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Il Mediterraneo ha un cuore. Questo cuore è un'isola di nome Sicilia. Qui ogni esercito venuto a invadere dai quattro punti dell'orizzonte ha lasciato - negli umori, nel costume, nella lingua - una traccia del suo passaggio: il Nord normanno, il Sud saraceno, l'Occidente aragonese, l'Oriente greco. Basterebbero i nomi dei miei tre compagni di briscola, ieri sera: Catalano, di chiara origine iberica; Sciarabba, che in arabo vuol dire forte bevitore di vino; Guzzardi, che è, mutato di poco, il francese Goussard e fa pensare a Roberto il Guiscardo.... (Gesualdo Bufalino) |


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Catania, prima di essere chiamata così definitivamente, ebbe altri nomi: KATANE; ETNA CATÀNA (o CÀTINA); BALAD-EL-FIL o MEDINA-EL-FIL (dall’arabo: Città dell’elefante). L’origine del nome di Catania è incerta. Varie le supposizioni: KATNA (minuta, piccola); KATINON (recipiente, bacino); KATA-ANA (sconvolgimento causato da terremoti); KATANE (terreno aspro, non levigato); KATÀ-AITNEN (in fondo, in basso, dell’Etna), o dalla voce araba QATANIYAH che si riferisce ad un prodotto agricolo cui era ricca la zona della Plaja. Teorie rispettabili ma la verità, probabilmente, non si saprà mai. Nel 476 a.C. la conquista da parte del tiranno siracusano Gerone sconvolse la vita della città: egli ne espulse gli abitanti calcidesi, la ripopolò con un cospicuo numero di Dori di origine siracusana e peloponnesiaca, la rinominò AITNA (Etna); nel 461 a.C., comunque, dopo la caduta della tirannide siracusana, i Calcidesi ritornarono nella loro città ridandole l'antico nome.
Sebbene Catania giaccia ai piedi dell'Etna e nel corso dei secoli sia stata più volte lambita da colate laviche, le vestigia della città antica continuano ad emergere dal sottosuolo, dimostrando falsa l'opinione che il vulcano l'avesse in gran parte cancellata. I numerosi resti, del passato greco e romano di Catania anzi, se analizzati sulla base di modelli interpretativi non obsoleti, consentirebbero di offrire per questo periodo un quadro ampio ed articolato delle vicende storiche, urbanistiche ed artistiche della città. Secondo quanto scrive Tucidide Catania venne fondata nel 729 a.C. da coloni greci provenienti da Calcide nell'Eubea : dopo aver dato vita a Naxos nel 734 a.C. costoro, spingendosi verso sud, con la forza delle armi scacciarono dalle loro sedi i Siculi e crearono le città di Leontini e di Catania appunto. In piena consonanza con la notizia dello storico ateniese sono principalmente i risultati di un recentissimo scavo (condotto dalla locale Sovrintendenza ai beni culturali) all'interno del Castello Ursino: qui, in un'area che nell'antichità era più vicina al mare di quanto non lo sia attualmente, sono stati rinvenuti strutture e materiali greci che risalgono al periodo tra la fine dell'VIII e gli inizi del VII secolo, attribuibili cioè alla fase originaria della colonia di Catania. Anche sulla sommità della collina dell'acropoli - oggi occupata dalla piazza Dante e dal grandioso monastero benedettino di San Nicolò l'Arena - in una serie di campagne di scavo iniziatesi nel 1978, sono stati scoperti strutture e materiali greci di VII secolo, che messi in relazione con quelli di Castello Ursino, suggeriscono l'idea che l'insediamento di Catania, al pari di quello di altre colonie siciliane, avesse occupato fin dagli inizi un ampio spazio senza procedere però alla sua capillare urbanizzazione. E' da ricordare ancora che sempre nel corso delle stesse indagini sulla collina dell'acropoli sono state rinvenute significative tracce di frequentazione del sito nel periodo preistorico, relative in specie al neolitico ed all'età del rame. Per
i secoli VII e VI le fonti letterarie sono avare di notizie su Katane
(questo il nome della città in epoca greca): ci fanno comunque sapere
che, nei decenni iniziali del VI secolo, vi fu attivo Caronda che le
avrebbe dato un corpo di leggi scritte. L'indagine archeologica invece
permette di seguire durante questo periodo la progressiva - e non
pacifica - espa Nella seconda metà del v secolo, nel corso della grande spedizione ateniese in Sicilia (415-13 a.C.), gli abitanti di Catania si schierarono dalla parte della città attica cercando di contrastare tra l'altro le mire della vicina Siracusa sul proprio territorio. Una decina d'anni dopo la sconfitta ateniese, nel 403 a.C., Catania venne conquistata dal tiranno siracusano Dionigi il Grande: egli ne vendette in parte come schiavi gli abitanti, e introdusse nella cittadinanza gruppi di suoi mercenari campani. Dopo questi avvenimenti, nel IV secolo e nei primi decenni del III, Catania restò inserita nell'orbita della potenza siracusana. Indicativo in tal senso è anche il fatto che tra le statuette della stipe di piazza S. Francesco per il V e il IV secolo il tipo più diffuso sia quello di Kore con la fiaccola, introdotto con ogni verosimiglianza da Gerone, sacerdote appunto di Demetra e Kore, al momento della prima conquista siracusana di Catania.
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La conquista romana del 263 a.C., agli inizi della prima guerra punica, aprì per Catania un periodo di circa sette secoli durante il quale essa accrebbe notevolmente la sua importanza e il suo prestigio, fino al punto che nel IV secolo d.C. il poeta gallico Ausonio associandola a Siracusa la collocò tra i primi centri dell'impero romano. Catania rimase città decumana, cioè soggetta al versamento di una quota di un decimo dei prodotti del suo territorio, per quasi due secoli dopo la sistemazione della provincia di Sicilia da parte del proconsole M.Valerio Levino intorno al 210 a.C.. Un
deciso miglioramento nella sua condizione si registrò quando, un
quindicennio dopo aver sconfitto nell'isola Sesto Pompeo, nel 21 a.C.
Augusto la innalzò al rango di colonia romana, forse per suggerimento
del suo principale collaboratore M. Vipsanio Agrippa, grande
proprietario terriero nella zona. La decisione imperiale comportò un
incremento nel numero Subito agli anni dell'istituzione della colonia, quand'era necessario dare un'impronta romana alla città, è da ricondurre la sistemazione dell'area forense intorno all'attuale cortile S. Pantaleone; allo stesso periodo inoltre sembra risalire una decisa azione di riordinamento del tessuto viario della città. Sulla base di recenti scavi condotti in via Crociferi e di una carta manoscritta del Cinquecento, la rete stradale della colonia risulta in qualche modo rintracciabile in quella odierna della zona che ruota intorno alla via Vittorio Emanuele nel tratto compreso tra la piazza Duomo e la via Plebiscito; nei secoli dell'impero comunque il tracciato augusteo fornì le direttrici per l'espansione dell'area urbana in particolare verso sud, dove verrà anche edificato il circo per le corse dei carri. Il limite nord della città imperiale fu invece rappresentato dall'anfiteatro: costruito nel II secolo d.C. l'edificio nella sua grandiosità può ritenersi il coronamento del processo di accumulazione di ricchezze iniziatosi a Catania con l'elevazione al rango di colonia. Esso, inoltre, considerato insieme agli altri luoghi di spettacolo della città come il teatro e l'Odeon, ai numerosi complessi termali o all'efficientissimo sistema di approvvigionamento idrico, è significativo dell'alto livello della qualità della vita che dovette caratterizzare Catania durante l'età imperiale. Non è possibile al momento definire esattamente i tempi e i modi dell'introduzione e dell'affermazione del Cristianesimo a Catania, anche se si può pensare che qui non pochi fossero i fedeli della nuova religione alla metà del III secolo d.C. quando, durante la persecuzione dell'imperatore Decio, la tradizione data il martirio di Agata, la patrona della città. Notizie più sicure sulla Catania cristiana si hanno invece a partire dal IV secolo d.C. grazie ad un consistente nucleo di iscrizioni ed agli scavi condotti in aree sacre o cemeteriali. Nei decenni centrali del V secolo d.C., le incursioni dei Vandali interessarono la città arrecandole certamente notevoli danni: i grandi monumenti romani, d'altronde, non vennero tenuti in gran conto neppure durante il dominio gotico in Sicilia se Teodorico, signore dell'isola tra il 491 e il 526 d.C., concesse agli abitanti di Catania di servirsi degli squadrati blocchi di pietra lavica dell'anfiteatro per le loro costruzioni. Presa da Belisario nel 535 d.C. nel corso della guerra greco-gotica, la città fece parte dell'impero bizantino per tre secoli: a questo periodo, di cui siamo principalmente informati attraverso le fonti scritte, risalgono alcuni edifici di culto localizzati sia nella città sia nel circondario. Dopo che gli Arabi misero piede in Sicilia nell’827 d.C., conquistarono rapidamente anche Catania, ma in città non sono sopravvissute tracce significative del loro passaggio. Alla caduta dell’Impero Romano, Catania fu esposta alla costante minaccia dei conquistatori che giungevano sulle coste siciliane per terra e per mare. Dalle coste dell’Africa vennero predaci i Vandali e Catania sperimentò. la loro violenza piratesca. Fu poi la volta dein Goti, dei Bizantini, degli Arabi. La dominazione araba fu tuttavia benefica ai catanesi, come a tutta la Sicilia. Gli Arabi, ottimi coltivatori e abilissimi mercanti, riattivarono l’economia dell’Isola che subiva gli effetti di un lungo periodo di decadenza; diedero nuovo impulso alle colture indigene della vite e dell’ulivo e altre ne introdussero, come quella degli agrumi, che ancor oggi costituisce una delle maggiori fonti di benessere dei Catanesi. Alla metà del XII secolo, comunque, quando Catania era da poco meno di un secolo normanna, il geografo Al-Idrisi non poté fare a meno di ricordarne le non poche moschee ancora attive. |


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Nel
1071, guidati dal Gran Conte Ruggero, i Normanni occuparono Catania, non
senza patteggiare, sembra, con l'emiro di Siracusa, Ibn al-Werd. Era
l'inizio di una nuova vita. Ma, partito Ruggero, i Catanesi richiamarono
l'emiro, e i Normanni dovettero riconquistare la città nel 1081. I
nuovi signori dubitavano della fedeltà di queste popolazioni, che per
lingua e cultura oscillavano tra la greco-bizantina e la saracena; per
non parlare della consistente comunità ebraica esistente a
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Della Catania tardo medievale e rinascimentale il visitatore, come l'abitante, può solo farsi l'ombra di un'idea. Il doppio evento naturale che distrusse la città alla fine del XVII secolo (l'eruzione del 1669 e il terremoto nel 1693) ne ha lasciato ben poche tracce, leggibili per gli studiosi, ma sparse in modo tale che il turista deve accontentarsi di indovinarle mentre percorre altri itinerari. A questi danni, gli storici aggiungono la perdita dell'Archivio comunale, distrutto nel dicembre 1944 nell'incendio del palazzo degli Elefanti durante i moti separatisti.
