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1900

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2000

 

 

1905- via VI Aprile,con lo sfondo della stazione ferroviaria di Catania e le ciminiere,a conferma del grande passato industriale della città.

I «camini fumanti al cielo» avevano massima concentrazione nel tessuto urbano proprio a nord della Stazione.

Le ciminiere di mattoni a cotto, coronate da capitelli di varia foggia, sparse lungo il tracciato settentrionale della via Messina, ora viale Africa, erano il segno più palese della «grande marcia» di Catania, che dal 1885 al 1905 fu la principale sede degli opifici per le lavorazioni dello zolfo.

Le «industrie coraggiose» insediate sulle aspre lave dell’Armisi, in prossimità della Stazione, appartenevano ai pionieri delle ciminiere catanesi, dagli imprenditori locali come Vasta, Paternò Raddusa, Marano, Alonzo e Consoli, a quelli trapiantati a Catania dall’estero, quali i danesi Sarauw, gli inglesi Trewhella, i tedeschi Fog. Nelle loro raffinerie, nate nell’ultimo ventennio dell’Ottocento in prossimità del nodo ferroviario e marittimo insieme con depositi e magazzini di spedizione, si svolgevano le operazioni di molitura e confezione in “pani” dello zolfo, che affluiva grezzo dai bacini minerari della Sicilia centro-occidentale, incrementando lo sviluppo manifatturiero della Sicilia orientale.

testo e foto di Franz Cannizzo

 

 

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QUANDO GLI EBREI STAVANO IN VIA ETNEA

Una tesi del 1900 ci restituisce l'immagine di una comunità folta e laboriosa

(articolo di Giuseppe Speciale Ordinario di Storia del Diritto Medievale e Moderno del Dipartimento di Giurisprudenza dell'Università di Catania )

-Il 14 dicembre 1944 gli appartenenti alla leva degli anni 1922-24 ,che protestavano contro la temuta chiamata alle armi,appiccicarono il fuoco al Palazzo comunale di piazza Duomo; l'incendio distrusse gran parte del Palazzo degli Elefanti e cancellò per sempre la parte della memoria storica della città custodita nelle preziose carte conservate nell'archivio comunale irrimediabilmente perdute.

Un frammento di quella memoria viene oggi restituito alla città. Dall'archivio Storico dell'Università degli studi di Catania, in cui è stata custodita per oltre un secolo, riemerge la tesi intitolata "Gli Ebrei in Catania "(sec.XV),che lo studente Carmine Fontana, nato a Monopoli il 15 ottobre 1876,redasse sotto la direzione di Vincenzo Casagrandi (storia medievale )e Remigio Sabbadini (letteratura latina )e discusse il 21 novembre del 1900 con una commissione di laurea in cui sedeva, come membro esterno,anche Paolo Orsi.

Conseguita la laurea in lettere e filosofia con il massimo dei voti ,la lode e la dignità di stampa, Fontana abbandonò presto la ricerca per dedicarsi all'insegnamento :fu infatti stimatissimo professore per decenni nel liceo Stesicoro di Catania.

Nel 1955 Francesco De Felice nella Rivista del Comune, ricordando la figura di Fontana, morto nel 1942 ,segnalò il valore della tesi,ma nessuno ha mai studiato le fonti raccolte da Fontana che,invece, meritano di essere analizzate con cura.

Lo studente pugliese trascrisse 607 documenti tra quelli allora conservati nelle circa 20000 pagine raccolte nei 40 volumi custoditi nell'archivio storico del Comune della Città riguardanti il secolo XV.

Così scrive degli Ebrei:povera gente che da "diciotto secoli s'aggira raminga sulla faccia della terra e non trova posa né requie,sempre perseguitata da un odio,il quale mentre prima dipendeva dal fanatismo religioso, ora trova la sua giustificazione nell'economia politico -amministrativa "e,ancora "per farsi un'idea dell'utile che gli Ebrei apportavano,senza ricordare che spesso i feudatari -considerandoli quasi animali da ingrasso pe'terreni dove lavorano -ne facevano domanda alla corte per averne o pure cercavano di allettarli a venire da loro concedendo maggiori libertà che non godessero altrove, basterebbe costruire un quadro delle tasse,de'donativi, delle collette particolari, delle collette generali e degli altri infiniti balzelli cui eran tenuti ".

A proposito dell'espulsione del giugno del 1492 scrive che il senato catanese,:"solito a nicchiar sempre, in quei giorni appare colpito da febbre,tanta è la furia con cui eseguisce gli ordini regi o viceregi; e non solo si mostra lesto ,ma fedele e preciso interprete. Degli Ebrei non una parola,né in bene né in male,sino all'ultimo momento, ma un silenzio altezzoso molto simile all'odio e al disprezzo e che senza dubbio condusse a tramandare ai posteri con una lapide murata nella facciata del palazzo senatorio, allora inauguratosi,l'espulsione degli Ebrei come d'un fatto nazionale, d'una grande battaglia vinta e non d'una grande infamia".E conclude:"Chi farà la storia di Catania non può né deve in alcun modo trascurare d'occuparsi de'Giudei.

Questo io ho fatto cercando di trattarne con amore,ma a un tempo con imparzialità ".

La tesi mira essenzialmente a ricostruire l'assetto urbano della giudecca catanese nel secolo XV:un'idea approssimativa della ricca mole di dati può essere data dall'indice dei nomi estratto dai documenti in via provvisoria(varie centinaia sono solo quelli ebraici).

Fornisce inoltre importanti informazioni per una nuova ricostruzione della topografia e dell'assetto dell'area urbana (in particolare quella compresa all'interno del poligono delimitato grosso modo dalle attuali via San Giuliano, Plebiscito, Etnea ),con più specifici riferimenti all'area in cui ricadevano le due giudecche,di iusu e di susu (nel territorio cittadino attualmente delimitato dalla piazza Nicolò Machiavelli e dalle vie Bellia, Teatro Greco,Garibaldi ).

I documenti tramandatici da Fontana sotto il profilo storico e giuridico sono una preziosa testimonianza sulla comunità ebraica catanese e gettano luce anche sulle consuetudini locali, in particolare sugli usi commerciali legati al prestito e alle transazioni mobiliari e immobiliari, sulle complesse dinamiche sociali intercorrenti tra le due comunità, sulla trama del composito tessuto economico della città fino a pochi secoli prima a maggioranza musulmana.Piccoli artigiani, mercanti ,fabbricanti di polvere da sparo,prestatori,ma anche medici,maestri di scuola, gli Ebrei della comunità catanese sono parte viva della società cittadina.Le loro sinagoghe,i loro laboratori, le loro attività animano la città. Le fitte relazioni che intrattengono con i cristiani caratterizzano la vivace società cittadina. La comunità ebraica (distinta in masunati),secondo i calcoli di Fontana pari a circa un settimo della popolazione cittadina, vive con la cristiana e nell'ordinamento cittadino sono riconosciute magistrature,funzioni e organi propri degli Ebrei.

(Articolo di Giuseppe Speciale,Ordinario di Storia del Diritto Medievale e Moderno del Dipartimento di Giurisprudenza dell 'Università di Catania, dal quotidiano La Sicilia del 21 agosto 2017

 

(in foto, il finto civico 175 di Via Vittorio Emanuele per nascondere il rifugio di ebrei durante la seconda guerra mondiale)

 

 

 

 

La Via Etnea a Catania nel 1907, nel video colorizzato da Sascha Di Bartolo.

Clicca sopra se vuoi vedere il filmato per intero, sonoro compreso.

 

A partire dal 1902, la vittoria della lista popolare alle elezioni con il 56% dei voti diede inizio al periodo della sindacatura De Felice. Furono avviate le modernizzazioni dei servizi e un vasto piano di aggiornamento urbanistico e abbellimento della città. Figura dominante del periodo fu Filadelfo Fichera, al quale si devono gli scavi e i lavori che portarono alla luce l'Anfiteatro di piazza Stesicoro nel 1906 e progetti edilizi e sanitari.

Nel 1905 si iniziò anche il servizio tranviario cittadino con le tre linee da Piazza Duomo a Picanello, Cibali e Guardia Ognina. Furono sistemate un centinaio di strade prima a fondo naturale, prolungato il viale Regina Margherita e promossa la costruzione delle ville Liberty, sistemata la piazza d'armi (oggi Piazza G.Verga), che avrebbe ospitato, nel 1907, la prima Esposizione agricola.

 Nel 1906 Edmondo De Amicis visitò Catania e la trovò splendidamente moderna.

Nello stesso anno, l'assessore ai Lavori Pubblici, Luigi Macchi, assieme al Fichera approntò il "Piano regolatore" per il risanamento della città. Fu acquisita la casa di Vincenzo Bellini e si preparò il riscatto del Castello Ursino per adibirlo a grande museo nazionale; venne costruita la passeggiata a mare di piazza dei Martiri, costruito l'ospedale Garibaldi e l'Ospizio dei ciechi. Vennero posti i capolinea dei tram urbani a Cibali, Picanello e Guardia Ognina. Nel 1908, la città dovette affrontare il problema dell'immigrazione forzata di quasi 25.000 superstiti del terremoto di Messina, con la grande crisi di alloggi conseguente.

 

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Piazza Duomo  nel 1910

Nel 1912 fu approntato un grande progetto risanamento e di costruzione di larghe strade: un viale in rettifilo dalla Stazione Centrale a Via Etnea, il Viale della Libertà di 4 km dalla stazione a Picanello, una viale largo 50 metri che dal porto arrivi ad Ognina e un viale di 40 m dal Borgo a Cibali. Ciò avrebbe permesso il risanamento dei malsani quartieri attraversati, Civita, Idria, S. Berillo, Stazione, dove l'anno prima era scoppiata l'ennesima disastrosa epidemia di colera a causa delle paurose condizioni igieniche delle case fatiscenti. Nonostante gli entusiasmi, De Felice non riuscì a reperire i finanziamenti necessari, la guerra incalzava e l'interventismo iniziò a dare i suoi effetti. Con la guerra arrivò la crisi commerciale e dell'attività portuale: sarebbe stato il crollo economico.

Il periodo d'oro era finito e i grandi progetti di risanamento urbano furono abbandonati.

 

 

 

L'Isola al fronte.  così la guerra cambiò la Sicilia

«Il primo conflitto mondiale contribuì a far svanire il sogno di Catania come Milano del Sud». Intervista allo storico

Giuseppe Barone

 

"Nella percezione comune la prima guerra mondiale è un conflitto che ha riguardato sostanzialmente le regioni del settentrione. Un'analisi più attenta dei dati statistici, tuttavia, fa emergere ben altro: la Sicilia è la quarta regione - dopo Lombardia, Veneto e Piemonte - per numero di richiamati alle armi e caduti. Rispettivamente furono circa 650.000 e oltre 53.000. In questo quadro di lutto collettivo, le vittime nella sola città di Catania - che aveva allora 150.000 abitanti - furono circa 2.000. Ciò ci dà la misura del contributo dato dalla città a una guerra che ha forgiato l'antropologia culturale della nazione italiana».

A parlare è il professor Giuseppe Barone, direttore del "Dipartimento di Scienze politiche e sociali" dell'Università di Catania, insigne storico e curatore del recente volume "Catania e la grande Guerra. Storia, Protagonisti, Rappresentazioni". Si tratta di alcuni studi che offrono inedite chiavi di lettura della storia della città.

 

 

 

«Quando si parla di un conflitto di queste proporzioni - spiega ancora - si pensa subito a due elementi: i lutti che ne sono conseguiti e la gloria ottenuta dai combattenti. In questo senso, accanto alla morte in guerra, la nostra città si è distinta per un grandissimo contributo di eroismo. Ne sono riprova le centinaia di medaglie, croci di guerra e menzioni d'onore assegnate a combattenti catanesi».

Al di là dei soldati di leva Catania ha fatto registrare moltissimi volontari, in gran parte provenienti dall'Università. Per dare una stima dei numeri, nel 1918 su 1.300 iscritti quasi mille sceglieranno di arruolarsi. «L'Ateneo Catanese - continua il prof. Barone - è stato il secondo (dopo la Sapienza di Roma) a dare il più alto numero di volontari in rapporto alla popolazione studentesca. Il rettore dell'epoca, Giuseppe Majorana, fece dell'Università una grande piattaforma ideologica dell'interventismo e la città, in tal senso, ha dato un contributo culturale notevole all'adesione alla guerra, grazie anche a professori di diritto internazionale come Eduardo Cimbali». A memoria di tutto questo è presente - e visibile ancora oggi - all'interno del Palazzo Centrale dell'Università in Piazza Università una lapide che ricorda caduti e decorati. Tra di essi non solo studenti ma anche molti professori, medici, chirurghi, professionisti e docenti che alimentarono il nazionalismo delle giovani generazioni. «Naturalmente - riprende il prof. Barone - alcuni degli elementi ideologici promossi all'epoca possono essere oggi criticabili. Il punto, tuttavia, è spiegare come la città non sia stata un mero ricettacolo d'ideologie, ma ne abbia elaborate di proprie. Ne sono un bell'esempio esempio le correnti letterarie legate al futurismo. In generale potremmo dire che la borghesia, gli studenti del Cutelli e quelli dell'Università sono stati la vera leadership dell'interventismo, mentre le campagne etnee sono state più vicine a posizioni di neutralismo».

 

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Parlando delle correnti interventiste a Catania è praticamente impossibile non citare la persona di Giuseppe De Felice Giuffrida e la sua conversione da un primo approccio neutralista avvenuto durante l'estate 1914. «La sua giustificazione ideologica per questo cambio di posizione - continua ancora Barone - sarebbe stata nella possibile rinascita del nazionalismo europeo in seguito alla sconfitta degli imperi centrali (Austria, Germania e Impero Ottomano). Per ottenere questo sarebbe stato indispensabile schierarsi dalla parte delle democrazie europee di Francia e Inghilterra». In realtà le cose stavano in modo un po' diverso. «Dietro questa giustificazione erano chiaramente presenti motivi legati alla posizione baricentrica di Catania nel Mar Mediterraneo. Secondo la lettura di De Felice una sconfitta dell'impero Ottomano avrebbe potenziato il ruolo dell'Italia nel Mediterraneo Orientale, facendo giocare alla città e al suo porto un ruolo da leader nella rimodulazione dei traffici mercantili internazionali». La posizione di De Felice, socialista e riformista, è stata osteggiata a sinistra dai socialisti "ufficiali", che ritenevano invece necessario mantenere una posizione di ostilità alla guerra. «Allo stesso modo - spiega ancora il professore - erano contrari i Liberali legati a Giolitti, rappresentati in città dall'Onorevole Gabriello Carnazza e dal fratello Carlo, che nel gennaio 1915 pubblicherà il quotidiano schierato su posizioni neutraliste "Giornale dell'Isola". Altrettanto diviso era il clero di Catania: il cardinale Francica-Nava si pone inizialmente come neutralista ma poi, a partire dalla fine del 1915, il clero svolgerà una funzione patriottica e di sostegno all'amministrazione comunale».

