|
Dopo gli ultimi click al Desert View del Grand Canyon lasciamo l'Arizona e, dirigendoci verso est, entriamo subito nella Navajo Nation, attraversando il Painted Desert, il "Deserto Dipinto", lungo la statale 160. La prima sosta tecnica è a Cameron, una piccola cittadina navajo che un tempo aspettava interminabili mandrie di bisonti per sopravvivere e che oggi, sempre per sopravvivere, aspetta interminabili mandrie di turisti da alleggerire nei suoi negozi di souvenir indiani rigorosamente "made in China". Dopo un centinaio di chilometri si arriva a uno storico bivio nei pressi di Kayenta: si abbandona la 160, che prosegue fino al Colorado, e si svolta a sinistra imboccando un'altra strada entrata nella leggenda americana: la mitica U.S. 163, meglio conosciuta come Navajo Road.
In quei pressi la nostra autista Anna, intuendo il motivo della mia agitazione, mi dice: «Buenos días, Mimmo... siéntate aquí, junto a mí», autorizzandomi, come sempre, a stare vicino a lei, ma quel giorno eccezionalmente in piedi sulla porta d'ingresso del bus, cosa severamente vietata negli States. Grazie a quella messicana che non dimenticherò mai, potevo già ammirare i primi capolavori della giornata. La Navajo Road si inginocchiava davanti ai miei occhi con la sua straordinaria e mutevole prospettiva e, come in una pellicola tridimensionale, mi faceva rivedere in un solo istante Easy Rider, Indiana Jones, 2001 Odissea nello spazio e, laggiù, in fondo alla strada, un barbuto profeta che, voltandosi verso di noi mentre lo sorpassiamo, ci dice: «Sono un po' stanchino... tornerei a casa». Caro Forrest, quanto avrei voluto darti un passaggio. Quella strada, con i suoi miraggi all'orizzonte, mi correva davanti come i binari della Central Pacific e, poco alla volta, mi presentava la sua produzione: le grandi Mittens, sempre più vicine, familiari a chiunque e che nessuno al mondo potrebbe negare di riconoscere. O almeno credo. Caspita... sui giornaletti, sulle scatole dei formaggini o nelle figurine Panini le avranno pur viste! Quello che voglio dire è che ognuno di noi, nessuno escluso, almeno una volta nella vita si è trovato davanti a un'icona che rappresentasse la storia di qualcosa, di un movimento, di una moda, di una tendenza. Oppure di un luogo. Prendiamo, per esempio, la Torre Eiffel. Anche un bambino direbbe subito che si trova a Parigi e verrebbe riconosciuta perfino da chi detesta la Francia. Tutto è associato a un'immagine e ogni immagine è associata a un nome, più o meno famoso. In questa sorta di geografia della memoria tutti saprebbero dare un nome a qualcosa che hanno impresso negli occhi.
Ma se dicessimo: «Monument Valley?». Più della metà risponderebbe: «No, non la conosco». Non è vero. La conosci. La conosci e non sai di saperlo. L'hai vista centinaia di volte nei fumetti di Tex Willer, Zagor, Black Macigno e Capitan Miki, nelle strisce di Jacovitti. L'hai vista, senza accorgertene, scorrere davanti ai tuoi occhi in film trasmessi mille volte in televisione. L'hai incontrata sui diari di scuola, sulle etichette dei jeans, in migliaia di poster.
A dire il vero, per molti anni non fu altro che uno straordinario gruppo
di monoliti rossi nel cuore di una valle immensa e meravigliosa,
all'interno della riserva Navajo, proprio al confine tra Arizona e Utah.
