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Si
entra così, superati Riposto (dedicato al traffico mercantile) e la
Riserva di Fiume Freddo, in provincia di Messina, ai Giardini di Naxos.
Naxos, che fu la prima colonia greca, oggi è dotata di un
porticciolo-canale turistico (Molo Foraneo) che nel periodo estivo mette
a disposizione dei pontili galleggianti gestiti da privati. Qui i must
sono tanti: fare un bagno nelle acque limpide dell’Isola Bella,
raggiungere le affascinanti grotte marine di capo S. Andrea, salire in
paese a Taormina, visitare il teatro greco e, al tramonto, godere del
panorama mozzafiato sulla baia. Basti ricordare che qui sono state
girate le scene della sfida siciliana tra i sub Majol e Maiorca nel film
“Le grand bleu”.
Efesto, Vulcano per i latini, dio del fuoco e fabbro divino, nacque da Era e Zeus. Nell' Iliade, Omero ci racconta di come Efesto fosse brutto e di cattivo carattere, ma con una grande forza nei muscoli delle braccia e delle spalle, per cui tutto ciÚ che faceva era di un'impareggiabile perfezione. Essendo accorso in aiuto della madre Era durante un litigio con Zeus, Efesto dovette subire le ire del padre che, infuriato, lo scaraventÚ gi˜ dall'Olimpo. Nella caduta si fratturò le gambe per cui da quel giorno camminò zoppicando. Efesto aveva le sue fucine nelle viscere dell' Etna e nelle isole Eolie, a Vulcano e Lipari . I suoi aiutanti erano i Ciclopi monocoli. Efesto era un fabbro, un artista eccellente,un orafo inimitabile. Tutti gli dei e gli eroi ricorrevano a lui per avere armi invincibili e preziose. La sua fucina però non era sull’Olimpo ma dentro i vulcani e sai perché?…. Quando
Efesto nacque era così brutto che la bellissima mamma, Era, lanciò un
grido di orrore e non seppe resistere all’impulso di gettarlo via. Lo
buttò, dunque, giù dall’Olimpo. Il piccino cadde, continuò a
rotolare per un intero giorno ed una notte fino a quando atterrò su un’isola.
Era Lemno, l’attuale Sicilia, terra vulcanica, dove abitavano le
"ninfe". Il bimbo fu amorevolmente raccolto ed accudito da
loro. Amava giocare sull’Etna, era attratto dall’eruzione del monte;
gli piacevano il colore delle fiamme, i lapilli che schizzavano via come
saette, la lava che, colando giù, creava delle lingue rosse in
movimento….Efesto ammirava emozionato ed entusiasta…! Il grande Zeus, suo padre, commosso dal fatto che era un figlio ripudiato, lo nominò "dio del fuoco" e gli fece costruire la sua officina nel "cratere" dell’Etna dove Efesto lavorava allegramente in compagnia dei Ciclopi. Il dio del fuoco, qualche volta, quando era più triste e stanco del solito, era tormentato dal fatto che a ridurlo così fosse stata sua madre, quando lo aveva buttato via come un giocattolo rotto. Giorno dopo giorno ideò la sua vendetta. Preparò per la madre Era un regalo che sembrava bellissimo: era un trono elegante, luccicante, tutto d’oro, tempestato di brillanti e smeraldi scolpito con l’abilità del migliore maestro. In verità, quando Era vi si sedette, quel trono regale si trasformò in una trappola: era legata da fili invisibili, tenaci, potenti, comandati da un meccanismo infernale che nemmeno il capo degli dei sapeva disinnescare. Tutti gli dei, compreso Zeus, lo supplicarono di slegare la madre. Efesto lo fece ma chiese in cambio di poter abitare anche lui sull’Olimpo come tutti i suoi fratelli. Era sì brutto, ma pur sempre un dio! Zeus accettò, Era fu liberata ed Efesto soddisfatto. Nell’Olimpo però vi rimase per poco tempo perché si trovava meglio tra i suoi Ciclopi. Ha ispirato scrittori e poeti come Virgilio,Dante,Esiodo.E' di Virgilio il terzo libro dell'Eneide,la magistrale descrizione dell'Etna,così come la Mitologia lega miti al vulcano:Tifeo,il gigante che volle sfidare il Dio Giove nella scalata del cielo,li venne rinchiuso il quale ancora oggi con la sua collera erutta lapilli e lingue di fuoco.
L'Etna, simbolo
antropomorfo sessualizzato I Castellucciani videro il vulcano come un elemento
soprannaturale e l'affrontarono in senso antropomorfico. La grande
voragine centrale assimilarono all'organo vulvare della Terra mater e concepirono il fragore delle sue viscere quale
processo segreto di gestazione, e le pietre e i sali minerali da essa
generati, vivi e fertili, capaci di procreare a loro volta, allo stesso
modo di come essi erano stati generati.
