IL CALCIO

 

 

 

ll mio concetto di "pelota"

 

Volevo ancora credere che il calcio fosse sempre quello, quella benedetta palla bianconera che rotola ogni domenica sull'erbetta e che smettiamo di seguirla con gli occhi solo alla sigla di chiusura della Domenica sportiva. Volevo crederci ancora che era ancora quello. Mi ero illuso. 

Purtroppo è successa una cosa infame, che ormai conosce il mondo intero e che ci etichetterà come una delle tifoserie più violente, come una città troppo agitata. Non lo dicono o non lo vogliono dire nascondendosi sotto frasi come "poteva succedere dovunque". Ma lo pensano, eccome. E noi catanesi lo sappiamo, eccome.

Il calcio a Catania non era questo. E quanti ricordi di bambino in uno stadio pulito! Negli anni '60 mio padre fece fare a mia madre un maglione di lana a strisce rossazzurre. Ogni tanto mi chiedevo per chi fosse quel maglione e alla fine capii a chi era destinato: era la mia divisa da piccolo tifoso. Così ogni domenica allo stadio, ad ogni goal del Catania, mio padre mi prendeva in braccio e mi sollevava come una bandiera sballottandomi fra tante braccia festanti! Primitivo  tentativo di mentalità ultras!

Mi portava allo stadio fin dai tempi in cui il Catania era considerato l’ammazza-scudetti delle Grandi. Uno lo rovinò alla Juve e l’altro all’Inter di Herrera dopo che questi, dopo il 5-0 di San Siro nel girone di andata, considerò il Catania una squadra di post-telegrafonici che 

giocavano in un campionato aziendale. Poi al Cibali la pagò cara.

Ma il mio ricordo più bello è legato a qualche anno più tardi, alla partita Catania-Inter del 28.3.1971. Tipico dei ragazzini, la notte prima non riuscii nemmeno a dormire pensando di veder giocare la squadra del mio cuore: l’Inter! Era l’Inter zeppa di vice Campioni del mondo ai Mondiali di Messico ‘70: Mazzola, Facchetti, Burgnich, Bertini, Boninsegna.

Io ero seduto nella tribuna laterale con un mio amichetto, ma quando vidi quei colori nero-azzurri sbucare fuori dagli spogliatoi, cominciò a battermi il cuore. Non potevo rimanere là, dovevo vederli da vicino!

Col mio amico scendemmo sotto e andammo in curva, proprio vicino alla bandierina del calcio d'angolo per vedere meglio le azioni. Quel giorno pioveva, il cibali era un pantano, ma c’era abbastanza verde da far spiccare quei colori indossati dalla pantera Jair, da Mariolino Corso e da Bonimba. Vedere le mie figurine Panini lì davanti, in carne ed ossa, mi faceva venire i brividi. Quando smise di piovere, seppur inzuppato dalla testa ai piedi, ero ancora lì e al settimo cielo. L’erba bagnata emanava un fresco odore e potevo sentire Bordon mentre incitava Bellugi a lanciare il pallone verso l’ennesima cavalcata di Facchetti. Mi sembrava di stare in mezzo ai miei campioni. Non al Cibali, ma a San Siro. Cosa potevo desiderare di più a 13 anni? Oggi tutto questo sarebbe stato normale, ma negli anni Settanta no. Clamoroso al Cibali! In quel pomeriggio si è realizzato un sogno!

 

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Negli anni Settanta giocavo in una squadra chiamata Pollo d'Oro. Senza nulla togliere ad altre gloriose società catanesi come Massiminiana, Katane, Interclub, Palestro, Mongibello e Trinità, per blasone è una delle più famose e ricordate a Catania. Oggi questa squadra non esiste più perchè il suo creatore, Angelo Barbagallo, un presidente vecchio stampo alla Massimino, alla Rozzi, si è portato con lui tutto quel po' di gialloverde che era rimasto nel calcio etneo. 

Allora, per noi ragazzi delle Giovanili, l'allenatore (il mister) era come un padre. C'era un profondo rispetto per quella persona, sapevamo abbassare la testa se sbagliavamo, in casi estremi sapevamo anche porgere la guancia se sbagliavamo ancora di più, con rassegnazione sapevamo posare le nostre chiappe sulla panchina se per una partita non si giocava. Sempre con educazione, anche con i calciatori della prima squadra che vedevamo come persone anziane, come zii. Oggi chissà che fanno, ma allora i signori Sanfilippo, Cuntrò, Di Francesco (u cavaleri), Lumia, Consoli, Morgia, Barbagallo (schigghia), Belviso, Scirè, Tropea (topolino)  e Verderame erano abbastanza conosciuti e per me, giovane juniores, giocare il giovedì sera contro questa sorta di miti del pallone, "allenarli", spedirli incazzati anzitempo sotto la doccia perchè non riuscivano a far gol al mio portiere soprannominato "Pruvulazzu", era già una gran soddisfazione. Tempo fa, dopo tanti anni, incontrai uno di loro e mi disse che nel 1973 aveva soltanto 24 anni. Com'è possibile? Io lo vedevo come uno di quaranta, tanto era il rispetto che c'era nei confronti delle persone più anziane!

Figuriamoci cos'era per noi Presidente, l'autorità che a settembre inviava le convocazioni per la preparazione pre-campionato. Vedere nella buca delle lettere la busta intestata della Società era meglio della lettera di Babbo Natale. All'inizio del torneo tutti in sede a prendere in consegna la borsa (gialloverde, che anche a quei tempi non doveva essere tanto chic), la tuta d'allenamento, gli accessori e le scarpine, che erano i parametri della tua bravura. Si cominciava dalle Tepa Sport, ma se stregavi il Presidente potevi arrivare alle Atala (allora molto in voga) o addirittura arrivare al non plus ultra: la Pantofola d'Oro, la mitica scarpa di calcio costruita ad Ascoli Piceno e che era l'oggetto dei desideri di noi giovani calciatori. Se poi si otteneva la Super Pantofola, voleva dire che il Presidente era riuscito ad inserirti nella selezione provinciale, in mostra prima dell'estate, per gli osservatori delle grandi squadre del Nord.

Altri tempi. Solo recentemente, ho appreso che tempo fa l'allenatore della squadra allievi del Catania è stato massacrato di botte perchè non aveva fatto giocare un ragazzo di 13 anni!

Tutto diverso da quelle sensazioni. I ginocchi sbucciati sui campi di terra battuta come il Turati o il Duca d'Aosta, l'odore della crema Sifcamina sui muscoli e quello dell'alcool canforato sui polpacci, l'ormai familiare fetore dei paludosi spogliatoi, l'ansia o il piacere di rompere il fiato dopo il calcio d'inizio, l'emozione della "federalità" delll'incontro nel vedere la giacchetta nera dell'arbitro, l'incoraggiamento ai compagni prima di entrare in campo, i battiti del cuore nel vederti nella lista dei titolari al sabato sera, nella sede sociale. E poi quella rete, quella rete di plastica che dava tanta gioia quando la vedevi felicemente gonfiarsi.

E come scordarsi delle voci di Enrico Ameri e di Sandro Ciotti nelle autoradio delle nostre Cinquecento? Solo loro potevano farti immaginare di essere lì, sugli spalti di Vicenza o al Comunale di Torino.

Ecco, questo per me era il calcio. Ma forse è ormai troppo tardi per cambiarlo, perchè gli interessi economici e televisivi hanno il sopravvento anche su eventi tragici come quello del 2 febbraio. Ma quanta nostalgia di quel calcio genuino che ricordo io!

Quelli, per me, erano i campioni. I calciatori che vedevi soltanto sull'album Panini oppure seduti la domenica sera da Alfredo Pigna con le loro enormi basette che giganteggiavano su enormi nodi alla cravatta. Che non sapevano nemmeno parlare, che si vergognavano davanti alle telecamere, che nemmeno si sarebbero sognati di dire "life is now" o di fare i commentatori. Stadi quasi in religiosi silenzi interrotti soltanto dai boati degli autentici sportivi, gente composta che però sapeva stare al suo posto. Le marcature ad uomo, il terzino sull'ala sinistra, lo stopper incollato sul centravanti, lanci lunghi senza fretta, col tempo di ragionare o di avere un'ampia visione di gioco. Oggi non lo potrebbe fare perchè si beccherebbe settanta calcioni in novanta minuti e con la palla al piede non gli lascerebbero nemmeno il tempo di capire con chi sta giocando, ma quando Rivera (qui riportato solo in maglia azzurra, non potevo tradire la mia Inter fino a questo punto!) riceveva il pallone dai "portatori d'acqua" o da mediani leggendari come Benetti, Furino, Bertini, Lodetti, Bedin, Agroppi, aveva davanti a sè delle praterie immense per mettere in moto il suo genio e lanciare la punta: Chiarugi, Pierino Parti o, in Nazionale, Gigi Riva. Ed era puro spettacolo!

Già, Riva. Secondo me il miglior attaccante della storia del calcio italiano. Quando era in attività anche lui era un semidio come i campioni di oggi, chi lo guardava arrivare da dietro la porta avversaria poteva avvertire il rumore dei suoi passi potenti mentre scattava per farsi trovare pronto all'appuntamento con l'oggetto del suo desiderio: una sfera di cuoio da scaraventare in porta con una potenza inaudita. Proprio per questo lo chiamavano Rombo di tuono, come il nomignolo di un Dio greco.
A Catania, durante un Palermo-Cagliari di serie A in campo neutro (è proprio una maledizione, siamo stati sempre monelli!) una volta lo vidi scagliare uno di quei suoi palloni. 11 febbraio 1973. Ero dietro la porta del portiere palermitano, Girardi, e lo vidi avvicinarsi all'area avversaria; da lontano era piccolo piccolo, man mano che si avvicinava diventava sempre più grande, sempre più grande.. e, come Achille, si sollevò da terra in una armoniosa festa di nervi e tendini, fece plastici movimenti degni dei disegni di Leonardo e infine tese la sua coscia sinistra gonfia di  muscoli (e non di strane sostanze). Quello straordinario balletto si concluse con un fragore che rimbombò fin nei quartieri adiacenti lo stadio e l'impossibilità da parte del sottoscritto di vedere quel pallone viaggiare, tanto andava veloce. Commovente! Adesso fa il dirigente della FGCI. Già, soltanto un Sig. Riva Luigi da Legnago, che oggi accompagna giovanotti in  azzurro, ignari di chi fosse stato veramente quell'uomo in giacca e cravatta. Ma forse è meglio così, l'anima di Gigi Riva non è a Coverciano ma all'Olimpo del calcio.
Solo lui, assieme a pochi altri, mi hanno fatto divertire. L'ultimo è stato Roberto Baggio. Era bello vederlo "sciare" con la palla ai piedi lasciando a terra tre, quattro, cinque avversari. Ricorderò sempre quel codino che svolazzava una volta a destra e una volta a sinistra, come il timone che governa le ali dell'aquila in picchiata….codino a destra: schh-tam-gol, codino a sinistra: schh-tam-gol.….un fruscìo di capelli, il rumore di tacchetti che accarezzavano il Dio Palla completamente ai suoi piedi, mentre gli implorava "fai di me quel che vuoi, che mi sto divertendo tanto". 

Ecco, il calcio è soprattutto divertimento. Diversamente da quello che oggi è diventato. Al contrario di altri sport, dove i movimenti rasentano la monotonia, dal calcio ti puoi aspettare di tutto, sempre qualcosa di diverso, di geniale. Una partita al pallone non sarà mai uguale a quella precedente o a quella successiva. Ecco perchè sono ancora legato soprattutto a quello di trent'anni fa. So pure che dovrò aspettare anni per rivedere quelle discese, quelle acrobazie, forse non le vedrò mai perché il calcio di oggi non è fatto per i giocolieri ma per i gladiatori. Mi accontenterò di rivederli in "Sfide".
E poi c'è da dire che allora i calciatori avevano attaccamento alla maglia, alcuni erano delle bandiere dei loro clubs. Oggi hanno smesso, ma le loro
non saranno mai delle semplici scarpette attaccate al chiodo, di quelle che puzzano e che magari ammuffiscono nell'oblio. Non emaneranno cattivi odori perché sono state usate da chi ha fatto della sua passione un esempio per i giovani, un modello di come deve essere davvero lo sport. Sanno di pulito. 

Sono le scarpette prima di tutto di veri uomini, e poi di campioni.

 

 

 

 

 

 

 

 

A lato, rispetto alle rigide norme di sicurezza di oggi, ecco come si assisteva alle partite, tutte giocate nel benedetto pomeriggio domenicale. Allora non c'era Sky che spezzettava e per sapere se un gol era in fuorigioco bisognava aspettare la Domenica Sportiva di Alfredo Pigna.  