 

 

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anni 30

 

Catania interventista, con il suo leader De Felice, il suo clero patriottico, la sua università capofila nella produzione di culture ideologiche. Ma in che modo la grande guerra ha impattato sullo sviluppo industriale e commerciale della città? Nei quindici anni antecedenti al conflitto essa aveva vissuto una vera e propria età dell'oro, che tuttavia subirà una forte e inevitabile battuta d'arresto. «Ho avuto modo di produrre molti studi - spiega ancora il professor Barone - sulla crescita che la città ha avuto tra il 1902 e il 1914. È in quegli anni che qui nascono le industrie, le raffinerie di zolfo (si pensi alle odierne "Ciminiere", i resti delle fabbriche dell'epoca), la rete tramviaria, i grandi ospedali. Con l'avvento della guerra tutto subirà una brusca frenata. Le fabbriche chiudono, mancano grano e carbone, vagoni ferroviari. Nel 1915 l'allora sindaco Gaetano Majorana non riuscirà a fronteggiare la crisi e nel gennaio di quell'anno la città sarà messa a ferro e fuoco da una folla inferocita che saccheggia i negozi». Insomma, se da un lato all'interno delle aule universitarie s'inneggia alla guerra, nelle strade si verificano rivolte popolari, segnale inequivocabile del grande scarto tra ideologia e realtà. «Alla fine del conflitto - conclude Barone - la città uscirà ridimensionata nel suo ruolo di leader della Sicilia e il mito della Milano del Sud nato attorno a De Felice all'inizio del secolo scomparirà nel vortice della crisi. Tutto ciò pone agli storici un problema: quanto i conflitti mondiali hanno allargato il divario tra Nord e Sud? Nel 1911, alla vigilia del conflitto, questo era nell'ordine del 25% del reddito medio pro capite, nel ‘45 tale divario raggiungeva quasi il 60%. Si tratta di dati importanti, su cui è opportuna una profonda riflessione».

 

La Sicilia, 22/05/2015

 

 

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1907,CATANIA,L'INAUGURAZIONE DELLA II ESPOSIZIONE AGRICOLA

 

Una mite giornata primaverile il 14 Aprile 1907,come le tante che offre Catania durante tutto l'anno.Quella mattina fu inaugurata la II Esposizione Agricola Siciliana e Mostra Campionaria Nazionale".

Arrivò il Re d'Italia in compagnia di tutto il codazzo delle massime autorità dello Stato e visitò questa importante rassegna dell’attività agricola e industriale dei produttori siciliani (lo scatto che ho postato ritrae proprio i momenti precedenti il Suo arrivo in piazza d'Armi).

Il Palazzo dell'Esposizione occupò il settore nord della Piazza (esattamente dove oggi troviamo il Tribunale di Catania),in una grande spianata sulle “lave Asmundo”, divisa in due parti dall’asse dei viali.

L’importante evento durò dal 14 aprile al 30 novembre 1907,durante il giorno dalle ore 8 alle ore 19 e la sera dalle ore 20 sino alla conclusione degli spettacoli.L'Esposizione permise a Catania una visibilità internazionale che ebbe un'importante ricaduta positiva sulla città e sul suo sistema economico. Considerati gli strumenti a disposizione in quell'epoca,fu un grandissimo successo,che conferma come l'ottimismo

La piazza in cui atterriamo è uno spazio immenso,silenzioso,considerata l'ora e il giorno,dove troviamo un'imponente e suggestiva costruzione che ospita la "II Esposizione Agricola Siciliana e Mostra Campionaria Nazionale",che sarà visitata da decine di migliaia di persone,provenienti da tutta Italia e che darà un notevole contributo al marketing territoriale della città.

Uno straordinario evento,un’impresa impegnativa per la città intera, mobilitata in ogni ordine e grado del suo assetto sociale, dalle istituzioni ai professionisti, dagli imprenditori agli artigiani e agli operai.

L’idea, nata da pochi e con un profilo modesto, acquistò proporzioni imponenti.

La realizzazione richiese l’impiego di risorse, economiche e organizzative, tecniche ed esecutive per la bonifica di banchi di lave,per il progetto degli edifici,per il programma delle mostre e per la costruzione delle strutture.

Infine,nel punto esatto in cui sorgeva l'ingresso del padiglione espositivo colto in foto,oggi troviamo l'ingresso del Tribunale di Catania.

(foto della collezione Franz Cannizzo) 

 

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Gli anni venti videro l'ascesa a Catania, con il fascismo, di Gabriello Carnazza, ministro dei LLPP nel primo governo Mussolini. Nel periodo fascista, Catania visse un periodo di stagnazione, con l'industria zolfifera in crisi irreversibile, il che comportò la progressiva chiusura delle raffinerie della zona Stazione. Era in forte difficoltà anche l'industria conciaria e quella del legno. A partire dal 1922, sotto la pressione del Carnazza, vennero costituite, col finanziamento dello stato al 70%, delle società per la bonifica del Lago di Lentini e poi del Pantano d'Arci e di altri della zona. Lo scopo prefisso era quello di creare aziende agricole moderne e industrie indotte, ma le iniziative si sarebbero rivelate col tempo solo fonte di speculazione e avrebbero creato poco utile a fronte di grandi investimenti pubblici.

 

 

 Catania si andava trasformando da città industriale e mercantile in città di servizi. Alla fine degli anni venti scomparvero tutti i protagonisti principali della scena politica catanese e l'atmosfera cittadina entrò in una fase di totale grigiore. Unico evento degno di nota del periodo è l'inaugurazione dell'Aeroporto di Fontanarossa nel 1924. Segno dell'impoverimento, una statistica dei consumi della famiglia tipo cittadina: nel 1927 la spesa annua era di lire 11.472; nel 1930 era scesa a lire 9.715.

Alla fine degli anni venti vennero ripresi i vecchi propositi di risanamento dei centrali quartieri Antico Corso e San Berillo. Nel periodo 1928 e 1935 si ebbe la risistemazione delle strade centrali e la pavimentazione di quelle ancora a fondo naturale, la nuova rete d'illuminazione (la maggior parte è ancora a gas), la costruzione del Palazzo di Giustizia, il campo sportivo e il tiro a segno. Il risanamento dei vecchi quartieri, le fognature, gli edifici per ospedali e scuole e case popolari avrebbe dovuto attendere la seconda fase di lavori, tra il 1936 e 1943. L'approssimarsi della guerra, però, avrebbe mandato tutto a monte.

 

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Catania Anni Venti

 

 

QUANDO VENNE IL RE A CATANIA (1923-1930-1934)

L'inverno del 1930 si era preannunciato con forti mareggiate che avevano messo a repentaglio le casce del molo foraneo.

Ma dopo la candelora, il sole aveva preso d'infilata la strada dritta, liberato i Monti Rossi della residua neve, stuzzicato le gemme del mandorlo, spennellato di giallo la chioma della mimosa, anticipando uno scampolo gradito di primavera.

In città, i giovanotti ardimentosi, disfattisi dei cappotti, erano corsi a infilarsi i pattini a rotelle, sferruzzando veloci sull'impiantito dell'arena Gangi, e taluni cocchieri, che la sapevano lunga, avevano abbassato il mantice delle carrozzelle a beneficio dei clienti che avessero voluto approfittare dell'occasione.

Al primo piano del Palazzo municipale, il podestà lanciava la campagna a favore del verde. Alberi ovunque, nelle vie, nelle piazze, al centro e in periferia. Ma si trattò di una battaglia persa in partenza.

Le poche piante poste a dimora non misero radici ne fronde ne fiori, non tanto per l'aridità del terreno, quanto per l'ostilità dei nostri concittadini.

 

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Infatti, le piantine di rosa sistemate in piazza Santa Maria di Gesù, di recente livellata, furono tutte sradicate durante la prima notte, e stessa sorte toccò agli altri impianti floreali nelle diverse zone della città.

Delle scorrerie notturne e diurne, si salvò la Villa, grazie alla grinta del custode Valenti, il cui bastone spaventava non meno dei due mastini che, di notte, venivano sguinzagliati lungo i viali poco illuminati.

Con l'ingresso della primavera, mentre le piantine superstiti schiudevano le prime corolle, la città faceva toletta, si guarniva di bandiere, festoni, drappi, passatoie.

Nella giornata del 4 maggio, già alle porte, sarebbe arrivato in visita ufficiale Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele III.

E il 4 maggio, infatti, il Sovrano giunse a Catania. L'avvenimento suscitò vivo interesse. Una folla di popolo si assiepò lungo via Etnea, frac di buon taglio e sfarzose toilettes si confusero con le sciarpe azzurre delle grandi uniformi, col nero dell'orbace, col lucido degli stivali.

 

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In un composto carosello di presentazioni, indirizzi di saluto, inchini e battimani, un cronista annotava: «L'avvenimento ha avuto la solennità maestosa di un rito, e il rito si è compiuto tra Io sfolgorio di tutte le luci. Io sventolio di tutte le bandiere, l'entusiasmo, la commozione, il tripudio di tutti i cuori. Nel pieno trionfo di questa radiosa primavera, Catania s'inchina all'Augusto Sovrano» .

Il tabellino di marcia non ammetteva remore, soste, deviazioni. Cominciava con l'inaugurazione della Casa natale di Bellini, dell'Opera Nazionale Balilla, dell'Istituto Commerciale «De Felice», del Palazzo delle Poste; proseguiva con manifestazioni civili e militari alla Villa, ai Benedettini, alla Caserma Lucchesi Palli: si concludeva con ricevimenti in Municipio e con uno spettacolo di gala al «Bellini».

 

 

 

Ma il don della giornata era appannaggio del Palazzo delle. Poste, un'opera grandiosa, destinata a colmare una lacuna della città - Francesco Fichera così la a descriveva in una relazione tecnica, a suo tempo presentata al Preside della Provincia: «II palazzo, che il sottoscritto ha avuto l'onore di progettare, non è soltanto, pera ampiezza, struttura, planimetria, bene appropriato alla sua destinazione, così da assicurare una perfezionata modernità d'impianti e una razionale distribuzione di servizi, ma sorgendo nei punto in cui, Catania fa maggiore sfoggio di bellezza, dando il fronte a via Etnea, che sale dal mare al monte, solenne e magnifica, e il fianco al la Villa Bellini, verde gioiello che s'ingemma di tutti gli.splendori e gli incanti tropicali, esso è pur degno di sprivilegiata ubicazione, e con l'armonica sua mole aggiunge imponenza e decoro all'estetica dell'insieme».

Effettivamente, si trattava di una bella opera, che i catanesi apprezzarono senza riserve e senza mugugni, se si prescinde dal ritardo col quale venne realizzata, essendo stata avviata otto anni prima, il 27 aprile del '22.

Ma, nella fattispecie, otto anni di attesa erano da considerare un record di rapidità. Chi conosce la storia di casa nostra, sa che i catanesi hanno tirato il collo — per anni, per decenni, per secoli — prima di vedere realizzata un'opera pubblica di grosso impegno.

Il fatto poi di non essere! state polemiche, ne prima ne durante ne dopo la costruzione del palazzo, è cosa da valutare alla stregua di un'eccezione.

Del resto, il Fichera ce l'aveva messa tutta per dare alla città un edificio rispondente alle esigenze del tempo, considerato lo sviluppo delle industrie, del commercio, dell'artigianato e di ogni altra attività cittadina. L'entità dei servizi svolti dalle regie poste non poteva non essere adeguata a tale stato di cose, e l'architetto, nel progettare la sua opera, la proiettò nell'avvenire, sia sul piano estetico sia su quello funzionale, rendendola innovatrice rispetto al tipo tradizionale. La planimetria del nuovo palazzo, infatti, poneva il pubblico alla periferia e gli uffici al centro. Notevole la grandiosità degli spazi riservati agli utenti, ampia la corte, numerosi gli sportelli,fastosa la cornice decorativa, con i paramenti in pietra calcare di color avorio, i fondali dei partiti architettonici esterni in pietra di tono caldo, la zoccolatura e le gradinate in lavadell'Etna; solide le strutture portanti, le volte, l'impalcatura dello scalone, tutte in cemento armato.

Nel complesso, un'opera che Marcelle Piacentini ebbe a definire: «esemplare portatrice del germe del progresso».

Il Re l'apprezzò tanto da insignire di varie onorificenze i maggiori artefici di essa. La soddisfazione del Sovrano per il «pieno fervore e la rapida ascensione della città» ebbe altre occasioni di manifestarsi: durante la visita al Palazzo, degli Elefanti, di cui lodò la bellezza architettonica; ai Benedettini, per le iniziative rivolte a ripristinare l'efficienza dell'organo di Donato Del "Piano; al Teatro, per l'inventiva del Sada e dello Scimi; nella Casa natale di Bellini, per l'appassionata raccolta delle memorie del genio; all'opera Balilla. per la visione avveniristica dell'edificio, entro i cui «grandi spazi sarà forgiato il carattere delle giovani leve, speranza di un più fulgido domani della Patria immortale», Alla caserma Lucchesi Palli, la folla travolse i cordoni, circondò l'automobile, gridò al Re. «col fremito vibrante di tutta l'anima, la sua parola di devozione e di fedeltà».

Cosi si concludeva quel « radioso giorno di primavera » catanese. Maestà — gli disse il Preside della Provincia, salutandolo — la strada dell'Etna, sogno secolare di questa laboriosa gente, sarà quanto prima una realtà. Per la cerimonia dell'inaugurazione, Catania osa sperare nel Vostro ritorno!

Trascorsi quattro anni, cinque mesi e sedici giorni, il Re tornò a Catania. Era il 20 ottobre 1934. Questa volta giunse per via di mare, e trovò , sì , le solite, entusiastiche accoglienze, ma non trovò il nostro celebrato sole ad attenderlo. Pioveva.

«Ma le salve dei cannoni, gli urrà delle ciurme, le esplosioni del giubilo popolare, hanno abbondantemente mortificato la violenza della pioggia».

Il Re, comunque, non ci fece gran caso, e dopo una breve sosta nel palazzo municipale, si recò al Teatro Bellini per assistere alla celebrazione del quinto centenario dell'Ateneo, nel corso della quale fu insignito della laurea in Lettere, honoris causa. Da qui, al Castello Ursino dove, scoperta una lapide nell'atrio, ebbe luogo la visita al restaurato maniero e alle collezioni d'arte, d'archeologia, di numismatica, di recente immessevi.

Due anni dopo, ecco la giornata dell'inaugurazione, dalla quale siamo partiti e a cui torniamo, esaurita la breve digressione. Il Re, soddisfatto, e il seguito, preoccupato per l'inclemenza del tempo, lasciarono il Castello dopo due ore di sosta. Continuava a piovere, e l'indomani mattina c'era l'Etna ad attendere. Cosa avrebbe incontrato lassù, la comitiva rea le? Pioggia bufera nebbia?

