Sant’Agata Li Battiati, piccolo centro dell’hinterland catanese, sorge sul declivio collinare a nord del capoluogo etneo, a.m. 263 s.l.m. Oltre che con Catania, confina con Gravina di CT, Tremestieri Etneo, San Giovanni la Punta e Trappeto.

A causa della vicinanza alla grande città, ne ha sempre seguito gli avvenimenti storici, per cui non possiede un passato che lo distingua per eccelsi eventi. Notizie della sua nascita, fra storia e leggenda, tramandate da una generazione all’altra e riportate pure su tanti libri di storia catanese o dei comuni limitrofi, ci ricordano che le origini della cittadina risalgono a un eponimo illustre: Sant’Agata, la Vergine e Martire catanese, che l’ha voluta onorare della sua protezione.

Nel 1444, infatti, una imponente colata lavica, iniziata un anno prima, minacciava di distruggere gran parte dell’area sud-orientale dell’Etna. La lava, fuoriuscita fra Monte Arso e Montepeloso, come dice Giuseppe Recupero (1720-1778), si divise in due bracci, dei quali: uno si fermò nei pressi di Bonaccorsi e l’altro, sceso fra Tremestieri e S. Giovanni la Punta, minacciava seriamente di procedere per Catania, dove sia la popolazione, preoccupatissima, che le autorità civiche, oltre agli abitanti dei casali interessati, chiesero al Vescovo Giovanni De Pescibus di fare una processione col Velo di Sant’Agata. Davanti al Velo la lava rallentò, fino ad arrestarla, la sua forza distruttrice, per cui si gridò al miracolo. In quel sito, allora denominato "quartiere (o ruga) dei Valenti" poiché vi risiedevano famiglie omonime, a ricordo del prodigioso evento, inizialmente fu eretta una piccola chiesa. In seguito, nel 1635, essendo proprietario di quel terreno il giudice catanese Lorenzo D’Arcangelo, per sua volontà e in segno di devozione verso la Santa, sul posto venne costruito un tempio più grande, che successivamente fu dallo stesso concesso in uso agli abitanti delle tre contrade limitrofe fra loro: i suddetti Valenti, i Battiato e i Murabito.

Successivamente, verso la metà degli anni Ottanta del XVII secolo, fu edificato, a circa 300 metri più a sud dalla Cappella del Velo, un tempio più grande dedicato a Maria SS. Annunziata, che diventerà la Chiesa Matrice. Per cui, data l’importanza di questo nuovo edificio religioso, la zona attorno diventerà il centro del piccolo paese.

Il territorio di Sant’Agata li Battiati, dopo la colata lavica del 1444, non è mai stato direttamente interessato da altri eventi vulcanici, neanche dalla lava del 1669, che, com’è noto, arrivò a Catania, fino al mare. Mentre nel 1693, al pari di quasi tutta la Sicilia orientale, fu colpito da un forte terremoto, subendo notevoli danni.

Nel 1645, come per altri casali di Catania, pure la "Terra di Sant’Agata", così allora veniva anche chiamata Sant’Agata li Battiati, fu acquistata dal duca Giovanni Andrea Massa.

In origine il paese si chiamava San Giovanni De Nemore (dal latino nemus che significa bosco), ma in seguito ad una eruzione vulcanica che si fermò a forma di punta davanti ad un'edicola votiva di San Giovanni Evangelista, il paese cambiò nome in quello attuale. Il borgo appartenne per un lungo periodo al comune di Catania. Nel 1646 fu sotto il dominio della famiglia Massa, duchi di Aci Castello, e ad essa rimase sino all'abolizione dei diritti feudali. Nel 1693 il paese, che allora contava solo 1200 abitanti, venne raso al suolo da un forte terremoto. Nel 1817 divenne comune autonomo e nel 1831 vi fu aggregata la frazione di Trappeto.

San Giovanni la Punta è un importante polo commerciale, punto nevralgico dei paesi etnei per le intense attività commerciali concentrate principalmente sull'asse viario denominato Viale della Regione che attraversa il paese per una lunghezza di 2 km.