 

 

'U CATANIA

 

 

 

 

 

 

Il Catania. Versione maschile dell'amore per questa terra. Non "LA" ma "IL", anzi "U Catania. Tre sono le cose che non bisogna togliere al catanese: A Santuzza, i masculini (le alici) e 'u Catania.  

E' stato da sempre la  passione domenicale alle falde dell'Etna.  Generazioni e generazioni di catanesi si sono recati al vecchio Cibali per godersi il  loro Catania. Quante domeniche col falsomagro ancora da digerire e portato appresso nello stomaco  mentre si cercava il parcheggio, acquistare l'ultimo biglietto ai bagarini, cercare l'amico che ti faceva entrare! 

Al contrario di altre città italiane dove si entra con calma e ci si va a sedere al proprio posto, al Cibali il varcare la soglia dell'accesso  diventa una sorta di manche di "Giochi senza frontiere" . Si corre, si corre per arrivare a prendere il posto migliore. Voi direte, ma non c'è l'abbonamento?  L'abbonamento è relativo, qui a Catania tutto è relativo. Se potesse, la Società metterebbe sulle tessere la postilla "N.B.: chi ultimo arriva male alloggia". E quando si comincia a vedere il verde terreno di gioco, a respirare l'odore di erba appena tagliata, il catanese (di qualsiasi ceto) appena seduto al suo posto, si trasforma: diventa "tifusu do' Catania".

E quando si comincia è uno spettacolo di colori e di suoni. Sfido chiunque a recarsi allo stadio e vedere una partita senza farsi distrarre dalle coreografie, dalle bandiere, dalle "liscie" battute in tribuna, da quello che c'è scritto sugli striscioni. Impossibile. Oggi i tifosi, specie quelli della Nord, sono ancora più pazzi. E come loro, lo è diventata anche questa squadra che ci sta regalando immense soddisfazioni: i calciatori sono diventati pazzi, come i loro tifosi. Quando in campo cominciano a sentire dalla curva "noi vogliamo questa vittoria", tutti insieme si trasformano come per dovere. E' uno stato che dura una decina di secondi, i loro occhi diventano quelli di una tigre e sugli spalti si percepisce questa sensazione, e se ne accorgono tutti: in quei dieci secondi il Catania "vuole" segnare, deve segnare. E accade.

E quando segna, la Nord continua a cantare ininterrottamente per mezz'ora. Anche se la squadra è in svantaggio, come ha fatto a San Siro mentre perdeva con l'Inter, come ha fatto all'Olimpico mentre incassava i gol dai centurioni romani. A Roma tutto lo stadio  quasi si commosse a vedere quella scena che rimarrà nella storia del calcio: la squadra ospite perdeva 7 a 0, ma dalla curva cantavano continuamente come se nulla fosse accaduto, come se il risultato fosse in parità. Sembrava proprio quella scena del film Quo Vadis, quando Nerone vedeva i cristiani che al Colosseo andavano incontro alla morte e cantavano, cantavano. Certo, dai cori in trasferta in tutta Italia si capisce subito che i "cantanti" sono marca Liotru. L'accento li tradisce anche nel canto: "Canto per te" diventa "... canto ppe tte, solo ppe tte, solo ppe tte, solo ppe tte!".

In ogni partita, nel settore ospiti dello stadio volteggiano le bandiere delle squadre avversarie ed ogni tanto i loro tifosi osano insultare quelli rossazzurri.  Al "Catania vaffanculo"  chiunque si aspetterebbe la pronta risposta, cioè un'offesa alla città degli ospiti, no? E invece no, qui al Cibali è diverso. Se, per esempio, la Samp ci insulta non le si risponde con "Genova vaffanculo" ma con "Palermo vaffanculo, chi non salta rosanero è". Pazzi, no? Chiunque siano gli ospiti, gli insulti di ricambio sono riservati solo ai cugini. Assenti,  ma sempre odiati cugini. E' un odio profondo che si trascina da un cinquantennio.

Ma pazzi anche la domenica mattina, quando si sa che quella domenica è speciale perchè il Catania gioca in casa. Recentemente, passeggiando in via Umberto, ho visto davanti al semaforo un signore, fermo in fila, che gridava dentro la sua auto. Ho guardato meglio: aveva l'autoradio accesa e stava ascoltando musica. Potevo capire Pausini, Ramazzotti, al limite Gigi D'Alessio o addiritture le  canzoni napoletane..... No, era "Alè Alè  Alè Alè Vulcano! Perchè il Vulcano è la terra che amiamo, dell'eruzione ce ne freghiamo! Alè!", uno degli inni della sua squadra, e lui gli andava appresso cantando a squarciagola. In parole povere: si stava caricando per il pomeriggio!

Quello che da un paio d'anni sta accadendo nel calcio catanese è qualcosa di veramente magico, che sta coinvolgendo tutti. Un ringraziamento personale va al Presidente che ha costruito questo splendido giocattolo: Nino Pulvirenti, l'esempio che anche a Catania, rimboccandosi le maniche senza bisogno di piagnistei, raccomandazioni e sit-in davanti ai palazzi si può arrivare in alto, molto in alto. Come è arrivato lui con la sua flotta aerea tutta marca Liotru.

E non può essere dimenticato il Presidentissimo, al quale ho dedicato una pagina:

 

 

 

 

Questo era quello che c'era scritto in questa pagina prima di Catania-Palermo.

 

poi successe questo:

 

LA MASSIMINIANA

La squadra che militò in serie C1 e che riuscì anche a lanciare Pietro Anastasi
Profondo cordoglio ha destato tra i tifosi la scomparsa di Pippo Massimino, fratello di Angelo e Turi, morto anch'esso non più di un mese fa. A Pippo Massimino sono legati i cari e vecchi ricordi della Massiminiana Calcio di Polizzo Samperi, Ursino che non pochi tifosi ricorderanno, che arrivò a militare in Serie C1 che a quell'epoca si poteva considerare una Serie B.
Pippo Massimino in quel tempo fu il fondatore di questa società che si levò parecchie soddisfazioni e lanciò nell'olimpo del calcio giocatori del calibro di Pietro Anastasi, centravanti dalle grandi doti che militò nel Varese, nella Juventus, nell'Inter e nella Nazionale Italiana e che siglò un gran gol nel 1968, nella finale dei campionati d'Europa, alla Jugoslavia.
Inoltre Pippo Massimino, come i fratelli Turi e Angelo, apparteneva a una grossa famiglia di imprenditori degli anni Sessanta.
L'Associazione Calcio Massiminiana era una squadra di calcio di Catania fondata nel 1962 da Giuseppe Massimino, che rilevò il titolo della SCAT. Disputò per la prima volta il campionato di Serie D nel 1964. L'anno successivo vinse il proprio girone e fu promossa in Serie C, campionato in cui militò per quattro stagioni consecutive ottenendo questi risultati: 10° nel 1966-67, 12° nel 1967-68, 17° nel 1968-69 e 19° nel 1969-70. Nel 1969-70 retrocesse in Serie D dove giocò dal 1970 al 1976. Nel 1976 retrocesse e dopo poco scomparve. Giocarono con la Massiminiana, tra gli altri, Pietro Anastasi e Memo Prenna. I colori sociali della Massiminiana erano il giallo e il rosso.
Soprannominato "Petru u turcu" o "Pietruzzo",centravanti, esordì giovanissimo in Serie D con la Massiminiana di Catania, mettendosi in luce nel suo secondo campionato, il 1965-66, segnando 18 reti. A vent'anni, passato al Varese, si fece strada segnando goal a raffica che gli valsero l'ingaggio nella Juventus, il massimo sogno per un ragazzo del Sud quale era lui. Esordisce così in Serie A nel 1967, non ancora ventenne, ma segna 11 reti che gli valgono la prima convocazione in azzurro (dopo quelle dell'under 21 e della nazionale B). Esordisce con la nazionale maggiore l'8 giugno 1968 nella finale europea a Roma contro la Jugoslavia, finita in parità. Nella ripetizione segna il gol del 2-0, laureandosi così a pieno titolo campione d'Europa.

Diventerà uno dei protagonisti della Juventus per tutta la prima metà degli '70, dando un grosso contributo ai titoli del 1971-72, 1972-73, 1974-75. Fu ceduto all'Inter nell'affare Boninsegna, ma in nerazzurro dimostrò segni di precoce invecchiamento, non riuscendo più a segnare come un tempo. Fu così ceduto all'Ascoli nel 1979, squadra con cui chiuse la carriera dopo 3 campionati in massima serie.
In campionato ha giocato 338 gare di Serie A, segnando 105 reti.
Con la Juventus ha disputato 205 partite di campionato segnando 78 reti.

Per 3 volte è stato il terzo cannoniere della Serie A (1968-69, 1969-70 e 1973-74).

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adesso avete capito perchè chiamavano "Petru u turcu" quel ragazzino

 che giocava alla cava ad Aquicella?

 

 

Dissero subito: «Come calciatore è un paradosso». Avevano ragione: la lacuna più evidente finiva per essere la sua arma segreta; risolveva i problemi creati dal palleggio incerto con uno scatto ed una velocità impressionante. Lo stop appariva sempre o quasi, approssimativo, ma lui riusciva a raggiungere la palla prima degli avversari.
Pietro Anastasi, è stato un centravanti importante sia per la Juventus, che per la Nazionale ed, a lungo, ha rappresentato un modello per i giovani del più profondo Sud alla ricerca di quell’affermazione sportiva che, ogni tanto, diventa vero riscatto sociale.
Nasce a Catania il 7 aprile 1948, la famiglia non è ricca. «Sette persone in due stanze», ha raccontato un giorno. Come per altri ragazzi, il suo primo problema fu la scuola, visto che non gli piaceva. Un giorno in classe ed un altro in piazza con una palla fra i piedi spesso nudi per non rovinare le scarpe. Poi il calcio diventò la sua ragione di vita. La carriera fu rapida e, naturalmente, il successo arrivò presto. Due anni nella Massiminiana (girone F della serie D) e trasferimento al Varese nel 1966.
Due stagioni in Lombardia e poi la Juventus che vinse la serrata concorrenza dell’Inter: fu pagato un prezzo record, 660 milioni. È il 1968, un anno magico per il calcio italiano. In Italia si disputa il campionato d’Europa e, per la Nazionale è l’occasione per tornare fra le grandi potenze del calcio. La sera di sabato 8 giugno, allo stadio Olimpico, l’Italia è in finale contro la Jugoslavia. Anastasi esordisce in azzurro, ma non si distingue in una squadra che non soddisfa. Il pareggio 1-1 è un premio immeritato per i nostri colori, ma due giorni più tardi, nella finale-bis, c’è una prova d’orgoglio degli italiani. È il trionfo: goal di Riva e, bellissima, in mezza rovesciata, la replica di Pietruzzu.
Molto intuito, nel gioco di questo calciatore, molto genio e, purtroppo, anche molta sregolatezza: sarà il suo limite. Due anni più tardi, è atteso con curiosità al Mundial messicano. È in gran forma, ma uno stupido incidente lo costringe al forfait poche ore prima della partenza. Lo sostituisce Roberto Boninsegna che, più tardi, prenderà il suo posto anche nella Juventus. Partecipa anche al Mondiale del 1974 ma, a quel punto, la carriera di Pietro è già verso l’epilogo. In Nazionale giocherà 25 gare ed in totale realizzerà 8 volte.
«Le mie qualità migliori erano lo scatto, la velocità e l’altruismo. E seppur scendessi in campo, anche in Nazionale, con la maglia numero nove, spesso mi posizionavo sulla sinistra, per effettuare dei cross a favore del compagno di reparto. Insomma, ero un uomo d’area che sapeva anche manovrare».
Quando, per la prima volta, arriva in Galleria San Federico, sede juventina, è senza cravatta, ed il presidente di allora, Vittore Catella, lo avverte: «Quando si presenta in sede sarà bene, d’ora in avanti, che si vesta con regolare camicia e cravatta».
Ma il contratto è buono e la cifra concordata anche. L’allenatore è Heriberto Herrera, il Ginnasiarca, uno che non cerca e non concede simpatia. Ad Anastasi, che in allenamento non riesce ad interpretare uno dei tanti schemi, una volta urla, davanti a compagni, giornalisti e tifosi: «Tonto, stia a guardare, perché lei non capisce niente!»
È un rapporto, questo con la Juventus, che non sarà mai sereno. Quando torna a segnare con una certa continuità, allo stadio compare uno striscione: Anastasi, il Pelè bianco.
Le cifre: 302 partite e 129 goal, il 1971/72 è l’anno del suo primo scudetto, subito bissato l’anno seguente. Il terzo tricolore lo conquista nel 1974/75, sempre in bianconero, naturalmente. Lascia la Juventus per l’Inter, nel 1976/77, poi l’Ascoli e l’addio ai campi di calcio con un bilancio brillante.
Anni dopo disse: «Andai via, perché ebbi un litigio con Parola, dopo una trasferta in Olanda, ma con la società sono sempre rimasto in ottimi rapporti. Alla Juventus è dove mi sono trovato meglio e rimarrò sempre un tifoso juventino».


