In
Sicilia, come d'altra parte in tutto il resto del mondo, la magica festa
del Natale, nata nel 350 d.c. dalla chiesa d'Occidente, viene celebrata
sotto tutti i punti di vista. Tradizioni antiche e nuove, religiose,
folcloristiche e gastronomiche si fondono insieme per rendere questo
periodo dell'anno, il Natale, unico nei festeggiamenti della nascita di
Cristo il 25 dicembre.
Sono
molte le ricette delle pietanze proposte in questo periodo, la tavola si
imbandisce di piatti unici, tali per la grande varietà di ingredienti
contenuti in essi.
Tra questi l'impanata, variante del
pastizzu, tipico
piatto siciliano della provincia di Caltanissetta, dovuto alla passata
dominazione spagnola, o lo sfincione, un particolare pane
consumato a Bagheria in provincia di Palermo.
Tra i primi piatti abbiamo il
pasticcio di Natale della città di
Noto, o il timballo di riso, piatto natalizio della Sicilia
orientale.
La pasticceria è un trionfo di dolci a base di pistacchio, mandorla,
miele, cannella e zucchero, ed ancora cioccolata, vaniglia e ricotta.
Come la
Cuccìa di Santa Lucia, che inaugura le festività
natalizie, pietanza preparata appunto per il 13 dicembre, giorno della
festa patronale; e la cassata che richiede ingredienti come il
pan di spagna, la crema dei cannoli e la glassa di zucchero.
Altri dolci siciliani natalizi sono il
buccellato, il torrone
come la cedrata, ottenuto cucinando scorze tritate di cedri ed arance
insieme a miele, cannella e vaniglia, i mostaccioli o mustazzola,
l' aranciata antichissimo dolce natalizio della Contea di Modica,
che può essere preparato utilizzando scorze d'arancia, cedri, limoni,
mandarini e mandaranci e poi ancora i dolcetti con fichi,
anticamente offerti alla fine delle novene natalizie.
A
simboleggiare l'arrivo delle feste vi è anche il fiorire di Presepi, di
diverse fogge, tipi e materiali come il legno, l'oro, l'argento,
l'avorio ed il corallo che troviamo in molte località. Antica
tradizione risalente al XVI secolo, questi ultimi sono la
rappresentazione iconografica per eccellenza del Natale.
Interi
paesi si trasformano in presepi dal vivo, dove gli abitanti tra il suono
delle zampogne ed i canti delle Novene, spesso commissionate da
committenti privati ed eseguite all'interno delle loro abitazioni in
prossimità del presepe, si vestono di antichi abiti ed inscenano
antichi mestieri. Il più antico di questi è quello di Custonaci,
in provincia di Trapani, all'interno della grotta di Mangiapane.
A Longi, in provincia di Messina, i presepi sono accompagnati da
canti dialettali natalizi o da suoni di strumenti antichi come la
zampogna "a chiave" utilizzata a Monreale (in provincia
di Palermo), o quella "a paio" suonata a Licata (in provincia
di Agrigento). L'antica arte di questi suonatori viene tramandata con la
manifestazione "La Zampogna d'Oro", che si svolge ad Erice
(in provincia di Trapani), evento che coinvolge zampognari che giungono
da tutta Italia.
Ancora
a Caltagirone, troviamo presepi realizzati prima di creta, poi di
ceramica, talmente belli da fare di questa arte popolare, nel corso dei
secoli, un'attività artigianale. Anticamente i Santari ed i Pasturari
modellavano e coloravano le figure della Natività, realizzavano i
"Bambinelli", sfruttando la duttilissima cera e le Scaffarate,
cioè la rappresentazione della Natività posta su una bacheca a vetri,
esposta durante tutto il periodo natalizio e conservata gelosamente
durante il resto dell'anno. Pregiati anche quelli che a Noto che
si trovano nella cripta dei Cappuccini e sulla scala di Santa Maria del
Monte, quello di Ispica (in provincia di Ragusa), risalente al XVIII secolo e visibile nella Chiesa della Santissima Annunziata; altri
esempi di presepe siciliano si trovano nella cittadina barocca di Scicli,
(in provincia di Ragusa) dove nella Chiesa di San Bartolomeo, ne abbiamo
uno dei più antichi ma fortemente danneggiato da un terremoto, o in
provincia di Trapani dove sono realizzati soprattutto di
finissimo corallo.

