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La Vigilia di
Natale e il Baccalà.
Era la fine
degli anni ‘50, un’epoca di speranza e resilienza. L’Italia si stava
rialzando, lentamente, dalle ferite di una guerra devastante. Erano
anni duri, sì, ma pieni di una serenità semplice, costruita su
sacrifici e piccole gioie condivise.
Nel paese,
l’arrivo del Natale portava con sé un’attesa speciale: il camion
che, come ogni anno, consegnava le scatole colme di baccalà sotto
sale ai negozi del paese. Arrivava sempre pochi giorni prima della
festa, e le madri, che avevano messo da parte qualche soldo
settimana dopo settimana, correvano per accaparrarsi il pezzo
migliore. Tra loro c’era una donna vestita con abiti modesti, il
volto segnato dalle fatiche della vita.

Si avvicinò
con passo incerto a una delle scatole, osservò i pezzi di baccalà e,
con mani delicate, ne scelse uno più piccolo. Poi, quasi con una
certa pudicizia, iniziò a scuoterlo con cura, cercando di togliere
il sale in eccesso. Il suo gesto catturò l’attenzione delle altre
donne, che si fermarono a osservarla. Non servivano parole per
capire: anche quei pochi grammi di sale potevano fare la differenza
per lei.
Il silenzio
calò per un momento, spezzato solo dal rumore secco del baccalà
scosso. Non era solo una scena di povertà, ma un ritratto di
dignità. Quella donna, come tanti altri in quegli anni, affrontava
la vita con coraggio e intelligenza, trovando soluzioni in ogni
piccola azione.
La sera
della Vigilia, in quelle case semplici, il baccalà trovava il suo
posto d’onore, accompagnato da patate lesse e un filo di olio buono.
Un pasto umile, eppure straordinario. Il profumo avvolgeva le
stanze, scaldando i cuori e portando con sé la promessa di un Natale
autentico, fatto di amore, condivisione e ricordi destinati a durare
per sempre.
fonte:
Martirano Lombardo



LA PESCHERIA
foto
https://www.salvopuccio.com/

Dicembre 2025
Il Capitone, la
tradizione in tavola
L’anguilla femmina, anche chiamata “Capitone”, è
l’unico piatto che i napoletani non si fanno mai mancare a tavola
per la vigilia di Natale. Malgrado si possano riscontrare alcune
diversificazioni da famiglia a famiglia riguardo agli antipasti, al
primo ed ai contorni, il perpetuarsi della tradizione culinaria
delle feste si manifesta nel consumo di questo ambiguo
pesce-serpente, che va comprato il giorno dell’antivigilia e che
viene, solitamente, servito fritto od in umido.

http://www.dissapore.com/ricette/pranzo-natale-sicilia/
LA STORIA – Le ragioni storiche che portano il
Capitone sulle tavole campane si perdono nei meandri dei ritualismi
e delle tradizioni popolari di una città che ha sempre vissuto di
mare e pesca, motivo per il quale ogni anziano racconterebbe una
storia diversa sul perché e sul come l’anguilla in questione sia
diventato il piatto forte del cenone. Tuttavia le teorie più
accreditate individuano le ragioni di tale consumo nella somiglianza
tra questo pesce ed il serpente, simbolo del male: mangiare il
Capitone esorcizza la malasorte e la malvagità, annullando l’oggetto
portatore della negatività. Non stupisce, quindi, accorgersi che un
popolo così superstizioso abbia continuato a scacciare la
“malasorte” in questo modo per secoli.

LE ABITUDINI DEL CAPITONE – Nello specifico,
l’Anguilla Anguilla, questo il nome scientifico del Capitone, è un
animale particolarissimo per le sue abitudini: vive in fiumi e laghi
per la maggior parte del tempo, ma ad un certo punto del suo
sviluppo abbandona i corsi d’acqua dolce per scendere a mare e così
percorrere anche 8.000 km fino a raggiungere il Mar dei Sargassi
dove inizia l’accoppiamento, la deposizione delle uova ed, infine,
la morte. Le piccole larve, appena nate, intraprendono subito il
viaggio in direzione opposta, ed in tre anni riescono ad arrivare
sulle coste europee ed a passare nel Mediterraneo tramite lo stretto
di Gibilterra. Qui viene pescato e distribuito, principalmente in
Italia e in Nord Africa.
Abbiamo parlato con un pescivendolo napoletano
per parlarci del Capitone e delle usanze legate a questo piatto: Don
Gennaro Russo, dell’Antica Pescheria e Baccaleria a Fuorogrotta.
Qual è il pesce che vende maggiormente in questo
periodo?
Sicuramente il capitone, che si vende ancora
tanto da queste parti. Poi tanti frutti di mare: vongole, lupini,
taratufi…