DI ALBERTO FASANO, DA “HURRÀ JUVENTUS” DELL’APRILE 1981:

Anastasi, detto Pietruzzo è stato forse il caposcuola, il pioniere dei calciatori che dal Sud sono arrivati al Nord per fare fortuna. Non tutti sanno che a determinare il destino di Pietro Anastasi fu, probabilmente, una donna incinta presentatasi all’aeroporto di Catania e supplicando che la lasciassero partire anche se non aveva un posto sull’aereo, perché doveva assolutamente recarsi a Milano. Quel gentiluomo che era Casati, allora general manager del Varese, le concesse il suo posto, accettando di partire la sera dopo. Lunedì pomeriggio Casati si recò al Cibali per assistere ad una partita tra squadre ragazzi; in una di quelle squadrette giocava un certo Pietro Anastasi. Casati lo osservò attentamente e l’affare venne concluso in poche ore. Pietruzzo si comperò una giacca nuova ed una valigia fiammante per salire al Nord. Divenne famoso a suon di goal, iniziando la carriera proprio nelle file del Varese.
D’acchito il Picciotto vinse la propria battaglia, quella contro il mostro del Nord, cioè il gelo, l’indifferenza, l’incomunicabilità. Vinse senza mai sottrarsi al pericolo di certe battaglie, ma affrontandole a viso aperto anche quando sapeva di rischiare grosso.
Doveva finire all’Inter, ma Gianni Agnelli soffiò il giocatore a Fraizzoli e lo vestì in bianconero quando già era stato fotografato in nerazzurro per la gioia illusoria dei tifosi interisti. Alla Juve fece fortuna e venne idolatrato dalla folla: era il centravanti che nelle iperboli tifose si vide etichettare come Superpietro, Pelé bianco o cose simili. La sua figura si installò in paradossali ex voto sportivi e venne ripetuta per centinaia di pose fotografiche in alloggi torinesi, in case siciliane, dietro il letto, sulla porta della cucina, alla sommità di cassettoni e credenze.
Allo stadio Comunale, in maglia bianconera, cominciò non la vita, ma la leggenda popolare di Pietruzzo. Robusto, seppur piccolo, veloce e sgambettante, carico di fantasie da cortile, un acrobata istintivo: questo il giocatore. Come ragazzo era simpatico, ingenuo, modesto, con qualche improvvisa punta d’orgoglio.
Quando nel 1968 arrivò alla Juventus aveva solo vent’anni e tanto entusiasmo. Lo gelarono subito, anche se si era in piena estate: il presidente Catella, piemontese di stampo antico, lo strigliò subito per aver osato presentarsi al raduno senza cravatta. Così lui, che era arrivato al primo appuntamento con la “Vecchia Signora” timido e sorridente, se ne andò con gli occhi rossi. Né quelle lacrime furono le ultime. A settembre, la lezione tattica di Heriberto Herrera gli gonfiò di nuovo gli occhi di pianto. Per fortuna, quando era sul campo tutto filava a gonfie vele: 28 partite, 14 goal, tre in più che la stagione precedente nel Varese.
Nemmeno la gloria (con tanto di maglia azzurra della Nazionale ed un titolo di Campione d’Europa) è stata un passaporto sufficiente per l’amicizia: si sentiva scartato, isolato e così si chiudeva sempre più in sé stesso. La sua ombrosità, logica conseguenza della difficoltà di comunicazione, veniva scambiata per selvatichezza e qualcuno ci ricamava sopra, sino all’insulto.
La stagione successiva le faccende calcistiche andarono ancora meglio: 29 partite, 15 goal. Ma a fine campionato la fortuna gli voltò le spalle: alla vigilia della partenza della squadra nazionale per il Messico, dove erano in programma i Campionati del Mondo, Pietro venne colto da violenti dolori. Fu ricoverato in clinica ed operato. Addio Nazionale, addio Mondiali. La sfortuna continuò poi a perseguitarlo, non ritrovò più per la successiva stagione lo smalto dei giorni migliori, segnò soltanto sei reti, perdendo anche quei pochi amici di passaggio che era riuscito a racimolare. Ma la straordinaria forza di volontà lo tenne a galla, in attesa di giorni migliori, del successo definitivo.
Fu proprio allora che Anastasi iniziò un processo irreversibile, quello che fece di lui un autentico uomo, un personaggio di successo. L’introverso Picciotto, ex raccattapalle del Cibali, egoista in campo, scontroso fuori, aveva finalmente imparato a comunicare, dentro e fuori del calcio, fino a diventare un protagonista: Campione d’Italia, uno dei migliori, un autentico leader.
Pietro ricorda ancora quel periodo: «Sì, me lo dicevano tutti ed anch’io dovevo constatare il cambiamento, il miglioramento. Ma una ragione precisa non c’era, al di là del fatto che con gli anni ero un po’ maturato. Quando ero arrivato alla Juventus, diffidavo di tutti, dei giornalisti in particolare. In campo pensavo solo a mettermi in luce, al tornaconto personale. Poi diventò tutto diverso e mi accorsi che contava prima la Juventus e poi Anastasi; per la squadra ero disposto a fare qualsiasi sacrificio».
Sicuramente gli giovò molto il matrimonio, placandone la scontrosità e regolandone gli eccessi gastronomici: «A me piacevano i cibi piccanti, la cucina siciliana; molti miei periodi non positivi furono determinati da una pessima condizione fisica, conseguenza di disturbi intestinali. Un giorno decisi di abolire salumi e salse piccanti; la salute tornò e la condizione tecnica ne trasse giovamento».
Poi la moglie, Anna Bianchi, gli regalò due figli ed altri importanti equilibri vennero conquistati. Fu quello il periodo migliore della sua carriera, quello in cui riuscì a riconquistare stabilmente il posto in Nazionale, arrivando poi a collezionare ben 25 gettoni di presenza. Vinse lo scudetto al termine della stagione 1971/72 (giocando tutte e 30 le partite) e fece il bis nel 1972/73, giocando 27 gare su 30; il terzo titolo di campione d’Italia arrivò al termine della stagione 1974/75, anno in cui Pietro giocò 25 partite.
Il divorzio dalla Juve avvenne nel corso della stagione 1975-76. Ritenendo di essere stato preso di mira dall’allenatore Parola, il Picciotto si lasciò andare a roventi e polemiche dichiarazioni nella settimana precedente un delicatissimo derby con il Toro. La Juventus era stata sconfitta a Cesena e stava preparandosi a disputare l’incontro con il Torino. Anastasi, dopo un allenamento al Combi, improvvisò una conferenza stampa, nel corso della quale vuotò, come si suol dire, il “suo” sacco, pieno di livore ed incomprensioni. Un attacco preciso verso l’allenatore Parola e certi compagni di squadra.
Come è nel proprio stile, la Juventus tolse di squadra Anastasi il quale, nella stagione successiva, venne ceduto all’Inter in cambio di Boninsegna. Tutti i tifosi bianconeri ricordano ancora le notizie sensazionali apparse sui giornali di quel 9 luglio 1976. La Juventus annunciava il trasferimento di Anastasi alla società nerazzurra che cedeva ai bianconeri il centrattacco Boninsegna, con l’aggiunta di 750 milioni. Contemporaneamente Capello veniva ceduto al Milan e la Juve aveva in cambio Benetti più cento milioni. Un’operazione sensazionale che portava la Juve sulla strada di altri trionfi.
Anastasi, dopo l’Inter, approdò ad Ascoli. Forse era anche il traguardo cui Pietruzzo anelava, dopo aver perso la gloria della casa bianconera. Ascoli ha rappresentato la tranquilla città di provincia dove il Pelè bianco sta oggi per terminare la sua lunga e tormentata carriera. Da Catania a Varese, da Varese alla Juve, poi all’Inter ed infine all’Ascoli: una carriera da emigrante, ma con la solida soddisfazione di aver guadagnato molto e di aver contato qualcosa in questo sport che sovente uccide gli idoli.
Anche all’Ascoli il Picciotto ebbe momenti di autentico fulgore e di gloria. Con la maglia della squadra marchigiana ebbe anche la soddisfazione di consumare la sua piccola vendetta verso quella Juventus che, sono parole sue, «avevo amato come nessuna altra cosa al mondo, per un calciatore!»
Il 30 dicembre 1979 l’Ascoli venne a giocare al Comunale: Pietro Anastasi sul suo campo, contro la sua Juventus. Il centrattacco, da lungo tempo, era fermo al goal numero 99; sperava di trovare il centesimo goal proprio contro la Juventus e l’impresa gli riuscì. Dopo otto minuti di gioco, con una elevazione felina, colpì la palla di testa e la depositò alle spalle di Dino Zoff. L’Ascoli doveva poi vincere per 3-2 l’incontro, mettendo in crisi la Juve. Una crisi passeggera, s’intende. La Juventus è rimasta nel cuore di Pietro Anastasi, nulla al mondo potrà cancellarne il ricordo.
Abbiamo visto recentemente Anastasi ed abbiamo parlato dei tempi felici in cui guizzava come un fulmine verso la rete avversaria e mandava in delirio i suoi fans con i goals più pirotecnici e brasiliani. Anastasi ricorda tutto e tutti, la sua amicizia con Bettega, l’unico che seppe in certo qual modo sgelarlo dal mondo di diffidenza ed incomprensione in cui era vissuto per molti anni. Della città di Torino, in fondo al cuore, ha una certa nostalgia.
Forse si rivede ragazzo, correre disperatamente dietro ad un pallone, su un prato d’erba ispida, sotto il cocente sole di Sicilia. Forse ricorda il giorno in cui sbarcò a Torino e la leggenda si colorì con i toni di una ballata da cantastorie. Nel formicolio delle mansarde, degli agglomerati umidi delle periferie abitate dalla gente della sua terra, il Pelé bianco riuscì a portare lume con le sue acrobazie e con il suo nerissimo ciuffo di capelli. La gloria arrivò presto e lo sistemò su un solido piedistallo. Pietro sa che la gloria aveva un nome: Juventus. Per questa ragione non ha mai dimenticato la società bianconera ed i tifosi che dalla curva Filadelfia urlavano il suo nome: “Pietro, Pietro!"


DI VLADIMIRO CAMINITI:
Anastasi fu ingaggiato da Vittore Catella, previo interessamento dell’Avvocato Gianni al patron dei frigoriferi Giovannone Borghi, un uomo doppio, ma soltanto nel fisico, mento doppio, sopraccigli doppi, pancia se vogliamo tripla; però, una persona lastricata di buone intenzioni, Borghi aveva quasi raggiunto l’accordo con l’Inter per l’osannato centrattacco del suo Varese, ma all’ultimo momento fu galeotta una questione di compressori per frigoriferi, ed Anastasi passò alla Juventus, dopo che aveva già indossato in amichevole la maglia nerazzurra. I benpensanti si scandalizzarono. In realtà, il trasferimento fu solo rinviato di alcuni anni, i migliori della carriera del Picciotto, di pelle quasi scura, due occhi balenanti, una tosta furbizia, due svelte gambe di levriero.