Fino agli anni Trenta aspettava soltanto di essere scoperta,
valorizzata, amata. Oggi è celebre non tanto per il suo nome quanto per le sue silhouette, diventate leggendarie grazie all'opera di un leggendario regista americano che trasformò quelle forme di granito in una delle immagini più potenti dell'intero West. E, soprattutto, grazie a un uomo poco conosciuto, Harry Goulding, che, per aiutare i Navajo, ebbe l'intuizione di mostrare quelle pietre rosse a John Ford, certo che avrebbero conquistato la fantasia del suo genio. Quando Harry riuscì a far lavorare i suoi Navajo come comparse nei film di Ford, immaginate cosa dovette significare per un popolo confinato nella propria terra dentro una riserva e costretto, pur di sopravvivere, a interpretare sullo schermo il ruolo del cattivo che perseguitava coloro che, nella realtà, lo avevano cacciato di casa. Loro conoscevano la verità. Sapevano perfettamente chi fossero i buoni e chi i cattivi. Sapevano come erano andate davvero le cose e come, invece, erano state raccontate. Grazie a Harry Goulding e a sua moglie Leone, detta Mike, e naturalmente al cinema di John Ford, la valle divenne famosissima. Nacque un vero villaggio, ancora oggi esistente nella San Juan County, che vive quasi esclusivamente di turismo. I Navajo, però, non dimenticarono chi li aveva aiutati. Lo testimoniano le lapidi, gli oggetti appartenuti ai coniugi Goulding e il museo a loro dedicato, accanto al camerino che John Wayne utilizzava durante le riprese.
Già arrivare ai piedi dei monoliti rossi della San Juan County, scorgere
quel celeberrimo orizzonte accecato dal sole dell'Ovest, fermarsi
davanti a quella bandiera americana che sventola su una veranda di
legno, simile all'ultimo avamposto dell'esercito dell'Unione ai tempi
delle guerre indiane, credetemi, fa tremare le gambe. Chi ama il cinema americano - e aggiungo anche chi non lo conosce affatto - può capire perfettamente cosa intendo. Quello spiazzo sarà stato largo appena duecento metri, ma ogni passo profumava di Settimo Cavalleria, di Sergio Leone, di C'era una volta il West, Il mucchio selvaggio, di bisonti al galoppo, di cavalleggeri in colonna. Ogni granello di quella terra rossa trasudava western, duelli leggendari, pistoleri immortali e sfide all'OK Corral. Con un po' di fantasia sembrava perfino di sentire l'odore della polvere da sparo uscire dalle canne dei Winchester. Bastava sedersi su quella veranda, chiudere gli occhi, respirare profondamente e immaginare di strappare a Geronimo il piano per annientare Custer a Little Bighorn. E credo che questa sia stata esattamente la sensazione provata da John Ford quando mise piede in questo paradiso, che era diventato un po' anche casa sua. Non a caso una parte della valle porta il suo nome: John Ford's Point. È lì che il grande regista amava sedersi al tramonto per rileggere i copioni.
Come avrebbe potuto restare indifferente davanti a un set
cinematografico che non aveva bisogno di scenografie? Lui, che aveva
mostrato al mondo la conquista del West, trovò qui una sceneggiatura già
scritta. Gli bastava azionare la macchina da presa e animare quel
palcoscenico naturale con gli indiani cattivi che assalivano i bianchi,
puntualmente salvati all'ultimo istante dalle giacche blu del grande
John Wayne. Arrivano i nostri. Tutti felici e contenti, al suono della
tromba della Cavalleria. Ormai siamo all'ingresso del ristorante dei Goulding. I camerieri sono Navajo e sembrano condividere tutti lo stesso umore: cupo, silenzioso, malinconico. Mai un sorriso, mai una battuta. Le loro facce sembrano custodire ancora l'amarezza che il governo americano lasciò in eredità al loro popolo quando lo confinò nelle riserve. Non hanno dimenticato. Li vedi guidare le jeep al posto dei Mustang, vendere ai turisti bigiotteria fabbricata in Cina e spacciata per autentico artigianato pellerossa. I loro volti sono rimasti fieri, ma il loro animo porta ancora ferite profonde. Poi vi accompagneranno sul grande parcheggio che si affaccia sulla valle e... trovarsi all'improvviso davanti a quegli altari di pietra senza scattare una fotografia sarebbe quasi un sacrilegio. Almeno unite pollice e indice di entrambe le mani, formate una cornice davanti agli occhi, inquadrate quella meraviglia e immortalatela nell'album della vostra memoria. Ci sono immagini che non hanno bisogno di una macchina fotografica per restare eterne. Saliamo infine sulle jeep con cui le guide Navajo accompagnano i visitatori nella valle. Le piste non sono asfaltate e sollevano una polvere rossa finissima che si infila dappertutto: nelle narici, nei capelli e perfino nelle macchine fotografiche.