La terza sorella delle città del Regno (così si definisce in una supplica a Carlo V nel 1520) poteva trovare un proprio spazio politico solo nella lunga rivalità che oppose Palermo a Messina. La sua struttura politica fu tuttavia sempre determinata dall'immenso potere, anche economico, della Curia vescovile: un equilibrio teso fra il polo del potere ecclesiastico e quello delle autorità laiche; queste ultime, a loro volta, non chiaramente equilibrate tra forze popolari (o meglio borghesi), un patriziato in ascesa, e famiglie feudali. Decisivo fu per Catania il rapporto con la casa di Aragona. Qui nel 1295 si svolse il colloquium generale dei nobili e delle città demaniali che proclamò re di Sicilia Federico III d'Aragona. Qui soggiornarono spesso la Corte e i suoi uffici. L'Università (Siciliae Studium Generale) venne fondata nel 1434 sotto Alfonso il Magnanimo e godette a lungo il privilegio di essere la prima e l'unica della Sicilia. La sua istituzione fu insieme il segno del favore regio, delle ambizioni del ceto dirigente cittadino e, all'interno di questo, della competizione fra la curia vescovile, gli ordini religiosi e i nobili. Il vescovo tenne il controllo dello Studio in quanto suo cancelliere. Centro commerciale importante per lo smistamento di merci e vettovaglie, l'area catanese conserva anche tracce della presenza di mercanti genovesi, pisani, catalani (sia nobili e funzionari che mercanti e marinai). Questa spiega l'esistenza di una chiesa dedicata alla Madonna di Monserrato (Montserrat): distrutta dalla lava del 1669 venne riedificata nel sito attuale dove diede poi nome ad uno dei quartieri moderni. Nel
corso del Quattrocento, la città conosce un'espansione che è anche
quella di una élite che va progressivamente occupando tutte le funzioni
pubbliche e le prebende sia ecclesiastiche che civili. La più
importante famiglia di tale patriziato è quella dei Paternò, e ad essa
si affiancano le famiglie feudali. Le più importanti cariche comunali erano il Capitano di giustizia, il Patrizio, e i sei membri del consiglio chiamati senatori. Nel 1412 i cittadini avevano ottenuto lo scrutinio cioè il diritto di eleggere i senatori, sia pure scegliendo entro liste molto controllate. Osteggiato, sospeso e ripreso più volte, il sistema dello scrutinio rappresentava tuttavia il luogo della decisione e della legittimazione collettiva del governo municipale. Nel 1435 Alfonso il Magnanimo concesse alle maestranze che i loro consoli potessero intervenire in Consiglio, concessione ritirata qualche anno dopo. Tuttavia, nel corso del Quattrocento, poco più di una dozzina di famiglie riuscì a raccogliere al proprio interno il più gran numero di designazioni. Sono nomi che ritroveremo a lungo nella storia anche urbanistica e culturale della città: oltre ai Paternò, Riccioli, Rizzari, Monsone, Platamone, Ansalone, Castello, Traversa, Gioeni, Asmari, Pesce, Asmundo, La Valle ... Infine, anche gli organi periferici del governo viceregio, piuttosto che fungere da contrappeso centralistico, finirono col cadere nelle mani di questa élite, che si avvantaggia anche dell'Università. La sconfitta della parte popolare segna l'adeguarsi di Catania al sistema politico spagnolo: ma la città mantiene un carattere più borghese, rispetto a Palermo, e produce pensatori politici originali come i giuristi Blasco Lanza (c. 1466-1535) e Mario Cutelli(1584-1654). Si diceva che a Catania li gentilhomini per la maiuri parti su mercanti e massari. Di questo genere è la carriera di Battista Platamone, proveniente da una famiglia che al commercio aveva affiancato la gestione di cariche pubbliche. Battista si laureò in diritto a Padova; dal 1420 occupò diverse cariche di natura fiscale e amministrativa, accumulò titoli di nobiltà e feudi, giungendo ad essere viceré per qualche mese nel 1440-41. Era in grado di prestare danaro alla Corona; fu tra i promotori dell'Università. Il rapporto di Catania col suo patriziato e con la sua feudalità è anche il rapporto con la sua campagna, vasto entroterra agricolo ricco di risorse. |


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Nel Cinquecento, Catania risente, come il resto dell'isola, della complessiva riorganizzazione dello spazio mediterraneo. Ferdinando il Cattolico, insieme con Isabella di Castiglia, riunificando la Spagna, aveva posto le premesse che faranno del suo erede Carlo V l'imperatore sulle cui terre non tramonta mai il sole. Poiché, dopo la caduta di Costantinopoli (1454) un analogo processo di sviluppo e centralizzazione si è svolto ad oriente con l'impero turco, la Sicilia si trova ora ad essere frontiera tra un Islam e una Cristianità in stato di guerra. Il commercio mediterraneo, di cui Catania era uno dei centri, patisce insieme la chiusura del mercato africano, e il ruolo egemonico della Spagna (la produzione di zucchero siciliano, per esempio, viene condannata a morte dall'impianto delle piantagioni prima nelle Canarie e poi in America). Per Catania, il segno tangibile della mutata situazione sta nel rafforzamento e nella definitiva chiusura della cinta delle mura (nei decenni 1540-1560). Questa determinerà lo svolgimento urbano, fin oltre il terremoto del 1693. La città non poteva restare immune dal travaglio religioso del secolo. Nel 1494, come in tutto il regno di Ferdinando il Cattolico, si ebbe l'espulsione o la conversione forzata degli ebrei anche a Catania; la comunità ebraica vi era particolarmente forte e numerosa. Sono forse ebrei convertiti i portatori di opinioni luterane, non meglio definibili, come lo sfortunato Giovan Battista Rizzo, linciato dalla folla nel 1513 perché, sembra, aveva compiuto un gesto sacrilego in Cattedrale contro l'Ostia consacrata. In rapporto col mutato clima religioso, si definisce meglio il culto della patrona, Sant'Agata, con importanti conseguenze sul patrimonio artistico. Nel Quattrocento si riedifica la chiesa del Santo Carcere (dove nel 1588 verrà posta la splendida Tavola del martirio dipinta dal greco Bernardinus Niger). Nel 1563 venne rifatto il fercolo o vara per la processione del reliquario artistico in argento e pietre preziose che contiene il corpo della Santa. Si consolidò il rito del portare in processione il velo di Sant'Agata - popolarmente chiamato Grimpia - come strumento estremo per fermare la lava. Altre manifestazioni di religiosità popolare, fervente e fastosa, si ebbero però anche in omaggio al Sacro Chiodo della Croce, posseduto dai Benedettini: questo negli anni 1540 venne prestato ai Siracusani come protezione contro i terremoti, e pressantemente richiesto indietro sotto lo stimolo della paura per i movimenti dell'Etna. Alle soglie del Seicento, la contesa fra Catania e Palermo in merito alla reale patria di Sant'Agata scatenò un'ondata di municipalismo. La contesa coinvolse i dotti, il clero e il popolo, ed è stata ripresa più volte, anche in giorni a noi vicini. Al sostegno della fede popolare si deve anche la costruzione di chiese e istituzioni religiose, prima fra tutte il convento di S.M. dell'Indirizzo. Non riuscì però a pieno la riforma religiosa imposta dal Concilio di Trento. Il suo protagonista catanese, Nicola Maria Caracciolo (vescovo dal 1537 al 1567) sciolse il legame tra la funzione del vescovo e la carica di abate di S. Agata, e migliorò l'educazione del clero. Non gli riuscì però di dividere in parrocchie il territorio ecclesiastico catanese secondo i dettami del Concilio. Fino quasi ai nostri giorni a Catania il vescovo fu anche l'unico parroco titolare dell'intera città, delegando in varie forme l’amministrazione dei sacramenti. In quei tempi, era una maniera di mantenere indivise le pingui rendite istituite dai Normanni, che attraverso i membri del Capitolo della Cattedrale erano appannaggio delle famiglie patrizie. Nel Cinquecento Catania conobbe comunque una fervida attività edilizia e contatti con la cultura italiana, testimoniati da quanto ci è rimasto di pitture e sculture sopravvissute in vari edifici. Un evento rilevante fu il trasferimento in città del monastero benedettino di San Nicolò l'Arena la cui fondazione originaria era nell'area di Nicolosi. Divenuto uno dei più importanti proprietari fondiari della zona, il monastero abbandonò l'antico luogo eremitico per le difficoltà create dal clima e dalle eruzioni dell'Etna. Il trasferimento (1578) ne moltiplicò e ne sottolineò la potenza e il prestigio. |