Al culto neolitico delle pietre era intimamente legato
l'altro dell'ascia: attrezzo che fendeva la terra congiungendosi con
essa. Testimonianza di tale pratica antropomorfica si rileva nell'ascia
levigata di pietra verde trovata nell'isoletta Lachea, luogo in cui in
epoca arcaica lo scoglio di mezzo ebbe nome Galatea, simbolo
dell'abbondanza delle culture e dove, secondo fonti letterarie pre‑alessandrine,
Polifemo personificazione poetica del demos
etneo preellenico ‑innalzò alla ninfa marina un santuario a
voler sottolineare la fertilità del pascolo dell'Etna. 1 secentisti
favoleggiarono essere l'ubicazione di questo tempio nelle contrade a
settentrione di Catania e gli connessero il toponimo Licatia,
identificando Galatea con la greca Leucotea. Se ne indicavano
perfino gli avanzi nelle vigne del monastero benedettino (oggi villa
Papale), zona ricoperta poi dalle lave del 1381 che raggiunsero il mare. L'Etna, quale primitivo aspetto del mondo fertile
ideomorfizzato nella Mater
genitrix dispensiera di malve, biade e asfodeli, ricevette nelle
regioni catanesi culto particolare. Dipoi i coloni elleni perfezionarono
la sua figura mitologica identificandola con Demeter, che aveva il suo
lato contrastante nella sterilità invernale, seppure quale momento di
indispensabile equilibrio del ciclo vegetativo. Il dualismo limite di fertilità‑sterilità,
gioia‑morte, estate‑invemo, collocò Demeter in intimo
rapporto con Persefone, ossia «il seme»,
o più semplicemente Kore: la gioventù, la figlia passiva rapita
dal dio degli inferi attraverso la bocca dell'Etna; ma che puntualmente
tornava sulla terra col sopraggiungere della primavera, sotto forma di
natura che sboccia. In nessun luogo della Sicilia Demeter fu tanto venerata come
a Catania, i cui segni più evidenti si rilevano nella monetazione della
città. Le Tesmoforie duravano qui dieci giorni e culminavano il 16
agosto con offerta di mylloi, le focacce di sesamo e miele a forma
vulvare: forme Una lastra epigrafica che ne attesta il culto, scoperta nei
pressi del Bastione degli Infetti (via
Torre del Vescovo), sembrerebbe confermare la tradizione popolare che
indicava in quest'area il luogo ove era situato il santuario. Un encomio
greco d'un monaco catanese del IX secolo ne attesta la distruzione ad
opera del vescovo Leone intorno al 725; ma è più probabile che, come
afferma il Privitera, la costruzione sia crollata a causa di un
terremoto, forse nel 778, o più verosimilmente nel disastroso
cataclisma del 797 ricordato da Paolo Diacono, che con epicentro nel
Mediterraneo orientale colpì duramente la Sicilia e Creta. Un
bassorilievo votivo con due Kore, copia tardo‑ ale ss andrina di
fattura dorica, trovato negli anni Trenta insieme con altri frammenti
fra i materiali di riporto in piazza S. Nicolella, sembrerebbe
confermare l'ipotesi che il Demetreion sfracellò dalla collina sul
declivio in seguito a un forte crollo. Una eco del culto di Demeter a Catania si coglie nella
convinzione popolare che il 15 agosto, festa dell'Assunzione di Maria,
sia il giorno più ventoso dell'anno: brano di mito dellefurie di
Demeter alla ricerca disperata di Kore, discesa all'averno dopo la
messe.
Il
Dio marino Glauco, innamorato della ninfa Scilla, decide di ricorrere
alle arti magiche della Maga Circe. Dalla Sicilia… con valide braccia poscia
solcando il Tirreno pervenne all'erbose colline ed al palazzo di Circe,
la figlia del Sole, ripieno
"Faresti ecco io stessa, una diva, la figlia del nitido Sole, che tanto posso con carmi e pur anche con l'erbe, vorrei Glauco
così rispondeva alla diva che lo lusingava: "Prima le fronde nel
mar nasceranno o su l'alte montagne l'alghe,
ch'io muti, vivendo, l'amore che nutro per Scilla". Ne
fu sdegnata la Dea, che nuocere non gli potendo che
l'è preposta; ed offesa per tale rifiuto d'amore, e,
nel tritarle, sussurra dei carmi acatei; un'azzurra esce
dall'atrio e va verso Reggio, di fronte a Messina…In un'insenatura,
dove Scilla è solita bagnarsi, Circe infetta le
acque del mare con veleni spremuti da radici ripetendo parole parte
inferiore del corpo bruttata da cani ringhiosi; in seguito viene mutata
in rupe.
Il
figlio di Nettuno.
