Parco regionale dei Nebrodi, istituito il 4 agosto 1993, con i suoi 86.000 ha di superficie è la più grande area naturale protetta della Sicilia.

I Nebrodi, assieme alle Madonie ad ovest e ai Peloritani ad est, costituiscono l’Appennino siculo. Essi s’affacciano, a nord, direttamente sul Mar Tirreno, mentre il loro limite meridionale è segnato dall’Etna, in particolare dal fiume Alcantara e dall’alto corso del Simeto.
Notevole è la escursione altimetrica, che da poche decine di metri sul livello del mare raggiunge la quota massima di 1847 metri di Monte Soro. Altri rilievi da segnalare sono la Serra del Re (1754 metri), Pizzo Fau (1686 metri) e Serra Pignataro (1661 metri).
Gli elementi principali che più fortemente caratterizzano il paesaggio naturale dei Nebrodi sono l’asimmetria dei vari versanti, la diversità di modellazione dei rilievi, la ricchissima vegetazione e gli ambienti umidi.
 Connotazione essenziale dell’andamento orografico è la dolcezza dei rilievi, dovuta alla presenza di estesi banchi di rocce argillose ed arenarie: le cime, che raggiungono con Monte Soro la quota massima di 1847 s. l. m., hanno fianchi arrotondati e s’aprono in ampie vallate solcate da numerose fiumare che sfociano nel Mar Tirreno. Ove però predominano i calcari, il paesaggio assume aspetti dolomitici, con profili irregolari e forme aspre e fessurate. È questo il caso del Monte San Fratello e, soprattutto, delle Rocche del Crasto (1315 m s.l.m.). I comuni ricadenti nell’area del parco sono 23: 18 in provincia di Messina (Acquedolci, Alcara Li Fusi, Capizzi, Caronia, Cesarò, Floresta, Galati Mamertino, Longi, Militello Rosmarino, Mistretta, Sant'Agata di Militello, Santa Domenica Vittoria, San Fratello, San Marco d'Alunzio, Santo Stefano di Camastra, San Teodoro, Tortorici, Ucria), 3 in provincia di Catania (Bronte, Maniace, Randazzo), 2 in provincia di Enna (Cerami, Troina).
 

  

 

 

 

ACCESSI

Da Randazzo: dal versante nord percorrendo la autostrada Messina-Palermo A20 dalla quale si diramano varie importanti arterie stradali come la S.S.116 da Capo d'Orlando a Randazzo, la S.S. 289 da Sant'Agata di Militello a Cesarò, e la S.S.117 da Santo Stefano di Camastra a Nicosia, oltre a varie strade provinciali e comunali. Il parco è accessibile tutto l'anno con le comuni precauzioni nei periodi di innevamento.

Il parco è suddiviso in quattro zone nelle quali operano, a seconda dell’interesse naturalistico, particolari divieti e limitazioni, funzionali alla conservazione e, quindi, alla valorizzazione delle risorse che costituiscono il patrimonio dell’area protetta.
La zona A (di riserva integrale), estesa per 24.546, comprende i sistemi boschivi alle quote più elevate, le uniche stazioni siciliane di tasso (Taxus baccata) ed alcuni affioramenti rocciosi. Oltre i 1200 metri sul livello del mare, sono localizzate varie faggete (circa 10.000 ettari), mentre a quote comprese fra gli 800 e i 1200 metri, sui versanti esposti a nord, e tra i 1000 e i 1400 metri, sui versanti meridionali, è dominante il cerro. Ampie aree per il pascolo s’aprono, inoltre fra faggete e cerrete. È importante evidenziare che il faggio trova nel parco l’estremo limite meridionale della sua area di diffusione. A quote meno elevate (600-800 metri sul livello del mare) si trova la sughera che, in particolare nel territorio di Caronia, forma associazioni di grande pregio ecologico. Sono, infine, comprese nella zona A le stazioni delle specie endemiche più importanti e le zone umide d’alta quota, nonché tratti d’interessanti corsi d’acqua.

 


La zona B (di riserva generale), estesa per 46.879 ettari, include le rimanenti formazioni boschive ed ampie aree destinate al pascolo, localizzate ai margini dei boschi. Sono, inoltre, presenti limitate zone agricole ricadenti in aree caratterizzate da elevato pregio naturalistico e paesaggistico.
La zona C (di protezione), estesa per 569 ettari, comprende nove aree, strategicamente distribuite sul territorio, in cui sono ammesse le attività rivolte al raggiungimento d’importanti finalità del parco quale, ad esempio, la realizzazione di strutture turistico-ricettive e culturali.
La zona D (di controllo) è l’area di preparco estesa per 13.593 ettari. Essa costituisce la fascia esterna dell’area protetta consente il passaggio graduale nelle aree a più alta valenza naturalistica.
 

 

 

 

 

 

I complessi boschivi incidono notevolmente sul clima del territorio nebrodense, che si caratterizza per avere, diversamente dalla costa e dal resto della Sicilia, inverni lunghi e rigidi ed estati calde ma non afose.
Le temperature delle zone interne, pur variando da un’area all’altra, generalmente si mantengono fra 10 e 12 °C nella media e alta montagna, mentre la piovosità, fortemente correlata all’altitudine e soprattutto all’esposizione dei versanti, varia da un minimo di 600 mm ad un massimo di 1400 mm. Fenomeni come la neve e la nebbia sono assai frequenti e fanno sì che si crei quel giusto grado d’umidità necessaria per l’esistenza di alcuni tipi di bosco. Il lento deflusso delle acque meteoriche verso valle, la condensazione e le piogge occulte favoriscono, infatti, la permanenza del faggio che, grazie alle sue foglie ovali provviste di peluria, è in grado di trattenere l’acqua di condensazione riuscendo a superare i lunghi periodi siccitosi.


 

Paesaggio del parco. La vegetazione del parco dei Nebrodi è caratterizzata da differenti tipi di vegetazione sia in funzione della fascia di altezza sul livello del mare che da altri fattori fisici e ambientali.
Nella fascia litoranea e nelle colline retrostanti, fino ai 700-800 metri s.l.m., cosiddetta fascia termomediterranea la vegetazione è rappresentata da boschi sempreverdi di sughera (Quercus suber) alternata a zone di macchia mediterranea che comprende specie quali l'Erica arborea, la ginestra spinosa (Calycotome spinosa), il corbezzolo (Arbutus unedo), il mirto (Myrtus communis), l'euforbia (Euphorbia dendroides), il lentisco (Pistacia lentiscus) ed il leccio (Quercus ilex).

