il nostro viaggio comincia da dove finisce la Playa

 

Nell’entroterra siciliano, in provincia di Catania, racchiusa tra le propaggini meridionali degli Erei e la parte nord occidentale dei Monti Iblei, adagiata su quella parte della Piana di Catania lambita a Nord dal fiume Simeto, si estende un'area di grande pregio storico e naturalistico, il Calatino Sud Simeto.

Terra di miti e di tradizioni antiche, crocevia di civiltà e di popoli che hanno lasciato ovunque i segni della loro presenza, il Calatino è costituito da 15 comuni che mantengono immutato il fascino di un tempo lontanissimo, e dove si fondono, in una simbiosi perfetta, natura, cultura e tradizione.

Qui, ancora oggi, quotidianamente, l'uomo sfida e protegge la natura, e da essa ne trae ricchezze uniche e straordinarie. È questo il segreto di un raffinatissimo artigianato che punta sulla tradizione e sfrutta l’ingegno e l’estro di numerosi artigiani, veri e propri artisti, capaci di creare opere di gran pregio e di rinomata fattura, apprezzate in tutto il mondo. A tutto ciò si aggiunge una rinomata tradizione del gusto e della tavola, pregevole sintesi di un complesso intreccio di metodi e abilità culinarie, caratterizzato da una miscellanea d’ingredienti, spezie e intingoli che sono il vanto di questa feconda terra.
Le forti tinte del paesaggio, gli intensi odori dei frutti di questa terra e il calore sincero della gente che la custodisce, ammalieranno chi vorrà visitarla; forti sensazioni da cui trarre motivo per ritornare…

 http://www.calatinosudsimeto.it/

 

 

 

 

Il territorio delimitato come riserva naturale orientata Oasi del Simeto è ciò che rimane di un antico e vasto ecosistema palustre che si estendeva a sud della città di Catania e che comprendeva diverse zone umide, tra le quali quella di Agnone, Valsavoia e di Pantano di Catania. Gli ambienti sopravvissuti all'antropizzazione di quest'area, ricadenti nella riserva sono: il lago Gornalunga, formato dall'omonimo affluente del Simeto; il lago Gurnazza, arginato dalle dune costiere; le Salatelle, vasti acquitrini salmastri, formati dalla capillarità della zona costiera; la nuova foce, ritagliata dopo la grande alluvione del 1951 e attraversata dal ponte Primosole; la vecchia asta fociale, a forma di falce, ora isolata ed alimentata dai canali Buttaceto ed Jungetto.
Alcuni pionieri, il più autorevole dei quali l'ing.Angelo Priolo, oggi decano degli ornitologi ltaliani, cominciarono nei primi anni quaranta ad osservare e registrare dati sulle presenze faunistiche nell'area. I dati raccolti, anche negli anni seguenti, evidenziarono la ricchezza del patrimonio faunistico, ma anche il lento declinare della varietà delle specie presenti. Nei primi anni '70 cominciò a diffonedersi la consapevolezza della necessità di salvare l'area dall'aggressione dell'abusivismo edilizio e di proteggere la fauna e la flora. Scesero in campo diverse associazioni ambientalistiche ed anche i sindacati. Questo movimento, che vedeva in prima linea la signora Wendy Hennessy Mazza della Lipu, ottenne nel 1975 la costituzione di un'oasi di protezione faunistica con un decreto dell'assessore dell'Agricoltura e Foreste della Regione Siciliana.

Negli anni successivi continuarono le battaglie dei protezionisti (Cgil, Cisl ed Uil inserirono nel Progetto Catania l'obiettivo di un concorso internazionale d'idee per realizzare il parco territoriale dell'Oasi del Simeto, previsto dal PRG, concorso poi espletato, ma senza alcun esito pratico) anche per ottenere la demolizione delle costruzioni abusive. Solo nel 1984 viene istituita la Riserva Naturale Orientata dell'Oasi del Simeto e nel 1989 arriva la demolizione di 54 abitazioni abusive.

Oggi la tendenza edificatoria, dopo gli interventi repressivi e l'attività informativa ed educativa, sembra essersi arrestata, anche se continua una certa pressione antropica, soprattutto in riferimento all'uso incontrollato della zona costiera sabbiosa. Per invertire decisamente la tendenza occorrerebbe una disciplina rigorosa a tutela delle zone naturali più fragili.

Il Simeto, il maggiore dei fiumi siciliani per bacino e portata, ha creato l'ecosistema su cui insiste la Riserva. Esso ha origine nella Serra del Re, uno dei rilievi più elevati della catena montuosa dei Nebrodi. Lungo il suo percorso, all'interno della riserva, è costeggiato da piante tipiche dei terreni melmosi: Canne di palude, Giunchi da stuoia, Lische a foglie strette. Oltre questa fascia melmosa si estende un'area pianeggiante, soggetta a inondazioni invernali e disseccamenti estivi, la cui vegetazione è composta da Tamerici, Giunchi pungenti, acuti e meridionali, Salici comuni e pedicellati. Una terza fascia, formata da un terreno più impermeabile, argilloso e coperto di salsedine, è costituita da una vegetazione di piccoli arbusti a foglia succulenta, come la Salicornia fruticosa, la Suaeda marittima, l'Atriplice portulacoide e il Limonio comune. Il litorale sabbioso ai lati della foce del fiume presenta una vegetazione ancora più ricca: Violaciocca selvatica, Salsola, Santolina, Poligono marittimo e Ravastrello marittimo, lungo la battigia; Gramigna delle spiagge, Sparto pungente, Mirto, Fiordaliso delle spiagge, Giglio delle spiagge, macchie di Lentisco e Olivastro, nell'interno e lungo le dune sabbiose. Le zone lontane dal fiume costituivano, un tempo, una fitta macchia sempreverde. Oggi, a seguito alle successive opere di bonifica, sono state occupate da coltivazioni.

 

Itinerari consigliati

Per evitare di incidere negativamente sul delicato equilibrio delle zone A, suggeriamo due percorsi che, rispettando questa premessa, consentono interessanti osservazioni.
Primo percorso
Provenendo da Catania, imboccare l'ingresso principale della Riserva pochi metri prima del Ponte Primosole, lungo la S.S. l14 in direzione sud; proseguire per circa 500 m. e parcheggiare l'autoveicolo. La visita comincia con lo scalare l'argine sinistro della nuova foce del Simeto e seguendo il sentiero che lo sormonta fino a lambire la spiaggia. Qui, scegliendo un luogo riparato per non disturbare gli animali presenti, é possibile fermarsi per osservare. Occorre assolutamente evitare il calpestio della zona sabbiosa.
Secondo percorso
Tornare sui propri passi e riprendere l'autoveicolo per immettersi nuovamente sulla Ss.114, superare il Ponte Primosole e imboccare la rotabile che si inoltra all'interno della zona B fino al posto di guardia della Forestale. Qui si può parcheggiare l'autoveicolo per proseguire a piedi verso il bosco. Dopo aver visitato la pineta, seguire la costa in direzione sud, mantenendosi sempre nella zona B, per avvicinarsi al lago Gomalunga. Dopo aver compiuto osservazioni sulla fauna e sulla flora, tornare sui propri passi e immettersi nuovamente sulla S.S. 114 in direzione di Catania o Siracusa.

Notizie utili

Cosa portare con sé
Per una visita intelligente e veramente fruttuosa é consigliabile portare con sé binocolo, macchina fotografica e/o telecamera, block notes e matita per appunti, una guida agli uccelli d'ltalia, un manuale per il riconoscimento della flora mediterranea, scarponi e calze di ricambio, lozione anti-zanzare e abbigliamento con colori che si confondano con l'ambiente naturale.
Come comportarsi
Il visitatore, tenendo presente la delicatezza dell’ambiente naturale che sta attraversando, per rispettare la tranquillità a cui hanno diritto tutte le creature della riserva, deve assolutamente evitare di: gridare, portare radioline, calpestare le aree ricoperte di vegetazione (percorrendo esclusivamente i sentieri battuti), vestirsi con colori vivaci, asportare qualsiasi cosa, portare con sé animali domestici, abbandonare rifiuti.
Quando non andare
Il visitatore che ama l’ambiente naturale e rispetta la vita delle sue creature eviterà di introdursi nella riserva durante il periodo della riproduzione di numerose specie che vi nidificano, cioè dalla fine di febbraio a giugno.

 

 

Come organizzare le visite
Per i gruppi e le scolaresche é consigliabile rivolgersi in primo luogo all'Ente gestore, la Provincia Regionale di Catania (tel. 095/382112-382144, 7° Dipartimento - Ecologia e Assetto del territorio), oppure chiedere indicazioni per la visita a: 

Distaccamento forestale di Catania - tel. 095/431260 Fondo siciliano per la natura - tel. 095/382421 – 0336/726808  Legambiente – tel. 095/444830 Lipu – tel. 095/534935 Wwf – tel. 095/382380 – 383314

L'AMBRA DEL SIMETO

Presso la foce del Simeto, sostando lungo la battigia, soprattutto dopo una forte mareggiata, è ancora possibile raccogliere l'ambra, una resina fossile conosciuta già in epoca preistorica. Ritenuta per molto tempo esclusiva del Simeto, l'ambra, electron in greco, fu chiamata simetite. Ancora oggi è molto ricercata in gioielleria ed è considerata tra le più pregiate del mondo.
A Catania, dove esiste la più ricca collezione di ambra del Simeto, di proprietà di una nota famiglia di gioiellieri, la polvere di ambra veniva usata dai mastri liutai per lucidare gli strumenti di particolare pregio.
E' interessante descrivere gli antichi metodi di raccolta, che sopravvivono ancora ai nostri giorni: i raccoglitori di telline utilizzano lungo la costa un rastrello che trattiene, oltre alle telline, anche l'eventuale ambra presente; i cercatori più specializzati, invece, inseguono l'onda che si ritira dalla battigia, scrutando i depositi appena lasciati, tra i quali può apparire la preziosa ambra, messa in evidenza dai raggi solari

http://www.sicilyland.it/simeto.htm

 

Quel paradiso violato a portata di bicicletta

Escursione organizzata da Legambiente per ricordare l'importanza di un'area protetta conosciuta spesso solo per l'abusivismo edilizio. «Per raggiungerla serve una pista ciclabile»

La Sicilia, Lunedì 02 Giugno 2014

Carmen Greco

 

Trent'anni e sentirli tutti. Soprattutto come occasioni mancate. La riserva naturale dell'Oasi del Simeto li ha compiuti poco più di due mesi fa, ma non se n'è accorto nessuno. Anche per questo, ieri mattina, Legambiente Catania ha organizzato un'escursione in bici nella riserva, con l'obiettivo primario di farla conoscere non solo e non tanto per il problema dell'abusivismo edilizio, la piaga che, da sempre, ha messo in secondo piano la bellezza di un'area naturalistica (di circa 1.800 ettari) che avrebbe grandi potenzialità per il turismo ambientale, ma anche per ricordare che fruire dei paradisi dietro l'angolo non è impresa impossibile. Prova ne è stata, ieri mattina, la pedalata totalmente in piano da piazza Duomo all'ingresso di Primosole dell'Oasi, 32 km andata e ritorno, lungo il viale Kennedy e la statale 114, affrontati con disinvoltura anche dai bambini o da chi, in sella ad una bici, ci sale solo due volte l'anno.

Unica difficoltà - risolta da un servizio ad hoc dei vigili urbani - non farsi travolgere dagli automobilisti, storicamente insensibili (e non se ne comprende il motivo) alle carovane di ciclisti in strada. Motivo di più per invocare una (vera) pista ciclabile per arrivare, in sicurezza, dalla città alla riserva. E, tanto per dirne una si potrebbe cominciare dalla segnaletica. I pannelli scarsi, bruciacchiati dal sole e, ovviamente, solo in italiano, non aiutano proprio ad immaginare un futuro maggiormente fruibile per questo sito che le direttive europee classificano di "Importanza Comunitaria". Tutto questo, semmai ce ne fosse bisogno, a conferma di quanto poco si creda in quel che si predica, cioè la valorizzazione del territorio, la promozione delle bellezze paesaggistiche, il turismo verde come risorsa per l'economia e così via dicendo.

 

Ammesso che un turista arrivi oggi alla foce del Simeto, il paesaggio delle case abusive alla sinistra del fiume (e la spazzatura proprio alla fine del percorso sterrato sugli argini) non gli lascerà certo un ricordo indelebile, se non quello della mancanza di progettualità degli amministratori locali incapaci di una visione più «verde» del nostro futuro vivere quotidiano.

«Se questi 30 anni sono stati un'occasione perduta - ha sottolineato Renato De Pietro, presidente di Legambiente Catania - noi ci battiamo affinchè non se ne perdano inutilmente altri 30 e perché l'Oasi divenga veramente un fiore all'occhiello per la città di Catania e non, come la considerano molti politici, una palla al piede che fa perdere voti».

Eppure l'Oasi offre gli ultimi residui di dune sabbiose costiere di tutto il Golfo di Catania, specie di uccelli a rischio di estinzione come la Moretta Tabaccata e zone umide ritenute di importanza internazionale.

Nella riserva le costruzioni abusive sono circa tremila. Di queste, a partire dagli anni Novanta, ne sono state demolite circa 125, ma molto c'è ancora da fare a partire da un piano serio per l'eliminazione delle costruzioni incompatibili con l'area protetta. «E' il presupposto fondamentale per qualunque ipotesi di tutela e gestione - ha aggiunto De Pietro -. L'istituzione della riserva nell'84, ha sicuramente impedito che venisse perduto questo territorio di enorme importanza ambientale ma anche dopo quella data l'abusivismo è andato avanti e, probabilmente, se non ci fosse stata Legambiente oggi questo anniversario sarebbe stato ben più triste.

Le demolizioni, finora, sono state fatte a macchia di leopardo tanto che nemmeno ci si accorge di questi interventi da un punto di vista di ripristino ambientale. Ci vuole una presa di posizione ben netta per individuare quello che può essere sanato e quello che va assolutamente demolito. Bisogna far riappropriare i cittadini onesti e civili di questo territorio che è di tutti, non è di chi ha violato le leggi».

 

 

 

La foce del Simeto è facilmente raggiungibile percorrendo la SS 114 Catania-Siracusa che possiamo imboccare sia uscendo dal centro cittadino (non senza aver dato una sbinocolata alla foce del torrente Acquicella, proprio al limite della città, all’estremità meridionale del porto), o per chi viene dall’autostrada ME-CT percorrendo l’intera tangenziale. Dopo circa 250 m dall’innesto della tangenziale sulla sinistra vedremo l’ingresso della Riserva Naturale che imboccheremo con grande attenzione per arrivare dopo 1,5 Km di fronte al cancello del villaggio "Primosole beach", uno dei tanti villaggi residenziali sorti abusivamente all’interno dell’Oasi. Qui lasceremo la macchina, non senza averla prima affidata nelle mani di Sant’Agata (patrona di Catania), per salire sull’argine che domina il tratto terminale del fiume e la foce. Dopo aver effettuato le nostre osservazioni possiamo dirigerci a nord lungo l’arenile guadando il canale Buttaceto (vecchia foce) e raggiungendo dopo 1 Km, sbinocolando sempre in mare, alcuni stagni salmastri retrodunali denominati "Salatelle". Questi stagni si sono radicalmente trasformati in seguito ad una rottura di un argine del canale Buttaceto che li costeggia, che vi immette un continuo afflusso di acqua dolce, che se ha avuto l’effetto positivo di aumentarne enormemente la superficie inondata di contro ne ha sconvolto le fitocenosi preesistenti.