Tratto
da: Miti e Leggende di Sicilia di Salvino Greco e Dario Flaccovio
Editore Si
contendono la paternità di questa leggenda diverse località del
Mediterraneo. Noi la collochiamo nell'area del Peloro, seguendo una
delle tradizioni più diffuse. Racconta
un'antica leggenda che nell'era grande della preistoria, venne a Capo
Peloro, nella cuspide nord-orientale della Sicilia, un giovane della
Beozia di nome Glauco, ritenuto figlio di Nettuno. Aiutato da alcuni
amici, tagliò sui monti intorno alcuni alberi di pino e con il legno
ricavato costruì una barca snella e veloce che dipinse con i colori del
mare, e cioè di azzurro e di verde. Allora, come mestiere, si mise a
fare il pescatore e divenne così bravo e così abile che le sue reti,
alla fine di ogni pesca, risultavano sempre piene di una quantità
enorme di pesci. Glauco non tratteneva mai per sè tutta quell'abbondanza
di pescato, ma la ripartiva con gli amici e per sè teneva solo quanto
bastava per nutrirsi e vivere alla giornata. Oltre ad essere generoso e
di buon cuore, Glauco era anche bello come un dio. Aveva gli occhi
azzurri, con sopracciglia folte e arcuate, il naso dritto e regolare, e
la bocca rosea e morbida come quella di un fanciullo, mentre una barba
corta e riccioluta gli incorniciava il mento, deliziosamente. I suoi
capelli erano lunghi e sottili come fili di seta e gli scendevano sulle
spalle morbidi e carezzevoli, e quando camminava oscillavano ad ogni suo
movimento e sotto al sole cambiavano di colore, passando dal biondo al
ramato. Tutte
le nereidi, Tetide, Anfitride, Panope e la stessa Galatea bianca come il
latte, assieme alle sirene ammaliatrici e alle sorridenti ninfette delle
acque, venivano dalle parti del Peloro per conoscerlo e parlargli.
Spesso, alcune di esse, si spingevano fin sulla spiaggia e più d'una,
avvinta dal suo fascino, gli sorrideva con invitante simpatia. Glauco
era gioioso con tutte e scherzava come fa un buon compagno di giochi. Ma
in particolare non guardava nessuna, contento solo di godersi la
scanzonata libertà della sua verde giovinezza e quel senso giocondo di
disporre pienamente e liberamente del suo tempo e dei suoi pensieri. Un
giorno, assieme alle sirene e alle ninfe, dalle parti di capo Peloro
venne la figlia di Forco, la dolce e romantica Scilla, fanciulla
bellissima e soave, piena di vita e desiosa d'amore. Nel suo piccolo
cuore pulsavano i sogni di giovinetta e tutta lei stessa, ancora,
s'infiammava al pensiero del suo ipotetico futuro amore. Quando
Scilla vide Glauco, sentì il cuore batterle più forte e il sangue le
salì alle gote e le imporporò il viso di desiderio. Da quel momento,
ogni giorno, sul far dell'alba, lei cominciò a venire alla riva del
Peloro ad aspettare con il cuore innamorato e palpitante che il biondo
Glauco venisse a preparare la sua barca per la pesca. Poi se ne restava
ansiosa ad attenderlo fino al tramonto, fino a quando non lo vedeva
tornare con le ceste colme di pesci ed avviarsi poco distante, alla sua
piccola dimora. Scilla era timida e mai avrebbe osato dichiarargli il
suo amore. Perciò si accontentava solo di guardarlo, di sorridergli e
di sperare. Glauco, invece, la guardava e le sorrideva con simpatia. E
qualche volta, forse, dovette anche rivolgerle un sorriso più
affettuoso o accennarle una carezza, e Scilla s'infiammò ancora di più,
cullandosi nel sogno di quel suo ingenuo amore, puro e sincero come è
sempre puro e sincero il primo amore. Un
giorno passò dalle parti del Peloro la maga Circe, la bianca fanciulla
dalla pelle vellutata come un petalo di rosa, ma volubile come una
frasca al vento, sempre languida e desiosa di ebbrezze d'amore. Scilla
l'ebbe per amica, e assieme andarono a fare i bagni nel laghetto dei
Margi. A sera, poi, andavano a passeggiare lungo le rive dei Ganzirri,
ad ammirare il verde-azzurro fluttuare delle onde del mare che dal
Tirreno correvano lente ma costanti verso il mare Ionio. Scilla,
un giorno, confidò a Circe il suo amore per Glauco e in cambio ebbe
consigli e una promessa d'aiuto. -
Fammi vedere questo tuo straordinario giovane! - le disse la maga - Ed
io t'insegnerò il modo di conquistarlo... Il
giorno dopo Circe e Scilla si recarono sulla spiaggia. Glauco giunse
poco dopo. Nella lucentezza dell'alba alle due donne egli apparve bello
come un dio, agile come un'atleta e smagliante in tutta la sua
giovinezza, esaltata dai capelli biondi e dagli occhi azzurri, profondi
come il mare. Circe ne rimase ammaliata e se ne innamorò. -
Bello è Glauco, figlio di Nettuno! - pensò estasiata nella sua mente -
È l'essere più bello che io abbia mai visto... Ho deciso! Egli fa
giusto al caso mio... È l'uomo adatto al mio furente amore... Lo farò
mio amante!... -
E tu! - disse poi a voce alta, rivolta a Scilla - Cercati un altro uomo,
perchè Glauco dai capelli biondi e dagli occhi di mare, ora appartiene
a me!... Scilla