Il nostro autista era l'unico, tra i suoi colleghi, a possedere un
pizzico di ironia. Ogni volta che appariva un nuovo panorama mozzafiato
ci imitava con una perfetta esclamazione italiota: «Mammmma mia!»,
pronunciata però con una curiosa inflessione pellerossa. Io immaginavo si chiamasse Aquila Rossa, Lupo della Notte o Alce Tonante. Macché, si chiamava Bernardo. Gli indiani considerano questo luogo sacro e quei giganteschi monoliti i totem lasciati sulla terra dalle loro divinità. Potrà sembrare un'esagerazione, ma quando ci si affaccia su questo autentico altare naturale si viene travolti da una vera crisi mistica. E allora si capisce che i Navajo hanno ragione. Dopo aver visto un luogo simile, chi potrebbe dar loro torto? Manitù, Buddha, Odino, Maometto... sembrano tutti presenti. Quel giorno sapevo perfettamente dove stavo mettendo i piedi. Ero emozionato già da molti chilometri. Avevo sempre pensato che non sarei mai riuscito a vedere questo posto e che avrei continuato soltanto a immaginarlo sfogliando vecchi fumetti. Con l'ostinazione di un frate gesuita avevo cercato questo luogo in ogni itinerario di viaggio finché non ero riuscito a trovarlo. Non avrei mai rinunciato, perché un viaggio negli Stati Uniti, senza la Monument Valley, mi sarebbe sembrato incompleto. E invece quel giorno l'ho vista. L'ho respirata. L'ho toccata. L'ho calpestata, Mentre i miei compagni di viaggio consumavano gigabyte di click fotografando quelle montagne di ferro rosso scolpite da Dio, io, seduto su quella jeep bagnata dalle mie lacrime, facevo un po' di conti con la mia esistenza. È inevitabile: chiunque passi da qui finisce per rilasciare una ricevuta fiscale al proprio cuore, facendo pace con se stesso e rimettendosi in regola con l'Ufficio Tributi dell'anima. Io, da questo punto di vista, sono sempre stato un grande evasore fiscale. Ma quel pomeriggio ho saldato ogni debito. In questo luogo sacro, tra cattedrali scolpite dal vento e sorvolate dalle aquile, ho pagato tutte le tasse dovute alla mia coscienza. Il mio commercialista è stato Madre Natura.
Cpl. Rapisarda - 7th U.S. Cavalry Regiment (from Forth Apache)
non importa come si chiami l'architetto, ma qui lo dici davvero: Dio esiste!
|

|
|
|
E' stato il
regista John Ford a rendere famosa questa zona.
Intorno agli anni 30 Ford scopri' la valle che
in seguito divenne lo scenario indiscusso dei
film western piu' famosi come Il massacro di
Fort Apache o Ombre Rosse. Una curiosita': i
Navajo non osservano l'ora legale per cui
nei loro territori vale sempre e solo l'ora
solare. Una strada lunga 25 chilometri non
asfaltata si insinua tra i giganteschi massi
rocciosi sparsi in pieno deserto. La visita di
puo' effettuare con la propria auto oppure
con le jeep degli indiani che abbinano al
tragitto negli sterrati un commento in un
inglese molto poco comprensibile. E' un
paesaggio di incredibile bellezza che raggiunge
il suo massimo splendore nel tardo pomeriggio
quando le ombre iniziano ad allungarsi e
l'oscurità scende su questo rosso mondo
incantato.
di Alessandro de Giorgi Un
viaggio da sogno? No. Un viaggio da favola? Neppure. Un viaggio da
cinema? Esatto. Se siete appassionati di grande schermo, sul comodino
tenete il santino di John Ford e avete sempre sognato di visitare il Far
West e dintorni, questo è il viaggio che fa per voi. Una cavalcata nel
lontano Ovest americano, fra paesaggi da urlo e le tracce dei più
Prima
davanti al cartello, e poi di fronte allo spettacolo fantasmagorico
delle rocce sedimentarie che disegnano un paesaggio lunare, a pochi
chilometri da Furnace Creek, potranno rivivere le emozioni del
capolavoro datato 1970 del maestro ferrarese. Reno, nel Nevada, è
decisamente fuori mano rispetto al nostro itinerario, ma se siete
appassionati de “Gli Spostati”, il film
|
|
Regista
statunitense. Di etnia irlandese, a diciott'anni, lascia la
fabbrica in cui lavora e raggiunge il fratello maggiore,
Francis, già impegnato come attore e regista a Hollywood,
assumendo il nome di John, che subito cambia in Jack, mutando
anche il cognome in Ford. Come Jack F. dirige, tra il 1916 e il
1923, una serie di film d'avventura per la Universal, in
particolare molti two reels con H. Carey. Riprende il nome John
per dirigere Il cavallo d'acciaio (1924), un western di grande
successo che già rivela un'alta padronanza del mezzo. Tra due
rulli, medi e lungometraggi sono decine i film che il giovane F.