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Nel
secolo successivo, invece, la città sembra non trovare più un'immagine
dinamica di se stessa. Di fronte a Palermo, divenuta ormai capitale
amministrativa e sede privilegiata della grande nobiltà, poco conta la
parificazione (1622) del Senato catanese a quelli di Palermo e di
Messina. Carestie e pestilenze segnano la crescente impotenza
amministrativa del regime spagnolo. Politicamente, anche Catania è
lacerata dai tumulti popolari che corrispondono a crisi più generali
come la rivoluzione del 1647, e la rivolta di Messina del 1674-78. La cultura della città sembra adeguarsi al livello più basso della devozione popolare, col suo frequentissimo ricorso alla speranza del miracolo: il velo di Sant'Agata verrà portato in processione contro la peste nel 1592 e ancora nel 1624; fermerà la lava dell'Etna nel 1536, nel 1579, nel 1636 verso Pedara, ancora a Bronte nel 1654. L'eruzione del 1669 inferse però a Catania un colpo gravissimo. Distrutti migliaia di ettari di terreno coltivato, la lava investì l'abitato da nord e da ovest, cancellando il sistema difensivo delle mura, circondò il Castello Ursino allontanandolo dal mare e seppellendone fossato e bastioni. Presto si diede mano ai lavori di ricostruzione. Sulle
lave venne tracciata la nuova via della Vittoria, o del Gallazzo (oggi
via Plebiscito) per collegare le porte a sud e a nord, e per permettere
il circuito della processione di Sant'Agata. Si assegnarono le aree
della Consolazione e del Borgo ai profughi dei casali che avevano invaso
Catania. Una nuova catena di fortini venne approntata dal principe di
Ligne. Gli anni che seguirono furono però funestati dalla guerra, che
il conflitto militare con i francesi, innescato dalla rivolta di
Messina, aveva portato anche sul territorio catanese. La sciagura peggiore doveva ancora venire: la notte dell'11 gennaio del 1693, gran parte della Sicilia sud-orientale veniva distrutta da un potente terremoto. Molti centri abitati furono rasi al suolo, molti perdettero tra il 30 e il 70 per cento della popolazione. Di Catania non rimasero in piedi che poche cose: il Castello, le absidi della Cattedrale, qualche porzione delle mura, la cappella dei Paternò. Il numero delle vittime si contò tra 12 e 16 mila, su una popolazione di 18 o 20 mila anime. Se per la Sicilia l'epoca del dominio spagnolo si chiudeva con un bilancio di stanchezza e di crisi, per Catania era la tragica alternativa fra scomparire per sempre o ricominciare tutto da capo. |
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Dal punto dì vista urbanistico e architettonico, il 1693 è il suo anno di nascita. Le strade larghe e dritte, dalla maglia ad angoli retti; i palazzi e le chiese uniformi per stile, decorazioni e materiali; l'impiego coerente della lava nera e della pietra calcarea chiara; l'impianto scenografico di luoghi come la piazza del Duomo: tutto fa pensare ad un progetto organico, e dà un senso preciso alla definizione di barocco catanese. Eppure, non solo la ricostruzione prese lo spazio di diverse decine d'anni, ma moltissimi edifici vennero rimaneggiati, sopraelevati, completati, ancora ai primi dell'Ottocento. Il fatto cruciale fu la decisione di intervenire subito con un progetto complessivo. Il viceré Giovan Francesco Paceco duca di Uzeda, uomo di cultura e di interessi scientifici, si trovò di fronte al compito di ricostruire ben 77 città, alcune delle quali di importanza militare preminente, come il porto di Augusta. Affidò quindi l'incarico di vicario generale per il Val di Noto a Giuseppe Lanza duca di Camastra. Catania appariva totalmente distrutta. A far pendere la bilancia verso la decisione di ricostruire sullo stesso luogo fu l'esigenza di non abbandonare le fortificazioni. Il duca di Camastra si servì di tecnici e ingegneri militari per sgomberare le macerie, prendere iniziative contro i predoni e nutrire la popolazione. Nel giugno del 1694, col concorso d rappresentanze di tutti gli ordini di cittadini, egli approntò il piano generale. Una linea ideale divideva la città in due parti, assegnando ai terreni due diversi prezzi convenzionali: quella ad ovest, in cui il prezzo dei terreni veniva scontato di circa un terzo, fu destinata ad accogliere, come già prima, i quartieri popolari; verso est si concentravano invece gli edifici della nobiltà laica ed ecclesiastica. Le strade larghe, interrotte da piazze frequenti e regolari, costituivano una precauzione antisismica. Furono definiti gli assi viari principali, sovrapponendo delle linee rette all'antico corso tortuoso delle vie e sottolineando, nella parte ovest del Corso, l'antico impianto della città romana. "Facevano
a gara i cittadini per ricostruire case e palazzi" scrive lo
storico benedettino Vito Amico. Egli riporta così un dato importante:la
dimensione autonoma, in parte popolare, degli sforzi compiuti per
riempire di realtà edificate il tracciato che le autorità avevano
predisposto. Ne resta memoria nella tradizione che assegna la decisione
di ricostruire Catania all'energico attivismo di un canonico della
cattedrale, Giuseppe Cilestri, e di suo nipote Martino. Il fervore della ricostruzione dà il tono alla vita di Catania settecentesca; per decenni essa è tutto un cantiere, che attrae popolazione e maestranze, che mette in moto l'economia, che apprende nuove tecniche e le dissemina a sua volta. Una esperienza preziosa per gli architetti, come i catanesi Alonzo di Benedetto e Francesco Battaglia, Girolamo Palazzotto da Messina, il palermitano Giovan Battista Vaccarini, e poi il toscano Stefano Ittar e tanti altri. Tra tutti il Vaccarini è forse quello che ha lasciato il segno più netto, sia per il gran numero di edifici da lui curati che per il lungo periodo del suo operare a Catania. Certamente l'immane sforzo di ricostruzione si dovette ai cospicuiinvestimenti edilizi resi possibili dalle rendite feudali accumulate dalle grandi famiglie, dalla Chiesa, dagli ordini religiosi (particolarmente impressionante l'impegno dei Benedettini nel riedificare il monastero di San Nicolò l'Arena col tono di una vera e propria reggia). Ma fu così che la città poté superare la crisi dei primi decenni del Settecento, che vide la Sicilia passare dal dominio spagnolo ai Savoia (1713-1720), poi agli Austriaci (1720-1734) e infine alla nuova dinastia borbonica, e ciò non senza l'inizio di grandi cambiamenti e grandi speranze, e conflitti anche nell'ordine religioso, tra Stato e Chiesa. Il segno più certo di tale vitalità, oltre all'espansione stessa del tessuto urbano, è la vicenda della cultura. Vi è innanzitutto l'accresciuta importanza dello "Studio" - l'Università -, che sotto il prevalente impulso di medici e giuristi già fin da prima del terremoto aveva posto le basi per una nuova sede e una espansione; il suo palazzo è ora tra i primi a dare nuovo prestigio alla riorientata via Uzeda (oggi via Etnea), collocandosi a mezzo tra il palazzo comunale e la chiesa della élite dirigente, quella di S. Maria dell'Elemosina (Collegiata), ricostruita sullo stesso luogo ma riorientata in modo da affacciarsi sulla nuova strada principale. L'Università è terreno di conflitto tra la direzione ecclesiastica e quella laica, in un'epoca in cui i governi cominciano ad avocare a sé il controllo della cultura. Proliferano perciò i centri privati di studio, le biblioteche private, le associazioni, le accademie. La terribile esperienza del terremoto e l'incombere del vulcano indirizzano il dibattito culturale verso un progresso concreto delle scienze geologiche, mineralogiche, vulcanologiche; si supera così la strettoia della disputa tra scienza e fede, e con l'opera del canonico Giuseppe Recupero (1720-l778) si pongono i fondamenti di un ricco patrimonio nelle scienze naturali che sarà continuato nell'Ottocento.