Ed il Capitone viene acquistato solo nel periodo
natalizio?
Lo vendiamo specialmente sotto Natale il 23
dicembre, come impone la tradizione, ma anche intorno alla fine
dell’anno. Per Capodanno ne vendiamo quasi quanto per la vigilia.
Il prezzo del Capitone al Kg?
Il prezzo si aggira tra i 18 ed i 20 euro al kg,
e se ne trovi a meno vuol dire che non è un capitone quello che ti
vai a mangiare! Si può fare confusione con il “Gorgo”, che però c’ha
il muso meno a punta e sa di poco.
Non c’è mai stato un calo nelle vendite, in
questi ultimi anni?
No, a dire il vero è sempre molto richiesto. Non
so in passato come siano andate le vendite, ma da sei anni a questa
parte non è cambiato mai molto. La tradizione continua, insomma.
Lei ha parlato del giorno 23 dicembre come data
per comprare il capitone. Viene ancora richiesto vivo o lo vendete
già pulito?
Assolutamente no! Si compra rigorosamente vivo
il 23; la gente lo vuole vivo per poterlo cucinare fresco la sera
della vigilia. Quelli morti vengono scartati, anzi si deve stare
attenti che non soffrano assai nelle vasche troppo basse.
E come viene cucinato di solito?
Generalmente viene fatto fritto o in umido, poi
però, visto che si mangia anche il baccalà fritto, spesso il
capitone rimane anche per il giorno dopo. Allora tanta gente lo fa
marinato alla scapece.
Quindi, altri pesci che vengono venduti in
questo periodo oltre al baccalà?
Si vendono i frutti di mare per le linguine, gli
astici, e poi solitamente vanno bene le spigole, le orate, le
pezzogne… tutti i pesci che vanno fatti al forno. Poi anche un po’
di frittura tra gamberi e calamari.
http://www.campaniasuweb.it/attualita/il-capitone-la-tradizione-in-tavola/


