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IVANOE FRAIZZOLI
Fraizzoli e Milano, un ambrosiano doc col cuore nerazzurro. Fisicamente, nei toni della voce, nel faccione, nella bonomia, e’ stato l’ultimo presidente dell’Inter davvero ambrosiano: piu’ tipicamente milanese di Angelo Moratti e dello stesso Claudio Rinaldo Masseroni, massiccio e sempre armato di sigaro, il presidente di Skoglund, di Nyers e di Wilkes. Non aveva quarti di nobilta’ industriale, nè l’aureola del self – made man che dal nulla crea un straripante portafoglio, che dalla valigetta di rappresentante, come Moratti, arriva a un impero del petrolio. Anche in questo, assomigliava allo sterminato popolo della fabbrichetta, della bottega che è la ricchezza della città. Faceva e vendeva giacche e livree per i camerieri delle grandi famiglie. Ci voleva un grande coraggio per subentrare, e a Ivanoe Fraizzoli questo coraggio non mancò. Per un uomo come lui, devotamente attaccato alla famiglia e al lavoro, si trattò anche di un atto d’amore verso la squadra per la quale aveva sempre tifato. Ivanoe amava esibire un tesserino comprovante la sua passata militanza nel settore giovanile nerazzurro: “… dopo qualche partita mi dissero di cambiare mestiere” confessò una volta, forse per nascondere la sua giustificata soddisfazione. Quell’Inter era una signora squadra, che l’anno seguente arrivò alla finale di Coppa dei Campioni. Si giocò a Rotterdam contro l’Ajax, e l’Inter dovette inchinarsi a due prodezze di Cruijff, marcato da un giovanissimo Oriali, dopo che sullo 0-0 Boninsegna colpì un palo con un violento tiro da lontano. Una squadra che avrebbe anche potuto riaprire un ciclo, ma gli anni seguenti furono solo di lungo e costante declino, che videro prima il provvisorio ritorno di Helenio Herrera, poi un anno con Suarez e due con Chiappella, con risultati non andavano al di là del piazzamento Uefa. da http://storiedicalcio.altervista.org/blog/ivanoe_fraizzoli.html
Ormai chiuso il ciclo della Grande Inter, la prima stagione di Fraizzoli al timone della Beneamata fu caratterizzata da un mercato con pochi acquisti ed ambizioni: oltre al mediano Bertini, prelevato dalla Fiorentina, arrivarono Poli, Spadetto e Vastola. La marcia in campionato fu tranquilla, ma senza acuti, il piazzamento finale fu un discreto quarto posto. Fu proprio in questa stagione che si creò una prima forma di tifo organizzato, i Boys di San Siro, la cui origine si fa risalire al gennaio del 1969.
Per la panchina fu preso Heriberto Herrera, soprannominato Hh2 dai tifosi e della stampa: vennero poi acquistati Boninsegna, il quale con le sue reti trascinò l'Inter al secondo posto in campionato dietro il Cagliari di Riva, e Lido Vieri per sopperire alla mancanza di un numero uno degno della tradizione nerazzurra. Per quanto riguarda invece la Coppa delle Fiere, il cammino terminò in semifinale contro l'Anderlecht.
LIDO VIERI Sul grande terrazzo, al settimo piano, tra fiori, piantine di basilico, rampicanti, c'è un tubo di gomma collegato con il rubinetto dell'acquaio, e mi arriva addosso un flash, una foto di Lido Vieri di quando giocava nell'Inter. E si faceva una doccia con un tubo di gomma, solo che intorno c'era la neve. Vieri guarda me che guardo il tubo e ride. "Sì, anche adesso che vado per i 75. E sa perché ? Perché quand'ero piccolo in casa non avevamo l'acqua calda e io mi sono abituato a quella fredda, diciamo che me la sono fatta piacere per necessità, poi mi sono abituato e avanti così". Vieri nasce a Piombino, ma i genitori erano elbani, di Portoferraio. "Mio padre faceva il pescatore. Poi è saltato fuori un posto alle ferrovie e la famiglia ha traslocato sulla terraferma. Io sono diventato portiere per caso, il mio sogno era andare per mare. Quand'è arrivata l'offerta del Torino avevo già tutte le carte in regola per imbarcarmi come mozzo su un mercantile che da Genova andava in Brasile. Il pallone era un divertimento, un gioco. Non pensavo di poterci campare. Spesso giocavo il primo tempo da attaccante, per fare gol, e il secondo da portiere, per difendere il vantaggio. La prima squadra è stata a Venturina, 13 km a piedi all'andata e 13 al ritorno. Lì c'era e c'è ancora un ristorante famoso, da Otello. Sull'Aurelia, si fermavano i tir come le macchine di lusso. Specialità cinghiale alla maremmana, ma anche pesce. Là un bel giorno si fermò a mangiare il dottor Lievore, che curava il settore giovanile del Toro. E là per caso c'era a mangiare anche il dottor Biagi, un farmacista, il mio presidente, e mi segnalò".
Convocato per un provino, viene
preso. "Partii diviso dentro: cominciava un'avventura ma lontana dal mare, quello l'avevo perso. Erano passati pochi anni da Superga, il Toro stava cercando di ricostruirsi. La società pensava al mangiare e al dormire, per i primi due anni ho preso mille lire a settimana. La metà la mandavo a casa, per il resto m'arrangiavo. Un biglietto del cinema costava 80 lire. La domenica andavo allo stadio gratis. Il nostro portiere era Lovati, quello della Juve di Viola. Due buoni portieri. Anch'io ero un giovane portiere allo stato brado, tutto istinto. Allasio mi fece esordire in A, poi mi prestarono al Vigevano in B perché facessi esperienza. Ci andai con Sergio Castelletti, il terzino biondo che poi finì alla Fiorentina. Povero Sergio, era di Casale, è morto anche lui per colpa dell'amianto". Una volta i portieri si dividevano in due categorie: freddi e caldi. Freddi erano Jascin, Giuliano Sarti, Cudicini, Zoff. Caldi Moro, Ghezzi e Albertosi. Caldissimo Vieri. "Come temperamento sì , ero fumino, e mi sono preso le mie belle squalifiche. Ma il bello del ruolo, il lato romantico se vogliamo, era nella sua diversità. A me piaceva uscire di porta e arpionare il pallone con una mano sola, fin sul dischetto del rigore uscivo per respingere di pugno. E allora era regola che ogni pallone nell'area piccola fosse del portiere. Adesso vedo che molti hanno la catena corta ma, soprattutto, che pochissimi cercano di bloccare il pallone. Quando finalmente ho avuto un preparatore, la sua domanda più requente era: perché non l'hai bloccata? E, in caso di respinta, sempre di lato, mai frontale. Oggi sembra che queste cose siano finite in soffitta. Sono cambiati i palloni, sono cambiate le regole non sempre in meglio. Io cancellerei quella che porta rigore ed espulsione sull'uscita del portiere: una volta gli attaccanti ti saltavano, per non farti e non farsi male, adesso ti vengono a cercare, fanno di tutto, per sbatterti addosso, e ci credo: hanno tutto da guadagnare, al massimo rischiano un giallo per simulazione".
Lei aveva il mito di Ghezzi, ho letto. "Sì, il kamikaze. Ma mi piaceva molto anche Bepi Moro e uno che non è diventato famosissimo: Doriano Carlotti, un elbano, giocava nel Piombino ed è stato il primo dei miei idoli. Stavo dietro la sua porta. Era secco secco, non alto, un coraggio da leone nelle uscite. Quando qualche squadra di A bussava per Carlotti, il Piombino sparava cifre pazzesche e così non s'è mai mosso. Quando ha smesso ha aperto una macelleria". Non si stupisce di vedere tanti portieri stranieri in serie A? " E' vero che da noi c'era una grande scuola, ma nulla dura in eterno, tutto cambia. Pensi al Brasile: per decenni solo un grande portiere, Gilmar, poi ci è toccato veder vincere un mondiale a Taffarel, uno che si tuffava di pancia e non di fianco, poi è arrivato Julio Cesar. A me piace anche Neto, della Fiorentina. In assoluto, degli stranieri, Handanovic. Quanto a noi, Buffon era e resta di un'altra categoria. Promette bene quel Perin, un po' pazzo e per questo mi piace. Ma il ruolo è cambiato da quando i portieri hanno dovuto imparare a usare i piedi, diventando meno diversi, più uguali agli altri. Ho l'orgoglio di aver allenato, incoraggiato e sempre difeso un grande portiere: Luca Marchegiani. Certo se vedo le foto di quando giocavo io e di adesso sembra passato un secolo. I guanti, per esempio. Non li ho usati per anni o al massimo quelli di lana se pioveva.A mani nude sentivo di più il pallone, anche col freddo. Poi sono arrivati quelli zigrinati, come le coperture delle racchette da ping pong, e adesso ci sono certi guanti che sembrano usciti dai laboratori della Nasa, ma non è il guanto che fa il portiere, e nemmeno la maglia rossa o gialla. Ai miei tempi, solo nera, o grigia. Colpiva di più la fantasia: se l'immagina se poteva esserci un ragno arancione, così come c'era il ragno nero. Jascin? Un grandissimo, ma non so perché gli preferivo Beara, lo jugoslavo (morto il 10 agosto 2014 a 85 anni)" . Tre squadre in tutta la carriera: Torino, Inter e Pistoiese: cosa le resta?
"Il Toro è stata la squadra della
mia vita, ci sono arrivato ragazzino e ne sono uscito uomo. Dividevo
la camera con Ferrini, eravamo due tipi di poche parole. Lui parlava
con l'esempio, coi fatti. Mi sarebbe piaciuto avere una sola maglia
nella vita. Quando Pianelli mi cedette all'Inter, era convinto di
avermi fatto un regalo. Invece mi misi a piangere e spaccai a pugni
la porta dello spogliatoio. Ai tifosi granata devo il soprannome:
Pinza. Lo stesso di Bodoira, il portiere che aveva preceduto
Bacigalupo. Un onore. All'Inter con Invernizzi vincemmo uno scudetto
in rimonta ma mi sentivo in esilio, anche se l'ambiente era
simpatico. Alla Pisto In Nazionale, solo 4 presenze. "Posso dire la verità? Non m'importava nulla di giocare in Nazionale, e lo dicevo anche. Ho fatto tre partite e mezza, tre senza prendere gol: 1-0 in Turchia, 1-0 in Austria, 3-0 al Brasile. A Sofia subentro ad Albertosi sull'1-2 e becco il terzo. Sono campione d'Europa e vicecampione del mondo senza aver mai visto non dico il campo ma la panchina. Per me convocazioni, ritiri, trasferte di un mese mezzo, come in Messico, equivaleva a togliermi il mare. Avevo la barca già pronta per andare a pesca dei palamiti verso Montecristo e Pianosa. Bearzot insistette, era stato mio capitano, la mia chioccia direi. Avete già Albertosi e Zoff, che ci vengo a fare? Portate Pizzaballa, è uno tranquillo, magari gli fa anche piacere. A me no, anche perché non ho mai voluto saperne di giocare a carte, quindi mi portavo una valigia di libri e Settimana enigmistica". Anche con lei si poteva partire da una foto nel ritiro messicano. C'è Valcareggi tra due sorridenti Mazzola e Rivera e dietro si vede Vieri, su una sdraio, che sta leggendo "La noia" di Moravia. "Ne avevo anche altri, uno di Ambrogio Fogar sul suo giro del mondo in barca, altri d'argomento marinaro. Leggevo molto, avevo imparato a memoria anche qualche poesia di Garcia Lorca. Poi Fogar l'ho conosciuto di persona, e anche Jacques Mayol che s'era sistemato all'Elba, a Capoliveri. Prima di ogni immersione sgranocchiava due teste d'aglio, diceva che era il suo segreto. Ma il suo segreto vero è perché si sia appeso a una trave senza lasciare una riga". S'annoiò molto, in Messico?
"No, poteva andar peggio. Mi allenavo seriamente, semmai era Riva che saltava gli allenamenti con la scusa del dormire. Con Valcareggi avevo una certa confidenza, lo chiamavo zio Uccio e non mister perché era stato giocatore del Piombino quando io ero raccattapalle. Zoff mordeva il freno e veniva a sfogarsi da me. Stai calmo Dino, gli dicevo, perché Uccio farà giocare Albertosi anche se ha la febbre a 40. Così andò, anche se Albertosi fece qualche errore coi tedeschi e se fosse dipeso da me col Brasile avrebbe giocato Zoff. Ma non dipendeva da me, che da Valcareggi avevo già ottenuto una sorta di libera uscita. Già all'arrivo c'erano file di ragazze tifose fuori dal nostro albergo. Lido, ci tolgono tranquillità, fai come vuoi ma pensaci tu. Ci pensai eccome. Finchè non vidi una ragazza favolosa, bruna, che girava su una Mustang rossa. Occhiate reciproche, colpo di fulmine, m'invita a casa sua. Casa è dire poco, una specie di castello in mezzo a un immenso giardino, militari all'ingresso". E chi era? "La figlia del vicepresidente. Del Messico, non della federcalcio. Una famiglia molto alla mano, dopo qualche giorno entravo e uscivo a tutte le ore. Graciela mi disse che era troppo giovane per avere la patente, guidava senza. Un pomeriggio, dopo aver visto che c'era una bella sala cinematografica con comode poltroncine, invitai tutta la squadra a vedere un film italiano, non ricordo il titolo. Credevo che certe cose potessero succedere solo in Svezia, almeno così si vociferava, quanto a libertà di comportamento. Fu bello tutto, e non dolorosa la partenza, sapevamo tutti e due perché era cominciata e quando sarebbe finita". Il 4-3 come lo visse? "Dalla tribuna presidenziale, con tanto di cucina. A un certo punto tutti scommettevano, nei supplementari. C'erano sul tavolo mucchi di soldi alti così". E adesso cosa fa? "Il pensionato, ultimo incarico allenatore dei portieri nel 2005 alla Fiorentina. Allo stadio non vado più da anni: se il Toro perde mi viene il magone, soffro". Se il Toro perde, perde anche in tv. "Sì, ma almeno non vedo le facce della gente, magari tifosi che ho conosciuto. Di stadi ne ho girati anche troppi. L'unica novità, se vogliamo, è che ho voltato le spalle al mio mare, che credevo essere unico. Da quando ho sposato una calabrese, ho scoperto un altro mare stupendo. Abbiamo una casetta a Bagnara, da giugno a ottobre mi trova là, sul mare". Il minimo, per uno che si chiama Lido. "Questa è un'altra storia. Mio padre voleva chiamarmi Nilo, ma il parroco disse di no. Ripiegò su Lido". Anagrammando Lido Vieri, appassionato di enigmistica, basta spostare una "i" dal cognome e si ottiene idoli veri. De profession bel zoven, avrebbe chiosato paron Rocco. Nelle foto in bianco e nero, Vieri ha una faccia tra Raf Vallone (che pure giocò nel Torino) e Luigi Tenco. Erano anni in cui i calciatori matti erano l'1 e l'11. Poi si è perso il conto.