Né è da sottovalutare l'attività del vescovo Salvatore Ventimiglia, fondatore di una ricca biblioteca poi lasciata allo Studio; così come meritano un ricordo figure quali Nicola Spedalieri (1740-1795), l'ingegnere Giuseppe Zahra Buda (1730-1817), proveniente da Malta,che riuscì a risolvere il problema della costruzione di un molo nel porto; o il naturalista Giuseppe Gioeni d'Angiò (1747-1822), cui si intitolò una celebre Accademia. Giuseppe Geremia (1732-1814), musicista amico di Paisiello rappresenta la continuità di una cultura musicale che avrebbe dato i suoi frutti nel secolo successivo. Si viene formando così un ambiente culturale vivace, che soprattutto verso la fine del secolo sarà percorso dai fermenti innovatori, laici e democratici sintetizzati dal periodo catanese del grande riformatore Giovan Agostino De Cosmi. Grazie a questi ambienti, Catania viene definendosi come la città giacobina, borghese e democratica che si manifesterà nel secolo successivo. La significativa espansione demografica (nel 1798 essa conta già 45 mila abitanti), la concentrazione di importanti attività economiche soprattutto nel settore tessile (seta), e il controllo della campagna circostante fanno del Settecento il periodo in cui Catania supera definitivamente altri centri rilevanti del suo hinterland: Acireale, Paternò, Lentini, Caltagirone. Dopo il 1770, tuttavia, l'attività edilizia rallenta di molto; incompiuto resta il monumentale edificio dei Benedettini. In parte ciò è dovuto al concludersi delle fabbriche intraprese; ma incidono anche la crisi agraria e le difficoltà del commercio internazionale. Il 1764 ha visto la città devastata, col resto dell'isola, da una terribile carestia. I privilegi che consentono alla nobiltà di controllare produzione ed esportazione di grano tendono a rafforzare le posizioni dell'aristocrazia, e a stabilizzare l'economia del latifondo. Questo, per Catania, significa soprattutto il maggiorato potere di chi, come i principi di Biscari, domina la Piana. Si apre, come per il resto della Sicilia, una questione feudale, che esplode per le riforme tentate sotto il viceregno di Tanucci e, dal 1781, di Caracciolo. Gli anni delle guerre napoleoniche nel Mediterraneo sono per la Sicilia gli anni della occupazione inglese e della trasformazione costituzionale con la fine giuridica del feudalesimo. La città di Catania non sembra riuscire ad agganciare la congiuntura commerciale positiva che nel suo stesso territorio permette invece all'area del vigneto, tra Mascali ed Acireale, di accumulare ingenti ricchezze trafficando i vini etnei con l'esercito britannico. Nonostante gli sforzi compiuti già da prima del terremoto non è riuscita a superare gli ostacoli tecnici per la costruzione di un porto. Nel 1798 e 1799 Catania è scossa da rivolte popolari per il pane. Si profila la crescita di uno strato popolare ribelle, anche se ciò non dà luogo ad alcun movimento rivoluzionario sul modello francese; ché anzi nel 1799, a Caltagirone, ha luogo un massacro dei giacobini, esemplare anche se di non chiara interpretazione. La cultura cittadina percepisce questo disagio e se ne fa interprete, in figure come l'irregolare poeta-filosofo Domenico Tempio (1750-1821)o nella fitta schiera di filogiacobini cresciuti alla scuola del De Cosmi: Giovanni Nepomuceno Gambino (o Gambini; 1761-1848) che dovette fuggire in Svizzera dove fu vicino a Filippo Buonarroti; Francesco ed Emanuele Rossi, Vincenzo e Carlo Gagliani, Giuseppe Rizzari. Da questi gruppi escono i deputati catanesi al Parlamento siciliano, i quali, tra il 1810 e il 1815, si schierano con l'ala più radicale. |


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La riforma amministrativa borbonica del 1817 istituì in Sicilia sette province sostanzialmente paritarie tra loro. La gerarchia tra le città siciliane fu ridefinita, e alterati i termini dell'antica rivalità tra Palermo e Messina. Catania si ritrovò capoluogo di un vasto territorio, sede di tribunali, dell'intendenza provinciale, di vari uffici amministrativi. La popolazione, che in quel momento era scesa a 40 mila abitanti, risalì a 52 mila nel 1834, iniziando una straordinaria galoppata secolare: 68.810 abitanti nel 1861, 90 mila nel 1880, 150 mila nel 1900, 230 mila nel 1931, fino agli attuali 363 mila. Ragione primaria di questa crescita continua, che non ha riscontri nell'Isola, è lo scambio tra la campagna (e i centri minori) e il centro urbano. Questo si pone sempre più come polo d'attrazione per i commerci, le industrie, i consumi, e infine - specialmente nel nostro secolo - per il terziario. Nella prima metà del secolo, la principale attività industriale catanese è il settore tessile. Tessitori e artigiani - insieme ai pescatori e alla gente che vive del porto - formano il nerbo del proletariato; c'è però, accanto a questi, anche una plebe di lavoratori marginali, di diseredati, di servitori o manovali generici, caratterizzata dalla mancanza di cultura e di interessi tecnici, che si affolla nel vecchio quartiere della Civita e dell'Idria; ma meno tumultuosa e conscia della propria forza che non in città come Palermo.Sono invece gli artigiani da un lato, e dall'altro i borghesi dagli interessi prevalentemente mercantili, a dare il tono agli strati popolari. Lo si vedrà più avanti nel secolo, con la formazione delle società operaie, e poi del Fascio dei lavoratori. E' ancora l'agricoltura che forma la ricchezza di Catania, sia nel senso di famiglie provinciali agiate o nobili che si trasferiscono in città, sia per la partecipazione di cittadini ad investimenti terrieri. La città si costruisce così il ruolo di mercato, di centro di distribuzione, e di polo culturale: teatri, gabinetti di lettura, l'Università e le accademie come quella Gioenia, periodici culturali e politici, come Lo Stesicoro del 1835-36. Ma per tutto ciò essa deve ancora competere con altri centri, con Acireale in primo luogo. Prima dell'Unità, la città è pur sempre relativamente povera di alberghi, di strade lastricate, di locali pubblici. La rottura tra la città e il regime borbonico si consuma nel 1837: sono i moti del colera, con centro nel siracusano, che accusano la monarchia di aver sparso il veleno in odio al popolo. In realtà la difficile alleanza tra nobili costituzionalisti moderati e capipopolo viene rinsaldata dalla cecità della repressione borbonica che mira a colpire indiscriminatamente. Dopo di allora, nel 1848, nel 1860 con i Mille di Garibaldi, e ancora nel 1862 con la fallita impresa garibaldina di Aspromonte, Catania fornirà al Risorgimento cospiratori massonici e carbonari, mazziniani e moderati, conssolidando un'immagine di città democratica. Ma lo schema politico del 1837 si ripeterà più volte, e ancora in occasione della repressione di Bixio a Bronte: lo si può definire come una timidezza da parte dei liberali moderati ad assumersi responsabilità di potere, per il timore di rimanere schiacciati tra la repressione dall'alto e le rivolte popolari dal basso. Nei
primi anni dell'Unità d'Italia, Catania non viene meno a tale
tradizione. Nel 1865 è fondata la società I figli del lavoro, con
Mazzini come presidente onorario; sciolta di lì a poco, verrà
ricostituita nel 1876 dal radicale Edoardo Pantano. Dopo l'assassinio
del presidente americano Abramo Lincoln, viene intitolata a lui la via
Lanza (oggi Di Sangiuliano); si va formando uno strato di intellettuali
radicali, presso i quali il democratismo si sposa alla totale fiducia
nel potere rinnovatore della scienza. Vate di questi ambienti è Mario
Rapisardi (1844-1912), poeta che sull'anticlericalismo e sul rifiuto del
presente fonda la visione palingenetica di una umanità rinnovata. Con le leggi di eversione dell'asse ecclesiastico, dopo il 1866, la città acquista gran parte di quei conventi, monasteri, ed altri beni immobili di cui la ricostruzione settecentesca aveva riempito il centro urbano. Diventeranno scuole, caserme, uffici pubblici: concentrazione eccessiva di funzioni entro un breve perimetro, che oggi, a distanza di più di un secolo, è divenuta insopportabile. Ma è anche una grande occasione per acquistare, speculare, investire. Ed è su queste opere che la città inizia la sua crescita: si sistema la via Stesicorea (Etnea) abbassandone il livello; si imbrigliano le acque dell'Amenano (la fontana di piazza Duomo è del 1867); si tracciano e aprono nuove strade; nel 1866 si installa l'illuminazione a gas. E purtuttavia, l'epidemia di colera colpisce nel 1866-67 e ancora nel 1887. Con la seconda metà del secolo arriva anche la ferrovia, e con essa il collegamento con le due merci che staranno a fondamento di una grande espansione: lo zolfo dell'interno della Sicilia e gli agrumi. Per l'uno e per gli altri Catania diventa il polo dove il prodotto viene lavorato, imballato, commerciato e spedito. Ciò apre nuovi rami di attività industriale e inizia a differenziare le classi proletarie: crescono le raffinerie di zolfo, che insieme con la ferrovia, dai caratteristici archi su via Dusmet, rappresenta una cintura di ferro che taglia la città fuori dal mare. Nell'ultimo decennio del secolo, la ferrovia circumetnea collega Catania con Riposto girando attorno all'Etna e rappresenta un'arteria vitale per il trasporto di merci e di lavoratori agricoli. Gli anni dopo il 1880 inaugurano la stagione di una Catania espansiva, portatrice di un modello commerciale e industriale che addirittura sarà possibile proporre all'intera Sicilia. Attivissimo, il giovane sindaco e futuro ministro degli esteri Antonino Paternò Castello marchese Di Sangiuliano (1852-1914) inaugura una stagione di spese e di imprese. Non senza contraddizioni: di fronte alla trasformazione sociale rapida e tumultuosa maturano anche le amare considerazioni sui vinti che Giovanni Verga (1840-1922) espresse ne I Malavoglia (1881) e in Mastro-Don Gesualdo (1888 ). Più tardi, Federico De Roberto (1861-1927) ne I Viceré (1894) ritrarrà il marchese Di Sangiuliano come emblema del trasformismo di un'aristocrazia che non intende cedere le leve del comando. Questi scrittori, che con Luigi Capuana (1839-1915) costituiscono il grande contributo nazionale al verismo europeo, non a caso si interessano della questione sociale: con essa si misura tutta la cultura catanese, con punte alte quali l'opera di studioso e di politico di Angelo Majorana (1865-1910), ministro delle finanze con Giolitti, dalla carriera stroncata da una precoce morte. La questione sociale diviene perno della vita politica catanese: ad essa si ispira il lungo apostolato del cardinale Giuseppe Benedetto Dusmet(1818-1894), vescovo di Catania dal 1866, che profonde ogni energia in mezzo ai quartieri più poveri per costruire un movimento di cattolicesimo sociale. Ma ne nasce anche, con la crisi agraria, e con la lacerazione violenta dei Fasci dei Lavoratori (1891 -1894) l'esperienza socialista riassunta nel nome di Giuseppe De Felice Giuffrida (1859-l920), il tribuno che trascinò le masse alla costituzione di magazzini cooperativi, di forni municipali per calmierare il prezzo del pane. Liberali,