Cozze al Menu di Natale,
scelta giusta per conciliare gusto e salute
La Sicilia, 11/12/2016 - di
Sabina Licci
Il Natale si avvicina e già nelle case si
comincia a pensare ai piatti per il cenone. Complice proprio la
tradizione natalizia, che in tante regioni prevede un menu a base di
pesce, dalla classica pasta alle vongole, alle cozze gratinate, al
salmone scottato, tanto vale fare le scelte giuste per conciliare
gusto e salute.
Si scopre così che se le cozze sono ottime
alleate per combattere i reumatismi, sempre più in agguato con il
repentino cambio di temperature, le vongole sono delle perfette
“aiuto-spazzine” dei vasi sanguigni, i gamberi un potente
antiossidante salva-invecchiamento, mentre un bel trancio di salmone
può conciliare il sonno. Si tratta di alcune delle proprietà
terapeutiche spesso nascoste di
pesci
e molluschi, come rileva la Federcoopesca-Confcooperative in un
sondaggio sugli italiani in fatto di cibo e salute.
Tre connazionali su quattro, infatti, sanno che
la dieta alimentare è un alleato fondamentale per rimanere in forma,
ma poi sette su dieci, invece di modificare il proprio menu, si
curano assumendo integratori, un po’ perché non sa, un po’ per
pigrizia.
Tra le dieci specie fresche più acquistate in
Italia ci sono proprio le cozze, ricorda la Federcoopesca, che
grazie all’alto contenuto di glucosamina sono considerate un forte
antinfiammatorio naturale che aiuta a protegge da artrosi e artriti;
sono anche fonte di proteine nobili, di vitamine C e B e di diversi
sali minerali, come potassio, sodio, fosforo, zinco e ferro.
Ad assicurare una vera sferzata di salute, basta
seguire la moda optando per pasta cozze e pecorino, ottimo connubio
di gusto e salute; il Pecorino romano e sardo, infatti, contengono
un rapporto ottimale di Omega 3 e Omega 6, grazie al latte di
animali alimentati prevalentemente al pascolo ricco di essenze
foraggiare diversificate dall’alto valore nutrizionale.
Le vongole poi, come un po’ tutti i molluschi
bivalvi, possiedono una notevole quantità di vitamina B12,
particolarmente carente nei regimi alimentari vegani, essenziale per
l’azione che ha sul metabolismo dell’omocisteina che contribuisce a
tenere nei giusti livelli, evitando che si depositi troppo
colesterolo nei vasi sanguigni. Per conciliare il sonno via libera
poi al pesce, meglio se grasso dal salmone, al merluzzo, al pesce
azzurro. Una ricerca dell’Università norvegese di Bergen ha
dimostrato come adulti e bambini con bassi livelli ematici di omega
3 e di vitamina D presentino un maggior rischio di disturbi della
qualità del riposo.
Insomma un cambio di menu potrebbe essere utile
oltre che gustoso, visto che in Italia si consumano meno di 20
chilogrammi l’anno di prodotti ittici, di cui appena il 15% con alto
contenuto di omega 3.
«Una ricetta per il cenone?
Chiedetela alle vostre mamme»
La Sicilia, 11/12/2016 - di Concetta Bonini
I consigli dello chef stellato Accursio
Craparo, "cuoco delle due Sicilie"
Modica (Ragusa) - «Volete una ricetta per Natale? Ognuno
potrà certamente chiederla alla propria mamma». Lo chef Accursio Craparo, che da
due anni ormai ha aperto la sua casa-ristorante nel cuore del centro storico di
Modica bassa e che per il 2016 è stato l'unica nuova stella siciliana, come ha
stabilito la Guida Michelin, sotto le feste non rinuncia ai piatti della
famiglia e dell'infanzia.
«La
notte di Natale - racconta Accursio - non deve mai mancare alla mia tavola un
signor brodo di gallina, con tutta l'intensità di
quei profumi che ci riportano immediatamente nelle sale da pranzo della nostra
infanzia, mescolato a quello delle scacce,
impastate a regola d'arte, tipiche della tradizione della Sicilia orientale. E
poi, un cannolo siciliano come pre-dessert per
chiudere con un'immancabile fetta di panettone».
Il cuoco originario di Sciacca ma ormai modicano d'adozione -
tanto da essere stato definito “il cuoco delle due Sicilie” - riconferma così
l'impronta della sua cucina, fortemente legata all'identità culturale della sua
Sicilia, un po' dell'est e un po' dell'ovest: «Ci ho messo molti anni prima di
imparare a fare una zuppa di pomodoro come quella che portava in tavola mia
madre, tanti di più (e ore di chiacchiere coi pescatori, sulla riva) prima di
capire come esprimere i prodotti del mare: ora mi sforzo di guardare la Sicilia
dall’alto e di restituirne un ritratto inedito, ma fedele, che accoglie le
contraddizioni e si lascia influenzare dalle contaminazioni».
Per il pranzo del giorno di Natale, poi, il piatto assoluto
di Accursio è il
cappone, «ripieno non di riso ma di castagne - precisa -
magari dopo un buon piatto di cappelletti in brodo». Proprio i
cappelletti con il brodo di faraona
sono una delle ricerte che domina la tavola di Accursio Ristorante in questa
stagione: «Un menu - racconta il cuoco stellato - tutto intinto nei toni caldi
dell’arancio, dell’amaranto e del marrone. Ci sono i piatti che, oramai, fanno
parte della mia storia, nella loro versione invernale e poi ci sono delle nuove
intuizioni, come il carciofo con l’anima di baccalà».
Il suo legame con la cucina della memoria, Accursio lo
dimostra con un altro progetto per questo Natale. Si chiama “Legàmi” ed è
dedicato al sud est, terra di legumi, che regnano sulla cucina contadina: «La
fava cottoia, il fagiolo cosaruciaru, le lenticchie, i ceci - racconta
Accursio - riscaldano le nostre case come un fuoco d'inverno e così pure il
centro storico di Modica, attorno ad una piccola cucina. Dall'8 dicembre all'8
gennaio trasformiamo il nostro dehor in un focolare familiare, accogliente come
la tavola delle feste, per farvi assaggiare le nostre ricette a base di legumi.
Le fave si fanno vellutate, cremose e soffici, impreziosite dal profumo
tipicamente ibleo del finocchietto selvatico. I fagioli Cosaruciaru, come delle
perle avvolte dalla brezza marina, daranno corpo a un'insalata quasi di mare:
senza pesci ma con le alghe, l'erba cipollina e tocco di agro di aceto. Le
lenticchie, confortate dal calore della zuppa, si faranno compagnia con le
verdure dell'orto e una filo dorato d'olio extravergine d'oliva. I ceci, infine,
gialli come la pietra di Modica delle facciate barocche, si concederanno alla
loro massima espressione minerale insieme agli ortaggi d'autunno».