In quel momento, nessuno dei presenti osò azzardare un pronostico favorevole. Il Preside della Provincia, anzi, non potè fare a meno dal rabbrividire pensando all'8 febbraio di quello stesso anno, allorché l'Osservatorio Astrofisico, avvolto in una coltre di ghiaccio, era apparso come una trottola da fantascienza, e i tornanti della montagna, coperti di spessa neve, si erano rivelati impraticabili.

 

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L'indomani, con grande sollievo di tutti, il sole fece da regista alla cerimonia in augurale della strada dell'Etna: un'opera colossale, realizzata dopo anni e anni di attesa.

Per tutto il Sette e l'Ottocento, le balze del Mongibello restarono inaccessibili, e gli stessi Monti Rossi, alle pone alte di Nicolosi, furono considerati traguardo di arrivo piuttosto che base di partenza.

A dorso di mulo, con l'assistenza delle guide, soltanto una sparuta minoranza di appassionati procedeva oltre.

Oltre non c'era strada, e poteva essere! il regno della leggenda, con gli antri orribili di Vulcano, del Ciclope e di chi sa quali altri diabolici personaggi.

Di certo c'era il regno della solitudine, e il cratere della Montagna, allorché si offriva maestoso agli occhi della gente, sembrava appartenere ad un altro mondo.https://www.mimmorapisarda.it/storia/reuno.jpg

Fra la gente comune, chi aveva mai osato scalarne la vetta quando appariva ardua impresa raggiungere lo stesso Nicolosi?

Mancavano le vie di accesso, ma non erano mancate le parole. Di una strada che, senza disagio, portasse dalla città al paesello etneo, vestibolo dell'Etna, si cominciò a parlare nel 1830, Incredibile a dirsi, cinque anni dopo era cosa fatta, come attesta questa epigrafe, tuttora esistente in uno dei due obelischi di Barriera: «Regnando / Ferdinando Il/Re delle Due Sicilie / A rendere / più agevole il cammino / più attivo il commercio interno / men penoso il viaggio all'Etna / Alvaro Paterno Castello / Intendente della Provincia / questa strada / alpestre per lo innanzi / e disastrosa / curo che a spese provinciali / fosse comoda e carrozzabile / Anno MDCCCXXXV».

Ma il solerte Intendente, aveva ben altro per la resta, in fatto di strade. Da tempo covava la grande idea, come si può dedurre dalie parole che egli pronunziò nel 1836, all'apertura del Consiglio Generale del Vallo di Catania: « Ardua assai è l'impresa cui mi sono accinto, voglio dire quella di rendere accessibile il nostro Etna agli illustri forestieri e ai dotti scienziati e ai viaggiatori, che da remote contrade muovono a perlustrarlo. Non avremo dunque in Sicilia un solo esempio da contrapporre alle sorprendenti carreggiate delle Alpi, dei Pirenei, e della Svizzera? Incoraggiato dalla benignità con cui il Governo ha raccolto le mie rimostranze, e secondato dalla pronta cooperazione dei miei amministrati, io ho già da Catania condotto questa strada attraverso Gravina, Mascalucia, Massannunziata fino a Nicolosi... ed avendone il Governo ordinaLo la manutenzione sui fondi della barriera, nulla è più da temere per la sua permanente solidità. Da Nicolosi mi propongo di prolungarla fino alla Grotta del Monte Colombaro e Grotta degli Inglesi, dalla quale rimangono soltanto a salirsi alcune ripide balze, sino al Piano del Lago. Se le mie speranze non andranno fallite, verrà tempo in,.cui l'accesso a questo immenso e meraviglioso vulcano non sarà più riguardato come uno sfo rzo d'insolito ardire, e come un cimento della vita».

Invece, le speranze dell'Intendente «andarono fallite», e a conferma delle sue buone intenzioni, oltre al discorso sopra riferito, resta un'incisione della zona pedemontana col tracciato dell'auspicata strada.

A Catania, infatti, per quasi ottant'anni non si parlò più di strade, ne di quelle urbane ne, meno che mai, di quella dell'Etna. Nel 1914, ad iniziativa di alcuni volenterosi, tornò ad agitarsi il problema, e venne redatto dall'ing. Emanuele Puglisi un progetto di massima. Lo scoppio della guerra mise tutto nel cassetto, ne ebbe sorte migliore una successiva iniziativa deli'Associazione prò Etna, nel frattempo costituita»! e subito dopo dissoltasi nel nulla.

Finalmente, nel 1931, preside della Provincia l'avv. Vincenzo Lo Giudice, si mise in moto la poderosa macchina che doveva portare al dato di fatto.

«Anche senza conoscere materialmente i luoghi — scrisse il compianto ing. Ottavio Priolo, che ne diresse i lavori — è facile immaginare su quale terreno si è dovuto lavorare: una grande quantità di crateri avventizi di notevole altezza e valli profonde, che si succedono senza interruzione; immense colate laviche terribilmehttps://www.mimmorapisarda.it/storia/redue.jpgnte accidentate; pendici coperte da folti boschi; zone sabbiose, di una sabbi a vulcanica nera, mobilissima, insidiosa, fastidiosa (...).

La strada passa ai piedi dei Monti Rossi originati dall'eruzione del 1669, impegna la colata lavica del 1886 e poscia quella del 1910, passa ancora tra il Monte San Leo e il Monte Rinazzi e sbocca su terreni ubertosi coltivati a frutteti, in una zona magnifica e panoramica.

Snodandosi sulle pendici di Monte Sona e di Monte Manfré, attraverso stupendi boschi di castagni e con ampie curve e controcurve raggiunge la Cantoniera, dalla cui soglia si gode la magnifica visione di un terzo della Sicilia. Su 17.972 metri di percorso, 11.915 sono di rettifili, 6.057 in curva; per la formazione del corpo stradale si son dovuti muovere circa 254.000 metri cubi di materiali (...). Lavoro ingrato e lento, di difficile attacco e di durezza tale che gli arnesi si smussavano piuttosto che incidere la roccia, per tagliare l'enorme massa della quale si sono consumati 16.000 chili di dinamite (...). La costruzione è durata formalmente tre anni, ma effettivamente si è lavorato ventuno mesi, da aprile a ottobre di ciascun anno: in alta montagna, la pioggia, il vento, la neve, non hanno permesso il lavoro da novembre a tutto marzo».

L'opera, eseguita dalla Puricelli di Milano, costò cinque milioni e mezzo di lire. Vi fece fronte un Consorzio costituito da: Provincia, Camera di Commercio, Banco di Sicilia, iComuni di Catania, Nicolosi, Mascalucia, Belpasso; la Cassa di Risparmio V.E., la FamigliaCostarelli-Platania che, spontaneamente, intervenne con un cospicuo contributo in danaro. Ne valeva la pena.

A quota 2000, confortato dai raggi di un sole squillante, sulla soglia della Cantoniera ancora odorosa di calcina, il Re si immerse nella favola di quel paesaggio, che non avrebbe mai più rivisto.

Sulla strada del ritorno, qualcuno del seguito trovò che l'opera meritava, sì, plauso e riconoscimenti ma a patto che, in prosieguo, il diavolo non ci mettesse la coda.

Il giorno successivo, ispirata dall'avvenimento, una poesia in vernacolo, pubblicata in quello spassoso giornaletto che fu il Lei è lario, dopo avere esaltato le suggestive bellezze della nuova strada, così concludeva: «E po' macari, Diu ni scampi / si putrì a la Muntagna arrusbigghiari / e cu la so' cinniri, lu fumu e li vampi / lu curiceddu nostru attanagghiàri / ... / e pri 'ncapricciu sulu di la Natura / addiu strada, addiu Casa cantunera!».

Purtroppo, in prosieguo il diavolo ci mise la coda .

 

da  “CATANIA ANNI TRENTA”  Lucio Sciacca - Cavallotto Edizioni  www.cataniaperte.com

 

 

 

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LA SECONDA GUERRA MONDIALE

 

 Verso il 1931 venne bandito un concorso per un piano di fabbricazione della futura "grande Catania", che considerava come "zone di ampliamento" della città quelle di Nesima, Cibali, Barriera, Picanello ed Ognina, con le zone di Santa Sofia e San Antonino a villini e con lo sventramento dei quartieri insalubri di Civita, San Berillo, Carmine, Antico Corso e Consolazione per il loro risanamento.https://www.mimmorapisarda.it/STORIA/alleatict.gif Si valorizzarono la zona dei monumenti antichi e medioevali, e la zona industriale a sud con le case dei lavoratori nella zona del porto. A ciò si aggiunse una serie di servizi comuni e sociali. Sarebbero stati premiati alcuni progetti, ma nel 1935 si raffazzonò un regolamento edilizio del tutto differente. Rimasta senza un piano regolatore la città avrebbe continuato ad espandersi a nord in maniera disordinata e caotica e a sud con vere e proprie bidonville a ridosso del cementificio.

 L'entrata in guerra non sortì alcun fermento, neanche per approntare i rifugi, così il bombardamento dell'aeroporto del 5 luglio 1940 fu un vero e proprio brusco risveglio. Nel contempo si era invece organizzato in "maniera industriale" il mercato nero. Dall'aprile 1943 iniziarono le incursioni aeree americane pesanti, con oltre 400 vittime civili e lo sfollamento caotico verso i paesini dell'interno di oltre 100.000 persone.

Non mancano in questo periodo grandi progetti. Si pensa ad opere pubbliche di potere e di prestigio: un nuovo carcere, un nuovo palazzo di giustizia, il risanamento tramite sventramento del vecchio quartiere San Berillo; alcuni di questi progetti, interrotti dalla guerra, saranno conclusi solo negli anni Cinquanta, trascinando la loro magniloquenza autoritaria nell'età repubblicana. Lo stile razionalista dell'epoca imprime ad alcuni edifici un segno di modernità che oggi siamo in grado di capire e di recuperare. Durante la seconda guerra mondiale, Catania conobbe la fame, lo sfollamento, i bombardamenti, la crisi politica del regime; queste cose, e specialmente i pesanti bombardamenti del luglio 1943, lasciarono il segno: da un secolo e mezzo lo spettro della guerra non si era più manifestato in Sicilia. Con la Liberazione da parte degli angloamericani non venne lo stimolo a riconoscere se stessi e a ricostruire una personalità collettiva: venne invece il contrabbando, il brigantaggio, l'affarismo, l'accettazione passiva del caos. Nel dicembre del 1944, la folla che diede fuoco al Municipio non militava nemmeno sotto le insegne del separatismo; era solo una massa stanca della guerra e della fame. Lo stesso episodio di Antonio Canepa, fondatore dell'EVIS e animatore della guerriglia separatista, ucciso nel 1945, rimase senza seguito di massa.https://www.mimmorapisarda.it/STORIA/CATANESI/GUERRA.JPG

 Dopo lo sbarco anglo-americano in Sicilia (9 luglio 1943), i Tedeschi, bloccato il generale Montgomery al ponte Primosole sul fiume Simeto, per sottrarsi alla manovra aggirante degli Anglo-Americani, difesero a lungo la città, che evacuarono soltanto il 5 agosto. La città venne lasciata in uno stato di anarchia per molto tempo, con saccheggi e scassinamenti dei negozi.

L'espansione urbanistica si svolge in modo contraddittorio. Mentre la speculazione edilizia porta a compimento il cosiddetto sacco di San Berillo (lo sventramento di una parte significativa del centro storico), viene chiamato alla redazione del piano regolatore l'architetto giapponese Kenzo Tange, che disegna uno sviluppo urbanistico equilibrato, mirato a valorizzare i quartieri periferici e dell'area sud della città, superando il monocentrismo.

 

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Catania del dopoguerra

 

Era una Catania ancora piccola dove si viaggiava in tram ma ti offriva tutto, anche il quartiere a luci rosse più grande d'Europa. Il luogo privilegiato comprendeva la parte alta di via Etnea fino la statua di Garibaldi e il San Berillo con la sua umanità pulsante, i negozi, i mercati, ma anche i casini che furono chiusi nel '58. C'era una piccola via Gambino confinante con piazza Spirito Santo, la zona dei mobilieri, dove c'era un fiorente mercato di carni, pesce,frutta, pane c'era anche "Ciccio d'agghiacciu" che vendeva balate di ghiaccio portate a spalla su sacchi di juta in un periodo in cui avere un frigorifero era un lusso.Era una Catania allegra,vivace,sfrontata piena di spirito di inventiva e con imprenditori arditi come Michele Spina che mandava arance in treno fino in Russia e che quando andò a tastare quel mercato sul posto mandò a Catania questo telegramma: "Spedite arance a minchia china"

Allora ero ragazzino di strada che giocava a pallone in piazza Stesicoro sotto la statua di Bellini. Ogni tanto ci attaccavamo sul retro del tram e gridando: "arreri arreri!" Sbeffeggiavamo il guidatore che ci lanciava improperi: " figghi di jarrusa" Col tram andavamo a Ognina a fare i bagni al Porto Ulisse dove c'erano anche campi da tennis.

Arrivato a sedici anni venne il momento di andare per la prima volta in un casino. Tutti i ragazzi di Catania e provincia hanno fatto la prima esperienza a San Berillo. Non avevo 18 anni ma sapevo che di mattina facevano entrare i minorenni. Nei casini di buon livello come la Fargiona, la Fargionetta o la Sterlina d'oro la marchetta costava 500 lire ma se volevi risparmiare cen'erano a buon mercato come la Diana Mascali, la Bucane'. Credo che tutti giovani della mia generazione siano passati da questi salotti e con loro anche professionisti, proprietari terrieri, preti e mangiapreti e quando arrivavano loro la maitresse gridava: "Liberooo!" Chiudendo tutte le porte affinché i visitatori di un certo rango non venissero visti dai normali clienti. All'inizio di via Maddem c'erano quattro case di tolleranza e si avvertiva un forte odore di piscio perché molti soprattutto i marinai usavano fare pipi' appena usciti era considerata una norma igienica.