firma. Quattro anni dopo, nel 1928, realizza L'ultima gioia
(insulso titolo italiano di Four Sons), con il quale vince il
premio per il miglior film dell'anno. L'avvento del sonoro non
intacca minimamente la sua prolificità. Gira una serie di film
d'avventura, fino a che non torna a segnalarsi con La pattuglia
sperduta (1934), cui fa seguito Il mondo va avanti (1934), Gira subito Alba di gloria (1939) e La più grande avventura (1939), e immediatamente dopo un altro dei suoi maggiori film, Furore (1940), tratto dal romanzo di J. Steinbeck. Un'opera singolarmente dura nel panorama fordiano – a volte incline al conformismo – una denuncia del disastro sociale e degli scenari di miseria indotti dalla depressione seguita alla grande crisi del '29. Di un livello inferiore appaiono Viaggio senza fine (1940) e La via del tabacco (1941), mentre si rivela più ispirato Com'era verde la mia valle (1941). La guerra per tre anni interrompe l'attività del regista, mobilitato come ufficiale e addetto alle riprese di materiale di propaganda e di documentazione (notevoli The Battle of Midway, 1942, e We Sail at Midnight, 1943). Ferito da una scheggia, decorato e congedato, ritorna al western nel 1946, realizzando Sfida infernale, un autentico capolavoro. Tema portante del film è la vendetta, con relativo scontro finale che scioglie l'intreccio.
Ma il vero fulcro dell'opera risulta
il personaggio interpretato da un magistrale H. Fonda (un Wyatt
Earp pacato, tranquillo e al tempo stesso determinato): una
figura quasi antifordiana, per così dire, che si trova al
centro di un'opera felicemente sospesa tra epica e romanticismo.
Indimenticabile la sequenza in cui Fonda/ Earp danza con il
mantello della sua dama appoggiato sul braccio: è dapprima
impacciato, intimidito, ma presto si lascia prendere dal ballo
con grande eleganza; lo sguardo quasi adorante e insieme
malizioso della donna viene in primo piano e invade lo spazio
con una forza emotiva coinvolgente. Seguono altri western
memorabili, in particolare Il massacro di Fort Apache (1948), I
cavalieri del Nord-Ovest (1949), Rio Bravo (1950), che vanno a
formare una trilogia dedicata alla cavalleria, particolarmente
amata. Non amava, però, l'eroismo folle dei guerrafondai, come
il famoso generale Custer, cui somiglia il colonnello testardo e
tronfio, completamente privo di esperienza, che finisce
massacrato insieme con i suoi uomini in Il massacro di Fort
Apache. Peraltro, in questo primo titolo della trilogia F. non
lesina quell'ironia, quel delizioso umorismo, quella definizione
degli ambienti che sono tratti costanti del suo cinema. Qui H.
Fonda e J. Wayne sono direttamente a confronto. Ma le parti
sembrano invertite: Fonda è caparbio e sprezzante, mentre Wayne
– solitamente calato nella parte dello yankee a tutto tondo
– veste i panni problematici di un ufficiale che sembra avere
rispetto per i nativi Non a caso, dopo aver magistralmente contribuito a codificare il genere, sul finire della carriera apre la strada anche al filone «revisionista», quello filo-pellerossa (il cui prototipo è rappresentato da L'amante indiana, 1950, di D. Daves), che investe il western cosiddetto «crepuscolare» degli anni '60/'70. Infatti, dopo aver reso un altro omaggio alla cavalleria del Sud-Ovest con Soldati a cavallo (1959), realizza Cavalcarono insieme (1961), questa volta affidando le parti principali a J. Stewart e R. Widmark, l'uno un attempato sceriffo, l'altro un giovane ufficiale, che devono riportare a casa alcune donne bianche rapite anni prima dai comanches. Il fatto che alcune di queste, ormai integrate nella vita della tribù, rifiutino di tornare al mondo «civilizzato», la dice lunga sulla decisione del regista di rinunciare a J. Wayne. L'anno seguente, in L'uomo che uccise Liberty Valance (1962), ultimo capolavoro di F., Wayne ritorna, accanto a J. Stewart, con il suo profilo di uomo duro e generoso, segnato però da un rivolo di malinconia, da una vena di sofferenza solitaria, cui il tocco fordiano conferisce ancora una volta quella sorta di tristezza epica che incarna la potenza del mito e della leggenda. Anche Il grande sentiero (1964), film per la verità poco riuscito, è un tentativo di riscattare i nativi americani, questa volta gli Cheyennes. F. gira il suo ultimo film, Missione in Manciuria, nel 1966.
