli angloamericani non
venne lo stimolo a riconoscere se stessi e a ricostruire una personalità
collettiva: venne invece il contrabbando, il brigantaggio, l'affarismo,
l'accettazione passiva del caos.
Nel dicembre del 1944, la folla che diede fuoco al Municipio
non militava nemmeno sotto le insegne del separatismo; era solo una massa stanca
della guerra e della fame. Lo stesso episodio di Antonio Canepa, fondatore
dell'EVIS e animatore della guerriglia separatista, ucciso nel 1945, rimase
senza seguito di massa.
Dopo lo sbarco anglo-americano in Sicilia
(9 luglio 1943), i Tedeschi,
bloccato il generale Montgomery al
ponte Primosole sul fiume Simeto,
per sottrarsi alla manovra aggirante degli Anglo-Americani, difesero a lungo la
città, che evacuarono soltanto il 5 agosto. La città venne lasciata in uno stato
di anarchia per molto tempo, con saccheggi e scassinamenti dei negozi.
L'espansione urbanistica si svolge in modo
contraddittorio. Mentre la speculazione edilizia porta a compimento il
cosiddetto sacco di San Berillo (lo sventramento di una parte significativa del
centro storico), viene chiamato alla redazione del piano regolatore l'architetto
giapponese Kenzo Tange, che disegna uno sviluppo urbanistico equilibrato, mirato
a valorizzare i quartieri periferici e dell'area sud della città, superando il
monocentrismo.






Catania del dopoguerra
Era una Catania ancora piccola dove si
viaggiava in tram ma ti offriva tutto, anche il quartiere a luci rosse più
grande d'Europa. Il luogo privilegiato comprendeva la parte alta di via Etnea
fino la statua di Garibaldi e il San Berillo con la sua umanità pulsante, i
negozi, i mercati, ma anche i casini che furono chiusi nel '58. C'era una
piccola via Gambino confinante con piazza Spirito Santo, la zona dei mobilieri,
dove c'era un fiorente mercato di carni, pesce,frutta, pane c'era anche "Ciccio
d'agghiacciu" che vendeva balate di ghiaccio portate a spalla su sacchi di juta
in un periodo in cui avere un frigorifero era un lusso.Era una Catania
allegra,vivace,sfrontata piena di spirito di inventiva e con imprenditori arditi
come Michele Spina che mandava arance in treno fino in Russia e che quando andò
a tastare quel mercato sul posto mandò a Catania questo telegramma: "Spedite
arance a minchia china"
Allora ero ragazzino di strada che giocava a
pallone in piazza Stesicoro sotto la statua di Bellini. Ogni tanto ci
attaccavamo sul retro del tram e gridando: "arreri arreri!" Sbeffeggiavamo il
guidatore che ci lanciava improperi: " figghi di jarrusa" Col tram andavamo a
Ognina a fare i bagni al Porto Ulisse dove c'erano anche campi da tennis.
Arrivato a sedici anni venne il momento di
andare per la prima volta in un casino. Tutti i ragazzi di Catania e provincia
hanno fatto la prima esperienza a San Berillo. Non avevo 18 anni ma sapevo che
di mattina facevano entrare i minorenni. Nei casini di buon livello come la
Fargiona, la Fargionetta o la Sterlina d'oro la marchetta costava 500 lire ma se
volevi risparmiare cen'erano a buon mercato come la Diana Mascali, la Bucane'.
Credo che tutti giovani della mia generazione siano passati da questi salotti e
con loro anche professionisti, proprietari terrieri, preti e mangiapreti e
quando arrivavano loro la maitresse gridava: "Liberooo!" Chiudendo tutte le
porte affinché i visitatori di un certo rango non venissero visti dai normali
clienti. All'inizio di via Maddem c'erano quattro case di tolleranza e si
avvertiva un forte odore di piscio perché molti soprattutto i marinai usavano
fare pipi' appena usciti era considerata una norma igienica.

Antico Corso - Dopoguerra
Il San Berillo era a poche decine di metri
dalla parte nobile della città cioè quel tratto di Via Etnea fino alla Villa
che comprendeva nella parte sinistra a salire il negozio degli svizzeri Caflish,
la famosa farmacia di Spadaro Ventura, l'ex cinema Sala Roma bombardato, la
rosticceria di Giardini I cui arancini facevano un odore che saliva fino al
terzo piano e anche dirimpetto dove c'era la sede della RAI con Turi Ferro suo
padre Guglielmo, Gerardo Farkas, Piero Corigliano e Bik che realizzavano" Tutta
la città ne parla" regista Mario Giusti mentre il tecnico Toto Pistone cucina e
riscuciva i nastri della trasmissione. La parte destra di via Etnea aveva il
negozio di abbigliamento Viola, la pasticceria Caviezel l'albergo Central Corona
con due leoni di marmo all'ingresso il negozio di ottica Balestrazzi la cui
commessa Eugenia Bonino venne eletta Miss Catania, il cinema Lopo' e le sempre
affollate pasticcerie di Spinella e Savia. Era il tratto preferito dai giovani
leoni catanesi che passeggiando occhieghiavano le belle ragazze.E se qualcuna
rispondeva agli sguardi, l'interessato dava di gomito agli amici più vicini
dicendo: " Talia, talia ". Anche allora si pagava tutto. Pagavamo persino Pippo
Pernacchia per fare i " piriti" a qualcuno che volevamo sfottere. C'erano altri
personaggi curiosi sulla scena catanese come Jachino Marletta tanto forzuto da
sollevare le basole di Via Etnea. Un giorno disse che sarebbe andato a Roma a
fare del cinema. Non lo abbiamo mai visto in una pellicola e un amico venuto
dalla capitale ci disse che era diventato " jarrusu" fatto che ci sorprese e che
prendemmo come una maldicenza.
Allora era il periodo delle comitive. Ci
riunivamo in casa di qualcuno a ballare e a tentare qualche abbozzo. Ogni tanto
nel gruppetto di ragazze catanesi arrivavano bellissime new entry da
Caltanissetta o da Piazza Armerina fino a quando il caffè Lorenti del Viale
inaugurò i tè danzanti che erano più comodi. D'estate puntavamo sul Lido dei
Ciclopi che si era inaugurato alla grande con i vocalist neri dei Platter's e
con il balletto di Colette Marchand. Per varie stagioni suonò l'orchestra di
Bruno Martino che compose nuove canzoni. Era una Catania vivibile, poi diventata
troppo grande e incasinata. Ma quel periodo fa parte della nostra gioventù un
po' scapestrata forse un po' ingenua ma con tanta voglia di vivere dopo la
guerra.
(Tony Zermo)

Per gli alloggi degli abitanti del quartiere
venne attuato un grande piano di costruzione nelle zone di Nesima inferiore a
sud del viale Mario Rapisardi creando i quartieri di San Leone e San Berillo
nuovo. Furono creati grandi quartieri dormitorio anche a Nesima superiore. Venne
aperta la prima parte della Circonvallazione e iniziò la costruzione
dell'odierno viale John Kennedy,
che costeggia la Plaia, la
spiaggia a sud del centro abitato.
Si arrivò così al boom degli anni sessanta,
quando Catania venne definita la
Milano del Sud per la dinamicità
nell'economia e nell'espansione della popolazione. Nel 1964 fu reso noto il
Piano Regolatore Generale di Luigi Piccinato, che puntava al recupero delle zone
più degradate, come San Berillo e San Cristoforo, dove tuttora ben poco è
cambiato.
Negli
anni cinquanta
si iniziò la ripresa della città. Tanto per
cominciare, nel 1950 l'Aeroporto di Fontanarossa fu riaperto dopo una lunga
ristrutturazione e si inaugurò la linea dei
filobus
di via Etnea, che sostituirono i vecchi tram. Poi, grazie all'opera delle
amministrazioni comunali dirette da vari sindaci, tra cui
Domenico Magrì e Luigi La Ferlita,
venne aperta la zona industriale di
Pantano d'Arci che, in tempi
recenti, sarebbe stata soprannominata
Etna Valley. L'Istituto
Nazionale di Fisica Nucleare aprì un centro regionale in città, si iniziò la
ristrutturazione del quartiere di San Berillo, la zona più degradata del centro
città, attuando, ma in maniera disorganica, lo sventramento progettato già nel
1931.
Nel 1971 la popolazione toccò i 400.000
abitanti, quasi duecentomila in più in trent'anni. In quest'ambiente proliferava
la mafia, ma nessuno ne parlava. Grandi appalti, possibili per l'assenza di un
piano regolatore, vengono interamente gestiti dal clan di Benedetto Santapaola,
detto Nitto. I primi a denunciare la situazione furono i giornalisti della
rivista I Siciliani di Giuseppe Fava, che sarebbe stato ucciso nel 1984.

La mafia è molto più nascosta, la città è
decisamente più vivibile. Negli anni 1990 Catania ha inoltre conosciuto
un'esplosione della sua vita notturna. Ancora nel 1992 le sue strade erano quasi
deserte alle 08.00 di sera, tranne quelle principali, e gran parte del centro
storico era abbandonato e anche pericoloso. In seguito, grazie alla nuova
politica dell'amministrazione del sindaco Enzo Bianco, che facilitò la
concessione di licenze per l'apertura di ristoranti, caffè, pub, le strade del
centro storico si sono popolate con migliaia di giovani, provenienti anche dai
centri limitrofi.