 

 

 

 

 

Il Castello Duca di Misterbianco

 

 d’impostazione neogotica, fu edificato nel 1930 dal 9° Duca di Misterbianco Vespasiano. E’ situato all’interno dell’area “Oasi del Simeto”, in prossimità della foce del fiume. Attualmente si trova a nord rispetto al percorso del fiume, ma, fino alla metà del 1900 si trovava a sud, poiché il fiume, superato il ponte Primosole, prima di sfociare sul mare Jonio descriveva un’ansa passando più a nord. L’edificio era circondato da ettari di terreno coltivato a vigneti ed agrumeti, dotato di un pozzo per l’approvvigionamento dell’acqua, di una zona termale corredata di piscina e di un colonnato neoclassico. Il piano terra del castello era destinato ad alloggi per la servitù, locali per la lavorazione dei prodotti raccolti nei campi, con un palmento, il frantoio, le scuderie e magazzini deposito. L’accesso avveniva dai cinque archi presenti a sud della struttura. In tale piano si trovavano due scale, una nell'angolo sud-ovest a due rampe che permetteva l'accesso al loggiato posto ai piani superiori e l’altra posta in posizione centrale rispetto al manufatto, che permetteva l'accesso al livello superiore sia in direzione ovest, quindi verso il loggiato, che in direzione est, permettendo l’accesso sulla terrazza con vista sul mare. Dal primo piano, dall’angolo nord-ovest, si elevava una magnifica torre quadrangolare su cinque livelli fuori terra, che costituiva il loggiato dello stabile, mentre nell’angolo sud-ovest vi erano quattro archi a sesto acuto sorretti da colonne e capitelli. La parte centrale del primo piano era adibita al soggiorno della famiglia, con finestre, aperture ad arco e terrazzi che permettevano di vedere la vegetazione circostante ed il mare. Nella parte centrale, si elevava un’altra piccola edificazione costituendo il secondo piano. Le parti sommitali del castello erano tutti coronati da merli. Il castello costituiva la dimora estiva della famiglia Trigona. Rimase in buono stato fino alla terribile battaglia che si combatté tra il 14 e il 17 luglio del 1943 al Ponte Primosole. In quella occasione, il castello fu occupato prima dai tedeschi e dopo dagli inglesi (Royal Artillery) come posto di osservazione. La torre alta 30 metri in posizione dominante, fu distrutta dall'ultima cannonata dei tedeschi alle ore 17 circa e non fece neanche un morto poiché le guardie inglesi erano a consumare il tè pomeridiano.

Le origini della famiglia Trigona. La famiglia Trigona trae origini dai duchi "de Monti Chirii in Isvevia" (Germania sud-occidentale) e dal duca Salardo, il cui figlio Coraldo, acquistando il castello e la signoria di Trigona o Trigonna, in Picardia (Francia settentrionale), prese il cognome. Un discendente di Coraldo, Ermanno, valoroso capitano dell'imperatore Federico II di Svevia, ricevette per i servigi offerti al re, diverse ricompense, tra cui, nel 1239 la nomina di governatore di Mistretta. Un discendente di Ermanno, Giacomo, sposandosi nel 1369 con Margherita d'Aragona, figlia di Giacomo, nipote di Pietro d'Aragona II, re di Sicilia, ricevette lo stemma originario con l'aquila nera della Casa Reale d'Aragona. Lo stemma del Casato Trigona raffigura un'aquila nera coronata, recante sul petto uno scudo con incisa una cometa che illumina un triangolo. Da quando fu affidata la Piazza del Castello della città di Mistretta al Capitano Ermanno, la famiglia Trigona entrò a far parte di una casta nobiliare assai nota in quasi tutti i maggiori centri Siciliani, possedendo molti vassallaggi, signorie e feudi. Il ducato di Misterbianco. Nel XVII secolo, Vespasiano Trigona di Piazza Armerina, acquistò il Casale di Misterbianco, dove si trasferiva con la famiglia nei mesi caldi dell'anno. Il figlio Francesco sposò Felicita Paternò Castello, nipote del Principe Agatino Paternò Castello, dalla quale ebbe un figlio, Pietro Domenico. Quest'ultimo, grazie all'influenza della famiglia materna Paternò Castello, ricevette nel 1685 il titolo di Duca di Misterbianco dal re Carlo II di Spagna. Con Pietro Domenico nacque il Ducato di Misterbianco ed i successori furono nell'ordine: Tullio zio di Pietro Domenico, Vespasiano, Mario, Vespasiano, Alberto, Vespasiano, Alberto, Vespasiano, fino al 10° Duca Alberto nato a Catania il 27.02.1928. Le foto e le informazioni si devono ad un paziente lavoro di ricerca dell'amico Salvo Nicotra.

https://www.etnanatura.it/sentieri.php?nome=Castello_duca_di_Misterbianco

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Catania da Costa Saracena - l'autore, se lo vuole, è pregato di contattarmi per inserire il suo nome o rimuovere l'immagine. 

 

Agnone Bagni è una frazione di Augusta, in provincia di Siracusa, che si estende su circa 79400 m². Grazie alla propria posizione geografica, da Agnone Bagni è possibile ammirare l’intera costa catanese ed il vulcano Etna.
I Siculi fondarono sin dal XVIII secolo a.C. nella zona dove i Greci fondarono in seguito Leontinoi, i loro villaggi. Più precisamente, venne interessata dalla presenza sicula l’area che andava dalla fascia costiera ( Agnone allo Sperone ) a tutto il territorio attraversato dal fiume Terias (identificato con il San Leonardo) fino ai colli S. Mauro. Il territorio sembra che fu chiamato dai Siculi col nome di Lissos, che dovrebbe essere un toponimo preso dalla omonima divinità autoctona, che diede il nome all’antico villaggio siculo di S. Eligio. Nell’VIII secolo a.C. giunsero i Calcidesi, che occuparono la costa sotto la guida dell’ecista Thucles, e fondarono sulla città sicula di Lissos la colonia di Leontinoi, dove convissero con gli autoctoni. I Siculi, dal racconto fatto da Tucidide e Polieno abbandonarono gli insediamenti costieri prossimi alla foce del Terias nell’VIII secolo a.C., ma continuarono a controllare e vivere l’area di S. Eligio, come sembrano provare gli scavi archeologici condotti fino al 1951. La foce del San Leonardo sembra che fosse allora navigabile e consentiva lo svolgersi dei traffici commerciali tra gli indigeni e i commercianti, probabilmente anche Fenici, che scambiavano manufatti d’argilla con gli autoctoni, esercitando in questo modo una notevole influenza sulla loro produzione artigianale, che comincia a risentire dell’influenza del mondo orientale rodiocretese. Le rotte commerciali fino all’VIII secolo a.C., e cioè prima della fondazione delle colonie greche di Zancle (Messina) e Region (nei pressi di Villa San Giovanni), attraversavano lo stretto di Messina per raggiungere le coste sarde, e non passavano quindi per la zona di cui parliamo.

 

agnonegolfodicatania.jpg

lo spettacolo che si vede curvando a sinistra e risalendo sulla vecchia strada Statale per Siracusa (foto di Guido Fasanaro)

 

Dopo l’VIII secolo a.C., proprio a seguito dell’arrivo dei Greci e della nascita delle loro colonie, la rotta commerciale fenicia venne dirottata verso le coste di Malta e della Sicilia meridionale, per toccare poi l’estremità occidentale della Sicilia e da lì proseguire verso la penisola iberica. Anche i siti vicini alla foce del Terias sembrerebbe che siano stati abbandonati dai Siculi già a partire dal X - IX secolo a.C. Dal punto di vista geomorfologico la fascia costiera di Agnone Bagni presenta due caratteristiche diverse: dalla foce del San Leonardo ad Agnone Bagni la costa è bassa ed è stata modellata da processi deposizionali, mentre da Agnone a Cozzo dei Turchi la costa è alta, corrisponde ai terrazzi marini che sono venuti a formarsi a partire dal Pleistocene medio, ed è stata modellata da processi erosivi. Si può notare come il paesaggio sia caratterizzato dall’alternarsi di foci fluviali, spiagge, dune costiere e pianure alluvionali lungo la costa alta, e da falesie terrazzamenti e promontori sulla costa alta. 

Dalle baracche alla lottizzazione
Fino al 1978 esisteva una baraccopoli ad Agnone. Costruzioni in legno che si snodavano sulla sabbia situate a pochi metri dal mare. Già nel 1979, mentre le ultime baracche finivano di esistere sotto la furia del mare o per le ruspe del comune di Augusta che provvedevano a radere al suolo quelle a rischio, cresceva l’area edificata; purtroppo senza rispettare l’originale progetto a triangoli alternati.
Fu traumatico il passaggio dalla vita di baracca alla vita di casa, con tutte le comodità ma anche necessità di manutenzione. Sono nate villette singole, ma anche multifamiliari che di certo hanno contribuito a rovinare il paesaggio di questo particolare angolo di Sicilia.

http://it.wikipedia.org/wiki/Agnone_Bagni

 

 

 

 

Lasciamo la Playa e le altre spiaggie catanesi ed entriamo nella......

 

 

La Piana di Catania è la più estesa ed importante pianura della Sicilia.
Ha una superficie di 430 km², pari a un quinto di tutte le pianure dell'isola ed è una delle più estese dell'Italia meridionale. La piana di Catania si è formata con l'accumulo dei depositi alluvionali dei fiumi Dittaino, Gornalunga, Simeto e dei loro affluenti. È circondata da monti e colline: l'Etna la sovrasta con la sua imponente mole e, in un certo qualmodo, ne è l'artefice e l'ha resa fertile con i prodotti della sua attività vulcanica. La piana infatti si è formata a partire dall'emersione dell'antico vulcano dal golfo primordiale, che esisteva al suo posto, tra l'Appennino Siculo, a nord, con le catene montuose dei Nebrodi e, a sud, la catena costituita dai Monti Erei e dai Monti Iblei. Il territorio della Piana di Catania comprende parte della Provincia di Catania, della Provincia di Siracusa e della Provincia di Enna.

 

Sull'autostrada, verso Palermo, attraverso la Piana di Catania

Vie di comunicazione

La piana di Catania è attraversata per tutta la sua lunghezza dall'autostrada A19 Catania-Palermo e dalla strada statale 192; da questa alcuni km dopo l'uscita dalla città di Catania dirama la strada statale 417 per Caltagirone. Nel tratto prossimo alla costa viene percorsa dalla strada statale 114 dalla quale in prossimità del fiume Simeto si dirama la strada statale 194 per Ragusa. Nella parte catanese della piana si trova l'aeroporto di Fontanarossa e mentre in territorio siracusano sorge quello militare di Sigonella. Poco oltre, in località Gerbini sorgeva fino alla seconda guerra mondiale, un aeroporto militare italiano, con piste in terra battuta. La piana di Catania è interamente attraversata in lunghezza dalla ferrovia Palermo-Catania di RFI che ha origine nella stazione di Bicocca, nella quale si stacca dalla linea costiera per Siracusa che prosegue in direzione sud verso il fiume Simeto. Dalla stazione di Motta Sant'Anastasia, sulla linea per Enna e Palermo si dirama la ferrovia Catania-Motta-Regalbuto, oggi usata solo per merci fino a Paternò e Carcaci, che arrivava fino a Regalbuto costeggiando il lago di Pozzillo, fino alla soglia degli anni ottanta ed era di grande importanza per il trasporto degli agrumi all'estero. L'area della piana è interessata da vari insediamenti industriali, come la zona industriale di Catania e l'area industriale di Enna. È inoltre in corso di finanziamento e costruzione l'interporto di Catania Bicocca.

 

Le pesche Tabacchiera della Piana di Catania

Coltivazioni agricole

È una delle zone agricole più importanti della Sicilia. L'agricoltura prevalente nell'area provinciale catanese della Piana di Catania è quella agrumaria con prevalenza quasi assoluta dell'arancio, ma sono presenti anche gli oliveti. Addentrandosi verso l'interno e soprattutto nella parte ennese è prevalente la coltivazione cerealicola e leguminosa, un tempo con prevalenza di grano duro, arance di polpa rossa.

Centri abitati

Gli insediamenti urbani sulla piana sono pochi e costituiti essenzialmente da antiche masserie oggi quasi tutte disabitate e qualche villaggio per lo più attorno alle stazioni ferroviarie come Sferro. I centri di qualche rilevanza si trovano tutti ai margini della piana e sono Catenanuova, Francofonte, Militello, Lentini, Motta Sant'Anastasia, Paternò, Palagonia, Ramacca e Scordia. La parte finale della Piana di Catania nei pressi della costa ionica costituisce l'oasi del Simeto.

 

 

 

Cittadina agricola sorta ai margini sud-occidentali della piana di Catania, all'inizio del XVIII sec., vanta un territorio di 305,382 kmq, uno dei più estesi della Sicilia. Questo si articola in basse colline, morbidi declivi e vaste estensioni pianeggianti. Bellissime masserie sparse in tutto il territorio arricchiscono lo stupendo paesaggio di veri e propri capolavori d'architettura rurale. Il territorio ramacchese stato abitato fin dalle epoche più remote. Ciò è dimostrato dai numerosi siti preistorici, scoperti nelle contrade Torricella, S. Maria, Poggio Croce, Perriere Sottano, dalla presenza di una città indigeno-greca sulla Montagna di Ramacca, abitata fin dal VII sec. a.C, fino all'età ellenistica. Gli scavi archeologici hanno portato alla luce reperti, molti dei quali sono esposti nelle sale del Museo Archeologico Civico.
Il carattere urbanistico del paese presenta una pianta ortogonale, con vie larghe e rigorosamente squadrate. Il centro di Ramacca è costituito dalla piazza Umberto I, che ha la morfologia di un ottagono regolare, al cui lato meridionale sorge il settecentesco Palazzo baronale, oggi sede del Municipio, del Museo Civico Archeologico e della Biblioteca Comunale.

 

La Città del carciofo violetto. Raccontare la storia di una prelibatezza come il carciofo passa attraverso i tanti nomi con i quali viene indicato: carcióffula, carciofaia, carcióufu, caquórcila, cacuórciulu, cacùccila, e chi più ne ha più ne metta. Si arriva addirittura ad indicare una persona piena di sé, che ostenta e si pavoneggia come uno che “si senti cacòccila”. Ma nel linguaggio parlato manca la dizione più interessante, e cioè capòzzula che è quella che dà l’etimo: cioè “caput”, il capo, la testa, a voler significare come questo ortaggio frutto dell’amore, della sapienza e dell’esperienza che ogni giorno le nostre famiglie, i nostri produttori e i nostri contadini mettono nel lavoro di una terra straordinariamente fertile, la terra di Ramacca, sia veramente il capo, la guida, il re della tavola e della salute. Nella cucina della nostra isola, e non solo, i carciofi trovano larghissimo impiego e non sono secondi a nessun altro ortaggio per il numero delle ricette che si possono preparare, dall’antipasto al dolce. Curiosità a parte, esiste tutto un fascino, un modo di vivere, un costume, intorno al carciofo: il mangiarne non è solo cibo, ma soprattutto un ottimo motivo tenendo qualcosa in mano bere un buon bicchiere di vino, tra amici… tra buoni amici.

http://www.vivienna.it/2011/04/05/ramacca-xxi-sagra-del-carciofo-violetto/

 

Da Catania immettersi sull'A19 Catania-Palermo, uscire allo svincolo Motta S. Anastasia, percorrere le strade statali 192 e 288, imboccare il bivio per Ramacca. In alternativa percorrere la S.S. 417 Catania-Gela e imboccare il bivio per Ramacca.
Ramacca è posta nelle vicinanze di tre strade statali: la 288 che collega Piazza Armerina con il bivio di Gerbini, la 385 che mette in collegamento il bivio di Iazzotto con Caltagirone e la 417 che unisce Catania con Gela.

In pullman: Autolinee extraurbane AST (Via S.G. La Rena 25 CT, tel 0957230511, www.aziendasicilianatrasporti.it , tratta Mineo - Palagonia - Catania dev. Palagonia - Ramacca - Catania.

 


Sagra del Carciofo ogni anno ad Aprile.
Questa manifestazione, oltre che un appuntamento gastronomico, negli anni è stata ampliata fino a diventare una vera e propria vetrina delle bellezze storiche, culturali e paesaggistiche della città di Ramacca. Il visitatore in questo modo può riscoprire le antiche tradizioni della vecchia civiltà contadina. L’evento infatti, dislocato all’interno del centro storico,trasforma i quartieri in vere e proprie vetrine gastronomiche.

