IVANOE FRAIZZOLI

Ebbe il coraggio di succedere a Moratti. Presidente dal maggio ’68 ricostruì la squadra che aveva vinto in Europa e nel mondo. Da presidente ha vinto due scudetti (’71 e ’80), due Coppe Italia (’78 e ’82), un Mundialito (’81). Nel ’72, l’Inter arrivò alla finale di Coppa dei campioni.

Fraizzoli e Milano, un ambrosiano doc col cuore nerazzurro. Fisicamente, nei toni della voce, nel faccione, nella bonomia, e’ stato l’ultimo presidente dell’Inter davvero ambrosiano: piu’ tipicamente milanese di Angelo Moratti e dello stesso Claudio Rinaldo Masseroni, massiccio e sempre armato di sigaro, il presidente di Skoglund, di Nyers e di Wilkes. Non aveva quarti di nobilta’ industriale, nè l’aureola del self – made man che dal nulla crea un straripante portafoglio, che dalla valigetta di rappresentante, come Moratti, arriva a un impero del petrolio. Anche in questo, assomigliava allo sterminato popolo della fabbrichetta, della bottega che è la ricchezza della città. Faceva e vendeva giacche e livree per i camerieri delle grandi famiglie.

Ci voleva un grande coraggio per subentrare, e a Ivanoe Fraizzoli questo coraggio non mancò. Per un uomo come lui, devotamente attaccato alla famiglia e al lavoro, si trattò anche di un atto d’amore verso la squadra per la quale aveva sempre tifato. Ivanoe amava esibire un tesserino comprovante la sua passata militanza nel settore giovanile nerazzurro: “… dopo qualche partita mi dissero di cambiare mestiere” confessò una volta, forse per nascondere la sua giustificata soddisfazione.

Quell’Inter era una signora squadra, che l’anno seguente arrivò alla finale di Coppa dei Campioni. Si giocò a Rotterdam contro l’Ajax, e l’Inter dovette inchinarsi a due prodezze di Cruijff, marcato da un giovanissimo Oriali, dopo che sullo 0-0 Boninsegna colpì un palo con un violento tiro da lontano. Una squadra che avrebbe anche potuto riaprire un ciclo, ma gli anni seguenti furono solo di lungo e costante declino, che videro prima il provvisorio ritorno di Helenio Herrera, poi un anno con Suarez e due con Chiappella, con risultati non andavano al di là del piazzamento Uefa.

da http://storiedicalcio.altervista.org/blog/ivanoe_fraizzoli.html

 

 

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Ormai chiuso il ciclo della Grande Inter, la prima stagione di Fraizzoli al timone della Beneamata fu caratterizzata da un mercato con pochi acquisti ed ambizioni: oltre al mediano Bertini, prelevato dalla Fiorentina, arrivarono Poli, Spadetto e Vastola. La marcia in campionato fu tranquilla, ma senza acuti, il piazzamento finale fu un discreto quarto posto. Fu proprio in questa stagione che si creò una prima forma di tifo organizzato, i Boys di San Siro, la cui origine si fa risalire al gennaio del 1969.

 

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Per la panchina fu preso Heriberto Herrera, soprannominato Hh2 dai tifosi e della stampa: vennero poi acquistati Boninsegna, il quale con le sue reti trascinò l'Inter al secondo posto in campionato dietro il Cagliari di Riva, e Lido Vieri per sopperire alla mancanza di un numero uno degno della tradizione nerazzurra. Per quanto riguarda invece la Coppa delle Fiere, il cammino terminò in semifinale contro l'Anderlecht.

 

 

 

 

 

LIDO VIERI

Sul grande terrazzo, al settimo piano, tra fiori, piantine di basilico, rampicanti, c'è un tubo di gomma collegato con il rubinetto dell'acquaio, e mi arriva addosso un flash, una foto di Lido Vieri di quando giocava nell'Inter. E si faceva una doccia con un tubo di gomma, solo che intorno c'era la neve. Vieri guarda me che guardo il tubo e ride.

"Sì, anche adesso che vado per i 75. E sa perché ? Perché  quand'ero piccolo in casa non avevamo l'acqua calda e io mi sono abituato a quella fredda, diciamo che me la sono fatta piacere per necessità, poi mi sono abituato e avanti così".

Vieri nasce a Piombino, ma i genitori erano elbani, di Portoferraio. "Mio padre faceva il pescatore. Poi è saltato fuori un posto alle ferrovie e la famiglia ha traslocato sulla terraferma. Io sono diventato portiere per caso, il mio sogno era andare per mare. Quand'è arrivata l'offerta del Torino avevo già tutte le carte in regola per imbarcarmi come mozzo su un mercantile che da Genova andava in Brasile. Il pallone era un divertimento, un gioco. Non pensavo di poterci campare. Spesso giocavo il primo tempo da attaccante, per fare gol, e il secondo da portiere, per difendere il vantaggio. La prima squadra è stata a Venturina, 13 km a piedi all'andata e 13 al ritorno. Lì c'era e c'è ancora un ristorante famoso, da Otello. Sull'Aurelia, si fermavano i tir come le macchine di lusso. Specialità cinghiale alla maremmana, ma anche pesce. Là un bel giorno si fermò a mangiare il dottor Lievore, che curava il settore giovanile del Toro. E là per caso c'era a mangiare anche il dottor Biagi, un farmacista, il mio presidente, e mi segnalò".

Convocato per un provino, viene preso.

"Partii diviso dentro: cominciava un'avventura ma lontana dal mare, quello l'avevo perso. Erano passati pochi anni da Superga, il Toro stava cercando di ricostruirsi. La società pensava al mangiare e al dormire, per i primi due anni ho preso mille lire a settimana. La metà la mandavo a casa, per il resto m'arrangiavo. Un biglietto del cinema costava 80 lire. La domenica andavo allo stadio gratis. Il nostro portiere era Lovati, quello della Juve di Viola. Due buoni portieri. Anch'io ero un giovane portiere allo stato brado, tutto istinto. Allasio mi fece esordire in A, poi mi prestarono al Vigevano in B perché facessi esperienza. Ci andai con Sergio Castelletti, il terzino biondo che poi finì alla Fiorentina. Povero Sergio, era di Casale, è morto anche lui per colpa dell'amianto".

Una volta i portieri si dividevano in due categorie: freddi e caldi. Freddi erano Jascin, Giuliano Sarti, Cudicini, Zoff. Caldi Moro, Ghezzi e Albertosi. Caldissimo Vieri.

"Come temperamento sì , ero fumino, e mi sono preso le mie belle squalifiche. Ma il bello del ruolo, il lato romantico se vogliamo, era nella sua diversità. A me piaceva uscire di porta e arpionare il pallone con una mano sola, fin sul dischetto del rigore uscivo per respingere di pugno. E allora era regola che ogni pallone nell'area piccola fosse del portiere. Adesso vedo che molti hanno la catena corta ma, soprattutto, che pochissimi cercano di bloccare il pallone. Quando finalmente ho avuto un preparatore, la sua domanda più  requente era: perché  non l'hai bloccata? E, in caso di respinta, sempre di lato, mai frontale. Oggi sembra che queste cose siano finite in soffitta. Sono cambiati i palloni, sono cambiate le regole non sempre in meglio. Io cancellerei quella che porta rigore ed espulsione sull'uscita del portiere: una volta gli attaccanti ti saltavano, per non farti e non farsi male, adesso ti vengono a cercare, fanno di tutto, per sbatterti addosso, e ci credo: hanno tutto da guadagnare, al massimo rischiano un giallo per simulazione".

Lei aveva il mito di Ghezzi, ho letto.

"Sì, il kamikaze. Ma mi piaceva molto anche Bepi Moro e uno che non è diventato famosissimo: Doriano Carlotti, un elbano, giocava nel Piombino ed è stato il primo dei miei idoli. Stavo dietro la sua porta. Era secco secco, non alto, un coraggio da leone nelle uscite. Quando qualche squadra di A bussava per Carlotti, il Piombino sparava cifre pazzesche e così non s'è mai mosso. Quando ha smesso ha aperto una macelleria".

Non si stupisce di vedere tanti portieri stranieri in serie A?

" E' vero che da noi c'era una grande scuola, ma nulla dura in eterno, tutto cambia. Pensi al Brasile: per decenni solo un grande portiere, Gilmar, poi ci è toccato veder vincere un mondiale a Taffarel, uno che si tuffava di pancia e non di fianco, poi è arrivato Julio Cesar. A me piace anche Neto, della Fiorentina. In assoluto, degli stranieri, Handanovic. Quanto a noi, Buffon era e resta di un'altra categoria. Promette bene quel Perin, un po' pazzo e per questo mi piace. Ma il ruolo è cambiato da quando i portieri hanno dovuto imparare a usare i piedi, diventando meno diversi, più uguali agli altri. Ho l'orgoglio di aver allenato, incoraggiato e sempre difeso un grande portiere: Luca Marchegiani. Certo se vedo le foto di quando giocavo io e di adesso sembra passato un secolo. I guanti, per esempio. Non li ho usati per anni o al massimo quelli di lana se pioveva.A mani nude sentivo di più il pallone, anche col freddo. Poi sono arrivati quelli zigrinati, come le coperture delle racchette da ping pong, e adesso ci sono certi guanti che sembrano usciti dai laboratori della Nasa, ma non è il guanto che fa il portiere, e nemmeno la maglia rossa o gialla. Ai miei tempi, solo nera, o grigia. Colpiva di più la fantasia: se l'immagina se poteva esserci un ragno arancione, così come c'era il ragno nero. Jascin? Un grandissimo, ma non so perché gli preferivo Beara, lo jugoslavo (morto il 10 agosto 2014 a 85 anni)" .

Tre squadre in tutta la carriera: Torino, Inter e Pistoiese: cosa le resta?

"Il Toro è stata la squadra della mia vita, ci sono arrivato ragazzino e ne sono uscito uomo. Dividevo la camera con Ferrini, eravamo due tipi di poche parole. Lui parlava con l'esempio, coi fatti. Mi sarebbe piaciuto avere una sola maglia nella vita. Quando Pianelli mi cedette all'Inter, era convinto di avermi fatto un regalo. Invece mi misi a piangere e spaccai a pugni la porta dello spogliatoio. Ai tifosi granata devo il soprannome: Pinza. Lo stesso di Bodoira, il portiere che aveva preceduto Bacigalupo. Un onore. All'Inter con Invernizzi vincemmo uno scudetto in rimonta ma mi sentivo in esilio, anche se l'ambiente era simpatico. Alla Pistoiese andai perché mi avvicinavo a casa e perché la Pistoiese mi garantiva lo stesso ingaggio dell'Inter. Presidente era Melani, detto il Faraone. Anche lui aveva fatto soldi col petrolio. Volevamo un brasiliano, avevo chiesto Junior e arrivò Luis Silvio. Gran velocità, ma tirava in porta solo di piatto, anche da fuori area".

In Nazionale, solo 4 presenze.

"Posso dire la verità? Non m'importava nulla di giocare in Nazionale, e lo dicevo anche. Ho fatto tre partite e mezza, tre senza prendere gol: 1-0 in Turchia, 1-0 in Austria, 3-0 al Brasile. A Sofia subentro ad Albertosi sull'1-2 e becco il terzo. Sono campione d'Europa e vicecampione del mondo senza aver mai visto non dico il campo ma la panchina. Per me convocazioni, ritiri, trasferte di un mese mezzo, come in Messico, equivaleva a togliermi il mare. Avevo la barca già pronta per andare a pesca dei palamiti verso Montecristo e Pianosa. Bearzot insistette, era stato mio capitano, la mia chioccia direi. Avete già Albertosi e Zoff, che ci vengo a fare? Portate Pizzaballa, è uno tranquillo, magari gli fa anche piacere. A me no, anche perché non ho mai voluto saperne di giocare a carte, quindi mi portavo una valigia di libri e Settimana enigmistica".

Anche con lei si poteva partire da una foto nel ritiro messicano. C'è Valcareggi tra due sorridenti Mazzola e Rivera e dietro si vede Vieri, su una sdraio, che sta leggendo "La noia" di Moravia.

"Ne avevo anche altri, uno di Ambrogio Fogar sul suo giro del mondo in barca, altri d'argomento marinaro. Leggevo molto, avevo imparato a memoria anche qualche poesia di Garcia Lorca. Poi Fogar l'ho conosciuto di persona, e anche Jacques Mayol che s'era sistemato all'Elba, a Capoliveri. Prima di ogni immersione sgranocchiava due teste d'aglio, diceva che era il suo segreto. Ma il suo segreto vero è perché si sia appeso a una trave senza lasciare una riga".

S'annoiò molto, in Messico?

Risultati immagini per vieri messico 1970"No, poteva andar peggio. Mi allenavo seriamente, semmai era Riva che saltava gli allenamenti con la scusa del dormire. Con Valcareggi avevo una certa confidenza, lo chiamavo zio Uccio e non mister perché era stato giocatore del Piombino quando io ero raccattapalle. Zoff mordeva il freno e veniva a sfogarsi da me. Stai calmo Dino, gli dicevo, perché Uccio farà giocare Albertosi anche se ha la febbre a 40. Così andò, anche se Albertosi fece qualche errore coi tedeschi e se fosse dipeso da me col Brasile avrebbe giocato Zoff. Ma non dipendeva da me, che da Valcareggi avevo già ottenuto una sorta di libera uscita. Già all'arrivo c'erano file di ragazze tifose fuori dal nostro albergo. Lido, ci tolgono tranquillità, fai come vuoi ma pensaci tu. Ci pensai eccome. Finchè  non vidi una ragazza favolosa, bruna, che girava su una Mustang rossa. Occhiate reciproche, colpo di fulmine, m'invita a casa sua. Casa è dire poco, una specie di castello in mezzo a un immenso giardino, militari all'ingresso".

E chi era?

"La figlia del vicepresidente. Del Messico, non della federcalcio. Una famiglia molto alla mano, dopo qualche giorno entravo e uscivo a tutte le ore. Graciela mi disse che era troppo giovane per avere la patente, guidava senza. Un pomeriggio, dopo aver visto che c'era una bella sala cinematografica con comode poltroncine, invitai tutta la squadra a vedere un film italiano, non ricordo il titolo. Credevo che certe cose potessero succedere solo in Svezia, almeno così si vociferava, quanto a libertà di comportamento. Fu bello tutto, e non dolorosa la partenza, sapevamo tutti e due perché era cominciata e quando sarebbe finita".

Il 4-3 come lo visse?

"Dalla tribuna presidenziale, con tanto di cucina. A un certo punto tutti scommettevano, nei supplementari. C'erano sul tavolo mucchi di soldi alti così".

E adesso cosa fa?

"Il pensionato, ultimo incarico allenatore dei portieri nel 2005 alla Fiorentina. Allo stadio non vado più da anni: se il Toro perde mi viene il magone, soffro".

Se il Toro perde, perde anche in tv.

"Sì, ma almeno non vedo le facce della gente, magari tifosi che ho conosciuto. Di stadi ne ho girati anche troppi. L'unica novità, se vogliamo, è che ho voltato le spalle al mio mare, che credevo essere unico. Da quando ho sposato una calabrese, ho scoperto un altro mare stupendo. Abbiamo una casetta a Bagnara, da giugno a ottobre mi trova là, sul mare".

Il minimo, per uno che si chiama Lido.

"Questa è un'altra storia. Mio padre voleva chiamarmi Nilo, ma il parroco disse di no. Ripiegò 

su Lido".

Anagrammando Lido Vieri, appassionato di enigmistica, basta spostare una "i" dal cognome e si ottiene idoli veri. De profession bel zoven, avrebbe chiosato paron Rocco. Nelle foto in bianco e nero, Vieri ha una faccia tra Raf Vallone (che pure giocò nel Torino) e Luigi Tenco. Erano anni in cui i calciatori matti erano l'1 e l'11. Poi si è  perso il conto.

 

Pubblicato su Repubblica il 24/3/2014

 

 

 

 

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Ivano Bordon, Lido Vieri, Mauro Bellugi, Tarcisio Burgnich, Giancarlo Cella, Bernardino Fabbian, Giacinto Facchetti, Mario Giubertoni, Spartaco Landini, Oscar Righetti, Marco Achilli, Gianfranco Bedin, Mario Bertini, Mario Corso, Mario Frustalupi, Sandro Mazzola, Gabriele Oriali, Roberto Boninsegna, Jair da Costa, Sergio Pellizzaro, Alberto Reif

 

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LA SINTESI DEL CAMPIONATO 1970-71
L'Inter sembra toccare il fondo, per poi risalire fino al tricolore, di nuovo in esaltante rimonta sui "cugini" del Milan. Il mercato è monopolizzato dalla Juventus, che fa man bassa dei migliori giovani in circolazione: i fatti col tempo le daranno ragione. In partenza è il Napoli a fare l'andatura, seguito dal Cagliari, che però perde Riva, fratturato in Nazionale, e cede il passo al Milan. I
rossoneri prendono la testa alla decima giornata e il 24 gennaio 1971 sono campioni d'inverno. L'Inter, in crisi, ha licenziato Heriberto Herrera e si è affidata a Invernizzi, tecnico delle giovanili e di una "tabella" che diventa famosa. Alla prima di ritorno, nerazzurri già secondi a tre punti, che diventano quattro la settimana dopo e si riducono a uno alla ventesima. L'aggancio avviene alla 22a, il sorpasso alla 23a. L'Inter in rimonta irresistibile è campione con due turni di anticipo. In coda, spacciato il Catania, la Fiorentina scampa sul filo per differenza reti, condannando, con Lazio e Sampdoria, anche la rivelazione iniziale Foggia.

 

INTER: IL VECCHIO CHE AVANZA
C'è molto di vecchio, ma altrettanto di nuovo, nell'Inter che torna al titolo. In estate se ne vanno altri due reduci della Grande Inter: Guarneri (ceduto dal nuovo direttore sportivo Franco Manni al Palermo) e Suarez (alla Sampdoria). In compenso, arrivano gregari di peso: lo stopper Giub
ertoni e l'ala Pellizzaro dal Palermo, il regista Frustalupi dalla Sampdoria. Alla guida tecnica viene confermato Heriberto Herrera, che schiera Vieri in porta, Cella libero, Giubertoni stopper, Burgnich e Facchetti terzini; a centrocampo, il faticatore Fabbian, Frustalupi in regia, Mazzola interno di punta, Corso rifinitore, l'ala Pellizzaro e il centravanti Boninsegna in attacco. Risultato? Quattro punti nelle prime quattro partite.

Quando l'Inter perde per 0-3 la quinta, il derby, è netto il sentore di una stagione grigia. I nerazzurri sono decimi in graduatoria; il presidente Fraizzoli, amareggiato, mette a disposizione il proprio incarico, se un gruppo economico volesse acquistare la società. Lo specifica nel comunicato ufficiale del 9 novembre (all'indomani della sconfitta coi "cugini"), in cui viene esonerato Heriberto Herrera e si affida «temporaneamente» la guida tecnica a Giovanni Invernizzi, allenatore delle minori nerazzurre. Le reazioni dei giocatori sono immediate: Corso: Il licenziamento si  imponeva»), Mazzola («In fondo non è proprio che lo abbiamo cacciato noi...»). Jair («Sono più che contento, ci voleva!») fanno capire che la "vecchia guardia" ha ottenuto ciò che chiedeva. E prende in mano la situazione.

Assieme a Invernizzi, i "senatori" stilano una ambiziosa tabella che punta allo scudetto, contro ogni pronostico. La squadra viene ritoccata, con l'arretramento di Burgnich a libero, il giovane Bellugi terzino destro, il ritorno di Jair all'ala e il poderoso Bertini al posto di Frustalupi. E il gioco è fatto, per una nuova, esaltante rimonta proprio sui "cugini" rossoneri.

