La leggenda di Cola Pesce

 

Nicola fu l'ultimo dei numerosi fratelli: viveva con la sua famiglia a Messina, in una capanna vicino al mare e fin da fanciullo prese dimestichezza con le onde.

Quando crebbe e divenne un ragazzo svelto e muscoloso, la sua gioia era d'immergersi profondamente nell'acqua e, quando vi si trovava dentro, si meravigliava anche lui come non sentisse il bisogno di ritornare alla superficie se non dopo molto tempo. Poteva rimanere sott'acqua per ore e ore, e quando tornava su, raccontava alla madre quello che aveva visto: dimore sottomarine di città antichissime inghiottite dai flutti, grotte piene di meravigliose fosforescenze, lotte feroci di pesci giganti, foreste sconfinate di coralli e cosi via. La famiglia, a sentire queste meraviglie, lo prendeva per esaltato; ma, insistendo egli a restar fuori di casa, senza aiutare i suoi fratelli nella dura lotta per il pane, e vedendo che egli passava veramente il suo tempo dentro le onde e sotto il mare, come un altro se ne sarebbe andato a passeggiare per i campi, si preoccupò e cercava di scacciare quei pensieri strani dalla testa del figliuolo. Cola amava tanto il mare e per conseguenza voleva bene anche ai pesci: si disperava a vederne le ceste piene che portavano a casa i suoi fratelli, ed una volta che vi trovò dentro una murena ancora viva, corse a gettarla nel mare. Essendosi la madre accorta della cosa, lo rimbrotto acerbamente:

– Bel mestiere che sai fare tu! Tuo padre e i tuoi fratelli faticano per prendere il pesce e tu lo ributti nel mare! Peccato mortale è questo, buttare via la roba del Signore. Se tu non ti ravvedi, possa anche tu diventare pesce.

Quando i genitori rivolgono una grave parola ai figli, Iddio ascolta ed esaudisce. Così doveva succedere per Nicola. Sua madre tentò di tutto per distoglierlo dal mare, e credendolo stregato, si rivolse a santi uomini di religione. Ma i loro saggi consigli a nulla valsero. Cola seguitò a frequentare il mare e spesso restava lontano giorni e giorni, perché aveva trovato un modo assai comodo per fare lunghi viaggi senza fatica: si faceva ingoiare da certi grossi pesci ch'egli trovava nel mare profondo e, quando voleva, spaccava loro il ventre con un coltello e cosi si ritrovava fuori, pronto a seguitare le sue esplorazioni. Una volta egli tornò dal fondo recando alcune monete d'oro e cosi continuò per parecchio tempo, finché ebbe ricuperato il tesoro di un'antica nave affondata in quel luogo.

La sua fama crebbe tanto, che quando venne a Messina l'imperatore Federico, questi volle conoscere immediatamente lo strano essere mezzo uomo e mezzo pesce.

Egli si trovava su di una nave al largo, quando Cola fu ammesso alla sua presenza.

- Voglio esperimentare – gli disse l'Imperatore – quello che sai fare. getto questa coppa d'oro nel mare; tu riportamela.

- Una cosa da niente, maestà, fece Cola, e si gettò elegantemente nelle onde.

Di lì a poco egli tornò a galla con la coppa d'oro nella destra. Il sovrano fu cosi contento che regalò a Cola il prezioso oggetto e lo invitò a restare con lui.

Un giorno gli disse:

- Voglio sapere com'è fatto il fondo del mare e come vi poggia sopra l'isola di Sicilia.

Cola s'immerse, stette via parecchio tempo; e quando tornò, informò l'Imperatore.

– Maestà, – disse – tre sono le colonne su cui poggia la nostra isola: due sono intatte e forti, l'altra è vacillante, perché il fuoco la consuma, tra Catania e Messina.

Il sovrano volle sapere com'era fatto questo fuoco e ne pretese un poco per poterlo vedere. Cola rispose che non poteva portar il fuoco nelle mani; ma il sovrano si sdegnò e minacciò oscuri castighi.

- Confessalo, Cola, tu hai paura.

- Io paura? – ribatté il giovane – Anche il fuoco vi porterò. Tanto, una volta o l'altra, bisogna ben morire. Se vedrete salire alla superficie delle acque una macchia di sangue, vuol dire che non tornerò più su.

Si gettò a capofitto nel mare, e la gente stava, ad attendere col cuore diviso tra la speranza e la paura. Dopo una lunga inutile attesa, si vide apparire una macchia di sangue.

Cola era disceso fino al fondo, dove l'acqua prende i riflessi del fuoco, e poi più avanti dove ribolle, ricacciando via tutti i pesci: che cosa successe laggiù? Non si sa: Cola non riapparve mai più.

Qualcuno sostiene ch'egli non è morto e che è restato in fondo al mare, perché si era accorto che la terza colonna su cui poggia la Sicilia stava per crollare e la volle sostenere, cosi come la sostiene tuttora.

Ci sono anche di quelli che dicono che Cola tornerà in terra quando fra gli uomini non vi sarà, nessuno che soffra per dolore o per castigo.

 

www.colapisci.it

 

 

 

 

 

 

 

 

ll mio concetto di "pelota"

 

Volevo ancora credere che il calcio fosse sempre quello, quella benedetta palla bianconera che rotola ogni domenica sull'erbetta e che smettiamo di seguirla con gli occhi solo alla sigla di chiusura della Domenica sportiva. Volevo crederci ancora che era ancora quello. Mi ero illuso. 

Purtroppo è successa una cosa infame, che ormai conosce il mondo intero e che ci etichetterà come una delle tifoserie più violente, come una città troppo agitata. Non lo dicono o non lo vogliono dire nascondendosi sotto frasi come "poteva succedere dovunque". Ma lo pensano, eccome. E noi catanesi lo sappiamo, eccome.

Il calcio a Catania non era questo. E quanti ricordi di bambino in uno stadio pulito! Negli anni '60 mio padre fece fare a mia madre un maglione di lana a strisce rossazzurre. Ogni tanto mi chiedevo per chi fosse quel maglione e alla fine capii a chi era destinato: era la mia divisa da piccolo tifoso. Così ogni domenica allo stadio, ad ogni goal del Catania, mio padre mi prendeva in braccio e mi sollevava come una bandiera sballottandomi fra tante braccia festanti! Primitivo  tentativo di mentalità ultras!

Mi portava allo stadio fin dai tempi in cui il Catania era considerato l’ammazza-scudetti delle Grandi. Uno lo rovinò alla Juve e l’altro all’Inter di Herrera dopo che questi, dopo il 5-0 di San Siro nel girone di andata, considerò il Catania una squadra di post-telegrafonici che 

giocavano in un campionato aziendale. Poi al Cibali la pagò cara.

Ma il mio ricordo più bello è legato a qualche anno più tardi, alla partita Catania-Inter del 28.3.1971. Tipico dei ragazzini, la notte prima non riuscii nemmeno a dormire pensando di veder giocare la squadra del mio cuore: l’Inter! Era l’Inter zeppa di vice Campioni del mondo ai Mondiali di Messico ‘70: Mazzola, Facchetti, Burgnich, Bertini, Boninsegna.

Io ero seduto nella tribuna laterale con un mio amichetto, ma quando vidi quei colori nero-azzurri sbucare fuori dagli spogliatoi, cominciò a battermi il cuore. Non potevo rimanere là, dovevo vederli da vicino!

Col mio amico scendemmo sotto e andammo in curva, proprio vicino alla bandierina del calcio d'angolo per vedere meglio le azioni. Quel giorno pioveva, il cibali era un pantano, ma c’era abbastanza verde da far spiccare quei colori indossati dalla pantera Jair, da Mariolino Corso e da Bonimba. Vedere le mie figurine Panini lì davanti, in carne ed ossa, mi faceva venire i brividi. Quando smise di piovere, seppur inzuppato dalla testa ai piedi, ero ancora lì e al settimo cielo. L’erba bagnata emanava un fresco odore e potevo sentire Bordon mentre incitava Bellugi a lanciare il pallone verso l’ennesima cavalcata di Facchetti. Mi sembrava di stare in mezzo ai miei campioni. Non al Cibali, ma a San Siro. Cosa potevo desiderare di più a 13 anni? Oggi tutto questo sarebbe stato normale, ma negli anni Settanta no. Clamoroso al Cibali! In quel pomeriggio si è realizzato un sogno!

 

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Negli anni Settanta giocavo in una squadra chiamata Pollo d'Oro. Senza nulla togliere ad altre gloriose società catanesi come Massiminiana, Katane, Interclub, Palestro, Mongibello e Trinità, per blasone è una delle più famose e ricordate a Catania. Oggi questa squadra non esiste più perchè il suo creatore, Angelo Barbagallo, un presidente vecchio stampo alla Massimino, alla Rozzi, si è portato con lui tutto quel po' di gialloverde che era rimasto nel calcio etneo. 

Allora, per noi ragazzi delle Giovanili, l'allenatore (il mister) era come un padre. C'era un profondo rispetto per quella persona, sapevamo abbassare la testa se sbagliavamo, in casi estremi sapevamo anche porgere la guancia se sbagliavamo ancora di più, con rassegnazione sapevamo posare le nostre chiappe sulla panchina se per una partita non si giocava. Sempre con educazione, anche con i calciatori della prima squadra che vedevamo come persone anziane, come zii. Oggi chissà che fanno, ma allora i signori Sanfilippo, Cuntrò, Di Francesco (u cavaleri), Lumia, Consoli, Morgia, Barbagallo (schigghia), Belviso, Scirè, Tropea (topolino)  e Verderame erano abbastanza conosciuti e per me, giovane juniores, giocare il giovedì sera contro questa sorta di miti del pallone, "allenarli", spedirli incazzati anzitempo sotto la doccia perchè non riuscivano a far gol al mio portiere soprannominato "Pruvulazzu", era già una gran soddisfazione. Tempo fa, dopo tanti anni, incontrai uno di loro e mi disse che nel 1973 aveva soltanto 24 anni. Com'è possibile? Io lo vedevo come uno di quaranta, tanto era il rispetto che c'era nei confronti delle persone più anziane!

Figuriamoci cos'era per noi Presidente, l'autorità che a settembre inviava le convocazioni per la preparazione pre-campionato. Vedere nella buca delle lettere la busta intestata della Società era meglio della lettera di Babbo Natale. All'inizio del torneo tutti in sede a prendere in consegna la borsa (gialloverde, che anche a quei tempi non doveva essere tanto chic), la tuta d'allenamento, gli accessori e le scarpine, che erano i parametri della tua bravura. Si cominciava dalle Tepa Sport, ma se stregavi il Presidente potevi arrivare alle Atala (allora molto in voga) o addirittura arrivare al non plus ultra: la Pantofola d'Oro, la mitica scarpa di calcio costruita ad Ascoli Piceno e che era l'oggetto dei desideri di noi giovani calciatori. Se poi si otteneva la Super Pantofola, voleva dire che il Presidente era riuscito ad inserirti nella selezione provinciale, in mostra prima dell'estate, per gli osservatori delle grandi squadre del Nord.

Altri tempi. Solo recentemente, ho appreso che tempo fa l'allenatore della squadra allievi del Catania è stato massacrato di botte perchè non aveva fatto giocare un ragazzo di 13 anni!

Tutto diverso da quelle sensazioni. I ginocchi sbucciati sui campi di terra battuta come il Turati o il Duca d'Aosta, l'odore della crema Sifcamina sui muscoli e quello dell'alcool canforato sui polpacci, l'ormai familiare fetore dei paludosi spogliatoi, l'ansia o il piacere di rompere il fiato dopo il calcio d'inizio, l'emozione della "federalità" delll'incontro nel vedere la giacchetta nera dell'arbitro, l'incoraggiamento ai compagni prima di entrare in campo, i battiti del cuore nel vederti nella lista dei titolari al sabato sera, nella sede sociale. E poi quella rete, quella rete di plastica che dava tanta gioia quando la vedevi felicemente gonfiarsi.

E come scordarsi delle voci di Enrico Ameri e di Sandro Ciotti nelle autoradio delle nostre Cinquecento? Solo loro potevano farti immaginare di essere lì, sugli spalti di Vicenza o al Comunale di Torino.

Ecco, questo per me era il calcio. Ma forse è ormai troppo tardi per cambiarlo, perchè gli interessi economici e televisivi hanno il sopravvento anche su eventi tragici come quello del 2 febbraio. Ma quanta nostalgia di quel calcio genuino che ricordo io!

Quelli, per me, erano i campioni. I calciatori che vedevi soltanto sull'album Panini oppure seduti la domenica sera da Alfredo Pigna con le loro enormi basette che giganteggiavano su enormi nodi alla cravatta. Che non sapevano nemmeno parlare, che si vergognavano davanti alle telecamere, che nemmeno si sarebbero sognati di dire "life is now" o di fare i commentatori. Stadi quasi in religiosi silenzi interrotti soltanto dai boati degli autentici sportivi, gente composta che però sapeva stare al suo posto. Le marcature ad uomo, il terzino sull'ala sinistra, lo stopper incollato sul centravanti, lanci lunghi  senza fretta, col tempo di ragionare o di avere un'ampia visione di gioco. Oggi non lo potrebbe fare perchè si beccherebbe settanta calcioni in novanta minuti e con la palla al piede non gli lascerebbero nemmeno il tempo di capire con chi sta giocando, ma quando Rivera (qui riportato solo in maglia azzurra, non potevo tradire la mia Inter fino a questo punto!) riceveva il pallone dai "portatori d'acqua" o da mediani leggendari come Benetti, Furino, Bertini, Lodetti, Bedin, Agroppi, aveva davanti a sè delle praterie immense per mettere in moto il suo genio e lanciare la punta: Chiarugi, Pierino Parti o, in Nazionale, Gigi Riva. Ed era puro spettacolo!

Già, Riva. Secondo me il miglior attaccante della storia del calcio italiano. Quando era in attività anche lui era un semidio come i campioni di oggi, chi lo guardava arrivare da dietro la porta avversaria poteva avvertire il rumore dei suoi passi potenti mentre scattava per farsi trovare pronto all'appuntamento con l'oggetto del suo desiderio: una sfera di cuoio da scaraventare in porta con una potenza inaudita. Proprio per questo lo chiamavano Rombo di tuono, come il nomignolo di un Dio greco.
A Catania, durante un Palermo-Cagliari di serie A in campo neutro (è proprio una maledizione, siamo stati sempre monelli!) una volta lo vidi scagliare uno di quei suoi palloni. 11 febbraio 1973. Ero dietro la porta del portiere palermitano, Girardi, e lo vidi avvicinarsi all'area avversaria; da lontano era piccolo piccolo, man mano che si avvicinava diventava sempre più grande, sempre più grande.. e, come Achille, si sollevò da terra in una armoniosa festa di nervi e tendini, fece plastici movimenti degni dei disegni di Leonardo e infine tese la sua coscia sinistra gonfia di  muscoli (e non di strane sostanze). Quello straordinario balletto si concluse con un fragore che rimbombò fin nei quartieri adiacenti lo stadio e l'impossibilità da parte del sottoscritto di vedere quel pallone viaggiare, tanto andava veloce. Commovente! Adesso fa il dirigente della FGCI. Già, soltanto un Sig. Riva Luigi da Legnago, che oggi accompagna giovanotti in  azzurro, ignari di chi fosse stato veramente quell'uomo in giacca e cravatta. Ma forse è meglio così, l'anima di Gigi Riva non è a Coverciano ma all'Olimpo del calcio.
Solo lui, assieme a pochi altri, mi hanno fatto divertire. L'ultimo è stato Roberto Baggio. Era bello vederlo "sciare" con la palla ai piedi lasciando a terra tre, quattro, cinque avversari. Ricorderò sempre quel codino che svolazzava una volta a destra e una volta a sinistra, come il timone che governa le ali dell'aquila in picchiata….codino a destra: schh-tam-gol, codino a sinistra: schh-tam-gol.….un fruscìo di capelli, il rumore di tacchetti che accarezzavano il Dio Palla completamente ai suoi piedi, mentre gli implorava "fai di me quel che vuoi, che mi sto divertendo tanto". 

Ecco, il calcio è soprattutto divertimento. Diversamente da quello che oggi è diventato. Al contrario di altri sport, dove i movimenti rasentano la monotonia, dal calcio ti puoi aspettare di tutto, sempre qualcosa di diverso, di geniale. Una partita al pallone non sarà mai uguale a quella precedente o a quella successiva. Ecco perchè sono ancora legato soprattutto a quello di trent'anni fa. So pure che dovrò aspettare anni per rivedere quelle discese, quelle acrobazie, forse non le vedrò mai perché il calcio di oggi non è fatto per i giocolieri ma per i gladiatori. Mi accontenterò di rivederli in "Sfide".
E poi c'è da dire che allora i calciatori avevano attaccamento alla maglia, alcuni erano delle bandiere dei loro clubs. Oggi hanno smesso, ma le loro non saranno mai delle semplici scarpette attaccate al chiodo, di quelle che puzzano e che magari ammuffiscono nell'oblio. Non emaneranno cattivi odori perché sono state usate da chi ha fatto della sua passione un esempio per i giovani, un modello di come deve essere davvero lo sport. Sanno di pulito. 

Sono le scarpette prima di tutto di veri uomini, e poi di campioni.

 

 

Sopra, rispetto alle rigide norme di sicurezza di oggi, ecco come si assisteva alle partite, tutte giocate nel benedetto pomeriggio domenicale. Allora non c'era Sky che spezzettava e per sapere se un gol era in fuorigioco bisognava aspettare la Domenica Sportiva di Alfredo Pigna.  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Catania. Versione maschile dell'amore per questa terra. Non "LA" ma "IL", anzi "U Catania. Tre sono le cose che non bisogna togliere al catanese: A Santuzza, i masculini (le alici) e 'u Catania.  

E' stato da sempre la  passione domenicale alle falde dell'Etna.  Generazioni e generazioni di catanesi si sono recati al vecchio Cibali per godersi il  loro Catania. Quante domeniche col falsomagro ancora da digerire e portato appresso nello stomaco  mentre si cercava il parcheggio, acquistare l'ultimo biglietto ai bagarini, cercare l'amico che ti faceva entrare! 

 

 

Al contrario di altre città italiane dove si entra con calma e ci si va a sedere al proprio posto, al Cibali il varcare la soglia dell'accesso  diventa una sorta di manche di "Giochi senza frontiere" . Si corre, si corre per arrivare a prendere il posto migliore. Voi direte, ma non c'è l'abbonamento?  L'abbonamento è relativo, qui a Catania tutto è relativo. Se potesse, la Società metterebbe sulle tessere la postilla "N.B.: chi ultimo arriva male alloggia". E quando si comincia a vedere il verde terreno di gioco, a respirare l'odore di erba appena tagliata, il catanese (di qualsiasi ceto) appena seduto al suo posto, si trasforma: diventa "tifusu do' Catania".

E quando si comincia è uno spettacolo di colori e di suoni. Sfido chiunque a recarsi allo stadio e vedere una partita senza farsi distrarre dalle coreografie, dalle bandiere, dalle "liscie" battute in tribuna, da quello che c'è scritto sugli striscioni. Impossibile. Oggi i tifosi, specie quelli della Nord, sono ancora più pazzi. E come loro, lo è diventata anche questa squadra che ci sta regalando immense soddisfazioni: i calciatori sono diventati pazzi, come i loro tifosi. Quando in campo cominciano a sentire dalla curva "noi vogliamo questa vittoria", tutti insieme si trasformano come per dovere. E' uno stato che dura una decina di secondi, i loro occhi diventano quelli di una tigre e sugli spalti si percepisce questa sensazione, e se ne accorgono tutti: in quei dieci secondi il Catania "vuole" segnare, deve segnare. E accade.

E quando segna, la Nord continua a cantare ininterrottamente per mezz'ora. Anche se la squadra è in svantaggio, come ha fatto a San Siro mentre perdeva con l'Inter, come ha fatto all'Olimpico mentre incassava i gol dai centurioni romani. A Roma tutto lo stadio  quasi si commosse a vedere quella scena che rimarrà nella storia del calcio: la squadra ospite perdeva 7 a 0, ma dalla curva cantavano continuamente come se nulla fosse accaduto, come se il risultato fosse in parità. Sembrava proprio quella scena del film Quo Vadis, quando Nerone vedeva i cristiani che al Colosseo andavano incontro alla morte e cantavano, cantavano. Certo, dai cori in trasferta in tutta Italia si capisce subito che i "cantanti" sono marca Liotru. L'accento li tradisce anche nel canto: "Canto per te" diventa "... canto ppe tte, solo ppe tte, solo ppe tte, solo ppe tte!".

In ogni partita, nel settore ospiti dello stadio volteggiano le bandiere delle squadre avversarie ed ogni tanto i loro tifosi osano insultare quelli rossazzurri.  Al "Catania vaffanculo"  chiunque si aspetterebbe la pronta risposta, cioè un'offesa alla città degli ospiti, no? E invece no, qui al Cibali è diverso. Se, per esempio, la Samp ci insulta non le si risponde con "Genova vaffanculo" ma con "Palermo vaffanculo, chi non salta rosanero è". Pazzi, no? Chiunque siano gli ospiti, gli insulti di ricambio sono riservati solo ai cugini. Assenti,  ma sempre odiati cugini. E' un odio profondo che si trascina da un cinquantennio.

Ma pazzi anche la domenica mattina, quando si sa che quella domenica è speciale perchè il Catania gioca in casa. Recentemente, passeggiando in via Umberto, ho visto davanti al semaforo un signore, fermo in fila, che gridava dentro la sua auto. Ho guardato meglio: aveva l'autoradio accesa e stava ascoltando musica. Potevo capire Pausini, Ramazzotti, al limite Gigi D'Alessio o addiritture le  canzoni napoletane..... No, era "Alè Alè  Alè Alè Vulcano! Perchè il Vulcano è la terra che amiamo, dell'eruzione ce ne freghiamo! Alè!", uno degli inni della sua squadra, e lui gli andava appresso cantando a squarciagola. In parole povere: si stava caricando per il pomeriggio!

Quello che da un paio d'anni sta accadendo nel calcio catanese è qualcosa di veramente magico, che sta coinvolgendo tutti. Un ringraziamento personale va al Presidente che ha costruito questo splendido giocattolo: Nino Pulvirenti, l'esempio che anche a Catania, rimboccandosi le maniche senza bisogno di piagnistei, raccomandazioni e sit-in davanti ai palazzi si può arrivare in alto, molto in alto. Come è arrivato lui con la sua flotta aerea tutta marca Liotru.

E non può essere dimenticato il Presidentissimo, al quale ho dedicato una pagina:

 

 

Questo era quello che c'era scritto in questa pagina prima di Catania-Palermo. Poi successe questo:

 

 

               

 

 

 

 

La squadra che militò in serie C1 e che riuscì anche a lanciare Pietro Anastasi
Profondo cordoglio ha destato tra i tifosi la scomparsa di Pippo Massimino, fratello di Angelo e Turi, morto anch'esso non più di un mese fa.  A Pippo Massimino sono legati i cari e vecchi ricordi della Massiminiana Calcio di Polizzo Samperi, Ursino che non pochi tifosi ricorderanno, che arrivò a militare in Serie C1 che a quell'epoca si poteva considerare una Serie B.
Pippo Massimino in quel tempo fu il fondatore di questa società che si levò parecchie soddisfazioni e lanciò nell'olimpo del calcio giocatori del calibro di Pietro Anastasi, centravanti dalle grandi doti che militò nel Varese, nella Juventus, nell'Inter e nella Nazionale Italiana e che siglò un gran gol nel 1968, nella finale dei campionati d'Europa, alla Jugoslavia.
Inoltre Pippo Massimino, come i fratelli Turi e Angelo, apparteneva a una grossa famiglia di imprenditori degli anni Sessanta.
L'Associazione Calcio Massiminiana era una squadra di calcio di Catania fondata nel 1962 da Giuseppe Massimino, che rilevò il titolo della SCAT. Disputò per la prima volta il campionato di Serie D nel 1964. L'anno successivo vinse il proprio girone e fu promossa in Serie C, campionato in cui militò per quattro stagioni consecutive ottenendo questi risultati: 10° nel 1966-67, 12° nel 1967-68, 17° nel 1968-69 e 19° nel 1969-70. Nel 1969-70 retrocesse in Serie D dove giocò dal 1970 al 1976. Nel 1976 retrocesse e dopo poco scomparve. Giocarono con la Massiminiana, tra gli altri, Pietro Anastasi e Memo Prenna. I colori sociali della Massiminiana erano il giallo e il rosso.
Soprannominato "Petru u turcu" o "Pietruzzo",centravanti, esordì giovanissimo in Serie D con la Massiminiana di Catania, mettendosi in luce nel suo secondo campionato, il 1965-66, segnando 18 reti. A vent'anni, passato al Varese, si fece strada segnando goal a raffica che gli valsero l'ingaggio nella Juventus, il massimo sogno per un ragazzo del Sud quale era lui. Esordisce così in Serie A nel 1967, non ancora ventenne, ma segna 11 reti che gli valgono la prima convocazione in azzurro (dopo quelle dell'under 21 e della nazionale B). Esordisce con la nazionale maggiore l'8 giugno 1968 nella finale europea a Roma contro la Jugoslavia, finita in parità. Nella ripetizione segna il gol del 2-0, laureandosi così a pieno titolo campione d'Europa.
Diventerà uno dei protagonisti della Juventus per tutta la prima metà degli '70, dando un grosso contributo ai titoli del 1971-72, 1972-73, 1974-75. Fu ceduto all'Inter nell'affare Boninsegna, ma in nerazzurro dimostrò segni di precoce invecchiamento, non riuscendo più a segnare come un tempo. Fu così ceduto all'Ascoli nel 1979, squadra con cui chiuse la carriera dopo 3 campionati in massima serie.
In campionato ha giocato 338 gare di Serie A, segnando 105 reti.
Con la Juventus ha disputato 205 partite di campionato segnando 78 reti.
Per 3 volte è stato il terzo cannoniere della Serie A (1968-69, 1969-70 e 1973-74).

 

http://www.massiminiana59-76pernondimenticare.it/

 

 

 

Dissero subito: «Come calciatore è un paradosso». Avevano ragione: la lacuna più evidente finiva per essere la sua arma segreta; risolveva i problemi creati dal palleggio incerto con uno scatto ed una velocità impressionante. Lo stop appariva sempre o quasi, approssimativo, ma lui riusciva a raggiungere la palla prima degli avversari.
Pietro Anastasi, è stato un centravanti importante sia per la Juventus, che per la Nazionale ed, a lungo, ha rappresentato un modello per i giovani del più profondo Sud alla ricerca di quell’affermazione sportiva che, ogni tanto, diventa vero riscatto sociale.
Nasce a Catania il 7 aprile 1948, la famiglia non è ricca. «Sette persone in due stanze», ha raccontato un giorno. Come per altri ragazzi, il suo primo problema fu la scuola, visto che non gli piaceva. Un giorno in classe ed un altro in piazza con una palla fra i piedi spesso nudi per non rovinare le scarpe. Poi il calcio diventò la sua ragione di vita. La carriera fu rapida e, naturalmente, il successo arrivò presto. Due anni nella Massiminiana (girone F della serie D) e trasferimento al Varese nel 1966.
Due stagioni in Lombardia e poi la Juventus che vinse la serrata concorrenza dell’Inter: fu pagato un prezzo record, 660 milioni. È il 1968, un anno magico per il calcio italiano. In Italia si disputa il campionato d’Europa e, per la Nazionale è l’occasione per tornare fra le grandi potenze del calcio. La sera di sabato 8 giugno, allo stadio Olimpico, l’Italia è in finale contro la Jugoslavia. Anastasi esordisce in azzurro, ma non si distingue in una squadra che non soddisfa. Il pareggio 1-1 è un premio immeritato per i nostri colori, ma due giorni più tardi, nella finale-bis, c’è una prova d’orgoglio degli italiani. È il trionfo: goal di Riva e, bellissima, in mezza rovesciata, la replica di Pietruzzu.
Molto intuito, nel gioco di questo calciatore, molto genio e, purtroppo, anche molta sregolatezza: sarà il suo limite. Due anni più tardi, è atteso con curiosità al Mundial messicano. È in gran forma, ma uno stupido incidente lo costringe al forfait poche ore prima della partenza. Lo sostituisce Roberto Boninsegna che, più tardi, prenderà il suo posto anche nella Juventus. Partecipa anche al Mondiale del 1974 ma, a quel punto, la carriera di Pietro è già verso l’epilogo. In Nazionale giocherà 25 gare ed in totale realizzerà 8 volte.
«Le mie qualità migliori erano lo scatto, la velocità e l’altruismo. E seppur scendessi in campo, anche in Nazionale, con la maglia numero nove, spesso mi posizionavo sulla sinistra, per effettuare dei cross a favore del compagno di reparto. Insomma, ero un uomo d’area che sapeva anche manovrare».
Quando, per la prima volta, arriva in Galleria San Federico, sede juventina, è senza cravatta, ed il presidente di allora, Vittore Catella, lo avverte: «Quando si presenta in sede sarà bene, d’ora in avanti, che si vesta con regolare camicia e cravatta».
Ma il contratto è buono e la cifra concordata anche. L’allenatore è Heriberto Herrera, il Ginnasiarca, uno che non cerca e non concede simpatia. Ad Anastasi, che in allenamento non riesce ad interpretare uno dei tanti schemi, una volta urla, davanti a compagni, giornalisti e tifosi: «Tonto, stia a guardare, perché lei non capisce niente!»
È un rapporto, questo con la Juventus, che non sarà mai sereno. Quando torna a segnare con una certa continuità, allo stadio compare uno striscione: Anastasi, il Pelè bianco.
Le cifre: 302 partite e 129 goal, il 1971/72 è l’anno del suo primo scudetto, subito bissato l’anno seguente. Il terzo tricolore lo conquista nel 1974/75, sempre in bianconero, naturalmente. Lascia la Juventus per l’Inter, nel 1976/77, poi l’Ascoli e l’addio ai campi di calcio con un bilancio brillante.
Anni dopo disse: «Andai via, perché ebbi un litigio con Parola, dopo una trasferta in Olanda, ma con la società sono sempre rimasto in ottimi rapporti. Alla Juventus è dove mi sono trovato meglio e rimarrò sempre un tifoso juventino».
 

