LA CITTA' DEI PARCHI COMMERCIALI.

 

A Catania sono previsti nuovi centri commerciali
Non si sa per quale motivo, ma la zona di Catania vuole superare il record di avere molti ipermercati vicini tra di loro. Nei prossimi mesi sarà aperto il nuovo centro commerciale “Gli Arancì” del gruppo Auchan nel quartiere Pigno e il nuovo centro “Ikea” vicino lo svincolo della Zona Industriale Nord della Tagenziale di Catania.

La costruzione del nuovo centro commerciale a San Gregorio di Catania è ferma, perchè Carrefour ha deciso di bloccare per adesso i lavori a causa della crisi economica.

Entro il 2012 è prevista l’apertura di un nuovo mega centro commerciale che vuole sfidare Etnapolis e Gli Arancì, il cui nome sarà “Felix” e sarà situato in una zona del comune di Misterbianco. Il nuovo polo dedicato allo shopping sarà in Contrada Cubba, vicino lo svincolo di San Giorgio della Tangenziale di Catania, nel territorio sud del comune di Misterbianco. Il grande parco commerciale sarà di 40.000 mq, con uno shopping center di 45.000 mq e un’area dedicata al tempo libero di 18.500 mq con oltre 6.500 posti auto. Il centro commerciale “Felix”, di proprietà della società “Cualbu Spa” e commercializzato da “Cushmau & Wakefield”, conterrà circa 100 punti vendita. Secondo il progetto, la struttura avrà una forma a trapezio, dove le varie metrature di vendita si affacceranno su una serie di piazze e gallerie. Una grande superficie destinata al supermercato alimentare sorgerà a lato del corpo centrale dello shopping center che ospiterà anche una decina di spazi dedicati ad attività food e di artigianato.

 

Una veduta d'insieme della zona commerciale alle porte di Misterbianco

 

Felix ingrandirà ancora di più il territorio comunale: Misterbianco si estende dalla zona di San Giovanni Galermo (comune di Catania, a nord) all’Hotel Gelso Bianco (comune di Motta Sant’Anastasia, a sud) ed da Nesima Superiore-San Nullo (comune di Catania, a est) a Piano Tavola (frazione divisa da 4 comuni etnei, ad ovest).

Più precisamente, l’area del nuovo centro commerciale confina a nord con la Strada Provinciale 54, ad est con la Tangenziale di Catania, a sud con il Vallone Cubba ed a ovest con la strada comunale San Francesco. La società ha presentato il progetto all’Eire 2009. Intanto vicino quelle zone sta per nascere l’ospedale San Marco, il nuovo Asse Attrezzato che collegherà A19 Catania-Palermo con Corso Indipedenza e la nuova stazione dei Vigili del Fuoco.

Giuseppe Battiato  http://www.criluge.it/corridoio/?p=4166

NON TUTTI, QUESTI SONO SOLO QUELLI PRINCIPALI.

ETNAPOLIS

PORTE DI CATANIA

CENTRO SICILIA

IKEA

METRO

LE ZAGARE

I PORTALI

KATANE'

 

 

Misterbianco (Mustarjancu in siciliano) è un comune italiano di 49.367 abitanti[3] della provincia di Catania in Sicilia.
Anticamente l'abitato si sviluppava su di un rilievo alle pendici dell'Etna con terre fertili e attraversato dal fiume Amenano. Il nome cittadino deriva da un monastero i cui monaci indossavano un saio bianco, probabilmente domenicani, Monasterium Album, che venne distrutto, assieme all'antico borgo, dall'eruzione del 1669. La ricostruzione nel nuovo sito avvenne grazie all'autorizzazione ad erigere il nuovo comune che gli abitanti chiesero subito al Tribunale del Regio Patrimonio, autorizzazione che si concluse con l'acquisto del nuovo territorio, quello attuale più a valle, avvenuta il 24 novembre 1670 che apparteneva al Convento delle Moniali di S. Giuliano di Catania e pagato al prezzo di 501 onze, 12 tarì e 10 grana. La ricostruzione fu condotta in maniera per quanto possibile fedele alla precedente struttura cittadina. Fu riedificata la piazza dei Quattro Canti, le chiese, i quattro palazzi signorili - Santonocito, Scuderi, Anfuso e Santagati - e buona parte dei monumenti, ivi compresa la stele con la croce, trasportata dall'antico comune e che fu installata sul poggio da cui ha preso il nome l'attuale Poggio Croce.

Casale di Catania fino al 1642, divenne Terra indipendente a seguito dell'acquisto da parte di Gian Andrea Massa, nobile famiglia genovese che lo cedette dopo qualche giorno alla famiglia Trigona, allora baroni di S. Cono e Dragofosso, che nel 1685 ottenne il titolo di duca di Misterbianco.

A Misterbianco vi sono alcune aree archeologiche con reperti del Neolitico, insediamenti greco - romani e bizantini (nella contrada Erbe Bianche) e i resti di un acquedotto d'età romana. Da ricordare i resti dell'antica Chiesa Madre, dedicata a Santa Maria de Monasterio Albo, citata in alcuni documenti trecenteschi, e in alcuni cinquecenteschi sotto il titolo di Santa Maria delle Grazie. Dell'originaria costruzione, distrutta dall'eruzione del 1669, restava fino ai primi anni del 2000 solo parte dell'antico campanile. Adesso a seguito degli scavi archeologici è stata riportata alla luce l'intera navata, il pavimento originale, l'abside, gli altari laterali e gli ambienti circostanti.

Fino alla metà degli anni cinquanta Misterbianco era solo un grosso centro agricolo alle porte di Catania. Negli anni sessanta iniziarono a svilupparsi, nell'area a nord ovest, insediamenti industriali per lo più connessi al settore produttivo edile. La popolazione al censimento del 1971 risultava essere di 18.836 abitanti. A partire dagli anni settanta, in conseguenza dello sviluppo caotico ed irrefrenabile delle costruzioni nelle zone dove ora sorgono le frazioni di Lineri, Poggio Lupo, Serra, Belsito e Montepalma si è verificato un vertiginoso aumento della popolazione, confluitavi dall'hinterland Etneo più povero e dai quartieri più disagiati della città di Catania. Contemporaneamente si è sviluppata a macchia d'olio l'area commerciale/industriale arricchendosi di anno in anno di nuove aziende sempre più importanti, soprattutto nel settore della grande distribuzione, senza trascurare quello ad alto contenuto tecnologico come nel caso dell'Alenia. Il censimento del 1991 registrava già un numero di abitanti di 40.785 unità, dei quali la metà residenti nelle varie frazioni. Il fenomeno, pur in scala più ridotta, prosegue e ciò a causa del sempre più alto costo delle unità immobiliari nel centro di Catania, che spinge molti a cercare alloggio nei comuni circostanti, come Misterbianco.
Chiesa Madre dedicata a S. Maria delle Grazie (parrocchia), Chiesa di San Nicolò (parrocchia), Chiesa di S. Angela Merici (parrocchia), Chiesa della Divina Misericordia (parrocchia), Chiesa S. Bernadetta (parrocchia), Chiesa S. Carlo Borromeo (parrocchia), Chiesa S: Massimiliano Kolbe (parrocchia), Chiesa Beato Cardinale Dusmet (parrocchia), Chiesa del Carmine, Chiesa di S. Giuseppe, Chiesa di S. Rocco, Chiesa di S. Lucia o S. Orsola, Chiesa di S. Margherita, Chiesa della Madonna degli Ammalati, Chiesa di Campanarazzu (vecchia chiesa Madre), Monumento ai Caduti, Monumento a Garibaldi, Monumento a Nunzio Caudullo, Terme romane, Poggio Croce, Palazzo del Senato, Palazzo Ducale, Ospizio, Stabilimento Monaco.

Tra Misterbianco e Catania si trova la più importante zona commerciale della provincia. Si trovano presenti quasi tutte le principali imprese di grande distribuzione di livello europeo. Imprese sia all'ingrosso che al dettaglio, operanti nei settori dell'abbigliamento e dell'arredamento, dell'informatica e delle forniture da ufficio, del bricolage e della refrigerazione.

Una grande area, tra l'attuale zona commerciale e la frazione di Montepalma, ospitava fino a qualche decennio fa una delle più grandi imprese del settore costruzioni, l'impresa Costanzo, travolta dagli scandali del periodo di Tangentopoli[6]. In essa si producevano prefabbricati pesanti in calcestruzzo per uso autostradale, ferroviario e civile, nonché interi edifici industriali, commerciali e per uso civile; l'impresa ebbe anche l'appalto di due lotti dell'allora costruendo Tunnel della Manica ed occupava diverse migliaia di persone nei suoi vari settori di attività, oggi è del tutto abbandonata.

 

 

Periferie e frazioni 

Madonna degli Ammalati è una località estiva frequentata dai misterbianchesi posta in zona collinare a nord-est del centro urbano. La frazione è sorta su una parte dell'area dell'antico abitato di Misterbianco, seppellito dalla lava del 1669, di cui rimasero intatte soltanto alcune parti, ancor oggi visibili oltre alla chiesetta della Madonna degli Ammalati e il campanarazzu, cioè il campanile della chiesa madre sepolta e una parte della costruzione di quella di San Nicolò. Quanto rimasto della chiesetta crollò in seguito al terremoto del 1693 eccetto la parete nord sulla quale si trovava l'affresco raffigurante Maria SS. Aegrotorum (degli Ammalati). Nella prima metà del Settecento il sacerdote Domenico Bruno iniziò a ricostruire la chiesetta restaurando i frammenti di intonaco sopravvissuti e dando inizio al culto alla Madonna degli Ammalati la cui festa dura quattro giorni concludendosi la seconda domenica di settembre; questa inizia con una processione di fedeli che accompagna una campana di 51 kg, sopravvissuta alla lava, ma rifusa nell'Ottocento, dalla chiesa di S. Nicolò, nel centro cittadino, fino alla chiesa del cosiddetto Chianu 'e malati; vengono celebrate varie messe, si esegue la tradizionale "Cantata" nei pressi del "Piano" ove i membri della commissione per i festeggiamenti, con un sacco in mano, aspettano 'o passu (al passaggio) i fedeli per la raccolta delle offerte. Durante le giornate si svolgono aste sacre; la festa si conclude con fragorosi fuochi d'artificio fino a notte fonda. Oggi è una zona residenziale del paese.

L'antico sito di Campanarazzu è raggiungibile lungo la strada che collega la frazione alla strada provinciale 12/1 Misterbianco-San Giovanni di Galermo.

Piano Tavola è suddivisa amministrativamente tra i comuni di Belpasso, Misterbianco, Camporotondo Etneo e Motta Sant'Anastasia. È un grosso borgo circondato da insediamenti industriali ed artigianali che aspira ad essere eretto in comune autonomo. Ha una sua stazione ferroviaria della Ferrovia Circumetnea.

Lineri, e Montepalma sono due grosse frazioni, nelle quali abita circa un terzo della popolazione di Misterbianco, site ad est del centro principale, vicine alla città di Catania.

Le frazioni di Belsito CT, Serra Superiore e di Poggio Lupo si trovano immediatamente a nord di Lineri, a ridosso della strada provinciale 12; le ultime due sono sede di numerose imprese di produzione e commercializzazione di materiale edile.

http://it.wikipedia.org/wiki/Misterbianco

 

 

 

 

Il paese è situato sul versante del monte Etna, dista 12 km da Catania, e si sviluppa su una rupe di origine basaltica, formatasi in epoca glaciale. Data l'imponente massa monolitica, detta, secondo un'antica leggenda, ombelico dell'Etna, tale area ha ricoperto una grande importanza sotto un punto di vista militare.
Territorio

La parte più antica di Motta Sant'Anastasia è stata edificata su un neck, una rupe di origine vulcanica. Una lunga ed intensa eruzione risalente a 550.000 anni fa provocò la formazione di un cono vulcanico.

Nel corso dei secoli, a causa dei processi di erosione, il cono ha assunto l'attuale forma a "rocce colonnari" prismatiche a sezione esagonale e pentagonale più o meno regolari, raggiungendo l'altezza di 65 metri.

Quello di Motta è l'unico esempio di neck presente in Italia. Altri casi si riscontrano in Francia (Le Puy del Velay), in Algeria (Tamanrasset-Ahaggar) e negli U.S.A. (Missouri, Montana, Arizona, Utah, Nuovo Messico). La vegetazione presente sulla roccia è costituita da licheni e fichi d'India (Opuntia Ficus Indica Mill).
Storia Motta, come altre città della Valle del Simeto, ha origini antiche. Studi archeologici risalenti al 1954 nella contrada Ardizzone, attestano la presenza greca nel territorio intorno a secoli V-IV a.C. Il periodo romano, invece, è testimoniato dal ritrovamento di alcune monete risalenti al periodo del grande impero, e da un mosaico rinvenuto in contrada Acquarone, appartenente ad una villa.

Sull'origine del nome Motta Sant'Anastasia esistono diverse ipotesi. Secondo alcuni studiosi Motta (nome preromano) e Anastasia (nome greco-bizantino) hanno significati simili ed indicano la natura del luogo, il tipico rilievo del territorio che da secoli è caratterizzata dal Neck e i dintorni di Motta Sant'Anastasia. Successivamente nei secoli XII-XIV, i due nomi furono accostati ed i cittadini si associarono nella devozione e nel culto di Sant'Anastasia, patrona della cittadina.

 

Motta, fin dal periodo di Dionisio, tiranno di Siracusa, ricoprì un ruolo di notevole importanza come roccaforte di avvistamento e di difesa.

Tale ruolo crebbe durante il periodo normanno con Ruggero d'Altavilla che vi fece edificare una torre per presidiare l'imbocco della piana di Catania e proteggere così i possedimenti normanni dalle continue incursioni saracene. Le caratteristiche del territorio, i resti delle strutture di difesa e quelle abitative evidenziano la tipicità medievale della cittadina. "La Motta", infatti, consisteva in un luogo sopraelevato da dove era possibile controllare l'intero territorio circostante. In Inghilterra, intorno al 1066, sulla "Motta" dei luoghi di conquista, i Normanni costruivano una torre di legno per difendere i territori occupati. Ma in Sicilia, per la carenza di foreste, i Normanni dovettero edificare le loro torri con pietra basaltica. A Motta tale costruzione era stata facilitata dalla conformazione morfologica del luogo, che ben si prestava all'edificazione dell'avamposto difensivo.

Il primo insediamento fuori dalle mura fu il quartiere Urnazza che, intorno al 1500, sorse nei pressi dell'attuale chiesa di Sant'Antonio, allora luogo di sepoltura dei quartieri "Urnazza" e "Matrice".

Nel 1526 la città diventò feudo di Antonio Moncada, conte di Adernò, e per quattro secoli, fino al 1900, il castello fu destinato essenzialmente a essere una prigione.

Nella seconda metà del 1600 vi erano a Motta 560 abitanti. Tra la seconda metà del 1700 e il 1800 cominciò meglio a delinearsi la struttura del paese, con la nascita di nuovi quartieri, come quelli di "Croce", "Pozzo", "Sciddichenti".

Nel 1798 gli abitanti di Motta divennero 1400 e nel censimento del 1831 arrivarono a 2181.

Il 1º gennaio 1820 il tribunale di Catania istituì il comune di Motta Sant'Anastasia.
Monumenti e luoghi d'interesse La torre di Motta (o Dongione) fu costruita tra il 1070 e il 1074 (pare sul rudere di una torre araba) per volontà del gran conte Ruggero il Normanno. Il massiccio torrione a pianta rettangolare (con dimensioni: 21,54 x 9 x 17,10 m) è alto circa 21 metri e rappresenta una tipica struttura a carattere difensivo del tardo medioevo. La copertura a terrazza conserva la quasi intatta merlatura,(22 merli a testa arrotondata) se non fosse per uno dei 22 merli che nel 2010 è stato colpito da un fulmine, ma prontamente restaurato.

La struttura è costituita da tre elevazioni. Solo la prima di queste presenta ancora le finestre originali ad arco a sesto acuto (esterno) e a tutto sesto (interno). Le altre due finestre quadrate, degli altri livelli, come l'attuale porta d'ingresso, risalgono invece al XV secolo.

Il piano terra era destinato ad alloggio militare. In esso sono visibili una serie di feritoie per la difesa.

Sempre al piano terra fu ricavata la cisterna per la raccolta delle acque piovane e dove, come scrive l'umanista Lorenzo Valla, fu rinchiuso il conte di Modica, Bernardo Cabrera. Il primo piano era destinato all'alloggio del comandante della guarnigione. Il secondo piano è caratterizzato da un arco a sesto acuto. Le tre elevazioni erano collegate tra loro da una serie di scale a pioli retrattili di legno. Già nel 1091, il castello venne concesso alla istituenda diocesi di Catania che ne detenne il possesso fino alla fine del XIII secolo. Nel XIV secolo, per diciannove anni (1355-1374) fu dimora del conte di Aidone, Enrico il Rosso.

Dopo essere stato proprietà di Rinaldo Perollo, nel 1408 il castello fu acquistato da Aloisio Sanchez. Successivamente, nel 1526, Antonio Moncada, conte di Adernò, per 1210 once acquistò la terra di Motta ed il castello che rimasero proprietà dei suoi discendenti fino al 1900, anno in cui venne acquistato dal Comune.

L'ERA MEDIEVALE DEI RIONI RIVISSUTA OGNI ANNO.

Sin dall’inizio del XVI Secolo tra i giovani mottesi si era evidenziata la volontà di distinguersi in consorterie contadine e maestranze con un progressivo popolamento del borgo, premessa naturale per la formazione del Comune, che avvenne nel 1820.
Nascevano in questo periodo due fazioni: i CAMPAGNOLI e i MAESTRI, veri partiti della vita amministrativa del paese. Attorno al 1880, si formò successivamente un terzo partito, denominato PANZERA, appendice dei CAMPAGNOLI nella vita amministrativa paesana ma partito a sè per la Festa di Santa Anastasia.
I Maestri tenevano la Piazza, i Campagnoli la zona della Matrice e i Panzera la zona Sud del paese. Solo dopo il 1968, per le mutate esigenze demografiche e urbanistiche del paese, si sentì il bisogno di ridefinire il tessuto sociale e culturale di Motta e si formarono tre RIONI: Maestri, Vecchia Matrice e Panzera.

I RIONI DI MOTTA SANT'ANASTASIA Sin dall’inizio del XVI Secolo tra i giovani mottesi si era evidenziata la volontà di distinguersi in consorterie contadine e maestranze con un progressivo popolamento del borgo, premessa naturale per la formazione del Comune, che avvenne nel 1820.

Nascevano in questo periodo due fazioni: i CAMPAGNOLI e i MAESTRI, veri partiti della vita amministrativa del paese. Attorno al 1880, si formò successivamente un terzo partito, denominato PANZERA, appendice dei CAMPAGNOLI nella vita amministrativa paesana ma partito a sè per la Festa di Santa Anastasia.

I Maestri tenevano la Piazza, i Campagnoli la zona della Matrice e i Panzera la zona Sud del paese. Solo dopo il 1968, per le mutate esigenze demografiche e urbanistiche del paese, si sentì il bisogno di ridefinire il tessuto sociale e culturale di Motta e si formarono tre RIONI: Maestri, Vecchia Matrice e Panzera.

Il rione "MAESTRI" è nato nel XIX sec. con il nome di " Partito Operaio" perchè vi appartenevano operai ed artigiani.Con il passare del tempo il nome muterà da operaio a Giovani Maestri. I Maestri sono situati a nord del paese (Motta S. Anastasia) ed occupano il quartiere "Urnazza", metà della via Vitt. Emanuele, il "Calvario" e P.zza Duca d'Aosta. I colori che da sempre lo contraddistinguono sono il bianco e l'azzurro. Particolare suggestioni riveste, nell'ambito della festa padronale in onore di S. ANASTASIA, la "Calata della Quartine", che rappresentano gli emblemi di ciascun rione

Sito Web  http://www.sbandieratorimaestri.net/

Il Rione VECCHIA MATRICE, con i colori giallo-verde di Santa Anastasia, patrona di Motta, ripropone temi e leggende della storia della Sicilia, arricchendo le proprie parate storiche con le coreografie del gruppo Sbandieratori di “Casa Normanna”, costituiti nel 1971 e ormai noti oltre i confini nazionali. Il 23 Agosto, per la “Discesa delle Quartine”, un corteo storico si snoda per le vie principali del paese, introducendo il vessillo di combattimento. Il Rione Vecchia Matrice è in fermento per tutto l’anno ma soprattutto per i giorni delle Feste Medievali (a cavallo del Ferragosto di ogni anno) e per i giorni della Festa “Grande” in onore di Santa Anastasia, quando le maestranze, i giovani, le donne lavorano alacremente per mesi interi, preparando costumi d’epoca, coreografie, addobbi e strutture architettoniche che trasformano profondamente il borgo di MOTTA fino a farla diventare un centro medievale di sensazionale attrazione turistica.

Sito Web http://www.casanormanna.it/

L'Associazione Culturale "RIONE PANZERA"RIONE PANZERA" è una libera associazione senza fini di lucro, apolitica, a scopo culturale, ricreativo, morale, turistico e folkloristico dedita al recupero e alla valorizzazione delle tradizioni storico culturali di Motta S. Anastasia. Scopo principale dell'Associazione è quello di organizzare i festeggiamenti in onore della Santa Patrona Anastasia.

Sito Web http://www.comune.mottasantanastasia.ct.it/i-rioni/299-rione-panzera.html

Di Stefano, la voce siciliana che ha incantato il mondo
Una voce. Un mito. Di quelli "a lunga durata", che appartengono al passato e che pare non possano avere un ricambio, in questo nostra epoca nella quale i miti (se mai ne esistessero) sono per lo più "radi e getta", si consumano in un breve lasso di tempo.
Giuseppe Di Stefano, scomparso di recente all'età di 86 anni in seguito ai postumi di un'aggressione subita nel dicembre del 2004 in Kenia, ad opera di un gruppo di rapinatori penetrati nella sua casa, è entrato a buon diritto nel mito, e, soprattutto per noi siciliani, resterà uno di quei personaggi di cui essere tanto orgogliosi.
Un grande artista siciliano, nato a Motta Sant'Anastasia ma trasferitosi fin da piccolo a Milano, con il papà calzolaio e la mamma sarta e destinato alla carriera sacerdotale, del quale si ricorderà soprattutto, insieme ai tanti aneddoti di chi ha conosciuto personalmente il "buon Pippo", la voce ben impostata, potente e limpida, che scandiva la parola e la restituiva in una forma che oggi magari potremmo considerare un po' superata - il gruppo nasale-dentale con le due lettere staccate, per esempio - ma che in ogni caso dava una maggiore chiarezza al suono e quindi una più efficace forza espressiva.
Fin dall'immediato dopoguerra, Di Stefano inizia una carriera - per un breve periodo come interprete di musica leggera, con lo pseudonimo di Nino Florio, poi come tenore lirico - che lo porterà sui palcoscenici di tutto il mondo in un quarantennio di successi e di memorabili allestimenti, nei quali la sua presenza scenica e il carisma la fanno da padrone.
Viene diretto, tra gli altri, da Herbert von Karajan ed ha accanto partner di alta qualità, come Renata Tebaldi, Giulietta Simionato, Raina Kabaiwanska, e, soprattutto Maria Callas, che gli è al fianco in varie occasioni musicali e che perde la testa per lui, incrementando la sua fama di grande seduttore che è pendant di quella di formidabile artista.
Anche per la sua irruenza, per quel suo essere solare ed estroverso (ma non sono le migliori qualità di un siciliano?) Pippo Di Stefano s'è guadagnato un posto di rilievo fra i nostri miti.
Nello Pappalardo

 

Il Cimitero Militare Germanico 

è situato a Motta Sant'Anastasia in provincia di Catania. Vi è sepolto Luz Long campione di atletica (medaglia d'argento in salto in lungo alle olimpiadi di Berlino nel 1936)
Nel 1954 venne stipulato un accordo tra il governo tedesco e quello italiano in base al quale venne scelta un'area in cui seppellire tutti i caduti tedeschi morti durante la seconda guerra mondiale in Sicilia. Il cimitero venne inaugurato il 25 settembre 1965. Dopo importanti lavori di ristrutturazione è stato riaperto ufficialmente il 29 aprile 2011.
Il cimitero è collocato ai margini della strada che conduce al paese di Motta Sant'Anastasia.Adiacente al parcheggio si trova un edificio,dove sono collocati gli uffici amministrativi ed una sala dedicata all'accoglienza dei visitatori, qui sono a disposizione anche gli elenchi con i nomi dei caduti,depliant ed altro materiale invormativo.
Il cimitero militare aveva una struttura che, in origine ,era rettangolare la quale misurava 43 x 32 metri.La struttura ha subito negli anni dei mutamenti ed ha assunto una forma che possiamo definire "semi rettangolare".L'area sepolcrale è collocata nei sotterranei non accessibili,perché murati;qui vi sono sepolti 4.561 caduti tedeschi nella Seconda guerra mondiale.; la raccolta dei corpi è stata effettuata dal Volksbund Deutsche Kriegsgräberfürsorge che si occupa anche della manutenzione dell'area.

 

foto di Francesco Raciti

 

L'ingresso è costituito da un atrio lastricato in travertino.Qui è collocata una stele che recita:
« IN DIESER KRIEGSGRÄBERSTÄTTE RUHEN VIERTAUSENDFÜNFHUNDERTEINUNDSECHZIG DEUTSCHE GEFALLENE DES ZWEITEN WELTKRIEGES, VON IHNEN BLEIBEN VIERHUNDERTEINUNDFÜNFZIG UNBEKANNT! »

Una volta entrati, attraverso una scalinata ci si trova in un cortile denominato Kameradengrab. In questa area è presente una lapide contenente i nomi di 31 soldati che qui sono sepolti. In altre otto lastre di pietra sono ricordati i nomi di 128 soldati tedeschi caduti durante le operazioni in Sicilia negli anni 1941 - 1943. Al centro del cortile è posta una statua in bronzo raffigurante un uomo morente,fortemente espressiva e di ottima fattura. Da questo cortile si può accedere ad altri quattro cortili dove su lastre di ardesia sono ricordati i nomi dei caduti ospitati nei sotterranei.

I quattro cortili ospitano le tombe dei caduti suddivisi per province. In essi sono sepolti:

Cortile Palermo, qui sono sepolti i soldati caduti nelle province di Palermo, Trapani e Agrigento

Cortile Caltanissetta, qui sono sepolti i soldati caduti nelle province di Caltanissetta, Ragusa, Catania e Siracusa

Cortile Messina, qui sono sepolti i soldati caduti nelle province di Messina e di Enna; qui è esplicitamente menzionato il comune di Caronia, dove nel locale cimitero erano stati sepolti oltre 700 soldati tedeschi

Cortile Catania, qui sono sepolti circa 1514 soldati caduti nella provincia di Catania

http://it.wikipedia.org/wiki/Cimitero_Militare_Germanico_di_Motta_Sant%27Anastasia

 

 

La circumetnea, un mondo poetico….  

 

L’ultima volta che ho viaggiato sulla littorina della circumetnea è stato circa cinquant’anni fa, ero un bambino, adolescente,  viaggiavo, quasi sempre, in estate. Da bambini fare un viaggio è un’esperienza meravigliosa. Negli anni cinquanta non erano iniziati i grandi viaggi nazionali e intercontinentali di oggi. La vita era semplicemente respirata tra piccole cose, Catania era più piccola, più paesana, forse si ci conosceva di più, si camminava di più

Allora, viaggiavo sempre con mio padre e mia madre. Mio padre era un uomo bellissimo, alto biondo, con gli occhi verdi, d’origine slava, ma ormai tutti parliamo IN FAMIGLIA a“ccaccarara”, cioè in siciliano d’hoc, e tutti i parenti sono figli “ddò liotru”.

Prendevamo la littorina per andare nella località di Passopisciaro, nel comune di Castiglione di Sicila, dove avevamo una casetta piccola,  non mancavano  le comodità, antica casa, con il gabinetto che si trovava fuori, in giardino in  una casupola minuscola, vicino alle stanze da letto.

Con mio padre e mia madre partivamo la mattina presto.

A volte andavamo con il fratello di mia madre che aveva un’auto fiat- seicento, una seicento nuova degli anni cinquanta, facevamo il giro inverso, prima Acireale, Giarre, Piedimonte. A me piaceva la “littorina”, nell’auto stavo stretto, al chiuso.