All'interno del polo commerciale sono presenti due grandi centri commerciali, Le Zagare, inaugurato nel giugno del 2000, e I Portali, inaugurato nell'ottobre del 2007, oltre a diverse altre attività commerciali. Vi si trovano il più grande punto vendita in Sicilia del gruppo Lidl, la sede dell'Aligrup, società che gestisce i supermercati e gli ipermercati con il marchio DESPAR, il Centro Medico Le Zagare(centro polispecialistico) e numerose sedi e filiali di aziende nazionali ed internazionali tra i quali il design center siciliano della multinazionale dei ciruiti integrati Maxim Integrated Products.

 

 

Tremestieri Etneo (Trimmisteri in siciliano) è un comune italiano di 21.569 abitanti della provincia di Catania in Sicilia.

L'attuale territorio di Tremestieri Etneo, per le sue favorevoli condizioni ambientali e la centralità della sua posizione geografica, posta tra l'Etna e la città di Catania, è stato sede di nuclei abitati sin da tempi remoti. Di tale evenienza restano solo sparute tracce essendo state le altre, nella maggior parte, cancellate dai numerosi e ricorrenti eventi calamitosi, soprattutto di natura vulcanica e tellurica, che si sono abbattuti in ogni tempo sul territorio.
Confermano tale tesi i pochi ma significativi reperti archeologici, casualmente rinvenuti nel territorio, costituiti da spezzoni di sepolcri di terracotta, lucerne, vasellame, monete e piccoli utensili in metallo o in pietra, riferentisi, per lo più, al periodo romano e bizantino e, più raramente, a quello ellenistico.
Le prime citazioni scritte del toponimo "Tria Monasteria" si trovano in scritture pubbliche risalenti al periodo della dominazione normanna in Sicilia; la più antica è contenuta nel testo di un diploma del 1198, custodito nella biblioteca dei Benedettini di Catania.
Frequenti sono stati i terremoti e le lave che sin dalla preistoria hanno sconvolto e distrutto il territorio e l'abitato di Tremestieri. Per la violenza e gli ingenti danni provocati si ricordano le lave del 122 a.C., del 1381 e del 1444 ed i terremoti del 1169, del 1693 e del 1818.
Nonostante le frequenti e ripetute calamità dovute alle eruzioni, ai terremoti, alle micidiali epidemie ed alle ricorrenti avversità atmosferiche, alle quali seguivano spesso lunghi periodi di carestia, la piccola comunità di Tremestieri è sempre riuscita a risorgere ed a proliferare grazie alla indomita volontà di rinascita e allo spirito di attaccamento ai luoghi dei suoi abitanti perennemente corroborati da una radicata e profonda fede religiosa.

 

La crescita e l'importanza assunta dalla comunità tremestierese è indirettamente comprovata dalla bolla papale, emanata nel 1446 da papa Eugenio IV, con la quale la chiesa " de tribus monasteriis", che da tempo accoglieva anche i fedeli delle contrade circonvicine, fu elevata alla dignità parrocchiale.
Nei primi anni del XVII secolo l'abitato di Tremestieri contava una popolazione di oltre 1.200 persone e aveva ben sette chiese.
Nel 1641 il casale di Tremestieri, essendo stato venduto al ricco mercante genovese Giovanni Andrea Massa, venne staccato dalla giurisdizione demaniale di Catania a cui apparteneva sin dal periodo aragonese ed acquistò una propria autonomia amministrativa seppure alquanto condizionata da un anacronistico sistema di governo di tipo feudale.
Nel 1817, per effetto della riforma amministrativa introdotta in Sicilia dalla restaurata monarchia borbonica, fu abolito il sistema feudale e Tremestieri divenne Comune.
Le prime amministrazioni comunali, superando non poche difficoltà, soprattutto di ordine finanziario, riuscirono a realizzare un modesto programma di opere pubbliche volto, tra l'altro, a migliorare i collegamenti con i paesi confinanti ed alla costruzione del cimitero.
Nel 1874 al toponimo Tremestieri, la cui etimologia sembra derivare dalla corruzione del latino "Tria Monasteria", venne aggiunto l'aggettivo "Etneo" per distinguerlo da una omonima località nei pressi della città di Messina.
A partire dagli anni sessanta Tremestieri, (prima nella frazione Canalicchio, un'isola amministrativa posta a ridosso di Catania, e poi nel capoluogo e nella frazione Piano, distanti 9 chilometri circa dalla città), ha registrato un eccezionale sviluppo edilizio con conseguente aumento della popolazione da duemila abitanti degli anni cinquanta agli oltre 22.000 attuali.
Il fenomeno è stato determinato dalla concomitanza di una serie di fattori socio economici, quali la espansione urbanistica della città di Catania e la crisi del settore agricolo che ha fatto definitivamente tracollare la tradizionale economia del paese basata originariamente sulla viticoltura ed olivicoltura e, negli ultimi anni, sulla agrumicoltura.
Le emergenze architettoniche di Tremestieri degne di nota sono costituite dalla Chiesa Madre, dalla Chiesa S. Maria delle Grazie, dalla Chiesa dell'Immacolata, di S. Antonio di Padova e da alcune ville padronali risalenti al XIX secolo disseminate lungo la via Etnea.
Interessante da visitare è la singolare raccolta privata di carretti siciliani della famiglia Costantino nella frazione di Piano così come i superstiti palmenti di cui era ricca la zona per la sua antica produzione vitivinicola.