foto di Alfio Bonina
http://www.dissapore.com/ricette/sicilia-5-timballi-di-natale/
La cura dopo il cenone .
Come depurarsi dalle abbuffate
E’ ora di lasciarsi andare a tavola
finalmente! Ma dopo come fare per rimediare agli inevitabili “sgarri”
festivi?In Sicilia si sa il Natale porta con se tanti doni ma anche
qualche chilo in più. Le specialità gastronomiche isolane non sono certo
da classificare tra i piatti ‘light’. Tra carciofi in pastella, cassate,
panettoni, stoccafisso e chi ne ha più ne metta, la prima cosa da fare
dopo le feste è depurarsi.
E allora, per non soccombere alle abbuffate natalizie, secondo i
consigli del nutrizionista Pietro Migliaccio, si può cominciare la
giornata con 100 grammi di latte parzialmente scremato, caffè e un
cucchiaino di zucchero, oppure uno yogurt magro da accompagnare a una
fetta biscottata o un biscotto.
A metà mattina una mela, una pera o un kiwi e la sera 100 grammi di
petto di pollo o di pesce, insalata, cicoria o zucchine con un cucchiaio
di olio e quaranta grammi di pane.
La dieta di compenso è cosigliata solo oggi a pranzo, il 27 dicembre, il
29 e poi il 2 gennaio, il 4 e il 7. Il giorno successivo alle abbuffate
possiamo optare anche per mezzo chilo di frutta al giorno o molta
insalata.


U Meli dû-Bbamminu
E’ il più semplice e genuino dolce natalizio:
pane col miele. «Cc’è-mmeli,… cc’è-mmeli..»!
Era questa un'antica esclamazione, legata alla tradizione natalizia, con
la quale, originariamente, si annunziava a nascita
dû Bbammineddu e che, in seguito, è stata utilizzata per
partecipare la venuta al mondo di un neonato.
L’esclamazione «Cc'è-mmeli» rappresentava un invito ppê
picciriddi : in occasione
di la Santa Nàscita, infatti, si era soliti distribuire ai bambini,
fette di pane spalmate col miele.
In segno di festa, mentre i “grandi” (i ranni) spalmavano u
meli, i ragazzini (i carusiddi) ne prendevano na iditata
dal barattolo….Gli adulti, dal canto loro, festeggiavano sturando una
bottiglia di
vinello genuino….
Il miele e il mosto erano ingredienti dei quali si faceva grande uso per
preparare alcuni tradizionali dolci denominati meli. Questo
termine indica diversi tipi di cosaruci ottenuti facendo
rapprendere sulla fiamma - fino a raggiungere la consistenza della
mostarda - succo d'uva o di fichi d’India. Meli d’apa sono
invece denominati alcuni dolci confezionati con
miele e zucchero e addensati mediante cottura a fuoco lento.
Dall’usanza di preparare questi dolci, trae origine il detto: «Sgarrari
la cotta di lu meli d'apa» che, metaforicamente, significa «Non
azzeccarne una».
I Stidduzz’i Natali
Sono dolcetti di mandorla o pasta frolla, a forma di piccola stella.
Li Ferri vecchi
Dolci di cioccolato a forma di
tenaglie, martelli,
chiavi, cardini, chiodi o altri oggetti in ferro, preparati fondendo
il cioccolato, lavorandolo con burro di cacao e poi versandolo entro
stampi che impartiscono la caratteristica forma di ferru vecchiu.
Non appena il cioccolato rapprende, si cosparge con
cacao in polvere che simula a-rrùggia (ruggine).
I
Mustazzola