la demolizione del quartiere San Berillo, per
far posto al nuovo Corso Sicilia
|
1910
- In cui si formano i Monti Riccò, la lava minaccia Belpasso;
1911
- Localizzata sui crateri sommitali, caratterizzata da una forte
attività stromboliana. Nasce il cratere di nord-est. La lava sfiora
il villaggio di Solicchiata, nel comune di Castiglione di Sicilia,
in località Imboscamento;
1923 - Tra il 17 e il 29
giugno la lava coprì circa 3 km² di terreno coltivato a vigneto e
noccioli, distrusse la stazione ferroviaria di Castiglione di
Sicilia della ferrovia Circumetnea, le case di Cerro e parte del
villaggio Catena[9];
1928 - Il 2 novembre si
apre una frattura sotto il cratere centrale; il 3 novembre si attiva
una seconda frattura da cui viene emessa una colata che si riversa
in una zona disabitata; il 5 novembre una terza frattura si apre
sopra Ripa della Naca. Da qui viene emessa una colata lavica che il
6 novembre taglia la ferrovia Circumetnea e il 7 novembre raggiunge
e distrugge Mascali in pochi giorni. La colata fuoriuscì da diverse
bocche laterali sul versante orientale del vulcano e minacciò anche
Sant'Alfio e Nunziata. L'eruzione termina il 20 novembre dopo che il
fronte lavico più avanzato ha raggiunto quota 25 metri sul livello
del mare. In quei giorni di panico dovuto all'avanzare della lava
verso le abitazioni due persone perdono la vita;
1947 - Colate sul versante
settentrionale nei comuni di Castiglione di Sicilia e Randazzo;
1949
- Originatasi sui crateri sommitali;
1950-1951
- Eruzione a nord di Milo: durò 372 giorni da quota 2800 e 2250 m
s.l.m. est; Minaccia ai centri di Milo e Zafferana Etnea. Produsse
171 milioni mm³ di materiale effusivo;
1955 - 1967:
varie eruzioni dal cratere centrale e dal cratere di nord-est;
1971
- Dal 5 aprile al 7 maggio diverse bocche intorno a quota 3050 da
una voragine dalla quale l'emissione di prodotti piroclastici formò
l'attuale cono sub-terminale di Sud-est. Vennero distrutti
l'osservatorio Vulcanologico e la Funivia dell'Etna. Dal 7 maggio al
12 giugno, ben 7 fessure da quota 2800 m a quota 1800 m nella valle
del Leone. La colata che partì dalla quota più bassa, appena sopra
il rifugio Citelli, spinse un imponente fronte lavico fino ai
margini dell'abitato di Fornazzo (Milo). Si forma il cratere di
Sud-Est;
1974
- Originatasi lungo il versante Ovest, ha formato i Monti De Fiore;
1979 - Dal cratere di
sud-est. Caratterizzata da fenomeni esplosivo-effusivi al cratere
subterminale di sud-est e con lave che dalla Valle del Bove arrivano
a minacciare Fornazzo. Nove morti e trenta feriti per un'improvvisa
esplosione di massi presso la voragine ovest del cratere centrale;
1981
- L'eruzione di Randazzo ebbe inizio il 17 marzo e si rivelò
abbastanza minacciosa: in appena poche ore si aprirono fenditure da
quota 2550 via via fino a 1140. Le lave emesse, molto fluide,
raggiunsero e tagliarono la Ferrovia Circumetnea; un braccio si
arrestò appena 200 metri prima di Randazzo. Il fronte lavico tagliò
la strada provinciale e la Ferrovia Taormina-Alcantara-Randazzo
delle Ferrovie dello Stato, proseguendo fino alle sponde del fiume
Alcantara. Si temette un disastro ecologico per tutta la pittoresca
e fertile vallata, ma la furia del vulcano si arrestò alla quota di
600 m;
1983
- Dura 131 giorni e distrugge gli impianti sportivi e la funivia
dell'Etna. È nota anche per il primo tentativo al mondo di
deviazione per mezzo di esplosivo della colata lavica. L'eruzione si
presentava abbastanza imprevedibile, con numerosi ingrottamenti ed
emersioni di lava fluida a valle, che fecero temere per i centri
abitati di Ragalna, Belpasso e Nicolosi. Pur tra molte polemiche, e
divergenze tra gli studiosi, vennero praticati, con notevole
sacrificio date le altissime temperature che arrivavano a rovinare
le punte da foratura, decine e decine di fornelli per consentire
agli artificieri di immettere le cariche esplosive. La colata venne
deviata e l'eruzione ebbe termine ben presto. Produsse circa 100
milioni mm³ di materiale lavico;
1985
- L'eruzione cominciò il 10 marzo con un violento parossismo al
cratere di Sud-Est; successivamente alcune fratture si formarono sul
fianco meridionale del vulcano, nella zona già interessata dalla
precedente eruzione del 1983. Il 12 marzo ebbe inizio l'attività
effusiva da tali fratture, nei pressi del Piccolo Rifugio, il quale,
già gravemente danneggiato due anni prima, venne completamente
distrutto. L'attività fu piuttosto modesta e caratterizzata da un
basso tasso di emissione lavico: per questo motivo le colate si
estesero soltanto per 2–3 km in direzione sud-ovest. L'eruzione si
concluse il 13 luglio;
1986
- L'eruzione cominciò il 29 ottobre 1986 con l'emissione di colate
laviche e di fontane di lava nella parte settentrionale della Valle
del Bove, a quota 2600 m; successivamente le fratture si estesero
verso E - NE, a quote via via inferiori e l'emissione di colate
avvenne da una bocca posta a quota 2300 m (l'attuale Monte
Rittmann). L'eruzione durò fino al 27 febbraio del 1987 e produsse
un esteso campo lavico confinato nella zona settentrionale della
Valle del Bove; il fronte più avanzato si arrestò a quota 1400 m,
nei pressi di Monte Fontane;
1991-1993
- Il 14 dicembre ebbe inizio la più lunga eruzione del XX secolo
(473 giorni), con l'apertura di una frattura eruttiva alla base del
cratere di Sud-est, alle quote da 3100 m a 2400 m s.l.m. in
direzione della Valle del Bove. L'esteso campo lavico ricoprì la
zona detta del Trifoglietto e si diresse verso il Salto della
Giumenta, che superò il 25 dicembre 1991 dirigendosi verso la Val
Calanna. La situazione venne giudicata pericolosa per la città di
Zafferana Etnea e pertanto venne messa in opera, con un vero tour de
force, una strategia di contenimento concertata tra la Protezione
civile e il Genio dell'Esercito. In venti giorni venne eretto un
argine di venti metri d'altezza che, per due mesi, resse alla spinta
del fronte lavico. La tecnica dell'erezione di barriere in terra per
mezzo di lavoro ininterrotto di grandi ruspe ed escavatori a
cucchiaio si rivelò efficace anche nel tentativo di salvataggio del
rifugio Sapienza nel corso dell'eruzione 2001, ed è stata oggetto di
studio da parte di équipe internazionali, tra cui tecnici
giapponesi. Tuttavia queste azioni non diedero i risultati finali
sperati per arrestare il fronte lavico. Quando queste si rivelarono
inefficaci, furono chiamati gli incursori della Marina che operarono
nel canale principale, a quota 2200 m, con cariche esplosive al
plastico (C4) e speciali cariche esplosive cave per deviare il
flusso di lava ed inviarla così nella valle del Bove riportando
indietro di circa sei mesi la posizione del fronte di lava
avanzante. L'operazione riuscì perfettamente, fu utilizzata una
carica di C4 pari a 7 tonnellate e 30 cariche cave, il tutto fatto
esplodere in rapidissima successione.
grazie ad Andrea Mirabella per la
foto |
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La lezione di Kenzo Tange
arrivata anche a Catania: un modello di creazione
Nei giorni scorsi ci ha lasciati,
novantenne, l’architetto ed urbanista giapponese Kenzo Tange,
celebre per essere stato l’architetto delle Olimpiadi di Tokio e
della rinascita di Hiroshima, oltre ad aver firmato prestigiose
opere in tutto il mondo, tra le quali il Fiera District a Bologna ed
il piano urbanistico della città satellite di Librino a Catania.
Tange rappresenta una pietra
miliare per la storia dell’architettura e dell’urbanistica mondiale
anche per essere stato tra i maggiori protagonisti della evoluzione
culturale, oltre che industriale, che ha messo il Giappone in linea
con i paesi occidentali più avanzati dopo il disastro della seconda
guerra mondiale.
Agli
esordi della sua carriera realizzò una serie di opere che
rinnovarono profondamente i modelli dell’architettura giapponese,
superando la fase di semplice emulazione dei modelli occidentali per
giungere ad una elaborazione estetica originale. Riuscì in questo
suo intento attraverso una rilettura in chiave simbolica della
tradizione giapponese, sposata ad un linguaggio molto plastico cui
non fu estraneo l’influsso delle ultime opere di Le Corbusier. Ciò
anche attraverso le esperienze giovanili presso lo studio di Kunio
Mayekawa che aveva effettivamente aperto il Giappone alle intuizioni
del Movimento Moderno ed all’esperienza del Bauhaus.
Già nel 1960 prefigurava
l’evoluzione delle problematiche sociali che oggi viviamo; ebbe
infatti a sostenere: ” Mentre lasciamo la seconda metà del novecento
ho la sensazione che stiamo sperimentando vitali cambiamenti nelle
forme culturali, nella struttura sociale, nell’ambiente umano…il
grande cambiamento attuale è il risultato dello sviluppo
dell’energia atomica e dell’elettronica e la direzione del
cambiamento… è verso il controllo e la programmazione. Più potente
diventa l’energia della scienza più forte si fa la coscienza
dell’uomo della propria esistenza…”; aveva preso coscienza che la
tecnologia tende progredire solo in alcune direzioni, mentre in
altre si allontana dall’umanità ricercando, nell’individuazione di
questa disarmonia, il suo superamento attraverso lo studio dei
problemi con il filtro della creatività. Creatività che giustamente
riteneva l’arma più forte in mano agli architetti ,a condizione che
questa fosse crescente con il crescere del progresso tecnologico.
In questa poetica si inserisce
l’arditezza strutturale che connota molte delle sue opere, quale
corollario necessario alla sensibilità figurativa propria
dell’atteggiamento estetico giapponese, non sconfinando mai nel
formalismo e nella ripetitività. Le sue forti radici culturali non
gli hanno impedito di realizzare opere in tutto il mondo modellando
la sua poetica sulle realtà territoriali in cui ha operato.
Purtuttavia, l’opera catanese di
Tange, ancora in fase di attuazione, non ha avuto i risultati voluti
dall’Architetto, a causa di varianti ed al non rispetto delle
matrici etico-formali che Egli, peraltro puntigliosamente, aveva
preordinato, come invece è avvenuto in altre parti del mondo ed in
Italia stessa.