http://it.wikipedia.org/wiki/Tremestieri_Etneo

 

 

Nel 1812, con l'abolizione del feudalesimo e del baronaggio, ai "Giurati" successe il "Decurionato", un gruppo di dieci uomini eletti dal popolo e approvati dal re. Con l'unità d'Italia, nel 1860, anche il "Decurionato" fu abolito e subentrò l'attuale sistema amministrativo, ad eccezione del periodo fascista durante il quale il sindaco era sostituito dal "Podestà". Il paese di San Gregorio prese nome dal suo Santo protettore Papa Gregorio Magno. Oggi San Gregorio è un rigoglioso paese ricco di attività commerciali e professionali che conta più di 10.000 abitanti. Il suo territorio, situato a 321 metri s. l. m. confina con: Catania, Tremestieri Etneo, San Giovanni La Punta, Valverde e Aci Castello.

 

I ricordi di Pietro Barcellona bambino a San Gregorio
Si partiva all'alba ai primi giorni di giugno. Io e mia madre con il cocchiere che ci conosceva e mi faceva stare ogni tanto a cassetta. Direzione: San Gregorio. Sin da piccolissimo, per molti anni, trascorrevo almeno tre mesi nella casa di campagna di San Gregorio in un'atmosfera che ha accompagnato la mia infanzia e parte della mia giovinezza. San Gregorio era il paradiso terrestre dove io, finalmente libero, potevo correre, arrampicarmi sugli alberi, fare capriole sui prati, giocare in tutti i modi anche scavando buche per poi ricoprirmi di terra. La terra mi piaceva. Imbrattarmi il corpo e la faccia era come un rituale di iniziazione. Mi sentivo finalmente a casa. La luce del giorno era abbagliante e il sole scottava le pietre ma all'alba e al tramonto i colori del paesaggio e del cielo erano tra le cose più belle che io abbia mai visto.
Alle cinque del mattino mio padre si svegliava per prendere la corriera per la città dove andava a lavorare. Anche io mi alzavo perché, sebbene avessi solo cinque anni, mio padre mi aveva regalato un flobert a pallini con il quale andavo a caccia di passeri e cinciallegre. Mi inoltravo a lungo nella campagna fino a raggiungere una sorta di torre di pietra dove mi nascondevo sotto un albero d'ulivo o sotto un albero di fico, aspettando con infinita pazienza che qualche minuscolo uccelletto si posasse su un ramo. Quante albe ho passato esercitando la pazienza silenziosa di chi sta in agguato della preda e allo stesso tempo lascia viaggiare i suoi pensieri e le sue fantasie verso mondi sconosciuti. San Gregorio era la giungla nera dove il piccolo d'uomo sfidava le forze della natura. Quando dopo diverse ore tornavo a casa mia madre mi aspettava ansiosa di vedere le mie prede e io depositavo sul grande tavolo della stanza da pranzo cinque o sei uccelletti che dovevano essere cucinati per cena dentro una cipolla svuotata con un pezzo di burro e qualche foglia di rosmarino. Quando mio padre tornava dalla città a sera tardi io lo aspettavo alla fermata dell'autobus, lo vedevo scendere col suo vestito di lino bianco e il suo panama, pronto a raccontare i miei successi di caccia. Mio padre mi prendeva in braccio per i cento metri che separavano la fermata dall'ingresso di casa nostra. Prima di andare a letto venivo immerso in una vasca d'acqua per liberarmi della terra che portavo addosso e tutto pulito come un principe passavo con mio padre e mia madre le sere e parti delle notti su un sedile di pietra a guardare il cielo mentre mio padre mi indicava le costellazioni. Attaccata alla nostra abitazione c'era quella del massaro che in cambio della custodia coltivava la terra e anche un piccolo orto dal quale ricavava primizie che vendeva sulla strada provinciale.
Il massaro era un uomo imponente che aveva combattuto sul Carso e aveva sperimentato il disprezzo degli ufficiali borghesi del Nord verso i terroni del Sud. La mia visione della questione meridionale coincide con questo rapporto col massaro che mi raccontava gli assalti all'arma bianca contro gli austriaci e coi suoi racconti riusciva a farmi persino vedere gli ufficiali della borghesia spingere all'assalto i terroni proletari per poi vantarsi del gran numero di morti che aveva subito il proprio battaglione. Il massaro era un comunista ancestrale, di quelli che non potevano non esserlo per via della sperimentazione immediata che avevano fatto del conflitto di classe e della differenza tra il Nord e il Sud. Il massaro era esperto di reti che servivano a catturare canarini e pettirossi per poi educarli al canto e rivenderli dentro piccole gabbiette alla fiera del paese. Il massaro è stato il mio primo vero maestro nella comprensione delle drammatiche differenze sociali tra ricchi e poveri, e della lotta dei poveri per non essere completamente cancellati dalla faccia della terra.