Il Pane di Ramacca.
37° edizione della tradizionale Sagra del Pane organizzata dell'Associazione Turistica Pro Loco di Ramacca.
Degustazione del rinomato pane di Ramacca, cotto nel forno a pietra, condito con sale, olio, acciughe, olive nere ed origano, oppure bruschette e pane fritto. La vita a Ramacca è fondamentalmente imperniata nelle sue tradizioni, legate alla produzione agricola.

Ramacca è, infatti, uno dei centri maggiori della produzione granaria europea. La natura dei terreni, il clima e la capacità imprenditoriale dei suoi agricoltori, hanno fatto di Ramacca (Catania) un centro cerealicolo rinomato in Tutta Europa. Non a caso la varietà del grano più famosa, la "sen. Cappelli", stimata non solo dagli agricoltori ma soprattutto dagli scienziati di tutto il mondo, fu selezionata nel territorio di Ramacca e io suo genotipo viene ancora oggi utilizzato per la costituzione di nuove varietà; anche della varietà "Margarito", che prende il nome dall'omonima contrada ramacchese dove viene coltivata in pieno campo. Ma Ramacca è anche la "Capitale del Pane", nonché "granaio di Roma".
Le principali tradizioni, infatti, sono legati ai culti della fertilità, di cui il grano è simbolo, che affondano le loro radici in riti antichi e ancestrali. Rinomata è la squisitezza del "pane di casa", alimento basilare delle famiglie contadine, impastato con lievito naturale ed infornato in forni a pietra con riscaldamento a legna.

 

 

 

L’uva di Mazzarrone è un specialità della Sicilia, più precisamente della zona a cavallo tra le province di Catania e Ragusa. Le origini di questa tipologia di uva risalgono al secolo scorso, infatti si sente parlare dell’uva di Mazzarrone verso la fine dell’800, inizio del 900.
Anche molti scrittori raccontavano che alla fine del secolo scorso la produzione di uva da tavola rappresentava il 5 % della produzione viticola.

Col passare degli anni e con lo svilupparsi delle nuove tecnologie, questo tipo di uva è sempre divenuta più importante per l’economia del luogo.

L’uva di Mazzarrone esiste nera, rossa e bianca. Il sapore è dolce e gustoso, e sono moltissime le proprietà benefiche che è in grado di garantire.

Se mangiata al mattino a digiuno l’uva di Mazzarrone ha effetti disinfettanti e antivirali, senza poi dimenticare le sue funzioni diuretiche e lassative, è in grado di attivare le funzioni epatiche, facilita la digestione e contribuisce a ridurre il livello di colesterolo nel sangue.

Come detto essendo un’uva da tavola può essere consumata da sola, ma viene usata anche per preparare dolci, marmellate, gelatine e sorbetti.

L’originalità dell’uva è data dalla scritta “Uva da tavola di Mazzarrone” sull’etichetta, insieme all’indicazione “Indicazione Geografica Protetta”, al logo identificativo della denominazione raffigurante il contorno della Sicilia con le diciture Igp e “uva da tavola di Mazzarrone”.

 

Mazzarrone si trova nelle vicinanze della strada statale 514 che mette in collegamento Ragusa con Catania. In auto da Catania: Superstrada statale n.417 Catania-Gela, uscita Grammichele, attraversare il paese di Grammichele, seguire indicazioni per Mazzarrone.

Mazzarrone è sprovvista di linee autostradali, la più vicina a circa 80 Km. è l'autostrada A19 che mette in collegamento Palermo con Catania. 

A sud dei monti Erei, adagiato ai piedi del Monte San Marco, sorge incuneato tra la provincia di Caltanissetta e la provincia di Enna, il piccolo comune di San Cono, "Città del Ficodindia". In origine antico feudo di “Dainamare e Santo Cono”, dopo essere stato proprietà delle più note famiglie siciliane, nel 1785 passò a Don Ottavio Trigona Bellotti, Marchese di Floresta e di San Cono, nonché sindaco di Piazza Armerina, che subito si adoperò a ripopolare il feudo, concedendo notevoli agevolazioni a tutti i coloni che provenienti da ogni parte della Sicilia, vi si insediarono. Il 12 febbraio del 1785, a seguito dell’antico privilegio concesso nel 1662 da Filippo IV a Giovanni Maria Trigona, il marchese ottenne la “licentia populanti” dal vicerè Domenico Corracciolo, dando il via alla costruzione dell’abitato.
Tra le colture principali vi sono ortaggi, frutteti, mandorleti, vigneti e, soprattutto, le colture intensive di fico d'india, di cui San Cono è tra i maggiori produttori ed esportatori.

Festa del patrono San Cono Ia seconda domenica di maggio

 

 

5 ottobre 2011 - Comincia il prossimo venerdì 7 ottobre, alle ore 18.00, la XXVII Sagra del Ficodindia di San Cono. A presentare l’iniziativa al Centro direzionale Nuovaluce l’assessore alle Politiche agricole Giovanni Bulla e allo Sviluppo economico Filippo Gagliano, insieme al sindaco di San Cono Nunzio Drago, all’assessore comunale all’agricoltura, Gaetano Spitale, e al presidente del Consiglio comunale Angelo Firrarello, in presenza del consigliere provinciale Antonello Sinatra.

“Lo sviluppo del territorio è certamente legato alla produzione delle eccellenze e del turismo – hanno affermato gli assessori Bulla e Gagliano – e il ficodindia Dop di San Cono è un prodotto agricolo già apprezzato e rinomato anche all’estero per la particolare fragranza e le proprietà organolettiche.
Il programma della manifestazione propone tre giorni di convegni, degustazioni e spettacoli e si concluderà nella serata di domenica 9.
“La comunità di San Cono – ha detto il sindaco Nunzio Drago – è legata alla coltivazione del ficodindia. Grazie alla pervicacia e alla costanza dei produttori abbiamo travalicato i confini nazionali e siamo ormai conosciuti anche all’estero. Adesso aspettiamo che il ficodindia sia inserito nella Pac (politiche agricole comunitarie) per beneficiare dell’aiuto dell’Unione europea che permetterà di diminuire le spese di produzione e di affrontare la concorrenza del mercato globalizzato”.
Il ficodindia di San Cono, apprezzato per la consistenza e la fragranza, è unico per le particolari tecniche di coltivazione e per il microclima della zona che favorisce il processo lento di maturazione. La lavorazione del frutto consente di ottenere ottimo gelato artigianale, confetture e la famosa mostarda.

 

 

LA ROSSA DI SICILIA

 

 

Le arance a polpa rossa. Città adagiata nella piana di Catania, a sud del fiume Simeto, al confine fra le province di Catania e Siracusa, Scordia deve il caratteristico aspetto del suo paesaggio di macchia mediterranea, al verde intenso degli agrumeti che permane tutto l'anno, offrendo sfumature cangianti a seconda delle stagioni.
Qui la coltivazione degli aranci è presente sin dalla fine del XVIII secolo, quando i primi innesti furono impiantati sull'arancio amaro, la cui coltura, insieme a quella del Limone, i contadini locali già praticavano.
Nacquero così i primi agrumeti o "giardini", come si usa dire da queste parti. Da allora, i "giardini", si sono progressivamente diffusi sul territorio di Scordia, fino a diventare la primaria fonte di reddito per i suoi abitanti.

La principale varietà colturale (o cultivar) è il TAROCCO, arancia a polpa rossa con le sue diverse varianti. Sono presenti pure altri cultivar di arance a polpa rossa quali il MORO e il SANGUINELLO.
Le arance a polpa rossa sono le ottime arance dalla polpa di colore rosso - rubino, dovuto alla presenza di particolari sostanze, le ANTOCIANINE, che ne pigmentano la polpa e il succo donandole non solo quella nota di colore che le rende veramente appetitose, ma anche una grande carica salutare.


I farmacologi già da tempo riconoscono che le ANTOCIANINE attribuiscono al frutto varie proprietà terapeutiche e curative indispensabili per una salutare e corretta alimentazione.
In particolare: - intervengono attivamente a sostegno delle difese del nostro organismo nell'eliminazione delle scorie metaboliche (i radicali liberi); - rafforzano le mucose gastriche prevenendo così l'insorgere di gastriti e di ulcere; - proteggono le pareti vascolari e favoriscono una buona circolazione; - riducono il tasso di colesterolo; - favoriscono l'azione del fegato; - rigenerano la porpora visiva migliorando la vista;
- sono ottimi antiossidanti, al centro di alcune interessanti ricerche e sperimentazioni volte a sconfiggere il cancro.
Le arance a polpa rossa sono dolcissime, pur mantenendo zuccheri e calorie al di sotto della media e costituiscono un'importante scorta di Vitamina C (presente in quantità ben maggiore che nelle arance a polpa gialla), di sodio, di potassio e di altri sali minerali.
Sono il frutto che accompagna la nostra vita, prezioso per la salute, naturale aiuto nella gravidanza, nella crescita, nello sviluppo e nell'età avanzata (Salvatore Pennisi).

 

 

 

 

 

 

 

 

Il termine Calatino definisce quella parte di territorio della Sicilia orientale, facente parte della provincia di Catania comprendente i 15 comuni che ricadono in parte nella macro-area chiamata anche Sicilia centrale.
Il territorio calatino è molto eterogeneo ed è essenzialmente composto da territorio collinare e montuoso e comprende geograficamente le propaggini meridionali dei monti Erei e la parte nordoccidentale dei Monti Iblei comprendendo anche una parte della Piana di Catania.
Il termine calatino una volta identificava il solo territorio di Caltagirone. A partire dal secondo dopoguerra, da quando cioè Caltagirone ha iniziato ad ambire a divenire capoluogo di provincia, il significato della parola calatino è stato esteso. L'ambizione di Caltagirone però non si è mai realizzata.
È attraversato dai seguenti corsi d'acqua: Gornalunga, Dittaino, Dirillo, Torrente Ficuzza, Maroglio.
superficie totale: 1543,56 km² Numero di abitanti: 144.799 ab. Densità: 93.8 ab.km²
Il comprensorio calatino coincide, dal punto di vista storico, con la Diocesi di Caltagirone. 

 

gli scenari lungo la strada

Aspira da tempo ad essere elevato a provincia regionale con capoluogo Caltagirone e denominazione Provincia del Calatino-Sud Simeto. Difficilmente raggiungibile il numero minimo di abitanti per formare una provincia (180mila), ma mentre i dieci Comuni del calatino sono favorevoli, altrettanto non può dirsi per i cinque del Sud Simeto (Scordia, Palagonia, Ramacca, Militello in val di Catania e Castel di Judica, che insieme contano circa 57mila abitanti e 550 km² di superficie). Il calatino conta invece 88mila abitanti e 1000 km² di superficie.
Ai comuni del calatino, potrebbero aggiungersi quelli di Niscemi (Cl), 26.500 abitanti, Piazza Armerina (En), 20.800 abitanti, e Acate (Rg), 8.500 abitanti. I 56mila abitanti delle tre cittadine, uniti agli 88mila del calatino, raggiungerebbero l'insufficiente quota di 144mila abitanti.

 

Un progetto più ampio prevede la costituzione di una provincia con due capoluoghi, Caltagirone e Gela che, da sola, conta oltre 77mila abitanti. In questa provincia verrebbero inseriti anche i comuni di Butera (Cl), cinquemila abitanti, Mazzarino (Cl), dodicimila abitanti, e Licata (Ag), 39mila abitanti.
Agli 88mila abitanti del calatino, si aggiungerebbero quindi i 181mila della piana di Gela, per un totale di 269mila abitanti.
Bisogna però citare che, Gela nel contempo porta avanti con la Proposta di Legge Popolare, l'iniziativa per l'istituzione della propria Provincia, visto che con soli sei comuni supera i requisiti previsti dalla Legge (180mila abitanti).
I dieci comuni del calatino hanno anche un altro capoluogo di provincia più vicino rispetto a Catania. Un'ulteriore ipotesi è quindi quella dello spostamento di provincia o l'adesione alla possibile provincia di Gela. Caltagirone, Grammichele, Vizzini, Mineo, Mazzarrone e Licodia Eubea sono più vicine a Ragusa; Mirabella Imbaccari, San Michele di Ganzaria, Raddusa e San Cono sono più vicine a Enna. Per i cinque paesi del Sud Simeto, il capoluogo di provincia più vicino è comunque Catania, anche se Castel di Iudica è equidistante da Caltagirone, Catania ed Enna.

http://it.wikipedia.org/wiki/Calatino

 

 

 

 

 

 

Mineo si sviluppa a 511 metri sul livello del mare nei pressi degli Iblei e raggruppa quasi 6.650 abitanti.

La citta' ha molto da offrire dal punto di vista culturale. Uno dei simboli cittadini piu' noti e' la Biblioteca-Museo di Luigi Capuana. Il famoso letterato siciliano nacque proprio in questa citta' e l'edificio appena citato permette di ammirare la ricostruzione del suo studio milanese, tutti i suoi manoscritti, la biblioteca personale, i vari carteggi con gli intellettuali dell'epoca e gli innumerevoli esempi della sua attivita' di fotografo.

Una prima tappa di un possibile itinerario religioso riguardante la citta' di Mineo puo' interessare la Chiesa dedicata a San Tommaso. Essa si presenta con un impianto a croce latina e svariati stucchi settecenteschi e paliotti in marmo mischio. Al suo interno si puo' ammirare, tra l'altro, la seicentesca opera raffigurante la Deposizione realizzata da Filippo Paladino.

La collegiata di S. Agrippina si presenta nella sua maestosa struttura  settecentesca. L'interno di questa Chiesa dedicata alla patrona cittadina presenta settecenteschi stucchi raffiguranti scene dell'Antico Testamento, un bel presepe costituito da varie statuette con una datazione settecentesca, una cinquecentesca statua lignea rappresentante la Santa titolare ed una cripta d'origine medievale meta di innumerevoli pellegrinaggi perche' dal tufo arenaro che la costituisce si ricava un'argilla ritenuta miracolosa. Quest'ultima parte della Chiesa e' dedicata al culto di S. Agrippina, martire all'epoca di Valeriano.

La Chiesa intitolata a San Pietro si presenta in una forma ristrutturata dopo il terremoto del 1693. La sua facciata presenta le statue degli Apostoli. Il suo interno e' a croce latina e suddiviso in tre navate. Qui si possono ammirare svariate opere d'arte, a partire dalla seicentesca pala raffigurante la Flagellazione di Cristo e la settecentesca statua riccamente decorata in oro zecchino rappresentante Santa Lucia.

La Chiesa intitolata a S. Maria Maggiore si presenta con una pianta basilicale ed una suddivisione interna in tre navate. Tra le opere qui preservate si possono ammirare una seicentesca tela raffigurante San Pietro, una quattrocentesca statua rappresentante la Regina degli Angeli, un settecentesco coro ligneo ed un maestoso altare costituito da marmi policromi. Anche i dintorni cittadini hanno un alto valore storico.

In contrada San Cataldo si trovano i resti della fortezza di Mongiliano, detta anche Castello di Montalone, edificio di probabile origine normanna costruito su di uno sperone roccioso. I resti piu' importanti riguardano un grande torrione.

 

Quasi al confine con la citta' di Caltagirone si trova l'abitato di Piano Casazze dove si possono ammirare i resti di una cinta muraria d'origine greca.

Da citare doverosamente e' la necropoli di Mulino Della Badia risalente al X secolo A. C..

Lo sviluppo del comprensorio fu notevolmente segnato dalla comparsa del culto dei fratelli Palici professato nei pressi del lago Naftia, di origine vulcanica. La tradizione vuole che questi fratelli siano scaturiti improvvisamente dal grembo della terra. La loro presenza sotterranea, sempre seguendo la tradizione, sarebbe provata da alcuni soffioni vulcanici che rendono impossibile ogni forma di vita nella zona circostante in cui si manifestano. In passato il luogo citato incuteva timore e rispetto, oggi e' ricoperto da una cupola adibita alla creazione di anidride carbonica.