Alla Juventus trova il fustigatore dei costumi Heriberto Herrera, che aveva nell’arcaico grandissimo Gipo Viani uno dei suoi pochi veri estimatori in un Paese calcistico schiavo della pigrizia tecnica: «La Juventus sta praticando il gioco più moderno del mondo, è finita l’epoca degli specialisti; io faccio solo il goal, io difendo e basta», diceva il Ginnasiarca prima dell’inizio del campionato, deludente per la Juventus, non per Pietruzzu, il cui bottino fu di 14 goal, rivelando tutta la sua astuzia istintiva e di volo un destro sciabolatore che levati.
Durante un allenamento, il Ginnasiarca pescò Pietruzzu in ritardo su un esercizio. Il cicchetto del mister fu poderoso. Il ragazzo s’avvampò e pianse. Furbo, ghiotto di tutto, soprattutto di popolarità, colpisce che non ami parlare nel dialetto di Meli. Si esprime in compìto italiano, insomma, e va a miracol mostrare del suo stile impolverato (i primi calci li ha dati scalzo, sui terreni aridi della periferia di Catania) già in questo primo campionato juventino: 1968/69.
La fama gli da subito un po’ alla testa. Con i cronisti, anche con me, ha rapporti difficili. Nello spogliatoio qualche compagno, ad esempio Furino, non ci andrà mai d’accordo. Voglio dire che ha spesso atteggiamenti spocchiosi. Pure, la Juventus ha cambiato il modo di vivere il calcio; è datato Heriberto Herrera il rinnovamento tecnico che prosegue clamoroso proprio alla fine di questo campionato, quando avanza sulla scena monsù Rabitti e la squadra ripiglia confidenza con le vittorie strappa applauso.
L’Avvocato ha già richiamato Boniperti come amministratore delegato; presto lo farà presidente, e sarà il primo presidente anche tecnico nella storia del nostro calcio. Nascerà la Juventus ineguagliata ed ineguagliabile del collettivo in campo e fuori campo. Anastasi ha tutto il tempo, sono sei anni di gioie e di rabbuffi, di goal maiuscoli e di sensazionali strafalcioni, per lasciare un’impronta. Non si era mai visto un centravanti come lui. L’istinto s’incarnava in uno scatto abbagliante come le onde del mare etneo al suo sole infuocato.
Arrivando in bianconero, è famoso; in maglia azzurra si è laureato a Roma campione europeo. Paragonato ai centravanti tradizionali, è un misto di Gabetto e Lorenzi, ha più estro che tecnica, più possesso fisico dell’azione che senso tattico; caccia il goal come uno stallone la femmina. Quando al povero Picchi subentra Vycpalek mal gliene incoglie, perché Cesto è bonario ma caustico, ama le posizioni chiare, la lealtà. Anastasi ha atteggiamenti da divo in uno spogliatoio dove legifera il collettivo. Ma subito per me diventa Pietruzzu, gioca partite stupefacenti e segna molti goals decisivi. Forse il campionato del primo scudetto bonipertiano (1971/72) è pure il suo più efficace, se anche segna 11 goal il suo apporto è trascinante, per supplire, insieme a tutti, all’assenza nevralgica di Bettega ammalatosi.
«Quel campionato rappresentò il primo traguardo della mia carriera e dell’esperienza juventina. Arrivai al nord che ero davvero un ragazzino e presto diventai uomo, anche in virtù dell’aria che si respirava in società: erano i tempo di Catella, Giordanetti, Allodi e, soprattutto, Boniperti».
Un campionato tormentoso e per Cesto drammatico che si risolve in volata, con un bel 2-0 al Comunale inflitto al Vicenza. E si può ben dire che questa Juventus di Anastasi si riallaccia alla migliore tradizione della società, vince con una sola lunghezza (43 a 42) su Milan e Torino (che un sardo di nome Giagnoni pilota con demagogica sciarpa), ma è come sta scritto nel suo stemma, la vittoria del forte che ha fede.
Anastasi vincerà altri due scudetti, quello numero 15 in cui assopirà un tantino il suo vulcanico talento, con soli 6 goal e l’ancora arzillo Altafini che ne fa ben 9, suo sostituto o suo partner, in 23 partite; Vycpalek ha perso l’adorato Cestino, ma non perde mai la calma, tecnico pacioso e profondo.
C’è qualcosa che non va nei costumi atletici del catanese? Ha qualche problema privato? Si può rispondere, senza indugio: quel suo gioco tutto istinto, i suoi scatti a ripetizione, lo logorano; senza la forza fisica rapinosa di un Chinaglia, non è meno rapinoso il suo gioco che siede i portieri. Rivivrà diversamente, com’è diversa Catania da Palermo, il mare etneo dal mare di Mondello, questo scatto in Schillaci. Alla conquista del suo terzo scudetto, campionato 1974/75, Anastasi arriva in coppia con Damiani, 9 goal a testa, uno in meno l’eterno Altafini.
Lapilli e scaglie dorate del suo scatto inimitabile sono ormai cenere; con un colpo di genio Boniperti, nell’estate del 1976, lo scambia con l’anziano Boninsegna. Il Pelé bianco naufragherà nelle nebbie di Milano.
 

http://ilpalloneracconta.blogspot.it/2008/04/pietro-anastasi.html

 

 

 

 

 

L'ATLETICO CATANIA

La società sportiva "Atletico Catania s.r.l." nasce nel 1986 , dal cambio di denominazione e relativo trasferimento a Catania della squadra di calcio "S.C. Mascalucia 1969" . L' Atletico Catania nel suo primo campionato a Catania , CND del 1986/87 , con il presidente Salvatore Tabita raggiunse l' importante traguardo di vincere il campionato e di ottenere così la prima storica promozione nel campionato di serie C2 .
L' Atletico Ct. quindi , nella stagione 1987/88 , partecipò per la prima volta ad un campionato professionistico di serie C2 (girone D) . Tutte le partite si disputarono sul manto erboso del “Cibali” . Il girone D di C2 era composto da molte società siciliane (Palermo, Giarre, Siracusa, Trapani) e da squadre molto

ostiche per questi campionati come la Juve Stabia la Turris o la Cavese . Nonostante il difficile campionato l' Atletico Ct. riuscì ha farsi valere e raggiunse un' importante salvezza con il 10° posto nella classifica finale . La foto accanto riporta la formazione atletista durante la trasferta nel derby contro il Siracusa .
Il secondo campionato di C2 del 1988/89 l' Atletico Catania lo disputò invece a Lentini . Tenendo conto che la Leonzio nel 1988 era fallita e visto il poco pubblico che riusciva a racimolare l' Atletico al Cibali , in un costoso campionato di C2 , il Cav. Salvatore Tabita fù costretto , per non portare al fallimento la società , nell' amara decisione di effettuare questo trasferimento a Lentini . L' Atletico Ct. giocò un ottimo campionato e raggiunse il 4° posto finale. Finito il campionato iniziò però un periodo di crisi e dopo una lunga trattativa , sostenuta dal segretario generale Arturo Barbagallo, arriva un nuovo presidente l' ex dirigente del Catania Calcio Franco Proto . Proto era l' unico presidente che aveva quello di cui c' era di bisogno i "soldi" , ma il suo unico e vero obbiettivo era quello di riportare l' Atletico , nel giro di qualche anno, nella città di appartenenza : Catania.
Dal 1989/90 alla stagione del 92/93 , anno della grande impresa con il passaggio alla C1, l' Atletico militò in C2 disputando dei buoni campionati e sempre sotto la presidenza di Proto. Proprio in occasione del primo campionato di C1 del 1993/94 (che grazie ai goal di Calvaresi e al buon tecnico Salvatore Bianchetti si raggiunse la salvezza ) che Franco Proto si rese conto che era arrivato il momento , visto l' importanza di un campionato come la C1, di riportare l' Atletico a Catania . Nell' estate del 1993 la città di Catania era rimasta senza calcio per l’estromissione del Catania dal campionato di C1 da parte della Lega . Franco Proto , sollecitato dall' amministrazione comunale e in prima persona dal sindaco Bianco , non potendo effettuare subito il trasferimento fondò il Catania 93' . Il presidente Proto quindi accolse la proposta è convinto che avrebbe , con il suo gesto , conquistato Catania e i suoi tifosi organizzò un’ amichevole al Cibali facendo giocare le sue due squadre , La Leonzio e il Catania 93 ; ebbe una grande accoglienza dai tifosi della Falange (curva sud) e da tutto lo stadio . Proto era commosso , mai avrebbe immaginato che pochi giorni dopo , alla riammissione del Catania al campionato d' Eccellenza del 93/94 , la gente gli avrebbe rivoltato le spalle "politici in testa" . Il Catania 93' nonostante tutto disputò al Cibali un grande campionato (serie D del 93/94) sfiorando la promozione in C2 . L' anno dopo si effettuò lo scambio : in pratica Franco Proto riportò l' Atletico a Catania e alla città di Lentini cedette il suo Catania 93' con la nuova denominazione di S.S. Leonzio .
Nel campionato di C1 del 1994/95 l' Atletico Catania " tornato finalmente nella città natìa" raggiunse la salvezza con il 12° posto finale ; ci furono diversi problemi che portarono all' esonero del duo Auteri - Lombardo prima e del tecnico Caramanno dopo . Ma fortunatamente a metà stagione con il ritorno del tecnico Paolo Lombardo e l' arrivo di rinforzi (il portiere Graziano Vinti , Mattia Collauto e Angelo Ferraro) si riuscì a raggiungere la salvezza . Da ricordare i tanti goal di Calvaresi e l' esplosione di un giovane come Mattia Collauto , senza dimenticarsi del capitano De Amicis.
Nella stagione 1995/96 il presidente Franco Proto decise di allestire una squadra in grado di lottare per i Play/Off . Il Direttore Sportivo Adriano Polenta e il nuovo tecnico Francesco D' Arrigo allestirono un' ottimo organico che a fine stagione , dopo una grande rimonta nel girone di ritorno , sfiorò i Play/off con il 7° posto finale . Indimenticabile la sconfitta in casa , la penultima di campionato , contro la Nocerina per 2 - 0 che in pratica non permise all' Atletico Catania di inserirsi nel quinto posto . Da ricordare , oltre all' ottimo allenatore D' Arrigo, giocatori come : il portiere Nicola Di Bitonto , Fabio Bonadei , Loris Del Nevo , Pietro De Sensi , Marco Moro , Carlo Troscè , Gaetano Calvaresi e Umberto Marino (chiamato dai tifosi " mucca pazza").
Vista la delusione per il mancato accesso ai Play/Off nella stagione 1996/97 Franco Proto decide di allestire una super squadra che possa lottare al vertice. Viene incaricato nel difficile lavoro un Direttore Sportivo molto esperto come Enzo Nucifora e come tecnico si decise di chiamare Orazi . Arrivarono a Catania grandi giocatori : dalla Juventus arrivò il portiere Lorenzo Squizzi , vennero aquistati i difensori Massimiliano Farris e Giovanni Paschetta (Cosenza) , al centrocampo arrivarono : Luigi Bugiardini e Massimiliano Favo (Lucchese) ; in attacco arrivò Franco Lerda (Brescia) e Claudio Cecchini (Ancona) . La squadra era forte in ogni reparto però non riuscì subito ad ingranare ed a metà stagione Orazi venne esonerato . Venne chiamato a Catania un nuovo allenatore : lo svizzero Roberto Morinini che con grande impegno e sapienza trasformò la difesa atletista in un vero e proprio bunker (a fine stagione l' Atletico Ct con i suoi 15 gol al passivo fù la difesa meno perforata dalla serie A alla C2) e con una grande rimonta si raggiunse il quarto posto finale e si ottenne l' accesso per i Play/Off poi persi contro il Savoia ( andata 0 - 0 , ritorno 1 - 0 al S.Paolo di Napoli) . Fù una stagione indimenticabile soprattutto per il grande pubblico che per la prima volta riuscì ad attirare l' Atletico al Cibali e si raggiunse ovviamente il record di presenze in occasione dei play/off contro il Savoia dove c' erano 20.000 spettatori. Nella partita di andata , finita 0 - 0, un episodio poteva cambiare il volto della partita e chissà pure la storia : sul finire del primo tempo Franco Lerda con una grande punizione colpisce in pieno la traversa e il pallone rimbalza in area di rigore ma nessuno riuscì a segnare . Nella partita di ritorno partirono da Catania più di mille tifosi , direzione "S. Paolo" (foto accanto ricorda i tifosi atletisti) momenti indimenticabili ma non si riuscì nell' impresa e il Savoia vinse la gara per 1 - 0.