Con la littorina potevo vedere di più, stavo più comodo. Il viaggio in ferrovia è diverso, più riposante, la possibilità che la mamma mi passasse con calma un dolcetto: si mangia meglio.

Oggi, negli anni del consumismo senza limiti, prendere la “littorina”, come si chiama ancora, è come fare un viaggio poetico, un viaggio nel passato,perdere tempo, un’analisi della nostra infanzia, come stare nel lettino dello psicanalista e raccontargli tutte le storie di quando eravamo piccoli, felici con poco.

La strada l’ho voluta fare tutta: da piazza Galatea a Riposto, mi sono abbandonato, di mattina presto a questi ricordi, raccolti in fretta, in una mattinata di dicembre, chissà perché.

Diventando vecchi, si ritorna bambini, si afferra la vita con le mani aggrappandosi. L’aurora era appena passata, sono sceso nella “underground”, come si dice oggi( parlando un pò sofisticati, in inglese).  Oggi è un’occasione unica, ritorno indietro di cinquant’anni, oggi il grande miracolo: si ritorna bambini.

Alle sette del mattino non c’è anima viva nella “underground” catanese. La stazione metropolitana di piazza Galatea è bella, più bella delle metropolitane di Roma e di Milano.

Scendendo nel sottosuolo avvolto dalle pareti lucide di mattonelle bianche brillanti, mi accorgo che non c’è controllo, nessun impiegato, nessun viaggiatore solitario come me.  Probabilmente sono spiato dalle telecamere.

Nel marciapiede, nel sottosuolo, vicino alle strette linee ferrate, dopo dieci minuti arriva uno studente, giovane, con libri e quaderni, mi guarda come se fossi un animaletto uscito da un giornalino dove si descrivono extraterrestri.  

 

La mattina in questa stazione della metropolitana si ritrovano tutti, e si conoscono tutti, cambiano alla stazione Borgo, dove aspettano la coincidenza con  i treni all’aperto che girano attorno all’Etna., verso Paternò, Randazzo, Riposto.

Alla stazione Borgo arrivo anch’io, un intruso, un curioso anziano che tutti guardano perché non l’hanno visto mai, un tale ch’è disposto a fare una levataccia, pur di ritrovarsi adolescente.

Un bambino che , forse, vuole anche pensare a suo padre che non c’è più.

Ho portato con me le mie macchine fotografiche.

Cattiva abitudine.  I turisti, quelli veri, sono sempre con le macchine fotografiche in mano, oggi con supertecnologiche camere digitali o piccoli gioiellini computerizzati.

Perché cattive abitudini?  Perché il turista non si abbandona alla novità, sta lì a “catturare” immagini, monumenti, vuole “avere” non vuole “essere”. Viviamo in una società dove tutto si deve” consumare” e consumare in fretta.

Il turista non si fa coinvolgere dalla poesia di piccoli sentimenti, emozioni, frammenti di visioni mattutine artistiche e non artistiche, ma piccole cose di un tempo che fu.

Uomini e cose della vechia Sicilia. Oggi no, sono fortunato, ho tutto il tempo a mia disposizione, posso guardare le vecchie littorine posteggiate, non più riparabili, dove un cane “cirneco” dell’Etna si avvicina con la gamba alzata profanado una vetustà che sa di fascismo, di saluti romani.

La circumetnea non è stata realizzata durante l’era del “fascio”, molto prima, dopo l’unità d’italia. Fu pensata dai Borboni, ma non fecero in tempo a costruire la strada ferrata. Garibaldi arrivò in fretta fece subito l’italia, qui.

La circumetnea, invece, non arrivò subito, dopo quasi venti anni dopo l’unità d’Italia.  Littorina fu il nome che gli diede il fascismo, da “littorio” o “fascio littorio”.

Scendono dal trenino, alle otto quasi del mattino, tanti studenti che si recano a Catania per studiare, c’è pure un vecchio di Maletto con la zampogna, arzillo, più tardi sarà ubriaco di vino. Gli zampognari sono tutti di Maletto, una razza in via d’estinzione. Suonano davanti i presepi, ed è tradizione mai tralasciata che, alla fine della sonatine, gli si regali un bicchiere di vino, alla fine ritornano in paese ubriachi fradici, dormono nei treni delle circumetnea con la zampogna sullo stomaco, sazi, ebri, figli di un dio minore: Dioniso.

A Natale mancano solo due settimane. Il trenino parte orgoglioso strisciando tra le lave di Nesima e mi siedo  vicino a tanti viaggiatori che sono preoccupati della giornata un po’ nuvolosa. Piove, come si dice in Sicilia, “assuppa  viddanu”, cioè con piccole gocce che non fanno male.

I Siciliani non amano la pioggia, si sentono a disagio.  

 

 

 

C’è tanta gente sul treno. Non me l’aspettavo. La professoressa, biondina, carina, giovane, corteggiata da un bigliettaio lavativo,dolce ma lagnoso, che ride sempre.  Salgono tanti studenti, anche loro, lavativi, vanno a Misterbianco e a Paternò. Paternò è una città importante, una città etnea dove ci sono più scuole. Le giovani studentesse non sono come le ragazze siciliane degli anni cinquanta.

Negli anni cinquanta in queste”littorine”, s’incontravano ragazze che neanche ti guardavano, timide, senza fidanzato, accompagnate da genitori o parenti, era una Sicilia “islamica” ormai perduta per sempre.

Ci descrivono ancora oggi,  i settentrionali, con le donne in testa lo scialle nero, madonne con il velo, i vecchi e anche i giovani con la coppola nera .

Non ci sono più questi simboli d’una civiltà antica, i settentrionali sbagliano,  non conoscendo, non visitando la Sicilia, non hanno mai capito nulla di noi.

Le ragazze, pure ragazzine, ora guardano negli occhi i maschietti, sono intraprendenti, vestono con jeans stretti e top provocanti.

I ragazzi ( maledetti) non corteggiano più le ragazze, sembrano “passuluni”, cioè fichi maturi che cadono a terra senza essere “mangiati”.

Le ragazze, a volte, cominciano con discorsi imbarazzanti del tipo. “ho lasciato Luca perché m’annoiavo, forse mi metto con Salvatore ch’è tanto carino, se solo fosse un po’ più vicino a me…”.

I maschi siciliani sono storditi, hanno perso un po’, forse molto, del dongiovannismo, si mettono, i tappi nelle orecchie per ascoltare chiassose canzoni, non guardano le ragazze che gli muoiono davanti.

La fine del maschio siciliano?  E le donne stanno a guardare….

Il trenino ora passa per Piano tavola, nell’area commerciale di Catania,. tra  tante tante piante di fichid’india, che nessuno raccoglie,  qualche bella pianta di  zzamara, pianta grassa che in italiano si dice agave o aloe, gli immancabili agrumi di Paterno, la qualità sanguinello, qualche albero di limone e tanti uccelli caccarazze che volteggiano arroganti di ramo in ramo.

Dopo Piano tavola , subito, la nuova,  quasi pronta Etnapolis.  Etnapolis è una lunga e grande muraglia di cemento, un deposito lungo un chilometro, una megalopoli e non Etnapolis, non c’è nessuna tradizione greca da richiamare, è un “fatto” commerciale dove importanti lobby italiane e straniere hanno deciso che la Sicilia è un grande mercato di consumo.

Niente cambia, così ci considerarono dopo l’unità d’italia i “piemontesi”.  La lunga costruzione di cemento somiglia tanto al quartiere romano di Corviale, un lungo caseggiato, triste, una lunga casa popolare estesa un chilometro, un’idea pazzesca di costruttori post-moderni.

Etnapolis è grande, occuperà tanti giovani, niente male se ogni tanto si perde un “pezzo” di poesia.  

Per fortuna la vicinissima stazioncina di Valcorrente ci restituisce la poesia del paesaggio che per pochi minuti avevamo perduto.

Valcorrente è una fragile stazione della circumetnea, circondata da  fichidindia e con una piccola sala ch’è d’attesa con una porta antica arredata con tendine ricamate finemente.

Purtroppo questa stazioncina minuscola, aggraziata, fra le lave e il verde solitario della campagna, rischia di essere trasformata in una grande stazione moderna per l’utilità di nuove e grandiose iniziative commerciali. Nella stazione di Paternò mi sorprende una strana manovella, girata con ardore da un ferroviere imbaccuccato.

A “manuvella” arrotola un filo robusto d’acciaio che per mezzo di carucole in alto e, per tutto il prospetto della stazione, corre ad abbassare il passaggio a livello che impedisce alle automobili l’entrata nella città di Paternò. Sinceramente non me l’aspettavo.

Sembra un gioco per fanciulli, fatto dai grandi, ma la ferrovia circumetnea è così. Speriamo che resti così ancora tanto tempo.

Prima di Adrano sfioriamo un campo di calcio mai completato da anni.

 

 

Spesso in Sicilia le opere pubbliche s’iniziano e non si completano. Può darsi che l’attività è ferma per ragioni di “carte”, cioè burocrazia, spesso perché rivalità politiche, inutili,impediscono il completamento;, spesso interviene l’autorità giudiziaria che si confonde tra le “carte” e poi si arriva tardi o con troppo ritardo in Cassazione.

I siciliani non sono fatalisti, sono contemplativi, è diverso; molti è  vero si danno da fare e diventano ricchi, ma i siciliani non hanno perso la mentalità orientale, un po’ bizantina un po’

Levantina, araba.   Vediamo le coltivazioni di pistacchio fino a Bronte ed oltre.

Prima di parlare del pistacchio, una fermata del treno a Passo zingaro, scende uno dei pochi contadini rimasti a coltivare la terra, era salito nella vicina stazione di Adrano, seduto accanto a me, prima di scendere, mi aveva confidato che aveva l’auto guasta, che la circumetnea non gli  interessava e la potevano togliere subito, anche se vecchio, troppo vecchio per lavorare ancora, non poteva abbandonare i suoi pistacchi che qui si chiamano pure: oro verde.

Voleva solo la sua auto vecchia per spostarsi.  Costa caro il pistacchio, costa caro soprattutto raccoglierlo, poi bisogna pagare i contributi e i braccianti.

I braccianti, sono, anche loro, una razza in via d’estinzione,  ora anche stranieri;  se lavorano trenta giorni ne vogliono “segnati” cinquantuno all’ufficio di collocamento.

Molti proprietari si lamentano per questi “pizzi”, ma poi pagano i contributi all’Inps in più, in fondo il prezzo del pistacchio è remunerativo.

I proprietari sempre si lamentano, ma il pistacchio è buono anzi eccezionale, come quello che si produce in Turchia, gli acquirenti pagano e guadagnano meglio rivendendolo in bustine, un po’ ridicole, ma carissime di prezzo.

Dopo Bronte il treno si prende d’affanno, a tutto gas attacca la salita verso Maletto, siamo nei pascoli alti di Maniace, il treno a Maletto raggiunge i mille metri d’altitudine: un record assoluto in Sicilia.

Maletto è il paese dei “picurara” dei silenzi tra il verde e le valli che sembrano alpine.

Pecore tra sassi pieni di muschio, brucano la “veccia”, un’erba di cui vanno ghiotte pure le vacche.

Qui c’è l’alpeggio, estate ed inverno, il paesaggio ricordo il verde, il dolce verde incantato d’Irlanda.

Non occorre andare in Irlanda, a Sligo oppure a Galway, qui c’è un pezzo di terra anglosassone.

Anglosassone era Nelson, a cui i Borboni regalarono una bella e fertile ducea, per i suoi meriti militari: aveva fermato l’arroganza e prepotenza francese nelle acque di Trafalgar.

Tutto inutile, la rivoluzione francese fece il suo corso, nel bene e nel male.

La rivoluzione francese non è mai arrivata veramente in Sicilia.

E’ arrivata la rivoluzione delle “donne”, delle donne che lavorano, delle donne imprenditrici che hanno creato laboratori anche immensi dove si producono capi d’abbigliamento. Bronte, Randazzo, Maletto e alri paesi dell’Ennese e dei Nebrodi sono pieni zeppi di laboratori dove si lavora a “facon”.

Al Duca Nelson, come scrivevamo, fu regalata una ducea grande come un immenso feudo.

Le malelingue, anche gli storici più precisi, affermano che il duca Nelson non venne mai a Bronte a vedere la sua ducea di Maniace. Può darsi.

Sono certamente arrivati i suoi eredi, suoi eredi erano quelle inglesine che venuti a godersi le vacanze in Sicilia, nella ducea del loro avo, per il grande caldo d’agosto, pensarono maliziosamente di spogliarsi nude completamente e fare il bagno in una piccola piscina, che  esiste all’interno del castello di Maniace.

Erano tutte ignude e rilassate quando un “picuraro” curioso, nascosto tra cespugli e alberi non crede ai suoi occhi di siciliano arrapato.

Sarà stato il caldo, oppure un’astinenza forzata tra le pecore del gregge; insomma il “pastorello” non frenò e si lanciò correndo e focoso verso le inglesine nude e sprovvedute.

Il pastorello ebbe la peggio. Non ci fu l’orgia da lui prevista, ma un sacco di legnate con sedie di ferro che le belle e nude bagnanti inflissero al giovane in ardore.  Il pastorello fu ricoverato con prognosi riservata nel vicino ospedale e con diverse imputazione di reato: tentativo di stupro e altri .

 “Cunnutu e vastuniatu”. Cornuto e bastonato, perché ormai nessuno corteggia con modi garbati o all’inglese le donne…anche ignude, u “picuraru” poi, quando mai! Rimase rosso di lividi e in…bianco e con infinite grane con la giustizia. Sfortunato  pastorello di Maniace.  

Torniamo a Maletto, che nel verde irlandese, si prepara al Natale con i suoi pochi zampognari che prendono la littorina della circumetnea per andare a Catania, per suonare davanti ai presepi montati da grandi e piccini. Un’occasione per fare buoni soldi.

Scendiamo verso Randazzo.

L’Etna, come la chiamiamo noi: “a montagna” è piena di neve. Neve bianca e lava nera. Mongibello, dall’arabo: GEBEL, che significa montagna.

Tra Maletto e Randazzo un’immensa quantità di piante tipiche del paesaggio etneo.

Ho avuto la fortuna di restare sulla littorina con un appassionato palermitano d’insetti, un entomologo; si recava nel museo di Scienze naturali di Randazzo.

Da Maletto a Randazzo siamo rimasti soli in treno, e quindi abbiamo avuto il tempo di parlare. Ho ascoltato la descrizione di alcuni rari uccelli e rare piante che si trovano in Sicilia, non ho capito molto, invece, d’insetti, argomento per me molto difficile.

L’amico palermitano conosceva pure  i cespugli, e mi raccontava che molte piante si trovano solo in Sicilia. Alcune piante sono velenose, come il tasso baccato che vive nei boschi etnei o nel bosco di Mangalaviti.

I frutti del tasso baccato si possono mangiare, e gli uccelli ne sono ghiotti, ma le foglie sono velenosissime.

Nella campagna non è raro il finocchio marino,( come mai in montagna?), le violacciocche selvatiche, i capperi, ginestre, querce, bagolari, lo spino santo. Piante che magari ammiriamo ma non comprendiamo come si riproducano lì dai tempi in cui l’uomo non era neanche comparso sulla terra.

Tra Maletto e Randazzo si trova la grande vallata che scende fino alle contrade di Maniace.

Petrosino,fondaco, e dietro la contrada di semantile, pezzo, poi  la strada che porta fino a Tortorici e Alcara li fusi, ma siamo già nelle montagne dei Nebrodi.  

In questo periodo invernale non si vedono molti uccelli, ma mi diceva il mio amico viaggiatore che con la stagione dei fiori, si possono ammirare tante specie di volatili, grandi e piccoli, a portella mandrazzi o portella femmina morta.

Una volta,. non tanto tempo fa, in Sicilia volavano i grifoni, uccelli dalle immense ali; scomparvero perché mangiavano i corpi morti delle volpi avvelenate.

Le volpi erano un flagello per i contadini; i grifoni, invece, uccelli d’ammirare nei loro ampi volteggi.

Spesso per il cattivo ci va dimezzo il buono. Così con l’avvelenamento delle volpi sparirono pure i grifoni.

I cattivi rimangono lo stesso: le volpi sono sempre presenti nei boschi dell’etna e non è raro incontrarle; i grifoni, purtroppo, sono spariti.  

 

Il mio compagno di viaggio, entomologo palermitano mi ha riempito la testa di strani nomi,  nomi di piante e uccelli, non posso ricordarle tutte. Mi chiedevo dentro di me, quante piante ci sono in Sicilia e quanti animali piccoli e grandi.

Come siamo ignoranti delle cose di questa terra.

Gli entomologi studiano solo gli insetti, ma finiscono per conoscere tutto il genere umano e tutte le  piante.

A Randazzo sono sceso insieme al mio nuovo amico palermitano, incontrato in treno .Siamo andati insieme nel museo di scienze naturali di Randazzo. Il museo è bellissimo, ma io non ho resistito molto a tutte le spiegazioni approfondite e logorroiche; alla descrizione di tutti gli uccelli che ci guardono fissi, immobili, imbalsamati testimoni di una natura bella e a volte irrecuperabile.

Troppi nomi, troppe piante, troppa ignoranza la mia.

La Sicilia delle piante e degli animali è una Sicilia tutta da scoprire (almeno per me!)

Ci siamo salutati davanti ad un caffè corretto bevuto in un bar di Randazzo. Bar antico d’almeno cento anni, dove un paffuto proprietario ci spiegava gli intonaci liberty che erano stati recentemente restaurati.

Stucchi restaurati male; ma lo stile, l’arte, l’atmosfera del tempo che fu c’era, si faceva strada fra rozze ridipinture.

Col mio occasionale amico ci siamo salutati e sono ritornato nella stazioncina di Randazzo.

La littorina della circumetnea, da Randazzo a Riposto, attraversa un paesaggio verde e ormai poco coltivato.

Pochi passeggeri, sembra un trenino per oziosi come me.

Due fidanzati che si punzecchiavano dispettosi, una polacca che mi spiegava come la littorina non si fermava più in tutte le piccole stazioni.

Passò pure dritta  davanti alla stazione di Passopisciaro.

Per potersi fermare bisognava dirlo prima al conducente del treno. Poco male, potevo andare a Passopisciaro in auto, in un’altra occasione, o forse mai.

I ricordi bisogna lasciarli come sono, fissi, immobili, lievemente dolci e inutili, tutti o quasi nel sogno . Rivedere la casa d’estate che non è più di proprietà, non è una bella soluzione.

La giornata la stavo passando rilassandomi, perché aggravarla di rimpianti?

Lontano, il bosco di Malabotta, nell’agro di Moio Alcantara, tutta Valdemone, ma la littorina da Piedimonte corre, gira lesta verso Nunziata di Mascali, brevissima sosta e poi il mare, il porto di Riposto.

Il viaggio sta per finire;  s’intravedono le piccole navi accostate alle banchine del caricatore.

Il mare Jonio, il mare dei Greci.

Il porto di Riposto era un porto importante nell’ottocento, ma anche molto prima; porto commerciale ed ora anche un po’ turistico.

Oggi è giornata di scuola e di lavoro, ho molto oziato con questa littorina che gira tutta l’Etna.

Non posso ritornare a Catania, il trenino si ferma qui.

Posso rifare la strada al contrario, non mi conviene: sono ritornato di nuovo bambino.

 

Santo Catarame (Aristofane junior…)

http://www.corrieredaristofane.it/

 

 

 

 

 

Paternò è un centro urbano di medie dimensioni situato nell'entroterra catanese[6] e fa parte dell'area etnea. Il territorio comunale confina nella parte occidentale con Centuripe, in provincia di Enna, e nella parte meridionale con i comuni di Castel di Judica e Ramacca, appartenenti al distretto del Calatino.

Il territorio è situato alle pendici sudoccidentali dell'Etna, ha un'altitudine media di 225 m s.l.m., una superficie complessiva di 144,04 km² ed una popolazione che sfiora i 50 000 abitanti. Particolare caratteristica di questo comune, è la sua unità territoriale, che vede l'assenza di vere e proprie zone periferiche.

Il centro storico di Paternò infatti, si presenta delimitato con i quartieri satellite Ardizzone e Scala Vecchia-Palazzolo e con il colle su cui sorge la Rocca normanna, che gli abitanti chiamano "Collina storica", essendo la parte in cui vi sono concentrati i più importanti monumenti della città, nonché il suo nucleo originale e antico.

A seguito dell'ordinanza emessa dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri entrata in vigore il 20 marzo 2003, e deliberata dalla Giunta regionale siciliana il 19 dicembre, la classificazione sismica attribuita al territorio del Comune di Paternò è quella di Zona 2 (sismicità media

Dal punto di vista geomorfologico, il territorio comunale di Paternò è suddiviso in due aree ben definite, con i terreni di origine lavica nelle contrade verso le pendici dell'Etna e i terreni di origine alluvionale lungo la Valle del Simeto e la Piana di Catania.

La città, invece, è racchiusa in una conca delimitata dall'antico vulcano preistorico che fu il luogo dove sorse il primo nucleo abitato. Ubicate nella parte nordoccidentale del territorio comunale, le Salinelle, importante sito di interesse naturalistico.


Una buona parte de territorio paternese ricade nel bacino idrografico del fiume Simeto. Il territorio, inoltre è caratterizzato dalla presenza di numerose sorgenti idriche, in quanto si incontrano gli strati lavici permeabili con quelli argillosi impermeabili, facendo fuoriuscire le acque provenienti dal bacino idrografico dell'Etna. Le sorgenti più importanti sono Monafria, Maimonide e Currone.
Sull'origine del toponimo «Paternò» nel corso dei secoli, vari studiosi hanno formulato diverse ipotesi su quale possa essere l'origine o il significato del nome della città etnea.

Tra le ipotesi, sono degne di segnalazione quelle dello storico Gaetano Savasta (in Memorie storiche della città di Paternò, 1905), e del linguista Giovanni Alessio, che nei loro studi si sono orientati verso l'ipotesi di un'origine bizantina del nome. In particolare l'Alessio sostiene che il nome di Paternò sia legato a quello del vicino centro di Adernò, anch'esso di origine bizantina, e l'etimologia deriverebbe dal'espressione in lingua greca ep-Adernòn, che significa «verso Adernò». Il Savasta, invece, ha formulato l'ipotesi che il toponimo abbia origine latina e che derivi da Paetram Aitnaion, il cui significato sarebbe «Rocca degli Etnei» (riferendosi all'antico toponimo di Aitna). Ipotesi quest'ultima simile a quella formulata nel XVI secolo dallo storico Leandro Alberti, per il quale il toponimo comparve sotto i Romani.

Il geografo arabo Al-Muqaddasi, nella sua descrizione della Sicilia (scritta intorno all'anno 988) denomina la città come Batarnù (una probabile corruzione del termine greco ep-Adernòn) e afferma che il toponimo era preesistente alla dominazione araba.

In seguito alla conquista normanna (1061) il sito verrà quindi denominato Paternionis.

La frequentazione umana del territorio è attestata a partire dal Neolitico, mentre tracce di insediamenti risalirebbero all'età del rame e del bronzo. La fondazione dell'odierna città di Paternò viene fatta risalire all'epoca anteriore a quella greca, su un sito di origine vulcanica, che fu probabilmente abitato fin dall'età di Thapsos.

In origine dovette trattarsi di un villaggio dei Sicani, i quali sarebbero stati successivamente cacciati dai Siculi, che vi si insediarono intorno al IV millennio a.C., sfruttarono il tipo di superficie per cavare dalle rocce i blocchi di lava ed estrarre gli utensili da lavoro e le macine, e vi costruirono edifici sulla parte sommitale del colle vulcanico.

Questo nuovo centro abitato assunse il nome di Hybla (????), che per distinguerla dalle altre città con lo stesso nome, fu chiamata Hybla Gereatis (o Hybla Major). Nella stessa epoca e nella stessa area, sorse probabilmente il villaggio di Inessa (??????). A fare menzione di queste due località, fu lo storico greco Tucidide, il quale affermò persino che i due villaggi fossero di origine sicula e li collocò nella medesima zona.

 

Il Ponte dei Saraceni è un ponte in pietra risalente al IX secolo sul fiume Simeto. Collega il territorio di Adrano con quello di Centuripe, presso il passo del Pecoraio, e benché sia denominato Ponte dei Saraceni è una costruzione normanna.
Il ponte, in origine, faceva parte di un importante asse viario che collegava la città di Troina, prima capitale del regno di Ruggero I di Altavilla, con Catania. Oltrepassato il ponte la strada proseguiva costeggiando il Simeto a valle delle città di Adrano e Paternò. Infatti i dongioni di tali città e quello di Motta, insieme al ponte, sono storicamente e strategicamente connessi: la strada servita dal ponte veniva controllata militarmente dalle predette torri.
Dell'antica struttura oggi se ne conserva solo l'arcata maggiore, centrale, ad arco acuto. Le altre arcate, una più piccola a sesto acuto e un'altra a tutto sesto di probabile origine romana, andarono distrutte durante l'alluvione del 1948, e ricostruite in seguito, seppur diverse dalle originali. Il ponte scavalca un tratto delle forre laviche, particolare conformazione basaltica dovuta a eruzioni laviche pre-etnee e messa a nudo dall'azione erosiva del fiume Simeto.
Dall'anno 2000 il sito in cui sorge il Ponte dei Saraceni è all'interno del S.I.C. denominato "Forre laviche del Simeto".

 

L'odierno abitato di Paternò fu in passato identificato con una di queste due antiche città sicane: secondo il prevosto e storico locale Gaetano Savasta[18] sarebbe stato identificabile con Inessa, mentre l'archeologo Paolo Orsi ipotizzò che si trattasse di Hybla, seguendo in questo alcuni studiosi seicenteschi, Filippo Cluverio (1619), Giovan Battista Nicolosi (1670), e che Inessa corrisponda all'odierno centro di Santa Maria di Licodia[20]. Le fonti sono frammentarie e mancano campagne di scavo sistematiche che consentano di risolvere la questione.

Eppure un altro storico locale, il religioso Frà Placido Bellia, nel suo manoscritto dal titolo Storia di Paternò, che terminò nel 1808, vi attestò che nel suo convento furono rinvenute in uno scavo di ghiaia l'ara di cui sopra inciso "Veneri Hyblensi" e una lapide con scritta "Paternò Hybla Major", documenti conservati al Museo Biscari di Catania.

Le due città sicule caddero in mano greca attorno al 460 a.C., quando furono assaltate dai Siracusani guidati dal tiranno Gerone I. Ad Inessa si rifugiarono numerosi profughi provenienti da Katane, e fu successivamente denominata Aitna (?????). Esse furono altresì coinvolte nelle guerre tra i Siracusani e gli Ateniesi, da questi ultimi devastate, ed in seguito dai primi riconquistate nel 403 a.C., quando al potere salì Dionisio il Vecchio: ad Aitna Dionisio inviò nel 396 a.C., truppe di mercenari campani al suo soldo, i quali compirono numerose stragi di popolazione, per aver questi favorito gli Ateniesi nel 415 a.C..

Aitna e Hybla, assieme alle altre città della Sicilia orientale, furono successivamente liberate nel 339 a.C. dai Corinzi guidati dal generale Timoleonte, che eliminarono i campani. Tracce dell'epoca greca a Paternò sono testimoniate da dei manufatti rinvenuti sulla rupe basaltica nel 1909, detti gli "argenti di Paternò", che oggi si trovano al Pergamonmuseum di Berlino.

I due centri caddero in mano ai Romani intorno al 243 a.C., e fu l'inizio di una dominazione caratterizzata dallo sfruttamento delle loro risorse, dalla schiavizzazione degli abitanti e dalla fiscalità oppressiva: Aitna e Hybla, infatti, furono inserite nell'elenco delle città decumane della Sicilia. All'epoca romana risalgono resti di strutture quali l'acquedotto e il Ponte di Pietralunga.
Dai bizantini agli arabi Con la caduta dell'Impero romano d'occidente, si persero le tracce delle due antiche città di Aitna e Hybla: secondo il geografo Strabone i due villaggi siculi scomparvero attorno al II secolo a.C..

Tra il IV e il V secolo d.C., la Sicilia passò sotto il dominio bizantino, e, secondo alcuni studiosi (Savasta ed altri), fu in quel periodo che nacque il nuovo toponimo di Paternò, anche se, in effetti, quello bizantino fu un periodo di declino politico ed economico che causò lo spopolamento del territorio, anche a causa delle continue scorrerie e attacchi di popolazioni barbariche e di saraceni.