Il comprensorio di Mineo fu abitato, come del resto testimoniano alcuni reperti archeologici ritrovati presso l'altura della Rocchicella. 

ineo occupa il sito dell'antica "Mene", cittadina fondata dal re dei Siculi Ducezio nel V secolo A. C..

 

si trova nelle vicinanze della strada statale 194, che collega Ragusa con Catania, e la strada statale 385, che mette in collegamento il bivio Iazzotto con Caltagirone. In pullman è possibile raggiungere Mineo con le autolinee dell’AST dal terminal di Catania (Piazza Giovanni XXIII - Stazione F.S di Catania Centrale.), linea “Piana”, tratta Mineo-Palagonia-Catania.

Ubicazione: Contrada Borgo Lupo, territorio di Mineo

Come si raggiunge: Da Catania, imboccare la superstrada per Gela, passato il paese di Palagonia, nel territorio di Mineo, seguire le indicazioni per Contrada "Borgo Lupo", non vi è segnaletica per il Castello. Condizioni: Diroccato. Visitabile: Si

Storia: questo castello rappresenta un'opera unica dell'architettura medioevale siciliana per la sua torre "torroidale",che si ergeva un tempo su quattro piani con scala interna. Esistente nel 1143, apparteneva a Manfredi, figlio di Simone conte di Policastro e nipote di Matilde, figlia del conte Ruggero. Vicino al castello si trova un antico abbeveratoio, in ottimo stato, del 1641.

Epoca: XIII secolo. Il colle, presso la sommità del quale sorge il castello, ha restituito tracce e reperti risalenti all'età del bronzo (XII/XI sec. a.C.). In epoca medievale abbiamo notizie tramite l'opera geografica di Edrisi, il quale parla del casale malga al-Khalil (rifugio di Khalil). Nel 1199 Bartolomeo de Lucy dona alla figlia Margherita l'insediamento di Mineo e probabilmente anche quello di Mongialino. Agli inizi dell'anno successivo la stessa Margherita rinuncia ai possessi donatele dal padre e Mongialino appartiene ad un Manfredi signore di Mazzarino.

Nel 1287 l'insediamento torna alla corona e nel 1320 è feudo di Blasco Lancia. Nel 1355 Mongialino viene occupata da Manfredi Chiaramente conte di Modica. Nel 1558 lo storico ecclesiastico Fazello ricorda l'esistenza del castello e nel 1757 l'abate Vito Amico definisce quasi interi gli edifici del castello e ricorda il tentativo di ridare vita all'insediamento durante il XVII secolo.

Il castello sorge su di un colle roccioso sul limitare del vallone del torrente Pietralunga, affluente del fiume dei Monaci e del fiume Gornalunga. La fortezza si compone di un singolare dongione o mastio circolare e di una cinta muraria poligonale, presso la quale si conservano ancora parte delle merlature. Vito Amico afferma di distinguere, nel XVIII secolo, la presenza di una porta d'ingresso con corrispondente ponte levatoio, dei quali oggi non rimane più traccia. Il torrione circolare possedeva un diametro complessivo di 21 metri, con uno spessore murario esterno di circa 2,10 m. e un diametro del nucleo interno di circa m. 8,35. L'ambiente anulare interno presenta una larghezza di m. 4,12 ed è ancora in parte coperto da volte a botte, edificate in conci regolari e rinforzi di archi radianti impostati sulla muratura.

Sempre Amico ricorda dell'esistenza di ben quattro elevazioni, mentre attualmente si conservarono parzialmente il piano terreno e pochi ruderi del primo piano, del quale si intuisce una copertura medesima a quella del piano inferiore. Si ritiene, comunque, che le ulteriori soprelevazioni fossero lignee. Il nucleo centrale del cilindrico presenta singolarmente al suo interno una cisterna, che raccoglieva le acque piovane convogliate dalla copertura, la quale, secondo quanto scrive Amico, era rivestita da lamine di piombo. Esiste una seconda cisterna sotto il cortile cintato. Purtroppo l'equilibrio statico dell'edificio è quasi del tutto compromesso e sarebbero necessari degli interventi mirati al consolidamento di quanto rimane di questa splendida quanto rara struttura fortificata.

 

 

Benché la tradizione attribuisca la costruzione del castello al condottiero siculo Ducezio, fatta eccezione per un breve tratto di muro a secco del VI secolo a.C., quanto oggi rimane del castello non può certo essere assegnato ad una età così antica.  Si è pensato che i Romani, sulla base della fortificazione sicula, abbiano costruito un ridotto fortificato, poi ampliato dagli arabi.

L'impianto del castello sembra comunque datarsi tra il 1060 e il 1181 i Normanni completarono la costruzione che appariva formato da dodici torri merlate, disposte in circuito con triplice atrio, e nel punto più importante una torre più grande, detta "maestra", di forma ottagonale, costruita con blocchi squadrati. Ai piani superiori vi erano ampie aule, stanze segrete e appartamenti principeschi. In seguito venne ristrutturato, e divenne famoso per le nozze che vi si celebrarono nel 1361, fra Costanza D'Aragona e Federico III il Semplice. Ma già nel XVII secolo la fortificazione perdette importanza strategica e nel 1629 venne venduta ai Morgana e trasformata in carcere. Dopo il terremoto del 1693, non rimase che parte delle antiche mura e della torre centrale e il materiale di risulta fu utilizzato per la costruzione del palazzo Morgana. Purtroppo oggi si possono ammirare solo i resti della torre maestra, (muratura a sacco con blocchi calcarei squadrati), di cui si può vedere la base a pianta ottagonale, ma affacciandosi sulla vallata del pianoro del Castello Ducezio, si ha la meravigliosa vista dell'Etna, dell'intrecciarsi della catena Iblea con quella degli Erei, di Grammichele e Palagonia e della valle dei Margi.

Una delle porte della città, incorporata nelle mura del castello, venne recuperata e murata nel prospetto della confraternita del SS. Sacramento, contigua alla collegiata di S. Maria Maggiore. I resti del castello si trovano in cima al colle più orientale, e vi si accede tramite la via Castello partendo dal Largo S. Maria Maggiore. Oggi quest'area, a ridosso della quale vi è la casa del custode, è stata adibita a sede del serbatoio idrico del centro.

 

 

 

 

 

 

 

Cittadina barocca, deve la sua fortuna all'arrivo di Giovanna d'Austria (1573-1630), nipote di Carlo V, che vi si trasferisce quando sposa Francesco Branciforte e porta con sè la sete di cultura ed il gusto del bello. Militello si trasforma in corte e vive il momento del suo massimo splendore.

La cittadina è caratterizzata da molti palazzi e monumenti di epoca barocca che si affacciano sulle vie del centro.

Monastero Benedettino - Piazza del Municipio. L'imponente complesso (1614-1641), oggi sede del Comune, possiede una facciata decorata. L'attigua chiesa è caratterizzata, nel prospetto, da un elemento decorativo tipico del barocco militellese, il bugnato a graticcio del finestrone. All'interno si possono ammirare l'Ultima Comunione di S. Benedetto, tela di Sebastiano Conca (terza cappella a sinistra) ed un bel coro ligneo con la raffigurazione dei Misteri e scene della vita di S. Benedetto (1734).

Percorrere via Umberto, su cui si affaccia il settecentesco Palazzo Reforgiato, fino a piazza Vittorio Emanuele.

Museo di S. Nicolò - E' ospitato nelle cripte di sepoltura della Chiesa Madre, edificata nel 1721. Il suggestivo allestimento evidenzia il valore e la bellezza degli oggetti: una ricca collezione di paramenti liturgici dei sec. XVII-XVIII, i tesori di alcune chiese cittadine tra cui spiccano gli argenti della Chiesa di S. Maria alla Catena, i gioielli, gli ex-voto ed il corredo liturgico di S. Agata. Chiude la visita la Pinacoteca con la pala dell'Annunciazione di Francesco Franzetto (1555), l'Attentato a S. Carlo Borromeo del toscano Filippo Paladini (1612) caratterizzato dal luminismo caravaggesco, e la dolce Immacolata di Vaccaro.

S. Maria alla Catena - Questo oratorio venne riedificato nel 1652. L'interno presenta una bella decorazione a stucchi di artisti di Acireale con scene dei Misteri Gaudiosi nel registro superiore e statue di sante siciliane incorniciate da putti, festoni e cornucopie in quello inferiore. A completare l'insieme, un bel soffitto ligneo a cassettoni del 1661.

Imboccare, a sinistra, via Umberto. Superata la bella facciata concava della Chiesa del SS. Sacramento al Circolo, si giunge in piazza Maria SS. della Stella.

Maria SS. della Stella - Edificata tra il 1722 ed il 1741, possiede un bel portale incorniciato da colonne tortili. All'interno è conservata una magnifica pala d'altare di Andrea della Robbia in terracotta invetriata e raffigurante la Natività (1487). lI Tesoro conserva una bella pala della fine del '400 raffigurante momenti della vita di S. Pietro, opera del Maestro della Croce di Piazza Armerina ed il Ritratto di Pietro Speciale, bassorilievo di Francesco Laurana.

Sul lato della piazza che fiancheggia la chiesa si può ammirare Palazzo Majorana, una delle poche testimonianze di epoca cinquecentesca, con massicci cantonali a bugnato arricchiti da leoni in pietra. Voltando dopo il palazzo a sinistra e subito a destra si scorge la Chiesa di S. Maria la Vetere.

Chiesa di S. Maria la Vetere - Crollata con il terremoto del 1693, conserva solo la navata laterale destra (murata). La facciata, con protiro cinquecentesco, ha un bel portale con bassorilievi nella lunetta e compone un insieme suggestivo che si staglia in splendida posizione sullo sfondo di una verdeggiante vallata, al limitare della città. Risalendo e voltando poi a sinistra si costeggiano i resti del Castello Branciforti (un torrione circolare e tratti di mura) e si giunge, superata la Porta della Terra, nella piazza della Fontana della Ninfa Zizza che costituiva la corte del castello. La fontana venne edificata nel 1607 per commemorare l'apertura del primo acquedotto di Militello, promosso dal Branciforte. Ripassando la Porta della Terra e voltando subito a sinistra, si giunge alla Chiesa dei SS. Angeli Custodi dal bel pavimento in maiolica di Caltagirone (1785).

E se dopo tanto girovagare...... avete un certo appetito - La trattoria U' Trappitu (il frantoio), in via P.pe Branciforti 125, è sistemata nei locali di un frantoio del 1927 che grazie ad una ristrutturazione intelligente ha mantenuto la struttura originaria, mentre l'arredamento contribuisce a rendere suggestiva l'ambientazione: macine e presse per la spremitura delle olive, "coffe" cioè recipienti circolari in fibra vegetale in cui si raccoglieva la polpa dopo la prima spremitura e attrezzi vari....o siete solo golosi - Le ghiottonerie della cittadina sono le cassatelline, dolci di pasta di mandorle, cioccolato e cannella, i mastrazzuoli, dolci natalizi a base di mandorle cannella e vino cotto, e la mostarda preparata con estratto di fico d'india bollito con semola di grano o con mosto (la 2 o 3 domenica di ottobre si celebra una Sagra della Mostarda).

 

 

 

 

MILITELLO PATRIMONIO DELL'UNESCO - INTERVISTA A PIPPO BAUDO

Avvocato Baudo, Militello e le altre Sette Città avranno più "visibilità" o tutto rimarrà come prima?

«Sicuramente nulla non sarà come prima. Essere riconosciuti dall'UNESCO è un buon punto di partenza. In questo Terzo Millennio vi è un'arma molto importante e divulgativa: tramite internet aumenterà sicuramente la diffusione della mappa dei luoghi protetti dall'UNESCO e questo contribuirà a diffondere tali siti.

La Sicilia può vantare il privilegio di avere queste otto città, fiore all'occhiello di un territorio ricco di cultura, tradizioni ed arte e quindi l'opportunità che abbiamo è un biglietto da visita non indifferente.»

- Lei crede che l'UNESCO possa dare una valenza "vera" ai luoghi scelti o questi sono un'elite culturale di pochi?

«Forse una volta i beni culturali, monumentali e architettonici erano per un gruppo ristretto di "intenditori". Oggi più che mai si sta affermando il connubio "Beni monumentali" uguale "Beni popolari", cioè di totale fruizione turistica ancorché intellettuale.

In questo momento ho davanti agli occhi l'immagine di un turismo orientale di massa che, guide alla mano, è alla ricerca dell'approfondimento e, se il luogo è "segnalato" dall'UNESCO... allora ecco quel "quid" in più. Confido, per questo, molto nella Sicilia e nel suo patrimonio. D'altronde la Sicilia, come del resto l'Italia, è ricca di palazzi, monumenti, siti archeologici e naturalistici che non si possono esportare! Il turista, lo studioso, il curioso, devono per forza poterli toccare con mano.»

- È stato informato da qualcuno di questo evento, o ha appreso la notizia dai mezzi di informazione?

 

 

«La bellissima notizia mi è stata data, immediatamente dopo la delibera della Commissione UNESCO, da una persona che stimo moltissimo e a cui mi lega una sincera e lunga amicizia: il nostro Sindaco Antonio Lo Presti, che anzi ringrazio per la gentilezza che ha avuto nell'avvisarmi davvero così tempestivamente.»

- Qual è stato il suo primo pensiero?

«Io ho sempre detto e sostenuto di ritenermi fortunato ed orgoglioso di essere nato in un posto così stupendo come la nostra Militello. Il riconoscimento internazionale che ci è stato dato assieme alle altre sette città, è paragonabile ad una medaglia da portare non tanto sulla giacca, quanto nel nostro cuore.»

- Ora, oltre a dire nei suoi programmi televisivi che lei è di Militello, sottolineerà anche "patrimonio dell'umanità"?

«Se dovessi dire, come spesso succede, che sono di Militello... indubbiamente!»

 

 

- È fattibile, secondo lei, un programma televisivo di intrattenimento serale sui beni dell'UNESCO in Italia? Un programma trasmesso, ad esempio, dalle Cinque Terre in Liguria piuttosto che dal centro storico di Firenze o, perché no, da Militello stesso?

«Certamente ed avrebbe, se strutturato bene, anche una buona "vendibilità" in termini e di "audience" e di vendita di spazi pubblicitari. Un programma del genere dovrebbe essere "sponsorizzato" anche dal Ministero dei Beni Culturali che ha tutto l'interesse a "mappare" i luoghi di maggiore rilevanza e a divulgare i beni che abbiamo in Italia. Sarebbe una mossa sbagliata non farlo.»

http://www.militello.info/Interviste/MI_Interviste_LoPrestiBaudo.htm

 

 

 

gli scenari lungo la strada

 

 

Vizzini si trova a quasi 600 metri sul livello del mare, in prossimita' delle sorgenti del Fiume Dirillo o Acate e su tre colli rientranti nei Monti Iblei, esattamente il Colle Castello, il Colle Maddalena ed il Colle Calvario. Proprio nella Collina del Castello sono presenti numerose grotte, alcune delle quali oggi poco visibili, che testimoniano probabili insediamenti preistorici.

Notizie piu' certe si hanno sul passato greco della citta' grazie ad alcuni ritrovamenti. Di fatto, la citta' sorge in epoca medievale attorno al Castello. Nonostante la presenza di questa struttura, in realta' Vizzini e' quasi sempre stata una citta' demaniale che ha riscattato la sua liberta' pagando ingenti somme di denaro. Agli inizi del XV secolo si attesta una crescente espansione urbanistica presso il Colle Calvario.

Il fascino cittadino risiede non solo nella discreta mole dei monumenti sacri e civili che la citta' raccoglie, ma anche nella struttura viaria che va a ricreare il centro storico, nel carattere integro della sua costituzione originaria, elemento poco scalfito dalla mondanita', per aver dato i natali ad uno degli scrittori italiani piu' importanti, Giovanni Verga. Dal punto di vista architettonico, occorre precisare innanzitutto che il terremoto del 1693 reco' anche in questa citta' numerosi danni, per cui buona parte degli edifici sacri e civili sono stati ricostruiti in base allo stile barocco.