 

IL DRAMMA DI PICCHI
La grande rivoluzione juventina di Giampiero Boniperti, fresco amministratore delegato, è stata affidata a un giovane tecnico, Armando Picchi, ex libero della Grande Inter. Ha dovuto abbandonare il calcio dopo un terribile incidente conia Nazionale (6 aprile 1968, frattura del tubercolo sinistro del bacino contro la Bulgaria a Sofia), è diventato allenatore e nella sua Livorno, in B, ha fatto capire di saperci fare. Così a Torino, dopo un avvio incerto, comincia a prendere in mano la situazione. Ma la tragedia è in agguato. Guarita la giovane moglie da una lunga malattia, Picchi avverte insistiti dolori alla schiena, forse risalenti all'antico incidente di gioco. A febbraio è costretto alasciare la squadra per un periodo di cure che si spera breve. La prima diagnosi parla di una «mialgia sottoscapolare», poi, dopo un nuovo consulto, nel perdurare di atroci dolori, emerge la verità: il tecnico soffre di un male incurabile. Operato inutilmente a Torino, trasferito in Liguria, a San Romolo, muore il 26 maggio 1971, lasciando la moglie e due figli in tenera età.

 

 

E' morto Invernizzi Guidò l' Inter allo scudetto nel 1971

Aveva le pupille azzurre come «nontiscordardime». Occhi che hanno visto il grande Meazza da ragazzo e l' Ajax di Cruijff. Occhi di cacciatore che hanno inseguito il Milan di Rivera e Prati come una preda. Quegli occhi si sono chiusi ieri. Gianni Invernizzi, l' allenatore dell' undicesimo scudetto dell' Inter, l' uomo della grande rimonta, che aveva annullato un distacco di 7 punti dal Milan, è morto al Policlinico di Milano per una grave malattia a 73 anni. E' MORTO A 73 ANNI Addio a Invernizzi, mister sorpasso Nel ' 71 guidò l' Inter a una storica rimonta-scudetto sul Milan Aveva detto: «Sono nato interista e morirò interista». E' stato di parola Nel ' 72 perse la finale di coppa dei Campioni contro l' Ajax di Cruijff, che segnò due reti segue dalla prima «Sono nato interista e morirò interista», disse un giorno. Ha mantenuto la parola. Oggi la grande tribù nerazzurra, che si nutre di ricordi, lo piange con affetto. Invernizzi è stato protagonista di una favola. Quella rimonta memorabile è un diamante che brilla. Veniva dalla famiglia Invernizzi, quella dei formaggi. Papà acquistava il latte. Abitava ad Abbiategrasso, la zona del gorgonzola. Era biondo. Arrivò all' Inter a 14 anni, nel giugno 1945.

Lo aveva scoperto Carlo Carcano, l' uomo dei cinque scudetti della Juventus. Cominciò da centravanti, poi divenne mezzala, infine retrocesse a mediano. Giocò nell' Inter di Lorenzi, Nyers, Skoglund, Angelillo. Ma l' unico scudetto lo ha vinto da allenatore. Era la stagione 1970-71. Guidava l' Inter Heriberto Herrera, l' asceta paraguaiano del «movimiento». Il primo derby gli fu fatale. L' 8 novembre 1970, quinta giornata, l' Inter fu inchiodata dal Milan con un 3-0 crudele. Il presidente Fraizzoli esonerò Heriberto. Mise su quella panca rovente Invernizzi, che allenava la Primavera. Sembrava un atto temerario. C' erano ancora gli assi della Grande Inter: Facchetti, Burgnich, Mazzola, Corso, Suarez... Come mettere un uomo tranquillo nella gabbia dei leoni. Ma Invernizzi conosceva l' ambiente. Aveva buonsenso e garbo. Riportò nella rosa Bedin e Jair, che Heriberto aveva bandito. Mise Burgnich libero al posto di Cella. Collocò Bedin e Bertini sulla destra. Allestì un' Inter nuova, dinamica, combattiva. L' Inter batté il Torino, poi fu sconfitta a Napoli. A quel punto decollò: cinque vittorie di fila. Non fu più battuta per 23 partite.

La rincorsa al Milan si trasformò in caccia. Lunga, bella appassionante. L' inseguimento fu coronato il 21 marzo, quando l' Inter sconfisse il Napoli di Zoff e Altafini. Il sorpasso fu compiuto sette giorni dopo, quando il Varese di Liedholm piegò il Milan. Una cavalcata seducente. «La sera stessa della sconfitta di Napoli, sull' aereo che ci riportava a Milano, Mazzola e io facemmo la tabella-scudetto. Ricordo il sorriso scettico di molti che ironizzarono», racconta il presidente dell' Inter Facchetti. «Invernizzi riuscì a gestire bene uno spogliatoio di forti personalità. Si mostrò un grande allenatore. E l' anno dopo ci portò in finale di Coppa dei Campioni: perdemmo contro l' Ajax nel momento di maggior splendore».

L'Inter liquidò Aek Atene, il Borussia Monchengladbach della lattina, lo Standard Liegi, il Celtic Glasgow. Finché, il 31 maggio 1972, non fu battuta per 2-0 a Rotterdam dall' Ajax di Kovacs con doppietta di Cruijff. «Gianni era un grande allenatore italiano. Rimise insieme i cocci che un tecnico straniero aveva fatto. Entrò in punta di piedi nello spogliatoio con la sua saggezza, la forza dei suoi ragionamenti concreti. Invertì la rotta. Compì un capolavoro», ricorda Boninsegna, capocannoniere con 24 reti di quello scudetto. Invernizzi presto rientrò nei ranghi. Sempre fedele ai colori nerazzurri. Aveva vestito la maglia nerazzurra negli anni Cinquanta: 3 presenze nella stagione 1951-52, 8 nel ' 54-55, 18 nel ' 55-56, 21 nel ' 56-57, 28 nel ' 57-58, 26 nel ' 58-59, 26 nel ' 59-60. Helenio Herrera non lo volle più. Giocò anche con Genoa, Triestina, Udinese, Torino, Venezia. Allenò anche il Taranto. Era un mediano interditore. Gli toccava marcare Schiaffino, Rivera, Julinho.

Non era illuminato dalla gloria. Ma la sua avventura sportiva è stata bella. E, oggi, nel dolore del commiato, l' avventura dello scudetto splende come un filo d' oro. Claudio Gregori Giocatore, allenatore, osservatore una vita trascorsa in nerazzurro È morto ieri al Policlinico di Milano dopo una lunga degenza, all' età di 73 anni, Giovanni Invernizzi. Era nato ad Albairate (Mi) il 26 agosto 1931. Nelle giovanili dell' Inter dal 1945, esordì in A il 30 aprile 1950 in Torino-Inter 1-0. Con la maglia nerazzurra disputò 149 partite segnando 6 reti. Ceduto al Torino con l' arrivo di Helenio Herrera, tornò all' Inter quando gli fu affidato il settore giovanile. Da allenatore della Primavera fu promosso alla prima squadra nell' autunno del ' 70, quando l' allora presidente Fraizzoli licenziò Heriberto Herrera, così guidò l' Inter allo scudetto dopo una gran rimonta sul Milan. Prima di tornare a fare l' osservatore per l' Inter, allenò Taranto e Brindisi.

Gregori Claudio

http://archiviostorico.gazzetta.it/2005/marzo/01/morto_Invernizzi_Guido_Inter_allo_ga_10_05030111187.shtml?refresh_ce-cp

 

 

LA RESURREZIONE DI CORSO
Da anni ormai e sulla cresta dell'onda. Mario Corso, fantasista mancino che don Helenio voleva cedere e Moratti regolarmente dichiarava incedib
ile per le sue magie di inarrivabile fattucchiere del gol. Celebri le punizioni a foglia morta, ma anche le lunghe pause, la discontinuità tipica degli artisti. Ultimamente si era appesantito e impigrito, a 28 anni sembrava avviato a un precoce declino, richiamato anche dalla stempiatura.
Poi, eccolo diverso. Certo gli hanno giovato il matrimonio, che ne na reso più professionale la vita extra calcio, così come la maturità atletica e magari un certo senso di rivalsa nei confronti di tutti gli Herrera del mondo. Oppure, come dicono i maligni, è stata decisiva la partenza di quel Suarez che un po' gli ha sempre fatto ombra. Fatto sta che il mancino d'oro nel 1970-71, abbandonate le velleità azzurre, ha giocato la sua miglior stagione, da vero trascinatore. Il suo gioco fantasioso si è fatto tutto sostanza, i suoi assist sono stati manna per le punte, in special modo Boninsegna. E perfino il reuccio Mazzola, leader della squadra, è stato messo in ombra dalla fantastica stagione di questo fuoriclasse.

 

 

Lunga è la strada che dall'Inter riporta a casa. Roberto Boninsegna nell'Inter è cresciuto: da mezzala trasformata in punta per superare un provino e scoprirsi grande attaccante da area di rigore. Bocciato da Helenio Herrera è ripartito da Prato e Potenza (B) raggiungendo la A con il Varese prima di approdare a Cagliari, a formare con Riva una coppia tempestosa di prime donne, entrambe mancine, entrambe con la vocazione da centravanti. Lo scioglimento del sodalizio ha portato fortuna.

Boninsegna fu richiamato d'urgenza dalle ferie per sostituire l'infortunato Anastasi (tradito da uno scherzo di spogliatoio) al Mondiale 1970, di cui poi fu uno dei massimi protagonisti. E sull'onda di quel successo è esploso da grande bombardiere, con 24 reti in 28 partite. Una media da scudetto.Tutti i risultati e le classifiche a Pagina | 2 |imponeva»), Mazzola («In fondo non è proprio che lo abbiamo cacciato noi...»). Jair («Sono più che contento, ci voleva!») fanno capire che la "vecchia guardia" ha ottenuto ciò che chiedeva. E prende in mano la situazione.

Assieme a Invernizzi, i "senatori" stilano una ambiziosa tabella che punta allo scudetto, contro ogni pronostico. La squadra viene ritoccata, con l'arretramento di Burgnich a libero, il giovane Bellugi terzino destro, il ritorno di Jair all'ala e il poderoso Bertini al posto di Frustalupi. E il gioco è fatto, per una nuova, esaltante rimonta proprio sui "cugini" rossoneri.

 

 

 

 

 

MAZZOLA. "Prete, tabella e una mia follia. così firmammo la Grande Rimonta"

A 40 anni dall'undicesimo scudetto interista Sandro Mazzola rivive il campionato del 1971 conteso, proprio come adesso, a Milan e Napoli. E svela: "Quando entrai nello spogliatoio dell'arbitro a fine primo tempo e gli urlai: lei ci sta penalizzando..."

di GIOVANNI MARINO

Napoli, sull'aereo che rulla sulla pista di Capodichino tre leggende del calcio Mondiale discutono animatamente. Burgnich, il granitico Tarcisio dell'Inter euromondiale degli anni Sessanta è il più accanito. "Possiamo vincerlo ancora, oggi abbiamo giocato proprio bene, dipende solo da noi", incita il difensore nerazzurro. Vicino, siede Sandrino Mazzola, figlio del mitico Valentino granata, bandiera e capitano del Biscione. Proprio davanti c'è Facchetti, l'altro terzino delle Coppecampioni e Intercontinentali, il primo difensore capace di segnare come un bomber. Tutti reduci da una sconfitta, bruciante, al San Paolo con il Napoli di Juliano, Zoff e Altafini. E da un tremebondo inizio di torneo che è già costato la panchina al difficile Heriberto Herrera.

 CALCOLI MATEMATICI - E' il tardo pomeriggio del 22 novembre 1970 quando l'aeroplano decolla, direzione Milano. La discussione si infervora. "A un certo punto io mi convinco - racconta a "Repubblica" Mazzola, custode di tutti i segreti della Grande Rimonta nel campionato '70-'71 di cui ricorre adesso il quarantesimo anniversario - e scuoto il sedile di Giacinto per coinvolgerlo. Passano pochi minuti e ci ritroviamo a far calcoli: io tiro fuori un opuscoletto con tutte le giornate ancora da disputare e cominciamo a fare la famosa tabella". Che poi sarebbe? "Assegnare, partita per partita, i punti possibili a Napoli e Milan, che ci precedono e... a noi stessi. Beh, viene fuori che alla fine vinciamo noi se rispettiamo la tabella".

 I DUBBI DI FRAIZZOLI - Così, letteralmente per aria, nasce la ferrea volontà di cucirsi addosso l'undicesimo scudetto. "Tutti e tre, i vecchi della Grande Inter ci alziamo e andiamo dal presidente Ivanhoe Fraizzoli. Lui, abbatuttissimo, seduto da solo nella parte finale dell'aereo, ci rinvia al mittente parlando milanese stretto: "Scudetto? Figlioli miei andate, andate su, che fantasia figlioli miei, ma di che parliamo? Siamo a 7 punti dal Napoli e a 6 dal Milan, ma va là, dai". Comprensibile, ma noi ci crediamo e in questo sport se ci credi davvero sei a metà dell'opera".

 IL DISTACCO DA MILAN E NAPOLI -  Alessandro Mazzola ha voglia di raccontare. I suoi ricordi, 40 anni dopo, sono ancora vividi. "Fu un'impresa, l'ultima della Grande Inter, e ne sono tuttora fiero". Nessuna presunzione. Ha ragione: nell'epoca del campionato a 16 squadre e dei (soli) 2 punti per una vittoria, l'Inter seppe rimontare a partire dalla ottava giornata tutto il vantaggio accumulato dalle due squadre che la precedevano per andare a vincere, addirittura, con un distacco di 4 punti. "Già, da quel giorno non perdiamo più, le vinciamo quasi tutte, se non sbaglio concediamo solo tre pareggi, di cui due alla fine, a cose fatte, il tricolore è nostro, ma ci sono altri retroscena".

 DA HERIBERTO A INVERNIZZI - Sandrino non si fa pregare. "Dunque, al timone non c'è più Heriberto Herrera ma Gianni Invernizzi e l'atmosfera nello spogliatoio si è rasserenata. Povero Heriberto, era un ottimo allenatore, profeta di un calcio moderno, così moderno, il movimiento (come diceva lui) senza palla, che noi non lo capivamo. E poi il carattere era difficile, chiuso, introverso. Con Gianni, invece, tutta un'altra musica. Per prima cosa rimette in squadra tre giocatori che Heriberto aveva fatto fuori, tutti fortissimi, Gianfranco Bedin, Jair da Costa e Mario Bertini, se non ricordo male. Nasce la tabella e a questa aggiungiamo una scaramanzia: un prete".

 LE PREGHIERE DI DON BOMBA - "Il mio prete - prosegue divertito Mazzola -  perché era stato professore alla scuola Armando Diaz dove ero andato e in seguito avrebbe anche celebrato le mie nozze. Si chiamava monsignor Spada, da ragazzini lo avevamo soprannominato Don Bomba: era alto e grosso, con un bel vocione e abitava vicino al Duomo. Una sera, visto che Invernizzi aveva l'abitudine di riunirci il venerdì per cena in un ristorante della zona, proposi di andare a trovarlo. Lui ci accolse e ci ordinò di confessarci: "Siete biricchini voi giovani calciatori e se volete vincere dovete dire tutto al Signore". Insomma, la domenica seguente si vinse e per tutto il campionato Don Bomba fu, assieme, il nostro confessore e il nostro talismano".

 IL SINISTRO DI MARIOLINO - E arrviamo alle sfide di ritorno con le grandi rivali. Il Milan e il Napoli. "Il derby è cruciale. Siamo molto tesi. Niente affatto sicuri di vincere. Risultato obbligato, per noi. E la gara resta così, quasi sospesa, finché il geniale sinistro di Mariolino Corso su punizione, la sua specialità, non ci porta in vantaggio. Poi chiudo io la gara su azione di Jair da Costa, contropiede veloce, delizioso cross per Roberto Boninsegna che colpisce di testa e prende il palo oppure ci arriva Fabio Cudicini, comunque sia io ribatto in rete. Due a zero, ma sappiamo che non è finita lì".  

 IO NELLO SPOGLIATOIO DELL'ARBITRO - Altro match fondamentale per completare il sorpasso e lasciarsi definitivamente dietro rossoneri e azzurri è la gara con il Napoli. Si gioca a San Siro, il 21 marzo 1971. E lì ne accadono di tutti i colori. Mazzola, 40 anni dopo, con il sorriso sotto i celebri baffi, svela un suo clamoroso blitz: "Feci una cosa che non si può fare, proibita dal regolamento. Una cosa sbagliata. Irruppi nello spogliatoio dell'arbitro e gliene dissi quattro. Ma non volevo ottenere favori. Piuttosto intendevo riequilibrare una conduzione di gara a noi assolutamente sfavorevole". E' il suo punto di vista. Che contiene comunque un'ammissione.

 DALL'ESPULSIONE AL BLITZ - Il suo racconto: "Il Napoli è avversario tosto, forte e quadrato. Con giocatori di classe cristallina come Dino Zoff in porta, Totonno Juliano a centrocampo, Josè Altafini in attacco. Sta disputando un grandissimo torneo. E' in corsa. E se la gioca. Va in vantaggio con Altafini che riprende una respinta di Lido Vieri. Subito dopo l'arbitro, l'internazionale Sergio Gonella, ci butta fuori Burgnich per un fallo su Umile. Decisione che secondo noi non ci sta. Protestiamo, in quei primi 45 minuti ci sentiamo presi di mira dal direttore di gara e non ci va giù". Sotto di un gol e in dieci contro undici, l'Inter vede svanire la Grande Rimonta. Ma attenti al colpo di teatro. "Finito il primo tempo, mentre i compagni sono nello spogliatoio, io mi dirigo in quello dell'arbitro Gonella. Entro come una furia e lo aggredisco verbalmente. Rammento di avergli detto che non poteva arbitrare in quel mondo, che ci stava penalizzando gravemente e di aver usato qualche espressione colorita il cui senso era: o si dà una regolata o da San Siro usciamo tutti fritti, finisce male: noi, perché perdiamo partita e scudetto e lei, perché con il suo arbitraggio sarà stato il principale responsabile della sconfitta. Gonella è esterrefatto, mi dice qualcosa del tipo: "Mazzola, esca immediatamente da qui, ma cosa fa, come diavolo si permette?". Mi guarda assolutamente sconcertato e ha ragione...".

 IL RIGORE DI BONIMBA - Secondo tempo. Cambia tutto. L'Inter attacca a testa bassa e dopo neppure dieci minuti ottiene un rigore. Contestatissimo a dir poco, anche 40 anni dopo: un (ipotetico) fallo di ostruzione in area di Panzanato che protegge l'uscita di Zoff proprio dall'arrivo di Mazzola. Per giunta, Boninsegna lo realizza fermandosi platealmente nella rincorsa. Altafini mima la scena con Gonella chiedendogli almeno di far ripetere il penalty. Nulla da fare. A quel punto il Napoli perde la testa e la partita. Zoff, innervosito, compie una delle sue rarissime papere non trattenendo un colpo di testa in acrobazia sempre di Boninsegna che quasi si spacca una tempia mentre il difensore Panzanato cerca un plastico rinvio. Inter 2, Napoli 1. Lo scudetto prende una sola strada e non porta a Sud.