Si possono confezionare con miele (mustazzola di meli), vino
cotto (mustazzola di vinucottu) o fichi d’India (mustazzola
di ficurinia). Questi ultimi si preparano setacciando i frutti e
cuocendone il succo fino ad ottenere uno sciroppo che si addensa con la
semola e al quale si aggiungono cioccolato,
scorze d'arancia,
mandorle e cannella. A cannedda può essere utilizzata in
forma di piccoli “cilindri”
che possono essere ricoperti con zucchero (cannedda ncunfittata)
o profumati con chiodi di garofano (cannedda ngalufarata).
I mustazzola casarecci si aromatizzano con
alloro
, vaniglia e
semi di cardamomo
(Elettaria cardamomum With. et Maton). Talvolta hanno
forma di piccoli rombi, denominati moscardini, termine che indica anche
alcuni dolci che si preparano durante le festività natalizie,
amalgamando, a fuoco vivo, acqua,
zucchero,
cacao, farina e chiodi di garofano. L’impasto ottenuto, ancora
caldo, va mescolato lentamente, posto negli appositi stampi e fatto
asciugare per un paio di giorni, quindi, infornato.
A Cutugnàta e a Mustarda
Sotto le invitanti luci dâ vitrina dû cosaruciaru risalta il bel
colore ambrato dâ
cutugnàta, una confettura a base di zucchero e
polpa di cotogne, decorata dai disegni dello stampo di terracotta
smaltata (u
stampu) entro il quale è fatta asciugare.
Accanto alle
cotognate, i mustàrdi sulle quali vengono adagiate
i fogghi sicchi d'addauru che conferiscono un particolare ar oma.
A mustarda di
mustu, detta anche mustucottu, e a
mustarda di ficurinia sono dolci a base di mosto o succo di fichi
d’India, addensato con amido o semola (ccû-ll'àmitu o-ccâ simula),
aromatizzato e condito con pezzi di mennuli munnati,
cannedda, cardamomo, chiodi di garofano, scorze d’arancia tritate e
infornate e, a piacimento, cacao o pezzi di cioccolato.
La
mostarda o mustata si consuma sia fresca, sia secca (mustarda
frisca o sicca) dopo averla fatta asciugare al sole, entro
piccoli stampi di foggia varia.
U-Bbucciddatu
Tipico
dolce natalizio, riempito con una farcitura (rriminatu) a
base di vino cotto, fichi, pinoli,
canditi, mandorle tritate e
uva passa (pàssula di-rraçina ianca e-nniùra)
Simile al bbucciddatu è u nataleddu, un dolce a lunga
conservazione, che si prepara con mandorle ricoperte di zucchero (mennùli
ncunfittati), fichi, uvetta di Pantelleria o
passulidda,
l’uvetta passita che si adopera in pasticceria.
A Fondà
Nei giorni di festa, in piazza, tra le “praline, ”le
radici di liquirizia e i "dolcetti"
colorati, ordinatamente esposti
supra u vancuni , non può mancare la cosiddetta
fondà, a base di zucchero fuso e miele, generalmente ripiena di
sciroppo di frutta e, in passato, anche di rrosolìu.
Da Natale alla
festa della Befana, inoltre, è possibile trovare anche
u carvun'i-zzuccaru, un dolce a base di zucchero e aromi che,
nell'immaginazione popolare,
a vecchia strina, portava in dono ai bambini.
Li Cuddureddi di ficu sicca
Insieme alla colorata frutta candita, ci sono
le filze arrotolate di fichi secchi aromatizzati (dette anche
cudduri o iunci), chiuse alle estremità con un pezzetto di canna;
solitamente si mangiano insieme a noci e mandorle.
Cuddureddi sono denominate, comunemente, anche alcune focacce a
forma di ciambella, ripiene di miele, fichi secchi tritati o farina
impastata con sàpa (mosto concentrato mediante cottura prolungata).
Con i fichi secchi tritati, si prepara anche il ripieno di alcuni tipici
dolci natalizi detti cannilicchia.
I Filletti
Sono dolci tradizionali di Bronte, preparati con uova montate, farina,
zucchero e, a piacere,
pistacchio, e cotti in una padella di rame dal fondo conico,
arroventata da due bracieri (i conchi) posti al di sopra e sotto
di essa (ccû focu supra e u focu sutta). La brace, che può essere
messa anche direttamente sul coperchio della padella, è raccolta
utilizzando una grande paletta (u palittuni ra braçia).
Nel Brontese, le “fillette” sono molto note ed apprezzate: durante le
feste, questi delicati dolci si regalano, in segno d’augurio o di
gratitudine, alle persone “importanti”.
E’ anche consuetudine portarne na-bbella nguantera (un vassoio
pieno) a chi ha avuto un lutto: nella triste occasione, infatti, i
filletti, insieme a latte e caffé, sono offerte ai parenti del
defunto, in segno di conforto e partecipazione.
A Cassata e
i cassateddi
Quannu l'Arabbi-dduminiàvanu m-Palermu, alla Kalsa, i cuochi
del palazzo dell’Emiro, crearono la cassata, un “.. dolce nuovo e
rotondo..” che, nel 1575, il Sinodo di Mazara del Vallo, avrebbe
definito come “indispensabile della Pasqua”. Dopo il suo positivo
“esordio”, a cassata, manipolata dai cucineri delle famiglie
patrizie e dalle monache dei conventi, comparve sulle mense più
riccamente imbandite, durante le più importanti ricorrenze,
prima tra tutte, il Natale.
Le cassate e le “cassatelle” sono a base di Pan di Spagna impregnato di
liquore e ricoperto con
ricotta impastata con vaniglia, zucchero, pasta ri mènnula di
colore verde e pezzetti di cioccolato fondente. Il tutto è farcito e
guarnito con
frutta candita e zuccata, ossia con pezzi di zucca (cucuzza di
cunfitteri) imbevuti di sciroppo e rivestiti con zucchero.
A cassata è uno dei più rinomati dolci siciliani: la sua
indiscussa squisitezza è, spesso, utilizzata quale “termine di paragone”
culinario… Quando, infatti, si vuole decantare la bontà di una pietanza,
si suole dire: “E’-mmègghiu di na cassata!”