IL GIOVANE ANASTASI DURANTE ALCUNI CAMPIONATI AZIENDALI A CATANIA (si ringrazia Sergio Nunzio Capizzi)

 

Queste foto si riferiscono ai campionati aziendali che si svolgevano tra gli anni 60/70 al campetto del Cibali (sotto la tribuna B); le squadra erano un misto di Massiminiana, Pollo D'Oro, Ortofrutticoli. Si giocava in nove, il torneo era organizzato-arbitrato e "deciso" da Tano Valenti,

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Il campo di calcio della cosiddetta Cava, ad Aquicella, dove Anastasi veniva applaudito ogni domenica mattina dagli affollatissimi spalti (foto di Ersilio Consoli)

 

 

 

 

 

DI ALBERTO FASANO, DA “HURRÀ JUVENTUS” DELL’APRILE 1981:

Anastasi, detto Pietruzzo è stato forse il caposcuola, il pioniere dei calciatori che dal Sud sono arrivati al Nord per fare fortuna. Non tutti sanno che a determinare il destino di Pietro Anastasi fu, probabilmente, una donna
incinta presentatasi all’aeroporto di Catania e supplicando che la lasciassero partire anche se non aveva un posto sull’aereo, perché doveva assolutamente recarsi a Milano. Quel gentiluomo che era Casati, allora general manager del Varese, le concesse il suo posto, accettando di partire la sera dopo. Lunedì pomeriggio Casati si recò al Cibali per assistere ad una partita tra squadre ragazzi; in una di quelle squadrette giocava un certo Pietro Anastasi. Casati lo osservò attentamente e l’affare venne concluso in poche ore. Pietruzzo si comperò una giacca nuova ed una valigia fiammante per salire al Nord. Divenne famoso a suon di goal, iniziando la carriera proprio nelle file del Varese.
D’acchito il Picciotto vinse la propria battaglia, quella contro il mostro del Nord, cioè il gelo, l’indifferenza, l’incomunicabilità. Vinse senza mai sottrarsi al pericolo di certe battaglie, ma affrontandole a viso aperto anche quando sapeva di rischiare grosso.
Doveva finire all’Inter, ma Gianni Agnelli soffiò il giocatore a Fraizzoli e lo vestì in bianconero quando già era stato fotografato in nerazzurro per la gioia illusoria dei tifosi interisti. Alla Juve fece fortuna e venne idolatrato dalla folla: era il centravanti che nelle iperboli tifose si vide etichettare come Superpietro, Pelé bianco o cose simili. La sua figura si installò in paradossali ex voto sportivi e venne ripetuta per centinaia di pose fotografiche in alloggi torinesi, in case siciliane, dietro il letto, sulla porta della cucina, alla sommità di cassettoni e credenze.
Allo stadio Comunale, in maglia bianconera, cominciò non la vita, ma la leggenda popolare di Pietruzzo. Robusto, seppur piccolo, veloce e sgambettante, carico di fantasie da cortile, un acrobata istintivo: questo il giocatore. Come ragazzo era simpatico, ingenuo, modesto, con qualche improvvisa punta d’orgoglio.
Quando nel 1968 arrivò alla Juventus aveva solo vent’anni e tanto entusiasmo. Lo gelarono subito, anche se si era in piena estate: il presidente Catella, piemontese di stampo antico, lo strigliò subito per aver osato presentarsi al raduno senza cravatta. Così lui, che era arrivato al primo appuntamento con la “Vecchia Signora” timido e sorridente, se ne andò con gli occhi rossi. Né quelle lacrime furono le ultime. A settembre, la lezione tattica di Heriberto Herrera gli gonfiò di nuovo gli occhi di pianto. Per fortuna, quando era sul campo tutto filava a gonfie vele: 28 partite, 14 goal, tre in più che la stagione precedente nel Varese.
Nemmeno la gloria (con tanto di maglia azzurra della Nazionale ed un titolo di Campione d’Europa) è stata un passaporto sufficiente per l’amicizia: si sentiva scartato, isolato e così si chiudeva sempre più in sé stesso. La sua ombrosità, logica conseguenza della difficoltà di comunicazione, veniva scambiata per selvatichezza e qualcuno ci ricamava sopra, sino all’insulto.
La stagione successiva le faccende calcistiche andarono ancora meglio: 29 partite, 15 goal. Ma a fine campionato la fortuna gli voltò le spalle: alla vigilia della partenza della squadra nazionale per il Messico, dove erano in programma i Campionati del Mondo, Pietro venne colto da violenti dolori. Fu ricoverato in clinica ed operato. Addio Nazionale, addio Mondiali. La sfortuna continuò poi a perseguitarlo, non ritrovò più per la successiva stagione lo smalto dei giorni migliori, segnò soltanto sei reti, perdendo anche quei pochi amici di passaggio che era riuscito a racimolare. Ma la straordinaria forza di volontà lo tenne a galla, in attesa di giorni migliori, del successo definitivo.
Fu proprio allora che Anastasi iniziò un processo irreversibile, quello che fece di lui un autentico uomo, un personaggio di successo. L’introverso Picciotto, ex raccattapalle del Cibali, egoista in campo, scontroso fuori, aveva finalmente imparato a comunicare, dentro e fuori del calcio, fino a diventare un protagonista: Campione d’Italia, uno dei migliori, un autentico leader.
Pietro ricorda ancora quel periodo: «Sì, me lo dicevano tutti ed anch’io dovevo constatare il cambiamento, il miglioramento. Ma una ragione precisa non c’era, al di là del fatto che con gli anni ero un po’ maturato. Quando ero arrivato alla Juventus, diffidavo di tutti, dei giornalisti in particolare. In campo pensavo solo a mettermi in luce, al tornaconto personale. Poi diventò tutto diverso e mi accorsi che contava prima la Juventus e poi Anastasi; per la squadra ero disposto a fare qualsiasi sacrificio».
Sicuramente gli giovò molto il matrimonio, placandone la scontrosità e regolandone gli eccessi gastronomici: «A me piacevano i cibi piccanti, la cucina siciliana; molti miei periodi non positivi furono determinati da una pessima condizione fisica, conseguenza di disturbi intestinali. Un giorno decisi di abolire salumi e salse piccanti; la salute tornò e la condizione tecnica ne trasse giovamento».
Poi la moglie, Anna Bianchi, gli regalò due figli ed altri importanti equilibri vennero conquistati. Fu quello il periodo migliore della sua carriera, quello in cui riuscì a riconquistare stabilmente il posto in Nazionale, arrivando poi a collezionare ben 25 gettoni di presenza. Vinse lo scudetto al termine della stagione 1971/72 (giocando tutte e 30 le partite) e fece il bis nel 1972/73, giocando 27 gare su 30; il terzo titolo di campione d’Italia arrivò al termine della stagione 1974/75, anno in cui Pietro giocò 25 partite.
Il divorzio dalla Juve avvenne nel corso della stagione 1975-76. Ritenendo di essere stato preso di mira dall’allenatore Parola, il Picciotto si lasciò andare a roventi e polemiche dichiarazioni nella settimana precedente un delicatissimo derby con il Toro. La Juventus era stata sconfitta a Cesena e stava preparandosi a disputare l’incontro con il Torino. Anastasi, dopo un allenamento al Combi, improvvisò una conferenza stampa, nel corso della quale vuotò, come si suol dire, il “suo” sacco, pieno di livore ed incomprensioni. Un attacco preciso verso l’allenatore Parola e certi compagni di squadra.
Come è nel proprio stile, la Juventus tolse di squadra Anastasi il quale, nella stagione successiva, venne ceduto all’Inter in cambio di Boninsegna. Tutti i tifosi bianconeri ricordano ancora le notizie sensazionali apparse sui giornali di quel 9 luglio 1976. La Juventus annunciava il trasferimento di Anastasi alla società nerazzurra che cedeva ai bianconeri il centrattacco Boninsegna, con l’aggiunta di 750 milioni. Contemporaneamente Capello veniva ceduto al Milan e la Juve aveva in cambio Benetti più cento milioni. Un’operazione sensazionale che portava la Juve sulla strada di altri trionfi.
Anastasi, dopo l’Inter, approdò ad Ascoli. Forse era anche il traguardo cui Pietruzzo anelava, dopo aver perso la gloria della casa bianconera. Ascoli ha rappresentato la tranquilla città di provincia dove il Pelè bianco sta oggi per terminare la sua lunga e tormentata carriera. Da Catania a Varese, da Varese alla Juve, poi all’Inter ed infine all’Ascoli: una carriera da emigrante, ma con la solida soddisfazione di aver guadagnato molto e di aver contato qualcosa in questo sport che sovente uccide gli idoli.
Anche all’Ascoli il Picciotto ebbe momenti di autentico fulgore e di gloria. Con la maglia della squadra marchigiana ebbe anche la soddisfazione di consumare la sua piccola vendetta verso quella Juventus che, sono parole sue, «avevo amato come nessuna altra cosa al mondo, per un calciatore!»
Il 30 dicembre 1979 l’Ascoli venne a giocare al Comunale: Pietro Anastasi sul suo campo, contro la sua Juventus. Il centrattacco, da lungo tempo, era fermo al goal numero 99; sperava di trovare il centesimo goal proprio contro la Juventus e l’impresa gli riuscì. Dopo otto minuti di gioco, con una elevazione felina, colpì la palla di testa e la depositò alle spalle di Dino Zoff. L’Ascoli doveva poi vincere per 3-2 l’incontro, mettendo in crisi la Juve. Una crisi passeggera, s’intende. La Juventus è rimasta nel cuore di Pietro Anastasi, nulla al mondo potrà cancellarne il ricordo.
Abbiamo visto recentemente Anastasi ed abbiamo parlato dei tempi felici in cui guizzava come un fulmine verso la rete avversaria e mandava in delirio i suoi fans con i goals più pirotecnici e brasiliani. Anastasi ricorda tutto e tutti, la sua amicizia con Bettega, l’unico che seppe in certo qual modo sgelarlo dal mondo di diffidenza ed incomprensione in cui era vissuto per molti anni. Della città di Torino, in fondo al cuore, ha una certa nostalgia.
Forse si rivede ragazzo, correre disperatamente dietro ad un pallone, su un prato d’erba ispida, sotto il cocente sole di Sicilia. Forse ricorda il giorno in cui sbarcò a Torino e la leggenda si colorì con i toni di una ballata da cantastorie. Nel formicolio delle mansarde, degli agglomerati umidi delle periferie abitate dalla gente della sua terra, il Pelé bianco riuscì a portare lume con le sue acrobazie e con il suo nerissimo ciuffo di capelli. La gloria arrivò presto e lo sistemò su un solido piedistallo. Pietro sa che la gloria aveva un nome: Juventus. Per questa ragione non ha mai dimenticato la società bianconera ed i tifosi che dalla curva Filadelfia urlavano il suo nome: “Pietro, Pietro!"

DI VLADIMIRO CAMINITI:
Anastasi fu ingaggiato da Vittore Catella, previo interessamento dell’Avvocato Gianni al patron dei frigoriferi Giovannone Borghi, un uomo doppio, ma soltanto nel fisico, mento doppio, sopraccigli doppi, pancia se vogliamo tripla; però, una persona lastricata di buone intenzioni, Borghi aveva quasi raggiunto l’accordo con l’Inter per l’osannato centrattacco del suo Varese, ma all’ultimo momento fu galeotta una questione di compressori per frigoriferi, ed Anastasi passò alla Juventus, dopo che aveva già indossato in amichevole la maglia nerazzurra. I benpensanti si scandalizzarono. In realtà, il trasferimento fu solo rinviato di alcuni anni, i migliori della carriera del Picciotto, di pelle quasi scura, due occhi balenanti, una tosta furbizia, due svelte gambe di levriero.

Alla Juventus trova il fustigatore dei costumi Heriberto Herrera, che aveva nell’arcaico grandissimo Gipo Viani uno dei suoi pochi veri estimatori in un Paese calcistico schiavo della pigrizia tecnica: «La Juventus sta praticando il gioco più moderno del mondo, è finita l’epoca degli specialisti; io faccio solo il goal, io difendo e basta», diceva il Ginnasiarca prima dell’inizio del campionato, deludente per la Juventus, non per Pietruzzu, il cui bottino fu di 14 goal, rivelando tutta la sua astuzia istintiva e di volo un destro sciabolatore che levati.
Durante un allenamento, il Ginnasiarca pescò Pietruzzu in ritardo su un esercizio. Il cicchetto del mister fu poderoso. Il ragazzo s’avvampò e pianse. Furbo, ghiotto di tutto, soprattutto di popolarità, colpisce che non ami parlare nel dialetto di Meli. Si esprime in compìto italiano, insomma, e va a miracol mostrare del suo stile impolverato (i primi calci li ha dati scalzo, sui terreni aridi della periferia di Catania) già in questo primo campionato juventino: 1968/69.
La fama gli da subito un po’ alla testa. Con i cronisti, anche con me, ha rapporti difficili. Nello spogliatoio qualche compagno, ad esempio Furino, non ci andrà mai d’accordo. Voglio dire che ha spesso atteggiamenti spocchiosi. Pure, la Juventus ha cambiato il modo di vivere il calcio; è datato Heriberto Herrera il rinnovamento tecnico che prosegue clamoroso proprio alla fine di questo campionato, quando avanza sulla scena monsù Rabitti e la squadra ripiglia confidenza con le vittorie strappa applauso.
L’Avvocato ha già richiamato Boniperti come amministratore delegato; presto lo farà presidente, e sarà il primo presidente anche tecnico nella storia del nostro calcio. Nascerà la Juventus ineguagliata ed ineguagliabile del collettivo in campo e fuori campo. Anastasi ha tutto il tempo, sono sei anni di gioie e di rabbuffi, di goal maiuscoli e di sensazionali strafalcioni, per lasciare un’impronta. Non si era mai visto un centravanti come lui. L’istinto s’incarnava in uno scatto abbagliante come le onde del mare etneo al suo sole infuocato.
Arrivando in bianconero, è famoso; in maglia azzurra si è laureato a Roma campione europeo. Paragonato ai centravanti tradizionali, è un misto di Gabetto e Lorenzi, ha più estro
che tecnica, più possesso fisico dell’azione che senso tattico; caccia il goal come uno stallone la femmina. Quando al povero Picchi subentra Vycpalek mal gliene incoglie, perché Cesto è bonario ma caustico, ama le posizioni chiare, la lealtà. Anastasi ha atteggiamenti da divo in uno spogliatoio dove legifera il collettivo. Ma subito per me diventa Pietruzzu, gioca partite stupefacenti e segna molti goals decisivi. Forse il campionato del primo scudetto bonipertiano (1971/72) è pure il suo più efficace, se anche segna 11 goal il suo apporto è trascinante, per supplire, insieme a tutti, all’assenza nevralgica di Bettega ammalatosi.
«Quel campionato rappresentò il primo traguardo della mia carriera e dell’esperienza juventina. Arrivai al nord che ero davvero un ragazzino e presto diventai uomo, anche in virtù dell’aria che si respirava in società: erano i tempo di Catella, Giordanetti, Allodi e, soprattutto, Boniperti».
Un campionato tormentoso e per Cesto drammatico che si risolve in volata, con un bel 2-0 al Comunale inflitto al Vicenza. E si può ben dire che questa Juventus di Anastasi si riallaccia alla migliore tradizione della società, vince con una sola lunghezza (43 a 42) su Milan e Torino (che un sardo di nome Giagnoni pilota con demagogica sciarpa), ma è come sta scritto nel suo stemma, la vittoria del forte che ha fede.
Anastasi vincerà altri due scudetti, quello numero 15 in cui assopirà un tantino il suo vulcanico talento, con soli 6 goal e l’ancora arzillo Altafini che ne fa ben 9, suo sostituto o suo partner, in 23 partite; Vycpalek ha perso l’adorato Cestino, ma non perde mai la calma, tecnico pacioso e profondo.
C’è qualcosa che non va nei costumi atletici del catanese? Ha qualche problema privato? Si può rispondere, senza indugio: quel suo gioco tutto istinto, i suoi scatti a ripetizione, lo logorano; senza la forza fisica rapinosa di un Chinaglia, non è meno rapinoso il suo gioco che siede i portieri. Rivivrà diversamente, com’è diversa Catania da Palermo, il mare etneo dal mare di Mondello, questo scatto in Schillaci. Alla conquista del suo terzo scudetto, campionato 1974/75, Anastasi arriva in coppia con Damiani, 9 goal a testa, uno in meno l’eterno Altafini.
Lapilli e scaglie dorate del suo scatto inimitabile sono ormai cenere; con un colpo di genio Boniperti, nell’estate del 1976, lo scambia con l’anziano Boninsegna. Il Pelé bianco naufragherà nelle nebbie di Milano.
http://ilpalloneracconta.blogspot.it/2008/04/pietro-anastasi.html

 

 

 

 

 

 

 

 

grazie a Angelo Belviso

 

 

 

 

 

 

 

La società sportiva "Atletico Catania s.r.l." nasce nel 1986 , dal cambio di denominazione e relativo trasferimento a Catania della squadra di calcio "S.C. Mascalucia 1969" . L' Atletico Catania nel suo primo campionato a Catania , CND del 1986/87 , con il presidente Salvatore Tabita raggiunse l' importante traguardo di vincere il campionato e di ottenere così la prima storica promozione nel campionato di serie C2 .
L' Atletico Ct. quindi , nella stagione 1987/88 , partecipò per la prima volta ad un campionato professionistico di serie C2 (girone D) . Tutte le partite si disputarono sul manto erboso del “Cibali” . Il girone D di C2 era composto da molte società siciliane (Palermo, Giarre, Siracusa, Trapani) e da squadre molto

ostiche per questi campionati come la Juve Stabia la Turris o la Cavese . Nonostante il difficile campionato l' Atletico Ct. riuscì ha farsi valere e raggiunse un' importante salvezza con il 10° posto nella classifica finale . La foto accanto riporta la formazione atletista durante la trasferta nel derby contro il Siracusa .
Il secondo campionato di C2 del 1988/89 l' Atletico Catania lo disputò invece a Lentini . Tenendo conto che la Leonzio nel 1988 era fallita e visto il poco pubblico che riusciva a racimolare l' Atletico al Cibali , in un costoso campionato di C2 , il Cav. Salvatore Tabita fù costretto , per non portare al fallimento la società , nell' amara decisione di effettuare questo trasferimento a Lentini . L' Atletico Ct. giocò un ottimo campionato e raggiunse il 4° posto finale. Finito il campionato iniziò però un periodo di crisi e dopo una lunga trattativa , sostenuta dal segretario generale Arturo Barbagallo, arriva un nuovo presidente l' ex dirigente del Catania Calcio Franco Proto . Proto era l' unico presidente che aveva quello di cui c' era di bisogno i "soldi" , ma il suo unico e vero obbiettivo era quello di riportare l' Atletico , nel giro di qualche anno, nella città di appartenenza : Catania.
Dal 1989/90 alla stagione del 92/93 , anno della grande impresa con il passaggio alla C1, l' Atletico militò in C2 disputando dei buoni campionati e sempre sotto la presidenza di Proto. Proprio in occasione del primo campionato di C1 del 1993/94 (che grazie ai goal di Calvaresi e al buon tecnico Salvatore Bianchetti si raggiunse la salvezza ) che Franco Proto si rese conto che era arrivato il momento , visto l' importanza di un campionato come la C1, di riportare l' Atletico a Catania . Nell' estate del 1993 la città di Catania era rimasta senza calcio per l’estromissione del Catania dal campionato di C1 da parte della Lega . Franco Proto , sollecitato dall' amministrazione comunale e in prima persona dal sindaco Bianco , non potendo effettuare subito il trasferimento fondò il Catania 93' . Il presidente Proto quindi accolse la proposta è convinto che avrebbe , con il suo gesto , conquistato Catania e i suoi tifosi organizzò un’ amichevole al Cibali facendo giocare le sue due squadre , La Leonzio e il Catania 93 ; ebbe una grande accoglienza dai tifosi della Falange (curva sud) e da tutto lo stadio . Proto era commosso , mai avrebbe immaginato che pochi giorni dopo , alla riammissione del Catania al campionato d' Eccellenza del 93/94 , la gente gli avrebbe rivoltato le spalle "politici in testa" . Il Catania 93' nonostante tutto disputò al Cibali un grande campionato (serie D del 93/94) sfiorando la promozione in C2 . L' anno dopo si effettuò lo scambio : in pratica Franco Proto riportò l' Atletico a Catania e alla città di Lentini cedette il suo Catania 93' con la nuova denominazione di S.S. Leonzio .
Nel campionato di C1 del 1994/95 l' Atletico Catania " tornato finalmente nella città natìa" raggiunse la salvezza con il 12° posto finale ; ci furono diversi problemi che portarono all' esonero del duo Auteri - Lombardo prima e del tecnico Caramanno dopo . Ma fortunatamente a metà stagione con il ritorno del tecnico Paolo Lombardo e l' arrivo di rinforzi (il portiere Graziano Vinti , Mattia Collauto e Angelo Ferraro) si riuscì a raggiungere la salvezza . Da ricordare i tanti goal di Calvaresi e l' esplosione di un giovane come Mattia Collauto , senza dimenticarsi del capitano De Amicis.
Nella stagione 1995/96 il presidente Franco Proto decise di allestire una squadra in grado di lottare per i Play/Off . Il Direttore Sportivo Adriano Polenta e il nuovo tecnico Francesco D' Arrigo allestirono un' ottimo organico che a fine stagione , dopo una grande rimonta nel girone di ritorno , sfiorò i Play/off con il 7° posto finale . Indimenticabile la sconfitta in casa , la penultima di campionato , contro la Nocerina per 2 - 0 che in pratica non permise all' Atletico Catania di inserirsi nel quinto posto . Da ricordare , oltre all' ottimo allenatore D' Arrigo, giocatori come : il portiere Nicola Di Bitonto , Fabio Bonadei , Loris Del Nevo , Pietro De Sensi , Marco Moro , Carlo Troscè , Gaetano Calvaresi e Umberto Marino (chiamato dai tifosi " mucca pazza").
Vista la delusione per il mancato accesso ai Play/Off nella stagione 1996/97 Franco Proto decide di allestire una super squadra che possa lottare al vertice. Viene incaricato nel difficile lavoro un Direttore Sportivo molto esperto come Enzo Nucifora e come tecnico si decise di chiamare Orazi . Arrivarono a Catania grandi giocatori : dalla Juventus arrivò il portiere Lorenzo Squizzi , vennero aquistati i difensori Massimiliano Farris e Giovanni Paschetta (Cosenza) , al centrocampo arrivarono : Luigi Bugiardini e Massimiliano Favo (Lucchese) ; in attacco arrivò Franco Lerda (Brescia) e Claudio Cecchini (Ancona) . La squadra era forte in ogni reparto però non riuscì subito ad ingranare ed a metà stagione Orazi venne esonerato . Venne chiamato a Catania un nuovo allenatore : lo svizzero Roberto Morinini che con grande impegno e sapienza trasformò la difesa atletista in un vero e proprio bunker (a fine stagione l' Atletico Ct con i suoi 15 gol al passivo fù la difesa meno perforata dalla serie A alla C2) e con una grande rimonta si raggiunse il quarto posto finale e si ottenne l' accesso per i Play/Off poi persi contro il Savoia ( andata 0 - 0 , ritorno 1 - 0 al S.Paolo di Napoli) . Fù una stagione indimenticabile soprattutto per il grande pubblico che per la prima volta riuscì ad attirare l' Atletico al Cibali e si raggiunse ovviamente il record di presenze in occasione dei play/off contro il Savoia dove c' erano 20.000 spettatori. Nella partita di andata , finita 0 - 0, un episodio poteva cambiare il volto della partita e chissà pure la storia : sul finire del primo tempo Franco Lerda con una grande punizione colpisce in pieno la traversa e il pallone rimbalza in area di rigore ma nessuno riuscì a segnare . Nella partita di ritorno partirono da Catania più di mille tifosi , direzione "S. Paolo" (foto accanto ricorda i tifosi atletisti) momenti indimenticabili ma non si riuscì nell' impresa e il Savoia vinse la gara per 1 - 0.


L' estate del 1997 si tinge di giallo , a fine luglio quando ormai il tecnico Morinini aveva accettato la riconferma il giorno prima della firma di contratto scompare insieme al D.S. Nucifora .......... destinazione Avellino . Franco Proto , altamente deluso dal comportamento di gente che riteneva onesta , affidò la panchina per il campionato 1997/98 al tecnico Rosario Foti . Quindi fù affidato all' ex tecnico dell' Acireale il difficile impegno di riscattare la grande delusione per il mancato salto in serie B , una grossa responsabilità che nonostante l' ottimo impegno del tecnico la squadra , per mezzo campionato , non riuscì ad uscire dalla bassa classifica . Arrivò l' esonero di Rosario Foti e il presidente Proto richiamò in panchina Paolo Lombardo ; inizia l' ennesima miracolosa risalita ed arrivano a Catania nuovi giocatori : Giovanni Sulcis (Cagliari) , Davide Bombardini (Reggina) ; Salvatore Nobile ; Fabio Pittilino (Udinese) ed in porta entra titolare Marco Onorati . La squadra del capitano Pietro Infantino si trasforma e risale pian piano la classifica ed a fine stagione batte per 3 - 1 (con un gran goal di Bombardini) la Ternana , seconda in classifica imbattuta da 32 turni , ed ottenne l' ingresso ai play/off per la seconda volta consecutiva raggiungendo il 5° posto . Negli spareggi si dovette però fare i conti di nuovo con la forte Ternana del tecnico Luigi Del Neri ed il primo duello davanti ad un Cibali (foto accanto) con 20.000 spettatori finì 0 - 0, nella gara di ritorno , dopo diverse polemiche per un rigore negato a Bombardini, l' attaccante Borgobello regala la vittoria per 1 - 0 alla Ternana trascinandola verso la finale poi vinta.
Nel 1998/99 il presidente Franco Proto instaura un accordo con l' Inter ed arrivano a Catania giovani promesse come : Luca Facchetti e Sergio D' Autilia (ma entrambi si dimostrarono non all' altezza) , ritorna il direttore sportivo Enzo Nucifora e l' Atletico disputa un discreto campionato suggellato però da diversi esoneri : il tecnico Paolo Lombardo visto l'ottimo finale di campionato fù riconfermato ma successivamente (e ingiustamente) esonerato , venne chiamato in panchina un grande ex giocatore del Milan Pietro Paolo Antonio Virdis , al suo esordio come tecnico . Arrivarono anche nuovi rinforzi : gli attaccanti Ciccio Pannitteri (Messina) e Firminio Elia (Crotone) ed il difensore Claudio Grimaudo , però sul finire del campionato si ebbe un rischioso calo in classifica ed a solo 4 gare dalla fine , raggiunta una posizione critica in classifica , Franco Proto litiga con Virdis e lo esonera . Il direttore Nucifora chiama in panchina il bravo Pasquale Casale che riesce in poco tempo a salvare la squadra raggiungendo il 10° posto finale. In questa altalenante stagione si vide una autentica coppia di goal , Pannitteri ed Elia , entusiasmarono i tifosi con tanti bellissimi goal , è stata sicuramente la coppia di attaccanti più prolifica mai avuta ; da ricordare anche la grande serietà di un giocatore esperto come Giacomo Modica che venne a Catania rinunciando di giocare in B con la sua Ternana.
l penultimo campionato di C1 del 1999/00 è stato molto deludente e si concluse con la penultima posizione in classifica e si dovettero disputare i play/out poi vinti contro la Juve Stabia . Il ruolo di direttore generale era stato affidato ad una persona seria e preparata come il Dott. Claudio Tanzi . Tanzi però non condivise la gestione societaria da parte del presidente Proto , ed infatti a fine dicembre arrivarono le sue dimissioni . Furono fatti molti errori , il primo sicuramente fu la scelta del tecnico Gregorio Mauro che venne quasi subito esonerato . Il presidente Franco Proto chiamò in panchina il tecnico catanese Salvo Bianchetti , successivamente incaricò come nuovo direttore sportivo Andrea Mangoni (che aveva già lavorato con Bianchetti nella Spal) . Arrivarono anche alcuni rinforzi : Alessio De Stefani (Bari) , Nathan Schiavon (Lucchese) e gli attaccanti Luca Dosi e Gabriele Scandurra (Lucchese) . Tutto ciò non bastò e la squadra precipitò in fondo alla classifica , venne esonerato Bianchetti e il nuovo tecnico Rosario Picone riuscì nell' impresa di salvare una stagione fallimentare agganciando "per il rotto delle cuffie" l' accesso ai play/out . Nella prima gara contro la Juve Stabia fù Ciccio Pannitteri a trascinare l' Atletico verso una vittoria pesante per 3 - 0 , la gara di ritorno finì 1 - 0 per la Juve Stabia e si raggiunse la salvezza . Da ricordare : le grandi parate di Marco Onorati , un leader come Massimiliano Farris , l' attaccamento alla maglia del capitano Pietro Infantino , la cattiveria del giovane La Marca , l' estrosità tecnica di Mirco Pagliarini e i goal di Ciccio Pannitteri (chiamato CiccioGol) .
L 'ultimo campionato di C1 2000/01 iniziò con grandi obbiettivi , vista anche la presenza nel medesimo campionato del Catania, e Franco Proto insieme a Enzo Nucifora (ritornato e perdonato dopo la fuga insieme al tecnico Morinini ad Avellino nell' estate del 1997) allestirono una grande squadra con in panchina il mister Adriano Cadregari . Era stata allestita una formazione completa in ogni reparto , arrivarono : in porta Stefano Anbrosi , in difesa Stefano Archetti , Pietro Assennato e lo sgusciante Francesco Tondo ; al centrocampo dal Livorno arrivò Giuliano Gentilini e dalla Roma Fabrizio Romondini ; in attacco l' attaccante Antonio Bernardi (Alzano) . Nonostante i buoni propositi la stagione iniziò male e finì peggio con la retrocessione in C2 dopo la perdita dei play/out contro la Lodigiani : infatti nella partita di andata vinse al Cibali la Lodigiani per 4 - 3 e nella gara di ritorno , al Flaminio di Roma , la Lodigiani vincendo per 2 - 0 guadagnò , a discapito dell' Atletico , la salvezza . Nel calcio la fortuna può essere determinante e se in determinate circostanze và tutto storto non sempre si riesce a salvare una stagione , quando poi giocatori fondamentali come l' attaccante Bernardi salta l' intera stagione per infortunio , o l' attaccante Moscelli , autore nelle prime partite di 8 goal , venne inspiegabilmente ceduto a Novembre . Tutto andò male ed ancora peggio finì nell' estate 2001 quando per gravi condizioni finanziare l' Atletico Ct. venne estromesso dalla serie C2 e costretto a ripartire dall' Eccellenza . L' Atletico Ct. venne letteralmente abbandonato dal comune di Catania , infatti il sindaco Scapagnini e l' assessore allo Sport Paolo Di Caro non consegnarono il contributo che era stato già promesso e approvato dal consiglio comunale . Se il contributo sarebbe stato consegnato l' Atletico Ct. si sarebbe salvato perchè avrebbe chiuso con un minore passivo il bilancio e sarebbe stato iscritto regolarmente al campionato di serie C2 . Il contributo comunale si aggirava sui 300 milioni e veniva puntualmente consegnato ogni anno sia al Catania che all' Atletico , in base alla categoria di appartenenza .

http://www.atleticocatania.altervista.org/la%20storia.HTM

 

 


LA JOLLY COMPONIBILI

 

La Jolly Componibili Catania è stata una squadra di calcio femminile, attiva a Catania tra il 1976 e il 1979. Ha vinto lo scudetto nel 1978. Giocava le partite casalinghe allo stadio Cibali e la maglia era a strisce rosse e azzurre.
Fondata da Angelo Cutispoti, la squadra legò il proprio nome a due allenatori, il bresciano Gianni Prevosti (ex ala del Catania maschile) e il suo secondo Coci.

La Jolly Componibili Catania (chiamata così per lo sponsor) partì dalla Serie C nel 1976, appunto, vincendo subito il proprio girone. Subito rinforzata, le ragazze di Prevosti vinsero anche la Serie B nel 1977. L'avvenimento più straordinario arrivò al terzo anno di attività: da matricola in Serie A, ottenne il primo posto e quindi lo scudetto. Su 22 incontri disputati, le rossazzurre vinsero 20 partite e ne pareggiarono appena 2. La Lazio Lubiam, seconda in classifica, era stata staccata di ben 7 punti. Il secondo campionato di A fu meno appassionante: Prevosti lasciò a Coci la guida tecnica, e la squadra, meno brillante, ottenne "solo" un terzo posto. Alla fine del campionato 1979, la dirigenza dovette cedere il titolo sportivo all'Alaska Lecce, che in seguito avrebbe vinto tre scudetti consecutivi.

Questa era la formazione titolare della squadra che vinse lo storico scudetto: Virgilio; Caruso, Summa; Belviso, Pedrale, Musumeci; Carrubba, Lonero, Zuccaro, M.Macaulo, Reilly. L'ala sinistra Rose Reilly, scozzese, era il capitano e fu anche una delle giocatrici più rappresentative della propria nazionale.
Gianfranco Forza. Le biancorosse, che fino alla stagione 2003-04 giocavano a Gravina di Catania ma che poi si sono trasferite a Paternò, hanno alle spalle 12 campionati di serie A. Il miglior risultato è stato un doppio 6° posto ottenuto nel 1991-92 e nel 1992-93. L'ultima partecipazione alla massima divisione risale al 2001-02.