L' estate del 1997 si tinge di giallo , a fine luglio quando ormai il tecnico Morinini aveva accettato la riconferma il giorno prima della firma di contratto scompare insieme al D.S. Nucifora .......... destinazione Avellino . Franco Proto , altamente deluso dal comportamento di gente che riteneva onesta , affidò la panchina per il campionato 1997/98 al tecnico Rosario Foti . Quindi fù affidato all' ex tecnico dell' Acireale il difficile impegno di riscattare la grande delusione per il mancato salto in serie B , una grossa responsabilità che nonostante l' ottimo impegno del tecnico la squadra , per mezzo campionato , non riuscì ad uscire dalla bassa classifica . Arrivò l' esonero di Rosario Foti e il presidente Proto richiamò in panchina Paolo Lombardo ; inizia l' ennesima miracolosa risalita ed arrivano a Catania nuovi giocatori : Giovanni Sulcis (Cagliari) , Davide Bombardini (Reggina) ; Salvatore Nobile ; Fabio Pittilino (Udinese) ed in porta entra titolare Marco Onorati . La squadra del capitano Pietro Infantino si trasforma e risale pian piano la classifica ed a fine stagione batte per 3 - 1 (con un gran goal di Bombardini) la Ternana , seconda in classifica imbattuta da 32 turni , ed ottenne l' ingresso ai play/off per la seconda volta consecutiva raggiungendo il 5° posto . Negli spareggi si dovette però fare i conti di nuovo con la forte Ternana del tecnico Luigi Del Neri ed il primo duello davanti ad un Cibali (foto accanto) con 20.000 spettatori finì 0 - 0, nella gara di ritorno , dopo diverse polemiche per un rigore negato a Bombardini, l' attaccante Borgobello regala la vittoria per 1 - 0 alla Ternana trascinandola verso la finale poi vinta.
Nel 1998/99 il presidente Franco Proto instaura un accordo con l' Inter ed arrivano a Catania giovani promesse come : Luca Facchetti e Sergio D' Autilia (ma entrambi si dimostrarono non all' altezza) , ritorna il direttore sportivo Enzo Nucifora e l' Atletico disputa un discreto campionato suggellato però da diversi esoneri : il tecnico Paolo Lombardo visto l'ottimo finale di campionato fù riconfermato ma successivamente (e ingiustamente) esonerato , venne chiamato in panchina un grande ex giocatore del Milan Pietro Paolo Antonio Virdis , al suo esordio come tecnico . Arrivarono anche nuovi rinforzi : gli attaccanti Ciccio Pannitteri (Messina) e Firminio Elia (Crotone) ed il difensore Claudio Grimaudo , però sul finire del campionato si ebbe un rischioso calo in classifica ed a solo 4 gare dalla fine , raggiunta una posizione critica in classifica , Franco Proto litiga con Virdis e lo esonera . Il direttore Nucifora chiama in panchina il bravo Pasquale Casale che riesce in poco tempo a salvare la squadra raggiungendo il 10° posto finale. In questa altalenante stagione si vide una autentica coppia di goal , Pannitteri ed Elia , entusiasmarono i tifosi con tanti bellissimi goal , è stata sicuramente la coppia di attaccanti più prolifica mai avuta ; da ricordare anche la grande serietà di un giocatore esperto come Giacomo Modica che venne a Catania rinunciando di giocare in B con la sua Ternana.
l penultimo campionato di C1 del 1999/00 è stato molto deludente e si concluse con la penultima posizione in classifica e si dovettero disputare i play/out poi vinti contro la Juve Stabia . Il ruolo di direttore generale era stato affidato ad una persona seria e preparata come il Dott. Claudio Tanzi . Tanzi però non condivise la gestione societaria da parte del presidente Proto , ed infatti a fine dicembre arrivarono le sue dimissioni . Furono fatti molti errori , il primo sicuramente fu la scelta del tecnico Gregorio Mauro che venne quasi subito esonerato . Il presidente Franco Proto chiamò in panchina il tecnico catanese Salvo Bianchetti , successivamente incaricò come nuovo direttore sportivo Andrea Mangoni (che aveva già lavorato con Bianchetti nella Spal) . Arrivarono anche alcuni rinforzi : Alessio De Stefani (Bari) , Nathan Schiavon (Lucchese) e gli attaccanti Luca Dosi e Gabriele Scandurra (Lucchese) . Tutto ciò non bastò e la squadra precipitò in fondo alla classifica , venne esonerato Bianchetti e il nuovo tecnico Rosario Picone riuscì nell' impresa di salvare una stagione fallimentare agganciando "per il rotto delle cuffie" l' accesso ai play/out . Nella prima gara contro la Juve Stabia fù Ciccio Pannitteri a trascinare l' Atletico verso una vittoria pesante per 3 - 0 , la gara di ritorno finì 1 - 0 per la Juve Stabia e si raggiunse la salvezza . Da ricordare : le grandi parate di Marco Onorati , un leader come Massimiliano Farris , l' attaccamento alla maglia del capitano Pietro Infantino , la cattiveria del giovane La Marca , l' estrosità tecnica di Mirco Pagliarini e i goal di Ciccio Pannitteri (chiamato CiccioGol) .
L 'ultimo campionato di C1 2000/01 iniziò con grandi obbiettivi , vista anche la presenza nel medesimo campionato del Catania, e Franco Proto insieme a Enzo Nucifora (ritornato e perdonato dopo la fuga insieme al tecnico Morinini ad Avellino nell' estate del 1997) allestirono una grande squadra con in panchina il mister Adriano Cadregari . Era stata allestita una formazione completa in ogni reparto , arrivarono : in porta Stefano Anbrosi , in difesa Stefano Archetti , Pietro Assennato e lo sgusciante Francesco Tondo ; al centrocampo dal Livorno arrivò Giuliano Gentilini e dalla Roma Fabrizio Romondini ; in attacco l' attaccante Antonio Bernardi (Alzano) . Nonostante i buoni propositi la stagione iniziò male e finì peggio con la retrocessione in C2 dopo la perdita dei play/out contro la Lodigiani : infatti nella partita di andata vinse al Cibali la Lodigiani per 4 - 3 e nella gara di ritorno , al Flaminio di Roma , la Lodigiani vincendo per 2 - 0 guadagnò , a discapito dell' Atletico , la salvezza . Nel calcio la fortuna può essere determinante e se in determinate circostanze và tutto storto non sempre si riesce a salvare una stagione , quando poi giocatori fondamentali come l' attaccante Bernardi salta l' intera stagione per infortunio , o l' attaccante Moscelli , autore nelle prime partite di 8 goal , venne inspiegabilmente ceduto a Novembre . Tutto andò male ed ancora peggio finì nell' estate 2001 quando per gravi condizioni finanziare l' Atletico Ct. venne estromesso dalla serie C2 e costretto a ripartire dall' Eccellenza . L' Atletico Ct. venne letteralmente abbandonato dal comune di Catania , infatti il sindaco Scapagnini e l' assessore allo Sport Paolo Di Caro non consegnarono il contributo che era stato già promesso e approvato dal consiglio comunale . Se il contributo sarebbe stato consegnato l' Atletico Ct. si sarebbe salvato perchè avrebbe chiuso con un minore passivo il bilancio e sarebbe stato iscritto regolarmente al campionato di serie C2 . Il contributo comunale si aggirava sui 300 milioni e veniva puntualmente consegnato ogni anno sia al Catania che all' Atletico , in base alla categoria di appartenenza .

http://www.atleticocatania.altervista.org/la%20storia.HTM

 

 


LA JOLLY COMPONIBILI

La Jolly Componibili Catania è stata una squadra di calcio femminile, attiva a Catania tra il 1976 e il 1979. Ha vinto lo scudetto nel 1978. Giocava le partite casalinghe allo stadio Cibali e la maglia era a strisce rosse e azzurre.
Fondata da Angelo Cutispoti, la squadra legò il proprio nome a due allenatori, il bresciano Gianni Prevosti (ex ala del Catania maschile) e il suo secondo Coci.

La Jolly Componibili Catania (chiamata così per lo sponsor) partì dalla Serie C nel 1976, appunto, vincendo subito il proprio girone. Subito rinforzata, le ragazze di Prevosti vinsero anche la Serie B nel 1977. L'avvenimento più straordinario arrivò al terzo anno di attività: da matricola in Serie A, ottenne il primo posto e quindi lo scudetto. Su 22 incontri disputati, le rossazzurre vinsero 20 partite e ne pareggiarono appena 2. La Lazio Lubiam, seconda in classifica, era stata staccata di ben 7 punti. Il secondo campionato di A fu meno appassionante: Prevosti lasciò a Coci la guida tecnica, e la squadra, meno brillante, ottenne "solo" un terzo posto. Alla fine del campionato 1979, la dirigenza dovette cedere il titolo sportivo all'Alaska Lecce, che in seguito avrebbe vinto tre scudetti consecutivi.

Questa era la formazione titolare della squadra che vinse lo storico scudetto: Virgilio; Caruso, Summa; Belviso, Pedrale, Musumeci; Carrubba, Lonero, Zuccaro, M.Macaulo, Reilly. L'ala sinistra Rose Reilly, scozzese, era il capitano e fu anche una delle giocatrici più rappresentative della propria nazionale.
Gianfranco Forza. Le biancorosse, che fino alla stagione 2003-04 giocavano a Gravina di Catania ma che poi si sono trasferite a Paternò, hanno alle spalle 12 campionati di serie A. Il miglior risultato è stato un doppio 6° posto ottenuto nel 1991-92 e nel 1992-93. L'ultima partecipazione alla massima divisione risale al 2001-02.

«Il calcio? È solo uno sport…» La storia di Gianni Prevosti e dello Scudetto del Catania di Calcio Femminile.
1 Aprile 2006 - di Roberto Quartarone

Nel 1976, Angelo Cutispoti iniziò un’avventura senza precedenti: creò una squadra di calcio femminile a Catania, la Jolly Componibili Catania. Il primo tassello fu la scelta dell’allenatore: il presidente contattò Gianni Prevosti, che per vent’anni aveva girato la Sicilia guidando molte squadre dilettantistiche. «Naturalmente cominciammo dal gradino più basso -inizia l’ex allenatore bresciano-, dalla Serie C, che era a livello regionale. Vincemmo subito il campionato e tutto ci andò benissimo, anche se in squadra non avevamo grandi giocatrici. In Serie B ci rinforzammo con delle ragazze dalla buona tecnica individuale e con un buon tocco del pallone. Il campionato era molto impegnativo, infatti erano state inserite nel nostro girone anche squadre romane e napoletane. Anche quell’anno conquistammo il primo posto, passando in Serie A, malgrado tra gli avversari ci fossero molte ragazze che giocavano bene e promettevano. Le migliori, comunque, le portammo con noi nella massima serie. Inoltre comprammo un’attaccante scozzese, Rose Reilly, che era veramente brava e dava delle legnate tremende. Per portare tutte queste giocatrici a Catania il presidente sborsò molti soldi, ma grazie a ciò giocammo a Milano, Verona e Torino, ottenendo sempre dei buoni risultati. Alla fine, vincemmo anche lo scudetto: non ce lo aspettavamo! Ci siamo meravigliati di trovare una resistenza così poco consistente: ogni avversaria aveva massimo 4 giocatrici con una tecnica decente, mentre invece la nostra squadra aveva solo ottimi elementi, tutti scelti e sui cui si poteva contare. Dopo lo scudetto, ho dovuto lasciare la squadra per tornare a dedicarmi al calcio maschile.»

La situazione del calcio femminile

Intervista a Gianfranco Forza, presidente del Gravina ACF

Venticinque anni fa, non era difficile che un catanese andasse abitualmente a vedere una partita di calcio femminile. Allora, Angelo Cutispoti, Gianni Prevosti e le ragazze della Jolly Componibili Catania andavano alla grande in serie A. Bastavano un paio di giocatrici forti e dietro loro si creava il vuoto: promozione in serie A, scudetto, terzo posto. Poi la squadra si trasferì a Terni e l’interesse del grande pubblico per la versione femminile dello sport più amato finì.
Oggi com’è la situazione del calcio femminile siciliano? Lo chiediamo alla persona più esperta in questo campo: Gianfranco Forza, presidente del Gravina A.C.F., da anni la squadra più importante della provincia di Catania, avendo partecipato per 12 stagioni alla massima divisione.
«Quando la Jolly Componibili Catania vinse lo scudetto, io facevo calcio femminile da due anni. All’epoca, nel 1978, c’erano appena dodici squadre in serie A e trenta divise nei campionati regionali: oggi, invece, solo a livello nazionale (tra serie A, A2 e B) si contano 93 squadre, di cui quasi una decina siciliane. A livello regionale sono 29 le squadre iscritte ai gironi siciliani. Per di più, il calcio a 5 è in crescita: da poco la FIGC ha creato dei campionati regionali; chi vince accede alle finali nazionali e noi le abbiamo vinte nel 1991 e nel 1992. Tutt’ora ci facciamo onore con una squadra formata da ex giocatrici di calcio ad 11, che si divertono di più in questi campionati meno stancanti.»
Bilancio quindi abbastanza positivo? Tutt’altro.
«Un esempio: abbiamo superato brillantemente il primo turno di Coppa Italia, ma non è facile andare avanti per motivi economici. Finché si va in Calabria, la trasferta costa poco e si può fare tranquillamente. Ogni volta che si va più a nord, però, si devono pagare tantissimi soldi. Gli sponsor non coprono tutto e … non sono Berlusconi! Quando entrano in ballo questi fattori, il divertimento passa in secondo piano: forse era meglio quando si disputavano i campionati regionali… Inoltre, nonostante sia riuscito a trovare dei buoni sponsor, ho paura a salire in serie A1. Infatti, l’iscrizione costa più di quella alla serie D di calcio maschile e noi siamo dilettanti! In più, il comune non ci ha concesso un campo in erba e ogni partita in casa devo pagare multe su multe. Infine, dobbiamo anche presentare una squadra di under 19 a livello nazionale. Questi costi sono insostenibili…»
Fortunatamente le partite giocate in campo regalano emozioni forti.
«Certamente. La stagione passata siamo partiti malissimo e abbiamo finito benissimo: alla fine dell’andata eravamo in zona retrocessione, nel girone di ritorno abbiamo totalizzato più punti di tutti, arrivando a metà classifica. Quest’anno siamo più ambiziosi: è arrivato un portiere nuovo, una mezzala veramente forte e dovrebbe aggregarsi un’algerina, che ha un po’ di problemi con il transfert: la federazione pretende che lavori, ma è giovane e non è facile trovarle un impiego [n.d.r.: l'algerina alla fine non verrà tesserata]. Ci trattano da dilettanti solo quando conviene... Comunque speriamo di arrivare tra le prime cinque.»
Quali sono le differenze tra una calciatrice e un calciatore?
«Tecnicamente alcune, pur essendo meno veloci e meno potenti, sono a livello di un professionista. Secondo me Gaucci sbagliava quando voleva portare la Prinz a Perugia: alcune possono anche essere brave a palleggiare, a fare le giocoliere, ma non possono competere fisicamente. Tuttavia, in campo sono più cattive dei maschi
Come va con le giovani?
«Le scuole calcio sono molto attive. Iniziare da piccole conviene anche perché le ragazzine sono più sviluppate dei ragazzi della stessa età. Una volta le ragazzine di 12 anni hanno disputato un torneo di calcio a 5, vincendolo. La squadra campione della categoria maschile propose di giocare una finalissima: le ragazze li umiliarono vincendo 4-0!»
A chi devono rivolgersi le ragazze che volessero iniziare a giocare a calcio?
«Il mio numero (095 21 11 81) è sempre disponibile. Chi vuole, può anche presentarsi al campo di calcio di Gravina il martedì, il mercoledì e il venerdì dalle 17 alle 19, ci alleniamo sempre lì. In Sicilia, però, è difficile che le ragazze giochino a calcio, spesso a causa della mentalità di alcuni genitori. Una volta capitò che si presentò una ragazza veramente brava di diciassette anni. Sua madre la ritirò dalla squadra perché doveva farla giocare a pallavolo, senza considerare il fatto che era troppo bassa per quello sport e che a lei non piaceva minimamente!»
Il Gravina ha già iniziato il proprio campionato. I risultati iniziali fanno ben sperare per il futuro. I miliardi sono lontani dal campetto di Gravina, ma Forza ci ha confermato che anche questo ambiente considerato lontano dal dio denaro rischia di impantanarsi nell’errore che, molto tempo fa, hanno commesso i ragazzi: sacrificare il divertimento per il guadagno.
(Roberto Quartarone, articolo scritto il 17-10-2004)
[La foto del Jolly Catania è tratta da La Sicilia, aprile 1978]