Pubblicato su Repubblica il 24/3/2014
Ivano Bordon, Lido Vieri, Mauro Bellugi, Tarcisio Burgnich, Giancarlo Cella, Bernardino Fabbian, Giacinto Facchetti, Mario Giubertoni, Spartaco Landini, Oscar Righetti, Marco Achilli, Gianfranco Bedin, Mario Bertini, Mario Corso, Mario Frustalupi, Sandro Mazzola, Gabriele Oriali, Roberto Boninsegna, Jair da Costa, Sergio Pellizzaro, Alberto Reif
LA
SINTESI DEL CAMPIONATO 1970-71
INTER: IL VECCHIO CHE
AVANZA Quando l'Inter perde per 0-3 la quinta, il derby, è netto il sentore di una stagione grigia. I nerazzurri sono decimi in graduatoria; il presidente Fraizzoli, amareggiato, mette a disposizione il proprio incarico, se un gruppo economico volesse acquistare la società. Lo specifica nel comunicato ufficiale del 9 novembre (all'indomani della sconfitta coi "cugini"), in cui viene esonerato Heriberto Herrera e si affida «temporaneamente» la guida tecnica a Giovanni Invernizzi, allenatore delle minori nerazzurre. Le reazioni dei giocatori sono immediate: Corso: Il licenziamento si imponeva»), Mazzola («In fondo non è proprio che lo abbiamo cacciato noi...»). Jair («Sono più che contento, ci voleva!») fanno capire che la "vecchia guardia" ha ottenuto ciò che chiedeva. E prende in mano la situazione. Assieme a Invernizzi, i "senatori" stilano una ambiziosa tabella che punta allo scudetto, contro ogni pronostico. La squadra viene ritoccata, con l'arretramento di Burgnich a libero, il giovane Bellugi terzino destro, il ritorno di Jair all'ala e il poderoso Bertini al posto di Frustalupi. E il gioco è fatto, per una nuova, esaltante rimonta proprio sui "cugini" rossoneri.
IL DRAMMA DI PICCHI La prima diagnosi parla di una «mialgia sottoscapolare», poi, dopo un nuovo consulto, nel perdurare di atroci dolori, emerge la verità: il tecnico soffre di un male incurabile. Operato inutilmente a Torino, trasferito in Liguria, a San Romolo, muore il 26 maggio 1971, lasciando la moglie e due figli in tenera età.
Aveva le pupille azzurre come «nontiscordardime». Occhi che hanno visto il grande Meazza da ragazzo e l' Ajax di Cruijff. Occhi di cacciatore che hanno inseguito il Milan di Rivera e Prati come una preda. Quegli occhi si sono chiusi ieri. Gianni Invernizzi, l' allenatore dell' undicesimo scudetto dell' Inter, l' uomo della grande rimonta, che aveva annullato un distacco di 7 punti dal Milan, è morto al Policlinico di Milano per una grave malattia a 73 anni. E' MORTO A 73 ANNI Addio a Invernizzi, mister sorpasso Nel ' 71 guidò l' Inter a una storica rimonta-scudetto sul Milan Aveva detto: «Sono nato interista e morirò interista». E' stato di parola Nel ' 72 perse la finale di coppa dei Campioni contro l' Ajax di Cruijff, che segnò due reti segue dalla prima «Sono nato interista e morirò interista», disse un giorno. Ha mantenuto la parola. Oggi la grande tribù nerazzurra, che si nutre di ricordi, lo piange con affetto. Invernizzi è stato protagonista di una favola. Quella rimonta memorabile è un diamante che brilla. Veniva dalla famiglia Invernizzi, quella dei formaggi. Papà acquistava il latte. Abitava ad Abbiategrasso, la zona del gorgonzola. Era biondo. Arrivò all' Inter a 14 anni, nel giugno 1945.
Lo aveva scoperto
Carlo Carcano, l' uomo dei cinque scudetti della
Juventus. Cominciò da centravanti, poi divenne mezzala,
infine retrocesse a mediano. Giocò nell' Inter di
Lorenzi, Nyers, Skoglund, Angelillo. Ma l' unico
scudetto lo ha vinto da allenatore. Era la stagione
1970-71. Guidava l' Inter Heriberto Herrera, l' asceta
paraguaiano del «movimiento». Il primo derby gli fu
fatale. L' 8 novembre 1970, quinta giornata, l' Inter fu
inchiodata dal Milan con un 3-0 crudele. Il presidente
Fraizzoli esonerò Heriberto. Mise su quella panca
rovente Invernizzi, che allenava la Primavera. Sembrava
un atto temerario. C' erano ancora gli assi della Grande
Inter: Facchetti, Burgnich, Mazzola, Corso, Suarez...
Come mettere un uomo tranquillo nella gabbia dei leoni.
Ma Invernizzi conosceva l' ambiente. Aveva buonsenso e
garbo. Riportò nella rosa Bedin e Jair, che Heriberto
aveva bandito. Mise Burgnich libero al posto di Cella.
Collocò Bedin e Bertini sulla destra. Allestì un' Inter
nuova, dinamica, combattiva. L' Inter batté il Torino,
poi fu sconfitta a Napoli. A quel punto decollò: cinque
vittorie di fila. Non fu
La rincorsa al Milan si trasformò in caccia. Lunga, bella appassionante. L' inseguimento fu coronato il 21 marzo, quando l' Inter sconfisse il Napoli di Zoff e Altafini. Il sorpasso fu compiuto sette giorni dopo, quando il Varese di Liedholm piegò il Milan. Una cavalcata seducente. «La sera stessa della sconfitta di Napoli, sull' aereo che ci riportava a Milano, Mazzola e io facemmo la tabella-scudetto. Ricordo il sorriso scettico di molti che ironizzarono», racconta il presidente dell' Inter Facchetti. «Invernizzi riuscì a gestire bene uno spogliatoio di forti personalità. Si mostrò un grande allenatore. E l' anno dopo ci portò in finale di Coppa dei Campioni: perdemmo contro l' Ajax nel momento di maggior splendore». L'Inter liquidò Aek Atene, il Borussia Monchengladbach della lattina, lo Standard Liegi, il Celtic Glasgow. Finché, il 31 maggio 1972, non fu battuta per 2-0 a Rotterdam dall' Ajax di Kovacs con doppietta di Cruijff. «Gianni era un grande allenatore italiano. Rimise insieme i cocci che un tecnico straniero aveva fatto. Entrò in punta di piedi nello spogliatoio con la sua saggezza, la forza dei suoi ragionamenti concreti. Invertì la rotta. Compì un capolavoro», ricorda Boninsegna, capocannoniere con 24 reti di quello scudetto. Invernizzi presto rientrò nei ranghi. Sempre fedele ai colori nerazzurri. Aveva vestito la maglia nerazzurra negli anni Cinquanta: 3 presenze nella stagione 1951-52, 8 nel ' 54-55, 18 nel ' 55-56, 21 nel ' 56-57, 28 nel ' 57-58, 26 nel ' 58-59, 26 nel ' 59-60. Helenio Herrera non lo volle più. Giocò anche con Genoa, Triestina, Udinese, Torino, Venezia. Allenò anche il Taranto. Era un mediano interditore. Gli toccava marcare Schiaffino, Rivera, Julinho.
Coppa delle Fiere - Inter eliminata
Non era illuminato dalla gloria. Ma la sua avventura sportiva è stata bella. E, oggi, nel dolore del commiato, l' avventura dello scudetto splende come un filo d' oro. Claudio Gregori Giocatore, allenatore, osservatore una vita trascorsa in nerazzurro È morto ieri al Policlinico di Milano dopo una lunga degenza, all' età di 73 anni, Giovanni Invernizzi. Era nato ad Albairate (Mi) il 26 agosto 1931. Nelle giovanili dell' Inter dal 1945, esordì in A il 30 aprile 1950 in Torino-Inter 1-0. Con la maglia nerazzurra disputò 149 partite segnando 6 reti. Ceduto al Torino con l' arrivo di Helenio Herrera, tornò all' Inter quando gli fu affidato il settore giovanile. Da allenatore della Primavera fu promosso alla prima squadra nell' autunno del ' 70, quando l' allora presidente Fraizzoli licenziò Heriberto Herrera, così guidò l' Inter allo scudetto dopo una gran rimonta sul Milan. Prima di tornare a fare l' osservatore per l' Inter, allenò Taranto e Brindisi. Gregori Claudio
LA RESURREZIONE DI CORSO
Lunga è la strada che dall'Inter riporta a casa. Roberto Boninsegna nell'Inter è cresciuto: da mezzala trasformata in punta per superare un provino e scoprirsi grande attaccante da area di rigore. Bocciato da Helenio Herrera è ripartito da Prato e Potenza (B) raggiungendo la A con il Varese prima di approdare a Cagliari, a formare con Riva una coppia tempestosa di prime donne, entrambe mancine, entrambe con la vocazione da centravanti. Lo scioglimento del sodalizio ha portato fortuna. Boninsegna fu richiamato d'urgenza dalle ferie per sostituire l'infortunato Anastasi (tradito da uno scherzo di spogliatoio) al Mondiale 1970, di cui poi fu uno dei massimi protagonisti. E sull'onda di quel successo è esploso da grande bombardiere, con 24 reti in 28 partite. Una media da scudetto.Tutti i risultati e le classifiche a Pagina | 2 |imponeva»), Mazzola («In fondo non è proprio che lo abbiamo cacciato noi...»). Jair («Sono più che contento, ci voleva!») fanno capire che la "vecchia guardia" ha ottenuto ciò che chiedeva. E prende in mano la situazione. Assieme a Invernizzi, i "senatori" stilano una ambiziosa tabella che punta allo scudetto, contro ogni pronostico. La squadra viene ritoccata, con l'arretramento di Burgnich a libero, il giovane Bellugi terzino destro, il ritorno di Jair all'ala e il poderoso Bertini al posto di Frustalupi. E il gioco è fatto, per una nuova, esaltante rimonta proprio sui "cugini" rossoneri.
MAZZOLA. "Prete, tabella e una mia follia. così firmammo la Grande Rimonta" A 40 anni dall'undicesimo scudetto interista Sandro Mazzola rivive il campionato del 1971 conteso, proprio come adesso, a Milan e Napoli. E svela: "Quando entrai nello spogliatoio dell'arbitro a fine primo tempo e gli urlai: lei ci sta penalizzando..." di GIOVANNI MARINO Napoli, sull'aereo che rulla sulla pista di Capodichino tre leggende del calcio Mondiale discutono animatamente. Burgnich, il granitico Tarcisio dell'Inter euromondiale degli anni Sessanta è il più accanito. "Possiamo vincerlo ancora, oggi abbiamo giocato proprio bene, dipende solo da noi", incita il difensore nerazzurro. Vicino, siede Sandrino Mazzola, figlio del mitico Valentino granata, bandiera e capitano del Biscione. Proprio davanti c'è Facchetti, l'altro terzino delle Coppecampioni e Intercontinentali, il primo difensore capace di segnare come un bomber. Tutti reduci da una sconfitta, bruciante, al San Paolo con il Napoli di Juliano, Zoff e Altafini. E da un tremebondo inizio di torneo che è già costato la panchina al difficile Heriberto Herrera.
CALCOLI MATEMATICI - E' il tardo pomeriggio del 22 novembre 1970 quando l'aeroplano decolla, direzione Milano. La discussione si infervora. "A un certo punto io mi convinco - racconta a "Repubblica" Mazzola, custode di tutti i segreti della Grande Rimonta nel campionato '70-'71 di cui ricorre adesso il quarantesimo anniversario - e scuoto il sedile di Giacinto per coinvolgerlo. Passano pochi minuti e ci ritroviamo a far calcoli: io tiro fuori un opuscoletto con tutte le giornate ancora da disputare e cominciamo a fare la famosa tabella". Che poi sarebbe? "Assegnare, partita per partita, i punti possibili a Napoli e Milan, che ci precedono e... a noi stessi. Beh, viene fuori che alla fine vinciamo noi se rispettiamo la tabella". I DUBBI DI FRAIZZOLI - Così, letteralmente per aria, nasce la ferrea volontà di cucirsi addosso l'undicesimo scudetto. "Tutti e tre, i vecchi della Grande Inter ci alziamo e andiamo dal presidente Ivanhoe Fraizzoli. Lui, abbatuttissimo, seduto da solo nella parte finale dell'aereo, ci rinvia al mittente parlando milanese stretto: "Scudetto? Figlioli miei andate, andate su, che fantasia figlioli miei, ma di che parliamo? Siamo a 7 punti dal Napoli e a 6 dal Milan, ma va là, dai". Comprensibile, ma noi ci crediamo e in questo sport se ci credi davvero sei a metà dell'opera". IL DISTACCO DA MILAN E NAPOLI - Alessandro Mazzola ha voglia di raccontare.