La sua opera ha forse fatto da
traino ad altri importanti professionisti giapponesi come Arata
Isozaki e Tadao Ando le cui opere anche in Italia possiamo ammirare.
Per tutti è stato un modello di
riferimento nella compenetrazione tra sapienza tecnica, attenzione
all’uomo, e qualità etico-estetica del progetto. Grazie Kenzo.
http://www.scannella.it/la-lezione-di-kenzo-tange-arrivata-anche-a-catania-un-modello-di-creazione/
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La metropoli imperfetta
conversando con Giuseppe Giarrizzo
Sul "caso Catania" si discute da oltre
trent'anni, nel tentativo di restituire una per¬uta identità urbana e sociale a
questa città storicamente priva di plebe - perché priva di nobiltà parassitaria
- e ricca invece di competenze e di mestieri (medici, avvocati, mercanti,
finanzieri ecc.). Come a suo avviso la condizione socio-politica del secondo
dopoguerra ha influito sulla fisionomìa e sullo sviluppo di Catania lungo l'arco
degli ultimi cinquantanni?
G.G. Il dopoguerra, il decennio 1943/45-1955.
è segnato a Catania dal bisogno di sicurezza e protezione che l'esposizione alla
guerra guerreggiata e la liberazione avevano radica-lizzato. Da qui l'esplosione
contagiosa del separatismo, che alla svolta del '48 aveva però già chiuso la sua
parabola. La città, che già allora aveva ripreso il suo ruolo di capitale
minore, in virtù del sistema di servizi (giustizia, sanità, istruzione) che da
secoli assicurava al proprio hinterland, è retta da un ceto politico moderato
che sarebbe in breve confluito nella DC - dove la tensione delle correnti
restava un fatto interno per le divisioni e la complessiva debolezza della
sinistra social-comunista. La dinamica del movimento contadino, che avrebbe
contribuito alla formazione dei quadri sindacali, si andava spegnendo.
Ma Catania "città aperta" consolidava i
tratti borghesi costituiti negli anni Trenta, quando l'artigianato aveva già
consumato la propria estate indiana. E si preparava al grande salto degli anni
'50-60. Due l'allori si sono sommati nell'avvio dello sviluppo urbano: il ritiro
della borghesia provinciale dalla proprietà terriera, in conseguenza della
pressione del movimento contadino organizzato in materia di riparto del
prodotto, e. con la domanda di forza lavoro della provincia, il trasferimento in
città di masse già anali per l'edilizia privata e pubblica. La popolazione di
Catania era aumentala tra il 1955 ed il I960 di 50 mila unità: più di 380 mila i
catanesi residenti. Non si trattava però tanto di incremento naturale (la
suggestione del controllo delle nascite già operava sulle nuove famiglie di
borghesia piccola e media), bensì di trasferimento dalla provincia rurale di
famiglie contadine per occupazione nell'edilizia in espansione: l'emigrazione
catanese, consistente a partire dal 1966. crea quindi vuoti rapidamente colmati
dal vasto hinterland, che a sua volta conosce il collasso di attività
tradizionali (ma non riceve dalla "capitale" che alimenta scambi o compensi
significativi, in servizi e capitali).
Significativo
il ruolo dei parroci di Catania che "mediano" questi imponenti processi di
immigrazione e che, per ciò stesso, hanno parte attiva nella ridefinizione delle
reti elettorali. Dietro il "popolo", anche la borghesia delle città dell'area
arriva a Catania, città aperta, e vi trasferisce i capitali che ritrae dalla
campagna e dal patrimonio immobiliare che aliena nel paese di provenienza: cerca
spazio anzitutto nelle professioni, ma anche nell'accresciuto apparato
amministrativo e assistenziale, e in un mercato in crescita vertiginosa.

Sulla
struttura del potere si esercitano in questo decennio due l'orti sollecitazioni:
l'offerta "dall'alto" di risorse dipendenti dalle ipotesi di "piani industriali"
e la pressione sociale e culturale dal basso cui Catania è sottoposta per il
processo disordinato di riclassificazione sociale fra i ceti e per
l'impressionante domanda di servizi (istruzione, assistenza, credito, consumi)
da parte della Sicilia sud orienlale e centrale.
Vi è uno stato quasi febbrile, una situazione
consumistica che brucia quel che resta della Catania "fra le due guerre", la
Catania di Vitaliano Brancati e di Ercole Patti: l'offerta è altrettanto
disordinata della domanda, è l'avventurismo economico e l'estendersi delle
opportunità speculative sfondano - sfrangiandone le crescenti aree marginali -
gli argini incerti della politica. La sbornia del '68. la fine delle "gabbie
salariali" bloccarono sul nascere quei progetti e introdussero distorsioni
irreversibili per la scoperta di una fragilità del sistema sociale e politico
non prima sospettata: il voto nero del '72 (il MSI che sorpassa la DC!) è
rivelatore di una crisi, più morale che economica, se la città viene chiamala a
una sfida con il centralismo nazionale e regionale in materia di ripartizione di
risorse pubbliche.
Simbolo di quegli anni fu la creazione delle
regioni meridionali e in esse della rivolta di Reggio. La lotta politica si fa
aspra e cresce la presenza "mediatrice"' dei costruttori edili che si apprestano
- anche sull'onda di ambiziosi investimenti "coloniali", e di diversificazioni
nei settori finanziari e dell'indotto - ad assumere la tutela della classe
politica. Nascono, al centro e alla periferia della città, le lussuose centrali
dei Cavalieri: la zona industriale è lasciata a ospitare rottami di macchine
realizzate con pubblico denaro. Basta guardare però, dall'eminenza dei tardi
anni Settanta, a quel che la città è diventata attraverso una crescita
disordinata, non controllata e forse non controllabile, una megalopoli
imperfetta - una capitale che coinvolge nel proprio destino un'area vastissima
di conurba¬zione (più di un milione di abitanti, di cui solo 400 mila risiedono
entro i confini amministrativi della città) -, per capire che ne' la sua classe
politica né l a
consistente e vocifera intellighenzia si sono resi conto a metà degli anni
Sessanta delle radicali ed estese trasformazioni in atto e perciò non hanno
neppur tentato di definire un progetto all'altezza della sfida.
Basta l'elenco dei sindaci di Catania dopo La
Ferlta per rendersi conto della "qualità" della politica locale. Nei partiti di
governo, il PSI e soprattutto la DC, gruppi dominanti, giungevano ad affermarsi
per il controllo del governo e del sottogoverno, con costi economici crescenti e
un sovrumano dispendio di energie: all'inizio degli anni Ottanta saranno come
estenuati, sfibrati, e "seduti", impegnati a tenere in ordine, con gli strumenti
più vai! la folla crescente che invadeva in quegli anni i partiti e rifiutava di
esser tenuta entro la rete clientelare. Due elementi giocano allora un ruolo
importante: l'espansione dell'impiego pubblico (Stato, parastato, poteri
locali), che porta i gruppi più dinamici del "popolo" nei ranghi della crescente
borghesia piccolo-media, e la rivoluzione culturale che si accompagna alla
crescita dell'offerta formativa. Dopo un avvio stentato (gli indici di
analfabetismo tengono a lungo Catania dietro Palermo e Messina), gli anni
Settanta segnano su questo terreno una svolta: Catania, forse più di altre città
del Mezzogiorno, sconta però il ritardo nella riforma della Secondaria superiore
e non conosce una moderna borghesia di tecnici capace di interferire con lo
"spreco" e con il monopolio della grande edilizia. Giacché alla fine degli anni
Settanta il (lusso di risorse pubbliche verso il Mezzogiorno si riduce
drasticamente, la politica regionale si impantana nella costruzione folle di un
"centralismo periferico" che vorrebbe gestire, per il potere locale, le risorse
disponibili al centro, e con gli stessi sistemi "ascaristi". Catania così prende
atto delle interne tensioni del "blocco di potere" (politici + Cavalieri) che lo
ha retto.
E vive la triste stagione del declino e del
degrado: crescono i costi della politica per un potere locale ormai impotente a
produrne: i Cavalieri cercano in ogni modo di assicurare la stabilità del
governo cittadino con la corruzione e le blandizie (prima senza, poi con il
sostegn o "interessato" della nuova mafia, che riesce negli anni Ottanta a
federare i nuclei più forti della criminalità locale). Sono gli anni Ottanta
quelli in cui mi è accaduto di pensare
e scrivere il saggio su Catania, che - vorrei notarlo - precede la mia difficile
esperienza amministrativa Ma il processo di modernizzazione, pur confuso e
squilibrato, è avvenuto qui, come in altre grandi città del Mezzogiorno,
nonostante la politica e non certo per iniziativa di un ceto politico incerto e
frastornato e in balia ormai, qui come altrove, di affaristi e procacciatori
d'affari. Bisognerà attendere i primi anni Novanta per riavviare, ma su
differenti binari, un processo che si era da tempo sfiancato a Catania, nel
Mezzogiorno, nel paese. Nel contempo si fa strada l'idea che solo un ventaglio
di esili - industria, commercio, servizi - può dare a una capitale moderna
un'identità che non sia nostalgica o utopica.
Viviamo in epoca di revisionismo, e son
facili in questo tempo le attenuanti e le assoluzioni fondate sul clima e sulle
"abitudini" di quegli anni che segnarono, forse, il punto più basso della
produttività e moralità della politica: le istituzioni cittadine solo a tratti
parvero consapevoli della deriva inarrestabile che le traeva a fondo, e impediva
ogni distinzione fra pubblici e privati interessi. La Chiesa catanese e la
magistratura locale non trovarono facile il distacco dalla palude in cui erano
state per rassegnazione o scetticismo risucchiale: cercavano potere in proprio
anziché concorrere alla bonifica del degrado in atto. Lo sviluppo urbanistico,
confuso e squilibrato, riflette quella tormentata vicenda.
Dal suo contributo, apparso nel dossier
Catania, sul numero 52 di "Spazio e Società", sembra emergere che il disegno
della città si sia sostanzialmente compiuto alla fine degli anni Settanta.
Conferma ancor a tale ipotesi oppure pensa che siano accaduti altri eventi che
nell'ultimo scorcio di secolo ne hanno modificato ulteriormente la facies?