 

 

 IL GRANDE MASCALUCIA DI D'URSO SOMMA

 

 

L'ACIREALE IN SERIE C NEL 1975

 

 

 

 

ALTRI SPORT A CATANIA

 

La leggenda di Cola Pesce

 

Nicola fu l'ultimo dei numerosi fratelli: viveva con la sua famiglia a Messina, in una capanna vicino al mare e fin da fanciullo prese dimestichezza con le onde.

Quando crebbe e divenne un ragazzo svelto e muscoloso, la sua gioia era d'immergersi profondamente nell'acqua e, quando vi si trovava dentro, si meravigliava anche lui come non sentisse il bisogno di ritornare alla superficie se non dopo molto tempo. Poteva rimanere sott'acqua per ore e ore, e quando tornava su, raccontava alla madre quello che aveva visto: dimore sottomarine di città antichissime inghiottite dai flutti, grotte piene di meravigliose fosforescenze, lotte feroci di pesci giganti, foreste sconfinate di coralli e cosi via. La famiglia, a sentire queste meraviglie, lo prendeva per esaltato; ma, insistendo egli a restar fuori di casa, senza aiutare i suoi fratelli nella dura lotta per il pane, e vedendo che egli passava veramente il suo tempo dentro le onde e sotto il mare, come un altro se ne sarebbe andato a passeggiare per i campi, si preoccupò e cercava di scacciare quei pensieri strani dalla testa del figliuolo. Cola amava tanto il mare e per conseguenza voleva bene anche ai pesci: si disperava a vederne le ceste piene che portavano a casa i suoi fratelli, ed una volta che vi trovò dentro una murena ancora viva, corse a gettarla nel mare. Essendosi la madre accorta della cosa, lo rimbrotto acerbamente:

– Bel mestiere che sai fare tu! Tuo padre e i tuoi fratelli faticano per prendere il pesce e tu lo ributti nel mare! Peccato mortale è questo, buttare via la roba del Signore. Se tu non ti ravvedi, possa anche tu diventare pesce.

Quando i genitori rivolgono una grave parola ai figli, Iddio ascolta ed esaudisce. Così doveva succedere per Nicola. Sua madre tentò di tutto per distoglierlo dal mare, e credendolo stregato, si rivolse a santi uomini di religione. Ma i loro saggi consigli a nulla valsero. Cola seguitò a frequentare il mare e spesso restava lontano giorni e giorni, perché aveva trovato un modo assai comodo per fare lunghi viaggi senza fatica: si faceva ingoiare da certi grossi pesci ch'egli trovava nel mare profondo e, quando voleva, spaccava loro il ventre con un coltello e cosi si ritrovava fuori, pronto a seguitare le sue esplorazioni. Una volta egli tornò dal fondo recando alcune monete d'oro e cosi continuò per parecchio tempo, finché ebbe ricuperato il tesoro di un'antica nave affondata in quel luogo.

La sua fama crebbe tanto, che quando venne a Messina l'imperatore Federico, questi volle conoscere immediatamente lo strano essere mezzo uomo e mezzo pesce.

Egli si trovava su di una nave al largo, quando Cola fu ammesso alla sua presenza.

- Voglio esperimentare – gli disse l'Imperatore – quello che sai fare. getto questa coppa d'oro nel mare; tu riportamela.

- Una cosa da niente, maestà, fece Cola, e si gettò elegantemente nelle onde.

Di lì a poco egli tornò a galla con la coppa d'oro nella destra. Il sovrano fu cosi contento che regalò a Cola il prezioso oggetto e lo invitò a restare con lui.

Un giorno gli disse:

- Voglio sapere com'è fatto il fondo del mare e come vi poggia sopra l'isola di Sicilia.

Cola s'immerse, stette via parecchio tempo; e quando tornò, informò l'Imperatore.

– Maestà, – disse – tre sono le colonne su cui poggia la nostra isola: due sono intatte e forti, l'altra è vacillante, perché il fuoco la consuma, tra Catania e Messina.

Il sovrano volle sapere com'era fatto questo fuoco e ne pretese un poco per poterlo vedere. Cola rispose che non poteva portar il fuoco nelle mani; ma il sovrano si sdegnò e minacciò oscuri castighi.

- Confessalo, Cola, tu hai paura.

- Io paura? – ribatté il giovane – Anche il fuoco vi porterò. Tanto, una volta o l'altra, bisogna ben morire. Se vedrete salire alla superficie delle acque una macchia di sangue, vuol dire che non tornerò più su.

Si gettò a capofitto nel mare, e la gente stava, ad attendere col cuore diviso tra la speranza e la paura. Dopo una lunga inutile attesa, si vide apparire una macchia di sangue.

Cola era disceso fino al fondo, dove l'acqua prende i riflessi del fuoco, e poi più avanti dove ribolle, ricacciando via tutti i pesci: che cosa successe laggiù? Non si sa: Cola non riapparve mai più.

Qualcuno sostiene ch'egli non è morto e che è restato in fondo al mare, perché si era accorto che la terza colonna su cui poggia la Sicilia stava per crollare e la volle sostenere, cosi come la sostiene tuttora.

Ci sono anche di quelli che dicono che Cola tornerà in terra quando fra gli uomini non vi sarà, nessuno che soffra per dolore o per castigo.

 

www.colapisci.it

 

  

Il CUS CATANIA- Il sito del Prof. Italo Rapisarda

Un passato da scudetto con la Paoletti

La pallavolo a Catania ha radici molto forti. Sin dai suoi albori sono stati ottenuti grandi risultati e nelle squadre che hanno rappresentato la città hanno militato atleti e tecnici di notevole valore, che tanto hanno dato alla pallavolo nazionale:  

ricordiamo Risina; il compianto prof. Abramo, grande maestro di volley, che è stato un esempio per i giocatori che si sono formati atleticamente nella sua scuola; la prof.ssa Pizzo che ha lasciato dietro di sé una grande traccia con le figlie Tiziana e Donatella, indimenticabili atlete della Torre Tabita in serie A; i fratelli Paolo e Carmelo Reale apprezzati atleti e valenti tecnici; il valido prof. Rapisarda che nell'anno 75/76 portò il Cus Catania nell'olimpo del volley in Serie A, grazie ad atleti del calibro di Barchitta, Castorina, Elia, Mazzerbo, Ninfa, Patti. 

Il sogno durò un solo anno ma si gettarono le basi per il futuro scudetto conquistato nell’anno 77/78: un vero miracolo compiuto grazie alla competenza del grande Carmelo Pittera.

Il campionato in quegli anni aveva fatto diversi esperimenti: la serie A era passata dalle 14 squadre degli anni 73/74 e 74/75, a 16 squadre nel 75/76, a 24 nel 76/77, per ritornare a 12 nel 77/78; poi fui sdoppiata in A1 e A2.

Lo scudetto, dicevamo, scende per la prima volta al sud nel 77/78: la Paoletti di Carmelo Pittera ottiene una vittoria storica che fa letteralmente impazzire la città di gioia.

Al Palazzetto di Piazza Spedini ogni partita diventa più intensa, sabato dopo sabato e il tricolore più vicino. Quell'anno lo scudetto arriva con largo anticipo sul previsto: su 22 partite la Paoletti ne perde solo una a Torino con la famosa Klippan di Lanfranco e chiude la stagione con otto punti di vantaggio sulla Federlazio, allora campione uscente.

La squadra gioca con un modulo spettacolare: in regia il ceco Koudelka e il catanese Toni Alessandro, con speciali compiti offensivi; al centro Concetti e Fabrizio Nassi, di mano l'indimenticabile Nello Greco, soprannominato "la pulce dell'Etna", con un’elevazione m. 1,20 e l'altro siciliano doc Antonio Scilipoti. Appena la città ha sentito il traguardo vicino si è mobilitata con una massiccia rappresentanza di pubblico.

Quell'anno magico l'Italia partecipa ai mondiali. Viene scelto come allenatore Carmelo Pittera che prende il posto di Shorek della Panini Modena. Per i mondiali vengono convocati Alessandro, Concetti, Greco , Nassi e Scilipoti della Paoletti, Di Coste della Federlazio, Innocenti e Lazzeroni del Pisa, Di Bernardo, Negri Dall'Olio e Lanfranco. L’Italia arriva ad un passo dall'oro nell’indimenticabile partita con Cuba, persa di misura, e conquista l'argento, certo con una punta di rammarico.

Dopo un altro anno di grande volley la squadra assume la denominazione di Torre Tabita (80/81) e di Pallavolo Catania (81/82), che retrocede in A2 . Poi il ritorno in A1 nella stagione 85/86 con la denominazione di Acqua Pozzillo Catania alla cui guida ottiene prestigiosi risultati un tecnico bravo e apprezzato dal mondo del volley: Niki Lo Bianco. La squadra formata da Badalato, Ninfa, Dall'Olio, Scilipoti, Squeo,Wagner si piazzerà a metà classifica e negli anni a venire, fino al 91/92, conserverà sempre un posto nell'olimpo dell'A1. Si alterneranno dei bravi giocatori, tra cui Conte, Kantor, Mantovani, M. Ninfa, Castagna, Arcidiacono , La Rocca, Vivenzio, Smario e l'argentino Ribeiro , atleti che hanno dato tanto lustro alla città. I prodotti del vivaio catanese dell'epoca sono a dir poco eccezionali si chiamano Castagna, Ninfa, Rocca, che seppero scaldare il cuore dei loro tifosi.

Purtroppo il volley moderno oltre che un bel gruzzolo di miliardi presuppone organizzazione, idee chiare, un apporto incondizionato di manager e dirigenti lungimiranti. La squadra adesso ha bisogno di essere riedificata su basi solide e con forze fresche, oltre a ricostruire un grande vivaio che possa far nascere sotto le radici dell'Etna i nuovi Greco, Alessandro, Castagna che potrebbero far spiccare quel salto che la tifoseria attende.

Raffaello Brullo

ww.cataniaperte.com

 

 

 

 

 

 

 

lo speciale di www.botteghino on-line (a cura di Raffaello Brullo)

in fase di aggiornamento

Volley femminile

1978-79: Torre Tabita Catania in Serie A1. Vince la Coppa Italia.

1979-80: Alidea Catania campione d'Italia.

1980-97:

1997-98: Catania Profumissima 12° in Serie B1, retrocessa in Serie B2.

1998-99: Catania Volley 10° in Serie B2.

1999-00: Catania Volley 12° in Serie B2, retrocessa in Serie C.

2000-01:

2001-02: Hair Clan Ragazzi Catania 5° (promosso in Serie B1) e Toscano Sicurella CT 12° in Serie B2.

2002-03: Volley Club Catania 11° in Serie B1, retrocesso in Serie B2.

2003-04: Gs Teams Volley Catania 3° (promosso in Serie B1) e Volley Club Catania (retrocesso in Serie B2) 13° in Serie B2.

2004-05: Volley Club Catania 12° in Serie B1, retrocesso in Serie B2.