 SQUADRA DI CAMPIONI - Mazzola ammette, ma non ammaina la bandiera dell'orgoglio interista: "Col senno di poi, probabilmente, misi addosso un tale senso di colpa a Gonella che finii per condizionare il suo arbitraggio. Sinceramente penso che alla fine avremmo vinto lo stesso: in quella squadra c'erano sei o sette giocatori dell'Inter che aveva dominato il mondo. E poi ragazzi del calibro di Mauro Bellugi, Mario Giubertoni, Vieri, Bertini, un regista dai piedi buoni come Mario Frustalupi e quel gran goleador acrobata che era Bonimba Boninsegna. Per non parlare di due "bambini" che avrebbero fatto tanta strada: Ivano Bordon e Gabriele Oriali. Tanta roba, insomma. Giocatori tecnici e dal carattere indomito, altrimenti non avremmo firmato quella strepitosa rimonta. Era una corsa a tre, noi, il Napoli e il Milan. Curioso, proprio come adesso...".

g. marino@repubblica. it 

(31 marzo 2011)

http://www.repubblica.it/rubriche/la-storia/2011/03/31/news/un_prete_la_tabella_e_una_mia_follia_cos_firmammo_la_grande_rimonta-14343931/

 

 

 

 

 

Il rag. dott. Ivanhoe Fraizzoli

mi riceve nella stanza dei bottoni della Luigi Prada S.p.A. La manifattura è a pianterreno. Al piano nobile riposa Lady Renata nella pinacoteca di famiglia. Un miliardo di qua­dri (e anche più), da Giotto a Tintoretto. Si dovrebbe parlare dell'Inter, ma si finisce per par­lare di tutto, anche di pittura.
"Quindici anni fa - confida il presidente - mi è sfuggito un polittico di Paolo Uccello che era una meraviglia e non sono più riuscito a rintracciarlo. Non l'a­vevo preso subito perché lì per lì non sapevo dove metterlo, da­to che era lungo e stretto. Me ne sono pentito perché era bellissi­mo. Rappresentava il ritorno del guerriero, in cinque scene. C'e­rano le armature rinascimentali, raccontava in maniera emblema­tica la storia di quell'epoca. E io sono appassionato di storia".
- Se ha comprato tutti questi quadri, sarà anche appassionato di pittura.
"La passione me l'ha trasmes­sa mio suocero. Io forse ho una cultura superiore, anche se non mi intendo di arte perché ho fatto gli studi tecnici. Lui però aveva una grande sensibilità per il colore. Grazie a questa sensibi­lità ha messo insieme anche una notevole fortuna".
- Comprare quadri dicono che è anche una forma di investi­mento.
"A me non passa nemmeno per la testa. Non riesco a capire chi compra i quadri e poi li deposita in banca. Per investi­mento si devono comprare i gio­ielli, non i quadri. I quadri ser­vono a trasmettere serenità".
- Chissà come le sono servite le opere di Caravaggio quando l'Inter andava male.
"In quei momenti l'Inter l'a­vrei mollata tante volte se non fosse stato per mia moglie. Le darei un dispiacere troppo gros­so se le togliessi l'Inter".
- Ma è vero che comanda Lady Renata?
"Quando lo leggo sui giornali mi metto a ridere perché si trat­ta di una barzelletta. Renata co­manda in casa, perché è giusto che sia così, la casa è il regno della donna. Io ho già tante pre­occupazioni con l'Inter e il la­voro e queste gliele lascio volen­tieri, ma in ufficio comando io".
- E all'Inter chi comanda?
"All'Inter comandano gli alle­natori. E se la squadra va bene, il merito è loro. Se invece le cose vanno male la colpa è del presidente che è un pirla. Di me si ricordano solo le coglionate".
- A cosa allude?
"A Massa. Tutti a darmi ad­dosso perché nel Napoli sta gio­cando bene. Io l'avevo preso per­ché lo voleva già Heriberto e Invernizzi aveva insistito tanto. Per cedere Massa la Lazio volle assolutamente Frustalupi e Dio solo sa quanto mi dispiacque pri­varmi di Frustalupi".
- Dicevamo di Massa...

"All'Inter ha avuto prima Invernizzi, poi Masiero, dopo Her­rera e ancora Masiero. Tutti lo hanno bocciato. E' arrivato Sua­rez e non si opposto alla sua ces­sione. Voglio dire che Massa è stato valutato da cinque allena­tori, ma adesso che fa scintille nel Napoli la colpa è del presi­dente che l'ha dato via".

- E' vero che gli ultimi acqui­sti dell'Inter sono stati suggeriti da Suarez?
"E' vero ma non è che ci vo­lesse un cervellone per scoprire quello che serviva all'Inter. Lo sapevano tutti che occorreva un centrocampista da affiancare a Mazzola che resta il nostro uomo squadra, poi serviva una punta e un'ala tornante e non è che il mercato offrisse molto".
- Avete insistito invano con la Fiorentina per Merlo.

"Ho pure supplicato Ferlaino di darmi Esposito ma non c'è stato verso. Senza contare che ogni anno chiedo a Pianelli di cedermi Pulici. Io Pulici lo chie­do da quando esiste. Il primo an­no segnò un gol all'Inter lascian­do di sasso Burgnich e io capii che sarebbe diventato un grande centravanti. Ogni volta che in­contro Pianelli gli dico: me lo dai Pulici? E lui risponde inva­riabilmente: te lo do quando me ne vado".
-Ma è vero che certi acquisti li impone Lady Renata?
"Mia moglie ragiona da tifosa. Pretenderebbe di non cedere nes­sun giocatore dell'Inter e insi­ste per comprare i più bravi del­le altre squadre. Se la lasciassi fare, farebbe come i bambini. Fa pure il tifo per le squadre che hanno qualche ex giocatore del­l'Inter. Non le dico come tifa per il Genoa da quando il Genoa ha Corso".
- Ma perché, se sapeva di da­re un grosso dispiacere a sua moglie, lo mandò via?
"Perché si devono rispettare i programmi degli allenatori. Io avevo già fatto molto a salvare Corso quando Invernizzi, dopo la sconfitta di Torino, venne a dirmi che non l'avrebbe più fatto giocare e che a fine campionato l'avrebbe ceduto. Non potevo accettare il programma di Invernizzi che voleva far piazza pulita tutto d'un colpo. Le vecchie glo­rie bisogna diminuirle con cau­tela una all'anno".
- Come andarono esattamente le cose con il "mago di Abbiategrasso?"
"Invernizzi voleva copiare il programma della Juventus quan­do arrivò Picchi. Ma Picchi chi eliminò? I Sacco e i Leoncini che non avevano vinto nulla. In­vernizzi invece voleva mettere al bando gli idoli dei nostri tifosi a cominciare da Corso. Mi disse che tanto non saremo andati in serie B. Ma io gli spiegai che dovevo continuare ad andare al­lo stadio e non potevo rischiare la pelle per colpa sua".
- Invernizzi risponde che poi l'Inter ha varato
il programma che era stato bocciato quando l'aveva presentato lui.
"Tanto per cominciare l'Inter negli ultimi anni ha dovuto cam­biare diversi programmi. Aveva­no varato un programma con Herrera, poi il Mago è stato col­pito da infarto ed è saltato tutto. E' arrivato Suarez e abbiamo dovuto cambiare, fare un pro­gramma diverso. Perché è logico che la squadra vada rinnovata. Ragionando col sentimento pun­teremmo ancora su... Meazza. Suarez voleva effettivamente pun­tare sui giovani".

- Perché Suarez è fallito come il suo piano?
"Ho sbagliato anch'io ad ac­cettare quel piano e ho pure sba­gliato a scegliere Suarez. Non dovevo affidare l'Inter ad un al­lenatore alla sua prima esperien­za. Suarez doveva tornare all'In­ter qualche anno dopo. Sì è tro­vato di fronte ad un ostacolo troppo grosso. Perché doveva rea­lizzare l'"operazione primavera" e al tempo stesso accontentare i tifosi che pretendono risultati e spettacolo".
- Secondo lei è più difficile fare il presidente dell'Inter o il sindaco di Milano?
"So che è difficile fare il pre­sidente dell'Inter, non so che ostacoli debba superare il sinda­co di Milano perché sono stato solo consigliere comunale".
- A proposito; perché non ha continuato la carriera politica?
"Perché l'Inter mi porta via tutto il mio tempo libero e per­ché dagli uomini politici ho avu­to troppe delusioni. Prima delle ultime elezioni amministrative diversi partiti volevano metter­mi in lista ma io ho rifiutato. Ho spiegato che come presidente dell'Inter non potevo presentar­mi con un bottino di vittorie. Mi sarei presentato se avessi po­tuto varare il centro sportivo che vorrei costruire da anni per legare il mio nome a un'opera importante e per lasciare qualco­sa alla comunità di Milano. E' dal 1972 che la pratica giace in qualche cassetto di Palazzo Ma­rino. L'insensibilità dei politici è veramente grande".
- Ma lei è sempre iscritto al­la Democrazia Cristiana?
"Sì".
- A che corrente appartiene?
"Io ho sempre cercato di pen­sare con la mia testa. Mi sentivo vicino a uomini come Scalfaro, Arnaud e Forlani, soprattutto a quest'ultimo che è uno sportivo e aveva cercato di appoggiare in tutti i modi i miei progetti per la costruzione del centro dell'In­ter".
- Pensa che Fanfani sia usci­to definitivamente dalla scena dopo la trombatura e il matri­monio o crede che tornerà a gal­la?
"Le confesso che non ho segui­to molto le ultime vicende del mio partito. Preferisco pensare all'Inter".
- L'anno scorso per l'Inter è stato un anno disastroso.
"Hanno parlato di deserto di San Siro per il misero incasso di una partita che non aveva im­portanza, registrato quando a Mi­lano pioveva da quattro giorni. Ma sa a chi appartiene il record dell'incasso in campionato? A Inter-Juventus e l'abbiamo rea­lizzato l'anno scorso, in prece­denza, poi, c'erano almeno tre partite con incassi inferiori al nostro".
- Però la squadra non ha fun­zionato, questo è innegabile.
"Ma in trasferta abbiamo fi­nito a meno due e con questo quoziente di media inglese la Juventus ha vinto lo scudetto. Noi abbiamo perso 13 punti in casa, sia per il dramma di Sua­rez, sia perché il pubblico non ha voluto capire che il nostro programma era proiettato nel tempo".
- Che cosa rimprovera a Sua­rez?
"Tanto per cominciare, di avermi abbandonato. Io passo per un mangiallenatori. Ma Invernizzi volle andarsene, Herrera è sta­to colpito da infarto e Suarez ha dato le dimissioni".
- Con Invernizzi adesso siete ai ferri corti. Perché non lo fa riammettere al Circolo dell'In­ter?
"E' tutta colpa della sua in­tervista. Ho ancora quel "Guerino", qui nella mia scrivania. Ma io non sono capace di odiare nessuno. Mia moglie ogni tanto mi dice: Ricordati cosa ti ha fatto questo e cosa ti ha fatto quest'altro. Ma io non sono ca­pace, è il mio temperamento. Se Invernizzi fosse venuto da me e mi avesse detto lealmente: Presidente ho sbagliato, l'avrei per­donato. In quell'intervista rila­sciata a Taranto, non si limitava a criticarmi, arrivava a offender­mi. Bella riconoscenza. Perché è in fondo una mia creatura".
- Aveva litigato con Foni per promuoverlo allenatore in se­conda.

"E prima ancora l'avevo pro­mosso responsabile del settore giovanile, quando detti il benser­vito al dottor Giulio Cappelli. Quando fu licenziato Heriberto i giornali scrissero che i giocato­ri volevano Masiero ma io pre­ferii puntare su Invernizzi pro­prio perché credevo in lui".
- Ma è vero che in seguito avrebbe voluto riportarlo all'In­ter?


"Dissi a Ferlaino che se aves­si potuto, l'avrei ripreso volentie­ri, ma gli consigliai di portarlo al Napoli e Ferlaino era venuto qui da me a chiedere referenze, e io gli dissi che poteva pren­derlo ad occhi chiusi. Poi Lauro gli impose Vinicio".
- E con Vinicio il Napoli è arrivato a un passo dallo scu­detto.
"Ma proprio Ferlaino mi ha detto che il boom del Napoli di Vinicio è arrivato con una squa­dra che era stata costruita da Chiappella. A Napoli tutto è fa­cile, sono arrivati secondi e han­no toccato il cielo con un dito. Sembravano tutti impazziti dal­la gioia. Quando siamo arrivati secondi noi, è come se non aves­simo combinato nulla.
Il pub­blico di San Siro è fatto così, ha il palato fino".
- Polemiche a parte, quale è il suo giudizio su Invernizzi?
"Errori me ne ha fatti com­mettere anche lui, perché quan­do gli telefonai per dirgli che la Fiorentina era disposta a darci Chiarugi e ad aggiungere Fer­rante se avessimo ceduto Burgnich (Ugolini e Ignesti erano seduti s
u quel divano lì) lui ri­fiutò poi per Chiarugi mi presi tutte le colpe io.
Le confido una cosa che non ho mai confidato a nessuno: Invernizzi non volle nemmeno Savoldi"
- Sul serio?


"Può chiedere conferma a Mon­tanari. Il Bologna offriva Savol­di o Fedele più cinquanta milio­ni per Magistrelli e Invernizzi non volle saperne. In compenso mi segnalò Bettega quando nes­suno parlava ancora di lui. Ma nel Varese era solo in prestito e non ci fu verso di farselo dare dalla Juventus".
- A Suarez cosa rimprovera?
"Ad esempio di non aver col­laudato Catellani. Molti tecnici ritenevano Catellani superiore a Bellugi e anche per questo ave­vamo dato Bellugi al Bologna.
Ma Suarez come stopper ha poi impiegato Facchetti così quando è venuto Chiappella mi ha detto che lui Catellani non lo conosce­va.
E siccome voleva uno stopper-marcatore, abbiamo dovuto prendere Gasparini dal Verona".
- Dica la verità: è vero che nell'Inter ci sono i clan?
"Clan è un termine che fa co­modo ai giornali, ma nell'Inter ci sono i clan come ci sono in tutte le squadre, perché è umano che vengano formati gruppetti tra i giocatori.

Solo che nell'Inter ci sono giocatori di grossa perso­nalità e allora vengono definiti "padrini" come se si trattasse davvero di mafia".
- E' vero che farà di Mazzola il Boniperti della situazione?
"Non diciamolo più, perché porta jella: l'avevo già detto di Invernizzi. Io però vorrei fare quello che aveva fatto Masseroni ai suoi tempi. Cioè vorrei portare nel consiglio dell'Inter i più bra­vi degli ex giocatori: (ho già cominciato con Rovati, che fa par­te dei probiviri), perché in un consiglio non ci vogliono solo gli amministratori, sono necessari anche i tecnici, così si evitano certi errori".
- Adesso il suo pupillo è Maz­zola?
"Noi, cioè io Renata, vogliamo bene a tutti i grandi giocatori dell'Inter, e in particolare a Maz­zola che è stato molto sfortu­nato. Prima l'hanno messo con­tro tutti i centravanti del mo­mento, poi hanno creato un dua­lismo con Corso, infine in Nazio­nale l'hanno posto in antitesi a Rivera. Se nonostante tutto que­sto, Mazzola ha resistito è per­ché è veramente un ragazzo su­periore. E siccome ha anche una certa preparazione culturale, dico che dovrà restare nel calcio con cariche importanti".
- Che cosa pensa della troika azzurra Bernardini-Bearzot-Vicini?
"Non ho seguito molto la co­sa, aspettiamo di vederli all'ope­ra".

 - Lei pensa che la Nazionale debba restare alla Federcalcio o vorrebbe che la pigliasse la Le­ga?
"Quando se ne parlò in Lega il problema fu male impostato. Perché dissero che si trattava di una patata bollente che la Fede­razione voleva togliersi di mano. E' vero che essendo la FIGC al vertice dell'organigramma, la Nazionale deve appartenere alla Federazione, ma la FIGC raggrup­pa anche i semi-professionisti e i dilettanti che vanno senz'altro aiutati ma hanno fini diversi. E io allora dico che siccome la Na­zionale è formata da giocatori della Lega professionisti, dovreb­be essere la Lega a gestirla".
-Lei è anche per la riaper­tura delle frontiere, non è vero?
"Certamente, perché solo così si potrebbe offrire nuovamente lo spettacolo e si calmierebbero certi prezzi delle "speranze" che ora dobbiamo comprare a peso d'oro perché il mercato non of­fre molto. L'ho detto anche a Onesti, che ho costretto tra l'al­tro a rimangiarsi la definizione di "ricchi scemi" che ci aveva affibbiato. Tutto lo sport italia­no vive con i proventi della sche­dina, cioè del calcio. Ebbene, tut­te le federazioni mantenute dal calcio possono importare gli stra­nieri, persino la pallavolo, solo al calcio è proibito. Tutto que­sto è assurdo".
- Ma la maggioranza delle so­cietà sono contrarie.
"Questa è una decisione che va presa al vertice, perché è lo­gico che l'Avellino l'Ascoli Pice­no preferiscano il regime attua­le, ma è la Federcalcio che de­ve imporre l'importazione degli stranieri, anche nell'interesse del calcio italiano.
Pigliamo le due più forti squadre europee, Ger­mania e Olanda: hanno le fron­tiere aperte, possono importare tutti i giocatori che vogliono".
- Come vede il futuro del cal­cio italiano?
"Bisogna fare qualcosa per su­perare questo impasse. Oggi ci sono almeno otto squadre che hanno ambizioni di scudetto. Queste squadre non cedono i lo­ro uomini-chiave e quindi è un giro vizioso.
Ai tempi di Morat­ti era molto più facile costruire lo squadrone".
- L'Inter ha sbagliato spes­so la campagna acquisti...


"Ma errori ne hanno commes­si tutti, compreso Allodi. I primi mesi rimase al mio fianco. Ri­cordo che mi sconsigliò di pren­dere Albertosi e fu lui, inoltre, ad acquistare Salvemini, visto che Foni voleva un attaccante in più".
- Ma a volere Salvemini fu Foni o Allodi?
"Veramente noi volevamo Ri­va e Scopigno era disposto a dar­celo a patto che gli procurassimo Vastola che allora giocava nel Varese, poi invece di Riva il Cagliari ci dette l'opzione che ho ancora in cassaforte. Per dar­ci Vastola, il Varese voleva assoluta­mente Achilli e Foni mi chiese un attaccante di rincalzo. Facemmo la cernita delle punte disponibi­li, avremmo preferito Barison ma naturalmente non era certo pos­sibile smuoverlo da Napoli.
Così ripiegammo su Salvemini, che tra l'altro ricordo con piacere, perché era un bravo ragazzo".
- L'Inter attuale cosa farà?
"Io ho fatto tutto quanto mi è stato possibile per accontenta­re l'allenatore, ora tocca a Chiappella".
- Lei crede alla decadenza di Milano?
"La decadenza di Milano è co­minciata trenta-quarant'anni fa, quando poco a poco tutti gli uf­fici burocratici sono stati tra­sportati a Roma, ma in campo industriale Milano è sempre all' avanguardia".
- Alfa Romeo e Innocenti so­no in cassa integrazione.
"Ma perché producono automobili e il mercato automobili­stico è in crisi dappertutto".
- I tifosi che hanno una bu­sta paga ridotta dovranno rinun­ciare allo stadio.
"Anche per questo noi e il Milan per i popolari abbiamo lasciato i prezzi dell'anno scor­so. Ma Milano può contare su un hinterland ricco, non ci sarà crisi, naturalmente se le squa­dre gireranno a dovere".
- Cosa pensa dei casi di Ri­vera e di Chinaglia?
"Ho già tante rogne con l'In­ter, non voglio preoccuparmi an­che di quelle degli altri".
- E' vero che ha il complesso del "Corriere della Sera"?
"Questa è un altra storia che è stata messa in giro sul mio con­to. Io sono milanese e i mila­nesi da sempre hanno tre cose: il duomo, il panettone e il Cor­riere".
- Ma il "Corriere", secondo lei, è cambiato?

 

 

 

 

"E' cambiato eccome, ma la­sciamo perdere queste cose, par­liamo di calcio. Io non ammini­stro l'Inter come privato citta­dino, l'amministro per conto della città, e devo quindi tener pre­sente anche quello che pensa la opinione pubblica.
E siccome la opinione pubblica è orientata dal "Corriere" devo preoccuparmi di quello che scrive il "Corriere". Come di quello che scrivono gli altri giornali milanesi, a comin­ciare dal "Giornale Nuovo" che è scritto da persone che hanno dato lustro anche al "Corriere". Siccome poi si tratta di sport, de­vo dare credito anche alla "Gaz­zetta dello Sport", perché ai miei tempi la "rosea" era un po' l'or­gano ufficiale del calcio italiano.