G.G. Bisogna intendersi sul termine
"disegno", dal momento che negli anni Ottanta e Novanta si sono consumati nel
territorio di Catania e del vasto hinterland mutamenti importanti che hanno
imposto una nuova gerarchia dei "quartieri".
E hanno perciò inciso sul disegno.
Decisivo il cambiamento profondo dell'hinterland: fu chiaro, sin dagli anni
Sessanta, che la città non avrebbe mai avuto un Piano regolatore, un indirizzo
razionale ed equilibrato del proprio interno sviluppo, in assenza di o a
prescindere da un piano territoriale etneo. La conferma è venuta dal tumultuoso
sviluppo del versante etneo della provincia e dall'accresciuto squilibrio fra
montagna e piana - che si sono sviluppate secondo logiche incoerenti e senza che
Catania percepisse in un loro sviluppo governato la ragione del suo futuro. Per
designare questo insuccesso usai negli anni Ottanta la definizione di Catania
"metropoli imperfetta": e per questa via denunciai i limiti vistosi del Piano Piccinato e dei successivi tentativi di "quartieri modello" o del recupero
malcerto dei cosiddetti quartieri popolari della città (una formula che somma
tuttora il degrado di quartieri storici alla "miseria" delle aree di
espansione). Catania nonostante le speranze degli anni Novanta è ormai un
agglomerato urbano privo di identità e chiuso in se stesso - un centro erogatore
di servizi tradizionali (sanità, istruzione, giustizia), che ha visto crescere
fuori dei suoi confini i servizi moderni, e che non esprime voglia e capacità di
governare il vasto territorio provinciale (lo prova il ritornante e velleitario
dialogo tra ferrovia e porto, che sconta altresì l'assenza di una politica
regionale di indirizzo).
In quella torrida estate del 1960 anche
Catania visse un dramma che rimase indimenticabile e tragico . Siamo in una fase
storica in cui il mito della Milano del Sud cominciò a farsi strada ma nella
realtà quotidiana della stragrande dei siciliani, invece, l'arretratezza e il
malessere sociale furono ancora dominanti. Infatti non cessò l'emigrazione
della manodopera soprattutto dei contadini verso le fabbriche del triangolo
industriale. La città di Catania crebbe in modo disordinato e caotico con una
rendita fondiaria che fece profitti e che condusse ad con una crescita
urbanistica caotica e speculativa, priva di una vera e razionale organizzazione
del territorio.
Il modello propugnato dai cavalieri
dell'Apocalisse, con un patto occulto che durò decenni, cominciò a prendere
piede ed avere il via libera di una classe dirigente locale con quella
edificazione e cementificazione selvaggia che segnò il destino della
città.Nonostante ci fosse una società civile atomizzata e sfaldata si iniziò
anche a Catania a registrare un movimento di protesta democratico che si mosse
in linea con quello che avvenne in Italia tra il 30 giugno e l'8 luglio del
1960.
Le ragioni principali furono sicuramente la
svolta a destra del governo Tambroni e dal contrarietà di celebrare a Genova il
congresso del MSI. Mentre in realtà furono più accese per la mancanza di diritti
sociali dei lavoratori e dell'atavica disoccupazione dei giovani che esplosero
in modo virulento e cruento. La repressione delle forse dell'ordine portò a 7
morti uccisi in Sicilia tra il 5 e l'8 luglio 1960. A Catania venne ucciso
Salvatore Novembre, vent'anni appena, che era un immigrato da Agira. Altri
giovanissimi furono uccisi in Sicilia persino un adolescente di 14 anni.
Oggi bisogna ricordare Novembre e quei
caduti, di 60 anni fa e a tenere questo ricordo si evoca l'immagine dei
“ragazzini dalle magliette a strisce” . Queste lotte e queste battaglie
sindacali finiti nel sacrificio della vita umana condussero poi alla svolta del
centro sinistra organico con la partecipazione del Psi nell'esecutivo e
servirono ai riformisti e ai socialisti di portare avanti in un decennio con
determinazione e convinzione un vasto programma di riforme che culmino' nelle
conquiste dei diritti nella fabbrica e nella società, fino all'approvazione
dello Statuto dei lavoratori nel 1970.
Rosario Sorace.
https://www.ienesiciliane.it
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L'Elefante d'Oro (1966)
Gianni Ravera, al quale
evidentemente non basta Sanremo e Napoli, è dentro anche ad un altro
festival canoro svoltosi a Catania, l'Elefante D'Oro. Un festival
che non è andato troppo bene a causa dell'eccessivo entusiasmo della
folla che ha provocato alla Villa Bellini, all'incirca, venti
milioni di lire di danni. Gli incidenti dovuti al sovraffollamento
sono stati tali che la manifestazione ha dovuto essere sospesa pochi
minuti dopo l'inizio. Si calcola che a ridosso del palco dove si
sarebbero dovuti esibire Richard Anthony, Mina, Little Tony,
Domenico Modugno e l'Equipe 84 si siano ammassati qualcosa come
trentamila persone (centomila in tutto). C.jpg)
Con grande difficoltà i cantanti
hanno potuto risalire immediatamente sul pullman col quale erano
giunti e ritornare in albergo sotto scorta della polizia. Il
presentatore, che in quel caso era Mike Bongiorno, è rimasto
bloccato da un gruppo di persone ed ha dovuto essere liberato da una
pattuglia dei carabinieri. Non si sa quali intenzioni realmente
avessero gli "assalitori", ma sicuramente Mike non deve aver passato
un bel momento. Intanto veniva fatto scempio delle aiuole del
giardino e venivano divelti i segnali stradali. Nella calca erano
stati sperduti almeno venti bambini e molte donne, prese da crisi
isteriche dovute alla paura, erano svenute. Una giovane che faceva
parte del cast della produzione è stata letteralmente denudata ed
altre molestate pesantemente. Non si capisce il perché di tutta
questa follia e stupisce vedere il pubblico catanese così impetuoso
e violento.
Di sicuro si capisce il motivo
per il quale l'Elefante D'Oro debba considerarsi un episodio ormai
chiuso in partenza. Comunque, lo spettacolo riprende il giorno dopo
ma sembrava più la parata del 2 giugno, per quanti militari erano
schierati in difesa dei partecipanti, che una kermesse canora. A
serata conclusa c'è chi ha lasciato subito Catania con i vari voli
per Roma o Milano e chi è rimasto la notte: Mina, Modugno e Dalida,
che all'interno dell'Hotel Excelsior in piazza Verga, fino alle due
di notte, sentivano i cori della gente che li reclamava per un
inconsueto bis sulla piazza. Infuriati dell'assordante silenzio dei
reclamati sono stati allontanati con difficoltà dalla polizia. In
fondo, si saranno detti "!cosa costa a Mina scendere in vestaglia e
pantofole a cantarci SE TELEFONANDO per strada, senza microfono e
orchestra?"
Anna Fougez
http://www.hitparadeitalia.it/voli/articoli/ch660924.htm
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Chi erano e chi sono oggi i “Falchi”?
Catania che nell’immediato dopoguerra era stata definita la “Milano del Sud” per
la grande capacità di ripresa economica che aveva dimostrato dopo le
vicissitudini belliche, Anni Settanta, e Anni Ottanta il capoluogo etneo
si era trasformato nella “Chicago del Sud”, come la definì un settimanale
dell’epoca. Scippi e rapine alla media di trenta/quaranta al giorno, oltre venti
omicidi all’anno consuntivo delle lotte fra bande criminali. Nel capoluogo
insicurezza nella collettività, quasi un clima di terrore per i continui e
sanguinosi conflitti a fuoco nei principali quartieri a rischio. Una situazione
insostenibile alla quale pose un freno nel 1974 il questore Emanuele De
Francesco creando una nuova sezione della Squadra Mobile, la Squadra Antirapina
preposta esclusivamente alla repressione dei crimini di strada, e con lo
specifico ruolo di pronto intervento e controllo del territorio. La Squadra
venne denominata “I Falchi”, e nella città e nell’hinterland divennero ben
presto noti per il loro deciso modo di agire, che non lasciava scampo ai
malviventi.
Il modus operandi dei “Falchi” dette i suoi frutti e la speciale sezione della
Squadra Mobile venne istituita anche in altre città, come Palermo, Napoli, Bari,
Taranto, Cagliari, Roma, Milano e Foggia.
I “Falchi” indossavano abiti civili e si muovevano su veloci motociclette, dopo
un rigoroso addestramento, facendo uso delle armi a seconda delle necessità che
si presentavano. La sezione della Squadra Mobile operò fino al settembre del
2008 inquadrata in seno all’Ufficio Prevenzione Generale e Soccorso Pubblico
della Polizia di Stato e in seguito venne inquadrata nella sezione “Criminalità
Diffusa”.
Gli anni della Catania rovente, della Catania che viveva sotto il ricatto della
criminalità e della mafia vengono ora raccontati in prima persona da uno dei
protagonisti di quelle stagioni di sangue, dal “Falco” Pino Vono, oggi Ispettore
Superiore di PS in pensione, nel libro “I Falchi nella Catania fuorilegge”. Per
quanti hanno vissuto quel travagliato periodo la narrazione di Pino Vono sarà un
riportare alla memoria episodi dimenticati dei quali non si ha più contezza
delle realtà drammatiche; per i giovani una “scoperta” che potrà far comprendere
le trasformazioni sociali e criminali che Catania ha avuto nel corso dei
decenni, sino ad oggi. Un modo efficace, magari per scoprire le radici del
malessere che la città ha subito.
https://www.marenostrumedizioni.com/negozio/i-falchi-nella-catania-fuorilegge-di-pino-vono/

Quel che resta di quella che fu la
“Milano del Sud”…
Presentato stamane alla Camera di
Commercio di Catania il “Report sull’economia della provincia”.
A cura di Iena Aziendale
In
valori assoluti, il Pil pro capite delle province siciliane oscilla dalle €
15.548,62 di Agrigento alle € 18.661,09 di Siracusa, con una media regionale
di € 17.242,91. Ma Catania, con € 16.861,24, possiede valori inferiori alla
media Sicilia. La città dell’ Etna mostra un valore aggiunto di 16.117,2
milioni di euro ed un prodotto interno lordo di 18.187,0, seconda provincia
siciliana per ricchezza prodotta.