A Catania esiste un presepe in cui i personaggi sono fatti di una
"pastiglia" particolare e rivestito di pittura resinosa. E'
quello d'origine settecentesca di proprietà del barone Scammacca. Altro
esempio suggestivo della Natività è rappresentato dal presepe
settecente
sco, presente ad Acireale (in provincia di Catania)
costituito da una trentina di personaggi di grandezza
naturale che si
trova dentro una grotta lavica.
Le
feste si chiudono con la celebrazione dell'Epifania il 6 gennaio,
durante la quale in alcuni paesi della Sicilia come Piana degli
Albanesi, Mezzojuso, Contessa Entellina e Palazzo
Adriano, ricordano il battesimo di Gesù , tradizione tramandata
dalle antiche comunità albanesi.
In chiesa o in piazza viene posta una vasca ricolma d'acqua, durante la
funzione il celebrante immerge per tre volte una croce in queste vasche
e la terza volta la colomba, che nella tradizione religiosa rappresenta
lo Spirito Santo, è liberata e può effettuare il volo.
A Bordonaro, poco distante da Messina, in questo giorno nella
piazza principale della città è allestito il pagghiaru, cioè
un abete natalizio formato da una pertica di nove metri circa rivestita
di verghe, fogliame ed agrumi, ciambelle e cotone, in cima vi è una
croce alta due metri, anch'essa addobbata con frutta, nastri, ciambelle
e forme di pane.
A Mussomeli infine, per la gioia dei bambini, tre abitanti del
luogo mimano l'arrivo dei re magi a cavallo.

LE
VECCHIE DI NATALE.
Viviamo
in un tempo caratterizzato da mutamenti e da effimere quanto inconsistenti forme
di memoria individuale e di gruppo.
Comportamenti
in rapida evoluzione, disancorati dal peso delle tradizioni, connotano anche il
vissuto sociale della nostra Isola.
Nei
suoi contesti tradizionali tuttavia si manifestano momenti di consapevole
resistenza a una "modernità" che, per essere consumabile, ha bisogno
di negare immagini troppo forti o durature della propria identità. In tale
orizzonte ideologico, del resto, il folklore è stato fatto oggetto di una
crescente promozione turistica, caratterizzata da visioni estetizzanti e
superficiali, adeguate a non "lasciare il segno" nel vasto e variegato
pubblico dei fruitori. Di segni invece radicati e tenaci, perché
elaborati collettivamente in tempi lunghi e atti a sfidare i cambiamenti, è
composta la cultura dei siciliani che vivono e lavorano nei rioni e nei mercati
popolari delle città o dei piccoli centri.
Il
valore di questi segni costruttori di memoria non appare oggi soltanto campo
delle analisi di storici e antropologi. Sempre più forte si pone l'esigenza dei
ceti tradizionali di autorappresentarsi come detentori di un patrimonio di
pratiche cerimoniali, ludiche ed ergologiche che hanno fatto, insieme ad altre,
la storia della Sicilia. In questa dimensione le feste si ostentano, più che in
passato, come luogo privilegiato per l'esercizio di molteplici negoziazioni
dell'identità locale. Non potrebbe essere altrimenti, dal momento che esse
costituiscono i serbatoi più ricchi di un sapere in grado di qualificare ancora
attori e partecipanti di fronte alla comunità. Oggi l'esigenza mediatica di
"stare sulla scena" genera alcune delle dinamiche di cambiamento cui,
a livello di superficie, le feste sembrano sottoposte. Viceversa, la stessa
natura pubblica e comunitaria dello spazio in cui annualmente esse prendono
forma condiziona il permanere delle loro strutture profonde.
Esiti
di una prassi dalla lunga durata, le celebrazioni tradizionali rispondono a quel
bisogno di produzione simbolica e di orientamento collettivo nella realtà che
sono alla base di ogni cultura.
Grazie
alle loro stratificazioni semantiche, le feste comunicano esperienze
fondamentali sul mondo: la sua rigenerazione, il suo rinascere secondo processi
di ciclica ripetizione. Se anche i contesti storici ed economici, preagrari e
agrari, che le hanno generate dovessero diventare solo un referente ormai
inconsapevole, il senso del rinnovamento perenne della vita (cosmica e
umana), trasmesso attraverso le immagini festive, continuerebbe a svolgere le
sue funzioni fondanti: di propizi
azione del futuro, di sconfitta incessante
della morte.