cattolici, socialisti: diverse visioni che rispondono però all'immagine
di un centro urbano vivo e attivo. Dal 1890, dopo un trentennio di
sforzi, Catania ha anche il suo Teatro Massimo; qualche tempo prima,
trasportando in patria la salma di Progresso economico e progresso democratico identificavano la città e la proponevano come modello. Ne furono segni la grande Esposizione commerciale del 1907, le cerimonie di inaugurazione, alla presenza della famiglia reale, del monumento a Umberto I nel 1911. Una immagine diversa, ma pur sempre forte, era quella popolareggiante, che faceva perno sul dialetto, e sulle caratteristiche, vere o presunte, del mondo dei cortili: sono le satire e i versi di Nino Martoglio(1870-1921), l’arte teatrale istintiva, che incantò Mejerch'old e D'Annunzio, di Giovanni Grasso (1873-1930) e della sua compagnia, l'esordio di Angelo Musco (1871-1937). La base economica e sociale di questa grande stagione non era solidissima. Nel primo decennio del secolo ventesimo, l'alleanza popolare garantita da De Felice, convince sempre meno; astro nascente della grande borghesia catanese è Gabriello Carnazza (1871-1931), di grande famiglia risorgimentale, legato ad interessi finanziari dei nuovi gruppi elettrici, interessato a grandi progetti di bonifica agraria. E' il principale nemico del defelicianesimo, mentre si prospettano, a destra, aggregazioni nazionalistiche e agrarie. La città, che ha esitato a lungo tra la vocazione industriale e quella commerciale, ha finito col far prevalere quest'ultima. Con la grande guerra, e con la successiva crisi del fascismo, si spezzano i circuiti commerciali; perde d'importanza lo zolfo siciliano; la città entra in una crisi profonda, non solo economica.
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Nei primi anni Venti del Novecento, però, la città è ancora carica di energia: Pirandello scrive testi dialettali per Angelo Musco, Gabriello Carnazza è ministro di Mussolini. Ma un gruppo di giovani vivaci, fortemente sedotti dal futurismo, dall'interventismo, perfino dal fascismo, finisce col disperdersi emigrando fisicamente o intellettualmente. La Catania degli anni Trenta è quella che Vitaliano Brancati (1907-l954) percepirà come carica di noia e di incapacità di vivere, tutta risolta nell'impotenza dello sguardo e della smania erotica nei romanzi Gli anni perduti e Don Giovanni in Sicilia, pubblicati nel 1941. Non
mancano in questo periodo grandi progetti. Si pensa ad opere pubbliche
di potere e di prestigio: un nuovo carcere, un nuovo palazzo di
giustizia, il risanamento tramite sventramento del vecchio quartiere San
Berillo; alcuni di questi progetti, interrotti dalla guerra, saranno
conclusi solo negli anni Cinquanta, trascinando la loro magniloquenza
autoritaria nell'età repubblicana. Lo stile razionalista dell'epoca
imprime ad alcuni edifici un segno di modernità che oggi siamo in grado
di capire e di recuperare. Durante la seconda guerra mondiale, Catania
conobbe la fame, lo sfollamento, i bombardamenti, la crisi politica del
regime; queste cose, e specialmente i pesanti bombardamenti del luglio
1943, lasciarono il segno: da un secolo e mezzo lo spettro della guerra
non si era più manifestato in Sicilia. Con la Liberazione da parte
degli angloamericani non venne lo stimolo a riconoscere se stessi e a
ricostruire una personalità collettiva: venne invece il contrabbando,
il brigantaggio, l'affarismo, l'accettazione passiva del caos. Nel
dicembre del 1944, la folla che diede fuoco al Municipio non militava
nemmeno sotto le insegne del separatismo; era solo una massa stanca
della guerra e della fame. Lo stesso episodio di Antonio Canepa,
fondatore dell'EVIS e animatore della guerriglia separatista, ucciso nel
1945, rimase senza seguito di massa. Gli anni della ricostruzione mostrarono che non si era del tutto spento il senso della coscienza civica: è significativo, per esempio, che il settecentesco palazzo Massa di San Demetrio, ai Quattro Canti, distrutto dalle bombe, venisse rifatto esattamente come prima. Ma ben presto l'edilizia stessa diventò motore e insieme traino dello sviluppo economico. A cavallo degli anni '50 e 60 si manifesta ancora una volta lo spirito di ricostruzione e d'intrapresa dei catanesi. Nasce a sud la zona industriale Pantano d'Arci, si formano e sviluppano grandi imprese edili, fiorisce il commercio. E ritorna il mito della Milano del Sud. L'espansione urbanistica si svolge in modo contraddittorio. Mentre la speculazione edilizia porta a compimento il cosiddetto sacco di San Berillo (lo sventramento di una parte significativa del centro storico), viene chiamato alla redazione del piano regolatore l'architetto giapponese Kenzo Tange, che disegna uno sviluppo urbanistico equilibrato, mirato a valorizzare i quartieri periferici e dell'area sud della città, superando il monocentrismo. Catania, comunque, dimostra di essere una città dimanica, ricca di imprenditorialità autonoma, al contrario di altre città meridionali e siciliane, che subiscono un'industrializzazione di tipo coloniale, che spesso devasta il territorio e crea lacerazioni sociali. Nel
'68 i giovani catanesi partecipano da protagonisti ai moti studenteschi,
evidenziando i fermenti culturali che animano la città. Il rilancio economico e culturale cozza, però, negli anni '70, con la nuova mafia e con i processi degenerativi del potere politico. La trasformazione, nella Sicilia occidentale, della mafia rurale in mafia urbana prima e in mafia finanziaria poi, estende l'area di influenza e di intervento delle cosche mafiose in tutta la Sicilia. Anche a Catania si forma e si organizza un potere mafioso, che condiziona la vita civile, le attività economiche e la politica. Nonostante ciò, la città mantiene un'identità moderna e laica, come è dimostrato dall'alta percentuale di voti, superiore alla media nazionale, a favore del divorzio e dell'aborto, nei più significativi referendum che si svolsero in quel periodo. Negli anni '80 si manifesta una forte reazione democratica contro la mafia e contro i processi degenerativi della politica, che rompe vecchi e consolidati equilibri di potere. La crisi politica, tuttavia, si protrae fin verso la fine del decennio, lasciando la città sostanzialmente senza una guida. L'effetto dell'assenza di governo è il blocco delle opere pubbliche e dell'edilizia abitativa, che erano state un volano dello sviluppo, la crisi profonda dell'apparato industriale, il deperimento delle attività commerciali e terziarie in genere, l'impoverimento del dibattito culturale. Solo all'inizio del decennio in corso cominciano a manifestarsi i primi sintomi di inversione di tendenza, perchè una nuova classe dirigente comincia a ridisegnare un progetto per la città. Ma i progressi sono lenti e contraddittori, perchè i guasti degli anni '80 hanno lasciato segni profondi e perchè la negativa congiuntura economica nazionale penalizza maggiormente il Mezzogiorno. Il merito principale della nuova classe dirigente è quello di garantire un rigore politico ed amministrativo, mantenendo un clima civile nel confronto politico, all'altezza della migliore tradizione laica della città. Mentre altrove la crisi degli anni '80 ha prodotto spaccature sociali e politiche profonde ed odi insanabili, frutto anche del manicheismo politico e culturale delle classi dirigenti, a Catania è prevalso uno spirito di tolleranza, che ha consentito un'amministrazione fondata sul confronto costruttivo e sul consenso. Il centro storico è stato trasformato in un salotto, ove è possibile circolare e divertirsi fino alle ore piccole; vanno fiorendo nuove attività culturali ed artistiche; i quartieri popolari dispongono di nuovi servizi e strutture. E' vero, tuttavia, che il tasso di disoccupazione rimane altissimo e che i giovani vivono nell'ansia del futuro. La questione del lavoro è, come in tutta la realtà meridionale del Paese, la principale questione catanese di oggi. Per affrontarla e risolverla occorre realizzare il progetto della Catania del 2000, al quale si sta già lavorando: infrastrutture moderne, interporto, reti telematiche, alta tecnologia, ricerca scientifica, sostegno alle imprese, valorizzazione, anche a fini turistici, del patrimonio ambientale e storico.