Turruni
E’ un
dolce d’origine araba, molto apprezzato, in Sicilia, anche
durante le feste natalizie. Originariamente, si preparava con mandorle e
sesamo (a-ggiuggiulena) ma anche con i ceci tostati e cotti nel
miele (cicirata).
Il torrone, confezionato
in pezzi o
in stecche, può avere
consistenza dura o morbida ed essere
ricoperto con sesamo ,
cioccolato, oppure ccû-ll’òstia, ossia con una sottile cialda
di farina di frumento. I suoi ingredienti principali sono:
zucchero, bianco d’uovo, cacao,
miele,
pistacchi,
nocciole,
arachidi, e
mandorle, sgusciate e non, a seconda che si prepari il “torrone
bianco” o il “torrone nero”(turruni
iàncu o nìuru).U turrunaru prepara il
torrone
cchê mennuli cocendo e mescolando continuamente, mandorle sgusciate
e zucchero,
in una particolare pentola. Quando lo zucchero si scioglie e assume
un
colore dorato, toglie
il tegame bollente dal fuoco; nel frattempo, con l’olio, unge un
tavolo di marmo sul quale verserà
il torrone profumato e fumante. Questo, ancora caldo, va spianato e
lavorato velocemente,
servendosi di appositi
arnesi, per evitare che
rapprenda. Quando il torrone si raffredda è tagliato in pezzi, con
affilati e
robusti coltelli e
variamente confezionato.
A fastucata è una sorta di torrone fatto con «.. pistacchio
sfarinato e zucchero che serve a diversi usi nell’arte dei pasticceri e
dei bericuocolai..», ossia di coloro che preparavano il “bericocolo”,
una sorta di pasta dolce a forma di mustazzolu, fatta con farina
e miele ed aromatizzata con frutta secca.
Spesso, accanto al tavolo dû turrunaru, lavora un altro artigiano
che, con una
speciale attrezzatura prepara
u-zzuccaru filatu.