L'intenso
impatto emotivo e simbolico delle liturgie tradizionali rende conto quindi del
loro permanere e anzi del loro moltiplicarsi nella società attuale, dominata
dalle macchine. Il tempo della festa apre infatti a una dimensione speciale
dell'esistere, in cui il corpo, il cibo, il dono divengono elementi di un
diverso codice di accesso alla realtà, al sacro. Così è in Sicilia nelle
feste di tutto il ciclo annuale, in cui l'albero o la spiga, le fave verdi, gli
agrumi e i pani, che adornano i simulacri recati in processione o le tavole
votive dedicate ai patroni, alludono ancora alla "verità" dell'eterno
ricominciamento dei cicli stagionali e vitali.
Come le numerose maschere, in
forma animale (l'Orso di Saponara e il Cammello di Casalvecchio,
in prov. di Messina; il Serpente di Butera, in prov. di Agrigento) o di
demoni agrari (il Foforio di Mezzojuso e i Diavoli di Prizzi, in
prov. di Palermo; i Giudei di San Fratello, in prov. di Messina, il Nardu
di Sant'Elisabetta, in prov. di Agrigento) che continuano a proporsi come segni
della potenza rigeneratrice della natura. Non diversamente, per il valore
sacrale connesso al cibo (ricettacolo di energie), il consumo di grandi
quantità di alimenti caratterizza in chiave augurale le celebrazioni festive.
L'abbondanza goduta collettivamente, anche attraverso i circuiti cerimoniali del
dono fra parenti e amici, fonda e rinsalda la solidarietà sociale.

In
tale universo ideologico, non è un caso che le donne assumano uno statuto
particolare. In quanto procreatrici, esse sono associabili infatti sul piano
simbolico alle forze cosmogoniche - il seme, l'uovo - e agli emblemi della vita
potenziata espressi dall'abbondanza alimentare e in genere dalla ricchezza.
Così i loro compiti rituali, tra cui le questue di cibo e denaro effettuate per
soddisfare un voto, insistono sul modulo centrale del potere degli alimenti, del
valore della nutrizione e della continuità sociale.
La
simbologia arcaica incentrata tenacemente sulle immagini della fecondità e del
rinnovamento, ancora oggi ovunque attestabile in Sicilia, giustifica quindi la
ridondanza dei tratti comportamentali e simbolici che caratterizzano l'intero
ciclo calendariale. In modo emblematico consente di cogliere il significato
profondo di certe figure femminili che ritornano anno dopo anno nello scenario
delle celebrazioni natalizie e, sia pure residualmente, nel panorama di molte
altre feste.

Esse
appaiono nelle drammatizzazioni di fine-reinizio di un ciclo. Vecchia,
Vecchia strina, Strina, Vecchia di Natali o di Capudannu, Carcavecchia, Nunna
vecchia sono le denominazioni locali più comuni di una maschera, un tempo
presente in tutta la Sicilia nelle notti del 24, 31 dicembre e 6 gennaio e nel
periodo di Carnevale-Quaresima, in cui assumeva la denominazione di Nanna,
Sarramònica o Coraìsima. La Vecchia appare correlata alle
strenne e, oggi in modo privilegiato ma non esclusivo, ai bambini. Condivide
ovviamente la sua identità profonda con la più nota Befana (Tufània)
apportatrice di doni e paurosa abbastanza da competere con lei nell'elargizione
di carboni neri quanto le colpe dei piccoli disubbidienti.
La
Vecchia ha però qualcosa in più. Se giunge di notte non lo fa sempre
silenziosamente, anzi il suo arrivo è caratterizzato da frastuoni assordanti
realizzati con gli strumenti più vari (corni di bue, cerbottane e buccìni di
mare, campanacci, padelle, pentole e casseruole), da grida acute e da fischi da
abisso infernale. Così era a Mezzojuso, quando la sera del 24 dicembre
irrompeva il fantoccio di una vecchia grinzosa e lacera, o ad Alia (Pa) dove un
uomo travestito, con bisaccia a tracolla e rocca e fuso in mano, veniva
annunciato dal chiasso provocato da zufoli e tamburelli.


Piuttosto
che essere "ignorata" dagli ansiosi destinatari dei suoi regali, come
la Befana (pena il castigo!), la Vecchia ama essere chiamata a
squarciagola, anzi invocata e richiesta di doni. A Isnello (Pa) la notte del 31
dicembre i contadini questuavano infatti alimenti di porta in porta secondo una
formula tradizionale che evidenziava nella Nunna vecchia la vera fonte
delle elargizioni. La stessa Nunna ama del resto raccoglierne per le
strade, come avveniva ad Alia o a Gratteri (Pa) dove, fino agli anni Sessanta,
la notte di Capodanno tante erano le Vecchie che giravano nei quartieri
per richiedere cibi. Oggi è la maschera che cavalca su un asino, in mezz
o a un
corteo rumoroso, a lanciare sulla folla caramelle, dolci tipici e frutta secca
acquistati dalla Pro Loco. Il corteo è sicuramente uno dei tratti costanti
dello scenario rituale in cui questa figura prende forma.