Dell'epoca bizantina si hanno scarse notizie nelle fonti storiche, gran parte delle quali riportano scarne informazioni in merito all'intenso processo di cristianizzazione che portò alla diffusione dello stile di vita monastico e alla costruzione di eremi, tra i quali, quello importantissimo di San Vito (dal VI secolo).

Occupata dagli Arabi verso il 901, il borgo fu chiamato Batarnù - che fu probabilmente un'arabizzazione del termine greco ep-Adernòn - e amministrativamente fu integrata nel Val Demone. Grazie alla fertilità dei luoghi si assistette ad una costante ripresa delle attività agricole e pastorizie in tutto il territorio.
La dominazione normanna Ruggero d'Altavilla. Paternò fu uno dei primi centri dell'isola liberati dalla dominazione araba ad opera dei Normanni, che vi giunsero nel 1061, ed il sito venne denominato Paternionis: iniziò un periodo di grande splendore civico ed economico. Il principale artefice dell'impresa, fu il condottiero normanno Ruggero d'Altavilla, che dopo aver liberato Messina e gli altri borghi del Val Demone dal dominio musulmano, giunse con le sue truppe a Paternò.
Blasone degli Altavilla Poiché Paternò fu uno dei centri meno islamizzati dal punto di vista etnico, e che la maggioranza della popolazione era di etnia greca, Ruggero vi fece costruire un castello nel 1072 come fortezza per attaccare Catania e le altre zone a maggioranza arabe. La città divenne Contea, che l'Altavilla diede in dote al genero Ugo di Jersey, ed il suo vastissimo territorio includeva diversi monasteri, specialmente benedettini: veri e propri feudi che amministravano le ricche risorse agricole del contado.

Infatti, per la feracità dei suoi terreni e la ricchezza di fonti idriche, che rendono il suo territorio adatto alle colture, nel medioevo Paternò ricevette l'appellativo di Civitas Paternio Fertilissima[30], o più semplicemente Civitas Fertilissima, ovvero "città molto fertile".

Il doppio matrimonio del 1089 tra il Conte Ruggero e Adelaide del Vasto e quello del fratello di costei, Enrico, con la figlia di primo letto del conte normanno, Flandina, stabilì un'alleanza politica e militare tra gli Altavilla e gli Aleramici. A seguito di quest'ultimo evento, la contea paternese passò di ai Del Vasto, dapprima con il già citato Enrico, a cui succedette nel 1137 il figlio Simone, ed infine nel 1143 il figlio di quest'ultimo Manfredo, che fu l'ultimo conte aleramico di Paternò poiché non ebbe eredi legittimi.
Le dominazioni sveva, angioina ed aragonese A seguito del matrimonio avvenuto nel 1186 tra la figlia del re Ruggero II di Sicilia, la principessa Costanza d'Altavilla e l'imperatore Enrico VI, la contea passò sotto la dominazione sveva nel 1194, quando il sovrano germanico la concedette al normanno Bartolomeo de Luci. Da quell'unione, tra Enrico VI e la normanna Costanza, nacque il futuro imperatore Federico II, il quale affidò la città al controllo di Beatrice Lanza.

Nel 1256 il re Manfredi di Sicilia concedette la signoria sulla città all'aleramico Galvano Lancia, suo zio, al quale spettava il suo possesso per diritto materno. Estintasi la dinastia sveva, con la morte di Manfredi e lo sterminio per ordine di Carlo I d'Angiò nel 1268 di tutti i membri maschi della casa ed anche dello stesso Lancia ad essi fedele, Paternò, la cui signoria passò a Manfredi II Maletta, fu occupata dagli Angioini a seguito del tradimento compiuto dal Maletto nei confronti dei reali svevi, il quale offrì la città agli invasor.

Dopo la cacciata degli Angioini dall'isola (1299), subentrarono gli Aragonesi. In epoca aragonese, nel 1302, Paternò fu inserita nella cosiddetta Camera Reginale che venne costituita da Federico III d'Aragona come dono di nozze alla consorte Eleonora d'Angiò, poi ereditata dalle Regine che si susseguirono, sino alla sua abolizione.

Nel 1348 la signoria di Paternò passò a Blasco Alagona, che governò la città sostenuto dal popolo nella sua lotta contro i Palizzi e i Chiaramonte. Alla morte di Blasco, la guida del governo della città fu assunta dal figlio Artale, che dimorò nel Castello.

Passata al Regio Demanio nel 1396, il re Martino la assegnò nel 1403 alla sua seconda moglie, la regina Bianca di Navarra, che due anni più tardi codificò un sistema di norme civili denominato Consuetudini di Paternò.
L'infeudamento della città Il periodo di magnificenza di Paternò durò fino al XV secolo: nel 1431 il re Alfonso I d'Aragona vendette la città a Niccolò Speciale, poi ritornata alcuni anni più tardi al Regio Demanio e, infine, venduta definitivamente nel 1456 a Guglielmo Raimondo Moncada.
Età moderna Con i Moncada la città venne infeudata e, seppur inizialmente furono buoni amministratori, ne causarono un lento ma inarrestabile declino. Poco più di un secolo dopo, da semplice feudo, Paternò divenne principato nel 1565 su investitura di Filippo II di Spagna, che nominò primo principe di Paternò, il conte Francesco I Moncada.

L'elevazione a rango di stato principesco, che diede quindi maggior prestigio e importanza alla città e agli stessi Moncada, favorì l'afflusso di numerose famiglie nobili e borghesi provenienti dalle altre zone della Sicilia e dalla Spagna[40]. Di questo periodo è di notevole interesse storico un'antica mappa prospettica di Paternò: un disegno ad inchiostro del Seicento scoperto recentemente, che inquadra la Collina e la città sottostante, coi suoi monumenti principali e con scene di vita quotidiana e di giustizia.

In quel periodo Paternò, mutò quindi a livello urbanistico, e dopo il terremoto del 1693, la collina perse sempre più il suo ruolo di cuore della città in favore della parte bassa, in forte espansione demografica ed economica. Numerosi furono gli edifici religiosi eretti in città ad opera delle molte confraternite che vi operarono, in particolare nella "parte bassa".

Il dominio dei Moncada sul comune etneo si concluse nel 1812, anno di promulgazione della Costituzione siciliana, che assieme ad un'uguaglianza in campo giuridico, all'abolizione della tortura e del maggiorascato, prevedeva la cessazione dei diritti feudali.
http://it.wikipedia.org/wiki/Patern%C3%B2

 

LA ROCCA E LA COLLINA STORICA

 

Assurta a simbolo della città, la torre faceva parte di un castello fatto edificare nel 1072 dal Gran Conte Ruggero per garantire la protezione della valle del Simeto dalle incursioni islamiche. Il castello fu assegnato alla figlia di Ruggero, Flandrina, sposa dell'aleramico Enrico di Lombardia. Attorno al castello e al piccolo borgo la popolazione iniziò a crescere grazie ai numerosi mercenari al seguito dei conquistatori normanni e all'arrivo di coloni provenienti dall'Italia settentrionale attirati dai privilegi a loro concessi. Il primo nucleo del maniero fu ben presto ampliato e dalle primigenie funzioni prettamente militari fu utilizzato per usi civili, divenendo la sede signorile della Contea di Paternò che Enrico VI di Svevia assegnò nel 1195 al nobile di origine normanna Bartolomeo de Luci [ consanguineo del sovrano svevo. Il Castello negli anni seguenti ospitò re e regine, tra i quali Federico II di Svevia, la regina Eleonora d'Angiò e la regina Bianca di Navarra. E per concessione di Federico II passò a Galvano Lancia. Il castello di Paternò e i territori sottoposti, infatti, furono inseriti nella cosiddetta Camera Reginale che venne costituita da Federico III d'Aragona come dono di nozze alla consorte Eleonora d'Angiò e che poi venne ereditata dalle Regine che si susseguirono, sino alla sua abolizione. Dopo il 1431 appartenne alla famiglia Speciale e dal 1456 fino alla fine del feudalesimo fu proprietà della famiglia vicereale dei Moncada. Utilizzato come carcere nel XVIII secolo iniziò il processo di degrado e abbandono, ma dalla fine dell'Ottocento ha visto diverse campagne di restauro che gli hanno restituito l'antica possenza.

L'edificio è a pianta rettangolare su tre livelli e raggiunge un'altezza di 34 m. Dall'epoca sveva il maniero era coronato da una merlatura ghibellina (come si osserva nel seicentesco Disegno della veduta di Paternò) di cui allo stato attuale resistono solo dei monconi. Particolarmente interessante e gradevole l'effetto di bicromatismo che si crea tra il colore scuro delle murature e le cornici delle aperture in calcare bianco.

Al piano terra si trovano una serie di ambienti di servizio e la cappella di S. Giovanni ornata da pregevolissimi affreschi del XX secolo. Al primo piano il grande salone d'armi è illuminato da una serie di bifore. All'ultimo piano quattro grandi ambienti un tempo adibiti per l'abitazione del re sono disimpegnati da un vano delle dimensioni del salone sottostante e disposto trasversalmente ad esso, chiuso su entrambi i lati da due grandi bifore gotiche che dischiudono lo sguardo verso il Simeto e verso l'Etna. (Wikipedia)

 

La chiesa matrice di Paternò, intitolata a Santa Maria dell'Alto fu fondata nel XII secolo e rifondata nel 1342. Nel XVIII secolo, forse in seguito ai gravi danneggiamenti del terremoto del 1693 l'edificio subì nuove trasformazioni, tra cui il cambio di orientamento, per avere il nuovo accesso rivolto verso la città, e la sostituzione della copertura originale a capriate lignee con una volta in muratura. L'edificio venne inoltre adeguato al gusto barocco.

 

La chiesa è a pianta basilicale con tre navate, divise da due file di pilastri realizzati con conci in pietra lavica a vista, su cui si impostano archi a tutto sesto sormontati da un cornicione tuscanico. La facciata fu realizzata nel tardo XVIII secolo in stile neoclassico. La monumentale scalinata di accesso collega la chiesa alla città sottostante.

 

 

 

 

Adrano ( o Adernò) si estende alle pendici sud-occidentali dell'Etna, in una zona collinare che affianca la Piana di Catania ad est ed il fiume Simeto ad ovest. La città è situata ad un'altezza di 560 metri sul livello del mare, ha una superficie di 8.251 ettari e dista 35 km dal comune di Catania.
L'attuale toponimo risale al 1929 e riprende quello della città di Adranon fondata da Dionigi il Vecchio di Siracusa nel 400 a.C.[3] e dedicata ad Adranos, dio siculo della guerra.

I romani tradussero il nome in Hadranum, gli arabi ribattezzarono la città Adarna, i normanni la chiamarono Adernio, e gli angioini Adernò.

Secondo uno studioso del XIX secolo, Giovanni Sangiorgio Mazza, il tiranno siracusano avrebbe tuttavia fondato Adranon su un più antico centro siculo, identificabile con l'antica Inessa, in seguito denominata Aitna (Diodoro Siculo, Bibliotheca historica, 11, 76, 1), alla quale apparterrebbe il tempio del dio Adrano. Inessa protrebbe essere il nome con cui i siculi chiamavano l'Etna.

I Siculi Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Siculi.

Le radici di Adrano affondano nel Neolitico riportandoci ai Siculi che provenienti dalla costa jonica verso il X secolo a.C. s'insediarono nel territorio Etneo e fondarono la città del Mendolito, di questa città ormai sepolta sopravvive oggi nel territorio di Adrano la cinta muraria, le porte e le tracce di abitazioni, una necropoli dalle caratteristiche sepolture a cupoletta (forse d'ispirazione micenea) e numerose iscrizioni sicule. Resti di insediamenti siculi fioriti tra il X e il V secolo a.C. sono presenti ad ovest del paese e presso il fiume Simeto, nell'antica Mendolito, città di fondazione sicula oggi in parte sepolta.
Adranon  Nel 400 a.C. fu fondata da Dionigi il Vecchio di Siracusa la città greca di Adranon, per accrescere il controllo siracusano nella zona. Adranon, infatti, rappresentava un importante punto strategico, poiché garantiva il controllo del Simeto e della città di Centuripe, possedimento siculo che si ergeva su una altura presso la sponda opposta del Simeto. Nel 344 a.C., Timoleonte di Corinto dirigendosi verso Siracusa, nei pressi di Adranon sbaragliò le truppe di Iceta, tiranno di Leontinoi. Timoleonte vincitore, secondo la leggenda, fu accolto con clamore dalla città di Adranon, di cui divenne signore.

A sud di via Catania è stata localizzata la polis greca fondata da Dionigi il Vecchio nel 400 a.C. Imponenti sono i resti del muro di cinta, della cittadella, che parte da via Catania, contrada Buglio e arriva all'enorme baratro, chiamato Rocca dagli abitanti di Adrano. A parte lo scavo della sovrintenza, che ha messo alla luce un'abitazione con un pregevole pavimento, che attualmente versa in totale abbando e soggetta ad atti vandalici e la sistemazione ai fini turistici della zona di contrada Buglio, nei pressi delle mura, che dovrebbe costituire l'accesso all'area archeologica, il resto dell'area è utilizzato per attività agricole intensive ed è minacciato dall'espansione edilizia e dall'opera dei tombaroli. L'area meriterebbe la giusta salvaguardia da riservare all'unica cittadella greca, ancora quasi intatta, presente sull'Etna, paragonabile come ampiezza a Morgantina, una Pompei siceliota.

I Viceré

Dal 1412 al 1515, regnarono ad Adrano i Moncada, sotto i Viceré Aragonesi. Giovan Tommaso Moncada Conte di Adrano, restaurò il Castello di Adrano facendolo circondare da un bastione, costruì la chiesa di S. Sebastiano. I Ventimiglia, costruirono palazzi nel centro di Adrano, uno dei quali diverrà nel XVI secolo sede del Devoto Monte di Pietà e nel XIX sede del Municipio. In questo periodo si costituì il nucleo amministrativo di Adernò, composto da funzionari di ceto nobile (il capitano di giustizia, i 4 giurati, il tesoriere, il giudice civile, il giudice criminale, l'archivista, il mastro notaro, il castellano e il governatore del conte). Adrano adesso contava seimila abitanti.
Dai Borbone al Regno d'Italia.

Dopo il breve regno Piemontese e il successivo dominio austriaco che piegò la popolazione a causa dell'eccessiva tassazione, verso la seconda metà del '700, con l'avvento dei Borboni, la situazione economica migliorò, la popolazione cominciò a crescere: nel 1874 Adrano contava 6.623 abitanti. Nel 1820 a seguito della rivolta di Palermo, si succedettero tumulti ad Adrano, Biancavilla e Bronte, furono costituiti comitati per sostenere il colonnello Pietro Bazan, ma il comitato di Adrano fu scovato così la città fu mira dell'esercito punitivo dei Borboni.

Il movimento antiborbonico fu in un primo momento sedato, ma riprese durante la cosiddetta Primavera dei popoli nel 1848. Rivoluzionari adraniti guidati da Pietro Cottone accorsero in sostegno alla città di Catania che si piegava ai cannoni dell'esercito Borbonico, che infine occupò Catania, Biancavilla, Paternò e Adrano. La Spedizione dei Mille di Giuseppe Garibaldi, infiammò nuovamente speranze di libertà tra i patrioti, mentre per le classi meno abbienti poco cambiò, infatti, i moti contadini che chiedevano la spartizione delle terre, furono sedati dai garibaldini prima e dall'esercito di Vittorio Emanuele dopo.

Dal 1862 al 1867, una serie di lavori per il miglioramento della città: il primo impianto di illuminazione pubblica, quotazione delle terre comunali, inaugurazione del primo liceo, lavori per il lastricamento della via Garibaldi, inaugurazione dell'ospedale, la creazione di una centrale telegrafica ed elettrica ecc. Adernò era tra i più ricchi centri commerciali della provincia, ma le condizioni dei ceti poveri non erano migliorate e questi furono colpiti dal vaiolo nero e dal colera, che furono la causa di tumulti e ribellioni giustificati dalla fame, tumulti che sfociarono nel brigantaggio.

http://it.wikipedia.org/wiki/Adrano

l Cirneco in Sicilia 

di Marco Belfiore, allevamento “dell’Ovo”
Il Cirneco è presente in Sicilia da almeno tre millenni, questo è testimoniato da ritrovamenti fossili, numismatici e letterari.

Lungo il corso del Fiume Simeto, in territorio di Paternò, in provincia di Catania in località Pietralunga attorno al 1960 è stato ritrovato uno scheletro di un cane, risalente all’incirca al 1400 a.C., di circa 45 cm di altezza e con la testa molto somigliante al tipo Cirneco, purtroppo di questo importantissimo reperto di carattere naturalistico-biologico, che doveva essere trasferito al museo L.Pigorini di Roma, non si ha più traccia…

All’ingresso di Siracusa, nella Necropoli del ”Fusco”, dentro una tomba sono stati ritrovati nel 1992 tre scheletri di cani risalenti al III secolo a.C.. Le tre teste dolicocefale e con gli assi cranio-facciali leggermente divergenti non si distaccano da quelle di un Cirneco. Probabilmente i cani appartenevano ad un cacciatore e sono stati uccisi alla sua morte per essere sepolti assieme al padrone.

Nei mosaici della famosa Villa del Casale di Piazza Armerina in provincia di Enna è raffigurata una muta di cani che sbranano Atteone, ma più di qualsiasi altra raffigurazione importanza rilevante ha la monetazione siciliana dal V al III secolo a.C. che testimonia la presenza del nostro Cirneco nell’Isola sin da epoche antichissime. Le prime sono quelle di Adrano per seguire poi in ordine cronologico quelle dei Mamertini, di Segesta, Erice, Mozia, Panormos, Piakos, Selinunte, Agirion, Paropos, Siracusa, Camarina e Messana.

Proprio su Adrano parla Eliano attorno al II secolo d.C. nel suo “Perì Zoon idiotetos” e nella sua opera, tradotta nel 1864 dal tedesco Rudolph Hercher, riporta un passo relativo ai cani sacri del Dio Adranos risalente all’ 800 a.C. : “Vi sono cani sacri, anzi essi sono i ministri ed i servitori del dio, i quali, non meno di mille di numero, superano i molossi per la bellezza……costoro durante il giorno dimenano la coda verso coloro che si avvicinano al tempio…..di notte sbranano con inaudita violenza anche i maestri nell’arte di rubare”, sia Santi Correnti cheCiaceri sostengono che i cani citati da Eliano fossero Cirnechi. Il paese di Adrano, alle pendici dell’Etna, è da consediderarsi la culla del Cirneco, nel suo museo si trova un interessante statuetta risalente al 1100 a.C. raffigurante un cane con orecchie ritte e muso a punta.

http://cirnecoetnaadozioni.jimdo.com/il-cirneco-dell-etna/cirneco-in-sicilia/

I cani del dio Adrano

“Chi ti pozzano manciari li cani!” E’ un’imprecazione siciliana, che si rivolge contro un malfattore per augurargli di venire sbranato da cani inferociti. Ebbene questo “augurio” affonda le radici nel mito e in particolare nel culto del dio Adrano. Come ci raccontano alcuni storici, sulle pendici dell’Etna, nei pressi dell’odierna Paternò, sorgeva un tempio con all’interno una statua che raffigurava il dio armato con una lancia, simbolo della potenza del vulcano.
Al tempio di Adrano, situato nei pressi del laghetto Naftia, accorreva una gran folla di fedeli, proveniente da ogni parte dell’isola.
La leggenda racconta che a custodire il tempio ci fossero numerosi cirnechi, dei cani da caccia tipici dell’Etna di origine egizia, razza derivante dallo sciacallo sacro al dio Anubis, e che questi cani fossero così intelligenti da mostrarsi accoglienti nei confronti dei fedeli che si presentavano al tempio con molti doni, e aggressivi e spietati nei confronti di chi si avvicinava al luogo di culto con cattive intenzioni. I cani del dio Adrano si avventavano contro gli spergiuri e i ladri intenzionati a fare bottino e li sbravanavo senza pietà. Da allora si augura la stessa sorte a tutti gli imbroglioni.

http://www.blogsicilia.eu/i-cani-del-dio-adrano/

 

La leggenda dei fratelli Palici e del dio Adrano

 

Voi non lo sapete, ma i siciliani furono i primi geologi della storia dell'umanità :-)
Riuscirono a dare una spiegazione scientifica al fatto che l'Etna eruttasse dicendo che la colpa fosse dei ciclopi, dei diavoli o di Re Artù (lo abbiamo visto nelle storie che ho scritto precedentemente). In questa leggenda, che sarebbe una delle più antiche della Sicilia, si darà invece una spiegazione 
scientifica sul ribollire delle acque del lago Naftia, vicino Palagonia, prima capitale della Sicilia fondata da Ducezio (Paliké).
Questo lago esiste ancora ma non è visibile in quanto i suoi gas, come ho letto su wikipedia, sono sfruttati industrialmente.
I fratelli Palici sono figli di Giove e della ninfa Talia. Giove si sa, è il più grande latin lover di tutti i tempi, fa più figli lui che la mia gatta che rimane incinta quando ancora allatta. O meglio, non è che li faccia lui, li fa fare a migliaia di donne all'insaputa della moglie Giunone che, giustamente, si arrabbia "tanticchia".

I fratelli Palici nacquero sottoterra perchè Talia, la loro madre, aveva paura che Giunone potesse ucciderli. La nascita dei fratellini provocò il ribollire delle acque del lago Naftia e gli abitanti del luogo dedicarono loro un tempio molto importante (dei resti del tempio è rimasto ben poco).
In questo luogo di culto si facevano grandi giuramenti e chi osava giurare e poi mentiva, veniva punito con la morte oppure con la cecità.
Ovviamente nessuno osava giurare il falso davanti al tempio.
Per questo motivo è nata un'espressione che mia nonna utilizzava spesso quando doveva giurare qualcosa: "orba di tutti i du occhi", oppure "privu di la vista di l'occhi", cioè che io sia accecato se dico il falso.
Un altro tempio famoso, vicino Paternò, è quello del dio Adrano.
I cani che facevano da guardia al tempio erano mille cirnechi dell'Etna.
Si racconta che i cirnechi erano dei cani intelligentissimi tanto che accolgievano festanti tutti i visitatori del tempio. Aiutavano le persone con problemi di deambulazione, accompagnavano a casa gli ubriachi, ma sbranavano coloro che andavano al tempio per rubare, i bugiardi o chi aveva cattive intenzioni.
Da qui, è nata l'espressione siciliana "chi ti pozzanu manciari li cani", come forma di imprecazione contro qualcuno che fa una cosa malvagia.
Autore: Alessandra Cancarè

http://www.lamiasicilia.org/storie-e-leggende/leggenda-fratelli-palici-e-dio-adrano

 

 

Belpasso (Belpassu o Malpassu in siciliano) è un comune italiano di 26.414 abitanti della provincia di Catania in Sicilia.
Gli abitanti sono detti belpassesi (malpassoti in siciliano). Il paese di Belpasso sorge alle pendici dell'Etna, a sud del Vulcano e il territorio comunale si estende dalla sommità del vulcano fino al confine meridionale della provincia di Catania.

Il paese è caratterizzato da una pianta a scacchiera, insolita per la Sicilia, adottata al momento dell'ultima ricostruzione: questa si basò infatti su uno schema razionale, con isolati simmetrici di forma quadrata, disegnato dal mastro Michele Cazzetta. Quasi tutte le vie non hanno nomi specifici ma si distinguono semplicemente in "rette" e "traverse", seguite da un numero.
La prima menzione del paese, con il nome di Santa Maria del Passo risale al 1305. Il successivo toponimo di Malpasso (Malupassu) derivava dalle caratteristiche della zona: passu indica, infatti, una zona con frequente passaggio, mentre malu, aggiunto all'inizio, si riferiva a luogo pericoloso e disagevole (dal latino malus) o, più probabilmente, alla presenza di alberi di mele (da malum). Gli abitanti del paese presero il nome di malpassoti.
Molto interessante è l'analogia con il paese di Malpaìs sito a nord della più orientale delle Canarie, Lanzarote (ES). Il nome Malpaìs deriva da paìs malo poiché Malpaìs fu ripetutamente distrutto dalle colate laviche provenienti dal cratere che si trova nelle vicinanze della cittadina, tanto da meritarsi l'appellativo di cattivo paese. Probabilmente anche l'origine del nome Malupassu risente dell'influenza spagnola derivante dalla dominazione avuta in Sicilia dal 1516 al 1713. Altra analogia a supporto di tale tesi è la natura del terreno, in entrambi i casi generato da colate laviche ed interessato da piogge di ceneri vulcaniche e lapilli di bassa granulometria provenienti dai vicini crateri di emissione.
A Malpasso (malupassu in siciliano) appartenevano una serie di borghi e villaggi: Guardia di Malpasso e Bottighelle, a nord-ovest, Nicolosi, a nord-est, Sant'Antonio, a sud, e ancora, Annunziata di Malpasso, Fallachi, Misericordia di Malpasso, Fondaco Vecchio e Fondaco Nuovo. Il paese venne distrutto dall'eruzione dell'Etna del 1669, che interessò in parte anche Catania, coperto il paese da uno spesso strato di lava fuoriuscita da un cratere, apertosi a nord dell'abitato di "Mompilieri" (Monti Rossi). Gli abitanti superstiti lo rifondarono, in una zona piuttosto distante dall'originario abitato, all'epoca denominata "contrada Grammena". Il nuovo centro prese il nome di Fenicia Moncada, derivata dall'araba fenice e dalla potente famiglia dei Moncada, principi di Paternò e feudatari della zona, e gli abitanti ebbero nome di "fenicioti". Anche questo centro venne tuttavia abbandonato, a causa delle distruzioni subite con il terremoto del 1693.
Il paese attuale venne rifondato una seconda volta in una zona ancora diversa, all'epoca conosciuta come "Piano Garofalo", a cura della locale famiglia Bufali con il benaugurante nome di Belpasso.

 

 

Belpasso «La cultura, cuore della nostra storia è il nostro futuro»

 

Tra arte, storia, natura, folklore, artigianato, specialità dolciarie, attrazioni acquatiche e commerciali, Belpasso, cittadina di 28mila abitanti, è una tappa strategica alle pendici del Mongibello.

«Gode di un vastissimo territorio eterogeneo sotto molti punti di vista - esordisce il giovane presidente del Consiglio comunale, Salvo Licandri - capace anche di raccontare la storia del territorio». Una storia ricca di fascino e che ha lasciato il segno:  dai giorni della Regina Eleonora D’Angiò, ai rapporti con i vicini borghi medievali, passando per le calamità legate agli umori distruttivi dell’Etna del 1669 e del 1693 che hanno portato da Malpasso a Fenicia Moncada fino all’attuale “Scacchiera dell’Etna”.

«La nostra cittadina – prosegue Licandri - offre diverse peculiarità: monumenti, tradizioni dolciarie, cultura teatrale, “l’oro nero” dell’Etna, ovvero la pietra lavica, senza dimenticare le tradizioni religiose».

La bella stagione si presenta dunque come il periodo turisticamente più favorevole.

«Belpasso è soprattutto una meta per le ferie estive – ha proseguito Licandri - A segnalare un’impennata di presenze sono i dati che ci provengono da Etnaland, maggiore parco acquatico del Meridione, da Etnapolis, realtà non soltanto commerciale ma soprattutto ricreativa. A ciò si aggiunge anche la struttura dell’anfiteatro nel Parco urbano di piano Garofalo, che offre una rassegna di eventi artistici di alto livello. In questo contesto la forza del paese sono anche le strutture ricettive come i B&b, migliori nel contesto etneo, al completo nei periodi delle maggiori attrazioni come “le spaccate” dei carri di S. Lucia, adesso riprese anche ad agosto, e dell’atteso motoraduno internazionale dell’Etna».

«Ricoprire il ruolo di presidente del Consiglio dà molto prestigio, ma anche molta responsabilità. Se parlo di bilancio sento l’obbligo di lavorare in funzione del potenziamento dell’ufficio Europa per individuare somme della Comunità europea per i tanti progetti che Belpasso da troppo tempo ha in cantiere e che finalmente, con la nuodalla tutela ambientale alla valorizzazione dei prodotti agricoli - con il miglior olio d’oliva, le arance rosse, i fichidindia belpassesi meglio noti come “bastardoni” dell’Etna - il passo è breve.