tremò. Quelle parole furono per lei una sentenza di morte. Come poteva,
l'ingrata maga, rubarle il suo amore? E non s'accorgeva che Glauco per
lei rappresentava la vita? Male aveva fatto a confidarle i suoi
sentimenti. Sentì il cuore quasi fermarsi e poco mancò che non
morisse. E
continuò invano a supplicarla. Per farle piacere la chiamò con tutti
gli aggettivi più belli che conosceva. Si fece umile e piccola,
strisciando quasi ai suoi piedi. Dapprima Circe l'ascoltò ridendo,
beffandosi dei suoi sentimenti di fanciulla. Poi,
seccata, avvelenò il fonte in cui Scilla sovente veniva a bagnarsi e
quindi, impugnata una bacchetta magica, la toccò su una spalla. E
avvenne l'incredibile. Ingannata dalla maga, Scilla cominciò a
trasformarsi in un mostro marino, con sei teste latranti e dodici
orribili e deformi gambe. La sua pelle, prima liscia e delicata come un
petalo di rosa, cominciò a coprirsi di squame ruvide e lucenti, e la
sua voce, prima melodiosa e dolce, ora divenne rauca e abbaiante. Appena
Scilla s'accorse d'essere divenuta un mostro, non resse alla
disperazione e si gettò in mare. Il suo cuore si trasformò in macigno
e s'incrudelì al punto da costringerla a far strage dei naviganti che
avevano la ventura di passare dalle parti della sua caverna. La stessa
Circe, più tardi, descrivendola ad Ulisse, la definì un: "...prodigio
immortale uno spavento, un orrore selvaggio con cui non si lotta: contro
di lei non c'è riparo bisogna fuggire". Intanto
la perfida Circe se la spassava con Glauco. Ma quando venne la
primavera, volubile com'era, si stancò del suo amore e lo lasciò.
Prima voleva tramutarlo in un animale, come aveva fatto con i suoi
passati amanti, ma non potè farlo perchè Glauco era figlio di Nettuno.
Perciò lo lasciò senza neanche dirgli addio e se ne tornò nella sua
isola di Eea. Quando Glauco s'accorse d'essere stato abbandonato, cadde
in una tristezza profonda. Ma la sua amarezza divenne sofferenza quando
seppe della brutta fine di Scilla, di quella piccola creatura dalla voce
melodiosa che tutte le mattine per tanto tempo, lo aveva atteso sulle
rive del Peloro e che la perfida Circe, per gelosia e con l'inganno,
aveva cambiato in un orrido mostro marino. -
Oh grandi dei! - inveì in cuor suo - Perchè mi dannaste a così
crudele destino? Ora,
ogni giorno, Glauco aveva preso l'abitudine di uscire con la barca fuori
dalle acque dello Stretto e di avvicinarsi all'antro di Scilla. Quando
giungeva nei pressi, la chiamava per nome e cominciava a rammentarle il
tempo felice dei loro primi incontri. L'orrido mostro, più di una
volta, fu sul punto d'avventarsi contro con le sue bocche latranti ed
inghiottirlo. Ma, pur se soggetta alla demenza canina, forse, nel cuore,
manteneva ancora qualcosa del suo amore di donna. Così, dopo aver
latrato minacciosa, finiva per acquietarsi e rientrava nelle buie
caverne marine mentre Glauco, afflitto e disperato, tornava alla
spiaggia dello Stretto. E
intanto passarono gli anni. Glauco, sempre più malinconico, divenne un
vecchio curvo, pieno di ricordi e di rimorsi. Egli, non si allontanò
mai più dalle rive dello Stretto e continuò a vivere solitario ed
eremita, vivendo solo del prodotto della sua pesca, per fortuna, sempre
abbondante. I capelli e la barba gli erano incanutiti, ma gli occhi
erano rimasti vivi e lucenti, forse un poco tristi a causa del tenero e
mai scomparso ricordo di Scilla quando, ancora giovinetta, dolce e
bellissima, si era perdutamente innamorata di lui. Glauco,
ora, era anche stanco. Ogni giorno, tornando dal mare, remava sempre più
lentamente e con più fatica. Una volta, mentre tornava da una pesca
lontana, vide in mezzo al mare un'isola bellissima piena d'alberi e di
fiori. Persino sul bagnasciuga vi cresceva un'erbetta verde e argentata,
soffice e molle come un bellissimo tappeto di Persia. Glauco,
improvvisamente, si sentì stanco e triste. Accostò con la barca a
quell'isola sconosciuta, tirò a secco le reti e sedette sulla soffice
erbetta, cominciando a selezionare i pesci pescati. E allora egli vide
una cosa incredibile, meravigliosa. Quei pesci, appena toccavano quell'erba,
tornavano a vivere, e a piccoli balzi saltellavano verso il mare, e vi
si tuffavano dentro riacquistando vita e vigore. Glauco
restò sbalordito. Mai, in vita sua, aveva visto o sentito parlare di
cose simili. Ora era vecchio e stanco, e anche un tantino miope. Ma
quello che vedeva era realtà e non sogno. Colse un ciuffo di quell'erba
e lo mangiò. Oh, che sapore bellissimo aveva quell alga! Nella sua
mente tornò il ricordo degli aromi dei cibi mangiati nella prima
fanciullezza, e gli parve d'avere in bocca zucchero e miele ed elisir, e
tutte le leccornie che aveva mangiato da bambino. E allora colse altri
ciuffi di quell'erba e li mangiò e così di seguito, con ingordigia,
fino a divenire sazio. E
allora in lui s'avverò il miracolo. D'un tratto il suo corpo ebbe un
fremito. I suoi piedi cominciarono a colorarsi di verde e poi le gambe,