I suoi ricordi, 40 anni dopo, sono ancora vividi. "Fu un'impresa, l'ultima della Grande Inter, e ne sono tuttora fiero". Nessuna presunzione. Ha ragione: nell'epoca del campionato a 16 squadre e dei (soli) 2 punti per una vittoria, l'Inter seppe rimontare a partire dalla ottava giornata tutto il vantaggio accumulato dalle due squadre che la precedevano per andare a vincere, addirittura, con un distacco di 4 punti. "Già, da quel giorno non perdiamo più, le vinciamo quasi tutte, se non sbaglio concediamo solo tre pareggi, di cui due alla fine, a cose fatte, il tricolore è nostro, ma ci sono altri retroscena".
DA HERIBERTO A
INVERNIZZI - Sandrino non si fa pregare. "Dunque, al
timone non c'è più Heriberto Herrera ma Gianni
Invernizzi e l'atmosfera nello spogliatoio si è
rasserenata. Povero Heriberto, era un ottimo allenatore,
profeta di un calcio moderno, così moderno, il
movimiento (come diceva lui) senza palla, che noi non lo
capivamo. E poi il carattere era difficile, chiuso,
introverso. Con Gianni, invece, tutta un' LE PREGHIERE DI DON BOMBA - "Il mio prete - prosegue divertito Mazzola - perché era stato professore alla scuola Armando Diaz dove ero andato e in seguito avrebbe anche celebrato le mie nozze. Si chiamava monsignor Spada, da ragazzini lo avevamo soprannominato Don Bomba: era alto e grosso, con un bel vocione e abitava vicino al Duomo. Una sera, visto che Invernizzi aveva l'abitudine di riunirci il venerdì per cena in un ristorante della zona, proposi di andare a trovarlo. Lui ci accolse e ci ordinò di confessarci: "Siete biricchini voi giovani calciatori e se volete vincere dovete dire tutto al Signore". Insomma, la domenica seguente si vinse e per tutto il campionato Don Bomba fu, assieme, il nostro confessore e il nostro talismano". IL SINISTRO DI MARIOLINO - E arrviamo alle sfide di ritorno con le grandi rivali. Il Milan e il Napoli. "Il derby è cruciale. Siamo molto tesi. Niente affatto sicuri di vincere. Risultato obbligato, per noi. E la gara resta così, quasi sospesa, finché il geniale sinistro di Mariolino Corso su punizione, la sua specialità, non ci porta in vantaggio. Poi chiudo io la gara su azione di Jair da Costa, contropiede veloce, delizioso cross per Roberto Boninsegna che colpisce di testa e prende il palo oppure ci arriva Fabio Cudicini, comunque sia io ribatto in rete. Due a zero, ma sappiamo che non è finita lì".
IO NELLO SPOGLIATOIO DELL'ARBITRO - Altro match fondamentale per completare il sorpasso e lasciarsi definitivamente dietro rossoneri e azzurri è la gara con il Napoli. Si gioca a San Siro, il 21 marzo 1971. E lì ne accadono di tutti i colori. Mazzola, 40 anni dopo, con il sorriso sotto i celebri baffi, svela un suo clamoroso blitz: "Feci una cosa che non si può fare, proibita dal regolamento. Una cosa sbagliata. Irruppi nello spogliatoio dell'arbitro e gliene dissi quattro. Ma non volevo ottenere favori. Piuttosto intendevo riequilibrare una conduzione di gara a noi assolutamente sfavorevole". E' il suo punto di vista. Che contiene comunque un'ammissione.
DALL'ESPULSIONE AL BLITZ - Il suo racconto: "Il Napoli è avversario tosto, forte e quadrato. Con giocatori di classe cristallina come Dino Zoff in porta, Totonno Juliano a centrocampo, Josè Altafini in attacco. Sta disputando un grandissimo torneo. E' in corsa. E se la gioca. Va in vantaggio con Altafini che riprende una respinta di Lido Vieri. Subito dopo l'arbitro, l'internazionale Sergio Gonella, ci butta fuori Burgnich per un fallo su Umile. Decisione che secondo noi non ci sta. Protestiamo, in quei primi 45 minuti ci sentiamo presi di mira dal direttore di gara e non ci va giù". Sotto di un gol e in dieci contro undici, l'Inter vede svanire la Grande Rimonta. Ma attenti al colpo di teatro. "Finito il primo tempo, mentre i compagni sono nello spogliatoio, io mi dirigo in quello dell'arbitro Gonella. Entro come una furia e lo aggredisco verbalmente.
Rammento di avergli detto che non poteva arbitrare in quel mondo, che ci stava penalizzando gravemente e di aver usato qualche espressione colorita il cui senso era: o si dà una regolata o da San Siro usciamo tutti fritti, finisce male: noi, perché perdiamo partita e scudetto e lei, perché con il suo arbitraggio sarà stato il principale responsabile della sconfitta. Gonella è esterrefatto, mi dice qualcosa del tipo: "Mazzola, esca immediatamente da qui, ma cosa fa, come diavolo si permette?". Mi guarda assolutamente sconcertato e ha ragione...". IL RIGORE DI BONIMBA - Secondo tempo. Cambia tutto. L'Inter attacca a testa bassa e dopo neppure dieci minuti ottiene un rigore. Contestatissimo a dir poco, anche 40 anni dopo: un (ipotetico) fallo di ostruzione in area di Panzanato che protegge l'uscita di Zoff proprio dall'arrivo di Mazzola. Per giunta, Boninsegna lo realizza fermandosi platealmente nella rincorsa. Altafini mima la scena con Gonella chiedendogli almeno di far ripetere il penalty. Nulla da fare. A quel punto il Napoli perde la testa e la partita. Zoff, innervosito, compie una delle sue rarissime papere non trattenendo un colpo di testa in acrobazia sempre di Boninsegna che quasi si spacca una tempia mentre il difensore Panzanato cerca un plastico rinvio. Inter 2, Napoli 1. Lo scudetto prende una sola strada e non porta a Sud.
SQUADRA DI CAMPIONI - Mazzola ammette, ma non ammaina la bandiera dell'orgoglio interista: "Col senno di poi, probabilmente, misi addosso un tale senso di colpa a Gonella che finii per condizionare il suo arbitraggio. Sinceramente penso che alla fine avremmo vinto lo stesso: in quella squadra c'erano sei o sette giocatori dell'Inter che aveva dominato il mondo. E poi ragazzi del calibro di Mauro Bellugi, Mario Giubertoni, Vieri, Bertini, un regista dai piedi buoni come Mario Frustalupi e quel gran goleador acrobata che era Bonimba Boninsegna. Per non parlare di due "bambini" che avrebbero fatto tanta strada: Ivano Bordon e Gabriele Oriali. Tanta roba, insomma. Giocatori tecnici e dal carattere indomito, altrimenti non avremmo firmato quella strepitosa rimonta. Era una corsa a tre, noi, il Napoli e il Milan. Curioso, proprio come adesso...". g. marino@repubblica. it (31 marzo 2011)
Non era mica tanto un posto da figurine, Buonconvento. Soprattutto in quei tempi lì, che giocare in serie A era proprio una roba da astronavi, e i calciatori avevano quasi tutti cognomi veneti o lombardi. Più qualche friulano, come Capello e Zoff. Il “Paron” Rocco, il “Vecio” Bearzot e il telecronista (ex calciatore) Bruno Pizzul. Ma che, un giorno, nell’album Panini potessimo leggerci Buonconvento, beh… Quello superava nettamente ogni nostra fantasia. Eppure, successe davvero… Mauro Bellugi, nato il 7 febbraio 1950 a Buonconvento (SI) eccetera eccetera. Altezza 183, peso 74 che in quell’Italia non ancora ipervitaminizzata è quasi un fisico da marcantonio. Una carriera fulminea per il figliolo dell’orefice che ha la bottega in via Soccini, sotto lo splendido palazzo comunale. Già titolare fisso a sedici anni nello squadrone bianconero, e così bravo e autorevole nel suo ruolo (stopper, si diceva allora) da meritarsi i complimenti di Mauro Bettarini, che all’epoca è lo Jascin del calcio dilettanti. E poi la “leggenda nera” del fantomatico, memorabile provino a Sinalunga, dove al grande Lidio Scarpelli bastano dieci minuti d’orologio per rimandarlo al mittente, senza tanti complimenti: “Non c’era bisogna di scomodarsi fino a Buonconvento… Che un pezzo di legno del genere si trova anche alla falegnameria Parri, qui dietro l’angolo”, sentenzia quel leggendario allenatore. Sono anni di grandi sogni, quelli. Di sogni, ma anche di millantati crediti: dove ogni camposportivo di provincia può vantare un suo piccolo Pelè che da ragazzo ha suscitato l’interessamento della Juve (o della Fiorentina), ma poi è successo qualcosa di imponderabile, tipo un diploma di geometra da conseguire, una mamma che si è messa di traverso o un ginocchio che è saltato sul più bello.
“Il figliolo dell’orefice” di Buonconvento, invece,
compie percorso inverso: così, sfuma il Sinalunga e
dietro l’angolo arriva… l’Inter. L’Inter vera, dico. Non l’A.C Interportuale Pisana o l’ U.S. Interscambio pallets di Sesto Fiorentino. Proprio la gloriosa FC Internazionale di Milano, Corso, Facchetti, Jair, Mazzola e tutta quella roba lì… Campione d’Italia 1970-71 con Invernizzi allenatore, Boninsegna capocannoniere e Bellugi stopper: a prendersi i rimproveri non più di Giancarlo Fogliani, nella trasferta a Casciano di Murlo, ma di Tarcisio Burgnich. Che nemmeno un anno prima marcava Pelè, all’Azteca di Città del Messico.
inventata di sana pianta in quelle emittenti dove si parla di pallone a getto continuo, e che hanno quasi tutte sede a Milano. E dove la sua competenza, unita alla dialettica sapida e guizzante del Toscanaccio di Buonconvento sono il valore aggiunto alle trasmissioni… Anche se del Toscanaccio di Buonconvento, nel “figliolo dell’orefice”, c’è rimasto pochino. E al suo posto c’è piuttosto “el sciur Bellugi”, che talvolta indulge persino ad un improbabile accento meneghino. Ecco. Dall’altro ieri il nostro splendido campione non ha più le gambe. Detta così è una roba raggelante, una di quelle notizie da telegiornale che fanno rabbrividire: e per evitare l’infezione dilagante del Covid hanno dovuto amputarle entrambe. Così, è toccato sentire anche questo strazio, alla fine del disgraziatissimo 2020. Una notizia che riempie di tristezza e di scoramento, anche se il personaggio è un tipo tosto, e pare abbia reagito da par suo: con grinta ma anche con una certa ironia spavalda, spalleggiato da un’ammirevole forza d’animo, e dalla sua famiglia che non lo ha mollato un attimo. Ed è proprio a Mauro Bellugi, “il figliolo dell’orefice” di Buonconvento, che va il nostro pensiero. (dal web) riposa in pace, grande Mauro
Il rag. dott. Ivanhoe Fraizzoli
mi riceve nella stanza dei bottoni
della Luigi Prada S.p.A. La manifattura è a pianterreno. Al piano
nobile riposa Lady Renata nella pinacoteca di famiglia. Un miliardo
di quadri (e anche più), da Giotto a Tintoretto. Si dovrebbe
parlare dell'Inter, ma si finisce per parlare di tutto, anche di
pittura.
- E' vero che gli ultimi acquisti dell'Inter sono stati suggeriti
da Suarez?
"Ho pure supplicato Ferlaino di darmi Esposito ma non c'è
stato verso. Senza contare che ogni anno chiedo a Pianelli di
cedermi Pulici. Io Pulici lo chiedo da quando esiste. Il primo
anno segnò un gol all'Inter lasciando di sasso Burgnich e io
capii che sarebbe diventato un grande centravanti. Ogni volta che
incontro Pianelli gli dico: me lo dai Pulici? E lui risponde
invariabilmente: te lo do quando me ne vado".
- Perché Suarez è fallito come il suo piano?
- Ma lei è sempre iscritto alla Democrazia Cristiana?
"Dissi a Ferlaino che se avessi potuto, l'avrei ripreso
volentieri, ma gli consigliai di portarlo al Napoli e Ferlaino era
venuto qui da me a chiedere referenze, e io gli dissi che poteva
prenderlo ad occhi chiusi. Poi Lauro gli impose Vinicio".
"Ma proprio Ferlaino mi ha detto che il boom del Napoli di
Vinicio è arrivato con una squadra che era stata costruita da
Chiappella. A Napoli tutto è facile, sono arrivati secondi e
hanno toccato il cielo con un dito. Sembravano tutti impazziti
dalla gioia. Quando siamo arrivati secondi noi, è come se non
avessimo combinato nulla.
"Può chiedere conferma a Montanari. Il Bologna offriva
Savoldi o Fedele più cinquanta milioni per Magistrelli e
Invernizzi non volle saperne. In compenso mi segnalò Bettega quando
nessuno parlava ancora di lui. Ma nel Varese era solo in prestito
e non ci fu verso di farselo dare dalla Juventus".
Solo che nell'Inter ci sono giocatori di grossa personalità e
allora vengono definiti "padrini" come se si trattasse
davvero di mafia".
- Lei pensa che la Nazionale debba restare alla Federcalcio o
vorrebbe che la pigliasse la Lega?
