Giugno è il mese che segna l'ingresso nell'estate, con i suoi riti. Gli aperitivi all'aperto, le cene in terrazza, le gite fuori porta. Si cambiano abitudini: i pranzi si fanno più leggeri e la frutta invade le nostre tavole, è un trionfo di colori e sapori.

 

 

 

Finalmente arriva l'estate con il suo carico di prodotti. Prime fra tutti le ciliegie, irresistibile tentazione che conquista anche chi non è un appassionato di frutta. Perché, si sa, una tira l'altra, e ne basta una ciotola a fine pasto ed è subito festa. Sono perfette così, appena lavate, ma se ne avete a disposizione grandi quantità o, ancor meglio, avete un albero da cui attingere, non esitate e mettete in cantiere confetture e conserve che vi accompagneranno per il resto dell'anno. Acqua, zucchero, frutta e un po' di pazienza, questo è ciò che serve per ottenere una buona conserva fatta in casa. Imparate a distinguerle: le amarene, acide e ottime sciroppate, le marasche, piccoli e di colore rosso­nerastro, acidule e amare, alla base del liquore di origine dalmata, il Maraschino. Si prestano a farcire crostate e arricchire coppe di gelato o di yogurt. Ma si abbinano alla perfezione alle carni, così come le albicocche, uno degli altri frutti del mese. Provate a usarle, magari unendone di fresche e di disidratate per fare un secondo piatto che stupirà i vostri ospiti. A giugno, poi, ci sono ancora le nespole, i primi meloni (non mancate il classico abbinamento con il prosciutto) e le pesche, che saranno al massimo nelle prossime settimane.s

E sul fronte verdure? La stagione di piselli e fagiolini sta rapidamente volgendo al termine ma ancora non è troppo tardi per goderne. Così come gli asparagi. Sono gli ultimi, ma ancora se ne trovano per fare un buon risotto mantecato con burro fresco e insaporito con un po' di timo. Nel centro Italia si usano quelli selvatici per un sugo a base di pancetta da abbinare alle sagne acqua e farina. Un piatto robusto e goloso. Nel corso del mese queste verdure saranno via via sostituite da quelle estive, prime tra tutte le zucchine, particolarmente versatili e facili da abbinare: bollite, grigliate, soffritte, al forno, fritte, non esiste tipo di cottura che la zucchina non sopporti. Fatele ripiene con carne, tonno o riso (soprattutto quelle tonde) o trasformatele in golose parmigiane; se piccole e tenere sono gustose anche crude, con limone, olio e menta. Mentre i fiori sono irresistibili ripieni e fritti. Sono anche in arrivo i cetrioli per fresche insalate da rinvigorire con i ravanelli con il loro gusto pungente o zuppe fredde a base di yogurt di ispirazione greca.

Antonella De Santis

lattuga, radicchio, bietola, asparago, indivia, borragine, sedano, spinacio, rucola, catalogna, cavolo, basilico, bietola, spinaci, cardo, cicoria;

 

BIETOLA A COSTE ROSSE

Bietole a coste rosse o gialle , la coltivazione di un ortaggio bello e buono

La bietola o bieta è un ortaggio facile da coltivare, buono da mangiare e in qualche caso.. decisamente bello! Negli ultimi anni infatti è sempre più facile trovare al vivaio varietà a coste colorate, dove picciolo e nervature risaltano sul verde della foglia con tinte dalle tonalità accese che spaziano dal rosso quasi fucsia al giallo intenso, un colpo d’occhio notevole tra le piante dell’orto.

Colorazioni così vivaci e piacevoli che si trovano a loro agio anche tra le ornamentali, in giardino o in vaso su terrazze o balconi.

Cerchiamo allora di conoscere un po’ di più di queste particolari varietà di bietola, come coltivarle e utilizzarle in cucina!

La bietola a costa colorata (Beta vulgaris var. cicla), anche detta “svizzera”, appartiene alla famiglia delle Chenopodiaceae, parente stretta delle bietole a costa bianca e, un po’ più alla lontana, anche della barbabietola, di cui si consuma la radice.

Coltivarla è molto semplice, in orto o in vaso, perché si tratta di un ortaggio che ha davvero poche esigenze.

 

Le bietole infatti sono piante rustiche che si adattano a molti tipi di terreno e clima; preferiscono posizioni in pieno sole, richiedono solo annaffiature costanti e ben tarate a seconda degli andamenti climatici e la pulizia dalle infestanti. Potete seminare verso la fine dell’inverno proteggendo le piantine in semenzaio oppure direttamente in pieno campo non appena le temperature superano stabilmente i 7 °C. In quest’ultimo caso posizionate una pianta ogni 20 cm sulla riga e mantenete circa 35 cm di distanza tra le file.

Se avete optato per la coltivazione in vaso, scegliete contenitori di diametro superiore ai 30 cm, altrettanto profondi. Potrete trapiantare al loro interno due o al massimo tre piantine o seminarle direttamente. In questo caso scavate delle buchette ben distanziate tra loro e profonde circa 3 cm e inserite in ciascuna tre semi. Una volta germinati, attendete qualche giorno quindi diradate le bietole mantenendone una per ogni buchetta scavata, quella meglio sviluppata. Il ciclo di coltivazione dura tutta l’estate e solitamente è possibile iniziare a cogliere le prime foglie, le più esterne, già dopo un mese e mezzo.

 Le bietole si possono consumare crude nelle misticanze, quando le foglioline sono giovani e tenere, oppure cotte, al vapore o sbollentate, e poi rifinite a piacimento.

http://community.growtheplanet.com/it/blog/impara/articolo/835/bietole-a-coste-rosse-o-gialle-un-ortaggio-bello-e-buono

 

LATTUGA CAPPUCCIO o TROCADERO

 

Coltivata tutto l’anno grazie alla presenza di numerose varietà (Trocadero, Regina di Maggio, Great Lakes, Batavia Bionda) è una lattuga dalla forma tondeggiante. Le foglie grandi e carnose, lievemente croccanti, sono ideali per un uso in insalata accompagnata da altri elementi vegetali.

Questa varietà di lattuga presenta cespi di forma tondeggiante ed è costituita da foglie grandi, carnose e lisce, di colore verde chiaro, che si sovrappongono le une sulle altre, chiudendosi intorno a un cuore centrale bianco-giallo fino a formare il cosiddetto “cappuccio”. Le sue foglie sono molto tenere, saporite e dal gusto delicato.

Consumata preferibilmente a crudo nelle insalate, ha un basso contenuto calorico, ma – come tutte le varietà di lattuga – è una ricca fonte di vitamine (A, K, E, C) e di minerali (ferro, calcio, magnesio e potassio). Ha proprietà diuretiche, è ricca di fibre e per questo svolge un’azione lassativa. Ha inoltre proprietà lievemente analgesiche e sedative. Per il suo ridottissimo contenuto calorico è particolarmente indicata nelle diete ipocaloriche.

 

 

 

 

basilico, maggiorana, prezzemolo, santoreggia comune, cerfoglio.

 

 

Come conservare il basilico sott’olio

Ecco qui un metodo che mi ha insegnato mia nonna che spiega come conservare il basilico e poterlo gustare come fresco per tutto l’inverno. Il metodo più conosciuto è quello che consiste nel congelare le foglie della pianta. Personalmente trovo che conservare il basilico sott’olio sia il metodo migliore per mantenere inalterati il colore e il profumo della pianta. Oltretutto, con questo metodo, si ottiene anche un delizioso olio aromatizzato che può essere utilizzato per condire insalate, verdure o altre pietanze. Vediamo il semplicissimo procedimento.

come conservare il basilico sott'olioIngredienti:

–  foglie di basilico fresco;

– olio extra vergine q.b.;

– sale fino q.b.

Lavare bene le foglie di basilico in acqua fredda. Più l’acqua è fredda e meglio è: in questo modo le foglie della pianta non rischiano di perdere il loro bel colore verde intenso.

Asciugare le foglie di basilico con un asciuga insalata, o in alternativa, distenderle su un canovaccio e lasciarle asciugare completamente senza strizzarle..

Nel frattempo, sterilizzare il barattolo (meglio se con chiusura ermetica) nel forno a 110 gradi per un quarto d’ora.

Quando il barattolo si è raffreddato e le foglie di basilico sono asciutte, stendere un primo strato di basilico all’interno del barattolo. Spolverare con un po’ di sale e aggiungere un cucchiaio di olio. Proseguire con un altro strato e così via, fino a terminare il basilico. Pressare bene le foglie tra uno strato e l’altro.

Terminare aggiungendo tanto olio necessario a coprire anche l’ultimo strato di foglie di basilico: è importante che tutte le foglie siano coperte dall’olio, in modo da poter essere perfettamente conservate.

Per questo motivo vi consiglio di collocare un piccolo peso sopra le foglie, perchè quelle in superficie tenderanno a galleggiare sull’olio. Basterà un piccolo piattino o una retina.

Sigillare il barattolo e utilizzare le foglie nei mesi successivi, come preferite. Ecco svelato il metodo per come conservare il basilico per l’inverno.

Conservare il barattolo in dispensa o in frigorifero, come preferite, l’importante è che le foglie siano sempre coperte dall’olio (se necessario, fare qualche rabbocco ogni tanto).

Consiglio: è bene utilizzare le foglie verdi del basilico e scartare quelle giallastre e rovinate.

 

 

 

 

fava, pisello, fagiolo, lenticchia, cece, cicerchia, lupino

 

I LUPINI

 

I lupini, la “carne” dei vegetariani dalle mille proprietà

Ricchi di proteine e privi di glutine, i lupini sono legumi di antica origine dalle numerose proprietà, oggi poco valorizzati nonostante una recente riscoperta.

Noti sin dall’antichità nell’area mediterranea e del Medio Oriente, per i Greci avevano funzioni propiziatorie, gli Egiziani erano soliti porli perfino nelle tombe dei Faraoni, mentre anche i Romani li coltivavano e consumavano in gran quantità, spesso al posto delle carne, sfruttando il loro alto valore energetico e proteico.

Impiegati anche come piante foraggere, da sovescio o ornamentali, in Italia i lupini sono oggi coltivati prevalentemente in Lazio, Campania, Puglia e Calabria, pur non avendo più l’importanza di una volta, quando avevano trovato spazio in ordinamenti colturali poveri, considerata la loro adattabilità ai terreni aridi e ai climi sfavorevoli. Il progressivo spopolamento delle aree svantaggiate ha comportato la crisi di questa coltura, che oggi tende ad esser rivalutata alla luce delle sue notevoli proprietà nutritive e terapeutiche, confermate dai più recenti studi scientifici. Nuove prospettive di una più ampia diffusione potrebbero sorgere dalla selezione di varietà “dolci”, a basso contenuto di alcaloidi. Intanto si registra anche un maggior interesse da parte dell’Unione europea, che sta finanziando ricerche scientifiche e ha messo in atto un regime di aiuti, volti a far tornare in auge questo antico legume “povero”, che oggi pare quanto mai prezioso.

Per quanto riguarda i valori nutrizionali, 100 grammi di prodotto secco corrispondono a 371 Kcal e contengono ben 39 grammi di proteine, 46,8 di carboidrati, 15,5 di fibre, 10,7 di acqua e 4,3 di grassi (Fonte SlowFood). Se per l’alto valore proteico ed energetico i lupini si sono imposti all’attenzione generale col meritato titolo di “carne dei vegetariani”, è anche vero che oggi sono sempre più considerati per le loro proprietà nutraceutiche, poiché privi di glutine e quindi adatti anche alla dieta dei celiaci.

Ad alto contenuto di vitamine (A, B1, B6, B9, B12, C, D), sali minerali (calcio, fosforo, magnesio, potassio, zinco ecc.) e aminoacidi essenziali (in particolare la lisina), questi legumi possiedono altre numerose proprietà benefiche per il nostro organismo. Una dieta ricca di lupini contribuisce infatti a ridurre i livelli di colesterolo “cattivo” (Ldl) nel sangue, favorire il senso di sazietà (la loro ricchezza in fibre e il modesto apporto calorico li rendono particolarmente adatti per coloro che vogliono dimagrire), migliorare la digestione, il transito intestinale e l’assimilazione dei nutrienti (sono ottimi in caso di stipsi), prevenire l’ipertensione e le patologie cardiovascolari, grazie alla loro capacità di rafforzare i vasi sanguigni e quindi di evitare la formazione di placche aterosclerotiche, nonché mantenere in salute i muscoli e l’apparato osteo-articolare. Come rilevato da recenti studi scientifici, i lupini sono consigliati per la dieta dei diabetici, poiché contengono in buona quantità una proteina vegetale, la conglutina gamma, che “mima” l’insulina e contribuisce a limitare l’accumulo di glucosio nel sangue, abbassando così l’indice glicemico.

Ancora molto popolari nelle tradizionali sagre e feste di paese dell’Italia meridionale, dove vengono consumati come snack, questi legumi sono impiegati anche per la produzione di pasta, farina, arrosti vegetali, caffè e perfino gelati. Ottimi per la preparazione di gustose minestre e zuppe, sono serviti tostati anche da vari chioschi e bar per gli aperitivi. L’Expo di Milano del 2015 è stato un’occasione per apprezzare l’estrema versatilità dei lupini come ingredienti per svariate preparazioni, con numerose aziende italiane e straniere impegnate a riportare l’attenzione del grande pubblico su questo prezioso alimento per ora piuttosto trascurato dalla grande distribuzione. Futuri scenari di sviluppo potrebbero delinearsi grazie alle nuove acquisizioni scientifiche, su tutte il sequenziamento del genoma, che mira a migliorare ulteriormente il seme. Al di là dell’uso alimentare i lupini sono impiegati anche in fitoterapia: se l’antica medicina popolare li utilizzava per combattere gli eczemi e la scabbia, ancora oggi si ricorre alla farina ottenuta dalla macinazione dei semi per trattare numerose malattie della pelle e come rimedio antidiabetico e vermifugo.

Le maggiori coltivazioni di lupini si trovano oggi in Australia e Cile, mentre in Europa primeggiano Germania e Polonia, due Paesi del Vecchio Continente che insieme alla Francia hanno investito a livello industriale su questo alimento, non incline alla modificazione genetica a differenza della soia. Tra i prodotti tradizionali delle regioni italiane segnaliamo il lupino dolce di Grosseto, che si distingue per la forma tondeggiante, il colore giallo, la buona consistenza e il sapore dolciastro, nonché il gigante di Vairano (provincia di Caserta), che spicca per i suoi semi bianchi e lenticolari, di grandi dimensioni. In commercio i lupini si trovano prevalentemente cotti, conservati sottovuoto e già pronti al consumo, mentre quelli secchi, meno venduti, necessitano di un lungo tempo di ammollo prima della cottura. Nei negozi di alimenti naturali e biologici, oltre che in alcuni supermercati, sono disponibili anche varie preparazioni a base di questo ingrediente, come ad esempio i burger vegetali.

 Marco Grilli

 http://www.eticamente.net/48888/i-lupini-la-carne-dei-vegetariani-dalle-mille-proprieta.html#9geVmhcmvxcP1O27.99

 

 

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LENTICCHIA DI VILLALBA

 

La prima testimonianza scritta di questa coltivazione nel territorio di Villalba viene riportata dallo scrittore Giovanni Mulè Bertolo nel libro Memorie di Villalba edito nel 1900, ma la coltivazione della lenticchia di Villalba era già storicamente presente nel territorio. Appartiene, come quella di Altamura, alla tipologia a seme grande (macrosperma), tipica delle aree temperate.

Il periodo di massima produzione a Villalba si è avuto tra gli anni Trenta e i Sessanta del secolo scorso, quando circa il 30% della produzione italiana arrivava dalla Sicilia e in particolare proprio da questo paese in provincia di Caltanissetta.

La lenticchia di Villalba era particolarmente richiesta per le sue qualità organolettiche ma anche per la preferenza che il mercato riservava in quel periodo alle tipologie a seme grande.