le braccia, il busto e la faccia, divennero verdi come il colore di
quell'alga che aveva mangiato. La
sua barba cominciò ad assumere un bel colore verde e su tutto il corpo
gli spuntarono peli verdi e lunghi, sottili e fini come fili di seta. II
cuore di Glauco s'empì di gioia, mentre una forza incontenibile, più
grande della sua stessa volontà, lo fece alzare da terra e correre
verso il mare, dentro al quale s'immerse con un gran salto. Oh,
il grande dolce sapore del mare, l'cstasi sublime in cui ogni sentimento
s'annulla e la pace si confonde con la gioia! Lievi le onde lo
accarezzarono sfiorandolo e Glauco, il biondo ceruleo Glauco, divenne un
tritone del mare, immortale e profetico. Sul
fondo egli vide una casa attorniata da un giardino bellissimo, pieno di
alghe e di coralli, un caleidoscopio di colori stupendi, mentre attorno
si udiva una musica dolcissima e allettante. Vi entrò e ne fece la sua
reggia. Da quel giorno Glauco volle restare per sempre nel mare dello Stretto. Si rivide con Scilla? Le parlò? Cessò, per questo, Scilla, di far strage dei naviganti? Dice la leggenda che anche ai tempi nostri, quando infuria la tempesta, Glauco solleva il capo al di sopra delle onde e subito, il mare si fa calmo e diventa invitante, come lo era nella preistoria, quando Scilla era ancora una fanciulla bellissima e non un feroce mostro mari no, con dodici gambe e sei latranti teste canine
Il
basalto è una roccia magmatica effusiva che si forma dal raffreddamento
di masse fuse. Si presenta di colore grigio, ed è costituito da una
massa vetrosa in cui sono immersi diversi cristalli tra cui si possono
riconoscere facilmente i pirosseni di colore nero, i plagioclasi, che si
presentano come piccoli aghetti trasparenti e l'olivina di color bruno
giallo simile al vetro di bottiglia di birra. Nella
Valle dell'Alcantra e alla Gole del Simeto, ci sono state periodiche
sovrapposizione di più colate laviche di grande entità che hanno
formato un Storia
geologica I
più antichi affioramenti vulcanici dell'area etnea sono le lave
basaltiche delle zone di Aci Castello e Aci Trezza. Questi si sono
formati su quello che allora era il fondale di un ampio golfo pre-etneo
che si apriva allora lungo la costa orientale della Sicilia e che
separava l'altopiano Ibleo dai Peloritani (600 000 - 200 000 anni fa).
Le caratteristiche di questi primi basalti erano quelle tipiche delle
effusioni sottomarine: lave a cuscino (pillow) con croste vetrose e
ialoclastiti. In seguito all'emersione della regione le manifestazioni
eruttive assumono un carattere subaereo come quelle attuali dell'Etna.
Circa 200 000 anni fa si verifica il passaggio da un vulcanismo di tipo
fessurale, espandimenti estesi di lava lungo fratture lineari della
crosta, ad un vulcanismo di tipo centrale con la costruzione di un vero
e proprio cono vulcanico. L'attività del primo vulcano etneo, il
Calanna, termina con il collasso del cratere e la formazione di una
caldera. A questa fase dell'attività dell'Etna, da 200.000 a 150.000
anni fa, possono essere riferiti gli espandimenti lavici presenti lungo
i corsi dei fiumi Simeto e Alcantara cioè i basalti colonnari. La
La
valle dell'Alcantara ha ricevuto nel tempo diverse colate in successione
ed è accaduto che
queste sbarrassero il fiume originando un lago di sbarramento lavico. In
questo lago la massa d'acqua finiva col tracimare ed erodere la massa
lavica formando le forre che oggi possiamo vedere (gole). Tra queste le
più note sono quelle di Larderia, dello Sciambro e di Mitoggio. Testi di Salvina Abbadessa e Giuseppe Ippolito, scritti in occasione di una escursione svolta con un liceo di Catania il 18 dicembre 2003
Verso
la fine del suo percorso, l'acqua incontra forse una massa di terreno più
friabile e si fa strada liberando due alte pareti di durissimo basalto
caratterizzate da affascinanti forme prismatiche. Sono le gole, di cui
solo un tratto è oggi facilmente accessibile. Quando
andare alle
irrompenti piene del fiume che ancora oggi offrono uno spettacolo
impressionante. La
discesa a piedi permette di avere una bella vista d'insieme della parte
iniziale delle gole. Arrivati al letto del fiume le pareti, alte più di
50 m.stringono in mezzo una lingua d'acqua e si presentano in tutta la
loro ambigua bellezza: nere strutture geometriche che si ergono una di
fronte all'altra e si rincorrono verso il cielo. Le linee si
intersecano, formando prismi pentagonali e esagonali o figure irregolari
che giocano con la luce disegnando forme mostruose o leggiadre. I
contrasti sono forti e sembrano rafforzarsi man
mano che si penetra all'interno, quando non restano che tre elementi: la
roccia, l'acqua, il cielo. Ed il sole, a disegnare i contorni tra il
nero delle parti in ombra e quelle chiare, illuminate, ed a rifrangere
in mille piccoli specchi le gocce delle cascatelle che a tratti scendono
lungo le pareti.