Nella mia casa di campagna a San Gregorio non c'erano né l'acqua né la luce elettrica, e la sera dopo cena si passavano le notti ascoltando il racconto epico di Orlando furioso e dei paladini per bocca di questo massaro cantastorie che sapeva trasmettere mirabilmente il senso della sfida e il gioco mortale di sciabole e durlindane. Anche mio padre e mia madre ascoltavano le storie, seduti all'aperto sui gradini di pietra insieme alla numerosa famiglia del massaro, il cui figlio più grande era diventato il compagno delle mie avventure.
Nei pomeriggi, quando la calura sembrava avvolgere tutto in una sorta di bambagia umidiccia, io e mia madre andavamo nei campi non coltivati né a vigneto né a ortaggi, dove l'erba cresceva incolta ma sempre piena di fiori selvatici: papaveri, margherite e roselline selvatiche facevano dei prati una specie di pianura celeste, abitata da misteriosi personaggi. Mia madre sedeva in un angolo su uno sgabello di legno morbido mentre io scorazzavo di qua e di là cercando di catturare insetti, anche piccoli scarafaggi, che poi racchiudevo dentro piccole scatolette destinate a un allevamento di strani animaletti terrestri. Le scatolette di scarafaggi erano la mia specialità e mi servivano a far impaurire le donne di casa che lanciavano piccoli urli ogni volta che mi vedevano maneggiare le mie strane scatolette. Ero diventato anche un bravo cacciatore di lucertole che riuscivo a catturare con un filo d'erba e una goccia d'acqua come specchio. Mettevo le lucertole in un barattolo e poi le liberavo vicino alle gonne delle ragazze che facevano parte della squadra di aiutanti di mia madre. Infatti, in questi mesi mia madre, assistita da una donna anziana - una specie di matriarca che aveva allevato anche mio padre- e dalla sua bellissima figlia, preparava provviste per tutto l'inverno. Ricordo bene i fuochi all'aperto con le grandi pentole dove si facevano le mostarde di ficodindia e i concentrati di vino cotto che servivano per un dolce straordinario chiamato col nome arabo di "mustazzolo".
A San Gregorio ho trascorso gli anni di guerra e ho conosciuto i tedeschi della Wehrmacht, che presidiavano le retrovie dell'esercito in fuga, e gli inglesi di Montgomery che avanzavano timidamente da Sud. Ho visto così i "nemici" faccia a faccia e, per la verità, nessuno mi è apparso così ostile da essere meritevole di morire. Ho capito che la guerra non è decisa dagli uomini che combattono, magari affrontando il corpo a corpo, ma da qualcuno che sta al di sopra degli altri e che può deciderne della vita e della morte.
Nell'autunno del '43, il parroco di San Gregorio riuscì a far sapere agli uomini dell'ottava armata britannica che i tedeschi rimasti in Paese erano soltanto cinque e che quindi potevano avanzare tranquillamente. Ho visto lo scontro tra quei cinque e l'armata che avanzava. Dopo qualche giorno tutto era dimenticato. I carri armati dell'ottava armata di Montgomery avevano invaso e distrutto i miei campi di fiori, e mia nonna mi chiuse in una stanza piuttosto nascosta perché avevo dichiarato che con il mio flobert avrei fatto la guerra agli americani. Per circa un mese mia nonna mi tenne segregato, alimentato con succhi di fave e biancomangiare, temendo che potessi irritare gli ospiti inglesi.
Anche negli anni del dopoguerra le vacanze continuarono a susseguirsi a San Gregorio con rigorosa regolarità da giugno a ottobre. Il tempo più entusiasmante era quello della vendemmia quando venivano decine di ragazze che, senza scarpe e qualche ciuffo di stoffa colorata sul seno, si tuffavano cantando nei campi e si fermavano soltanto per mangiare pane e acciughe. Ragazze gioiose, atletiche come le sportive di giochi olimpici e capaci di trascinare sul capo cestoni colmi di uva. Per concessione paterna io potevo stare insieme ai pestatori e mi divertivo a schiacciare l'uva con gli stivali di gomma, mentre sentivo scorrere il succo nel piccolo canale che poi portava nel grande vascone della fermentazione.
Mai come in quegli anni mi sono sentito parte integrante di un mondo che conosceva la fatica, la sofferenza e anche la miseria ma che esprimeva una gioia di vivere in tutte le circostanze in cui si faceva festa come non ho mai più visto. I cori delle vendemmiatrici riempivano l'aria e sembrava che un anonimo concerto stesse accompagnando le nostre ore pestando vino e mangiando pane e acciughe.
La Sicilia, 5 agosto 2012