 

«Il calcio? È solo uno sport…» La storia di Gianni Prevosti e dello Scudetto del Catania di Calcio Femminile.
 

1 Aprile 2006 - di Roberto Quartarone

 

Nel 1976, Angelo Cutispoti iniziò un’avventura senza precedenti: creò una squadra di calcio femminile a Catania, la Jolly Componibili Catania. Il primo tassello fu la scelta dell’allenatore: il presidente contattò Gianni Prevosti, che per vent’anni aveva girato la Sicilia guidando molte squadre dilettantistiche. «Naturalmente cominciammo dal gradino più basso -inizia l’ex allenatore bresciano-, dalla Serie C, che era a livello regionale. Vincemmo subito il campionato e tutto ci andò benissimo, anche se in squadra non avevamo grandi giocatrici. In Serie B ci rinforzammo con delle ragazze dalla buona tecnica individuale e con un buon tocco del pallone. Il campionato era molto impegnativo, infatti erano state inserite nel nostro girone anche squadre romane e napoletane. Anche quell’anno conquistammo il primo posto, passando in Serie A, malgrado tra gli avversari ci fossero molte ragazze che giocavano bene e promettevano. Le migliori, comunque, le portammo con noi nella massima serie. Inoltre comprammo un’attaccante scozzese, Rose Reilly, che era veramente brava e dava delle legnate tremende. Per portare tutte queste giocatrici a Catania il presidente sborsò molti soldi, ma grazie a ciò giocammo a Milano, Verona e Torino, ottenendo sempre dei buoni risultati. Alla fine, vincemmo anche lo scudetto: non ce lo aspettavamo! Ci siamo meravigliati di trovare una resistenza così poco consistente: ogni avversaria aveva massimo 4 giocatrici con una tecnica decente, mentre invece la nostra squadra aveva solo ottimi elementi, tutti scelti e sui cui si poteva contare. Dopo lo scudetto, ho dovuto lasciare la squadra per tornare a dedicarmi al calcio maschile.»

La situazione del calcio femminile

Intervista a Gianfranco Forza, presidente del Gravina ACF

Venticinque anni fa, non era difficile che un catanese andasse abitualmente a vedere una partita di calcio femminile. Allora, Angelo Cutispoti, Gianni Prevosti e le ragazze della Jolly Componibili Catania andavano alla grande in serie A. Bastavano un paio di giocatrici forti e dietro loro si creava il vuoto: promozione in serie A, scudetto, terzo posto. Poi la squadra si trasferì a Terni e l’interesse del grande pubblico per la versione femminile dello sport più amato finì.
Oggi com’è la situazione del calcio femminile siciliano? Lo chiediamo alla persona più esperta in questo campo: Gianfranco Forza, presidente del Gravina A.C.F., da anni la squadra più importante della provincia di Catania, avendo partecipato per 12 stagioni alla massima divisione.
«Quando la Jolly Componibili Catania vinse lo scudetto, io facevo calcio femminile da due anni. All’epoca, nel 1978, c’erano appena dodici squadre in serie A e trenta divise nei campionati regionali: oggi, invece, solo a livello nazionale (tra serie A, A2 e B) si contano 93 squadre, di cui quasi una decina siciliane. A livello regionale sono 29 le squadre iscritte ai gironi siciliani. Per di più, il calcio a 5 è in crescita: da poco la FIGC ha creato dei campionati regionali; chi vince accede alle finali nazionali e noi le abbiamo vinte nel 1991 e nel 1992. Tutt’ora ci facciamo onore con una squadra formata da ex giocatrici di calcio ad 11, che si divertono di più in questi campionati meno stancanti.»
Bilancio quindi abbastanza positivo? Tutt’altro.
«Un esempio: abbiamo superato brillantemente il primo turno di Coppa Italia, ma non è facile andare avanti per motivi economici. Finché si va in Calabria, la trasferta costa poco e si può fare tranquillamente. Ogni volta che si va più a nord, però, si devono pagare tantissimi soldi. Gli sponsor non coprono tutto e … non sono Berlusconi! Quando entrano in ballo questi fattori, il divertimento passa in secondo piano: forse era meglio quando si disputavano i campionati regionali… Inoltre, nonostante sia riuscito a trovare dei buoni sponsor, ho paura a salire in serie A1. Infatti, l’iscrizione costa più di quella alla serie D di calcio maschile e noi siamo dilettanti! In più, il comune non ci ha concesso un campo in erba e ogni partita in casa devo pagare multe su multe. Infine, dobbiamo anche presentare una squadra di under 19 a livello nazionale. Questi costi sono insostenibili…»
Fortunatamente le partite giocate in campo regalano emozioni forti.
«Certamente. La stagione passata siamo partiti malissimo e abbiamo finito benissimo: alla fine dell’andata eravamo in zona retrocessione, nel girone di ritorno abbiamo totalizzato più punti di tutti, arrivando a metà classifica. Quest’anno siamo più ambiziosi: è arrivato un portiere nuovo, una mezzala veramente forte e dovrebbe aggregarsi un’algerina, che ha un po’ di problemi con il transfert: la federazione pretende che lavori, ma è giovane e non è facile trovarle un impiego [n.d.r.: l'algerina alla fine non verrà tesserata]. Ci trattano da dilettanti solo quando conviene... Comunque speriamo di arrivare tra le prime cinque.»
Quali sono le differenze tra una calciatrice e un calciatore?
«Tecnicamente alcune, pur essendo meno veloci e meno potenti, sono a livello di un professionista. Secondo me Gaucci sbagliava quando voleva portare la Prinz a Perugia: alcune possono anche essere brave a palleggiare, a fare le giocoliere, ma non possono competere fisicamente. Tuttavia, in campo sono più cattive dei maschi
Come va con le giovani?
«Le scuole calcio sono molto attive. Iniziare da piccole conviene anche perché le ragazzine sono più sviluppate dei ragazzi della stessa età. Una volta le ragazzine di 12 anni hanno disputato un torneo di calcio a 5, vincendolo. La squadra campione della categoria maschile propose di giocare una finalissima: le ragazze li umiliarono vincendo 4-0!»
A chi devono rivolgersi le ragazze che volessero iniziare a giocare a calcio?
«Il mio numero (095 21 11 81) è sempre disponibile. Chi vuole, può anche presentarsi al campo di calcio di Gravina il martedì, il mercoledì e il venerdì dalle 17 alle 19, ci alleniamo sempre lì. In Sicilia, però, è difficile che le ragazze giochino a calcio, spesso a causa della mentalità di alcuni genitori. Una volta capitò che si presentò una ragazza veramente brava di diciassette anni. Sua madre la ritirò dalla squadra perché doveva farla giocare a pallavolo, senza considerare il fatto che era troppo bassa per quello sport e che a lei non piaceva minimamente!»
Il Gravina ha già iniziato il proprio campionato. I risultati iniziali fanno ben sperare per il futuro. I miliardi sono lontani dal campetto di Gravina, ma Forza ci ha confermato che anche questo ambiente considerato lontano dal dio denaro rischia di impantanarsi nell’errore che, molto tempo fa, hanno commesso i ragazzi: sacrificare il divertimento per il guadagno.
(Roberto Quartarone, articolo scritto il 17-10-2004)
[La foto del Jolly Catania è tratta da La Sicilia, aprile 1978]

 

 

 

 

 

 

 

foto Turi Di Stefano

 

 

 

L'Associazione Sportiva Acireale, o più semplicemente Acireale, è una società calcistica italiana che, fondata nel 1946 e costituitasi in società a responsabilità limitata nel 1989, ha sede nella città di Acireale. Nella seconda metà degli anni cinquanta (1957-1958) e sino al 1972 la squadra venne denominata Acquapozzillo, in virtù della sponsorizzazione da parte della società delle acque minerali.

 A luglio del 2006, a causa di difficoltà finanziarie, non riuscì ad iscriversi al campionato di Serie C2, nella quale era retrocessa dopo i play-out di Serie C1 Girone B disputati contro la Juve Stabia. Nello stesso mese, l'imprenditore Santo Massimino fondò una nuova società con denominazione sociale molto simile alla precedente: la Società Sportiva Dilettantistica Acireale Calcio, iscritta al campionato di Promozione nell'annata 2006-2007 e promossa nel campionato di Eccellenza al termine della stagione. L' Associazione Sportiva Acireale S.r.l. fu dichiarata fallita nel dicembre del 2006. La S.S.D. Acireale Calcio può essere considerata la naturale continuazione dell' Associazione Sportiva Acireale. I colori sociali della squadra sono il granata ed il bianco. I migliori risultati della sua storia calcistica sono la promozione e la permanenza per due anni in Serie B nelle stagioni 1993-1994 e 1994-1995.

Dal 1993 disputa le proprie gare interne allo Stadio Tupparello il quale può ospitare fino a 8.000 spettatori.

L'Associazione Sportiva Acireale venne fondata l'11 giugno 1946 sulle ceneri di un più antico progetto, anch'esso denominato Acireale, una squadra che partecipò a vari campionati agonistici fra il 1928 ed il 1934 per poi sciogliersi definitivamente.

Il campo di gioco era allora il "Comunale" della centrale piazza dei Padri Cappuccini, in terra battuta e capace di ospitare fino a 3.500 spettatori.

La prima formazione della stagione 1946-1947 fu: Core, Maccarrone, Cantarella, Dereani, Barattucci, Conti, Signorelli, Raciti, Grasso, Creziato, Cusumano. Allenatore è Luigi Bertolini.

La prima Serie C

Il primo traguardo di un certo rilievo, dopo la Quarta serie conquistata nell'annata 1957-1958, fu la promozione in Serie C ottenuta nella stagione 1968-1969, categoria nella quale l'Acireale aveva già militato nell'immediato dopoguerra.

L'Acireale ritornò in Serie D nella stagione 1975-1976, partecipò quindi a varie edizioni del campionato Interregionale, istituito nella stagione 1981-1982.

Nella seconda metà degli anni ottanta si ebbe una nuova rinascita, con una serie di promozioni che porterà in alcune stagioni la squadrà dal campionato Interregionale alla Serie B, nella stagione 1992-93.

La Serie B

Il raggiungimento della seconda divisione nazionale è il massimo risultato ottenuto dalla società granata e si ebbe grazie alla revoca della promozione del Perugia, che aveva battuto l'Acireale in uno spareggio, a causa di un illecito sportivo con la presunta corruzione dell'arbitro Senzacqua di Fermo, prima dell'incontro Perugia-Siracusa.

L'Acireale militò in Serie B per due stagioni (1993-1994 e 1994-1995). In occasione della promozione nella serie cadetta si inaugurò il nuovo Stadio Tupparello, che sostituì il vecchio Comunale, inidoneo per la disputa delle partite della Serie B. Nel primo campionato ottenne la salvezza con uno spareggio con il Pisa disputato nel neutro di Salerno davanti a circa 6.000 tifosi acesi e vinto ai calci di rigore[1]; nella seconda stagione, invece, retrocesse per un solo punto (classifica finale).

Il declino e la rifondazione

La retrocessione determinò per la società acese un periodo di forte crisi e dopo quattro anni di Serie C1 retrocedette in Serie C2, nell'anno in cui venne acquistata dall'imprenditore catanese Antonino Pulvirenti che ne evitò la cancellazione dal panorama professionistico. Dopo quattro stagioni in C2 l'Acireale venne di nuovo promossa in Serie C1 e sfiorò il ritorno in Serie B partecipando ai play-off nella stagione 2003-04, venendo eliminata in semifinale dalla Viterbese[2]. L'anno successivo Pulvirenti, dopo aver assunto la proprietà del Calcio Catania, cedette la società. L'Acireale per le due stagioni seguenti si trovò ad affrontare problemi finanziari, che culminarono, nel giugno del 2006 con la retrocessione in Serie C2 e nel mese di luglio con la mancata iscrizione al campionato. La situazione di quell'estate travagliata sembrò più volte in procinto di trovare una soluzione che permettesse il mantenimento almeno della categoria, con un progetto presentato da alcuni imprenditori che, tuttavia, ritirarono la propria disponibilità in prossimità della scadenza dei termini per l'iscrizione decretando il fallimento dell'Acireale. Cancellata la società originaria, l'imprenditore locale Santo Massimino, avviò nella stessa estate un nuovo progetto calcistico denominandolo «Società Sportiva Dilettantistica Acireale Calcio»[3]. La nuova società venne ammessa dal comitato regionale della Lega Nazionale Dilettanti al campionato di Promozione girone C (settima divisione). Nella sua prima stagione nel calcio dilettantistico conquistò la promozione in Eccellenza per la stagione 2007-08, mentre nella seconda stagione tra i dilettanti, in Eccellenza, si è classificata quarta e ha perso i playoff contro il Palazzolo Calcio. L'8 luglio 2008 è stato ufficializzato il cambio di proprietà, il nuovo patron è Ralf Schwarz, proprietario del gruppo Softecno, il presidente è Rosario Pennisi. L'allenatore di inizio stagione è stato Mauro Zampollini, sostituito a metà campionato da Santino Bellinvia. La stagione 2009-2010 vede il ritorno in società del Direttore Mario Marino[4] già presente nell'era Pulvirenti dove si sfiorò la Serie B ai play off, fin dall'inizio la società, la squadra e quadri tecnici vengono riassettati, con alla guida della squadra Carlo Breve. Alla tredicesima giornata di ritorno del campionato di Eccellenza girone B, l'Acireale batte il Vittoria per 2-1[5], e in virtù dei 7 punti di vantaggio dalle inseguitrici, conquista la promozione in Serie D con 2 giornate d'anticipo, col record di 76 punti nel girone B dell'Eccellenza Siciliana, un record (74 punti) che apparteneva al Paternò. A gennaio, dopo l'ennesima sconfitta casalinga contro il Cittanova, la dirigenza decide di sostituire l'allenatore Carlo Breve[6] con mister Piero Infantino[7], già giocatore della squadra granata negli anni antecedenti alla Serie B. Per la stagione 2011-12, con i granata impegnati ancora una volta nel campionato di Serie D, il nuovo allenatore è Massimo Gardano. Il 13 febbraio 2012, Mario Marino si dimette dall'incarico di direttore generale. Termina il campionato al 14º posto e andando a disputare i play out contro il Marsala, ma la squadra granata si salva in virtù del miglior piazzamento in classifica (0-0 il risultato di entrambi gli incontri)

fonte Wikipedia

 

 

 

 

Non è stata verificata la data del 1908, ma generalmente s’intende questo l’anno in cui si mossero i primi calci nella cittadina etnea.  C’è qualche documento della stagione 1938/39, quando con la denominazione di Ibla una squadra paternese partecipava al Campionato di Prima Divisione. Solo nel dopoguerra però si organizzò il movimento calcistico paternese con la nascita di diverse associazioni come la Pro Italia, Pro Paternò, la Fiamma Paternò e la Polisportiva Paternò. Nella prima metà degli anni cinquanta il Paternò disputa campionati dilettanti, che Proprio quest’ultima grazie ad una dirigenza molto qualificata guidata da Pippo Gennaro,  ebbe una rapida ascesa, che culminò nella promozione in D nel campionato 1961/62. Vinto il Campionato di Promozione con la nuova denominazione Polisportiva Paternò, i rossazzurri affrontarono la IV serie in maniera molto dignitosa, raggiungendo degli apici  eccezionale, purtroppo questa squadra non ebbe mai tanta fortuna e per ben 3 volte si fece soffiare la vittoria del campionato giungendo seconda.Il Paternò allestisce già una buona formazione nel campionato 1963/64, portando alle falde dell’Etna un giovane palermitano molto promettente come Tanino Troja futuro centravanti del Brescia e del Palermo in A, però nonostante Troja mise a segno molti gol, non si andò oltre un buon quarto posto.

Nella stagione 1964/65 provò la prima scalata alla Serie C, allora tra le fila rossazzurre giocavano grandi giocatori come Mario Corti, ex mezzala del Catania in A, ma nonostante i 7 punti di vantaggio sul Savoia di Torre Annunziata dopo 14 giornate, all’interno dello spogliatoio subentrò un dualismo che destinò il Paternò ad un amaro secondo posto. Infatti lo spogliatoio si schierò da una parte con l’allenatore Aldo Riva e dall’altra con il giocatore Corti, il quale non fu sostenuto dalla società e per lui ci fu il ben servito, situazione che fece tracollare quel campionato, L’anno successivo nel 1965/66, il Paternò ha forse la più forte formazione di tutti i tempi, con Marcello Trevisan in porta (andrà in A col Napoli), difesa con Codraro a destra e Ferrante a sinistra, centrali palazzo e Ortolani. Il centrocampo vede due ali velocissime come Schettino a destra e Tedesco a sinistra, con Alberti e Sartori mediani, mentre in  avanti De Pierro e Busetta sono gli implacabili cecchini.

Il Paternò conduce un campionato di testa con la Massiminiana al secondo posto ad un punto, purtroppo a due giornate dalla fine, i rossazzurri perdono immeritatamente a Scafati, mentre la Massiminiana vince a Palermo contro i cantieri Navali, per cui c’è il definitivo e beffardo sorpasso che si conferma anche nell’ultima giornata. Purtroppo i beniamini paternesi non furono aiutati dalla fortuna, anche se i ragazzi di Maluta portarono in campo il miglior calcio. Due campionati di transizione e poi nella stagione 1968/69 con il nuovo presidente Buscemi, i rossazzurri disputano un altro torneo di vertice ma questa volta il testa a testa è contro i rivali di sempre dell’Acqua Pozzillo Acireale. Il Paternò doveva affrontare fuori casa il Siracusa che con il suo orgoglio di nobile decaduta vinse condannando i paternesi alla debacle. così l'Acireale s'involò solitario al comando battendo in casa il Terranova, vincendo poi l’ultima gara in trasferta a Mazara.

Negli anni settanta il Paternò allestisce delle formazioni con dei giovani promettenti, ma non c’è la capacità economica per poter affrontare campiaonto di vertice, per cui bisogna spezzo accontentarsi dei piazzamenti. Arriva purtroppo al retrocessione nella stagione 1976/77, ma il riscatto è immediato ed i rossazzurri sono nuovamente in D anche grazie alle prodezze di Giovanni Cardella, dei fratelli Salvatore e Luigi Fazio e di Orazio Laudani. Vennero altri campionati in chiaroscuro, questa volta con atleti locali che danno bella mostra di sé, ma gli exploit furono pochi. Negli anni ottanta, il Paternò disputa l’Interregionale con alterne fortune, anzi quasi mai con compagini competitive, così nel torneo 1985/86 c’è la retrocessione in Promozione. Dopo due anni nel 1988/89 i rossazzurri sotto la presidenza Mirenna,  allestiscono una formazione all’altezza della situazione, ma lo strapotere di Juventina Gela ed Acireale, li estromette dai giochi finali.

 L’anno successivo è l’inizio della fine, la società non sta bene economicamente e manda in campo la formazione juniores, retrocessione in Promozione e fallimento della gloriosa polisportiva Paternò. Il calcio rinasce l’anno dopo in Promozione grazie al contributo di un giovane imprenditore locale, Enrico Caponnetto ed il suocero Agostino Garraffo, i rossazzurri approdano nella stagione 1993/94 in eccellenza ed è subito derby con il Catania ‘46, appena radiato. 0-0 al Cibali e 2-1 per il Paternò tra le mura amiche, ma con i catanesi non c’è nessuna rivalità, anzi molto rispetto reciproco. Dopo un buon girone d’andata, avviene l’ennesima spaccature nello spogliatoio e le ambizioni di vittoria vengono immediatamente frenate.

Qualche anno dopo Caponnetto lascia la mano alla cordata di imprenditori capeggiata da Consolato Papino e Turi Puglisi, si cerca di fare bene ma non tutto va per il meglio e per il Paternò c’è ancora solo l’eccellenza. Nel 1997/98, la squadra è sull’orlo del baratro, quando un gruppo di imprenditori catanesi nel settore degli autotrasporti rileva la squadra, conducendola alla salvezza. I fratelli Marcello, Franco e Maurizio Lo Bue programmano una stagione di vertice ma nel 1998/99, c’è un problema con al guida tecnica e ci si deve accontentare del secondo posto con i relativi spareggi, poi persi con due pareggi a favore dell’Orlandina. Marcello Lo Bue vuole far sul serio ed ingaggia un tecnico di categoria come Giovanni Campanella, il quale centra al primo colpo la promozione in serie D, anche perché può disporre nelle proprie fila di giocatori del calibro di Pagana, Del Vecchio, Viola, Bosco, Scalia, Scuderi e del giovane portiere D’Antone, 76 punti 80 gol(un record).

l torneo di serie D 2000/01 comincia con auspici di salvezza, ma la compagine del nuovo allenatore Pasquale Marino dimostra sul campo dia vere le carte in regola per osare in classifica. Viene ingaggiato il più forte giocatore paternese del dopoguerra, cioè il bomber Franco “Cicciogol” Pannitteri, il quale nonostante i 35 anni mette a segno 28 gol. Al bomber si aggiunge Pagana, Marchese, Di Dio, Del Giudice e Del Vecchio, ma a dicembre con gli acquisti di Italiano, Sorce e Fimiani si raggiunge la definitiva formazione. L’inizio del torneo vede uno sprint della Vibonese, alla fine del girone di ritorno i punti di svantaggio sono 3, ma erano stati anche 8. A questo punto c’è la rimonta del Paternò, si centrano 8 vittorie consecutive, il sorpasso giunge quando i rossazzurri espugnano Sciacca, ma il trionfo si concretizza con le vittorie di Milazzo e soprattutto nello scontro diretto con la Vibonese, finito 1-0 rete di Saro Italiano. Per i paternesi è la fine di un incubo e l’inizio di un sogno(i punti sono 80 le reti 79), materializzatosi sul campo il 6 maggio in occasione di Paternò - Locri 4-1, dove ha inizio la festa rossazzurra.

Nel suo primo campionato di serie C2 il Paternò si classifica terzo dietro il Martina e l' Igea Virus, giocando i play off contro il Giugliano. Le due gare contro il Giugliano sono state forse le due vere finali di questi playoff, i campani insieme ai rossazzurri meritavano di approdare in una categoria superiore.

http://digilander.libero.it/ultraspaternesi/storia.html

 

 

 

 

 

 

Un passato da scudetto con la Paoletti

 

La pallavolo a Catania ha radici molto forti. Sin dai suoi albori sono stati ottenuti grandi risultati e nelle squadre che hanno rappresentato la città hanno militato atleti e tecnici di notevole valore, che tanto hanno dato alla pallavolo nazionale:  

ricordiamo Risina; il compianto prof. Abramo, grande maestro di volley, che è stato un esempio per i giocatori che si sono formati atleticamente nella sua scuola; la prof.ssa Pizzo che ha lasciato dietro di sé una grande traccia con le figlie Tiziana e Donatella, indimenticabili atlete della Torre Tabita in serie A; i fratelli Paolo e Carmelo Reale apprezzati atleti e valenti tecnici; il valido prof. Rapisarda che nell'anno 75/76 portò il Cus Catania nell'olimpo del volley in Serie A, grazie ad atleti del calibro di Barchitta, Castorina, Elia, Mazzerbo, Ninfa, Patti. 

Il sogno durò un solo anno ma si gettarono le basi per il futuro scudetto conquistato nell’anno 77/78: un vero miracolo compiuto grazie alla competenza del grande Carmelo Pittera.

Il campionato in quegli anni aveva fatto diversi esperimenti: la serie A era passata dalle 14 squadre degli anni 73/74 e 74/75, a 16 squadre nel 75/76, a 24 nel 76/77, per ritornare a 12 nel 77/78; poi fui sdoppiata in A1 e A2.

Lo scudetto, dicevamo, scende per la prima volta al sud nel 77/78: la Paoletti di Carmelo Pittera ottiene una vittoria storica che fa letteralmente impazzire la città di gioia.

Al Palazzetto di Piazza Spedini ogni partita diventa più intensa, sabato dopo sabato e il tricolore più vicino. Quell'anno lo scudetto arriva con largo anticipo sul previsto: su 22 partite la Paoletti ne perde solo una a Torino con la famosa Klippan di Lanfranco e chiude la stagione con otto punti di vantaggio sulla Federlazio, allora campione uscente.

La squadra gioca con un modulo spettacolare: in regia il ceco Koudelka e il catanese Toni Alessandro, con speciali compiti offensivi; al centro Concetti e Fabrizio Nassi, di mano l'indimenticabile Nello Greco, soprannominato "la pulce dell'Etna", con un’elevazione m. 1,20 e l'altro siciliano doc Antonio Scilipoti. Appena la città ha sentito il traguardo vicino si è mobilitata con una massiccia rappresentanza di pubblico.

Quell'anno magico l'Italia partecipa ai mondiali. Viene scelto come allenatore Carmelo Pittera che prende il posto di Shorek della Panini Modena. Per i mondiali vengono convocati Alessandro, Concetti, Greco , Nassi e Scilipoti della Paoletti, Di Coste della Federlazio, Innocenti e Lazzeroni del Pisa, Di Bernardo, Negri Dall'Olio e Lanfranco. L’Italia arriva ad un passo dall'oro nell’indimenticabile partita con Cuba, persa di misura, e conquista l'argento, certo con una punta di rammarico.  

Dopo un altro anno di grande volley la squadra assume la denominazione di Torre Tabita (80/81) e di Pallavolo Catania (81/82), che retrocede in A2 . Poi il ritorno in A1 nella stagione 85/86 con la denominazione di Acqua Pozzillo Catania alla cui guida ottiene prestigiosi risultati un tecnico bravo e apprezzato dal mondo del volley: Niki Lo Bianco. La squadra formata da Badalato, Ninfa, Dall'Olio, Scilipoti, Squeo,Wagner si piazzerà a metà classifica e negli anni a venire, fino al 91/92, conserverà sempre un posto nell'olimpo dell'A1. Si alterneranno dei bravi giocatori, tra cui Conte, Kantor, Mantovani, M. Ninfa, Castagna, Arcidiacono , La Rocca, Vivenzio, Smario e l'argentino Ribeiro , atleti che hanno dato tanto lustro alla città. I prodotti del vivaio catanese dell'epoca sono a dir poco eccezionali si chiamano Castagna, Ninfa, Rocca, che seppero scaldare il cuore dei loro tifosi.

Purtroppo il volley moderno oltre che un bel gruzzolo di miliardi presuppone organizzazione, idee chiare, un apporto incondizionato di manager e dirigenti lungimiranti. La squadra adesso ha bisogno di essere riedificata su basi solide e con forze fresche, oltre a ricostruire un grande vivaio che possa far nascere sotto le radici dell'Etna i nuovi Greco, Alessandro, Castagna che potrebbero far spiccare quel salto che la tifoseria attende.

Raffaello Brullo - ww.cataniaperte.com

 

 

Trentadue anni fa c'era anche lui... Nello Greco: "Quasi non ci rendemmo conto di aver vinto con Cuba"

Sbiaditi. Com’è giusto che siano dopo trentadue anni. I ricordi di Nello Greco, la ‘pulce dell’Etna’ (nella foto il secondo da sinistra tra quelli in ginocchio), il settimo uomo di Carmelo Pittera in quel Mondiale di pallavolo del 1978. Il Mondiale dell’impresa, l’apripista della Generazione dei Fenomeni. Chissà se senza quella impresa ci sarebbero stati i Zorzi, i Lucchetta e i Bernardi e poi ancora i Giani e tutti gli altri che hanno fatto la storia della più recente pallavolo italiana. Quelli di Greco e Di Coste, di Nassi e Concetti sono nomi che oggi non dicono niente ai ragazzini che amano il volley. Ed è giusto così.

Ma un pezzo di storia azzurra di questo sport che oggi celebra il suo secondo Mondiale italiano è stata fatta anche da loro. A Roma, nello stesso Palasport dove domani l’Italia giocherà la semifinale mondiale contro il Brasile, quegli uomini giocarono, vincendola, una semifinale contro Cuba nel 1978. Allora Carmelo Pittera, il ‘Professore’, allenatore di quel gruppo disse che per battere i caraibici 2+2 doveva fare 5. E fece 5. Sovvertendo anche le regole matematiche.

“Il mio ricordo principale di quel Mondiale è la partita con Cuba, ma anche quella col Brasile non fu da meno. Perdevamo l’ultimo set 14-10 (allora i set finivano a 15 e c’era il cambio palla, ndr) e siamo riusciti a recuperare che neppure io so come – racconta Nello Greco -. Poi arrivò Cuba in semifinale, la gara che ci diede l’argento. Fu una partita affrontata molto serenamente… non che fossimo convinti di perdere ma onestamente le nostre chance erano limitate. Avessimo perso non sarebbe cambiato alcunché. Forse fu quella serenità interiore a darci la forza per ottenere quel risultato. Alla fine della gara con Cuba eravamo esterrefatti, non ci rendevamo quasi conto di aver vinto. Una grande mano ce la diede il pubblico del PalaEur che spero sia determinante anche domani per la nostra Nazionale che domani affronta il Brasile”.

“Come risultato in assoluto il nostro non fu il più importante, dopo sono stati vinti ben tre Mondiali – sorride l’ex schiacciatore -. Però forse è vero, siamo stati i precursori dando la sensazione che il nostro movimento poteva competere alla pari con gli altri. Con la Russia fu diverso, non è che fossimo appagati ma i sovietici di quel Mondiale erano fuori portata per tutti. Erano giocatori di un altro livello, ci avevamo giocato anche una partita di qualificazione: non è che ci avessero dato molto spazio nemmeno in quel caso. Giocavano con noi come il gatto col topo e quando decidevano che doveva finire… finiva”.

Da buon vicecampione del mondo la 'pulce dell'Etna' continua a seguire la Nazionale. “Ho visto tutte le partite dell’Italia in tv e a Catania dal vivo. Guardando gli azzurri adesso non è che siamo i più forti ma giocare in Italia ci deve dare la consapevolezza di poter ottenere un risultato: essere arrivati tra le semifinaliste è la prima risposta. Io sono ottimista di carattere. La gara di domani non mi pare una di quelle da 2+2=5, il Brasile non mi pare stellare, è una squadra battibilissima… se poi Fei tirasse fuori il suo potenziale sarebbe tutto molto più semplice. La Serbia mi sembra invece molto pericolosa”.

Nello Greco, schiacciatore anomalo anche per quell’epoca con i suoi ‘miseri’ 178 centimetri, era uno che dava il suo apporto nel ‘giro dietro’ e non si faceva intimidire dai muri avversari. Tanto che ha continuato a schiacciare fino al 1986 senza allontanarsi mai da Catania. “Io ero un po’ come il libero di adesso ma le mie caratteristiche erano anche da attaccante. Tanto che nel Mondiale ’78 sono entrato spesso al posto di Di Coste. Ricordo anche che in panchina non riuscivo a stare fermo. Mi muovevo continuamente per mantenere alta la concentrazione perché non potevo sbagliare quei due o tre palloni importanti nel momento in cui venivo mandato in campo”.

Tutti dovranno cercare di non sbagliare domani...

 

http://mariellacaruso.blogspot.it/2010/10/trentadue-anni-fa-cera-anche-lui-nello.html

Il CUS CATANIA- Il sito del Prof. Italo Rapisarda

 

San Cristoforo. Quello scudetto scritto nei sogni

Padroni di casa. Fu la società catanese ad organizzare la finale del torneo

La Sicilia, 19.6.2014 - Luigi Pulvirenti

 

Manca una settimana all'inizio dei Mondiali e le radio già trasmettono in piena rotazione "Notti Magiche" di Edoardo Bennato e Gianna Nannini. In realtà la canzone è di Giorgio Moroder, tra le altre cose autore delle colonne sonore di Flashdance, American Gigolò, Scarface e Top gun (con diversi Oscar portati a casa) ed è stata incisa dal Giorgio Moroder Project con il titolo originale di "To Be Number One". Il pensiero di tutti gli italiani è rivolto alla partita di esordio degli azzurri, il 9 giugno all'Olimpico contro l'Austria, al dilemma sugli attaccanti titolari, Vialli e Carnevale, sullo spazio da concedere al golden boy del calcio italiano, Roberto Baggio, e sulla scelta di Vicini di portare come quinto attaccante, nella gerarchia delle punte davanti a Roberto Mancini, il palermitano Totò Schillaci. Che ha fatto bene nella Juve (15 gol a fine stagione) ma in serie A ha disputato solo una stagione.