TAORMINA.
Splendidamente adagiata sull'altopiano roccioso a 200 m di altitudine.
Taormina occupa una posizione stupenda, a balcone sul mare e di fronte
all'Etna. Meta di viaggi fin dal '700, è solo verso l'ultimo trentennio
del XIX sec, che conosce un notevole sviluppo turistico. Molti gli
stranieri, soprattutto inglesi e tedeschi, che decidono di costruire
ville nella città e molte le personalità ospitate, dall'imperatore
Guglielmo II a Edoardo VII a famiglie conosciute (i Rothschild, i Krupp).
Il centro di Taormina, pedonale, si costruisce intorno a corso Umberto I, principale arteria della città, dal quale è possibile raggiungere tutti, o quasi, i punti di maggior interesse. Il teatro Greco in origine (periodo ellenistico) venne trasformato ed ingrandito in epoca romana. L'edificio che possiamo ammirare oggi è infatti quello del II sec. dC. Il teatro è stato costruito sfruttando la naturale conformazione del terreno: alcuni gradini della cavea sono stati ricavati direttamente dalla roccia, Il teatro greco rispettava i canoni classici, con un'orchestra semicircolare per i musici, i conisti ed i danzatori, I Romani eliminarono le prime file di gradini per trasformare l'orchestra in arena (circolare), più adatta ad ospitare i giochi circensi, ed aggiunsero un corridoio per l'entrata dei gladiatori e delle belve feroci.
Corso Umberto E' piacevole passeggiare lungo questa via tranquilla, leggermente in salita, chiusa a valle da Porta Messina ed a monte da Porta Catania e fiancheggiata da bei negozi, ristoranti e caffè. Ai lati della via (soprattutto nel primo tratto sulla sinistra) si dirama un intrico di stradine che offrono inattesi scorci e profumi, come quello della frutta di marzapane e della pasta di mandorle della laboratori di pasticceria. Prima dell' inizio del corso, appena fuori Porta Messina, si trova la secentesca Chiesa di S. Pancrazio, secondo la tradizione primo vescovo di Taormina, che fu edificata sui ruderi di un tempio dedicato a Zeus Serapide (notare i resti di muro inglobati nella parete sinistra della chiesa). Possiede un grazioso portale in pietra di Taormina, affiancato da due nicchie con statue di santi. Lungo il corso si aprono tre belle piazze. Piazza
Vittorio Emanuele - Coincide con l'antico foro della città. Dietro
la Chiesa di S. Caterina, dal bel portale barocco in marmo
rosa e pietra di Taormina, sono ancora visibili delle vestigia antiche.
Si tratta dei resti di un Odeon, un piccolo teatro coperto
risalente al periodo romano (I sec. d.C.) in mattoni rossi. Naumachie
- Sono in una stradina laterale sulla sinistra. Il nome ricorda la
simulazione dei combattim Piazza IX Aprile - E' una deliziosa piazzetta a balcone sul mare dalla quale si gode di una bella vista sul golfo e sull'Etna. Gli altri tre lati sono racchiusi dalla chiesa di S. Giuseppe (XVII sec.), dalla nuda facciata, di S. Agostino (oggi biblioteca) e dalla torre dell'Orologio, che si apre ad arco sulla strada e che dà accesso al borgo del XV sec. La costruzione che vediamo oggi è della fine del '600, epoca in cui venne anche aggiunto l'orologio, ma le fondamenta della torre sembrano risalire addirittura al VI sec. d.C. quando la torre faceva forse parte di una cinta difensiva. La piazza è uno dei luoghi di ritrovo e di sosta più affollati, data anche la presenza di numerosi caffè con tavolini all'aperto. Piazza Duomo - Al centro si erge una bella fontana barocca in pietra di Taormina a base circolare. La vasca più grande che si apre ad Oriente fungeva un tempo da abbeveratoio. AI centro, in posizione elevata, si trova l'emblema della città, un centauro, qui però raffigurato nella versione femminile e dotato, al posto delle classiche quattro zampe, di due braccia che reggono una sfera ed uno scettro, simboli del potere. Duomo
- La costruzione, dedicata a S. Nicola di Bari, risale al XIII sec. La
facciata, molto semplice. E' ornata da un portale rinascimentale tra due
monofore e sovrastato da un rosone. Il coronamento a merli le ha valso
il nome di cattedrale-fortezza, il lato sinistro presenta un bel portale
a sesto acuto ornato da un tralcio d'uva che segna il bordo e, in
corrispondenza del transetto, un rosone.