Successivamente, il costo della manodopera e le rese limitate hanno costretto molti coltivatori ad abbandonare la coltivazione. Inoltre, il mercato si è sempre più orientato verso una riduzione del consumo di legumi e, al tempo stesso, a un aumento del consumo di lenticchie a seme piccolo, favorite anche da un minore tempo di cottura. Dalle sue analisi è emerso che la lenticchia di Villalba si caratterizza per un elevato di ferro (talvolta oltre i 10 mg per 100 grammi di prodotto) e proteine, unito a un basso tenore in fosforo e potassio.

La coltivazione, a semina autunnale, avviene su terreno arato superficialmente e seminato a file distanti 80 cm circa. La raccolta si esegue manualmente a metà giugno, le piante sono raggruppate in piccoli fasci e lasciate essiccare all’aria aperta per 5-8 giorni fino alla separazione del seme, che è eseguita meccanicamente.

http://www.fondazioneslowfood.com/it/presidi-slow-food/lenticchia-di-villalba/

 

 

 

IL FAGIOLO COSARUCIARU DI SCICLI

 

 

Risultati immagini per fagiolo cosaruciaru scicliLa città di Scicli, nella parte sud orientale della Sicilia, è uno splendido esempio di tardo barocco, segnalato nella lista del Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. La sua economia si fonda quasi totalmente sull’agricoltura intensiva, come tutta la pianura ragusana, le cui primizie orticole hanno fatto la fortuna di questa provincia, la più ricca dell’isola. E ancora agrumi, olio, carrube, vino, mandorle, coltivati in campi delimitati da file ordinate e infinite di muretti a secco che ricamano tutto l’altipiano degli Iblei e che derivano da spietramenti fatti nel corso dei secoli. Le pietre chiare dissotterrate dai campi sono state usate nel tempo dai contadini per dividere le proprietà e creare recinti per i pascoli. Oggi delimitano colture agricole variegate: dagli ulivi posti nei terreni più calcarei, ai mandorli allevati nei terreni alluvionali, per arrivare ai carrubi centenari, un altro spettacolo unico degli Iblei.

Un fagiolo dolcissimo

Accanto alle colture più ricche, un gruppo di agricoltori sciclitani ha custodito anche un fagiolo: il cosaruciaru (in dialetto “cosa dolce”) che si riconosce per via del suo colore bianco-panna con piccole screziature marroni intorno all’ilo.

Risultati immagini per fagiolo cosaruciaru scicli

 

La sua coltivazione risale all’inizio del ’900, quando il cosaruciaru, detto anche “casola cosaruciara”, aveva il suo peso nell’economia agricola locale. Al tempo gli era riservata un’area speciale, le cannavate, fatta di terreni alluvionali, freschi e permeabili, localizzati lungo il torrente Modica-Scicli.

I coltivatori – detti ciumarari, da ciume (cioè fiume, in siciliano) – nel periodo del raccolto lo portavano in città sui carrettini e lo vendevano ai negozianti locali spuntando un buon prezzo. Allora si vendeva in grandi sacchi presenti in tutti i negozi di alimentari della città. Poi è quasi totalmente scomparso e solo alcuni affezionati contadini lo hanno coltivato nei propri orti per non perdere la possibilità di mangiarlo in una buona zuppa di verdure, o con le cotiche.

Il cosaruciaru è una pianta annuale non rampicante con due cicli produttivi di cui uno primaverile – estivo, che serve a produrre seme fresco per la semina del periodo autunnale. Il territorio sciclitano è complessivamente di poco superiore ai 100 metri di altitudine, ed è facile che qui si sviluppino attacchi di tonchio, con il raccolto primaverile si evita questo rischio. Per avere la massima garanzia in questo senso, i coltivatori praticano un trattamento a freddo del seme secco raccolto invece dalla metà di ottobre a novembre.

Stagionalità

Il fagiolo cosaruciaru si raccoglie dalla metà di ottobre a novembre, essiccato si trova in commercio tutto l’anno.

http://www.fagiolocosaruciaru.com/il-fagiolo-cosaruciaru-di-scicli/

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FAGIOLINO

I fagiolini appartengono alla specie Phaseolus vulgaris e sono fagioli “mangiatutto” dei quali viene consumato previa cottura il baccello immaturo.

Esistono diverse tipologie:

Boby, dal baccello verde intenso, lungo, a forma tendenzialmente cilindrica, è la tipologia maggiormente diffusa. Esistono linee nane e rampicanti e si possono distinguere in base alla larghezza massima dei baccelli in tre classi:-molto fini (larghezza non superiore a 6 mm)-fini  (larghezza non superiore a 8 mm)-medi (larghezza non superiore a 9 mm);

Cornetti, il cui baccello ha sezione cilindrica ma è curvo, possono essere sia verdi che gialli.

Piatti, dalla forma piatta del baccello molto caratteristica. Appartiene a questa tipologia il fagiolo “Meraviglia di Venezia”di colore giallo, molto apprezzato per il gusto delicato, e il fagiolino “Marconi” così chiamato in onore dell’inventore del telegrafo in quanto privo di “fili”, caratteristica molto apprezzata dai consumatori.

In Italia viene coltivato principalmente in Emilia Romagna, Veneto, Lazio, Piemonte e Sicilia.

I fagiolini sono molto poco calorici e sono fonte delle fibre necessarie a garantire un transito intestinale normale. Contengono soprattutto la vitamina C, ottimo antiossidante indispensabile per proteggere i tessuti connettivi, e la vitamina B9, necessaria per la crescita e la riproduzione cellulare.

Per queste loro caratteristiche sono altamente raccomandate alle donne che desiderano avere un figlio, ai bambini e a tutti coloro il cui organismo è sottoposto a un alto rinnovamento cellulare (crescita, convalescenza, ecc.).

I fagiolini migliori sono quelli giovani, in quanto sono teneri e privi di filamenti laterali. Per assicurarvi che siano buoni controllate che la loro consistenza sia soda, ma morbida: infatti, se spezzati, devono rompersi di netto e produrre un rumore secco.

Perfetti per le diete, possono anche essere un ingrediente di sapore in piatti gustosi come lo sformato di patate. Fate lessare le patate e schiacciatele ancora calde in una ciotola. Lessate poi i fagiolini per 10 minuti in acqua bollente. Soffriggete della cipolla tagliata a fette in una padella con due cucchiai d’olio, unite i fagiolini e fateli insaporire. Mettete fagiolini e cipolle nella ciotola con le patate, incorporatevi delle uova sgusciate, il prezzemolo, l’aglio, il sale e il pepe. Rivestite una pirofila con carta da forno inumidita e spennellata con dell’olio e rovesciatevi all’interno il composto. Fate cuocere in forno per un’ora circa e servitela a fette una volta che si sarà raffreddata. Buono a sapersi, no?

https://www.bonduelle.it/verdure/fagiolino/

 

 

carciofo, cavolfiore, broccolo;

 

 

CAVOLO RAPA DI ACIREALE "TRUNZU DI ACI"

Le Brassicacee sono una grande famiglia di piante erbacee ubiquitariamente presenti in tutto il mondo, comprese le regioni polari; ne fanno parte il cavolo cappuccio, i cavolini di Bruxelles, i broccoli, il cavolo verza, il cavolfiore rosso, il cavolo rapa e altri.

 La varietà di nostro interesse oggi è il cavolo rapa o cavolo Trunzu di ACI, presidio Slow Food, una varietà di cavolo particolarmente semplice da riconoscere grazie alla sua parte edule, dove presenta delle striature violacee comune a molti ortaggi coltivati nella zona (luoghi limitrofi il vulcano Etna). Il curioso nome attribuitogli, deriva da un appellativo che i catanesi  utilizzano in maniera scherzosa nei confronti degli abitanti di ACI.

La sua comparsa e presenza sui mercati locali risale alla prima metà del 900 e perdura fino agli anni 40, dove lascia spazio alle produzioni più redditizie; subito a ridosso del dopoguerra, a causa della migrazione e della diminuzione delle aree coltivabili, questa coltivazione si riduce a circa un ettaro nella zona del catanese, per spostarsi nel ragusano.

Oggi è una varietà molto ricercata e le produzioni intensive mettono a rischio le caratteristiche intrinseche di questo alimento, in quanto le brassicacee mostrano una straordinaria capacità di raccogliere e fissare nei propri tessuti i minerali presenti nel suolo, questo non esclude i metalli pesanti (cromo, piombo, arsenico, cadmio ecc) eventualmente presenti in terreni non idonei; questo dovrebbe spingerci ad assicurarci la provenienza di tali ortaggi, ed in questo la condotta è motivo di selezione e di scelta.

Le caratteristiche nutrizionali di questo alimento, lo rendono eccellente per chi vuole mantenersi in forma, in quanto il basso apporto calorico (solo 27 Kcal per 100g di prodotto!) ci permette un suo consumo frequente e quotidiano. Contribuisce efficacemente contro le ulcere gastro duodenali (grazie alla presenza del fattore U, ovvero glutammina)  e apporta cospicue quantità di fibre (quindi ottimo potere saziante), minerali e vitamina C e B6, ma dato sicuramente più importante, è la sua azione preventiva nei confronti di alcune tipologie di tumori.

 Questa sua azione sembra essere associata oltre che alla presenza di polifenoli, anche ai glucosinati, isotiocianati e gli indoli, sostanze fortemente termolabili che si degradano facilmente con la cottura. Il consiglio?  Cuocere il meno possibile questi ortaggi e con poca acqua!

Andrea Busalacchi

Esperto in nutrizione e Docente di Integrazione nutrizionale presso le Università Bicocca di Milano, di Catania e il CONI.

http://www.cronachedigusto.it/archiviodal-05042011/393-qui-slow-food/10848-il-cavolo-trunzu-di-aci-un-rimedio-per-prevenire-i-tumori-.html

 

 

 

 

ortaggi da frutto: cetriolo, carosello, zucchina, zucca, peperone, melanzana, fagiolino, pomodoro;

LE PROPRIETÀ BENEFICHE DELLE ZUCCHINE

Un piccolo frutto in genere poco appariscente, raccolto quando nemmeno è ancora giunto a maturazione, che per un appassionato di cucina può rivelarsi un tesoro. La zucchina, ortaggio apparentemente modesto, in realtà ha il potenziale per essere una protagonista della tavola. Può essere servita cruda, fritta, grigliata, cotta al vapore, lessata; offre un fiore apprezzatissimo anche ripieno e in pastella; regala forme che variano da quella cilindrica a quella tonda, perfetta per le ricette che prevedono ripieni, e colori che spaziano dal verde smeraldo al bianco al giallo. Dal punto di vista del benessere, è composta principalmente d’acqua, ha pochissime calorie, offre vitamine A e C e tanto potassio.

La Cucurbita Pepo fa parte della famiglia delle Cucurbitacee, che comprende altri orteggi come cetriolo e zucca e frutti come cocomero e melone; come buona parte degli esemplari di questa famiglia la pianta è annuale con fusto erbaceo strisciante o rampicante, teme il freddo, necessita di clima mite e di una posizione aerata e soleggiata. I fiori sono maschili, e si sviluppano a parte su un tralcio proprio, e femminili, presenti sul frutto. Poiché le zucchine si riproducono per impollinazione naturale, è bene fare attenzione a non raccogliere troppi fiori maschili (quelli usati in cucina) per scopi alimentari.

Distinguendo le varietà a seconda della forma dei frutti, le più diffuse sono le zucchine lunghe, di forma cilindrica. Appartengono a questa categoria diversi cultivar, che possono essere distinti innanzitutto dal colore: le sfumature spaziano dal verde molto scuro o smeraldo, come lo zucchino di Milano, a quello più chiaro, come nel caso della zucchina romanesca, fino a sbiadire come per la zucchina bianca o gialla. La superficie può presentarsi liscia o fortemente scanalata, la forma può essere nettamente cilindrica o tendente al piriforme. Alla categoria delle zucchine tonde appartiene, ad esempio, la Tonda di Firenze; come detto, sono varietà adatte a ricette che prevedono ripieni. Le patisson infine sono di origine francese e hanno una forma molto particolare, lobata, e un gusto più deciso.

 

Le zucchine in cucina

Le zucchine sono un frutto primaverile, ma ormai sono presenti in commercio quasi tutto l’anno. Quando si scelgono occorre controllare che siano freschissime, perché le zucchine non hanno una lunga resistenza: devono essere sode, la buccia deve avere un colore brillante e deve essere priva di ammaccature, il fiore non deve presentare segni di appassimento. È bene scegliere zucchine piccole, poiché presentano meno semi. La buccia può essere consumata insieme al frutto, a meno che non presenti peli di una consistenza spinosa; di per sé non sono segno di scarsa qualità dell’ortaggio, tutt’altro, ma possono risultare sgradevoli al palato e quindi vanno eliminati. I fiori che in genere si usano nelle fritture non sono quelli che si trovano all’estremità della zucchina, femminili, ma quelli che si sviluppano lungo un gambo proprio, maschili. Vanno sempre privati del pistillo prima di essere cucinati; in genere vengono fritti in pastella, secondo ricette tradizionali diffuse in varie località, come Roma o Napoli. Possono anche essere in parte riempiti di un ripieno, come mozzarella e filetto di acciuga.

Le zucchine possono essere consumate crude, ad esempio tagliate a julienne e inserite in un’insalata mista; possono essere tagliate in lungo e grigliate, anche dopo una leggera marinatura; possono essere tagliate a rondelle e fritte, e in questo caso sono un condimento eccellente per la pasta, come gli spaghetti, un ingrediente perfetto per una frittata ma anche un ottimo contorno a sé. Occorre ricordare che le zucchine assorbono molto i condimenti, quindi se ad esempio vengono fritte le naturali doti di leggerezza e alta digeribilità verranno modificate. La cottura che le mantiene più leggere è quella a vapore; possono anche essere lessate.

Le zucchine tonde o piriformi possono essere scavate e riempite con un ripieno, che può contemplare sia altre verdure sia carne o formaggi; questo ortaggio si sposa benissimo anche con il pesce. Le zucchine possono anche essere utilizzate per una versione alternativa della parmigiana, al posto delle melanzane, e naturalmente possono essere inserite nei minestroni e nelle zuppe, tenendo presente che hanno tempi di cottura molto rapidi.

 Proprietà salutari

Le zucchine sono composte per circa il 95 per cento d’acqua; per questo sono indicate sia a scopo diuretico sia nelle diete ipocaloriche, poiché presentano pochi zuccheri, pochissimi grassi e poche calorie. Anche l’apporto di proteine vegetali è però estremamente scarso; le fibre sono presenti ma non in grande quantità.

In linea di massima le zucchine sono molto facilmente digeribili, anche se è necessario tenere presente che sulla digeribilità incide il metodo di cottura scelto, poiché assorbono molto i condimenti. Sono comunque consigliate per chi ha problemi digestivi e tendono anche a regolare problemi intestinali.

Tra le vitamine, sono presenti la A e la C e alcune vitamine del gruppo B; tra i minerali spicca il potassio, ma ci sono anche fosforo, calcio, ferro e manganese.

Valori nutrizionali

Cento grammi di zucchine crude contengono quasi il 95 per cento d’acqua, tra 1 e 1,5 grammi di proteine e circa l’equivalente di carboidrati, mentre i grassi si attestano sullo 0,1 circa. Non è presente colesterolo. Le fibre sono poco più dell’1 per cento, per un totale di circa 11 kcal.

Le zucchine contengono molto potassio; sono presenti vitamina A, C e acido folico.

http://www.benessere.com/dietetica/arg00/zucchine.htm

 

 

OTTO INTERESSANTI VARIETÀ

Un tempo, quando venivano essenzialmente impiegati per realizzare contenitori, i frutti della lagenaria erano conosciuti come zucche da vino, zucche dei pescatori, zucche dei pellegrini, zucche a borraccia e chiamati in vari altri modi.

Della Lagenaria siceraria esistono e si coltivano numerose varietà, che si distinguono tra loro per la forma dei loro  

Tra le numerose varietà reperibili in commercio ricordiamo soprattutto Lagenaria siceraria «longissima» , i cui frutti si utilizzano in cucina quando sono ancora molto teneri e lunghi circa 30-40 cm. Di questa lagenaria si possono usare La lagenaria, un’insolita zucca dai molteplici utilizzi.