"E' cambiato eccome, ma lasciamo perdere queste cose,
parliamo di calcio. Io non amministro l'Inter come privato
cittadino, l'amministro per conto della città, e devo quindi
tener presente anche quello che pensa la opinione pubblica.
Però non mi lascio influenzare da nessuno, faccio sempre di testa
mia".
dal Guerin Sportivo del gennaio 1976ANTEFATTO GENNAIO 1976: L'Inter di Fraizzoli conduce l'ennesima stagione mediocre nonstante i tanti proclami dell'estate, la mitica Lady Renata rilascia una gustosissima intervista veramente d'altri tempi...
Da
Moenchengladbach, quella volta tomai col
soprabito macchiato di Coca Cola. La lattina
più famosa
L'episodio, clamoroso, fece epoca. La partita fra il Borussia e l'Inter valeva per gli ottavi di finale della grande Coppa. I nerazzurri avevano vinto lo scudetto alla guida di Gianni Invernizzi, subentrato a Heriberto Herrera alla sesta giornata del torneo, dopo un derby malamente perduto per 3-0 con gli eterni rivali del Milan.
BERLINO, 20.10.1971
Dunque, l'Inter in Coppa. Elimina al primo turno i greci dell'AEK di Atene con una certa facilità, viene sorteggiata con il Borussia di Moenchengladbach per il secondo. E, pur con tutto il rispetto che si deve al calcio tedesco, nessuno se ne preoccupa troppo. Il Borussia era poco conosciuto in Italia. La Germania avrebbe vinto il suo secondo mondiale tre anni più tardi; i nomi di Berti Vogts; di Gunther Netzer; di Wimmer, del belga Le Fèvre dicevano poco, eccezion fatta per alcuni "specialisti" del calcio germanico.
Boninsegna a Berlino ad inizio partita, prima di essre colpito dalla famosa lattina
Così, la trasferta a Moenchengladbach fu affrontata con allegria. La comitiva si stabilì a Colonia, in un grande abergo a poche centinaia di metri dalla famosa Cattedrale, il gioiello dell'arte gotica, a Moenchengladbach facevamo una scappata, con i giocatori, il giorno di vigilia. Una quarantina di chilometri in direzione della frontiera con l'Olanda, ed eccoci in una cittadina di circa 60 mila abitanti, con un Campetto dall'aria provinciale, tribune in legno a ridosso del terreno di gioco, scarsa capienza, roba da sagra di paese (infatti il Borussia, gli incontri di cassetta, li giocava, e li gioca a Colonia oppure a Dusseldorf). I nerazzurri tornarono in albergo ancora più euforici: saranno campioni di Germania, dicevano, ma hanno tutta l'aria di essere una Pro Vercelli o un Novara dei tempi eroici. A noi, non possono incutere timore. INIZIO TERRIBILE Invece... Si gioca alle 20,30 del 20 ottobre 1971. Serata fredda, ma non rigida, piove: campo stipato, molti i tifosi italiani al seguito dell'Inter più i soliti, entusiasti, emigranti per ragioni di lavoro. Al via, i tedeschi si scatenano. Impongono al gioco un ritmo pazzesco, i nerazzurri sono subito travolti. Al 7', il Borussia è già in gol con Heynckes, centravanti di enormi possibilità, che Giubertoni, lo stopper nerazzurro, non riesce a controllare. Vigorosa reazione dell'Inter, gol di Boninsegna (un arcigno guerriero, che nelle aspre battaglie di Coppa ci sguazzava come una foca nel mare gelato) al 18', replica bruciante di Le Fèvre al 19'. La partita è sempre più veloce, sempre più combattuta, sempre più dura per i nerazzurri che, tuttavia, lottano come leoni. Poco prima della mezz'ora, il fattaccio. Vola la famosa lattina, Boninsegna stramazza al suolo, lo portano via a braccia, fra i clamori del pubblico inferocito contro, i soliti italiani maestri nel "fare la scena". L'arbitro, che penso non si fosse mai trovato in simili frangenti, non sa che pesci pigliare.
I nerazzurri lo attorniano, chiedono la sospensione di gioco, a stento trattenuti da Invernizzi, volato sui campo per cercare di calmare gli animi. Lo stadio è una bolgia, pochi sì accorgono del fermo del teppista che ha lanciato la lattina (ripeto: lì per lì si pensò ad una lattina di birra scura, sapemmo soltanto più tardi, in albergo, che si trattava invece di Coca Cola), finalmente il gioco riprende. Ma l'Inter, sicura di avere già partita vinta per 3-0 secondo i regolamenti italiani vista la riscontrata impossibilità da parte di Boninsegna di riprendere il gioco, manda in campo Ghio e... lascia via libera al Borussia. Che colpisce ancora ben cinque volte, subito con Le Fèvre, poi con Netzer alla chiusura del primo tempo, ancora con Heynckes e Netzer alla ripresa, per toccare quota 7 a 1 con un rigore fasullo, decretato comicamente dall'arbitro all'ultimo minuto e realizzato da Sieloff. A Corso saltano i nervi e prende a calci l'arbitro. Si tentò, goffamente, di incolpare Ghio (che non accettò il sacrificio...). Corso, squalificato, non giocò più contro il Borussia Si torna a Colonia dopo un assedio, senza conseguenze, allo spogliatoio dell'Inter. Boninsegna non si fa vedere, ma si apprende dal medico sociale, quel gran galantuomo del dottor Angelo Quarenghi, che il giocatore è in stato di choc; che presenta una vasta ecchimosi; che è stato visitato anche dal medico del Borussia, dopo di che è stato fatto un esposto alla Polizia locale. Insomma: sembra pacifico che l'Inter abbia vinto a tavolino quando il DS nerazzurro, Franco Manni, scende dalla sua camera agitatissimo. E dice, quasi gridando, a Prisco, vice-presidente dell'Inter e luminare del Foro milanese: "Avvocato, guardi qui: nel Regolamento dell'UEFA non è previsto un caso come questo... Ho sfogliato dieci volte il volumetto, nella versione in francese; niente!". Costernazione e stupore. Possibile che l'UEFA non abbia previsto le sanzioni a carico di una Società colpevole, per il principio della responsabilità oggettiva, dell'atto teppistico di uno dei suoi sostenitori? Incredibile, ma vero: non c'è traccia di niente. Le ore trascorrono in consultazioni febbrili, Prisco sviscera tutti i cavilli di ogni capoverso del Regolamento (poche, scarne paginette): niente da fare. L'Inter, che dopo l'uscita dal campo di Boninsegna aveva giocherellato, tranquilla, convinta di aver già in tasca il 3-0 a tavolino, quindi in pratica il passaggio ai quarti di finale, rischiava di essere sbattuta fuori con un 7-1 che avrebbe fatto clamore per anni. Nessuno toccò il letto, quella notte a Colonia nell'albergo dei nerazzurri. E il viaggio di ritorno in Italia fu tutt'altro che, allegro.
La lattina di Boninsegna di Bidescu
Roberto Boninsegna, ex
centravanti dell'Inter, del Cagliari, della
Juventus ed eroe dello squadrone azzurro
secondo in Messico nel 1970, tanti anni fa
andò a giocare in Boninsegna sarà pure stato un grande cannoniere di Inter, Cagliari, Juve ed eroe azzurro, ma per i tedeschi è e resterà sempre "quello della lattina". Ecco come andò la storia. Era il 20 ottobre del 1971. L'Inter, dopo aver vinto lo "scudetto del sorpasso", quello che, sotto la guida di Invernizzi, aveva rimontato sette punti al Milan di Liedholm, era impegnata nel secondo turno della Coppa dei Campioni. Il sorteggio le aveva affidato una squadra tedesca, il Borussia di Moenchengladbach che non aveva una grande caratura internazionale, anche se nelle sue file allineava campioni come Netzer, Vogts, Wimmer, Bonhof ed Heynckes. I nerazzurri, invece, potevano contare sui vari Mazzola, Burgnich, Facchetti, Corso, Boninsegna, Jair, giocatori che avevano vinto su tutti i campi del mondo. Convinti di passare agevolmente il turno, i giocatori dell'Inter entrarono nel piccolo stadio di Moenchengladbach, davanti a ventimila spettatori, con una certa sufficienza.
Invece si sbagliavano
di grosso, perché stavano andando incontro
ad una delle più sonanti sconfitte della
loro storia, un 7-1 umiliante e clamoroso
che ancora adesso è tra le disfatte più
vistose della società. Quel 7-1 per Era il 29' del primo tempo. Il Borussia conduceva per 2-1. Aveva segnato prima Heynckes, Boninsegna aveva pareggiato, ma l'ala sinistra danese Le Fevre, aveva riportato in vantaggio i tedeschi. Il pallone era uscito in fallo laterale; Boninsegna era andato a raccoglierlo, per effettuare la rimessa, e stava per lanciarlo verso Jair, quando con un grido, era piombato a terra. Una lattina di Coca-Cola l'aveva colpito alla nuca facendogli perdere i sensi. Successe il finimondo: Invernizzi scattò dalla panchina, giunsero medico e massaggiatore e tutti i giocatori, compagni e avversari, fecero cerchio attorno al centravanti svenuto.Una confusione enorme, un caos indescrivibile durante il quale soltanto due giocatori non persero la testa. Uno fu Netzer. il biondo centrocampista del Borussia che poi sarebbe diventato un pilastro della nazionale, l'altro Sandro Mazzola. Il primo pensò a far sparire la lattina lanciandola immediatamente fuori dal campo, il secondo corse a recuperarla conscio dell'importanza di poter esibire il corpo del reato nell'eventuale processo. Ma torniamo a "Bonimba". Il centravanti restò intontito per qualche minuto. Poi l'arbitro olandese Dorpmans fu costretto ad ordinare la ripresa del gioco e l'Inter provvide alla sostituzione di Boninsegna. Entrò al suo posto Ghio. II Borussia riprese ad attaccare, i nerazzurri apparvero sempre più frastornati dal ritmo degli avversari e dall'urlo della folla e fu un disastro: 4-1 alla fine del primo tempo e 7-1 il risultato finale.
Ma il giorno dopo si
scatenò la battaglia legale ed entrò in
campo l'avvocato Giuseppe Prisco,
vicepresidente nerazzurro. Fece ricorso alla
commissione disciplinare dell'Uefa,
sostenendo che la partita non poteva essere
giudicata regolare, in quanto l'Inter non
aveva avuto la possibilità, per cause
esterne, di tenere in Furono otto giorni di fuoco, durante i quali l'Inter scoprì l'identità del lanciatore della lattina, l'operaio ventinovenne Manfred Kristein. Netzer disse che avrebbe venduto la sua "Ferrari Dino", perché non voleva avere niente a che fare con l'Italia, i nostri connazionali che lavoravano in Germania subirono angherie e soprusi dai compagni di lavoro tedeschi, ma alla fine la giustizia trionfò. Il 28 ottobre 1971 la partita venne annullata dalla commissione disciplinare: il doppio confronto fra Inter ed il Borussia era da rifare. Non solo: il campo di Moenchengladbach fu squalificato per un turno, per cui l'Inter avrebbe usufruito del vantaggio di giocare la partita di ritorno in campo neutro. La prima scelta fu Berna, ma poi, per motivi di incasso, si scelse Berlino. Tutta l'Inter esultò. Gli stessi giocatori furono felici di potersi confrontare di nuovo con i tedeschi. Soltanto uno non partecipò alle feste nerazzurre: Mariolino Corso, il mancino d'oro del centrocampo. Lui, infatti, fu l'unico interista a pagare: la commissione lo squalificò per un anno e due mesi ritenendolo colpevole di aver dato un calcio all'arbitro durante una mischia verificatasi a fine partita. Era tutto falso, perché il calcio l'aveva sferrato Ghio, ma non ci fu niente da fare. Corso fu sacrificato all'altare della giustizia sportiva ed obbligato ad assistere dalla tribuna alla ripetizione della sfida infuocata tra Inter e Borussia.
La partita di andata
si giocò a San Siro il 3 novembre 1971. Lo
stadio era pieno fino all'inverosimile,
l'ambiente era surriscaldato come non mai.
Forse soltanto ai tem Ma c'era ancora da giocare la partita di ritorno e non si sarebbe trattato certo di andare a fare una passeggiata dalle parti di Berlino. Ma stavolta l'Inter aveva un grande vantaggio: sapeva perfettamente cosa avrebbe incontrato, non avrebbe di certo sottovalutato la partita; per quasi un mese Invernizzi tenne in tensione i suoi ragazzi, e poi, all'ultimo momento, estrasse dal cilindro il colpo vincente. Mandò in porta un ragazzino di vent'anni, Ivano Bordon al posto di Lido Vieri. E Bordon, davanti ad ottanta mila spettatori e circa venti milioni di telespettatori italiani che videro la partita in diretta, disputò quello che può essere ritenuta il più bella partita della sua vita. Riuscì a parare tutto, tiri alti e tiri bassi, da lontano e da vicino, in mischia e su azione lineare. Parò anche un rigore, al cannoniere Hevcknes e fu eletto autentico eroe della serata. Finì 0-0, furono grandi feste, e l'Inter poté così continuare la sua strada fino alla finale della Coppa dei Campioni. Non riuscì a vincere la coppa, perché si trovò di fronte l'imbattibile Ajax di allora, che vinse la partita con due goals del grandissimo Johann Crujiff, che si fece beffa della difesa interista. Ma ora dobbiamo tornare alla partita di Moenchengladbach. Eravamo rimasti a quando Mazzola s'era diretto ai bordi del campo per recuperare "il corpo del reato". La lattina "vera", quella che colpì Boninsegna, non venne mai trovata. Netzer l'aveva lanciata verso un poliziotto che era stato sveltissimo ad infilarsela sotto il cappotto. Mazzola vide tutta la scena, provò a scuotere l'agente, ma dopo aver visto l'inutilità del suo tentativo non si perse d'animo. Si guardò intorno ed incrociò lo sguardo di due tifosi italiani attaccati alla rete di recinzione. Mazzola ed i tifosi si capirono al volo, non ci fu neppure bisogno di parole. Uno di questi stava sorseggiando una "Coca-Cola" da una lattina uguale a quella appena sparita. Se la staccò dalle labbra e la lanciò a Sandro che corse a portarla all'arbitro davanti allo sguardo sorpreso di Netzer. Non si è mai saputo come se la cavarono i due tifosi italiani in mezzo alla folla di Moenchengladbach; ma, senza quel gesto e senza la presenza di spirito di capitan Mazzola, l'Inter non avrebbe mai potuto vincere la sua battaglia legale. Ed i tedeschi continuano a fischiare Boninsegna ...