(fonti: Giovanni Salmeri, Santi Correnti, Nino Recupero, Aldo Motta)
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Chi ha veramente partecipato alla spedizione dei Mille? Ecco l'elenco alfabetico completo (pubblicato sulla Gazzetta ufficiale del Regno d'Italia del 12 novembre 1878) di tutti i componenti la spedizione dei Mille di Marsala, compilato sulla scorta dell'Elenco pubblicato nel 1864 dal Ministero della Guerra, del prospetto dei pensionati fra i Mille di Marsala e delle notizie fornite dalla varie autorità del Regno. AVVERTENZA. - Un primo Ruolo nominativo (in data 19 aprile 1862) di coloro che sbarcano a marsala l'11 maggio 1860, fu compilato da una Commissione istituita nel dicembre 1861 e composta de signori Orsini Vincenzo e Stocco Francesco, maggiori generali; Acerbi Giovanni, intendente generale; Dezza Giuseppe, Cenni Guglielmo e Cairoli Benedetto, colonnelli; Manin Giorgio, tenente colonnello; Miceli Luigi e Della Palù Antonio, maggiori; Curzio Francesco e Uziel Davide, capitani; Calvino Salvatore e Argentino Achille, deputati al Parlamento, e De Cretsckmann Giulio Emanuele, maggiore. In seguito per rilascio delle autorizzazioni a fregiarsi della medaglia decretata dal Consiglio civico di Palermo il 21 giugno 1860 per gli sbarcati a Marsala, un Giurì d'onore riesaminò i titoli dei componenti la spedizione, e il Ministero della Guerra pubblicò un nuovo Elenco dei Mille di Marsala, nel bollettino n.21 (Anno 1864) delle nomine e promozioni, in base al quale furono concedute le pensioni. Riconosciuta, in appresso, la necessità di completare quell'Elenco, con ruolo definitivo, fu proceduto ad una generale inchiesta informativa durante l'anno 1877 e il corrente, e tale lavoro, portato al maggior possibile compimento, viene ora pubblicato nel seguente Elenco alfabetico. N.B. Gli individui aventi pensione ai sensi della legge 22 gennaio 1865, n.2119, sono segnati con asterisco.
ELENCO DEL 1862
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I fatti di Bronte Il Comune di Bronte ed i suoi abitanti, legati da sempre al lavoro della terra, hanno vissuto per secoli all'ombra di una strana, fraudolenta usurpazione del loro territorio: trasferito nel 1494, con bolla pontificia, a favore dell'Ospedale Maggior di Palermo e nel 1799, con spregiudicata donazione borbonica, a favore di Nelson. Un’incredibile causa legale volta a riavere il territorio, durata senza interruzione di fronte ai tribunali per oltre quattro secoli, era stata vana ed inutile: i contendenti (l’Ospedale, i Nelson ed il comune) agivano su piani diversi di possibilità di manovra e la comunità di Bronte priva di sostegni e protezioni risultava sempre perdente. In questo perenne stato di vassallaggio e di gravi crisi, era cresciuto nel corso degli anni, alimentato in tutti, di generazione in generazione un acuto desiderio di rivincita e di speranza di poter assistere tutti, prima o dopo, al rientro dei beni perduti. Il malcontento popolare, per nulla latente, ebbe le prime manifestazioni con i moti rivoluzionari del 1820 e del 1848, ma raggiunse il culmine dell'esasperazione con la rivolta del 1860 (meglio nota come "i fatti di Bronte"). La rivolta faceva seguito ai decreti emanati da Garibaldi che prometteva lo smantellamento dei latifondi e la spartizione delle terre. Anche perché qualche mese prima, subito dopo lo sbarco, lo stesso il Dittatore aveva annullato un'altra donazione borbonica restituendo agli antichi legittimi proprietari siciliani il feudo di "Bisaquino", sito nella zona di Palermo, anche questo regalato dal re di Napoli ad un suo favorito (il famigerato ministro di polizia Maniscalco).
Lamento di un popolano al Cristo crocifisso di Lionardo Vigo Un servu, tempu fa di chista chiazza, ccussì priava a Cristu e cci dicia: "Signuri! U me patruni mi strapazza! Mi tratta commu ‘n cani ‘nta la via; tuttu si pigghia ccu la so manazza macari a vita e dici chi nun è a mia. Si ppò mi lagnu cchiù peggiu mi minazza, a bbastunati mi lliscia u pilu e m’impriggiunia. Quindi, ti pregu, chista mala razza, distruggila tu, Cristu, ppi mia! (una tantum), Risposta del Cristo: "E ttu, forsi, hai ciunchi li brazza? Oppuri l’hai ‘nchiuvati commu a mia? Cu voli a giustizzia si la fazza Né speri c’autru la faria ppi tia. Si ttu si omu e nun si na testa pazza, metti a fruttu sta sintenza mia: iu nun saria supra ‘sta cruciazza S’avissi fattu quantu dissi a ttia".
La Grande lite Nell’incredibile gigantesca causa legale volta a riavere il territorio - intrapresa dai brontesi contro l'Ospedale e i Nelson - e durata senza interruzione di fronte ai tribunali per oltre quattro secoli, sono stati molti i difensori che ha avuto Bronte. Fra questi un cenno particolare merita l’umile giureconsulto Antonino Cairone che, come ci ricorda lo storico brontese Benedetto Radice "patì carcere, esilio e povertà" per la difesa degli interessi del suo Comune. Nell’illusione di un ritorno in mano loro oltre che dei demani anche delle terre due volte usurpate nel 1494 e nel 1799, le speranze dei contadini quasi tutti poveri e viventi di semplice ed aleatorio bracciantato si erano quindi improvvisamente riaccese. Inutile dire che, assetati di giustizia dopo secoli di stato servile, presero troppo alla lettera le parole del neo dittatore dell'Isola e pensarono che fosse giunto il momento tanto atteso della divisione del feudo Nelson. Tutto questo non avvenne, come tutti si aspettavano. La gente di Bronte, ancora una volta, non aveva fatto i conti con la storia, con gli intrighi internazionali, con gli interessi particolari e di classe. La loro aspirazione di giustizia sociale sfociò in un orrendo massacro cui seguì un altrettanto orrendo giudizio sommario, favorito dall'intollerante atteggiamento tenuto da Nino Bixio che, suo malgrado, era stato inviato da Garibaldi a sedare la rivolta onde evitare di compromettere i rapporti con il governo inglese in loco rappresentato dagli eredi di Nelson. Gli antefatti L’11 Maggio 1860, sbarco dei Mille, nello stesso storico porto chiamato dagli Arabi, 1033 anni prima, Marsa-Ali. Gli uomini (1089 o 1092) erano già sbarcati quando sopraggiunsero la pirocorvetta Stromboli e i due piroscafi Capri e Partenone comandati da Guglielmo Acton, inglese al servizio del Borbone. Nella rada di Marsala c’erano anche le cannoniere inglesi Argus e Intrepid, inviate da Malta per coprire lo sbarco. L’Acton, attraverso il binocolo, vedeva movimento di uomini in camicie rosse e avendoli scambiati per i Red Coast delle truppe inglesi, con i loro comandanti, si astenne dall’aprire il fuoco. La Storia è anche fatta di piccole cose: se Acton avesse fatto in fondo il suo dovere di soldato i Mille avrebbero fatto la stessa fine della spedizione di Pisacane e la storia della Sicilia, forse, sarebbe stata da scrivere in tutt’altro modo. Allo sbarco seguirono i vari proclami di Garibaldi, l’entrata a Palermo, la battaglia di Milazzo, la capitolazione di Messina. Con la conquista di Palermo, secondo una prassi consolidata (diritto dei vincitori), gli atti compiuti dai vecchi dominatori venivano considerati nulli e i beni si riconsegnavano ai vecchi padroni. Identica cosa sarebbe dovuta avvenire a Bronte con la Ducea Nelson. Garibaldi, invece, di annullare "illic et immediate" la donazione fatta al Nelson ai danni dei brontesi, preferì adottare il metodo dei due pesi e due misure. Almeno così credevano i brontesi che ignoravano i contenuti dei dispacci segreti inviati dall’Amministrazione della Ducea ai viceconsoli inglesi di Catania (Jeans) e di Messina (Richard) e che questi inoltravano al console Generale di Palermo Goodwin. Quest’ultimo informava il Ministero degli Esteri Russel che di rimando sommergeva di dispacci sia il Dittatore Garibaldi che il governatore di Catania. Da ricordare anche che, la notte del 5/6 Maggio, navi inglesi e sabaude avevano coperto la partenza di Garibaldi da Quarto e che ancora gli inglesi avevano finanziato l’impresa con pubblica sottoscrizione. A Catania c’era stata un’agitazione il 15 Maggio; il Gen. Clari, in un suo rapporto del 25/5, segnalava l’appartenenza al comitato rivoluzionario del viceconsole Jeans, assieme al Poulet, al Casalotto, al Marletta ed altri. Il 31 Maggio insorgeva Catania e le squadre al comando del Poulet, scendendo da Mascalucia, avevano la meglio sui regi di Clari ma l’improvviso arrivo delle truppe di Gaetano Afan de Rivera avevano ribaltato nuovamente la situazione. Ciò malgrado il 3 Giugno arrivò alla guarnigione di Catania l’ordine di ripiegare su Messina. I decreti di Garibaldi Per inquadrare meglio i "fatti di Bronte" è necessario ricordare che il successo dei Mille dipese anche dal concorso dei contadini insorti che si univano a loro. Perciò, al fine di soddisfare le masse rurali, Garibaldi prese rapidamente delle misure sociali importanti: abolì la tassa sulla molitura del grano, particolarmente odiata, ordinò la ripartizione, a favore dei contadini poveri e dei combattenti, delle terre del demanio comunale. E' opportuno anche riportare i seguenti decreti dittatoriali: 19 Maggio 1860: da Passo di Renna Garibaldi sanciva che i reati avvenuti durante la guerra, di qualsiasi natura, commessi da soldati o civili, venivano giudicati da un Consiglio di Guerra(etc.). 28 Maggio 1860: da Palermo, Garibaldi emanava un decreto avente per oggetto: Sanzione di morte per i reati di furto, omicidio, saccheggio e devastazione. Pertanto detti reati venivano puniti con la pena di morte mediante fucilazione alla schiena; pertanto nessuno era autorizzato a fare da sé vendetta ma reclamare giustizia dal Governo. Si vietavano, così, nel modo più categorico, tutti quegli atti che potevano causare scene di furore popolare, linciaggio verso i fautori del passato regime borbonico. Il decreto sanciva anche che chiunque con parole o scritti eccitava il popolo contro tali cittadini veniva arrestato come reo di "omicidio mancato". Se il perseguitato veniva gravemente ferito, percorso o ucciso, il o i responsabili venivano condannati alla pena di morte. 28 Giugno 1860: Decreto avente titolo "Legge elettorale …" (etc.) che regolamentava per ogni Comune la composizione della Commissione elettorale, la scelta dei locali per le sedute, la compilazione degli avvisi da bandizzare o affiggere, la trascrizione nel registro su quanto deliberato. Le liste dovevano contenere pure nome, cognome, paternità, età, professione e domicilio dell’elettore che riceveva un biglietto, firmato e numerato progressivamente, da presentare all’atto della votazione. Era infine vietata l’iscrizione degli aventi diritto fuori parrocchia o in più quartieri.