A Frutta Marturana
La colorata e invitante
frutta Martorana è un tipico dolce siciliano così denominato perché,
originariamente, confezionato dalle monache di clausura del Convento
della Martorana di Palermo. Le religiose che, col tempo, tramandarono la
loro ricetta ai pasticceri della città, elaborarono una tecnica che
consisteva nel cuocere in "acqua d'arance" (acqua aromatizzata con
cannella, vaniglia e buccia d’arancia tritata) un impasto a base di
zucchero, miele e mandorle sfarinate, per ottenere la “pasta di
marzapane. U mpastu, ingrediente base per la preparazione della
frutta Martorana, veniva cotto in un recipiente di rame e modellato
prima che si raffreddasse, quindi, infornato.
Questa preparazione fu resa possibile grazie all’importazione dello
zucchero di canna durante la dominazione araba. “Marzapane” deriva,
infatti, dal termine mauthaban che, in origine, indicava una
moneta, poi una misura di capacità (nel caso in specie, le giuste
dosi di mandorle e zucchero da mischiare per preparare il marzapane)
e, infine, il recipiente in cui riporre lo stesso.
La “pasta di marzapane”, squisita e delicata, divenne, ben presto,
il “dolce” dei pranzi reali, meritando, così, l’appellativo di “pasta-rriàli”.
La consuetudine di preparare la frutta Martorana nei conventi, si
diffuse sempre di più, distraendo le suore dalle loro incombenze:
per tal motivo, nel 1575, il Sinodo della Diocesi di Mazara del
Vallo ne vietò la produzione.
Le varie forme con cui, anche oggi, è realizzata
la frutta Martorana, sono scaturite a-ggustu e-ffantasìa dê
“mònach’ i Palermu” che, già nel XII secolo, manipolavano
piccoli marzapani dagli originali disegni, raffiguranti, perlopiù,
ortaggi e
frutti
quali
mele,
fichi,
albicocche,
fragole
e
alivetti, ricoperti con zucchero o cioccolato.
In un primo momento, i piccoli dolci colorati e
allustràti-ccâ gumma aràbbica erano confezionati soltanto
ppî-ttuttisanti
(festa di Ognissanti); in seguito, anche ppô-ddui nuvembri.
Nel giorno della Commemorazione dei Defunti, infatti, la “frutta
delle monache”, insieme ad altri dolcetti (cosi dê morti) era
ammugghiàta ntê panareddi cchê-nnocchi-rrussi e-rrialàta ê
picciriddi
(incartata in
cestini decorati con
nastri rossi e regalata ai bambini).
La consuetudine delle famiglie palermitane di acquistare
la frutta Martorana, si diffuse in altri centri della Sicilia e
divenne comune anche durante le festività patronali e natalizie.
Con pasta-rriàli, infatti, è confezionato anche il piccolo
funcìddu russu
che "sorveglia" la capanna della Natività,
innevata con zucchero a velo e immersa tra li sfogghji
di-ccicculatti
di una invitante
torta di Natale.

I
Cassateddi d'Agira
Squisiti dolci, a forma di raviolo, tipici di Agira, nell'Ennese. A
pasta dê cassateddi si prepara con acqua, farina, zucchero, sugna e
uova. Per il ripieno, si utilizzano mandorle tostate, cacao, zucchero,
bucce di limone tritate e-ffarina di cìciri. Tradizionalmente,
i cassateddi sono cotte ntô furnu a-ppetra ove, prima
dell'infornata, si fanno ardere scocc'i mènnuli. Dopo la cottura,
le "cassatelle" sono spolverate con
cannella e zucchero a velo.
I Muffulittedd'i-rricotta
Dolci, anch'essi, a forma di raviolo, la cui pasta si prepara come
quella dê cassateddi. Noti anche come cosa duçi dû
picuraru, sono ripieni di ricotta amalgamata con zucchero e,
insaporita, a piacere, con cannella, pezzetti di cioccolato e canditi.
A Stidda di Natali
Confezionata
ccû Pan'i Spagna e la crema dû pasticceri e ricoperta con
panna e frutti di bosco, la
torta a forma di stella, così chiara e "luminosa", ricorda a
stidda cumeta e rende ancor
più festosa l'atmosfera che
profuma d'antico della
vecchia cucina dove, attorno alla
tavola imbandita, tutti si scambiano l'augùrii di Bbunu Natali.
http://www.dipbot.unict.it

SUA MAESTA'
    

SE POI PROPRIO VOLETE FARVI MALE, QUESTI
SIGNORI SONO PRONTI
A FARVI LE ..... FESTE!