Nel ventaglio delle tante risorse del territorio un posto di rilievo va poi alsta guardare il basalto lavico di via Roma, gli storici palazzi e le tante chiese, piene di opere d’arte, per arrivare poi anche all’importante tradizione teatrale.

Tutto ciò non è solo il cuore della nostra storia ma deve essere il nostro presente e il nostro futuro. Ecco perché - prosegue Licandri - l’amministrazione, assieme alla fondazione Bufali, ha elaborato dei progetti per reperire i finanziamenti per recuperare i saloni e le aree più suggestive e artistiche della storica struttura di Palazzo Bufali».

 «Le attrattive: monumenti, tradizioni dolciarie, teatro e la pietra lavica» va amministrazione guidata dal giovane sindaco Carlo Caputo, potrà portare a compimento. Tra i progetti più ambiziosi, la rete di collegamenti sia per l’Etna, attraverso la “tangenziale” che attraversi l’interno del territorio belpassese, sia una superstrada che colleghi il centro urbano a Belpasso sud, velocizzando i collegamenti con Etnapolis, e al futuro parcheggio scambiatore per la nascente metropolitana.

Belpasso è una risorsa unica al mondo, una buona fetta di territorio particolarmente suggestiva ricade all’interno dalla riserva del Parco naturale dell’Etna, che deve essere valorizzata, così come questa amministrazione ha pensato nel proprio cronoprogramma». E la cultura. «La spaccata dei “carri di S. Lucia” e la degustazione del torroncino Condorelli, sono attrazioni capaci di far convergere nella “scacchiera dell’Etna” importanti flussi turistici». Così per una lettura completa della storia del territorio etneo, non si può non passare da Belpasso, rifiorita ai primi del 700 con il duro lavoro degli scalpellini e degli artigiani del posto.

DOMENICA 3 AGOSTO 2014 LA SICILIA -  SONIA DISTEFANO

 

 

 

Sorge a m. 442 s.l.m., sul versante sud occidentale dell’Etna. Il comune è circondato da lusseregianti campagne coltivate per lo più ad agrumi e uliveti nella parte bassa, e a vigneti nella zona alta. La ferrovia Circumetnea e l'ex strada statale 121, ideata durante l'epoca borbonica, che nel centro abitato prende nome di Via Vittorio Emanuele, attraversano l'abitato. Dal capoluogo di provincia è ben raggiungibile attraverso la strada a scorrimento veloce Catania-Paternò. La Città fa parte della provincia, dell'arcidiocesi e dell'area metropolitana di Catania, ed è inserita tra i comuni del Parco dell'Etna.
La storia dell’odierna Santa Maria di Licodia, ha origine remotissime che si perdono nell’oblio del tempo e della storia. Secondo quando affermano numerosi storici, la città odierna sorge in loco dell’antica città di Inessa, le cui genesi risalirebbe all’epoca della dominazione Sicana della Sicilia, ovvero al secolo XII o XI a.C. Ciò trova riscontro in un testo dell’autore greco Polieno il Macedone, il quale al capito V dei suoi “Stratagemmi” narra di un artificio di Falaride a danno della città di Inessa;
« Tetua Tiranno di Inessa fu vittima di uno stratagemma di Falaride venuto in Sicilia, nella città di Agrigento, con l’incarico dell’esazione del pubblico denaro per l’erezione del tempio di Giove.

 

Acquistata una grande quantità di materiali, li chiuse in una fortezza, e con buon numero di stranieri venuti segretamente, s’impadronì della città e se ne fece tiranno. (dal 570 al 555 a.C.) Con perfidia pari all’ambizione ed alla sua crudeltà dell’animo, cercò di allargare i confini del suo dominio, e sottomettere a sé le città Sicane tra cui Inessa. Si volse a Teuta che n’era tiranno e con ambasciata solenne gli fece intendere di desiderare come sposa la figlia.

Tetua, lusingato, acconsentì; ma quando fu tempo di condurre con sé la giovane, si fece precedere da soldati in abito di donzelle come se recassero doni nuziali, e quando furono dentro la città la occuparono senza ostacoli (secolo V). »
Gerone I tiranno di Siracusa, si impose con la forza per affermare l’autorità delle città doriche sulle calcidiche. Marciando quindi su Catania, la conquistò, popolandola di coloni greci e siracusani e mutò il suo nome in Etna, dal vicino vulcano nell’anno 476 a.C.
Al suo breve governo successe il fratello Trastibulo, che però a causa del suo mal governo dovette fuggire. Caduta la dinastia Gelonica, i catanese cacciati dalla loro patria, approfittando della disfatta di Trastibulo e con l’ausilio del principe siculo Ducezio, marciarono verso la città. Gli etnei (catanesi), cacciati dalla città, ottennero di potersi ritirare nella città di Inessa, che occuparono nel 461 a.C. In memoria dell’antica patria perduta essi ne mutarono il nome in Etna.
http://it.wikipedia.org/wiki/Santa_Maria_di_Licodia

 

 

Il comune è situato alle falde dell'Etna, a 513 metri sul livello del mare, a nord-ovest della città di Catania, su di un lastrone magmatico che strapiomba sulla valle del Simeto a meno di 4 km in linea d'aria dal fiume.

Il territorio comunale  condivide la sommità dell'Etna in un punto geoetrico teorico con altri nove comuni, in direzione sud-ovest, fino al fiume Simeto, e scorre come una lunga colata lavica dalla sommità dell'Etna con un dislivello complessivo di oltre 3.000 metri. Comprende 3.830 ettari del Parco dell'Etna a cui partecipano altri 10 comuni pedemontani. Confina a nord-ovest con il comune di Adrano, a nord-est con Ragalna e Belpasso, a sud-est con quello di Santa Maria di Licodia e a sud-ovest con il comune di Centuripe.

 

 

 

Le torri di Adrano, Paternò e Motta Sant'Anastasia

Furono costruite dai Normanni su precedenti costruzioni arabe. Tutte e tre le torri sono perfettamente orientate in direzione dei punti cardinali.

Per l'orientazione50 gli Arabi si basarono su studi astronomici. Essi appresero lo studio degli astri dagli Egiziani, quando nel VII secolo invasero la loro terra. Gli antichi sacerdoti-astronomi di Eliopoli conoscevano i segreti del tempo perché osservavano e studiavano il moto apparente delle stelle. L'utilizzo della posizione degli astri nelle costruzioni egiziane è già stato trattato dagli studiosi Bauval e Gilbert, che hanno individuato l'ubicazione delle piramidi di Giza esattamente seguendo la posizione delle stelle nella cintura di Orione (teoria della Correlazione). Un parallelismo tra la cultura egizia e quella araba in Sicilia è ipotizza-bile nel confronto tra le piramidi e i castelli di Motta S. Anastasia, Adrano e Paternò, costruiti dagli Arabi e riedificati dai Normanni che utilizzarono la manovalanza araba. I castelli, visti da Nord, seguono lo stesso allineamento delle piramidi di Giza, ed in entrambi i casi i tre castelli come le tre piramidi non si allineano nell'insieme ad una linea meridiana principale, bensì lungo il loro asse sud-ovest, con la terza piramide (così come il castello di Motta) spostata verso est, anche la stella più piccola, in alto, della Cintura di Orione è spostata verso oriente, e tutte e tre le stelle sono inclinate in una direzione sud-ovest rispetto all'asse della Via Lattea.51

Il terzo castello, quello di Motta, così come la piramide di Menkaura (Micerino) e la terza stella della Cintura di Orione, è più piccolo rispetto agli altri. Il Nilo è stato associato dagli studiosi Bauval e Gilbert al fiume mitico del cielo chiamato Erida-nus (o Okeanos), che è una costellazione meridionale, nel nostro caso è riconducibile al fiume Simeto.

Inoltre tutte le basi delle piramidi sono allineate lungo meri­diani in modo che ogni faccia fronteggi uno dei punti cardinali.

Come abbiamo già detto anche le torri, così come le suddette costruzioni egiziane, sono tutte orientate in direzione dei punti cardinali.

L'orientazione dei castelli, come quella delle piramidi, è do­vuta all'osservazione astronomica cioè al transito sul meridiano di certe stelle.

L'archeo-astronomo Krupp scrive: "L'apparente collegamento tra i fenomeni celesti e terrestri influenzò profondamente la visione propria degli egiziani [...] (essi) consideravano la levata eliaca di Sirio così importante, che contrassegnarono con questo evento l'inizio del nuovo anno. Ancora più eloquente era il fatto che la levata eliaca di Sirio e la piena del Nilo coincidessero approssimativamente con il solstizio d'Estate".52

http://www.paternogenius.com/C.Rapisarda,%20Simboli%20esoterici%20nei%20monumenti%20della%20provincia%20di%20Catania/Simboli%20esoterici%2020.htm

 

il Dongione di Paterno'

il Dongione di Adrano

il Dongione di Motta S. Anastasia

 

 

 

 

I tempi del nostro lungo medioevo sono documentati da un patrimonio storico-culturale d’eccezionale importanza.

Essi narrano un trascorso di grandezza che i nostri avi hanno costruito o contribuito a costruire.

Le migliorate condizioni di vita favoriscono un movimento turistico sempre più in espansione.

Noi con l’occhio antico del turista, e non per campanilismo, siamo andati a curiosare, a chiedere, talvolta a cercare e immaginare.

Con l’obiettivo della macchina fotografica, come pure con ricerche di archivio e l’ausilio di memorie storiche, abbiamo cercato e fissato quei ruderi che sono o erano gli splendori di una civiltà passata: la nostra.

Abbiamo voluto, quindi, immortalare quei "fantasmi" che sono sopravvissuti ad incuria e abbandono cercando di non farli del tutto svanire e portarli a testimonianza e non a leggenda. Siamo andati alla ricerca di documenti che ci permettessero di ricostruire l’economia, la società e la cultura del tempo.

 


 

Siamo stati attenti alla spiritualità e religiosità popolare cercando dappertutto di cogliere quei legami che fanno della nostra società una figlia di quella primigenia che l’ha preceduta. Abbiamo, in una parola, cercato le nostre radici.

Narrando la storia del passato, ci proponiamo con questo sito di suscitare interesse verso tutto ciò che è segno indelebile di recupero di tradizioni, valori autentici che la massificazione, segno dei nostri tempi, ha inevitabilmente gettato nell’oblio.

L'esposizione, concisa e veloce degli avvenimenti, non vuole avere la pretesa di un trattato di storia e neppure quella di uno studio sulla vita politica, economica e sociale di Bronte. Per questo - e per approfondire quanto da noi scritto - vi rimandiamo alle Memorie storiche di Bronte di Benedetto Radice.

Ci auguriamo solo che quanto realizzato possa servire da piattaforma di rilancio culturale, sociale ed economico della nostra piccola cittadina.
Bronte trae origine da 24 casali, popolati di contadini e pastori.
Sempre in lotta per l’esistenza, i brontesi hanno conservato una natura fortemente determinata, libertaria e raramente disponibile al compromesso. Il giureconsulto Antonino Cairone ed il capitano d'armi Matteo De Pace con Luigi Terranova condannati a morte per aver gridato Viva il re di Francia ne sono un fulgido esempio.
E forse non a caso è nato a Bronte il filosofo Nicola Spedalieri che per primo in Italia parlò dei diritti dell’uomo e non è un caso che i brontesi siano stati anche protagonisti dei Moti siciliani tendenti ad affermare i principi dell’autonomia e dell’indipendenza (1820 e 1848-1849), soprattutto, dei sanguinosi Fatti del 1860 che durante la spedizione dei Mille ci procurarono oltre ad una dura repressione l’accusa infamante di "lesa umanità" e della rivolta contro i dazi del 1911.

http://www.bronteinsieme.it/2st/story.html

La Capitale italiana del pistacchio!

La Sicilia è l'unica regione italiana dove si produce il pistacchio ("pistacia vera") e la cittadina etnea, con oltre tremila ettari in coltura specializzata, ne esprime l'area di coltivazione principale (più dell'80% della superficie regionale) con una produzione dalle caratteristiche peculiari.
Bronte, Eden di pistacchio, con un frutto dal gusto e dall'aroma universalmente riconosciuti come unici e particolari.
L'"oro verde", così è denominato il "pistacchio verde di Bronte", rappresenta la principale risorsa economica del vasto territorio della cittadina etnea.

Concorreranno la terra e le sciare dell'Etna, la temperatura o il portainnesto, le tradizioni di coltura tramandate da padre in figlio, fatto è che la pistacchicoltura brontese, a differenza dei prodotti di provenienza americana o asiatica, in massima parte con semi di colore giallo, produce frutti di alto pregio, molto apprezzati e richiesti nei mercati europei e giapponesi per le dimensioni e l'intensa colorazione verde.
Il pistacchio brontese è dolce, delicato, aromatico. Soprattutto è unico. Fra le varie qualità coltivate nel Mediterraneo e nelle Americhe possiede colori e qualità organolettiche che ne fanno un unicum in tutto il mondo con un suo sapore soave che i frutti prodotti altrove non  hanno.
Viene apprezzato nei mercati italiani ed esteri per l'originalità del gusto e l'adattabilità in cucina e in pasticceria. E' usato nell'industria dolciaria sopratutto per preparare torte, paste, torroni, mousse, confetti, gelati, e granite, ma è squisito anche nei primi e secondi piatti o arancini; è utilizzato anche nella preparazione degli insaccati (ottimo nelle mortadelle e nelle soppressate) e nel settore cosmetico.
A Bronte se ne raccolgono oltre 30 mila quintali e, quello con guscio (la "tignosella") si vende a circa 18,00/20,00 euro al chilo e a 38,00/40,00 quello senza guscio ("sgusciato").
 Una ricchezza di quasi 15 milioni di euro che rappresenta poco più dell’1% della produzione mondiale di pistacchi.
L'ottanta per cento del prodotto brontese è esportato all'estero, sopratutto in Europa, il restante 20% trova impiego nell'industria nazionale (il 55% industria delle carni insaccate, il 30% nell'industria dolciaria ed il 15% nell'industria gelatiera, con un rapporto gelateria industriale/artigianale che potrebbe essere del 60/40%).
Il frutto viene commercializzato sotto diverse forme: Tignosella (pistacchio non sgusciato), pelato (sgusciato e privato dell'endocarpo), granella, farina, bastoncini, affettato o pasta di pistacchio.
Certamente quasi nessun agricoltore brontese vive più di solo pistacchio: la coltivazione occupa solo una parte dell'impegno lavorativo e fornisce una fetta di reddito; è in pratica una seconda attività, ma essenziale per la sopravvivenza della famiglia e della comunità e forse è più la passione che l'economia a spingere i brontesi ad impiantare ancora alberi di pistacchio (che daranno i primi frutti solo dopo circa dieci anni).
Nella zona si contano quasi mille produttori, la maggior parte con piccoli appezzamenti di terreno sciaroso di meno di un ettaro e qualche grosso produttore con un multiplo di ettari.
Il frutto raccolto viene in genere smallato ed asciugato ad opera del produttore stesso, che poi vende il suo pistacchio in guscio alle aziende esportatrici o lo conferisce alle cooperative.
http://www.brontepistacchio.it/

 

 

 

 

 

 

La Ducea di Nelson
Contrada Eranteria - Bronte (CT)

L'Abbazia di Santa Maria di Maniace, chiamata anche Ducea di Nelson, Castello di Nelson e Ducea di Maniace, si trova al confine fra i comuni di Bronte e Maniace, in provincia di Catania. Il complesso è costituito da tre strutture principali: la dimora nobiliare dei duchi Nelson-Bridport (impropiamente detta castello), oggi trasformata in Museo, i resti dell'antica Abbazia benedettina dedicata a Maria Santissima e la chiesetta di Santa Maria di Maniace esempio di architettura religiosa normanna tutto circondato da un grande e splendido parco.

 

 

 

Fu fondata dalla regina Margherita di Navarra nel XII secolo. Verrà donata insieme al feudo nel 1799 da Ferdinando di Borbone all'ammiraglio inglese Horatio Nelson. Oggi il complesso è stato musealizzato. Dopo svariate vicissitudini nel corso dei secoli, tra cui il terremoto del 1693, venne donato ad Orazio Nelson insieme ad un vasto feudo nel 1799 da Ferdinando III. Nel 1981 il Comune di Bronte acquistò la struttura dall’ultimo erede dell’ammiraglio inglese. Alla fine del XIX secolo la casa ducale verrà abitata dal poeta scozzese William Sharp. Sotto il fascismo la ducea fu espropriata agli inglesi e, proprio di fronte all'ingresso principale, fu costruito un gruppo di case assegnate ai braccianti, fu chiamato "borgo Caracciolo" a ricordo del rivoluzionario napoletano i cui propositi erano stati vanificati proprio da Nelson. Degni di nota il portale della chiesa, una Madonna bizantina ivi conservata, quel che resta del giardino interno e la semplice maestosità della croce dedicata "Heroi Immortali Nili" ovvero ad Orazio Nelson che vantava nella sua carriera di condottiero anche una memorabile vittoria sul Nilo. Dai brontesi e dai maniaciesi oggi il complesso è chiamato comunemente "il Castello", anche se la sua struttura ha poco o nulla (eccettuate alcune piccole torri sul torrente Saracena) che richiami l'idea di questo tipo d'edificio.

Del grandioso tempio dedicato alla Madonna dalla regina Margherita rimangono le navate, uno splendido portico gotico-normanno e l'icona bizantina - secondo la leggenda dipinta da San Luca. Dietro la chiesa, in quelli che furono i magazzini, alcuni scavi hanno riportato alla luce l'abside dell'antica costruzione normanna. Inoltre si possono osservare due torrette medievali ed un grande parco all'inglese. Dell'antico  castello rimane poco, oltre le torrette citate ed una parte della cinta muraria, in quanto gli ambienti furono riadattati dagli eredi di Nelson a scopi abitativi o a magazzini al servizio dell'agricoltura, ma sono visitabili ed espongono alcuni cimeli d'epoca appartenuti all'ammiraglio. Nel  cortile interno vi è una croce celtica dedicata all'ammiraglio Nelson. Nel parco si trova invece un piccolo cimitero inglise costrutito nel 1898, dove spicca una croce celtica in pietra nera dell'Etna, che indica la sepoltura del poeta scozzese William Sharp. All’interno del Castello si possono visitare gli appartamenti ducali, la chiesa di Santa Maria di Maniace con il suo portale gotico normanno ed i suoi dipinti, i resti dell’abbazia, il museo fotografico della pietra lavica, il giardino inglese, il grande parco con parco giochi attrezzato e sculture moderne in pietra lavica, tutti i giorni della settimana tranne il lunedì, a meno che non corrisponda con giorni festivi in cui dunque è prevista l’apertura anche il lunedì.
www.comune.bronte.ct.it

Orario visite: tutti i giorni: orario invernale 9.00-13.00 e 14.30-17.00 - orario estivo 9.00-13.00 e 14.30-19.00
Ingresso a pagamento - Tel./fax 095.690018

 

 

 

Le Forre laviche del Simeto 

La riserva naturale "Forre laviche del Simeto" è l'unica tra quelle previste dal Piano regionale delle Riserve naturali in provincia di Catania, a non essere ancora istituita.

La riserva include, sinora parzialmente, parte dell’alto corso del fiume Simeto che presenta un insieme diversificato di ambienti naturali in buone condizioni di conservazione, di grande interesse naturalistico ed ospitanti una ricca biodiversità.
Di estremo interesse sono anche gli aspetti geologici e geomorfologici. All’uscita delle gole laviche della Cantera, attualmente non incluse nella istituenda riserva naturale ma che costituiscono probabilmente l’ambiente più peculiare e spettacolare, il fiume scorre per una decina di chilometri, fino alla località Pietrerosse, in uno stretto alveo posto al limite tra le lave dei Centri Alcalini Antichi, ad est, ed i terreni sedimentari ad ovest.
In corispondenza del Ponte Passo Paglia ha inizio il tratto della riserva. Da qui alla Contrada Pietrerosse, sulla sponda destra, affiorano le cosiddette Argille Variegate, di età cretacea, caratterizzate da caratteristici colori grigio, rosso e verdastro, la cui erosione ha determinato l’instaurarsi di aree calanchive. Le lave presenti sulla sponda sinistra formano, invece, alte pareti sub-verticali caratterizzate da affioramenti di spettacolari basalti colonnari.

In prossimità del Ponte dei Saraceni si incontra un secondo tratto profondamente inciso in rocce laviche appartenenti ai Centri Alcalini Antichi, ai cui fianchi l’alveo di piena, scavato anch’esso sulle lave, presenta le caratteristiche forme d’erosione denominate “marmitte dei giganti”. A valle di quest’area l’alveo del fiume si allarga nuovamente e si svolge per alcuni chilometri, fino alla Contrada Santa Domenica, in una stretta valle affiancata da alte pareti laviche limitanti ampie zone pianeggianti. Di rilievo, in aree esterne all’attuale perimetro, la presenza, in Contrada Santa Domenica, di alcune sorgenti che vanno ad alimentare il Fiume Simeto. Le piccole grotte (“Favare”) da cui scaturisce l’acqua sono ubicate in spesse concrezioni calcaree travertinose formate dalla precipitazione di carbonato di calcio di cui sono ricche le sorgenti.

 

 

 

La presenza di ambienti acquatici, ripari e di forra determina un rilevante interesse per la fauna sia vertebrata sia invertebrata. In particolare, le acque del fiume ospitano comunità macrobentoniche discretamente ricche; la presenza di sorgenti con acque pure nei pressi del corso d’acqua innalza significativamente il livello della biodiversità e determina un apporto idrico che migliora la qualità biologica delle acque. La presenza di diversi ambienti in condizioni di naturalità e di seminaturalità (corsi d’acqua, ambienti lentici, greti ciottolosi, rupi, pascoli, aree boscate, seminativi) rende il territorio dell’area protetta particolarmente interessante anche per la fauna terrestre.

Sotto l'aspetto vegetazionale il corso d'acqua ospita estesamente boschi ripari a salici (Salicetum albo-purpureae) caratterizzati dalla presenza di tre specie di salice, Salice bianco (Salix alba), Salice rosso (Salix purpurea) e Salice di Gussone (Salix gussonei), nonché di Tamerice maggiore (Tamarix africana), Pioppo nero (Populus nigra) ed Oleandro (Nerium oleander). In diversi tratti i boschi ripari a salici e pioppo risultano notevolmente densi e fisionomicamente evoluti, denotando un ottimo stato di conservazione. La presenza del Salice di Gussone riveste, inoltre, particolare interesse in quanto specie endemica dei corsi d'acqua della Sicilia nord-orientale. In alcuni tratti con debole scorrimento delle acque è insediata una vegetazione palustre a tifa (Typha angustifolia) alla quale si associano altre idrofite quali la Menta d’acqua (Mentha aquatica) e lo Zigolo comune (Cyperus longus).
Renato De Pietro
http://www.legambientecatania.it/conservazionenatura/forre_laviche_del_simeto.html

 

 

Tramonto Etneo da Bronte

 

1860, quei morti a Bronte che volle Nino Bixio
di Antonella Folgheretti

 

1 novembre 2010 - Erano le terre della Ducea regalata a Nelson, il vincitore di Trafalgar. Un regalo che, però, unì sofferenze nuove a suprusi antichi.Ma l’episodio che più di ogni altro ce le fa ricordare è legato alla memoria di un luogotenente dell’eroe dei due mondi. Nino Bixio.

Bronte, oggi, non prova odio per Nino Bixio. Qualcuno, decenni or sono, gli dedicò pure una via (qualcun altro, decenni dopo, scalpellò via la targa…).

Ma, certo, l’episodio è nella memoria di quanti, oggi, in questo periodo di festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia, ricordano pure i lutti e le violenze che la accompagnarono. Soprattutto a danno delle classi più deboli del Mezzogiorno.
Esattamente 150 anni fa a Bronte il braccio destro di Giuseppe Garibaldi, e i suoi reparti dei Mille, repressero duramente la sanguinosa rivolta di quei contadini che avevano creduto agli inviti alla rivolta contro i Borboni in nome di un anelito ad un mondo migliore.
La storia dei fatti di Bronte è ben descritta nel sito internet bronteinsieme.it
Il 2 giugno del 1860 i contadini di Bronte credettero a quanto diceva loro Garibaldi con il suo proclama: “Giuseppe Garibaldi comandante in capo delle forze nazionali in Sicilia, in virtù dei poteri a lui conferiti, decreta: Art. 1. Sopra la terra dei demani comunali da dividersi, giusta la legge, fra i cittadini del proprio comune, avrà una quota senza sorteggio chiunque si sarà battuto per la Patria. In caso della morte del milite questo diritto apparterrà al suo erede. Art. 2. La quota, di cui è parola all’articolo precedente, sarà uguale a quella che sarà stabilita per tutti i capi di famiglia poveri non possidenti.. “.

Delusi dalla decisione di non applicare ai possedimenti dei Nelson i proclami garibaldini, i “comunisti” brontesi (si chiamavano così, in contrapposizione ai “cappelli”, i borghesi), qualche mese dopo, si rivoltarono, mettendo a ferro e a fuoco la cittadina.

Violenze su violenze. Decine di morti.

Nino Bixio impose la legge marziale, anche per accontentare gli inglesi, che a Bronte, appunto, avevano un loro avamposto importante per via della ducea dei Nelson. Seguì la feroce repressione dei contadini. Finirono le illusioni sull’impresa garibaldina.

Bixio sacrificò agli interessi dei pochi persino la vita di chi, come Niccolò Lombardo, pure lo aveva sostenuto, convinto patriota, nell’impresa dei Mille.

Oggi, che al Sud si registra un risveglio dell’orgoglio meridionale in netta contrapposizione al Risorgimento, anche su questo episodio occorrerebbe gettare maggiore luce.

http://catania.blogsicilia.it/1860-quei-morti-a-bronte-che-volle-nino-bixio/13212/

 

IN AUTO: Bronte è sprovvista di linee autostradali, le più vicine risultano essere a circa 50 Km, la A19 che mette in collegamento Palermo con Catania e la A18 che collega Messina con Catania.
Per chi proviene da Catania: S.S. 284 che da Adrano porta fino a Randazzo -> vedi cartina
Per chi proviene da Messina: A18 fino a Fiumefreddo, S.S.120 che porta al Bivio Cerda, prendendo poi lo svincolo che da Randazzo porta a Bronte -> vedi cartina
Per chi proviene da Cesarò: S.P.87 che da P.Serra porta fino al Bivio Cantara, tramite la S.P. 17-III -> vedi cartina

 

 

 

Le vette innevate dell'Etna, il gigante che non smette mai far udire la propria voce, sono ben visibili: si potrebbe quasi dire che sia sufficiente stendere un braccio per raggiungerle.
Così non è, ma a Maletto la montagna si sente e si vive.

La pietra aspra davanti alla dolcezza della fragola che ha mutato, dalle radici, l'economia e le sorti di questo centro: il più alto di tutta la zona etnea.
Nel mondo, Maletto significa fragola: anzi, no, sarebbe più corretto chiamarle fragoline.
Sono dolci e piccole, un colore intenso che pare rifarsi alla maestosa luce della lava vulcanica che scorre fra rocce e sentieri scavati dal tempo.

I contadini di Maletto l'hanno scoperta quasi cinquant'anni fa: e, da quel momento, la fragola ha invaso le loro giornate di lavoro.
Le fragoline di Maletto diventano, abbandonata la terra, supporto alla pasticceria di prestigio.
Circolano per il mondo partendo, però, da questa cittadina di pochi abitanti: a metà tra il vulcano e la valle del Simeto.
A Maletto, la fragola è lavoro.
E, allora, hanno scelto di celebrarla.
 Mentre l'estate inizia a farsi sentire, bussando alle porte più estreme della provincia etnea: la sagra diventa realtà.
A Maletto, la fragola si fa mostra. Una mostra che, in realtà, ha tutte le fattezze delle sagre popolari. Visitatori che, durante tre giorni d'inizio giugno, si prendono le strade del paese per conoscere il sapore, l'odore, l'intensità della fragolina di Maletto.
Per loro che giungono quasi a sfiorare il vulcano, gli abitanti del posto mettono in pratica tutta la maestria acquisita nel tempo.