Ad
accompagnarla sono sempre brigate di ragazzini e giovani che la tradizione vuole
siano suoi figli, "i figghi dâ Strina". A Strina, a Strina!
è del resto la formula intonata da svariati gruppi di monelli, un tempo anche
di adulti, che vanno in giro a questuare dolci, frutta secca e denaro, ammassati
in un paniere o in un sacco per una scorpacciata finale.
Con
la sua controfigura mitica - la Befana - la Vecchia condivide però
alcuni tratti. Ama sbucare, da Natale all'Epifania, da grotte, monti, castelli
dirupati, guidando carovane di muli carichi di beni (rètini) che poi
distribuirà. Il suo aspetto ugualmente pauroso - malgrado l'allegria con cui
viene accolta - è reso minaccioso, con più pregnanza di quanto non facciano i
dispetti o le punizioni della Befana, dalla credenza che una volta le Vecchie
filassero lunga o breve, a seconda dei comportamenti, la vita degli umani.
Un
pò benefattrici, un pò Parche dunque le Strine siciliane, che con tante
altre entità consimili, più antiche e recenti, mediterranee ed europee,
condividono statuto e funzioni simboliche. La loro contiguità con il tempo e lo
spazio liminari (le notti, i luoghi selvaggi), con i frastuoni caotici ma
festosi, con i colori della morte (il bianco o il nero dei loro mantelli) ma
anche con gli odori della vita (i cibi e i dolci speziati elargiti in dono),
queste portatrici di strenne (da qui la nostra strina e la strenua
dei Romani) alludono all' eterno trascorrere dell'anno dalla fine all'inizio,
dalla chiusura alla sua augurale riapertura.
Le
modalità qualificanti queste maschere, le cui azioni festive non debbono essere
scisse dal sistema di credenze ancora oggi radicato nell'immaginario folklorico,
rimandano all'orizzonte simbolico della Grande Dea, figura antropomoffizzata
dell'intera natura che in sé contiene vita e morte e il loro reciproco
generarsi. I segni di questo codice antichissimo ma continuamente rifunzionalizzato, che traducono l'esperienza di un "principio" vitale
perennemente riproducentesi, appaiono imperniati sulla divina facoltà di
stimolare e distruggere ciclicamente la crescita, l'abbondanza, la varietà
delle forme naturali.

la foto è di Elio Messina
Fertilità e ambivalenza connotano dunque l'antica
Dispensatrice in una dimensione simbolica che ne ha rappresentato, durante un
tempo lunghissimo, i volti cangianti e molteplici e il patrocinio su ogni
aspetto dell'esistente. Ecco perché assumono ancora oggi valore di
propiziazione le pupe e pupidde di pasta o di zucchero donate e
consumate in Sicilia nei rituali funebri, da Natale a Capodanno o in alcune
feste patronali, in prossimità della conclusione-ricominciamento di un ciclo.
Le bambole di pasta in sembianze giovanili, le Vècchie cariche di
alimenti, questuati o tratti dalle viscere della terra, veicolano il medesimo
significato: assumere in sé o ostentare nello spazio socializzato il principio
procreatore per eccellenza, il principio femminile (anche quando paradossalmente
a rappresentarlo nella scena rituale è un uomo, come avviene tuttora a Gratteri).
La
Vecchia di Natale - tempo di ogni rinascita - coniuga dunque l'aspetto
fecondante della moltiplicazione, grazie alla sua associazione con la copiosità
alimentare, e quello dell'esaurimento energetico, tramite la sua figurazione di
Anziana. Vecchia i Natali mancia pira cotti! si gridava infatti a Ciminna
per enfatizzarne la bruttezza e la mancanza di denti.