Ma a Catania, nell'atmosfera sonnacchiosa di inizio giugno, quando la scuola ormai volge al termine e si è tutti in attesa delle vacanze estive (e del Mondiale, in questo caso), proprio quel venerdì 1 giugno prende il via la fase finale del campionato under 18 di pallavolo maschile. E' una notizia. Primo perché in finale c'è una squadra catanese; secondo perché lo sforzo organizzativo non è affatto semplice vista la cronica assenza di impianti per giocarla, la pallavolo, in una città che mangia pane e volley in misura almeno corrispondente al calcio. Con la differenza che il Catania vivacchia in terza serie, prigioniero di una società, quella presieduta da Angelo Attaguile, famosa per gli annunci roboanti di inizio stagione rivelatisi buchi nell'acqua già a metà campionato; la Pallavolo Catania ha invece chiuso l'ennesimo onorevole campionato in serie A1, spinta dal duo argentino Kantor-Conte, anche se nubi di tempesta si addensano sul sodalizio catanese: il presidente Consoli ha detto chiaro e tondo che lui, ad andare avanti da solo, non ce l'ha fa più. O qualcuno lo aiuta o inizierà la smobilitazione. Che in parte è già iniziata: il duo argentino è stato ceduto a Modena per due miliardi di lire più il cartellino del centrale statunitense Doug Partie. Per il resto non si muove foglia.

 

CUS CATANIA 1979-80 - serie A/2

 

 

Italo Rapisarda - Salvo Saitta - Flavio Elia - Vittorio Maccarrone - Ignazio Barchitta - Carmelo Ninfa - Pippo Tomasello -
        Nino Vitaliti - Nino Bonaccorso - Enrico Mongiovì - Fabio Pagliara - Roberto Midolo  http://www.italctvolley.com/1977_.htm

 

In casa San Cristoforo, per fortuna, si è impegnati nello sforzo di mettere in moto e oliare una macchina organizzativa all'altezza dell'importanza dell'evento e del blasone delle squadre qualificatesi: Philips Modena, Petrarca Padova, Alpitour Cuneo, Falconara, la crema del volley nazionale, arriveranno sulle falde dell'Etna per giocarsi il titolo nazionale principale per il settore giovanile. Il presidente Gino Russo e il ds Piero Seminara si rimboccano le maniche e lavorano notte e giorno, risolvendo il problema principale dei campi da gioco con la disponibilità della palestra della scuola media di Cannizzaro, che farà da secondo campo dopo quello principale del Palazzetto. In ballo c'è non solo difendere il buon nome di Catania ma soprattutto creare la cornice giusta per una manifestazione che li vede protagonisti.

Già, perché la Libertas San Cristoforo ospita la manifestazione non da vittima designata delle più forti e celebrate superpotenze della pallavolo nazionale, considerando un successo l'essere già arrivati sin lì. No: il gruppo allenato con pugno di ferro e metodi da reclutamento dei marines dal professore Italo Rapisarda può giocarsi le sue carte, da outsider, per la vittoria finale. Per lo scudetto. Il gruppo dei '72 sui quali ha cominciato a lavorare cinque anni prima, insieme al secondo allenatore Manlio Elia, ha conosciuto anno dopo anno una crescita atletica, tecnica e tattica costante, frutto delle lunghe sedute di allenamento in palestra fatte di flessioni, ripetute e sfiancanti esercizi fisici e delle interminabili attese per prendere un pallone tra le mani per poi finire a palleggiare con i polsi legati contro un muro. Metodi duri, conditi da lunghi silenzi dopo le sconfitte e da sfuriate dentro lo spogliatoio che, se non ti formano nel carattere e nella mentalità, ti rispediscono a casa per sempre facendoti odiare questo sport. Nessuno del gruppo dei '72 ha abbandonato e adesso sono lì, a giocarsi le proprie carte contro avversari che si chiamano Samuele Papi, classe '73 già capitano del Falconara e di cui si dice essere uno dei più importanti prospetti della pallavolo italiana; Marcello Mescoli, alzatore delle Philips Modena; Davide Tovo (centrale), Marco Meoni (alzatore), Maurizio Vianello (schiacciatore e capitano) del Petrarca Padova, da tutti accreditato come la favorita per la conquista del titolo. Ma i ragazzi della San Cristoforo non sono certo da meno: Davide Silvestri è uno dei migliori nel ruolo di ricettore, Alessandro Trimarchi è un posto 4 capace di assolvere in pieno il ruolo del martello ricevitore, Peppe Bua e Diego Locanto al centro hanno messo in mostra delle qualità importanti, Jo Privitera nel ruolo di opposto ha dimostrato di non aver paura di attaccare i palloni che scottano, e pesano, in un gruppo completato da Vito Barraco, Gabriele Corsale e Giuseppe Grasso. E poi, ci sono loro, i due grandi talenti di casa San Cristoforo: Piero Latella, centrale con un avvenire assicurato e, soprattutto, Alessandro Arena, talentuoso alzatore per il quale mezza serie A è già in fila davanti alla porta di Gino Russo per rilevare il cartellino. Dicono che la società che fa più sul serio sia il Gonzaga Milano, da poco entrato nell'orbita di Berlusconi e della polisportiva diretta dall'ex nazionale Fabio Capello. Proprio questi, a colloquio con Piero Seminara, avrebbe avanzato una offerta di trecento milioni di lire cash per assicurarsi le prestazioni di quello che tutti considerano il futuro palleggiatore della Nazionale. Arena, così come Latella, è già nel giro della nazionale juniores allenata da Alexander Skiba, e nella fase finale conta di assicurarsi il ticket per volare in Polonia, in agosto, per gli Europei di categoria.

Le otto squadre qualificate alla fase finale sono divise in due gironi. La San Cristoforo è con Falconara, Arno Repico e Ostia. Fa filotto pieno con tre perentori 3-0 e vola direttamente in semifinale. Nell'altro girone stessa cosa fa il Petrarca: 3-0 all'Alpitour, 3-1 al Palermo e 3-0 al Modena. Nei quarti di finale Falconara supera Palermo e va ad incontrare Padova, Modena al tie break sul filo di lana ha ragione di Ostia e raggiunge i ragazzi di Rapisarda. La prima semifinale, giocata sabato 2 giugno, festa della Repubblica, vede Padova favorita su Modena, già sconfitta per 3-0 nel girone. Ma questa volta è tutta un'altra storia: i ragazzi di mister Schiavon dovranno faticare parecchio per superare i marchigiani guidati da un Samuele Papi inarrestabile, e ci riusciranno solo grazie alla prestazione monstre di Tovo e capitan Vianello. Tutta un'altra storia l'altra semifinale: la San Cristoforo gioca una pallavolo fantastica e in tre soli set porta a casa la semifinale, impartendo una vera e propria lezione ai canarini guidati da uno dei totem del volley nostrano, Adriano Guidetti. Il problema è che si fa male Latella: una distorsione alla caviglia che lo costringerà a saltare la finale. Arriva il momento di Peppe Bua.

La finale, domenica 3 giugno, si gioca dentro un Palazzetto pieno come in occasione della partita di campionato tra Pozzillo e Santal Parma, perché questa è una grandissima occasione. Millecinquecento spettatori stipati sulle anguste gradinate dell'impianto, un caldo infernale e la banda di San Cristoforo che suona la carica, accompagnando le gesta di questi ragazzi che portano in alto il nome del quartiere, cuore pulsante di Catania, spesso e volentieri conosciuto per fatti di cronaca nera.

Lo sport, come la vita, risponde a logiche imperscrutabili che, a volte, ci lasciano di stucco davanti al disvelarsi di risultati molto distanti da quelli che avevamo immaginato; altre volte, invece, sono il coronamento di un andamento regolare, il traguardo al quale approdano lunghe marce iniziate molti anni prima, partite da molto lontano. Perché alcune vittorie sono scritte nel mondo dei sogni ed aspettano solo che i protagonisti designati se le vadano a prendere. Così quella domenica pomeriggio: i ragazzi del professore Rapisarda schiantano letteralmente i patavini con un 3-0 (15-5, 15-4, 15-4) che non ammette repliche. Poi c'è il presidente Gino Russo innaffiato negli spogliatoi e l'allenatore portato in trionfo. A confermare, per l'ennesima volta, che non c'è durezza di allenamento, non c'è sofferenza fisica e mentale che non possa trovare risoluzione, e ristoro, nel dolce sapore di una vittoria.

la foto della Libertas San Cristoforo è di Italo Rapisarda

Quando l'Italia scoprì il Volley

    “E ora ci faranno cavalieri”. (Francesco Dall’Olio, palleggiatore della nazionale, dopo la vittoria dell’Italia su Cuba in semifinale, il 30 settembre 1978)

 

Tra settembre e ottobre l’Italia ospiterà i campionati mondiali di pallavolo per la seconda volta nella storia. Per il precedente, bisogna risalire a trentadue anni prima esatti. Infatti era stato nel 1978, e sempre tra settembre e ottobre, che i mondiali di volley si erano tenuti per la prima volta nel nostro paese.

 Alla vigilia di quell’edizione si poteva affermare, senza paura di sbagliare, che la pallavolo era già uno sport massicciamente praticato nella nostra penisola, in particolare dagli studenti medi e dai ragazzi dei circoli parrocchiali. In totale contava oltre centomila tesserati, in massima parte giovani e giovanissimi.

 Eppure, a questa pratica di massa, non si accompagnava una corrispondente popolarità riguardo ai grandi eventi, e i palazzetti dello sport richiamavano pochissime migliaia di spettatori per le partite di campionato, senza considerare che i risultati dell’Italia a livello internazionale si potevano definire, anche questa volta senza paura di sbagliare, decisamente scadenti. Per quanto concerneva poi le più recenti apparizioni, non si era andati al di là di un deludente diciannovesimo posto ai mondiali del 1974, riscattato appena dall’ottavo delle olimpiadi di Montreal ’76.

 E anche a questa edizione casalinga del campionato del mondo la nostra nazionale non apparteneva certo al gruppo delle favorite per la vittoria, schiacciata, com’era, dalla superiorità di squadre blasonatissime, come l’Unione Sovietica dal palmarès quasi lunare (quattro titoli mondiali e due olimpici già nel curriculum), la Polonia, detentrice dei titoli olimpico e mondiale, il Giappone dell’intramontabile regista Katsutoshi Nekoda e del giovane schiacciatore Mikiyasu Tanaka, fino alle emergenti e innovative scuole latino americane di Cuba e Brasile, cariche di dinamismo atletico e particolarmente inclini al gioco acrobatico.

Secondo il nuovo selezionatore azzurro, Carmelo Pittera, anche un decimo posto poteva definirsi un risultato positivo. Questo trentaquattrenne tecnico siciliano era approdato alla guida azzurra nel maggio del 1978, proveniente dalla Paoletti Catania, la formazione che aveva vinto l’ultimo scudetto; ed era stato quasi cooptato dalla federazione, in sostituzione dell’ex campione polacco Edward Skorek, dileguatosi senza neanche dare preavviso, per dirigersi alla volta degli Stati Uniti, dove avrebbe inseguito nuovi e più appetitosi ingaggi.

 Pittera aveva cercato di portare aria nuova nell’ambiente italiano, ma la sua operazione di svecchiamento della nostra selezione non aveva mancato di generare qualche inevitabile polemica. Per espressa scelta tecnica aveva lasciato a casa i due giocatori più esperti: Mario Mattioli ed Erasmo Salemme; e a causa degli imprevisti del dilettantismo si era dovuto rassegnare alla rinuncia dei giovanissimi Franco Bertoli, precettato dal richiamo al servizio di leva, e Gianmarco Venturi, il cui precetto era giunto dalla fidanzata, determinata a non farlo allontanare da sé durante i mesi estivi.

 Il sipario sulla manifestazione mondiale si era aperto il 20 settembre, e l’Italia aveva esordito affrontando il Belgio al PalaEur di Roma davanti a novemila spettatori, e schierando subito quello che sarebbe stato il sestetto base per tutto il torneo: il capitano Fabrizio Nassi, Francesco Dall’Olio, detto Pupo, il lunghissimo schiacciatore Claudio Di Coste (2,07 m di altezza), Mauro Di Bernardo, Giovanni Lanfranco e Marco Negri, con le aggiunte sempre più determinanti di Nello Greco, Antonio Scilipoti, Fabio Innocenti e Toni Alessandro.

 Quest’incontro con il Belgio si era rivelato poco più che una formalità per i nostri, che si erano sbarazzati degli avversari con un secco 3-0 (15-6 15-5 15-1) in poco più di un’ora. Era stata una vittoria lampo, dato che a quell’epoca le partite di volley potevano durare ben oltre le tre ore. Tanta prolissità era dovuta al regolamento vigente, profondamente diverso da quello di oggi: ogni punto veniva conquistato solo sulla propria battuta, dando vita a set di durate potenzialmente interminabili.

Anche il gioco era meno dinamico di quello attuale, e la battuta appariva poco più che una rimessa dal fondo a foglia morta, e doveva essere eseguita senza poter alzare i piedi da terra.

Come il primo, anche i match successivi si erano rivelati più comodi del previsto: sia contro l’Egitto che contro la ancora misteriosa formazione della Cina Popolare. Negli altri gironi, invece, stava emergendo il funambolico sestetto di Cuba, che aveva avuto ragione del Giappone per 3-1 in una partita avvincente e spettacolare.

 L’URSS poi, si era confermata la schiacciasassi di sempre, vincendo agevolmente tutte e tre le partite della fase eliminatoria, e sfoderando un gioco di grande potenza e precisione, senza abbandonarsi quasi mai a virtuosismi da ovazione. Anche la Polonia e la sorprendente Corea del Sud del “microscopico” regista coreano Kim Ho Chui, alto appena 1,76 m e soprannominato affettuosamente dai giornalisti “calimero”, avevano chiuso in testa il loro girone.

 Ma chi stava esaltando veramente il pubblico italiano, e soprattutto quello romano, erano gli azzurri di Carmelo Pittera, a quell’epoca ancora tutti rigorosamente dilettanti, e retribuiti a solo rimborso spese. Travolta la DDR, strapazzata la Bulgaria, e superato il Brasile sul filo di lana, il PalaEur di Roma aveva polverizzato di volta in volta ogni record di incasso. Tra le immancabili quindicimila persone assiepate sugli spalti, si vedevano soprattutto studenti e anche tantissime ragazze.

Difatti la pallavolo, che diversamente dal calcio non è mai stato uno sport a conduzione maschile, stava scatenando un successo bipartisan tra i due sessi. Ma diversamente da altre discipline unisex, come il tennis, non era affatto uno sport d’importazione; e alla fine degli anni settanta mancava soltanto una grande impresa a livello mondiale per decretarne finalmente l’exploit nel nostro paese.

 Anche il supporto della diretta televisiva aveva fatto sì che gli italiani si appassionassero a questo campionato del mondo. Così, quando la nostra squadra era arrivata alla semifinale contro la nazionale cubana, il Palasport romano si era riempito, fino a straboccare, di diciottomila spettatori: dei quali, tantissimi infiltrati senza biglietto. Anche il fenomeno del bagarinaggio era arrivato per la prima volta a coinvolgere questo sport, che ne era rimasto candidamente immune fino a quel momento.

 Tanto entusiasmo era stato ben ripagato, e la marcia inarrestabile dei nostri era proseguita con la vittoria, inaspettata ma altrettanto meritata, per 3-1 sulla squadra cubana, definita “colored”, in quanto composta da soli giocatori afro-americani, e sospinta dal barbuto ventiseienne Ernesto Martínez, un autentico prodigio di atletica, capace di staccare 1,35 m da fermo.

Contemporaneamente al sorgere alla ribalta della nazionale azzurra, si era assistito al crepuscolo di una nobile in decadenza, il Giappone, battuto anche dalla non proprio irresistibile Germania Orientale in una delle finaline oltre il decimo posto. Per i nipponici si era chiusa l’epoca d’oro del capitano Nekoda, il campione nato a Hiroshima un anno prima della bomba atomica, e che appena cinque anni più tardi avrebbe dato l’addio al mondo, consumato da un tumore allo stomaco: lontano lascito di quelle radiazioni letali. 

L’Italia aveva raggiunto la finale contro ogni pronostico e in barba alle polemiche della vigilia. Qui avrebbe dovuto affrontare l’Unione Sovietica, che già ci aveva battuti con un inequivocabile 3-0 (15-11 15-6 15-3) nella fase delle semifinali. Quella sovietica, infarcita di grandi campioni, come l’estone Viljar Loor, Vladimir Tchernichov, Oleg Moliboga, Pavel Selivanov e Aleksandr Ermilov, sembrava una formazione composta da marziani; e gli esperti di volley avevano calcolato che con il parco giocatori a disposizione in quel paese, si sarebbero potute schierare ben quattro nazionali, tutte potenzialmente in grado di aggiudicarsi la medaglia d’oro.

 Eppure l’Italia, stretta per una volta tanto intorno a uno sport di squadra diverso dal calcio, si stava abituando a sognare, ed anche la vittoria contro i giganti sovietici sembrava essere diventata un’ipotesi realizzabile.

 Ma la sera del 1 ottobre, con la copertura della diretta RAI, gli azzurri non avevano potuto nulla contro quegli extraterrestri venuti dal freddo, con il risultato finale fissato su un impietoso 3-0 (15-10 15-13 15-1). E quasi inevitabilmente, l’intramontabile abitudine italica di passare al primo volgere del vento dall’entusiasmo patriottico più sfrenato alla più sbracata irrisione disfattista, aveva prevalso.

 Il pubblico, o almeno una parte di esso, che aveva intonato all’unisono l’inno di Mameli prima del match, nei momenti più sofferti del terzo ed ultimo set, aveva fatto piovere manciate di monetine verso il centro del campo.

 Non erano state per fortuna le irriguardose monetine a suggellare il finale della kermesse italiana, bensì un’invasione di campo festosa, con i giovani e i giovanissimi spettatori a caccia di autografi, magliette o anche semplicemente una stretta di mano a quei giocatori, quasi sconosciuti poco prima, e ora diventati degli idoli.

 Quella medaglia d’argento era stata la prima grande vittoria italiana in campo internazionale; e quando al termine della semifinale vittoriosa contro Cuba, Francesco Dall’Olio aveva scherzosamente esclamato: “E ora ci faranno cavalieri”, era stato felice profeta. Infatti i nazionali azzurri di quel mondiale avevano ricevuto per davvero l’investitura a cavalieri, per meriti sportivi, dalle mani dell’allora presidente Pertini.

 Verso la fine del 1978 un regista italiano, Giulio Berruti, dedicherà a questa loro performance un documentario, purtroppo diventato ormai più introvabile che raro, intitolato “Il gabbiano d’argento”. Ed è proprio con questo appellativo, dal tono ispirato, che viene ancora ricordata la nostra prima grande nazionale di volley.

*Questo articolo è la versione integrale di quello apparso sul numero 1 della rivista Pianeta Sport.

 (Giuseppe Ottomano)

http://www.sportvintage.it/2011/05/08/quando-litalia-scopri-il-volley/

 

Il Palacatania

 

 

Non è proprio il ritorno sul luogo del delitto. Ma poco ci manca. Forse non tutti sanno che… la finale della prima edizione della Coppa Italia femminile si giocò a Ragusa. A vincerla fu la Torre Tabita Catania che inaugurò l’albo d’oro della manifestazione. Allenatrice di quella squadra era Liliana Pizzo che, un anno dopo, vinse lo scudetto con lo stesso gruppo di ragazze tra le quali le sue due figlie Tiziana e Donatella. Nello stesso periodo la professoressa Pizzo, così conosciuta anche se a pensarci bene Pizzo era il cognome del marito con il quale fondò la società etnea, allenava anche la Nazionale juniores femminile con la quale conquistò un più che onorevole sesto posto ai Campionati Europei di Madrid nel 1979.
Sabato e domenica la Coppa Italia torna a Catania. Per esservi ospitata. Tra le ospiti d’onore ci saranno alcune delle ragazze che alzarono quella prima Coppa insieme con Liliana Pizzo, oggi 77enne. Chi però si aspettasse di trovarsi davanti a una signora che passa il suo tempo con i passatempi tipici dell’età dovrà ricredersi. Liliana Pizzo non ha ancora abbandonato la panchina e con orgoglio rivendica la prima posizione in classifica della sua ASD Acireale nel girone D della serie D siciliana “a 8 punti dalla seconda e 9 dalla terza”.
A 40 anni dicevo che avrei smesso di allenare a 50. A 50 che lo avrei fatto a 60. A 60 mi sono ripromessa di dire basta a 70. Adesso che sono arrivata a 77 penso di arrivare a 80. In palestra mi diverto, per me non è mai stato un sacrificio”, spiega Liliana Pizzo al termine dell’allenamento. Nel gruppo dell’Asd Acireale ce ne sono alcune quasi alla soglia dei trent’anni e altre più giovani. Ma tra lei e le ragazzine del Cas nate nel 2001 che avvia alla pallavolo, sempre ad Acireale, ci sono almeno tre generazioni.
L’atleta più ‘anziana’ che ho allenato è stata Loredana
Bertelli nata nel 1946, adesso ci sono le bambine”, continua con un sorriso ricordando il passato. Passato che l’ha vista campionessa italiana U14 di nuoto, campionessa juniores di lancio del disco e nelle prime dieci nel lancio del peso e pallavolista nel 1949. “Avessi cominciato con la pallavolo un anno prima – afferma ridendo - mi sarebbe toccato indossare la gonnellona per giocare. Invece la scampai”.

 

 

Di quella prima Coppa Italia ricorda la rosa delle titolari: “Tiziana e Donatella Pizzo, Billotta, Ferlito, Privitera, Lenzi – recita -. Fu un exploit al punto che la Lenzi, l’unica ‘straniera’ nel gruppo delle catanesi decise di rimandare il matrimonio di qualche giorno e sposarsi dopo la finale che giocammo con Cecina e Bergamo perché la formazione di Reggio Emilia si rifiutò di venire a giocare in Sicilia”.
Da allora ad oggi sono cambiati ruoli e metodologia, sistemi di punteggio e molto altro. Ma la pallavolo di Liliana Pizzo non è cambiata. “Io la interpreto a modo mio. Ho passato anni a studiare traducendo i libri bulgari e russi quando quei paesi facevano scuola. Poi a osservarne i cambiamenti. Sono convinta che esistano due modi per guardare la pallavolo: uno esteriore che è simile per tutti e uno interno alla squadra – continua -. A me piace adeguare la pallavolo alle possibilità di ognuna delle mie ragazze. E’ inutile che chieda di murare a una che non esce dalla rete. Io insegno loro a pensare con la propria testa e a capire che lo sport deve essere un divertimento. Almeno quando l’obiettivo è la promozione in C e non uno scudetto o una Coppa Italia”.
E questa Coppa Italia chi la vincerà? “La finale più accreditata è Villa Cortese-Bergamo ma in gare secche può accadere di tutto”.

 

http://mariellacaruso.blogspot.it/2011/04/liliana-pizzo-lallenatrice-senza-tempo.html

 

 

La storia della Saturnia Acicastello inizia nel 1965.  A fondarla è un gruppo di giovani che desiderano portare nel paese in provincia di Catania una disciplina sportiva all’epoca ancora praticamente sconosciuta. Il nome è preso in prestito dall'antica denominazione della rocca Saturnia da sempre simbolo castellese.

 Già lo stesso anno dirigenti ed atleti partecipano al loro primo campionato, per conto del Csi. Si gioca sulla terra battuta dell'oratorio del paese. Più in là si passa alle mattonelle della piazzetta Maiorana, dove c’è anche lo spazio per il pubblico entusiasta.

 Il gruppo dell'oratorio diventa, nel 1967, "Associazione Sportiva Saturnia Acicastello", affiliata alla Fipav e iscritta a un campionato federale. Il primo Presidente è Antonino Viscuso.

Nella stagione  1969/70 mentre la maschile si classifica al 2° posto nel Campionato Provinciale di 1^ Divisione, nasce anche la squadra femminile.

Nel 1970/71 la squadra maschile è promossa in Serie D; nel 1975/76, presidente Enrico Blanco, c'è la promozione in Serie C; l'anno dopo si arriva addirittura in serie B;

 Negli anni '80 la pallavolo diventa uno sport di vertice. Arrivano i primi sponsor e i primi giocatori stranieri. Catania è una piazza importante, con  squadre ai massimi vertici, alcune persino campioni d'Italia. In questa fase, la Saturnia, allenata da Piero Pizzo, è addirittura la seconda realtà maschile della provincia etnea. Non si gioca più in piazzetta Maiorana, ma “in trasferta”, al palazzetto dello sport di Catania.

 Gli anni '90 sono un'altra storia. Dopo ristrutturazioni interne e rinnovi dirigenziali – che vedono presidente prima Pietro Scuderi, poi Orazio Spoto, che ancora detiene la carica -  i ragazzi disputano campionati di serie D e serie C. Nella stagione 1994/95, con tre sole sconfitte e trascinata dal pubblico di casa, la Saturnia raggiunge la promozione al Campionato Nazionale di Serie B1. Uno storico risultato che viene suggellato dal Sindaco di Acicastello con la consegna, al castello di Aci, di una targa ricordo a tutti i protagonisti dell'impresa sportiva.

Nel 1995/96 la lotta è per la promozione in A2, ma il quarto posto, seppur lodevole, non è sufficiente.  La Saturnia è anche la prima squadra ad incontrare in amichevole la neonata nazionale della Bosnia Erzegovina.

Nel 1996  in occasione del 50° anniversario della fondazione della Fipav, alla presenza e dalle mani del Presidente del Comitato Olimpico Nazionale Pescante, del Presidente della Federazione Mondiale Pallavolo Ruben Acosta, del Presidente della Federazione Europea, e di quello della Federazione Italiana Pallavolo Carlo Magri, viene consegnata al Presidente della Saturnia, Orazio Spoto, una pergamena quale benemerenza per tutto ciò che questa associazione ha saputo fare nei suoi molti anni di vita. Un riconoscimento di cui poche società sportive possono vantarsi.

 Ma dopo la gioia, i dolori. Nei mesi successivi, per difficoltà finanziarie, la Saturnia deve rinunciare a tutto quello che ha costruito e ricominciare dal basso. Dai campionati minori e dai giovani.

 La stagione della nuova consacrazione è quella del 2002/03, che vede la Saturnia impegnata in serie D e vincitrice di un finale di campionato a quattro per la promozione in serie C. E qui resta fino al 2005 quando nuovi problemi finanziari costringono lo società a rinunciare alla serie C e a ricominciare, di nuovo, dal basso.

 Solo grazie alla passione del Presidente Orazio Spoto , e all’impegno costante del Ds Stefano Leone, la Saturnia Acicastello inizia un nuovo ciclo, ripartendo dalla 1^ Divisione. Dopo una stagione di assestamento, nel 2006/07 arriva la promozione in serie D, con un bel primo posto in classifica.

Il resto è storia recente: il terzo posto nello scorso campionato consente alla Saturnia di essere promossa in serie C, dove quest'anno giocherà per la salvezza.

 

[Silvia Lo Re, www.step1.it]

http://www.saturniacicastello.it/default.aspx?id=9

 

Tra il 1963 ed il 1965 la prima squadra milita nel campionato di Serie C conquistando l'anno successivo la promozione in Serie B.

Nella stagione 1969-1970 conquista la promozione in Serie A, la permanenza in questo campionato dura solo un anno.

Ritorna in serie nella stagione 1972-1973 e vi rimane per sedici anni (1987-1988). Dopo una stagione in Serie A2 si aggiudica i play-off ottenendo di nuovo la promozione in Serie A, dove vi rimane per sette anni. Nella stagione 1996-1997 retrocede in Serie A2 e due anni dopo in Serie B.

Riesce a tornare in Serie A quattro anni dopo. Riesce a qualificarsi per i play-off scudetto nella stagione 2004-2005, ma viene sconfitta dal Benetton Treviso. Attualmente milita nel campionato Super 10.

L'Amatori è stata anche attività di sport internazionale e, conseguentemente, di turismo, di contatti con il mondo, di cultura oltre che di sport a livello mondiale.

I suoi lunghi anni di attività, svolta al servizio di un raccordo con tutti i paesi del mondo, dall'America, all'Africa, all'Asia, all'Australia, oltre che all'Europa, non hanno bisogno di essere commentati perchè di evidente rilevanza, è sufficiente scorrere le pagine e vedere le immagini in basso per rendersene conto, oppure dare un occhio alla sezione foto gallery.

Da Samoa alle isole Fiji, da Hong Kong allo Sri-Lanka, alla Namibia, allo Zimbawe, dall'Inghilterra all'ex-URSS, agli USA, dall'Ucraina alla Svezia e così via: tutto il mondo rugbistico è venuto a Catania, con i Seven organizzati dall'Amatori.

L'attività è stata premiata dall'International-Board che per la selezione ai campionati mondiali di Seven del 1992 ha scelto per la fascia asiatica la città di Hong-Kong e per la fascia occidentale quella di Catania.

Un episodio riferito dall'ex Presidente della F.I.R. Mondelli dà un senso all'impegno dell'Amatori:

Il Presidente Mondelli, recatosi alle isole Fiji con la moglie, si è visto avvicinare da un operaio, che stava ripulendo il tratto di spiaggia sulla quale si trovava, che, avuto sentore che il Presidente e la moglie venivano dall'Italia, disse loro, con un senso di soddisfazione che l'Italia era un bel paese e che nelle isole Fiji si conosceva soprattutto la città di Catania, dove si svolgeva ogni annu un Seven di notevole spessore.

Le manifestazioni internazionali durante tantissimi anni sono state utile veicolo di cultura - perchè gli stage tecnici erano inseriti nelle manifestazioni - di turismo, per i giocatori stranieri ed i loro accompagnatori e per quanti, resi edotti, sono venuti a Catania, di commercio per i rapporti che sono sorti a tanti livelli.

Una internazionalità non di maniera ma viva, sentita, partecipata oltre ogni dire.

Da qualche anno non si svolgono più le manifestazioni internazionali "serie" per le ristrettezze venute dagli Enti erogatori, di contributi, a causa di una filosofia nuova e diversa, fuori da ogni ipotesi di spirito panathletico, che è andata mutando certo contro una vera spinta verso lo sport vero, autentico, che quindi combatte ogni devianza di tipo non... ortodosso.

Ma tant'è!

Non può ovviamente l'Amatori, da solo, intestarsi una battaglia di contestazione contro attività inutili, (che penalizzano valori veri) e costosi oltre ogni dire!

Cercare di evitare degradi attraverso interventi punitivi, dimenticandosi di potenziare attività giovanili di crescita, di entusiasmi, di orgoglio non è certo una buona scelta; alla fine ne subiscono le conseguenze non solo i più giovani ma anche quanti dallo sport possono ricavare argomenti di varia valenza anche economica, con un indotto che non può ignorare gli eventi!

Finchè ha potuto - e solo fino ad allora - l'Amatori ha offerto la sua opera appassionata ed interventi cospicui anche finanziari al servizio di una attività internazionale di grande valore. 