IL CAPOLAVORO DI PRISCO Ovviamente, le polemiche incendiarono gli ambienti calcistici italiani e tedeschi, ma le fiamme lambirono anche i Paesi neutrali. L'Inter avanzò reclamo, dopo la riserva scritta consegnata all'arbitro la sera della gara, chiese la vittoria a tavolino. I tedeschi tentarono di dimostrare che il "lanciatore" era un italiano al seguito dell'Inter, ma la Polizia fu costretta (è la parola esatta) a rendere noto che si trattava di un olandese, da tempo però naturalizzato tedesco, ovviamente tifoso del Borussia. Forte di questa dichiarazione ufficiale, l'Inter pretese che il caso fosse discusso dalla Commissione Disciplinare dell'UEFA che, dopo molti tentennamenti, si riunì a Ginevra. E a Ginevra andò Peppino Prisco, ferratissimo in ogni branca dello scibile legale, quello calcistico incluso. E Prisco dovette combattere una autentica battaglia con i delegati tedeschi. Verso la mezzanotte di una giornata estenuante, il suo trionfo: la partita veniva annullata, si sarebbe rigiocata, in campo neutro (sia pure in Germania, ma distante più di cento chilometri da Moenchengladbach) dopo l'incontro di ritorno, fissato per il 3 novembre a Milano. Prisco può ben dire, a distanza di anni, che l'Inter, agli ottavi di finale di quella indimenticabile Coppa dei Campioni, almeno all'ottanta per cento fu lui a qualificarla
Gennaio
1983: nell'ultima stagione di Fraizzoli presidente, Peppino Prisco
ci offre un bel quadro dei suoi primi 50 anni di Inter, con tutti i
suoi soliti ingredienti di humor anti-milanista... Cinquanta e più
anni di Inter attraverso i ricordi di uno dei più noti avvocati
milanesi, fedelissimo e "viscerale" tifoso e dirigente
nerazzurro. Giocatori, personaggi, partite, processi tratti da un
suo ideale block-notes MILIARDI. La sua ultima impresa risale ad ormai un mese fa: ed è un'impresa che vale di più dell'acquisto di Zico, se solo si volesse fare un conto meramente economico. In poche ore ha salvato l'Inter dall'onta di una calunnia per illecito (e in caso di riconosciuta colpevolezza, al danno morale si sarebbe aggiunta una pesantissima pena sportivo-pecuniaria) e dalla spada di Damocle di una disastrosa squalifica per intemperanze del pubblico. Insomma, le partite con Groningen e Real Madrid avrebbero potuto "regalare" all'Inter una perdita di miliardi e miliardi (soprattutto di mancato guadagno). Prisco lo ha evitato. E, naturalmente, non ha presentato la parcella. Perché - come ha sempre detto - "bauscia" si nasce. Ma come può - gli abbiamo chiesto - un "bauscia" essere finito nel glorioso, ma mite corpo degli Alpini? "Si vede - ha risposto - che dovevo andare nei bersaglieri". LATTINA.
Sottotenente del battaglione "L'Aquila", medaglia
d'argento e croce tedesca al valor militare. Aveva poco più di
vent'anni quando - ben prima che inventassero trekking e jogging -
si fece a piedi una passeggiatina dal Don fino quasi all'Italia. Ha
raccontato con umiltà il suo eroismo in parecchie pubblicazioni. È
sicuramente - in incognita - uno dei più arguti e preparati
giornalisti italiani e si "sfoga" scrivendo ogni tanto su
"Gazzetta", "Corriere" e "Giornale";
ma - più per vocazione familiare che per scelta - ha preferito fare
l'avvocato. Ed è grazie alla sua preparazione a al suo talento
professionale, che ha tolto la squadra del cuore da più d'un
pasticcio, a cominciare da quello ormai storico della
"lattina" di Moenchengladbach. "Nell'83 poi sono
stato quasi in servizio permanente effettivo; prima il cosiddetto
"scandalo" della partita Genoa-Inter, poi le montature su
Inter-Groningen, infine i problemi legati al dopo partita di
Inter-Real. Bisognerà che proponga che, nell'annuario ufficiale
della società, d'ora in poi alle "voci" del medico
sociale, dell'allenatore e del massaggiatore, venga aggiunta anche
quella... dell'avvocato sociale". PROCESSI.
I suoi ultimi exploit, si sa, sono legati al doppio
"processo" di Ginevra. Alcuni giornali avevano previsto
sentenze quasi capitali per l'Inter. I più affettuosi erano
arrivati al punto di ipotizzare la radiazione per parecchi anni da
tutte le Coppe Europee. Ma in realtà, nel podio delle imprese
dell'avvocato-vicepresidente Prisco, a quale va conservato il
primato assoluto? Sempre a quella della lattina? RISCHI.
In realtà, tornando al presente, che cosa ha rischiato l'Inter
negli ultimi due processi? PRESIDENTI.
Lei è stato consigliere al fianco di tre presidenti BLOCCO.
Che farebbe la "grande Inter" se trasportata in blocco nel
campionato attuale? GIOIA.
Quali sono le partite dell'Inter che lei non scorderà mai? SOGNO.
Qual è stato il giocatore che lei avrebbe sognato, vedere all'Inter? BEARZOT.
A quei tempi, nell'Inter c'era anche Bearzot: che cosa ricorda di
lui? CAPITANO.
Qual è stato, invece, il calciatore che avrebbe fatto carriera in
qualsiasi altro campo?
Sezione: INTERVISTE 70/80 Leggi H o m e Storie di Calcio Interviste d'epoca Personaggi Il Romanzo dei Mondiali Rassegne d'epoca Storie di Calcio o email storiedicalcio@katamail.com
MILANO, 3 NOVEMBRE 1971 DOPPIO TRIONFO
Il resto
lo fecero loro, i nerazzurri. A San Siro si
giocò il 3 novembre, in un clima teso e
drammatico. Il Borussia non aveva voluto
scendere a Milano, si era acquartierato in
periferia, aveva preteso, ed ottenuto, una Ma si doveva giocare ancora la partita... di andata, quella annullata dall'UEFA. Forte di due reti di vantaggio, l'Inter scese in campo molto sicura di sé il primo dicembre, nel maestoso Stadio Olimpico di Berlino Ovest, in una serata rigida e nebbiosa. Fu il trionfo di Ivano Bordon, il portierino appena ventenne, che prese il posto del titolare Lido Vieri. A proposito di Bordon: la sera della vigilia, nell'albergo dell'Inter, si sparse il terrore. Invernizzi, verso le 20,30, piombò nella sala da pranzo sconvolto dicendo: "Ho perso Bordon!". Febbrili ricerche, disperazione, Bordon non si trovava. Poi a qualcuno venne in mente di dare un'occhiata nella camera da letto di Bordon: e lo trovò beatamente addormentato... Era un ragazzo, era una riserva, sapeva già che avrebbe dovuto giocare contro i draghi del Borussia: e se la dormiva, sereno come un bambino fra le braccia della mamma... Non dormì però la sera dopo, quando il Borussia si scatenò contro la sua rete. Ma Bordon parò tutto, compreso un calcio di rigore di Sielof, decretato, a sorpresa dall'arbitro inglese Taylor, severo fino alla esagerazione! Finì zero a zero, artefice primo Bordon, davanti al quale Bellugi, Facchetti, Giubertoni e Burgnich (che giocava libero) eressero un'autentica diga. E gli articolati contropiede di Mazzola e Boninsegna fecero tremare più volte il portiere Kleff.
BERLINO, 1 DICEMBRE 1971 Berlino 1971, quando Bordon parò il «caso lattina» Si giocò proprio a Berlino la ripetizione della famosa sfida della lattina contro il Borussia Moenchengladbach. L' Inter strappò un pareggio (0-0) grazie al suo portiere che parò un calcio di rigore. E quel giorno Prisco fu insultato da tutto il pubblico tedesco
Ancora
qui, trent' anni dopo la qualificazione in
coppa delle Fiere con l' Hertha, che a
Berlino aveva vinto 1-0. Ma soprattutto 29
anni dopo la ripetizione della sfida con il Borussia Moenchegladbach, coppa dei
Campioni. Quella passata alla storia come la
partita della lattina. Era il 1° dicembre
1971, secondo turno. La lattina, in realtà,
aveva colpito Roberto Boninsegna il 20
ottobre, lanciata da chissà chi in tribuna
allo stadio di Moenchengaldbach. E questo
permise di cancellare una delle sconfitte
più pesanti nella storia dell' Inter, 7-1.
«Ma l' episodio accadde sul 2-1 - ricorda
Giacinto Facchetti, capitano di quella
squadra e adesso dirigente di quella di
Tardelli - e da quel momento non ci fu più
gara. In campo pensavamo a quanto sarebbe
successo dopo. C' era chi pensava già alla
ripetizione, chi contava sul 2-0 a tavolino,
chi addirittura non voleva più giocare».
«Non fu una vera partita - concorda Lele Oriali, l' attuale direttore tecnico che
allora aveva 19 anni -. Dopo l' uscita di
Boninsegna, autore del nostro gol, non c'
eravamo più con la testa». Il 7-1 maturò in
quel contesto irreale, anche se nessuno
nasconde che il Borussia aveva schiacciato
l' Inter nella sua area fin dai primi minuti
di gioco. Fu ovviamente l' avvocato Prisco a
occuparsi del ricorso all' Uefa. «Il massimo
che ottenni fu la ripetizione della gara,
perché la vittoria a tavolino non era ancora
prevista dai regolamenti. Ma in fondo fu
meglio così, perché quella partita fu
fondamentale per la carriera di Ivano
Bordon». Nel frattempo si giocò il ritorno,
divenuto l' andata, e a San Siro l' Inter s'
impose 4-2. Per la ripetizione fu stabilito
di giocare sul «neutro» di Berlino (sempre
Germania era), all' Olympiastadion, proprio
dove l' Inter torna stasera. «Si giocò con
una tensione incredibile - ricorda Facchetti
-. Loro erano furibondi per la cancellazione
del risultato. Ma noi sentivamo l' impegno
morale di dimostrare che quel 7-1 era falso.
Eravamo tutti molto nervosi». Anche perché
«allo stadio c' erano migliaia di nostri
emigrati - aggiunge Ivano Bordon, grande
protagonista di quella partita -. E più
che Borussia-Inter sembrava di giocare
Germania-Italia». «La tensione era stata
alimentata dai tedeschi
La stagione seguente, l'en plein. Archiviati campionato e coppa d'Olanda (3-1 all'ADO), l'Ajax elimina Dynamo Dresda, Olympique Marsiglia, Arsenal, Benfica e conquista al De Kuip, lo stadio del Feyenoord, la sua seconda Coppa dei Campioni consecutiva. L'Inter non è più lo squadrone leggendario dei tempi di Herrera. Arriva alla finale dopo vicende assai rocambolesche come la "partita della lattina" di Mönchengladbach (che il Borussia aveva stravinto 7-1) e, in semifinale, dopo 210' senza gol, la vittoria sul Celtic ai rigori. Nell'ultimo atto, l'infortunio di Giubertoni dopo neanche un quarto d'ora costringe il tecnico interista Invernizzi a rivedere la difesa. I suoi resistono un tempo, il non ancora ventenne Oriali fa l'impossibile per contenere Cruijff, ma non c'è niente da fare: troppo forte quell'Ajax per l'Inter, troppo forte Cruijff per Oriali. Il numero 14 gli scappa due volte, e sono due gol. Quelli decisivi. Il primo arriva, al 48', su papera di Bordon che in uscita alta si scontra con Frustalupi, lasciando all'olandese la porta sguarnita e la più facile delle occasioni. Il secondo, al 77', incornando in splendida elevazione una punizione calciata da Keizer quasi all'altezza della bandierina di sinistra. È una gara senza storia, sia chiaro, ma la fortuna aiuta gli "ajacidi", perché lo spiovente da cui nasce il vantaggio nasce da un rimpallo perso banalmente dai nerazzurri. A quel punto l'attacco interista, votato esclusivamente al contropiede, è una pallottola spuntata.
Generazione di fenomeni
Non c’è
solo Cruijff, fuoriclasse straordinario, nel
Grande
HEINZ STUY (portiere, 6-2-1945) – Non un fenomeno tra i pali, scalza il più «tradizionale» Gerrit (Gert) Bals, perché sa stazionare al limite dell’area dove svolge le funzioni di libero aggiunto. Alto e prestante (1,88 m per 85 kg), è l’unico «ajacide» dell’epoca a non vestire mai l’arancione. WIM SUURBIER (terzino destro, 16-1-1945) – Nelle giovanili era nato ala sinistra, poi retrocede a terzino e, con l’esplosione di Krol, cambia fascia. Sa fare tutto: difende, imposta, crossa e segna. VELIBOR VASOVIC (libero, 3-10-1939) – Dà ordine alla difesa ed è infallibile dal dischetto. Fortissima personalità, a Wembley alza da capitano la Coppa dei Campioni del ’71. BARRY HULSHOFF (difensore centrale, 30-9-1946) – Una montagna d’uomo (1,92 m per 82 kg), domina di testa e non è male coi piedi. Incontrista temibile e generoso, incappa spesso in infortuni. In Nazionale, 14 presenze e 6 reti. Tante per un attaccante, incredibili per un centrale difensivo. RUUD KROL (terzino sinistro, 24-3-49) – La classe fatta difensore. Come Suurbier dall’altra parte, sa fare bene tutto. A fine carriera, si ricicla da libero con risultati straordinari. È l’ultimo a lasciare l’Ajax. Poi sverna nella Nasl, al Napoli e ai francesi del Cannes.