Una torta enorme viene sfornata ed offerta.
Mille chili di sapore e fragole: è la tradizionale torta donata a tutti i visitatori della sagra.
Perchè, a Maletto, la fragola nasce nei boschi, si forma e cresce nei campi a ridosso del maestoso sovrano di lava e lapilli, e, infine, si fa gusto ricercato nel mondo.

http://www.etnastyle.it/2012/03/maletto-tra-fragole-e-feste.html

 

Adagiato sul fianco di una collina argillosa e ad un tiro di schioppo dalla cima dell'Etna e dal cielo, l'abitato di Maletto si bea dell'abbraccio di una natura straordinariamente generosa.
Paesaggi mozzafiato quasi s'incalzano, susseguendosi ravvicinati e stupendi anche per la loro varietà. Giù vallate ricche di suggestioni digradano fino a farsi pianura, mentre i terrazzamenti a monte, fitti di frutteti, vigneti e fragoleti, salendo via via cedono il passo ai boschi di castagno e di querce, e poi agli alberi di leccio e di pino laricio, e quindi ai faggi ed alle betulle aetnensis endemiche, approdate in Sicilia durante le glaciazioni. Oltre i 2100 metri, macchie di arbusti anticipano i tappeti di spino santo, avamposto vegetale al deserto lavico delle alte quote.

 


La bellezza di questi luoghi ha affascinato sin dall'antichità, sicché insediamenti umani si ebbero - attorno all'attuale Maletto - fin dal primo millennio avanti Cristo. Certo è che vi abitarono i Siculi, e che successivamente giunsero prima i Greci e poi i Romani, i Bizantini e gli Arabi, i Normanni e gli Svevi. E ad uno di questi ultimi, il conte Manfredi Maletta, si deve in particolare l'origine, oltre che il nome, di Maletto: egli nel 1263 fece innalzare sulla rocca una torre fortificata, detta Castello, attorno alla quale si raccolse un primo nucleo di abitanti. Nel 1358, Castello e feudo di Maletto passarono alla famiglia Spatafora , che fino al 1812 ne rimarrà feudataria. La costruzione dell'attuale centro storico fu avviata alla fine del XV secolo, quando si edificarono i quartieri oggi attorno al Castello, e proseguì nei primi anni del secolo successivo con la realizzazione del palazzo baronale degli Spatafora e dell'annessa chiesa di San Michele Arcangelo, nonché dì magazzini e di un loggiato, d'una locanda e di un fondaco. Fu comunque a partire dal 1619, quando a Maletto il re di Spagna riconobbe il titolo di principato, che l'abitato si sviluppò maggiormente, assumendo l'aspetto definitivo conservatosi ai giorni nostri.

http://www.comune.maletto.ct-egov.it/La_Citt%C3%A0/Storia/Il_Paese/index.asp

 

 

Maniace, piccolo paesino della Provincia di Catania è posto tra gli ultimi declivi nord-occidentali dell’Etna e le pendici meridionali dei monti Nebrodi. Maniace ha origini antichissime, le prime notizie certe infatti, risalgono al periodo della dominazione degli arabi, quando il luogo si chiamava Ghiran- Ad – Daqiq, ossia Grotte della Farina.

Di questo periodo Edrisi, il più grande geografo arabo vissuto alla corte del Conte Ruggero, dice che : “Ghiran- Ad- Daqiq è prospero villaggio in pianura con mercato e mercati e opulenza per ogni dove” L’attuale denominazione si deve a Giorgio Maniace, il generale bizantino che nel 1040 in questa vallata sconfisse un esercito di arabi, il condottiero a ricordo della battaglia lasciò un’icona bizantina della Vergine e il Bambino.

Era consuetudine del tempo che i signori o i condottieri di Costantinopoli portassero a loro seguito delle immagini sacre. Per venerare e custodire l’icona nasce una prima chiesetta e nel 1173 Margherita di Navarra affascinata dalla bellezza dell’immagine fa edificare l’abbazia di Santa Maria di Maniace.

L’abbazia grazie ai suoi monaci benedettini diviene un importante e fervido centro culturale e religioso tanto che il luogo si offre come meta di Santi Abati e Sovrani. L’edificio sacro è un pregevole esempio dell’architettura romanica, il suo portale è un insigne monumento della scultura normanna legato nelle sue forme plastiche all’insegnamento romanico proveniente dal cantiere monrealese e aperto a quelle che sono le nuove proposte gotiche che arrivano dalla Francia.

Il terribile sisma del 1693 che colpisce buona parte della Sicilia orientale distrugge anche parte della chiesa , la quale resta priva della sua zona absidale. Nel 1799 l’ex feudo benedettino , integrato ad altre terre e a territori appartenenti al comune di Bronte, viene innalzato al rango di ducato e offerto in dono da Ferdinando IV re di Napoli a Horatio Nelson.

 

L’odierno abitato si è formato nel corso del XX secolo quando contadini e pastori provenienti da Tortorici, solcando le antiche Trazzere dei Nebrodi iniziarono ad affacciarsi nelle vallate di Maniace in cerca di fortuna e di un pezzo di terra da coltivare, i contadini tortoriciani, così iniziarono a popolare questo territorio, frazione di Bronte. Nel 1975 si resero protagonisti di un movimento indipendentista, con lo scopo di ottenere l’autonomia amministrativa dal comune di Bronte. Il 1 aprile del 1981 l’ex feudo diviene il 57 comune della provincia di Catania sotto l’antica denominazione di Maniace.

http://www.prolocomaniace.it/

Il Castello di ManiaceCastello di Maniace - Bronte

Negli antichissimi tempi era in quei pressi un «casale» fondato dal famoso generale bizantino Giorgio Maniace (primo fondatore del castello omonimo di Siracusa) e dal quale prese nome tutta la borgata (1038 circa).
La interessante attuale dimora fu edificata sugli avanzi della antica Abbazia Benedettina di : Maniace (voluta dalla regina Margherita, vedova di Guglielmo I il normanno, sul 1173) ; dagli eredi dell'ammiraglio inglese Lord Orazio Nelson, vincitore di Abukir, che nel 1799 ricevette la terra e il ducato di Bronte, da Ferdinando I, rè delle due Sicilie, quale segno di gratitudine per il determinante aiuto prestategli.
Alla morte del detto ammiraglio, avvenuta nella famosa battaglia di Trafalgar, feudo e titolo pervennero al fratello Guglielmo (1806) e poi agli eredi di questi.
Breve ma tragica è la storia del castello poiché esso fu testimone, ed in parte causa, delle tremende giornate dell'Agosto 1860 nelle quali la feroce repressione di Nino Bixio insanguinò il paese.
Ciò accadde perché durante la rivoluzione italiana di quel tempo (alla quale tanti illustri siciliani sacrificarono anche la vita) all'annuncio della vittoria franco-italiana nel nord, anche la Sicilia volle scuotere il così detto giogo borbonico, invocando Garibaldi. A Bronte, come altrove, sorsero comitati segreti mentre si attendeva dalla rivoluzione che la immensa «ducea» donata al Nelson dal Borbone, con la caduta di questi, venisse restituita alla comunità.
Castello Maniace (Bronte)Molto preoccupato per tali notizie, il console inglese di Catania richiese a Garibaldi, il quale dopo la battaglia di Milazzo si trovava a Messina, un pronto aiuto di soldati per proteggere dalla furia del popolo il castello e gli altri beni inglesi a Bronte. Ed il dittatore, per le buone relazioni tra Italia e Inghilterra, inviò sul luogo il generale Bixio con l'incarico di soffocare la rivolta e salvare il castello dal saccheggio altrimenti inevitabile.
La missione venne compiuta ed anche la castellana, duchessa Nelson fu salva ma... la repressione, sanguinosa e spietata, rimase tristemente viva nella storia del luogo.
Il castello, col suo giardino ben curato e circondato dal grande parco selvaggiamente suggestivo, conserva all'interno numerosi interessanti cimeli del glorioso ammiraglio.
Molto antiche sono due piccole torri, sotto una delle quali il vecchio muraglione di cinta viene a volte aggredito dalla furia delle acque del grande torrente che lo lambisce.
Interessante la piccola chiesa con il meraviglioso intatto portale arabo-normanno che tanto ricorda quelli assai noti della cattedrale di Monreale. Attuale proprietario Lord Bridport duca di Bronte, discendente del Nelson.

http://www.castelli-sicilia.com/links.asp?CatId=81  (comprese le fotografie)

 

 

L'Etna visto dai Nebrodi

 

 

 

visto che siamo vicini, perchè non fare una capatina sui....

 

 

Parco regionale dei Nebrodi, istituito il 4 agosto 1993, con i suoi 86.000 ha di superficie è la più grande area naturale protetta della Sicilia.

I Nebrodi, assieme alle Madonie ad ovest e ai Peloritani ad est, costituiscono l’Appennino siculo. Essi s’affacciano, a nord, direttamente sul Mar Tirreno, mentre il loro limite meridionale è segnato dall’Etna, in particolare dal fiume Alcantara e dall’alto corso del Simeto.
Notevole è la escursione altimetrica, che da poche decine di metri sul livello del mare raggiunge la quota massima di 1847 metri di Monte Soro. Altri rilievi da segnalare sono la Serra del Re (1754 metri), Pizzo Fau (1686 metri) e Serra Pignataro (1661 metri).
Gli elementi principali che più fortemente caratterizzano il paesaggio naturale dei Nebrodi sono l’asimmetria dei vari versanti, la diversità di modellazione dei rilievi, la ricchissima vegetazione e gli ambienti umidi.
 Connotazione essenziale dell’andamento orografico è la dolcezza dei rilievi, dovuta alla presenza di estesi banchi di rocce argillose ed arenarie: le cime, che raggiungono con Monte Soro la quota massima di 1847 s. l. m., hanno fianchi arrotondati e s’aprono in ampie vallate solcate da numerose fiumare che sfociano nel Mar Tirreno. Ove però predominano i calcari, il paesaggio assume aspetti dolomitici, con profili irregolari e forme aspre e fessurate. È questo il caso del Monte San Fratello e, soprattutto, delle Rocche del Crasto (1315 m s.l.m.). I comuni ricadenti nell’area del parco sono 23: 18 in provincia di Messina (Acquedolci, Alcara Li Fusi, Capizzi, Caronia, Cesarò, Floresta, Galati Mamertino, Longi, Militello Rosmarino, Mistretta, Sant'Agata di Militello, Santa Domenica Vittoria, San Fratello, San Marco d'Alunzio, Santo Stefano di Camastra, San Teodoro, Tortorici, Ucria), 3 in provincia di Catania (Bronte, Maniace, Randazzo), 2 in provincia di Enna (Cerami, Troina).
 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ACCESSI

Da Randazzo: dal versante nord percorrendo la autostrada Messina-Palermo A20 dalla quale si diramano varie importanti arterie stradali come la S.S.116 da Capo d'Orlando a Randazzo, la S.S. 289 da Sant'Agata di Militello a Cesarò, e la S.S.117 da Santo Stefano di Camastra a Nicosia, oltre a varie strade provinciali e comunali. Il parco è accessibile tutto l'anno con le comuni precauzioni nei periodi di innevamento.

 

Il parco è suddiviso in quattro zone nelle quali operano, a seconda dell’interesse naturalistico, particolari divieti e limitazioni, funzionali alla conservazione e, quindi, alla valorizzazione delle risorse che costituiscono il patrimonio dell’area protetta.
La zona A (di riserva integrale), estesa per 24.546, comprende i sistemi boschivi alle quote più elevate, le uniche stazioni siciliane di tasso (Taxus baccata) ed alcuni affioramenti rocciosi. Oltre i 1200 metri sul livello del mare, sono localizzate varie faggete (circa 10.000 ettari), mentre a quote comprese fra gli 800 e i 1200 metri, sui versanti esposti a nord, e tra i 1000 e i 1400 metri, sui versanti meridionali, è dominante il cerro. Ampie aree per il pascolo s’aprono, inoltre fra faggete e cerrete. È importante evidenziare che il faggio trova nel parco l’estremo limite meridionale della sua area di diffusione. A quote meno elevate (600-800 metri sul livello del mare) si trova la sughera che, in particolare nel territorio di Caronia, forma associazioni di grande pregio ecologico. Sono, infine, comprese nella zona A le stazioni delle specie endemiche più importanti e le zone umide d’alta quota, nonché tratti d’interessanti corsi d’acqua.

 


La zona B (di riserva generale), estesa per 46.879 ettari, include le rimanenti formazioni boschive ed ampie aree destinate al pascolo, localizzate ai margini dei boschi. Sono, inoltre, presenti limitate zone agricole ricadenti in aree caratterizzate da elevato pregio naturalistico e paesaggistico.
La zona C (di protezione), estesa per 569 ettari, comprende nove aree, strategicamente distribuite sul territorio, in cui sono ammesse le attività rivolte al raggiungimento d’importanti finalità del parco quale, ad esempio, la realizzazione di strutture turistico-ricettive e culturali.
La zona D (di controllo) è l’area di preparco estesa per 13.593 ettari. Essa costituisce la fascia esterna dell’area protetta consente il passaggio graduale nelle aree a più alta valenza naturalistica.
 

 

 

 

 

 

I complessi boschivi incidono notevolmente sul clima del territorio nebrodense, che si caratterizza per avere, diversamente dalla costa e dal resto della Sicilia, inverni lunghi e rigidi ed estati calde ma non afose.
Le temperature delle zone interne, pur variando da un’area all’altra, generalmente si mantengono fra 10 e 12 °C nella media e alta montagna, mentre la piovosità, fortemente correlata all’altitudine e soprattutto all’esposizione dei versanti, varia da un minimo di 600 mm ad un massimo di 1400 mm. Fenomeni come la neve e la nebbia sono assai frequenti e fanno sì che si crei quel giusto grado d’umidità necessaria per l’esistenza di alcuni tipi di bosco. Il lento deflusso delle acque meteoriche verso valle, la condensazione e le piogge occulte favoriscono, infatti, la permanenza del faggio che, grazie alle sue foglie ovali provviste di peluria, è in grado di trattenere l’acqua di condensazione riuscendo a superare i lunghi periodi siccitosi.


 

Paesaggio del parco. La vegetazione del parco dei Nebrodi è caratterizzata da differenti tipi di vegetazione sia in funzione della fascia di altezza sul livello del mare che da altri fattori fisici e ambientali.
Nella fascia litoranea e nelle colline retrostanti, fino ai 700-800 metri s.l.m., cosiddetta fascia termomediterranea la vegetazione è rappresentata da boschi sempreverdi di sughera (Quercus suber) alternata a zone di macchia mediterranea che comprende specie quali l'Erica arborea, la ginestra spinosa (Calycotome spinosa), il corbezzolo (Arbutus unedo), il mirto (Myrtus communis), l'euforbia (Euphorbia dendroides), il lentisco (Pistacia lentiscus) ed il leccio (Quercus ilex).

 


La fascia vegetativa al di sopra, fino alla quota di 1000-1200 m s.l.m.(cosiddetta fascia mesomediterranea), è costituita da formazioni di boschi caducifogli in cui dominano le quercete di Quercus gussonei, specie affine al cerro ma da questo ben distinta morfologicamente, e, sul versante meridionale, da un particolare tipo di roverella, Quercus congesta. In alcune aree, come nel territorio di San Fratello si rinvengono inoltre lembi di lecceta mentre le aree non forestate sono occupate da arbusteti in cui si annoverano il prugnolo (Prunus spinosa), il biancospino (Crataegus monogyna), la Rosa canina, la Rosa sempervirens, il melo selvatico (Malus sylvestris), Pyrus amygdaliformis e Rubus ulmifolius.

 


Oltre i 1200 entriamo nella zona propriamente montana (cosiddetta fascia supramediterranea) dove sono insediate estese formazioni boschive a cerreta e a faggeta. È questo il limite meridionale dell'areale di diffusione del faggio (Fagus sylvatica). Un altro elemento peculiare è rappresentato dalla presenza dell'acero montano (Acer pseudoplatanus), di cui è segnalato un esemplare alto 22 m e con una chioma di 6 m di circonferenza, annoverato tra gli alberi monumentali d'Italia. Il sottobosco rigoglioso presenta svariate specie di piante tra le quali vi sono l'agrifoglio (Ilex aquifolium), il pungitopo (Ruscus aculeatus), il biancospino (Crataegus monogyna) e il tasso (Taxus baccata). Quest'ultima specie è presente, all'interno del bosco della Tassita, con esemplari maestosi che raggiungono i 25 m di altezza.
Numeroso il contingente delle specie endemiche tra cui si annoverano la Genista aristata, che popola la fascia termomediterranea, la Vicia elegans, una leguminosa rinvenibile nel sottobosco della fascia mesomediterranea, la Petagnaea gussonei, rarissima umbellifera, localizzata esclusivamente nel vallone Calagna (Tortorici) e in pochissime altre stazioni in prossimità di torrenti.

 

 

Mandria di bovini Un tempo regno di cerbiatti (così come di daini, orsi e caprioli), i Nebrodi (il cui significato deriva dal greco Nebros, che vuol dire appunto cerbiatto) costituiscono ancora la parte della Sicilia più ricca di fauna, nonostante il progressivo impoverimento ambientale. Il Parco ospita comunità faunistiche ricche e complesse: numerosi i piccoli mammiferi, i rettili e gli anfibi, ingenti le specie d’uccelli nidificanti e di passo, eccezionale il numero d’invertebrati.
Tra i mammiferi si segnala la presenza del suino nero dei Nebrodi, del cinghiale (Sus scrofa), della volpe (Vulpes vulpes), dell'istrice (Hystrix cristata), del riccio (Erinaceus europaeus), del gatto selvatico (Felis silvestris), della martora (Martes martes), della donnola (Mustela nivalis), della lepre (Lepus corsicanus), del coniglio (Oryctolagus cuniculus) e, anche se molto rarefatta, del ghiro (Glis glis), dell'arvicola di Savi (Microtus savii), del topo selvatico (Apodemus sylvaticus), del moscardino (Muscardinus avellanarius), del toporagno di Sicilia (Crocidura sicula), del mustiolo (Suncus etruscus) e del quercino (Eliomys quercinus).
Tra i rettili la testuggine comune (Testudo hermanni) e la testuggine palustre siciliana (Emys trinacris), il ramarro occidentale (Lacerta bilineata), la luscengola (Chalcides chalcides) e il gongilo (Chalcides ocellatus), e numerose specie di serpenti tra cui il biacco (Hierophis viridiflavus) e la natrice dal collare (Natrix natrix).

 

 

 

Tra gli anfibi sono presenti il discoglosso (Discoglossus pictus), il rospo smeraldino siciliano (Bufo siculus) e la rana verde minore (Rana esculenta).
Sono state classificate circa centocinquanta specie d’uccelli, fra i quali alcuni endemici di grande interesse come la Cincia bigia di Sicilia ed il Codibugnolo di Sicilia. Le zone aperte ai margini dei boschi offrono ospitalità a
molti rapaci come lo Sparviero, la Poiana, il Gheppio, il Falco pellegrino, e l'Allocco mentre le aree rocciose aspre e fessurate delle Rocche del Crasto sono il regno dell'Aquila reale. Il Tuffetto, la Folaga, la Ballerina gialla, il Merlo acquaiolo ed il Martin pescatore preferiscono le zone umide, mentre nelle aree da pascolo non è difficile avvistare la ormai rara Coturnice di Sicilia, la Beccaccia, l’inconfondibile ciuffo erettile dell’Upupa ed il volo potente del Corvo imperiale. Tra l’avifauna di passo meritano d’essere citati il Cavaliere d’Italia e l’Airone cinerino (Ardea cinerea).

 


Ricchissima è infine la fauna d'invertebrati. Ricerche scientifiche recenti hanno portato a risultati sorprendenti: su seicento specie censite riguardanti una piccola parte della fauna esistente, cento sono nuove per la Sicilia, venticinque nuove per l’Italia e ventidue nuove per la scienza. Tra le forme più rilevanti sotto l’aspetto paesaggistico, si citano le farfalle (oltre settanta specie) ed i Carabidi (oltre centoventi specie).
Specie estinte
Nel corso del XIX secolo un progressivo impoverimento della fauna dovuto a massicce opere di bracconaggio ha causato l'estinzione di alcune specie importanti quale il cervo (Cervus elaphus), il daino (Dama dama), il capriolo (Capreolus capreolus), il lupo (Canis lupus) e il gufo reale (Bubo bubo). Gli ultimi esemplari dei grifoni (Gyps fulvus) invece si estinsero intorno agli anni sessanta.
Gli ultimi lupi furono abbattuti alla fine degli anni Ventied i grifoni, volteggianti sulle Rocche del Crasto, sono scomparsi agli inizi degli anni Sessanta, a causa dei bocconi avvelenati disseminati e destinati alle volpi. Negli ultimi anni è in atto un progetto di reintroduzione del Grifone. Sono stati inseriti alcuni esemplari importati dalla Spagna che nel 2005 hanno dato alla luce anche alcuni pulcini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

MONTE SORO

Il monte Soro è la cima più alta dei Nebrodi, catena montuosa del messinese, in Sicilia. Esso fa parte del "Parco dei Nebrodi" e si eleva per 1847 metri sul livello del mare. Lungo i suoi versanti sono presenti numerosi animali tipici locali (come il cavallo "sanfratellano") e anche 2 piccoli laghi: il lago Maulazzo e il lago Biviere.

E’ la terza cima siciliana. Esso è raggiungibile sia dal versante tirrenico che dal versante sud per mezzo di una strada statale, la SS289 che attraversa la catena montuosa da nord a sud proprio in corrispondenza di tale vetta. E' facilmente riconoscibile dalle basse quote grazie alla presenza delle enormi antenne sulla sua vetta.

Arrivando da Messina, imboccare l'autostrada A20 e prendere l'uscita "Sant'Agata Militello". Una volta usciti dall'autostrada e superato il casello si giungerà all'incrocio con la SS113 "tirrenica"; seguire le indicazioni per San Fratello e Cesarò. Dopo pochi chilometri svoltare a sinistra ed immettersi nella SS289 continuando a seguire le indicazioni per San Fratello e Cesarò.

 

Arrivando da Catania, imboccare la SS121 e seguire le indicazioni per Paternò. Giunti in corrispondenza di Paternò continuare a seguire le indicazioni per Randazzo lungo la statale 284. Una volta raggiunto il paese di Bronte seguire le indicazioni per Cesarò. Giunti all'ingresso di Cesarò svoltare a destra SS289 e continuare a seguire tale statale fino alla "Portella Femmina Morta" dove occorrerà svoltare a destra seguendo il cartello "Monte Soro 7".

A questo punto, sia da Catania che da Messina, lasciata la statale 289 proseguire lungo la nuova strada per poco meno di 2 chilometri dove,dopo un grande prato con vista dalle Isole Eolie all'Etna, si incontrerà un bivio: seguire la strada di destra in quanto quella di sinistra conduce ai laghi Maulazzo e Biviere di Cesarò. Da questo punto in poi la strada diventa percorribile solo dai mezzi fuoristrada e giungerà fino destinazione dopo pochi chilometri di salita. 

 

 

LAGO BIVIERE

All’interno del Parco dei Nebrodi, tra una fitta vegetazione nei pressi del comune di Cesarò (ME), è ubicato il lago Biviere.

Il lago ricade una zona montuosa e ha un’estensione di 18 ettari.

L’altitudine (1278 m.s.l.m) del lago, consente una rigogliosa vegetazione costituita da una distesa di faggeta, quella di Scavioli. L’escursione termica, l’umidità, la quota, l’alternarsi delle stagioni creano condizioni particolari per la flora e la fauna presente.

Ricadente nel territorio del comune di Cesarò, il lago ha una superficie di circa 18 ettari e costituisce la zona umida d'alta quota di maggior valore naturalistico della Sicilia, anche per la particolità del suo popolamento vegetale ed animale. La ricchissima flora è condizionata dalle variazioni periodiche del livello dell'acqua, che determinano una zonizzazione orizzontale della vegetazione in sei fasce, distinte in base alle varie specie dominanti. La presenza di acqua in una zona montana coperta da foreste di faggio rappresenta, inoltre, un punto di riferimento privileggiato per la vita di numerose specie di uccelli acquatici e per la sosta degli uccelli di passo durante le grandi trasvolate migratorie. Da segnalare un fenomeno naturale che si verifica nei mesi estivi, quando le acque del lago si colorano di rosso per la fioritura di una microalga chiamata scientificamente Euglena sanguinea.

All'interesse naturalistico, il biviere unisce indubbi pregi panoramici, circondato com'è da impenetrabili popolamenti di piante idrofile, dominati da maestosi faggi ed aperto a nord verso grandiosi paesaggi.

La Flora  Nei mesi estivi le acque del lago cambiano colore, si colorano di rosso.

Questo cambiamento è dovuto all’azione della microalga Euglena sanguinea. Intorno al lago si sviluppa una vegetazione che varia per colori ed essenze: dalle graminacee alle leguminose, passando per le composite.

La Fauna  Gli anfibi sono tra le specie faunistiche più numerose.

 

Nelle giornate caratterizzate da alte temperature e sole inteso è facile avvistare la testuggine palustre siciliana (l’Emys Trinacris) riscaldarsi a pieno sole.

La presenza di disegni ondulatori nell’acqua testimoniano il moto caratteristico della Biscia d’acqua (Natrix natrix) presente nel lago con una discreta popolazione.

Sono presenti, inoltre, Poiane (Buteo buteo), Gheppi (Falco tinnunculus), Falchi Pellegrini (Falco peregrinus), lo Sparviero (Accipiter nisuss) e la rarissima Cincia bigia di Sicilia (Parus palustris siculus), che costituiscono avifauna stanziale, proveniente dai vicini boschi.

Come arrivare: vedi Monte Soro.  

 

LAGO MAULAZZO

 

Dorsale di Monte Soro - (le foto sono di Francesco Raciti)

Questo invaso artificiale di circa 5 ettari regala uno spettacolo davvero affascinante ed insolito richiamando alla mente paesaggi alpini. Sulle sponde del lago, in cui non è raro scorgere bovini e cavalli abbeverarsi e trovare frescura, è possibile allestire pic-nic immersi nel verde e nel silenzio (soprattutto nei giorni feriali). Sulla sponda costeggiata dal sentiero è presente, come in molti altri punti strategici, una grossa cartina molto utile per capire il punto in cui ci si trova e decidere il percorso da "imboccare". In prossimità del lago vi è infatti il primo bivio con le opportune indicazioni del caso. Lasciando la stradella in cui ci troviamo è possibile dirigersi verso Sant'Agata Militello (16Km) località sul Tirreno. Noi proseguiamo dritto in direzione lago Biviere.

 

 

 

 

 

 

Abbiamo lasciato il lago Maulazzo per dirigerci alla seconda tappa del nostro tour. Questo tragitto (circa 6 Km) è contraddistinto da gradevoli distese di prato, che si alternano a macchie di faggi e a ruscelli.
A circa 500 metri dal Lago Maulazzo, una caratteristica fontana di pietra permette un piacevole ristoro con la freschissima acqua di fonte che sgorga copiosa anche nei giorni più caldi. Riempite le borracce possiamo proseguire senza sosta fino alla tappa successiva. Nelle giornate più limpide, oltre i monti che sovrastano Alcara li Fusi, è possibile ammirare anche il mar Tirreno e le Isole Eolie (Vulcano e Lipari). Purtroppo la foto è poco nitida a causa di una leggera foschia. Durante il nostro cammino abbiamo avuto incontri con numerosi animali. Mucche, Cavalli, maialini selvatici ed uccelli vari. Nella nostra fotogallery siamo riusciti ad immortalare un bellissimo ramarro per nulla spaventato alla nostra presenza.

http://www.etnasci.it/territorio-e-ambiente/itinerari-e-luoghi-sicilia/parchi-e-riserve/390-il-qpercorso-dei-laghiq-lago-maulazzo-e-lago-biviere-monte-soro

 

 

L’invaso è stato realizzato negli anni Ottanta dall’amministrazione forestale regionale.

E’ incastonato nella centenaria faggeta (Fagus sylvatica) di Sollazzo Verde, alle spalle di Monte Soro. Rappresenta uno dei principali punti di visita del Parco dei Nebrodi, lungo il percorso della dorsale costantemente battutto dai turisti.

La Flora Oltre alla tipica vegetazione xerofila è possibile apprezzare numerose graminacee (covetta, loglio, erba mazzolina e la fienarola), leguminose (trifoglio e cicerchia) e composite (pratolina, costolina levigata). Tra le specie endemiche anche il Cardo di Valdemone.