 

Tranquillo, tanto domani gioco anche con 40 di febbre»

La Sicilia, Giovedì 01 Maggio 2014

Nunzio Casabianca

 

A quel giovane cronista sportivo tremavano le gambe il giorno della partenza per Milano. Era venerdì 21 aprile di venticinque anni fa e salire su quell'aereo insieme ai ragazzi dell'Amatori, a Benito Paolone, a Santino Granata, a Turi Giammellaro e a tutta la comitiva biancorossa rappresentò il "battesimo da inviato" per chi da bambino sognava un giorno di diventare giornalista. E quel "premio" non arrivò in occasione di una partita qualunque, ma addirittura per i play off scudetto conquistati dall'Amatori dopo avere stravinto il campionato di A2 (che allora dava il diritto di giocare anche per il titolo di campione d'Italia).

La vigilia fu travagliata. Ricordo che, arrivati a Milano, in un pomeriggio uggioso, passeggiando fra piazza Duomo e la galleria Vittorio Emanuele, non si parlava che della grande sfida dell'indomani, del Mediolanum di Silvio Berlusconi, del mitico David Campese capace con il suo piede di spostare il gioco, della sua intelligenza tattica. Nessuno ipotizzava quanto di speciale sarebbe potuto accadere l'indomani al "Giuriati", stadiaccio del rugby a confronto con il nostro splendido "S. Maria Goretti" realizzato dopo anni di interminabili battaglie grazie alla meravigliosa testardaggine di Benito Paolone.

E nessuno quel pomeriggio si lasciò andare alla goliardia tipica dei rugbisti, soprattutto quelli biancorossi! Anche dopo cena, nella hall dell'albergo milanese che ci ospitava si respirava un'aria di grande serietà mista a un po' di preoccupazione. Ma non per il "colosso" che avremmo affrontato l'indomani, ma perché in settimana avevamo perso per infortunio l'estremo Riccardo Puglisi e inoltre, quella sera, Schalk - "Scacchi", come lo chiamava Luciano Bellaprima - Naudè (mediano d'apertura di classe estrema) e il giovane Orazio "Bimbo" Arancio (uno che di strada ne ha poi fatta davvero tanta nel rugby e non solo...) avevano la febbre. Proprio Orazio Arancio, prima di andare a dormire, mi disse: «Tranquillo, tanto domani gioco anche con 40! ».

E arrivò il giorno della grande sfida, sabato 22 aprile 1989. Aveva piovuto, il terreno di gioco era un pantano (l'Amatori non ha mai amato i campi pesanti), ma la squadra era perfetta. Avevano tutti uno sguardo vivo, deciso, fiero. Grande rispetto, ma nessun timore reverenziale. Nemmeno di Campese. Fu una partita pazzesca, pareggiammo 10-10 e rischiammo anche di vincere. Fu un trionfo. Fu bellissimo vedere quei due signori che di nome fanno Adriano Galliani e Fabio Capello (sì, proprio l'allenatore di calcio, che allora era il manager del Mediolanum) lasciare la tribuna a capo chino. Fu un'impresa. E fu un onore poterne scrivere.

Nella foto: Tre pilastri. Santino Granata, Benito Paolone e Turi Giammellaro: sono tre dei protagonisti della gloriosa storia dell'Amatori Catania e dello straordinario esempio che la società ha rappresentato nel panorama nazionale.

 

 

 

Storia del Rugby a Catania

di Salvo Marino

(foto e articolo tratto da www.cataniaperte.com )

 

Il rugby a Catania arriva negli anni trenta con i giovani balilla. Successivamente dopo la pausa bellica, nei primi anni cinquanta, spuntò il "Giglio Bianco", squadra formata da ragazzi che giocavano anche a pallanuoto. Questo binomio fu mantenuto anche negli anni successivi. A metà degli anni cinquanta nasce il Cus Catania, composto solo ed esclusivamente da universitari, e la Ciclope che però partecipa solo a campionati giovanili.

Nella Ciclope iniziano personaggi come Renato Papa, oggi Procuratore della Repubblica, Angelo Piazza, noto professionista ed ex arbitro di rugby, Carlo Guida etc.. Nel Cus Catania iniziano personaggi come Benito Paolone noto politico, Turi Gemmellaro detto "cicalone".

Nei primi anni sessanta la Ciclope viene sciolta ed alcuni componenti della rosa passano al Cus Catania. Contemporaneamente dal Cus uscivano Benito Paolone, Turi Gemmellaro e Santino Granata (responsabile del settore atletica del Cus).

Nel 1963 i fuoriusciti dal Cus fondano l’Amatori, che certamente tra le tante squadre avvicendatesi nel panorama rugbstico catanese è stata la società che ha ottenuto, fino ad oggi, i maggiori successi in campo nazionale.

Chi scrive si appassionò alla palla ovale assistendo alle "battaglie", nel polveroso Fontanarossa, tra l’Amatori e squadre come il Petrarca, il Rovigo, l’Aquila etc.

Per citare solo alcuni dei giocatori più rappresentativi che hanno fatto la storia dell’Amatori ricordo: Franco Di Maura detto il "Vichingo" per la bionda capigliatura e la notevole stazza, Elio Di Maura fratello di Franco, i fratelli Failla, Mariano Falsaperla, i fratelli Puglisi (Pippo oggi è allenatore del Cus Catania) e tanti, tanti altri.

Nei primi anni settanta, sull’entusiasmo dei buoni risultati dell’Amatori, nascono la Fiamma (costola dell’Amatori) , l’Ardor Sales, per volontà e impegno di Renato Papa e Marcello Salice, e la Libertas Fortino.

Mi piace ricordare quegli anni che furono il mio inizio ed in particolare le trasferte fatte con l’Ardor Sales a Palermo contro il Cus Palermo: il pullman che ci metteva a disposizione Don Naselli (responsabile del settore sportivo dei Salesiani di San Filippo Neri) era quello destinato ai bambini e Lorenzo Guglielmino (sfiorava i 140 Kg) aveva grosse difficoltà a trovare posto. Arrivati a Palermo un paio d’ore prima della partita si pranzava con degli enormi arancini fritti, che sommati alle non eccessive qualità tecniche, ci facevano accumulare punteggi da pallacanestro. Il ritorno a Catania iniziava con la classica fermata alla circonvallazione di Palermo per assaggiare un po’ di "stigliola" per poi proseguire sul cosiddetto "pullman" con sfottò e barzellette, dimenticandoci che le avevamo prese in tutti i sensi.

Il 1978 fu un anno importante per il rugby a Catania. Per volontà sempre di Renato Papa, Franco Cimino (ex Amatori) e forse anche del sottoscritto (allora ventenne) fu fondata la "Zagara 1".

Dico un anno importante perché quasi nessuno, a parte i fondatori, avrebbe scommesso una lira sulla possibilità di raggiungere traguardi di una certa rilevanza da parte di questa nuova squadra formata nel parco giocatori dagli ex dell’Ardor Sales e del Misterbianco , che di conseguenza vennero sciolte.

Si stava cercando di organizzare una società con obiettivi importanti, non in contrapposizione all’Amatori ma senza nemmeno essere dipendente dall’Amatori. Se le squadre minori fino ad allora avevano come obiettivo far giocare i ragazzi più promettenti nelle file dell’Amatori, la Zagara aveva come obiettivo il raggiungimento di ambiziosi traguardi e quindi non avrebbe potuto cedere i sui migliori giocatori all’Amatori per riceverne qualche altro ormai su con gli anni.

Si coinvolsero altri ex rugbisti come Angelo Piazza, Angelo Maiorana ed altri, ma la voglia di alcuni dirigenti di raggiungere subito le serie maggiori, anche a costo di far giocare atleti di altre città (Reggio Calabria, Messina, etc) a discapito dei giovani emergenti del vivaio, contro la decisa opposizione di altri che oculatamente avrebbero preferito ritardare di qualche anno le promozioni nelle serie maggiori ma con un "quindici" formatosi nelle giovanili, provocò l’abbandono di molti dei dirigenti e simpatizzanti che nel frattempo si erano avvicinati alla società.

Ricordo che alcuni dei giocatori, di ottimo livello, che hanno dato una grossa mano all’Amatori, provenivano dalle giovanili della Zagara (Giuseppe Beretti, Giovanni e Alessandro Piazza tra i più rappresentativi) dove non venendo adeguatamente valorizzati cercavano di cambiare aria.Ciò nonostante, dopo tanti sacrifici anche economici, la Zagara ha ottenuto prima la serie B e dopo la serie A2 con risultati discreti.

Purtroppo chi ha diretto per anni il rugby a Catania non ha capito, o sarebbe meglio dire, non ha accettato che il rugby, sia in campo internazionale che nazionale, stava trasformandosi da sport dilettantistico a sport professionistico. Infatti, per motivi diversi le due maggiori squadre catanesi sono entrate in crisi: l’Amatori (oggi in serie B) ha perso i suoi migliori atleti che hanno preferito trasferirsi nelle squadre venete, romane o anche estere, che possono o vogliono dare una remunerazione adeguata ad atleti che dedicano gran parte del loro tempo ad allenarsi, come il rugby odierno impone; la Zagara (che peraltro è l’ambiente che conosco meglio per averci giocato per circa 16 anni), del dott. Franco Cimino nelle vesti di "factotum", fu la prima società a riconoscere ad alcuni atleti un "rimborso spese" e ad avere avuto uno straniero sudafricano -contro le critiche dei dirigenti delle altre squadre locali che nascondendosi dietro un dito ritennero un disonore per uno sport dilettantistico avvalersi delle prestazioni di atleti "pagati"- la storia dice che ha avuto ragione. Alcuni anni dopo chi criticava si affidò alle prestazioni di sud-africani, neozelandesi e argentini.

Ritornando alla Zagara, da alcuni anni ha iniziato una parabola discendente che dalla serie A2 l’ha portata all’ultimo posto della serie C1 nel campionato scorso.

CONCLUSIONE

Non sarà facile né per l’Amatori né per la Zagara ritornare ad alti livelli, ma se almeno l’Amatori può sperare in un ottimo movimento giovanile, la Zagara, purtroppo, a mio parere non ha la possibilità di emergere dalle paludi della serie C. Ritengo però che le potenzialità a Catania sono enormi, ma necessità un cambiamento generazionale dei vari "dirigenti" ed una più idonea attenzione delle istituzioni che hanno il compito di dare i contributi economici per la sopravvivenza di questo sport che nonostante tutto resta sempre uno sport pulito, leale ed educativo.

 

Benito Paolone, una vita nel segno della democrazia rugbystica

di Antonio Rapisarda

«Juan, Juaan…». Dalla tribuna arriva un grido forte, secco e rauco al rettangolo di gioco. Juan Cosa – estremo di origine argentina con i piedi buoni – li per lì non risponde. «Juaaan…». Al terzo richiamo il giocatore si gira verso gli spalti. «Juan, mira sul secondo palo, mira sul secondo palooo». L’estremo – impegnato a battere un calcio di punizione - sembra acconsentire con un cenno del capo. Al “capo”. Gennaio è un mese freddo anche a Catania. Il Santa Maria Goretti, il tempio del rugby etneo, come al solito è battuto da un vento gelido, dato che siamo fuori dalla città a due passi dall’aeroporto Fontanarossa. E il vento, per chi sa di rugby, significa molto in termini di metri da conquistare o per l’effetto da concedere all’ovale con un calcio. Il capo carismatico che lancia quell’avvertimento è lui, Benito Paolone. Come ogni domenica sta ritto sulla ringhiera della tribuna. La percorre decine di volte, avanti e indietro, come se fosse in campo. E ogni volta è un’imprecazione pronunciata in perfetto italiano, una riflessione. O un ordine. L’Amatori Catania, del resto, in quel match di otto o nove anni fa stava perdendo, e ciò gli procurava un intimo fastidio. Nessuno, tra il pubblico, fiata. Tutti ascoltano. Ogni tanto, a dire il vero, qualcuno “osava” dissentire dall’indicazione data. E lui, se percepiva che la voce fosse degna, si girava. Mio padre – camerata di Benito ma soprattutto rugbista – è uno di quelli a cui Paolone concedeva ogni tanto quest’onore: ascoltava la replica e bofonchiando continuava a camminare, seguendo l’azione.

Stessa cosa in politica, l’altro suo campo di battaglia. Anche qui Benito Paolone – scomparso a 78 anni da poco più di una settimana a causa di un brutto male - ha sempre dimostrato di possedere un senso della democrazia tutto “rugbistico”: amava il confronto che doveva passare necessariamente dalla dialettica dello scontro, e per questo credeva nell’onore delle armi da concedere all’avversario. Per lui lo scontro politico doveva procedere proprio come una partita, duro ma leale. Ma soprattutto senza trucchi, le squadre in campo dovevano essere chiare. Era il suo personalissimo modo di concedere il “terzo tempo”: l’amicizia. Sarà ricordato, infatti, da tutti per la capacità di coniugare fisicità e lealtà: l’eloquio e il costrutto di un oratore con la capacità di menar le mani quando occorreva. E dell’abbracciarti piangendo a fine contesa.

Una passionaccia, la sua, che si è tradotta in un percorso di vita che viene da lontano. Giovanissimo, lui figlio di un giuliano ucciso dai partigiani, si trasferisce a Catania. Qui diventa responsabile della Giovane Italia, la punta di diamante in città. Consigliere comunale del Msi e poi di An per trent’anni, nel 71 – l’anno del boom della destra in Sicilia - viene eletto all’Ars dove verrà da allora sempre riconfermato. Arriverà poi alla Camera, nel 1994, dove risulterà il candidato di An con il maggior numero di preferenze in tutta Italia. E sia nelle istituzioni che nelle piazze è stato esempio di un certo modo di essere “missino”. Come quando, da rappresentante del Fuan, nel ’69 dopo il gesto estremo di Jan Palach contro l’invasione sovietica, andò da solo all’interno della facoltà di Lettere presidio degli studenti di sinistra quasi a voler sfidare tutto e tutti. E quando l’università di Catania fu occupata dagli studenti di destra fu Nino Puglisi - uno dei “suoi” ragazzi dell’Amatori - a spalancare fisicamente la porta del Rettorato dove erano assediati i “compagni”.

Già, i suoi ragazzi. Per capire fino in fondo Paolone è necessario parlare di che cosa significa l’Amatori Catania: la sua creatura, la sua intuizione. Popolare e aristocratica come lui, la società viene fondata agli inizi degli anni ’60. Ai tempi Paolone militava nelle file del Cus Catania con una voglia crescente però di costruire una squadra tutta sua. Da qui è nata l’esperienza ormai cinquantennale di questo club che ha sfornato campionati al vertice, nazionali italiani (come Andrea Lo Cicero e Orazio Arancio) ma soprattutto tanti uomini e uno stile di vita. L’Amatori infatti è stata, per anni, una delle poche squadre animata per lo più da non professionisti a calcare i campi della massima serie. Quando finiva una partita, ad esempio, toccava alla madri rammentare le maglie sgualcite. Per sostenere le spese Paolone, poi, faceva personalmente la questua in giro per la città: solo così era possibile andare a fare le trasferte. Ma il suo vero miracolo è stato quello creato ai margini del campo da gioco: aver racimolato e tolto dalla strada i ragazzi del villaggio di Santa Maria Goretti. Una zona difficile, costruita tra abusivismo e speculazione e ancora oggi vittima, dopo le prime piogge, di frequenti allagamenti. E i suoi “ragazzi” sono stati la sua ossessione, fino alla fine. Un binomio inscindibile, insomma, il rugbista e il politico. Che ha contagiato un’intera città, riuscendo a creare immaginario, a produrre egemonia culturale. Un esempio? Una volta, nel corridoio sottostante la tribuna, un dirigente dell’Amatori trova un portachiavi. A fine primo tempo chiede agli spettatori «Chi ha perso questo ciondolo?», era la Fiamma tricolore del Msi: decine di persone controllarono le tasche della giacca. Questo è il contesto nel quale e per il quale Paolone si è donato.

Proprio domenica l’Amatori ha dovuto affrontare la sfida più difficile della sua storia: giocare senza il tifoso numero uno a urlare dalla tribuna. «Le sfide sportive e della vita non ci devono preoccupare, quando ci sarà bisogno di lui basterà cercarlo all’interno di ognuno di noi», ha spiegato in settimana ai ragazzi Luciano Catotti, uno dei sodali di Benito. Bene, questa domenica i suoi ragazzi, contro i sardi del Capoterra, hanno vinto. Nel suo stadio. Come quella partita di otto o nove anni fa, quando Juan Cosa ha mirato proprio sul secondo palo. E ha fatto centro.

fonte: Il Secolo d'Italia

http://www.fascinazione.info/2012/01/in-morte-di-benito-paolone-una-vita-nel.html

 

 

Dal tracollo dell’Amatori al recordman catanese Lo Cicero

Si riparte dalla Serie C, dunque, ma a testa alta. Da veri rugbisti

 

Nunzio Casabianca

Un anno duro, difficile per la pallovale siciliana. Con tante delusioni e qualche bella soddisfazione. In tempi di crisi, d'altro, canto, non ci si poteva aspettare tantissimo. Con pochi soldi a disposizione, infatti, anche le grandi società di casa nostra (in primo luogo l'Amatori Catania) sono state costrette a vivere un'annata di sofferenze, cominciata male e, purtroppo, finita peggio.

Volendo, quindi, accendere i riflettori sulla più cocente delusione della stagione non si può non mettere a fuoco la situazione dello storico XV biancorosso, la splendida creatura forgiata, cresciuta e coccolata per mezzo secolo dal compianto Benito Paolone. Una società che ha portato in alto il nome di Catania e della Sicilia su tutti i campi d'Italia regalando agli appassionati della pallaovale grandissime soddisfazioni e un impianto come lo stadio del rugby di S. Maria Goretti (oggi purtroppo, non in perfette condizioni) che negli anni è diventato il "fortino" dell'Amatori Catania.

Il 2013 dei biancorossi, dopo la scomparsa di Benito Paolone, è stato più che soddisfacente nella prima parte. La squadra ha fatto un'ottima figura nel campionato di Serie A e giocando alla pari con tutti, alla fine, ha mantenuto serenamente la categoria. I problemi, purtroppo, si sono presentati in estate, alla vigilia del nuovo campionato. Dopo un'estenuante agonia fatta di appelli e speranze, l'Amatori all'inizio del mese di ottobre ufficializza ciò che per settimane era stato paventato: la rinuncia al campionato di Serie A per problemi economici. Il club biancorosso riparte dalla Serie C. Il neopresidente biancorosso, Guido Sciacca, ha provato fino all'ultimo a evitare questa fine dolorosa. Per evitare il tracollo serviva infatti uno sponsor che garantisse i circa 300.000 euro necessari per portare al termine un dignitoso campionato di Serie A. «Il Comune di Catania e la Regione Siciliana - spiegò in quei giorni sconsolato il presidente Guido Sciacca - ci hanno abbandonati, non hanno risposto al nostro disperato appello. Fino all'ultimo abbiamo sperato in un miracolo. La totale indifferenza della città al dissesto Amatori s'inserisce perfettamente in un panorama di criticità che rende difficile se non impossibile l'eccellenza sportiva nella nostra regione».

Per il rugby di casa nostra è una grande, grandissima, sconfitta. L'ennesima, fra l'altro, visto che già una volta, nel 2008, l'Amatori Catania, dopo quattro magnifiche stagioni nel Super 10 (le primi tre da protagonista con i play off scudetto e la partecipazione alle coppe europee) e la dolorosa retrocessione in A, fu costretta a rinunciare al campionato e ripartire dalla Serie B. Stessa sorte, qualche anno fa, capitata anche al San Gregorio, la giovane e vincente realtà catanese che in due anni passò dalla Top Ten dell'Eccellenza al fallimento.

La Sicilia, 30.12.2013

 

http://www.oldrugbycuscatania.it/

 

 

 

 

 

 

 

 


Angelo Arcidiacono

 Nato nella città etnea il 25 settembre 1955, il pupillo di Timmonieri aveva già conquistato nel 1969 il suo primo titolo italiano nel fioretto categoria Allievi, nel 1971 quello di sciabola nella stessa categoria e nel 1972 a Rimini quello di Terza nell'arma bitagliente a cui si era esclusivamente dedicato. A Como, nel marzo del 1974, vinse quello prestigiosissimo dei Giovani davanti al padovano Dalla Barba e viene snobbato dai commenti ufficiali. Nello stesso mese è a Varsavia con Pedrini e Dalla Barba per un incontro a squadre contro le nazionali giovanili di sciabola di Germania Occidentale, Ungheria, Polonia, Bulgaria e Unione Sovietica.

Studente modello nella facoltà di Medicina e Chirurgia, Arcidiacono alla domanda "Oltre lo sport, che cosa comprende il tuo oggi e il tuo futuro?", in una intervista risponde:

 - Mah, oltre allo sport non c'è molto di più. Studio e allenamenti: la mia vita si limita a questo... Nel mio futuro c'è la professione di medico. Voglio studiare seriamente per diventare un buon medico. -

    Mantenne sempre fede a questi proponimenti. Nel novembre del 1972, si era classificato terzo, dietro a Marco Romano e il francese Levavaseur, nel Torneo internazionale di Sciabola Under 20 a Valenciennes e nella gara a squadre, in cui la nazionale giovanile italiana sbaragliò francesi e belgi, fu tra i migliori. Nel 1973 a Buenos Ayres e nel 1974 a Istanbul partecipò ai Campionati del Mondo Giovani con non molta fortuna e Carlo Filogamo non si fece scappare l'occasione per un giudizio poco benevolo sul suo conto, definendolo di scarse risorse nel fisico e nell'impostazione tecnico-tattica. Rispose per le rime Giovanni Arcidiacono, l'omonimo e battagliero Presidente del CUS Catania, accendendo una polemica, che per il momento si spense quasi subito. In seguito però doveva riaccendersi data la pervicace convinzione di Carlo Filogamo che fuori dalla tradizione di Bela Balogh non potevano esistere scuole di sciabola in Italia. La realtà era però ben diversa. Passata la parentesi torinese del maestro magiaro, i più forti bitaglienti del nostro paese si erano formati e continuavano a formarsi a Padova, Livorno, Roma, Napoli e Catania.

      In previsione delle Olimpiadi di Montreal, Angelo Arcidiacono venne dichiarato nel 1974 P.O. Nei Campionati Italiani Assoluti dello stesso anno a Napoli si classificava quinto (ancora diciottenne e con una splendida carriera sportiva davanti a sé) e nel novembre è ancora quinto a Vienna nei Campionati Internazionali d'Austria. Nel gennaio 1975, migliore degli italiani, è terzo a Budapest in un torneo internazionale per gli Under 20. Matura così il suo capolavoro giovanile: il titolo mondiale Giovani di Sciabola individuale conquistato a Città del Messico nel 1975, che zittisce i giudizi poco favorevoli di cui era stato gratificato. Mai schermitore siciliano era riuscito a vincere un titolo mondiale individuale se si esclude quello universitario conquistato nell'arma bitagliente da Calarese a Torino nel 1959.

      La vittoria di Arcidiacono suscitò grande entusiasmo: a Catania il suo nome divenne popolare come quello di un calciatore. Gli ambienti giornalistici italiani presero interesse alle sue gesta e un'apposita commissione, riunitasi a Milano presso il Circolo della Stampa, gli assegnò all'unanimità il prestigioso Premio Cotronei quale migliore schermitore dell'anno, con la seguente motivazione:

                 - A Città del Messico, marzo 1975, rinverdendo nobili e antiche tradizioni della scherma siciliana e ribadendo la valentia dei nostri schermitori, detentori del titolo olimpionico di sciabola, conquistava in questa arma classicissima il Titolo mondiale Giovani.-

       Nello stesso 1975, l'asso catanese vince il titolo universitario italiano di sciabola a Montecatini Terme, partecipa ai Campionati del Mondo di Budapest comportandosi bene ed è terzo a Torino nei Campionati Italiani Assoluti dalle spalle di Mario Aldo Montano e di Michele Maffei.

        Angelo Arcidiacono continuava la sua irresistibile ascesa verso i valori assoluti della scherma mondiale ed è di nuovo a Vienna nel novembre 1975 per i Campionati Internazionali d'Austria. Riconfermato P.O. nel 1976, nel gennaio a Milano è quarto nella Coppa Bonfiglio dopo Maffei, M.A. Montano e M.T. Montano; nel febbraio, prima a Bucarest con la squadra italiana di sciabola vincitrice della Coppa Santelli contro Romania, Ungheria e Francia, e poi a Bonn con la formazione classificatasi seconda nel "Sette Nazioni" dietro l'Ungheria e davanti a Polonia e Romania. L'11 aprile è terzo a Salerno nel Campionato Italiano Assoluto dietro i grandissimi Michele Maffei e Mario Aldo Montano.

       Finalmente arrivano le Olimpiadi di Montreal (luglio 1976) e il sogno del vecchio Pasquale Timmonieri (il maestro aveva già 89 anni!) diventa realtà con Angelo Arcidicono prestigioso componente della formazione italiana, con la quale conquista la sua prima medaglia olimpica, l'argento nella sciabola a squadre, che suscita nuovo entusiasmo in Sicilia. La rivista SCHERMA nel n. 4 del 1976 gli dedica la copertina con la didascalia:

              - Campione mondiale Giovane l'anno scorso a Città del Messico, undicesimo nell'individuale e medaglia d'argento nella gara a squadre alle Olimpiadi di Montreal, Angelo Arcidiacono, il ventunenne atleta del CUS Catania allievo del maestro Timmonieri, è uno dei giovani di maggiore spicco nel vivaio della scherma italiana. Nel dedicargli questa copertina che si merita ampiamente vogliamo anche spronarlo a lottare in futuro con la stessa grinta messa finora. -

Lo sciabolatore catanese chiude il 1976 vincendo a Palermo, davanti a Tommaso Montano, il Trofeo nazionale Domenico Triolo, istituito nella capitale siciliana per ricordare il maestro scomparso.

      Arcidiacono inizia il 1977 in bellezza aggiudicandosi a Milano la XIV Coppa Bonfiglio davanti a Gianfranco Dalla Barba e a Marco Romano. Silvio Veratti, l'indimenticato e valoroso maestro, nel commento della gara, così esprimeva fra l'altro:

                       - La vittoria di Arcidiacono è stata sì facilitata dalla mancanza in gara di Mario Aldo Montano e Michele Maffei ma chi può assicurare che anche se in lizza i due vessilliferi della scherma italiana di sciabola il successo non sarebbe stato egualmente suo? La tecnica, l'intelligenza schermistica, la superlativa mobilità delle gambe, la giovane età (è appena ventiduenne) ne fanno uno degli schermitori all'apice dei valori nazionali. -

         A Buenos Ayres, nel luglio, Angelo è terzo ai Campionati Mondiali dietro l'ungherese Gerevich e il sovietico Nazlymov. Migliore degli italiani, nell'infuocata finale riesce a battere Maffei per 5-1, l'ungherese Gedovari per 5-3 e addirittura per cappotto il sovietico Bajenov. Abbonatosi alle medaglie di bronzo era stato anche terzo dietro Tommaso Montano e Michele Maffei ai Campionati Italiani Assoluti 1977 disputati a Pescara.

 A Sofia, alle Universiadi 1977, Arcidiacono, ancora migliore degli italiani, conquista l'argento nella sciabola individuale. Nei commenti è stato scritto che egli

            - ... ha ancora una volta dimostrato di essere il migliore del momento e senz'altro l'atleta in grado di raggiungere i più alti livelli in questa difficile disciplina.  -Quasi come rivincita dei Campionati del Mondo di Buenos Ayres, venne organizzata a Catania, il 15 ottobre 1977, una grande sfida fra l'ungherese Pal Gerevich, campione mondiale in carica, e Angelo Arcidiacono, medaglia di bronzo e già all'apice dei bitaglienti italiani. La sfida venne concordata a tre assalti di dieci stoccate ciascuno, ma l'incontro, di elevati contenuti tecnici e spettacolari, venne risolto dal catanese in due frazioni avendo battuto il campione ungherese nella prima per 10 a 6 e nella seconda per 10 a 8. Il pubblico, competentissimo, va in delirio sugli spalti del Palazzetto di Piazza Spedini e Timmonieri grida alla stampa: "Scrivetelo, scrivetelo! Angelo è il numero 1 del mondo".

Nel 1977 vince a Torino la Coppa Nizza e nel 1978 ad Amburgo è componente della squadra italiana classificatasi terza ai Campionati del Mondo di Sciabola a Squadre. Poi, però, è assente nei Campionati del Mondo dell'anno seguente (1979) disputati a Melbourne, per sua personale rinuncia a causa di alcuni dissapori col C.T. Attilio Fini.

 (da "La scherma siciliana" di Ariberto Celi)

            Rallenta l'attività anche per motivi di studio ma la sua classe resta immodificata: dopo la rottura del tendine d'Achille che gli impedirà di andare  a Mosca nel 1980, ritorna sulle pedane e conquista l'oro a squadre alle Universiadi del 1981 e l'argento a squadre ai Campionati del Mondo Assoluti del 1982. Nel 1984, chiuderà la sua carriera agonistica col trionfo olimpico di Los Angeles: medaglia d'oro a squadre per la formazione italiana della sciabola.

 

Il 26 febbraio 2007 Angelo ci ha lasciati.

La Federazione Italiana Scherma ha reso omaggio alla Sua memoria con il prestigioso conferimento della Lama d’Onore d’Oro.

Il PalaCus si chiamerà PalaArcidiacono

 

La scherma piange Angelo Arcidiacono
26/02/2007 13.35.15
(AGM-DS) - Milano, 26 febbraio - Un male incurabile ha `trafitto` per una prematura scomparsa Angelo Arcidiacono, 52 anni, campione anni `70 e `80. Arcidiacono, catanese, e` scomparso, a soli 52 anni, nella mattinata di lunedi` a causa di un male incurabile. Angelo Arcidiacono, grande campione degli anni '70 e '80, nella sua lunga carriera agonistica si
e` segnalato come uno dei migliori talenti della sua generazione. Al suo attivo due medaglie olimpiche: un argento a squadre a Montreal 1976 insieme con Michele Maffei, Mario Aldo Montano, Tommaso Montano e Mario Tullio Montano, ed un oro a squadre a Los Angeles 1984 insieme con Giovanni Scalzo, Gianfranco Dalla Barba e Ferdinando Meglio. Nel suo prestigioso palmare`s anche tre medaglie ai Mondiali: un bronzo individuale nel 1977, un bronzo a squadre nel 1978 e un argento a squadre nel 1982, cui vanno aggiunti l'oro individuale conquistato ai Mondiali Giovani 1975 e quello a squadre alle Universiadi del 1981.

Il presidente della FIS, Giorgio Scarso, ha voluto ricordare l`uomo e l`atleta: "La scherma italiana perde un grande campione e un grande uomo, che ha sempre saputo coniugare gli impegni agonistici con gli impegni privati. Anche dopo avere abbandonato le pedane ed essersi affermato come uno dei piu` apprezzati medici di Catania, Arcidiacono ha voluto mantenere i contatti con la scherma, in particolare con il "suo" Cus Catania. Alla famiglia vanno le piu` sentite condoglianze della Federscherma e un abbraccio fortissimo, che vuole testimoniare il dolore che oggi provano tutti coloro che hanno avuto la fortuna di conoscere Angelo e di apprezzarne la statura morale. I valori dei quali Arcidiacono ha dato testimonianza nel corso della sua vita sono i valori nei quali si riconosce tutta la scherma italiana".

Tra i suoi compagni di squadra Michele Maffei, insieme al quale Arcidiacono conquisto` l`argento alle Olimpiadi di Montreal: `Angelo era un ragazzo che in pedana dava tutto, mettendosi in evidenza per la sua grinta e le sue capacita` tecniche. Fuori dalla pedana era una persona che spiccava per la sua serieta` e il suo garbo di stampo quasi inglese. Se si riusciva a penetrare la sua riservatezza, si scopriva una persona di rara sensibilita`".