 

Come per Tremestieri Etneo e Acicastello, anche le braccia geografiche di questo paese arrivano fino alla parte nord di Catania dove, fin dagli anni Settanta, si sono sviluppate parecchie zone residenziali (foto Google - Recos Costruzioni) ormai quartieri dormitoi "catanesi".

Il casello di San Gregorio, nota porta di Catania per chi arriva in autostrada da Messina.

 

 

Aci S. Antonio e il carretto siciliano

INTERVISTA A DOMENCO DI MAURO
Personalità dura, per certi versi aspra, tenero nei sentimenti ma anche impulsivo di carattere, come tutte le persone forti e coerenti che rimangono ferme nello scelte di determinati valori DOMENICO DI MAURO non ha mai conosciuto via di mezzo, è stato sempre o pro o contro, senza mezzi termini. Ha amato, da sempre la pittura, che ha vissuto nella sua bottega, da dove magicamente sono uscite tante sue opere con le scene della mitologia carolingia o della cavalleria rusticana con donna Lola e Turiddu o con i personaggi classici del mito greco. Non c’è solo, però, un D. Di Mauro pittore, c’è anche se un pò in subordine, un D. Dimauro che ha praticato l’impegno politico e civile, è stato sindaco, sindacalista, consigliere comunale per tante legislature, appassionanti e tremendi certi suoi comizi di diversi anni fa quando attaccava il potere dell’epoca ed era un personaggio pubblico, l’opposizione in paese all’establishment. Personaggio poliedrico e scomodo dipinge dall’età di 12 anni, le sue opere si trovano dappertutto, perfino in Russia, con un seguito di estimatori, fedele e crescente. MA DIAMOGLI LA PAROLA, vediamo cosa dice.

MAESTRO, MI DICA QUANDO HA COMINCIATO A CAPIRE CHE LA PITTURA AVREBBE AVUTO TANTA IMPORTANZA NELLA SUA VITA?
Da ragazzo, quando ho cominciato a frequentare le botteghe dei miei maestri, mi ricordo che ero divorato dalla curiosità, cercavo di capire la tecnica delle pennellate, come dare i colori e ottenere i chiaroscuri e mi accorgevo che gli occhi erano più importanti della stessa mano e quale importanza potesse avere il disegno o la cura del dettaglio in quel insieme che alla fine sarebbe diventato un quadro o un dipinto. Nel tempo ho anche apprezzato i modi bruschi che sentivo come intemperanze di Antonio Zappalà il mio più grande maestro, perché mi sono reso conto che mi sono serviti per correggere il mio stile e migliorarlo.