ARIE HAAN
(centrocampista, 16-11-1948) – Lento di
passo, ha la «castagna» da fuori e buon
senso tattico. A Monaco ’74 Michels lo
impiega addirittura da libero. 35 partite e
6 gol in Nazionale. JOHAN NEESKENS (centrocampista, 15-9-1951) – Il calciatore totale per antonomasia. Nella categoria, l’unico superiore a Tardelli. Falcata e tiro irresistibili, fondo, grinta, senso del gol. Da ragazzino, furoreggia nel baseball. Nel ’74-75 raggiunge al Barcellona il «gemello» Cruijff. GERRIE MUHREN (interno sinistro, 2-2-1946) – Mancino, buona tecnica, sa cucire il gioco e interdire. Per motivi personali, un figlio malato, salta il mondiale del ’74. In arancione, 10 gettoni. JOHNNY REP (centravanti/ala, 25-11-1951) – Attaccante completo, per la foga e l’incredibile mole di lavoro, talvolta spreca troppo. Carattere pepatino e lingua lunga, «digerisce» a fatica l’ingombrante personalità di Cruijff. 12 gol in 42 partite coi Tulipani. JOHAN CRUIJFF (attaccante, 25-4-1947) – Grandissimo in campo e in panchina. Con entrambi i club della sua vita, l’Ajax e il Barcellona. La tecnica sposata alla velocità. Profondo conoscitore del gioco, ha il difetto di ritenersi infallibile. Alza da capitano la Coppa dei Campioni ’72-73. PIET KEIZER (ala sinistra, 14-6-1943) – Bandiera dell’Ajax, mancino puro, grande realizzatore (146 reti in 365 gare di Eredivisie). Due gravissimi infortuni e una certa incompatibilità caratteriale con Cruijff ne condizionano una carriera comunque di altissimo livello. Capitano a Rotterdam ’72.
NICO RIJNDERS (difensore/centrocampista, 30-7-1947) – Mediano difensivo, 8 volte nazionale. Inesauribile incontrista, trasferitosi al Bruges, morirà durante una partita, colto da un infarto. HORST BLANKENBURG (difensore centrale, 10-7-1947) – Tedesco arrivato nel ’70 dal Monaco 1860, in patria rischia una lunga squalifica per una storia mai chiarita di partite truccate. Nasce mediano, poi Kovacs ne fa l’erede di Vasovic. È suo il cross per il gol di Rep che condanna la Juve nel ’73. SJAAK SWART (ala destra, 3-7-1938) – Idolo dei tifosi per le funamboliche giocate sull’«out» di destra, sotto rete non perdona: 165 gol in 463 gare di campionato con l’Ajax, 10 su 31 in Nazionale. DICK VAN DIJK (centravanti, 15-2-1946) – Ariete un po’ grezzo sul piano tecnico, segna il gol che sblocca il risultato a Wembley nel ’71. In Nazionale, 7 presenze e una rete. (Christian Giordano)
GIUBERTONI RACCONTA. "Vi racconto l'ultima finale dell'Inter. La Coppa valeva 10 milioni di lire" Era il 1972 e Giubertoni costituiva con Burgnich, Bellugi e Facchetti la Maginot dell'ultima Grande Inter capace di arrivare in finale di Coppa Campioni. L'ex stopper svela come quella squadra giunse a un passo dal trofeo
Mario
Giubertoni "Le confesso un segreto: davvero
questa non l'ho mai raccontata. Ha presente
quella battaglia di Glasgow contro il Celitc
in semifinale? Mamma mia, noi in trincea e
loro che arrivavano da tutte le parti. Con
Tarcisio, Giacinto, Mauro e Lele, lo posso
dire, alzammo un muro là dietro in difesa.
Zero a zero come all'andata. In ballo c'era
la finale. Finì ai rigori e il sesto
rigorista dell'Inter ero io. Così aveva
deciso Gianni Invernizzi. Ma vincemmo 5 a 4:
fortuna che gli scozzesi sbagliarono e Jair
no, perché nella mia vita non ho mai
calciato un rigore e non so proprio come
avrei fatto. Mise tutto a posto il nostro
brasiliano, che giocatore". Retroscena e
ricordi dall'ultima grande campagna
interista in Coppacampioni: stagione
1971-72, quando i neraz Quel torneo è il massimo per uno che di mestiere fa il calciatore, credetemi", spiega con fresco entusiasmo Mario Giubertoni che di quella squadra (Mazzola, Boninsegna, Corso, Burgnich, Facchetti, Oriali per fare qualche nome) era un gregario, sì, ma davvero prezioso. "I piedi non erano dolci, ma di correre correvo, marcavo a uomo, avevo scatto e gran fisico e soprattutto lasciavo ogni energia sul campo: sarà per questo che ho sempre giocato", si descrive così il "Giube", 1 scudetto, 1 finale di Coppa dei Campioni, 154 gare e 1 rete nei 7 campionati nerazzurri, 21 presenze nelle rassegne europee, 39 e 1 rete in Coppa Italia. Quasi non fossero trascorsi 38 anni da allora, Mario rivive quell'esperienza rammentando dettagli e svelando aneddoti di una squadra e di un calcio ancora carichi di suggestioni. "Io le giocai tutte tranne una, ecco come arrivammo fin là. Che so? Magari porta bene agli interisti di oggi", sorride dalla sua casa nel modenese, tradendo ancora un forte attaccamento per quei colori, e per quelli rosanero del Palermo, le due formazioni in cui si è affermato come un difensore arcigno e difficilmente superabile nei suoi anni migliori.
MAZZOLA,
BONIMBA E LA REGIA DI INVERNIZZI
- "Dunque la prima fu
con l'Aek Atene, esordio a San Siro. Io
stavo addosso a un peperino, un piccoletto
micidiale, nome da scioglilingua. Passammo
in svantaggio, poi Mazzola, Facchetti, Jair
e Bonimba misero una ipoteca sul passaggio
del turno. Ma Atene, al ritorno, chi se la
dimentica? Il pubblico si faceva sentire,
l'arbitro ne era condizionato e i nostri
avversari sembravano come sospinti dai
tifosi. Perdemmo 3 a 2 e passammo il turno.
Negli spogliatoi guardai in faccia i
compagni: capii che saremmo andati lontano".
Ma come era quello spogliatoio, quegli
CHE BOTTE CON HEYNCKES - Arriva lo scontro, passato alla storia del pallone, contro il Borussia di Netzer. Ci vogliono tre partite per capire chi passa. "Ma la prima non conta - ci tiene a precisare il "Giube"- quel sette a uno è falso come Giuda. Bonimba prese una lattina in testa quando eravamo sul 2 a 1 per loro e per noi era finita lì. Eravamo certi del 2 a 0 a tavolino e giocammo come fosse un allenamento, senza impegno. Quel 7 a 1 è una favola tanto è vero che poi a Milano gliene rifilammo 4 (a 2) con Mauro Bellugi che fece un gol da cineteca che non avrebbe mai più fatto e poi ancora Bonimba, Jair e Ghio. Certo, il ritorno a Berlino fu un assedio: ma Ivano Bordon fu letteralmente miracoloso, parò pure un rigore a Sieloff e io, in quell'assalto durato novanta minuti, la palla l'avrò presa sì e no due volte". Due volte e basta? "Sì, perché marcavo il grande Jupp Heynckes ed entrambi trascorremmo quella serata a fare a botte: spintoni, calcioni, gomitate, sgambettii. Un corpo a corpo. Alla fine uscii dal terreno come un pugile, ammaccato e tumefatto, ma vincente". E non espulso..."Ma io ero fisico, mai violento. Nella mia carriera mi hanno buttato fuori solo una volta. Giocavo nel Palermo e marcavo quel dribblomane talentuoso di Claudio Sala. Un tipo che mi piaceva perché le prendeva e le restituiva, ma non stava lì a piangere. L'arbitro ci richiamò e noi niente, continuammo a pestarci. Alla fine ci cacciò entrambi e con ragione".
SOFFERENZA
LIEGI - "Nei
quarti, dopo aver superato il Borussia, ci
sentivamo sicuri di poter fare fuori
facilmente lo Standard Liegi. Che errore: a
San Siro faticammo da matti per vincere uno
a zero con gol di Jair. Loro avevano un
portierone: Piot, che era anche quello della
nazionale. E a Liegi rischiammo
l'eliminazione. Andammo sot
FINALE DI RIGORE - "Non giocai l'andata per infortunio. Nel ritorno marcai il loro centravanti: un gran giocatore. Loro davanti avevano calciatori come Dalghish, Macari e Johnstone, abili e potenti. Un giovanissimo Lele Oriali fece un partitone proprio contro Johnstone. Fu durissima. E, come ho detto, prevalemmo ai rigori: Mazzola, Facchetti, Frustalupi, Pellizzaro e Jair furono implacabli. Per loro sbagliò Deans e tanto bastò. Mi sentii uno dei più forti d'Europa perché ero in finale nella Coppa dei Campioni".
CRUIJFF, IL MIGLIORE - "Che sfortuna: la finale si giocava a Rotterdam, praticamente in casa dell'Ajax. Ci credevamo lo stesso: Invernizzi mi disse di marcare Muhren, il loro centravanti arretrato e siccome indietreggiava mi consigliò di spingermi anche in avanti. Lo feci, ma al dodicesimo del primo tempo durante un mio spunto offensivo Blankenburg mi sfasciò la caviglia con una entrata-killer. Fui costretto a uscire, sostituito da Bertini. Guardai il resto del match dalla panchina e vidi uno spettacolo, per allora, assolutamente inedito: il calcio totale all'olandese. Cruijff per me era e forse resta il migliore calciatore del mondo: aveva tutto, era un leader, col suo scatto lasciava chiunque dieci metri dietro, tirava, passava, colpiva di testa, scartava, lanciava. E poi Haan, Suurbier, Neeskens, Krol, Keizer. Cedemmo nella ripresa: due volte Cruijff. La prima per una incomprensione tra Oriali e Bordon, giovanissimi ma già bravissimi. Può succedere. Il mio sogno finì lì".
UN PREMIO DA 10 MILIONI DI LIRE - Davvero altri tempi il calcio anni Settanta: "Avessimo vinto il premio sarebbe stato di dieci milioni di vecchie lire se non ricordo male", sorride Giubertoni che dopo il calcio ha fatto "prima l'artigiano in una azienda di maglieria e poi il coltivatore di pere in una campagna di mia proprietà": Adesso, a 65 anni, è in pensione e si gode la tranquillità: "Sono in pace con me stesso, avrei anche il patentino da allenatore ma non fa per me. Si vive, e bene, anche senza calcio. Ma chi la dimentica quella Coppacampioni: ho ancora le maglie di Aek, Borussia, Standard, Liegi, Celtic e Ajax che ci scambiavamo a fine match. E poi, scusi, quando sono uscito, a Rotterdam, eravamo ancora imbattuti e come mi diceva il presidente Fraizzoli, "Caro Giube, ci fossi stato tu in campo non avremmo mai perso". Mentiva, una affettuosa e simpatica bugia che però mi inorgoglisce ancora oggi e mi riporta a quella splendida avventura sportiva". http://www.repubblica.it/rubriche/la-storia/2010/03/31/news/ultima_finale_inter-3040869/
La Valletta - Malta
LADY RENATA
Riprende la Lady: " Mio marito ha spiegato tante volte che
Bellugi non è stato ceduto per motivi tecnici. Come giocatore non
è mai stato discusso. A volte il matrimonio guasta un uomo
".
- Signora, perché le squadre milanesi non vanno più bene come
una volta?
- E lei milanese col " coeur in man "...
MARIO BERTINI
Quando pensiamo all'Italia del
Mondiale del 1970 la nostra mente va inevitabilmente all'epica sfida
Italia-Germania 4-3 ed alla successiva finale dove il formidabile
Brasile di Pelé ha annichilito
Tra di essi merita una citazione il mediano degli azzurri Mario Bertini, in assoluto uno dei centrocampisti più completi dell'epoca ed elemento insostituibile nello schieramento tattico del commissario tecnico. La sua crescita calcistica avviene nella natia Toscana, dove si fa le ossa dapprima a Prato in serie C, dove vince il campionato e successivamente ad Empoli, dove gioca una sola stagione (1963/1964) mettendo in piena mostra tutte le sue doti di centrocampista, realizzando inoltre 7 reti nelle 31 partite disputate. Del suo talento si accorge la Fiorentina che decide di acquistarlo per la stagione successiva, volendo in tal senso inserire una forza fresca nel proprio settore mediano. Bertini si mette in mostra come un elemento di grande sostanza, in grado di garantire un ottimo contributo in termini di fisicità e corsa. In un'epoca nella quale i mediani devono garantire soprattutto copertura, il centrocampista nativo di Prato eccelle in pieno in tale mansione. Altresì è dotato di buone qualità tecniche, associate ad un piede destro molto preciso e potente che lo rende insidioso nelle conclusione dalla media-lunga distanza. Tale dote, unita alla precisione nei calci piazzati (soprattutto i rigori), permette a Bertini di segnare con buona continuità, elevando di molto la sua importanza all'interno della squadra. Durante la sua militanza nella Fiorentina affina maggiormente le sue qualità, maturando quell'esperienza e quell'acume tattico che lo renderanno papabile anche per la nazionale.