Donatrice
di vita, essa è anche regolatrice dei destini, nel suo aspetto di Parca. Se
condivide quindi con la Befana, Babbo Natale, San Nicola e i Morti, sue
controfigure più o meno addomesticate, lo statuto di antenata apportatrice di
beni, il sistema di credenze
e
di leggende ancora attuale in Sicilia ne denuncia
qualità più complesse e totalizzanti. Non è un caso che l'aspetto
"materno" della Strina venga tuttora marcato dalla
rappresentazione che rende suoi figli, numerosi e anonimi (una vera folla!),
coloro che evocandola richiedono e ottengono doni (come a Vicari e asinello).
Lo
stesso formulano tipico dei questuanti continua a correlare, sia pure in chiave
ludica, la sua figura con l'idea della procreazione.
A
Calamonaci (Ag), le strofe intonate dai bambini durante i giri di raccolta
contengono maledizioni e invettive, per coloro che non manifestano la dovuta
prodigalità, anche a sfondo sessuale.
Così
essi cantano di porta in porta: La strina, la strina / la bedda matina. //
S'un nni dati un cicireddu / vostru maritu cci cadi l'aceddu. // S'un nni lu
dati ora ora / vostru maritu vi ietta fora.// La strina! Buon anno! (La
strenna, la strenna / la bella mattina. // Se non ci date un cece [metaforico
per "piccolo dono"] / a vostro marito cade l'uccello. // Se non ce lo
date subito / vostro marito vi butta fuori. // La strenna! Buon anno!).
Strina
e contemporaneamente stria (strega), questa maschera rituale perpetua ancora
(insieme ad altre) un linguaggio cerimoniale in cui, tra augurio e minaccia, la
vita continuamente si celebra, la morte si sconfigge.
Fatima
Giallombardo

L'atmosfera
che si respira nelle città, nei piccoli paesi, nei parchi e nei boschi
della Sicilia è davvero unica al mondo. Impossibile resistere ad una
terra che raccoglie e conserva diverse culture e tradizioni, soprattutto
a Natale.
Con i primi freddi invernali arriva il Natale. La bellissima terra di
Sicilia ci accoglie con il tepore di un clima benevolo e la brezza
proveniente dal mare, l'atmosfera delle sue feste barocche, i profumi
intensi della natura e della cucina. Presepi, passeggiate, musica,
fiaccolate e dolci, in un intrecciarsi di sacro e profano, di devozione
religiosa e peccati di gola.
Sempre presente nelle case è il vischio, pianta con proprietà
medicinali riconosciute fin dall'antichità, segno di augurio, simbolo
di buon auspicio. Un'altra antica e affascinante tradizione popolare
sono le "candelore di Natale" grazie alle quali si crede di
conoscere in anticipo il clima dei dodici mesi dell'anno nuovo. In
pratica i dodici giorni che precedono il Natale rappresentano ciascuno
un mese dell'anno che verrà e in base al clima che fa in quel giorno si
prevede quello del mese rappresentato.
Ma in Sicilia non è Natale se non c'è il presepe. Domestico, vivente o
artistico, fatto con i più svariati materiali, dalla cera al corallo,
è la nota dominante, il simbolo più rappresentativo di queste feste. A
Scicli (Ragusa), nella Chiesa di San Bartolomeo, è custodito uno dei
più antichi. Purtroppo oggi possiamo ammirare solo alcune sculture in
legno alte circa un metro e mezzo, il resto è stato irremediabilmente
danneggiato da un terremoto.
Caltagirone si pregia di presepi in ceramica realizzati dagli artisti
Bongiovanni e Vaccaro che nel 1700 resero la cittadina celebre. A
Modica, in provincia di Ragusa, se ne conserva uno di dimensioni
monumentali, fatto con rocce calcaree, legno di quercia e carrubo presso
la chiesa di Santa Maria di Betlem.
In provincia di Trapani i presepi sono fatti soprattutto di corallo, a
Catania esiste un presepe particolarissimo in cui i personaggi sono
fatti di una "pastiglia", un impasto particolare rivestito di
pittura resinosa.

Uno dei più famosi è il presepe vivente di Custonaci, in provincia di
Trapani, che ha il suo scenario naturale nella vastissima grotta
Mangiapane il cui nome deriva dalla famiglia che vi ha vissuto per
diverso tempo. All'interno c'è un piccolo borgo di case che era abitato
fino alla metà del secolo scorso.
Ma addirittura interi paesi si trasformano in presepi dal vivo, gli
abitanti si vestono di abiti antichi, le botteghe riscoprono antichi
mestieri, le donne preparano il pane e la pasta o filano la lana con i
fusi.