Vizzini si sviluppa intorno a piazza Umberto I, su cui si affacciano Palazzo Verga ed il Palazzo Municipale. Di fianco a quest'ultimo, la Salita Marineo è una lunga scalinata decorata, sulle alzate, da maioliche a motivi geometrici e floreali, con al centro di ognuna un medaglione con scorci di palazzi vizzinesi. Terminata nel 1996, ricorda la Scala di S. Maria del Monte a Caltagirone. La Chiesa Madre conserva un portale gotico normanno (lato destro), unico superstite del terremoto del 1693 che distrusse gran parte della città e che diede impulso alla ricostruzione. Tra gli edifici barocchi si evidenzia la bella facciata di S. Sebastiano. Nella Chiesa di S. Maria di Gesù, Madonna col Bambino di Antonello Gagini.

Chiesa Madre - Un itinerario turistico cittadino deve obbligatoriamente iniziare dalla Chiesa Madre intitolata a San Gregorio. Essa si presenta con un incrocio di stili, a partire dal portale in stile gotico-catalano risalente al XV secolo e posto sul lato sud della cinta muraria. L'interno della Chiesa si presenta suddiviso in tre navate ed ha una struttura ottagonale ed archi a sesto acuto. Il soffitto ligneo coevo e' stato realizzato da un appartenente alla famiglia Bonaiuto. All'interno della Chiesa si possono ammirare varie espressioni dell'arte figurativa, a partire da due splendidi dipinti realizzati dall'artista Filippo Paladino nei primi anni del 1600 e rappresentanti il primo il Martirio di San Lorenzo ed il secondo la Madonna della Mercede.

Basilica di San Vito - Nelle vicinanze della Chiesa Madre si trova la Basilica di San Vito sotto il titolo di Spirito Santo. La Chiesa si presenta in stile tardo-barocco con reminescenze rinascimentali ed offre la possibilita' di ammirare un Crocifisso ligneo scolpito, una cappella decorata riccamente da stucchi di gusto neoclassico ed un ammirevole reliquario.

Chiesa di Sant'Agata - La Chiesa di S. Agata fu edificata intorno al XIV secolo, ma fu ricostruita nel XVIII. Originariamente era intitolata a San Pietro. Al suo interno possiamo ammirare una pala d'altare raffigurante il Martirio di S. Agata e la Cappella barocca dedicata al Sacramento.

Chiesa di San Giovanni Evangelista - La tradizione vuole che nel luogo dove oggi sorge l'attuale Chiesa intitolata a San Giovanni Evangelista si trovassero i templi dedicati a Bacco e Minerva. Il suo interno si presenta suddiviso in tre navate ed ampliamente arricchito da decorazioni a stucco realizzate da un Bonaiuto.

Monumenti minori e dintorni - Tra le altre Chiese cittadine citiamo quella intitolata alla Santissima Annunziata, meglio conosciuta con il nome di Santa Lucia e soprattutto per gli affreschi barocchi presenti nelle volte e raffiguranti i Santi venerati nella citta', la Chiesetta dedicata a S. Elena - anch'essa meglio conosciuta con un secondo nome, cioe' con il titolo di Madonna Santissima del Pericolo e contenente una grotta interna dove si puo' ammirare un quattrocentesco pregevole dipinto raffigurante una Madonna - e la quattrocenteca Chiesetta intitolata a Santa Maria del Gesu'.

Vizzini è la cittadina in cui lo scrittore Giovanni Verga ambientò alcune novelle, tra cui La lupa (e la Cunziria fa da sfondo ad alcune scene del film di G. Lavia) e La Cavalleria Rusticana (da cui poi Mascagni trasse la celebre opera), ed il romanzo Mastro Don Gesualdo. Il modo forse più suggestivo per visitare il paese è proprio quello di ritrovare l'osteria ove Turiddo e Alfio si sfidano a duello con la chiesa di S. Teresa ove le comari vanno a pregare (nell' opera), le case della Gna Lola e Santuzza e la Cunziria, antico quartiere dei conciatori, fuori dall'abitato, ove i due compari combattono. Ed anche la casa ed i palazzi nobiliari che fanno da sfondo alle vicende di Mastro Don Gesualdo fanno capolino qua e là.

Per rivivere Verga ... si consiglia di leggere almeno la novella La Cavalleria Rusticana prima di effettuare la visita e di rivolgersi alla Pro Loco (in via Lombarda 8 tel.0933/965905) per poter effettuare una visita guidata. I luoghi di memoria verghiana infatti sono interessanti se la narrazione è ben impressa nella memoria.

E se volete pranzare - A Cunziria (tel. 0933/ 965507), nei pressi dell'omonimo borgo, è un'azienda agrituristica alloggiata in grotte naturali che nel tempo sono state adibite ad abitazione, poi a stalla ed infine a ...ristorante, che ha mantenuto comunque il fascino dell'ambiente arricchendolo di oggetti della tradizione popolare.

Palazzo Trao, i luoghi di Mastro Don Gesualdo
Percorsa la scalinata intitolata a Lucio Marineo, in via Santa Maria dei Greci, sorge l'inconfondibile Palazzo barocco della famiglia Ventimiglia, citato nel romanzo di Mastro Don Gesualdo. Nel prospetto è collocata una lapide marmorea con la scritta: casa Mastro Don Gesualdo Motta. Di particolare pregio architettonico è il portale d'ingresso lavorato in pietra locale e le inferriate dei balconi.

"Dal palazzo dei Trao, al di sopra del cornicione sdentato, si vedevano salire infatti, nell'alba che cominciava a schiarire, globi di fumo denso, a ondate, sparsi di faville". "Una vera bicocca quella casa i muri rotti, scalcinati, corrosi, delle fenditure che scendevano dal cornicione fino a terra; le finestre sgangherate e senza vetri; lo stemma logoro, scantonato, appeso ad un uncino arrugginito, al di sopra della porta" . Da Mastro Don Gesualdo.

Casa Mastro-don Gesualdo
Situata in via Santa Maria dei Greci, riveste un interesse letterario in quanto è inserita nei percorsi Verghiani: "Brucia il palazzo, capite? Se ne va in fiamme tutto il quartiere! Ci ho accanto la mia casa, perdio! - Si mise a vociare mastro - don Gesualdo Motta" . Da Mastro Don Gesualdo.

foto e testo provengono  da http://www.parchiletterari.com/parchi/giovanniverga/scenari.php

 

LA RICOTTA DI VIZZINI

 

Materia prima: siero di latte di pecora, con aggiunta di latte.

Tecnologia di lavorazione: si porta il siero, cui viene aggiunto del latte, a 85-90 gradi, mescolando continuamente (preferibilmente con un bastone di "ferla" ). Dopo l'affioramento del coagulo, si aggiunge acqua fresca con immersi dei rametti di fico appena colti, si raccoglie e si mette nelle apposite forme a spurgare. La salatura si effettua talvolta (in provincia di Catania in particolare).

Stagionatura: non si effettua, si consuma fresca.

Caratteristiche del prodotto finito: altezza: cm 30 circa; diametro: cm 20; peso: Kg 1,5: crosta: assente; pasta: cremosa; colore: bianco.

Area di produzione: zone del pecorino. Particolarmente pregiate le produzioni di S. Fratello (ME), Vizzini (CT), Monterosso Almo (RG), Roccella Valdemone (ME), Pollina (PA), Piana di Catania e paesi etnei, Troina (EN), Ragusa, Bivona (AG), Palazzo Adriano (PA), Raffadali (AG).

Calendario di produzione: da settembre a giugno.

Note: prodotto di larghissimo consumo, soprattutto nella pasticceria ma anche nella cucina tipica siciliana. Conosce una molteplicità di varianti: 1) ricotta ccu sieru, consumata ancora calda mista al siero come una zuppa (piatto di rara bontà ottenibile solo in azienda); 2) ricotta salata, stagionata per la grattugia per almeno tre mesi in ambienti arieggiati del catanese e del palermitano; 3) ricotta infurnata, immessa nel forno caldo fino a formare una crosta di colore bruno: talvolta previa stagionatura e salatura, ma quasi sempre fresca; 4) ricotta sicca, asciugata al sole e ritirata in casa al tramonto fin quando la pasta si presenterà ben soda. Di tutte queste varianti - come della stessa ricotta frisca di vacca- non sono stimabili la produzione e il valore. La ricotta salata spunta prezzi di oltre 5.000 lire al chilogrammo. Ecco perchè i cannoli non riescono a farli uguali fuori dalla Sicilia. Non è importante il contenitore, ma il contenuto. http://www.sagradellaricotta.it/prodotti/ricottapecora.html
fonte: Atlante dei Prodotti Tipici Italiani, INSOR, 1989-1995

 

 

 

LA SAGRA DELLA RICOTTA

 

 PHOTOGALLERY

 

(by Francesco Raciti)

 

 

 

 

QUELLA STAGIONATA E SALATA Prodotta con metodi tradizionali ed utensili storici, dopo la produzione, rimane nella fiscella per circa 24 ore, in modo da permettere il necessario drenaggio del siero e, nello stesso tempo, di farle assumere la giusta consistenza.

Resta per 48 ore fuori dalla fiscella, per consentire un ulteriore asciugatura.

La salatura viene effettuata tenendo ogni forma in mano e cospargendo accuratamente tutta la superficie di sale; completata tale operazione, si procede, sempre in maniera manuale, all’eliminazione del sale in eccesso.

Per la salatura di ogni forma, occorrono circa 40/50 g di sale.

La stagionatura avviene su scaffali di legno in ambienti ben areati; durante tale fase, ogni 2/3 giorni le forme vengono capovolte e sottoposte ad un’attenta pulizia della superficie esterna, al fine di eliminare sia le muffe, sia il sale residuo.

La ricotta Salata entra a far parte di diritto tra gli ingredienti piu’ importanti della cucina Siciliana, utilizzata soprattutto nel periodo estivo, la troviamo nelle ricette di alcuni piatti simbolo della cucina tipica Isolana.

http://andreagraziano.com/2009/04/22/la-ricotta-salata/

 

La ricotta salata, è ottenuta in seguito a salatura a secco e stagionatura per circa due mesi. Deliziosa e gustosissima se grattugiata sui maccheroni o altre pietanze.

Tipologia latticino caseoso fresco, prodotto dal siero del latte di pecora, di capra e di vacca (o misto).

Origine del Nome il termine "ricotta" conduce alla specifica tecnica di produzione, che consiste nel ricuocere il siero di latte con aggiunta di altro latte fresco e di sale: la ricotta si ottiene per affioramento.

Caratteristiche del prodotto
La forma, 
generalmente tronco - conica, dipende da quella della fiscella dove è posta la ricotta; la consistenza è morbida e cremosa, il colore è bianco. - Al naso risalta l'odore delicato del siero di latte. - Al gusto è dolce e soave.

Storia. La ricotta salata è un prodotto di antica tradizione, conosciuta notoriamente come indispensabile ingrediente di alcune rinomate pietanze siciliane.
Tecniche e ambienti di produzione. Prodotta con metodi tradizionali e utensili storici; dopo la produzione rimane nella fiscella per circa 24 ore in modo da permettere il drenaggio del siero e, nello stesso tempo, assumere la giusta consistenza. Resta per 48 ore fuori dalla fiscella per consentire un’ulteriore asciugatura. La salatura viene effettuata a mano cospargendo accuratamente tutta la superficie di sale; completata tale operazione si procede all’eliminazione del sale superfluo. La stagionatura avviene su scaffali di legno in ambienti ben aerati.
Caratteristiche. Prodotto cremoso, compatto, di colore giallo-paglierino. Peso. Circa 1 Kg. Gusto. Sapore forte, gusto marcato, odore di grasso. Origine. Tutto il territorio siciliano.

http://www.terramadre.it/

 

'CAVALLERIA RUSTICANA'
Turiddu Macca, il figlio della gnà Nunzia, come tornò da fare il soldato, ogni domenica si pavoneggiava in piazza coll'uniforme da bersagliere e il berretto rosso, che sembrava quella della buona ventura, quando mette su banco colla gabbia dei canarini. Le ragazze se lo rubavano cogli occhi, mentre andavano a messa col naso dentro la mantellina, e i monelli gli ronzavano attorno come le mosche. Egli aveva portato anche una pipa col re a cavallo che pareva vivo, e accendeva gli zolfanelli sul dietro dei calzoni, levando la gamba, come se desse una pedata.

Ma con tutto ciò Lola di massaro Angelo non si era fatta vedere né alla messa, né sul ballatoio, ché si era fatta sposa con uno di Licodia, il quale faceva il carrettiere e aveva quattro muli di Sortino in stalla. Dapprima Turiddu come lo seppe, santo diavolone! voleva trargli fuori le budella della pancia, voleva trargli, a quel di Licodia! Però non ne fece nulla, e si sfogò coll'andare a cantare tutte le canzoni di sdegno che sapeva sotto la finestra della bella.

- Che non ha nulla da fare Turiddu della gnà Nunzia, - dicevano i vicini, - che passa la notte a cantare come una passera solitaria?

Finalmente s'imbattè in Lola che tornava dal viaggio alla Madonna del Pericolo, e al vederlo, non si fece né bianca né rossa quasi non fosse stato fatto suo.

- Beato chi vi vede! - le disse.

- Oh, compare Turiddu, me l'avevano detto che siete tornato al primo del mese.

- A me mi hanno detto delle altre cose ancora! - rispose lui. - Che è vero che vi maritate con compare Alfio, il carrettiere?

- Se c'è la volontà di Dio! - rispose Lola tirandosi sul mento le due cocche del fazzoletto.

- La volontà di Dio la fate col tira e molla come vi torna conto! E la volontà di Dio fu che dovevo tornare da tanto lontano per trovare ste belle notizie, gnà Lola! -

Il poveraccio tentava di fare ancora il bravo, ma la voce gli si era fatta roca; ed egli andava dietro alla ragazza dondolandosi colla nappa del berretto che gli ballava di qua e di là sulle spalle. A lei, in coscienza, rincresceva di vederlo così col viso lungo, però non aveva cuore di lusingarlo con belle parole.

- Sentite, compare Turiddu, - gli disse alfine, - lasciatemi raggiungere le mie compagne. Che direbbero in paese se mi vedessero con voi?...

- È giusto, - rispose Turiddu; - ora che sposate compare Alfio, che ci ha quattro muli in stalla, non bisogna farla chiacchierare la gente. Mia madre invece, poveretta, la dovette vendere la nostra mula baia, e quel pezzetto di vigna sullo stradone, nel tempo ch'ero soldato. Passò quel tempo che Berta filava, e voi non ci pensate più al tempo in cui ci parlavamo dalla finestra sul cortile, e mi regalaste quel fazzoletto, prima d'andarmene, che Dio sa quante lacrime ci ho pianto dentro nell'andar via lontano tanto che si perdeva persino il nome del nostro paese. Ora addio, gnà Lola, facemu cuntu ca chioppi e scampau, e la nostra amicizia finiu -.

La gnà Lola si maritò col carrettiere; e la domenica si metteva sul ballatoio, colle mani sul ventre per far vedere tutti i grossi anelli d'oro che le aveva regalati suo marito. Turiddu seguitava a passare e ripassare per la stradicciuola, colla pipa in bocca e le mani in tasca, in aria d'indifferenza, e occhieggiando le ragazze; ma dentro ci si rodeva che il marito di Lola avesse tutto quell'oro, e che ella fingesse di non accorgersi di lui quando passava.

- Voglio fargliela proprio sotto gli occhi a quella cagnaccia! - borbottava.

Di faccia a compare Alfio ci stava massaro Cola, il vignaiuolo, il quale era ricco come un maiale, dicevano, e aveva una figliuola in casa. Turiddu tanto disse e tanto fece che entrò camparo da massaro Cola, e cominciò a bazzicare per la casa e a dire le paroline dolci alla ragazza.