In maglia viola con Nella stessa estate ha la possibilità di esordire in maglia azzurra in un'amichevole contro il Messico giocata proprio a Firenze. Successivamente viene aggregato alla disastrosa spedizione del Mondiale in Inghilterra, nel ruolo di "apprendista" al pari di Gigi Riva. Dopo l'esonero del commissario tecnico Edmondo Fabbri, viene nominato Ferruccio Valcareggi che decide di convocare Bertini nel 1967, durante le qualificazioni per il successivo Europeo. Il centrocampista toscano risulta decisivo nella sfida contro la Romania, segnando la rete che garantisce agli azzurri un'importante vittoria in trasferta a Bucarest. Valcareggi lo convoca ancora per la gara persa 3-2 contro la Bulgaria a Sofia, ma decide di non includerlo nei 22 che 2 mesi dopo vinceranno in casa l'ambito trofeo continentale. Il commissario tecnico stima molto Bertini, ancora di più quando nella stessa estate il centrocampista passa all'Inter, dopo 4 stagioni molto positive nella Fiorentina. Il neo interista viene subito convocato per le amichevoli e le partite di qualificazione che la nazionale disputa in vista dei Mondiali che si terranno in Messico. Proprio in un'amichevole contro la squadra messicana va a segno per la seconda ed ultima volta in nazionale, realizzando la rete che vale il pareggio per 1-1. Nel frattempo diventa un perno del centrocampo nerazzurro, segnando addirittura 11 reti nella sua prima stagione agli ordini prima di Alfredo Foni e successivamente di Maino Neri. Tali segnature sono favorite anche dal suo ruolo di rigorista, a conferma della sue qualità tecniche e della sua personalità.
La stagione successiva la squadra
ora allenata dal paraguaiano Heriberto Herrera arriva seconda alla
spalle del so Bertini gioca un'ottima stagione, che gli vale la convocazione per il Mondiale, nonché il ruolo di mediano titolare durante tutta la rassegna. Le sue prestazioni sono encomiabili soprattutto nella famosa semifinale contro la Germania, quando per buona parte della partita si trova a sorpresa a marcare un Uwe Seeler schierato in una posizione arretrata. Bertini svolge in pieno il suo compito, finendo sfinito al termine di un incontro giocato in condizioni ambientali davvero al limite dell'umana sopportazione data l'altitudine. Nella sfida finale contro il Brasile, l'Italia, in evidente difficoltà fisica, adotta rigide marcature ad uomo affidando le cure del temutissimo Pelé inizialmente proprio a Bertini. Successivamente il quadro tattico cambia e O'Rey viene marcato da Burgnich, proprio quando lo strapotere fisico e tecnico dei sudamericani viene fuori, sancendo il 4-1 finale. Il centrocampista dell'Inter abbandona la contesa al 74', dopo la solita gara grintosa in mezzo al fantasioso centrocampo della Seleçao. Per Bertini la consolazione arriva con la maglia dell'Inter nella stagione 1970/1971, quando la compagine milanese, allenata da Giovanni Invernizzi, compie una clamorosa rimonta ai danni dei "cugini" del Milan, vincendo l'undicesimo scudetto della sua storia. Decisivo in tal senso è il cambio di allenatore, con il già citato Invernizzi che subentra al mai apprezzato Heriberto Herrera, donando nuove motivazioni alla squadra. Anche nelle successive stagioni il centrocampista toscano garantisce buone prestazioni, prendendo parte alle qualificazioni per l'Europeo, chiusesi con l'eliminazione per mano del Belgio. La sconfitta per 2-1 a Bruxelles è proprio l'ultima partita giocata da Bertini in nazionale, lasciata dopo 25 presenze. A livello di club arriva con l'Inter in finale di Coppa dei Campioni nella stagione 1971/1972, dovendosi arrendere alla superiorità dell'Ajax ed alla doppietta del "profeta del gol" Johan Cruijff. Con la maglia dell'Inter gioca fino al 1977, garantendo in ogni occasione il solito apporto in termini di grinta ed intelligenza tattica, ma cedendo progressivamente il posto a Gianpiero Marini ed a Gabriele Oriali. Non manca però di dare il suo contributo in termini di reti, come dimostra questa suo famoso gol realizzato contro la Juventus con un gran destro dalla distanza. Lascia Milano dopo 210 presenze in campionato e ben 31 reti, a riprova del fatto che le sue doti non sono limitate al semplice gioco di incontrista. La sua ultima stagione da calciatore la gioca a Rimini in Serie B, dove mette a disposizione tutta la sua esperienza per garantire la salvezza alla formazione romagnola. Grinta, abnegazione e qualità hanno fatto di Mario Bertini uno degli elementi più affidabili del suo periodo, rompendo in parte il luogo comune che vuole i mediani tignosi e poco dotati dal punto di vista tecnico. Nel suo ruolo il giocatore toscano ha dato prova di ottime qualità, che lo hanno reso insostituibile nella Fiorentina, nell'Inter ed anche nella nazionale. Tra gli indimenticabili protagonisti del Mondiale del 1970 anche Bertini merita una citazione, a fianco dei soliti tormentoni... Giovanni Fasani http://allafacciadelcalcio.blogspot.it/2016/06/mario-bertini.html
L’ex calciatore Mario Bertini: «Provai in ogni modo a salvare mio figlio dalla droga. Doping? Giravano pasticche rosse, non presi mai nulla» di Paolo Tomaselli
Mario Bertini è stato uno dei mediani più forti della storia azzurra. Dopo nove anni all’Inter e l’ultima stagione al Rimini si è allontanato dal calcio. Per sempre. «Non ho tenuto niente della carriera. Ho rigettato un po’ tutto, non so il perché». Non le piaceva l’ambiente? «Non mi appartiene adesso e molto probabilmente neanche prima. Ero anomalo: non andavo alle cene coi club, facevo pochissime interviste. Se uno non dà, non prende». Mai un rimpianto? «No, avevo deciso di cambiare vita già prima di smettere. Nessun rimpianto, nessun rimorso. Certo oggi con meno fatica si guadagna di più». Neanche una rimpatriata? «Ho fatto qualcosa a Firenze e poi per i 50 anni di attività di Pellegrini, ma alla fine sono rimasto deluso. Pellegrini non l’ho quasi visto». Che lavoro ha svolto? «Mi sono occupato di abbigliamento di alto livello. Le cose sono andate bene, ma ho dovuto fare tirocinio perché chi compra una camicia da 400 euro o una giacca da 5 mila ti fa domande. E non può saperne più del titolare». Lei era così anomalo che giocava a Milano, vivendo a Bergamo. Come mai? «Mi è piaciuta la Città alta, poi ho trovato moglie a Bergamo. Ora sono sposato in seconde nozze, sempre con una donna bergamasca». È nato in piena guerra. «E mi chiamavano “rifugino”: sono nato in un rifugio».
Che infanzia ha avuto? «Felice. Non ho sentito la povertà, anche se c’era. Però non ci è mai mancato niente». Al calcio arrivò tardi? «Sì. Giocavo con gli amici in piazza, a 13 anni un osservatore mi ha visto e convocato per un provino. Ma non sono andato, non avevo le scarpe. Mi ha richiamato, dicendo di non preoccuparmi». I primi stipendi? «A Prato mi pagarono con un premio: due settimane in Versilia tutto spesato. A Empoli non arrivavo a fine mese. Ma i debiti sono sempre stato abituato a non farne». Passa dalla Fiorentina all’Inter. E lo sa dai giornali. «Sì, eravamo come pecore al macello, andavi dove dicevano. Ma io ho potuto scegliere tra Inter, Milan e Juve. In Nazionale mi hanno un po’ convinto ad andare all’Inter». Mediano con il senso del gol. Si è rivisto in qualcuno?
«Il mio vero ruolo
era mezzala, mi identificavo molto in Bulgarelli. Mi rivedevo un po’
in Ancelotti. Oggi diciamo un po’ Barella, un po’ Marchisio: primo
difensore, ma capace di rifinire l’azione in area». In tribuna al Mondiale ’66, con un piede ingessato a Euro ’68, in campo da protagonista a Messico ’70. «Sia nel ’66 che nel ’70 al rientro ci hanno lanciato i pomodori. Un’altra delusione. A Milano gli animi erano surriscaldati per la staffetta Rivera-Mazzola. E abbiamo preso i pomodori dai riveriani». La staffetta ha tolto qualcosa alla squadra? «Abbastanza. Non era tutto bello quello che abbiamo vissuto in Messico. Ci sono stati dei grossi problemi, le discussioni hanno dato fastidio». I giornali la definivano pupillo di Valcareggi. «Era così vero che quando mi ha lasciato a casa non me l’ha detto. E, a differenza di altri, non mi ha richiamato. Dal 1972 in Nazionale non ho più giocato, anche se il ’72-’73 fu il mio campionato più bello». In Messico con chi era in stanza? «Con Lodetti. Ho vissuto tutta la sua vicenda: Anastasi si fece male, chiamarono Boninsegna e Prati, mandando a casa Giovanni. Brutta storia». Cosa accadde? «Ho la mia idea: dato che il Milan doveva cedere Lodetti alla Samp preferì non fargli giocare il Mondiale: chi vinceva non era non vendibile». Mazzola sostiene che lo 0-0 con l’Uruguay per il passaggio del turno fu concordato. E che solo lei corse e picchiò «come un matto. «Per me quelle cose non esistono. Figurati se mi metto a pensare a un pareggio. Io giocavo a calcio per vincere: se perdevo stringevo le mani a tutti, con la morte nel cuore». Come fece Seeler con lei dopo Italia-Germania 4-3? «Sì, fu un duello da sangue da naso, ma è venuto a scambiare la maglia. Siamo stati esaltati, ma penso sia stata la mia peggior partita. Seeler di testa le prendeva tutte». È vero che Valcareggi mise il terzo portiere Vieri a fare una sorta di filtro con le belle ragazze attorno al ritiro? «Forse ero troppo preso da me stesso per capirlo». Milano come l’ha vissuta? «Bene. Ma dovevi dire di no sempre, altrimenti era un casino. Non era difficile fare il playboy, ma dovevi scegliere fra quello o il calcio» Con Boninsegna si sente? «Sì, è una persona che dice sempre ciò che pensa, come me. Ed è stato il più grande centravanti che ha avuto l’Italia. Cattivo, segnava in tutti i modi: destro, sinistro, testa». Finale all’Azteca: Pelé con il 10, Bertini con il 10. «Perché nessuno lo voleva: Rivera perché forse non giocava, Mazzola perché diceva che non l’aveva mai avuto. A me non pesava. Anzi, mi portò bene in quel Mondiale». Lei marca Pelé, Valcareggi però sposta Burgnich su O Rey. E arriva il famoso gol. «Mai capito perché quella mossa. Stavo facendo benissimo: poi il c.t. mi mise su Rivelino a fare il terzino perché faceva scoprire Burgnich». Che pensa del dibattito tra ex sull’abuso di medicinali? «Vuol dire che hanno preso qualcosa, io non ho mai preso nulla. C’erano delle pasticchine rosse, quelle che prendevano anche gli studenti per stare svegli. A me semmai serviva qualcosa per calmarmi». Chi le ha lasciato l’impressione di grandezza? «Burgnich e Suarez. Io sono arrivato dopo i fasti della grande Inter. Da loro ho imparato come uomo e calciatore: Suarez quando beveva un bicchiere in più, il giorno dopo era il primo a tirare la fila». Nel 1990 uno dei suoi due figli, Gualtiero, muore per overdose. Come l’ha vissuta? «Difficile spiegarlo. Dico solo che devono morire prima i genitori. Lui ha fatto delle cose che non doveva fare e alla fine ha deciso di togliere il disturbo. Abbiamo provato in tutti i modi a salvarlo: era in comunità da due anni, era andato anche all’estero, era sulla strada giusta. È morto il giorno prima di Natale». Oggi è un nonno felice? «Sono bisnonno da un mese e mezzo. Una delle mie nipoti è brava a sciare». L’ex calciatore oggi è una professione. Che ne pensa? «Uno come me guadagnerebbe 3-4 milioni. Ma noi sapevamo già che avremmo dovuto lavorare: l’importante era non farsi mangiare i soldi»
Si è fatto le prime scarpe da calcio da sè chiedendo al calzolaio di piantare dei chiodi sotto la suola dei mocassini. E' andato così al provino del Prato . La sera i piedi scarnificati gli sanguinavano come un Cristo. E lui non è un grezzo. al contrario è un calciatore piuttosto tecnico. Prima che all'Inter arrivi Boninsegna, i rigori li tira lui : dunque , sa calciare bene. Se ne accorge la Juventus, che per colpa di una sua punizione a San Siro perderà lo Scudetto del '76. A lui il commissario tecnico Valcareggi consegna Uwe Seeler per quel pomeriggio all'Azteca di Italia-Germania. E i due si danno battaglia nei cieli come gli Spitfire e gli Stuka. Quelli come lui spostano i blocchi di pietra e timbrano il cartellino, entrano in fabbrica alle sei di mattina e ne escono alle due del pomeriggio . Stanno inchiodati ai remi nel corpo centrale dell'imbarcazione e vogano, consapevoli che la vita è fatica. Lui è quello che si porta il pranzo da casa nello scaldavivande d'acciaio che immerge a bagnomaria nell'acqua calda : nello scomparto superiore c'è la pasta al sugo mentre in quello più grande, sotto, lo spezzatino con le patate. Nella borsa ha anche una bottiglia di vino da mezzo litro con la chiusura a macchinetta. Volete sapere del provino al Prato ? L'hanno preso, ovvio. Offerta : due settimane al mare in Versilia tutto compreso. Poi all'Empoli l'anno dopo prenderà 100 mila lire al mese.