A fare da cornice antiche melodie, i canti della Novena, il suono
caratteristico delle zampogne. Ad Erice (Trapani), incantevole cittadina
medievale, numerosi zampognari giungono da tutta Italia per aggiudicarsi
la "Zampogna d'oro".
In provincia di Messina il Natale si festeggia attraversando i boschi
con le torce, al seguito della processione di pastori nel cuore dei
monti Nebrodi. E nei dintorni di Palermo, precisamente a Ciminna le sere
della Novena, in attesa della Natività, tutto resta illuminato solo da
innumerevoli falò.
Rossana Cacace


ll fascino antico di
usanze e costumi che il dialetto trasformava in «musica»
Natali che toi, Pasqua ccu ccu voi! recita un
antico proverbio Siciliano. Il modello è quello della Sacra
Famiglia. E questo rito ha nella tradizione del focolare domestico
che siede attorno al ceppo la sua consacrazione.
Stare davanti al
ceppo è un'occasione per riunirsi, discutere, riscaldarsi,
scambiarsi gli auguri. È simbolo di vitalismo, di luce, della natura
che muore per rigenerarsi. Il suo scoppiettare in singole pungenti
faille, equivale allo scoccare stesso della vita. Al ceppo vengono
affidati i sogni che ciascuno nasconde, anche se, poi, una volta
consumato resta solo la cenere. In tutta la Sicilia, il sapore delle
tradizioni Natalizie continua ad affascinare.
Nelle scuole e nelle chiese, soprattutto, ma
anche nelle case private viene allestito l'albero di Natale e
montato il presepe. Ma quante usanze popolari si sono perse nel
tempo? La riscoperta di queste tradizioni passa attraverso un
ritorno alla conoscenza del dialetto siciliano. Il dialetto, proprio
perché origina dalle genuine e spontanee quotidianità del popolo,
resta il migliore mezzo di apprendimento. Ritornare al passato può
servire da stimolo per rivisitare e meglio comprendere il presente.
Studiosi delle tradizioni popolari come il Pitrè, Vigo, Salomone
Marino, Serafino Amabile Guastella, non sono passati invano. A loro
si debbono le riscoperte di usi e costumi che altrimenti sarebbero
andati irrimediabilmente perduti per sempre.

Proverbi, detti, giochi dell'infanzia,
prelibatezze culinarie, rituali cabalistici e molto altro ancora.
Agli inizi del ‘900, a Catania era abituale ‘A cunzata d'a Cona,
cioè l'addobbo degli altarini e delle Icone, meglio se raffiguranti
la Sacra Famiglia. Sull'origine della Cona si conosce ben poco. Di
solito, dopo la festa dei Morti, si apriva il Mercato della Cona.
I venditori ambulanti con i loro carretti,
cominciavano già il giro per i quartieri per vendere il materiale
occorrente: Asparagi selvatici (sparacogna), cotone idrofilo (cuttuni
sciusu) e Ferru filatu duppiu (fil di ferro, spesso). Quel che è
certo è l'enorme partecipazione popolare che si raccolse attorno ad
essa. Un modo spontaneo per aggregarsi e nello stesso tempo per
pregare. L'addobbo zeppo di frutti di stagione e di ogni altro ben
di Dio, oltre a simboleggiare il miracolo della riproduzione dei
frutti della terra, a volte consentiva ai più poveri del quartiere
anche di sfamarsi.
Capitava che le Cone venivano totalmente
depredate. Da qui, in senso dispregiativo, nasce il detto tutto
catanese Ti mangiasti e ti futtisti na cona. La Novena da cantarsi
ogni sera davanti la Cona aveva inizio il 16 dicembre per protrarsi
fino alla vigilia del 24. Nove erano i giorni della recita per
simboleggiare i nove mesi di gestazione della Vergine Maria; Nove
erano le candele poste sul davanzale dell'altarino da accendere una
per ogni giorno di recita; Nonareddi erano chiamati gli incolti
suonatori, trasandati e derelitti (meglio conosciuti come l'ovvi, in
quanto spesso non vedenti), che intonavano nenie dietro compenso di
un bicchiere di vino fresco e una manciata di biscotti. Il poeta
chiamato a recitare, quando scatasciava (diceva ciò che non doveva
dire) veniva "bonariamente" invitato ad attenersi al tema.