La coltivazione di questa zucca, originaria dell’Asia tropicale, sta destando tra gli appassionati grande interesse in questi ultimi anni.

Le giovani zucche possono essere utilizzate allo stato fresco in cucina, oppure, una volta mature ed essiccate, per realizzare contenitori per acqua e oggetti di vario tipo.

Si coltiva come tutte le altre zucche ed è ideale da far crescere su pergole e recinzioni anche i teneri germogli per preparare zuppe o sughi per pasta. Questa varietà è ideale, per la sua particolare vigoria, da far crescere su pergole, recinzioni e strutture simili; le piante, infatti, abbelliscono tali strutture con il loro bel fogliame e la cascata di frutti che producono, che a completo sviluppo

Otto interessanti varietà di lagenaria sono raggiungere la lunghezza di un metro e anche più. La Lagenaria siceraria «longissima» è coltivata diffusamente in Liguria, Sicilia, Campania e in diverse altre regioni del nostro Meridione; al Nord si può coltivare in tutte le zone in cui è presente la zucca tradizionale.

La Lagenaria siceraria a fiasco  è la più tipica e caratteristica lagenaria, con la parte basale arrotondata (15-20 cm di diametro) e collo rigonfio.

La Lagenaria siceraria a bastone (3) presenta invece frutti cilindrici non molto lunghi (30-40 cm) e piuttosto ingrossati (10-12 cm di diametro).

La Lagenaria siceraria a collo di cigno (4) si distingue per i frutti a collo ripiegato e per la buccia di colore verde intenso, con marezzature e striature chiare. Questa varietà è molto apprezzata a scopo ornamentale per la caratteristica forma e per l’insolito ed originale colore della buccia dei frutti, che raggiungono una lunghezza di circa 25-30 cm.

La Lagenaria siceraria a collo stretto (5) presenta frutti con base rigonfi a (15-20 cm di diametro) e collo cilindrico stretto.

La Lagenaria siceraria a collo rigonfi o (6) presenta frutti con base rigonfi a (15-20 cm di diametro) e schiacciata e collo rigonfi .

La Lagenaria siceraria a borraccia (7) presenta frutti schiacciati, molto larghi alla base (30-35 cm di diametro) e collo assai corto, più o meno ripiegato; raggiunge una lunghezza di circa 20-25 cm.

La Lagenaria siceraria a pera (8) presenta frutti a forma di pera (30-35 cm diametro alla base) di colore verde molto chiaro o variegato.

 

 

LAGENARIA

La lagenaria è una pianta erbacea annuale, di rapida crescita, dal fusto ramificato, che può raggiungere i 5-6 metri lunghezza; in sostanza il suo aspetto è abbastanza simile a quello delle altre zucche.

Le foglie, quasi cuoriformi, presentano un bel colore verde intenso.

I fiori, sia maschili che femminili, sono bianchi, portati dalla stessa pianta ma in posizioni diverse (si tratta cioè di una pianta monoica); da quelli femminili si sviluppano le zucche.

Lagenaria Longissima

 

I frutti sono inizialmente di colore verde chiaro, di consistenza tenera, ma ben presto la buccia diventa durissima, coriacea ed impermeabile, anche se piuttosto sottile. Quando sono secchi sono leggerissimi, con interno cavo, scarsa polpa e semi coriacei.

La lagenaria si coltiva come le altre zucche, avviando la coltura tramite semina in piena terra, da effettuare verso la fine di aprile.

 https://it.wikipedia.org/wiki/Prodotti_agroalimentari_tradizionali_siciliani

 

GERMOGLI DI Lagenaria Longissima, cosiddetti TENERUMI  (Taddi di cucuzza)

 

Con l’arrivo dell’estate è inevitabile nei mercati una vera e propria invasione di zucchine di ogni tipo: verde scuro, verde chiaro, romanesche, col fiore, tonde, a trombetta, lunghissime… c’è veramente l’imbarazzo della scelta. Ma se avete un vostro contadino di fiducia cui rivolgervi, oltre alle zucchine chiedetegli se vi fornisce i “tenerumi”, ovvero le foglie e i germoglietti della pianta di zucchina, chiamati anche “càddi ri cucùzza” in Sicilia, “talli di zucca” in Campania o “ciùmm du cùcozz” in Puglia. Non tutte le foglie potrebbero essere però chiamate così, in quanto i veri “tinnirùma” sono quelli delle zucche lunghe o zucche serpente, della specie Lagenaria Longissima. Diffusissime in Sicilia, vengono coltivate facendole arrampicare su sostegni in modo che i frutti, che arrivano anche alla lunghezza di oltre 2 metri, crescano con la possibilità di pendere dall’alto ben dritti, da cui l’altro nome della Lagenaria Longissima che è “zucca a pergola”.

La sua storia affonda nella notte dei tempi, e non per modo di dire: prime tracce di questa specie risalgono a ritrovamenti datati oltre 7000 anni a.C. tanto che pare sia stata la prima specie di zucca conosciuta al mondo, coltivata dai Fenici e usata in India e in Africa per la realizzazione di strumenti musicali. I tenerumi sono fra gli ingredienti principali di quella “cucina di sopravvivenza” che, nei periodi di povertà, portava a far tesoro di ogni parte commestibile della pianta.

 

 

 

 

 

 

 

Sei le varietà di pomodoro più commercializzate in Sicilia

 

Tra oltre 7 mila varietà di pomodoro esistenti, anche se appena 50 quelle in commercio, in Sicilia si contano 6 tipologie che vanno per la maggiore. «Il clima dell’Isola – spiega Giuseppe Fiorilla, agronomo e produttore di Cava d’Aliga, nel territorio di Scicli – favorisce la produzione di pomodori tutto l’anno».

 

CILIEGINO. Pomodori piccoli, tra i 10 e i 30 grammi, e sono riuniti in grappoli che ne portano un numero variabile da 10 a 25. «Una delle tipologie più conosciute – spiega l’esperto –, anche se negli ultimi due anni ha perso il primato di cui godeva perché sul mercato ne sono state introdotte delle varianti ottime per l’esportazione e la grande distribuzione in termini di durata e resistenza, ma meno buone per gusto».

 

PICCADILLY O MINI PLUM. Ciliegino leggermente affusolato, più appuntito. Tra le varietà quella che ha preso il sopravvento è la Pixel. «La sua quota di mercato è in aumento – dichiara Fiorilla – soprattutto se pensiamo che sta varcando i confini meridionali, trovando consensi anche al Nord». Se a maturazione completa, quindi di colore rosso, il pixel è ottimo per insalate, salse e conserve.

 

DATTERINO. Hanno le dimensioni di un’oliva e si vendono in cestini da un peso massimo di 500 grammi, il prezzo è più elevato. «Prodotto di nicchia, dolcissimo – spiega l’agronomo –, consumato da contorno o in cocktail, novità degli ultimi anni».

 

SAMMARZANO. Allungati e grandi, sono pomodori da insalata se consumati a maturazione intermedia, dunque con un colore che sfuma nell’arancione. A maturazione completa sono ottimi per i pelati.

 

POMODORO TONDO. Dimensioni di una piccola mela, di colore rosso. Il suo consumo è diminuito: «Lo si adopera soprattutto nelle catene di fast food per condire gli hamburger», sottolinea Giuseppe Fiorilla.

 

CUORE DI BUE. Comprende i pomodori ricci, affusolati nella parte superiore. Prevalentemente invernali, in Sicilia prodotti nella zona di Vittoria. «Da consumare subito dopo l’acquisto – conclude l’esperto – perché si deteriorano presto. Ottimi per insalate».

http://ragusa.gds.it/2013/08/03/sei-le-varieta-di-pomodoro-piu-commercializzate-in-sicilia-278934_172872/

 

ortaggi da bulbo: cipolla, aglio, scalogno, porro, cipollotto.

 

AGLIO ROSSO DI NUBIA

Il nome deriva da una piccola contrada di Paceco (Trapani) – la zona della sua coltivazione storica – e dal colore. L’area di produzione comprende il comune di Paceco, parte del comune di Trapani, Erice, la zona settentrionale di Marsala e Salemi: in tutto circa 90 ettari. Ma attualmente se ne coltivano circa 15, generalmente in asciutta, in terreni scuri e argillosi e in rotazione con il melone, le fave e il grano duro. Si semina tra novembre e dicembre (a volte anche in gennaio) e si raccoglie fresco nel mese di maggio, oppure a giugno, essiccato in parte sui campi. La raccolta va effettuata la sera – nelle giornate più calde occorre attendere addirittura il calare della notte – perché le foglie, essendo più umide, consentono il lavoro manuale di intreccio dei bulbi.

L’aglio Rosso di Nùbia ha un bulbo costituito mediamente da dodici bulbilli, le tuniche esterne bianche e quelle interne di colore rosso vivo. Secondo la tradizione viene confezionato in trecce molto grandi (di cento teste ciascuna) e appeso ai balconi oppure sistemato in cantine o magazzini.A seconda del diametro del bulbo, la trizza si chiama cucchia rossa (50 mm), corrente (40 mm), cucchiscedda (30 mm) o mazzunedda (20-25 mm).Da qualche anno, per andare incontro alle esigenze del mercato, si producono trizze con una sola treccia e un numero inferiore di bulbi (da 10 a 50) ed un cestino formato da soli 4 bulbi. Il Presidio ha riunito i produttori (tutti molto piccoli) sulla base di un disciplinare di produzione comune e di un marchio che garantisca provenienza e qualità dell’aglio. Il sapore dell’aglio rosso di Nùbia è particolarmente intenso, grazie al suo contenuto di allicina, nettamente superiore alla media (sono stati fatti confronti dalla Facoltà di Agraria di Palermo con le principali varietà nazionali). Nella cucina trapanese è ingrediente cardine di alcune delle preparazioni tipiche più importanti. In primo luogo la pasta con il pesto alla trapanese (a base di aglio pestato, basilico, mandorle, pomodoro, olio extravergine, sale e pepe), piatto povero che, in dialetto, si chiama appunto pasta cull’àgghia, cioè all’aglio. E quindi il celebre cuscus di pesce.

Nubia è una piccola frazione di Paceco (TP) fondata nel 1500 da sempre la sua economia si è basata sulle saline e sulla coltivazione dell’aglio rosso. I nubioti, prevalentemente popolo di contadini, si sono tradizionalmente dedicati alla coltivazione dell’aglio rosso di Nubia, tanto da far acquisire a Nubia la denominazione dialettale di “u paisi di l’agghi” cioè il paese dell’aglio. Tale coltivazione viene ancora oggi praticata con metodi tradizionali che si sono perpetuati nel tempo che vanno dall’attenta selezione dei bulbilli, alla tecnica di coltivazione rispettosa dell’ambiente, all’ impianto e raccolta manuale fino alla fase di asciugatura e intrecciatura.

  Presidio sostenuto da Regione Siciliana Assessorato Regionale Agricoltura e Foreste

http://www.fondazioneslowfood.com/it/presidi-slow-food/aglio-rosso-di-nubia/

 

 

 

 

CAROTA NOVELLA DI ISPICA

La Carota novella di Ispica IGP (Daucus Carota L. sub specie Sativus Arcangeli) appartiene al gruppo della carota rossa semilunga nantese: è definita “novella” perché raggiunge la maturazione commerciale già dalla fine di febbraio fino all’inizio di giugno.

La zona di produzione è circoscritta ai comuni di Ispica, Pozzallo, Vittoria, Acate, Ragusa, Modica, Chiaramonte Gulfi, Comiso, Santa Croce Camerina, Scicli (questi ultimi sei centri solo una parte dei loro territori) in provincia di Ragusa; di Pachino, Portopalo di Capo Passero, Rosolino e Noto (in parte) nella provincia di Siracusa; di Caltagirone (in parte), in provincia di Catania, e di Niscemi (in parte) in provincia di Caltanissetta. Questo territorio è caratterizzato da temperature medie invernali elevate, elevato irraggiamento solare (Pachino, Pozzallo e Ispica sono le città più assolate d’Italia), terreni di medio impasto tendente allo sciolto, talvolta al sabbioso, con buona dotazione di elementi nutritivi e con buone caratteristiche di profondità e freschezza.

 

 

Le caratteristiche morfologiche più importanti sono la forma cilindro-conica, l’assenza di radichette secondarie e radice apicale, l’aspetto lucido dell’epidermide, l’uniformità di colore, l’assenza di fessurazione del fittone, il calibro minimo di 15 millimetri e 50 grammi di peso e massimo di 40 millimetri e 150 grammi di peso. Quanto alle caratteristiche fisiche, vanno ricordate la polpa tenera e il cuore poco fibroso. Infine, tra quelle chimiche-nutrizionali, il contenuto in lucidi, beta-carotene e sali minerali.

Tra le varietà coltivate si ricordano: Exelso, Dordogne, Nancò, Concerto, Romance, Naval, Chambor e Selene.

I terreni destinati alla coltivazione della carota vengono arati e preparati circa un mese prima della semina, che viene eseguita in autunno, a seguito di periodi di rotazione di tre anni (nella foto a destra, piantine di carote novelle). La coltivazione può essere avvicendata con altri ortaggi, cereali e leguminose. Il disciplinare ammette due interventi di concimazione, uno di base prima della semina e uno di copertura. Inoltre, sono ammessi interventi di sarchiatura per eliminare le erbe infestanti.

La raccolta viene effettuata giornalmente, a partire da febbraio e fino a giugno, mediante macchine raccoglitrici in grado di separare la carota dal suo apparato fogliare. In seguito, le carote vengono lavate, selezionata, calibrate, confezionate e quindi commercializzate.

http://www.suoloesalute.it/carota-novella-di-ispica-igp/

 

 

 

 

 

SUSINE BIANCHE DI MONREALE

 

Il susino, insieme agli agrumi – arance e mandarini in particolare – è una delle coltivazioni tradizionali della Conca d’oro insieme a gelsi, nespoli, fichi: un tempo nei giardini intorno a Palermo se ne contavano più di 10 varietà e un testo descrittivo del Seicento di Francisco Cupani (Hortus Catholicus, 1696) si trovano riferimenti precisi alla "bruna di cori janchi e niure". Fino a cinquanta, sessanta anni fa questa zona era un enorme frutteto interrotto da poche case di villeggiatura ma l’espansione edilizia di Palermo, dopo aver occupato la costa, ha invaso l’entroterra e ha cancellato buona parte degli agrumeti e dei frutteti cantati dai poeti del Grand Tour.

 E insieme alle coltivazioni sono scomparse anche le susine "incartate" che riempivano in autunno le bancarelle dei mercati di Ballarò e della Vuccirìa. Con l’incartatura, praticata dopo la raccolta, le susine più tardive, le ariddu di core, si conservavano fino a Natale. Le donne di casa confezionavano i frutti in lunghi salamini di carta velina, uno ad uno, ben chiusi e legati con lo spago. Ogni salamino di carta conteneva una decina di susine. Le appendevano in un luogo fresco e i frutti si disidratavano e si raggrinzivano, conservando però intatti profumi e sapori per i pranzi delle feste.

 

 

Le susine bianche di Monreale sono piccole, a buccia giallo chiara e dolcissime: una varietà si chiama sanacore, perché un’antica credenza le attribuiva anche valori curativi, l’altra si chiama ariddu di core (ovvero: seme a cuore) per la forma caratteristica del seme che richiama il cuore. La sanacore si raccoglie a partire dalla prima decade di luglio fino alla metà di agosto, la ariddu di core invece è tardiva e particolarmente zuccherina: i frutti, che piegano fino a terra i rami degli alberelli, si raccolgono dalla metà di agosto fino ai primi di settembre. Entrambe sono delicatissime: durante la raccolta è necessario manipolarle il meno possibile per non intaccare la pruina, ovvero la patina bianca che le ricopre, e non si deve staccare il peduncolo. Non è semplice: uno dei problemi degli agricoltori è trovare infatti braccianti esperti per la raccolta.