Però non mi lascio influenzare da nessuno, faccio sempre di te­sta mia".
- Non segue nemmeno i con­sigli di Lady Fraizzoli?
"Se avessi dato retta a mia moglie non avrei certo dato via Corso".
- Cosa pensa di questa Italia dove i rapimenti sono all'ordine del giorno?
"Viene un senso di tristezza e ho passato brutti momenti, quan­do sono stato minacciato anch'io, ho perso la mia privacy, per­ché bisogna circolare con le guardie del corpo ed evitare di uscire di sera".
- Il suo parere sul rapimento di Sannella?
"Io mi auguro che non l'abbia­no rapito".
- Ma è vero che era inguaia­to?
"A me non deve nemmeno una lira quindi io non posso che dir­ne bene. Però non dovete conti­nuare a scrivere che ha scoper­to Jair. Sannella ha portato Cinesinho ma non Jair. Ero in Bra­sile, ho seguito tutta la vicenda.
A segnalare Jair fu un certo Ric­ci, amico di un agente della Mon­dadori. Jair venne segnalato a Mondadori che allora era presi­dente del Verona, allora Sannel­la curava una pubblicazione che si stampava a Verona. Mondadori girò la soffiata a Moratti e Sannella andò in Brasile per con­to dell'Inter a prelevare quel Jair che però non aveva mai vi­sto e che era stato segnalato dal Ricci".
- Ha più rivisto Herrera?
"L'ho visto qualche mese fa quando abbiamo giocato l'ami­chevole a Treviso".
- Crede nel suo recupero?
"Se avessi creduto nel suo recupero, Herrera sarebbe ancora all'Inter.

 

dal Guerin Sportivo del gennaio 1976ANTEFATTO

GENNAIO 1976: L'Inter di Fraizzoli conduce l'ennesima stagione mediocre nonstante i tanti proclami dell'estate, la mitica Lady Renata rilascia una gustosissima intervista veramente d'altri tempi...

 

 

 

 

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1° turno: Inter - AEK Atene

4-1  2-3

Ottavi: Inter - Borussia Monchengladbach

4-2  0-0

 

Quarti di finale: Inter - Standard Liegi

1-0  1-2

Semifinale: Inter – Celtic

0-0  5-4

 

GIUBERTONI RACCONTA. "Vi racconto l'ultima finale dell'Inter. La Coppa valeva 10 milioni di lire"

Era il 1972 e  Giubertoni costituiva con Burgnich, Bellugi e Facchetti la Maginot dell'ultima Grande Inter capace di arrivare in finale di Coppa Campioni. L'ex stopper svela come quella squadra giunse a un passo dal trofeo

 

Mario Giubertoni "Le confesso un segreto: davvero questa non l'ho mai raccontata. Ha presente quella battaglia di Glasgow contro il Celitc in semifinale? Mamma mia, noi in trincea e loro che arrivavano da tutte le parti. Con Tarcisio, Giacinto, Mauro e Lele, lo posso dire, alzammo un muro là dietro in difesa. Zero a zero come all'andata. In ballo c'era la finale. Finì ai rigori e il sesto rigorista dell'Inter ero io. Così aveva deciso Gianni Invernizzi. Ma vincemmo 5 a 4: fortuna che gli scozzesi sbagliarono e Jair no, perché nella mia vita non ho mai calciato un rigore e non so proprio come avrei fatto. Mise tutto a posto il nostro brasiliano, che giocatore". Retroscena e ricordi dall'ultima grande campagna interista in Coppacampioni: stagione 1971-72, quando i nerazzurri raggiunsero la finale."

Quel torneo è il massimo per uno che di mestiere fa il calciatore, credetemi", spiega con fresco entusiasmo Mario Giubertoni che di quella squadra (Mazzola, Boninsegna, Corso, Burgnich, Facchetti, Oriali per fare qualche nome) era un gregario, sì, ma davvero prezioso. "I piedi non erano dolci, ma di correre correvo, marcavo a uomo, avevo scatto e gran fisico e soprattutto lasciavo ogni energia sul campo: sarà per questo che ho sempre giocato", si descrive così il "Giube", 1 scudetto, 1 finale di Coppa dei Campioni, 154 gare e 1 rete nei 7 campionati nerazzurri, 21 presenze nelle rassegne europee, 39 e 1 rete in Coppa Italia. Quasi non fossero trascorsi 38 anni da allora, Mario rivive quell'esperienza rammentando dettagli e svelando aneddoti di una squadra e di un calcio ancora carichi di suggestioni. "Io le giocai tutte tranne una, ecco come arrivammo fin là. Che so? Magari porta bene agli interisti di oggi", sorride dalla sua casa nel modenese, tradendo ancora un forte attaccamento per quei colori, e per quelli rosanero del Palermo, le due formazioni in cui si è affermato come un difensore arcigno e difficilmente superabile nei suoi anni migliori.

 MAZZOLA, BONIMBA E LA REGIA DI INVERNIZZI - "Dunque la prima fu con l'Aek Atene, esordio a San Siro. Io stavo addosso a un peperino, un piccoletto micidiale, nome da scioglilingua. Passammo in svantaggio, poi Mazzola, Facchetti, Jair e Bonimba misero una ipoteca sul passaggio del turno. Ma Atene, al ritorno, chi se la dimentica? Il pubblico si faceva sentire, l'arbitro ne era condizionato e i nostri avversari sembravano come sospinti dai tifosi. Perdemmo 3 a 2 e passammo il turno. Negli spogliatoi guardai in faccia i compagni: capii che saremmo andati lontano". Ma come era quello spogliatoio, quegli ultimi sprazzi da Grande Inter, chi comandava e cosa faceva l'allenatore per farsi sentire? "Allora, per capirci, quando hai in squadra gente tipo Corso, Facchetti, Mazzola, Jair, Boninsegna, Burgnich, Bedin, Bertini, Frustalupi, l'allenatore serve solo a mantenere il giusto equilibrio e l'armonia più fuori che dentro al prato verde. Perché lì, questa gente, ne sa più di qualsiasi allenatore e va in automatico. Tu ai Mazzola, ai Facchetti,  ai  Boninsegna e ai Corso cosa potevi mai insegnare? Ecco, Invernizzi era bravo a gestire gli equilibri e ottenne in due anni fantastici risultati: lo scudetto della rimonta sul Milan (eravamo a meno sette) e la finale di Coppacampioni l'anno successivo. Quanto mi manca Gianni".  

CHE BOTTE CON HEYNCKES - Arriva lo scontro, passato alla storia del pallone, contro il Borussia di Netzer. Ci vogliono tre partite per capire chi passa. "Ma la prima non conta - ci tiene a precisare il "Giube"- quel sette a uno è falso come Giuda. Bonimba prese una lattina in testa quando eravamo sul 2 a 1 per loro e per noi era finita lì. Eravamo certi del 2 a 0 a tavolino e giocammo come fosse un allenamento, senza impegno. Quel 7 a 1 è una favola tanto è vero che poi a Milano gliene rifilammo 4 (a 2) con Mauro Bellugi che fece un gol da cineteca che non avrebbe mai più fatto e poi ancora Bonimba, Jair e Ghio. Certo, il ritorno a Berlino fu un assedio: ma Ivano Bordon fu letteralmente miracoloso, parò pure un rigore a Sieloff e io, in quell'assalto durato novanta minuti, la palla l'avrò presa sì e no due volte". Due volte e basta? "Sì, perché marcavo il grande Jupp Heynckes ed entrambi trascorremmo quella serata a fare a botte: spintoni, calcioni, gomitate, sgambettii. Un corpo a corpo. Alla fine uscii dal terreno come un pugile, ammaccato e tumefatto, ma vincente". E non espulso..."Ma io ero fisico, mai violento. Nella mia carriera mi hanno buttato fuori solo una volta. Giocavo nel Palermo e marcavo quel dribblomane talentuoso di Claudio Sala. Un tipo che mi piaceva perché le prendeva e le restituiva, ma non stava lì a piangere. L'arbitro ci richiamò e noi niente, continuammo a pestarci. Alla fine ci cacciò entrambi e con ragione".

 SOFFERENZA LIEGI - "Nei quarti, dopo aver superato il Borussia, ci sentivamo sicuri di poter fare fuori facilmente lo Standard Liegi. Che errore: a San Siro faticammo da matti per vincere uno a zero con gol di Jair. Loro avevano un portierone: Piot, che era anche quello della nazionale. E a Liegi rischiammo l'eliminazione. Andammo sotto e quando si faceva nera una splendida azione di Pellizzaro a dieci minuti dalla fine mandò Mazzola in gol. Era fatta. Il 2 a 1 finale non contava nulla. Ci aspettava il Celtic Glasgow".

 

FINALE DI RIGORE - "Non giocai l'andata per infortunio. Nel ritorno marcai il loro centravanti: un gran giocatore. Loro davanti avevano calciatori come Dalghish, Macari e Johnstone, abili e potenti. Un giovanissimo Lele Oriali fece un partitone proprio contro Johnstone. Fu durissima. E, come ho detto, prevalemmo ai rigori: Mazzola, Facchetti, Frustalupi, Pellizzaro e Jair furono implacabli. Per loro sbagliò Deans e tanto bastò. Mi sentii uno dei più forti d'Europa perché ero in finale nella Coppa dei Campioni".

 

CRUIJFF, IL MIGLIORE - "Che sfortuna: la finale si giocava a Rotterdam, praticamente in casa dell'Ajax. Ci credevamo lo stesso: Invernizzi mi disse di marcare Muhren, il loro centravanti arretrato e siccome indietreggiava mi consigliò di spingermi anche in avanti. Lo feci, ma al dodicesimo del primo tempo durante un mio spunto offensivo Blankenburg mi sfasciò la caviglia con una entrata-killer. Fui costretto a uscire, sostituito da Bertini. Guardai il resto del match dalla panchina e vidi uno spettacolo, per allora, assolutamente inedito: il calcio totale all'olandese. Cruijff per me era e forse resta il migliore calciatore del mondo: aveva tutto, era un leader, col suo scatto lasciava chiunque dieci metri dietro, tirava, passava, colpiva di testa, scartava, lanciava. E poi Haan, Suurbier, Neeskens, Krol, Keizer. Cedemmo nella ripresa: due volte Cruijff. La prima per una incomprensione tra Oriali e Bordon, giovanissimi ma già bravissimi. Può succedere. Il mio sogno finì lì".

 

UN PREMIO DA 10 MILIONI DI LIRE - Davvero altri tempi il calcio anni Settanta: "Avessimo vinto il premio sarebbe stato di dieci milioni di vecchie lire se non ricordo male", sorride Giubertoni che dopo il calcio ha fatto "prima l'artigiano in una azienda di maglieria e poi il coltivatore di pere in una campagna di mia proprietà": Adesso, a 65 anni, è in pensione e si gode la tranquillità: "Sono in pace con me stesso, avrei anche il patentino da allenatore ma non fa per me. Si vive, e bene, anche senza calcio. Ma chi la dimentica quella Coppacampioni: ho ancora le maglie di Aek, Borussia, Standard, Liegi, Celtic e Ajax che ci scambiavamo a fine match. E poi, scusi, quando sono uscito, a Rotterdam, eravamo ancora imbattuti e come mi diceva il presidente Fraizzoli, "Caro Giube, ci fossi stato tu in campo non avremmo mai perso". Mentiva, una affettuosa e simpatica bugia che però mi inorgoglisce ancora oggi e mi riporta a quella splendida avventura sportiva".   

  http://www.repubblica.it/rubriche/la-storia/2010/03/31/news/ultima_finale_inter-3040869/

 

 

 

 

Da Moenchengladbach, quella volta tomai col soprabito macchiato di Coca Cola. La lattina più famosa del calcio europeo, infatti volò verso la nuca di Bobo Boninsegna passando esattamente sulla mia testa, e su quelle di Oddone Nordio, del "Carlino", ambedue inviati al seguito dell'Inter in Coppa Campioni. Gli spruzzi di un liquido scuro (dapprima si pensò fosse birra nera) mi sembra di vederli ancora luccicare nella luce dei fari. E ricordo, come fosse ieri, l'impatto, durissimo, con la testa di Boninsegna. Che crollò a terra, tramortito. E vidi, altrettanto distintamente, Sandro Mazzola chinarsi, raccogliere qualcosa, consegnarlo all'arbitro, il disorientato olandese Porpman. Mi voltai di scatto: un giovane, biondo e atticciato, cercava di sgattaiolare dal suo posto di tribuna, ma fu subito afferrato da un paio di poliziotti che lo trascinarono via senza complimenti. Avevo un impermeabile chiaro: le macchie di Coca Cola lasciarono un tenue alone anche dopo le fatiche del "Lavasecco", al ritorno in Italia.

L'episodio, clamoroso, fece epoca. La partita fra il Borussia e l'Inter valeva per gli ottavi di finale della grande Coppa. I nerazzurri avevano vinto lo scudetto alla guida di Gianni Invernizzi, subentrato a Heriberto Herrera alla sesta giornata del torneo, dopo un derby malamente perduto per 3-0 con gli eterni rivali del Milan.

 

 

 

BERLINO, 20.10.1971

Dunque, l'Inter in Coppa. Elimina al primo turno i greci dell'AEK di Atene con una certa facilità, viene sorteggiata con il Borussia di Moenchengladbach per il secondo. E, pur con tutto il rispetto che si deve al calcio tedesco, nessuno se ne preoccupa troppo.

Il Borussia era poco conosciuto in Italia. La Germania avrebbe vinto il suo secondo mondiale tre anni più tardi; i nomi di Berti Vogts; di Gunther Netzer; di Wimmer, del belga Le Fèvre dicevano poco, eccezion fatta per alcuni "specialisti" del calcio germanico.

 

Boninsegna a Berlino ad inizio partita, prima di essre colpito dalla famosa lattina

 

 Così, la trasferta a Moenchengladbach fu affrontata con allegria. La comitiva si stabilì a Colonia, in un grande abergo a poche centinaia di metri dalla famosa Cattedrale, il gioiello dell'arte gotica, a Moenchengladbach facevamo una scappata, con i giocatori, il giorno di vigilia. Una quarantina di chilometri in direzione della frontiera con l'Olanda, ed eccoci in una cittadina di circa 60 mila abitanti, con un Campetto dall'aria provinciale, tribune in legno a ridosso del terreno di gioco, scarsa capienza, roba da sagra di paese (infatti il Borussia, gli incontri di cassetta, li giocava, e li gioca a Colonia oppure a Dusseldorf). I nerazzurri tornarono in albergo ancora più euforici: saranno campioni di Germania, dicevano, ma hanno tutta l'aria di essere una Pro Vercelli o un Novara dei tempi eroici. A noi, non possono incutere timore.

INIZIO TERRIBILE

Invece... Si gioca alle 20,30 del 20 ottobre 1971. Serata fredda, ma non rigida, piove: campo stipato, molti i tifosi italiani al seguito dell'Inter più i soliti, entusiasti, emigranti per ragioni di lavoro. Al via, i tedeschi si scatenano. Impongono al gioco un ritmo pazzesco, i nerazzurri sono subito travolti. Al 7', il Borussia è già in gol con Heynckes, centravanti di enormi possibilità, che Giubertoni, lo stopper nerazzurro, non riesce a controllare. Vigorosa reazione dell'Inter, gol di Boninsegna (un arcigno guerriero, che nelle aspre battaglie di Coppa ci sguazzava come una foca nel mare gelato) al 18', replica bruciante di Le Fèvre al 19'. La partita è sempre più veloce, sempre più combattuta, sempre più dura per i nerazzurri che, tuttavia, lottano come leoni. Poco prima della mezz'ora, il fattaccio. Vola la famosa lattina, Boninsegna stramazza al suolo, lo portano via a braccia, fra i clamori del pubblico inferocito contro, i soliti italiani maestri nel "fare la scena". L'arbitro, che penso non si fosse mai trovato in simili frangenti, non sa che pesci pigliare.

I nerazzurri lo attorniano, chiedono la sospensione di gioco, a stento trattenuti da Invernizzi, volato sui campo per cercare di calmare gli animi. Lo stadio è una bolgia, pochi sì accorgono del fermo del teppista che ha lanciato la lattina (ripeto: lì per lì si pensò ad una lattina di birra scura, sapemmo soltanto più tardi, in albergo, che si trattava invece di Coca Cola), finalmente il gioco riprende. Ma l'Inter, sicura di avere già partita vinta per 3-0 secondo i regolamenti italiani vista la riscontrata impossibilità da parte di Boninsegna di riprendere il gioco, manda in campo Ghio e... lascia via libera al Borussia. Che colpisce ancora ben cinque volte, subito con Le Fèvre, poi con Netzer alla chiusura del primo tempo, ancora con Heynckes e Netzer alla ripresa, per toccare quota 7 a 1 con un rigore fasullo, decretato comicamente dall'arbitro all'ultimo minuto e realizzato da Sieloff. A Corso saltano i nervi e prende a calci l'arbitro.

Si tentò, goffamente, di incolpare Ghio (che non accettò il sacrificio...). Corso, squalificato, non giocò più contro il Borussia

Si torna a Colonia dopo un assedio, senza conseguenze, allo spogliatoio dell'Inter. Boninsegna non si fa vedere, ma si apprende dal medico sociale, quel gran galantuomo del dottor Angelo Quarenghi, che il giocatore è in stato di choc; che presenta una vasta ecchimosi; che è stato visitato anche dal medico del Borussia, dopo di che è stato fatto un esposto alla Polizia locale. Insomma: sembra pacifico che l'Inter abbia vinto a tavolino quando il DS nerazzurro, Franco Manni, scende dalla sua camera agitatissimo. E dice, quasi gridando, a Prisco, vice-presidente dell'Inter e luminare del Foro milanese: "Avvocato, guardi qui: nel Regolamento dell'UEFA non è previsto un caso come questo... Ho sfogliato dieci volte il volumetto, nella versione in francese; niente!". Costernazione e stupore. Possibile che l'UEFA non abbia previsto le sanzioni a carico di una Società colpevole, per il principio della responsabilità oggettiva, dell'atto teppistico di uno dei suoi sostenitori? Incredibile, ma vero: non c'è traccia di niente. Le ore trascorrono in consultazioni febbrili, Prisco sviscera tutti i cavilli di ogni capoverso del Regolamento (poche, scarne paginette): niente da fare. L'Inter, che dopo l'uscita dal campo di Boninsegna aveva giocherellato, tranquilla, convinta di aver già in tasca il 3-0 a tavolino, quindi in pratica il passaggio ai quarti di finale, rischiava di essere sbattuta fuori con un 7-1 che avrebbe fatto clamore per anni. Nessuno toccò il letto, quella notte a Colonia nell'albergo dei nerazzurri. E il viaggio di ritorno in Italia fu tutt'altro che, allegro.

 

La lattina di Boninsegna

di Bidescu

Roberto Boninsegna, ex centravanti dell'Inter, del Cagliari, della Juventus ed eroe dello squadrone azzurro secondo in Messico nel 1970, tanti anni fa andò a giocare in Germania, a Colonia, una partitella di "vecchie glorie", insieme a Facchetti, Bellugi, Rosato, Altafini, Sala "il poeta" contro tedeschi gloriosi come Haller, Netzer, Vogts, Schutz. Una festa, una di  quelle belle e sane rimpatriate che riconciliano con il calcio inteso finalmente solo come spettacolo e non "guerra" per i tre punti. Ma, se Facchetti, Rosato, Bellugi, Haller e Netzer furono accolti in campo da applausi e simpatia, lui, "Bonimba" venne invece subissato di fischi dal pubblico di Colonia da quando mise piede sul terreno di gioco, fino alla fine della partita.

Boninsegna sarà pure stato un grande cannoniere di Inter, Cagliari, Juve ed eroe azzurro, ma per i tedeschi è e resterà sempre "quello della lattina". Ecco come andò la storia.