La situazione locale Bronte, in quell’anno aveva una popolazione di poco superiore ai 10.000 abitanti molti dei quali esercitanti attività agricolo-pastorale (i dati ci provengono dai "riveli", cioè autodichiarazioni fatte sotto giuramento). Nel panorama siciliano, Bronte allora rappresentava un caso limite: la piccola proprietà terriera, che le diverse leggi emanate dopo l'abolizione della feudalità dovevano favorire, era rimasta un sogno: l'81% del territorio comunale (quello più fertile) era in mano a pochissimi: la Ducea Nelson, il Comune, 7 nobili e 11 benestanti. Gli altri (tutta la popolazione brontese) vivevano e lavoravano nella speranza di possedere un pezzetto di terra. I nuovi padroni inglesi, sul territorio già dal 1799, avevano peraltro stravolto anche i precedenti, precari, equilibri sociali acuitisi ulteriormente con l’abolizione degli "usi civici", quest’ultimi voluti dal Governo Borbone. Gli amministratori ducali, da perfetti padroni, soggiogavano le masse dei lavoratori chiudendo le vecchie trazzere che facilitavano l’accesso ai campi e imponendo, con guardiani armati, i diritti di pedaggio. Davano inizio al taglio dei boschi per farne carbone da vendere ai brontesi e nel contempo proibivano l’ingresso negli stessi boschi e negli altri superstiti, a quanti vi andavano per pascolo, per legnare, raccogliere frutti o erbe mangerecce. Così, terre prima aperte al pascolo, venivano chiuse, coltivate o seminate. I trasgressori, sorpresi all’interno dei feudi da servili campieri (anche brontesi) al servizio del Duca, esercitavano il diritto di scudisciare, elevare salate contravvenzioni anche per banali motivi (di solito per legna raccolta nei boschi ducali) ed anche incarcerare. In poche parole, sulle masse di diseredati brontesi, la Ducea esercitava "diritti di vassallaggio" poggianti su ingiustizie e sorprusi. Amministratori comunali, brontesi di nascita, pilotati e votati ai "forestieri" gestivano la "cosa pubblica" privilegiando gli interessi inglesi a tutto svantaggio della povera popolazione locale. All'epoca dei "fatti di Bronte", la città contava circa 10.000 abitanti. I popolani covavano dentro quindi antichi sentimenti di vendetta per i molti torti subiti, per la stagnazione economica come pure per l’aumento dei prezzi. A stento il popolo brontese cela rabbia e malcontento. Scrive Benedetto Radice (Nino Bixio a Bronte): "Erano trecento cinquanta anni che Bronte lottava per i suoi diritti, dei quali le fatali donazioni di Papa Innocenzo VII nel 1491 e di Ferdinando I nel 1799 l’aveano spogliato. Aveva visto il suo territorio assottigliarsi di giorno in giorno fino a sparire interamente per novelli diritti, cavilli e pretese…". "Senza dire - continua Leonardo Sciascia nella prefazione del libro -, delle libertà sessuali che i galantuomini si concedevano con le ragazze del popolo: e basti considerare che nel 1853 c’erano a Bronte (su circa 10.000 abitanti) 38 balie comunali, nutrici cioè dei bastardi di ruota". L’occasione del riscatto sociale e della fine di tanti secoli di ingiustizie è data dall’arrivo di Garibaldi in Sicilia, dalle sue vittorie fulminee sui Borboni, dai proclami di scioglimenti dei consigli civici, dai decreti riguardanti la divisione delle terre e dall’abolizione della tassa sul macinato. Questo fornì alla massa lo spunto per riunirsi in comitati "liberali" e tentare di scrollarsi di dosso, in un solo colpo, sia i padroni ducali come pure i "cappelli" i quali approfittando del proprio ruolo egemone sotto i borboni, si erano appropriati delle terre comunali. Con lo scioglimento del Consiglio Civico per decreto dittatoriale, a Bronte era venuta meno anche la carica di Giudice; quindi il Governatore di Catania, a seguito delle solite pressioni pervenutegli a mezzo dispacci dal Console generale inglese Goodwin, nominò Presidente del Municipio il cittadino Sebastiano Luca e alla carica di Giudice l’avvocato Nunzio Cesare, ambedue di tendenze filoducali. Avrebbe dovuto tenere in debito conto le giuste aspettative dei Comunali e del popolo tumultuante che riconoscevano nell’avvocato Nicola Lombardo il loro capo, dividendo le due cariche in modo più equo. Il non aver saputo egli resistere alle pressioni inglesi né ponderare la delicatezza del momento fu un grave errore politico che avrebbe avuto, da lì a poco, ripercussioni funeste sul sociale. A Bronte, fatto inspiegabile per le masse, non venne abolita la tassa sul macinato che penalizzava i più poveri, ma, soprattutto, non venne realizzata la divisione delle terre della Ducea, dal momento che, caduto il regime borbonico in Sicilia, credevano tutti fosse venuto meno la donazione a suo tempo fatta al Nelson. Il popolo, stanco di subire prepotenze, identifica nei "cappelli" i possidenti "ducali-borbonici", conservatori e oppressori; mentre chi ha cuore gli interessi del Comune e sta col popolo è considerato "liberale, reazionario, antiborbonico". Aspirazioni deluse, sete di vendetta, rabbia ed odi inveterati spingono le categorie più basse alle estreme conseguenze, e il 31 Luglio arriva l'irreparabile, anche se la prudenza e l'intervento di cittadini liberali (fra i quali lo stesso Nicolo Lombardo), cercano di frenare l'irruenza spaventosa del popolo.