 

Paolo Pizzo, il campione del mondo ha il Cus nel suo dna.

Trionfo mondiale per l'atleta catanese che si è formato nella prestigiosa scuola schermistica etnea

13 ottobre 2011

Il catanese Paolo Pizzo è il nuovo campione del mondo di spada. Il giovane schermidore etneo, cresciuto al Cus Catania con la maestra Giovanna Ferro, ha vinto il titolo mondiale individuale nella spada maschile gareggiando nella propria città.

Pizzo proviene da una famiglia dalla grande tradizione sportiva: sua nonna è la "professoressa" Liliana Pizzo, e sue zie sono le sorelle Donatella e Tiziana Pizzo. La prima allenava le due figlie nell'Alidea Catania che nel 1980 conquistò lo scudetto e la Coppa Italia femminile di volley.

E lui - prima di trasferirsi a Roma sotto le insegne dell'Aeronautica militare, per migliorare ed affinare la sua tecnica grazie al Maestro Oleg Pouzanov - ha coltivato la propria passione e il proprio talento nella scherma in una scuola, quella cusina, che ha avuto come patriarca il maestro Pasquale Timmonieri e che ha portato numerosi titoli giovanili e ben cinque medaglie olimpiche (con l'indimenticabile Angelo Arcidiacono - un oro e un argento nella sciabola a squadre a Los Angeles '84 e Montreal -, Maurizio Randazzo - due ori a squadre ad Atlanta '96 e Sydney 2000 - e, poi, Mino Ferro, bronzo a squadre nella spada a Los Angeles '84).

 Una tradizione che si è rinnovata e che nella spada, più recentemente, ha provato stimoli nuovi con Luigi Mazzone, campione italiano assoluto nel 2002. Nel corso degli anni inoltre sono state numerose le convocazioni di atleti cusini a Mondiali, Europei, Universiadi e ai Giochi del Mediterraneo: e numerosi sono stati i titoli italiani conquistati in tutte le categorie.

Nel corso della sessantennale storia cusina si sono fatti luce, in competizioni nazionali e internazionali, Emilio Giardina, Alessandro Attanasio, i fratelli Beritelli, Migneco, Grasso, Russo, Paolo Di Loreto, Domenico Sperlinga: e ancora R. Fiaccavento, F. Russo, M. Cosentino, A. Ferri, S. Manzoni, V. Maugeri, A. Pulvirenti, Barbagallo.

In seguito si segnalano anche Alessandro Di Bella, Riccardo Bonsignore, Eugenio Russo, Ivan Lombardo (Campione del Mondo Cadetti nel 1989), i fratelli Pennisi, Marco Comelli. Anche in campo femminile la crescita delle lame cusine è esponenziale, in campo regionale e nazionale: Lidia Patti, Giovanna Ferro, Patrizia D'Antona, Tania Marchese, fino alla promettente Stefania Di Loreto.

Mai prima d'ora, però, era giunto un titolo mondiale assouto. Una medaglia che è stata regalata al palmares del Cus Catania proprio da Pizzo, 14 mesi dopo l'argento agli Assoluti di Siracusa, con il suo trionfo di ieri sera al Palaghiaccio di Catania, davanti a parenti ed amici entusiasti e ad un pubblico che lo ha subito riconosciuto, e sostenuto, come 'figlio' prediletto di questa terra.

 Pizzo ha anche superato momenti molto difficili, come quando a soli 13 anni, durante un Gp Giovanissimi, ebbe una crisi epilettica, che poi si rivelò essere il segnale di un tumore per fortuna benigno. A sei mesi dall'operazione, il ritorno in palestra, nonostante lo scetticismo di molti. Dopo un bronzo individuale nel 2003 ai Campionati Italiani Giovani, l'argento individuale e a squadre alle Universiadi nel 2009, e al quinto posto in Coppa del Mondo nel 2009/2010, ieri ha ottenuto il suo miglior risultato in carriera.  

 Nella straordinaria finale del Palaghiaccio, ottenuta alla sua prima partecipazione ad un Mondiale, l'atleta catanese ha battuto, al termine di una gara molto equilibrata, il temibilissimo olandese Bas Verwijlen con il punteggio di 15-13.

In precedenza aveva superato in semifinale lo svizzero Fabian Kauter per 15-12. Ai quarti aveva battuto per 15-11 l'ungherese Geza Imre, numero 5 al mondo. Nei turni precedenti, aveva sconfitto il finlandese Alexander Lahtinen col punteggio di 15-7, nei 64, l'ucraino Anatoliy Herey (15-11), nei 32 e lo statunitense Soren Thompson (15-9), agli ottavi.

 "Vincere un mondiale nella tua città è un'emozione che auguro a ogni sportivo - ha ripetuto un ancora incredulo Pizzo ai microfoni delle tv di tutto il mondo -. Ho sognato questo successo ogni volta che per allenarmi rinunciavo a uscire con gli amici o ad andare al cinema. La strada è quella giusta per Londra 2012".

"Sono un ragazzo che ha lottato - ha proseguito -. Prima facevo pallavolo, come da tradizione di famiglia, calcio e scherma. Poi scelsi la scherma. I medici, dopo l'operazione al cervello, mi dissero che non avrei più potuto fare certi sport, tra questi la scherma. Beh, ho disubbidito!"

 "Ho puntato sulle mie caratteristiche - ha aggiunto parlando della combattutissima finale -, quelle che mi portano a non mollare mai. Auguro di vivere questo momento a tutti quelli che hanno difficoltà nello sport e a chi, come me, ha avuto una carriera non certo facile. Non si deve mollare mai, le soddisfazioni poi sono doppie, e tutto torna se si lavora".

 "Mi manca la mia terra, mi manca il mare e soprattutto l'Etna, tanto che mi sono fatto tatuare il suo nome latino - ha confessato infine Pizzo, che quando si trova a Catania si allena ancora oggi nelle palestre del Cus -. Ogni mattina mi sveglio e penso alla Sicilia. Vincere qui è bellissimo. Appena ho messo l'ultima stoccata mi sono buttato a terra per baciare la mia terra. Dediche? A tutti quelli che mi sono stati accanto, dalla mia famiglia all'Aeronautica Militare, ma soprattutto a chi è costretto a lottare per un sogno. Io ce l'ho fatta".

 

http://www.bda.unict.it/Pagina/It/Notizie_1/0/2011/10/13/4762_.aspx

 

 

 

 

 

 

 

La pallanuoto fece la sua comparsa a Catania verso la fine degli anni trenta: il GUF Catania che nel 1940 prese parte al campionato nazionale, fu la formazione più rappresentativa dell'epoca. Dopo il conflitto si affacciarono alla ribalta la S.S. Virus e lo S.C. Giglio Bianco: quest'ultimo fu brillante protagonista di diversi Campionati di serie B, mancando nel 1949 la promozione per un soffio. L'eredità dello S.C. Giglio Bianco venne raccolta dal Cus Canottieri Jonica. Le prime apparizioni dell'attuale Nuoto Catania nel campionato di serie C risalgono agli anni Sessanta, con la denominazione di Libertas Picanello. Partecipò alla fase semifinale del campionato di serie C nel 1965 a Reggio Emilia e nel 1967 a Napoli. Mutò una prima volta la denominazione sociale in Libertas Nuoto Catania nel 1973, anno in cui retrocede nel campionato di serie C- promozione. Impostasi nella fase interregionale del campionato serie C-promozione 1974, disputa a Siracusa, l'anno dopo, classificandosi al primo posto del girone "D" del campionato di serie C-Nazionale dopo un avvincente lotta con il C.N. Augusta e la Polisportiva Pozzillo, ottenne la promozione al campionato di serie B. Disputò quattro campionati di serie B, retrocedendo al termine del campionato 1979, ma risalendo l'anno seguente, quando modificò la denominazione sociale in quella attuale. Seconda classificata nel girone Sud del campionato di serie B 1987, ottenne la promozione in serie A2 battendo a Roma per 10 a 9 la Triestina, seconda classificata nel girone nord. Nel 1991 vinse il campionato di serie A2 con sette punti di margine sulla seconda classificata, e fu così ammessa al campionato di serie A1 (l'ultima partecipazione di una squadra Catanese al massimo campionato risaliva 1956: in quell'anno infatti vi prese parte il Cus Canottieri Jonica, una compagine che nel periodo a cavallo degli anni cinquanta e sessanta scrisse pagine importanti di storia della pallanuoto etnea). Classificatasi all'ultimo posto nel campionato di serie A1 1992 e conseguentemente retrocessa, fece ritorno al massimo campionato nell'anno successivo, per restarvi stabilmente fino alla stagione 2000 dove retrocesse per un punto alla fine di una stagione combattutissima. Nella stagione 2001 nel campionato di serie A2 mantiene per tutta la stagione le posizioni di alta classifica mancando la promozione nelle ultime giornate. Nella stagione 2001/2002 ottiene la promozione in serie A1,serie in cui milita tuttora. Le ultime due stagioni sono state molto diverse, nel 2005/2006, il team si è salvato solo a gara 3 della finale play - out contro la SS Lazio Nuoto, vincendo quest'ultima gara per 10 - 9 dopo 2 tempi supplementari. Nella stagione 2006/2007 la Nuoto ha ottenuto un ottimo nono posto oltre ad aver centrato due finali scudetto di categorie giovanili: allievi e ragazzi, a dimostrazione dell'interesse della società nel creare talenti del domani. Nella stagione 2007/2008 la Nuoto ha ottenuto un esntusiasmante settimo posto coronato dal raggiungimento dei play-off scudetto e dal raggiungimento degli ottavi di finale di Coppa Len (la Coppa Uefa del calcio), ha inoltre confermato le sue formazioni giovanili al top del ranking nazionale, con un terzo posto Under 20 o Juniores, e con una formazione Allievi o Under 17 che sarà impegnata a Camogli dal 6 al 9 agosto a caccia del secondo titolo in questa categoria. A dimostrazione dell'ottimo lavoro svolto sui giovani, Matteo Scuderi, classe 1992 è stato convocato con la nazionale nati 91' per gli Europei di Belgrado.

 

http://it.wikipedia.org/wiki/Associazione_Sportiva_Nuoto_Catania

 

La società A.S.D. Orizzonte Catania, che milita sin dal 1986 nel campionato nazionale di Serie A1 di pallanuoto femminile, in questi anni di prestigiosa attività sportiva vanta un curriculum di tutto rispetto potendo annoverare, oltre a numerosi piazzamenti di prestigio in campo nazionale e internazionale, la conquista di ben diciannove scudetti, otto Coppe dei Campioni, una Supercoppa Europea e una Coppa Italia.

Inoltre, la società A.S.D. Orizzonte Catania detiene il prestigiosissimo record assoluto di 15 scudetti federali assoluti vinti consecutivamente, mai eguagliato finora da nessun'altra squadra in nessuna disciplina sportiva sia a livello maschile che a livello femminile.

La storia e i successi di questa squadra si devono soprattutto alla grande passione del "Presidentissimo" Nello Russo e di tutta la dirigenza che si è alternata alla guida della società, che si è espressa al meglio manifestando sempre una grande capacità organizzativa ed ha saputo mantenere sempre obiettivi importanti per oltre un ventennio, dando continuità ( a prescindere dalle atlete e dai vari tecnici che si sono succeduti alla guida della squadra), distinguendosi per saggezza, equilibrio e mentalità vincente. Dal momento della fondazione ad oggi i tecnici che hanno guidato l'Orizzonte sono stati diversi ed ognuno va ricordato per il segno indelebile che ha lasciato: Gino Pizzuto, al quale va riconosciuto il grande merito di essersi messo alla guida di un gruppo di giovani nuotatrici che lo sollecitarono ad insegnare loro l'arte della pallanuoto; il Prof. Salvatore Scebba, seminatore d'oro dell'epoca; l'ex olimpionico Marcello Del Duca, al quale va riconosciuto l'altissimo merito di aver conquistato il primo scudetto (1992); il Prof. Mauro Maugeri (1993-1994-1995), che rilevò il testimone da Del Duca e portò la squadra al primo titolo europeo (Palermo 1994), Giovanni Puliafito (1996-1997-1998-1999-2000); ancora Mauro Maugeri (2001-2006), che dopo il suo passaggio alla guida della nazionale italiana ha passato la gestione a Giusi Malato (2007 e 2008) per un'altra Coppa Campioni ed un altro scudetto; Pierluigi Formiconi, che ha regalato tre scudetti nelle stagioni 2009, 2010 e 2011. Ed ora Martina Miceli che, dopo aver contribuito a scrivere la storia della pallanuoto giocata con l'Orizzonte Catania e con la nazionale italiana, pur essendo ancora molto giovane è vista dalla società come l'allenatore con cui costruire la base del nuovo corso.

L'Orizzonte ha vantato da sempre nel suo organico atlete che hanno tracciato la storia della pallanuoto femminile e che hanno contribuito in modo determinante anche ai successi della Nazionale, vincitrice negli ultimi 10 anni di mondiali ed europei, fino all'oro olimpico nel 2004. Basti ricordare: il portiere Francesca Cristiana Conti, Manuela Zanchi, Milena Virzì, Silvia Bosurgi, Tania Di Mario, Maddalena Musumeci, Cinzia Ragusa, Chiara Brancati, Monica Vaillant, Martina Miceli, Cristina Consoli, Cristiana Pinciroli, Giusi Malato, Antonella Di Giacinto, Melania Grego, Stefania Lariucci e tante altre ancora. A queste bisogna aggiungere il grande numero di atlete straniere di primissimo livello, che negli anni si sono avvicendate.

I 19 scudetti vinti quasi consecutivamente e le altrettante partecipazioni alla Coppa dei Campioni, vinta per ben 8 volte in giro per l'Europa, accompagnate da un altissimo numero di piazzamenti d'onore hanno consentito all'Orizzonte di essere conosciuto ed apprezzato in tutto il mondo, anche oltre gli ambienti sportivi. La notorietà delle atlete più importanti, soprattutto dopo la conquista dell'oro olimpico ad Atene 2004 da parte di 7 di loro, ne ha fatto spesso un riferimento sia in ambito sportivo che sociale. La conquista di titoli, premi e riconoscimenti in moltissime manifestazioni ha permesso di trovare sempre spazio nelle maggiori testate giornalistiche e televisive, ponendo l'Orizzonte Catania a buon diritto tra le maggiori realtà dello sport in Italia.

http://orizzontepallanuoto.com/storia

 

Maugeri, il ct che sa  tutto di Van Gogh

 

Mauro Maugeri CACCIATO dall'Italia, è stato assunto dall'Olanda campione olimpico in carica. Parliamo di Mauro Maugeri, allenatore di pallanuoto. Prima di club, dell'Orizzonte Catania con il quale vince 8 scudetti e 5 Coppe Campioni. Poi della nazionale azzurra, il Setterosa: era vice di Formiconi ad Atene 2004 (medaglia d'oro), poi ne ha ereditato la panchina: argento europeo e quarto posto a Pechino 2008. Proprio quest'ultima prestazione non è stata sufficiente per la conferma, secondo la Federnuoto. Non per l'Olanda, che lo ha messo sotto contratto fino a Londra 2012.

 Di chi è l'errore? Italia o Olanda?  "Chi lo sa, lo dirà il tempo".

Al momento l'Olanda va meglio dell'Italia. "Bah, io penso alla mia squadra. E purtroppo sette campionesse hanno lasciato".

Una bella esperienza, comunque vada. "Accidenti, qui con me c'è mia moglie che mi costringe ad un'overdose di cultura".

Davvero? E cosa le fa fare? "Ogni week end un museo diverso: ormai so tutto di Rembrandt e Van Gogh".

Ci renda edotti, allora. "Preferisco il primo. Scherzi a parte, ormai so valutare perfino la luce. E non parliamo del resto".

Cioè? "I libri, ne avrò letti novecento".

Scusi, lo sa cosa vuol dire tutto questo? "Ho già capito dove vogliamo arrivare...".

Ma come si allenano in Olanda? "In modo diverso dall'Italia. Qui il campionato è inesistente. Sono continui collegiali, tutti concentrati".

Dunque un sacco di tempo libero. "Molto però se ne va in riunioni".

La famosa pianificazione. "Esatto. Quello che risolviamo in cinque minuti qui ad Hilversum viene deciso in due ore".

Ma cosa decidete? "Interviene lo psicologo, il dietista. E il preparatore. Eccetera eccetera".

Lei poi è siciliano. "Mamma mia, non parliamo della puntualità".

Ha portato la famiglia con sé. "Mia moglie ha preso un anno sabbatico, è stata lei a spingere in tal senso".

Ed i suoi figli? "Vanno alla scuola internazionale, alla grande".

Continui. "Beh, noi abbiamo impiegato mesi per decidere, e qui abbiamo visto che ci sono famiglie che si spostano da Sydney in dieci giorni. Tutto un altro mondo".

Ed i rapporti umani? "Dunque, l'altro giorno un amico mi fa: 'giochiamo a tennis?'. Io gli dico 'Va bene, quando?'. E lui guarda l'agenda e replica: 'Il 12 luglio'".

Ho capito... "Altra cultura".

Ma come ha fatto l'Olanda a vincere l'oro olimpico? "Posso dire? Vista da dentro è incredibile".

La responsabilità sarà sua, però. "Lo so bene. Ma pensate che mi volevano già allungare il contratto oltre Londra, ma non posso per motivi familiari".

Ha avuto voglia di mollare, eh? "Onestamente sì. Ma ho preso un impegno, e lo porto fino in fondo".

E se le tocca affrontare l'Italia? "Una partita come un'altra. Come dico sempre, dopo aver allenato l'Italia, posso allenare anche una squadra di tigri".

http://www.repubblica.it/sport/vari/2011/01/28/news/maugeri-11739080/

 

 

Giusy Malato. È CENTROBOA ED APPARTIENE al gruppo storico della nazionale dove ha segnato 255 presenze al 2004. Maestra elementare è cresciuta pallanuotisticamente nell’Orizzonte Catania dove ha fatto il suo esordio nel 1988. In precedenza era stata anche nuotatrice. L’anno dopo fa l’esordio in nazionale. Con la sua società ha conquistato in carriera consecutivamente dodici scudetti dal 1992 al 2004 e quattro volte la Coppa Campioni nel 1993, 1998, 2002, 2004. In ambito internazionale conquista ll bronzo agli Europei del ’91 ad Atene ed ai Mondiali del ’94 a Roma. Quindi è campionessa d’Europa nel ’95 a Vienna e nel ’97 a Siviglia. Vince successivamente i Mondiali a Perth in Australia nel ’98. Nel ’99 dopo il terzo posto a Winnipeg nella Coppa Fina, conquista ancora il titolo europeo a Firenze quindi l’oro ai Mondiali di Fukuoka nel 2001 e nello stesso anno l’argento agli Europei di Budapest. Nel 2003 è oro continentale a Lubiana e argento mondiale a Barcellona. Nel 2004 dopo il bronzo alla World League a Long Beach, vince l’oro olimpico ad Atene, quindi si ritira dalla nazionale.

 

CAMPIONESSE DELL’ORIZZONTE DI PALLANUOTO RICEVUTE DAL PRESIDENTE RAFFAELE LOMBARDO.

Siamo orgogliosi dei vostri successi e vi siao grati per l’immagine positiva di questo territorio che esportate in tutto il mondo”. Con queste parole il presidente della Provincia di Catania, Raffaele Lombardo, ha accolto le atlete dell’Orizzonte di pallanuoto, che di recente hanno vinto la sesta Coppa dei campioni e proprio in questi giorni sono impegnate nelle finali per la conquista dello scudetto. E sarebbe il quattordicesimo di seguito…, “Un record assoluto” - ha sottolineato il presidente della società, Nello Russo – tra tutti gli sport”. Le atlete, accompagnate dal tecnico Mauro Maugeri, che è anche allenatore in seconda del “Setterosa”, hanno donato al presidente Lombardo un gagliardetto autografato. “La invitiamo fin da ora alla terza finale scudetto che giocheremo domenica pomeriggio”, ha aggiunto la capitana Giusy Malato, vera a propria leggenda vivente della pallanuoto mondiale. Un ringraziamento particolare il presidente Lombardo, che era accompagnato dal segretario generale Luigi Albino Lucifora e dal direttore generale Nino Scimemi, lo ha rivolto alle ragazze che hanno partecipa all’impresa dell’oro olimpico ad Atene: oltre alla Malato, Cristiana Conti, Silvia Bosurgi, Tania Di Mario, Maddalena Musumeci. Della “rosa” dell’Orizzonte fanno parte anche la nazionale Usa, Brenda Villa, terza ad Atene, e l’ungherese Aniko Pelle, eliminata proprio dall’ “ItaliaOrizzonte”.

 

 

La stupida morte di Francesco Scuderi

La Catania pallanuotistica si è stretta oggi per l’ultimo saluto a Francesco Scuderi, presidente della Nuoto Catania deceduto ieri mattina per un incidente di lavoro. Riceviamo e pubblichiamo una lettera in suo omaggio del presidente dell’Orizzonte Catania, Nello Russo.

 “E’ stata certamente una notte insonne per tutti quelli che amavano Francesco Scuderi e, come sicuramente hanno fatto in tanti, ho trascorso queste ultime ore pensando a cosa avrei potuto fare per onorarlo al meglio. Sono ore di confusione, non è semplice realizzare con lucidità quel che è successo, ma sono sicuro che presto verranno fuori tante idee. Nel giorno dell’ultimo saluto però mi viene in mente un pensiero, che magari sarà scontato ma forse anche naturale da immaginare e desiderare. Mi piacerebbe che la piscina di Zurria venisse intitolata a Francesco e per questo proporrò subito all’amministrazione comunale di farlo, seguendo l’iter burocratico previsto per valutare questa possibilità. Quella struttura rappresenta un vero e proprio gioiello tra gli impianti dello sport catanese e se è così lo si deve solo grazie a lui, che contribuiva a renderla sempre più bella in prima persona giorno dopo giorno. Spero possa essere di facile attuazione darle il suo nome, ma credo che provarci sia un atto dovuto nei suoi confronti e che negli anni lo sarebbe stato a prescindere da quello che è accaduto poche ore fa. Da oggi mi sentirò un pò più solo nel fare la mia parte per tenere sempre alto il buon nome della pallanuoto e di tutto lo sport catanese ma, come ho già avuto modo di dire sin dai primi momenti, continuerò a fare sport nel ricordo di Francesco e sono sicuro che lo faranno in tanti”. Nello Russo.

 

Nello Russo: “Intitoliamo la piscina Zurria alla memoria di Francesco”

Intitolare la piscina comunale di via Zurria a Francesco Scuderi, il presidente della Nuoto Catania morto ieri dopo essere precipitato dal tetto della struttura. È la proposta del presidente della squadra femminile di pallanuoto Orizzonte, Nello Russo, per “onorarlo al meglio”.

 “Mi piacerebbe che la piscina di via Zurria – afferma Russo - venisse intitolata a Francesco. E per questo proporrò subito all’amministrazione comunale di Catania di farlo, seguendo l’iter burocratico previsto per valutare questa possibilità. Quella struttura rappresenta un vero e proprio gioiello tra gli impianti dello sport catanese. E se è così lo si deve soltanto grazie a lui, che contribuiva a renderla sempre più bella in prima persona giorno dopo giorno. Spero possa essere di facile attuazione darle il suo nome – conclude il presidente dell’Orrizzonte Catania – ma credo che provarci sia un atto dovuto nei suoi confronti, e che negli anni lo sarebbe stato a prescindere da quello che è accaduto”.

 

  

 

La Polisportiva Pozzillo Acireale è stata fondata nel 1963 su iniziativa dell’ ing. Pietro Nicolosi  con lo scopo di sviluppare lo sport della Pallanuoto nel comprensorio di Acireale. Da subito affiliata alla Federazione Italiana Nuoto, ha avviato allo sport della Pallanuoto generazioni di ragazzi  partecipando per decenni al campionato nazionale di serie B.  Nel giugno del 2000, dopo un tragico incidente stradale in cui hanno perso la vita 4 atleti della società, la Pozzillo sospese le attività sportive a tutti i livelli 

Nel 2003 la Pozzillo ha ripreso l’attività inscrivendo una squadra al campionato nazionale di promozione di Pallanuoto; dopo un primo anno di rodaggio, la Pozzillo ha vinto il campionato di promozione del 2004 risultando promossa nel campionato nazionale di serie C. Nell’estate del 2004, con lo scopo di ricreare il settore giovanile, da sempre serbatoio principale della prima squadra, è stata avviata, con inaspettato successo, una leva aperta ai ragazzi nati negli anni 1992, 1993, 1994, 1995.

Nel 2005 la prima squadra ha disputato il campionato nazionale di serie C piazzandosi al 4 posto ed i giovani hanno disputato il campionato regionale esordienti (nati nel 1992 e seguenti) piazzandosi al secondo posto del loro girone. Attualmente il settore giovanile conta su circa 50 ragazzi che nel 2008 disputeranno il campionato esordienti, il campionato ragazzi il campionato allievi ed il il campionato nazionale di serie C.

La Polisportiva Pozzillo, fin dal 2001, in ricordo dei quattro atleti scomparsi nel 2000, organizza il torneo internazionale “Memorial XXIV Giugno 2000” riservato alle rappresentative nazionali under 18.

Il torneo, giunto alla 7 edizione, è diventato un appuntamento classico della pallanuoto internazionale giovanile, entrato tra le manifestazioni della LEN (lega europea nuoto), e nell’edizione 2007 ha visto la partecipazione delle rappresentative nazionali under 18 di Serbia, Australia, Francia, Croazia, Italia e Grecia.

 http://web.tiscali.it/pozzillo/

 

Pallanuoto nel sangue catanese

Alle 22,30 eravamo ancora in piscina, sotto il cielo stellato di luglio, abbagliati dai potenti fari. Finivamo di allenarci dopo aver ingoiato mille moscerini, attirati dall'acqua e dalla luce penetrante che si spegneva ad intermittenza per avvisare che era tardi, e al suono della conosciutissima melodia, intonata a suon di fischi penetranti del compianto sig.Panassiti, guardiano dell'impianto ed amico di tutti. Spesso, quando mi trovo alla Plaja, mi sembra di vederlo ancora, bassino, con quel sorriso aperto e paterno dirmi: " asciugati i capiddi figghiu miu,'ca l'ossa si sfannu".

 Uomini vivi nel ricordo, uomini sani, veri, sinceri, puliti, uomini di una Catania viva,onesta.

 Gli orari di allenamento stabiliti per la mia società erano suddivisi in due turni:uno mattutino dalle ore 9,3 0 alle 11, 3 0 ed uno pomeridiano dalle 15,30 alle 17,30. Le regole erano chiare ed assolute,ma ci si adeguava con cronometrica precisione. Qualche concessione era

 consentita per gli atleti importanti, che dovevano necessariamente concludere il piano di allenamento. Avevo 14 anni, quindi solo 32 anni fa: quel giorno decisi di restare in vasca sino a tardi - i miei erano fuori Catania - avevo nuotato bene quella mattina, oltre 5000 mt., capperi!

 Ero stanchissimo e mi abbandonai sul piano vasca, sull'asciugamano a fiori, altro che accappatoio! Il sole bruciava la pelle,ma mi rilassavo come se sentissi che da lì a poco sarebbe successo qualche cosa che avrebbe cambiato e segnato la mia vita in modo radicale.Ed infatti

 successe! Alle 12,45 circa, gli addetti smontarono le lunghe corsie e la vasca mi apparve come un lago azzurro fantastico. Due porte furono montate ai lati opposti della vasca; lemme lemme vidi arrivare dalle scale delle montagne umane, al seguito di un uomo maturo, pelato, abbronzantissimo, con un fisico asciutto, imponente. Non capivo bene chi fossero,ne fui intimidito, passarono dinanzi a me e mi colpirono la grandezza di quei piedi, almeno 45!!!!

Erano loro! Erano i pallanotisti della Pozzillo!

Non mi degnarono di uno sguardo,anzi capii che forse ero appena tollerato!

Piano piano, sotto la canicola delle 13.00, le tribune scoperte si riempirono di gente in costume: dai lidi vicini arrivavano a gruppi con panini, bibite e qualche ombrellone per ripararsi dal sole desertico ed erano più le ragazze degli uomini;capii dopo!

Entrarono in acqua, quelle belve; un misto di timore ed ammirazione mi assalì. Il trainer, a bordo vasca, urlava le disposizioni, parlava in un modo strano - aspirava la c - non era catanese:modi affabili ma duri, tutti ne avevano rispetto! La vasca ribolliva come in una mattanza,spalle fuori, possenti bracciate, testa alta, potenza atletica assoluta! Che incanto! Dalle tribune le fanciulle additavano gli atleti: facile intuire gli argomenti! Dopo mezz'ora di nuoto ed esercizi specifici, iniziarono una partita d'allenamento e fui rapito così dalla pallanuoto. Potenza, tecnica, furbizia, velocità, padronanza della sfera, intelligenza strategica, visione di gioco, spirito di squadra, solidarietà completa, ecco la waterpolo!

 Sognavo e contemplavo quanto mi stava accadendo, come si contempla l'amore dei tuoi sogni nascosti!

 All'improvviso sussultai, mi scosse un urlo, " ..occhè tu vai dietro la porta a raccattare le palle?" L'allenatore, proprio lui, mi aveva parlato! Annuii con il capo,il cuore era impazzito, entrai in acqua con tuffo perfetto e con tutta la velocità che mi era possibile raggiunsi la postazione. Penso che, se avessero cronometrato avrei fatto il record italiano di categoria! Ero un buon nuotatore,se ne accorsero tutti e il portiere infatti disse " …minch.. si ‘n furettu!". Era Piero Sciotto, il mitico; l’allenatore era Il cav. Pandolfini, medaglia d’oro a Berlino; quelle belve erano Lorenzo Cocuzza,Gianfranco Conversi, Ermanno Scaduti,Marcello Saitta,il grande D'Arrigo,Giacomo Lanzanò, Saro Gulisano, il Presidente era l'ing. Pietro Nicolosi, Giovanni Ristarà il tuttofare.

 Era la Pozzillo, che attirava sugli spalti della Plaia 5000 e più spettatori impazziti, sarebbe stata da lì a poco la mia prima squadra.....

 Mauro Sammarco

http://www.cataniaperte.com/pallanuoto/corpo2.htm

 

Lo Sport Club

PALLANUOTO ACICASTELLO

è stato fondato nel 1958, ma la sua affiliazione alla FIN risale solo alla stagione 1964. Ha militato con alterna fortuna dal 1964 al 1974 nei Campi di Promozione arrivando nella stagione 1975 in SERIE C. Ha giocato in SERIE C dal 1975 al 1991 retrocedendo poi in SERIE D dove è rimasto fino alla stagione 1998; ma alla fine del campionato una nuova promozione in SERIE C, nel 1999 si e’ classificata al 3° posto. Nella stagione 2000 seconda classificata nel girone otto di SERIE C ammesso con ripescaggio in SERIE B, dove ha militato con buoni risultati.

 http://www.pallanuotoacicastello.it/?q=node/81

 

 

 

 

 

PROFILO FACEBOOK "I RAGAZZI DELLA PISCINA DELLA PLAJA"

 

Piscina Francesco Scuderi - Via Zurria Piscina comunale Viale Kennedy Piscina PalaNesima

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

«Gli avevo promesso quella vittoria, di vincere 30 anni dopo il suo successo. Lo cercai dopo il traguardo sulla spiaggetta di Ognina, sommerso dagli applausi dei catanesi. Era emozionato...».