. I palazzi Il centro storico di Taormina è costellato di bei palazzi che presentano alcuni tratti in comune: stile gotico con influssi arabo-normanni: utilizzo della pietra lavica nera, in alternanza a pietra bianca di Siracusa per formare disegni decorativi geometrici, sottolineare archi, arcatelle e portali. Questi intarsi movimentano la facciata dei più interessanti palazzi di Taormina. Palazzo di S. Stefano - Appena prima della Porta di Catania, imboccare, a sinistra, via del Ghetto. Il bel palazzo risale al XV sec. Costruito per i Duchi di S. Stefano, la famiglia De Spuches, di origine spagnola, ha una mole massiccia che ricorda una casa-fortezza. L'elemento decorativo che lo caratterizza è una fascia che corre lungo il bordo superiore, a due colori (in pietra lavica nera e bianca di Siracusa) che forma un bel motivo geometrico a losanghe. I due ordini in cui è suddiviso sono scanditi da bifore che si arricchiscono, in quello superiore, di un arco elaborato. Il palazzo è sede oggi della Fondazione Mazzullo, con un'esposizione permanente di sculture e disegni dell'artista di Graniti (ma ospita anche mostre temporanee, nel periodo natalizio quella dei presepi in terracotta). Nelle opere in pietra lavica, granito e bronzo. E' ricorrente la nota del dolore, in particolare nella serie delle Fucilazioni, torsi mutilati ed incompiuti, ricchi di espressività e nel Gatto ferito, forma abbozzata nella pietra, mentre colpisce l'impenetrabilità dei volti dei busti femminili a volte appena sbozzati, a volte perfettamente modellati come nell'elegante Amazzone e in Saffo. Badia Vecchia - Si trova lungo via Dionisio I. Il nome le deriva forse dall'errata supposizione che fosse una abbazia. L'edificio ricorda molto quello dei Duchi di S. Strano nella struttura massiccia, nello stile e nel fregio bicolore che qui corre tra il primo ed il secondo piano formando quasi un pizzo floreale. Sul fregio poggiano belle bifore. Palazzo Ciampoli - Fa da sfondo alla scalinata della salita Palazzo Ciampoli, a destra di corso Umberto I, poco prima di piazza Duomo. La facciata di questo palazzo, purtoppo in stato di degrado e svilita dall'insegna di una discoteca, che vi si trovava fino ad alcuni anni fa (oggi è invece un hotel), è suddivisa in due ordini da una fascia decorativa in pietra cesellata, il bel portale a sesto acuto è sormontato da uno scudo che riporta la data di costruzione del palazzo: 1412. I giardini di Villa Comunale - Via Roma. Fiori e piante di una grande varietà, dai più banali a quelli esotici, crescono in questo parco un tempo privato, ove i proprietari fecero innalzare singolari edifici in stile eteroclita con un tocco di esotismo. Il più particolare è tutto ad archi ed arcatelle che lo fanno sembrare, ad un primo colpo d'occhio, simile a un alveare, nome che in effetti gli è stato dato (The Beehives) dalla proprietaria, Lady Florence Trevelyan che, appassionata di ornitologia, utilizzava questi luoghi per osservare gli uccelli. Dal vialetto che lo delimita dalla parte del mare, si gode di un bel panorama sull'Etna e la costa Sud. Escursioni Le spiagge - Taormina sorge alta sul promontorio, ma ai suoi piedi si stendono belle spiagge. La piccola baia di Mazzarò è chiusa a sud da Capo Sant'Andrea, ricco di grotte, tra le quali spicca la Grotta Azzurra. Le voci dei pescatori che invitano alla gita risuonano su tutte le spiagge. Oltre il capo si estende la deliziosa baia chiusa dall'Isola Bella che un'esilissima lingua di terra collega alla riva. Le spiagge più estese, Spisone e Mazzeo, si trovano invece a nord di Mazzarò.