Le susine bianche sono state recuperate grazie a un lavoro di ricerca sul germoplasma autoctono siciliano curato dal Dipartimento di Colture Arboree dell’Università di Palermo ma è la passione di alcuni frutticoltori più anziani che ha conservato nel tempo gli alberelli delle antiche varietà di susine, alcuni dei quali hanno ben più di una trentina d’anni. La maggior parte delle piante di ariddu di core è conservata invece in un unico fazzoletto di verde circondato da costruzioni e cemento nel comune di Monreale.

Le susine si raccolgono da luglio a settembre, il prodotto trasformato e reperibile tutto l’anno.

http://www.fondazioneslowfood.com/it/presidi-slow-food/susine-bianche-di-monreale/

 

 

Susine dell'Etna

 

 

Nel massiccio etneo la cerasicoltura riveste un ruolo rilevante estendendosi dalle aree rivierasche a circa mille metri di altitudine.

Il ciliegio si presenta raramente con impianti specializzati, bensì si trova più frequentemente in coltura consociata con altre specie arboree: dal limone nelle prime propaggini collinari, alla vite o altre drupacee o pomacee alle quote più elevate, con piante disposte irregolarmente o a filari lungo linee di confine tra appezzamenti limitrofi. Presente nel territorio in maniera sparsa sin dal XVII secolo, oggi la sua presenza si rileva più diffusamente sul versante orientale dell’Etna, trovando la sua più elettiva localizzazione nelle aree collinari. Presente a macchia di leopardo, in alcune zone caratterizza l’economia agraria dei singoli territori, particolarmente Giarre e Mascali in bassa collina, nonché a quote più elevate Santa Venerina, Trecastagni, Viagrande e Zafferana Etnea.

 

 

Nell’ambito di tali aree esso assume connotati differenti soprattutto in riferimento alle varietà e quindi all’epoca di maturazione e alle caratteristiche dei frutti. Nelle zone a quote più basse la coltura si esprime prevalentemente con cultivar a maturazione precoce; i mercati sono infatti molto interessati alle ciliegie delle varietà Maiolina, Maiolina a grappolo e Napoleone precoce. Altrettanto apprezzate, fino alla piena estate, sono le ciliegie dei territori di Viagrande, Trecastagni e comuni limitrofi, di cultivar a polpa dura, tra cui le rinomate Mastrantonio o Ciliegia di don Antoni, Napoleona, Raffiuna e numerose altre. Uno dei connotati caratterizzanti la cerasicoltura dell’Etna appare infatti la notevole ricchezza del patrimonio varietale; questa è espressione della antica coltivazione della specie, della necessità di consociare accessioni diverse per poter superare i frequenti fenomeni di autoincompatibilità, della esigenza di adattare la specie ad ambienti microclimatici differenziati, della opportunità di articolare temporalmente i calendari di maturazione e di offerta del prodotto. Tale privilegio viene ulteriormente esteso in virtù del gradiente altitudinale del territorio investito a questa coltura, che se da un lato consente di ampliare il periodo di offerta dei frutti di una singola varietà, dall’altro permette di intercettare interamente il calendario anticipando le varietà precoci o ritardando le tardive.

Nel contesto della valorizzazione della cerasicoltura etnea, un ruolo importante è rivestito anche dal recente conseguimento della denominazione DOP “Ciliegia dell’Etna”, che prevede la Ciliegia di Don Antoni come unica varietà, distinguendosi per la bassa acidità associata alla croccantezza e ad un buon tenore zuccherino dei frutti.

 

 

 

DON ANTONIO o MASTRANTONIO o RAFFIUNA

 

La DOP Ciliegia dell’Etna è attribuita ai frutti del ciliegio dolce “Prunus avium L.”, famiglia delle Rosaceae. La coltivazione del ciliegio, nell’area considerata, fa riferimento all’ecotipo Mastrantonio/i nota anche come Donnantonio o Raffiuna di Trecastagni.

Si presenta di colore rosso brillante, di pezzatura medio-grossa, croccante all’esterno, una polpa molto compatta all’interno e peduncolo lungo.

Zone di produzione: Comuni di Giarre, Riposto, Mascali, Fiumefreddo di Sicilia, Piedimonte Etneo, Linguaglossa, Castiglione di Sicilia, Randazzo, Milo, Zafferana Etnea, S. Venerina, Sant’Alfio, Trecastagni, Pedara, Viagrande, Nicolosi, Ragalna, Adrano, Biancavilla, S. Maria di Licodia, Belpasso, Aci S. Antonio, Acireale, in provincia di Catania. Maturazione Giugno/luglio.

www.ciliegiaetna.blogspot.it

 

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NAPOLEONA

 

La ciliegia Napoleona precoce è la seconda per diffusione nel territorio etneo, si trova per lo più consociata alla cultivar Don Antoni di cui è considerata un impollinatore anche se fiorisce in leggero anticipo. Le piante, di media grandezza hanno portamento aperto, le foglie grandi e di forma ellittica, margine seghettato e picciolo lungo, intensamente pigmentato; i fiori raggruppati in corimbi a gruppi di 2 o 3, sono grandi e hanno petali arrotondati e accavallati, la fioritura sempre abbondante avviene tra fine marzo e inizio aprile; i frutti singoli o a coppie sono di dimensioni medio-grandi, hanno forma tronco conica, il colore della buccia rosso cupo tendente al nero. La polpa di media consistenza, succosa, dolce e leggermente acidula, è molto gradevole, si presta bene sia al consumo fresco che alla preparazione di conserve. La maturazione avviene tra la terza decade di maggio e la seconda decade di giugno.

 

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ETNA, IL POSTO DELLE CILIEGIE

Mastrantonio, Raffiuna, Napoleona e Maiolina La piattaforma del gusto nasce sotto il vulcano

 

La Ciliegia dell’Etna va alla conquista dei mercati nazionali ed esteri e dei consumatori. Ottenuto, pochi mesi fa, il marchio Dop, l’associazione e il consorzio dei produttori proseguono a ritmo serrato le attività di promozione e divulgazione, ponendosi nuovi e ambiziosi obiettivi.Su più di 530 ettari, nella provincia di Catania, gli alberi autoctoni di ciliegio riempiono il paesaggio di fiori e profumi, dal litorale a ben oltre mille metri d’altezza. La Dop è stata ottenuta dalle varietà Mastrantoni, Napoleone, Raffiuna e Maiolina. La produzione cerasicola etnea raggiunge mediamente le 1.300 tonnellate, interessando circa dodici comuni. Un universo dalle grandi potenzialità. Proprio per dare rappresentanza e voce univoca al settore è nata quattro anni fa l’associazione produttori della Ciliegia dell’Etna, che ha subito cominciato a stilare protocolli d’intesa con numerosi entilocali: Giarre prima, Trecastagni, Zafferana, Sant’Alfio, Linguaglossa, Milo,Fiumefreddo di Sicilia, Piedimonte Etneo e il Parco dell'Etna poi.«L’associazione, che riunisce 25 operatori,sta progredendo a piccoli passi — spiega il presidente Ivana Sorge — ma purtroppo scontiamo la mancanza di una mentalità che spinga all’unificazione delle forze.

Al Nord la maggior parte degli operatori è consorziata, qui lo sono in pochi:probabilmente perché non si comprende bene il tesoro che si ha per le mani. I protocolli, al momento tredici ma altri ce ne sono da sottoporre alla firma, fanno sì che l’ente ci riconosca unici interlocutori per la diffusione del marchio Dop della ciliegia dell’Etna».Dell’associazione fanno parte piccoli e grandi operatori, da quelli con 70-100 piante fino a quelli con 500-1000 piante. «I primi — aggiunge Sorge — sono ovviamente i più propensi ad associarsi perché si rendono più facilmente conto della forza che deriva dalla collaborazione». Da tempo l’associazione realizza un tour per coinvolgere altri operatori e il prossimo anno conta di raddoppiare gli associati. Ad affiancarla, in questa impresa, c’è il Consorzio per la tutela della Ciliegia dell’Etna, costituito nel marzo 2004. Il presidente è Salvino Barbagallo, già assessore regionale, produttore per passione, per sua stessa ammissione affascinato dai colori e dai profumi delle ciliegie: «Il consorzio punta a completare la filiera integrando anche i trasformatori. Intanto il prossimo anno partiremo con la commercializzazione, passo per il quale aspettavamo il marchio Dop. Quindi verrà perfezionato il protocollo di produzione e nascerà anche un bollettino con i dati sulla produzione». Il consorzio continua ad attirare soprattutto i produttori che, avendo altre attività, vogliono comunque mettere a frutto il terreno: il conferimento del prodotto al consorzio è in tal senso una garanzia. «Per avere il nostro prodotto — dice Barbagallo ci cercano da tutte le parti. La “Metro”, per esempio, è stata la prima catena con la quale abbiamo firmato un contratto. Naturalmente questo è un primo passo, una volta a regime potremo iniziare a correre. Ecco perché i produttori sostengono che la cerasicoltura abbia ottime prospettive. E perché puntano con fiducia all’espansione dei mercati di sbocco dei prodotti».

Gli obiettivi del Consorzio sono sintetici e precisi: la riconversione dei numerosi terreni abbandonati sull’Etna; un incentivo per quanti decidano di impiantare ciliegie nell’area etnea; una condizione di tranquillità nella commercializzazione del prodotto; la crescita occupazionale nell’ambito produttivo, ma anche in prospettiva in quello della trasformazione (confettura e non solo). Ovviamente non mancano le minacce, riconducibili essenzialmente alla concorrenza, non sempre leale, degli altri Paesi del Mediterraneo. «Alle banchine del porto di Catania ma anche di Palermo — osserva il presidente del Consorzio — arrivano ciliegie nordafricane e turche, spesso commercializzate come ciliegie dell’Etna. Si tratta di concorrenza sleale, anche perché grazie al costo di produzione irrisorio vengono vendute a 50 centesimi». Ed è per questo motivo che il consorzio pensa di istituire un ufficio di vigilanza, così da arginare simili fenomeni. (O.V.)

E Trecastagni diede i natali al caratteristico “Don Antonio”.

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LE ALTRE SIGNORINE

 

Cirasa bianca - è una cv rara nel territorio etneo, si  differenzia dalle ciliegie rosse oltre che per il colore dei frutti, anche per quello delle foglie e dei rami che hanno una tonalità più chiara. L’albero di medie dimensioni ha portamento aperto ed elevata densità di ramificazione; le foglie sono grandi, di forma ellittico lanceolata e hanno margine dentato; i fiori sono grandi e hanno petali ondulati, di forma arrotondata e accavallati, la fioritura va dalla II decade di aprile; i frutti sono piccoli, di forma tronco conica, il peduncolo è lungo, la buccia è di colore giallo, la polpa è mediamente consistente, il sapore è dolce e poco contrastato. Epoca di maturazione seconda decade di giugno.

Cirasuni - Cultivar di cui sono presenti solo pochi esemplari nel versante sud-est dell’Etna, le piante hanno portamento semi assurgente, con media densità di ramificazione, le foglie di media dimensione hanno margine crenato e picciolo medio, i fiori hanno petali arrotondati, accavallati e margine intero fioriscono tra la III decade di marzo e la I di aprile; i frutti di media pezzatura hanno buccia rossa su fondo giallo, la polpa, mediamente succosa e consistente, ha buon sapore; matura contemporaneamente alla cultivar Don Antoni tra la III decade di giugno e la I di luglio.

Gabbaladri - Questa cultivar recentemente segnalata deve il suo nome al fatto che anche a piena maturazione presenta frutti con colorazione giallo-rosata ed elevata acidità; ciò li rende meno soggetti al furto perché ritenuti acerbi. La pianta ha portamento ricadente ed elevata densità della chioma, le foglie hanno forma ellittica, media dimensione e margine crenato; i fiori, sono di media dimensione con petali arrotondati, accavallati e con margine intero; fioriscono nella I decade di aprile, i frutti di forma sferico appiattita, maturano nella II metà di giugno, sono di media pezzatura e mediamente consistenti.

Genovese -  in dialetto “Ginuisa”, è commercialmente poco rilevante, sono presenti singoli esemplari sparsi nel territorio. L’albero ha portamento semi-assurgente e media densità della chioma, le foglie hanno forma ellittico lanceolata e margine crenato; il fiore presenta petali arrotondati, accavallati e margine intero; caratteri interessanti sono la conservabilità in frigo e la resistenza al trasporto. Il frutto è piccolo, di forma tronco conica con peduncolo corto, la buccia è di colore rosso, la polpa mediamente consistente, dolce e acidula, il gusto gradevole.

Minnulara - Cultivar poco diffusa, se ne conserva qualche esemplare perché è considerata impollinatore di Don Antoni. L’albero, di media dimensione, ha portamento ricadente e media densità della chioma; le foglie hanno forma ellittico lanceolata, margine crenato e picciolo corto, i fiori piccoli con petali arrotondati, fioriscono nella I decade di aprile; i frutti sono piccoli di forma ovoide con buccia di colore rosso scuro, di consistenza dura, poco succosi, dolci con retrogusto di mandorla amara, maturano dalla III decade di giugno.
Puntalazzese - Questa cultivar, di recente segnalazione, è stata reperita nel territorio di Puntalazzo, frazione del comune di Mascali, da cui prende il nome. La pianta ha portamento ricadente ed alta densità di ramificazione, le foglie sono di media dimensione, di forma ellittica e hanno margine seghettato; i frutti sono di media pezzatura, di forma sferoidale, di colore rosso scuro; la polpa è molto dura e poco succosa. Maturazione tardiva.
Sampitrisa - Cultivar poco diffusa, sono presenti piante isolate nel versante orientale del territorio etneo. La pianta, di medio sviluppo, ha portamento assurgente con densità di ramificazione media, le foglie sono piccole, di forma ellittico-lanceolata e hanno margine dentato e picciolo corto; i fiori hanno petali arrotondati, accavallati e margine inciso, i frutti di forma tronco-conica sono molto piccoli, hanno buccia di colore rosso scuro, peduncolo corto e seme piccolo. È una cultivar tardiva, fiorisce nella II decade di aprile e matura a fine giugno, molto serbevole
Toscana - Cultivar interessante anche se poco diffusa, di buona produttività, precoce e di sapore gradevole. L’albero è di medio sviluppo con portamento assurgente ed elevata densità della chioma, le foglie sono ellittiche, larghe con margine crenato e picciolo lungo; i fiori sono grandi, con petali arrotondati e accavallati. Frutti di pezzatura media, forma sferica e peduncolo corto, hanno buccia di colore rosso scuro tendente al nero, la polpa è tenera, succosa, aromatica, leggermente aspra. Fiorisce tra fine marzo e inizio aprile, matura nella I decade di giugno.

 

 

 

 

 

 

 

CHINOTTO

 

L'agrume CHINOTTO (citrus aurantium myrtifolia) è originario della Cina da cui il nome.

Gli Europei e specificatamente i Portoghesi ne vennero a contatto nel XVI secolo. Nella città-colonia di Goa in India, dove diedero all'albero questo nome in quanto già gli Indiani non lo consideravano locale bensì originario delle zone del Sud-Est Asiatico e in maniera estensiva della Cina.

L'interesse era dovuto al fatto che da tale frutto si ricavava una importante e odorosissima essenza per profumi; non solo ma la presenza di moltissime sostanze antiossidanti lo rendeva adatto alla conservazione sui velieri di allora su lunghissimi tragitti, come fonte di vitamine per gli equipaggi.

Fu ben presto importato in Europa dove si acclimatò sulle sponde del Mediterraneo e dove fu usato per entrambi gli scopi summenzionati.

ChinottiLa sua presenza nelle aree della Turchia, della Siria, e del Mar Nero è dovuta invece alla coltivazione che ne fecero i Turchi solo ai fini di estrazione dell'essenza profumiera. In quegli anni si cominciò a mangiare il Chinotto con molto zucchero, oppure candito o anche spremuto come bevanda.

Se nel XVIII sec. la coltivazione del Chinotto era diffusa un po per tutto il bacino del Mediterraneo, a partire dall'800 la coltivazione si riduce notevolmente vuoi per la difficoltà della coltivazione (crescita lenta, raccolti scarsi in caso di siccità, morte della pianta in caso di gelate, scoperta di succedanei più conservabili per i viaggi in mare etc.), vuoi per la tendenza a privilegiare gli agrumi più direttamente commestibili.