|
|
|
|
Claudia Cardinale in calesse in una scena di "C'era una volta il West" del grande Sergio Leone, il Ford di casa nostra. |
|
|
|
Gli
indiani ringraziano John Ford: ricchi e felici con i suoi
capolavori "La fortuna della Monument Valley cominciò negli anni Venti, cominciò con i Goulding, Harry, un commerciante di pecore del Colorado, e la sua giovane moglie Leone, detta "Mike", racconta Echohawk arrotolando le foglie di tabacco. "Furono i primi bianchi ad installarsi qui e a fare piccoli commerci con gli indiani: loro ci procuravano farina e riso per non morire di fame e noi in cambio pagavamo con i tappeti e i gioielli d'argento e turchesi, come quelli che ancora adesso fanno le nostre donne. Vede laggiù quella costruzione di mattoni rossi? Era il loro trading post, quello che oggi è diventato il museo di questa vallata, la nostra memoria storica".
Ombre rosse
fu la prima pellicola sonora di una lunga interminabile
serie girata qui (la prima in assoluto fu il film muto del 1925
The Vanishing American di George B. Seitz), e grazie anche alla
Monument Valley vinse due Oscar e John Wayne venne acclamato
divo. E John Ford decise di girare qui nel corso degli anni
altri sei film: Sfida infernale, Il massacro di Fort Apache, I
cavalieri del Nord-Ovest, La carovana dei mormoni, Rio Bravo, I
dannati e gli eroi, Il grande sentiero.
"Da allora la nostra vita qui alla Monument Valley si
trasformò" spiega Ashley Echohawk. "Il cinema ci
aveva portato la ricchezza, ci fece cambiare vita: molti indiani
cominciarono a fare le comparse nei film e i nostri amici
Goulding investirono i guadagni costruendo il general store, il
motel, la pompa di benzina, la scuola, il ristorante, insomma
una vera e propria cittadina che ha permesso a noi Navajos di
sopravvivere e di lavorare nella nostra terra e che ancora oggi
ci consente di vivere dignitosamente".
|
|
Dal punto di vista etnico i Navajo appartengono al ramo Athabaska meridionale, originario dell'Alaska e del nord del Canada e in realtà appartengono all'insieme delle nazioni Apache che intorno al 1500, provenienti dal nord, si stanziarono in un vasto territorio che si estende dall'Arizona al Texas occidentale e dal Colorado al nord del Messico entrando in conflitto con le popolazioni Pueblo che vivevano in quei territori. A differenza delle altre popolazioni amerindie gli Apache non avevano una sola identità di nazione o tribù, ma erano distinti in clan o gruppi familiari estesi, fondati su base matrilineare (gli uomini andavano a vivere presso la famiglia della sposa). Ciascun gruppo si considera una nazione. Dal
punto di vista linguistico appartengono al ramo Na-dené, la
stessa tipologia linguistica degli Athabaska del nord e degli
Apache in senso stretto. Una prerogativa condivisa con il resto delle popolazioni Apache era il frequente ricorso alla razzia ai danni di Europei e Pueblo allo scopo di incrementare la proprietà in cavalli e pecore. Contrariamente a quanto si racconta nell'epopea western, gli Apache e i Navajo non avevano il culto della guerra e del coraggio e nella loro struttura sociale mancavano associazioni assimilabili a società di guerrieri come nelle popolazioni delle Grandi Pianure: i fatti di guerra consistevano in realtà in razzie e azioni di guerriglia tese a sfuggire alle rappresaglie. Il valore individuale nella cultura Apache e dei Navajo si misurava non nell'atto di coraggio bensì nell'efficacia della razzia e nell'entità dei beni posseduti (cavalli e bestiame). La guerra pertanto assumeva i caratteri di una tattica di guerriglia in cui si evitava lo scontro fine a sé stesso, ma solo dettato dalla necessità di giungere ad uno scopo economico. La struttura sociale delle nazioni Apache e dei Navajo, polverizzata in gruppi familiari estesi senza livelli di organizzazione di grado più alto, il rifiuto della guerra aperta, il ricorso alla razzia come attività economica resero queste popolazioni avversari difficili per gli Stati Uniti e in effetti furono tra le ultime nazioni indiane ad arrendersi definitivamente. In