 

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Antico Corso - Dopoguerra

 

Il San Berillo era a poche decine di metri dalla parte nobile della città  cioè quel tratto di Via Etnea fino alla Villa che comprendeva nella parte sinistra a salire il negozio degli svizzeri Caflish, la famosa farmacia di Spadaro Ventura, l'ex cinema Sala Roma bombardato, la rosticceria di Giardini I cui arancini facevano un  odore che saliva fino al terzo piano e anche dirimpetto dove c'era la sede della RAI con Turi Ferro suo padre Guglielmo, Gerardo Farkas, Piero Corigliano e Bik che realizzavano" Tutta la città ne parla" regista Mario Giusti mentre il tecnico Toto Pistone cucina e riscuciva i nastri della trasmissione. La parte destra di via Etnea aveva il negozio di abbigliamento Viola, la pasticceria Caviezel l'albergo Central Corona con due leoni di marmo all'ingresso il negozio di ottica Balestrazzi la cui commessa Eugenia Bonino venne eletta Miss Catania, il cinema Lopo' e le sempre affollate pasticcerie di Spinella e Savia. Era il tratto preferito dai giovani leoni catanesi che passeggiando occhieghiavano le belle ragazze.E se qualcuna rispondeva agli sguardi, l'interessato dava di gomito agli amici più vicini dicendo: " Talia, talia ". Anche allora si pagava tutto. Pagavamo persino Pippo Pernacchia per fare i " piriti" a qualcuno che volevamo sfottere. C'erano altri personaggi curiosi sulla scena catanese come Jachino Marletta tanto forzuto da sollevare le basole di Via Etnea. Un giorno disse che sarebbe andato a Roma a fare del cinema. Non lo abbiamo mai visto in una pellicola e un amico venuto dalla capitale ci disse che era diventato " jarrusu" fatto che ci sorprese e che prendemmo come una maldicenza.

Allora era il periodo delle comitive. Ci riunivamo in casa di qualcuno a ballare e a tentare qualche abbozzo. Ogni tanto nel gruppetto di ragazze catanesi arrivavano bellissime new entry da Caltanissetta o da Piazza Armerina fino a quando il caffè Lorenti del Viale inaugurò i tè danzanti che erano più comodi. D'estate puntavamo sul Lido dei Ciclopi che si era inaugurato alla grande con i vocalist neri dei Platter's e con il balletto di Colette Marchand. Per varie stagioni suonò l'orchestra di Bruno Martino che compose nuove canzoni. Era una Catania vivibile, poi diventata troppo grande e incasinata. Ma quel periodo fa parte della nostra gioventù un po' scapestrata forse un po' ingenua ma con tanta voglia di vivere dopo la guerra.

(Tony Zermo)

 

 

Per gli alloggi degli abitanti del quartiere venne attuato un grande piano di costruzione nelle zone di Nesima inferiore a sud del viale Mario Rapisardi creando i quartieri di San Leone e San Berillo nuovo. Furono creati grandi quartieri dormitorio anche a Nesima superiore. Venne aperta la prima parte della Circonvallazione e iniziò la costruzione dell'odierno viale John Kennedy, che costeggia la Plaia, la spiaggia a sud del centro abitato.

 Si arrivò così al boom degli anni sessanta, quando Catania venne definita la Milano del Sud per la dinamicità nell'economia e nell'espansione della popolazione. Nel 1964 fu reso noto il Piano Regolatore Generale di Luigi Piccinato, che puntava al recupero delle zone più degradate, come San Berillo e San Cristoforo, dove tuttora ben poco è cambiato.

Negli anni cinquanta si iniziò la ripresa della città. Tanto per cominciare, nel 1950 l'Aeroporto di Fontanarossa fu riaperto dopo una lunga ristrutturazione e si inaugurò la linea dei filobus di via Etnea, che sostituirono i vecchi tram. Poi, grazie all'opera delle amministrazioni comunali dirette da vari sindaci, tra cui Domenico Magrì e Luigi La Ferlita, venne aperta la zona industriale di Pantano d'Arci che, in tempi recenti, sarebbe stata soprannominata Etna Valley. L'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare aprì un centro regionale in città, si iniziò la ristrutturazione del quartiere di San Berillo, la zona più degradata del centro città, attuando, ma in maniera disorganica, lo sventramento progettato già nel 1931.

Nel 1971 la popolazione toccò i 400.000 abitanti, quasi duecentomila in più in trent'anni. In quest'ambiente proliferava la mafia, ma nessuno ne parlava. Grandi appalti, possibili per l'assenza di un piano regolatore, vengono interamente gestiti dal clan di Benedetto Santapaola, detto Nitto. I primi a denunciare la situazione furono i giornalisti della rivista I Siciliani di Giuseppe Fava, che sarebbe stato ucciso nel 1984.

 

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La mafia è molto più nascosta, la città è decisamente più vivibile. Negli anni 1990 Catania ha inoltre conosciuto un'esplosione della sua vita notturna. Ancora nel 1992 le sue strade erano quasi deserte alle 08.00 di sera, tranne quelle principali, e gran parte del centro storico era abbandonato e anche pericoloso. In seguito, grazie alla nuova politica dell'amministrazione del sindaco Enzo Bianco, che facilitò la concessione di licenze per l'apertura di ristoranti, caffè, pub, le strade del centro storico si sono popolate con migliaia di giovani, provenienti anche dai centri limitrofi.

 

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la demolizione del quartiere San Berillo, per far posto al  nuovo Corso Sicilia

 

 

 

1910 - In cui si formano i Monti Riccò, la lava minaccia Belpasso;

1911 - Localizzata sui crateri sommitali, caratterizzata da una forte attività stromboliana. Nasce il cratere di nord-est. La lava sfiora il villaggio di Solicchiata, nel comune di Castiglione di Sicilia, in località Imboscamento;

1923 - Tra il 17 e il 29 giugno la lava coprì circa 3 km² di terreno coltivato a vigneto e noccioli, distrusse la stazione ferroviaria di Castiglione di Sicilia della ferrovia Circumetnea, le case di Cerro e parte del villaggio Catena[9];

1928 - Il 2 novembre si apre una frattura sotto il cratere centrale; il 3 novembre si attiva una seconda frattura da cui viene emessa una colata che si riversa in una zona disabitata; il 5 novembre una terza frattura si apre sopra Ripa della Naca. Da qui viene emessa una colata lavica che il 6 novembre taglia la ferrovia Circumetnea e il 7 novembre raggiunge e distrugge Mascali in pochi giorni. La colata fuoriuscì da diverse bocche laterali sul versante orientale del vulcano e minacciò anche Sant'Alfio e Nunziata. L'eruzione termina il 20 novembre dopo che il fronte lavico più avanzato ha raggiunto quota 25 metri sul livello del mare. In quei giorni di panico dovuto all'avanzare della lava verso le abitazioni due persone perdono la vita;

1947 - Colate sul versante settentrionale nei comuni di Castiglione di Sicilia e Randazzo;

1949 - Originatasi sui crateri sommitali;

1950-1951 - Eruzione a nord di Milo: durò 372 giorni da quota 2800 e 2250 m s.l.m. est; Minaccia ai centri di Milo e Zafferana Etnea. Produsse 171 milioni mm³ di materiale effusivo;

1955 - 1967: varie eruzioni dal cratere centrale e dal cratere di nord-est;

1971 - Dal 5 aprile al 7 maggio diverse bocche intorno a quota 3050 da una voragine dalla quale l'emissione di prodotti piroclastici formò l'attuale cono sub-terminale di Sud-est. Vennero distrutti l'osservatorio Vulcanologico e la Funivia dell'Etna. Dal 7 maggio al 12 giugno, ben 7 fessure da quota 2800 m a quota 1800 m nella valle del Leone. La colata che partì dalla quota più bassa, appena sopra il rifugio Citelli, spinse un imponente fronte lavico fino ai margini dell'abitato di Fornazzo (Milo). Si forma il cratere di Sud-Est;

1974 - Originatasi lungo il versante Ovest, ha formato i Monti De Fiore;

1979 - Dal cratere di sud-est. Caratterizzata da fenomeni esplosivo-effusivi al cratere subterminale di sud-est e con lave che dalla Valle del Bove arrivano a minacciare Fornazzo. Nove morti e trenta feriti per un'improvvisa esplosione di massi presso la voragine ovest del cratere centrale;

1981 - L'eruzione di Randazzo ebbe inizio il 17 marzo e si rivelò abbastanza minacciosa: in appena poche ore si aprirono fenditure da quota 2550 via via fino a 1140. Le lave emesse, molto fluide, raggiunsero e tagliarono la Ferrovia Circumetnea; un braccio si arrestò appena 200 metri prima di Randazzo. Il fronte lavico tagliò la strada provinciale e la Ferrovia Taormina-Alcantara-Randazzo delle Ferrovie dello Stato, proseguendo fino alle sponde del fiume Alcantara. Si temette un disastro ecologico per tutta la pittoresca e fertile vallata, ma la furia del vulcano si arrestò alla quota di 600 m;

1983 - Dura 131 giorni e distrugge gli impianti sportivi e la funivia dell'Etna. È nota anche per il primo tentativo al mondo di deviazione per mezzo di esplosivo della colata lavica. L'eruzione si presentava abbastanza imprevedibile, con numerosi ingrottamenti ed emersioni di lava fluida a valle, che fecero temere per i centri abitati di Ragalna, Belpasso e Nicolosi. Pur tra molte polemiche, e divergenze tra gli studiosi, vennero praticati, con notevole sacrificio date le altissime temperature che arrivavano a rovinare le punte da foratura, decine e decine di fornelli per consentire agli artificieri di immettere le cariche esplosive. La colata venne deviata e l'eruzione ebbe termine ben presto. Produsse circa 100 milioni mm³ di materiale lavico;

1985 - L'eruzione cominciò il 10 marzo con un violento parossismo al cratere di Sud-Est; successivamente alcune fratture si formarono sul fianco meridionale del vulcano, nella zona già interessata dalla precedente eruzione del 1983. Il 12 marzo ebbe inizio l'attività effusiva da tali fratture, nei pressi del Piccolo Rifugio, il quale, già gravemente danneggiato due anni prima, venne completamente distrutto. L'attività fu piuttosto modesta e caratterizzata da un basso tasso di emissione lavico: per questo motivo le colate si estesero soltanto per 2–3 km in direzione sud-ovest. L'eruzione si concluse il 13 luglio;

1986 - L'eruzione cominciò il 29 ottobre 1986 con l'emissione di colate laviche e di fontane di lava nella parte settentrionale della Valle del Bove, a quota 2600 m; successivamente le fratture si estesero verso E - NE, a quote via via inferiori e l'emissione di colate avvenne da una bocca posta a quota 2300 m (l'attuale Monte Rittmann). L'eruzione durò fino al 27 febbraio del 1987 e produsse un esteso campo lavico confinato nella zona settentrionale della Valle del Bove; il fronte più avanzato si arrestò a quota 1400 m, nei pressi di Monte Fontane;

1991-1993 - Il 14 dicembre ebbe inizio la più lunga eruzione del XX secolo (473 giorni), con l'apertura di una frattura eruttiva alla base del cratere di Sud-est, alle quote da 3100 m a 2400 m s.l.m. in direzione della Valle del Bove. L'esteso campo lavico ricoprì la zona detta del Trifoglietto e si diresse verso il Salto della Giumenta, che superò il 25 dicembre 1991 dirigendosi verso la Val Calanna. La situazione venne giudicata pericolosa per la città di Zafferana Etnea e pertanto venne messa in opera, con un vero tour de force, una strategia di contenimento concertata tra la Protezione civile e il Genio dell'Esercito. In venti giorni venne eretto un argine di venti metri d'altezza che, per due mesi, resse alla spinta del fronte lavico. La tecnica dell'erezione di barriere in terra per mezzo di lavoro ininterrotto di grandi ruspe ed escavatori a cucchiaio si rivelò efficace anche nel tentativo di salvataggio del rifugio Sapienza nel corso dell'eruzione 2001, ed è stata oggetto di studio da parte di équipe internazionali, tra cui tecnici giapponesi. Tuttavia queste azioni non diedero i risultati finali sperati per arrestare il fronte lavico. Quando queste si rivelarono inefficaci, furono chiamati gli incursori della Marina che operarono nel canale principale, a quota 2200 m, con cariche esplosive al plastico (C4) e speciali cariche esplosive cave per deviare il flusso di lava ed inviarla così nella valle del Bove riportando indietro di circa sei mesi la posizione del fronte di lava avanzante. L'operazione riuscì perfettamente, fu utilizzata una carica di C4 pari a 7 tonnellate e 30 cariche cave, il tutto fatto esplodere in rapidissima successione.

 

grazie ad Andrea Mirabella per la foto

 

 

La lezione di Kenzo Tange arrivata anche a Catania: un modello di creazione

 

Nei giorni scorsi ci ha lasciati, novantenne, l’architetto ed urbanista giapponese Kenzo Tange, celebre per essere stato l’architetto delle Olimpiadi di Tokio e della rinascita di Hiroshima, oltre ad aver firmato prestigiose opere in tutto il mondo, tra le quali il Fiera District a Bologna ed il piano urbanistico della città satellite di Librino a Catania.

Tange rappresenta una pietra miliare per la storia dell’architettura e dell’urbanistica mondiale anche per essere stato tra i maggiori protagonisti della evoluzione culturale, oltre che industriale, che ha messo il Giappone in linea con i paesi occidentali più avanzati dopo il disastro della seconda guerra mondiale.

Agli esordi della sua carriera realizzò una serie di opere che rinnovarono profondamente i modelli dell’architettura giapponese, superando la fase di semplice emulazione dei modelli occidentali per giungere ad una elaborazione estetica originale. Riuscì in questo suo intento attraverso una rilettura in chiave simbolica della tradizione giapponese, sposata ad un linguaggio molto plastico cui non fu estraneo l’influsso delle ultime opere di Le Corbusier. Ciò anche attraverso le esperienze giovanili presso lo studio di Kunio Mayekawa che aveva effettivamente aperto il Giappone alle intuizioni del Movimento Moderno ed all’esperienza del Bauhaus.

Già nel 1960 prefigurava l’evoluzione delle problematiche sociali che oggi viviamo; ebbe infatti a sostenere: ” Mentre lasciamo la seconda metà del novecento ho la sensazione che stiamo sperimentando vitali cambiamenti nelle forme culturali, nella struttura sociale, nell’ambiente umano…il grande cambiamento attuale è il risultato dello sviluppo dell’energia atomica e dell’elettronica e la direzione del cambiamento… è verso il controllo e la programmazione. Più potente diventa l’energia della scienza più forte si fa la coscienza dell’uomo della propria esistenza…”; aveva preso coscienza che la tecnologia tende progredire solo in alcune direzioni, mentre in altre si allontana dall’umanità ricercando, nell’individuazione di questa disarmonia, il suo superamento attraverso lo studio dei problemi con il filtro della creatività. Creatività che giustamente riteneva l’arma più forte in mano agli architetti ,a condizione che questa fosse crescente con il crescere del progresso tecnologico.

In questa poetica si inserisce l’arditezza strutturale che connota molte delle sue opere, quale corollario necessario alla sensibilità figurativa propria dell’atteggiamento estetico giapponese, non sconfinando mai nel formalismo e nella ripetitività. Le sue forti radici culturali non gli hanno impedito di realizzare opere in tutto il mondo modellando la sua poetica sulle realtà territoriali in cui ha operato.