 


La fascia vegetativa al di sopra, fino alla quota di 1000-1200 m s.l.m.(cosiddetta fascia mesomediterranea), è costituita da formazioni di boschi caducifogli in cui dominano le quercete di Quercus gussonei, specie affine al cerro ma da questo ben distinta morfologicamente, e, sul versante meridionale, da un particolare tipo di roverella, Quercus congesta. In alcune aree, come nel territorio di San Fratello si rinvengono inoltre lembi di lecceta mentre le aree non forestate sono occupate da arbusteti in cui si annoverano il prugnolo (Prunus spinosa), il biancospino (Crataegus monogyna), la Rosa canina, la Rosa sempervirens, il melo selvatico (Malus sylvestris), Pyrus amygdaliformis e Rubus ulmifolius.

 


Oltre i 1200 entriamo nella zona propriamente montana (cosiddetta fascia supramediterranea) dove sono insediate estese formazioni boschive a cerreta e a faggeta. È questo il limite meridionale dell'areale di diffusione del faggio (Fagus sylvatica). Un altro elemento peculiare è rappresentato dalla presenza dell'acero montano (Acer pseudoplatanus), di cui è segnalato un esemplare alto 22 m e con una chioma di 6 m di circonferenza, annoverato tra gli alberi monumentali d'Italia. Il sottobosco rigoglioso presenta svariate specie di piante tra le quali vi sono l'agrifoglio (Ilex aquifolium), il pungitopo (Ruscus aculeatus), il biancospino (Crataegus monogyna) e il tasso (Taxus baccata). Quest'ultima specie è presente, all'interno del bosco della Tassita, con esemplari maestosi che raggiungono i 25 m di altezza.
Numeroso il contingente delle specie endemiche tra cui si annoverano la Genista aristata, che popola la fascia termomediterranea, la Vicia elegans, una leguminosa rinvenibile nel sottobosco della fascia mesomediterranea, la Petagnaea gussonei, rarissima umbellifera, localizzata esclusivamente nel vallone Calagna (Tortorici) e in pochissime altre stazioni in prossimità di torrenti.

 

 

Mandria di bovini Un tempo regno di cerbiatti (così come di daini, orsi e caprioli), i Nebrodi (il cui significato deriva dal greco Nebros, che vuol dire appunto cerbiatto) costituiscono ancora la parte della Sicilia più ricca di fauna, nonostante il progressivo impoverimento ambientale. Il Parco ospita comunità faunistiche ricche e complesse: numerosi i piccoli mammiferi, i rettili e gli anfibi, ingenti le specie d’uccelli nidificanti e di passo, eccezionale il numero d’invertebrati.
Tra i mammiferi si segnala la presenza del suino nero dei Nebrodi, del cinghiale (Sus scrofa), della volpe (Vulpes vulpes), dell'istrice (Hystrix cristata), del riccio (Erinaceus europaeus), del gatto selvatico (Felis silvestris), della martora (Martes martes), della donnola (Mustela nivalis), della lepre (Lepus corsicanus), del coniglio (Oryctolagus cuniculus) e, anche se molto rarefatta, del ghiro (Glis glis), dell'arvicola di Savi (Microtus savii), del topo selvatico (Apodemus sylvaticus), del moscardino (Muscardinus avellanarius), del toporagno di Sicilia (Crocidura sicula), del mustiolo (Suncus etruscus) e del quercino (Eliomys quercinus).
Tra i rettili la testuggine comune (Testudo hermanni) e la testuggine palustre siciliana (Emys trinacris), il ramarro occidentale (Lacerta bilineata), la luscengola (Chalcides chalcides) e il gongilo (Chalcides ocellatus), e numerose specie di serpenti tra cui il biacco (Hierophis viridiflavus) e la natrice dal collare (Natrix natrix).

 

 

 

Tra gli anfibi sono presenti il discoglosso (Discoglossus pictus), il rospo smeraldino siciliano (Bufo siculus) e la rana verde minore (Rana esculenta).
Sono state classificate circa centocinquanta specie d’uccelli, fra i quali alcuni endemici di grande interesse come la Cincia bigia di Sicilia ed il Codibugnolo di Sicilia. Le zone aperte ai margini dei boschi offrono ospitalità a
molti rapaci come lo Sparviero, la Poiana, il Gheppio, il Falco pellegrino, e l'Allocco mentre le aree rocciose aspre e fessurate delle Rocche del Crasto sono il regno dell'Aquila reale. Il Tuffetto, la Folaga, la Ballerina gialla, il Merlo acquaiolo ed il Martin pescatore preferiscono le zone umide, mentre nelle aree da pascolo non è difficile avvistare la ormai rara Coturnice di Sicilia, la Beccaccia, l’inconfondibile ciuffo erettile dell’Upupa ed il volo potente del Corvo imperiale. Tra l’avifauna di passo meritano d’essere citati il Cavaliere d’Italia e l’Airone cinerino (Ardea cinerea).

 


Ricchissima è infine la fauna d'invertebrati. Ricerche scientifiche recenti hanno portato a risultati sorprendenti: su seicento specie censite riguardanti una piccola parte della fauna esistente, cento sono nuove per la Sicilia, venticinque nuove per l’Italia e ventidue nuove per la scienza. Tra le forme più rilevanti sotto l’aspetto paesaggistico, si citano le farfalle (oltre settanta specie) ed i Carabidi (oltre centoventi specie).
Specie estinte
Nel corso del XIX secolo un progressivo impoverimento della fauna dovuto a massicce opere di bracconaggio ha causato l'estinzione di alcune specie importanti quale il cervo (Cervus elaphus), il daino (Dama dama), il capriolo (Capreolus capreolus), il lupo (Canis lupus) e il gufo reale (Bubo bubo). Gli ultimi esemplari dei grifoni (Gyps fulvus) invece si estinsero intorno agli anni sessanta.
Gli ultimi lupi furono abbattuti alla fine degli anni Ventied i grifoni, volteggianti sulle Rocche del Crasto, sono scomparsi agli inizi degli anni Sessanta, a causa dei bocconi avvelenati disseminati e destinati alle volpi. Negli ultimi anni è in atto un progetto di reintroduzione del Grifone. Sono stati inseriti alcuni esemplari importati dalla Spagna che nel 2005 hanno dato alla luce anche alcuni pulcini.

 

 

 

 

 

 

 

MONTE SORO

Il monte Soro è la cima più alta dei Nebrodi, catena montuosa del messinese, in Sicilia. Esso fa parte del "Parco dei Nebrodi" e si eleva per 1847 metri sul livello del mare. Lungo i suoi versanti sono presenti numerosi animali tipici locali (come il cavallo "sanfratellano") e anche 2 piccoli laghi: il lago Maulazzo e il lago Biviere.

E’ la terza cima siciliana. Esso è raggiungibile sia dal versante tirrenico che dal versante sud per mezzo di una strada statale, la SS289 che attraversa la catena montuosa da nord a sud proprio in corrispondenza di tale vetta. E' facilmente riconoscibile dalle basse quote grazie alla presenza delle enormi antenne sulla sua vetta.