IL PANETTONE TRADIZIONALE, LA STORIE E LE REGOLE PER LA SUA TUTELA


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I PRODOTTI AGROALIMENTARI DI DICEMBRE |
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OMAGGIO NATALIZIO AL GRANDE GIORGIONE (E NON IL PITTORE)
Quasi due metri ben distribuiti nella sua salopette taglia 56,
veterinario mancato ma con una grande passione per la cucina, romano
da sette generazioni, nato da famiglia borghese ma svezzato in Val
Pusteria dalla sua amata tata tirolese con prelibatezze stufate
sulla stube e antico amico di un cantante ogni tanto citato nelle
sue curve della memoria.
Nel suo peregrinare fra aie, fattorie, pollai, centri rurali e
boschi ricoperti di cicorie, crispigni, romolacci, pisciacane e
caccialepre, ci fa conoscere le erbe spontanee, le vecchie
tradizioni, le eccellenze gastronomiche italiane e le storie che le
circondano e le raccontano. Quindi anche tanta cultura territoriale
ma soprattutto ricerca del gusto a chilometro buono, in piena
biodiversità, in climi differenti e per questo con prodotti
differenti. Nulla a che vedere con piatti gourmet e un po’ fru fru.
Rimprovera gli utensili della sua casa casetta e parla
affettuosamente con i suoi animali da cortile prima di regalar loro
una fine dignitosa dopo infiniti Puti Puti.
Ha unte manacce da gorilla che strusciano e stritazzano peccaminosi
spuntini da far rizzare i capelli ai dietologi. Poi passa a
sfracagnare e sgrullare loschissimi intrugli con una dose generosa
di Moraiolo come se piovesse, un pochino di sale grosso mi
raccomando, un nonnulla di limone scrupolosamente non trattato, una
bacca di ginepro che non serve ma aiuta, una becca d’aglio tagliata
dal suo culetto, cipolla di Cannara, un pizzico di Sale dello
Zingaro, un battuto di lardo e un po’ di fette di sua maestà il
guanciale col quale ci dorme la notte. Perché il porco è una gran
bestia e chi scarta il grasso è un delinquente che si perde una
parte di vita molto importante. Comunque sono scuole di pensiero o
scelte private. Vi piace il pepe? Mettetecelo! Non vi piace? Non ce
lo mettete! Insomma fate come ve pare.
Bene, molto molto bene!
Ecco, facciamogli questo: sugo ricco mi ci ficco! llaaaà!
suadentemente, con una smucinatina propiziatoria lo dividiamo in
due, tre, quattro. Togliamo gli inutili orpelli e poi .... un po’
qui un po’ là e voilà, trullallero trallalà. Delizioso!
A Montefalco bassa ama riunirsi con i suoi amici Stefano, Pacco,
Angelo e l’avvocato Paolo fra bicchieri di Sagrantino, briscole e
carni alla brace disposte sulla griglia del suo camino in fila come
i soldatini... e non si dica che non sa impiattare!
Laaààà! Zot zot!
Che dice, che dice? Vien voglia di far slurp in uno squaglio di
tonsilla. La ciccia l’è cotta, la ciccia l’è cotta ma…. oppa!
Scotta! Nessun problema, lo chiamano Muzio!
Alla fine farà il tanto atteso test che tutti aspettiamo come il
biglietto vincente alla Lotteria di Capodanno. Huummmm, Arghh! Molto
molto yeahhh! Santa Pasqua! ….signori, è strepitosa!!!!
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Perché l'amicizia vada e l'amicizia tenga, un bicchiere vada e un
bicchiere venga. E perché l'amicizia non decada, tanti disgiunini a
mezzanotte, uno venga e un altro vada.
Auguri di Buon Natale all’Oste più amato d’Italia!
I suoi amici laidi e corrotti e molto, molto disturbati.
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