Purtuttavia, l’opera catanese di Tange, ancora in fase di attuazione, non ha avuto i risultati voluti dall’Architetto, a causa di varianti ed al non rispetto delle matrici etico-formali che Egli, peraltro puntigliosamente, aveva preordinato, come invece è avvenuto in altre parti del mondo ed in Italia stessa.

La sua opera ha forse fatto da traino ad altri importanti professionisti giapponesi come Arata Isozaki e Tadao Ando le cui opere anche in Italia possiamo ammirare.

Per tutti è stato un modello di riferimento nella compenetrazione tra sapienza tecnica, attenzione all’uomo, e qualità etico-estetica del progetto. Grazie Kenzo.

 

http://www.scannella.it/la-lezione-di-kenzo-tange-arrivata-anche-a-catania-un-modello-di-creazione/

 

 

 

La metropoli imperfetta

conversando con Giuseppe Giarrizzo

Sul "caso Catania" si discute da oltre trent'anni, nel tentativo di restituire una per¬uta identità urbana e sociale a questa città storicamente priva di plebe - perché priva di nobiltà parassitaria - e ricca invece di competenze e di mestieri (medici, avvocati, mercanti, finanzieri ecc.). Come a suo avviso la condizione socio-politica del secondo dopoguerra ha influito sulla fisionomìa e sullo sviluppo di Catania lungo l'arco degli ultimi cinquantanni?

G.G. Il dopoguerra, il decennio 1943/45-1955. è segnato a Catania dal bisogno di sicurezza e protezione che l'esposizione alla guerra guerreggiata e la liberazione avevano radica-lizzato. Da qui l'esplosione contagiosa del separatismo, che alla svolta del '48 aveva però già chiuso la sua parabola. La città, che già allora aveva ripreso il suo ruolo di capitale minore, in virtù del sistema di servizi (giustizia, sanità, istruzione) che da secoli assicurava al proprio hinterland, è retta da un ceto politico moderato che sarebbe in breve confluito nella DC - dove la tensione delle correnti restava un fatto interno per le divisioni e la complessiva debolezza della sinistra social-comunista. La dinamica del movimento contadino, che avrebbe contribuito alla formazione dei quadri sindacali, si andava spegnendo.

Ma Catania "città aperta" consolidava i tratti borghesi costituiti negli anni Trenta, quando l'artigianato aveva già consumato la propria estate indiana. E si preparava al grande salto degli anni '50-60. Due l'allori si sono sommati nell'avvio dello sviluppo urbano: il ritiro della borghesia provinciale dalla proprietà terriera, in conseguenza della pressione del movimento contadino organizzato in materia di riparto del prodotto, e. con la domanda di forza lavoro della provincia, il trasferimento in città di masse già anali per l'edilizia privata e pubblica. La popolazione di Catania era aumentala tra il 1955 ed il I960 di 50 mila unità: più di 380 mila i catanesi residenti. Non si trattava però tanto di incremento naturale (la suggestione del controllo delle nascite già operava sulle nuove famiglie di borghesia piccola e media), bensì di trasferimento dalla provincia rurale di famiglie contadine per occupazione nell'edilizia in espansione: l'emigrazione catanese, consistente a partire dal 1966. crea quindi vuoti rapidamente colmati dal vasto hinterland, che a sua volta conosce il collasso di attività tradizionali (ma non riceve dalla "capitale" che alimenta scambi o compensi significativi, in servizi e capitali).

Significativo il ruolo dei parroci di Catania che "mediano" questi imponenti processi di immigrazione e che, per ciò stesso, hanno parte attiva nella ridefinizione delle reti elettorali. Dietro il "popolo", anche la borghesia delle città dell'area arriva a Catania, città aperta, e vi trasferisce i capitali che ritrae dalla campagna e dal patrimonio immobiliare che aliena nel paese di provenienza: cerca spazio anzitutto nelle professioni, ma anche nell'accresciuto apparato amministrativo e assistenziale, e in un mercato in crescita vertiginosa.

 

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Sulla struttura del potere si esercitano in questo decennio due l'orti sollecitazioni: l'offerta "dall'alto" di risorse dipendenti dalle ipotesi di "piani industriali" e la pressione sociale e culturale dal basso cui Catania è sottoposta per il processo disordinato di riclassificazione sociale fra i ceti e per l'impressionante domanda di servizi (istruzione, assistenza, credito, consumi) da parte della Sicilia sud orienlale e centrale.

Vi è uno stato quasi febbrile, una situazione consumistica che brucia quel che resta della Catania "fra le due guerre", la Catania di Vitaliano Brancati e di Ercole Patti: l'offerta è altrettanto disordinata della domanda, è l'avventurismo economico e l'estendersi delle opportunità speculative sfondano - sfrangiandone le crescenti aree marginali - gli argini incerti della politica. La sbornia del '68. la fine delle "gabbie salariali" bloccarono sul nascere quei progetti e introdussero distorsioni irreversibili per la scoperta di una fragilità del sistema sociale e politico non prima sospettata: il voto nero del '72 (il MSI che sorpassa la DC!) è rivelatore di una crisi, più morale che economica, se la città viene chiamala a una sfida con il centralismo nazionale e regionale in materia di ripartizione di risorse pubbliche.

Simbolo di quegli anni fu la creazione delle regioni meridionali e in esse della rivolta di Reggio. La lotta politica si fa aspra e cresce la presenza "mediatrice"' dei costruttori edili che si apprestano - anche sull'onda di ambiziosi investimenti "coloniali", e di diversificazioni nei settori finanziari e dell'indotto - ad assumere la tutela della classe politica. Nascono, al centro e alla periferia della città, le lussuose centrali dei Cavalieri: la zona industriale è lasciata a ospitare rottami di macchine realizzate con pubblico denaro. Basta guardare però, dall'eminenza dei tardi anni Settanta, a quel che la città è diventata attraverso una crescita disordinata, non controllata e forse non controllabile, una megalopoli imperfetta - una capitale che coinvolge nel proprio destino un'area vastissima di conurba¬zione (più di un milione di abitanti, di cui solo 400 mila risiedono entro i confini amministrativi della città) -, per capire che ne' la sua classe politica né lhttps://www.mimmorapisarda.it/2025/etnea60.gifa consistente e vocifera intellighenzia si sono resi conto a metà degli anni Sessanta delle radicali ed estese trasformazioni in atto e perciò non hanno neppur tentato di definire un progetto all'altezza della sfida.

Basta l'elenco dei sindaci di Catania dopo La Ferlta per rendersi conto della "qualità" della politica locale. Nei partiti di governo, il PSI e soprattutto la DC, gruppi dominanti, giungevano ad affermarsi per il controllo del governo e del sottogoverno, con costi economici crescenti e un sovrumano dispendio di energie: all'inizio degli anni Ottanta saranno come estenuati, sfibrati, e "seduti", impegnati a tenere in ordine, con gli strumenti più vai! la folla crescente che invadeva in quegli anni i partiti e rifiutava di esser tenuta entro la rete clientelare. Due elementi giocano allora un ruolo importante: l'espansione dell'impiego pubblico (Stato, parastato, poteri locali), che porta i gruppi più dinamici del "popolo" nei ranghi della crescente borghesia piccolo-media, e la rivoluzione culturale che si accompagna alla crescita dell'offerta formativa. Dopo un avvio stentato (gli indici di analfabetismo tengono a lungo Catania dietro Palermo e Messina), gli anni Settanta segnano su questo terreno una svolta: Catania, forse più di altre città del Mezzogiorno, sconta però il ritardo nella riforma della Secondaria superiore e non conosce una moderna borghesia di tecnici capace di interferire con lo "spreco" e con il monopolio della grande edilizia. Giacché alla fine degli anni Settanta il (lusso di risorse pubbliche verso il Mezzogiorno si riduce drasticamente, la politica regionale si impantana nella costruzione folle di un "centralismo periferico" che vorrebbe gestire, per il potere locale, le risorse disponibili al centro, e con gli stessi sistemi "ascaristi". Catania così prende atto delle interne tensioni del "blocco di potere" (politici + Cavalieri) che lo ha retto.

 E vive la triste stagione del declino e del degrado: crescono i costi della politica per un potere locale ormai impotente a produrne: i Cavalieri cercano in ogni modo di assicurare la stabilità del governo cittadino con la corruzione e le blandizie (prima senza, poi con il sostegno "interessato" della nuova mafia, che riesce negli anni Ottanta a federare i nuclei più forti della criminalità locale). Sono gli anni Ottanta quelli in cui mi è accaduto di pensare e scrivere il saggio su Catania, che - vorrei notarlo - precede la mia difficile esperienza amministrativa Ma il processo di modernizzazione, pur confuso e squilibrato, è avvenuto qui, come in altre grandi città del Mezzogiorno, nonostante la politica e non certo per iniziativa di un ceto politico incerto e frastornato e in balia ormai, qui come altrove, di affaristi e procacciatori d'affari. Bisognerà attendere i primi anni Novanta per riavviare, ma su differenti binari, un processo che si era da tempo sfiancato a Catania, nel Mezzogiorno, nel paese. Nel contempo si fa strada l'idea che solo un ventaglio di esili - industria, commercio, servizi - può dare a una capitale moderna un'identità che non sia nostalgica o utopica.

 Viviamo in epoca di revisionismo, e son facili in questo tempo le attenuanti e le assoluzioni fondate sul clima e sulle "abitudini" di quegli anni che segnarono, forse, il punto più basso della produttività e moralità della politica: le istituzioni cittadine solo a tratti parvero consapevoli della deriva inarrestabile che le traeva a fondo, e impediva ogni distinzione fra pubblici e privati interessi. La Chiesa catanese e la magistratura locale non trovarono facile il distacco dalla palude in cui erano state per rassegnazione o scetticismo risucchiale: cercavano potere in proprio anziché concorrere alla bonifica del degrado in atto. Lo sviluppo urbanistico, confuso e squilibrato, riflette quella tormentata vicenda.

Dal suo contributo, apparso nel dossier Catania, sul numero 52 di "Spazio e Società", sembra emergere che il disegno della città si sia sostanzialmente compiuto alla fine degli anni Settanta. Conferma ancorhttps://www.mimmorapisarda.it/storia/miss.jpga tale ipotesi oppure pensa che siano accaduti altri eventi che nell'ultimo scorcio di secolo ne hanno modificato ulteriormente la facies?

G.G. Bisogna intendersi sul termine "disegno", dal momento che negli anni Ottanta e Novanta si sono consumati nel territorio di Catania e del vasto hinterland mutamenti importanti che hanno imposto una nuova gerarchia dei "quartieri". E hanno perciò inciso sul disegno. Decisivo il cambiamento profondo dell'hinterland: fu chiaro, sin dagli anni Sessanta, che la città non avrebbe mai avuto un Piano regolatore, un indirizzo razionale ed equilibrato del proprio interno sviluppo, in assenza di o a prescindere da un piano territoriale etneo. La conferma è venuta dal tumultuoso sviluppo del versante etneo della provincia e dall'accresciuto squilibrio fra montagna e piana - che si sono sviluppate secondo logiche incoerenti e senza che Catania percepisse in un loro sviluppo governato la ragione del suo futuro. Per designare questo insuccesso usai negli anni Ottanta la definizione di Catania "metropoli imperfetta": e per questa via denunciai i limiti vistosi del Piano Piccinato e dei successivi tentativi di "quartieri modello" o del recupero malcerto dei cosiddetti quartieri popolari della città (una formula che somma tuttora il degrado di quartieri storici alla "miseria" delle aree di espansione). Catania nonostante le speranze degli anni Novanta è ormai un agglomerato urbano privo di identità e chiuso in se stesso - un centro erogatore di servizi tradizionali (sanità, istruzione, giustizia), che ha visto crescere fuori dei suoi confini i servizi moderni, e che non esprime voglia e capacità di governare il vasto territorio provinciale (lo prova il ritornante e velleitario dialogo tra ferrovia e porto, che sconta altresì l'assenza di una politica regionale di indirizzo).

 

 

 

In quella torrida estate del 1960 anche Catania visse un dramma che rimase indimenticabile e tragico . Siamo in una fase storica in cui il mito della Milano del Sud cominciò a farsi strada ma nella realtà quotidiana della stragrande dei siciliani, invece, l'arretratezza e il malessere sociale furono ancora dominanti. Infatti non cessò  l'emigrazione della manodopera soprattutto dei contadini verso le fabbriche del triangolo industriale. La città di Catania crebbe in modo disordinato e caotico con una rendita fondiaria che fece profitti e che condusse ad  con una crescita urbanistica caotica e speculativa, priva di una vera e razionale organizzazione del territorio.

Il modello propugnato dai cavalieri dell'Apocalisse, con un patto occulto che durò decenni, cominciò a prendere piede ed avere il via libera di una classe dirigente locale con quella edificazione e cementificazione selvaggia  che segnò il destino della città.Nonostante ci fosse una società civile atomizzata e sfaldata si iniziò anche a Catania a registrare un movimento di protesta democratico che si mosse in linea con quello che avvenne in Italia tra il 30 giugno e l'8 luglio del 1960.

Le ragioni principali furono sicuramente la svolta a destra del governo Tambroni e dal contrarietà di celebrare a Genova il congresso del MSI. Mentre in realtà furono più accese per la mancanza di diritti sociali dei lavoratori e dell'atavica disoccupazione dei giovani che esplosero in modo virulento e cruento. La repressione delle forse dell'ordine portò a 7 morti uccisi  in Sicilia tra il 5 e l'8 luglio 1960. A Catania venne ucciso Salvatore Novembre, vent'anni appena, che era un immigrato da Agira. Altri giovanissimi furono uccisi in Sicilia persino un adolescente di 14 anni.

Oggi bisogna ricordare Novembre  e quei caduti, di 60 anni fa e a tenere questo ricordo si evoca l'immagine dei “ragazzini dalle magliette a strisce” . Queste lotte e queste battaglie sindacali  finiti nel sacrificio della vita umana condussero poi alla svolta del centro sinistra organico con la partecipazione del Psi nell'esecutivo e servirono ai riformisti e ai socialisti di portare avanti in un decennio con determinazione e convinzione un vasto programma di riforme che culmino' nelle conquiste dei diritti nella fabbrica e nella società, fino all'approvazione dello  Statuto dei lavoratori nel 1970.