La Novena si divideva in due parti ben distinte:
La prima era rigorosamente religiosa e comprendeva litanie in latino
maccheronico; la seconda, invece, detta ‘A Junta, quasi sempre
richiesta dal committente, era piuttosto folcloristica e comprendeva
brevi danze con la diretta partecipazione del pubblico. In questo
caso, le candele di cera venivano spente. Quando ai Nonareddi si
preferivano i Ciaramiddara, la musica era diversa. Sin dal giorno
dell'Immacolata, con lo strumento stretto su un fianco, calavano a
frotte da Maletto, Randazzo e Bronte. Avvolti nelle loro robuste
pelli, calzavano calosce di gomma ('i scappitti). La suonata de
Ciaramiddari comprendeva 4 pezzi (detti caddozzi) dalla durata di
dieci minuti ciascuno. Per tutto il periodo della natività
lavoravano tantissimo. Per la loro esibizione, non chiedevano che
pochi spiccioli. Ma a fare festa, c'era pure 'U mascularu colui il
quale, al termine di ogni esibizione accendeva i mortaretti. Tutte
le sere i ragazzi sciamavano in gruppo. A quel tempo non venivano
definiti bulli ma semplicemente… monelli. Per loro, lo zampognaro,
era u viddanu calatu de muntagni. Gli cantavano: Mmeru… Mmeru… lu
ciaramiddaru… tri pirocchi l'assicutaru; l'assicutaru vanedda
vanedda e ci scassanu la ciarammedda.
Santo Privitera - 22/12/2012

«A Pasqua e Natali sulu pi cu avi dinari»
Le feste natalizie, come da tradizione, sono
precedute da una serie di ricorrenze liturgiche che la poesia
popolare in rapida successione riassume: 'E quattru Barbara, 'E sei
Nicola, 'E ottu Maria, 'E tridici Lucia, 'O vinticincu lu veru Misia.
Era un proverbio che indicava efficacemente le date dei Santi
festeggiati nel mese di dicembre. Ma detti e proverbi legati alla
Natività si sprecano.
A Catania, Pari 'u spavintatu da stidda si dice a
chi si lascia incantare troppo facilmente. Il riferimento alla
stella cometa che con la sua luce accecante abbagliò i pastori di
Betlemme, appare evidente.
Di fonte a una tavola bandita di ogni ben
di Dio, i nonni ammonivano i loro nipotini: Panettone più torrone
più capitone, uguale indigestione. Il problema non si poneva per le
famiglie meno abbienti che invece si accontentavano di pane, legumi
e Baccalaru (stoccafisso). Ancora oggi, quando le feste di Natale
passano, si nota la delusione sul volto della gente. Allora, Doppu
Natali, lu friddu e la fami.
La festa era attesa per dodici lunghi mesi,
perché Da Natali a Santu Stefanu, non è comu Santu Stefanu a Natale.
La sintesi che racchiude il significato di questo proverbio è
perfetta, conferma una volta di più la duttilità del dialetto
siciliano nella sua forma così come nella sostanza. Che dire della
fervente attività che si sviluppava in città al tempo in cui il
Natale si viveva con spontanea naturalezza? Anche se i primi
preparativi cominciavano subito dopo la festa dei Morti, solo l'8
dicembre, pp'a 'Maculata (per l'Immacolata Concezione), si dava il
via ai festeggiamenti ufficiali. Le zolle di muschio appena colto
dalle stradelle di campagna o dai muri 'a cruru (muretti di pietra)
servivano per l'allestimento del Presepe. Mentre il suono delle
ciaramelle invadeva le vie del Centro storico, si preparavano le
Cone per la Novena serale.
Il segno della X sui muri dei cortili, stava a
indicare che dal 16 al 24 dicembre in questo determinato luogo si
sarebbe cantata la Novena.
Ai primi anni '60 de secolo scorso, l'usanza
della Novena andò in soffitta. Scomparsi i vecchi Nonareddi,
sventrata una consistente parte del vecchio S. Berillo dove sparsi
per i vari cortili si trovavano antichi pittoreschi altarini, il
Natale Catanese, come accadde nel resto del mondo, si arricchì di
nuove insegne: quelle del consumismo. Oggi ritorna prepotente un
detto creduto scomparso: E' Pasqua e Natali sulu pi cu avi dinari.
Santo Privitera

Natale in Sicilia - C’era una volta “u bammineddu…”
Testo a cura di Alfonso Stefano Gurrera. Giornalista free lance iscritto alla
FLIP (Free Lance International Press). Esperto di gastronomia e viticoltura
siciliana. Collabora con le testate: Quaderni del Pitrè, La Sicilia, Sicilia in
Viaggio, Blumedia, il Sommelier. Autore del libro di cultura gastronomica
Rigatoni... fuori dalla Norma Ed. Greco.