- Perché non andate a dirle alla gnà Lola ste belle cose? - rispondeva Santa.

- La gnà Lola è una signorona! La gnà Lola ha sposato un re di corona, ora!

- Io non me li merito i re di corona.

- Voi ne valete cento delle Lole, e conosco uno che non guarderebbe la gnà Lola, né il suo santo, quando ci siete voi, ché la gnà Lola, non è degna di portarvi le scarpe, non è degna.

- La volpe quando all'uva non potè arrivare...

- Disse: come sei bella, racinedda mia!

- Ohè! quelle mani, compare Turiddu.

- Avete paura che vi mangi?

- Paura non ho né di voi, né del vostro Dio.

- Eh! vostra madre era di Licodia, lo sappiamo! Avete il sangue rissoso! Uh! che vi mangerei cogli occhi.

- Mangiatemi pure cogli occhi, che briciole non ne faremo; ma intanto tiratemi su quel fascio.

- Per voi tirerei su tutta la casa, tirerei!

Ella, per non farsi rossa, gli tirò un ceppo che aveva sottomano, e non lo colse per miracolo.

- Spicciamoci, che le chiacchiere non ne affastellano sarmenti.

- Se fossi ricco, vorrei cercarmi una moglie come voi, gnà Santa.

- Io non sposerò un re di corona come la gnà Lola, ma la mia dote ce l'ho anch'io, quando il Signore mi manderà qualcheduno.

- Lo sappiamo che siete ricca, lo sappiamo!

- Se lo sapete allora spicciatevi, ché il babbo sta per venire, e non vorrei farmi trovare nel cortile -.

Il babbo cominciava a torcere il muso, ma la ragazza fingeva di non accorgersi, poiché la nappa del berretto del bersagliere gli aveva fatto il solletico dentro il cuore, e le ballava sempre dinanzi gli occhi. Come il babbo mise Turiddu fuori dell'uscio, la figliuola gli aprì la finestra, e stava a chiacchierare con lui ogni sera, che tutto il vicinato non parlava d'altro.

- Per te impazzisco, - diceva Turiddu, - e perdo il sonno e l'appetito.

- Chiacchiere.

- Vorrei essere il figlio di Vittorio Emanuele per sposarti!

- Chiacchiere.

- Per la Madonna che ti mangerei come il pane!

- Chiacchiere!

- Ah! sull'onor mio!

- Ah! mamma mia! -

Lola che ascoltava ogni sera, nascosta dietro il vaso di basilisco, e si faceva pallida e rossa, un giorno chiamò Turiddu.

- E così, compare Turiddu, gli amici vecchi non si salutano più?

- Ma! - sospirò il giovinotto, - beato chi può salutarvi!

- Se avete intenzione di salutarmi, lo sapete dove sto di casa! - rispose Lola.

Turiddu tornò a salutarla così spesso che Santa se ne avvide, e gli battè la finestra sul muso. I vicini se lo mostravano con un sorriso, o con un moto del capo, quando passava il bersagliere. Il marito di Lola era in giro per le fiere con le sue mule.

- Domenica voglio andare a confessarmi, ché stanotte ho sognato dell'uva nera! - disse Lola.

- Lascia stare! lascia stare! - supplicava Turiddu.

- No, ora che s'avvicina la Pasqua, mio marito lo vorrebbe sapere il perché non sono andata a confessarmi.

- Ah! - mormorava Santa di massaro Cola, aspettando ginocchioni il suo turno dinanzi al confessionario dove Lola stava facendo il bucato dei suoi peccati. - Sull'anima mia non voglio mandarti a Roma per la penitenza! -

Compare Alfio tornò colle sue mule, carico di soldoni, e portò in regalo alla moglie una bella veste nuova per le feste.

- Avete ragione di portarle dei regali, - gli disse la vicina Santa, - perché mentre voi siete via vostra moglie vi adorna la casa! -

Compare Alfio era di quei carrettieri che portano il berretto sull'orecchio, e a sentir parlare in tal modo di sua moglie cambiò di colore come se l'avessero accoltellato. - Santo diavolone! - esclamò, - se non avete visto bene, non vi lascierò gli occhi per piangere! a voi e a tutto il vostro parentado!

- Non son usa a piangere! - rispose Santa, - non ho pianto nemmeno quando ho visto con questi occhi Turiddu della gnà Nunzia entrare di notte in casa di vostra moglie.

- Va bene, - rispose compare Alfio, - grazie tante -.

Turiddu, adesso che era tornato il gatto, non bazzicava più di giorno per la stradicciuola, e smaltiva l'uggia all'osteria, cogli amici. La vigilia di Pasqua avevano sul desco un piatto di salsiccia. Come entrò compare Alfio, soltanto dal modo in cui gli piantò gli occhi addosso, Turiddu comprese che era venuto per quell'affare e posò la forchetta sul piatto.

- Avete comandi da darmi, compare Alfio? - gli disse.

- Nessuna preghiera, compare Turiddu, era un pezzo che non vi vedevo, e voleva parlarvi di quella cosa che sapete voi -.

Turiddu da prima gli aveva presentato un bicchiere, ma compare Alfio lo scansò colla mano. Allora Turiddu si alzò e gli disse:

- Son qui, compar Alfio -.

Il carrettiere gli buttò le braccia al collo.

- Se domattina volete venire nei fichidindia della Canziria potremo parlare di quell'affare, compare.

- Aspettatemi sullo stradone allo spuntar del sole, e ci andremo insieme -.

Con queste parole si scambiarono il bacio della sfida. Turiddu strinse fra i denti l'orecchio del carrettiere, e così gli fece promessa solenne di non mancare.

Gli amici avevano lasciato la salsiccia zitti zitti, e accompagnarono Turiddu sino a casa. La gnà Nunzia, poveretta, l'aspettava sin tardi ogni sera.

- Mamma, - le disse Turiddu, - vi rammentate quando sono andato soldato, che credevate non avessi a tornar più? Datemi un bel bacio come allora, perché domattina andrò lontano -.

Prima di giorno si prese il suo coltello a molla, che aveva nascosto sotto il fieno, quando era andato coscritto, e si mise in cammino pei fichidindia della Canziria.

- Oh! Gesummaria! dove andate con quella furia? - piagnucolava Lola sgomenta, mentre suo marito stava per uscire.

- Vado qui vicino, - rispose compar Alfio, - ma per te sarebbe meglio che io non tornassi più -.

Lola, in camicia, pregava ai piedi del letto, premendosi sulle labbra il rosario che le aveva portato fra Bernardino dai Luoghi Santi, e recitava tutte le avemarie che potevano capirvi.

- Compare Alfio, - cominciò Turiddu dopo che ebbe fatto un pezzo di strada accanto al suo compagno, il quale stava zitto, e col berretto sugli occhi, - come è vero Iddio so che ho torto e mi lascierei ammazzare. Ma prima di venir qui ho visto la mia vecchia che si era alzata per vedermi partire, col pretesto di governare il pollaio, quasi il cuore le parlasse, e quant'è vero Iddio vi ammazzerò come un cane per non far piangere la mia vecchierella.

- Così va bene, - rispose compare Alfio, spogliandosi del farsetto, - e picchieremo sodo tutt'e due -.

Entrambi erano bravi tiratori; Turiddu toccò la prima botta, e fu a tempo a prenderla nel braccio; come la rese, la rese buona, e tirò all'anguinaia.

- Ah! compare Turiddu! avete proprio intenzione di ammazzarmi!

- Sì, ve l'ho detto; ora che ho visto la mia vecchia nel pollaio, mi pare di averla sempre dinanzi agli occhi.

- Apriteli bene, gli occhi! - gli gridò compar Alfio, - che sto per rendervi la buona misura -.

Come egli stava in guardia tutto raccolto per tenersi la sinistra sulla ferita, che gli doleva, e quasi strisciava per terra col gomito, acchiappò rapidamente una manata di polvere e la gettò negli occhi all'avversario.

- Ah! - urlò Turiddu accecato, - son morto -.

Ei cercava di salvarsi, facendo salti disperati all'indietro; ma compar Alfio lo raggiunse con un'altra botta nello stomaco e una terza alla gola.

- E tre! questa è per la casa che tu m'hai adornato. Ora tua madre lascerà stare le galline -.

Turiddu annaspò un pezzo di qua e di là tra i fichidindia e poi cadde come un masso. Il sangue gli gorgogliava spumeggiando nella gola e non potè profferire nemmeno: - Ah, mamma mia! -

 

Vizzini sarà incantevole scenario di un Omaggio a “Cavalleria Rusticana” 

- fra canto, gesto e parola. L’appuntamento è per stasera sabato 7 agosto, in Piazza S. Agata ( replica martedì 10 agosto ad Acitrezza). Lo spettacolo, inserito nel cartellone dell’Anno Verghiano, ci offre l’occasione per ricordare un fatto storico assai curioso, ossia la celebre controversia giudiziaria tra lo scrittore Giovanni Verga ed il musicista Pietro Mascagni, intorno ai diritti d’autore sopra Cavalleria Rusticana. La vicenda era cominciata con la pubblicazione delle Novelle Rusticane (1882), una raccolta che comprendeva Cavalleria Rusticana. Il soggetto di questa novella, tra le pagine più note di Giovanni Verga, nel 1884 era stato utilizzato dall’autore per comporre un’opera teatrale che, con lo stesso titolo, venne rappresentata al Teatro "Carignano" di Torino. Il ruolo principale fu ricoperto dall’attrice più fascinosa del tempo: Eleonora Duse. Nei anni successivi Cavalleria Rusticana – dramma passionale alimentato dall’adulterio, che additava con il delitto d’onore gli aspetti più aberranti della società siciliana di fine Ottocento - continuò ad essere rappresentata, sempre con successo, in vari altri teatri italiani. La trama divenne anche motivo di ispirazione per l’opera lirica di Mascagni, che però non riconobbe al Verga i profitti derivanti dai diritti d’autore. La questione fu sottoposta alla SIAE dell’epoca e al giudizio dei tribunali. Un processo, che culmina con la sentenza della Corte di Milano del 16 giugno 1891, mette la parola fine alla “guerra giudiziaria”, che si era protratta a suon di carta bollata per anni, infiammando le aule dei tribunali e logorando i due artisti. La vertenza si concluse con una vittoria morale del Verga, che ottenuto soltanto il rimborso delle spese sostenute, entrò in crisi esistenziale e, tornato a Catania, si ritirò in uno sdegnato silenzio letterario che conservò sino alla morte. Intanto Mascagni, con il melodramma Cavalleria Rusticana, inaugurava il verismo musicale italiano nel mondo della lirica e vedeva la sua opera rappresentata con crescente successo anche in ambito internazionale. Ancora oggi Cavalleria Rusticana continua ad essere inclusa nei cartelloni dei maggiori teatri, ma nessun luogo può eguagliare Vizzini per ambientare quello che è stato definito “un dramma musicale siciliano”.

 Proprio la cittadina, in una piazza del centro storico, ospiterà Omaggio a “Cavalleria Rusticana” - fra canto, gesto e parola e i personaggi di Turiddu, Lola, Santuzza, Lia e Nunziatina rivivranno ancor più intensamente in una ambientazione che, dal punto di vista architettonico e scenografico, non è molto diversa dal tempo in cui visse Verga. Lo spettacolo, a cura del Piccolo Teatro di Catania, con la regia di Gianni Salvo, vede in scena gli attori Tiziana Bellassai, Fiorenzo Fiorito, Rosario Minardi, Nicola Alberto Orofino, Carmen Panarello. Completano il cast i soprani Piera Bivona e Manuela Cucuccio, il tenore Michele Mauro, il baritono Francesco Verna, i danzatori Maurizio Costarelli, Federica Frazzetto, Clara Greco, Stefania Privitera, Venera Sorbello, Agnese Vitale, Alfio Zappalà. Le coreografie sono di Maria Grazia Finocchiaro, la consulenza musicale di Pietro Cavalieri, le scene e i costumi di Oriana Sessa. “Non è un’opera lirica quella che presenteremo – spiega il regista-; è un raccontare la storia di Cavalleria utilizzando tre linguaggi diversi: il canto lirico, la danza, il gesto e la parola. Quindi la storia viene recuperata nel senso più totale perché, per raccontarla, utilizzeremo la parola dello stesso Verga, della sua novella. Perché la novella di Verga, in assoluto, è la scrittura più autentica, più importante, dell’opera teatrale. Sarà uno spettacolo a tutti gli effetti, con la presenza di un cantastorie particolare che, utilizzando la parola dello stesso Verga e della sua novella, racconterà appunto la storia di Cavalleria con l’apporto dei suddetti linguaggi: canto lirico, gesto e parola”. 

Lo spettacolo è inserito nell’Anno Verghiano, il cui cartellone proseguirà sino a sabato 11 settembre, con una decina di spettacoli nelle piazze e nei teatri di Aci Trezza, Bronte e Vizzini, cioè nei luoghi stessi che evocano l’attività letteraria del Verga, avendo fatto da scenario ed ambientazione dei suoi romanzi e novelle. L’Anno Verghiano 2010 – che racchiudere in un unico cartellone tutti gli eventi culturali e gli spettacoli che durante l’anno vengono programmati a Vizzini e in altri luoghi legati alla figura del nostro massimo scrittore – ha per promotori la Provincia regionale di Catania, la Fondazione Verga, .l’Istituto Siciliano di Storia dello Spettacolo, l’Istituto musicale “Pietro Vinci” di Caltagirone, in collaborazione con il Parco Letterario di Vizzini e il Museo Verga, con il patrocinio dei comuni di Aci Castello, Bronte e Vizzini. L’Anno Verghiano, che è stato presentato nella sede della Provincia dal presidente Giuseppe Castiglione, avrà una nuova tappa in dicembre, con la seconda edizione del Premio letterario e con il convegno “L’Unità d’Italia vista dai veristi”, dedicato alla valutazione di natura critica che Verga e gli scrittori a lui coevi hanno dato sulle dinamiche sociali del tempo, aprendo problematiche ancora oggi dibattute. Inoltre, con la riapertura delle scuole ci si sforzerà di fare penetrare nelle aule la lettura del Verga, in modo tale da farlo diventare abituale per i lettori comuni, oltre che per l’élite culturale.

http://www.ionionotizie.it/notizia-3131.html

 

'A Cunziria
Situata a Nord di Vizzini, in un luogo non privo di attrazioni naturalistici, costeggiato da collinette e circondato da fichidindia, posto a valle, si trova l'antico borgo artigiano chiamato la "Cunziria".
Si tratta di un villaggio ottocentesco, luogo , vero e proprio esempio d'archeologia industriale, costituito da un congruo numero di case, alcune a più piani, dall'aspetto semplice ma pittoresco.

L'ubicazione è stata dettata dalla presenza di una sorgente d'acqua, indispensabile per conciare il cuoio, presente sopra le concerie comunemente chiamata "Fontana", che contribuiva a realizzare un prodotto molto apprezzato.

All'interno della Cunziria" si trova ancora oggi la chiesetta dedicata a Sant'Eligio, della quale oggi rimane solo la struttura.
In questa chiesa, ogni domenica, si celebrava la S. Messa per gli artigiani che non potevano recarsi in paese.
Non si conosce con certezza l'epoca di insediamento delle concerie, ma si ritiene di poterne riportare le origini all'antica Bidi.
La "Cunziria" ha un interesse letterario ed è inserita nei percorsi Verghiani, collegata al duello fra compare Turiddu e compare Alfio, svoltosi lì, fra i fichidindia.

"Turiddu annaspò un pezzo di qua e là tra i fichidindia e poi cadde come un masso"
(da" Cavalleria Rusticana)
 

Di recente proprietà della provincia di Catania, è in restauro ai fini della valorizzazione storico-letteraria.

 

A Cunziria

 

Da Catania, si deve percorrere la litoranea (Viale Kennedy) della Playa, da lì si deve imboccare la S.S.114. Al ponte di Primosole, prendere sulla destra la S.S. 194 per Ragusa; a circa 42 chilometri si arriva al bivio per Vizzini.