Rosario Sorace.

https://www.ienesiciliane.it

 

 

L'Elefante d'Oro (1966)

 

Gianni Ravera, al quale evidentemente non basta Sanremo e Napoli, è dentro anche ad un altro festival canoro svoltosi a Catania, l'Elefante D'Oro. Un festival che non è andato troppo bene a causa dell'eccessivo entusiasmo della folla che ha provocato alla Villa Bellini, all'incirca, venti milioni di lire di danni. Gli incidenti dovuti al sovraffollamento sono stati tali che la manifestazione ha dovuto essere sospesa pochi minuti dopo l'inizio. Si calcola che a ridosso del palco dove si sarebbero dovuti esibire Richard Anthony, Mina, Little Tony, Domenico Modugno e l'Equipe 84 si siano ammassati qualcosa come trentamila persone (centomila in tutto). C

Con grande difficoltà i cantanti hanno potuto risalire immediatamente sul pullman col quale erano giunti e ritornare in albergo sotto scorta della polizia. Il presentatore, che in quel caso era Mike Bongiorno, è rimasto bloccato da un gruppo di persone ed ha dovuto essere liberato da una pattuglia dei carabinieri. Non si sa quali intenzioni realmente avessero gli "assalitori", ma sicuramente Mike non deve aver passato un bel momento. Intanto veniva fatto scempio delle aiuole del giardino e venivano divelti i segnali stradali. Nella calca erano stati sperduti almeno venti bambini e molte donne, prese da crisi isteriche dovute alla paura, erano svenute. Una giovane che faceva parte del cast della produzione è stata letteralmente denudata ed altre molestate pesantemente. Non si capisce il perché di tutta questa follia e stupisce vedere il pubblico catanese così impetuoso e violento.

Di sicuro si capisce il motivo per il quale l'Elefante D'Oro debba considerarsi un episodio ormai chiuso in partenza. Comunque, lo spettacolo riprende il giorno dopo ma sembrava più la parata del 2 giugno, per quanti militari erano schierati in difesa dei partecipanti, che una kermesse canora. A serata conclusa c'è chi ha lasciato subito Catania con i vari voli per Roma o Milano e chi è rimasto la notte: Mina, Modugno e Dalida, che all'interno dell'Hotel Excelsior in piazza Verga, fino alle due di notte, sentivano i cori della gente che li reclamava per un inconsueto bis sulla piazza. Infuriati dell'assordante silenzio dei reclamati sono stati allontanati con difficoltà dalla polizia. In fondo, si saranno detti "!cosa costa a Mina scendere in vestaglia e pantofole a cantarci SE TELEFONANDO per strada, senza microfono e orchestra?"

 

Anna Fougez

http://www.hitparadeitalia.it/voli/articoli/ch660924.htm

 

 

 

 

Chi erano e chi sono oggi i “Falchi”?

 

Catania che nell’immediato dopoguerra era stata definita la “Milano del Sud” per la grande capacità di ripresa economica che aveva dimostrato dopo le vicissitudini belliche, Anni Settanta, e Anni Ottanta il capoluogo etneohttps://www.mimmorapisarda.it/2023/374.jpg si era trasformato nella “Chicago del Sud”, come la definì un settimanale dell’epoca. Scippi e rapine alla media di trenta/quaranta al giorno, oltre venti omicidi all’anno consuntivo delle lotte fra bande criminali. Nel capoluogo insicurezza nella collettività, quasi un clima di terrore per i continui e sanguinosi conflitti a fuoco nei principali quartieri a rischio. Una situazione insostenibile alla quale pose un freno nel 1974 il questore Emanuele De Francesco creando una nuova sezione della Squadra Mobile, la Squadra Antirapina preposta esclusivamente alla repressione dei crimini di strada, e con lo specifico ruolo di pronto intervento e controllo del territorio. La Squadra venne denominata “I Falchi”, e nella città e nell’hinterland divennero ben presto noti per il loro deciso modo di agire, che non lasciava scampo ai malviventi.

Il modus operandi dei “Falchi” dette i suoi frutti e la speciale sezione della Squadra Mobile venne istituita anche in altre città, come Palermo, Napoli, Bari, Taranto, Cagliari, Roma, Milano e Foggia.

I “Falchi” indossavano abiti civili e si muovevano su veloci motociclette, dopo un rigoroso addestramento, facendo uso delle armi a seconda delle necessità che si presentavano. La sezione della Squadra Mobile operò fino al settembre del 2008 inquadrata in seno all’Ufficio Prevenzione Generale e Soccorso Pubblico della Polizia di Stato e in seguito venne inquadrata nella sezione “Criminalità Diffusa”.

Gli anni della Catania rovente, della Catania che viveva sotto il ricatto della criminalità e della mafia vengono ora raccontati in prima persona da uno dei protagonisti di quelle stagioni di sangue, dal “Falco” Pino Vono, oggi Ispettore Superiore di PS in pensione, nel libro “I Falchi nella Catania fuorilegge”. Per quanti hanno vissuto quel travagliato periodo la narrazione di Pino Vono sarà un riportare alla memoria episodi dimenticati dei quali non si ha più contezza delle realtà drammatiche; per i giovani una “scoperta” che potrà far comprendere le trasformazioni sociali e criminali che Catania ha avuto nel corso dei decenni, sino ad oggi. Un modo efficace, magari per scoprire le radici del malessere che la città ha subito.

https://www.marenostrumedizioni.com/negozio/i-falchi-nella-catania-fuorilegge-di-pino-vono/

 

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Quel che resta di quella che fu la “Milano del Sud”…

Presentato stamane alla Camera di Commercio di Catania il “Report sull’economia della provincia”.

A cura di Iena Aziendale

In valori assoluti, il Pil pro capite delle province siciliane oscilla dalle € 15.548,62 di Agrigento alle € 18.661,09 di Siracusa, con una media regionale di € 17.242,91. Ma Catania, con € 16.861,24, possiede valori inferiori alla media Sicilia. La città dell’ Etna mostra un valore aggiunto di 16.117,2 milioni di euro ed un prodotto interno lordo di 18.187,0, seconda provincia siciliana per ricchezza prodotta.
Lo dice il “Report sull’ economia della provincia” presentato stamattina alla Camera di Commercio in occasione della “Giornata dell’ economia” , e dunque lo dicono i numeri, frutto di studi e riflessioni di studiosi ed esperti e del fitto lavoro degli uffici camerali da mesi impegnati per la raccolta dei dati.
Stamattina, il “Report” è stato presentato dal presidente della Camera di Commercio Pietro Agen, dal segretario generale Alfio Pagliaro, dal vice presidente Francesco Costanzo (nella foto), dal direttore della Banca d’Italia, Pietro Raffa, dal direttore provinciale dell’agenzia delle entrate Rosario Sciuto. Sui temi del commercio e del turismo è intervenuto l’ ordinario di economia e gestione delle imprese dell’Universitá di Catania Rosario Faraci.

Al Sud, Sicilia compresa, la ricchezza netta delle famiglie si concentra maggiormente con percentuali superiori al 72% nelle attività reali, terreni e fabbricati. Mentre al Centro–Nord si destina una maggiore quota della ricchezza nelle attività finanziarie, depositi, valori mobiliari e riserve, con destinazioni dal 36 al 42% a seconda delle macro aree geografiche.
Le famiglie catanesi destinano il 76% della propria ricchezza alle attività reali ed il 24% a quelle finanziarie così come a Palermo
si arriva al 77% contro un 22% di destinazioni finanziarie.
Ma veniamo alle imprese: al 31 dicembre 2011, il tessuto imprenditoriale catanese è costituito da 82.380 imprese attive su un totale di 100.973 imprese registrate.
Considerato che l’insieme di imprese registrate è comprensivo delle imprese inattive (11.289), di quelle sottoposte a procedure concorsuali (2.410) e in stato di scioglimento o liquidazione (4.866), l’analisi viene effettuata sui dati delle imprese attive.
Osservando il quadro della distribuzione per settore economico risulta di tutta evidenza una marcata concentrazione di imprese nei settori tradizionali: commercio, agricoltura, costruzioni e industria.
L’anno 2011 ha fatto registrare la nascita di 7.475, imprese e la cessazione di 6.301 imprese. Il tasso di natalità è stato del 7,45%, contro un tasso di mortalità del 6,28%.
La nascita di un maggior numero di imprese, nel corso dell’anno 2011, rispetto a quelle cessate, fa rilevare un tasso di sviluppo positivo pari al 1,17%.

 

 


 

In valori assoluti lo stock di imprese che conforma il tessuto imprenditoriale catanese è cresciuto di 1.322 imprese rispetto al 2010 (99.651).
Confrontando i tre parametri – natalità, mortalità e sviluppo – delle tre aree di riferimento (provinciale, regionale e nazionale), riscontriamo che Catania, con le sue 7.475 imprese nate, ha registrato un tasso di natalità del 7,45%, la Sicilia, con 29.953 imprese nate, del 6,43%, mentre, a livello nazionale, con 391.310 imprese, del 6,40%.
Per quanto riguarda le imprese cessate, a Catania si è registrata la chiusura di 6.301 imprese, con il relativo tasso di mortalità del 6,28%, in ambito regionale hanno chiuso i battenti 34.393 imprese, con un corrispondente tasso di mortalità del 7,39%, mentre, in ambito nazionale, si sono avute 393.463 imprese cessate ed un tasso di mortalità del 6,44%.
Anche per quanto riguarda le imprese cessate, Catania ha registrato il miglior risultato (6,28%), inferiore di un punto percentuale rispetto al dato della Sicilia (7,39%) e di 1/5 di punto rispetto al dato nazionale (6,44%).
Il tasso di sviluppo imprenditoriale, a Catania, è stato di 1,17%, in Sicilia di -0,95% e, in ambito nazionale, di -0,04%.

Spiega il presidente Agen: “il calo del Pil ha riguardato l’ intero territorio nazionale ma il Meridione ha registrato un crollo che supera il 2%. Catania, dunque, non fa eccezione. La crisi è palpabile e i segni negativi ora toccano anche i settori prima non colpiti. L’ anno scorso avevamo detto che anche la grande distribuzione sarebbe stata coinvolta. E così, purtroppo, è stato…”https://www.mimmorapisarda.it/2026/031.jpg
Che fare allora? ” I politici, le istituzioni e comunque tutti noi, dovremmo disporre progetti concreti e metterci in rete. I tempi delle corse solitarie sono finite”-aggiunge Agen.

Ma rispetto al tasso di sviluppo registrato a livello nazionale e regionale, entrambi negativi, seppur con valori diversi, Catania è in controtendenza, con un tasso di sviluppo positivo.
“Nonostante la crisi e la negatività del momento storico, la crescita del tessuto imprenditoriale è evidente. Ma bisogna saper leggere i dati e dunque la reale qualità di questa crescita che riguarda quasi esclusivamente le cosiddette ‘imprese non classificate’ – tiene a precisare il segretario generale Alfio Pagliaro- quelle, cioè, che non dichiarano la loro tipologia di attività. Si potrebbe trattare di quelle attività in cui si rifugiano i cittadini fuoriusciti dal mondo del lavoro e che sperano nell’autoimpresa. Di certo, questo è sintomo di una voglia di farcela, a tutti i costi”.
Infine, ci sono le idee per uscire dalla crisi. Non a caso il “Report” quest’anno ha scelto di puntare l’attenzione su due settori in particolare, il commercio e il turismo. Il docente Faraci spiega il perché: “Il terziario è senza dubbio il settore che genera maggiore valore aggiunto, con un percentuale di oltre l’80%. Il commercio tradizionale è in crisi, mentre il turismo vede Catania ancora lontano dalla media delle altre città. Credo che se si potenziasse il turismo ne beneficerebbe prima di tutto il commercio. La chiave vincente potrebbe essere la programmazione territoriale, la creazione di centri commerciali naturali e la revisione dei modelli di business. Lo dimostrano anche i numeri elaborati dall’Università”.

http://www.ienesiciliane.it/cronaca/4414-quel-che-resta-di-quella-che-fu-la-%E2%80%9Cmilano-del-sud%E2%80%9D%E2%80%A6.html

 

 

 

 

 

IL PAPA A CATANIA. viaggio in Sicilia. davanti a migliaia di persone il Pontefice ha usato parole forti e invitato la citta' " a stare in piedi e sconfiggere il male ". Il Papa: alzatevi e vinciamo la mafia!.

l' appello di Wojtyla a Catania: " non rassegnatevi al dominio della criminalita' " . Giovanni Paolo 2o sara' in Sicilia 3 giorni. le sue condizioni sono apparse buone. fara' sette discorsi, oggi tappa a Siracusa

 

"Catania, alzati e rivestiti di luce e di giustizia": con questo grido biblico, applicato al riscatto di Catania dalla mafia, e' iniziata ieri sera la quarta visita del Papa in Sicilia. Vojtyla non ha detto la parola mafia, ma ne ha descritto a lungo il fenomeno, concludendo la sua invettiva con l' invito "in nome di Cristo" a "stare in piedi e vincere il male con il bene". Il Papa ha parlato in piedi, in piazza Duomo. Durante gli ultimi viaggi, a Zagabria e a Lecce, aveva sempre parlato stando seduto. Ieri stava meglio, era sceso dall' aereo senza usare il bastone e non ha avuto bisogno della sedia. Ma forse l' ha fatto anche per adattarsi al messaggio che voleva lanciare, con gli appelli "Catania alzati" e "state in piedi". L' aveva appena salutato il sindaco Enzo Bianco, che aveva descritto una Catania che "finalmente combatte in modo adeguato la piu' dura delle lotte, quella di liberarsi dal dramma della mafia". Vojtyla ha risposto augurando che quella lotta riesca: "Voglia il Signore concedere alla vostra citta' saggezza e coraggio per proseguire e rafforzare l' impegno per la giustizia che gia' avete intrapreso con decisione, lasciandovi alle spalle le forme di sopraffazione e corruzione esercitate da alcuni a danno dei molti. A tutti e a ciascuno rivolgo l' augurio piu' fervido di riuscire in questa impresa". "

Eccomi fra voi per annunciarvi la speranza", ha continuato il Papa, accennando ai segnali di risveglio e di riscatto" e ai "mutamenti morali e sociali che appaiono sempre piu' necessari e indilazionabili", perche' "i tempi urgono e non ci puo' essere posto per la pusillanimita' e l' inerzia". Ed ecco le parole piu' forti del Papa, applaudito a lungo dalla folla: "Troppe volte e da troppo tempo i figli di questa comunita' hanno subito l' umiliazione di essere additati come abitanti di una citta' degradata e violenta, dominata dalla criminalita' , rassegnata e resa invivibile". C' e' chi ha "pensato di lasciare questo territorio divenuto ostile", non e' possibile "sopportare ancora una tale immagine gravosa e avvilente". A questo punto il Pontefice ha iniziato a descrivere il dramma della mafia e il riscatto da esso usando espressioni della Bibbia. Ha detto che voleva "interpretare i sentimenti" dei catanesi con l' invocazione del Salmo 53: "Ascolta la nostra preghiera, perche' contro di noi sono insorti gli arroganti e i prepotenti insidiano la nostra vita". E subito ha applicato a Catania le parole che Isaia usa per Gerusalemme: "La Chiesa sente il dovere di parlare, anzi di gridare a quanti abitano nella citta' : Catania, alzati e rivestiti di luce e di giustizia". Il Papa restera' in Sicilia tre giorni: oggi pomeriggio passa da Catania a Siracusa, domani sera rientra a Roma. Fara' sette discorsi e gia' dal primo sappiamo che non girera' intorno ai problemi, ma li prendera' di petto come gia' fece un anno e mezzo fa ad Agrigento, quando grido' ai mafiosi: "Convertitevi, una volta verra' il giudizio di Dio!". Quel grido aveva la forza di una scomunica, segno' un punto di non ritorno nell' impegno della Chiesa contro la mafia. Cosi' e' stato interpretato anche fuori dalla Sicilia: il camorrista Carmine Alfieri ha detto ai giudici che decise di "collaborare" con la giustizia quando vide il Papa in televisione lanciare quel monito. Pare che la stessa mafia siciliana l' abbia preso sul serio quel grido lanciato nella Valle dei Templi di Agrigento. Il luglio scorso il procuratore della Repubblica di Roma Michele Coiro disse che c' erano dei pentiti di mafia che avevano parlato di una risposta della Cupola al Papa, che era andata dalle bombe del luglio 1993 alle chiese di Roma all' uccisione di don Puglisi. E' verosimile che il Papa approfitti di questa visita per completare il messaggio di Agrigento. E ce n' e' bisogno, dicono i sacerdoti siciliani che lottano in prima linea contro la mafia. Ultimamente un prete palermitano e' stato costretto ad abbandonare il campo dalle minacce mafiose: gli avevano indicato perfino il giorno in cui l' avrebbero ucciso. E un altro, domenica scorsa, ha visto un gruppo di fedeli alzarsi e lasciare la chiesa appena pronunciata la parola mafia, durante una predica in cui invitava al riscatto, proprio come ha fatto il Papa ieri qui a Catania. A Catania e a Siracusa il Papa doveva venire a fine aprile: glielo impedi' la caduta in bagno che lo porto' al "Gemelli". Sono passati sei mesi e Wojtyla ricammina senza bastone, come gli avevano promesso i medici. Ieri per un momento il bastone l' ha portato, ma tenendolo con la mano sinistra (la gamba operata e' la destra) e senza appoggiarvisi sopra. Ieri era anche l' onomastico di Karol Wojtyla, essendo la festa di San Carlo Borromeo.