prossimità della Guerra di secessione americana, il governo
degli Stati Uniti per garantirsi l'appoggio dell'Arizona e del
Nuovo Messico decise di porre fine al problema delle razzie e di
confinare le popolazioni più bellicose, in particolare i
Mescalero e i Navaho a Bosque Redondo, una riserva del Nuovo
Messico. L'operazione con i Navajo, di cui fu incaricato il
colonnello Christopher Carson, si sarebbe dovuta svolgere
pacificamente per mezzo di trattative, tuttavia la difficoltà
di trattare con un'organizzazione sociale polverizzata e
dispersa in un vasto territorio portò allo scoppio di una
campagna di guerra durata quasi un anno (1863-1864). Il
risultato fu una tragedia: agli oltre 1000 caduti durante la
guerra si aggiunse la deportazione a piedi di circa 8000 Navajo
verso Bosque Redondo con una marcia forzata di 300 miglia, nel
corso della quale persero la vita le persone più deboli. Il confinamento a Bosque Redondo, durato 5 anni, è segnato come la pagina più nera della storia dei Navajo. La riserva era ubicata in un territorio malsano, quasi privo di vegetazione e poco vocato all'agricoltura. I rifornimenti di vettovaglie da parte dell'esercito erano scarsi e di cattiva qualità ed erano frequenti gli scontri con i Mescalero, con i quali si condivideva il confinamento. Il ritorno ai territori d'origine segnò una drastica mutazione nella storia dei Navajo. La popolazione tornò all'attività agricola ma intensificò l'allevamento, l'artigianato (in particolare la tessitura e la lavorazione dell'argento) e cessò con le razzie. Diversi Navajo integravano il reddito, quando non era sufficiente, con il lavoro salariale. Il nuovo corso fu così favorevole che la ricchezza dei Navajo crebbe a livelli tali da spingere il governo degli Stati Uniti a regolamentare l'incremento dei capi di bestiame allevati a causa dell'eccessivo numero. Il popolo dei Navajo conta oggi circa 250.000 persone e costituisce il gruppo etnico più numeroso fra i nativi americani, stanziato in un territorio del nord est dell'Arizona. Il territorio dei Navajo, che supera in estensione ben 10 dei 50 stati degli USA, gode di autonomia amministrativa e la nazione rappresenta uno dei pochi esempi di conservazione di una forte identità amerindia all'interno della società statunitense. Pur mantenendo vivi i propri valori (lingua, cultura, tradizione), i Navajo si sono adattati al progresso nell'ultimo secolo organizzandosi in una struttura sociale autonoma moderna e integrata come nazione all'interno di una nazione. Uno degli elementi di vanto dei Navajo come cittadini americani fu l'uso della lingua dei Navajo come codice di comunicazione durante la seconda guerra mondiale e il fondamentale apporto dato ai risultati delle battaglie dell'esercito americano contro i giapponesi da parte dei "code talkers" Navajo (letteralmente "coloro che parlano il codice"). Durante la seconda guerra mondiale un codice segreto delle forze armate americane, mai decodificato dal controspionaggio giapponese, era basato sul linguaggio navajo, una lingua complicata e a quel tempo praticamente sconosciuta in tutto il mondo, al di fuori degli Stati Uniti. (fonte: Wikipedia)
Le guerre dei Navajo Come gli Apache che li avevano preceduti due secoli secoli prima, anche i Navajo si staccarono dagli altri popoli del ceppo atapascano, abitanti l'odierno Canada, per emigrare verso il Sud-Ovest. La data approssimativa dell'arrivo dei Navajo nel territorio compreso tra i tre fiumi, Rio Grande, San Juan e Colorado, è quella del 1050 d. C. Come gli Apache, i Navajo erano in origine un popolo nomade e guerriero, che integrava il suo sostentamento ottenuto con la caccia, anche con incursioni contro i Pueblo prima, e poi anche contro gli spagnoli.