Era il 20 ottobre del 1971. L'Inter, dopo aver vinto lo "scudetto del sorpasso", quello che, sotto la guida di Invernizzi, aveva rimontato sette punti al Milan di Liedholm, era impegnata nel secondo turno della Coppa dei Campioni. Il sorteggio le aveva affidato una squadra tedesca, il Borussia di Moenchengladbach che non aveva una grande caratura internazionale, anche se nelle sue file allineava campioni come Netzer, Vogts, Wimmer, Bonhof ed Heynckes. I nerazzurri, invece, potevano contare sui vari Mazzola, Burgnich, Facchetti, Corso, Boninsegna, Jair, giocatori che avevano vinto su tutti i campi del mondo. Convinti di passare agevolmente il turno, i giocatori dell'Inter entrarono nel piccolo stadio di Moenchengladbach, davanti a ventimila spettatori, con una certa sufficienza.

Invece si sbagliavano di grosso, perché stavano andando incontro ad una delle più sonanti sconfitte della loro storia, un 7-1 umiliante e clamoroso che ancora adesso è tra le disfatte più vistose della società. Quel 7-1 però è stato cancellato dal tabellone della Coppa dei Campioni ed all'atto pratico è come se non fosse mai successo niente.

Era il 29' del primo tempo. Il Borussia conduceva per 2-1. Aveva segnato prima Heynckes, Boninsegna aveva pareggiato, ma l'ala sinistra danese Le Fevre, aveva riportato in vantaggio i tedeschi. Il pallone era uscito in fallo laterale; Boninsegna era andato a raccoglierlo, per effettuare la rimessa, e stava per lanciarlo verso Jair, quando con un grido, era piombato a terra. Una lattina di Coca-Cola l'aveva colpito alla nuca facendogli perdere i sensi.  Successe il finimondo: Invernizzi scattò dalla panchina, giunsero medico e massaggiatore e tutti i giocatori, compagni e avversari, fecero cerchio attorno al centravanti svenuto.Una confusione enorme, un caos indescrivibile durante il quale soltanto due giocatori non persero la testa. Uno fu Netzer. il biondo centrocampista del Borussia che poi sarebbe diventato un pilastro della nazionale, l'altro Sandro Mazzola. Il primo pensò a far sparire la lattina lanciandola immediatamente fuori dal campo, il secondo corse a recuperarla conscio dell'importanza di poter esibire il corpo del reato nell'eventuale processo. Ma torniamo a "Bonimba".

 Il centravanti restò intontito per qualche minuto. Poi l'arbitro olandese Dorpmans fu costretto ad ordinare la ripresa del gioco e l'Inter provvide alla sostituzione di Boninsegna. Entrò al suo posto Ghio. II Borussia riprese ad attaccare, i nerazzurri apparvero sempre più frastornati dal ritmo degli avversari e dall'urlo della folla e fu un disastro: 4-1 alla fine del primo tempo e 7-1 il risultato finale.

Ma il giorno dopo si scatenò la battaglia legale ed entrò in campo l'avvocato Giuseppe Prisco, vicepresidente nerazzurro. Fece ricorso alla commissione disciplinare dell'Uefa, sostenendo che la partita non poteva essere giudicata regolare, in quanto l'Inter non aveva avuto la possibilità, per cause esterne, di tenere in campo fino alla fine il suo centravanti. Si chiedeva quindi, visto che il regolamento delle coppe non prevedeva la sconfitta a tavolino per responsabilità oggettiva, almeno la ripetizione della gara. Dalla Germania piovvero insulti contro di noi. Boninsegna venne accusato di aver fatto una sceneggiata, il presidente Fraizzoli, l'allenatore Invernizzi e tutti gli altri di non saper perdere.

Furono otto giorni di fuoco, durante i quali l'Inter scoprì l'identità del lanciatore della lattina, l'operaio ventinovenne Manfred Kristein. Netzer disse che avrebbe venduto la sua "Ferrari Dino", perché non voleva avere niente a che fare con l'Italia, i nostri connazionali che lavoravano in Germania subirono angherie e soprusi dai compagni di lavoro tedeschi, ma alla fine la giustizia trionfò.

Il 28 ottobre 1971 la partita venne annullata dalla commissione disciplinare: il doppio confronto fra Inter ed il Borussia era da rifare. Non solo: il campo di Moenchengladbach fu squalificato per un turno, per cui l'Inter avrebbe usufruito del vantaggio di giocare la partita di ritorno in campo neutro. La prima scelta fu Berna, ma poi, per motivi di incasso, si scelse Berlino.

Tutta l'Inter esultò. Gli stessi giocatori furono felici di potersi confrontare di nuovo con i tedeschi. Soltanto uno non partecipò alle feste nerazzurre: Mariolino Corso, il mancino d'oro del centrocampo. Lui, infatti, fu l'unico interista a pagare: la commissione lo squalificò per un anno e due mesi ritenendolo colpevole di aver dato un calcio all'arbitro durante una mischia verificatasi a fine partita. Era tutto falso, perché il calcio l'aveva sferrato Ghio, ma non ci fu niente da fare. Corso fu sacrificato all'altare della giustizia sportiva ed obbligato ad assistere dalla tribuna alla ripetizione della sfida infuocata tra Inter e Borussia.

La partita di andata si giocò a San Siro il 3 novembre 1971. Lo stadio era pieno fino all'inverosimile, l'ambiente era surriscaldato come non mai. Forse soltanto ai tempi di Herrera, con la sfida Inter-Liverpool (il clamoroso 3-0 con goal-rapina di Peirò) si era arrivati a tanta agitazione. E l'Inter seppe regalare ai suoi tifosi una grande vittoria. Il risultato fu di 4-2, al termine di un incontro fantastico. Segnò per primo Mauro Bellugi, poi proprio Boninsegna, poi Le Fevre, Jair, Wittkamp e subito dopo, ormai allo scadere, Ghio.

Ma c'era ancora da giocare la partita di ritorno e non si sarebbe trattato certo di andare a fare una passeggiata dalle parti di Berlino. Ma stavolta l'Inter aveva un grande vantaggio: sapeva perfettamente cosa avrebbe incontrato, non avrebbe di certo sottovalutato la partita; per quasi un mese Invernizzi tenne in tensione i suoi ragazzi, e poi, all'ultimo momento, estrasse dal cilindro il colpo vincente. Mandò in porta un ragazzino di vent'anni, Ivano Bordon al posto di Lido Vieri. E Bordon, davanti ad ottanta mila spettatori e circa venti milioni di telespettatori italiani che videro la partita in diretta, disputò quello che può essere ritenuta il più bella partita della sua vita. Riuscì a parare tutto, tiri alti e tiri bassi, da lontano e da vicino, in mischia e su azione lineare. Parò anche un rigore, al cannoniere Hevcknes e fu eletto autentico eroe della serata.

Finì 0-0, furono grandi feste, e l'Inter poté così continuare la sua strada fino alla finale della Coppa dei Campioni. Non riuscì a vincere la coppa, perché si trovò di fronte l'imbattibile Ajax di allora, che vinse la partita con due goals del grandissimo Johann Crujiff, che si fece beffa della difesa interista.

Ma ora dobbiamo tornare alla partita di Moenchengladbach. Eravamo rimasti a quando Mazzola s'era diretto ai bordi del campo per recuperare "il corpo del reato". La lattina "vera", quella che colpì Boninsegna, non venne mai trovata. Netzer l'aveva lanciata verso un poliziotto che era stato sveltissimo ad infilarsela sotto il cappotto. Mazzola vide tutta la scena, provò a scuotere l'agente, ma dopo aver visto l'inutilità del suo tentativo non si perse d'animo. Si guardò intorno ed incrociò lo sguardo di due tifosi italiani attaccati alla rete di recinzione. Mazzola ed i tifosi si capirono al volo, non ci fu neppure bisogno di parole. Uno di questi stava sorseggiando una "Coca-Cola" da una lattina uguale a quella appena sparita. Se la staccò dalle labbra e la lanciò a Sandro che corse a portarla all'arbitro davanti allo sguardo sorpreso di Netzer. Non si è mai saputo come se la cavarono i due tifosi italiani in mezzo alla folla di Moenchengladbach; ma, senza quel gesto e senza la presenza di spirito di capitan Mazzola, l'Inter non avrebbe mai potuto vincere la sua battaglia legale.

Ed i tedeschi continuano a fischiare Boninsegna ...

 

IL  CAPOLAVORO DI PRISCO

Ovviamente, le polemiche incendiarono gli ambienti calcistici italiani e tedeschi, ma le fiamme lambirono anche i Paesi neutrali. L'Inter avanzò reclamo, dopo la riserva scritta consegnata all'arbitro la sera della gara, chiese la vittoria a tavolino. I tedeschi tentarono di dimostrare che il "lanciatore" era un italiano al seguito dell'Inter, ma la Polizia fu costretta (è la parola esatta) a rendere noto che si trattava di un olandese, da tempo però naturalizzato tedesco, ovviamente tifoso del Borussia. Forte di questa dichiarazione ufficiale, l'Inter pretese che il caso fosse discusso dalla Commissione Disciplinare dell'UEFA che, dopo molti tentennamenti, si riunì a Ginevra. E a Ginevra andò Peppino Prisco, ferratissimo in ogni branca dello scibile legale, quello calcistico incluso. E Prisco dovette combattere una autentica battaglia con i delegati tedeschi. Verso la mezzanotte di una giornata estenuante, il suo trionfo: la partita veniva annullata, si sarebbe rigiocata, in campo neutro (sia pure in Germania, ma distante più di cento chilometri da Moenchengladbach) dopo l'incontro di ritorno, fissato per il 3 novembre a Milano. Prisco può ben dire, a distanza di anni, che l'Inter, agli ottavi di finale di quella indimenticabile Coppa dei Campioni, almeno all'ottanta per cento fu lui a qualificarla

Gennaio 1983: nell'ultima stagione di Fraizzoli presidente, Peppino Prisco ci offre un bel quadro dei suoi primi 50 anni di Inter, con tutti i suoi soliti ingredienti di humor anti-milanista... Cinquanta e più anni di Inter attraverso i ricordi di uno dei più noti avvocati milanesi, fedelissimo e "viscerale" tifoso e dirigente nerazzurro. Giocatori, personaggi, partite, processi tratti da un suo ideale block-notes
MILANO. Ormai è rimasto l'ultimo, il più ruspante, "Pierino" fra tutti i dirigenti calcistici italiani. In un mondo, quello degli asettici dopopartita "anni '80", fatto di "nella misura in cui la palla è rotonda" e di "tanto di cappello alla bravura degli antagonisti", le sue roncolate verbali riescono ancora a riempire taccuini sempre più anemici. La sua romantica faziosità è quasi una gratifica per avversari abituati ai minuetti grammaticali dei manager da batteria. Ai vertici dei suoi sogni di giovane sessantenne, c'è sempre un derby che si conclude 1-0 a favore dell'Inter, al 92', su rigore dubbio o - possibilmente - su autogol. I suoi amori sono, nell'ordine: 1) la Penna Nera degli Alpini; 2) l'Inter; 3) l'avversario domenicale del Milan; 4) l'avversario domenicale della Juventus. Una volta, vedendo giocare il negro Germano e dovendo commentare la "sbandata" che aveva preso per lui la contessina Agusta disse: "Io non sono razzista: ma non permetterei mai a mia figlia di sposare... un milanista". Quando la società rossonera, due anni fa, scivolò per la seconda volta in Serie B sospirò: "La prima volta era retrocesso pagando, adesso, perlomeno, è andato giù gratis". Questo è Peppino Prisco, anzi, l'avvocato Giuseppe Prisco, da ventuno anni vicepresidente dell'Inter. Ancor oggi il più grande "stopper" che la società nerazzurra abbia avuto: se non in campo, certamente nei tribunali sportivi.

MILIARDI. La sua ultima impresa risale ad ormai un mese fa: ed è un'impresa che vale di più dell'acquisto di Zico, se solo si volesse fare un conto meramente economico. In poche ore ha salvato l'Inter dall'onta di una calunnia per illecito (e in caso di riconosciuta colpevolezza, al danno morale si sarebbe aggiunta una pesantissima pena sportivo-pecuniaria) e dalla spada di Damocle di una disastrosa squalifica per intemperanze del pubblico. Insomma, le partite con Groningen e Real Madrid avrebbero potuto "regalare" all'Inter una perdita di miliardi e miliardi (soprattutto di mancato guadagno). Prisco lo ha evitato. E, naturalmente, non ha presentato la parcella. Perché - come ha sempre detto - "bauscia" si nasce.
Ma come può - gli abbiamo chiesto - un "bauscia" essere finito nel glorioso, ma mite corpo degli Alpini? "Si vede - ha risposto - che dovevo andare nei bersaglieri".

LATTINA. Sottotenente del battaglione "L'Aquila", medaglia d'argento e croce tedesca al valor militare. Aveva poco più di vent'anni quando - ben prima che inventassero trekking e jogging - si fece a piedi una passeggiatina dal Don fino quasi all'Italia. Ha raccontato con umiltà il suo eroismo in parecchie pubblicazioni. È sicuramente - in incognita - uno dei più arguti e preparati giornalisti italiani e si "sfoga" scrivendo ogni tanto su "Gazzetta", "Corriere" e "Giornale"; ma - più per vocazione familiare che per scelta - ha preferito fare l'avvocato. Ed è grazie alla sua preparazione a al suo talento professionale, che ha tolto la squadra del cuore da più d'un pasticcio, a cominciare da quello ormai storico della "lattina" di Moenchengladbach. "Nell'83 poi sono stato quasi in servizio permanente effettivo; prima il cosiddetto "scandalo" della partita Genoa-Inter, poi le montature su Inter-Groningen, infine i problemi legati al dopo partita di Inter-Real. Bisognerà che proponga che, nell'annuario ufficiale della società, d'ora in poi alle "voci" del medico sociale, dell'allenatore e del massaggiatore, venga aggiunta anche quella... dell'avvocato sociale".
Le rievocazioni di Peppino Prisco sono rievocazioni assolutamente disinteressate: non per nulla egli è l'unico vicepresidente della fresca mitologia del calcio italiano che non abbia mai sognato (né tantomeno sogni) di occupare la poltrona principale ("Anche perché, se diventassi presidente, non potrei certo fare tutto il chiasso che faccio ora in tribuna d'onore").

PROCESSI. I suoi ultimi exploit, si sa, sono legati al doppio "processo" di Ginevra. Alcuni giornali avevano previsto sentenze quasi capitali per l'Inter. I più affettuosi erano arrivati al punto di ipotizzare la radiazione per parecchi anni da tutte le Coppe Europee. Ma in realtà, nel podio delle imprese dell'avvocato-vicepresidente Prisco, a quale va conservato il primato assoluto? Sempre a quella della lattina?
"Direi di sì - risponde - perché in quell'occasione vinse la bravura: mentre stavolta ha vinto la fortuna. Quello del '71 fu un processo regolare impostato sull'abilità delle parti: quello del dicembre scorso è stato un "mostro" giuridico celebrato in condizioni proceduralmente disperate. Ancora oggi - e parlo ovviamente del "caso" Groningen - non sappiamo che cosa abbia detto il principale teste-accusatore, che cosa il presidente della società olandese e neppure che cosa abbia detto Apollonius. Forse in Italia esagereremo in fatto di tutela di diritti, ma questo tipo di "giustizia" sportiva internazionale è aberrante in senso opposto. Se fossimo stati condannati non avremmo mai saputo il perché".
- Certo, la stampa italiana non vi aveva comunque prospettato ipotesi incoraggianti.
"Beh, effettivamente nessuno, specie nel caso-Real, ci concedeva un verdetto benigno. Ma è un film già visto persino all'epoca del processo-Borussia, la mattina stessa della sentenza, "La Gazzetta dello Sport" pubblicò sedici pareri dei più autorevoli personaggi del mondo giuridico-calcistico italiano e non ce n'era uno che prevedesse la nostra assoluzione. Bastava che l'avvocato del Borussia avesse conosciuto la nostra lingua per accorgersi della cosa e gli sarebbe stato molto più agevole leggere la "La Gazzetta" alla corte invece che tenere la sua arringa".

RISCHI. In realtà, tornando al presente, che cosa ha rischiato l'Inter negli ultimi due processi?
"Avrebbe potuto subire un paio di turni di sospensione per il Real e una condanna molto più pesante (specie sul piano morale) per il Groningen: diciamo pure una squalifica per più d'un anno in aggiunta ad una considerevole pena pecuniaria. Ma si sarebbe trattato, è il caso di ripeterlo, di un'ingiustizia clamorosa. Voglio che si sappia che la "fedina" penale dell'Inter è tutt'ora immacolata, sia a livello nazionale che a livello internazionale. Non siamo come il Milan che si fa pescare con le mani nel sacco (accadde, lo ricorderete, cinque anni fa) per aver equipaggiato di capi d'abbigliamento un arbitro scozzese e i suoi parenti fino alla quarta generazione".
- Dica la verità, avvocato, come ha fatto a "resistere" per due anni senza il Milan in Serie A?
"Oh, mi è molto mancato. Anche perché mi faceva una rabbia terribile constatare che - in B - vinceva spesso. Io mi difendevo come potevo a suon di battute. A un mio collega che mi chiedeva se seguissi le sorti del Milan anche in Serie B dissi di no, che mi dispiaceva molto, ma che non mi interessavo di calcio minore. A un altro avvocato milanista, un lunedì in tribunale, diedi una pacca sulle spalle dicendogli "Visto che bel 0-0 ha fatto ieri la tua squadra a San Siro col Campobasso? Sono soddisfazioni eh?". Ma pensi, a proposito di avvocati, che per non so quale beffa del destino, nel mio studio ce n'è uno che si chiama Corso e che è milanista. Una vera bestemmia!".

PRESIDENTI. Lei è stato consigliere al fianco di tre presidenti interisti: provi a definirli in poche battute.
"Masseroni era un "padrone" all'antica. I giocatori, per lui, erano "i uperari", gli operai. Ho il sospetto che oggi farebbe fatica a capire i tempi. Ma, calato nella realtà della sua epoca fu un grande dirigente. Pensi che non avrebbe mai immaginato di arrivare a quella carica: glielo comunicò una mattina, in tempo di guerra, l'allora presidente del CONI che gli disse per telefono "Carletto, saluto in te il nuovo presidente dell'Inter". "Ma a mi me interesa no el foball : a mi me pias el ciclismo". Ma non ci fu nulla da fare: era un ordine e Masseroni era uno che gli ordini non amava né discuterli né vederli discussi".
- Moratti?
"Moratti arrivò all'Inter come l'"uomo nuovo" (anche se era tutt'altro che un "parvenu", vantando - tra l'altro - una decennale amicizia personale con Meazza che era quasi suo coetaneo). Trasformò, da imprenditore (oggi si direbbe da grande manager) una società dilettantesca in un modello di perfezione. Ebbe, fra i suoi tanti meriti, persino la forza di lasciare al momento giusto. Fu un presidente perfetto".
- Fraizzoli?
"Fraizzoli è il tipico "tifoso da sempre". È un uomo, col cuore in mano. Ogni tanto ha sbagliato per troppa fiducia, ma come non essere solidale con lui quando lo attaccano per colpe che non ha? Lo hanno accusato, per esempio, di aver lasciato partire Oriali: ma lo sapete che cosa gli rispose Oriali quando Fraizzoli gli offrì un contratto biennale di un miliardo e 150 milioni? "Presidente, ma le tasse sono comprese o no?". Che cosa avrebbe dovuto fare pover'uomo?".NYERS. Lei, in ventun anni e passa di vicepresidenza non ha mai cercato di imporre qualcosa? L'acquisto o la conferma di un giocatore per esempio? "Più che "imporre" ho spesso cercato di "suggerire". Forse in un'occasione, però, mi impuntai sul serio e, alla fine, fui lieto di averlo fatto. Masseroni voleva mandare via Nyers perché questi (parlo di oltre trent'anni fa) non aveva restituito a tempo debito un prestito di sei milioni contratto con l'Inter. Io, che ero un grande ammiratore del giocatore, convinsi a uno a uno tutti i consiglieri a respingere il progetto del Presidente. E così, al termine di una movimentata seduta, i dodici membri del Consiglio Direttivo (con Masseroni astenuto) non solo votarono a favore della conferma di Nyers, ma sottoscrissero anche un "premio" di sette milioni. "E i alter ses?" e gli altri sei milioni, chiese Masseroni. "Glieli condoniamo". Masseroni sbiancò, ma la domenica dopo Nyers ci ripagò di ogni cosa, facendo le tre reti con cui battemmo il Milan, nel derby, per 3-1".
- Qual è stato il più grande giocatore che ha avuto l'Inter, secondo lei? Quello da mettere in bacheca: da rispolverare quando c'è il derby?
"Oh, l'Inter non ne ha avuti davvero pochi di grandi giocatori. Io sono tentato di risponderle Boninsegna: un vero giustiziere. Uno che aveva capito che dai difensori non bisogna prenderle, ma bisogna dargliele!".