2005-06: B2 Volley Club Catania.

 

Tra il 1963 ed il 1965 la prima squadra milita nel campionato di Serie C conquistando l'anno successivo la promozione in Serie B.

Nella stagione 1969-1970 conquista la promozione in Serie A, la permanenza in questo campionato dura solo un anno.

Ritorna in serie nella stagione 1972-1973 e vi rimane per sedici anni (1987-1988). Dopo una stagione in Serie A2 si aggiudica i play-off ottenendo di nuovo la promozione in Serie A, dove vi rimane per sette anni. Nella stagione 1996-1997 retrocede in Serie A2 e due anni dopo in Serie B.

Riesce a tornare in Serie A quattro anni dopo. Riesce a qualificarsi per i play-off scudetto nella stagione 2004-2005, ma viene sconfitta dal Benetton Treviso. Attualmente milita nel campionato Super 10.

L'Amatori è stata anche attività di sport internazionale e, conseguentemente, di turismo, di contatti con il mondo, di cultura oltre che di sport a livello mondiale.

I suoi lunghi anni di attività, svolta al servizio di un raccordo con tutti i paesi del mondo, dall'America, all'Africa, all'Asia, all'Australia, oltre che all'Europa, non hanno bisogno di essere commentati perchè di evidente rilevanza, è sufficiente scorrere le pagine e vedere le immagini in basso per rendersene conto, oppure dare un occhio alla sezione foto gallery.

Da Samoa alle isole Fiji, da Hong Kong allo Sri-Lanka, alla Namibia, allo Zimbawe, dall'Inghilterra all'ex-URSS, agli USA, dall'Ucraina alla Svezia e così via: tutto il mondo rugbistico è venuto a Catania, con i Seven organizzati dall'Amatori.

L'attività è stata premiata dall'International-Board che per la selezione ai campionati mondiali di Seven del 1992 ha scelto per la fascia asiatica la città di Hong-Kong e per la fascia occidentale quella di Catania.

Un episodio riferito dall'ex Presidente della F.I.R. Mondelli dà un senso all'impegno dell'Amatori:

Il Presidente Mondelli, recatosi alle isole Fiji con la moglie, si è visto avvicinare da un operaio, che stava ripulendo il tratto di spiaggia sulla quale si trovava, che, avuto sentore che il Presidente e la moglie venivano dall'Italia, disse loro, con un senso di soddisfazione che l'Italia era un bel paese e che nelle isole Fiji si conosceva soprattutto la città di Catania, dove si svolgeva ogni annu un Seven di notevole spessore.

Le manifestazioni internazionali durante tantissimi anni sono state utile veicolo di cultura - perchè gli stage tecnici erano inseriti nelle manifestazioni - di turismo, per i giocatori stranieri ed i loro accompagnatori e per quanti, resi edotti, sono venuti a Catania, di commercio per i rapporti che sono sorti a tanti livelli.

Una internazionalità non di maniera ma viva, sentita, partecipata oltre ogni dire.

Da qualche anno non si svolgono più le manifestazioni internazionali "serie" per le ristrettezze venute dagli Enti erogatori, di contributi, a causa di una filosofia nuova e diversa, fuori da ogni ipotesi di spirito panathletico, che è andata mutando certo contro una vera spinta verso lo sport vero, autentico, che quindi combatte ogni devianza di tipo non... ortodosso.

Ma tant'è!

Non può ovviamente l'Amatori, da solo, intestarsi una battaglia di contestazione contro attività inutili, (che penalizzano valori veri) e costosi oltre ogni dire!

Cercare di evitare degradi attraverso interventi punitivi, dimenticandosi di potenziare attività giovanili di crescita, di entusiasmi, di orgoglio non è certo una buona scelta; alla fine ne subiscono le conseguenze non solo i più giovani ma anche quanti dallo sport possono ricavare argomenti di varia valenza anche economica, con un indotto che non può ignorare gli eventi!

Finchè ha potuto - e solo fino ad allora - l'Amatori ha offerto la sua opera appassionata ed interventi cospicui anche finanziari al servizio di una attività internazionale di grande valore. 

 

 

 

 

 

 

Storia del Rugby a Catania

di Salvo Marino

(foto e articolo tratto da www.cataniaperte.com )

 

Il rugby a Catania arriva negli anni trenta con i giovani balilla. Successivamente dopo la pausa bellica, nei primi anni cinquanta, spuntò il "Giglio Bianco", squadra formata da ragazzi che giocavano anche a pallanuoto. Questo binomio fu mantenuto anche negli anni successivi. A metà degli anni cinquanta nasce il Cus Catania, composto solo ed esclusivamente da universitari, e la Ciclope che però partecipa solo a campionati giovanili.

Nella Ciclope iniziano personaggi come Renato Papa, oggi Procuratore della Repubblica, Angelo Piazza, noto professionista ed ex arbitro di rugby, Carlo Guida etc.. Nel Cus Catania iniziano personaggi come Benito Paolone noto politico, Turi Gemmellaro detto "cicalone".

Nei primi anni sessanta la Ciclope viene sciolta ed alcuni componenti della rosa passano al Cus Catania. Contemporaneamente dal Cus uscivano Benito Paolone, Turi Gemmellaro e Santino Granata (responsabile del settore atletica del Cus).

Nel 1963 i fuoriusciti dal Cus fondano l’Amatori, che certamente tra le tante squadre avvicendatesi nel panorama rugbstico catanese è stata la società che ha ottenuto, fino ad oggi, i maggiori successi in campo nazionale.

Chi scrive si appassionò alla palla ovale assistendo alle "battaglie", nel polveroso Fontanarossa, tra l’Amatori e squadre come il Petrarca, il Rovigo, l’Aquila etc.

Per citare solo alcuni dei giocatori più rappresentativi che hanno fatto la storia dell’Amatori ricordo: Franco Di Maura detto il "Vichingo" per la bionda capigliatura e la notevole stazza, Elio Di Maura fratello di Franco, i fratelli Failla, Mariano Falsaperla, i fratelli Puglisi (Pippo oggi è allenatore del Cus Catania) e tanti, tanti altri.

Nei primi anni settanta, sull’entusiasmo dei buoni risultati dell’Amatori, nascono la Fiamma (costola dell’Amatori) , l’Ardor Sales, per volontà e impegno di Renato Papa e Marcello Salice, e la Libertas Fortino.

Mi piace ricordare quegli anni che furono il mio inizio ed in particolare le trasferte fatte con l’Ardor Sales a Palermo contro il Cus Palermo: il pullman che ci metteva a disposizione Don Naselli (responsabile del settore sportivo dei Salesiani di San Filippo Neri) era quello destinato ai bambini e Lorenzo Guglielmino (sfiorava i 140 Kg) aveva grosse difficoltà a trovare posto. Arrivati a Palermo un paio d’ore prima della partita si pranzava con degli enormi arancini fritti, che sommati alle non eccessive qualità tecniche, ci facevano accumulare punteggi da pallacanestro. Il ritorno a Catania iniziava con la classica fermata alla circonvallazione di Palermo per assaggiare un po’ di "stigliola" per poi proseguire sul cosiddetto "pullman" con sfottò e barzellette, dimenticandoci che le avevamo prese in tutti i sensi.

Il 1978 fu un anno importante per il rugby a Catania. Per volontà sempre di Renato Papa, Franco Cimino (ex Amatori) e forse anche del sottoscritto (allora ventenne) fu fondata la "Zagara 1".

Dico un anno importante perché quasi nessuno, a parte i fondatori, avrebbe scommesso una lira sulla possibilità di raggiungere traguardi di una certa rilevanza da parte di questa nuova squadra formata nel parco giocatori dagli ex dell’Ardor Sales e del Misterbianco , che di conseguenza vennero sciolte.

Si stava cercando di organizzare una società con obiettivi importanti, non in contrapposizione all’Amatori ma senza nemmeno essere dipendente dall’Amatori. Se le squadre minori fino ad allora avevano come obiettivo far giocare i ragazzi più promettenti nelle file dell’Amatori, la Zagara aveva come obiettivo il raggiungimento di ambiziosi traguardi e quindi non avrebbe potuto cedere i sui migliori giocatori all’Amatori per riceverne qualche altro ormai su con gli anni.

Si coinvolsero altri ex rugbisti come Angelo Piazza, Angelo Maiorana ed altri, ma la voglia di alcuni dirigenti di raggiungere subito le serie maggiori, anche a costo di far giocare atleti di altre città (Reggio Calabria, Messina, etc) a discapito dei giovani emergenti del vivaio, contro la decisa opposizione di altri che oculatamente avrebbero preferito ritardare di qualche anno le promozioni nelle serie maggiori ma con un "quindici" formatosi nelle giovanili, provocò l’abbandono di molti dei dirigenti e simpatizzanti che nel frattempo si erano avvicinati alla società.

Ricordo che alcuni dei giocatori, di ottimo livello, che hanno dato una grossa mano all’Amatori, provenivano dalle giovanili della Zagara (Giuseppe Beretti, Giovanni e Alessandro Piazza tra i più rappresentativi) dove non venendo adeguatamente valorizzati cercavano di cambiare aria.Ciò nonostante, dopo tanti sacrifici anche economici, la Zagara ha ottenuto prima la serie B e dopo la serie A2 con risultati discreti.

Purtroppo chi ha diretto per anni il rugby a Catania non ha capito, o sarebbe meglio dire, non ha accettato che il rugby, sia in campo internazionale che nazionale, stava trasformandosi da sport dilettantistico a sport professionistico. Infatti, per motivi diversi le due maggiori squadre catanesi sono entrate in crisi: l’Amatori (oggi in serie B) ha perso i suoi migliori atleti che hanno preferito trasferirsi nelle squadre venete, romane o anche estere, che possono o vogliono dare una remunerazione adeguata ad atleti che dedicano gran parte del loro tempo ad allenarsi, come il rugby odierno impone; la Zagara (che peraltro è l’ambiente che conosco meglio per averci giocato per circa 16 anni), del dott. Franco Cimino nelle vesti di "factotum", fu la prima società a riconoscere ad alcuni atleti un "rimborso spese" e ad avere avuto uno straniero sudafricano -contro le critiche dei dirigenti delle altre squadre locali che nascondendosi dietro un dito ritennero un disonore per uno sport dilettantistico avvalersi delle prestazioni di atleti "pagati"- la storia dice che ha avuto ragione. Alcuni anni dopo chi criticava si affidò alle prestazioni di sud-africani, neozelandesi e argentini.

Ritornando alla Zagara, da alcuni anni ha iniziato una parabola discendente che dalla serie A2 l’ha portata all’ultimo posto della serie C1 nel campionato scorso.

CONCLUSIONE

Non sarà facile né per l’Amatori né per la Zagara ritornare ad alti livelli, ma se almeno l’Amatori può sperare in un ottimo movimento giovanile, la Zagara, purtroppo, a mio parere non ha la possibilità di emergere dalle paludi della serie C. Ritengo però che le potenzialità a Catania sono enormi, ma necessità un cambiamento generazionale dei vari "dirigenti" ed una più idonea attenzione delle istituzioni che hanno il compito di dare i contributi economici per la sopravvivenza di questo sport che nonostante tutto resta sempre uno sport pulito, leale ed educativo.

 

 

 

 

 

SCHERMA CUS CATANIA

 

OLIMPIADI

1984 Los Angeles
Mino Ferro Medaglia di bronzo
Spada a squadre
1984 Los Angeles Angelo Arcidiacono Medaglia d'oro
Sciabola a squadre
1976 Montreal
Angelo Arcidiacono Medaglia d'argento
Sciabola a squadre

CAMPIONATI DEL MONDO

1994 Giovanna Ferro 1° Spada a squadre

1994 Giovanna Ferro 1° Fioretto a squadre

1994 Giovanna Ferro 1° Sciabola a squadre

1990 Giovanna Ferro 1° Spada a squadre Cat. Maestri
1990 Giovanna Ferro 1° Fioretto a squadre
Cat. Maestri
1990 Giovanna Ferro 1° Sciabola
Cat. Cadetti
1989 Ivan Lombardo 1° Sciabola (Europei)
Cat. Cadetti
1981 Angelo Arcidiacono 1° Sciabola a squadre Universiadi
1978 Mimmo Sperlinga 1° Fioretto a squadre Cat. Maestri


La scherma piange Angelo Arcidiacono
26/02/2007 13.35.15
(AGM-DS) - Milano, 26 febbraio - Un male incurabile ha `trafitto` per una prematura scomparsa Angelo Arcidiacono, 52 anni, campione anni `70 e `80. Arcidiacono, catanese, e` scomparso, a soli 52 anni, nella mattinata di lunedi` a causa di un male incurabile. Angelo Arcidiacono, grande campione degli anni '70 e '80, nella sua lunga carriera agonistica si e` segnalato come uno dei migliori talenti della sua generazione. Al suo attivo due medaglie olimpiche: un argento a squadre a Montreal 1976 insieme con Michele Maffei, Mario Aldo Montano, Tommaso Montano e Mario Tullio Montano, ed un oro a squadre a Los Angeles 1984 insieme con Giovanni Scalzo, Gianfranco Dalla Barba e
Ferdinando Meglio. Nel suo prestigioso palmare`s anche tre medaglie ai Mondiali: un bronzo individuale nel 1977, un bronzo a squadre nel 1978 e un argento a squadre nel 1982, cui vanno aggiunti l'oro individuale conquistato ai Mondiali Giovani 1975 e quello a squadre alle Universiadi del 1981.