Lo dice il “Report sull’ economia della provincia” presentato stamattina
alla Camera di Commercio in occasione della “Giornata dell’ economia” , e
dunque lo dicono i numeri, frutto di studi e riflessioni di studiosi ed
esperti e del fitto lavoro degli uffici camerali da mesi impegnati per la
raccolta dei dati.
Stamattina, il “Report” è stato presentato dal presidente della Camera di
Commercio Pietro Agen, dal segretario generale Alfio Pagliaro, dal vice
presidente Francesco Costanzo (nella foto), dal direttore della Banca
d’Italia, Pietro Raffa, dal direttore provinciale dell’agenzia delle entrate
Rosario Sciuto. Sui temi del commercio e del turismo è intervenuto l’
ordinario di economia e gestione delle imprese dell’Universitá di Catania
Rosario Faraci.
Al Sud, Sicilia compresa, la ricchezza
netta delle famiglie si concentra maggiormente con percentuali superiori al
72% nelle attività reali, terreni e fabbricati. Mentre al Centro–Nord si
destina una maggiore quota della ricchezza nelle attività finanziarie,
depositi, valori mobiliari e riserve, con destinazioni dal 36 al 42% a
seconda delle macro aree geografiche.
Le famiglie catanesi destinano il 76% della propria ricchezza alle attività
reali ed il 24% a quelle finanziarie così come a Palermo
si arriva al 77% contro un 22% di destinazioni finanziarie.
Ma veniamo alle imprese: al 31 dicembre 2011, il tessuto imprenditoriale
catanese è costituito da 82.380 imprese attive su un totale di 100.973
imprese registrate.
Considerato che l’insieme di imprese registrate è comprensivo delle imprese
inattive (11.289), di quelle sottoposte a procedure concorsuali (2.410) e in
stato di scioglimento o liquidazione (4.866), l’analisi viene effettuata sui
dati delle imprese attive.
Osservando il quadro della distribuzione per settore economico risulta di
tutta evidenza una marcata concentrazione di imprese nei settori
tradizionali: commercio, agricoltura, costruzioni e industria.
L’anno 2011 ha fatto registrare la nascita di 7.475, imprese e la cessazione
di 6.301 imprese. Il tasso di natalità è stato del 7,45%, contro un tasso di
mortalità del 6,28%.
La nascita di un maggior numero di imprese, nel corso dell’anno 2011,
rispetto a quelle cessate, fa rilevare un tasso di sviluppo positivo pari al
1,17%.

In valori assoluti lo stock di imprese
che conforma il tessuto imprenditoriale catanese è cresciuto di 1.322
imprese rispetto al 2010 (99.651).
Confrontando i tre parametri – natalità, mortalità e sviluppo – delle tre
aree di riferimento (provinciale, regionale e nazionale), riscontriamo che
Catania, con le sue 7.475 imprese nate, ha registrato un tasso di natalità
del 7,45%, la Sicilia, con 29.953 imprese nate, del 6,43%, mentre, a livello
nazionale, con 391.310 imprese, del 6,40%.
Per quanto riguarda le imprese cessate, a Catania si è registrata la
chiusura di 6.301 imprese, con il relativo tasso di mortalità del 6,28%, in
ambito regionale hanno chiuso i battenti 34.393 imprese, con un
corrispondente tasso di mortalità del 7,39%, mentre, in ambito nazionale, si
sono avute 393.463 imprese cessate ed un tasso di mortalità del 6,44%.
Anche per quanto riguarda le imprese cessate, Catania ha registrato il
miglior risultato (6,28%), inferiore di un punto percentuale rispetto al
dato della Sicilia (7,39%) e di 1/5 di punto rispetto al dato nazionale
(6,44%).
Il tasso di sviluppo imprenditoriale, a Catania, è stato di 1,17%, in
Sicilia di -0,95% e, in ambito nazionale, di -0,04%.
Spiega il presidente Agen: “il calo del
Pil ha riguardato l’ intero territorio nazionale ma il Meridione ha
registrato un crollo che supera il 2%. Catania, dunque, non fa eccezione. La
crisi è palpabile e i segni negativi ora toccano anche i settori prima non
colpiti. L’ anno scorso avevamo detto che anche la grande distribuzione
sarebbe stata coinvolta. E così, purtroppo, è stato…”
Che fare allora? ” I politici, le istituzioni e comunque tutti noi, dovremmo
disporre progetti concreti e metterci in rete. I tempi delle corse solitarie
sono finite”-aggiunge Agen.
Ma rispetto al tasso di sviluppo
registrato a livello nazionale e regionale, entrambi negativi, seppur con
valori diversi, Catania è in controtendenza, con un tasso di sviluppo
positivo.
“Nonostante la crisi e la negatività del momento storico, la crescita del
tessuto imprenditoriale è evidente. Ma bisogna saper leggere i dati e dunque
la reale qualità di questa crescita che riguarda quasi esclusivamente le
cosiddette ‘imprese non classificate’ – tiene a precisare il segretario
generale Alfio Pagliaro- quelle, cioè, che non dichiarano la loro tipologia
di attività. Si potrebbe trattare di quelle attività in cui si rifugiano i
cittadini fuoriusciti dal mondo del lavoro e che sperano nell’autoimpresa.
Di certo, questo è sintomo di una voglia di farcela, a tutti i costi”.
Infine, ci sono le idee per uscire dalla crisi. Non a caso il “Report”
quest’anno ha scelto di puntare l’attenzione su due settori in particolare,
il commercio e il turismo. Il docente Faraci spiega il perché: “Il terziario
è senza dubbio il settore che genera maggiore valore aggiunto, con un
percentuale di oltre l’80%. Il commercio tradizionale è in crisi, mentre il
turismo vede Catania ancora lontano dalla media delle altre città. Credo che
se si potenziasse il turismo ne beneficerebbe prima di tutto il commercio.
La chiave vincente potrebbe essere la programmazione territoriale, la
creazione di centri commerciali naturali e la revisione dei modelli di
business. Lo dimostrano anche i numeri elaborati dall’Università”.
http://www.ienesiciliane.it/cronaca/4414-quel-che-resta-di-quella-che-fu-la-%E2%80%9Cmilano-del-sud%E2%80%9D%E2%80%A6.html

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IL
PAPA A CATANIA. viaggio in Sicilia. davanti a migliaia di persone il
Pontefice ha usato parole forti e invitato la citta' " a stare in
piedi e sconfiggere il male ". Il Papa: alzatevi e vinciamo la
mafia!.
l' appello di Wojtyla a
Catania: " non rassegnatevi al dominio della criminalita' " .
Giovanni Paolo 2o sara' in Sicilia 3 giorni. le sue condizioni sono
apparse buone. fara' sette discorsi, oggi tappa a Siracusa
"Catania, alzati e rivestiti di
luce e di giustizia": con questo grido biblico, applicato al
riscatto di Catania dalla mafia, e' iniziata ieri sera la quarta
visita del Papa in Sicilia. Vojtyla non ha detto la parola mafia, ma
ne ha descritto a lungo il fenomeno, concludendo la sua invettiva
con l' invito "in nome di Cristo" a "stare in piedi e vincere il
male con il bene". Il Papa ha parlato in piedi, in piazza Duomo.
Durante gli ultimi viaggi, a Zagabria e a Lecce, aveva sempre
parlato stando seduto. Ieri stava meglio, era sceso dall' aereo
senza usare il bastone e non ha avuto bisogno della sedia. Ma forse
l' ha fatto anche per adattarsi al messaggio che voleva lanciare,
con gli appelli "Catania alzati" e "state in piedi". L' aveva appena
salutato il sindaco Enzo Bianco, che aveva descritto una Catania che
"finalmente combatte in modo adeguato la piu' dura delle lotte,
quella di liberarsi dal dramma della mafia". Vojtyla ha risposto
augurando che quella lotta riesca: "Voglia il Signore concedere alla
vostra citta' saggezza e coraggio per proseguire e rafforzare l'
impegno per la giustizia che gia' avete intrapreso con decisione,
lasciandovi alle spalle le forme di sopraffazione e corruzione
esercitate da alcuni a danno dei molti. A tutti e a ciascuno rivolgo
l' augurio piu' fervido di riuscire in questa impresa". "
Eccomi fra voi per annunciarvi la
speranza", ha continuato il Papa, accennando ai segnali di risveglio
e di riscatto" e ai "mutamenti morali e sociali che appaiono sempre
piu' necessari e indilazionabili", perche' "i tempi urgono e non ci
puo' essere posto per la pusillanimita' e l' inerzia". Ed ecco le
parole piu' forti del Papa, applaudito a lungo dalla folla: "Troppe
volte e da troppo tempo i figli di questa comunita' hanno subito l'
umiliazione di essere additati come abitanti di una citta' degradata
e violenta, dominata dalla criminalita' , rassegnata e resa
invivibile". C' e' chi ha "pensato di lasciare questo territorio
divenuto ostile", non e' possibile "sopportare ancora una tale
immagine gravosa e avvilente". A questo punto il Pontefice ha
iniziato a descrivere il dramma della mafia e il riscatto da esso
usando espressioni della Bibbia. Ha detto che voleva "interpretare i
sentimenti" dei catanesi con l' invocazione del Salmo 53: "Ascolta
la nostra preghiera, perche' contro di noi sono insorti gli
arroganti
e i prepotenti insidiano la nostra vita". E subito ha applicato a
Catania le parole che Isaia usa per Gerusalemme: "La Chiesa sente il
dovere di parlare, anzi di gridare a quanti abitano nella citta' :
Catania, alzati e rivestiti di luce e di giustizia". Il Papa
restera' in Sicilia tre giorni: oggi pomeriggio passa da Catania a
Siracusa, domani sera rientra a Roma. Fara' sette discorsi e gia'
dal primo sappiamo che non girera' intorno ai problemi, ma li
prendera' di petto come gia' fece un anno e mezzo fa ad Agrigento,
quando grido' ai mafiosi: "Convertitevi, una volta verra' il
giudizio di Dio!". Quel grido aveva la forza di una scomunica,
segno' un punto di non ritorno nell' impegno della Chiesa contro la
mafia. Cosi' e' stato interpretato anche fuori dalla Sicilia: il
camorrista Carmine Alfieri ha detto ai giudici che decise di
"collaborare" con la giustizia quando vide il Papa in televisione
lanciare quel monito. Pare che la stessa mafia siciliana l' abbia
preso sul serio quel grido lanciato nella Valle dei Templi di
Agrigento. Il luglio scorso il procuratore della Repubblica di Roma
Michele Coiro disse che c' erano dei pentiti di mafia che avevano
parlato di una risposta della Cupola al Papa, che era andata dalle
bombe del luglio 1993 alle chiese di Roma all' uccisione di don
Puglisi. E' verosimile che il Papa approfitti di questa visita per
completare il messaggio di Agrigento. E ce n' e' bisogno, dicono i
sacerdoti siciliani che lottano in prima linea contro la mafia.