.to  IL SEGRETARIO                                                                                          F.to:  IL PRESIDE

 

 

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  DOVE MANGIARE

 

Asse principale di Caltagirone è la lunga via Roma che, tagliando in due la città, arriva fino ai piedi dell'ormai famosa scalinata di S. Maria del Monte, sua continuazione ideale. Lungo la via si affacciano alcuni tra gli edifici più interessanti, con numerosi esempi di decori in maiolica. Nel tratto iniziale appare, sulla sinistra, la bella cinta della Villa comunale con il Teatrino.

Villa Comunale - E' un bellissimo giardino disegnato verso la metà del secolo scorso da Basile ed ispirato ai giardini inglesi. Il lato che si affaccia su via Roma è delimitato da una balaustrata ornata da vasi con inquietanti volti diavoleschi ai quali si alternano pigne dal verde intenso e lampioncini dai sostegni in maiolica. Il giardino si sviluppa in una serie di sentieri ombreggiati che celano spazi più ampi abbelliti da opere in ceramica, statue, fontane. Il più appariscente è senz'altro lo spiazzo con al centro un delizioso palchetto della musica dalle forme arabeggianti ed ornato da maioliche.

 

 

Museo della Ceramica - Il Teatrino, singolare costruzione settecentesca ornata di maioliche, ospita questo interessante museo che permette di ripercorrere la storia della ceramica locale dalla preistoria agli inizi del Novecento. Attraverso i manufatti si scoprono l'evoluzione delle forme e delle decorazioni. La diffusione e l'importanza della lavorazione dell'argilla è attestata da un bel cratere del V sec. a.C, su cui sono raffigurati un vasaio ed un giovane mentre lavorano al tornio.

Particolarmente ben rappresentato il XVII sec, con albarelli dalla decorazione vivace, sui toni del giallo, del blu e del verde, anfore e vasi con medaglioni a soggetto religioso o profano.

Poco oltre, sempre in via Roma, sulla destra si trova la bella balconata di Casa Ventimiglia decorata dall'omonimo maiolicaro calatino nel Settecento. Superato il Tondo Vecchio, esedra in pietra e mattoni, ci si imbatte (a destra) nell'imponente facciata di S. Francesco d'Assisi seguita dall'omonimo ponte maiolicato, che immette nel cuore vero e proprio della città. Oltre la chiesetta di S. Agata, sede della confraternita dei maiolicari, si trova l'austero carcere borbonico.

 

E' d'obbligo una visita al Museo Regionale della Ceramica.

 

Carcere Borbonico - E' un edificio dalla mole imponente e squadrata che il recente restauro ha valorizzato nuovamente. In pietra arenaria, venne progettato alla fine del '700 dall'architetto siciliano Natale Bonajuto ed adibito a carcere per circa un secolo. Attualmente ospita al suo interno un piccolo museo civico che permette di scoprirne anche le massicce strutture interne.

Museo Civico - La visita inizia al 2° piano con una mostra permanente di opere contemporanee in ceramica. In una sala è conservato il fercolo di S. Giacomo in legno dorato ed argento (fine XVI sec.), utilizzato fino aI 1966 per la processione del 25 luglio. Si notino i volti delle cariatidi, dai tratti delicati. La 3° sala è dedicata ai Vaccaro, due generazioni di pittori attivi nel XIX sec. Particolamente belli lo stesicoro di Francesco e Bambina che prega di Mario. Al 1° piano è ospitata la Pinacoteca che raccoglie opere di artisti siciliani.

Piazza Umberto I - Vi si affaccia il Duomo di S. Giuliano, edificio barocco che ha subìto notevoli rimaneggiamenti, tra i quali il più rilevante è la sostituzione della facciata agli inizi del '900. Si giunge in vista dell'ormai famosa scala di S. Maria del Monte, ai piedi della quale, sulla sinistra, si erge il Palazzo Senatorio con alle spalle la Corte Capitaniale, bell'esempio di edificio civile (1601) opera dei Gagini. A destra, una scalinata permette di raggiungere la Chiesa del Gesù con, all'interno, una Deposizione di Filippo Paladini (3° cappella a sinistra). Alle spalle dell'edificio si trova la Chiesa di S. Chiara, la cui elegante facciata è attribuita a Rosario Gagliardi (XVIII sec.). Subito oltre, l'edificio di inizio Novecento dell'Officina elettrica deve la facciata ad Ernesto Basile,

Ritornare in piazza Umberto.

Scala di S. Maria del Monte - La scala costituisce il punto di collegamento tra la città vecchia (superiore), sede nel '600 del potere religioso, e la parte nuova, ove invece erano raccolti gli edifici civili. Ai due lati si estendono i due vecchi quartieri di S. Giorgio e di S. Giacomo che racchiudono, nelle intricate viuzze, begli edifici religiosi. I 142 gradini in lava sono decorati, sull'alzata, da belle formelle in maiolica policroma che alternano motivi geometrici, floreali, decorativi e ispirati al mondo animale in un succedersi di reminiscenze arabe, normanne, spagnole, barocche e contemporanee. Una volta l'anno la scala brilla di fiammelle colorate che formano "quadri" ogni volta differenti: riccioli, volute, disegni floreali, figure femminili, o il più ricorrente simbolo della città, un'aquila con sul petto uno scudo crociato. Sono le notti di S. Giacomo, il 24 e 25 luglio, quando migliaia di lumini racchiusi in involucri rossi, gialli o verdi vengono disposti sulla scala ed accesi.

In cima alla scala. S. Maria del Monte, chiesa matrice, sede antica del potere religioso. All'altare maggiore si trova la Madonna di Conadomini, tavola del XIII sec.

I quartieri di S. Giorgio e di S. Giacomo - Ai piedi della scala, via L. Sturzo, sulla destra, è fiancheggiata da alcuni bei palazzi, tra cui Palazzo della Magnolia (al n° 74), dall'esuberante e ricca decorazione floreale in terracotta, opera di Enrico Vella. Subito oltre si trovano le due chiese ottocentesche di S. Domenico e del SS. Salvatore, al cui interno si trova il Mausoleo di Don Luigi Sturzo ed una Madonna col Bambino di Antonello Gagini. Alla fine di via Sturzo si giunge alla Chiesa di S. Giorgio (XI-XIII sec.) ove è conservata la tavola del Mistero della Trinità attribuita al fiammingo Roger van der Weyden.

Il proseguimento ideale di via Sturzo, ma dalla parte opposta rispetto alla scala, è via Vittorio Emanuele che conduce alla Basilica dl S. Giacomo, patrono della città, al cui interno si trova la cassa argentea che racchiude le reliquie del santo, realizzata dai Gagini.

Una passeggiata per i caratteristici quartieri che si nascondono dietro le vie di grande scorrimento può riservare piacevoli ed inaspettate sorprese quali, ad esempio, la facciata neogotica della Chiesa di S. Pietro (nell'omonimo quartiere, a sud-est), decorata da maioliche.

Chiesa del Cappuccini - Situata ai confini orientali della città, la chiesa conserva all'altare, una bella pala di Filippo Paladini raffigurante il trasporto dall'Oriente all'Occidente della Madonna dell'Odigitria portata a spalla da monaci basiliani. Lungo il fianco sinistro dell'unica navata, la Deposizione di Fra' Semplice da Verona, presenta un bel gioco prospettico. Contigua alla chiesa, si trova la Pinacoteca che raccoglie dipinti dal '500 ai nostri giorni. Da qui si ha accesso alla cripta ove si trova un singolare presepe che riunisce i vari momenti della vita di Gesù che vengono successivamente illuminati ed accompagnati da frasi evangeliche. Le statuette sono state realizzate negli anni '90 e sono opera di diversi artisti di Caltagirone.

Caltagirone, città della ceramica - Tutto nasce dalla ricchezza di argilla della zona. La facilità di reperire il materiale dà impulso alla lavorazione di manufatti di terracotta, soprattutto vasellame, che serve a rifornire l'intera regione. Questa diviene ben presto una delle principali attività della cittadina. Dai modelli locali si passa a quelli di influsso greco (quando si infittiscono i commerci) ed alla lavorazione, più veloce e precisa, al tornio (sono i Cretesi ad introdurlo, intorno al 1000 a.C.), fino all'arrivo degli Arabi (IX sec.). Sono loro a modificare completamente la produzione. Introducono motivi orientali, ma soprattutto la tecnica dell'invetriatura, processo innovativo utile anche per rendere impermeabile l'oggetto. Si sviluppa un'arte più raffinata, con bei decori geometrici, stilizzati, tratti dal mondo vegetale ed animale. I colori dominanti sono il blu, il verde ed il giallo. A testimonianza dell'importanza della dominazione araba resta anche la radice musulmana del nome della città che nell'ipotesi più intrigante significa Castello o Rocca dei vasi.

Con la dominazione spagnola si modificano i gusti e le committenze. La decorazione è adesso monocromatica (blu, bruna) a motivi floreali o con stemmi nobiliari di famiglie ed ordini religiosi. La città conosce un periodo di particolare floridità, grazie anche ad altre attività della zona: la produzione di miele, qui particolarmente abbondante, fa sì che i mielai siano tra i clienti più assidui delle botteghe di vasai. Ai cannatari (da cannate, i boccali), come erano generalmente chiamati gli artigiani della ceramica, si aggiungono i quartari (da quartare, anfore che derivano il nome dalla loro capacità, corrispondente a 12,5 litri, un quarto di un barile). Riuniti in confraternite, gli artigiani aprono le loro botteghe in una zona piuttosto estesa, a sud della città, entro le mura. Oltre alla produzione di vasellame, a Caltagirone si progettano anche rivestimenti per ornare cupole, facciate di chiese, palazzi e pavimenti. Grandi artisti sono attivi tra il Cinquecento ed il Settecento tra i quali i fratelli Gagini e Natale Bonajuti. I decori sono gli stessi del vasellame: motivi geometrici, floreali e stilizzati tra cui spicca la piccola palma persiana di derivazione toscana (Montelupo). Nel XVII sec. si diffonde anche una decorazione a medaglioni con figure umane ed effigi di santi (tipici di tutta la produzione siciliana), mentre nel secolo successivo vengono introdotti decori plastici che vanno ad ornare le superfici dei vasi in ricche volute e ricami policromi.

L'Ottocento segna invece un periodo di decadenza ravvivato solo dalla produzione di figure, spesso utilizzate come statuine da presepe. La loro creazione vede impegnati, nella seconda parte del secolo, le mani esperte dei Bongiovanni-Vaccaro.

 

 

Il Museo e l’Opera dei Pupi a Caltagirone
Il Museo conserva una famosa collezione di Pupi Siciliani d’inizio secolo. Più di 200 esemplari della scuola catanese, armature, cartelloni d'epoca e una vasta collezione di testi sono esposti all'interno. Inoltre, su prenotazione, è possibile assistere allo spettacolo dei pupi siciliani.
 A Caltagirone, l’Opera dei Pupi nasce nel 1918, quando don Giovanni Russo, mette su la sua compagnia, che durerà fino al 1989, anno della scomparsa di Gesualdo Pepe, che fino all’ultimo sarà regista, impresario, allestitore e soggettista del piccolo stabile.
L'Opera dei pupi (in dialetto catanese opira dé pupi oppure opr'e pupi) è il teatro delle imprese, d'ispirazione epico-cavalleresca, compiute dai personaggi-pupi. Al contrario dei pupi palermitani, che non sono alti più di 90 cm., le marionette catanesi, armate di spada e protette da elmo e scudo, sono poderose e solenni e raggiungono un'altezza di 140 cm., oltre a un peso di 35 kg.
Fu don Giovanni Grasso ad introdurre a Catania e in Sicilia questo genere di teatro d'estrazione e destinazione popolare, proveniente da Napoli, nel 1861. I manovratori dei pupi sono i pupari (o opranti), che stanno su un palchetto dietro la scena; gli scenari, non dissimili alle fiancate dei tipici carretti siciliani, vengono adattati al contesto della storia narrata; i parlatori danno, da dietro le quinte, la voce ai pupi (prima dell'evento dei dischi e dei nastri registrati erano anche rumoristi, mentre un'orchestrina eseguiva le musiche).
Il più celebre dei personaggi-pupi è Orlando, cavaliere forte e leale, che è addobbato con un abito rosso, impugna la durlindana, caratteristica spada ricurva ed è protteto dallo scudo ed un elmo con un cimiero raffigurante un'aquila. Ci sono poi Rinaldo di Montalbano, molto amato dal pubblico per la sua generosità, più elegante del cugino Orlando, con abito verde e un cimiero raffigurante un leone; Angelica, il più famoso personaggio femminile dell'Opera dei Pupi; Gano di Magonza, patrigno di Orlando, molto odiato dal pubblico perchè rappresenta il tradimento; Carlo Magno, l'imperatore da cui prende il nome il ciclo carolingio; Ruggiero, il conte guerriero; Astolfo dalla lingua lunga; le guerriere Marfisa e Bradamante; la maga Alcina; Alda la Bella, sposa di Orlando; Erminio della stella d'oro; ed ancora Ricciardetto, Mandricardo, Fioravante, Rizzieri, Buovo d'Antona, Agollaccio, Uzeda il catanese, lo spagnolo Ferraù, il re Circasso Sacripante, il sultano Solimano, il re tartaro Agricane, Gemma della fiamma, Clarice (fidanzata di Rinaldo), Pulcani (mostro dalla faccia umana e corpo di bestia), Malagigi, Peppinino (curiosa macchietta comica, che manda in ridere l'atmosfera tragica ed è l'equivalente catanese del palermitano Nòfriu).

http://www.musei.confartigianato.it/Museo.asp?id=53

Al Teatro museo dei Pupi siciliani troviamo esposta una collezione di pupi e chiavi di carretto. La Compagnia dei Pupi di Caltagirone ha tenuto spettacolo fin dal lontano 1918 grazie al suo animatore don Gaetano Russo e ha resistito (anche se non in maniera continuativa) sino al 1989. Nel 1992, grazie all'intervento dei proprietari della collezione di pupi e cartelli (grandi manifesti contenenti il programma delle manifestazioni teatrali) e di alcuni privati, il teatrino è stato riaperto e riportato agli splendori originari. I pupi esposti sono 50 e risalgono ad oltre mezzo secolo fa; più antichi sono i cartelli, datati al 1918.I pupi appartengono alla scuola pupara catanese: si differenziano, infatti, da quelli palermitani sia per le dimensioni (più alti e pesanti quelli catanesi) sia per le tecniche di fattura e movimentazione. Ad arricchire la mostra è anche un'esposizione di "chiavi di carretto" e di testi storici (datati al 1918) dai quali il Russo traeva spunto per le sue rappresentazioni pupare.