Arrivando da Messina, imboccare l'autostrada A20 e prendere l'uscita "Sant'Agata Militello". Una volta usciti dall'autostrada e superato il casello si giungerà all'incrocio con la SS113 "tirrenica"; seguire le indicazioni per San Fratello e Cesarò. Dopo pochi chilometri svoltare a sinistra ed immettersi nella SS289 continuando a seguire le indicazioni per San Fratello e Cesarò.

 

Arrivando da Catania, imboccare la SS121 e seguire le indicazioni per Paternò. Giunti in corrispondenza di Paternò continuare a seguire le indicazioni per Randazzo lungo la statale 284. Una volta raggiunto il paese di Bronte seguire le indicazioni per Cesarò. Giunti all'ingresso di Cesarò svoltare a destra SS289 e continuare a seguire tale statale fino alla "Portella Femmina Morta" dove occorrerà svoltare a destra seguendo il cartello "Monte Soro 7".

A questo punto, sia da Catania che da Messina, lasciata la statale 289 proseguire lungo la nuova strada per poco meno di 2 chilometri dove,dopo un grande prato con vista dalle Isole Eolie all'Etna, si incontrerà un bivio: seguire la strada di destra in quanto quella di sinistra conduce ai laghi Maulazzo e Biviere di Cesarò. Da questo punto in poi la strada diventa percorribile solo dai mezzi fuoristrada e giungerà fino destinazione dopo pochi chilometri di salita. 

 

 

LAGO BIVIERE

All’interno del Parco dei Nebrodi, tra una fitta vegetazione nei pressi del comune di Cesarò (ME), è ubicato il lago Biviere.

Il lago ricade una zona montuosa e ha un’estensione di 18 ettari.

L’altitudine (1278 m.s.l.m) del lago, consente una rigogliosa vegetazione costituita da una distesa di faggeta, quella di Scavioli. L’escursione termica, l’umidità, la quota, l’alternarsi delle stagioni creano condizioni particolari per la flora e la fauna presente.

Ricadente nel territorio del comune di Cesarò, il lago ha una superficie di circa 18 ettari e costituisce la zona umida d'alta quota di maggior valore naturalistico della Sicilia, anche per la particolità del suo popolamento vegetale ed animale. La ricchissima flora è condizionata dalle variazioni periodiche del livello dell'acqua, che determinano una zonizzazione orizzontale della vegetazione in sei fasce, distinte in base alle varie specie dominanti. La presenza di acqua in una zona montana coperta da foreste di faggio rappresenta, inoltre, un punto di riferimento privileggiato per la vita di numerose specie di uccelli acquatici e per la sosta degli uccelli di passo durante le grandi trasvolate migratorie. Da segnalare un fenomeno naturale che si verifica nei mesi estivi, quando le acque del lago si colorano di rosso per la fioritura di una microalga chiamata scientificamente Euglena sanguinea.

All'interesse naturalistico, il biviere unisce indubbi pregi panoramici, circondato com'è da impenetrabili popolamenti di piante idrofile, dominati da maestosi faggi ed aperto a nord verso grandiosi paesaggi.

La Flora  Nei mesi estivi le acque del lago cambiano colore, si colorano di rosso.

Questo cambiamento è dovuto all’azione della microalga Euglena sanguinea. Intorno al lago si sviluppa una vegetazione che varia per colori ed essenze: dalle graminacee alle leguminose, passando per le composite.

La Fauna  Gli anfibi sono tra le specie faunistiche più numerose.

 

Nelle giornate caratterizzate da alte temperature e sole inteso è facile avvistare la testuggine palustre siciliana (l’Emys Trinacris) riscaldarsi a pieno sole.

La presenza di disegni ondulatori nell’acqua testimoniano il moto caratteristico della Biscia d’acqua (Natrix natrix) presente nel lago con una discreta popolazione.

Sono presenti, inoltre, Poiane (Buteo buteo), Gheppi (Falco tinnunculus), Falchi Pellegrini (Falco peregrinus), lo Sparviero (Accipiter nisuss) e la rarissima Cincia bigia di Sicilia (Parus palustris siculus), che costituiscono avifauna stanziale, proveniente dai vicini boschi.

Come arrivare: vedi Monte Soro.  

 

 

LAGO MAULAZZO

 

 

Dorsale di Monte Soro - (le foto sono di Francesco Raciti)

Questo invaso artificiale di circa 5 ettari regala uno spettacolo davvero affascinante ed insolito richiamando alla mente paesaggi alpini. Sulle sponde del lago, in cui non è raro scorgere bovini e cavalli abbeverarsi e trovare frescura, è possibile allestire pic-nic immersi nel verde e nel silenzio (soprattutto nei giorni feriali). Sulla sponda costeggiata dal sentiero è presente, come in molti altri punti strategici, una grossa cartina molto utile per capire il punto in cui ci si trova e decidere il percorso da "imboccare". In prossimità del lago vi è infatti il primo bivio con le opportune indicazioni del caso. Lasciando la stradella in cui ci troviamo è possibile dirigersi verso Sant'Agata Militello (16Km) località sul Tirreno. Noi proseguiamo dritto in direzione lago Biviere.

 

 

 

 

 

Abbiamo lasciato il lago Maulazzo per dirigerci alla seconda tappa del nostro tour. Questo tragitto (circa 6 Km) è contraddistinto da gradevoli distese di prato, che si alternano a macchie di faggi e a ruscelli.
A circa 500 metri dal Lago Maulazzo, una caratteristica fontana di pietra permette un piacevole ristoro con la freschissima acqua di fonte che sgorga copiosa anche nei giorni più caldi. Riempite le borracce possiamo proseguire senza sosta fino alla tappa successiva. Nelle giornate più limpide, oltre i monti che sovrastano Alcara li Fusi, è possibile ammirare anche il mar Tirreno e le Isole Eolie (Vulcano e Lipari). Purtroppo la foto è poco nitida a causa di una leggera foschia. Durante il nostro cammino abbiamo avuto incontri con numerosi animali. Mucche, Cavalli, maialini selvatici ed uccelli vari. Nella nostra fotogallery siamo riusciti ad immortalare un bellissimo ramarro per nulla spaventato alla nostra presenza.

http://www.etnasci.it/territorio-e-ambiente/itinerari-e-luoghi-sicilia/parchi-e-riserve/390-il-qpercorso-dei-laghiq-lago-maulazzo-e-lago-biviere-monte-soro

 

PHOTOGALLERY

 

L’invaso è stato realizzato negli anni Ottanta dall’amministrazione forestale regionale.

E’ incastonato nella centenaria faggeta (Fagus sylvatica) di Sollazzo Verde, alle spalle di Monte Soro. Rappresenta uno dei principali punti di visita del Parco dei Nebrodi, lungo il percorso della dorsale costantemente battutto dai turisti.