Ultimamente un prete palermitano e' stato costretto ad abbandonare
il campo dalle minacce mafiose: gli avevano indicato perfino il
giorno in cui l' avrebbero ucciso. E un altro, domenica scorsa, ha
visto un gruppo di fedeli alzarsi e lasciare la chiesa appena
pronunciata la parola mafia, durante una predica in cui invitava al
riscatto, proprio come ha fatto il Papa ieri qui a Catania. A
Catania e a Siracusa il Papa doveva venire a fine aprile: glielo
impedi' la caduta in bagno che lo porto' al "Gemelli". Sono passati
sei mesi e Wojtyla ricammina senza bastone, come gli avevano
promesso i medici. Ieri per un momento il bastone l' ha portato, ma
tenendolo con la mano sinistra (la gamba operata e' la destra) e
senza appoggiarvisi sopra. Ieri era anche l' onomastico di Karol
Wojtyla, essendo la festa di San Carlo Borromeo.
Accattoli Luigi
http://archiviostorico.corriere.it/1994/novembre/05/Papa_alzatevi_vinciamo_mafia_co_0_9411058180.shtml
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Scapagnini, il sindaco viveur sedotto e
abbandonato
Ex deputato del Pdl e primo cittadino a
Catania dal 2000 al 2008, si è spento a Roma all’età di 71 anni. Inaugurò l'era
delle rotatorie, con lui l'abbattimento-show del cavalcavia di Ognina
"Guaglio’, non mi piace vedere la mia faccia
appesa al muro", diceva Umberto Scapagnini ad amici e collaboratori. Ma non fu
per fargli una cortesia che ancora 18 mesi dopo avere lasciato la poltrona di
primo cittadino, nel 2008, l’ultimo sindaco di Catania ritratto a Palazzo degli
Elefanti fosse Enzo Bianco, suo predecessore e poi rivale. In realtà quel
ritratto mancante, poi precipitosamente commissionato dopo il primo grave
allarme sulla salute di Scapagnini, aiuta a comprendere meglio la parabola
dell’uomo e del sindaco: votato, riverito, invidiato e poi quasi rimosso da una
città che come poche sa sedurre e tradire.
Ma, nel bene e nel male, Scapagnini non è
stato di passaggio. Nel bene e nel male è stato espressione della catanesità:
brancatiano con in più tratti da gagà napoletano, simpaticone e ruffiano,
“spettu” fino a fare della furbizia una sorta di linea programmatica, amante
dell’iperbole fino a diventare una declinazione non periferica della grandeur
berlusconiana. Infatti, per dire della tempra del Cavaliere, esagerava -
“Berlusconi è tecnicamente immortale” - sfacciatamente incurante dei sorrisi
stupiti degli interlocutori. Adesso che la morte è sopraggiunta, tutti avranno
parole buone per la persona e per lo scienziato. Scorrendo invece i giudizi
sull’amministratore, la coerenza massima sarà di chi lo ha sempre attaccato per
avere portato Catania sull’orlo del crac. Molte saranno le lacrime di
coccodrillo.
Perché Umberto Scapagnini, dopo essere stato
“Sciampagnini” per tutti e con tutti, politicamente è morto in solitudine. A
molti è risultato conveniente, dopo che i danni erano stati fatti, addossare al
Professore ogni colpa, anziché ricordare che la voragine cominciò ad allargarsi
nella corte di Palazzo degli Elefanti nel 2001, quando la legge impose ai Comuni
di accendere mutui soltanto per investimenti e non già per ripianare debiti, e
ciò nonostante, per esempio, si continuava a caricare sulle casse del Comune il
peso di decine e decine di precari. E sempre in questo frattempo la finanza
creativa si traduceva in uno spericolato esercizio di fantasia. Scapagnini
lasciava colpevolmente fare agli uni - quelli delle Partecipate e delle
stabilizzazioni - agli altri - i creativi della finanza - e anche a se stesso -
le compagnie brasiliane ingaggiate a spese del Comune e poi non pagate.
Inconsapevole vaso di coccio del Centrodestra anche in Consiglio comunale - dove
non a caso non riuscì a dare la sperata svolta per il Prg e per corso Martiri
della Libertà - Scapagnini delegava tanto in materia di bilanci e chissà quanto
spontaneamente. "Il guaio del mio amico Umberto è che non capisce di numeri",
ebbe a dire una volta Raffaele Lombardo, che del Professore fu a lungo ascoltato
vicesindaco nel corso del primo mandato. Affermazione che voleva essere forse
assolutoria, ma che riferita a un amministratore pubblico aveva il peso di un
macigno.
Però è anche vero che Scapagnini in quegli
stessi anni inaugurava piazze (molte e tante restituite a nuova bellezza: per
tutte piazza Università), riportava il basolato lavico sul selciato di via
Etnea, rimuovendo i cubetti di porfido che sfregiavano il salotto dopo ogni
acquazzone, ridisegnava corso Italia. Poi, dopo la pioggia di cenere del 2002,
bussò alla porta del suo amico Silvio, allora premier, e si fece assegnare i
poteri speciali per l’emergenza. In virtù di quei poteri, di quella scorciatoia,
Catania ebbe accesso a finanziamenti degni di una capitale, non di una città di
media grandezza e peraltro già di dubbia virtù amministrativa. Col gessato,
l’elmetto e la cazzuola per le foto di rito, si pensò alla circonvallazione
senza semafori, s’inaugurò l’era delle rotatorie, ci fu l’abbattimento-show del
cavalcavia di Ognina, si sognò di eliminare anche la strozzatura del Tondo
Gioeni - ancora un sogno - si mise mano al waterfront, al piano parcheggi.
Si mise mano a tanto, forse a troppo. E si
perdeva di vista la città reale, non ci si accorgeva delle casse comunali
esangui, del menu della refezione scolastica che cominciava a prevedere soltanto
lenticchie: costavano meno della carne, né le rotatorie risultano essere
commestibili. Non ci si voleva accorgere, neanche, della perdita del senso di
appartenenza dei catanesi, del decadimento morale, etico della città.
Su quegli anni s’è espressa la magistratura,
con una condanna definitiva per i rimborsi cenere dati ai dipendenti comunali
alla vigilia delle amministrative del 2005, rivale Enzo Bianco, altre due in
primo grado per il buco di bilancio e abuso d’ufficio per una consulenza sul
teatro dialettale, ma anche con un’assoluzione (richiesta dal Pg anche in
appello la settimana scorsa) per il caso parcheggi. Su quegli anni s’è espressa
anche quella parte di città che, a suo modo “spetta”, fiutata l’aria ha voltato
le spalle all’uomo e al politico. Così, anche per questi catanesi dalla memoria
corta e dal naso sospettosamente lungo, Scapagnini resterà il sindaco del buco,
dopo essere stato “soltanto” il sindaco viveur, perennemente abbronzato e
innamorato. Epitaffio possibile: grande seduttore anche nella “sua” Catania,
dalla “sua” Catania fu sedotto e abbandonato.
Antonello Piraneo
http://www.lasicilia.it/index.php?id=96060&template=lasiciliait
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Era il 18 maggio del 1993 quando
il boss più conosciuto e più temuto della storia mafiosa di Catania,
Nitto Santapaola, veniva catturato dopo 11 anni di latitanza in una
fattoria nella campagna di Granieri, frazione di Caltagirone.
L'allora Caporedattore Domenico Tempio mi aveva telefonato all'alba
per avvertirmi che era in corso l'operazione per la cattura del
«Cacciatore». Quando con il fotografo arrivai sul posto, Santapaola
era in mezzo ai poliziotti che erano appena entrati nel caseggiato
di campagna. Era ben vestito, tranquillo, il giorno prima era andato
a trovarlo la moglie Carmela Minniti come se si aspettasse di essere
arrivato all'ultimo giorno di latitanza.
Per catturarlo era arrivata il
giorno prima da Reggio Calabria una squadra speciale che aveva
circondato la fattoria. Santapaola non aveva né guardie del corpo e
nemmeno una vedetta. Lui era approdato in contrada Granieri dopo
essere scappato dalla zona di Barcellona Pozzo di Gotto dove ormai
si stavano accentrando le indagini dei carabinieri. Barcellona era
un posto che lui conosceva bene e dove era stato abbastanza
tranquillo per qualche settimana, ma ormai circolavano troppe
indiscrezioni sulla sua presenza e decise di cambiare rifugio. Pare
che il corrispondente del nostro giornale da Barcellona, Beppe
Alfano, stesse per far conoscere con i suoi articoli la presenza del
boss nella sua città e che per questo fu eliminato.
I poliziotti prima di entrare in
azione avevano perlustrato la zona, alcuni erano vestiti da
contadini. Poi all'alba irruppero nella fattoria senza trovare
resistenza. Santapaola uscì tranquillo, fece una carezza ai due cani
che stavano all'ingresso e poi venne fatto salire su un'auto.