Il racconto di Aurelio Scebba comincia con il ricordo più bello, con quell’abbraccio finale al padre Salvo, dopo aver vinto l’edizione del 2006, che non poteva di certo passare inosservato. Speciale, vibrante e toccante un momento da custodire nel cuore. Aurelio, appena 20 anni, aveva appena la “San Silvestro a Mare”, interrompendo il dominio magiaro e iscrivendo il suo nome nell’albo d’oro della manifestazione, 30 anni dopo, il padre Salvo. Salvo e Aurelio Scebba, padre e figlio, unici a centrare sinora questo binomio speciale. Un passaggio da generazione, un testimone sportivo che è impregnato di valori in quel per corso di condivisione che ha segnato le rispettive carriere.

«Non c’è stato un preciso momento – ricorda Salvo – in cui ho raccontato a mio figlio i contenuti della San Silvestro. Aurelio ha respirato la mia vita sportiva da sempre. E’ stato un percorso naturale di condivisione nella vita. Oggi condividiamo tutto, sia mo soci, e alimentiamo i nostri sogni. Io con lui accanto non sento il peso dei miei 56 anni, una sensazione speciale».

La San Silvestro rinnoverà il suo appuntamento per l’edizione numero 54 al porticciolo di Ognina. Una storia che si ripete ogni 31 dicembre. Dalle 9 le iscrizioni al Circolo Canottieri Jonica. «E’ un appuntamento fisso che il catanese non può perdere. Perché in quello specchio di mare troverà sempre dei pazzi che si getteranno mare per il tuffo di fine anno. Una volta ci si tuffava da un peschereccio, ora c’è una pedana. Prima si correva una sola batteria, ora ci sono più staffette. Ci sono storie e aneddoti infiniti per una tradizione che si rinnova nel ricordo di chi l’ha ideata come Lallo».

Salvo Scebba, allenatore della Pozzillo che da sempre ha creduto nei giovani e nelle loro potenzialità, ricorda quel successo del 1976 con la voce rotta dall’e mozione: «Carlo Scuderi era un mio grande amico, un atleta straordinario e un rivale leale. Partivamo agli estremi proprio per evitare la mischia iniziale.

Ricordo quei momenti finali della corsa riuscì a batterlo, approfittando di una sua incertezza. Non sentivamo l’acqua fredda. All’arrivo mi aspettava mio padre con dei fiaschetti di cognac per tirarci su e combattere il freddo. Eravamo in tre a lottare per la vittoria in quegli anni. Carlo, io e La Mantia, che sfide».

Aurelio è l’attaccante oggi dei Muri Antichi in A2 di pallanuoto. Con il padre gestisce la scuola “Aquatic Center H2O” di Giarre, un sogno condiviso da entrambi perché gli consente di insegnare alle nuove non solo il nuoto ma di trasmettere i valori e la passione per lo sport. «Nonso ancora se parteciperò – ricorda Aurelio – ma spero di vivere la gara con il mio amico, rivale e compagno di squadra Marco Toldonato, vincitore di due edizioni. Ci rispettiamo e viviamo il confronto con la massima correttezza. Proprio come mio padre e Carlo Scuderi».

Toldonato, secondo, e Scebba, terzo, nell’ultima edizione vinta da Sciacca: «Sarà quella di quest’anno una San Silvestro particolare perché la scomparsa di Francesco Scuderi ci ha colpiti e rattristati. Era un punto di riferimento per tutti».

Progetti speciali in vista per la famiglia Scebba. «Abbiamo compiuto – continua Aurelio, che ha tre fratelli Giovanni, Ginevra e Giada - la traversata dello Stretto di Messina con alcuni allievi. Il 20 luglio prossimo tenteremo la traversata del Bosforo, al confine tra Europa e Asia.

Saremo in sette. Che emozione arrivare tutti insieme e nuotare con papà»

La Sicilia, 30.12.2013

 

 

"San Silvestro a Mare", un appuntamento unico al mondo
E' un appuntamento che si rinnova ogni anno dal 1960. Una tradizione immancabile, una manifestazione unica al mondo che celebra l'ultimo giorno dell'anno calamitando l'attenzione di migliaia di sportivi tra concorrenti e spettatori. La gara di nuoto internazionale "San Silvestro a Mare" torna, puntuale come sempre, sabato 31 dicembre 2011 con l’entusiasmo che l’ha caratterizzata anno dopo anno e, pur avendo superato la boa del mezzo secolo di vita, non sembra affatto risentire del peso degli anni, ma al contrario riesce a far tesoro del suo bagaglio di storia e passione. I dettagli della manifestazione stati illustrati questa mattina durante la conferenza stampa che si è tenuta nella sede della Provincia regionale di Catania.

Sono intervenuti il presidente della Provincia Giuseppe Castiglione, l’assessore provinciale allo Sport Salvo Licciardello, il presidente della Strano Light Nuoto Catania Francesco Scuderi, Antonio Pennisi della società sportiva C.P. Mediterraneo, Sergio Parisi, presidente regionale Federazione italiana nuoto (Fin), e il cavaliere Francesco Calabrese di Martino, presidente del Circolo Canottieri Jonica, storica location della San Silvestro a Mare.

La conferenza stampa è stata introdotta dallo showman Ruggero Sardo. "E' una tradizione che continua e la Provincia regionale di Catania è lieta di sostenerla – ha detto l'assessore provinciale allo Sport Salvo Licciardello – Per Catania è un appuntamento classico che riesce a coniugare la goliardia con la bellezza dello sport sano". Il presidente della Provincia Giuseppe Castiglione ha tenuto a ringraziare "tutti coloro che ogni anno con grande dedizione fanno sì che questa manifestazione imperdibile peri catanesi continui a vivere". "E' un grande momento agonistico, di sport e di passione – ha proseguito il presidente Castiglione -. La Provincia sostiene con convinzione questa 52esima edizione e sarà sempre al fianco degli organizzatori, nel ricordo del grande Lallo Pennisi". "Sarà come sempre una festa e speriamo di avere tanti partecipanti come negli anni passati – ha dichiarato il presidente della Strano Light Nuoto Catania Francesco Scuderi - Ogni anno e con qualsiasi tempo la San Silvestro a mare ha i suoi eroi e siamo sicuri che ne avrà anche per questa edizione.

Un ricordo ed una dedica vanno a Mimmo Raffone, uno dei grandi della San Silvestro a mare: questa sarà la prima edizione senza di lui". Per la "San Silvestro a Mare", organizzata da Francesco Scuderi della Strano Light Nuoto Catania e Antonio Pennisi della società sportiva C.P. Mediterraneo, cofinanziata dalla Provincia Regionale di Catania e patrocinata dal Comune di Catania e dalla Fin Comitato regionale Sicilia, mancano davvero pochi giorni. Sabato 31 dicembre al Circolo Canottieri Jonica, al Porticciolo di Ognina, le operazioni di iscrizione inizieranno a partire dalle ore 9, dalle 10,30 sarà il momento della gara a cui come sempre aderiranno partecipanti di ogni fascia d'età e di varie nazioni. Con il conforto delle previsioni del tempo che su Catania danno buone speranze per la mattina dell’ultimo giorno dell’anno, si punterà a bissare il successo delle due edizioni precedenti, in particolare di quella numero 50, nel 2009, quando si registrò il record di quasi 300 iscritti (l’anno scorso sfiorarono i 200). Difficile comunque fare previsioni.

"E' proprio questa la forza della manifestazione – ha affermato Antonio Pennisi, figlio di Lallo che è stato ideatore e anima della San Silvestro a mare, venuto a mancare quattro anni fa – E' un evento goliardico proprio perché mio padre era un goliarda per eccellenza. Non ci sono regole e caratteristiche sono le iscrizioni all'ultimo: il giorno stesso sapremo chi arriva e finisce in acqua".

Dal 1960, quando è stata organizzata per la prima volta, la San Silvestro a Mare ha visto solcare le fredde acque del porticciolo di Ognina migliaia di nuotatori, pallanuotisti o semplicissimi appassionati come il compianto Chico Scimone che prese parte alla tradizionale "nuotata di fine anno" fino al 2002 alla veneranda età di 91 anni. Tra le categorie al via Donne, Ragazzi Under 17, Amatoriali Over ed Under 50, Master Over ed Under 40 ed Assoluti. Anche quest'anno ha confermato la sua partecipazione alla gara l'associazione di volontariato Giampi presieduta da Bissio Giuffrida, impegnata da anni in attività per diversamente abili. Novità assoluta di questa edizione è l'adesione del Circolo Canoa Catania il cui equipaggio, oltre ad essere vice-campione d'Italia, è reduce da un bel successo internazionale, avendo conquistato la medaglia di bronzo ai mondiali in Florida. Prima del fischio d'inizio della gara gli atleti della prima squadra della Strano Light Nuoto Catania saliranno su canoe e kayak per una scenografica sfilata in mezzo al golfo di Ognina. Lungo l'albo d'oro della "San Silvestro a mare". Lo scorso anno vinse il velocissimo attaccante della Pallanuoto Aci Castello Marco Toldonato, nel 2009 Francesco Aldisio, nel 2008 Marco Conti, che eguagliò il record di quattro vittorie di Carlo Scuderi.

http://www.cataniaoggi.com/cronache/in-citta/59038_san-silvestro-a-mare-un-appuntamento-unico-al-mondo.html

 

54° “San Silvestro a mare” nel nome di Francesco Scuderi

Martedì 31 Dicembre 2013 17:31 Ufficio Stampa

 

54-San-Silvestro-a-mare---Un abbraccio commosso e di gruppo con una dedica speciale e fortemente voluta per Francesco Scuderi: l'immagine dell'arrivo dell'attesa categoria degli "Assoluti", senza alcun vincitore e con il ricordo comune del compianto presidente della Nuoto Catania, fotografa nel modo migliore lo spirito della 54° edizione della classica di fine anno della "San Silvestro a mare", organizzata dalla Nuoto Catania con la collaborazione del Circolo Canottieri Jonica. Nonostante la pioggia e il freddo, circa ottanta temerari e numerosi spettatori non hanno voluto mancare all'appuntamento con la tradizione del tuffo in acqua nell'ultimo giorno dell'anno presso la spiaggetta del porticciolo di Ognina, una sana festa di sport e amicizia per sportivi e appassionati di nuoto catanesi e non solo.

Nessun vincitore, dunque, nella principale e conclusiva categoria degli "Assoluti", nella comune volontà di dedicare la vittoria tutti insieme a colui che ha coordinato l'organizzazione delle ultime edizioni, mentre nelle prime sette categorie trionfo per Angelo Fonte (Diversamente abili), Daniela Baffi (Donne), Davide Manoli (Ragazzi Under 17), Giovanni Ricciardi (Amatori Over 50), Federico Vaccaro (Amatori Under 50), Marco Mattia Conti (Master Over 40) e Fabrizio Puglisi (Master Under 40). Erano presenti, tra gli altri, alla tradizionale gara di nuoto il presidente della Strano Light Division Nuoto Catania, Tony Iuppa, il presidente del Circolo Canottieri Jonica, Cavalier Francesco Calabrese di Martino, Antonio Pennisi, figlio dello storico ideatore ed organizzatore Lallo Pennisi, il sindaco di Catania, Enzo Bianco, il consulente allo Sport del Comune di Catania, Fabio Pagliara, il presidente della FIN Sicilia, Sergio Parisi ed i rappresentanti della Base Aeromobile e Secondo Nucleo Aereo della Guardia Costiera di Catania, che durante la manifestazione hanno effettuato un passaggio dimostrativo con l'elicottero AW 139.
"E' stata una bellissima manifestazione organizzata con il cuore da parte di tutti, dagli atleti, dalla società e dalle istituzioni – dichiara il presidente della Nuoto Catania Tony Iuppa –. I ragazzi stessi hanno deciso che non ci sarebbe stato alcun vincitore nella categoria degli Assoluti ed è stato emozionante vederli arrivare insieme e abbracciati. Consegneremo oggi stesso la targa per il vincitore della categoria Assoluti alla moglie di Francesco Scuderi".Premiazione-54-San-Silvest
"Una vera e propria festa dei catanesi e dello sport – ha commentato il presidente della FIN Sicilia, Sergio Parisi –. La San Silvestro ha sempre ricordato le figure che hanno fatto la storia di questa classica di fine anno ed era doveroso farlo anche per Francesco Scuderi. Tutto il mondo guarda con interesse a questo evento unico nel suo genere e la città di Catania risponde sempre nel modo giusto. Pensiamo già alla prossima edizione e ad alcune novità per rendere più interessante la manifestazione".
"L'aspetto più bello della San Silvestro a mare è che esiste da oltre cinquant'anni ed esisterà sempre a prescindere dal tempo, dagli organizzatori e dalle amministrazioni – queste le parole del consulente allo Sport del Comune di Catania, Fabio Pagliara –. E' una manifestazione della città di Catania, un appuntamento imperdibile per i catanesi e non solo. Non poteva che essere un'edizione particolare nel ricordo di Francesco Scuderi ed è bello che il nuovo presidente della Nuoto Catania, Tony Iuppa, abbia voluto riprendere lo spirito originario della goliardia, di un semplice bagno a mare tra un gruppo di amici come ideato da Lallo Pennisi".
"Siamo sempre felici di prendere parte ad una manifestazione così importante per la città di Catania – afferma il Tenente di Vascello del Corpo delle Capitanerie di Porto-Guardia Costiera, Diego Leone –. La partecipazione della Guardia Costiera si propone di far conoscere la componente aerea dell'attività proprio per mantenere vivo il rapporto con la città che rappresenta la nostra base operativa".

http://www.nuotocatania.it/index.php/seria-a/news/634-54d-san-silvestro-a-mare-nel-nome-di-francesco-scuderi

 

IL VIDEO 2013

 

L'ALBO D'ORO Questo è l'elenco dei vincitori anno per anno:1960 Salvo Faro; 1961 Rita Giarrusso; 1962 Lallo Pennisi; 1963 Lallo Pennisi; 1964 Gaetano Garozzo; 1965 Armando Maugeri; 1966 Sergio Alibertini; 1967 Nicola Gaspari; 1968 Sergio Alibertini; 1969 Salvatore Gangemi; 1970 Armando Gangemi; 1971 Sergio Alibertini; 1972 Valerio Anzon; 1973 Antonio Arrigo; 1974 Carlo Scuderi; 1975 Carlo Scuderi; 1976 Salvo Scebba; 1977 Carlo Scuderi; 1978 Carlo Scuderi; 1979 Alessandro Campagna; 1980 Adolfo Veroux; 1981 Adolfo Veroux 1982 Adolfo Veroux; 1983 Alfonso Musumeci; 1984 Alfonso Musumeci; 1985 Carmelo Cacia; 1986 Alfonso Musumeci; 1987 Carmelo Cacia; 1988 Carmelo Cacia 1989 Tibor Kiss; 1990 Francesco Malato; 1991 Francesco Malato; 1992 Gabor Szabo; 1993 Davide Scavuzzo; 1994 Marco Conti; 1995 Francesco Malato; 1996 Marco Conti; 1997 Tamas Bessenyei; 1998 Tamas Nitsovits; 1999 MArco Conti; 2000 Francesco Aldisio; 2001 Gabriele Paratore; 2006 Aurelio Scebba; 2007 Bence Toth (Ungheria); 2008 Marco Conti; 2009 Francesco Aldisio; 2010 Marco Toldonato; 2011 Marco Toldonato; 2012 Angelo Sciacca; 2013 la memoria di Francesco Scuderi

 

La «S. Silvestro a mare 2008» incorona Marco Conti, nel ricordo di Lallo Pennisi


Il siracusano dedica il 4º successo a Lallo Pennisi"Lo dovevo a Lallo, dedico questa vittoria al patron della San Silvestro e a mia moglie che non c'è più". Giusto che vincesse lui, molto legato com'era a Pennisi che, da 26 edizioni, lo convinceva a partecipare. Nell'anno del ricordo, quindi, Marco Conti, 44 anni, torna a vincere la classifica di fine anno, che si è svolta nel porticciolo di Ognina, iscrivendo, nell'edizione numero 49, il nome per la quarta volta nell'albo d'oro dopo i successi del '94, '96, '99 e eguagliando il record di vittorie di Carlo Scuderi, conquistate tra il 1974 e 1978. Battuti Sandro Guarino e Fabrizio Puglisi.
Uno scenario disegnato ad hoc, come aveva sempre desiderato Lallo Pennisi, con Conti primo nell'anno nel quale mancano, però, la pattuglia ungherese.
«Negli ultimi anni - ricorda Conti siracusano di nascita ma catanese d'adozione - mi incitava sempre a correre negli assoluti, perché era convinto che potessi ancora vincere. Ma io ho sempre preferito correre nei master che ho vinto dal 2000, dando spazio ai giovani atleti».
MINUTO DI SILENZIO. Padre Fallico ricorda Lallo Pennisi, prima del via, con un minuto di silenzio alla presenza della moglie Carla e il figlio Antonio. Le testimonianze d'affetto sono notevoli e anche la partecipazione di autorità politiche, militari e civili. Alla gara - organizzata quest'anno da Nuoto Catania, Cp Mediterraneo e Circolo Canottieri Jonica in collaborazione con Sib, l'assessorato provinciale allo Sport, Comune e Regione - presenziano il sindaco di Catania, Raffaele Stancanelli, il presidente della Provincia, Giuseppe Castiglione, l'assessore allo Sport del comune di Catania, Salvatore Scalia, e quello provinciale Daniele Capuana, l'assessore Pesce.
LE GARE. A coordinare le iscrizioni Mimmo Raffone. Sono in 63 a tuffarsi nelle acque gelide. I fondali e la spiaggetta si presentano in condizioni dignitose. La pioggia concede una tregua proprio nei minuti della gara.
I primi a partire sono i rappresentanti dell'associazione Giampi che si occupano di atleti diversabili. Enzo Malerba, 26 anni, è l'immagine forte e d'impatto dell'edizione numero 49, accompagnato da Fabrizio Puglisi (che ricorda il valore della fratellanza con la scritta sulla maglia "Grazie fratello Lallo"), Dario Viscuso e Salvatore Ferrara, che indossa la maglia con la foto del leggendario Chico Scimone. Finy Fichera è l'unico over 80 a gettarsi nelle acque gelide. Lui, colonna della "San Silvestro a mare", è la memoria vivente della corsa.
Nella categoria donne vince la siracusana Valeria Corbino (a lei la Coppa intitolata a Carlo Scuderi era presenta la figlia Roberta), giunta sul traguardo prima di Margherita Matera e Luciana Giarrusso. Nella categoria master primo posto per Franco Faro che regola Giovanni Ricciardi e Giuseppe Lombardi. Tra gli "under 50" ha vinto Nicola Savaglia che ha preceduto Tommaso D'Arrigo e Diego Reforgiato. Premiato anche il più giovane Salvatore Roggio (14 anni).
IL FUTURO.Si guarda adesso con particolare attenzione alla 50ª edizione. Antonio Pennisi afferma emozionato: «Il tempo per organizzare è stato poco. Ringrazio tutte le persone che hanno contribuito». L'assessore Capuana ha detto: «Il prossimo anno cercheremo di attivarci in tempi per far conoscere questo evento anche a tutti i turisti che visitano la nostra terra nel periodo di Natale».
Nunzio Currenti (La Sicilia, 2.1.2008)

 

LA PHOTOGALLERY 2008

 

L’ADDIO DELLA NUOTO CATANIA A LALLO PENNISI - Comunicato stampa Nuoto Catania
“Carusi all’acqua. Una frase significativa per un’intera generazione, una frase che riporta subito alla mente Lallo Pennisi, un maestro di vita, il pioniere della pallanuoto in Sicilia e a Catania”. Con queste parole il presidente della SP ENERGIA SICILIANA NUOTO CATANIA, Tony Iuppa, ricorda Lallo Pennisi, figura storica e grande personaggio della pallanuoto, scomparso ieri notte. Il suo nome si associa oltre che alla pallanuoto e alla pallavolo catanese (fu il primo ad organizzare una finale di pallavolo femminile di Coppa dei Campioni a Catania) anche all’affascinante “San Silvestro a mare”, tradizionale appuntamento di fine anno per gli appassionati di nuoto, divenuto famoso in tutto il mondo e che lo vide per due volte vincitore, nel 1962 e 1963.
“Lallo era un grande trascinatore –prosegue Iuppa-, colui che ha dato a tutti noi, con il suo l’amore per il nuoto e la pallanuoto, la grinta, la voglia, il piacere di giocare. Una pallanuoto sicuramente diversa da quella di oggi, più semplice e romantica, ma dal fascino tutto particolare. Con la scomparsa di Lallo se ne va un pezzo della nostra giovinezza. E’ stato per tutti noi, ripeto, un grande maestro di vita, lo ricordiamo con tanto affetto”.
Anche per il direttore generale della Nuoto Catania, Francesco Scuderi “si tratta di una grossa perdita per lo sport catanese e la pallanuoto in particolare”. “Fino a pochi giorni fa –ricorda con commozione- ci siamo incontrati per gettare le basi dell’organizzazione della nuova edizione della S. Silvestro a mare. Nonostante l’età e la stanchezza ha dedicato fino all’ultimo il suo tempo alla sua grande passione sportiva”.

I quadri societari e tecnici al completo della Sp Energia Siciliana Nuoto Catania partecipano al dolore di amici e familiari per la scomparsa di Lallo Pennisi.

Catania, 23 ottobre 2008 - Ufficio Stampa

 

 

"San Silvestro a Mare", un appuntamento unico al mondo
E' un appuntamento che si rinnova ogni anno dal 1960. Una tradizione immancabile, una manifestazione unica al mondo che celebra l'ultimo giorno dell'anno calamitando l'attenzione di migliaia di sportivi tra concorrenti e spettatori. La gara di nuoto internazionale "San Silvestro a Mare" torna, puntuale come sempre, sabato 31 dicembre 2011 con l’entusiasmo che l’ha caratterizzata anno dopo anno e, pur avendo superato la boa del mezzo secolo di vita, non sembra affatto risentire del peso degli anni, ma al contrario riesce a far tesoro del suo bagaglio di storia e passione. I dettagli della manifestazione stati illustrati questa mattina durante la conferenza stampa che si è tenuta nella sede della Provincia regionale di Catania.

Sono intervenuti il presidente della Provincia Giuseppe Castiglione, l’assessore provinciale allo Sport Salvo Licciardello, il presidente della Strano Light Nuoto Catania Francesco Scuderi, Antonio Pennisi della società sportiva C.P. Mediterraneo, Sergio Parisi, presidente regionale Federazione italiana nuoto (Fin), e il cavaliere Francesco Calabrese di Martino, presidente del Circolo Canottieri Jonica, storica location della San Silvestro a Mare.

La conferenza stampa è stata introdotta dallo showman Ruggero Sardo. "E' una tradizione che continua e la Provincia regionale di Catania è lieta di sostenerla – ha detto l'assessore provinciale allo Sport Salvo Licciardello – Per Catania è un appuntamento classico che riesce a coniugare la goliardia con la bellezza dello sport sano". Il presidente della Provincia Giuseppe Castiglione ha tenuto a ringraziare "tutti coloro che ogni anno con grande dedizione fanno sì che questa manifestazione imperdibile peri catanesi continui a vivere". "E' un grande momento agonistico, di sport e di passione – ha proseguito il presidente Castiglione -. La Provincia sostiene con convinzione questa 52esima edizione e sarà sempre al fianco degli organizzatori, nel ricordo del grande Lallo Pennisi". "Sarà come sempre una festa e speriamo di avere tanti partecipanti come negli anni passati – ha dichiarato il presidente della Strano Light Nuoto Catania Francesco Scuderi - Ogni anno e con qualsiasi tempo la San Silvestro a mare ha i suoi eroi e siamo sicuri che ne avrà anche per questa edizione.

Un ricordo ed una dedica vanno a Mimmo Raffone, uno dei grandi della San Silvestro a mare: questa sarà la prima edizione senza di lui". Per la "San Silvestro a Mare", organizzata da Francesco Scuderi della Strano Light Nuoto Catania e Antonio Pennisi della società sportiva C.P. Mediterraneo, cofinanziata dalla Provincia Regionale di Catania e patrocinata dal Comune di Catania e dalla Fin Comitato regionale Sicilia, mancano davvero pochi giorni. Sabato 31 dicembre al Circolo Canottieri Jonica, al Porticciolo di Ognina, le operazioni di iscrizione inizieranno a partire dalle ore 9, dalle 10,30 sarà il momento della gara a cui come sempre aderiranno partecipanti di ogni fascia d'età e di varie nazioni. Con il conforto delle previsioni del tempo che su Catania danno buone speranze per la mattina dell’ultimo giorno dell’anno, si punterà a bissare il successo delle due edizioni precedenti, in particolare di quella numero 50, nel 2009, quando si registrò il record di quasi 300 iscritti (l’anno scorso sfiorarono i 200). Difficile comunque fare previsioni.

"E' proprio questa la forza della manifestazione – ha affermato Antonio Pennisi, figlio di Lallo che è stato ideatore e anima della San Silvestro a mare, venuto a mancare quattro anni fa – E' un evento goliardico proprio perché mio padre era un goliarda per eccellenza. Non ci sono regole e caratteristiche sono le iscrizioni all'ultimo: il giorno stesso sapremo chi arriva e finisce in acqua".

Dal 1960, quando è stata organizzata per la prima volta, la San Silvestro a Mare ha visto solcare le fredde acque del porticciolo di Ognina migliaia di nuotatori, pallanuotisti o semplicissimi appassionati come il compianto Chico Scimone che prese parte alla tradizionale "nuotata di fine anno" fino al 2002 alla veneranda età di 91 anni. Tra le categorie al via Donne, Ragazzi Under 17, Amatoriali Over ed Under 50, Master Over ed Under 40 ed Assoluti. Anche quest'anno ha confermato la sua partecipazione alla gara l'associazione di volontariato Giampi presieduta da Bissio Giuffrida, impegnata da anni in attività per diversamente abili. Novità assoluta di questa edizione è l'adesione del Circolo Canoa Catania il cui equipaggio, oltre ad essere vice-campione d'Italia, è reduce da un bel successo internazionale, avendo conquistato la medaglia di bronzo ai mondiali in Florida. Prima del fischio d'inizio della gara gli atleti della prima squadra della Strano Light Nuoto Catania saliranno su canoe e kayak per una scenografica sfilata in mezzo al golfo di Ognina. Lungo l'albo d'oro della "San Silvestro a mare". Lo scorso anno vinse il velocissimo attaccante della Pallanuoto Aci Castello Marco Toldonato, nel 2009 Francesco Aldisio, nel 2008 Marco Conti, che eguagliò il record di quattro vittorie di Carlo Scuderi.

http://www.cataniaoggi.com/cronache/in-citta/59038_san-silvestro-a-mare-un-appuntamento-unico-al-mondo.html

 

 

 

 

http://www.finsicilia.it/       http://www.nuotocatania.it/            http://www.altairclub.it/            http://www.lameridianasport.it/       http://www.aquafitclub.it/wp/

http://www.piscineposeidon.com/          http://www.stadiodelnuoto.com/           http://www.piscinabluteam.it/

 

 

 

 

Situato all’interno della Città Universitaria, il  CUS Catania (Centro Universitario Sportivo) è l’ente che dal 1947 gestisce gli impianti sportivi dell’Università degli Studi di Catania (https://www.facebook.com/universitadeglistudicatania), promuovendo la pratica, la diffusione ed il potenziamento dell’educazione fisica e dell’attività sportiva universitaria.

 Il CUS si propone come luogo di aggregazione, dove poter trovare la risposta alle diverse esigenze, che vanno dal bisogno di divertirsi a quello di sentirsi in forma, dal desiderio di trovare il vero benessere a quello di scaricare le tensioni della vita quotidiana. Un ambiente polifunzionale, insomma, dove poter partecipare ad attività di gruppo, potenziare il proprio fisico e rilassarsi in una sauna o in un angolo relax-massaggi.

 I Cus sono presenti in ben 48 città sedi di Ateneo che nel 1968 hanno ottenuto il riconoscimento della personalità giuridica; sono degli organi periferici che afferiscono ad un organismo nazionale che è il CUSI (Centro Universitario Sportivo Italiano) e per mezzo di quest’ultimo alla FISU (Federazione Internazionale Sport Universitari) ente che presiede all’attività sportiva degli studenti universitari di tutto il mondo. Il CUS Catania, in particolare, si propone di intervenire a quattro differenti livelli:

    Promozione ed incremento della pratica educativo-sportiva delle differenti discipline sportive nazionali e del CUSI, sotto forma di corsi di avviamento e perfezionamento, nonché tornei sportivi ricreativi per studenti universitari.

   Promozione ed incremento della pratica agonistica nell’ambito delle Federazioni Sportive Nazionali e del CUSI, in campo locale, provinciale, nazionale ed internazionale.

   Promozione ed incremento della pratica sportiva tra i giovani, nell’ambito delle attività del CONI.

   Promozione ed incremento del turismo sportivo universitario, attraverso la partecipazione e l’organizzazione di campus internazionali, nazionali e locali.

    

 

 

 

 

 

 

I Catania Elephants a.f.c nacquero nel Novembre 1984 grazie all'impegno di alcuni appassionati ad uno sport che , a quei tempi , in Italia era pochissimo conociuto ed al quale i media si erano avvicinati solo da alcuni anni.Il primo torneo a cui presero parte fu il Southern Bowl organizzato in Puglia dalla squadra locale Roosters di Bari.Nel Settembre 1995 si giocò il primo campionato federale di serie C , il cui esordio vide , nel campo comunale di Pedara , il record di 1500 spettatori.Gli Elephants chiusero il campionato con un onorevole quarto posto e con un record di tre vittorie e otto sconfitte.L'anno successivo il centro addestramento organizzato dalla società porto un notevole aumento di materiale umano a disposizione della prima squadra che sotto la guida dei coaches Lloyd Teague e Mike Kairis e con l'arrivo di alcuni giocatori dai "cugini" Palermo Cardinals e dell'amricano Darrel Holyfield vide la prima stagione da record.La perfect season portò gli Elephants alla loro prima promozione e all'accesso al campionato nazionale aperto ai vincitori dei singoli gironi.Gli Elephants colsero una memorabile vittoria contro gli Hoaks di Napoli ma si lasciarono sfuggire la finalissima perdendo in semifinale contro gli Hunters di Roma.Fù l'unica sconfitta del '86.Dopo alcuni anni in serie B , nei quali alla guida della squadra si successero i coaches Mike Kairis (1987-89) e Alessandro Motta (1990) , nel 1991 poterono contare su un coaching staff di tutto rispetto composto dall'allenatore americano Vance " BEAR " Quinlin e da ben quattro suoi assistenti molti dei quali con esperienza di college negli Stati Uniti.Le promesse vennero mantenute ; la perfect season (8 vittorie su 8 partite ) è coronata dal successo in finale contro i Cavalieri di Roma che diede la tanto sospirata promozione in A2.Nel 1983 dopo una pausa di riflessione la squadra venne affidata ai coaches Antonio Costarella e Matteo Belfiore , ma la vera sorpresa venne in autunno quando la selezione under 21 , dopo aver vinto tutte le partite del proprio girone , sorprese il mondo del football in Italia laureandosi Campione d'Italia battendo alle finali di Firenze prima i Brothers Macerata(14-12) e quindi i blasonati Nightmare Piacenza (39-13).(Alessandro Gargiulo FB#28 M.V.P. del Bowl).Faccio notare che i Catanesi partirono per Firenze pur coscienti di essere solo in dodoci:(Io c'ero!!! n.d.r.).Nel 1994 sotto la guida di Matteo Belfiore riuscimmo ada accedere per la prima volta ai play off della serie A2 ai quali subimmo una onorevole sconfitta contro le Aquile Ferrara , una delle cinque stella del gagliardetto F.I.A.F.Sotto la stessa guida , l'anno successivo , si ebbe un'altra qualificazione ai play off perdendo però l'autobus per l'A1 in semifinale contro gli Islanders Venezia.Ma nel 1996 finalmente Matteo Belfiore , dopo una vittoria in pre-season contro i neo promossi Cardinals (ripescati in Golden League) per 22-20 , coadiuvato da Giovanni Stoppani e Bob Parris , riuscì , dopo l'ennesima perfect season , a portare la squadra in A1 conquistando l'accesso al Silver Bowl perso poi contro i Nightmare Piacenza.(Marco Rainò DT M.V.P.)L'esordio in Golden League , massimo campionato FIAF , fù quantomai sorprendente.Il compito di gestire la squadra venne affidato al coach palermitano Alfonso Genchi il quale , dopo essersi distinto nella lega spagnola , riucì a fare degli Elephants un'ottima squadra esorsiente nella massima serie.I due stranieri da lui portati erano il QB Edgar zapata e ilS\WR\K\P\KR\ecc... Silverio Prez due messicani i quali spiccarono durante tutto il campionato vincendo tutte le statistiche loro competenti.La squadra chiuse il campionato vincendo due partite , contro i soliti Cardinals , e con sei sconfitte nelle quali in ogni modo fecero soffrire gli avversari con un attacco esplosivo(il migliore del campionato nel gioco aereo ) e un con ottima difesa.Il 1998 fu un anno molto travagliato per il team il quale , a causa di svariati problemi , disputò un pessimo campionato perdendo tutte le partite.La società , però , alla fine della stagione è riuscita a salvare il buon nome della squadra organizzando il Superbowl 1998 vinto dai fortissimi Lions Bergamo contro i Frogs Legnano.Quest'anno la squadra dopo molte tribolazioni e stata affidata di nuovo al "Grande Capo" Alfonso Genchi coscienti del fatto che solo la sua profonda conoscienza del football in Italia e la sua preparazione tecnica possano portare l'orgarnico Catanese all'ennesima gloriosa stagione.L'head coach si avvarrà della collabotrazione di tre ottimi coaches Matteo Belfiore , Alessandro Bardino e Lucio Maugeri insieme ai quali sta impostando la campagna acquisti nel tentativo di portare degli stranieri in grado di fare la differenza.2000 Questo sarà un anno cruciale per gli Elephants, la cattiva gestione delllo scorso anno ha indotto alla non iscrizione del team al campionato di Golden League del 2000, l'intento è quello di riuscire a sanare i problemi finanziari lasciatici dal nostro beneamato ex-"gestore" e cercare di rimettere in piedi una squadra, partendo possibilmente anche dalle categorie minori. Il nostro prossimo obiettivo è infatti quello di mettere in piedi dei centri addestramento col fine di rinforzare le nostre fila in vista della partecipazione alla Winter League del prossimo autunno.Nel frattempo i nostri atleti hanno deciso di non rimanere inattivi, rinforzando la squadra dei Cardinals di Palermo. Dopo una serie di riunioni infatti siamo stati invitati a partecipare ad un progetto ambizioso ma concreto, che vuole la formazione di un team siciliano che possa tener testa alle più forti compagini del Nord Italia....