BLOCCO. Che farebbe la "grande Inter" se trasportata in blocco nel campionato attuale?
"Avrebbe terminato il girone d'andata con sei punti di vantaggio sulla seconda".
- Quali giocatori, di quella squadra, vorrebbe innestare idealmente nell'Inter di adesso?
"Perlomeno Suarez e Mazzola".
- A proposito di Mazzola, lei, quindici anni fa, gli aveva pronosticato un futuro come grande allenatore. E invece...
"E invece Sandro, che si è confermato intelligente come io avevo previsto, ha capito che quello dell'allenatore è un mestiere aleatorio, che non sempre rende in proporzione ai meriti. E così ha optato per una ben più comoda carriera dirigenziale".

GIOIA. Quali sono le partite dell'Inter che lei non scorderà mai?
"Più di una, naturalmente: ma fondamentale resta quella della prima vittoria in Coppa dei Campioni al Prater. E sa perché la ricordo? Non solo per la gioia che mi diede, ma anche per un altro strano aneddoto. Alla vigilia, presagendo il trionfo mi ero imposto di non commuovermi, ovvero di non fare la figura che l'anno prima aveva fatto il mio "nemico d'infanzia" Polverini, consigliere del Milan, che s'era messo a piangere come un vitello. Ebbene, per tutta la sera ci riuscii poi crollai, per telefono, la notte, sentendo la voce gioiosa della mia piccola Anna, che aveva pochi anni ma che era già... felice per una vittoria dell'Inter. Così piansi in camera mia, ma non mi vide nessuno".
- E invece la partita da cancellare dalla mente?
"Quella di Mantova che ci costò lo scudetto. Mi ricordo che lo stesso Moratti non ebbe il coraggio di parlare coi giornalisti: se ne andò pochi minuti prima della fine. Mi fece un cenno come dire "pensaci tu". E io dovetti affrontare taccuini e microfoni da solo. Mi ricordo che dissi: "In otto giorni l'Inter ha perso sia il suo primato europeo che il suo primato italiano. Credo dunque che abbia perso anche quel primato di antipatia che aveva accumulato vincendo troppo". II giorno dopo, sulla "Stampa" di Torino, il grande Vittorio Pozzo (che mi amava come solo fra alpini ci si può amare) scrisse: "I dirigenti dell'Inter meritano solo disapprovazione e biasimo tranne uno: Peppino Prisco, che già in guerra, con la penna nera in testa e col moschetto 91 in braccio, aveva dimostrato di saper valutare gli uomini e le situazioni"".

SOGNO. Qual è stato il giocatore che lei avrebbe sognato, vedere all'Inter?
"Rossi, all'Inter, è stato più vicino di quanto la gente non creda. Così come ci fu vicino Riva: ma sapete perché l'affare sfumo? Perché il Bologna non volle darci Pascutti: sì perché, Riva, lo avremmo acquistato dal Cagliari... come merce di scambio per accontentare il "mago"".

- Qual'è stato, invece, il nerazzurro più brocco?
"Sui due piedi mi viene in mente un certo Rebizzi, per celebrare la cui "bravura" io avevo fatto la proposta che gli venisse tolta la maglia nerazzurra; che gli venisse concesso, al massimo, di giocare, con un maglia grigia con distintivo. Ma il record mondiale fu battuto da due sudamericani che io stesso andai a prendere all'aeroporto: si chiamavano Orlandi e Cacciavillani. Orlandi aveva i piedi piatti e un'apparente età di una quarantina e passa d'anni, tant'è vero che credevo che fosse il padre del giocatore che aspettavamo. "Dov'è suo figlio?, gli chiesi a bruciapelo. Cacciavillani, invece, ci era stato descritto come uno Schiaffino con un po' più di classe ma con molto più fiato. Probabilmente, ci fu un equivoco".

BEARZOT. A quei tempi, nell'Inter c'era anche Bearzot: che cosa ricorda di lui?
"Che aveva la morosa in via Besana e che tutte le sere veniva dalle parti del mio ufficio di via Podgora ad aspettarla".
- Quale stato il giocatore più simpatico fra tutti quelli che ha avuto l'Inter?
"Un certo Piero Pozzi perché era mio amico: e poi il grande Giovannini".
- E il più cattivo?
"Nesti: ma anche Boninsegna e Burgnich. Più di tutti però, lo fu il tedesco Szymaniak. Ma non era solo cattivo, era anche un duro. Una volta io vidi uscire dal campo di Marsiglia con una faccia quasi "sdoppiata" per il calcio di un avversario. Non so poi che fine abbia fatto quell'incauto che osò colpirlo...".
- Il giocatore più matto?
"A parte Corso (ma la sua era una follia "sana" e memorabile) mi sembra che il più matto di tutti sia in squadra adesso: gioca col numero 4".
- Il più bugiardo?
"Il portiere Ghezzi, celebre per le sue uscite spericolate. Più di una volta mi precipitai in campo temendo per la sua vita, dopo averlo visto agonizzante. Ma quello mi guardava, strizzava l'occhio mi sorrideva e si rialzava".

CAPITANO. Qual è stato, invece, il calciatore che avrebbe fatto carriera in qualsiasi altro campo?
"Picchi. Direi che era quasi "sprecato" per fare "solo" il calciatore. Era un grande capitano nel campo e nella vita. Una volta ricordo che alcuni suoi compagni di squadra mi chiesero se avevano fatto bene ad acquistare alcune azioni delle "Generali". Alla mia espressione allibita mi dissero: "Le abbiamo prese, perché ce l'ha detto Armando"".
- Avvocato, che avrebbe fatto se le fosse nato un figlio milanista?
"Avrei preteso l'analisi del sangue".
- E che farebbe se un giorno le dicessero che Inter e Milan si sono fuse?
"Comincerei a tifare per il Genoa". Peppino Prisco: nerazzurro forever...

 

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MILANO, 3 NOVEMBRE 1971

DOPPIO TRIONFO

Il resto lo fecero loro, i nerazzurri. A San Siro si giocò il 3 novembre, in un clima teso e drammatico. Il Borussia non aveva voluto scendere a Milano, si era acquartierato in periferia, aveva preteso, ed ottenuto, una nutrita scorta di Polizia temendo chissà quali rappresaglie da parte dei tifosi italiani. Timori ridicoli, come dimostrarono i fatti. Le... rappresaglie vennero da parte dei nerazzurri che stravinsero per 4-2 un incontro indimenticabile. Jupp Heinckess, stella del Borussia '71 Peppino Prisco: grazie a lui Inter qualificata agli ottavi!Segnò per primo Bellugi, con una irresistibile proiezione offensiva. Raddoppiò Boninsegna; il solito Le Fèvre accorciò le distanze, ma alla ripresa del gioco andò subito a segno Jair. Gran bordata di Wittkamp e rete finale di Ghio, subentrato a Jair a pochi minuti dal termine. Quattro a due, durissima sconfitta per i campioni di Germania, nel frattempo divenuti celeberrimi anche in Italia. E Netzer, il gigante biondo che in Nazionale contendeva a Overath il ruolo di regista; e Bonhof, il centrocampista dal tiro micidiale; e il mastino Vogts; e la punta di diamante Heynckes; e l'ala belga Le Fèvre; e il regista Wimmer alla vigilia erano temuti come altrettanti spauracchi. Invece...

Ma si doveva giocare ancora la partita... di andata, quella annullata dall'UEFA. Forte di due reti di vantaggio, l'Inter scese in campo molto sicura di sé il primo dicembre, nel maestoso Stadio Olimpico di Berlino Ovest, in una serata rigida e nebbiosa. Fu il trionfo di Ivano Bordon, il portierino appena ventenne, che prese il posto del titolare Lido Vieri.

A proposito di Bordon: la sera della vigilia, nell'albergo dell'Inter, si sparse il terrore. Invernizzi, verso le 20,30, piombò nella sala da pranzo sconvolto dicendo: "Ho perso Bordon!". Febbrili ricerche, disperazione, Bordon non si trovava. Poi a qualcuno venne in mente di dare un'occhiata nella camera da letto di Bordon: e lo trovò beatamente addormentato... Era un ragazzo, era una riserva, sapeva già che avrebbe dovuto giocare contro i draghi del Borussia: e se la dormiva, sereno come un bambino fra le braccia della mamma... Non dormì però la sera dopo, quando il Borussia si scatenò contro la sua rete. Ma Bordon parò tutto, compreso un calcio di rigore di Sielof, decretato, a sorpresa dall'arbitro inglese Taylor, severo fino alla esagerazione! Finì zero a zero, artefice primo Bordon, davanti al quale Bellugi, Facchetti, Giubertoni e Burgnich (che giocava libero) eressero un'autentica diga.

E gli articolati contropiede di Mazzola e Boninsegna fecero tremare più volte il portiere Kleff.

  

 

 

 

 

BERLINO, 1 DICEMBRE 1971

Berlino 1971, quando Bordon parò il «caso lattina»

Si giocò proprio a Berlino la ripetizione della famosa sfida della lattina contro il Borussia Moenchengladbach. L' Inter strappò un pareggio (0-0) grazie al suo portiere che parò un calcio di rigore. E quel giorno Prisco fu insultato da tutto il pubblico tedesco

 

Ancora qui, trent' anni dopo la qualificazione in coppa delle Fiere con l' Hertha, che a Berlino aveva vinto 1-0. Ma soprattutto 29 anni dopo la ripetizione della sfida con il Borussia Moenchegladbach, coppa dei Campioni. Quella passata alla storia come la partita della lattina. Era il 1° dicembre 1971, secondo turno. La lattina, in realtà, aveva colpito Roberto Boninsegna il 20 ottobre, lanciata da chissà chi in tribuna allo stadio di Moenchengaldbach. E questo permise di cancellare una delle sconfitte più pesanti nella storia dell' Inter, 7-1. «Ma l' episodio accadde sul 2-1 - ricorda Giacinto Facchetti, capitano di quella squadra e adesso dirigente di quella di Tardelli - e da quel momento non ci fu più gara. In campo pensavamo a quanto sarebbe successo dopo. C' era chi pensava già alla ripetizione, chi contava sul 2-0 a tavolino, chi addirittura non voleva più giocare». «Non fu una vera partita - concorda Lele Oriali, l' attuale direttore tecnico che allora aveva 19 anni -. Dopo l' uscita di Boninsegna, autore del nostro gol, non c' eravamo più con la testa». Il 7-1 maturò in quel contesto irreale, anche se nessuno nasconde che il Borussia aveva schiacciato l' Inter nella sua area fin dai primi minuti di gioco. Fu ovviamente l' avvocato Prisco a occuparsi del ricorso all' Uefa. «Il massimo che ottenni fu la ripetizione della gara, perché la vittoria a tavolino non era ancora prevista dai regolamenti. Ma in fondo fu meglio così, perché quella partita fu fondamentale per la carriera di Ivano Bordon». Nel frattempo si giocò il ritorno, divenuto l' andata, e a San Siro l' Inter s' impose 4-2. Per la ripetizione fu stabilito di giocare sul «neutro» di Berlino (sempre Germania era), all' Olympiastadion, proprio dove l' Inter torna stasera. «Si giocò con una tensione incredibile - ricorda Facchetti -. Loro erano furibondi per la cancellazione del risultato. Ma noi sentivamo l' impegno morale di dimostrare che quel 7-1 era falso. Eravamo tutti molto nervosi». Anche perché «allo stadio c' erano migliaia di nostri emigrati - aggiunge Ivano Bordon, grande protagonista di quella partita -. E più che Borussia-Inter sembrava di giocare Germania-Italia». «La tensione era stata alimentata dai tedeschi - racconta Peppino Prisco tutto divertito sull' aereo che lo riporta a Berlino -. Ce l' avevano soprattutto con me, mi chiamavano "il mafioso", per via del ricorso. Un giornale aveva titolato: "L' arma in più dell' Inter è un mafioso". Oltretutto ero completamente solo, perché Fraizzoli era dovuto rientrare a Milano al capezzale della madre. Eppure ostentavo provocatoriamente una sciarpa tricolore: ricordo che per tutta la partita mi tirarono addosso mozziconi di sigarette accesi». Anche quella volta il Borussia travolse i nerazzurri fin dal fischio d' inizio. «Per capire quanto eravamo costretti in difesa basti pensare che il fallo del rigore, dopo un quarto d' ora, lo fece Mazzola», dice Prisco. L' episodio chiave lo racconta il protagonista, Bordon, che allora aveva vent' anni e stava prendendo il posto di Lido Vieri: «Sul dischetto va Sieloff, che mi aveva già segnato su rigore all' andata. Aveva tirato a sinistra, così decido di buttarmi da quella parte. Prima però faccio un mezzo passo a destra, lui abbocca e io blocco in due tempi». «Bordon fu l' eroe di Berlino», sentenzia Facchetti, il cui amarcord continuerebbe fino a Rotterdam, dove l' Inter perse 2-0 in finale con l' Ajax. Oggi l' eroe di Berlino è ancora qui, come preparatore dei portieri dell' Inter. Il suo primo allievo è Sebastien Frey, che ha vent' anni proprio come lui allora. «Seba ha personalità, grandi qualità e molti margini per migliorare ancora». E se l'Olympiastadion diventasse fondamentale anche per la sua carriera? Stavolta l' avvocato Prisco, stanco di soffrire, non sa se augurarsi di sì o di no. Luca Curino Così andò il 1° dicembre 1971 Ecco il tabellino di quel famoso Borussia Moenchengladbach-Inter, giocata sul campo neutro di Berlino, il 1° dicembre 1971, valida per il secondo turno della Coppa dei Campioni.

http://archiviostorico.gazzetta.it/2000/novembre/21/Berlino_1971_quando_Bordon_paro_ga_0_0011219189.shtml?refresh_ce-cp

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La stagione seguente, l'en plein. Archiviati campionato e coppa d'Olanda (3-1 all'ADO), l'Ajax elimina Dynamo Dresda, Olympique Marsiglia, Arsenal, Benfica e conquista al De Kuip, lo stadio del Feyenoord, la sua seconda Coppa dei Campioni consecutiva.

L'Inter non è più lo squadrone leggendario dei tempi di Herrera. Arriva alla finale dopo vicende assai rocambolesche come la "partita della lattina" di Mönchengladbach (che il Borussia aveva stravinto 7-1) e, in semifinale, dopo 210' senza gol, la vittoria sul Celtic ai rigori. Nell'ultimo atto, l'infortunio di Giubertoni dopo neanche un quarto d'ora costringe il tecnico interista Invernizzi a rivedere la difesa. I suoi resistono un tempo, il non ancora ventenne Oriali fa l'impossibile per contenere Cruijff, ma non c'è niente da fare: troppo forte quell'Ajax per l'Inter, troppo forte Cruijff per Oriali. Il numero 14 gli scappa due volte, e sono due gol. Quelli decisivi. Il primo arriva, al 48', su papera di Bordon che in uscita alta si scontra con Frustalupi, lasciando all'olandese la porta sguarnita e la più facile delle occasioni. Il secondo, al 77', incornando in splendida elevazione una punizione calciata da Keizer quasi all'altezza della bandierina di sinistra. È una gara senza storia, sia chiaro, ma la fortuna aiuta gli "ajacidi", perché lo spiovente da cui nasce il vantaggio nasce da un rimpallo perso banalmente dai nerazzurri. A quel punto l'attacco interista, votato esclusivamente al contropiede, è una pallottola spuntata.

 

 

 Generazione di fenomeni

Non c’è solo Cruijff, fuoriclasse straordinario, nel Grande Ajax della prima metà degli anni Settanta. Alcuni sono campioni veri, altri quasi. In ogni caso, atleti straordinari.

HEINZ STUY (portiere, 6-2-1945) – Non un fenomeno tra i pali, scalza il più «tradizionale» Gerrit (Gert) Bals, perché sa stazionare al limite dell’area dove svolge le funzioni di libero aggiunto. Alto e prestante (1,88 m per 85 kg), è l’unico «ajacide» dell’epoca a non vestire mai l’arancione.

WIM SUURBIER (terzino destro, 16-1-1945) – Nelle giovanili era nato ala sinistra, poi retrocede a terzino e, con l’esplosione di Krol, cambia fascia. Sa fare tutto: difende, imposta, crossa e segna.Risultati immagini per ajax rotterdam 1972

VELIBOR VASOVIC (libero, 3-10-1939) – Dà ordine alla difesa ed è infallibile dal dischetto. Fortissima personalità, a Wembley alza da capitano la Coppa dei Campioni del ’71.

BARRY HULSHOFF (difensore centrale, 30-9-1946) – Una montagna d’uomo (1,92 m per 82 kg), domina di testa e non è male coi piedi. Incontrista temibile e generoso, incappa spesso in infortuni. In Nazionale, 14 presenze e 6 reti. Tante per un attaccante, incredibili per un centrale difensivo.

RUUD KROL (terzino sinistro, 24-3-49) – La classe fatta difensore. Come Suurbier dall’altra parte, sa fare bene tutto. A fine carriera, si ricicla da libero con risultati straordinari. È l’ultimo a lasciare l’Ajax. Poi sverna nella Nasl, al Napoli e ai francesi del Cannes.

ARIE HAAN (centrocampista, 16-11-1948) – Lento di passo, ha la «castagna» da fuori e buon senso tattico. A Monaco ’74 Michels lo impiega addirittura da libero. 35 partite e 6 gol in Nazionale.

 JOHAN NEESKENS (centrocampista, 15-9-1951) – Il calciatore totale per antonomasia. Nella categoria, l’unico superiore a Tardelli. Falcata e tiro irresistibili, fondo, grinta, senso del gol. Da ragazzino, furoreggia nel baseball. Nel ’74-75 raggiunge al Barcellona il «gemello» Cruijff.

GERRIE MUHREN (interno sinistro, 2-2-1946) – Mancino, buona tecnica, sa cucire il gioco e interdire. Per motivi personali, un figlio malato, salta il mondiale del ’74. In arancione, 10 gettoni.

JOHNNY REP (centravanti/ala, 25-11-1951) – AImmagine correlatattaccante completo, per la foga e l’incredibile mole di lavoro, talvolta spreca troppo. Carattere pepatino e lingua lunga, «digerisce» a fatica l’ingombrante personalità di Cruijff. 12 gol in 42 partite coi Tulipani.

JOHAN CRUIJFF (attaccante, 25-4-1947) – Grandissimo in campo e in panchina. Con entrambi i club della sua vita, l’Ajax e il Barcellona. La tecnica sposata alla velocità. Profondo conoscitore del gioco, ha il difetto di ritenersi infallibile. Alza da capitano la Coppa dei Campioni ’72-73.

PIET KEIZER (ala sinistra, 14-6-1943) – Bandiera dell’Ajax, mancino puro, grande realizzatore (146 reti in 365 gare di Eredivisie). Due gravissimi infortuni e una certa incompatibilità caratteriale con Cruijff ne condizionano una carriera comunque di altissimo livello. Capitano a Rotterdam ’72.