La Flora Oltre alla tipica vegetazione xerofila è possibile apprezzare numerose graminacee (covetta, loglio, erba mazzolina e la fienarola), leguminose (trifoglio e cicerchia) e composite (pratolina, costolina levigata). Tra le specie endemiche anche il Cardo di Valdemone.

 

La Fauna Il lago è il ritrovo ideale dell’avifauna migratoria e stanziale. Infatti, proprio in questi luoghi non è difficile avvistare la Folaga (Fulica atra), la Ballerina gialla (Motacilla cinerea), il Cavaliere d'Italia (Himantopus himantopus), Il Tuffetto (Podiceps ruficollis), l'Airone cinerino (Ardea cinerea) o il Germano reale (Anas plathyrhynchos).

Le zone umide costituiscono habitat naturale per alcune specie stanziali di uccelli come il Martin pescatore (Alcedo atthis) ed in particolare il Merlo acquaiolo (Cinclus cinclus). Quest’ultimo, scomparso da buona parte dell’isola, è presente ancora nei Nebrodi con una discreta popolazione.

 

 

 

Operatori selezionati guideranno i visitatori lungo gli itinerari prescelti, fornendo indicazioni sul territorio, la fauna, la flora, la storia e le leggende. L'escursione guidata rappresenta per il visitatore quell'opportunità eccezionale di compenetrare aspetti del territorio di rara e celata bellezza. Questo servizio è reso disponibile solo su prenotazone effettuata da un gruppo minimo di 6 persone. A destra sono riportati gli itinerari delle escursioni guidate.

Escursioni guidate. Per informazioni e prenotazioni

Antonio  Cell. 348 9580802 / 393 9462506

 

 

 

 

  

 

 

 

Il sentiero delle sorgenti. Benvenuti nella “porta” dei Nebrodi.

di GAETANO GUIDOTTO

Qui la leggenda popolare narra che le sue acque abbiano addirittura proprietà terapeutiche.

Scendo per la strada del ritorno, le fonti d’acqua continuano ad accompagnarci, come la “Sorgente Sperone” e quella della “Valle dell’Uomo Morto”, fino a riportarci al punto di partenza nella contrada Petrosino di Maniace.

Forse saremo stanchi, ma soddisfatti per quanto di bello abbiamo visto e certamente non avremo patito la sete. E’ grazie alla tradizione e alla cultura di un popolo, che ha incarnato nel proprio essere il rispetto per la natura, che sono giunti fino a noi i rigogliosi boschi di Maniace, vera porta del Parco dei Nebrodi.

Chi intende trascorrere un weekend fra verdi pascoli incontaminati, un ambiente meraviglioso e prodotti tipici gustosi e genuini, può già impostare i propri navigatori satellitari in direzione di Maniace. Qui troverà una terra foriera di buoni prodotti e un sentiero invitante, fresco e, perché no, anche dissetante.

Ci riferiamo al “Sentiero delle sorgenti” che si è guadagnato l’appellativo di “più bello dell’intero Parco dei Nebrodi”. Si tratta di un sentiero da percorrere a piedi che raggiunge sorgenti già famose agli esperti escursionisti.

Si parte da piazza San Gabriele di Maniace, in contrada Petrosino, a quota 750 metri sul livello del mare, dovesi trova il punto base per l’escursionismo, ovvero la restaurata ex casermetta forestale. Ci incamminiamo su una strada asfaltata che subito dopo torna a fondo naturale.

Bastano pochi passi per addentrarsi in un bosco di roverella e superare il cancello della forestale. La passeggiata si fa dura perché siamo in salita, ma già incontriamo le prime sorgenti, ovvero la “Sorgente Farina” e la “Sorgente Fanusa” che ci hanno aiutato a raggiungere quota 1.300 dove si trova il rifugio forestale “Donnavida”, con, ovviamente, l’omonima sorgente.

Qui possiamo fare la prima sosta, ma riempire le borracce di acqua è inutile perché subito dopo vediamo la “Sorgente Virgilio”. Arriviamo alla vecchia Trazzera Regia, utilizzata dagli allevatori per la transumanza e raggiungiamo contrada Serra Spina a quota 1558 metri sul livello del mare.

Finalmente la salita finisce e ci incamminiamo lungo un altopiano che ci conduce all’obelisco Nelson in contrada Serra del Mergo, a quota 1553. Si tratta di un monumento storico in piena campagna, perché è stato fatto erigere dal Duca Nelson nel 1905 per delimitare la sua ducea.

Qui si può ammirare una delle più spettacolari vedute che i Nebrodi offrono. La visuale spazia da “Lago Tre Arie” a “Serra del Re” ed a “Monte Soro”. Si vede la maestosa mole dell’Etna e i paesi pedemontani. Lungo il percorso si possono ammirare un’esplosione di vegetazione e di colori, oltre ai boschi di roverella incontreremo dei maestosi cerri e delle macchie di pioppi. Non mancano alcune macchie di agrifogli e freschi boschi di faggio arricchito da un sottobosco multicolore dove non è raro incontrare animali che vivono in questi ambienti.

A questo punto riscendiamo passando dal Rifugio Arcarolo, manco a dirlo con la sua sorgente, fino ad arrivare alla fonte più famosa: la “Sorgente del Medico” a quota 1553 metri.

 

 

Cesarò

 

 

ALTRI PUNTI DI INTERESSE

 

Lago Ancipa (944 m.) Piccolo invaso artificiale, ha una estensione di 17 ettari ed è situato ai confini del parco tra Cerami, Troina e Cesarò. Nato per fornire energia elettrica alla Sicilia, con lo sbarramento del fiume Troina, la sua costruzione risale agli anni 50 ed oggi è utilizzato per fornire acqua alle zone limitrofe.
Il lago, con i suoi 944 m di quota è il più alto bacino artificiale della Sicilia ed è inserito in uno splendido scenario naturale. E’ circondato da magnifici boschi, prevalentemente costituiti da aghifoglie, nati da opere di forestazione, che proseguono e si integrano con i boschi naturali di Faggio e Quercia tipici dei Nebrodi. Tra la fauna troviamo numerose presenze di uccelli acquatici, tra cui folaghe e germani reali, mentre nei terreni circostanti è facile incontrare conigli selvatici e lepri.
Il lago è facilmente raggiungibile dalla strada che collega San Teodoro a Troina e Cerami.

 

Rocche del Crasto (1315 m s.l.m.) È un massiccio roccioso di natura calcarea dell'era mesozoica ricadente nel territorio dei comuni di Alcara Li Fusi e San Marco d'Alunzio. Rappresenta un raro esempio di rocce dolomitiche nell'Italia meridionale. Sui suoi fianchi scoscesi ed inaccessibili nidificano l'aquila reale ed il grifone.