2000 winter league

Dopo una buona regular season, durante la quale subiamo una sola sconfitta constro gli Sharks Palermo, ci giochiamo l'accesso ai play offs a Roma contro i Ducks, partita bella ma sfortunata che ci vede condurre fino a due minuti dalla fine per poi perdere grazie a due nostri errori. Nota positiva della stagione l'arrivo di alcuni elementi nuovi sui quali nutriamo buone speranze. Davide Giuliano e Renato Gargiulo sono gli alenatori rispettivamente dell'attacco e della difesa.  

 

2001 winter league

Questa volta è una perfect regular season, nessuno puo' resistere al nostro attacco e la nostra difesa concede davvero pochissimi punti, ma come sempre è nei play offs che, disabituati a giocare ad alti livelli, dobbiamo cedere le armi ai Titans Forlì, che poi vineranno il torneo contro i Kings Gallarate. Davide Giuliano, Alessandro Motta e Renato Gargiulo compongono il coaching staff.

2002 FIDAF e arena league

La nostra squadra, insieme ad altre nove, fonda una nuova federazione, la FIDAF, e partecipa al primo campionato organizzato dalla stessa, sbaragliando tutte le altre partecipanti, esplodono alcune nuove stelle, Lombardo, Mangano e Barbagalli su tutti, e il 15 Dicembre vinciamo il nostro primo titolo nazionale maggiore. Nello stesso anno partecipiamo ad un torneo in Spagna, tra le prime due della arena legue e le prime due della stessa categoria spagnola, anche quì ne usciamo vittoriosi e difficilmente dimenticheremo la notte dopo la vittoria.

 

 

 

Ottanta anni di canestri sotto al vulcano

 Di Leandro Perrotta | 7 febbraio 2013

 

Un campo di fortuna, dodici studenti e un pallone. Nasce il 22 gennaio del 1933 la pallacanestro a Catania, all’interno del reclusorio della Purità. A raccontarne la storia – fatta soprattutto grazie a giovani giocatori che negli anni si sono succeduti con più o meno successo – è Roberto Quartarone. Appassionato di questo sport, ha pubblicato di recente Il libro d’oro del basket catanese

Ottanta anni fa, il 22 gennaio del 1933, in un campo di fortuna ricavato da dodici studenti all’interno del reclusorio della Purità, nasceva il basket catanese. Ma da quei gloriosi primi tiri della palla al cesto, iniziati nel cortile di quello che, fino al 2009, era il Centro popolare Experia sembra essere cambiato poco: tanti appassionati, soprattutto tra i giovani, ma pochi impianti dove praticare lo sport. «Dal 1933 ad oggi, il basket etneo si è caratterizzato soprattutto per il suo lavoro con la base e le giovanili, più che con le squadre senior», spiega infatti Roberto Quartarone, da anni appassionato cronista della pallacanestro etnea e primo a dedicare alla sua storia un intero volume. «Si chiama Il libro d’oro del basket catanese, ed è un lavoro di ricerca che ho iniziato già a tredici anni, nel 1999», spiega Roberto. E, anche grazie al suo lavoro, lo scorso 2 febbraio, la Federazione italiana pallacanestro provinciale ha deciso di inaugurare una Hall of fame del basket a Catania.

Quali sono le location storiche del basket a Catania? Le strade, i campi, ma anche (come dimostra la foto fatta al chiostro di ponente del Monastero dei benedettini) i luoghi di fortuna.

«In realtà, proprio il chiostro di ponente dei Benedettini (la palestra Umberto I del liceo Spedalieri) è stato il secondo campo del basket catanese a cavallo della guerra mondiale. Non era un campo di fortuna: si giocavano lì regolarmente i campionati anche di baseball e altri sport, la S.S. Catania (l’unica fallimentare volta che la squadra di calcio catanese tentò di mettere su una polisportiva moderna) giocò lì le finali per la promozione in Serie B nel 1951. Il campo storico rimane il PalaSpedini, il palazzetto per eccellenza dove giocò anche la nazionale maggiore due volte e si disputò un girone eliminatorio di un europeo femminile; si giocava prima fuori, all’aperto, e poi dentro, e fu grazie al basket che il campo venne coperto. Era il migliore impianto del Sud, fu per quello che nel 1973 lo Sport Club venne ripescato in Serie B pur non essendo una delle migliori squadre del panorama, ma la crescita della pallavolo obbligò i cestisti ad emigrare».

 Quali sono le location attuali e le palestre giovanili rappresentative?

«Non c’è un centro, ma una periferia del basket a Catania. Le palestre scolastiche, specialmente degli istituti privati, rimangono il motore delle giovanili, ma l’unico impianto comunale è il PalaGalermo (con tutti i problemi del caso) e gli impianti universitari (PalaCus e PalaArcidiacono) reggono il resto dell’attività. Fino a qualche anno fa c’era anche il Pala Zurria a San Cristoforo, anche questo impianto comunale, ma problemi di autorizzazioni per le squadre e i costi alti, come praticamente ovunque, fanno restare attivi solo questi tre impianti. A cui si aggiungono gli unici campi all’aperto utilizzabili liberamente: quello di Sant’Agata Li Battiati e quello di piazza Nettuno a Catania. Ma spesso ci sono i canestri rotti».

 C’è un lungo elenco di personaggi storici del basket che ha partecipato giorno 2 alla cerimonia per gli 80 anni di basket a Catania. Secondo te chi sono i più rappresentativi in assoluto?

«Sono tutti personaggi molto rappresentativi. Se fossi io a scegliere i vincitori, direi Angelo Destasio e Valeria Puglisi, due gran belle persone prima che ottimi giocatori; la squadra della Grifone 1959-60, perché un gruppo di ragazzini catanesi con un ragusano e un trapanese riuscì a salvare la Serie A seconda serie; Santi Puglisi, per quello che ha fatto e perché se fosse rimasto a Catania avremmo ottenuto grandi successi negli anni ’70; Bicchierai, per non dimenticarci che lo sport è passione…!».

 Hai scritto un libro sul basket sotto l’Etna dopo quello sul Catania calcio, sei quasi uno storico dello sport in città. Dove hai reperito le informazioni? C’era già un lavoro precedente al tuo? Quanto tempo hai impiegato?

«Le due pubblicazioni sono lo sbocco di ricerche in biblioteca, soprattutto l’Ursino Recupero e la Bellini, iniziate nel 1999. Spesso ci sono andato con gli altri autori di Tutto il Catania minuto per minuto per le ricerche sul calcio, recuperando allo stesso tempo informazioni sul basket. Ma in realtà il libro sul basket si basa molto di più sulle testimonianze, la maggior parte delle quali sono state oggetto della mia tesi di laurea triennale nel 2008 e già rese pubbliche attraverso il mio blog, Basket Catanese. Ma nessuno aveva tentato mai prima qualcosa del genere con il basket. Non c’è stato nemmeno un tentativo di distorsione storica come spesso successo con il Calcio Catania: non se n’è mai parlato e basta».

 E visto che ti sei occupato di calcio, ma la tua passione è il basket, ti chiediamo: quanto è forte il movimento giovanile rispetto appunto alle centinaia di squadre di calcio e calcetto? Quanto è professionale, competitivo rispetto al panorama nazionale, rispetto ad altri sport praticati ad alto livello? Ad esempio la pallavolo, o ancor di più la pallanuoto…

«Sfortunatamente, il movimento cestistico giovanile catanese non solo non si può paragonare a quello calcistico, ma nemmeno a quello pallavolistico. Troppi progetti negli ultimi anni sono iniziati e sono scoppiati, finendo per tralasciare l’attività con i ragazzi per inseguire stentati sogni di gloria. Questo vale sia per il settore maschile che per quello femminile. Ora la migliore squadra della città è in C2 (un campionato per le società della Sicilia orientale), quella femminile è in B (girone unico siciliano), ci sono Acireale e Paternò in DNC maschile (in un girone monco per le troppe rinunce a causa della crisi economica, con squadre siciliane e calabresi). Acireale/Cus Catania e Rainbow hanno dei progetti interessanti, che sembrano rivolti ai giovani, ma ancora siamo ben lontani da disegni ambiziosi. Il libro, dopotutto, dovrebbe servire anche a questo: ricordiamoci dei tanti errori del passato, dei corsi e ricorsi storici, dei passi più lunghi della gamba, per progettare meglio il futuro. Io sono sempre speranzoso e quindi spero che questi progetti portino i frutti, soprattutto per il lavoro giovanile».

http://ctzen.it/2013/02/07/il-basket-catanese-e-nato-alla-purita-ottanta-anni-di-canestri-sotto-al-vulcano/

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ll binomio BASEBALL-PATERNO' affonda le sue radici nel 1970, anno di affiliazione della prima società paternese alla F.I.B.S. (Federazione Italiana Baseball & Softball).

In soli nove anni questo binomio mostra già il glorioso destino che lo attende: nel 1979, infatti, l'Atletico Paternò sarà la prima società nella storia provinciale a disputare le finali per la promozione in serie A. L'obiettivo, però, non viene centrato ma, vista la stoffa degli atleti paternesi e la loro determinazione, si tratta solo di rimandare di qualche anno un evento per cui, forse, non si era ancora pronti.

A distanza di qualche anno, nel 1982, viene fondata la "POLISPORTIVA WARRIORS" che accoglie fra le sue fila alcuni tra gli atleti che pionieristicamente avevano intrapreso nel 1970 questa disciplina sportiva e che pochi anni prima avevano sfiorato lo storico successo. La società ricomincia l'attività dalla serie inferiore.

Desiderosi di traguardi importanti, gli atleti - guerrieri raggiungono il primo in soli due anni: nel 1984 conquistiamo la promozione in serie B e nel 1985, dopo solo un anno, i Warriors realizzano il sogno della serie A2.

Al termine di quella stagione, in cui la società aveva dimostrato di non avere nulla da invidiare alle tanto blasonate squadre del nord, la F.I.B.S. decide di retrocedere i Warriors privi di un impianto sportivo regolamentare, la cui realizzazione era stata promessa dalle varie amministrazioni pubbliche competenti (comune e provincia), promesse mai più realizzate.

Nonostante ciò i Warriors sono sempre più determinati a ritentare la scalata in serie A.

Dominatori assoluti per anni in ambito siciliano (a volte il diavolo ci mette lo zampino!) i Warriors centrano nuovamente l'obiettivo serie B nel 1994. Il girone nazionale in cui i guerrieri paternesi si trovano a gareggiare classificandosi al 4° posto nel 1995 ed al 2° posto nel 1996, funge da trampolino di lancio per l'ultimo(in ordine di tempo) grande successo conseguito. Nel 1997 i Warriors dominano il campionato di serie B, approdano anche alla semifinale di COPPA ITALIA a Roma contro la Fortitudo Bologna di serie A1, e si aggiudicano i PLAY-OFF riconquistando finalmente la tanto sospirata serie A2.

Da allora la società si è confrontata con le maggiori realtà del baseball nazionali ed internazionali non senza ulteriori sacrifici. Basta considerare che , sempre per la mancanza di un campo da baseball, nel 1998, in deroga al regolamento, tutte le partite in casa sono state disputate a ROMA e nel 1999 a MESSINA.

Stanchi di false promesse politiche, che si ripetono ormai da decenni, la Società decide di fare da sé e, nel giro di soli 4 mesi, realizza quello che per i dirigenti, primi pionieri nel lontano 1970, è sempre stato un sogno: il WARRIORS FIELD - the field of dream!!.

Un impianto sportivo da baseball con misure regolamentari in grado di ospitare incontri internazionali, accanto al quale nascerà ben presto un impianto polivalente per la little - league ed il softball.

Nel nuovo impianto i guerrieri partecipano al campionato di serie A2 2000 e dopo aver vinto il proprio girone partecipano ai play-off per la promozione e, conquistano, battendo il Piacenza, la SERIE A1.

 Serie A1 significa il top del Baseball Italiano, dove mai nessuna squadra Siciliana era arrivata.

 Nel 2001, quindi, partecipano al campionato di serie A1 e, anche se all'ultima giornata, riescono ad agguantare la permanenza, cosa che non riescono a fare l'anno dopo anche perchè per motivi economici la rosa non era all'altezza dell'A1.

 Nel 2003 si rimboccano le maniche e guidati da Antonio Raciti coadiuvato da Nunzio Botta e Riccardo Messina ritornano nella massima serie battendo ai play-off il Trieste.

 Il 2003 è anche l'anno delle convocazioni in azzurro dei juniores paternesi Giuseppe Sciacca e Giuseppe D'Ignoti che riflettono l'ottimo lavoro svolto nel settore giovanile.

 Il 2005 è decisamente un'annata negativa per i guerrieri paternesi. Sempre a causa della mancanza dell'impianto di illuminazione al Warriors Field sono costretti a disputare le gare interne a Messina lontani dai propri sostenitori, fattore che risulterà poi determinante per la retrocessione in A2. Nota positiva del 2005 la convocazione in Nazionale maggiore degli atleti Gorrin, Pezzullo, Victor Arias e D'amico. poper la retro svolto anche nel set.

http://www.warriorspaterno.com

 

 

 

 

 

 

Baldassare Porto, 88 anni di corsa lontano da Catania

Di Desirée Miranda | 9 dicembre 2011

 

Campione italiano assoluto, medaglia d’argento con la staffetta agli Europei del ’50 e ai Giochi del Mediterraneo del ’55, in squadra con Ottavio Missoni. La partecipazione alle Olimpiadi del 1948 e del 1952. Cavaliere della Repubblica italiana per meriti sportivi, Baldassare Porto per realizzare il suo sogno di atleta ha dovuto lasciare la sua città.

Baldassare Porto è un catanese di 88 anni che ha scritto una pagina importante della storia dell’atletica leggera italiana. Già campione italiano di terza serie nel 1945 per i 200 e i 400 piani, diventa campione italiano assoluto nei 400 col tempo di 47”8, il suo migliore di sempre, nel 1950. Nello stesso anno è medaglia d’argento in staffetta 4×400 agli Europei di Bruxelles. Stesso risultato raggiunto ai Giochi del Mediterraneo di Barcellona, nel 1955. Nella sua carriera sportiva vanno annoverate anche le partecipazioni alle Olimpiadi del 1948 e del 1952. E i premi non gli sono mancati nemmeno dopo aver terminato la sua attività agonistica. Sotto forma di onorificenze, come la Stella d’oro al merito sportivo, la Medaglia di bronzo del Coni al valore atletico, la Palma d’oro della Fidal -  Federazione italiana di atletica leggera – nonché la medaglia d’oro per meriti sportivi e il cavalierato al merito della Repubblica italiana.

 Una lunga lista di medaglie e titoli che Baldassare ha incominciato a inseguire sin da quando andava a scuola: lì ha scoperto la sua capacità di correre e di farlo velocemente. Studiava all’istituto commerciale De Felice e doveva andare all’opera Balilla per fare educazione fisica. Era vicino alla via Plebiscito e, per arrivare prima, con i compagni attraversava la villa Bellini. Un giorno non ha retto alla tentazione di sfidare un compagno che si dava delle arie. «Si vantava di essere veloce, ma l’ho stracciato. È stato un trionfo e davanti a tutti i compagni», racconta ancora divertito. Il suo primo passo, seppur involontario, verso le gare.

 L’eco della sua vittoria, infatti, era arrivata alle orecchie del professore. Fu lui a decidere di portarlo al Ludo juvenilis, una competizione giovanile che si svolgeva al Cibali di Catania. Più che un trionfo fu un tonfo. Totale. Al via rimase fermo sul posto. Era giovane, però, e per lui era tutto nuovo. «Entrando al Cibali mi stupivo di ogni cosa, di ogni gesto. Sono rimasto affascinato e paralizzato. Anche in gara purtroppo. Ma io non sapevo neanche cosa fosse il Ludo juvenilis», confessa. Era il 1939 e Baldassare aveva sedici anni. Di lì a poco sarebbe scoppiata la guerra e nel 1944 lo attendeva un posto di lavoro in banca. Ma «non mi piaceva per niente e l’ho lasciato. Sono andato a correre» afferma soddisfatto.

 La sua prima società sportiva è stata la Giglio Bianco di Palermo. «Non avevo un allenatore e mi allenavo dove potevo, spesso andavo a Palermo. Non guadagnavo molto, 25mila lire al mese più le spese, ma correvo» ricorda. Diverse le gare regionali e i campionati di terza serie. Dopo la vittoria nel 1945 (primo al campionato italiano di terza serie nei 200 e nei 40) ha cominciato a farsi notare fuori dalla Sicilia. Fino a quando non gli è stato proposto di andare in Trentino, nella società Ata Trento. «Era il 1949 quando mi sono trasferito con mia moglie e le mie figlie. E da allora la mia vita è cambiata. Ho avuto finalmente un allenatore, uno scienziato dell’atletica, che mi ha portato a vincere il titolo assoluto. Inoltre mi pagavano ben 80mila lire al mese» spiega scandendo bene la cifra, una bella cifra per l’epoca.

 Da lì la salita verso il successo. In staffetta con lui agli Europei, ai giochi del Mediterraneo e alle Olimpiadi del ’48 Ottavio Missoni. Stilista, sì, ma prima ancora campione di atletica. «C’era un’intesa perfetta tra noi. Io facevo il primo quarto e lui il secondo. Non era necessario che ci guardassimo, doveva solo allungare il braccio e al mio segnale, hop!, capiva che doveva correre a più non posso» racconta simulando il passaggio del testimone. Nonostante tante medaglie, però, a Baldassare manca quella più preziosa per ogni atleta, quella olimpica. Se nel 1952 la squadra non si è neanche qualificata, nel 1948 li ha accompagnati la sfortuna. «Uno di noi si è fece male e dovemmo rinunciare. Fu un gran peccato perché avevamo delle possibilità» spiega con voce malinconica mentre guarda una foto di quei giorni.

 Baldassare Porto ha terminato la sua carriera sportiva nel 1955, dopo otto anni di attività intensa. Adesso di anni ne ha 88 e da tempo è tornato a vivere a Catania. Una città che ama, ma che non gli ha saputo dare le possibilità che meritava. Lo hanno accolto prima Palermo e poi Trento e solo in quest’ultima ha potuto avere la preparazione atletica necessaria alle competizioni internazionali. «Sono stato molto fortunato», dice.

 

http://ctzen.it/2011/12/09/porto-88-anni-di-corsa-lontano-da-catania/

 

 

 

Claudio Licciardello è nato a Catania l' 11 gennaio del 1986. La sua prima vera competizione risale al 2001 quando ancora cadetto stabilì il primato regionale sui 300 coprendo la distanza in 36"50. In precedenza aveva provato con la pallanuoto e col calcio. Dalla Sal Catania, il suo primo club, passò poi da allievo alla Libertas Catania e prese ad allenarsi con Filippo Di Mulo. Nel 2005 ha ottenuto i primati under 23 sia indoor (47"56) che outdoor (46"47). Al meeting di Ginevra del 2006 compie il salto di qualità che lo porta ad aggiudicarsi la gara con in 45"59. Nell’inverno 2008, in occasione della coppa Europa Indoor, ha stabilito nuovamente il primato indoor con 46"57. Sempre nel 2008 in Agosto, in occasione della batteria di accesso alla semifinale dei Giochi della XXIX Olimpiade di Pechino, ha corso in 45"25 ha stabilito la seconda prestazione italiana di sempre. Chiuderà il 2008 come ventesimo atleta del mondo secondo le classifiche IAAF.

 Redazione. Come hai iniziato a praticare l’atletica e quale è stata l’occasione che ti ha fatto capire che potevi realizzare qualcosa di bello? Licciardello: Innanzitutto saluto tutti voi caramente, rinnovandovi i miei complimenti per il lavoro che state svolgendo! Io iniziai, come tanti miei colleghi, con le scuole superiori. Qualche allenamento di calcetto, ed uno skip qua e là fecero vedere la mia propensione alla velocità al mio Prof. di educazione fisica, Filippo Polisano. Da lì, la prima gara della mia vita in cui corsi un 300 mt in occasione dei Regionali Sicilia: 36”5 e primato regionale. Non volevano darmi neanche il premio, ero un perfetto sconosciuto.

 Redazione. In cosa riconosci i tuoi punti deboli e quali i tuoi punti di forza? Molti tuoi fan ritengono che tu possa infrangere il muro dei 45”00, cosa credi ti manchi per raggiungere questo obiettivo? Licciardello: Questa risposta la do con un pizzico di scaramanzia, perché essere il primo Italiano sotto il muro dei 45’’ mi onorerebbe a tal punto da poterlo considerare quasi un obiettivo di una carriera. Credo che la strada che abbiamo intrapreso, con il mio coach, da qualche anno sia quella giusta. Ho avuto dei progressi annualmente costanti, non contando l’anno di stop per infortunio, in cui avrei già potuto correre sui limiti di Pechino, ho sempre limato il Personal Best. Mi auguro di andare avanti così, senza pormi alcun limite. Credo che uno dei miei punti deboli sia proprio la fragilità fisica, devo sempre far attenzione con scrupolo alla mia integrità; se la perdessi un’ attimo di vista, rischierei l’infortunio. Un punto di forza che ho acquisito in questi anni? La testa.

 Redazione. Qual è la molla motivazionale che ti spinge ad allenarti ogni giorno? Licciardello: Io mi reputo una persona fortunata. Il lavoro che svolgo non lo cambierei per niente al mondo. Allenamenti, amici, amici, allenamenti. Poi che in mezzo si inseriscano altri fattori come la fatica, le crisi, l’acido lattico, gli infortuni, non fanno cambiare quello che per me è puro divertimento. La chiave è questa

 Redazione. Come vivi il giorno ed i momenti prima di una gara? Licciardello: Fino a qualche anno fa, per me già solo la parola GARA, faceva sì che nello stomaco cominciassero vibrazioni tali da terrorizzarmi. Adesso è diverso. La gara è consapevolezza! La gara non è altro che un momento più o meno lungo in cui confrontarsi con altra gente che ha fatto sacrifici almeno quanto te. Mi dico: << Ti sei allenato talmente, che se un misero giretto di pista dovesse farti paura rispetto alla fatica che hai fatto, non sei nessuno!>>. Questo momento lo vivo sempre con sfida. Con me stesso più che con gli altri.

 Redazione. Qualche rammarico che ci puoi confessare o qualche sogno nel cassetto di cui ci vuoi parlare? Licciardello: Qualche rammarico? Ancona 2007, Campionati italiani indoor. Gara accesissima, Claudio vs Andrea. Vince Andrea.

 Redazione. Parlaci del rapporto col tuo allenatore e con i tuoi compagni di allenamento Licciardello: Anche su questo frangente mi reputo estremamente fortunato. Pensate…ad un ragazzino di 16 anni che decide di fare atletica, si trova bene con la velocità e senza cercare troppo si ritrova in un gruppo con il Prof. Filippo Di Mulo come allenatore, ed Alessandro Cavallaro, Domenico Rao, Francesco Scuderi, Anita Pistone e Rosario La Mastra come compagni di fatiche. Beh che ne dite? Persone fantastiche, con cui ci si può confidare, oltre che confrontare. Senza contare che il gruppo adesso si è ulteriormente esteso con l’arrivo di Emanuele Di Gregorio e Federico Dell’Aquila.

 Redazione. Come le gambe, anche la mente va allenata in maniera adeguata. Tu come gestisci questo aspetto? Licciardello: Come dicevo poc’anzi, la mente è un’ aspetto molto importante, soprattutto nell’approccio alle gare. Stimola la determinazione e la foga agonistica, aspetti caratteristici di un’atleta che VUOLE vincere. Spesso può aiutare la musica, spesso il silenzio.

 Redazione. Qual è il tuo allenamento preferito? C’è una distanza non olimpica che ti piacerebbe correre in gara ? Licciardello: Mi piacciono moltissimo i 300 m , ma raramente capita di correrli al 100%. Quelle rare volte, me le godo come se fossero delle vere e proprie gare.

 Redazione. La tua qualità migliore ed il tuo peggior difetto ? Licciardello: Mi sento di avere tanti difetti, dalla presunzione alla testardaggine. Mentre per le qualità, poche ma buone. Carattere, determinazione, cuore.

 Redazione. La gara che ti è rimasta nel cuore. Licciardello: Annecy, Coppa Europa 2008; Pechino,Olimpiadi 08, Batterie. E’ facile capire del perché, con tante gare fatte , ne abbia scelte due del 2008. Questo credo sia stato l’anno della consacrazione ad alto livello per me, quindi lo porterò sempre nel cuore. In particolare quelle due gare hanno significato molto per me. La prima, la coppa Europa, manifestazione che adoro, la tengo nel cuore per l’emozione nel risentire la cronaca del caro amico Franco Bragagna nel commentare i miei ultimi 80 m. Mentre la gara di Pechino mi ricorderà sempre tutto il percorso di allenamenti svolti da Marzo, compresa la rinuncia ai Mondiali Indoor di Valencia, da dove mi arrivarono una valanga di critiche, che poi con orgoglio andrò a smentire il 18 d’Agosto, dove in quella splendida struttura del National Stadium ho corso il personale attuale. 45”25.

 Redazione. Un ragazzino ti ha visto correre in TV cosa gli diresti per convincerlo a fare atletica? Licciardello: Gli direi che l’atletica è uno sport sano, dove è possibile conoscere tanti amici con cui confrontarsi e divertirsi. Gli consiglierei di prenderla come un gioco per stare all’aria aperta. Non gli parlerei mai di agonismo.

http://www.noivelocisti.net/component/content/article/16-atleti/935-claudio-licciardello-e-filippo-di-mulo

 

 

 

 

VARI SPORT

 

 

 

Accanto un ciclista sulla preferenziale intasata dalle auto del viale Veneto

Cesare La Marca  La Sicilia, 30.12.2013

 

Ciclisti "abusivi" sulle corsie preferenziali delimitate da striscia gialla destinate ai bus. Succede da quando è scaduta l'ordinanza adottata per un anno in via sperimentale dalla precedente amministrazione comunale, che autorizzava appunto quanti sempre più numerosi si muovono in bicicletta - ormai non solo nel tempo libero ma anche per raggiungere luoghi di studio o lavoro - a percorrere in città diversi tratti delle preferenziali, soprattutto pianeggianti o con lievi pendenze, nella stessa direzione dei bus dell'Amt.

Sulla questione l'attuale amministrazione non ha ancora preso una decisione, che potrebbe essere quella definitiva, ma è chiaro che essa andrebbe auspicabilmente messa tra le priorità da affrontare nel 2014, avendo una particolare rilevanza sia sul fronte della sicurezza che dell'ambiente, visto che per ogni bicicletta in più sulle strade cittadine - nell'attuale quasi totale mancanza di piste ciclabili - è comunque garantito un vantaggio derivante dalle minori emissioni di polveri sottili e inquinanti, e dalla riduzione del traffico e dei rumori.

I ciclisti sollecitano la conferma dell'ordinanza, ritenendo positiva l'esperienza che ha aperto alle due ruote le preferenziali, mentre non mancano le posizioni contrarie da parte di chi ritiene pericolosa la "coabitazione" di autobus e biciclette sulla stessa corsia.

Al di là dei casi di imprudenze o infrazioni commesse sia pedalando che stando al volante, con tutti i conseguenti pericoli, la soluzione era gradatamente entrata a regime, incentivando in maniera considerevole un mezzo di trasporto economico ed ecologico, che in città ha peraltro ridottissime possibilità di spostarsi su corsie ciclabili riservate alle due ruote. In ogni caso, sarà opportuno fare tesoro di questa esperienza per una valutazione sulla decisione più opportuna, anche attraverso il confronto e il dialogo con chi più di ogni altro conosce la questione, per il fatto stesso di pedalare ogni giorno nel caos del traffico cittadino, dove tra gli altri problemi c'è proprio l'intasamento delle preferenziali causato da infrazioni e sosta irregolare. Quello che appare urgente, a vantaggio soprattutto della sicurezza, è l'adeguamento della segnaletica orizzontale (il logo giallo della bicicletta all'interno delle corsie) e verticale alla decisione definitiva, ovvero l'annullamento o la conferma della percorribilità per i ciclisti. Questo per evitare si protragga l'attuale confusione, con la segnaletica che "sembra" in larga parte autorizzare ancora l'accesso dei ciclisti, mentre l'ordinanza è di fatto scaduta, cosa che non tutti gli appassionati delle due ruote possono sapere. Sulle strade cittadine, del resto, i pericoli sono già fin troppi, e sarà bene chiarire al più presto se i ciclisti potranno o no percorrere le corsie preferenziali. I temi del confronto che i movimenti dei ciclisti sollecitano all'Amministrazione sono anche altri, dalle piste ciclabili al recepimento del Piano urbano del traffico, che contiene una serie di misure che riconoscono il ciclista come utente della strada. Ma nonostante qualche passo avanti (le rastrelliere che consentono il posteggio con un minimo di sicurezza), nel traffico caotico di queste strade il ciclista è ancora un "abusivo".

 

 

mi riservo di incrementare sempre di più questa pagina, anche con il vostro aiuto.

 

 

 

 

BE MY BABY                   The Ronnettes