MAESTRO, CHE COS’È PER LEI LA PITTURA?
E’ una specie d’invasamento che ti prende tutto, una sana malattia dello spirito che ha una strana capacità pervasiva. La pittura è un misto di realismo e di fantasia, un dono che deve essere accettato con il continuo esercizio e che non perdona l’improvvisazione e il pressappochismo, perchè il gioco delle tinte, la geometria della prospettiva puniscono senza rimedio chi le si avvicina improvvisando.

VUOLE RICORDARCI QUALCHE EPISODIO DELLA SUA VITA CHE L’HA PARTICOLARMENTE IMPRESSIONATO.
Ce ne sono tanti e per questo ne ricorderò qualcuno. Intanto voglio ricordare la mia età, ho 94 anni e ho studiato sino alla 5° elementare, per questo non ho i modi e la cultura dell’intellettuale raffinato e profondo. Desidero, però ricordare che mi è sempre piaciuta la lettura e che ancora, nonostante l’età mi piace leggere, leggo specialmente i libri che trattano delle arti figurative.
Voglio, poi, parlarti sul filo della memoria, che spero mi aiuti dell’episodio di quando venne a visitare la mia bottega il re GUSTAVO DI SVEZIA con la moglie, il suo arrivo mi fu prima annunciato da una staffetta della polizia, il capopattuglia scese dalla moto e mi disse, che da lì a poco, sarebbe venuto il re di Svezia.
Io non credendo a una notizia del genere, gli risposi che in Italia c’era la repubblica. Fatto sta che dopo alcuni minuti venne veramente il re Gustavo di Svezia che parlava la lingua italiana meglio di me.
Si fermò a lungo a guardare pannelli, tamburi, carretti e mentre scambiava le sue idee con la moglie mi fece delle domande alle quali non seppi rispondere con la dovuta accortezza. Io gli raccontai la storia di Orlando e di Angelica e le vicende della cavalleria rusticana con donna Lola e Turiddu. Mi chiese se ero un pittore “naif”, termine che non capii e per questo risposi per come potevo e per quello che sapevo. Credo che, comunque il re rimase positivamente impressionato, anche perché portò con sè tante mie cose dimostrandosi, fra l’altro, molto generoso.
Ma è con PRIMO LEVI che ho avuto, per così dire, più possibilità di esprimere me stesso, anche perché con lui ho avuto una certa frequentazione. Certo, Primo Levi, non sono io a scoprirlo, è stato un gigante nella storia della cultura del nostro paese, io nei suoi confronti sono una piccola cosa, lui la città, il mondo, io la campagna, il piccolo paese. Quando parlava lo trovavo affascinante, sapeva tutto quello che io avrei voluto sapere, s’intendeva di tutto di letteratura, d’arte, di musica, di scienza e spesso non riuscivo a seguirlo.
Una volta gli chiesi cosa trovava d’interessante nella mia bottega e in quello che facevo e lui mi rispose: “La semplicità della natura” risposta che sto ancora cercando di capire.

LEI, E’ UNA VITA CHE DIPINGE CARRETTI, PANNELLI, RUOTE, TAMBURI E HA COMMISSIONI CHE VANNO OLTRE IL 2010, RIESCE A SPIEGARSI, COME MAI QUESTO TIPO DI ARTE NON E’ SEGUITA DAI GIOVANI E VIENE COLTIVATA ORMAI DA POCHE PERSONE?
In effetti, è vero, sono pochi ormai a praticarla, lo vedo nella mia stessa bottega, non c’è quella schiera numerosa di apprendisti che io vorrei avere, purtroppo, pur essendoci nella zona l’Accademia delle Belle Arti, il Liceo Artistico, ecc…. i giovani sono attirati da altro, dai grandi pittori (i nomi sono tanti) e dal business dei mercanti dell’arte e considerano questa forma espressiva poco soddisfacente, forviati dai grandi guadagni e dal facile successo. Non si accorgono che, ai livelli eccelsi, pochi arrivano e che uno degli insegnamenti che dà la vita e quello di sapersi accontentare. Manca, poi, da parte di chi può fare un’adeguata educazione per apprezzare quest’arte povera, che è vero non dà la ricchezza, ma fa vivere in modo più che dignitoso. Un apprezzamento, comunque, desidero farlo, so che ad Aci Sant’Antonio sarà aperto un museo del carretto e di questo ringrazio la Provincia Regionale di Catania che spero lo realizzerà.