Accattoli Luigi

http://archiviostorico.corriere.it/1994/novembre/05/Papa_alzatevi_vinciamo_mafia_co_0_9411058180.shtml

 

 

 

Scapagnini, il sindaco viveur sedotto e abbandonato

Ex deputato del Pdl e primo cittadino a Catania dal 2000 al 2008, si è spento a Roma all’età di 71 anni. Inaugurò l'era delle rotatorie, con lui l'abbattimento-show del cavalcavia di Ognina

"Guaglio’, non mi piace vedere la mia faccia appesa al muro", diceva Umberto Scapagnini ad amici e collaboratori. Ma non fu per fargli una cortesia che ancora 18 mesi dopo avere lasciato la poltrona di primo cittadino, nel 2008, l’ultimo sindaco di Catania ritratto a Palazzo degli Elefanti fosse Enzo Bianco, suo predecessore e poi rivale. In realtà quel ritratto mancante, poi precipitosamente commissionato dopo il primo grave allarme sulla salute di Scapagnini, aiuta a comprendere meglio la parabola dell’uomo e del sindaco: votato, riverito, invidiato e poi quasi rimosso da una città che come poche sa sedurre e tradire.

 Ma, nel bene e nel male, Scapagnini non è stato di passaggio. Nel bene e nel male è stato espressione della catanesità: brancatiano con in più tratti da gagà napoletano, simpaticone e ruffiano, “spettu” fino a fare della furbizia una sorta di linea programmatica, amante dell’iperbole fino a diventare una declinazione non periferica della grandeur berlusconiana. Infatti, per dire della tempra del Cavaliere, esagerava - “Berlusconi è tecnicamente immortale” - sfacciatamente incurante dei sorrisi stupiti degli interlocutori. Adesso che la morte è sopraggiunta, tutti avranno parole buone per la persona e per lo scienziato. Scorrendo invece i giudizi sull’amministratore, la coerenza massima sarà di chi lo ha sempre attaccato per avere portato Catania sull’orlo del crac. Molte saranno le lacrime di coccodrillo.

 Perché Umberto Scapagnini, dopo essere stato “Sciampagnini” per tutti e con tutti, politicamente è morto in solitudine. A molti è risultato conveniente, dopo che i danni erano stati fatti, addossare al Professore ogni colpa, anziché ricordare che la voragine cominciò ad allargarsi nella corte di Palazzo degli Elefanti nel 2001, quando la legge impose ai Comuni di accendere mutui soltanto per investimenti e non già per ripianare debiti, e ciò nonostante, per esempio, si continuava a caricare sulle casse del Comune il peso di decine e decine di precari. E sempre in questo frattempo la finanza creativa si traduceva in uno spericolato esercizio di fantasia. Scapagnini lasciava colpevolmente fare agli uni - quelli delle Partecipate e delle stabilizzazioni - agli altri - i creativi della finanza - e anche a se stesso - le compagnie brasiliane ingaggiate a spese del Comune e poi non pagate. Inconsapevole vaso di coccio del Centrodestra anche in Consiglio comunale - dove non a caso non riuscì a dare la sperata svolta per il Prg e per corso Martiri della Libertà - Scapagnini delegava tanto in materia di bilanci e chissà quanto spontaneamente. "Il guaio del mio amico Umberto è che non capisce di numeri", ebbe a dire una volta Raffaele Lombardo, che del Professore fu a lungo ascoltato vicesindaco nel corso del primo mandato. Affermazione che voleva essere forse assolutoria, ma che riferita a un amministratore pubblico aveva il peso di un macigno.

 Però è anche vero che Scapagnini in quegli stessi anni inaugurava piazze (molte e tante restituite a nuova bellezza: per tutte piazza Università), riportava il basolato lavico sul selciato di via Etnea, rimuovendo i cubetti di porfido che sfregiavano il salotto dopo ogni acquazzone, ridisegnava corso Italia. Poi, dopo la pioggia di cenere del 2002, bussò alla porta del suo amico Silvio, allora premier, e si fece assegnare i poteri speciali per l’emergenza. In virtù di quei poteri, di quella scorciatoia, Catania ebbe accesso a finanziamenti degni di una capitale, non di una città di media grandezza e peraltro già di dubbia virtù amministrativa. Col gessato, l’elmetto e la cazzuola per le foto di rito, si pensò alla circonvallazione senza semafori, s’inaugurò l’era delle rotatorie, ci fu l’abbattimento-show del cavalcavia di Ognina, si sognò di eliminare anche la strozzatura del Tondo Gioeni - ancora un sogno - si mise mano al waterfront, al piano parcheggi.

 Si mise mano a tanto, forse a troppo. E si perdeva di vista la città reale, non ci si accorgeva delle casse comunali esangui, del menu della refezione scolastica che cominciava a prevedere soltanto lenticchie: costavano meno della carne, né le rotatorie risultano essere commestibili. Non ci si voleva accorgere, neanche, della perdita del senso di appartenenza dei catanesi, del decadimento morale, etico della città.

 Su quegli anni s’è espressa la magistratura, con una condanna definitiva per i rimborsi cenere dati ai dipendenti comunali alla vigilia delle amministrative del 2005, rivale Enzo Bianco, altre due in primo grado per il buco di bilancio e abuso d’ufficio per una consulenza sul teatro dialettale, ma anche con un’assoluzione (richiesta dal Pg anche in appello la settimana scorsa) per il caso parcheggi. Su quegli anni s’è espressa anche quella parte di città che, a suo modo “spetta”, fiutata l’aria ha voltato le spalle all’uomo e al politico. Così, anche per questi catanesi dalla memoria corta e dal naso sospettosamente lungo, Scapagnini resterà il sindaco del buco, dopo essere stato “soltanto” il sindaco viveur, perennemente abbronzato e innamorato. Epitaffio possibile: grande seduttore anche nella “sua” Catania, dalla “sua” Catania fu sedotto e abbandonato.

Antonello Piraneo

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Era il 18 maggio del 1993 quando il boss più conosciuto e più temuto della storia mafiosa di Catania, Nitto Santapaola, veniva catturato dopo 11 anni di latitanza in una fattoria nella campagna di Granieri, frazione di Caltagirone. L'allora Caporedattore Domenico Tempio mi aveva telefonato all'alba per avvertirmi che era in corso l'operazione per la cattura del «Cacciatore». Quando con il fotografo arrivai sul posto, Santapaola era in mezzo ai poliziotti che erano appena entrati nel caseggiato di campagna. Era ben vestito, tranquillo, il giorno prima era andato a trovarlo la moglie Carmela Minniti come se si aspettasse di essere arrivato all'ultimo giorno di latitanza.

Per catturarlo era arrivata il giorno prima da Reggio Calabria una squadra speciale che aveva circondato la fattoria. Santapaola non aveva né guardie del corpo e nemmeno una vedetta. Lui era approdato in contrada Granieri dopo essere scappato dalla zona di Barcellona Pozzo di Gotto dove ormai si stavano accentrando le indagini dei carabinieri. Barcellona era un posto che lui conosceva bene e dove era stato abbastanza tranquillo per qualche settimana, ma ormai circolavano troppe indiscrezioni sulla sua presenza e decise di cambiare rifugio. Pare che il corrispondente del nostro giornale da Barcellona, Beppe Alfano, stesse per far conoscere con i suoi articoli la presenza del boss nella sua città e che per questo fu eliminato.

I poliziotti prima di entrare in azione avevano perlustrato la zona, alcuni erano vestiti da contadini. Poi all'alba irruppero nella fattoria senza trovare resistenza. Santapaola uscì tranquillo, fece una carezza ai due cani che stavano all'ingresso e poi venne fatto salire su un'auto.

L'operazione era stata diretta dal questore Antonio Manganelli diventato poi capo della polizia di Stato. Non aveva fatto avvertire nessuno a Catania per timore che qualcosa trapelasse poiché il Cacciatore aveva informatori dappertutto. Manganelli tenne poi una conferenza stampa in Prefettura descrivendo l'operazione portata a termine in maniera perfetta. Mi sono permesso di contraddirlo solo quando ha detto che gli agenti avevano sfondato la porta d'ingresso, perché, ho obiettato, che la porta in alluminio anodizzato mi sembrava del tutto integra. Ma era inutile sottilizzare, era invece giusto dare merito alla polizia dell'operazione portata a termine senza spargimento di sangue e con grande professionalità.

Durante una pausa nel corso di un processo a Caltanissetta, Santapaola mi disse da dietro le sbarre: «Il giorno prima avevo visto dei contadini che riempivano le ceste piene di asparagi, ma erano asparagi troppo grossi per quel periodo e così ho capito che erano poliziotti e che stavo per essere arrestato. Ma ero stanco di fuggire».

Il «Cacciatore» è da quasi 22 anni in carcere e di lui non si è saputo più nulla, né ha mai parlato. Sulle sue condizioni è caduto il silenzio. Si sa soltanto che è quasi cieco a causa del forte diabete e si dice che soffra di licantropia per cui si metterebbe a urlare nelle notti di luna. Guarda caso, anche l'operazione della sua cattura era stata soprannominata «Luna piena».

Nitto Santapaola ha dominato la scena mafiosa della Sicilia orientale e tuttora, nonostante la lunga detenzione, molte attività mafiose vengono attribuite al «gruppo Santapaola» che quindi sarebbe una «ditta» ancora egemone. E' nato 76 anni addietro nel quartiere catanese di San Cristoforo e da ragazzino ha studiato dai salesiani, ma poi, come si dice in catanese, ha preso «la via dell'aceto» salendo rapidamente ai vertici.

Il salto di qualità lo fece quando diventò autista-guardaspalle del vecchio boss Giuseppe Calderone, già capo della cupola di Cosa Nostra e spedito a Catania in «esilio» con il compito di creare una «testa di ponte» sotto l'Etna. Dopo l'uccisione di Calderone, il «Cacciatore» ne aveva preso il posto e aveva consolidato la sua leadership. Per alcuni anni venne anche considerato un brillante uomo d'affari, tanto che lo stesso prefetto Abbatelli tagliò il nastro inaugurale della concessionaria di auto «Pam Car».

Prima di darsi alla latitanza nel 1982 dopo l'uccisione del suo rivale catanese Alfio Ferlito (assassinato assieme a tre carabinieri e all'autista della Mercedes che lo stavano trasferendo dal carcere di Enna a quello di Trapani) Nitto Santapaola aveva gestito il suo potere con grande accortezza giovandosi anche dell'alleanza con i corleonesi a Palermo e con Pulvirenti il «Malpassotu» che si dice avesse cinquemila fucili ai suoi ordini nell'hinterland etneo. Il «Cacciatore» non voleva fare troppo rumore: si era opposto al progetto di Luciano Liggio, latitante a Catania, di rapire gli imprenditori più facoltosi e di tenerli in ostaggio in una villa di Vaccarizzo sino al pagamento del riscatto, così come aveva risposto di no quando Brusca voleva che uccidesse l'allora presidente della Regione Rino Nicolosi.

Quando venne catturato nella campagne di Caltagirone aveva appena 55 anni, avrebbe potuto pentirsi e recuperare la libertà, ma aveva troppo cose da dire anche nei riguardi di parenti e amici, e ha preferito il silenzio. Forse la moglie Carmela Minniti voleva parlare per fare scarcerare i due figli, ma non le diedero il tempo. E la potei vedere nella sua casa di via Sgroppillo a Cerza. Mentre polizia e carabinieri cercavano quella strada e quel complesso, ci potei arrivare subito perché in quella via abitava un mio vecchio amico. Trovai la povera signora distesa a terra tra il salotto e l'ingresso con una grande macchia di sangue che si allargava sul petto. A vegliarla c'era la figlia Cosima. Quando capì che io non ero un commissario di polizia, ma un giornalista mi disse: «Se ne vada! ».

 

 Tony Zermo  28/02/2015

 

 

Enel, Catania rischia di restare al buio Comune alle prese con debiti milionari. Già nel 2008 nessuno faceva più credito e in molte strade e piazze cittadine i lampioni sono rimasti spenti a lungo

 CATANIA - Contratto scaduto, e sta per scadere pure la proroga: il Comune di Catania è alle prese con le bollette dell'Enel. In una catena di debiti milionari, dovuti da un ente all'altro. Già qualche anno fa, nel 2008 quando il sindaco era ancora Scapagnini, nessuno faceva più credito a Palazzo degli Elefanti e in strade e piazze i lampioni sono rimasti spenti per un pezzo. Adesso il Comune corre ai ripari per evitare quella figuraccia, tranne che a Librino: le tenebre avvolgono il quartiere da così tanto tempo che i residenti non ci fanno quasi più caso e, quando si chiede loro se la luce c'è o meno, alzano le spalle.