StalinAttualmente la coltivazione del Chinotto è completamente scomparsa dalla Penisola Iberica, dalla Provenza, dal Nord Africa nonché all'Est dalla Turchia e dalla Siria.

È significativo il fatto che in Francia gli alberi di Chinotto siano rintracciabili ormai solo nella zona di Nizza (che fino al 1860 faceva parte dell'Italia); rimane una coltivazione rara ma presente in Georgia sulle coste del Mar Nero specialmente intorno alla capitale Tblisi.

Può sembrare strano ma Stalin fu uno dei più grandi estimatori del chinotto. Questo probabilmente derivava dalla sua origine georgiana (in Georgia il chinotto è ampiamente coltivato). Si dice anzi che li mangiasse al naturale aggiungendo solo un poco di zucchero. Secondo i georgiani questo era il segreto della sua invidiabile forza fisica anche in tarda età.

In Italia alla fine della II guerra mondiale la coltivazione dei Chinotti era presente solo in Liguria (da Ventimiglia fino a Nervi) e in Sicilia.

Oggi rimane coltivato in maniera industriale solo nella provincia di Savona (da Albenga a Savona) con un picco di produzione nella zona compresa da Pietra Ligure a Finale Ligure.

In Sicilia lo si ritrova sporadicamente solo nella zona di Taormina Allo stato attuale la Liguria rimane insieme alla Georgia l'unica zona dove la pianta del Chinotto cresce spontanea fuori dal suo areale asiatico.

La produzione di Chinotti in Liguria si aggira sui 500 q.li annui con tendenza all'aumento per una specifica politica di tutela da parte della Provincia di Savona ed conferito quasi totalmente a industrie locali (viene consumato candito, sotto maraschino, come marmellata, estrazione dell'essenza).

È curioso notare che la produzione riportata per la Georgia è praticamente uguale a quella Ligure (ca. 510 q.li per l'anno 2004).

http://www.arciconfraternitadelchinotto.org/storia.htm

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Il limone, profumo da gustare

 Il Limone (dall’arabo limun) è una pianta sempreverde della fam. Rutacee originaria dell’Asia orientale, introdotta nella regione mediterranea dagli Arabi intorno al 1000. È un piccolo albero a foglie alterne, ovate, coriacee, lucide,con brevi spine forti e rigide sui rametti lignificati. I fiori sono isolati, talvolta accoppiati in mazzetti, piuttosto grandi, localizzati all’ascella delle foglie, di colore bianco sfumato di rosso porpora. Il Limone a differenza dell’arancio, che trova diffusione in tutti i Paesi agrumicoli è coltivato principalmente in Italia, Spagna, Turchia, U.S.A., Grecia, Cile, Argentina e Sud Africa.. E’ una specie molto sensibile al freddo, al caldo ed all’umidità. Le zone predilette sono quelle costiere della Sicilia, della Calabria e della Campania. A differenza dell’arancio può rifiorire durante tutto l’anno, anche se vi sono varietà più o meno rifiorenti.

 Una prima fioritura si ha da marzo a giugno dando luogo al limone primo fiore con raccolta in settembre-ottobre ed al limone a frutto autunnale o invernale (marsani, limoni e limoni biacuzzati) con raccolta da novembre a maggio.

 Una seconda fioritura si ha da giugno alla fine di luglio per dare luogo ai limoni bianchetti (o biancuzzi o maiolini) con raccolta febbraio-maggio. Una terza fioritura, a seguito anche della pratica della forzatura, si può avere da agosto ad ottobre per dare luogo alla fine di aprile ai maggiolini e da maggio a settembre ai verdelli, agli agostani ed ai bastardi. Per semplicità distingueremo tre principali produzioni: limoni, bianchetti e verdelli. Le prime produzioni dei limoni (o frutto autunnale e invernale) si chiamano primo – fiore.

 

LIMONI BIANCHETTI

 

In Italia vengono coltivate numerose selezioni clonali di «Femminello», il «Monachello» ed alcune cultivar locali («Interdonato»,

«Sfusato amalfitano», «Limone diMassa», ecc.). La «Eureka» e la «Lisbon» rappresentano olre il 90% degli impianti di limoni californiani. La «Verna»  (con raccolta a febbraio-luglio) e la «Mesero» (o «Fino»: con raccolta ad ottobre-febbraio) sono pressoché le uniche cultivar diffuse in Spagna.

 Le poche cultivar meritevoli di diffusione in Sicilia sono: «Femminello comune», «Femminello comune apireno», «Femminello incappucciato», «Femminello siracusano», «Femminello a Zagara bianca», «Interdonato» e «Femminello Scandurra»Femminello: Di origine sconosciuta coltivata da epoca remota in Sicilia e da cui attraverso mutazioni gemmarie si sono originate numerose selezioni clonali mediamente («S. Teresa», «a zagara bianca», «incappucciato», «sfusato di Favazzina», «Quattrocchi» «Scandurra») o poco tolleranti al «malsecco» («comune», «siracusano») e con caratteristiche morfologiche e bio-agronomiche più o meno diverse.

 Attualmente è diffusa soprattutto in Sicilia (Catania, Palermo, Siracusa, Messina) e in Calabria (Reggio Calabria). La pianta è di vigore debole («Quattrocchi»), medio («comune», «a zagara bianca», «apireno Continella», «sfusato di Favazzina»), mediamente elevato («S. Teresa» e «incappucciato») ed elevato («siracusano») con portamento assurgente, espanso («a zagara bianca», «apireno Continella»), o globoso («Quattrocchi»), resistente ai venti, con produttività costante ed elevata., con foglie ellittiche con apice leggermente arrotondato, con picciolo corto e robusto.I fiori sono riuniti a grappoli e singoli, di grandezza media, polline in quantità media, con un’incidenza più o meno rilevante di fiori abortiti e malformati. I frutti, trattandosi di cultivar rifiorente, caratteristica che si mantiene costante anche nelle varie selezioni clonali, si distinguono, nell’ambito delle produzioni che si verificano durante l’annata, limoni o frutti invernali (dalla metà di settembre al maggio successivo), bianchetti (da febbraio a maggio), maggiolini, verdelli agostani e bastardi (dalla fine di aprile a settembre)

 Le prime produzioni di limoni denominate primofiore, raggiungono quotazioni tanto più elevate quanto più la raccolta è precoce. I frutti sono di pezzatura media un po’ in tutte le cultivar e soprattutto per limoni e verdelli, con la sola eccezione della qualità «Continella» per la quale essi sono di piccola pezzatura. Nell’ambito delle varie produzioni i bianchetti sono di pezzatura più elevata (da medio-grossi a grossi). La superficie della buccia è a grana fine o finemente papillata un po’ in tutte le selezioni, a grana media e grinzosa nella qualità «S. Teresa», di colore giallo nei limoni, giallo chiaro nei bianchetti e verde scuro nei verdelli. La buccia va da sottile a media nei limoni e nei verdelli, spessa nei bianchetti e in ogni caso sottile nella «Continella». La base è arrotondata nei limoni e nei verdelli, di solito troncata nei bianchetti. La polpa molto succosa nei limoni, mediamente succosa nei bianchetti e nei verdelli, anche se tutte le produzioni sono molto succose in «Continella» e in «Scandurra». L’acidità è in ogni caso più elevata nei limoni, meno nei bianchetti ed ancor meno nei verdelli. Semi abbondanti un po’ in tutte le selezioni, pressoché assenti nella qualità «Continella» e «Scandurra». S/A = 1,1-1,36, più elevato nei bianchetti che nelle altre produzioni. Persistenza del frutto maturo sulla pianta elevata.Interdonato: E’ un ibrido di origine sconosciuta, diffuso nei luogo di origine (versante jonico messinese) con buona tolleranza al mal secco. La pianta è vigorosa ed assurgente con chioma poco densa, poco rifiorente e foglie: ellittiche-oblunghe, grandi, ottuse, con bordi ondulati. Fiori medio – grandi, più isolati che raggruppati, tendenza all’aborto del gineceo media, polline medio-abbondante. Il frutto è di pezzatura abbastanza grossa, allungato, cilindrico con umbone conico, succo non abbondante. Maturazione precoce (settembre-ottobre).

http://www.bonvivre.ch/2011/08/fiori-e-piante/il-limone-profumo-da-gustare.html

 

 

 

 

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Con l'anguria Nikas F1 Cora Seeds va oltre il Mediterraneo

Cora Seeds, azienda sementiera italiana che svolge attività di breeding e commercializzazione delle principali specie da orto presenti sul mercato italiano, vanta nel proprio assortimento la mini anguria Nikas F1, la quale ha ricevuto ampi consensi in Italia da parte dei produttori, dei consumatori e dei commercianti con un consolidato market share in tutta la Penisola.

Per le suo progetto di produzione in Senegal, la OP Francescon ha preferito la mini anguria Nikas F1 in comparazione ad altri prodotti; l'esperienza e l'intuizione dell'azienda le hanno permesso di capire subito i vantaggi genetici della varietà.

Il Plus Valore del prodotto può essere sintetizzato in 6 punti: Spessore della buccia che permette il trasporto anche a lunghe distanze senza alterazioni interne ed esterne del frutto simile ad un'anguria triploide.

 

Polpa soda e compatta con pochissimi semi interni e sempre croccante. Microseeds, detti anche "mangiabili" di dimensioni di circa 4mm, esattamente la metà di quelli presenti in molte mini angurie oggi disponibili sul mercato.

Rusticità, come la capacità di sopportare altissime temperature (come quelle del mese di gennaio in Senegal con massime attorno ai 40 C).

Qualità: al rifrattometro la misurazione si aggirava attorno agli 11°Brix.

Produzione e pezzatura: la produzione è stimata su 60 ton/ha, con range di pezzatura 2-2,5 kg (6/7 frutti per box) per circa 85-90% della produzione totale e 10-15% di 2,5-3,5 kg di sovrappeso (4/5 frutti per box).

Cora Seeds ringrazia personalmente Bruno Francescon e il sig. Silvano Chieregati, responsabile del progetto, per la fiducia accordata. I responsabili Cora Seeds commentano: "Vista la positiva esperienza, confidiamo nel prossimo futuro di offrire loro il nostro know how e collaborazione per svolgere altri ambiziosi progetti."

 Nikas F1

Tipo: Mini anguria seeded (microsemi)

Peso: 2 kg molto regolare

Frutto: Rotondo con striatura verde scuro con pochi e piccoli semi

Polpa: Rossa molto croccante e dolce (Brix 12,5)

Note: Pianta medio vigorosa molto produttiva ideale per Export e GDO

 Web: www.coraseeds.com

 

 

MINI ANGURIA GIALLA

 

ARAGONA (AG) - All'esterno il cocomero si presenta identico al più famoso cugino rosso. Eppure tagliando a metà l'anguria, potreste trovarla decisamente più... pallida! Niente paura, si tratta soltanto della variante dorata del frutto estivo più amato, soprattutto nelle zone del sud. Il gusto di questa particolare anguria gialla è abbastanza simile a quello del cocomero rosso, anche se secondo alcuni intenditori la versione paglierina sarebbe ancora più dissetante. In Sicilia questa varietà di frutto viene coltivata nelle zone di Aragona. Proprio dal comune dell'Agrigentino proviene l'anguria dell'immagine che vi proponiamo. E' stata prodotta dall'azienda agricola di Carmelo Tararà ed è venduta dal ristorante Lo Sperdicchio di Aragona.

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La mini anguria gialla è un frutto freschissimo (che pesa circa 6/7kg) gustoso e bellissimo da vedere. È ricca di antiossidanti e di vitamina C e povera di calorie. Rinfrescante e zuccherina è ideale per essere gustata al naturale o per realizzare squisite marmellate e dolci irresistibili. Scorri la pagina per scoprire i valori nutrizionali e tante fantastiche ricette da realizzare.

L’anguria è una pianta appartenente alla famiglia delle Cucurbitacee. Il periodo in cui dà i suoi frutti sono quelli estivi, da maggio ad agosto, ma grazie alle coltivazioni in serra è disponibile tutto l’anno. Nella versione più esotica che ci sia, l’anguria, o come è stata ribattezzata dai più creativi, il coco-ananas, è la piccola anguria dalla polpa gialla proveniente da un innesto naturale ideato nel lontano Giappone ma seminata e coltivata in Italia, in particolare in Sicilia e Basilicata. La presenza di acqua nel cocomero dalla polpa gialla è molto più elevata, raggiunge infatti il 95% rispetto al totale, risultando per questo, anche al più profano dei consumatori, più rinfrescante e dissetante.

Proprietà e benefici dell' anguria gialla

Un toccasana per la circolazione e la salute delle ossa. La presenza di Vitamina A e di numerosi antiossidanti fanno la differenza in questo frutto. Grazie a queste caratteristiche, infatti, la retina e tutto l’occhio, ricevono numerosi benefici. Anche le ossa e la circolazione, grazie a questo alimento, hanno la loro razione di benefici per merito delle numerose proteine che agiscono attivamente nel nostro organismo.

Infine, e non in ordine di importanza, c’è da tenere in considerazione che l’anguria, in tutte le sue specie, è un’efficace antibatterico e aiuta il nostro organismo a tenere il necessario livello di PH.

Il suo interno tendenzialmente più croccante di quello a polpa rossa e il suo sapore non troppo distante né dall’ananas né dal fico d’india, rendono la mini anguria gialla un frutto dal sapore raro e particolare. La sensazione che lascia sulle papille gustative non è troppo dissimile da quella lasciata dai chicchi di kiwi – anche se, intendiamoci, con il kiwi non ha niente a che fare – ma la sua caratteristica rinfrescante e zuccherina, la rende piacevole e ricercata. Non è raro infatti vedere chi inizia a mangiarne una fetta per poi permettersi un bis o addirittura un tris.

Per quanto riguarda l’aspetto, invece, è nettamente più piccola di quella rossa. Raramente infatti raggiunge pesi elevati e, la buccia, decisamente molto simile, ha spesso colori verdastri più scuri ed omogenei.

La parte bianca interna, che solitamente nella rossa conosciamo come non edibile e fastidiosa alla masticazione, in quest’innesto è molto più sottile, per questo, la polpa, è molto più vicina alla buccia e verso l’esterno ha dei caratteri più forti. Per quanto riguarda i semini, invece, le caratteristiche variano a seconda del raccolto, ma sicuramente il quantitativo non è elevato essendo il frutto di dimensioni non troppo grandi.

Come già accennato stiamo parlando di un frutto che è quasi al 100% composto da acqua. Le calorie, per ovvie ragioni, sono quindi bassissime e il valore energetico è quasi da non considerarsi rispetto alla razione media necessaria al nostro organismo.

Essendo piena di antiossidanti e proteine, sono da mettere in evidenza le vitamine contenute al suo interno: A e C. I carboidrati per 100 grammi di prodotto sono 7,50% di cui l’80% zuccheri.

Per questo accennavamo che il ritenerla nociva ai diabetici è solo un inutile luogo comune. Per questo consigliamo di stare tranquilli, la mini anguria gialla è da considerare un frutto amico.

 

 

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Nel ricco assortimento della frutticoltura etnea il pero rappresenta la specie più importante sia in termini di diffusione che per numerosità delle varietà coltivate nel tempo.

La cospicua entità del suo germoplasma nel territorio etneo e, più in generale, siciliano è testimoniata dalle opere del Cupani e del Nicosia che, nel XVIII secolo descrivevano ben 77 varietà e sotto varietà, di cui alcune tutt’oggi presenti. La sua diffusione capillare sul territorio era favorita in passato dall’innesto sul perastro, presente allo stato spontaneo, di varietà locali. Oggi la pericoltura nel massiccio etneo si differenzia nei due versanti occidentale ed orientale per aspetti varietali e colturali: nel primo versante, particolarmente nel territorio di Bronte, la coltura si caratterizza per una maggiore specializzazione, è generalmente irrigua e costituita da nuovi impianti coltivati con forme di allevamento che consentono una elevata densità; anche nei comuni di Biancavilla e Ragalna si trovano impianti specializzati, più frequentemente allevati a vaso ed in asciutto. Le innovazioni varietali hanno visto la progressiva sostituzione delle varietà Coscia e Butirra con altre alloctone (Abate Fetel, Conference, Decana del comizio,  cc.).