Taranto Inter (1977) - Coppa Italia
Fraizzoli cominciò allora un’intelligente e mirata opera di rifondazione, affidandosi al duo Mazzola (ritiratosi al termine della stagione 1976/77) – Beltrami (giovanissimo manager proveniente dal Como) e programmando in tre anni uno scudetto che puntualmente arrivò nel ’79-’80: era l’Inter di Beccalossi e di Altobelli, nella quale Marini, Bordon e Oriali erano ormai dei veterani. Tutti comandati dal sergente di ferro Eugenio Bersellini in panchina.
Dalla stagione 1979/80 il logo
comincia a comparire anche sulle maglie e il primo ad
avere tale onore è ancora uno stemma che rompe con la
tradizione: uno scudetto con due strisce nerazzurre
trasversali, con un bisc
La sessione di calciomercato
estiva vede i campioni in carica del Milan che prendono
il giovane centrocampista Romano dalla Reggiana, la
Juventus prende 3 giovani dell’Atalanta (Marocchino,
Prandelli e Tavola), l‘Inter prende Mozzini in difesa e
Caso a centrocampo, il Napoli si rinforza con l’ala
Damiani, il difensore Bellugi, il mediano Guidetti e
l’attaccante Speggiorin. Il colpo più clamoroso però lo
fa il Perugia che ingaggia, in prestito dal retrocesso
Vicenza, Paolo Rossi. La partenza è a favore dell’Inter che, dopo la 1° giornata, è l’unica squadra ad aver vinto; dopo essere stata agganciata la squadra nerazzurra, alla 4° giornata, torna solitaria in testa, laureandosi poi campione d’inverno con 1 giornata d’anticipo. Alla 17° giornata il Milan, unica vera inseguitrice dei nerazzurri, perde ad Avellino e l’Inter. vittoriosa sull’Udinese. scappa a +5. Alla 22° i nerazzurri vincono il derby ed allungano a +8. Il 23 marzo, alla fine della 24° giornata, avviene un fatto clamoroso: la polizia arresta dei calciatori tra i quali molti di Serie A (tra questi Giordano, Paolo Rossi e Albertosi) che vengono accusati di scommesse clandestine e di truffa ai danni di Massimo Cruciani, un commerciante romano di frutta all’ingrosso. Cruciani era fornitore di frutta per un ristorante romano (“Le Lampare“, di proprietà di un certo Alvaro Trinca) e qui è entrato in contatto con alcuni calciatori della Lazio, di cui 4 (Cacciatori, Giordano, Manfredonia e Wilson), gli avrebbero assicurato la possibilità di truccare i risultati delle partite, per poter così scommettere e guadagnare forti somme di denaro.
In molti casi però le combine non
hanno funzionato e Cruciani si è ritrovato sommerso di
debiti e così il commerciante romano si è deciso a
denunciare il tutto alla Procura della Repubblica. Parte
quindi un processo che, dopo il secondo grado alla CAF,
dà questi verdetti: Milan e Lazio retrocesse in Serie B
ed Avellino, Bologna e Perugia che nel campionato
successivo partiranno da -5. Oltre alle squadre vengono
condannati anche i calciatori coinvolti nello scandalo,
ma pochi mesi dopo verranno assolti perché “il fatto non
sussiste”. Tornando al calcio giocato, l’Inter si laurea campione d’Italia con 2 giornate d’anticipo, in uno dei campionati più brutti degli ultimi anni. Il tecnico artefice di questo scudetto è Eugenio Bersellini e l’undici tipo era questo: Bordon in porta, in difesa Bini libero, Mozzini stopper, Canuti terzino destro e Beppe Baresi terzino sinistro; a centrocampo Pasinato e Marini come mediani, Caso ala tornante destra e Beccalossi interno; in attacco abbiamo Altobelli centravanti e Muraro ala sinistra. Tra i titolari però troviamo spesso Oriali che gioca sia come terzino ad entrambi i lati che come mediano. Ecco il cammino dei nerazzurri verso lo scudetto: INT-PES 2-0 (12’DOMENICHINI AUT., 69’ORIALI) UDI-INT 1-1 (28’ALTOBELLI, 89’VAGHEGGI) INT-LAZ 2-1 (17’BECCALOSSI, 42’GIORDANO, 71’MARINI) BOL-INT 1-2 (7’MASTROPASQUA, 36’BINI, 40’BECCALOSSI) INT-NAP 1-0 (61’ALTOBELLI) CAT-INT 0-0 INT-MIL 2-0 (14′ E 84’BECCALOSSI) TOR-INT 0-0 INT-JUV 4-0 (48′, 50′ RIG., E 79’ALTOBELLI, 74’MURARO) AVE-INT 0-0 CAG-INT 1-1 (63’SELVAGGI, 76’ALTOBELLI) INT-PER 3-2 (4’BECCALOSSI, 19′ E 89’ROSSI, 75’ALTOBELLI RIG., 87’PASINATO) ROM-INT 1-0 (61’DI BARTOLOMEI RIG.) INT-FIO 0-0 ASC-INT 1-1 (3’ALTOBELLI, 59’MORO) PES-INT 0-2 (34’BECCALOSSI, 62’PASINATO) INT-UDI 2-1 (42′ E 51’ALTOBELLI, 45’ULIVIERI) LAZ-INT 0-0 INT-BOL 0-0 NAP-INT 3-4 (19′ E 32’MURARO, 22’PASINATO AUT., 35’IMPROTA, 57’ALTOBELLI, 71’BARESI, 81’GUIDETTI) INT-CAT 3-1 (15’BECCALOSSI, 36’ORIALI, 60’ALTOBELLI, 78’BRESCIANI) MIL-INT 0-1 (77’ORIALI) INT-TOR 1-1 (20’GRAZIANI, 82’MURARO) JUV-INT 2-0 (32’BETTEGA, 79’FANNA) INT-AVE 3-0 (16’CASO, 68’ROMANO AUT., 82’AMBU)INT-CAG 3-3 (3’BARESI AUT., 6’SELVAGGI, 33’MURARO, 49’ORIALI, 50’MOZZINI AUT., 57’ALTOBELLI) PER-INT 0-0 INT-ROM 2-2 (18’PRUZZO, 36’ORIALI, 43’TURONE, 88’MOZZINI)FIO-INT 0-2 (6’ORIALI, 39’RESTELLI AUT.) INT-ASC 2-4 (25’TORRISI, 44’MARINI AUT., 55’BELLOTTO, 58′ E 73′ RIG. ALTOBELLI, 66’ANASTASI)
I 60 ANNI DI SPILLO
EUGENIO E REGOLATEZZA (maggio 1980) MILANO.
Lo chiamano "allenatore di campagna" e della gente
semplice, quella che misura ancora il tempo con il sole. Di questa
gente Eugenio Bersellini ha mantenuto la modestia, la capacità
ormai rara di commuoversi, la grande dignità, la possibilità di
tenere dentro di se anche le emozioni più violente che, al massimo,
confessa con un lievissimo tremore della voce. Uomo attaccato alla
realtà delle cose di tutti i giorni, Ber RIMPIANTI. "Lo scudetto è arrivato - ci ha detto Bersellini - ma non è che sia soddisfatto in pieno di quello che ha fatto la mia squadra. Non mi riferisco tanto all'ultima partita, che i ragazzi hanno giocato in uno stato di enorme tensione, quanto a quello che è stato fatto durante tutto il campionato. So di essere un perfezionista, un incontentabile, ma troppe cose, provate e riprovate in allenamento non sono state realizzate in partita. Mi riferisco in particolare agli schemi, agli incroci, alla confusione che vedo ancora sulle... palle morte. Su quelle, cioè, che vengono giocate da fermo, su punizione o su corner. Ma c'è di più. Questo anno abbiamo vinto lo scudetto, d'accordo, però giocavamo meglio dodici mesi fa quando l'inesperienza finiva sempre col fregarci...". A questo punto, l'immagine del Bologna che giocava come si gioca il paradiso (e che non vinceva il titolo) è entrata negli spogliatoi di San Siro... CANDORE.
Capita la stessa cosa per molto meno, figuriamoci quando una squadra
vince il campionato. Tutti lì, attorno al mister. Per
complimentarsi con lui, per dirgli che è bravo, per ricordargli che
c'era un altro come lui... ma in Cina e l'hanno ammazzato. Ma
Bersellini è uno che da quest'orecchio mostra di non sentirci e lo
dice chiaro e netto: "In questa impresa io ho una parte di
merito, d'accordo, ma il merito maggiore e della società che mi ha
aiutato a fare la squadra che desideravo. Quando arrivai all'Inter,
tre anni fa, vidi tre ragazzini che mi parvero subito ben dotati:
alludo a Pancheri, Baresi e Ambu che, infatti, adesso MISSIONE
COMPIUTA. Tre anni or sono l'Inter si affidò alla troika
Bersellini-Mazzola-Beltrami: il loro programma era di rinvigorire e
ristrutturare la squadra nelle prime due stagioni per poi renderla
competitiva nella terza. Oggi, quindi, possiamo parlare di missione
compiuta. "Forse con un minimo di anticipo rispetto ai
programmi - precisa Bersellini - ma non sarò certamente io a
lamentarmi. Adesso, comunque, è proibito dormire sugli allori: il
difficile, ami, comincia proprio adesso, visto che sin d'ora
sappiamo che il prossimo anno avremo il doppio impegno Campionato
Coppa dei Campioni". A questo punto, il discorso sullo
straniero diventa i PRESENTIMENTO. San Siro stava sempre più somigliando ad un deposito di locomotive sotto pressione quando Mozzini - mai a segno da quando gioca nell'Inter e autore di cinque gol nel Torino - azzeccava un collo destro pieno che definire "colpo della domenica" è il minimo. "Che succedesse proprio questo - confessa Bersellini - non l'avrei mai immaginato, che però sì arrivasse al colpo di scena ci avrei giurato. All'inizio del secondo tempo l'ho detto: pareggiamo di sicuro e con uno dì quei gol che la gente non si aspetta. Non direi proprio di aver sbagliato pronostico". DEDICA.
Nella carriera di un allenatore - soprattutto se di campagna - uno
scudetto non è certo cosa che capiti spesso per cui merita ben più
di un premio in denaro e di una bottiglia di champagne. Uno scudetto
significa il raggiungimento di un traguardo sperato sopra ogni altra
cosa. La relazione di un sogno per tanto tempo covato in fondo al
cuore ma cosa si prova in un momento così? "Una gioia enorme.
Ma anche un grosso pugno nello stomaco e subito sei preso dalla
commozione: come in un film vedi tutto quello che hai fatto, rileggi
tutta la tua vita; ripercorri la tua carriera sin dal primo giorno.
E poi pensi a qualcuno come per fargli vivere accanto a te questo
meraviglioso istante. Anche a me è capitato tutto questo. Anche a
me è venuta in mente una persona". Chi? "Una persona che
appartiene a Eugenio Bersellini uomo e non a Eugenio Bersellini
allenatore dì calcio. E' per questo che non ne faccio il nome, che
questa emozione la tengo esclusivamente per me
Coppa dei Campioni 1981 - Inter - Real Madrid (1-0)
Dopo il Mondiale di Spagna, Fraizzoli si trovò a fare i conti con le nuove leggi sul trasferimento dei giocatori, perse due giocatori importanti (Oriali e Bordon) e ne fu molto amareggiato: forse in quel momento cominciò a pensare di lasciare la presidenza ma, come era nel suo carattere, volle preparare con cura la successione. Per iniziare chiamò nel Consiglio Ernesto Pellegrini e lo fece vicepresidente. Era un periodo molto combattuto, si trattava di decidere una volta per tutte di staccare il cordone ombelicale e come ricorda lo stesso Ivanoe, tutto cominciò con l’ insonnia: “Continuavo a rigirarmi nel letto, la Renata una notte mi disse: Ivan, basta, vendi l’Inter, così torneremo a vivere“. da http://storiedicalcio.altervista.org/blog/ivanoe_fraizzoli.html
Era l’autunno ’83: Ivanoe Vittorio Fraizzoli, ex pugile (peso medio, si allenava alla palestra “Bosisio”) e ciclista mancato, diede ragione a sua moglie, tifosa dell’Inter come e più di lui, e decise che era venuto davvero il tempo dell’addio. Chiamò Ernesto Pellegrini, allora vice – presidente, che per lettera gli aveva manifestato la propria disponibilità a succedergli e l’operazione venne chiusa. A tempo di record e in gran segreto. Finchè il 15 gennaio ’84, la domenica di Sampdoria Inter 0-2, nello spogliatoio deserto di “Marassi”, chiamò Mazzola e Beltrami, consigliere delegato e d.s. nerazzurri e confessò : “Ragazzi, ho venduto l’Inter“.
La notizia uscì tre giorni dopo e, il 19 gennaio, Fraizzoli spiegò il suo addio: “Con il cuore non si possono più dirigere le società; questo calcio non lo riconosco più. Io sono un uomo d’altri tempi. Il mio calcio era quello di via Goldoni, una serie di traumi mi hanno spinto a lasciare, l’ultimo questa estate, quando Bordon e Oriali, due figli per me, se ne sono andati alla Samp e alla Fiorentina. Io mi sento un De Amicis, ma i De Amicis che vogliono scrivere il libro “Cuore” con le squadre di calcio sono fuori moda“. Scoppiò in lacrime e lasciò. da http://storiedicalcio.altervista.org/blog/ivanoe_fraizzoli.html
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