“San Giuseppe cu Maria sinni ieru a fare via”: era la colonna sonora dei Natali
in Sicilia fino agli anni ‘60/70. Una dolce nenia accompagnata dal flautato
suone delle zampogne.
Apriva, nei quartieri popolari, guarniti dalle icone della
Sacra Famiglia, e “parate” con arance, bacche e alloro, la novena rituale
dell’Avvento. Aveva inizio, nel calendario gregoriano, nel giorno di S. Lucia
per concludersi alla sera “d’a
vigilia”, ovvero la Santa Notte della nascita “du bammineddu”. Verga così la descrisse ne ”I Malavoglia”: “Davanti ad ogni casa
c’era la cappelletta adornata di frasche ed arance, e la sera vi accendevano le
candele, quando veniva a suonare la cornamusa che era una festa per ogni dove”.
I musicanti giungevano da Bronte e da Maletto dove sia la fabbrica dello
strumento la “ciaramedda” che i canti venivano tramandati di padre in figlio.

Nel repertorio “ninnaredde” o “nannaredde”, rievocanti la storia sacra,
l’Annunciazione e l’adorazione dei Re Magi. Queste tradizioni prevedevano che lo
zampognaro “calatu” da Maletto o de ‘i Munciuffi”, con “i scarpitti ‘i pilu”
simili alle “ciocie” laziali dei burini, girassero per le case dei “parrusciani”
per suonare durante la Novena. Era il dono più attteso dai bambini: arrivava
dopo la recita del Rosario recitato, e tramandato, in dialetto, perché potesse
seguirlo anche la servitù. Trovavano sempre, gli zampognari, già pronta “a
rutta” (il presepe) con sparacogna, lippu” (muschio) felci, pietre e scorze di
quercia, a volte di sughero, reperite nei boschi e lungo i torrenti. Ma il
“Bambino” veniva deposto rigorosamente solo alla mezzanotte.
Era tanto grande,
il presepe, quanto ne potesse contenere il piano del comò. Spesso scolpito in
cera e talvolta adagiato sul carillon sintonizzato sulle note di “Tu scendi
dalle stelle” e non “Bianco Natale”. Invece nelle chiese, dove si preparavano
allora come oggi, grandi presepi, alcuni con complicati meccanismi mobili, come
quello presente nella “Badiedda” di S.Agata, di fronte al Duomo, allo scoccare
della Notte Santa si cantava l’ Adeste fideles. Nella grotta vi erano sistemati
i pastori, ma quella che più spiccava era una figurina emblematica dello stupore
popolare nei confronti della stella cometa, “u spavintatu da ‘a stidda”. Naso
rivolto all’insù con l’espressione di meraviglia divenuta metafora.
Di recente,
anche nel quartiere di pescatori ad Ognina a Catania, è stato ripristinato nel
“Museo del Mare” un presepe con figure a grandezza naturale: offrono quei pesci
dello Ionio, un tempo cibi tradizionali ‘a sira da ‘a vigilia e fra Gesù
Bambino, Giuseppe, Maria e i pastori non mancano certo “u trizzoto” e la “ la
sardara di Padron ‘ntoni come quella restaurata dal Capitano Grasso.
L’arte dei presepi diffusa in varie zone conserva oggi il suo primato nell’isola
a Caltagirone. Oltre a quelli di terracotta, venivano anche organizzati nei
paesi, presepi viventi, una sorta di Sacre Rappresentazioni, prime forme
teatrali come quelle della Passione, per tramandare il racconto dei Vangeli. Le
più famose sopravvissute sono quelle di Custonaci, Assoro ma nel catanese ancora
sopravvivono quelle di Caltagirone, Motta, Giarratana, Bronte e Randazzo.
Quei Natali “poveri” hanno oggi perso tutta la loro…ricchezza. Nulla è più come
prima e non si è salvata neppure la tombola familiare con “ciciri e fasola” per
segnanumero. Intorno al “ceppo” sostituito dai termosifoni, solo giochi
d’azzardo che nulla hanno a che vedere con la briscola “pazza” o col tressette
amati dai nostri nonni. Sopravvivono per fortuna le “scuticchiate “. Oggi come
ieri, il cibo costituisce la “santificazione” del rito, con usanze comuni o
diverse, , da un paese all’altro, senza distinzioni sociali, perché legate ai
prodotti locali e a tradizioni radicate nel costume.