 

Lago Cartolari (1.390 m. s.l.m.) Piccolo invaso artificiale il Lago Cartolari è compreso nel territorio del Comune di Tortorici, nella contrada omonima, ai piedi del Piano di Palma, non distante dal Lago Trearie. Ospita fauna acquatica sia stanziale che di passo, come la Gallinella d'acqua, il Germano reale e l'Airone. Il laghetto è circondato da pascoli e da magnifici boschi di Faggio e Querce, luogo ideale per la crescita di funghi. Nei suoi pressi troviamo infatti magnifici prataioli (Agaricus campestris, Agaricus arvensis, Agaricus macrosporus) e nei boschi abbondanti porcini (Boletus aestivalis, Boletus aereus, Boletus edulis) e molte specie di funghi non commestibili come l'Amanita muscaria ed i Cortinarius. Il lago Cartolari è raggiungibile a piedi da Portella Dàgara.


Lago Trearie (1435 m. s.l.m.)  Il lago di Trearie, un grande specchio d'acqua formatosi in seguito a una frana, detiene un record: con i suoi 1500 m. s.l.m. è lo specchio d'acqua più alto della Sicilia. L’attuale bacino, frutto dell’ampliamento del piccolo invaso naturale, è racchiuso al confine fra i territori dei comuni di Randazzo (CT) e Tortorici (ME), in località Cartolari-Faranda, ha una superficie che varia, col mutare delle stagioni, da un minimo di 7 ettari ad un massimo di 11, un contorno bagnato di quasi 2 chilometri ed una portata di circa 200 mila metri cubi. Per il posto di rilievo che occupa dal punto di vista ambientale, costituisce riserva naturale integrale ed è meta di parecchi uccelli migratori. E' raggiungibile, con buoni fuoristrada, da Randazzo dalla contrada Flascio oppure dalla dorsale dei Nebrodi da Portella Dàgara.

 

 


 

Lago Pisciotto (1230 m. s.l.m.) E' un piccolo specchio d'acqua nel territorio dei comune di Tortorici, in un'area di pascoli d'alta quota, ai piedi del monte del Moro o Pojummoru (1433 m.s.l.m.). Noto anche con il nome di Lago Batessa, è ricco di variegata vegetazione igrofila, nella quale trovano rifugio uccelli acquatici, anfibi e svariate specie di artropodi. Facile da raggiungere per la strada asfaltata che arriva nei pressi, proveniente da Floresta con inizio da Portella Mitta e attraverso Portella Castagnera e Portella Batessa.

 

Cascata del Catafurco (668 m s.l.m.) È una cascata che si forma in corrispondenza di un dislivello di circa 30 m lungo il corso del torrente S. Basilio, nel territorio del comune di Galati Mamertino. Alla base della cascata le acque si raccolgono in una cavità naturale, scavata nella roccia, chiamata Marmitta dei Giganti, dove, nella bella stagione, è possibile bagnarsi.
 

Monte San Fratello - Bosco di Mangalaviti - Serra del Re

 

 

 

 

 

ENTROTERRA ENNESE

LAGO (O DIGA) DI POZZILLO

Siamo al centro della Sicilia, in quella parte dell'isola che i Romani chiamarono "umbilicus Siciliae" e che gli Arabi segnarono nelle carte geografiche come ideale spartiacque tra la Val Demone e la Val di Noto. Una piana sconfinata dove un incredibile silenzio si accompagna a una natura quieta e delicata ma che allo studioso ricorda le mille battaglie legate alle storiche mire di conquista dell'uomo: l'era dei Siculi, il processo di ellenizzazione degli abitanti a opera dei Greci, l'epoca romana, l'avvento degli Arabi e poi di Normanni, Svevi, Angioini, Spagnoli sino alla dominazione borbonica, travolta, alla fine, dai moti garibaldini e dall'unità d'Italia.

Per queste terre transitò intorno alla fine del Settecento Wolfgang Goethe provando grandi emozioni dinanzi a natura e paesaggi incantati. Un'immensa radura che fu per lunghi decenni un fertilissimo granaio sino all'operosa trasformazione che del luogo fu avviata poco dopo il 1950. Essa offre brani di pace silente e visioni d'incanto. Il tutto arricchito a distanza dalla massiccia mole dell'Etna ammantato di neve che sembra suggellare un panorama di rara bellezza. Per assicurare l'irrigazione degli agrumeti di parte dell'Ennese e della piana di Catania, oltre che per alimentare una centrale idroelettrica, Regione e Stato decisero di realizzare un bacino che ancora oggi è fra i più estesi d'Europa.

 

 

Ci sono voluti quasi dieci anni per completare la costruzione di questo vero e proprio lago denominato Pozzillo la cui lunga striscia argentea somiglia curiosamente a una elegante cravatta e la cui vista quasi nobilita i caratteri di un pezzo di Sicilia probabilmente sconosciuta ancora a molti. Dalla fusione delle contrade Cangemi, Prato e Buterno è stata come ricavata un'area che si estende per circa quindici cRisultati immagini per pozzillo avventurahilometri in cui è sorto un bacino imbrifero di rimarchevole portata. E ciò quasi a voler incentivare la caratteristica vocazione della provincia di Enna definita la "provincia dei laghi" per via del progressivo sorgere di ben cinque potenti serbatoi mirati a irrigare le arse campagne isolane.

La diga di Pozzillo o lago Orcel, ottenuta dallo sbarramento del fiume Salso è stata ultimata nel 1959, costruita per conto dell'Ente di Sviluppo Agricolo ed attualmente gestita dall'Enel. La stessa ha destinazione idroelettrica ed irrigua. Tecnicamente il muro è a gravità realizzata con blocchi di calcestruzzo con interposti giunti di scorrimento.

Con un'altezza massima di 59 m ed uno sviluppo di 319 m, sottende un bacino imbrifero di 580 Kmq con una capacità totale di 150.000.000 di mc di acqua. Allo stato attuale solo le aree adiacenti al lago Pozzillo, al fiume Salso e alla parte montana a nord del territorio comunale garantiscono per la fauna migratoria in transito un buon habitat di ristoro, pastura ed anche valide condizioni per la riproduzione.

https://www.comune.regalbuto.en.it/index.php?action=city&idp=34

 

 

GAGLIANO CASTELFERRATO

 

La Rocca

Il monumento che maggiormente caratterizza il panorama è indubbiamente la "rocca". Si tratta di un castello scavato nella roccia. Vito Amico lo descriveva così: "Antico paese sotto dirupata e scoscesa rupe, sovrapposto a declive altura, rivolta a Scirocco, da ogni dove ricinto da colline; le viscere poi della rupe da ferro incavate presentansi in forma di fortezza che sebbene attualmente sia involta in ruine conserva non oscure vestigia di antica magnificenza, e decentissime abitazioni appresta pel Barone con oratorio, da poco tempo formate. Derivasi come appare dai ruderi, aver compreso un tempo la medesima rocca cinque torri, dodici fosse e cisterne, diciassette spelonche da congresso, trenta aule e più, nella maggior parte nel vivo sasso incavate." Per accedere alla rocca si passa vicino alla "porta falsa".