Il presidente della FIS, Giorgio Scarso, ha voluto ricordare l`uomo e l`atleta: "La scherma italiana perde un grande campione e un grande uomo, che ha sempre saputo coniugare gli impegni agonistici con gli impegni privati. Anche dopo avere abbandonato le pedane ed essersi affermato come uno dei piu` apprezzati medici di Catania, Arcidiacono ha voluto mantenere i contatti con la scherma, in particolare con il "suo" Cus Catania. Alla famiglia vanno le piu` sentite condoglianze della Federscherma e un abbraccio fortissimo, che vuole testimoniare il dolore che oggi provano tutti coloro che hanno avuto la fortuna di conoscere Angelo e di apprezzarne la statura morale. I valori dei quali Arcidiacono ha dato testimonianza nel corso della sua vita sono i valori nei quali si riconosce tutta la scherma italiana".

Tra i suoi compagni di squadra Michele Maffei, insieme al quale Arcidiacono conquisto` l`argento alle Olimpiadi di Montreal: `Angelo era un ragazzo che in pedana dava tutto, mettendosi in evidenza per la sua grinta e le sue capacita` tecniche. Fuori dalla pedana era una persona che spiccava per la sua serieta` e il suo garbo di stampo quasi inglese. Se si riusciva a penetrare la sua riservatezza, si scopriva una persona di rara sensibilita`".

 

 

CAMPIONESSE DELL’ORIZZONTE DI PALLANUOTO RICEVUTE DAL PRESIDENTE RAFFAELE LOMBARDO.

“Siamo orgogliosi dei vostri successi e vi siamo grati per l’immagine positiva di questo territorio che esportate in tutto il mondo”. Con queste parole il presidente della Provincia di Catania, Raffaele Lombardo, ha accolto le atlete dell’Orizzonte di pallanuoto, che di recente hanno vinto la sesta Coppa dei campioni e proprio in questi giorni sono impegnate nelle finali per la conquista dello scudetto. E sarebbe il quattordicesimo di seguito…, “Un record assoluto” - ha sottolineato il presidente della società, Nello Russo – tra tutti gli sport”. Le atlete, accompagnate dal tecnico Mauro Maugeri, che è anche allenatore in seconda del “Setterosa”, hanno donato al presidente Lombardo un gagliardetto autografato. “La invitiamo fin da ora alla terza finale scudetto che giocheremo domenica pomeriggio”, ha aggiunto la capitana Giusy Malato, vera a propria leggenda vivente della pallanuoto mondiale. Un ringraziamento particolare il presidente Lombardo, che era accompagnato dal segretario generale Luigi Albino Lucifora e dal direttore generale Nino Scimemi, lo ha rivolto alle ragazze che hanno partecipa all’impresa dell’oro olimpico ad Atene: oltre alla Malato, Cristiana Conti, Silvia Bosurgi, Tania Di Mario, Maddalena Musumeci. Della “rosa” dell’Orizzonte fanno parte anche la nazionale Usa, Brenda Villa, terza ad Atene, e l’ungherese Aniko Pelle, eliminata proprio dall’ “ItaliaOrizzonte”.

 

 

 

 

 

 

 

L'albo d'oro

13 volte Campione d'Italia

7 volte vice-Campione d'Italia

6 volte Campione d'Europa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Pozzillo nel 1969

 

 

 

 

Nonostante fosse pluridecorato, non ho trovato niente riguardo

al grande Cus Catania femminile. Chi è interessato, mandi qualcosa.

 

I Catania Elephants a.f.c nacquero nel Novembre 1984 grazie all'impegno di alcuni appassionati ad uno sport che , a quei tempi , in Italia era pochissimo conociuto ed al quale i media si erano avvicinati solo da alcuni anni.Il primo torneo a cui presero parte fu il Southern Bowl organizzato in Puglia dalla squadra locale Roosters di Bari.Nel Settembre 1995 si giocò il primo campionato federale di serie C , il cui esordio vide , nel campo comunale di Pedara , il record di 1500 spettatori.Gli Elephants chiusero il campionato con un onorevole quarto posto e con un record di tre vittorie e otto sconfitte.L'anno successivo il centro addestramento organizzato dalla società porto un notevole aumento di materiale umano a disposizione della prima squadra che sotto la guida dei coaches Lloyd Teague e Mike Kairis e con l'arrivo di alcuni giocatori dai "cugini" Palermo Cardinals e dell'amricano Darrel Holyfield vide la prima stagione da record.La perfect season portò gli Elephants alla loro prima promozione e all'accesso al campionato nazionale aperto ai vincitori dei singoli gironi.Gli Elephants colsero una memorabile vittoria contro gli Hoaks di Napoli ma si lasciarono sfuggire la finalissima perdendo in semifinale contro gli Hunters di Roma.Fù l'unica sconfitta del '86.Dopo alcuni anni in serie B , nei quali alla guida della squadra si successero i coaches Mike Kairis (1987-89) e Alessandro Motta (1990) , nel 1991 poterono contare su un coaching staff di tutto rispetto composto dall'allenatore americano Vance " BEAR " Quinlin e da ben quattro suoi assistenti molti dei quali con esperienza di college negli Stati Uniti.Le promesse vennero mantenute ; la perfect season (8 vittorie su 8 partite ) è coronata dal successo in finale contro i Cavalieri di Roma che diede la tanto sospirata promozione in A2.Nel 1983 dopo una pausa di riflessione la squadra venne affidata ai coaches Antonio Costarella e Matteo Belfiore , ma la vera sorpresa venne in autunno quando la selezione under 21 , dopo aver vinto tutte le partite del proprio girone , sorprese il mondo del football in Italia laureandosi Campione d'Italia battendo alle finali di Firenze prima i Brothers Macerata(14-12) e quindi i blasonati Nightmare Piacenza (39-13).(Alessandro Gargiulo FB#28 M.V.P. del Bowl).Faccio notare che i Catanesi partirono per Firenze pur coscienti di essere solo in dodoci:(Io c'ero!!! n.d.r.).Nel 1994 sotto la guida di Matteo Belfiore riuscimmo ada accedere per la prima volta ai play off della serie A2 ai quali subimmo una onorevole sconfitta contro le Aquile Ferrara , una delle cinque stella del gagliardetto F.I.A.F.Sotto la stessa guida , l'anno successivo , si ebbe un'altra qualificazione ai play off perdendo però l'autobus per l'A1 in semifinale contro gli Islanders Venezia.Ma nel 1996 finalmente Matteo Belfiore , dopo una vittoria in pre-season contro i neo promossi Cardinals (ripescati in Golden League) per 22-20 , coadiuvato da Giovanni Stoppani e Bob Parris , riuscì , dopo l'ennesima perfect season , a portare la squadra in A1 conquistando l'accesso al Silver Bowl perso poi contro i Nightmare Piacenza.(Marco Rainò DT M.V.P.)L'esordio in Golden League , massimo campionato FIAF , fù quantomai sorprendente.Il compito di gestire la squadra venne affidato al coach palermitano Alfonso Genchi il quale , dopo essersi distinto nella lega spagnola , riucì a fare degli Elephants un'ottima squadra esorsiente nella massima serie.I due stranieri da lui portati erano il QB Edgar zapata e ilS\WR\K\P\KR\ecc... Silverio Prez due messicani i quali spiccarono durante tutto il campionato vincendo tutte le statistiche loro competenti.La squadra chiuse il campionato vincendo due partite , contro i soliti Cardinals , e con sei sconfitte nelle quali in ogni modo fecero soffrire gli avversari con un attacco esplosivo(il migliore del campionato nel gioco aereo ) e un con ottima difesa.Il 1998 fu un anno molto travagliato per il team il quale , a causa di svariati problemi , disputò un pessimo campionato perdendo tutte le partite.La società , però , alla fine della stagione è riuscita a salvare il buon nome della squadra organizzando il Superbowl 1998 vinto dai fortissimi Lions Bergamo contro i Frogs Legnano.Quest'anno la squadra dopo molte tribolazioni e stata affidata di nuovo al "Grande Capo" Alfonso Genchi coscienti del fatto che solo la sua profonda conoscienza del football in Italia e la sua preparazione tecnica possano portare l'orgarnico Catanese all'ennesima gloriosa stagione.L'head coach si avvarrà della collabotrazione di tre ottimi coaches Matteo Belfiore , Alessandro Bardino e Lucio Maugeri insieme ai quali sta impostando la campagna acquisti nel tentativo di portare degli stranieri in grado di fare la differenza.2000 Questo sarà un anno cruciale per gli Elephants, la cattiva gestione delllo scorso anno ha indotto alla non iscrizione del team al campionato di Golden League del 2000, l'intento è quello di riuscire a sanare i problemi finanziari lasciatici dal nostro beneamato ex-"gestore" e cercare di rimettere in piedi una squadra, partendo possibilmente anche dalle categorie minori. Il nostro prossimo obiettivo è infatti quello di mettere in piedi dei centri addestramento col fine di rinforzare le nostre fila in vista della partecipazione alla Winter League del prossimo autunno.Nel frattempo i nostri atleti hanno deciso di non rimanere inattivi, rinforzando la squadra dei Cardinals di Palermo. Dopo una serie di riunioni infatti siamo stati invitati a partecipare ad un progetto ambizioso ma concreto, che vuole la formazione di un team siciliano che possa tener testa alle più forti compagini del Nord Italia....

2000 winter league

Dopo una buona regular season, durante la quale subiamo una sola sconfitta constro gli Sharks Palermo, ci giochiamo l'accesso ai play offs a Roma contro i Ducks, partita bella ma sfortunata che ci vede condurre fino a due minuti dalla fine per poi perdere grazie a due nostri errori. Nota positiva della stagione l'arrivo di alcuni elementi nuovi sui quali nutriamo buone speranze. Davide Giuliano e Renato Gargiulo sono gli alenatori rispettivamente dell'attacco e della difesa.  

2001 winter league

Questa volta è una perfect regular season, nessuno puo' resistere al nostro attacco e la nostra difesa concede davvero pochissimi punti, ma come sempre è nei play offs che, disabituati a giocare ad alti livelli, dobbiamo cedere le armi ai Titans Forlì, che poi vineranno il torneo contro i Kings Gallarate. Davide Giuliano, Alessandro Motta e Renato Gargiulo compongono il coaching staff.

2002 FIDAF e arena league

La nostra squadra, insieme ad altre nove, fonda una nuova federazione, la FIDAF, e partecipa al primo campionato organizzato dalla stessa, sbaragliando tutte le altre partecipanti, esplodono alcune nuove stelle, Lombardo, Mangano e Barbagalli su tutti, e il 15 Dicembre vinciamo il nostro primo titolo nazionale maggiore. Nello stesso anno partecipiamo ad un torneo in Spagna, tra le prime due della arena legue e le prime due della stessa categoria spagnola, anche quì ne usciamo vittoriosi e difficilmente dimenticheremo la notte dopo la vittoria.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1984: fondazione dell'American Football Club Elephants Catania.

1985: 5° in Serie C Fiaf.

1986: 1° in Serie C Fiaf. Promosso in Serie B.

1987: 4° in Serie B Fiaf.

1988: 2° in Serie B Fiaf.

1989: 3° in Serie B Fiaf.

1990: 2° in Serie B Fiaf.

1991: 1° in Serie B Fiaf. Promosso in Serie A2.

1992: 3° in Serie A2 Fiaf.

1993: 3° in Serie A2 Fiaf.

1994: 2° in Serie A2 Fiaf.

1995: 2° in Silver League Fiaf.

1996: Vince il Silver Bowl (finale di A2). Promosso in Golden League.

1997: 5° in Golden League Fiaf.

1998: 3° in Golden League Fiaf. 11° nel girone finale.

1999: 5° in Golden League Fiaf. Rinuncia alla Golden League.

2000: 2° in Winter League Fiaf.

2001: 1° in Winter League Fiaf.

2002: Vince il Cus Bowl e l'Arena Bowl Fidaf.

2003: 2° nell'Eleven League Fidaf.

2004: 1° in Serie B Nfli. Rinuncia alla promozione.

2005: 3° nel girone B di Serie B Nfli. Semifinalista play-off.

 

 

 

 

 

 

 

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