L'operazione era stata diretta
dal questore Antonio Manganelli diventato poi capo della polizia di
Stato. Non aveva fatto avvertire nessuno a Catania per timore che
qualcosa trapelasse poiché il Cacciatore aveva informatori
dappertutto. Manganelli tenne poi una conferenza stampa in
Prefettura descrivendo l'operazione portata a termine in maniera
perfetta. Mi sono permesso di contraddirlo solo quando ha detto che
gli agenti avevano sfondato la porta d'ingresso, perché, ho
obiettato, che la porta in alluminio anodizzato mi sembrava del
tutto integra. Ma era inutile sottilizzare, era invece giusto dare
merito alla polizia dell'operazione portata a termine senza
spargimento di sangue e con grande professionalità.
Durante una pausa nel corso di un
processo a Caltanissetta, Santapaola mi disse da dietro le sbarre:
«Il giorno prima avevo visto dei contadini che riempivano le ceste
piene di asparagi, ma erano asparagi troppo grossi per quel periodo
e così ho capito che erano poliziotti e che stavo per essere
arrestato. Ma ero stanco di fuggire».
Il «Cacciatore» è da quasi 22
anni in carcere e di lui non si è saputo più nu lla,
né ha mai parlato. Sulle sue condizioni è caduto il silenzio. Si sa
soltanto che è quasi cieco a causa del forte diabete e si dice che
soffra di licantropia per cui si metterebbe a urlare nelle notti di
luna. Guarda caso, anche l'operazione della sua cattura era stata
soprannominata «Luna piena».
Nitto Santapaola ha dominato la
scena mafiosa della Sicilia orientale e tuttora, nonostante la lunga
detenzione, molte attività mafiose vengono attribuite al «gruppo
Santapaola» che quindi sarebbe una «ditta» ancora egemone. E' nato
76 anni addietro nel quartiere catanese di San Cristoforo e da
ragazzino ha studiato dai salesiani, ma poi, come si dice in
catanese, ha preso «la via dell'aceto» salendo rapidamente ai
vertici.
Il salto di qualità lo fece
quando diventò autista-guardaspalle del vecchio boss Giuseppe
Calderone, già capo della cupola di Cosa Nostra e spedito a Catania
in «esilio» con il compito di creare una «testa di ponte» sotto
l'Etna. Dopo l'uccisione di Calderone, il «Cacciatore» ne aveva
preso il posto e aveva consolidato la sua leadership. Per alcuni
anni venne anche considerato un brillante uomo d'affari, tanto che
lo stesso prefetto Abbatelli tagliò il nastro inaugurale della
concessionaria di auto «Pam Car».
Prima di darsi alla latitanza nel
1982 dopo l'uccisione del suo rivale catanese Alfio Ferlito
(assassinato assieme a tre carabinieri e all'autista della Mercedes
che lo stavano trasferendo dal carcere di Enna a quello di Trapani)
Nitto Santapaola aveva gestito il suo potere con grande accortezza
giovandosi anche dell'alleanza con i corleonesi a Palermo e con
Pulvirenti il «Malpassotu» che si dice avesse cinquemila fucili ai
suoi ordini nell'hinterland etneo. Il «Cacciatore» non voleva fare
troppo rumore: si era opposto al progetto di Luciano Liggio,
latitante a Catania, di rapire gli imprenditori più facoltosi e di
tenerli in ostaggio in una villa di Vaccarizzo sino al pagamento del
riscatto, così come aveva risposto di no quando Brusca voleva che
uccidesse l'allora presidente della Regione Rino Nicolosi.
Quando venne catturato nella
campagne di Caltagirone aveva appena 55 anni, avrebbe potuto
pentirsi e recuperare la libertà, ma aveva troppo cose da dire anche
nei riguardi di parenti e amici, e ha preferito il silenzio. Forse
la moglie Carmela Minniti voleva parlare per fare scarcerare i due
figli, ma non le diedero il tempo. E la potei vedere nella sua casa
di via Sgroppillo a Cerza. Mentre polizia e carabinieri cercavano
quella strada e quel complesso, ci potei arrivare subito perché in
quella via abitava un mio vecchio amico. Trovai la povera signora
distesa a terra tra il salotto e l'ingresso con una grande macchia
di sangue che si allargava sul petto. A vegliarla c'era la figlia
Cosima. Quando capì che io non ero un commissario di polizia, ma un
giornalista mi disse: «Se ne vada! ».
Tony Zermo 28/02/2015
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Enel, Catania rischia di restare al buio
Comune alle prese con debiti milionari.
Già nel 2008 nessuno faceva più credito e in
molte strade e piazze cittadine i lampioni sono rimasti spenti a lungo
CATANIA - Contratto scaduto, e sta per
scadere pure la proroga: il Comune di Catania è alle prese con le bollette
dell'Enel. In una catena di debiti milionari, dovuti da un ente all'altro. Già
qualche anno fa, nel 2008 quando il sindaco era ancora Scapagnini, nessuno
faceva più credito a
Palazzo degli Elefanti e in strade e piazze i lampioni sono rimasti spenti per
un pezzo. Adesso il Comune corre ai ripari per evitare quella figuraccia, tranne
che a Librino: le tenebre avvolgono il quartiere da così tanto tempo che i
residenti non ci fanno quasi più caso e, quando si chiede loro se la luce c'è o
meno, alzano le spalle.
BLACKOUT - "Da quasi un anno lamentiamo la
mancanza di illuminazione pubblica - spiega Sara Fagone della Cgil di Librino -
e tutt'oggi la luce c'è solo a macchia di leopardo. Ampi tratti di Viale
Castagnola e Viale Moncada, ad esempio, sono in pieno blackout. Siccome non ci
sono nemmeno negozi, non possiamo contare nemmeno sulla luce delle insegne.
Alcuni residenti delle cooperative hanno
protestato, ma senza risultati. Eppure, non possiamo abituarci a vivere al
buio". Un rompicapo legato anche ai frequenti furti di rame dai pali della luce,
ad al buio complice della criminalità.
DEBITO ENEL - "A noi non importa qual è il
problema - taglia corto Fagone - noi vogliamo solo che lo risolvano".
"Siamo in una situazione transitoria - spiega
l'amministrazione Comunale - perché il Comune non ha un contratto diretto con
l'Enel ma con la società Simei che gestisce questo settore. Il debito di Simei
con l'Enel è di 10milioni di euro, ma l'arretrato del Comune alla società di
gestione è di 6-7milioni di euro". Con tutti questi debiti, com'è che la luce
nella strade c'è ancora? "Il Comune non può comportarsi da privato cittadino -
rispondono da Palazzo degli Elefanti - perchè c'è di mezzo l'illuminazione
pubblica. Il contratto con l'Enel, che dura nove anni, è in scadenza da un anno,
e la proroga scade il 30 aprile: dal primo maggio ci sarà un nuovo gestore,
abbiamo anche espletato le procedure di gara. Ci saranno nuove iniziative in
termini di risparmio energetico ed efficenza".
www.corrieredelmezzogiorno.it
Le first ladies a Catania, Melania Trump
la più attesa: a scortarla 10 auto. 26 maggio 2017
Le first ladies, in tarda mattinata, sono
arrivate in piazza Duomo per prendere parte al pranzo organizzato dal Sindaco
Bianco. A parte Melania Trump, che ha volato per conto proprio per ottemperare
alle pressanti indicazioni della sicurezza americana, il gruppo si è spostato in
un elicottero
Assente Sophie Trudeau, la moglie del premier
canadese Justin che è rimasta a casa. Le pari opportunità', dopo il forfait di
Philip May, marito di Theresa, erano assicurate da Joachim Sauer, il marito di
Angela Merkel.
La più attesa è stata Melania. Elegante nel
suo vistoso soprabito con fiori colorati applicati, indossato sopra un abito
bianco a fiori ricamati con scarpe e borsa 'pendant'.
Più sportiva Brigitte Macron, in maglietta
rossa su un pantalone bianco e borsa in tinta. Elegante, ma più casual, la
Gentiloni: collana di corallo su una maglia/tunica di lino bianca, pantaloni e
comode scarpe basse aperte.
Un volume dal titolo "Catania e i suoi paesi"
e un cd della Norma. E' quanto contiene il pacchetto regalo con cui il sindaco
di Catania ha omaggiato le first ladies che, insieme a lui, si sono affacciate
dal balcone del Comune per salutare la stampa ed ammirare una piazza Duomo
deserta e blindata.
Dopo aver pranzato con il sindaco Enzo Bianco
e la moglie del premier Manuela Gentiloni al municipio di Catania, Brigitte
Macron, Akie Abe, Joachim Sauer e Malgorzata Tusk si sono recati come da
programma in visita all'ex monastero benedettino. Tutti tranne la first lady
americana che aveva già dato forfait al giro in elicottero sull'Etna. A quanto
si apprende, la first lady americana è già tornata a Taormina.
Nel suo discorso di benvenuto il sindaco di
Catania ha parlato delle antiche origini della città, fondata dai Greci 28 fa e
un territorio caratterizzato dal vulcano Etna, “tra colate e sabbia lavica che
rende la terra un giardino lussureggiante”.
“In secoli – ha detto Bianco - a Catania è
accaduto di tutto o quasi: innumerevoli eruzioni, terremoti, maremoti e sbarchi
di popoli diversi che portarono guerra ma anche il meglio del loro sapere. In
questi secoli la nostra città è stata più volte distrutta e ricostruita,
rinascendo sempre, come la fenice, dalle proprie ceneri. E non si è mai fermata.
È ancora il monte Etna, di notte, a guidare idealmente verso questa piccola
terra promessa tante famiglie di pellegrini che affrontano il Mediterraneo per
sfuggire a guerre, fame e morte. In molti non ce la fanno come pochi giorni fa,
in un barcone rovesciato. E spesso sono donne e bambini. I Catanesi, che hanno
conosciuto il dolore lancinante dell’emigrazione, comprendono. Spartendo, pur
non essendo ricchi, ciò che hanno. Catania, la Sicilia, è terra di pace,
d'accoglienza, di collaborazione e integrazione tra popoli”.

Il Sindaco ha parlato di Catania come di una
città che deve affrontare i problemi tipici delle grandi città europee: disagio
nelle periferie, alta disoccupazione giovanile e femminile, una presenza
criminale ancora non debellata.