 

Chiesa Madre San Cataldo

La chiesa, posta proprio sotto l'antico e imponente castello rupestre, sembra risalire ai primi anni del XIV secolo ed è dedicata a San Cataldo vescovo, patrono del paese. Il prospetto in pietra calcarea, è ornato con un portale con colonne che sorreggono una nicchia che custodisce la statua del Santo. L'interno, ad aula unica con ampie cappelle laterali, in alto si scorge il seicentesco tetto ligneo a cassettoni.

 

 

 

 

 

Gli Arabi definirono i Nebrodi "un'isola nell'isola"

 

 

 

Paste di mandorle, rametti, buccellati  Base comune a molti dei dolci tradizionali dei Nebrodi, che presentano una sorprendente varietà, è la pasta di mandorle: la si usa, con aggiunta di cioccolato o di frutta o di fichi secchi, anche nel ripieno della pasta reale "coperta", una sorta di raviolone rotondo. Farciti di fichi, noci, pinoli, scorze di arancia e cannella sono i buccellati. 
Alla categoria dei piccoli dolci secchi appartengono i rametti o ramette, biscotti di mandorle o nocciole bianchi, ricoperti con granella colorata. Le giammelle o giammellotte sono di pasta più morbida, all'uovo, mentre con la pasta del pane si fanno le ciambelle (cuddura) pasquali.

Canestrato - E' un formaggio di latte misto vaccino-caprino, che viene riscaldato a 37 gradi, collocato in una tina di legno, addizionato di caglio in pasta e versato in canestri di giunco che danno una particolare modellatura alle forme. Queste sono pressate a mano, aggiungendo a volte grani di pepe o fiocchi di peperoncino. 
Quindi si procede alla scottatura a 80 gradi della cagliata, che andrà ad asciugare su tavolieri di legno. Il giorno dopo si sala a secco con sale marino, fino a quando il formaggio non ne assorbe più e si crea sulla forma uno strato di sale. I canestrati vanno poi in stagionatura in cantine o grotte naturali, dove restano per un periodo variabile a seconda del grado di affinamento che si vuole raggiungere.
 

 

Maiorchino    E' un blocco di formaggio dalla forma cilindrica e un peso che va dai 10 ai 18 chili. E' uno dei più grandi pecorini d'Italia, pare che risalga al Seicento, sia per la struttura che per la qualità ed è notevole anche la sua attitudine alle stagionature prolungate. Si produce da febbraio fino alla seconda decade di giugno in piccolissime quantità, lavorando latte crudo di pecora, con un'aggiunta del 30% circa di latte di capra, unendo caglio in pasta di capretto o agnello. La tecnica di realizzazione molto complessa e la lunga stagionatura rendono i costi di produzione alti rispetto al mercato. Il (Maiorchino) pecorino, quindi, sta rischiando di scomparire.
Curiosità: Ancora oggi, il martedì a Carnevale, a Novara di Sicilia in alcuni comuni che lo producono, si effettua con le forme stagionate la tradizionale "ruzzola": i pastori gareggiano facendole rotolare lungo il pendio della via principale del paese.
Zona di produzione: Comuni di Santa Lucia del Mela, Novara di Sicilia, Basicò, Tripi, Mazzarà Sant'Andrea, Fondachelli Fantina, Montalbano Elicona ed altre zone dei nebrodi (provincia di Messina)

L'antichissimo gioco del "maiorchino" risalente ai primi decenni del 600 e molto diffuso in passato in provincia di Messina, sopratutto nelle zone dei Nebrodi e dei Peloritani, esso sopravvive unicamente a Novara di Sicilia, un paese ove il tempo sembra essersi fermato ed i cui abitanti molto legati alle tradizioni lo praticano abitualmente nei mesi invernali.
La curiosa gara consiste nel far rotolare una forma di pecorino stagionato del peso di circa 10 chilogrammi lungo un percorso, ormai consueto da secoli, che si snoda per oltre due chilometri lungo le antiche e caratteristiche strade del centro storico. Il lancio deve essere un misto di forza, precisione ed interpretazione delle pendenze della strada , visto che vince la squadra (composta da tre giocatori) che taglia per prima il traguardo "a serva" impiegando il minor numero di lanci.
Come abbiamo detto la forma di cacio, di un caratteristico colore giallo, ha il peso di dieci chilogrammi con spessore di 12 cm e diametro di circa 35 e per imprimerle maggiore velocità viene attorcigliata con un robusto laccio - " a lazzada " - che serve anche a determinare la direzione voluta. Generalmente le squadre impiegate nel torneo sono circa 15, provenienti anche da altri paesi limitrofi e per determinare le formazioni finaliste si rende necessario effettuare prove eliminatorie che durano quasi tre settimane. Nelle ultime edizioni ( Quella di quest' anno è la XII° ) hanno partecipato anche formazioni femminili, che non hanno assolutamente sfigurato al cospetto dei loro più esperti colleghi. Per tradizione il giorno della finalissima coincide con il "Martedì grasso", che si tramuta a tutti gli effetti in una grande festa per l' intero paese e per i numerosi spettatori che vi convengono da Messina e da diversi centri della provincia. Nell'occasione, infatti, nella piazza principale "MicheleBertolami" viene allestito un vero e proprio ovile dove i pastori, che indossano i caratteristici indumenti di un tempo, preparano con i metodi tradizionali, al cospetto del pubblico, la ricotta ed il formaggio "a tumma" che vengono poi distribuiti ai presenti. La festa si completa poi con la degustazione dei maccheroni casalinghi conditi con sugo di salsiccia e ricoperti da una vera e propria cascata di maiorchino grattugiato e con il contorno di altri prodotti tipici locali accompagnati dal buon vino genuino della zona. A ciò fa seguito il conclusivo ballo in piazza.
Uno spaccato dunque di folclore e di popolaresca semplicità che si associano alla valorizzazione dell'antico patrimonio pastorale ed a quella genuina civiltà contadina del quale la popolazione di questo centro collinare è depositaria.
http://www.agrigirasole.it/0000/maiorchino.htm
 

 

 

 

Provola dei Nebrodi - E' un tradizionale caciocavallo siciliano prodotto artigianalmente dai casari dei Monti Nebrodi, che si tramandano la tecnica di caseificazione di padre in figlio. Normalmente è di piccole dimensioni (da 1 a 1,5 chili), anche se alcuni produttori scelgono pezzature superiori, più idonee per stagionature prolungate. La forma è ovoidale, con la classica testina dei caciocavalli (utilizzata per legare le forme e appenderle). 
Si produce con latte vaccino coagulato con caglio di agnello o di capretto e poi filato gettando acqua calda sulla massa. Prima della filatura la pasta è manipolata a lungo: una tecnica simile a quella usata per impastare il pane, grazie alla quale il formaggio tende a sfogliarsi in bocca. Le forme hanno buccia liscia, lucida, di colore paglierino ambrato. Il sapore varia dal dolce al piccantino, con il progredire della stagionatura. è un ottimo formaggio da tavola, ma è anche utilizzato come ingrediente in alcuni piatti tipici. Particolari forme artistiche-artigianali sono espresse nei cosiddetti "caci figurati" buoni da mangiare ma anche belli da vedere.