ARTIGIANATO
Dagli
ultimi decenni del 1800 la ditta S.A. Frost's Son di New York
fondata nel 1858, che importava prodotti specifici per «Indian
Traders», intrattenne assidui contatti con il genovese Raffaele
Costa. . I
gioielli di Charles Loloma combinano un profondo rispetto per la
tradizione con l'abilità di cambiare concetti stereotipati
degli Indiani d'America. Nato nel 1921 da una famiglia di Hopi
tradizionalisti, partì da una formazione di ceramista e pittore
ed arrivò alla gioielleria nella metà del 1950. Loloma
armonizza elementi del suo background hopi, come la tecnica
dell'intarsio di pietre dure a mosaico, con un senso estetico
contemporaneo. La sua abilità fu quella di rendere pregi le
imperfezioni della natura, sottolineando nel suo disegno le
ruvide proprietà del metallo. La sua eredità fu ripresa dalla
nipote Verma Nequatewa, che seppe abilmente disegnare il
gioiello attorno alla forma pura della materia, come il corallo.
I gioielli contemporanei del sud-ovest sono caratterizzati
dall'uso d'argento, turchese e corallo Oggi
la produzione orafa, che assicura un introito alla metà
dell'intera popolazione zuni, pone l'enfasi sul turchese e il
corallo, inserito in piccoli e sottili castoni (tecnica detta
needlepoint) o in mosaici con madreperla, turchese, corallo e
giaietto, estremamente elaborati e molto apprezzati dai
collezionisti di tutto il mondo. Molti sono oggi i Navajo che
indossano gioielli prodotti da Zuni. Questa
simbologia con il tempo prese una direzione del tutto propria
staccandosi dall'originale modello, arricchendosi di pietre e
altre lavorazioni.
ALCUNI PROVERBI NAVAJO
Attento mentre parli. Con le tue parole tu crei un mondo intorno a te.
vedete di procurare loro gioia ogni volta che potete
di non privare
gli altri della felicità. Non ereditiamo il mondo dai nostri padri, ma lo prendiamo in prestito dai nostri figli.
per due lune nelle sue scarpe.
che non hai visto ritorna a volare nel vento.
Nei
fumetti, il popolo dei Navajo è la tribù a cui appartiene Tex,
di cui è il capo con il nome di Aquila della Notte. Ma
l'assistente di Tex si chiama Kit Carson, stranamente il nome
del più grande nemico del popolo Navajo. c cura di Sergio Mura Entrato
a far parte della mitologia popolare persino da vivo, Kit Carson
fu un trapper, scout, agente indiano, soldato e autentica
leggenda del West. Era
ancora al servizio di Fremont come guida quando Fremont stesso
si unì alla rivolta dei cittadini americani in California, poco
prima dello scoppio della guerra con il Messico del 1846. Sempre
Carson guidò le armate del Generale Stephen Kearney dal New
Mexico alla California per rispondere alla sfida agli Stati
Uniti della banda di Andrés Pico in risposta all’occupazione
americana di Los Angeles.
A partire dal 1863 Carson intraprese una brutale guerra per
distruggere l’economia alla base della vita dei Navajo,
marciando fino al cuore del loro territorio e distruggendo i
loro raccolti, i frutteti e il bestiame. Quando gli Ute, Pueblo,
Hopi e Zuni, che per secoli erano stati preda dei razziatori
Navajo, iniziarono a trarre vantaggio dalla debolezza dei loro
tradizionali nemici seguendo i bianchi nella guerra, i Navajo
non furono più in grado di difendersi. Così, nel 1864 la
maggior parte di loro si arrese a Carson che costrinse quasi
8000 Navajo, uomini, donne e bambini, a intraprendere quella che
sarebbe stata chiamata “la lunga marcia” di quasi 600
chilometri dall’Arizona a Forte Summer, New Mexico, dove
rimasero confinati e decimati dalle malattie fino al 1868.
(da un'intervista a L.G. Bonelli, disegnatore di Tex Willer) |
|
|