Il versante orientale, in particolar modo nei territori di Trecastagni, Zafferana etnea, Sant’Alfio e Milo, si distingue per una pericoltura più frequentemente in consociazione, spesso con il melo, impianti generalmente di età adulta coltivati in asciutto nella tipica forma a vaso; queste condizioni di coltivazione più tradizionale consentono di riscontrare una più ampia biodiversità con la presenza di diverse accessioni locali. Questa tipologia colturale, basata su piante sparse o su impianti promiscui, è in notevole regressione ed in alcune zone può ritenersi del tutto scomparsa. Ciò determina rischi di erosione genetica delle numerose varietà locali cui la coltura ha fatto tradizionale riferimento.

La ricchezza di tale patrimonio è comunque ancora notevole; le indagini confermano che la pericoltura dell’Etna è ancora ricca di numerose accessioni a frutto medio o medio-piccolo tra le quali risulterebbero esclusive, o quasi, Buccadama, Chiuzzu, Falcuneddu, Ialofru, Iazzolo, Iazzuleddu, Moscatello, Rosa, Sanamalati etnese, Savino, Spineddu, Ucciarduni. Esse coprono per intero, quanto ad epoca di maturazione, il periodo compreso tra giugno e ottobre, senza contare le cultivar i cui frutti richiedono il passaggio in fruttaio dove maturano durante il pieno inverno; numerose altre cultivar locali non esclusive del territorio etneo sono presenti.

Rappresentato è il gruppo delle cosiddette perine (San Giovanni, Rosa, Facci bedda e Moscatello) i cui piccoli frutti sono conosciuti ed apprezzati sui mercati locali.

 

LE VARIETA' PIU' DIFFUSE IN QUESTO MESE

 

FALCUNEDDU  - Le pere Falcuneddu dette anche Farcuneddu o Fraccuneddu sono le più piccole e le più precoci tra le perine. Sono presenti soprattutto nella zona bassa del territorio etneo come piante singole nei frutteti o nei vigneti. Le piante hanno portamento eretto, media vigoria e sono molto produttive; le foglie sono lanceolate di dimensione medio-piccola con picciolo medio; i fiori, di media dimensione, hanno petali di forma ovale larga, separati e sbocciano nella I decade di aprile. I frutti estremamente piccoli hanno buccia gialla con sfaccettatura rossa intensa, la polpa è di colore crema, croccante, delicatamente profumata poco zuccherina, con cellule sclerenchimatiche. La raccolta si fa tra la I e la II decade di giugno.

IALOFRU - Cultivar di media diffusione anche al di fuori dell’areale etneo. Il frutto è di piccola pezzatura (perina) con sovraccolore aranciato-rosso e matura nella prima quindicina di agosto. L’albero ha portamento espanso e media densità della chioma; le foglie hanno forma subrotondeggiante e margine crenato; i fiori di media grandezza hanno i petali ovali e separati, fioritura nella I decade di aprile. I frutti hanno forma turbinato-troncata con peduncolo di media lunghezza e spessore, inserito dritto rispetto all’asse, la buccia non presenta rugginosità; la polpa è bianca, granulosa, dolce di buon sapore. Esiste un’altra varietà dal nome simile “Ialufreddu” che, sebbene di dimensioni simili, matura nella seconda quindicina di giugno.

SAN GIOVANNI - Cultivar diffusa e conosciuta in tutto il territorio per la sua precocità. L’albero è vigoroso, con portamento fastigiato e media densità della chioma; le foglie hanno forma subrotonda, margine crenato e picciolo medio; il fiore presenta petali ovali, accavallati con margine intero, la fioritura avviene nella I decade di aprile. ll frutto è una classica perina, piriforme con peduncolo di media lunghezza e spessore inserito obliquamente rispetto all’asse; ha buccia sottile di colore giallo-verde con sovraccolore rosso, rugginosità assente; polpa bianca,dolce, succosa e leggermente aromatica. Si raccoglie nella II decade di giugno e si consuma subito dopo, scarsa l’attitudine alla conservazione.

 

Fonte: Antichi frutti dell'Etna, di C. Bonfanti, A. Continella, A. Gentile, S. La Malfa

 

  

PERA COSCIA DI RIBERA

 

Si è radicata e sviluppata nel territorio Riberese poiché nello stesso il cultivar trova le migliori condizioni pedoclimatiche che permettono alle piante di garantire al meglio quelle caratteristiche organolettiche proprie della varietà.

La Pera Coscia di Ribera si contraddistingue per le sue qualità organolettiche,la sua dolcezza ed il sapore unico che ne fanno un prodotto molto rinomato e ricercato.

La scarsa produttività e gli elevati costi di produzione hanno convinto i produttori della zona a propendere per la coltivazione degli agrumeti, per cui scarsa è oggi la superficie destinata a impianti di "pereto".

L'epoca di maturazione cade nella prima decade di luglio. Il frutto è di media pezzatura (mm.75 x mm.54), piriforme, con peduncolo medio, carnoso, diritto o leggermente ricurvo; la buccia è sottile, liscia, di colore verde chiaro-giallastra, talvolta con zone screziate di rosso (parte esposta al sole); spesso la forma ed il colore provengono dagli impollinatori presenti sul terreno (Spadone estiva, Gentile, Abate Fètel).

La polpa è bianca, fondente, fine, succosa, zuccherina e leggermente aromatica, e dal sapore dolce e delicato. Viene innestata normalmente sul cotogno.

Preferibilmente la pera va consumata fresca e a temperatura ambiente; inoltre, al fine di evitare l'eventuale marciume dovuto all'eccessiva maturazione,va conservata a basse temperature. Oltre ad essere considerato un eccellente frutto da tavola,può essere utilizzata per la preparazione di di piatti freddi accompagnati da formaggi piccanti, macedonie ,dolci,confetture e succhi. Nonostante la varietà non si presti bene alla cottura può essere consumata previa ebollizione in acqua con l ’aggiunta di zuccheri e aromi, ottima per l’alimentazione dei bambini fin dallo svezzamento.

La pera è ricca di sostanze zuccherine , specialmente di fruttosio, ideale per la dieta, proprio per l’apporto calorico alquanto ridotto; per questo motivo è consigliata anche ai diabetici o a chi vuole limitare l’apporto di calorie senza rinunciare al sapore dolce del frutto. E' ricca di fibra, elemento indispensabile nella dieta umana , che contribuisce a limitare il livello di zucchero nel sangue, aiuta il funzionamento dell’ apparato digerente, riduce il rischio di cancro, abbassa il livello di colesterolo nel sangue. Altro elemento che troviamo nella pera è il potassio,importante per la salute umana poiché, sopratutto per chi pratica sport, facilita la contrazione muscolare.

Il periodo di maggiore produzione ricade nei mesi di Luglio-Agosto, quando il prodotto raggiunge le migliori caratteristiche per colore, dimensione e sapore.

La commercializzazione comincia a partire dal 10 di Luglio e si protrae sino al mese di Settembre.

 http://www.valdiverdura.com/pere-coscia-ribera

 

 

 

 

I Grani Antichi Siciliani

 I grani antichi siciliani sono tutte quelle varietà che venivano coltivate prima dell'avvento dei nuovi grani creati in laboratorio, come il Creso.

 Oggi si stanno riscoprendo grazie al lavoro della Stazione Sperimentale Consorziale di Granicoltura di Caltagirone e di coltivatori e molini che credono nella riscoperta dei tesori agroalimentari della nostra terra.

 I grani antichi siciliani hanno delle caratteristiche organolettiche e di sapore che li rendono ideali per proporre una cucina tradizionale filologicamente corretta e dalle proprietà salutistiche tali da renderli necessari nella nostra dieta. Sono la scelta ideale per chiunque voglia mangiare sano e con gusto, anche dagli intolleranti al glutine, grazie alla loro alta digeribilità ma non adatti ai celiaci.

La Sicilia è la regione d'Italia che presenta la maggiore varietà di microclimi e tipologie di suolo. Come un piccolo continente, racchiude tutte le caratteristiche ambientali del bacino Mediterraneo.

Considerata in passato il granaio di Roma oggi è divenuta il granaio d'Italia.

Le particolari condizioni pedoclimatiche dell'isola hanno permesso il diffondersi di numerose varietà di frumento, se ne contano oltre cinquanta, per la maggior parte duri e semiduri e pochi teneri, tutti con caratteristiche eterogenee che rappresentano una parte di pregio del patrimonio della biodiversità agroalimentare della regione.

La diffusione delle varietà di grano moderne, con una resa per ettaro più elevata, ha portato alla graduale scomparsa dai campi delle popolazioni di frumento tradizionali.

Oggi, esigenze legate al gusto e alla riscoperta della tradizione e dei suoi prodotti hanno portato alcuni agricoltori, molitori e trasformatori al recupero delle antiche varietà di grani, dei molini a pietra e delle antiche ricette per offrire ai consumatori prodotti della tradizione fedeli ai sapori di una volta.

Grazie al lavoro di conservazione dei semi e dell'eredità culturale agricola della Stazione Consorziale Sperimentale di Granicoltura di Caltagirone è stato possibile ripopolare le campagne con i grani della tradizione che vengono coltivati in biologico o al naturale, grazie alle loro caratteristiche di rusticità e robustezza e sono oggi disponibili nel nostro mulino le farine molite a pietra di Grani Antichi Siciliani delle popolazioni Timilia, Russello, Perciasacchi, Margherito, Realforte, Senatore Cappelli, Maiorca e ogni giorno cerca di aumentare l'offerta di varietà autoctone con l'intento di un recupero filologico dei sapori e delle ricette.

 

 

(campagna di Raddusa (foto Nino Gemmelaro)

 

Timilie

Le Timilie, erano anticamente diffuse in tutta la Sicilia, in maggiore concentrazione nella provincia di Siracusa ai confini con quella di Catania come riporta Ugo de Cillis nel suo i “Frumenti Siciliani” del 1942. Conosciuta con i nomi di Tumminia, Diminia, Tummulia, Riminia, Marzuolo, il grano Timilia ha raste nere o bianche. Unico popolazione a ciclo breve, poteva essere seminato in periodo tardivo, tra la fine di febbraio e gli inizi di marzo. Veniva conservato come grano di emergenza per essere piantato nel caso che le condizioni di piovosità o siccità non avessero permesso la semina in autunno o in inverno delle altre varietà. Molto produttiva e resistente alle malattie garantiva una buona raccolta. La farina di Timilie la troviamo in molte miscele di pane tipici siciliani come il pane nero di Castelvetrano che deve il suo colore bruno alla presenza, appunto, della Timilia e il pane di Monreale dove era presente in proporzioni variabili del 25% o del %50.

La farina di Timilia molita a pietra si presta alla preparazione di prodotti da forno.

I prodotti ottenuti hanno un caratteristico colore bruno. Famoso il pane di Castelvetrano e i pani di Tumminia in purezza diffusi in tutta la Sicilia, dal particolare colore scuro brunato che rende immediatamente riconoscibile i prodotti ottenuti da questa farina che grazie alla sua capacità di trattenere l'umidità si conserva per molti giorni.

Ottima farina anche per la pastificazione dalla quale si ottengono prodotti dalle ottime caratteristiche nutritive e dal gusto gradevole al palato. Le paste di Tumminia si adattano a tutte le prepazioni.

Oggi la farina integrale di Tumminia è molto apprezzata per le caratteristiche nutrizionali e per l'alta digeribilità. Nelle sue caratteristiche tecniche è evidente la sua bassa forza indicata dal valore W.

Russello

 Il Russello è una popolazione di grano duro che negli anni '30 si diffonde in tutta la Sicilia. Coltivato in modo particolare nella provincia di Agrigento e Caltanissetta, dove veniva conosciuto con i nomi: Russulidda, Tangarò, Tangarog, Gigante rosso, Russia. Il Rusello è una varietà che arriva dalla Russia ma non ci è dato sapere come arriva in Sicilia, deve il suo successo alla resistenza alla stretta e alla sua costanza nella produzione. Secondo un'indagine condotta nel luglio 1940 da Montemartini e Ciferri, nella provincia di Agrigento, Caltanissetta ed Enna le superfici di grano coltivato a Russello erano rispettivamente il 38, il 67, il 37 %. Il grano e la farina di questa varietà sono di pregio ed hanno incontrato il favore dei contadini nella parte centrale della Sicilia dove sostituisce in pochi anni le varietà locali. Insieme alla Timilia è stato trovato in alcuni campi dove ancora veniva coltivato da contadini legati alla tradizione e che ne gradiscono la qualità della farina. 

La farina di Russello è riconoscibile dalla colorazione chiara che varia a seconda dell'andamento delle annate fino a diventare quasi bianca tendente al rossastro grazie alla presenza della crusca che mantiene costante il suo colore.

Ha ottime qualità tecnologiche che permettono di ottenere un impasto facile da lavorare con una buona plasticità e una buona forza. Il pane di Russello è molto apprezzato per il suo sapore e per l'aroma invitante e persistente, riconoscibile dalla crosta del caratteristico colore rossastro. In alcune aree della Sicilia questo grano non è stato soppiantato dalle varietà moderne.

La farina di Russello è ottima per la preparazione della pasta che risulta compatta e corposa, dal sapore gradevole che si sposa bene a qualsiasi sugo e si presta a tutte le preparazioni. Ottima per la preparazione delle lasagne e dei cannelloni.

Come tutte le farine di grani antichi, anche quella di Russello risulta facilmente digeribile.

(campagna di Raddusa (foto Nino Gemmelaro)

Perciasacchi

Conosciuto come Farro Lungo, Perciavisazzi, Gnolu, Farrone, Settecentanni. Troviamo memoria delle coltivazioni di questa popolazione nei primi anni dell'800 nel “Giornale del Viaggio fatto in Sicilia” nel 1809 dall'Abate Paolo Balsamo, tra i grani coltivati in collina cita il Farro. Unico dei Turanici presenti in Sicilia, De Cillis in “I Frumenti Siciliani” ci dice che veniva coltivato in provincia di Catania, Enna, Messina, Palermo, Ragusa, Siracusa.

Dal grano Perciasacchi si ottiene una semola di elevata qualità, ottima per la preparazione della pasta e dei prodotti da forno quali pane, pizza e brioche. Gli impasti di questa farina sono facili da lavorare. La farina di Perciasacchi ha ottime qualità tecnologiche che la rendono pregiata.

Maiorca

La Maiorca, uno dei pochi grani teneri siciliani, la troviamo coltivata in molte zone della Sicilia già nei primi anni del XIX secolo. Era piantata come terza nella rotazione, cioè dopo il grano duro, poiché predilige terreni poveri. Veniva coltivata su terreni preferibilmente calcarei e poco ricchi per evitare che si allettasse. La sua paglia è tenace e per questo non veniva data agli animali.

La sua farina era molto ricercata per la sua elevata qualità, con la quale si producevano pane fino e biscotti. È poco produttiva e per questa ragione veniva pagata allo stesso prezzo dei grani duri. Era l'unico grano tenero autunnale coltivato in Sicilia. Poco produttiva e dalla spiga senza ariste la troviamo coltivata negli anni '40 in tutta la regione come apprendiamo da Ugo De Cillis.

La farina di Maiorca si presenta chiara, quasi bianca. Ha ottime qualità tecnologiche e si presta bene alla preparazione di prodotti per la pasticceria e da forno. Buoni il pane e la pizza di Maiorca in purezza o miscelata, ottimi i dolci che risultano più saporiti. Come tutti i grani antichi la farina integrale ha una maggiore forza e il sapore della crusca è molto gradevole. Ottima per la preparazione di prodotti a lunga lievitazione, come i panettoni. Oggi può benissimo prendere il posto delle farine 0, 00 o per brioche con l'aggiunta di un notevole apporto di sapore e di nutrimenti.