 

La Fauna Il lago è il ritrovo ideale dell’avifauna migratoria e stanziale. Infatti, proprio in questi luoghi non è difficile avvistare la Folaga (Fulica atra), la Ballerina gialla (Motacilla cinerea), il Cavaliere d'Italia (Himantopus himantopus), Il Tuffetto (Podiceps ruficollis), l'Airone cinerino (Ardea cinerea) o il Germano reale (Anas plathyrhynchos).

Le zone umide costituiscono habitat naturale per alcune specie stanziali di uccelli come il Martin pescatore (Alcedo atthis) ed in particolare il Merlo acquaiolo (Cinclus cinclus). Quest’ultimo, scomparso da buona parte dell’isola, è presente ancora nei Nebrodi con una discreta popolazione.

 

 

 

Operatori selezionati guideranno i visitatori lungo gli itinerari prescelti, fornendo indicazioni sul territorio, la fauna, la flora, la storia e le leggende. L'escursione guidata rappresenta per il visitatore quell'opportunità eccezionale di compenetrare aspetti del territorio di rara e celata bellezza. Questo servizio è reso disponibile solo su prenotazone effettuata da un gruppo minimo di 6 persone. A destra sono riportati gli itinerari delle escursioni guidate.

Escursioni guidate. Per informazioni e prenotazioni

Antonio  Cell. 348 9580802 / 393 9462506

  

 

 

 

Il sentiero delle sorgenti. Benvenuti nella “porta” dei Nebrodi.

di GAETANO GUIDOTTO

Qui la leggenda popolare narra che le sue acque abbiano addirittura proprietà terapeutiche.

Scendo per la strada del ritorno, le fonti d’acqua continuano ad accompagnarci, come la “Sorgente Sperone” e quella della “Valle dell’Uomo Morto”, fino a riportarci al punto di partenza nella contrada Petrosino di Maniace.

Forse saremo stanchi, ma soddisfatti per quanto di bello abbiamo visto e certamente non avremo patito la sete. E’ grazie alla tradizione e alla cultura di un popolo, che ha incarnato nel proprio essere il rispetto per la natura, che sono giunti fino a noi i rigogliosi boschi di Maniace, vera porta del Parco dei Nebrodi.

Chi intende trascorrere un weekend fra verdi pascoli incontaminati, un ambiente meraviglioso e prodotti tipici gustosi e genuini, può già impostare i propri navigatori satellitari in direzione di Maniace. Qui troverà una terra foriera di buoni prodotti e un sentiero invitante, fresco e, perché no, anche dissetante.

Ci riferiamo al “Sentiero delle sorgenti” che si è guadagnato l’appellativo di “più bello dell’intero Parco dei Nebrodi”. Si tratta di un sentiero da percorrere a piedi che raggiunge sorgenti già famose agli esperti escursionisti.

Si parte da piazza San Gabriele di Maniace, in contrada Petrosino, a quota 750 metri sul livello del mare, dovesi trova il punto base per l’escursionismo, ovvero la restaurata ex casermetta forestale. Ci incamminiamo su una strada asfaltata che subito dopo torna a fondo naturale.

Bastano pochi passi per addentrarsi in un bosco di roverella e superare il cancello della forestale. La passeggiata si fa dura perché siamo in salita, ma già incontriamo le prime sorgenti, ovvero la “Sorgente Farina” e la “Sorgente Fanusa” che ci hanno aiutato a raggiungere quota 1.300 dove si trova il rifugio forestale “Donnavida”, con, ovviamente, l’omonima sorgente.

Qui possiamo fare la prima sosta, ma riempire le borracce di acqua è inutile perché subito dopo vediamo la “Sorgente Virgilio”. Arriviamo alla vecchia Trazzera Regia, utilizzata dagli allevatori per la transumanza e raggiungiamo contrada Serra Spina a quota 1558 metri sul livello del mare.

Finalmente la salita finisce e ci incamminiamo lungo un altopiano che ci conduce all’obelisco Nelson in contrada Serra del Mergo, a quota 1553. Si tratta di un monumento storico in piena campagna, perché è stato fatto erigere dal Duca Nelson nel 1905 per delimitare la sua ducea.

Qui si può ammirare una delle più spettacolari vedute che i Nebrodi offrono. La visuale spazia da “Lago Tre Arie” a “Serra del Re” ed a “Monte Soro”. Si vede la maestosa mole dell’Etna e i paesi pedemontani. Lungo il percorso si possono ammirare un’esplosione di vegetazione e di colori, oltre ai boschi di roverella incontreremo dei maestosi cerri e delle macchie di pioppi. Non mancano alcune macchie di agrifogli e freschi boschi di faggio arricchito da un sottobosco multicolore dove non è raro incontrare animali che vivono in questi ambienti.

A questo punto riscendiamo passando dal Rifugio Arcarolo, manco a dirlo con la sua sorgente, fino ad arrivare alla fonte più famosa: la “Sorgente del Medico” a quota 1553 metri.

 

 

Cesarò

 

 

ALTRI PUNTI DI INTERESSE

 

Lago Ancipa (944 m.) Piccolo invaso artificiale, ha una estensione di 17 ettari ed è situato ai confini del parco tra Cerami, Troina e Cesarò. Nato per fornire energia elettrica alla Sicilia, con lo sbarramento del fiume Troina, la sua costruzione risale agli anni 50 ed oggi è utilizzato per fornire acqua alle zone limitrofe.
Il lago, con i suoi 944 m di quota è il più alto bacino artificiale della Sicilia ed è inserito in uno splendido scenario naturale. E’ circondato da magnifici boschi, prevalentemente costituiti da aghifoglie, nati da opere di forestazione, che proseguono e si integrano con i boschi naturali di Faggio e Quercia tipici dei Nebrodi. Tra la fauna troviamo numerose presenze di uccelli acquatici, tra cui folaghe e germani reali, mentre nei terreni circostanti è facile incontrare conigli selvatici e lepri.
Il lago è facilmente raggiungibile dalla strada che collega San Teodoro a Troina e Cerami.

 

Rocche del Crasto (1315 m s.l.m.) È un massiccio roccioso di natura calcarea dell'era mesozoica ricadente nel territorio dei comuni di Alcara Li Fusi e San Marco d'Alunzio. Rappresenta un raro esempio di rocce dolomitiche nell'Italia meridionale. Sui suoi fianchi scoscesi ed inaccessibili nidificano l'aquila reale ed il grifone.

 

Lago Cartolari (1.390 m. s.l.m.) Piccolo invaso artificiale il Lago Cartolari è compreso nel territorio del Comune di Tortorici, nella contrada omonima, ai piedi del Piano di Palma, non distante dal Lago Trearie. Ospita fauna acquatica sia stanziale che di passo, come la Gallinella d'acqua, il Germano reale e l'Airone. Il laghetto è circondato da pascoli e da magnifici boschi di Faggio e Querce, luogo ideale per la crescita di funghi. Nei suoi pressi troviamo infatti magnifici prataioli (Agaricus campestris, Agaricus arvensis, Agaricus macrosporus) e nei boschi abbondanti porcini (Boletus aestivalis, Boletus aereus, Boletus edulis) e molte specie di funghi non commestibili come l'Amanita muscaria ed i Cortinarius. Il lago Cartolari è raggiungibile a piedi da Portella Dàgara.


Lago Trearie (1435 m. s.l.m.)  Il lago di Trearie, un grande specchio d'acqua formatosi in seguito a una frana, detiene un record: con i suoi 1500 m. s.l.m. è lo specchio d'acqua più alto della Sicilia. L’attuale bacino, frutto dell’ampliamento del piccolo invaso naturale, è racchiuso al confine fra i territori dei comuni di Randazzo (CT) e Tortorici (ME), in località Cartolari-Faranda, ha una superficie che varia, col mutare delle stagioni, da un minimo di 7 ettari ad un massimo di 11, un contorno bagnato di quasi 2 chilometri ed una portata di circa 200 mila metri cubi. Per il posto di rilievo che occupa dal punto di vista ambientale, costituisce riserva naturale integrale ed è meta di parecchi uccelli migratori. E' raggiungibile, con buoni fuoristrada, da Randazzo dalla contrada Flascio oppure dalla dorsale dei Nebrodi da Portella Dàgara.


Lago Pisciotto (1230 m. s.l.m.) E' un piccolo specchio d'acqua nel territorio dei comune di Tortorici, in un'area di pascoli d'alta quota, ai piedi del monte del Moro o Pojummoru (1433 m.s.l.m.). Noto anche con il nome di Lago Batessa, è ricco di variegata vegetazione igrofila, nella quale trovano rifugio uccelli acquatici, anfibi e svariate specie di artropodi. Facile da raggiungere per la strada asfaltata che arriva nei pressi, proveniente da Floresta con inizio da Portella Mitta e attraverso Portella Castagnera e Portella Batessa.

 

Cascata del Catafurco (668 m s.l.m.) È una cascata che si forma in corrispondenza di un dislivello di circa 30 m lungo il corso del torrente S. Basilio, nel territorio del comune di Galati Mamertino. Alla base della cascata le acque si raccolgono in una cavità naturale, scavata nella roccia, chiamata Marmitta dei Giganti, dove, nella bella stagione, è possibile bagnarsi.
 

Monte San Fratello - Bosco di Mangalaviti - Serra del Re

 

 

 

LAGO MAULAZZO (2017) NEBRODI (album)


 

 

 

 

 

Gli Arabi definirono i Nebrodi "un'isola nell'isola"

 

 

 

Paste di mandorle, rametti, buccellati  Base comune a molti dei dolci tradizionali dei Nebrodi, che presentano una sorprendente varietà, è la pasta di mandorle: la si usa, con aggiunta di cioccolato o di frutta o di fichi secchi, anche nel ripieno della pasta reale "coperta", una sorta di raviolone rotondo. Farciti di fichi, noci, pinoli, scorze di arancia e cannella sono i buccellati. 
Alla categoria dei piccoli dolci secchi appartengono i rametti o ramette, biscotti di mandorle o nocciole bianchi, ricoperti con granella colorata. Le giammelle o giammellotte sono di pasta più morbida, all'uovo, mentre con la pasta del pane si fanno le ciambelle (cuddura) pasquali.

Canestrato - E' un formaggio di latte misto vaccino-caprino, che viene riscaldato a 37 gradi, collocato in una tina di legno, addizionato di caglio in pasta e versato in canestri di giunco che danno una particolare modellatura alle forme. Queste sono pressate a mano, aggiungendo a volte grani di pepe o fiocchi di peperoncino. 
Quindi si procede alla scottatura a 80 gradi della cagliata, che andrà ad asciugare su tavolieri di legno. Il giorno dopo si sala a secco con sale marino, fino a quando il formaggio non ne assorbe più e si crea sulla forma uno strato di sale. I canestrati vanno poi in stagionatura in cantine o grotte naturali, dove restano per un periodo variabile a seconda del grado di affinamento che si vuole raggiungere.
 

 

Maiorchino    E' un blocco di formaggio dalla forma cilindrica e un peso che va dai 10 ai 18 chili. E' uno dei più grandi pecorini d'Italia, pare che risalga al Seicento, sia per la struttura che per la qualità ed è notevole anche la sua attitudine alle stagionature prolungate. Si produce da febbraio fino alla seconda decade di giugno in piccolissime quantità, lavorando latte crudo di pecora, con un'aggiunta del 30% circa di latte di capra, unendo caglio in pasta di capretto o agnello. La tecnica di realizzazione molto complessa e la lunga stagionatura rendono i costi di produzione alti rispetto al mercato. Il (Maiorchino) pecorino, quindi, sta rischiando di scomparire.
Curiosità: Ancora oggi, il martedì a Carnevale, a Novara di Sicilia in alcuni comuni che lo producono, si effettua con le forme stagionate la tradizionale "ruzzola": i pastori gareggiano facendole rotolare lungo il pendio della via principale del paese.
Zona di produzione: Comuni di Santa Lucia del Mela, Novara di Sicilia, Basicò, Tripi, Mazzarà Sant'Andrea, Fondachelli Fantina, Montalbano Elicona ed altre zone dei nebrodi (provincia di Messina)

L'antichissimo gioco del "maiorchino" risalente ai primi decenni del 600 e molto diffuso in passato in provincia di Messina, sopratutto nelle zone dei Nebrodi e dei Peloritani, esso sopravvive unicamente a Novara di Sicilia, un paese ove il tempo sembra essersi fermato ed i cui abitanti molto legati alle tradizioni lo praticano abitualmente nei mesi invernali.
La curiosa gara consiste nel far rotolare una forma di pecorino stagionato del peso di circa 10 chilogrammi lungo un percorso, ormai consueto da secoli, che si snoda per oltre due chilometri lungo le antiche e caratteristiche strade del centro storico. Il lancio deve essere un misto di forza, precisione ed interpretazione delle pendenze della strada , visto che vince la squadra (composta da tre giocatori) che taglia per prima il traguardo "a serva" impiegando il minor numero di lanci.
Come abbiamo detto la forma di cacio, di un caratteristico colore giallo, ha il peso di dieci chilogrammi con spessore di 12 cm e diametro di circa 35 e per imprimerle maggiore velocità viene attorcigliata con un robusto laccio - " a lazzada " - che serve anche a determinare la direzione voluta. Generalmente le squadre impiegate nel torneo sono circa 15, provenienti anche da altri paesi limitrofi e per determinare le formazioni finaliste si rende necessario effettuare prove eliminatorie che durano quasi tre settimane. Nelle ultime edizioni ( Quella di quest' anno è la XII° ) hanno partecipato anche formazioni femminili, che non hanno assolutamente sfigurato al cospetto dei loro più esperti colleghi. Per tradizione il giorno della finalissima coincide con il "Martedì grasso", che si tramuta a tutti gli effetti in una grande festa per l' intero paese e per i numerosi spettatori che vi convengono da Messina e da diversi centri della provincia. Nell'occasione, infatti, nella piazza principale "MicheleBertolami" viene allestito un vero e proprio ovile dove i pastori, che indossano i caratteristici indumenti di un tempo, preparano con i metodi tradizionali, al cospetto del pubblico, la ricotta ed il formaggio "a tumma" che vengono poi distribuiti ai presenti. La festa si completa poi con la degustazione dei maccheroni casalinghi conditi con sugo di salsiccia e ricoperti da una vera e propria cascata di maiorchino grattugiato e con il contorno di altri prodotti tipici locali accompagnati dal buon vino genuino della zona. A ciò fa seguito il conclusivo ballo in piazza.
Uno spaccato dunque di folclore e di popolaresca semplicità che si associano alla valorizzazione dell'antico patrimonio pastorale ed a quella genuina civiltà contadina del quale la popolazione di questo centro collinare è depositaria.
http://www.agrigirasole.it/0000/maiorchino.htm
 

 

 

 

Provola dei Nebrodi - E' un tradizionale caciocavallo siciliano prodotto artigianalmente dai casari dei Monti Nebrodi, che si tramandano la tecnica di caseificazione di padre in figlio. Normalmente è di piccole dimensioni (da 1 a 1,5 chili), anche se alcuni produttori scelgono pezzature superiori, più idonee per stagionature prolungate. La forma è ovoidale, con la classica testina dei caciocavalli (utilizzata per legare le forme e appenderle). 
Si produce con latte vaccino coagulato con caglio di agnello o di capretto e poi filato gettando acqua calda sulla massa. Prima della filatura la pasta è manipolata a lungo: una tecnica simile a quella usata per impastare il pane, grazie alla quale il formaggio tende a sfogliarsi in bocca. Le forme hanno buccia liscia, lucida, di colore paglierino ambrato. Il sapore varia dal dolce al piccantino, con il progredire della stagionatura. è un ottimo formaggio da tavola, ma è anche utilizzato come ingrediente in alcuni piatti tipici. Particolari forme artistiche-artigianali sono espresse nei cosiddetti "caci figurati" buoni da mangiare ma anche belli da vedere.

La Ricotta  - La ricotta è un latticino diffuso in tutta la Sicilia, dove viene utilizzata in infinite preparazioni gastronomiche. Ma sui Nebrodi vive una sorta di tripudio di biodiversità. Qui infatti è prodotta ancora come ai tempi di Omero, utilizzando come innesto il lattice di fico. Il casaro ha i suoi alberi di riferimento da cui stacca i rametti che immerge direttamente nel siero o che diluisce in un decotto di acqua bollente che poi travaserà nella caldaia. La tecnica è piuttosto complicata, in quanto l'efficacia del lattice è condizionata dal clima, dalla stagione, dal vigore vegetativo dell'albero: per cui il casaro ogni giorno deve decidere quantità di lattice e tempo di reazione. è certo però che con questa tecnica si ottengono ricotte assolutamente pure, molto personali (variano a seconda della mano del casaro) e che non hanno retrogusto di limone o acido o minerale.

 

 

Tutto al più un piacevolissimo aroma erbaceo. Ma la variabilità non dipende solo dal lattice di fico: si fanno ricotte vaccine, pecorine e miste. Inoltre si fanno senza sale, da consumarsi fresche soprattutto in cucina o in pasticceria, oppure salate fresche e ancora salate destinate alla stagionatura, che diventeranno dure, quasi granitiche, buone da grattugiare sulla pasta. Sui Nebrodi si produce anche ricotta infornata - la particolare tecnica di cottura della ricotta - sia tenera e dolce, sia salata e destinata a un prolungato affinamento.
 


Fragole e piccoli frutti dei Nebrodi Fragole, Fragoline di bosco, Mirtilli, Lamponi, More e Ribes bianchi e rossi, vengono coltivati sui monti Nebrodi nel periodo primaverile - estivo. 
Si tratta di frutti ricchissimi di vitamine e di proprietà salutistiche che da sempre crescono, spontaneamente nei boschi e che da un decennio vengono coltivati in pien'aria.
I Frutti di bosco, le Fragole e le Fragoline rappresentano, per l'aspetto, i colori, il profumo inconfondibile e le innumerevoli qualità intrinseche, un prodotto di nicchia di sicura eccellenza.
Storia del prodotto: Gli Arabi definirono i Nebrodi "un'isola nell'isola" perché essendo caratterizzati da un paesaggio ricco di boschi, pascoli d'alta quota, laghi e torrenti, contrastano con l'immagine più comune di una Sicilia arida ed arsa dal sole. Lamponi, Mirtilli, Ribes e Fragoline trovano in questi luoghi le condizioni di sviluppo ideale e rappresentano una prospettiva per l'agricoltura di montagna che, necessariamente ed in modo consapevole, si accosta a modelli produttivi integrati col territorio, il paesaggio ed il tessuto socio-economico.

Nocciola dei Nebrodi Intorno al 1890, in conseguenza del perdurare della crisi della gelsicoltura, sulle pendici della media e alta collina si assistette alla diffusione di un altro protagonista del paesaggio agrario nebroideo, ossia il nocciolo; questa coltura, già presente in passato nel territorio tortoriciano, grazie alla sua facilità di adattamento, al suo apparato radicale molto fitto e quindi atto a prevenire l'erosione del suolo, e ovviamente alla sua produttività, riuscì a sostituire degnamente la coltura del gelso. 
I noccioleti, estesi circa 12 mila ettari e con un vastissimo patrimonio genetico, forniscono produzioni pregiate soprattutto dal punto di vista qualitativo. Tra le cultivar principali si ricorda la Curcia, la Carrello, la Ghirara, le diverse Minnulare. Largamente impiegate nella pasticceria locale, per la preparazione di ottimi gelati, semifreddi e dolci caratteristici quali: la pasta reale, i croccantini, il torrone e i rametti.
Miele dei Nebrodi  Sui Nebrodi vi è un'eccezionale ed unica varietà di piante ed alberi, basta pensare che in soli 30 minuti si passa dal livello del mare a 1.500 metri d'altezza. Praticando un'apicoltura di tipo nomade, oltre che stanziale, si ha la possibilità di approfittare di continue e diversificate fioriture durante il corso di tutte le stagioni con la possibilità di produrre miele di altissima qualità utilizzando "pascoli" quanto mai diversificati che vanno dall'agrumeto, al castagno, all'acacia, all'eucalipto, agli alberi da frutta in genere e ad un eccezionale mille fiori di montagna. 
Il miele che se ne ricava è un prodotto genuino e gustosissimo che si assaggia al naturale o accompagnato e legato ad altri prodotti tipici quali frutta secca (pistacchio, nocciole, noci, mandorle), formaggi, o altrimenti costituisce la base per dolci e pietanze.
Olio extravergine d'oliva Valdemone DOP Il Valdemone è ottenuto da oli delle tre cultivar principali: Ogliarola Messinese, Santagatese e Minuta. L'olio si presenta limpido o leggermente velato, dal colore verde con sfumature dorate. Il profumo ricorda le olive appena raccolte accompagnato da sentori di erbe, foglie e fiori di piante spontanee presenti nel territorio. Il gusto delle olive fresche di raccolta è contornato da un contrasto amaro e le sensazioni retro-olfattive sanno di mandorla, frutta fresca, pomodoro e cardo. Zona di coltivazione/produzione: Comuni in provincia di Messina
Storia del prodotto: Anticamente il termine Valdèmone era identificato come "Vallis Nemorum" ("Valle dei Boschi"), a giustificazione della ricchezza forestale del territorio. Inoltre è stato da sempre legato alla Sicilia Nord Orientale perchè dal medioevo fino al 1812 questa parte della Sicilia veniva indicata appunto con il nome Valdemone.
 

Pane di grano duro ed altri prodotti tipici Sui Nebrodi, come sulle Madonie e in buona parte del resto della Sicilia, il pane tradizionale è fatto almeno in parte con semola rimacinata di grano duro impastata con acqua, sale e - spesso - lievito madre. La forma è rotonda o oblunga e la pezzatura medio-grande, da un minimo di 1 chilo a 1,8, 2 chili.



 

Nei paesi del parco i fornai usano ancora la legna per cuocere il pane, che ha crosta consistente, profumo fragrante e si conserva bene per parecchi giorni.



Il Suino dei Nebrodi: il nostro oro nero.

 

 

http://www.presidislowfood.it/ita/dettaglio.lasso?cod=143

Spesso i boschi dei Nebrodi (50 mila ettari di faggi e querce in gran parte all’interno di un parco naturale) sono cintati da reti altissime, e basta accostarsi ad esse quando un piccolo branco di suini grufola nelle vicinanze, per comprenderne la ragione. Infatti questi animali – molto più simili a cinghiali selvaggi sia nelle fattezze sia nelle abitudini – non hanno nulla di mansueto e di domestico.

Di taglia piccola e mantello scuro (caratteristica delle razze suine autoctone italiane), i suini Neri dei Nebrodi sono allevati allo stato semibrado e brado in ampie zone adibite a pascolo: solo in concomitanza con i parti si ricorre all’integrazione alimentare.

Frugale e resistente, questa razza negli ultimi anni ha visto ridursi considerevolmente il numero dei capi (attualmente si può presumibilmente stimare la presenza di circa 2000 animali). Gli allevatori hanno aziende molto piccole e, nella maggioranza dei casi,sono anche trasformatori. I loro prodotti, tuttavia, raramente raggiungono il mercato: destinati in massima parte al consumo familiare oppure oggetto di piccoli scambi locali.

Tutte le specialità norcine della Sicilia sono concentrate in questa zona nord-orientale dell’isola: il salame fellata, la salsiccia dei Nebrodi, i salami, i capocolli e le pancette. Un tempo erano tutti prodotti con il suino Nero, oggi la situazione è più confusa: molti norcini, infatti, sono costretti a rifornirsi di suini ibridi dagli allevamenti industriali. Ma tutte le degustazioni comparate provano che i prodotti realizzati a partire dalla carne di suino Nero allevato brado esprimono un’intensità aromatica nettamente superiore e possiedono una maggiore attitudine alle lunghe stagionature. Naturalmente la carne di suino Nero – nei suoi vari tagli – può anche essere consumata fresca.

 

 

Il Presidio

L’importanza e la tutela della tecnica di allevamento, la particolarità di questi suini, il territorio in cui essi sono allevati, sono stati gli elementi decisivi che hanno fatto nascere il Presidio.

L’estinzione di questa razza suina (una delle poche sopravvissute in Italia) costituirebbe una grave perdita per il patrimonio genetico, ma anche e soprattutto per l’economia locale e per il piacere gastronomico: il Nero dei Nebrodi, infatti, offre carni di altissima qualità. Il Presidio ha riunito un gruppo di allevatori e norcini e promuove la ricca e variegata gamma di prodotti norcini tradizionali di questa zona: il capocollo, la salsiccia fresca e essiccata, il salame detto fellata, la pancetta.

Area di produzione Tutti i comuni dell’area dei Monti Nebrodi (province di Messina, Enna e Catania).Stagionalità  La carne e i trasformati del suino nero sono reperibili tutto l’anno.

Capocollo In Sicilia come in tutto il Meridione d'Italia, il capocollo è il salume (chiamato coppa nelle regioni del Nord) che si ricava dall'omonimo taglio suino, corrispondente ai muscoli della parte dorsale del collo. Dopo essere stato disossato, sgrassato e rifilato, il pezzo di carne è lasciato per una decina di giorni a insaporirsi in una concia di sale, pepe e altri aromi naturali. E' quindi insaccato in budello di maiale, legato e trasferito in ambienti freschi e arieggiati, dove resta almeno un paio di mesi. Alcuni produttori lo sottopongono anche a una leggera affumicatura.

Fellata La zona di produzione di questo salume comprende il comune di San Marco, i comuni di Castell'Umberto e Mirto, nella Valle del Fitalia, e Sinagra, nella Valle del torrente Naso. E' ottenuto da carni di maiali di razza Large White, Landrace, Nero dei Nebrodi e loro incroci. I tagli utilizzati sono coscia, spalla e lombi per la parte magra, pancetta per quella grassa. La carne e il grasso, tagliati a grana grossa in punta di coltello, sono conciati con sale, pepe e talvolta peperoncino. Quest'ultimo ingrediente caratterizza il salame di San Marco, differenziandolo dall'analogo insaccato prodotto nella poco distante cittadina di Sant'Angelo di Brolo.
L'impasto è insaccato nel budello gentile suino, conosciuto in Meridione col nome di cularino: le sue pareti, particolarmente grasse, mantengono morbido il salame anche al termine di una lunga stagionatura. Questa, in funzione della pezzatura (tra 500 e 1000 grammi), varia mediamente dai due ai tre mesi. Più raramente, i salami sono messi in commercio dopo soli 40 giorni o dopo quattro mesi.
Prosciutto crudo di suino nero Il Prosciutto crudo di suino nero si ottiene da suini allevati con metodo semi estensivo, cosiddetto in "Pien'aria", alimentati con ghiande ed essenze foraggiere che conferiscono caratteristiche organolettiche tipiche. Zona di produzione: Monti Nebrodi
Caratteristiche del prodotto: Caratteristico con il piedino di forma allungata con grasso periferico abbastanza evidente
Come viene preparato: Il prosciutto viene preparato con le cosce del suino nero dei Nebrodi e sottoposto a un processo di salatura con sale secco in ambiente naturale o termocondizionato secondo la stagione. Segue una fase di stagionatura. in ambienti naturali costruiti in pietra arenaria e malta di terra (Catoj) idonei per temperatura ed umidità, per un periodo compreso tra 18 e 36 mesi.
Come si conserva: Una volta aperto il salume và conservato a temperatura ambiente avvolto in una tela di cotone o in frigo nel reparto frutta in questo caso prima del consumo portarlo fuori il tempo necessario per raggiungere la temperatura ambiente.
 

 

 

Il Castrato alla brace a Floresta  C’ è qualcosa di più caratteristico e piacevole che trovarsi intorno alla brace e addentare un boccone di carne ancora fumante appena tirata su dal fuoco? E’ proprio il gusto di provare un tale piacere che spinge numerose persone a recarsi a Floresta; magari in una bella domenica estiva.
Il castrato alla brace è un piatto tipico di Floresta. Le carni impiegate per questa prelibata pietanza provengono da allevamenti locali dei Nebrodi. Si tratta di agnelloni castrati che hanno già compiuto la fase dello svezzamento, da un peso che oscilla dai 13 ai 15 Kg.
La carne viene macellata e quindi ridotta in tranci, costolette e fettine che, una volta salati, vengono posti sulla griglia e quindi sulla brace. Durante la fase di cottura, la carne viene continuamente attinta con del “salmoriglio” (olio, aceto,origano) utilizzando un pennello fatto di ramoscelli di origano. Il fumo e il profumo della carne di castrato alla brace,che si emana per le vie di Floresta, fa veramente venire l’acquolina in bocca!
http://www.florestagiovane.it/Il%20Castrato.htm

 

 

 

Di origine prettamente medioevale, giace però su un territorio in cui si sono incontrate le più disparate civiltà: greci, romani, bizantini, ebrei, arabi, normanni, aragonesi hanno lasciato tracce di alto valore documentario ed artistico in essa.
Le origini del suo nome sono tuttora un mistero legato alla sua fondazione.
Le antiche mura e i resti di un bagno che ancora oggi rimangono a Randazzo, ci attestano che qui c’era un centro di abitazione sin dal tempo dei Romani in Sicilia, anzi l’Arezzo, Filoteo degli Omodei, il Riccioli ed altri vogliono che Randazzo fosse abitata prima delle colonie greche.