NICO RIJNDERS (difensore/centrocampista, 30-7-1947) – Mediano difensivo, 8 volte nazionale. Inesauribile incontrista, trasferitosi al Bruges, morirà durante una partita, colto da un infarto.

HORST BLANKENBURG (difensore centrale, 10-7-1947) – Tedesco arrivato nel ’70 dal Monaco 1860, in patria rischia una lunga squalifica per una storia mai chiarita di partite truccate. Nasce mediano, poi Kovacs ne fa l’erede di Vasovic. È suo il cross per il gol di Rep che condanna la Juve nel ’73.

SJAAK SWART (ala destra, 3-7-1938) – Idolo dei tifosi per le funamboliche giocate sull’«out» di destra, sotto rete non perdona: 165 gol in 463 gare di campionato con l’Ajax, 10 su 31 in Nazionale.

DICK VAN DIJK (centravanti, 15-2-1946) – Ariete un po’ grezzo sul piano tecnico, segna il gol che sblocca il risultato a Wembley nel ’71. In Nazionale, 7 presenze e una rete.

(Christian Giordano)

 

 

 

 

 

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LADY RENATA

 

Risultati immagini per lady renataSANTA MARGHERITA - E' di nuovo pimpante, Lady Renata Fraizzoli, Nostra Si­gnora di San Siro. La presiden­tessa dell'Inter. I giornalisti l'hanno paragonata a una mo­della di Tiffany per i preziosi gioielli che sfoggia con disinvol­tura. Accetta il complimento ma rifiuta l'intervista.
" Guardi - dice cortese ma ge­lida - che se è venuto qui con la speranza di farmi parlare per­de il suo tempo. Io con i giornalisti non parlo da mesi anche se continuo a leggere il mio no­me sul giornale ".
- Dispiaciuta signora?
" Senta, quando incontro Al­berto Zardin della "Gazzetta" gli chiedo cosa ho detto a mia ma­dre mercoledì scorso ".
- Non capisco signora.
" Ebbene sulla "Gazzetta dello sport" ho letto che io avrei det­to a Mariolìno Corso di non im­pegnarsi con nessuno perché l' Inter è a sua disposizione ".
- Tutti sanno che lei ha un debole per Mariolino. Non aveva forse detto al Circolo dell'Inter che vale più un quarto d'ora di Corso di un'ora e mezza di Domenghini?

" Ma sulla "rosea" c'era pure scritto che io avevo incontrato i coniugi Corso alle "Colline Pi­stoiesi" ".
- Da Pietro Gori si mangia bene...
" Ma io non vado alle "Colline" da parecchio tempo, e non vedo Corso dal maggio dell'anno scorso
Mi sembra di averlo incon­trato a San Siro in occasione di una partita di Coppa Italia. Ho rivisto di recente la signora Enrica e a momenti nemmeno la ri­conoscevo perché dopo l'opera­zione è diventata bruna e le han­no tagliato pure i capelli".
- Dire che lei rivorrebbe Cor­so nello staff dell'Inter non è cer­to un'offesa.
" Ma scrivere che io l'ho in­contrato alle "Colline Pistoiesi", non è scrivere la verità. Una volta ì giornalisti prima di pubblicare una notizia la controllavano, og­gi non succede più. E a me que­sto genere di giornalismo non piace. Per questo da tempo non rilascio più dichiarazioni ai gior­nali. Così non ho da pentirmene".
Interviene il dottor Ivanhoe: " E' vero, cara, che dopo ogni in­tervista ti sei dovuta pentire di averla rilasciata perché il tuo pensiero è stato travisato. Però Domeniconi è un amico, ti pre­go Nana, digli qualcosa ".
Lady Renata scatta come se fosse Boninsegna: "Un amico Do­meniconi? Non ti ricordi, Ivan­hoe, che ti avevo ritagliato un suo articolo che aveva come tito­lo: "Fraizzoli è un pollo!". Ti ave­vo pure detto: Ivanhoe perché non vai a San Siro con un pollo al guinzaglio? ".
Cerco di difendermi:
- Non potete negare che in passato qualche volta avete sba­gliato gli acquisti...
" Ne abbiamo sbagliati tanti, tantissimi - ribatte il presiden­te -. Ma lei non ha mai sbaglia­to un articolo? ".
- Tanti, presidente, tantis­simi...
" Di noi però si ricordano solo gli acquisti sbagliati, mai quelli indovinati. Non mi sembra giu­sto ".
- Avete dato via Bellugi che a Bologna è tornato in Naziona­le e ora dovete arrangiarvi con Gasparini che sembra più un hippy che uno stopper.

Riprende la Lady: " Mio mari­to ha spiegato tante volte che Bellugi non è stato ceduto per motivi tecnici. Come giocatore non è mai stato discusso. A vol­te il matrimonio guasta un uo­mo ".
- Cosa intende dire, gentile signora?
" Lui forse si era un po' mon­tata la testa! Aveva accanto una bella donna, ma poco chic. Ri­cordo che una sera l'ho conosciu­ta al Circolo. D'accordo la gio­ventù, ma a una signora non si addice la minigonna, insomma è un abbigliamento da ragazzina ".
- Qual è la moglie che preferisce?
" La signora Bordon. Che ra­gazza fine e di classe! ".
- Forse per questo Bordon è tornato titolare...
La Lady non raccoglie. Ivan­hoe cerca un'automobile per an­dare sul lungomare a fare la pas­seggiata del convalescente: " Il dottore - spiega - mi aveva or­dinato un po' di riposo dopo l'o­perazione di ernia. Ma per le fe­ste sono rimasto a Milano per­ché mio padre mi ha insegnato che bisogna dare l'esempio agli operai ".
- Anche gli operai adesso han­no diritto alle vacanze invernali.
" Ma noi a fine anno abbiamo i bilanci. La mia presenza era in­dispensabile, così sono rimasto a Milano. Ma ora voglio godermi un po' questo bel sole della ri­viera ligure ".
Il cavalier Franco Manni fa il gioco del cronista: " Domeniconi ha la macchina, vi accompagna lui ".
Così Ivanhoe Renata e Lady Fraizzoli prendono posto sull' automobile del " Guerino ". Scen­diamo nel viale e il presidente propone: " Andiamo a mangiare la focaccia. Conosco un presti­naio in un vicoletto ".
Va a far spesa, la signora Re­nata. Mentre la aspettiamo passa un signore distinto che non ci de­gna di uno sguardo.
" Non mi ha riconosciuto - fa Ivanhoe - eppure eravamo mol­to amici. Come è cambiato e co­me è invecchiato. Quando incon­tro qualcuno e Io trovo invec­chiato poi penso: chissà lui co­me avrà trovato cambiato me. Perché purtroppo si cambia, si invecchia ".
- E' la legge della vita, pre­sidente.
"Che brutto, invecchiare. Quan­do ero giovane venivo qui a San­ta Margherita e facevo pesca su­bacquea. Sono stato uno dei pri­mi sub: è un'esperienza bellissi­ma. Il mondo sommerso è un mondo fantastico. Compravo la focaccia e andavo in barca con la tuta e le pinne ".
Arriva la signora con la focaccia: " Adesso la fanno an­che a Milano, ma questa è diver­sa. A Milano la fanno troppo al­ta e con poco olio. Per mangiare la vera focaccia bisogna venire qui. A me piace pure andare a mangiare la pizza da Alfonso, an­che se la vera pizza si mangia a Napoli ".
Andiamo a prendere l'aperitivo da "Colombo": " E' il bar più an­tico di Santa Margherita " spiega il presidente. Il dottor Ivanhoe pensa al fegato e sceglie l'Aperol. La Lady chiede un "Carpano", si vede versare un "Punt e Mes" e commenta: " Evidentemente non sanno che tra il Carpano e il Punt e Mes c'è una certa diffe­renza. Mescolando Carpano e Punt e Mes si forma un aperitivo squisito che si chiama Milano-To­rino ".
Il cameriere ha udito tutto. To­glie il Punt e Mes e versa il Car­pano gradito alla signora.
" Molto gentile, ribatte, ma non era il caso. Andava bene anche il Punt e Mes ".
L'aperitivo fa riprendere la con­versazione:

 - Signora, perché le squadre milanesi non vanno più bene co­me una volta?
" Perché anche nel calcio ci so­no i cicli e perché è difficile la­vorare a Milano. Comunque l'ultimo scudetto l'abbiamo vinto noi dell'Inter ".
- Quando l'avvocato Peppino Prisco fece mandar via Heriberto per la lite della sigaretta. A proposito: perché l'avvocato se­gue meno l'Inter che in passato? Ha perso la fiducia pure lui?
" Ha il figlio militare negli al­pini. E dice che forse sarà un pa­dre all'antica ma se il ragazzo non viene in licenza a Milano va lui a trovarlo in caserma".

- Torniamo allo scudetto. Ave­te lasciato Invernizzi però in se­guito il "mago di Abbiategrasso" non si era comportato bene con voi. Adesso ho letto che ha rifiu­tato l'Avellino perché suo marito l'avrebbe pregato di tenersi pron­to per l'Inter.
Spiega Manni: " Il presidente dell'Avellino Japicca ha parlato proprio dell'Inter e forse Inver­nizzi gliel'ha detto davvero, ma era solo per trovare una scusa. In­vernizzi è l'unico allenatore li­bero, è sicuro di sistemarsi pre­sto in serie A, non gli conve­niva accettare l'Avellino e così ha tirato in ballo l'Inter. Ma non c'è nulla di vero ".
- E sul ritorno di Corso, co­sa può dire, presidente?
Fraizzoli è preciso: " Le giuro che tutto quello che so l'ho appre­so dai giornali. Sui giornali ho letto che Corso vorrebbe tornare all'Inter per insegnare il calcio ai giovani. Se è così Mariolino non ha che da dirmelo e lo accolgo a braccia aperte. Un posto nel settore giovanile glielo trovo su­bito. Del resto è tradizione del­l'Inter tenere nel proprio seno i giocatori-bandiera ".
- Mazzola farà il presidente?
" Per ora Sandrino ci serve co­me giocatore ".
- Da quanto tempo non vede Herrera?
" Dall'anno scorso a Venezia quando giocammo in amichevole a Treviso ".
- Non lo sente nemmeno a Radio Montecarlo?
" Parla troppo presto. Non mi sveglio certo alle 7,30 per senti­re il "Mago" che commenta il campionato di calcio ".
- Masiero dimostrò di saper sostituire degnamente Herrera. Perché è tornato a fare l'allena­tore in seconda?
"Bisognerebbe chiederlo a lui".
- Lei cosa dice?
" A me sembra che Masiero sia troppo grasso anche se mi è sim­patico proprio perché è paciocco­ne. Era robusto anche quando giocava ma Manni mi ha detto che adesso l'Enea è capace di mangiarsi tre piatti di pastasciut­ta. Al Miramare l'altro ieri sera ha protestato con il cameriere dicendo che la porzione di pesce era troppo piccola. Eppure pare che gli avessero portato una cer­nia gigante... ".
Si torna a parlare di giornali. E Fraizzoli la pensa come il "Guerino": le gazzette milanesi hanno contribuito ad affossare il Milan e l'Inter.
" Non sai più come comportar­ti. - si sfoga il presidente - Se parli con uno, si offende l'al­tro. Se poi parli anche con l'al­tro si offende il primo che spe­rava nell'esclusiva. Ricorda l'at­tacco di Ormezzano su "Tuttosport" quando sono stato inter­vistato in "Gazzetta"? Ma io mica ero andato alla "Gazzetta" per mettermi in vetrina. Un giorno mi aveva telefonato il direttore Griglie supplicandomi di dire qualcosa sull'Inter perché il Tour era finito e non sapeva come riempire il giornale ".

- E lei milanese col " coeur in man "...
" Io ho risposto: direttore, sto uscendo di casa perché devo an­dare da un avvocato che ha lo studio nei pressi di Piazza Cavour. Poi posso fare un salto da lei così ci conosciamo visto che ci siamo sentiti solo per telefo­no. Sono andato mi ha fatto in­tervistare da Maurizio Mosca (che ora a quanto mi risulta potreb­be anche diventare direttore) e gli altri si sono offesi, a comin­ciare dal "Corriere della sera" ".
- Presidente qual è il giornale che preferisce?
Interviene Lady Renata: " Glielo dico io: il "Giornale" di Mon­tanelli perché ha solo una pagina di sport ".
- Comunque poi avete rinun­ciato a querelare il " Corriere di informazione "...
" Perché dopo la lettera dell'av­vocato hanno pubblicato la lette­ra di rettifica. Io quella frase ("Oh la Madona" dopo un enne­simo errore di Libera n.d.r.) non l'avevo mai pronunciata. Non fa parte del mio linguaggio ".
- La frase di Gian Antonio Stella voleva solo essere una bat­tuta.
" Comunque io non l'avevo nemmeno letta, perché quel giornale lo apro solo per leggere l'ul­tima pagina, quella della televi­sione e del cinema. Il resto non lo guardo nemmeno ".
- Speriamo che lo guardi suo marito. Ci sono tante belle ragaz­ze... Tornando a bomba, se lei ri­cevesse con più frequenza la stampa certi equivoci non sorge­rebbero. Ad esempio Edgarda Ferri...
" Non mi ricordi quell'articolo su "La Stampa". Per fortuna mia madre non l'ha Ietto. Se l'imma­gina cosa avrebbe potuto pensa­re leggendo la storiella dei qua­dri che vanno e vengono in occa­sione delle campagne acquisti del­l'Inter? ".
- Non avete più fatto pace?
" Mi ha scritto una lunga let­tera, - interviene il marito - e mi ha spiegato che era scocciata perché non l'avevamo ricevuta. Ero stato io comunque a scriver­le, perché dal fratello di latte di mio padre che è di Mantova (e io sono legato alla città di Virgi­lio, i primi monumenti che ho vi­sto li ho visti a Mantova) mi ave­va mandato un libro su Mantova dove ci diceva che quella man­tovana era una razza gagliarda e onesta ".

 


- Ebbene?
" La prefazione era firmata pro­prio da Edgarda Ferri che, l'ho saputo dopo, è di Goito. Allora ho scritto alla Ferri dicendo che prima di conoscere lei anch'io la pensavo così sui mantovani, ma dopo avevo dovuto cambiare idea. Secondo me non si possono scri­vere cose del genere con tanta leggerezza. Invece non si control­lano le notizie proprio perché tutto serve a creare polemiche e quindi a far vendere giornali ".
- Parliamo di calcio, signora. Chi vincerà lo scudetto?
" Il Napoli a San Siro non mi è sembrato molto forte. Manni che se ne intende dice che alla fine del primo tempo potevamo vincere per tre a zero ".
- Qual è l'allenatore che com­piange di più?
" Mazzone. Poteva rimanersene tranquillo ad Ascoli Piceno. Chi gliel'ha fatto fare di andare a Fi­renze dove era fallita tanta gen­te più famosa di lui ".
- Qual è secondo lei la squa­dra-rivelazione del campionato?
" II Cesena. Ma i risultati de­vono stupire sino a un certo pun­to. II Cesena ha il grande Frustalupi ".
- Prima l'aveva l'Inter...
" E con noi Frustalupi ha sba­gliato una sola partita, quella di Rotterdam ".
- Allora perché l'avete dato via?
" Perché a volte una cessione è indispensabile per avere un cer­to giocatore ".
- Lo so, la Lazio non vi avreb­be dato Massa. Ma Peppiniello Massa a Milano ha fatto ridere i polli. Gianni Brera era stato co­stretto a consigliargli di tornare a Napoli a fare il pizzaiolo...
" E io le dico invece che a Mi­lano Massa è stato distrutto dal­la stampa. Ricordo che non ave­va più il coraggio di aprire i giornali. Se li faceva leggere dal­la moglie. Ragazzo sensibile era come traumatizzato ".
- Dunque questa stampa è pro­prio così cattiva?
" Glielo dirò quando avrò letto quello che scriverà di me. Anzi la prego di non scrivere niente! "

 

 

 

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MARIO BERTINI

Quando pensiamo all'Italia del Mondiale del 1970 la nostra mente va inevitabilmente all'epica sfida Italia-Germania 4-3 ed alla successiva finale dove il formidabile Brasile di Pelé ha annichilito la stanca formazione allenata da Valcareggi. Nel mezzo ci possiamo ricordare della faRisultati immagini per mario bertini getty imagesmosa staffetta tra Rivera e Mazzola, della coppia gol Boninsegna-Riva e solo in misura inferiore degli altri componenti di tale indimenticabile formazione.

Tra di essi merita una citazione il mediano degli azzurri Mario Bertini, in assoluto uno dei centrocampisti più completi dell'epoca ed elemento insostituibile nello schieramento tattico del commissario tecnico.

La sua crescita calcistica avviene nella natia Toscana, dove si fa le ossa dapprima a Prato in serie C, dove vince il campionato  e successivamente ad Empoli, dove gioca una sola stagione (1963/1964) mettendo in piena mostra tutte le sue doti di centrocampista, realizzando inoltre 7 reti nelle 31 partite disputate.

Del suo talento si accorge la Fiorentina che decide di acquistarlo per la stagione successiva, volendo in tal senso inserire una forza fresca nel proprio settore mediano.

Bertini si mette in mostra come un elemento di grande sostanza, in grado di garantire un ottimo contributo in termini di fisicità e corsa.

In un'epoca nella quale i mediani devono garantire soprattutto copertura, il centrocampista nativo di Prato eccelle in pieno in tale mansione.

Altresì è dotato di buone qualità tecniche, associate ad un piede destro molto preciso e potente che lo rende insidioso nelle conclusione dalla media-lunga distanza.

Tale dote, unita alla precisione nei calci piazzati (soprattutto i rigori), permette a Bertini di segnare con buona continuità, elevando di molto la sua importanza all'interno della squadra.

Durante la sua militanza nella Fiorentina affina maggiormente le sue qualità, maturando quell'esperienza e quell'acume tattico che lo renderanno papabile anche per la nazionale.

In maglia viola conquista una Coppa Mitropa ed una Coppa Italia, entrambe nella stagione 1965/1966. Bertini lega il suo nome soprattutto al secondo trofeo: è proprio un suo gol al 109' minuto a garantire il successo alla formazione toscana nella finale contro il Catanzaro, dopo che i tempi regolamentari si erano chiusi sul risultato di 1-1.

Nella stessa estate ha la possibilità di esordire in maglia azzurra in un'amichevole contro il Messico giocata proprio a Firenze.

Successivamente viene aggregato alla disastrosa spedizione del Mondiale in Inghilterra, nel ruolo di "apprendista" al pari di Gigi Riva.

Dopo l'esonero del commissario tecnico Edmondo Fabbri, viene nominato Ferruccio Valcareggi che decide di convocare Bertini nel 1967, durante le qualificazioni per il successivo Europeo.

Il centrocampista toscano risulta decisivo nella sfida contro la Romania, segnando la rete che garantisce agli azzurri un'importante vittoria in trasferta a Bucarest.

Valcareggi lo convoca ancora per la gara persa 3-2 contro la Bulgaria a Sofia, ma decide di non includerlo nei 22 che 2 mesi dopo vinceranno in casa l'ambito trofeo continentale.

Il commissario tecnico stima molto Bertini, ancora di più quando nella stessa estate il centrocampista passa all'Inter, dopo 4 stagioni molto positive nella Fiorentina.

Il neo interista viene subito convocato per le amichevoli e le partite di qualificazione che la nazionale disputa in vista dei Mondiali che si terranno in Messico.

Proprio in un'amichevole contro la squadra messicana va a segno per la seconda ed ultima volta in nazionale, realizzando la rete che vale il pareggio per 1-1.

Nel frattempo diventa un perno del centrocampo nerazzurro, segnando addirittura 11 reti nella sua prima stagione agli ordini prima di Alfredo Foni e successivamente di Maino Neri.