BLACKOUT - "Da quasi un anno lamentiamo la mancanza di illuminazione pubblica - spiega Sara Fagone della Cgil di Librino - e tutt'oggi la luce c'è solo a macchia di leopardo. Ampi tratti di Viale Castagnola e Viale Moncada, ad esempio, sono in pieno blackout. Siccome non ci sono nemmeno negozi, non possiamo contare nemmeno sulla luce delle insegne.

Alcuni residenti delle cooperative hanno protestato, ma senza risultati. Eppure, non possiamo abituarci a vivere al buio". Un rompicapo legato anche ai frequenti furti di rame dai pali della luce, ad al buio complice della criminalità.

DEBITO ENEL - "A noi non importa qual è il problema - taglia corto Fagone - noi vogliamo solo che lo risolvano".

"Siamo in una situazione transitoria - spiega l'amministrazione Comunale - perché il Comune non ha un contratto diretto con l'Enel ma con la società Simei che gestisce questo settore. Il debito di Simei con l'Enel è di 10milioni di euro, ma l'arretrato del Comune alla società di gestione è di 6-7milioni di euro". Con tutti questi debiti, com'è che la luce nella strade c'è ancora? "Il Comune non può comportarsi da privato cittadino - rispondono da Palazzo degli Elefanti - perchè c'è di mezzo l'illuminazione pubblica. Il contratto con l'Enel, che dura nove anni, è in scadenza da un anno, e la proroga scade il 30 aprile: dal primo maggio ci sarà un nuovo gestore, abbiamo anche espletato le procedure di gara. Ci saranno nuove iniziative in termini di risparmio energetico ed efficenza".

 www.corrieredelmezzogiorno.it

 

Le first ladies a Catania, Melania Trump la più attesa: a scortarla 10 auto. 26 maggio 2017

Le first ladies, in tarda mattinata, sono arrivate in piazza Duomo per prendere parte al pranzo organizzato dal Sindaco Bianco. A parte Melania Trump, che ha volato per conto proprio per ottemperare alle pressanti indicazioni della sicurezza americana, il gruppo si è spostato in un elicottero

Assente Sophie Trudeau, la moglie del premier canadese Justin che è rimasta a casa. Le pari opportunità', dopo il forfait di Philip May, marito di Theresa, erano assicurate da Joachim Sauer, il marito di Angela Merkel.

La più attesa è stata Melania. Elegante nel suo vistoso soprabito con fiori colorati applicati, indossato sopra un abito bianco a fiori ricamati con scarpe e borsa 'pendant'.

Più sportiva Brigitte Macron, in maglietta rossa su un pantalone bianco e borsa in tinta. Elegante, ma più casual, la Gentiloni: collana di corallo su una maglia/tunica di lino bianca, pantaloni e comode scarpe basse aperte.

Un volume dal titolo "Catania e i suoi paesi" e un cd della Norma. E' quanto contiene il pacchetto regalo con cui il sindaco di Catania ha omaggiato le first ladies che, insieme a lui, si sono affacciate dal balcone del Comune per salutare la stampa ed ammirare una piazza Duomo deserta e blindata.

Dopo aver pranzato con il sindaco Enzo Bianco e la moglie del premier Manuela Gentiloni al municipio di Catania, Brigitte Macron, Akie Abe, Joachim Sauer e Malgorzata Tusk si sono recati come da programma in visita all'ex monastero benedettino. Tutti tranne la first lady americana che aveva già dato forfait al giro in elicottero sull'Etna. A quanto si apprende, la first lady americana è già tornata a Taormina.

Nel suo discorso di benvenuto il sindaco di Catania ha parlato delle antiche origini della città, fondata dai Greci 28 fa e un territorio caratterizzato dal vulcano Etna, “tra  colate e sabbia lavica che rende la terra un giardino lussureggiante”.

 “In secoli – ha detto Bianco - a Catania è accaduto di tutto o quasi: innumerevoli eruzioni, terremoti, maremoti e sbarchi di popoli diversi che portarono guerra ma anche il meglio del loro sapere. In questi secoli la nostra città è stata più volte distrutta e ricostruita, rinascendo sempre, come la fenice, dalle proprie ceneri. E non si è mai fermata. È ancora il monte Etna, di notte, a guidare idealmente verso questa piccola terra promessa tante famiglie di pellegrini che affrontano il Mediterraneo per sfuggire a guerre, fame e morte. In molti non ce la fanno come pochi giorni fa, in un barcone rovesciato. E spesso sono donne e bambini. I Catanesi, che hanno conosciuto il dolore lancinante dell’emigrazione, comprendono. Spartendo, pur non essendo ricchi, ciò che hanno. Catania, la Sicilia, è terra di pace, d'accoglienza, di collaborazione e integrazione tra popoli”.

Il Sindaco ha parlato di Catania come di una città che deve affrontare i problemi tipici delle grandi città europee: disagio nelle periferie, alta disoccupazione giovanile e femminile, una presenza criminale ancora non debellata.

 “Ma abbiamo – ha spiegato - una antica Università fondata nel 1434. Un insediamento industriale Hi-tech , in particolare nella micro-elettronica, che ci fa parlare di Etna Valley; una grande tradizione letteraria e musicale (qui sono nati tra gli altri Vincenzo Bellini e Giovanni Verga). Abbiamo monumenti, quadri, libri, statue, palazzi, castelli, segni di una grande civiltà e una tradizione gastronomica che è espressione  di un territorio ricco di diversità e di culture”.

Bianco ha concluso citando descrizioni della Sicilia tratteggiate da scrittori e viaggiatori di ogni nazione presente: Wolfgang Goethe, Guy De Maupassant, Truman Capote, Kazuo Ishiguro, Jaroslaw Iwaszkiewicz, Frances Elliot, Caterina Edwards e, per l’Italia, Leonardo Sciascia.

http://www.cataniatoday.it/cronaca/g7-melania-trump-first-ladies-catania-26-maggio-2017.html

Melania Trump a Catania è come dire la melanzana con ricotta salata e salsa di pomodoro. Non è irriguardoso il paragone – gli uomini di mondo hanno già capito – è la pasta alla Norma che, va da sé, come l'opera di Vincenzo Bellini è capolavoro assoluto. Con quel soprabito carico di colori e ciuri, col suo musetto su cui gli ingravidabalconi etnei lanciano sospiri infiniti, la bionda signora dal calcagno alto ha trovato giusta contesto e deve aver sudato tutte le camicie Enzo Bianco – beatissimo sindaco – nel dare attenzione a ciascuna delle sue ospiti, ossia le altre first lady del G7, quando l’unica con cui prendere la Carrozza del Senato e scappare via era lei e con lei, tra le fresche frasche, rivivere il romanzo di Vitaliano Brancati: Don Giovanni in Sicilia.

Pietrangelo Buttafuoco.

 

 

 

12 dicembre 2018 Debiti per oltre un miliardo di euro: Comune di Catania ufficializza il dissesto finanziario

 CATANIA – Con ventisette voti favorevoli e due astenuti, il consiglio comunale di Catania, nella tarda serata di ieri, ha dichiarato il dissesto economico finanziario del Comune di Catania.

Il sindaco Salvo Pogliese, in apertura di seduta, ha ricostruito i passaggi che hanno portato al default dichiarato dall’assemblea cittadina; a partire dalle deliberazioni n.153 e n.154 del 4 maggio scorso della sezione controllo della Corte dei Conti siciliana, fino al pronunciamento del 7 novembre delle sezioni riunite di controllo della Corte dei Conti, che hanno respinto il ricorso in appello che era stato presentato dall’Amministrazione Comunale.

 “Abbiamo provato in ogni modo a evitare il dissesto, coi mezzi legali e le norme previste dal decreto milleproroghe – ha detto il sindaco Pogliese – ma la decisione dei giudici contabili non lasciava spazio a interpretazioni diverse dalla presa d’atto della condizione di dissesto. Un fatto traumatico – ha aggiunto – anche perché, siamo la più grande città italiana in questa condizione di default, per via della situazione debitoria di 1,6 milioni di euro che abbiamo trovato. E certo non è un caso che il legislatore abbia voluto che a decretare il dissesto fosse il consiglio comunale, cioè la massima espressione democratica, dove si raccolgono tutte le espressioni e le sensibilità politiche della città per comune assunzione di responsabilità. Non è il momento – ha proseguito Pogliese – di parlare come si è arrivati a questo stato di cose, anche perché compete ad altri organi accertare le responsabilità – ha aggiunto il primo cittadino – devo ricordare, però, che la Corte dei Conti ci ha imposto di adottare una delibera di misure correttive di 449 milioni di euro per le criticità gestionali rilevate nel triennio 2014-2017, varata nello scorso mese di settembre sempre da questo consiglio comunale. Il mio impegno sarà totalizzante a far si che il peso di questo dissesto non ricada sulle fasce più deboli della popolazione che ci impegniamo a garantire in ogni modo. Non dobbiamo pensare – ha proseguito – che il dissesto sia l’Apocalisse e questo messaggio positivo lo vedo recepito dalle tante risposte positive al nostro appello agli imprenditori a contribuire economicamente per accendere le luci di Natale e celebrare insieme un nuovo anno all’insegna del cambiamento. Catania – ha concluso Pogliese – è abituata a risorgere dalle proprie ceneri e ci riuscirà anche stavolta”.

Dopo una sospensione di un’ora dei lavori d’aula per la mancanza del numero legale, alla ripresa, il consiglio ha deliberato dapprima il bilancio consolidato del 2017 e poi è entrato nel merito dell’atto di dichiarazione di dissesto. Il provvedimento deliberativo, redatto dalla ragioniera generale Clara Leonardi, è stato illustrato in aula dal vicesindaco e assessore al bilancio Roberto Bonaccorsi.

Dopo oltre due ore di dibattito, il sindaco Pogliese ha brevemente replicato alle sollecitazioni delle opposizioni ricorrendo a una metafora calcistica: “Proprio stasera allo stadio Massimino – ha detto – il Calcio Catania pur non giocando benissimo ha vinto, su calcio di rigore, nei minuti di recupero. Siamo abituati alle difficoltà, ma siccome sono un ottimista congenito, sono sicuro che ce la faremo anche stavolta a vincere la nostra partita, voltando finalmente pagina con l’impegno dei tanti che vogliono bene a questa città, a prescindere dalle appartenenze politiche”.

Su richiesta di diversi consiglieri, primo firmatario Andrea Barresi, l’assemblea cittadina ha anche votato all’unanimità un ordine del giorno che impegna l’Amministrazione a garantire le spettanze ai lavoratori del Comune e delle partecipate.

Infine, alle 23,30 il consiglio comunale ha deliberato, senza nessun voto contrario dei 29 consiglieri presenti, la dichiarazione di dissesto finanziario dell’Ente.

 

 

https://www.mimmorapisarda.it/2026/harry1.gifFermo restando le porcherie degli anni Sessanta e Settanta, quelle case erano lì da parecchi decenni, addirittura dentro il demanio marittimo già al tempo del sacco edilizio sulle coste e i lungomari, senza nessun controllo e con l'approvazione della nostra classe politica.

Però, senza conoscere quali siano le reali distanze e i limiti stabiliti dalla legge, leggo continuamente provetti geologici che sentenziano "erano vicino al mare, in zone demaniali dove non possono cementificare, invece hanno costruito ville e villette e adesso cosa vogliono?". Incoraggiati da certi esaltati (vedasi Lungomare Liberato), anche i Comitati per l'erosione sul mare si stanno accodando.

Ovviamente è da condannare il ristorante a due metri dal mare o la casa abusiva che quasi prende il pesce col paniere per cucinarlo, ma ormai erano lì, è inutile continuare a dire certe cose. Questo è stato un evento eccezionale che si avvera ogni secolo. L'ultimo a Catania fu nel 1884 e le case dei pescatori c'erano già. Ci sono sempre state; Verga racconta di quelle di fronte al ponte a Guardia Ognina per fare i bagni, così come Ercole Patti nel suo Diario Siciliano, e tanti altri.

E' accaduto al Sud e tutti si stanno alzando dai divani e mettersi dietro la tastiera per processare, ma dimenticano che la superficie italiana è quasi tutte sulle coste. Se questo disastro fosse accaduto alla laguna di Venezia che avrebbero detto, che i Dogi avevano piantato male i pali che sorreggono la città? Non lo faranno, perchè al Sud trovano terreno fertile per sparare a tabula rasa.https://www.mimmorapisarda.it/2026/panchina.jpg

Questi stanno facendo come Sgarbi quando nel 1992 arrivò a Zafferana e cominciò a dire (sbraitare) che quelle case non c'entravano col Parco dell'Etna e dovevano essere sepolte dalla lava dell'Etna. Aveva ragione, ma rischiò il linciaggio perchè ci sono momenti e momenti per dire certe cose.

Mettiamoci pure un geologo da strapazzo televisivo che con l'immancabile martelletto sbraita e fa disegni in attesa di conoscere i suoi dati auditel.

Allora che facciamo secondo questi Premi Nobel? Radiamo al suolo tutto San Giovanni Li Cuti, Le Cinqueterre, Via Caracciolo a Napoli, Positano, tutta Taranto vecchia, Via Villini a mare, Acitrezza? Cose da pazzi!

Non sanno nemmeno quale era la situazione rispetto allo spettacolo attuale. Tanti lungomari, restaurati e rinnovati, erano entro i limiti di legge, entro i 150 mt. Se poi la natura fa il suo corso, riducendo gli arenili per l'erosione da parte del mare, che ci possiamo fare? E invece i benpensanti ignoranti hanno fatto di tutta l'erba un fascio, senza nessun criterio di conoscenza scientifica o legislativa.

La vita del pianeta farà il suo corso inesorabilmente e noi non potremo farci proprio nulla. Un giorno il mare avanzerà ancora e le spiagge si trasformeranno in nuda scogliera, e le onde arriveranno quasi alle nostre case a Picanello e a Ognina, ma ci sarà sempre un coglione che dirà che sono state costruite troppo vicino al mare!

Terribile. La mia solidarietà anche ai fratelli siciliani di Niscemi, raccomandando loro di non dar seguito ai soliti commenti di benpensanti ignoranti che non sanno nemmeno perchè ciò sia accaduto, soprattutto espressi da parte di chi vive dove hanno costruito sotto le dighe e sulle sponde dei fiumi causando frane e alluvioni che ben conosciamo. Questi geologi di giornata però dimenticano che a quelle catastrofi, causate da scelte scellerate, tutti noi italiani abbiamo DOVUTO rimediare con solleciti aumenti delle accise su benzina e altro. A certi coglioni nemmeno rispondo più, non ne vale la pena, è solo tempo sprecato.

Oscar Wilde diceva «Mai discutere con un idiota, ti porta al suo livello e ti batte con l'esperienza».

(M.R.)

 

 

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