 

 

 


Il toponimo deriverebbe, secondo l’Amari (Storia dei musulmani di Sicilia), da un patrizio bizantino governatore di Taormina degli anni 714-745 (VIII secolo) di nome Randàches (o Randag). Esso compare per la prima volta in un diploma di Ruggero II del 1144, al quale segue, alla metà del XII secolo, un privilegio dello stesso Ruggero concernente gli abitanti di S. Lucia in territorio di Milazzo, i quali sono equiparati ai "lombardi Randacii". Esso proverebbe il precedente insediamento di una colonia di "lombardi" nel territorio randazzese, che si aggiunse ai preesistenti nuclei greco e latino. Attorno al 1154 il geografo arabo del re Ruggero II El-Edrisi descrive Randazzo come un villaggio "del tutto simile ad una cittadina con un mercato che pullula di mercanti e artigiani", testimoniandone il particolare periodo di prosperità economica.
Lo storico Arezzo crede invece che Randazzo sia sorta sulle rovine di quella “Trinacium” (da Tiracia, città fondata da coloni greci) che fu distrutta dagli arabi nel IX secolo, il cui nome, corrompendosi, sarebbe divenuto Rinacium, da cui Randadum.
È opinione del geografo Filippo Cluverio che l’odierna Randazzo sorgesse nel luogo già occupato dall’antica "Tissa", questa ipotesi è suffragata da reperti archeologici rinvenuti nella zona e risalenti al periodo greco e attraverso Tissa si sarebbe sviluppata la civiltà ellenica lungo la Valle dell’Alcantara (l’antico Akenises). Anche Cicerone nomina l’antica Tissa nelle sue orazioni contro Verre, come soggiorno di laboriosi agricoltori che non poterono opporsi alle vessazioni di quel rapace pretore inviato dai romani in Sicilia.

 

Della cittadina, che si trova a 754 m s/m, sembra accertata, tuttavia, la presenza di insediamenti umani nel territorio dell’attuale Randazzo a partire dal VI secolo a.C., come testimoniano i numerosi reperti archeologici risalenti a quell’epoca rinvenuti nelle contrade S. Anastasia e Mischi. Gli esiti di ulteriori campagne di scavo attesterebbero la persistenza di agglomerati abitati nelle epoche successive fino all’epoca della dominazione araba dell’isola, durante la quale Randazzo pare abbia assunto un rilevante ruolo strategico, mantenuto, in seguito, durante il periodo normanno, al quale risale l’edificazione del presidio munito e della cinta muraria. E fu proprio alla sua particolare posizione strategica nell’itinerario che, dall'interno dell’isola, portava da Palermo a Nicosia per poi diramarsi nelle due direzioni di Catania o Messina che Randazzo dovette la sua configurazione di città possesso del demanio regio e sottratta, per questo, alle infeudazioni.

 

 Infatti Randazzo diviene città demaniale della Vallo di Demone e gli viene dato l’appellativo di “Plaena” da Federico II nel Parlamento di Messina dell’anno 1233, e il santo patrono della città è San Giuseppe. Ma l'attuale città è di origine bizantina e infatti a pochi chilometri da Randazzo si possono visitare i ruderi dì antiche chiese bizantine chiamate Cube.
Sino al sec. XVI vi si parlavano tre lingue: il greco nel quartiere San Nicola, il latino nel quartiere Santa Maria e il lombardo nel quartiere San Martino, essendosi la città formata dall'unione di tre differenti gruppi etnici; ad opera dei lombardi divenne una roccaforte dei re normanni in lotta contro gli arabi. Randazzo ha conservato quasi interamente il suo aspetto medievale essendo stata sempre risparmiata dal vulcano pur essendo il comune più vicino al cratere centrale dell’Etna (15 km circa).

La particolare collocazione della città come snodo nelle comunicazioni della parte interna della Sicilia la fece scegliere, come sede nel 1943 del comando militare tedesco durante la seconda guerra mondiale. La città venne quindi bombardata duramente dagli Anglo-Americani e soprattutto le incursioni aeree continuarono a martoriarla dopo l'abbandono dei militari tedeschi. Gli alleati infatti avevano avuto delle informazioni errate e sospettavano che a Randazzo vi fossero nascoste ingenti truppe tedesche.
Monumenti e luoghi d'interesse 

Il Palazzo Reale (Casa Scala) Costruito sotto gli ultimi re normanni. In questo palazzo soggiornarono: Giovanna Plantageneto figlia di Enrico II d'Inghilterra e moglie di Guglielmo II di Sicilia; Costanza d'Altavilla moglie dell’Imperatore Enrico VI lo svevo; Enrico VI del Sacro Romano Impero; Federico II del Sacro Romano Impero; tutta la corte aragonese, fra cui Giovanni e Federico III; nel 1535 Carlo V del Sacro Romano Impero, di passaggio per Randazzo.
Anticamente il comune lo vendette alla famiglia Chillia e poi passò alla famiglia Scala e ancora oggi è segnalato, nei libri d’interesse artistico e turistico, come Casa Scala o Palazzo Scala, ed è sito nel quartiere di San Martino, prospiciente in via Umberto I° e confinante da levante con via Vagliasindi e da ponente via Mercurio. In stile gotico, a tre piani fuori terra, composto di un piano terreno con tre arcate di essi ne esiste solo una (Via Volta Scala), di un primo piano pericolante, in seguito al terremoto del 2 gennaio 1693. “..Fu abbassato del pari il terzo Piano Superiore ove albergò l’Imperatore Carlo V, piccola porzione del quale oggi serve di Casa Comunale, sotto alla quale vi è l’Officina Postale, e la stanza della Guardia Urbana, per il Buon Ordine in questa Città…” Esso fabbricato aveva dalla parte di prospetto (Via Umberto) sette finestre bifore al primo piano, ed altrettante al secondo piano. Dopo la demolizione del secondo piano, in seguito a modifiche subite da detto palazzo, le finestre del primo piano in parte furono convertiti in finestroni moderni, e solo rimangono delle antiche costruzioni due finestre a colonnine all’angolo sud-ovest di esso fabbricato e la finestra murata (Via Lombardo) da cui si affacciò Carlo V che in suo onore fu chiusa affinché nessuno mai più potesse servirsene.
Il Museo Archeologico "Paolo Vagliasindi" ospitato nella fortificazione del Castello “Carcere” raccoglie i reperti ritrovati in contrada S. Anastasia a Randazzo dall'archeologo Paolo Vagliasindi. La collezione, tra le più importanti della Sicilia, comprende pezzi del VI – III secolo a.C. tra cui l’Oinochoe che per la raffigurazione del mito di Fineo è uno dei quattro esemplari rimasti al mondo. Il Museo è suddiviso in 5 sale: nella sala centrale Oinochoe oltre ai pezzi più pregiati della collezione sono esposti oggetti in bronzo e la raccolta numismatica di Paolo Vagliasindi; la sala Jonica ospita i pezzi più antichi con reperti di età ionica e corinzia; nella sala della Ceramica Nera sono esposti esemplari di età attica ricoperti da vernice nera; la sala Attica espone ceramiche di manifattura attica del V secolo a.C.; nella sala Ellenistica sono esposte ceramiche di epoca ellenistica del IV secolo a.C. In una sala del Castello è collocata la collezione di Pupi Siciliani della famiglia Russo composta da 37 marionette che rappresentano i personaggi dell’epopea storica della chanson de Roland. La collezione fu realizzata tra il 1912 e il 1915 dallo scultore Emilio Musumeci e utilizzata dal puparo messinese Ninì Calabrese. Collezione di grande valore che è servita per allestire una rappresentazione alla presenza del Re Umberto II.

Il Museo Civico di Scienze Naturali ospita la collezione Ornitologica Priolo composta da 2250 esemplari di uccelli italiani ed esotici tra i quali il Grifone dell’Etna e l’Avvoltoio dagli anelli che, ormai estinti, fino a qualche decennio fa solcavano i cieli dell’Etna e la collezione Naturalistica Lino composta da fossili, minerali, rocce e conchiglie ritrovate inSicilia. Il Museo è suddiviso in 6 sale: sala n. 1 Geologia (collezione Lino); sala n. 2 Fauna Marina (collezione Lino); sala n. 3 Fauna Esotica; sala n. 4 Uccelli Esotici; sala n. 5 Fauna di Sicilia (Diorama del Grifone); sala n. 6 Collezione Ornitologica Priolo; Grotta Del Gelo; Grotta del Gelo
Il Parco Polivalente Sciarone è il polmone verde della città. Si trova a poca distanza dal centro ma immerso nell’ambiente unico del Parco dell’Etna. Nel parco è possibile passeggiare nel “sentiero natura” ed osservare le diverse colate laviche che hanno lambito Randazzo, la flora composta da alberi di betulla, castagno e roverella ed anche la fauna etnea costituita da volpi, istrici, ricci e conigli selvatici che rendono questo ambiente molto suggestivo. All’interno è anche disponibile un’area attrezzata per pic nic con 5 punti cottura, 16 tavoli (per un totale di 128 posti a sedere) acqua potabile e 4 servizi igienici.
Manifestazioni ed Eventi

Il 15 agosto si tiene la festa in onore di Maria SS. Assunta, patrona del paese. Nel primo pomeriggio lungo la via Umberto viene fatta sfilare "a Vara" un fercolo risalente al XVI secolo, alto circa 18 metri. Sulla Vara trovano posto circa trenta bambini che raffigurano i misteri della morte, dell'assunzione e dell'incoronazione della Vergine Maria. Il 19 marzo in onore di S. Giuseppe, compatrono della città, scuole e uffici pubblici restano chiusi e nel pomeriggio si svolge fin dal 1982 una tradizionale fiaccolata.

http://it.wikipedia.org/wiki/Randazzo

 

 

 

IL LAGO GURRIDA

Ubicato a Sud del paese di Randazzo, sul versante nord-ovest dell'Etna, è l'unico esempio in Europa di lago di sbarramento lavico originatosi in seguito all'ostruzione di una parte della valle sottostante, avvenuta ad opera di una colata del 1536, che ha determinato, a monte della parte ostruita, l'accumulo delle acque del fiume Flascio.
Il "Lago" si trova in territorio di Randazzo, come già espresso dal Recupero, sorge a 835 m s.l. del mare su una depressione argillosa che raccoglie le acque piovane e soprattutto quelle del fiume Flascio, ha una superficie di circa 800 mq. con un circuito molto irregolare di circa 6 Km e con una area di impluvio di circa 52 Kmq.
? Le acque di un bacino così vasto non possono essere smaltite per semplice evaporazione, per cui non avendo il "Lago" emissari esterni superficiali si deve per forza pensare a sfoghi sotterranei che peraltro esistono e diventano abbastanza visibili in piena estate, quando la cavità perde tutta l'acqua e lascia intravedere sul fondale buche e piccoli crepacci che servono ad assorbire l'acqua che si raccoglie soprattutto con le piene invernali e primaverili del fiume Flascio.
Il "Lago" raggiunge in media i 3 o 4 m di profondità, per cui il suo stato idrografico dipende essenzialmente dal rapporto tra la quantità d'acqua recata dal Flascio e dagli altri torrentelli laterali e quella assorbita dalle buche e fessure del suo fondo. Tali aspetti del "lago" sono molto analoghi alle depressioni, coperte spesso da fanchiglia e argille, del Carso e delle montagne delle vicine Slovenia e Serbia, dove però alle inondazioni esterne si sostituiscono spesso sorgenti sotterranee (Cfr. O. Marinelli, Alcune particolarità morfologiche della regione circumetnea, Riv. Geog. Ital., 1896). Sino alla fine del secolo scorso la vita di questa massa d'acqua si era svolta secondo le ferre leggi della natura, per cui si avevano le piene invernali e primaverili con gravi danni per le colture vicine a causa dei continui travasi d'acqua e le secche estive, quando l'estensione lacustre veniva sfruttata come zona da pascolo molto ricercata per la sua erba grassa e ricca d'acqua Agli inizi del nostro secolo si tentò di ridurre l'area umida con lavori di prosciugamento e di bonifica che tutto sommato non attecchirono e quindi non ne alterarono la superficie, sino ad alcuni decenni fa quando l'impianto di aree vignate nella parte Nord mise in serio pericolo la vita di tutta quella zona lacustre. Per fortuna in tempi recenti la zona interessata è stata inserita nel perimetro del Parco dell'Etna, per cui oggi può godere di tutta la protezione per preservarsi al meglio per le prossime generazioni. Non si parla di cure particolari poichè queste ultime consistono e si limitano solo a profonde falciature delle alte erbe che circondano il "Lago e che vengono effettuate dagli agenti del Corpo Forestale in determinati periodi dell'anno. Oggi il "Lago" presenta parecchi endemismi vegetali molto importanti che meritano l'attenzione di tutti perchè possano conservarsi e riprodursi nel miglior modo possibile in quel piccolo ecosistema che comprende acqua, piante, insetti e fauna soprattutto avicola. Tra le piante ricordiamo il ranuncolo, le margheritine molto ambientate nel sito, i salici, i giunchi ed altre erbe di diversa altezza che vivono la loro esistenza lungo l'arco delle diverse stagioni. Sono presenti in buon numero anche rosacee, trifogli e garofani d'acqua.

 

 

Il lato Ovest del "Lago" è coperto da folti saliceti che con la loro intricata vegetazione impediscono il passaggio diretto ai molti visitatori che in primavera non mancano di certo perchè attratti soprattutto dalla stupenda fioritura di queste piante legate all'acqua. In conclusione possiamo ben dire che il "Lago" Gurrida, dal punto di vista botanico presenta numerose piante rare che difficilmente si trovano in altre aree della Sicilia, se escludiamo alcune zone umide dei vicini Nebrodi e qualche sito delle Madonie. Dal punto di vista faunistico il "Lago" non ha molta importanza ma si presenta come un ottimo punto stagionale di appoggio per numerose specie di uccelli come aironi ed anitre che si fermano colà durante le loro migrazioni e che spesso nidificano nei suoi dintorni. Per tutte queste particolarità, l'area lacustre della Gurrida merita di essere conservata e possibilmente valorizzata con tutte le sue essenze vegetali, con la sua fauna e con gli aspetti idrografici e paesaggistici. L'area, unica zona umida del vulcano, costituisce un ambiente di particolare bellezza per la morfologia delle lave e rappresenta lo spartiacque tra il torrente della Saracena, da una parte, e il fiume Alcantara, dall'altra. Tra i due corsi ve n'è un terzo, il Flascio che alimenta stagionalmente il lago Gurrida, secco per quasi tutto il periodo estivo.?? Inserito nell'itinerario di un sentiero natura realizzato dall'Ente Parco dell'Etna, che ha inizio da un ponte in legno che attraversa un vigneto sommerso nei mesi?invernali, il lago presenta una grossa ricchezza faunistica e floristica, prospera soprattutto nel periodo invernale e primaverile. Per quanto riguarda la fauna, il lago Gurrida, essendo l'unica distesa d'acqua della zona montana dell'Etna, è particolarmente rinomato, poichè consente la sosta di numerose specie di uccelli, migratori e non (oltre 150 secondo l'ornitologo catanese A. Priolo


Fra di essi si riscontrano l'anatra moretta (Aythya nyroca), chiamata "carbunaru" in dialetto, il falco cuculo (Falco vespertinus), che effettua in gruppo dei voli acrobatici quando caccia gli insetti, il tuffetto (Tachybaptus ruficollis), che si tuffa ripetutamente nelle acque del lago, la ballerina gialla (Motacilla cinerea), detta in dialetto "tremacuda", e l'averla capirossa (Lanius senator), chiamata localmente "bellaronna", grazie al colore delicato del suo piumaggio. Inoltre, sulle acque del lago, si possono osservare l'airone cenerino, il germano reale, le garzette, e le folaghe, che giungono in autunno per poi spostarsi verso le località di svernamento in Africa. È presente anche l'airone rosso, che si ferma in particolar modo lungo i canali di drenaggio per catturare gli anfibi e i pesci di cui si nutre. Il maggior numero di uccelli si osserva in inverno e in primavera: anatre fra cui i codoni, i fischioni, le marzaiole, e le morette, in livrea nuziale, cercano i germogli delle piante sommerse di cui si nutrono. Le pavoncelle cercano il cibo sui prati umidi, mentre i pivieri, i beccaccini, le pettegole, i combattenti e i piovanelli sorvolano l'acqua poco profonda alla ricerca del cibo. Infine, si osservano specie ittiofaghe quali il cormorano (Phalacrocorax carbo), la cicogna bianca (Ciconia ciconia), la cicogna nera (Ciconia nigra) ed il falco pescatore (Pandion haliaetus), che si nutrono dei pesci (tinche, carpe, gambusie, ecc.) introdotti da alcuni anni nelle acque del lago.? In prossimità del lago sono stati realizzati diversi punti di osservazione, oltre a sentieri che permettono una visita agevole anche ai disabili.

http://www.etnatourism.it/itinerari.php?id=6

COME RAGGIUNGERE IL LAGO GURRIDA

 

IL BARONE DI RANDAZZO E IL SUO NIDO DELL'AQUILA

Verso la fine del 1800 il barone Vagliasindi di Randazzo si fece costruire una dimora sul monte Colla che domina la valle dell’Alcantara: “un nido d’aquila” come amava ripetere agli amici. Questo complesso, immerso nei boschi dei Nebrodi, è composto da un grande casa patrizia circondata da un giardino all’italiana, una chiesetta ,le case per il massaro ed i contadini, la stalla ed altri edifici attigui, poco distante un delizioso lago artificiale.
La proprietà che si estendeva per 500 ettari era il centro di una economia legata al territorio. Dopo la morte del barone la masseria ha cambiato diversi proprietari andando lentamente in rovina. Negli anni 60’ venne acquistata dal Prof. Claudio Faranda con l’intento di ripristinare il complesso ormai abbandonato ed utilizzarlo per le vacanze verdi. La casa patrizia della masseria è stata da poco ristrutturata grazie ai finanziamenti POP Europa/Regione e trasformata in una bella struttura agrituristica con circa 50 posti letto.
Attualmente è gestita dall’Agritur Monte Colla che con i suoi 50 ettari di territorio offre, oltre ai prodotti locali e casarecci, la possibilità di effettuare l’equiturismo ed il trekking nei boschi del parco dei Nebrodi. 
Da Randazzo, con l’auto, si prende la direzione per Maniace, superato il ponte sul fiume Flascio al Km 179 si gira a destra per i vivai della forestale. Oltrepassato il vivaio e le case attigue si lascia l’asfalto e si prosegue a destra per lo sterrato che costeggia il fiume per circa 4 Km passando davanti al cancello del demanio forestale delle Caronie fino al piccolo ponte sul fiume. Si attraversa il ponte e si prosegue in salita per altri 2 Km per arrivare davanti al cancello della caserma forestale di Zarbata (1095 m slm) dove si posteggia l’auto. Si oltrepassa il cancello e si comincia a salire, tralasciando le deviazioni, immersi nel bosco di roverelle e faggi. Dopo circa 90 minuti si arriva ad un bivio panoramico (1405m slm). L’occhio spazia dall’Etna alla valle del Flascio a verdi boschi dei Nebrodi; si prende a destra per il sentiero panoramico che dopo 20minuti porta ad un altro bivio. Si devia a destra per una piccola discesa e si giunge alla nostra meta. E’ possibile raggiungere la Masseria di monte Colla anche con il fuoristrada.

 

Da Randazzo, andando in direzione di Maniace ,sulla curva che precede il ponte sul fiume Flascio si diparte a destra uno sterrato che sale ripidamente. Dopo circa 7 Km in continua salita ,molto panoramica e senza possibilità di errore si giunge alla Masseria. Questo percorso è l’antica regia trazzera Monte Colla – Casal Floresta.
Giovanni Musumeci

http://www.provincia.ct.it/informazioni/la-rivista/sommario/2002/Maggio/filepdf/38.pdf

 

 

 

 

 

 

I MEGALITI A MONTALBANO ELICONA - La Stonehenge siciliana


Pochi sono i luoghi sul nostro pianeta dove le potenti forze della natura si concentrano per creare un’atmosfera così magica ed ancestrale da far quasi dimenticare di stare sulla mortale Terra e di assaporare invece la sublimità dei campi elisi. L’area megalitica dell’Argimusco sembra esser uno di questi.
Essa si estende su un vasto altipiano compreso tra i 1165 ed i 1230 m.s.l.m., al centro del territorio abacenino, laddove l’asprezza dei Peloritani lascia spazio alla dolcezza dei Nebrodi. Ci troviamo in provincia di Messina, nell’isola di Sicilia, in Italia.
Situate nei pressi del borgo di Montalbano Elicona e della Riserva Naturale del Bosco di Malabotta, le rocche dell’Argimusco rappresentano uno dei rari esempi di complessi megalitici naturali dell’intera Italia meridionale. In questo sito naturalistico, conosciuto ancora da pochi, regnano incontrastate pietre millenarie avvolte da un silenzio che è spezzato solo dai suoni degli armenti e dall’ululato del vento.
Ed è proprio l’azione degli agenti atmosferici, principalmente il vento e l’acqua, che ha modellato le enormi rocce, creando megaliti dalle particolari figure antropomorfe e zoomorfe. In seguito l’uomo scoprì questo luogo senza tempo, iniziando a frequentarlo, a contemplarlo ed a utilizzarlo. Tra gli svariati motivi di utilizzo uno tra tutti acquisì ben presto primaria importanza: l’osservazione del cielo. Così le rocce megalitiche e l’intero paesaggio furono scelti per praticare l’astronomia, per decifrare i movimenti degli astri, giungendo a scoprire l’alternarsi delle stagioni e fissare le basi per un pratico e utile calendario. Ciò è accaduto migliaia di anni fa in diversi luoghi della Terra.
E sembra che ciò avvenisse proprio all’Argimusco, un pianoro dove si svolgevano riti sacri, dove la terra si unisce al cielo formando il paesaggio sacro per eccellenza. Questo luogo atavico ben presto diventò un osservatorio astronomico naturale, e molte delle pietre in esso presenti furono lavorate per fini precisi. E così ancora una volta la Sicilia, crocevia di popoli e viaggiatori, e straordinario contenitore di tradizioni provenienti da civiltà diverse, sembra possedere anche un sito molto importante di età megalitica. Un luogo che da molti è stato già definito come la ‘Stonehenge siciliana’.

http://www.archeoastronomia.com/it/index.html

 

come arrivare a Montalbano Elicona: Da Catania: Autostrada Catania - Messina a seguire Messina - Palermo uscita Falcone, oppure Strada Statale direzione Randazzo.

 

 

Solicchiata è un piccolo paesino, una delle più grandi delle sette frazione di Castiglione di Sicilia situato sul versante Nord dell’Etna a quota 700 metri sul livello del mare all’interno del Parco dell’Etna, sulla strada Nazionale 120, fra i centri di Randazzo km 12 e Linguaglossa km 7.

E’ posta su un bellissimo altopiano dove si può ammirare uno splendido paesaggio: le case sparse del paesino, gli alberi verdi che rendono l’aria leggera e respirabile, i vigneti simili a boschi, gli ulivi sempreverdi, la brulla sciara; l’Etna da una parte sovrasta ogni cosa , mentre dall’altra i Nebrodi e i Peloritani fanno quasi da cornice e su di essi appaiano adagiati i paesi Moio Alcantara, Malvagna, Santa Domenica Vittoria, Roccella Valdemone, il Castello di Francavilla, Castiglione di Sicilia, con i verdeggianti noccioleti di Cerro, ed in fondo una buona parte della valle del fiume Alcantara, una valle piena di storia e di tradizioni, dove hanno combattuto molti popoli, dai Sicani ai Siculi, dai Greci ai Romani, dai Bizantini agli Arabi, dai Normanno Svevi ai Francesi agli Spagnoli, e gli Alleati nell’ultima guerra mondiale.

Per secoli il prodotto che ha sostenuto l’economia di intere famiglie di Solicchiata è stato il vino. Anche se ormai poche, sono le vigne rimaste dove si ricava ancora un buon vino rosso, tipico, per gusto, profumo e gradazione, del versante nord dell’Etna e dei suoi terreni di sabbia vulcanica poco profondi.

La caratteristica fondamentale di questi vigneti sono i terrazzamenti fatti con muretti in pietra e scorie laviche, che contraddistinguono notevoli estensioni di terreno.

L’aspetto paesistico di questi vigneti costruiti è singolare ed è caratterizzato da alcuni elementi di base:

- i muretti dei terrazzamenti, alti da mezzo metro a due metri circa;

- le stradelle pedonali interne (rasole) in pietra e terra vulcanica assestate a mano;

- le scalette con gradini di pietra lavica tagliata che collegano le rasole fra terrazzamenti successivi;

- i grandi cumuli (torrette) a forma di “ ziggurat “, alti anche parecchi metri, costruiti come depositi di pietre avanzate dallo spietramento del terreno;

- i muri di recinzione dei vigneti, alti circa due metri, di pietrame lavico a secco bene assestati;

- i coni della terra (munzeddi), dovuti alla zappatura stagionale.

I vini che si ottengono nelle contrade: di Moltedolce, Rampante, chiuse di Barbagallo, Moganazzi, Puntalemarino, appartengono alla migliore produzione della zona etnea. Tutti questi terreni sono zona di vini DOC

Anticamente quasi ogni vigna possedeva il proprio palmento, vista la grande diffusione della viticoltura soprattutto fino alla metà del secolo scorso. Dei ricavati della campagna, l’uva era l’unica vera grande fonte di reddito degli abitanti alla quale davano tutta l’attenzione necessaria.

Il periodo della vendemmia era infatti una festa, tutti grandi e piccoli, raccoglievano l’uva la cui lavorazione avveniva nei palmenti, strutture abbastanza attrezzate anche per ricevere notevole quantità di mosto.

I vini che si producano nel territorio di Solicchiata sono esportati in tutto il mondo e che la fregiano come città del vino DOC.

La Vendemmia si svolge secondo le antiche tradizioni agricole, con strumenti e metodi immutati nel tempo, che garantiscono ancora la bontà del vino. Consentano anche di vivere, ad ottobre, mese della vendemmia, l’immagine, i sapori e gli odori straordinari della raccolta e pigiatura del mosto. Il vitigno di base la maggior parte è il Nerello Mascalese, il Nerello Cappuccio, il Catarratto Bianco e la Minella Bianca, allevato ad alberello una varietà tipica dell’Etna e del suo eccezionale sottosuolo. L’Etna Rosso – a denominazione d’origine controllata, è il più nobile tra i vini di Solicchiata: ha il colore Rosso rubino sapore secco morbido, ricco di corpo, bouquet vellutato gradazione sui 13°, può essere abbinato agli arrosti di carne bianche e rosse, va servito alla temperatura di 18°C.

L’Etna Bianco – a denominazione d’origine controllata: ha il colore paglierino vivo e brillante, sapore, fresco e rotondo, bouquet intenso gradazione sui 12°, si sposa splendidamente con i piatti a base di pesce e frutti di mare, va servito alla temperatura di 10° C.