I Proclami di Garibaldi Siciliani! "Io vi ho guidati una schiera di prodi accorsi all'eroico grido della Sicilia, resto delle battaglie lombarde. Noi siamo con voi! Noi non chiediamo altro che la liberazione della nostra terra. Tutti uniti, l'opera sarà facile e breve. All'armi dunque! Chi non impugna un'arma è un codardo e un traditore della patria. Non vale il pretesto della mancanza d'armi. Noi avremo fucili; ma per ora un'arma qualunque basta, impugnata dalla destra d'un valoroso. I municipi provvederanno ai bimbi, alle donne, ai vecchi derelitti. All'armi tutti! La Sicilia insegnerà ancora una volta, come si libera un paese dagli oppressori colla potente volontà d'un popolo unito". I proclami di Bixio (originali conservati negli archivi del collegio Capizzi Bixio, appena arrivato a Bronte, col bando del 6 Agosto dichiara il paese colpevole di lesa umanità AVVISO Affinchè tutti conoscano come l'ordine pubblico intenda dal Governo ristabilirsi ne' Comuni ove si oserà turbarlo, il Governatore della Provincia di Catania deduce a pubblica conoscenza il seguente Decreto: Il Generale G. N. BIXIO in virtù delle facoltà ricevute dal dittatore decreta il Paese di Bronte colpevole di lesa umanità è dichiarato in istato d'assedio. Nel termine di tre ore da cominciare alle 13 e mezza gli abitanti consegneranno le armi da fuoco e da taglio, pena di fucilazione pei retentori. Il Municipio è sciolto per organizzarsi ai termini di legge. La guardia Nazionale è sciolta per organizzarsi pure a termine di legge. Gli autori de' delitti commessi saranno consegnati all'autorità militare per essere giudicati dalla commissione speciale. E' imposta al paese una tassa di guerra di onze dieci l'ora da cominciare alle ore 22 del 4 corrente giorno, ora della mobilizzazione della forza militare in Postavina e da avere termine al momento della regolare organizzazione del paese. Il presente Decreto sarà affisso e bandizzato dal pubblico Banditore. Bronte 6 Agosto 1860. IL MAGGIORE GENERALE G. N. BIXIO La Commissione mista eccezionale di Guerra pubblica la sentenza del 9 Agosto, che fa affiggere in tutti i comuni della Sicilia
IL GOVERNATORE DELLA PROVINCIA DI CATANIA Rende di ragion pubblica la Decisione emessa in Bronte, dalla Commissione mista eccezionale di Guerra, pei reati ivi avvenuti, cosi concepita: La Commissione mista eccezionale di guerra all’uopo eretta, residente in Bronte, composta dai Signori Francesco De Felice Maggiore Presidente, Biagio Cormagi, Alfio Castro, Ignazio Cagnotti Giudici, coll’intervento dell’Avvocato Fiscale Michelangelo Guarnaccia, assistita dal Segretario Cancelliere Niccolò Boscarini nella seduta d’oggi stesso ha emesso la seguente decisione. Nella causa a carico di D. Niccolò Lombardo, D. Luigi Saitta, D. Carmelo Minissale, Nunzio Longhitano, Nunzio Spitaleri Nunno, Nunzio Saperi Spirione, e Nunzio Ciraldo Fraiunco da Bronte, imputati di guerra civile, devastazione, saccheggi, incendi con seguiti omicidii, e di detenzione d’arme vietate pei solo Lombardo, Longhitano, e Spitaleri, avvenuti in Bronte dal 1 Agosto e seguenti del 1860 in danno di rosario Leotta e compagni, e dell’ordine pubblico. ha dichiarato 1. Non constare abbastanza che Luigi Saitta e Carmelo Minissale siino colpevoli dei reati loro addebitati, difformemente alle conclusioni dell’avvocato fiscale. 2. Constare che D. Nicolò Lombardo, Nunzio Samperi Spirione, Nunzio Spitaleri Nunno, Nunzio Ciraldo Fraìunco, e Nunzio Longhitano Longi siino colpevoli dei reati loro addebitati, giusta l’atto d’accusa, ed uniformemente alle orali conclusioni dell’avvocato fiscale. ordina Prendersi una più ampia istruzione sul conto dei sudetti Saitta e Minissale, rimanendo sotto lo stesso modo di custodia. Condanna D. Nicolò Lombardo. Nunzio Samperi Spirione, Nunzio Ciraldo Fraiunco, Nunzio Spitaleri Nunno, e Nunzio Longhitano Longi alla pena di morte da eseguirsi colla fucilazione, e col secondo grado di pubblico esempio nel giorno di oggi alle ore 22 d’Italia, li condanna altresì alle spese del giudizio in solido in favore della cassa delle finanze da liquidarsi come per legge. Ordina infine che della presente decisione se ne affissino tante copie in istampa per quanto sono i comuni dell’Isola per la debita pubblicità. Fatto, deciso, e pubblicato in Bronte lì 9 Agosto 1860 alle ore 20. Per estratto conforme - Niccolò Boscarini PER IL GOVERNATORE Il Segretario Generale CARLO DE GERONIMO
Il 12 Agosto Bixio annuncia agli abitanti della provincia di Catania che a Bronte giustizia è stata fatta ABITANTI DELLA PROVINCIA DI CATANIA Gli assassini, ed i ladri di Bronte sono stati severamente puniti -- Voi lo sapete! la fucilazione seguì immediata i loro delitti -- Io lascio questa Provincia -- i Municipi, ed i Consigli civici nuovamente nominati, le guardie nazionali riorganizzate mi rispondano della pubblica tranquillità!... Però i Capi stiino al loro posto, abbino energia e coraggio, abbino fiducia nel Governo e nella forza, di cui esso dispone -- Chi non sente di star bene al suo posto si dimetta, non mancano cittadini capaci e vigorosi che possano rimpiazzarli. Le Autorità dicano ai loro Amministrati che il governo si occupa di apposite leggi e di opportuni legali giudizi pel reintegro dei demanî -- Ma dicano altresì a chi tenta altre vie e crede farsi giustizia da se, guai agli istigatori e sovvertitori dell'ordine pubblico sotto qualunque pretesto. Se non io, altri in mia vece rinnoverà le fucilazioni di Bronte se la legge lo vuole. Il comandante militare della Provincia percorre i Comuni di questo distretto. Randazzo 12 Agosto 1860. IL MAGGIORE GENERALE G. NINO BIXIO
La tragedia di Bronte si era chiusa, e non era servita a niente. Ai brontesi non restavano che le condizioni miserevoli, la fame, il desiderio di "libertà" dalla schiavitù e dalla miseria e l’amara certezza delle promesse non mantenute. Nino Bixio avrà per tutta la vita sulla coscienza i morti di Bronte; così si esprimeva in una lettera alla moglie: "missione maledetta, dove l'uomo della mia natura non dovrebbe mai essere destinato".
Quel bagno di sangue per un pezzo di sciara (Leonardo Sciascia) La fame di terra, di queste sciare aride e nere che con indicibile pazienza e travaglio l'uomo sa mutare in giardini, qui ha generato sanguinose rivolte contadine: come quella che nell'agosto del 1860 ciecamente fu repressa da Nino Bixio a Biancavilla, Randazzo, Cesarò, Maletto, Bronte; e a Bronte con particolare rigore, poiché della fame dei contadini era oggetto anche il feudo che il re Borbone aveva donato nel 1799 all'ammiraglio Nelson, la famosa ducea di Bronte che solo ora è stata, come si dice con termine legale, "scorporata" dall'antica usurpazione (prima che dal re Borbone era stata usurpata nel 1491, dal Papa; e per secoli i cittadini di Bronte hanno lottato per i diritti del Comune sul feudo, giudiziariamente e con tragiche rivolte). A Bronte la parola "comunisti" suona da secoli ad indicare il partito, la fazione popolare, che invocava e perseguiva il ritorno al Comune delle terre usurpate e la divisione di esse; in contrapposizione al partito "ducale", in cui la classe degli abbienti, sostenendo la grande usurpazione, rappresentata dalla ducea, faceva schermo alle piccole usurpazioni proprie. E' una storia municipale quanto mai interessante: e per i fatti dell'agosto 1860 attinge a caso di coscienza dello Stato italiano, della nazione; dice quel che il Risorgimento non è stato, idea non realizzata; speranza dolorosamente delusa; e ancora ne portiamo pena e remora. Le sciare "scorporate" dalla ducea (restano al duro erede di Nelson ancora qualche centinaio di ettari) ora sono abbandonate come dovunque in Sicilia sono abbandonate le terre. Allo stesso contadino di Bronte che in paese torna dal nord d'Italia, dalla Germania, dal Belgio per trascorrervi le ferie, sembrerà inverosimile e assurdo che gente della sua condizione, se non addirittura del suo sangue, abbia ucciso e si sia fatta uccidere per un pezzo di sciara. "Vogliamo le sciarelle", il grido dall'affocata rivolta, è lontano e irreale, quasi ridicolo, il feudo è come un deserto paesaggio lunare, Ma è sorprendente trovarsi d'improvviso, nel cuore di esso, di fronte al castello di Maniace circondato da alberi alti, circonfuso da un suono d'acqua. E gli alberi e l'acqua sembrano evocare nebbia: e si ha l'illusione di stare dentro un pezzo di campagna inglese. Ché dovunque l'uomo porta l'immagine della propria patria: e gli amministratori inglesi della ducea, forse anche senza averne coscienza, qui hanno ricreato gli elementi della loro terra lontana. E ad entrare nel castello, che è poi l'antica abbazia di Santa Maria di Maniace, la suggestione si fa più profonda: nel cortile è una croce di pietra lavica, ma di forma da noi inconsueta, borchiata, in memoria di Nelson; nella chiesa sono sepolti gli amministratori inglesi del feudo e i loro familiari; e chi sappia qualcosa dei fatti del 1860 è colpito dal nome Thovez, ché Guglielmo e Franco Thovez erano allora gli amministratori. E si può dire che come essi, e i loro predecessori e successori nell'amministrazione del feudo, sono riusciti a ricreare un paesaggio inglese intorno al castello, la realtà siciliana è riuscita a fare di loro dei siciliani della peggiore estrazione: gretti, furbi, tortuosi, abilissimi nel gioco delle parti. Qui, dove il greco Giorgio Maniace sconfisse nel 1040 i saraceni, nel feudo chiamato appunto della Saracina, la gloria di Orazio Nelson e di Nino Bixio scende nel sangue e nell'ingiustizia: Nelson ha accettato questa terra come compenso di un tradimento e di un massacro, Bixio si è fatto apostolo del terrore invece che della giustizia. (Tratto da Opere 1971-1983, a cura di Claude Ambrosie, Classici Bompiani)
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