Orari apertura: tutti i giorni 10.00 -12.30 e 15.30 - 19-00 Infoline: Tel. 0933.54085

http://www.siciliainfesta.com/da_visitare/musei/teatro_museo_dei_pupi_siciliani_caltagirone.htm

 

 

Un tesoro di ceramica
Un'imponente raccolta di vasi, statuine e maioliche che va dalla preistoria agli inizi del '900. Con il suo nuovo look e le sette sezioni tematiche, il Museo regionale di Caltagirone "racconta" l'Isola
di Mariano Messineo - foto di Andrea Annaloro - In Viaggio ott. 2011 - allegato al quotidiano La Sicilia

Arrivi salendo i gradini del settecentesco teatrino di Natale Bonaiuto, dopo aver apprezzato la balaustra con raffinate e fantasiose decorazioni che segna il confine fra la via Roma e il Giardino pubblico.
Il Museo regionale della ceramica di Caltagirone, inserito proprio nella splendida cornice "liberty" della villa comunale, è uno scrigno dai mille tesori: tante collezioni di varia provenienza, un'immensa raccolta che va dalla preistoria sino agli inizi del 1900, cominciata da Antonino Ragona, uno dei figli più illustri di Caltagirone, ceramista e ceramologo di fama internazionale scomparso pochi mesi fa e "padre" anche dei rivestimenti in maiolica della Scala di Santa Maria del Monte.
Da due anni il museo si presenta con una veste nuova grazie anche al recupero di "pezzi" che, per ragioni di spazio, rischiavano di essere dimenticati: il nuovo ordinamento ha riguardato, infatti, oltre al riordino della collezione medievale, l'allestimento di alcune sale tematiche "attraverso l'esposizione di nuovi oggetti - sottolineano dal museo - che erano custoditi nei magazzini e che oggi vengono proposti, per la prima volta, dopo un attento restauro, alla fruizione dei visitatori e dei critici d'arte".
Si tratta di oltre duemila oggetti che comprendono, fra l'altro, i lustri di Paterna (Spagna), le manifatture delle botteghe dei Lo Nobile (1700) e dei Di Bartolo (1800), le maiolioche della fabbrica Malvica di Palermo, le produzioni in manganese colante e le decorazioni a "tulipano" di Caltagirone risalenti al 1800, tanto per citarne alcune.
Una meravigliosa vetrina dona, quindi, un nuovo tocco al museo, con una cascata di colori che vanno dal blu cobalto al verde ramina, al giallo arancio, in una simbiosi policroma unica nel genere, che richiama, in una perfetta armonia, il luminoso passaggio della nostra isola.
Il museo si articola in sette sezioni. La prima, Sala didattica,offre una panoramica della produzione ceramica dalla preistoria ai nostri giorni. Di rilievo un cratere del V secolo a.C., decorato a figure rosse, che raffigura la bottega di un vasaio al lavoro sotto protezione della dea Atena, ritrovato all'interno di una fornace attiva a Caltagirone in età greca.

 La seconda, Ceramica preistorica, protostorica, greca, siceliota e bizantina espone molti manufatti dell'eneolitico provenienti da Sant'Ippolito, quali il vaso mistiforme e la fiaschetta, dalle contrade Angelo, Moschitta, Balchino e da località al di là del Salso.
Inoltre è visibile la grande tomba del V secolo a.C. rinvenuta in via Escuriales e il chiusino tombale in calcare con sfingi attergate e scena di danza funebre in rilievo, trovato nella necropoli di Monte San Mauro, del VI secolo a.C. Vi sono esposte, inoltre, ceramiche greche a figure nere e rosse, terrecotte ellenistiche e vetri romani della collezione Russo-Perez.
Nella terza sezione è il Patio riservato ai modellini di forni medievali. Sono visibili le riproduzioni in scala di due delle quattro fornaci medievali rinvenute nel 1960 ad Agrigento (modellini del prof. Antonino Ragona).
La prima fornace è del periodo arabo, la seconda d'epoca angioino aragonese. La quarta sezione è dedicata alla Ceramica medievale. Nella sala sono esposte ceramiche siculo-arabe dal X al XV secolo. Fra le più antiche quelle ben documentate rinvenute ad Ortigia, nell'area del Tempio d'Apollo, dove si trovavano fornaci per la produzione ceramica in età medievale. Da notare: una ciotola del X secolo, con invetriatura piombifera e decorazione dipinta in giallo, verde e bruno; ciotole in protomaiolica decorate in bruno e verde o in policromia del XIII secolo, e un terzo gruppo decorato in bruno del XIV secolo; e poi brocche, anfore e boccali. Le brocchette sono dotate di un particolare filtro all'attacco del collo, forse per le impurità dell'acqua dei pozzi. Nei reperti a partire dal XV secolo l'invetriatura del rivestimento delle ceramiche diviene più brillante e corposa, assumendo le caratteristiche dello smalto. Da questo secolo vengono definite maioliche. Di tale periodo sono ciotole decorate in monocromia in blu con motivi fitomorfi, piatti decorati in blu e lustro con motivi floreali. E poi, ancora, la quinta sezione Ceramica rinascimentale, dove sono esposte maioliche per la mensa o per la conservazione dei cibi e decorate in blu, blu e verde o blu e giallo, prevalentemente di produzione di Caltagirone; coppe e ciotole con motivi vegetali e floreali e numerose maioliche del XVII secolo. Nella sesta sezione Ceramica barocca, si trovano anfore da sacrestia e acquasantiere con applicazioni plastiche del XVII secolo con soggetti vegetali, animali e piccole figure di santi. Infine, la settima sezione, Grande sala con panoramica di tutta la maiolica siciliana dal XVII al XIX secolo. Nelle vetrine pregevoli vasi, lebotteghe dei Lo Nobile (1700) e dei Di Bartolo (1800), le maioliche e le decorazioni a "tulipano" di Caltagirone risalenti all'Ottocento li, bombole che raffigurano angeli, santi, stemmi e profili femminili. Pregevoli lucerne antropomorfe e maioliche con decorazioni in smalto blu turchino. Inoltre pavimenti maiolicati, grandi vasi ornamentali in maiolica e mattonelle segnaporta smaltate. E originali scaldamani in maiolica del XVII secolo a forma di pesce o di tartaruga. Infine, ceramiche d'autore, fra cui le terrecotte settecentesche di Giacomo Bongiovanni (1772-1859): la Natività, la Bottega del Ciabattino, lo Zampognaro e i Suonatori Ciechi.
Completano l'esposizione altri gruppi figurati di Giuseppe Vaccaro e di Giuseppe Failla, in particolare l'opera raffigurante San Giacomo Maggiore Apostolo. Il Museo della Ceramica fornisce anche un servizio didattico di approfondimento, con l'uso di apparecchi audiovisivi e multimediali.
E ci sono anche alcune novità come la sala espositiva "G", che ospita la collezione di maioliche siciliane dell'Ottocento dai variopinti colori dell'ornato tipico della ceramica della nostra isola.
I visitatori vi troveranno un nuovo e più funzionale allestimento delle vetrine espositive. Insomma un nuovo "look". La grande sala ospita i magnifici vasi decorati con applicazioni plastiche in stile neoclassico accanto alle "figurine" da presepe, ai santi da comò e ai gruppi in terracotta delle botteghe che furono dei Bongiovanni Vaccaro, Bonanno, e Morretta sino al contemporaneo Mario Iudici.

IL GIARDINO PUBBLICO VITTORIO EMANUELE II

l giardino si trova in una zona di repentina mutazione del tessuto urbano.
Le caratteristiche orografiche del sito e la notevole estensione (7 ettari) lo rendono singolare nel quadro dei giardini pubblici siciliani, realizzati tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo, sebbene non sfugga alla regola di fornire una soluzione 'semplice e brillante' a un problema di modificazione urbana. La città, divisa in due parti separate da una stretta sella e riconoscibili, si 'riunifica' attraverso il giardino, la cui giacitura individua le direttrici di crescita dell'espansione ottocentesca (il bordo settentrionale ripropone l'andamento di via Roma, quello orientale e meridionale sottolineano l'andamento altimetrico del suolo) e, al contempo, consente la formazione di ulteriori relazioni, alla scala del paesaggio, tra tutta la città e il suo intorno e tra le sue due parti.
Altro carattere interessante è dato dalla organizzazione della flora e dagli esiti formali che è capace di produrre: dall'esterno, il giardino appare come una densa macchia di alberi sempreverdi tra le due città; dall'interno, il giardino è spazio chiuso, otticamente isolato dall'intorno urbano, a diretto contatto con il cielo. Infatti dopo l'ingresso, rivolto verso il vecchio centro, si 'entra' - alla quota più alta dell'impianto - in un'ampia radura circondata da un fitto "bosco" di conifere e di altri sempreverdi, dove il palchetto della musica, il teatrino, un gruppo di Washingtonia robusta in una vasca d'acqua e alcuni imponenti Cedrus libani sono gli elementi 'monumentali'. A Caltagirone G.B.F. Basile - che a Palermo (1863) si sarebbe cimentato in un giardino indiscutibilmente urbano, variazione sul tema dello square inglese - progetta un luogo magico per descrivere il quale si potrebbero usare le parole di Jean-Jacques Rousseau: "quel luogo [...] è così ben nascosto che non lo si vede da nessuna parte. Il fitto fogliame che lo circonda non concede all'occhio di penetrare [...]. Ero appena dentro che, voltandomi, non vidi più da che parte ero entrato [...]; e non vedendo più la porta mi parve di essere piovuto dal cielo" (Julie ou la nouvelle Héloïse, lettera X a milord Édouard). E, tuttavia, non è possibile immaginare di trovarsi - per così dire - in uno stato di natura: la città vi ha depositato alcuni suoi manufatti, per il gioco il diletto e la delizia dei suoi abitanti. Ma le sorprese non sono finite. Addentrandosi nel 'bosco', nell'ombra fitta, si percorrono sentieri tortuosi - disegnati con ciottoli colorati e decorati da anfore e balustre - che conduco a 'piccoli giardini' con aiuole e vasche d'acqua.
La villa comunale di Caltagirone, dunque, è una sorta di palinsesto di frammenti, da cui si possono prelevare un'ampia gamma di suggerimenti per progettare altri giardini, soprattutto, considerando che Basile qui ha tenuto un atteggiamento sperimentale e quindi, forse, più incline a un minor controllo dell'insieme. Tuttavia, pur non usando esemplari floristici pregiati o preziosi per ottenere gli straordinari effetti descritti e illustrati nei disegni, l'autore ha dimostrato una notevole cultura nel progetto e una profonda capacità di leggere la natura e i caratteri del luogo.

http://www.giardinisiciliani.it/proprieta_giardino.php?id=45

 

SCALINATA DI SANTA MARIA DEL MONTE

La Scalinata di Santa Maria del Monte venne costruita nel 1606 per collegare la parte antica di Caltagirone, città in provincia di Catania, alla nuova città costruita nella parte alta. La scalinata, lunga oltre 130 metri, è fiancheggiata da edifici balconati ed è diventata l'emblema della città ed una delle sue meraviglie.
Era stata originariamente costruita a sbalzi che ne interrompevano la pendenza da maestranze gaginesche coordinate dal capomastro regio Giuseppe Giacalone. Nel 1844 vennero unificate le varie rampe, su progetto dell'architetto Salvatore Marino. Nacquero così i centoquarantadue gradini della scalinata di Santa Maria del Monte, che dal 1954 è interamente decorata, nelle alzate dei gradini, con mattonelle di ceramica policroma prodotte dai ceramisti locali. In ogni alzata di gradino è stato applicato un rivestimento di maiolica policroma, dello stesso tipo di quella che, nei secoli, ha reso famosa la città.
Le maioliche sono decorate con motivi isolani che vanno dal X al XX secolo, raccolti e adattati - si legge a piè di scala - da Antonino Ragona. L'effetto è mirabile e il colpo d'occhio davvero spettacolare.
La scala dei centoquarantadue gradini viene annualmente illuminata il 24 ed il 25 luglio (per la festa di San Giacomo, patrono della città), da migliaia di lumini a fiammella viva. Poiché in questa occasione viene interrotta ogni forma di illuminazione elettrica, il risultato visivo che ne deriva è una sorta di colata lavica, un fiume di fuoco che nella sua palpitante luminosità disegna eleganti figure decorative, frutto dell'abilità di un capomastro, agli ordini del quale lavorano diverse decine d'addetti alla sistemazione delle lucerne. A formare il singolare arazzo di fuoco è un insieme di quattromila lanternine dette "lumere".
L'illuminazione della scala ha storia antica. Il primo ad aver pensato, verso la fine del 1700, ad un disegno luminoso, fu l'architetto Bonaiuto. Ma si deve ad un frate, Benedetto Papale, la fantasmagorica scenografia della scala illuminata. Per quarant'anni il monaco disegnò motivi ornamentali, soprattutto floreali, di grand'effetto. La sistemazione a disegno prestabilito della luminaria presuppone un mese di preparazione. Gli addetti se ne tramandano l'arte di padre in figlio.
Il momento della collocazione delle quattromila lucerne ("coppi") è assai curioso. Vi si assiste nel più rigoroso silenzio. È il capomastro a dirigere la "chiamata" del disegno, che consiste nel deporre lentamente i "coppi" al loro giusto posto. Emozionante è il momento dall'accensione: un gran numero di uomini, molti dei quali ragazzi, appostati lungo la scalinata, attendono il segnale convenuto (è fissato alle 21:30) per accendere gli stoppini con steli di piante secche, chiamati "busi". Le "lumere" s'accendono all'improvviso, una dopo l'altra, dando vita ad un impressionante serpente di fuoco. L'arazzo ha vita per un paio d'ore, nel corso delle quali una marea di spettatori vi s'assiepa festosamente ai piedi. In primavera (maggio-giugno), la scala viene rivestita di fiori: migliaia di piantine in vasetto vengono sistemate sui gradini.

http://it.wikipedia.org/wiki/Scalinata_di_Santa_Maria_del_Monte

in auto percorrendo la S.S. 417 Catania/Gela, svincolo Caltagirone/Nord. in pullman con fermata all’Aeroporto di Fontanarossa Autolinee AST –tel.095.7230511-091.6208111 ETNA Trasporti  -tel.095.7461333-095.532716

 

 

 

 

 

Catenanuova venne fondata intorno al 1727-1733 dal Principe Andrea Giuseppe Riggio-Statella nel suo feudo di Melinventre secondo il volere della madre. Quest'ultima, rimasta vedova, nel proprio testamento redatto il 21 luglio 1713 richiedeva al figlio ed erede universale di fondare una nuova città "...in qual futuro tempo nel suo fegho di Melinventre si frabicasse la Terra e vi fosse fondato l'Arcipretato..." nella piccola chiesa della Sacra Famiglia, già esistente poiché edificata dopo il terremoto dell'11 gennaio 1693.

Andrea Riggio prese l'investitura del feudo di Melinventre l'8 marzo 1722 all'età di 20 anni. Essendo poco più che adolescente, attese circa un decennio prima di eseguire le volontà della madre, tanto che, nel 1726 inoltrò richiesta per la fondazione del nuovo centro urbano a sua Maestà il Re di Sicilia Carlo VI, affinché gli venisse concessa l'autorizzazione. Carlo VI in data 11 settembre 1726 accordò la richiesta avanzata dal Principe Andrea Riggio, anche se il permesso definitivo gli fu dato nel 1731.
Palazzo di Città

Tra il 1731 e il 1736 Catenanuova divenne un piccolo nucleo urbano ed ebbe la sua piena autonomia, il Principe dunque, fece erigere il suo palazzo che servì anche da municipio (abbattuto nel 1976 per edificare quello attuale) di fronte alla predetta chiesa, e alcune abitazioni attorno ad esso, così iniziò il processo di popolazione. Fece spianare ampie e rette vie e nel giro di poco tempo Catenanuova assunse il ruolo di cittadina vera e propria.

Il nome derivò da Aci Catena (CT), da cui deriva anche il nome della famiglia del fondatore, "Principi della Catena", ossia "Principi di Aci Catena", derivante a sua volta dal culto alla Madonna della Catena. Dizione etimologica tuttora usata per indicare Aci Catena in lingua siciliana: "a Catina"; infatti inizialmente la chiamarono Terra della Nuova Catena, poi Catena la Nuova, e infine Catenanuova.

Lo stemma venne creato unendo quattro blasoni, rispettivamente quelli della famiglia paterna e materna del fondatore, vale a dire Riggio-Saladino e Statella-Paternò. Tale simbolo venne utilizzato come sigillo comunale dal 1736 al 1812, e inoltre venne scolpito in bassorilievo nel fonte battesimale di marmo (del 1738) e dipinto sulla base del simulacro della compatrona, Maria Santissima delle Grazie (del 1750), entrambi nella Parrocchia San Giuseppe.

Altri palazzi vennero edificati nel corso del XIX secolo.

Appartenne alla Provincia di Catania dalla sua nascita fino al 1926, quando Enna fu eretta capoluogo di provincia. Il 7 aprile 2003 è stato decretato il nuovo stemma e gonfalone comunale (vedi Armoriale dei Santi).

http://it.wikipedia.org/wiki/Catenanuova

 

 

 

 

 

 

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