L’Etna Rosato – a denominazione d’origine controllata: si distingue per la sua limpidezza, l’odore di fruttato, il gusto abboccato ed armonico, gradazione 12°, è ideale abbinarlo per tutti i piatti della cucina etnea, va servito alla temperatura di 14°C.

http://www.solicchiata.it/

 

Il Castello di Lauria

Non abbiamo notizie certe sulla sua origine, ma le due finestre bifore della parte ovest ci lasciano intuire che il nucleo principale sia stato edificato molto probabilmente durante il periodo normanno-svevo.
Tale sito nel corso della storia dell’abitato ha avuto di sicuro una funzione molto rilevante tanto da dare il nome al paese. E’ certo che Castiglione nel XII secolo viene chiamato Quastallum da Edrisi, Castillo in un diploma di Ruggero II, Castillio in un diploma di Papa Eugenio III.
L’attuale nome, invece, significa Castello grande. Al latino medievale castellum, infatti è stato aggiunto il suffisso accrescitivo –ione, facendolo diventare Castellione, che gli aragonesi prima e gli spagnoli poi pronunziavano Casteglione. Il termine ben presto comunque interpretato come Castello del Leone per offrire al paese un marchio di regalità, dando luogo anche allo stemma: un castello e due leoni accovacciati.
 Il castello nel Medioevo, collegato alla roccaforte del Castelluccio e ad un avamposto identificabile con la chiesa di San Pietro era messo in comunicazione con questi da passaggi sotterranei, che giungevano, si dice, fino al Cannizzo. Essi costituivano un vero e proprio complesso architettonico e difensivo, ed un vecchio stemma cinquecentesco della città, con tre torri, mette in evidenza la loro importanza. I vari quartieri del castello assumevano funzioni diverse. Vi era la parte più nobile riservata al castellano; vi erano le scuderie, i fienili, le stalle, le abitazioni per i servi e per gli addetti alla manutenzione; vi erano le carceri, all’interno delle quali, nelle scomode celle dette dammusi, lunghe non più di due metri ed alte appena un metro, venivano rinchiusi spesso i più facinorosi avversari politici e più incalliti delinquenti; vi erano le cisterne per conservare l’acqua piovana o per nascondervi, durante gli assedi, vettovaglie e suppellettili preziosi; vi erano le rotonde bombe di pietra, pronte per essere scagliate contro i nemici; vi era nella parte più alata un ampio locale, detta Solecchia, che comunemente si ritiene fosse la zecca dove si coniavano le monete, ma poteva essere il luogo dove il feudatario si riparava dal sole, dopo aver completato quasi per intero il suo vastissimo feudo.

 

 

LA CUBA. 

Raro esempio di architettura bizantina in Sicilia, la chiesetta si trova nelle campagne di Castiglione di Sicilia. Progetti e iniziative culturali riaccendono l’attenzione sul sito       di Maria Enza Giannetto - In viaggio - supplemento al quotidiano La Sicilia

Quando ero bambina, per me e i miei cuginetti era un rifugio segreto. Trascorrevamo lì ore intere, a inventare giochi, leggende, storie misteriose e affascinanti su questo edificio di cui conoscevamo solo il nome: “A Cuba”. Allora, circa 25 anni fa, era ricovero per pastori e contadini che si riparavano dalle piogge improvvise.
Al suo interno si poteva trovare davvero di tutto: utensili abbandonati, ossa di animali, pezzi di stoffe. Per noi ragazzi era qualcosa di magico. Crescendo ho imparato che il suo nome completo di questa costruzione abbandonata, in contrada Giardinelli, nelle campagne di Castiglione di Sicilia, in provincia di Catania, era Cuba di Santa Domenica, conosciuta anche con i nomi di Chiesa bizantina in contrada Santa Domenica, Chiesa bizantina Santa Domenica o la Cuba di Castiglione. E ovviamente, mi sono anche resa conto di quanto quella magia fosse frutto dell’abbandono e del degrado in cui versava questo edificio dall’incommensurabile valore storico culturale, nonché monumento nazionale dal 1909.
Forse unico esemplare, ancora in buono stato, in Sicilia, del periodo bizantino, la Cuba fu costruita tra il VII-IX secolo (la datazione più probabile è ormai tra la seconda metà del VIII secolo alla prima metà del IX). L’edificio ecclesiastico ha una struttura a croce latina con pianta quadrata, cupola e tre absidi. L’abside posteriore ha una bifora rivolta verso oriente affinché, secondo tradizione, durante la veglia pasquale la luce della luna piena entrando nell’edificio desse inizio alla Pasqua. Le altre due absidi contenevano ciascuna una piccola cappella. Costruita con pietra, blocchi lavici, malta e materiali in cotto, la Cuba internamente era ricca di affreschi di fattura bizantina, oggi perduti. Negli anni, la situazione, grazie una nuova attenzione per il patrimonio storico culturale siciliano, è migliorata, tanto che intorno al 2000 sono stati avviati lavori di restauro e di “pulizia” della chiesetta che hanno dotato il tempietto di due belle porte in ferro lavorato, di finestre che tengono lontani animali, vandali e purtroppo anche i visitatori che non abbiano prenotato per tempo la visita tramite l’ufficio turistico del Comune
(è possibilie prenotare allo 0942980348 (centralino 0942980211), oppure scrivendo una e-mail a turismo@comune.castiglionedisicilia.ct.it

Nelle giornate primaverili, una gita alla Cuba, con annesso pic-nic alle piccole gole a circa 200 metri dalla Chiesa, è davvero impagabile.  Certo, mancano i servizi: qualche panca in legno, un totem con le informazioni posto fuori e non dentro l’edificio, un progetto di illuminazione che lo rendesse visibile anche di notte, maggiore controllo, non guasterebbero.
Intanto l’amministrazione comunale parla di due progetti: una pista ciclabile adiacente al sito e una zona parcheggio che servirebbe l’intera area. Piccoli focolai di interesse per questo sito fanno pensare a una nuova “alba” per la Cuba bizantina. Complice la passione di alcuni giovani che da questo posto così misterioso sono rimasti stregati, tanto da dedicarci tesi di laurea, project work e progetti culturali. E infatti, lo scorso dicembre la Cuba è stata riconosciuta Meraviglia italiana, grazie all’interesse di un giovane architetto catanese che a seguito di uno studio condotto sull’edificio per la sua tesi di laurea ha presentato la candidatura al progetto sostenuto dal Forum nazionale giovani. Come “Meraviglia Italiana” la Cuba è entrata a far parte di un itinerario d'eccellenza che di sicuro le varrà una grande pubblicità a livello nazionale. C’è un’altra iniziativa che potrebbe contribuire a far conoscere e quindi mantenere sempre accesi i fari dell’interesse sul tempietto. Si tratta di Innesto, un progetto ideato dall’associazione no profit C-T cultural transfer a cura di Norma Guglielmino, insieme con le socie Marialuisa D’Arrigo e Olga Colajanni. Si tratta di un esperimento di relazione e interazione tra bene culturale, arte contemporanea, territorio e società. «L’idea - spiegano le socie - è quella di far dialogare l’arte contemporanea con il patrimonio storico-culturale siciliano. Abbiamo già presentato un’anteprima, il 13 novembre 2011, ma alla fine di aprile ci sarà un evento proprio nella chiesetta, con tre giovani artisti che con la Cuba
si sono già messi a confronto». L’interesse delle tre socie per questo sito parte dal 2008 quando, durante un master sulla gestione e valorizzazione del patrimonio mondiale, culturale e naturale, hanno scelto la Cuba come soggetto del loro project work. «Si trattava – spiegano - di simulare di una candidatura del sito per la World heritage list ed effettivamente, ci sono talmente tante caratteristiche che ne permetterebbero la candidatura reale....».
La bellezza c’è. L’interesse nel mantenerla, pure. Chissà che con un impegno maggiore non si possa davvero pensare a questa candidatura reale?

Il territorio castiglionense è percorso, da est ad ovest lungo lo sviluppo etneo, dalla SS120 che rappresenta l'asse principale della viabilità, collegando il comune alla A18 Messina-Catania, ed alla statale 114, ambedue sulla costa. E' inoltre attraversato da una maglia ortogonale di strade provinciali che collegano il centro alle frazioni a monte ed alla vicina Francavilla. E' previsto, ed in parte esistente, un asse di collegamento lungo il fiume che collegherà al centro urbano. Suggeriamo, infine, un arrivo a Castiglione di Sicilia alquanto romantico: con la ferrovia circumetnea, che partendo da Catania prosegue per Randazzo e la Valle dell'Alcantara, attraversando paesaggi di incontestabile bellezza. Con la stessa FCE si può raggiungere Castiglione da Riposto, porto turistico dell'Etna. La stessa società di trasporti durante l'estate organizza delle escursioni guidate per i turisti, partenza con la littorina da Catania Borgo e il tragitto in parte su ferrovia e in parte con gli autobus.

 

 

Linguaglossa si sviluppa a 550 metri sul livello del mare ed e' frequentata soprattutto dagli amanti degli sport invernali. Essa conta quasi 6.000 abitanti.

Il paese, letteramente due volte lingua (Glossa in greco) testimonia, nell'ipotesi più intrigante, la sua posizione "calda" proprio sulle pendici dell'Etna che spesso furono invase da sciare di lava incandescente.

Probabilmente essa fu fondata dai superstiti dalla superstizione di Naxos, cosi' come e' provato da alcuni reperti archeologici riferibili all'eta' greca ritrovati presso il torrente Ficheri.

Dal punto di vista artistico e culturale la citta' ha molto da offrire, a partire dalla seicentesca Chiesa Madre intitolata alla Madonna delle Grazie. L'edificio sacro si presenta con una facciata realizzata con il duplice uso di pietra lavica ed arenaria ed un interno suddiviso in tre navate. Qui si possono ammirare due tele attribuite ad Olivo Sozzi ed un settecentesco coro ligneo intagliato i cui lacunari rappresentano eventi della vita di Gesu'.

Piano Provenzana- Pineta Ragabo

Un successivo edificio sacro cittadino da ricordare e' la Chiesa dell'Immacolata con un annesso convento. Entrambi furono edificati nella prima meta' del 1600. La principale opera d'arte conservata in questo complesso sacro e' la "Custodia", il settecentesco ciborio realizzato in legno ed intarsiato. Tra le altre opere d'arte qui raccolte sono da ricordare, inoltre, l'altare maggiore realizzato con legno di noce a intarsio ed una settecentesca pala d'altare raffigurante L'Immacolata e Santi. Da citare, infine, la Chiesa dell'Annunziata e la Chiesa intitolata a S. Egidio. Anche i dintorni cittadini meritano un'attenta visita.

In effetti la citta' offre alcune vie d'accesso per le escursioni all'Etna e alle localita' sciistiche di Mareneve e piano Provenzana.

 

La Pineta Ragabo a Mareneve.

I due paesi sono maggiormente conosciuti per le attrattive naturalistiche, dal momento che buona parte del territorio e' inclusa nel Parco dell'Etna. Salendo da Linguaglossa per la Provinciale Mareneve si giunge a

2.1 - Piano Provenzana, a circa 1900 m. di quota: momentaneamente non raggiungibile a causa dell'eruzione dell'ottobre 2002. Costituisce la base di partenza per le escursioni alle bocche del vulcano (con i mezzi autorizzati della S.T.A.R. oppure a piedi). Qui troviamo diversi alberghi, ristoranti, bar, rivendite di souvenir, ma soprattutto 5 ski-lift ed una bella pista per lo sci da fondo. Riscendendo a Linguaglossa dalla Mareneve incontriamo

2.2 - Piano Pernicana: e' un pianoro incluso nella Pineta Ragabo (dall'arabo "rahab" = bosco). Si tratta di un'ampia pineta, un tempo molto sfruttata per l'estrazione della resina. Infatti sui tronchi dei pini piu' grossi si possono ancora vedere le incisioni a spina di pesce praticate per raccogliere la resina. Piano Pernicana comprende un'area attrezzata con punti di cottura ed aree ristoro. In fondo troviamo l'altarino della Madonnina della Pineta, presso il quale ogni Ferragosto si celebra la Santa Messa. Poco sopra c'e' un ristorante che dispone anche di alcune camere, come il vicino Rifugio Brunek. Qui durante l'estate si trova un maneggio che organizza gite a cavallo nei bellissimi dintorni. Dietro il rifugio inizia un sentiero non percorribile con mezzi a motore, il

2.3 - Percorso altomontano: si tratta di una pista sterrata che attraversa a mezza costa (fra 1.500 e 1.800 m. s.l.m.) un fianco del vulcano. Esso conduce al versante sud dell'Etna tracciando un anello incompleto: si tratta di una pista lunga circa 35 km, di media difficolta' e di incomparabile bellezza. Il sentiero, da affrontare con l'aiuto di una guida, attraversa una varieta' di ambienti naturali (sciare, boschi, dagale, etc...) che offrono un quadro della flora e della fauna etnea. Piu' a valle di Piano Pernicana si puo' ammirare lo

2.4 - "Zappinazzo": in dialetto il pino viene chiamato "zappino", ed infatti lo "Zappinazzo" e' un grosso esemplare di Pinus nigra o laricio, uno dei piu' vecchi (oltre 300 anni). Si puo' imboccare una delle piste sterrate che scendono da Piano Pernicana, oppure risalire lo stesso sentiero da Piano Donnavita, il pianoro situato appena al di sotto di Piano Pernicana.

http://www.agriturismoetna.it/itinerari_linguaglossa_piedimonte.htm

 

Rifugio Ragabo

Da non dimenticare, la vicinanza cittadina con il superbo bosco di Linguaglossa ed alcune interessanti grotte, come la Grotta delle Femmine, la Grotta delle Palombe e la Grotta dei Lamponi.

La Pro Loco di Linguaglossa, lungo la via principale del paese, funge da principale punto di riferimento per le escursioni sull'Etna. Materiale e pannelli esplicativi all'interno della sede aiutano a conoscere il parco ed il vulcano, a programmare le gite. Lungo la strada Mareneve, fiancheggiata da una bella pineta di pini lanci, si giunge fino a Piano Provenzana dove si può lasciare la vettura per effettuare l'escursione ai crateri sommitali.

Etna - Ascesa al versante nord - In un bellissimo percorso, il pulmino fuoristrada raggiunge i 3000 m ca di altitudine. Su questo versante è stato installato il nuovo osservatorio che ha sostituito quello distrutto dalla lava durante l'eruzione del 1971 (durata 69 giorni) che ha interessato sia il versante sud (ove oltre all'osservatorio viene "cancellata" la vecchia funivia), che il versante orientale ove la colata lavica arriva a minacciare alcuni centri abitati (Fornazzo, Milo) per fermarsi a circa 7 km dal mare. Dalle vicinanze dell'osservatorio, a 2750 m ca, si gode di una magnifica vista.

 

 Si prosegue poi fino a quota 3000. Qui si abbandona il fuoristrada per procedere a piedi e vedere da vicino quelle terribili sbuffanti bocche che a seconda del loro umore decidono di risparmiare le terre attorno o di mondane di una sciara, o di fuoco vivo. Il percorso varia a seconda dei capricci del vulcano. Lungo il ritorno, viene effettuata una sosta a 2400 m d'altitudine, per vedere i crateri protagonisti dell'eruzione del 1809.

La strada orientale - Una volta ritornati a Piano Provenzana si può proseguire lungo la strada panoramica Mareneve che costeggia la zona sommitale dal lato est. Sulle basse pendici del versante orientale dell'Etna, si trovano numerosi paesini agricoli che sfruttano la fertilità del suolo vulcanico per coltivare vite ed agrumi.

In località Fornazzo, appena prima di immettersi sulla strada che collega Linguaglossa con Zafferana Etnea, si giunge fino all'incredibile colata lavica che, nel 1979, ha "rispettato" la piccola Cappella del Sacro Cuore (sulla sinistra) sebbene addossandosi ad uno dei muri e riuscendo a penetrare un poco all'interno. Oggi è meta dei numerosi fedeli che vedono in questo un evento miracoloso e vi portano numerosi ex-voto. Da Fornazzo una breve deviazione sulla sinistra permette di raggiungere Sant'Alfio.

 

Linguaglossa - Pineta Ragabo

Il torrente Sciambro è uno dei pochi corsi d'acqua osservabili in quota sull'Etna. Dovrebbe trattarsi del torrente localmente noto come "Quaranta ore", a sottolineare il breve lasso di tempo in cui è percorso dall'acqua subito dopo le giornate di pioggia. E' possibile osservarlo solo inverno e a volte in primavera. Sembra che le eruzioni del 2002 abbiano modificato la morfologia del terreno, diminuendo la quantità d'acqua raccolta dal torrente durante lo scioglimento delle nevi. Per essere sicuri di trovarci l'acqua occorre dunque aspettare un giorno di pioggia e andare sul posto il giorno dopo. E' possibile raggiungerlo da Zafferana Etna, proseguendo verso Milo. Seguite le indicazioni per il rifugio Citelli, ma giunti all'ultimo bivio girate a destra, verso piano Provenzana. Dopo un paio di km, sulla sinistra si notano le indicazioni per il torrente. 

Torrente Sciambro

Lo Sciambro passa praticamente sotto la strada. Noi lo abbiamo trovato in secca, la foto che lo mostra pieno d'acqua ci è stata inviata da Francesco, uno dei nostri lettori. Una volta sul posto, potete andare verso uno dei due punti panoramici segnalati nelle vicinanze. Noi siamo andati verso il punto "Secondo Monte". Si tratta di una breve passeggiata che, dopo un paio di curve, porta ad una scalinata e da qui in cima ad un antico cratere, da cui si osserva un panorama stupendo: Monte frumento delle Concazze con la colata del 2002 con la foresta pietrificata
Probabilmente non si tratta di un'attrazione che meriti un viaggio ad hoc, ma se vi trovaste dalle parti del rifugio Citelli per uno dei tanti itinerari che è possibile percorrere da lì (Monti Sartorius, Grotta di Serracozzo, Monte Frumento), potere tranquillamente allungare il vostro itinerario quel tanto che basta per osservare il torrente o, quanto meno, lo splendido panorama mostrato nella foto sottostante.
http://www.etnatracking.com/it/torrente-sciambro/descrizione

 

Monte Frumento delle Concazze

 

dall'autostrada Catania-Messina uscire a Fiumefreddo e proseguire in direzione Linguaglossa. Dal centro del paese proseguire sulla strada mareneve seguiendo le indicazioni per Etna Nord - Piano Provenzana. (Da Catania 40 Km - da Messina 60 Km). In aereo: l'aereoporto Fontanarossa di Catania è lo scalo più vicino al vulcano. Possibilità di noleggio auto all'interno dell'aereoporto.

Noleggio auto: in aereoporto sono numerose le agenzie di noleggio auto.

Autobus: dalla stazione di Catania è possibile prendere il bus per Nicolosi o Linguaglossa.
 

Piedimonte dista 35 km da Catania e 49 da Messina.Il territorio del Comune di Piedimonte Etneo si estende sul versante Nord-Est dell'Etna per circa 2646 ettari, di cui 794 ricadono nel territorio del Parco dell'Etna, tra le quote 130 e 2874 m. Il suo confine si sviluppa lungo il vallone Zambataro fino a Ponte Boria, passa da contrada Morabito, Vallone S.Venera, percorrendolo fino a Presa, da qui seguendo il limite settentrionale delle lave di Scorciavacca giunge fino a serra Buffa, Monte Frumento delle Concazze e Pizzi Deneri, a questo punto scendendo verso Monte Zappinazzo, Case Bevacqua, Rocca Campana e Terremorte si ricollega con il Vallone Zambataro. Il paesaggio è caratterizzato dalla coesistenza di due territori nettamente differenti: uno tipicamente vulcanico, con colate laviche datate o recenti, l’altro sedimentario solcato da incisioni torrentizie.

Flora Pur essendo esteso parecchio in altitudine,quasi raggiungendo con Pizzi Deneri,a quota 2800, la parte sommitale del vulcano, lo sviluppo delle aree naturali è limitato rispetto alle zone antropizzate. Infatti tutta l’area collinare, dai 300 ai 1000 m. circa si presenta coltivata. Nella fascia più bassa,a partire con il confine con Fiumefreddo, ritroviamo una sempreverde il Terebinto o “Scornabeccu”, che insieme al rovo, alla ferula, alla felce aquilina, al ricino caratterizza questi luoghi. Ad 800 – 1000 m di altitudine, troviamo sia boschi di Castagno e Roverella che terreni destinati al pascolo e alberati là dove prima c’erano seminativi e vigneti abbandonati. Proseguendo verso quota 1700 ecco comparire esemplari di Pino Laricio e di Betulla dell’Etna. Sul fronte lavico troviamo la vegetazione tipicamente pioniera: Saponaria, Astragalo, Ginestra.

Le aree coltivate nel territorio di Piedimonte Etneo, prevalenti, come abbiamo visto, su quelle a vegetazione naturale, si estendono dal suo estremo confine orientale fino ai 1150 m di monte Stornello, e seguono una progressione ben precisa. Nella fascia più bassa, al confine con Fiumefreddo, si insediano le colture di agrumi (che non superano i 500 s.l.m.): arance, mandarini, clementine e limoni, coltivati su terreni totalmente terrazzati. A queste quote è anche discretamente sviluppata la coltivazione dell'ulivo. Salendo in altitudine, a partire dai 450 metri, troviamo i vigneti: Piedimonte fa parte della fascia di produzione dei vini D.O.C. dell'Etna, e, infatti, la qualità denominata Nerello Mascalese dà un ottimo vino Etna Rosso D.O.C. Questo tipo di vite viene coltivata soprattutto ad alberello, che è il metodo più tradizionale, in misura minore è possibile riscontrare vigneti coltivati a “tendone” e soprattutto a “spalliera”. Altri vitigni coltivati sono il Carricante e il Nerello Cappuccio, quest’ultimo ha caratteristiche complementari a quelle del Nerello Mascalese e non a caso, per tradizione,i due vitigni vengono utilizzati in taglio per produrre i vini rossi tipici dell’Etna. In particolare il Nerello Cappuccio permette di ottenere vini con una colorazione più intensa e con una struttura più solida e longeva, che bene si sposano con l’eleganza e la linearità dei vini prodotti con il Nerello Mascalese. Il Carricante, che produce vini bianchi (fra cui L’Etna Bianco D.O.C.) è il secondo vitigno chiave della viticoltura etnea, anche se la sua coltivazione si è quasi sempre limitata al versante orientale del vulcano e a zone più elevate ove il Nerello Mascalese fatica in genere a raggiungere una perfetta maturazione. In contemporanea ai vigneti troviamo i frutteti che offrono diverse qualità di mele (Delicius, Golden Delicius, Cola e Gelato Cola), pere (fra cui la varietà pera coscia), pesche e ciliegie. Dai 1000 metri in su incontriamo noccioleti e castagneti.

La fauna La diffusione dell’agricoltura nel territorio piedimontese determina la presenza di specie animali poco specializzate che possono frequentare sia le coltivazioni e i centri abitati, sia le aree cespugliate e i boschi delle quote medio alte. Nei pressi dei centri abitati, dove è diffusa un’agricoltura tradizionale, con piccoli appezzamenti coltivati a frutteti, vigneti e orti, troviamo specie molto comuni quali: il rospo, il geco, la lucertola, il pettirosso, il passero, il fringuello, il cardellino,il merlo, il topo (domestico e selvatico), la donnola, il riccio e varie specie di chirotteri. A queste, nelle zone coltivate a maggior estensione, che comprendono anche i noccioleti e vigneti delle quote più alte, si aggiungono il coniglio selvatico, , la gazza, la cornacchia grigia, l’assiolo e il barbagianni. Gli ambienti boschivi ospitano, oltre al ghiro e al quercino soprattutto una ricca fauna aviaria: colombaccio, cuculo, picchio rosso, cinciallegra,, ghiandaia, fanello, zigolo nero. A partire dai 1200 m di altitudine, dove i boschi si alternano zone aperte, troviamo la lepre, il calandro e la monachella. Un cenno a parte merita la volpe, che essendo particolarmente adattabile, si trova in tutti gli ambienti citati, da quelli più antropizzati fin nelle zone altomontane al limite della vegetazione.

Storia Piedimonte Etneo nel suo nascere, agli albori del XVII secolo, fu battezzata con il nome di "Belvedere" grazie agli incantevoli panorami che si ammirano dalla colina ove sorge, sita ai piedi del vulcano sul versante orientale dell'Etna. All'epoca il territorio di Piedimonte Etneo faceva parte dei possedimenti dei Gravina Cruillas, baroni di Francofonte e principi di Palagonia, e fu appunto Ignazio Gravina Cruillas (1611-1685) che nel 1650 "principiò" sul feudo Bardella della baronia di Calatabiano "una nuova habitatione" chiamandola "Piemonte". Successivamente il nipote Ignazio Sebastiano Gravina Amato (1657-1694), nonostante l'opposizione della vicina Linguaglossa, ottenne dal Tribunal del Real Patrimonio la licenza "populandi". L'atto di vendita della licentia populandi fu stipulato il 30 agosto 1687, seguito il 22 settembre dal decreto viceregio che sanciva la nascita del nuovo paese.

Nonostante il nome richiesto alla Regia Curia fosse "Piemonte", continuò ancora a chiamarsi Belvedere, nome caro ai suoi abitanti. In seguito prevalse il nome Piedimonte, cui fu aggiunto Etneo nel 1862, per distinguerlo da altri paesi con identico nome.

Il fondatore non era andato oltre l'edificazione di una piccola chiesa, intitolata a Sant'Ignazio di Loyola, di una dozzina di "casuncole terrane", di qualche forno, di un piccolo alloggio per suo servizio. Il nipote, ottenuta licenza, lasciata Palermo,si trasferì nella baronia di Calatabiano, ove si fece costruire due comode dimore: una all'Aquicella (detta ora Castello di San Marco) e l'altra a Piemonte. Stabilitosi in questi luoghi nel 1689 vi realizzò altre costruzioni.

Fu Ferdinando Francesco (1675 - 1736), quarto signore di Piedimonte, il fautore della notevole espansione settecentesca del paese e l'impronta urbanistica che tuttora lo caratterizza grazie all'apertura di strade dalla larghezza inconsueta. Vennero realizzate importanti costruzioni, fra cui ricordiamo l'acquedotto, la Porta San Fratello, il Carcere, la chiesa di San Michele Arcangelo e il Convento dei Cappuccini. In questo periodo si registra un rilevante aumento della popolazione. Molti furono gli immigrati venuti dai paesi vicini, alcune famiglie vennero addirittura dalla Calabria, altre da Palermo a seguito del Principe.

Piedimonte continuò a crescere nel corso del Settecento, con l'apertura di nuove strade, la costruzione di palazzi lungo il corso principale e della Chiesa Madre con l'ampia piazza adiacente. Nel 1812 venne elevato a Comune e il primo sindaco fu il signor Domenico Voci, che era stato più volte amministratore civico.
Economia e turismo L'economia si basa prevalentemente sull'artigianato e l'agricoltura. La produzione agricola tradizionale si basa essenzialmente sull'agrumicoltura, la viticoltura (a buon titolo, infatti Piedimonte è inserita nel circuito delle città del vino) e l'olivicoltura con produzione di ottimo olio. Negli ultimi decenni, poi, si è molto sviluppata la coltura in serre soprattutto di piante ornamentali, e ultimamente anche di ortaggi. Purtroppo, l'elevato numero dei cascinali ridotti a rudere e dei terreni lasciati all'abbandono e alle sterpaglie è indice del continuo abbandono delle campagne, un tempo coltivate e verdeggianti, da parte della popolazione.

Sviluppato è il turismo: per la sua posizione geografica Piedimonte è luogo di transito per chi vuole raggiungere le parti alte della zona est del vulcano, mantenendo contemporaneamente un facile e veloce accesso alla costa ionica.

Le attrattive turistiche sono anche legate alle tradizioni popolari del paese. La festa del patrono, Sant'Ignazio da Loyola, che si svolge il 31 luglio, offre anche l'opportunità di partecipare a varie sagre locali, nonché al Trofeo di Sant'Ignazio, importante gara podistica che richiama atleti di fama internazionale. Tra le altre manifestazioni da ricordare l'Estate Piedimontese, durante la quale si svolgono mostre, concerti, rappresentazioni teatrali e tornei sportivi; e la Festa della Vendemmia che ogni anno, alla fine di settembre, rievoca le antiche tradizioni, gli antichi usi relativi, appunto, a quella che un tempo era la ricchezza delle contrade del paese.

l'ultima foto è di http://www.raffaeledavinci.it/paginehtml/piedimonte_etneo.htm

 

 

 

ESSENDO QUEST'AUTOLINEA IN PERENNE EVOLUZIONE, INVIATEMI LINKS, NOTIZIE E SEGNALAZIONI.

 mimmorapisarda@gmail.com

n sottofondo MI LASSASTI IN ABBANNUNU, da "LA CANZONE CATANESE TRA '800 E '900"intrepretate e arrangiate dall'Associazione Culturale