Tali segnature sono favorite anche dal suo ruolo di rigorista, a conferma della sue qualità tecniche e della sua personalità.

La stagione successiva la squadra ora allenata dal paraguaiano Heriberto Herrera arriva seconda alla spalle del sorprendente Cagliari di Manlio Scopigno, che porta in Sardegna il primo e finora unico scudetto rossoblù.

Bertini gioca un'ottima stagione, che gli vale la convocazione per il Mondiale, nonché il ruolo di mediano titolare durante tutta la rassegna.

Le sue prestazioni sono encomiabili soprattutto nella famosa semifinale contro la Germania, quando per buona parte della partita si trova a sorpresa a marcare un Uwe Seeler schierato in una posizione arretrata.

Bertini svolge in pieno il suo compito, finendo sfinito al termine di un incontro giocato in condizioni ambientali davvero al limite dell'umana sopportazione data l'altitudine.

Nella sfida finale contro il Brasile, l'Italia, in evidente difficoltà fisica, adotta rigide marcature ad uomo affidando le cure del temutissimo Pelé inizialmente proprio a Bertini.

Successivamente il quadro tattico cambia e O'Rey viene marcato da Burgnich, proprio quando lo strapotere fisico e tecnico dei sudamericani viene fuori, sancendo il 4-1 finale.

Il centrocampista dell'Inter abbandona la contesa al 74', dopo la solita gara grintosa in mezzo al fantasioso centrocampo della Seleçao.

Per Bertini la consolazione arriva con la maglia dell'Inter nella stagione 1970/1971, quando la compagine milanese, allenata da Giovanni Invernizzi, compie una clamorosa rimonta ai danni dei "cugini" del Milan, vincendo l'undicesimo scudetto della sua storia.

Decisivo in tal senso è il cambio di allenatore, con il già citato Invernizzi che subentra al mai apprezzato Heriberto Herrera, donando nuove motivazioni alla squadra.

Anche nelle successive stagioni il centrocampista toscano garantisce buone prestazioni, prendendo parte alle qualificazioni per l'Europeo, chiusesi con l'eliminazione per mano del Belgio.

La sconfitta per 2-1 a Bruxelles è proprio l'ultima partita giocata da Bertini in nazionale, lasciata dopo 25 presenze.

A livello di club arriva con l'Inter in finale di Coppa dei Campioni nella stagione 1971/1972, dovendosi arrendere alla superiorità dell'Ajax ed alla doppietta del "profeta del gol" Johan Cruijff.

Con la maglia dell'Inter gioca fino al 1977, garantendo in ogni occasione il solito apporto in termini di grinta ed intelligenza tattica, ma cedendo progressivamente il posto a Gianpiero Marini ed a Gabriele Oriali.

Non manca però di dare il suo contributo in termini di reti, come dimostra questa suo famoso gol realizzato contro la Juventus con un gran destro dalla distanza.

Lascia Milano dopo 210 presenze in campionato e ben 31 reti, a riprova del fatto che le sue doti non sono limitate al semplice gioco di incontrista.

La sua ultima stagione da calciatore la gioca a Rimini in Serie B, dove mette a disposizione tutta la sua esperienza per garantire la salvezza alla formazione romagnola.

Grinta, abnegazione e qualità hanno fatto di Mario Bertini uno degli elementi più affidabili del suo periodo, rompendo in parte il luogo comune che vuole i mediani tignosi e poco dotati dal punto di vista tecnico.

Nel suo ruolo il giocatore toscano ha dato prova di ottime qualità, che lo hanno reso insostituibile nella Fiorentina, nell'Inter ed anche nella nazionale.

Tra gli indimenticabili protagonisti del Mondiale del 1970 anche Bertini merita una citazione, a fianco dei soliti tormentoni...

Giovanni Fasani

http://allafacciadelcalcio.blogspot.it/2016/06/mario-bertini.html

 

 

 

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Fraizzoli cominciò allora un’intelligente e mirata opera di rifondazione, affidandosi al duo Mazzola (ritiratosi al termine della stagione 1976/77) – Beltrami (giovanissimo manager proveniente dal Como) e programmando in tre anni uno scudetto che puntualmente arrivò nel ’79-’80: era l’Inter di Beccalossi e di Altobelli, nella quale Marini, Bordon e Oriali erano ormai dei veterani. Tutti comandati dal sergente di ferro Eugenio Bersellini in panchina.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Dalla stagione 1979/80 il logo comincia a comparire anche sulle maglie e il primo ad avere tale onore è ancora uno stemma che rompe con la tradizione: uno scudetto con due strisce nerazzurre trasversali, con un biscione bianco,dal collarino nerazzurro al centro, non più nella classica posizione attorcigliata verticale con l’omino in bocca, ma dai lineamenti più simpatici e raffigurato in transito, e, in alto a sinistra, la stella. Dal 1990 al 1998, invece, si ritorna allo stemma usato fino al 1979, più piccolo e sormontato da una grossa stella.

http://www.sportmain.it/2014/07/09/la-storia-del-logo-dellinter-dai-colpi-di-pennello-alle-stelle-rubate/

 

 

 

La sessione di calciomercato estiva vede i campioni in carica del Milan che prendono il giovane centrocampista Romano dalla Reggiana, la Juventus prende 3 giovani dell’Atalanta (Marocchino, Prandelli e Tavola), l‘Inter prende Mozzini in difesa e Caso a centrocampo, il Napoli si rinforza con l’ala Damiani, il difensore Bellugi, il mediano Guidetti e l’attaccante Speggiorin. Il colpo più clamoroso però lo fa il Perugia che ingaggia, in prestito dal retrocesso Vicenza, Paolo Rossi.

 La partenza è a favore dell’Inter che, dopo la 1° giornata, è l’unica squadra ad aver vinto; dopo essere stata agganciata la squadra nerazzurra, alla 4° giornata, torna solitaria in testa, laureandosi poi campione d’inverno con 1 giornata d’anticipo.

 Alla 17° giornata il Milan, unica vera inseguitrice dei nerazzurri, perde ad Avellino e l’Inter. vittoriosa sull’Udinese. scappa a +5. Alla 22° i nerazzurri vincono il derby ed allungano a +8.

 Il 23 marzo, alla fine della 24° giornata, avviene un fatto clamoroso: la polizia arresta dei calciatori tra i quali molti di Serie A (tra questi Giordano, Paolo Rossi e Albertosi) che vengono accusati di scommesse clandestine e di truffa ai danni di Massimo Cruciani, un commerciante romano di frutta all’ingrosso. Cruciani era fornitore di frutta per un ristorante romano (“Le Lampare“, di proprietà di un certo Alvaro Trinca) e qui è entrato in contatto con alcuni calciatori della Lazio, di cui 4 (Cacciatori, Giordano, Manfredonia e Wilson), gli avrebbero assicurato la possibilità di truccare i risultati delle partite, per poter così scommettere e guadagnare forti somme di denaro.

In molti casi però le combine non hanno funzionato e Cruciani si è ritrovato sommerso di debiti e così il commerciante romano si è deciso a denunciare il tutto alla Procura della Repubblica. Parte quindi un processo che, dopo il secondo grado alla CAF, dà questi verdetti: Milan e Lazio retrocesse in Serie B ed Avellino, Bologna e Perugia che nel campionato successivo partiranno da -5. Oltre alle squadre vengono condannati anche i calciatori coinvolti nello scandalo, ma pochi mesi dopo verranno assolti perché “il fatto non sussiste”.Risultati immagini per inter 1979

 Tornando al calcio giocato, l’Inter si laurea campione d’Italia con 2 giornate d’anticipo, in uno dei campionati più brutti degli ultimi anni. Il tecnico artefice di questo scudetto è Eugenio Bersellini e l’undici tipo era questo: Bordon in porta, in difesa Bini libero, Mozzini stopper, Canuti terzino destro e Beppe Baresi terzino sinistro; a centrocampo Pasinato e Marini come mediani, Caso ala tornante destra e Beccalossi interno; in attacco abbiamo Altobelli centravanti e Muraro ala sinistra. Tra i titolari però troviamo spesso Oriali che gioca sia come terzino ad entrambi i lati che come mediano.

 Ecco il cammino dei nerazzurri verso lo scudetto: INT-PES 2-0 (12’DOMENICHINI AUT., 69’ORIALI) UDI-INT 1-1 (28’ALTOBELLI, 89’VAGHEGGI) INT-LAZ 2-1 (17’BECCALOSSI, 42’GIORDANO, 71’MARINI) BOL-INT 1-2 (7’MASTROPASQUA, 36’BINI, 40’BECCALOSSI) INT-NAP 1-0 (61’ALTOBELLI) CAT-INT 0-0 INT-MIL 2-0 (14′ E 84’BECCALOSSI) TOR-INT 0-0 INT-JUV 4-0 (48′, 50′ RIG., E 79’ALTOBELLI, 74’MURARO) AVE-INT 0-0 CAG-INT 1-1 (63’SELVAGGI, 76’ALTOBELLI) INT-PER 3-2 (4’BECCALOSSI, 19′ E 89’ROSSI, 75’ALTOBELLI RIG., 87’PASINATO) ROM-INT 1-0 (61’DI BARTOLOMEI RIG.) INT-FIO 0-0 ASC-INT 1-1 (3’ALTOBELLI, 59’MORO) PES-INT 0-2 (34’BECCALOSSI, 62’PASINATO) INT-UDI 2-1 (42′ E 51’ALTOBELLI, 45’ULIVIERI) LAZ-INT 0-0 INT-BOL 0-0 NAP-INT 3-4 (19′ E 32’MURARO, 22’PASINATO AUT., 35’IMPROTA, 57’ALTOBELLI, 71’BARESI, 81’GUIDETTI) INT-CAT 3-1 (15’BECCALOSSI, 36’ORIALI, 60’ALTOBELLI, 78’BRESCIANI) MIL-INT 0-1 (77’ORIALI) INT-TOR 1-1 (20’GRAZIANI, 82’MURARO) JUV-INT 2-0 (32’BETTEGA, 79’FANNA) INT-AVE 3-0 (16’CASO, 68’ROMANO AUT., 82’AMBU)INT-CAG 3-3 (3’BARESI AUT., 6’SELVAGGI, 33’MURARO, 49’ORIALI, 50’MOZZINI AUT., 57’ALTOBELLI) PER-INT 0-0 INT-ROM 2-2 (18’PRUZZO, 36’ORIALI, 43’TURONE, 88’MOZZINI)FIO-INT 0-2 (6’ORIALI, 39’RESTELLI AUT.) INT-ASC 2-4 (25’TORRISI, 44’MARINI AUT., 55’BELLOTTO, 58′ E 73′ RIG. ALTOBELLI, 66’ANASTASI)

http://www.calciogazzetta.it/altro/la-storia-di-un-campione-trattata-da-calcio-gazzetta/storie-di-calcio-campionato-197980-il-trionfo-dellinter-e-lo-scandalo-scommesse/

 

 

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I 60 ANNI DI SPILLO

 

 

EUGENIO E REGOLATEZZA (maggio 1980)

MILANO. Lo chiamano "allenatore di campagna" e della gente semplice, quella che misura ancora il tempo con il sole. Di questa gente Eugenio Bersellini ha mantenuto la modestia, la capacità ormai rara di commuoversi, la grande dignità, la possibilità di tenere dentro di se anche le emozioni più violente che, al massimo, confessa con un lievissimo tremore della voce. Uomo attaccato alla realtà delle cose di tutti i giorni, Bersellini non si è scomposto nemmeno quando - a due minuti scarsi dalla fine della partita - Mozzini ha colpito il pallone che ha trafitto Tancredi dando all'Inter la gioia del dodicesimo scudetto, una gioia che inseguiva da nove anni. E dire che la stessa azione ha provocato una incontrollabile crisi di pianto in Onesti, l'alter ego di Bersellini. Lui - l'Eugenio - invece niente: stesso tono di voce pacato, stessa freddezza nell'esaminare i pro e i contro della partita, stessa determinazione nel dire, "da domani si ricomincia"... Come se vincere uno scudetto fosse cosa che capita tutti i giorni. E queste parole pronunciate proprio mentre, pochi metri più in là, Fraizzoli sottolineava di non riconoscersi in "questo" calcio e, conseguentemente, di essere incapace di gioire come avrebbe voluto. Fa una certa impressione vedere tanta emotività nel presidente e tanta freddezza nel mister, ma forse è anche grazie a questo cocktail di caratteri che l'Inter ha vinto il titolo.

RIMPIANTI. "Lo scudetto è arrivato - ci ha detto Bersellini - ma non è che sia soddisfatto in pieno di quello che ha fatto la mia squadra. Non mi riferisco tanto all'ultima partita, che i ragazzi hanno giocato in uno stato di enorme tensione, quanto a quello che è stato fatto durante tutto il campionato. So di essere un perfezionista, un incontentabile, ma troppe cose, provate e riprovate in allenamento non sono state realizzate in partita. Mi riferisco in particolare agli schemi, agli incroci, alla confusione che vedo ancora sulle... palle morte. Su quelle, cioè, che vengono giocate da fermo, su punizione o su corner. Ma c'è di più. Questo anno abbiamo vinto lo scudetto, d'accordo, però giocavamo meglio dodici mesi fa quando l'inesperienza finiva sempre col fregarci...". A questo punto, l'immagine del Bologna che giocava come si gioca il paradiso (e che non vinceva il titolo) è entrata negli spogliatoi di San Siro...

CANDORE. Capita la stessa cosa per molto meno, figuriamoci quando una squadra vince il campionato. Tutti lì, attorno al mister. Per complimentarsi con lui, per dirgli che è bravo, per ricordargli che c'era un altro come lui... ma in Cina e l'hanno ammazzato. Ma Bersellini è uno che da quest'orecchio mostra di non sentirci e lo dice chiaro e netto: "In questa impresa io ho una parte di merito, d'accordo, ma il merito maggiore e della società che mi ha aiutato a fare la squadra che desideravo. Quando arrivai all'Inter, tre anni fa, vidi tre ragazzini che mi parvero subito ben dotati: alludo a Pancheri, Baresi e Ambu che, infatti, adesso sono titolari. Era chiaro, però, che non bastavano e l'anno successivo pescai Altobelli, Beccalossi e Pasinato che sono stati tra i punti di forza della mia terza e migliore stagione nerazzurra. Quindi, se abbiamo vinto il dodicesimo scudetto della storia dell'Inter, il maggior merito, lo ripeto, va alla società: io mi tengo solo quello dell'impegno e della serietà nel lavoro cui si potrebbe aggiungere un po' di psicologia e tanto dialogo con i giocatori. Io non sono certo di quelli che dicono ai propri ragazzi che sono i migliori di tutti. Al contrario: al massimo dico loro che, sì, possono ottenere determinati risultati..., ma solo a certe condizioni. E siccome all'Inter ho sempre avuto la fortuna di avere a che fare con della gran brava gente, i risultati mi hanno dato perfettamente ragione".

MISSIONE COMPIUTA. Tre anni or sono l'Inter si affidò alla troika Bersellini-Mazzola-Beltrami: il loro programma era di rinvigorire e ristrutturare la squadra nelle prime due stagioni per poi renderla competitiva nella terza. Oggi, quindi, possiamo parlare di missione compiuta. "Forse con un minimo di anticipo rispetto ai programmi - precisa Bersellini - ma non sarò certamente io a lamentarmi. Adesso, comunque, è proibito dormire sugli allori: il difficile, ami, comincia proprio adesso, visto che sin d'ora sappiamo che il prossimo anno avremo il doppio impegno Campionato Coppa dei Campioni". A questo punto, il discorso sullo straniero diventa immediato. Stando alle voci di corridoio, all'Inter sono indecisi tra un centrocampista e una punta: nel primo caso Beltrami tenterebbe un ultimo aggancio nei confronti di Hansi Muller mentre nel secondo di nomi non se ne tanno. La decisione definitiva, ad ogni modo, spetta a Bersellini.

PRESENTIMENTO. San Siro stava sempre più somigliando ad un deposito di locomotive sotto pressione quando Mozzini - mai a segno da quando gioca nell'Inter e autore di cinque gol nel Torino - azzeccava un collo destro pieno che definire "colpo della domenica" è il minimo. "Che succedesse proprio questo - confessa Bersellini - non l'avrei mai immaginato, che però sì arrivasse al colpo di scena ci avrei giurato. All'inizio del secondo tempo l'ho detto: pareggiamo di sicuro e con uno dì quei gol che la gente non si aspetta. Non direi proprio di aver sbagliato pronostico".

DEDICA. Nella carriera di un allenatore - soprattutto se di campagna - uno scudetto non è certo cosa che capiti spesso per cui merita ben più di un premio in denaro e di una bottiglia di champagne. Uno scudetto significa il raggiungimento di un traguardo sperato sopra ogni altra cosa. La relazione di un sogno per tanto tempo covato in fondo al cuore ma cosa si prova in un momento così? "Una gioia enorme. Ma anche un grosso pugno nello stomaco e subito sei preso dalla commozione: come in un film vedi tutto quello che hai fatto, rileggi tutta la tua vita; ripercorri la tua carriera sin dal primo giorno. E poi pensi a qualcuno come per fargli vivere accanto a te questo meraviglioso istante. Anche a me è capitato tutto questo. Anche a me è venuta in mente una persona". Chi? "Una persona che appartiene a Eugenio Bersellini uomo e non a Eugenio Bersellini allenatore dì calcio. E' per questo che non ne faccio il nome, che questa emozione la tengo esclusivamente per me

 

 

 

 

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Coppa dei Campioni 1981 - Inter - Real Madrid (1-0)

 

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Dopo il Mondiale di Spagna, Fraizzoli si trovò a fare i conti con le nuove leggi sul trasferimento dei giocatori, perse due giocatori importanti (Oriali e Bordon) e ne fu molto amareggiato: forse in quel momento cominciò a pensare di lasciare la presidenza ma, come era nel suo carattere, volle preparare con cura la successione.

Per iniziare chiamò nel Consiglio Ernesto Pellegrini e lo fece vicepresidente. Era un periodo molto combattuto, si trattava di decidere una volta per tutte di staccare il cordone ombelicale e come ricorda lo stesso Ivanoe, tutto cominciò con l’ insonnia: “Continuavo a rigirarmi nel letto, la Renata una notte mi disse: Ivan, basta, vendi l’Inter, così torneremo a vivere“.

da http://storiedicalcio.altervista.org/blog/ivanoe_fraizzoli.html

 

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Era l’autunno ’83: Ivanoe Vittorio Fraizzoli, ex pugile (peso medio, si allenava alla palestra “Bosisio”) e ciclista mancato, diede ragione a sua moglie, tifosa dell’Inter come e più di lui, e decise che era venuto davvero il tempo dell’addio. Chiamò Ernesto Pellegrini, allora vice – presidente, che per lettera gli aveva manifestato la propria disponibilità a succedergli e l’operazione venne chiusa. A tempo di record e in gran segreto. Finchè il 15 gennaio ’84, la domenica di Sampdoria Inter 0-2, nello spogliatoio deserto di “Marassi”, chiamò Mazzola e Beltrami, consigliere delegato e d.s. nerazzurri e confessò : “Ragazzi, ho venduto l’Inter“.

La notizia uscì tre giorni dopo e, il 19 gennaio, Fraizzoli spiegò il suo addio: “Con il cuore non si possono più dirigere le società; questo calcio non lo riconosco più. Io sono un uomo d’altri tempi. Il mio calcio era quello di via Goldoni, una serie di traumi mi hanno spinto a lasciare, l’ultimo questa estate, quando Bordon e Oriali, due figli per me, se ne sono andati alla Samp e alla Fiorentina. Io mi sento un De Amicis, ma i De Amicis che vogliono scrivere il libro “Cuore” con le squadre di calcio sono fuori moda“. Scoppiò in lacrime e lasciò.

da http://storiedicalcio.altervista.org/blog/ivanoe_fraizzoli.html