 



 

La Ricotta  - La ricotta è un latticino diffuso in tutta la Sicilia, dove viene utilizzata in infinite preparazioni gastronomiche. Ma sui Nebrodi vive una sorta di tripudio di biodiversità. Qui infatti è prodotta ancora come ai tempi di Omero, utilizzando come innesto il lattice di fico. Il casaro ha i suoi alberi di riferimento da cui stacca i rametti che immerge direttamente nel siero o che diluisce in un decotto di acqua bollente che poi travaserà nella caldaia. La tecnica è piuttosto complicata, in quanto l'efficacia del lattice è condizionata dal clima, dalla stagione, dal vigore vegetativo dell'albero: per cui il casaro ogni giorno deve decidere quantità di lattice e tempo di reazione. è certo però che con questa tecnica si ottengono ricotte assolutamente pure, molto personali (variano a seconda della mano del casaro) e che non hanno retrogusto di limone o acido o minerale.

 

 

Tutto al più un piacevolissimo aroma erbaceo. Ma la variabilità non dipende solo dal lattice di fico: si fanno ricotte vaccine, pecorine e miste. Inoltre si fanno senza sale, da consumarsi fresche soprattutto in cucina o in pasticceria, oppure salate fresche e ancora salate destinate alla stagionatura, che diventeranno dure, quasi granitiche, buone da grattugiare sulla pasta. Sui Nebrodi si produce anche ricotta infornata - la particolare tecnica di cottura della ricotta - sia tenera e dolce, sia salata e destinata a un prolungato affinamento.
 


Fragole e piccoli frutti dei Nebrodi Fragole, Fragoline di bosco, Mirtilli, Lamponi, More e Ribes bianchi e rossi, vengono coltivati sui monti Nebrodi nel periodo primaverile - estivo. 
Si tratta di frutti ricchissimi di vitamine e di proprietà salutistiche che da sempre crescono, spontaneamente nei boschi e che da un decennio vengono coltivati in pien'aria.
I Frutti di bosco, le Fragole e le Fragoline rappresentano, per l'aspetto, i colori, il profumo inconfondibile e le innumerevoli qualità intrinseche, un prodotto di nicchia di sicura eccellenza.
Storia del prodotto: Gli Arabi definirono i Nebrodi "un'isola nell'isola" perché essendo caratterizzati da un paesaggio ricco di boschi, pascoli d'alta quota, laghi e torrenti, contrastano con l'immagine più comune di una Sicilia arida ed arsa dal sole. Lamponi, Mirtilli, Ribes e Fragoline trovano in questi luoghi le condizioni di sviluppo ideale e rappresentano una prospettiva per l'agricoltura di montagna che, necessariamente ed in modo consapevole, si accosta a modelli produttivi integrati col territorio, il paesaggio ed il tessuto socio-economico.

Nocciola dei Nebrodi Intorno al 1890, in conseguenza del perdurare della crisi della gelsicoltura, sulle pendici della media e alta collina si assistette alla diffusione di un altro protagonista del paesaggio agrario nebroideo, ossia il nocciolo; questa coltura, già presente in passato nel territorio tortoriciano, grazie alla sua facilità di adattamento, al suo apparato radicale molto fitto e quindi atto a prevenire l'erosione del suolo, e ovviamente alla sua produttività, riuscì a sostituire degnamente la coltura del gelso. 
I noccioleti, estesi circa 12 mila ettari e con un vastissimo patrimonio genetico, forniscono produzioni pregiate soprattutto dal punto di vista qualitativo. Tra le cultivar principali si ricorda la Curcia, la Carrello, la Ghirara, le diverse Minnulare. Largamente impiegate nella pasticceria locale, per la preparazione di ottimi gelati, semifreddi e dolci caratteristici quali: la pasta reale, i croccantini, il torrone e i rametti.
Miele dei Nebrodi  Sui Nebrodi vi è un'eccezionale ed unica varietà di piante ed alberi, basta pensare che in soli 30 minuti si passa dal livello del mare a 1.500 metri d'altezza. Praticando un'apicoltura di tipo nomade, oltre che stanziale, si ha la possibilità di approfittare di continue e diversificate fioriture durante il corso di tutte le stagioni con la possibilità di produrre miele di altissima qualità utilizzando "pascoli" quanto mai diversificati che vanno dall'agrumeto, al castagno, all'acacia, all'eucalipto, agli alberi da frutta in genere e ad un eccezionale mille fiori di montagna. 
Il miele che se ne ricava è un prodotto genuino e gustosissimo che si assaggia al naturale o accompagnato e legato ad altri prodotti tipici quali frutta secca (pistacchio, nocciole, noci, mandorle), formaggi, o altrimenti costituisce la base per dolci e pietanze.
Olio extravergine d'oliva Valdemone DOP Il Valdemone è ottenuto da oli delle tre cultivar principali: Ogliarola Messinese, Santagatese e Minuta. L'olio si presenta limpido o leggermente velato, dal colore verde con sfumature dorate. Il profumo ricorda le olive appena raccolte accompagnato da sentori di erbe, foglie e fiori di piante spontanee presenti nel territorio. Il gusto delle olive fresche di raccolta è contornato da un contrasto amaro e le sensazioni retro-olfattive sanno di mandorla, frutta fresca, pomodoro e cardo. Zona di coltivazione/produzione: Comuni in provincia di Messina
Storia del prodotto: Anticamente il termine Valdèmone era identificato come "Vallis Nemorum" ("Valle dei Boschi"), a giustificazione della ricchezza forestale del territorio. Inoltre è stato da sempre legato alla Sicilia Nord Orientale perchè dal medioevo fino al 1812 questa parte della Sicilia veniva indicata appunto con il nome Valdemone.
 

Pane di grano duro ed altri prodotti tipici Sui Nebrodi, come sulle Madonie e in buona parte del resto della Sicilia, il pane tradizionale è fatto almeno in parte con semola rimacinata di grano duro impastata con acqua, sale e - spesso - lievito madre. La forma è rotonda o oblunga e la pezzatura medio-grande, da un minimo di 1 chilo a 1,8, 2 chili.



 

Nei paesi del parco i fornai usano ancora la legna per cuocere il pane, che ha crosta consistente, profumo fragrante e si conserva bene per parecchi giorni.



Il Suino dei Nebrodi: il nostro oro nero.