 

 

Viscalori di Viagrande, aprile 2012

 

CHE CONSIGLIO SI SENTE DI DARE AI GIOVANI CHE OGGI PENSANO DI INTRAPRENDERE UN CAMMINO ARTISTICO E SCELGONO DI PRATICARE LA SUA ARTE?
Dico loro di venire, che non c’è da aspettare, di venire in tanti e non solo nella mia bottega, ma anche nelle poche botteghe che sono rimaste, devono sapere che ci sono molto committenti e di ogni tipo e che le richieste sono tante al punto che non si è in grado di soddisfarle. Non c’è artista o artigiano che non lavori, in questo campo la disoccupazione non esiste. E ovvio, che questa scelta deve essere poi accompagnata dal dovuto addestramento e dallo studio, perché l’inclinazione artistica ha bisogno di essere esercitata e coltivata, l’arte del carretto può e deve ancora vivere, ha bisogno di tanti praticanti e se tanti la praticheranno emergerà prima o poi l’ARTISTA.

Filippo Laganà
http://www.ilcarrettodomenicodimauro.com/?page_id=14

 

La chiesa madre di Aci S. Antonio

 

 

 

La pasticceria Miraglia,

il ristoro dei Giganti.

 

(da un'opinione in rete) L'unione tra bontà ed originalità è senz'altro raggiunta dalla pasticceria Miraglia, ad Aci S.Antonio. La particolarità di questo laboratorio è la dimensione dei pezzi. Vi basti pensare che una briosche con il gelato vi sazia per pranzo e cena, e se si decide di fare colazione in questo bar magari con un cornetto alla nutella, si rimane a bocca aperta di fronte al mega cornetto gigante che una sola persona non può affatto mangiare. Almeno ci mangiano tre persone!! Senza contare che è una bomba ipercalorica perchè contiene mezzo barattolo di nutella! Infatti, in ogni pezzo dalle super dimensioni, anche di tavola calda, i condimenti sono quasi eccessivi e non si corre mai il rischio di restare digiuni. Per quanto riguarda i prezzi, in proporzione è come comprare due pezzi alla volta. Anche se devo ammettere che vista la notorietà che questa pasticceria sta conoscendo sempre più i prezzi tendono a lievitare..

Via Roma, 64 - Aci Sant'Antonio

 

 

San Giovanni La Punta

 

 

Valverde si sviluppa a 305 metri sul livello del mare e raccoglie quasi 7.000 abitanti.

Dal punto di vista artistico Valverde si ricorda soprattutto per i suoi edifici sacri, a partire dal Santuario della Madonna di Valverde. Tale edificio risale alla fine del 1600 e prevede l'annessione del Convento degli Agostiniani. Esso si presenta con un portale tardoquattrocentesco che raccoglie dei motivi floreali nella fascia dei capitelli. L'interno si presenta con l'impianto e gli arredi risalenti alla fine del 1600 e permette di ammirare le sepolture dei Riggio, una nobile famiglia che influi' molto sulla storia catanese del 1700.

Nel vicino comune di Aci San Filippo si trova un'altro edificio sacro interessante, la Chiesa dell'Eremo di S. Anna. Il complesso si trova in una posizione davvero suggestiva: essa domina una buona parte della costa ionica ed alcuni comuni rientranti nella provincia di Catania il cui nome inizia per "Aci"; il sito e' circondato da una vasta zona comprendente numerosi agrumeti e vigneti. La Chiesa si presenta con un pavimento in maiolica ed offre la possibilita' d'ammirare una tela raffigurante la Madonna col Bambino e S.Anna.

Tra le Chiese minori cittadine occorre citare quella intitolata a Santa Maria della Misericordia.

l'Eremo di SantAnna a Valverde

 

 

 

VALVERDE - SAGRA DELLA VENDEMMIA