 

Senatore Cappelli

La varietà di grano Senatore Cappelli nasce all'inizio del novecento da una selezione fatta dal genetista Nazzareno Strampelli presso il Centro di Ricerca per la Granicoltura di Foggia. Ugo De Cillis nel suo “I frumenti siciliani” dice che Bidì e Margherito sono delle selezioni che discendono dal Mahmoudi, varietà tunisina. Da Strampelli sappiamo che viene selezionato dalla linea genetica francese Jenah Rhetifah. Viene iscritto a registro nel 1915 e battezzato con il nome del marchese Raffaele Cappelli, allora senatore del Regno d'Italia che aveva partecipato attivamente alla riforma agraria dei primi del Novecento. Veniva coltivato anche in Sicilia dove arriva in anni relativamente recenti e che De Cillis accorpa al Bidì come unica popolazione. Come riporta nel suddetto libro:«Bidì. Sinonimi: Margherito, Senatore Cappelli. Mahmoudi.»

La farina di Senatore Cappelli ha avuto negli anni un grande successo per le sue ottime qualità tecnologiche e di gusto. Molto simile al Bidì e al Margarito con i quali condivide il profumo e la semola di colore chiaro. Ottimo il pane di Senatore Cappelli, famoso quello di Altamura.

Questa farina è molto apprezzata per la preparazione della pasta. Nonostante non sia una cultivar siciliana viene coltivata per la qualità della semola e la sua resa alta nella coltivazione biologica.

 http://www.molinoferrara.it/cms/-64-9/grani-antichi-siciliani.htm

 

 

 

 

BOCCIONE MAGGIORE (Cardidduzza do signuri)

 

Una delle piante spontanee commestibili che possiamo ancora trovare nel mese di giugno è il Urospermum dalechampii, comunemente chiamato boccione maggiore.Risultati immagini per boccione maggiore

È un'asteracea tipica del bacino mediterraneo, dalla Spagna alla Dalmazia, compresa la costa del Nord Africa. In Italia è presente in maniera uniforme fatta esclusione per il Nord del Paese.

Già in antichità gli venivano attribuite varie proprietà benefiche, riportate anche nella cultura popolare contadina.

Si suole mangiarne la rosetta di foglie basali più giovani, crude (dal sapore amarognolo) o previa cottura, miste a quelle di altre piante spontanee dei campi, a mo' di cicoria o bietola.

 I bei boccioli verdi rigati da linee nere possono essere conservati in salamoia come accade per i capperi. Il fiore somiglia a quello del tarassaco, benché sia più di un giallo zolfo più chiaro.

 Il suo uso come ingrediente culinario è andato via via perdendosi ma si possono ricordare varie ricette di molte regioni che lo prevedono: nei misti d'erbe della Ciociaria alle cutturidde pugliesi (qui generalmente chiamata cirocella) ai ripieni amari della cucina lunigiana.  Giugno

http://www.cure-naturali.it/dieta-alimenti/piante-spontanee-commestibili-giugno/90/1/f

 

 

 

ASFODELO GIALLO (Zubbi)

 

Asphodelus macrocarpus, asfodelo bianco, grande liliacea che per le dimensioni e l’infiorescenza particolare spicca su tutti i fiori di montagna e una volta incontrata è facile da riconoscere anche quando non è fiorita.

 Asphodelus macrocarpus, un tempo A. albus, vive nei prati e nelle roccaglie della montagna, spesso in nicchie assai diverse, umidi i prati, assolate e seccagne le roccaglie. La sua presenza, un tempo occasionale, sta riprendendo forza con il progressivo abbandono dei pascoli e dei coltivi in quota da dove era sistematicamente eliminata perché sottraeva con i grandi cespi un’ampia superficie all’uso. Anche l’utilizzo alimentare delle radici, previa bollitura, operata in tempi passati ne limitava la diffusione, non è più in uso e si raccolgono i tubercoli radicali a solo uso erboristico. Oggi, in non pochi casi, tende ad assumere un habitus infestante creando gruppi numerosi ed estesi che ricoprono tutto il terreno a disposizione. Molto decorativi a fine primavera, sono fra i primi a fiorire da maggio a giugno, diventano desolati quando gli scapi fiorali si seccano e al posto dei fiori si formano i frutti sferici, capsule ovoidi rugose, dapprima verdi, e poi nerastri.

 Infiorescenze bianche sui prati di montagna a maggio e giugno

 Habitat

 Il genere Asphodelus racchiude dodici specie di piante originarie del bacino del Mediterraneo e dell’Asia occidentale, tutte erbacee, rustiche e perenni. Asphodelus macrocarpus è originario di un areale che include tutta l’Europa meridionale. E’ presente nelle catene montuose in modo sporadico o localizzato, dai 700 metri di quota fino a 1.800, i primi esemplari possono trovarsi già sulle colline di 300m. Più rara nelle isole.

 Descrizione

 L’aspetto generale è quello di un grande cespuglio, alto 50 – 100 cm e più. Le foglie sono lunghe e lineari, giunchiformi, glabre, lunghe fino a 70 cm, larghe 2 – 4 cm, di colore chiaro, quasi glauco, ma non uniforme perché più scure in corrispondenza di quelle che possono sembrare venature longitudinali. Terminano a punta e sono dette radicali perché si originano tutte dalla base. Ascendenti nella prima fase di sviluppo, possono essere confuse da lontano per vigorosi cespi di narcisi ma crescendo, oltre alle dimensioni assai maggiori, assumono un portamento aperto e decombente verso l’esterno, spesso ripiegate a metà. L’estremità si presenta spesso scura.

 Al centro del cespo si origina il fusto fiorifero di sezione circolare, vigoroso e resistente ma poco elastico, che porta alla sommità l’infiorescenza terminale. Sono privi di foglie o possono presentarne alcune poco sviluppate.

 I fiori, riuniti in racemi di densità e dimensioni molto variabili, sono bianchi formati da sei tepali, molto simili a petali, di colore bianco e forma spatolata e lineare. Larghi fino a 4 cm di diametro sono caratterizzati dalla presenza di una linea scura che spicca chiaramente. Ricchi di nettare sono spesso visitate non solo dagli insetti ma anche dalle formiche. Si aprono dal basso e sono portati da corti peduncoli con una brattea membranosa alla base di colore nerastro. Hanno sei stami con antere arancio e stilo che sorpassa la corolla.

 Le radici sono rizomi allungati e possono essere definite tuberoso-fascicolate, carnose.

 Una perenne per eleganti cespugli erbacei in giardino

 Coltivazione

 Per chi volesse coltivare in giardino un asfodelo bianco, senza prelevare le piante in natura, operazione non sempre semplice per via delle radici abbastanza fragili, può sempre raccogliere i semi delle piante spontanee.

 Semina e trapianto. I semi si pongono in un terreno leggero, appena coperti, già in estate, tenuti all’esterno perché hanno bisogno di freddo per essere attivati. La loro crescita è inizialmente lenta. Si allevano in vaso fino al terzo anno quando possono essere messi in piena terra, a primavera o in autunno. Per creare una macchia folta le giovani pianticelle si pongono a triangolo a una distanza di almeno 35 cm.

 Terreno. Crescono bene in tutti terreni purché non siano troppo compatti in quanto soffrono di marciume radicale. Desiderano un substrato ben drenato e ricco di sostanza organica.

 Esposizione. Si pongono al sole o in luoghi solo parzialmente ombreggiati.

http://www.giardini.biz/piante/piante-spontanee/asfodelo/

 

 

 

 

VALERIANA ROSSA (Giummu di carabbineri)

 

Valeriana rossa (Centranthus ruber). Pianta spontanea tipica dei climi caldi, delle scogliere e delle pietraie, Centranthus ruber, continua a conquistare spazio e oggi è possibile incontrarlo in diverse regioni del nostro paese come pianta naturale o spontaneizzata. La sua fioritura primaverile intensamente colorata caratterizza il promontorio del Circeo, dove è indicata come valeriana rossa, in Appennino fino a 800 metri di quota e nella Majella crea grandi macchie di colore, anche nella colorazione bianca.

Descrizione

Il genere Centranthus, famiglia Valerianaceae, è composto di dodici specie di piante erbacee, annuali, o perenni, caratterizzate da una notevole rusticità.

La più nota, ed anche l’unica a essere coltivata attivamente, è Centranthus ruber, un tempo indicata come Kentranthus ruber. Originaria del continente Europeo, spontanea da sempre nel nostro paese, è di altezza molto variabile e secondo le condizioni pedoclimatiche presenta un’altezza compresa fra i 30 ed i 100 cm. I cespi si allargano sul terreno fino a 60 cm.

Specie erbacea perenne ha foglie lunghe circa 10 cm, opposte e tomentose. Quelle basali sono di forma ovale, le caulinari ovali – lanceolate o lanceolate.  Il colore è sempre un piacevole verde azzurro.

I fusti si elevano diritti nella parte terminale, talvolta leggermente arcuati in quella basale. Sono elastici e resistenti alle sferzate del vento o della pioggia.

I fiori sbocciano da giugno, perché la pianta riprende a vegetare lentamente dopo l’inverno, ma continuano ad aprirsi fino all’arrivo del gelo, ripresentando dopo il grande caldo estivo, una seconda fioritura anche se meno copiosa.

I singoli fiori sono tubulosi con una corolla che si apre in cinque lobi, facilmente confondibili con singoli petali. Sono riuniti in densi corimbi portati in posizione terminale, quelli più grandi, o ascellare.

A fine fioritura, quando i fiori disseccano, si possono raccogliere i semi da porre nel terreno subito, ricoperti da uno strato di circa mezzo centimetro di un mix fra sabbia e terriccio da fiore.

I semi, se le condizioni climatiche lo consentono, germineranno in un mese, oppure appena il gelo non attanaglierà più il terreno.

Dove esistono grandi colonie basterà cercare intorno per trovare e raccogliere giovani piantine, tenendo bene a mente che la proporzione deve essere di una raccolta ogni dieci individuate per non impoverire la popolazione.

I Centranthus si moltiplicano anche per divisione dei cespi, da eseguire in primavera o per talea, prelevando il materiale da propagare alla base dei cespi. Si fanno radicare in torba e sabbia, con la tecnica del sacco di materiale plastico trasparente per mantenere elevata l’umidità, e ponendole in luogo luminoso e caldo.

E’ ideale per i giardini e i balconi, dove per mancanza di tempo le cure sono diradate e non quotidiane, nei giardini di mare, nelle seconde case, nei terreni superficiali e rocciosi. E’ adatta a ricoprire scarpate, anche se ricoperte da uno strato di terra non profondo, a sovrastare muri a secco, a formare bordure o macchie di colore.

Pianta tipica di terreni poveri, cresce bene anche in substrati sassosi, fra gli spazi di una pavimentazione in sasso, in un muro a secco, sulle macerie. E’ indicata per coprire terreni vuoti e difficili dove altre piante faticherebbero ad attecchire e impiegherebbero molto tempo ad esercitare un’azione efficace di copertura.

Si presta a essere coltivata anche in vasche di cemento dove grazie alla sua rigogliosità deborda ed amplifica l’importanza del contenitore, o in mastelli e grandi vasi.

Si bagna con abbondanza ogni sette-dieci giorni in funzione di temperatura e capienza del vaso.

In condizioni di clima mite e stabile tende ad assumere habitus sempreverde continuando a fiorire, seppur occasionalmente, tutto l’inverno.

Unica manutenzione richiesta dai Centranthus è il taglio dei fusti a livello del terreno dopo l’arrivo del freddo e mai prima della fine di ottobre.

http://www.giardini.biz/piante/piante-spontanee/valeriana-rossa/

 

La Valeriana dell'Etna (foto Nino Gemmellaro)

 

ORTICA (Azzichedda)

 

Ortica: è una pianta versatile che può aiutare l’uomo a curarsi e a nutrirsi in modo naturale. Contiene anzitutto i flavonoidi, sostanze in grado di proteggere i capillari e i vasi sanguigni; l’ortica ha poi una forte base di minerali: calcio, nichel, potassio, fosforo, ferro, cloruro, silicio, sodio, manganese, titanio, rame, magnesio, tra gli altri. Il ferro la vede, per esempio, protagonista nelle diete vegetariane.

Fra le vitamine che si trovano nell’ortica troviamo: B1, B2, B6, C, D, K, acido pantotenico, e acido folico. Nell’ortica sono presenti anche elevate quantità di proteine. La funzionalità dell'ortica è notevole, in quanto la sua assunzione contribuisce ad eliminare gli acidi e le scorie dall'organismo: una tisana all’ortica contribuisce dunque a ridurre il peso corporeo e a purificare l’organismo.

Ma come si prepara la tisana all’ortica? Anzitutto è bene raccogliere le foglie più tenere con attenzione, solitamente nel periodo della fioritura (giugno- luglio-agosto) utilizzando un paio di guanti di plastica. Esistono due tipi di ortica ugualmente valide per preparare la tisana: l’urtica urens, che ha foglie più tonde, chiare ed è più bassa, e l’urtica dioica, che ha foglie più aguzze ed è più alta e scura.

Una volta colte, le foglie dell’ortica vengono lavate e possono essere utilizzate in due modi: facendo una tisana con le foglie fresche oppure lasciandole seccare e utilizzate successivamente o comprandole pronte direttamente dall’erborista. Nel primo caso, per preparare una tisana all’ortica fresca, basta versare una tazza di acqua bollente su tre foglie, lasciarle a riposo per cinque minuti, dolcificando con miele se si desidera.

Nel secondo caso, si usano un paio di cucchiaini di erbe secche di ortica per ogni tisana all'ortica che si desidera preparare, lasciando in infusione con acqua bollente per una decina di minuti circa. Non fare bollire l’ortica è importante, per evitare che la pianta perda parte delle sue fantastiche proprietà curative.

  

http://www.focus.it/ambiente/ecologia/dall-ortica-alla-malva-ecco-le-5-erbe-per-combattere-lo-stress

 

 

 

 

 

 

Boschi dell’ambiente mediterraneo

PINO D'ALEPPO PINO DOMESTICO PINO MARITTIMO

Alberi da frutta

MANDORLO CILIEGIO NESPOLO SUSINO PESCO
ALBICOCCO GELSO

 

 

 

Apicoltura in Sicilia : L'invernamento, un'operazione da farsi a luglio

 

Ogni latitudine ha le sue regole, al 38° parallelo non cambia la biologia dell'ape ma, cambia il suo comportamento; attenzione, parlo dell'ape locale l'Ape Mellifica Sicula anche se qualcuno, forse sfaccendato, ha pensato di cambiarle il nome ma, questa è un'altra storia. Al 38° parallelo le condizioni climatiche, molto diverse da quelle del centro nord, impongono all'apicoltore attento un comportamento adeguato alle condizioni che si faranno sempre più drastiche andando verso la piena estate.

Nell'area litorale l'ultima fioritura utile ad una importazione produttiva si esaurisce tra la fine di giugno e la metà di luglio con il timo o l'eucalipto. Dopo di ché, ha inizio, dal punto di vista dell'importazione, un lungo "inverno" caldo che durerà fino alle prime piogge autunnali cioè, orientativamente, fino alla fine di settembre.

Cosa succede nell'alveare? Al calo drastico dell'importazione, corrisponde un altrettanto rapida diminuzione della deposizione, risparmiare le scorte, in effetti, è l modo più semplice per contrastare la carestia; in fondo le cose semplici sono quelle che funzionano meglio. l'Ape Mellifica Sicula ha adottato questo comportamento di sopravvivenza che è il risultato di una costante ed inesorabile azione selettiva operata dal clima e dall'ambiente sull'insetto. L'apicoltore, in questa come in altre situazioni, non deve fare altro che accettare il suggerimento della natura ed operare di conseguenza; l'intelligenza a sevizio e supporto delle necessità dell'ape.

Covata su favo centrale nel periodo estivo. In previsione del calo di popolazione, conseguente al rallentamento della deposizione, e dell'aumento progressivo della temperatura, è necessario dare all'alveare un assetto tale da permettere alle api di continuare a controllare agevolmente il microclima dell'alveare. Occorre rispettare e/o realizzare alcune condizioni, in assenza delle quali lo sciame si troverebbe in balia degli eccessi climatici con grave pregiudizio per la sua sopravvivenza.