 

 

http://www.presidislowfood.it/ita/dettaglio.lasso?cod=143

Spesso i boschi dei Nebrodi (50 mila ettari di faggi e querce in gran parte all’interno di un parco naturale) sono cintati da reti altissime, e basta accostarsi ad esse quando un piccolo branco di suini grufola nelle vicinanze, per comprenderne la ragione. Infatti questi animali – molto più simili a cinghiali selvaggi sia nelle fattezze sia nelle abitudini – non hanno nulla di mansueto e di domestico.

Di taglia piccola e mantello scuro (caratteristica delle razze suine autoctone italiane), i suini Neri dei Nebrodi sono allevati allo stato semibrado e brado in ampie zone adibite a pascolo: solo in concomitanza con i parti si ricorre all’integrazione alimentare.

Frugale e resistente, questa razza negli ultimi anni ha visto ridursi considerevolmente il numero dei capi (attualmente si può presumibilmente stimare la presenza di circa 2000 animali). Gli allevatori hanno aziende molto piccole e, nella maggioranza dei casi,sono anche trasformatori. I loro prodotti, tuttavia, raramente raggiungono il mercato: destinati in massima parte al consumo familiare oppure oggetto di piccoli scambi locali.

Tutte le specialità norcine della Sicilia sono concentrate in questa zona nord-orientale dell’isola: il salame fellata, la salsiccia dei Nebrodi, i salami, i capocolli e le pancette. Un tempo erano tutti prodotti con il suino Nero, oggi la situazione è più confusa: molti norcini, infatti, sono costretti a rifornirsi di suini ibridi dagli allevamenti industriali. Ma tutte le degustazioni comparate provano che i prodotti realizzati a partire dalla carne di suino Nero allevato brado esprimono un’intensità aromatica nettamente superiore e possiedono una maggiore attitudine alle lunghe stagionature. Naturalmente la carne di suino Nero – nei suoi vari tagli – può anche essere consumata fresca.

 

 

Il Presidio

L’importanza e la tutela della tecnica di allevamento, la particolarità di questi suini, il territorio in cui essi sono allevati, sono stati gli elementi decisivi che hanno fatto nascere il Presidio.

L’estinzione di questa razza suina (una delle poche sopravvissute in Italia) costituirebbe una grave perdita per il patrimonio genetico, ma anche e soprattutto per l’economia locale e per il piacere gastronomico: il Nero dei Nebrodi, infatti, offre carni di altissima qualità. Il Presidio ha riunito un gruppo di allevatori e norcini e promuove la ricca e variegata gamma di prodotti norcini tradizionali di questa zona: il capocollo, la salsiccia fresca e essiccata, il salame detto fellata, la pancetta.

Area di produzione Tutti i comuni dell’area dei Monti Nebrodi (province di Messina, Enna e Catania).Stagionalità  La carne e i trasformati del suino nero sono reperibili tutto l’anno.

Capocollo In Sicilia come in tutto il Meridione d'Italia, il capocollo è il salume (chiamato coppa nelle regioni del Nord) che si ricava dall'omonimo taglio suino, corrispondente ai muscoli della parte dorsale del collo. Dopo essere stato disossato, sgrassato e rifilato, il pezzo di carne è lasciato per una decina di giorni a insaporirsi in una concia di sale, pepe e altri aromi naturali. E' quindi insaccato in budello di maiale, legato e trasferito in ambienti freschi e arieggiati, dove resta almeno un paio di mesi. Alcuni produttori lo sottopongono anche a una leggera affumicatura.

Fellata La zona di produzione di questo salume comprende il comune di San Marco, i comuni di Castell'Umberto e Mirto, nella Valle del Fitalia, e Sinagra, nella Valle del torrente Naso. E' ottenuto da carni di maiali di razza Large White, Landrace, Nero dei Nebrodi e loro incroci. I tagli utilizzati sono coscia, spalla e lombi per la parte magra, pancetta per quella grassa. La carne e il grasso, tagliati a grana grossa in punta di coltello, sono conciati con sale, pepe e talvolta peperoncino. Quest'ultimo ingrediente caratterizza il salame di San Marco, differenziandolo dall'analogo insaccato prodotto nella poco distante cittadina di Sant'Angelo di Brolo.
L'impasto è insaccato nel budello gentile suino, conosciuto in Meridione col nome di cularino: le sue pareti, particolarmente grasse, mantengono morbido il salame anche al termine di una lunga stagionatura. Questa, in funzione della pezzatura (tra 500 e 1000 grammi), varia mediamente dai due ai tre mesi. Più raramente, i salami sono messi in commercio dopo soli 40 giorni o dopo quattro mesi.
Prosciutto crudo di suino nero Il Prosciutto crudo di suino nero si ottiene da suini allevati con metodo semi estensivo, cosiddetto in "Pien'aria", alimentati con ghiande ed essenze foraggiere che conferiscono caratteristiche organolettiche tipiche. Zona di produzione: Monti Nebrodi
Caratteristiche del prodotto: Caratteristico con il piedino di forma allungata con grasso periferico abbastanza evidente
Come viene preparato: Il prosciutto viene preparato con le cosce del suino nero dei Nebrodi e sottoposto a un processo di salatura con sale secco in ambiente naturale o termocondizionato secondo la stagione. Segue una fase di stagionatura. in ambienti naturali costruiti in pietra arenaria e malta di terra (Catoj) idonei per temperatura ed umidità, per un periodo compreso tra 18 e 36 mesi.
Come si conserva: Una volta aperto il salume và conservato a temperatura ambiente avvolto in una tela di cotone o in frigo nel reparto frutta in questo caso prima del consumo portarlo fuori il tempo necessario per raggiungere la temperatura ambiente.
 

 

 

Il Castrato alla brace a Floresta  C’ è qualcosa di più caratteristico e piacevole che trovarsi intorno alla brace e addentare un boccone di carne ancora fumante appena tirata su dal fuoco? E’ proprio il gusto di provare un tale piacere che spinge numerose persone a recarsi a Floresta; magari in una bella domenica estiva.
Il castrato alla brace è un piatto tipico di Floresta. Le carni impiegate per questa prelibata pietanza provengono da allevamenti locali dei Nebrodi. Si tratta di agnelloni castrati che hanno già compiuto la fase dello svezzamento, da un peso che oscilla dai 13 ai 15 Kg.
La carne viene macellata e quindi ridotta in tranci, costolette e fettine che, una volta salati, vengono posti sulla griglia e quindi sulla brace. Durante la fase di cottura, la carne viene continuamente attinta con del “salmoriglio” (olio, aceto,origano) utilizzando un pennello fatto di ramoscelli di origano. Il fumo e il profumo della carne di castrato alla brace,che si emana per le vie di Floresta, fa veramente venire l’acquolina in bocca!
http://www.florestagiovane.it/Il%20Castrato.htm

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'Etna visto dai Nebrodi


 

 

 

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