“Ma abbiamo – ha spiegato - una antica
Università fondata nel 1434. Un insediamento industriale Hi-tech , in
particolare nella micro-elettronica, che ci fa parlare di Etna Valley; una
grande tradizione letteraria e musicale (qui sono nati tra gli altri Vincenzo
Bellini e Giovanni Verga). Abbiamo monumenti, quadri, libri, statue, palazzi,
castelli, segni di una grande civiltà e una tradizione gastronomica che è
espressione di un territorio ricco di diversità e di culture”.
Bianco ha concluso citando descrizioni della
Sicilia tratteggiate da scrittori e viaggiatori di ogni nazione presente:
Wolfgang Goethe, Guy De Maupassant, Truman Capote, Kazuo Ishiguro, Jaroslaw
Iwaszkiewicz, Frances Elliot, Caterina Edwards e, per l’Italia, Leonardo
Sciascia.
http://www.cataniatoday.it/cronaca/g7-melania-trump-first-ladies-catania-26-maggio-2017.html
Melania Trump a Catania è come
dire la melanzana con ricotta salata e salsa di pomodoro. Non è irriguardoso il
paragone – gli uomini di mondo hanno già capito – è la pasta alla Norma che, va
da sé, come l'opera di Vincenzo Bellini è capolavoro assoluto. Con quel
soprabito carico di colori e ciuri, col suo musetto su cui gli ingravidabalconi
etnei lanciano sospiri infiniti, la bionda signora dal calcagno alto ha trovato
giusta contesto e deve aver sudato tutte le camicie Enzo Bianco – beatissimo
sindaco – nel dare attenzione a ciascuna delle sue ospiti, ossia le altre first
lady del G7, quando l’unica con cui prendere la Carrozza del Senato e scappare
via era lei e con lei, tra le fresche frasche, rivivere il romanzo di Vitaliano
Brancati: Don Giovanni in Sicilia.
Pietrangelo Buttafuoco.
12 dicembre 2018 Debiti per oltre un
miliardo di euro: Comune di Catania ufficializza il dissesto finanziario
CATANIA
– Con ventisette voti favorevoli e due astenuti, il consiglio comunale di
Catania, nella tarda serata di ieri, ha dichiarato il dissesto economico
finanziario del Comune di Catania.
Il sindaco Salvo Pogliese, in apertura di
seduta, ha ricostruito i passaggi che hanno portato al default dichiarato
dall’assemblea cittadina; a partire dalle deliberazioni n.153 e n.154 del 4
maggio scorso della sezione controllo della Corte dei Conti siciliana, fino al
pronunciamento del 7 novembre delle sezioni riunite di controllo della Corte dei
Conti, che hanno respinto il ricorso in appello che era stato presentato
dall’Amministrazione Comunale.
“Abbiamo provato in ogni modo a evitare il
dissesto, coi mezzi legali e le norme previste dal decreto milleproroghe – ha
detto il sindaco Pogliese – ma la decisione dei giudici contabili non lasciava
spazio a interpretazioni diverse dalla presa d’atto della condizione di
dissesto. Un fatto traumatico – ha aggiunto – anche perché, siamo la più grande
città italiana in questa condizione di default, per via della situazione
debitoria di 1,6 milioni di euro che abbiamo trovato. E certo non è un caso che
il legislatore abbia voluto che a decretare il dissesto fosse il consiglio
comunale, cioè la massima espressione democratica, dove si raccolgono tutte le
espressioni e le sensibilità politiche della città per comune assunzione di
responsabilità. Non è il momento – ha proseguito Pogliese – di parlare come si è
arrivati a questo stato di cose, anche perché compete ad altri organi accertare
le responsabilità – ha aggiunto il primo cittadino – devo ricordare, però, che
la Corte dei Conti ci ha imposto di adottare una delibera di misure correttive
di 449 milioni di euro per le criticità gestionali rilevate nel triennio
2014-2017, varata nello scorso mese di settembre sempre da questo consiglio
comunale. Il mio impegno sarà totalizzante a far si che il peso di questo
dissesto non ricada sulle fasce più deboli della popolazione che ci impegniamo a
garantire in ogni modo. Non dobbiamo pensare – ha proseguito – che il dissesto
sia l’Apocalisse e questo messaggio positivo lo vedo recepito dalle tante
risposte positive al nostro appello agli imprenditori a contribuire
economicamente per accendere le luci di Natale e celebrare insieme un nuovo anno
all’insegna del cambiamento. Catania – ha concluso Pogliese – è abituata a
risorgere dalle proprie ceneri e ci riuscirà anche stavolta”.
Dopo una sospensione di un’ora dei lavori
d’aula per la mancanza del numero legale, alla ripresa, il consiglio ha
deliberato dapprima il bilancio consolidato del 2017 e poi è entrato nel merito
dell’atto di dichiarazione di dissesto. Il provvedimento deliberativo, redatto
dalla ragioniera generale Clara Leonardi, è stato illustrato in aula dal
vicesindaco e assessore al bilancio Roberto Bonaccorsi.
Dopo oltre due ore di dibattito, il sindaco
Pogliese ha brevemente replicato alle sollecitazioni delle opposizioni
ricorrendo a una metafora calcistica: “Proprio stasera allo stadio Massimino –
ha detto – il Calcio Catania pur non giocando benissimo ha vinto, su calcio di
rigore, nei minuti di recupero. Siamo abituati alle difficoltà, ma siccome sono
un ottimista congenito, sono sicuro che ce la faremo anche stavolta a vincere la
nostra partita, voltando finalmente pagina con l’impegno dei tanti che vogliono
bene a questa città, a prescindere dalle appartenenze politiche”.
Su richiesta di diversi consiglieri, primo
firmatario Andrea Barresi, l’assemblea cittadina ha anche votato all’unanimità
un ordine del giorno che impegna l’Amministrazione a garantire le spettanze ai
lavoratori del Comune e delle partecipate.
Infine, alle 23,30 il consiglio comunale ha
deliberato, senza nessun voto contrario dei 29 consiglieri presenti, la
dichiarazione di dissesto finanziario dell’Ente.
Fermo restando le porcherie degli anni Sessanta e Settanta,
quelle case erano lì da parecchi decenni, addirittura dentro il demanio
marittimo già al tempo del sacco edilizio sulle coste e i lungomari, senza
nessun controllo e con l'approvazione della nostra classe politica.
Però, senza conoscere quali siano le reali distanze e i limiti
stabiliti dalla legge, leggo continuamente provetti geologici che sentenziano
"erano vicino al mare, in zone demaniali dove non possono cementificare, invece
hanno costruito ville e villette e adesso cosa vogliono?". Incoraggiati da certi
esaltati (vedasi Lungomare Liberato), anche i Comitati per l'erosione sul mare
si stanno accodando.
Ovviamente è da condannare il ristorante a due metri dal mare o
la casa abusiva che quasi prende il pesce col paniere per cucinarlo, ma ormai
erano lì, è inutile continuare a dire certe cose. Questo è stato un evento
eccezionale che si avvera ogni secolo. L'ultimo a Catania fu nel 1884 e le case
dei pescatori c'erano già. Ci sono sempre state; Verga racconta di quelle di
fronte al ponte a Guardia Ognina per fare i bagni, così come Ercole Patti nel
suo Diario Siciliano, e tanti altri.
E' accaduto al Sud e tutti si stanno alzando dai divani e
mettersi dietro la tastiera per processare, ma dimenticano che la superficie
italiana è quasi tutte sulle coste. Se questo disastro fosse accaduto alla
laguna di Venezia che avrebbero detto, che i Dogi avevano piantato male i pali
che sorreggono la città? Non lo faranno, perchè al Sud trovano terreno fertile
per sparare a tabula rasa.
Questi stanno facendo come Sgarbi quando nel 1992 arrivò a
Zafferana e cominciò a dire (sbraitare) che quelle case non c'entravano col
Parco dell'Etna e dovevano essere sepolte dalla lava dell'Etna. Aveva ragione,
ma rischiò il linciaggio perchè ci sono momenti e momenti per dire certe cose.
Mettiamoci pure un
geologo da strapazzo televisivo che con l'immancabile martelletto sbraita e fa
disegni in attesa di conoscere i suoi dati auditel.
Allora che facciamo secondo questi Premi Nobel? Radiamo al suolo
tutto San Giovanni Li Cuti, Le Cinqueterre, Via Caracciolo a Napoli, Positano,
tutta Taranto vecchia, Via Villini a mare, Acitrezza? Cose da pazzi!
Non sanno nemmeno quale era la situazione rispetto allo
spettacolo attuale. Tanti lungomari, restaurati e rinnovati, erano entro i
limiti di legge, entro i 150 mt. Se poi la natura fa il suo corso, riducendo gli
arenili per l'erosione da parte del mare, che ci possiamo fare? E invece i
benpensanti ignoranti hanno fatto di tutta l'erba un fascio, senza nessun
criterio di conoscenza scientifica o legislativa.
La vita del pianeta farà il suo corso inesorabilmente e noi non
potremo farci proprio nulla. Un giorno il mare avanzerà ancora e le spiagge si
trasformeranno in nuda scogliera, e le onde arriveranno quasi alle nostre case a
Picanello e a Ognina, ma ci sarà sempre un coglione che dirà che sono state
costruite troppo vicino al mare!
Terribile. La mia solidarietà anche ai fratelli siciliani di Niscemi,
raccomandando loro di non dar seguito ai soliti commenti di benpensanti
ignoranti che non sanno nemmeno perchè ciò sia accaduto, soprattutto espressi da
parte di chi vive dove hanno costruito sotto le dighe e sulle sponde dei fiumi
causando frane e alluvioni che ben conosciamo. Questi geologi di giornata però
dimenticano che a quelle catastrofi, causate da scelte scellerate, tutti noi
italiani abbiamo DOVUTO rimediare con solleciti aumenti delle accise su benzina
e altro. A certi coglioni nemmeno rispondo più, non ne vale la pena, è solo
tempo sprecato.
Oscar Wilde diceva «Mai discutere con un idiota, ti porta al suo livello e ti
batte con l'esperienza».
(M.R.)



Si precisa che
qualsiasi materiale presente nel sito è stato riportato solo per passione
sportiva. Qualora questo provochi ugualmente dei risentimenti,
prego cortesemente di volermi scrivere per provvedere immediatamente a
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