* Un primo criterio è concedere alle api soltanto lo spazio che esse possono occupare fisicamente, magari un poco più ristretto rispetto alla situazione attuale; dietro questa scelta c'è un principio fisico secondo il quale il moto convettivo spontaneo dei fluidi non può avvenire in uno spazio ristretto e quindi, nelle condizioni concesse, il flusso di calore e di umidità viene regolato dal concentrarsi e dall'espandersi delle api nello spazio disponibile.

* Un secondo criterio da adottare consiste nella riorganizzazione interna dell'alveare, con azioni semplici e funzionali quali:

- centrare la covata rispetto alle scorte

- ridurre a otto il numero dei favi a disposizione, a sette per chi adotta lo Spazio Mussi

- creare a destra e a sinistra, mediante l'uso di due diaframmi, uno spazio vuoto che forma una camera d'aria a parziale compensazione egli eccessi climatici.

Dopo di ché, andiamo pure in ferie, al mare o in montagna, vicino o lontano non importa, le nostre api, senza di noi, se la caveranno alla grande.

http://apicolturainpratica.blogspot.it/2011/07/apicoltura-in-sicilia-linvernamento.html

 

 

Ape nera sicula

Non è vero che tutte le api sono gialle e nere. La livrea che normalmente associamo all’ape è in realtà tipica della ape ligustica, l’ape più diffusa in Italia, tanto da essere definita anche ape italiana. Esistono api scure, grigie o anche nerissime, proprio in Italia, simili morfologicamente alle api nere africane (dalle quali differiscono però per laApe nera sicula minore aggressività): le quali nel dna hanno un miotipo genetico africano. L’ape nera sicula (Apis mellifera siciliana) ha l’adome scurissimo e una peluria giallastra e le ali sono più piccole. Ha popolato per millenni la Sicilia e poi è stata abbandonata negli anni ’70 quando gli apicoltori siciliani sostituirono i bugni di legno di ferula (le casse a forma di parallelepipedo usate come arnie) e iniziarono a importare api ligustiche dal nord Italia. L’ape sicula rischiò in quegli anni la totale estinzione, evitata grazie agli studi e alle ricerche di un entomologo siciliano, Pietro Genduso, che la studiò per anni dopo la classificazione avvenuta ad opera di Montagano nel 1911. Genduso trasmise questa passione a uno studente, Carlo Amodeo, tuttora l’unico l’allevatore di api regine siciliane pure iscritto al registro nazionale. Gli ultimi bugni di api nere sicule furono ritrovati in un baglio di Carini dove un vecchio massaro apicoltore produceva miele con quel sistema antico. I bugni contenevano alcune famiglie di api che Carlo Amodeo, dopo aver deciso di praticare l’apicoltura professionale, conservò in isolamento sulle isole di Vulcano e Filicudi. E’ molto docile, tanto che non servono maschere nelle operazioni di smielatura, è molto produttiva – anche a temperature elevate, oltre i 40° quando le altre api si bloccano – e sopporta bene gli sbalzi di temperatura. Caratteristiche molto importanti per la produzioni in aree dal clima molto caldo. La nera sicula inoltre sviluppa precocemente la covata, tra dicembre e gennaio, evitando quindi il blocco della covata invernale comune alle altre specie, e consuma meno miele delle altre api. Il miele di ape nera sicula non è invece diverso, dal punto di vista organolettico, da quello prodotto con le api di altre razze.

https://www.fondazioneslowfood.com/it/presidi-slow-food/ape-nera-sicula/

 

 

 

IL MIELE

è un alimento che viene prodotto dalle api, nello specifico lo si ricava dalla melata e dal nettare. Il miele viene spesso utilizzato come surrogato del più comune zucchero, ed è elogiato per le sue numerose proprietà benefiche. A seconda della flora di provenienza i vari tipi di miele assumono gusto, colorazione e consistenza diverse. La maggior parte dei mieli cristallizza (diventa solido e spesso granuloso), per riaverlo liquido basta riscaldarlo, ben sapendo però che è preferibile consumarlo nella forma integrale.

Tra i mieli più conosciuti troviamo quelli di:

ACACIA molto indicato per i bambini in quanto facilmente digeribile, di gusto delicato e rinfrescante.

BORRACINE colore chiaro tendente al bianco, sapore delicato, leggermente aromatico, presenta cristallizzazione compatta. Ha azione sedativa, depurativa.

CASTAGNO ricco di sali minerali, adatto per le persone anemiche, affaticate, per convalescenti e le persone anziane antisettico dell'intestino, antimicrobico, favorisce la circolazione a tavola è gradito in abbinamento ai formaggi.

GIRASOLE antinevralgico, digestivo è febbrifugo ha anche una limitata azione sul colesterolo sanguigno.

MILLEFIORI colore variabile a seconda delle annate e dei pascoli. Ha proprietà diverse a seconda che contenga il nettare di fiori: Primaverile: ambrato; lassativo, benefico allo stomaco ed all'intestino. Estivo: Colore chiaro; tonico, energetico, febbrifugo.

MELATA DI BOSCO è ottenuto dall'accesso di sostanze zuccherine contenute nella linfa elaborata, succhiata dagli afidi. E' espettorante, lassativo e ricco di minerali, potassio, fosforo, ferro, enzimi e aminoacidi. Ha un potere batteriostatico dieci volte superiore agli altri mieli adatto per le persone anemiche, per gli anziani, utile per una migliore circolazione del sangue.

SULLA   diuretico, corroborante ricco di vitamina A,B,C, disintossicante per il fegato, rimineralizzante.

TRIFOGLIO di colore chiaro, con odore gradevole, di sapore di frutta, di mosto. Eccellente come miele da tavola, è relativamente ricco di vitamine. Ha proprietà energetiche particolari, è un dinamogenico, quindi adatto agli sportivi ed alle persone che devono sottoporsi a sforzi prolungati.

Il Polline

PollineII polline si presenta sotto forma di microscopici granuli racchiusi negli stami dei fiori. Ogni granulo di polline è un'entità biologica e racchiude in se tutto quanto è necessario alla vita: protidi, glucidi, lipidi, minerali oligo-elementi, vitamine, ormoni ed enzimi.

I granuli di polline costituiscono l'elemento maschile del fiore. La loro dimensione varia dai 4 - 5 micron fimo ad oltre 200 micron. Il polline più piccolo e leggero è trasportato dal vento. Le piante fecondate dal vento, ad es. le graminacee e le vitacce, si chiamano anemofile.

Se invece il polline è trasportato da insetti si parla di piante entomofile. L'ape provvede alla fecondazione delle piante entomofile nella misura del 75 - 80%. Essa raccoglie con le zampetto il polline impigliatosi nei peli del corpo mentre sugge il nettare nella corolla, e forma delle pallottoline avvalendosi di nettare e saliva per umidificare e cementare i granuli microscopici.

Di ritorno all'alveare, l'ape si sbarazza delle due pallottoline, che tengono stivate in una celletta in prossimità della covata, nella migliore posizione per la loro utilizzazione nel nutrimento delle larve.

L'apicoltore preleva circa il 10% del polline raccolto dalla famiglia durante la stagione, di 6-8 mesi, con punte massime in maggio e giugno, e cioè 3-5 Kg per alveare.

Il polline è costituito per la maggior parte da aminoacidi indispensabili alla vita e non sintetizzabili dal!'organismo umano. Si tratta degli stessi aminoacidi che si trovano nella pappa reale e, in misura infinitamente minore, nel miele. Contiene inoltre glucidi (35%), lipidi (5%), acqua (5%), vitamine, enzimi, ormoni, fattori antibiotici (il tutto per una percentuale del 15%) e il 3% di sali minerali ed oligoelementi, la maggior parte di quelli esistenti in natura.

Il polline è anzitutto un alimento naturale complementare, con proprietà ricostituenti, che agisce migliorando lo stato generale dell'organismo. Permette ai soggetti affetti da anoressia, astenia, esaurimento e sovraffaticamento, di ritrovare appetito, vigore, ottimismo e memoria. Il polline è anche raccomandato per combattere gli stati di carenza, ritardi nella crescita, e durante il periodo di allattamento. E' un ottimo regolatore intestinale, combatte costipazione, diarrea, colite e fermentazione intestinale. Infine, il polline, agisce efficacemente contro l'ipertrofia della prostata. Si inizia con un cucchiaino da caffè a colazione, si abitua l'organismo per una settimana e si aumenta la dose ad un cucchiaio da minestra colmo. Il polline può essere consumato puro in granuli oppure nel latte o nello yogurt. Nei soggetti sensibili, l'ingestione orale di polline può provocare sintomi li allergia.

La Pappa Reale

Pappa RealeLa pappa reale è il nutrimento della regina, dal momento in cui l'uovo si schiude, per tutta la vita. In realtà tutte le larve dell'alveare sono nutrite con la pappa reale per i primi 3 gg. di vita, dopo di che, se la larva non è destinata a diventare una regina (se si tratta cioè di larve di operaie e di fuchi) il regime alimentare cambia. Dopo il 3° giorno di vita tali larve vengono nutrite con una miscela di miele e polline.

La pappa reale è una sospensione colloidale gelatinosa di colore bianco giallognolo, di sapore leggermente aspro, contenente poco zucchero e di odore fenplico. Essa è secreta dalle ghiandole ipofaringee delle giovani nutrici (api età compresa tra i 6 ed i 12 gg.). La secrezione ha luogo solo quando le condizioni di temperatura e di alimentazione (cioè disponibilità di miele o di nettare, polline, acqua) sono favorevoli.

La composizione media è la seguente: acqua 66%. glucidi 14%, protidi 10%, lipidi 6%, vitamine A, B1, B2, B6, C.H. PP, oligoelementi (potassio, ferro, calcio, rame, silicio, fosforo,...); aminoaci di (arginino), istidina, enilalanina,...).

Le esperienze cliniche hanno messo in evidenza le seguenti proprietà della pappa reale:

miglioramento del metabolismo intracellulare e dello stato generale dell'organismo;

azione sulle ghiandole corticosurrenali atta a combattere gli stati depressivi, l'astenia, gli esaurimenti nervosi, la fatica fisica;

accrescimento del peso corporeo in caso di convalescenza, anemia, inappetenza;

stimolazione fisica con diminuzione dell' emotività;

aumento generale della vitalità;

rallentamento dell'invecchiaménto dell'organismo e della pelle una cura comprende una serie di due o tre cicli di due o tre settimane di somministrazioni quotidiane (di preferenza al mattino a digiuno) intercalati da pause di due settimane. Le dosi di assunzione sono comprese tra i 150 ed i 300 mg al giorno.

Deve essere conservata al buio, nel frigo tra 0° + 5° per mantenere inalterate le sue proprietà.

Non è genuina se non è acidula e densa come una crema. Chi non ne sopportasse il sapore acido può ingerirla con un po' di miele.

Non presenta alcuna controindicazione né allergia.

Presa di sera può provocare leggera insonnia per l'euforia che procura.

Osata come pomata, la pappa reale rimargina ferite, coadiuva la guarigione di eczemi, foruncoli e ragadi.

Il Propoli

II propoli è una miscela di sostanze resinose balsamiche di colore giallo bruno, di consistenza viscosa ed appiccicaticcia ad una temperatura di 15/20 gradi. Le api lo utilizzano per verniciare le pareti interne dell'alveare o come mastice per otturare fessure, ricoprire e mummificare i corpi di eventuali predatori uccisi nell'alveare e troppo grossi e pesanti per essere espulsi (farfalle, lucertole, etc.). Inoltre, quando l'ingresso del nido è troppo ampio le api costruiscono delle barricate di propoli, dietro le quali si appostano le guardiane. Questo particolare comportamento è all'origine della parola greca prò-polis "davanti alla città". Il propoli è costituito dalle resine di alcuni alberi (betulle, conlfere, querce, pioppi, etc.) che le api raccolgono e modificano con l'apporto di secrezioni salivari e di cera. Il propoli è privo di lipidi, sostanze ormonali e proteine.

Gli antichi egizi conoscevano le proprietà del propoli e lo utilizzavano nei loro procedimenti di mummificazione. I greci lo utilizzavano per uso esterno come cicatrizzante. Il propoli è sostanzialmente, una sostanza antibiotica, anestetica, cicatrizzante, antinfiammatpria. E' stato dimostrato che l'azione antibiotica oltreché, sui batteri, si esplica anche su virus influenzali e virus delle piante. Inoltre il propoli agisce come antiossidante, antimicotico, stimolante, deodorante.

Diluendolo al 25 - 30% in alcool puro, se ne prepara una tintura alcolica ottima per uso esterno. Detta tintura può essere utilizzata per uso interno somministrando 30 gocce al giorno diluite in un poco di acqua, nei casi di raffreddore, influenza da virus, gastrite, ulcera. Inoltre, diluendo 15-20 gocce in mezzo bicchiere di acqua, si ottiene un colluttorio per l'igiene periodica della cavità orale, per la prevenzione della carie, ed in caso di gengiviti od infiammazioni in genere.

 

IL MAIORCHINO

Della ruzzola, il tradizionale gioco di strada, Cumpari Turiddu sapeva ogni cosa.Amava osservare lo sguardo un po’ nostalgico della nonna quando raccontava della forma di formaggio stagionato che veniva fatta rotolare lungo il pendio della via principale di Novara di Sicilia.Quel formaggio era il Maiorchino, e ancora oggi, durante il Carnevale, con le forme stagionate, nei comuni di Basicò e Novara di Sicilia, in provincia di Messina, si continua a giocare: i pastori gareggiano facendole rotolare lungo il pendio della via principale del paese.Il Maiorchino è un formaggio di antica produzione, sembra che abbia fatto la sua prima apparizione nel Seicento. 27579266_2054244854865107_3053155812500307968_n

Viene prodotto da febbraio a metà giugno, se l’annata è buona, sempre in piccole quantità.Latte crudo di pecora mischiato con un 20% di latte di capra (e a volte anche con un 20% di latte di mucca) unito a un caglio in pasta di capretto o agnello. Tutti animali allevati sui pascoli ricchi di essenze foraggere spontanee dei monti Peloritani.Il formaggio viene fatto ancora oggi con attrezzature tradizionali: una caldaia di rame stagnato, chiamata “quarara”, un bastone di legno, detto “brocca”, una fascera di legno, la “garbua”, un tavoliere di legno, il “mastrello” e un’asta di legno o ferro.

Dopo la rottura della cagliata e la cottura nella quarara la pasta viene messa nelle fascere per la foratura: con un ago di ferro, il minacino, si bucano le bolle d’aria che si formano nella pasta, si fa fuoriuscire il siero, e poi si pressa delicatamente con le mani la superficie del formaggio.Questa operazione è lenta e delicata, e può durare anche due ore, spesso, poi, viene ripetuta una seconda volta dopo un’ulteriore cottura.La forma così ottenuta si sala a secco per 20, 30 giorni e infine si fa stagionare, anche 24 mesi, in locali di pietra interrati, freschi e umidi, dotati di scaffali in legno.

Il maiorchino ha forma cilindrica a facce piane, ha una crosta giallo ambrato che diventa marrone con l’avanzare della stagionatura e una pasta bianca compatta tendente al paglierino. L’altezza dello scalzo è di 12 cm e il diametro di 35 cm, il peso va dai 10 ai 18 chili.Il Maiorchino è il risultato di una tradizione secolare, ma è ad alto rischio di estinzione.La tecnica di produzione è infatti molto complessa e il formaggio richiede un lungo periodo di stagionatura: questo intenso lavoro di preparazione non viene ripagato dal mercato.Il Presidio Slow Food vuole risollevare le sorti del prodotto, cercando di convincere i produttori locali a far rinascere una produzione di formaggio che ha grandi potenzialità.Per questo Me Cumpari Turiddu l’ha scelto e inserito sia tra le sue selezioni di formaggi che in alcuni piatti del menù.

Credits Foto: @Marycris88

MAIORCHINOPRESIDI SLOW FOOD

http://www.mecumparituriddu.it/i-nostri-presidi-slow-food-il-maiorchino/