Castello
- 4 chilometri lungo la strada verso Castel Mola. Il sentiero è
sulla destra. E' possiblle raggiungere il castello anche a piedi,
attraverso la "salita Castello", un sentiero a gradoni che
parte da Taormina, da via Circonvallazione (1 km circa AR) o la Salita
Branco che parte da via Qietro i Cappuccini. Si consiglia di evitare
l'escursione a piedi nei mesi più caldi. Castel
Mola - 5 km a Nord-Ovest. Questo paesino arroccato alle
spalle di Taormina in posizione panoramica si sviluppa intorno alla
deliziosa piazzetta del Duomo dalla quale si dirama un intrico di
stradine pavimentate. Da diversi punti, in particolare dalla piazzetta
di S. Antonino, si gode di un bel panorama suIl'Etna, sul Litorale Nord
e sulle spiagge che si estendono ai piedi di Taormina. Sulla destra
della suddetta piazza, una scalinata, il cui accesso è costituito
dall'antico arco d'ingresso alla città qui spostato per costruire la
strada, porta ai ruderi del castello, di cui si conservano
tratti delle mura cinquecentesche e da dove si gode una bella vista sui
monti Venere, alle spalle del cimitero, e Ziretto, più in basso. Dalla
leggenda alla storia Narra
una leggenda che un'imbarcazione greca, in navigazione nel tratto
davanti alla costa orientale, avesse l'impudenza di commettere
disattenzioni nel fare un sacrificio al dio del mare Nettuno. Questi,
tremendamente adirato, avrebbe allora fatto alzare un vento così forte
da causare un naufragio. Uno solo dei marinai, scampato alla morte e
all'ira del dio, sarebbe riuscito ad approdare sulla spiaggia di capo
Schisì. Affascinato da questi luoghi, Teocle, il naufrago, avrebbe
dunque deciso di fare ritorno in Grecia per convincere alcuni suoi
compatrioti a venire in Sicilia e a fondare una colonia: Naxos.
http://sicilyweb.com/taormina/
C'era una volta la dolce vita di Taormina Chico Scimone, l'inventore siciliano del night club e della night life, racconta gli anni d'oro quando nella cittadina le star erano di casa "Ok
ya, quelli erano proprio altri tempi".
L'accento yankee dà subito l'idea del personaggio Francesco Scimone, da tutti
conosciuto come Chico, musicista e nightclubber ante-litteram, porta dentro di sè
un modo di concepire la vita e il divertimento molto vicino allo stardom di
chiara matrice americana. E non a caso, visto che Chico gli Usa li conosce bene
in quanto vi ha vissuto a lungo - tra Boston e New York - e dove ha incamerato a
pieni polmoni l'aria gaudente e un po' viziata del night club. Esperienza vissuta a partire dal 1928, a soli diciassette
anni, tra gestione di locali e big band di jazz e che Chico ha pensato bene di
trasferire anche nella sua Taormina quando vi ritornò nel 1953, aprendo la
Giara, uno dei locali che in Sicilia, diventarono sinonimo per antonomasia di
divertimento notturno. Anni, quelli, in cui la località turistica più famosa
dell'isola viveva una parentesi di dolce vita che poco o nulla aveva da
invidiare alla capitale. E in linea con i tempi, l'anno dopo il ritorno in patria,
Scimone sposò in pompa magna l'attrice spagnola Aurora De Alba, con tanto di
coreografia di carretto siciliano. Scene queste che recentemente sono state
riprese alla tv in un programma sui matrimoni celebri dei secolo, al pari di
quello di Carlo e Diana. Non l'unico matrimonio della sua vita: Chico si è
sposato altre quattro volte (mai con una italiana) ed oggi, divorziato, non
considera finita la sua carriera sentimentale. "In quel periodo a Taormina - ricorda Scimone – tra
il Festival del Cinema, il David Di Donatello e vari film girati in Italia,
venivano molte star che immancabilmente passavano dal mio locale che è stato il
primo night club di Taormina". Subito dopo ne ha aperto un altro con lo
stesso nome a Catania, a Villa Manganelli (oggi semidistrutta ndr), e fu il
primo night della città etnea. "Nel 1958 alla Giara di Catania, una
signora mi chiese se potevo insegnare i passi del cha cha cha alla figlia. Bene,
quella ragazza era Mina". Episodio simile 10 anni prima, tornando da New
York: sulla nave fu invitato da una signora ad ascoltare la voce del figlio
aspirante cantante: il giovanotto era Johnny Dorelli. Seduto, come ogni pomeriggio, ai tavolini del
Mocambo,
Scimone guarda il fiume di persone che affolla il corso e con un pizzico di
nostalgia snob non riesce a non fare un confronto con il Passato. "Una
volta quando c'erano meno macchine, c'era un turismo più selezionato. Al San
Domenico, per esempio, si pranzava in smoking. Era facile incontrare star del
cinema come Greta Garbo o grandi scrittori come Truman Capote o Tennessee
Williams che passavano lunghi periodi a Taormina". Lo spartiacque a cavallo dei '70: "Quando sono tornato
definitivamente in Italia nel 1973 (dopo una nuova parentesi americana
cominciata nel 1961 ndr) ho capito che tutto era cambiato. Le celebrità erano
scomparse". Anche la passione per la Giara andò scemando fino a quando lo
cedette nel 1988. Da allora non vi è più entrato. "Come quando finisce un
amore non si torna più indietro". La passione per la musica, ereditata dalla madre anch'ella
pianista, è nata molto presto in Scimone ed ha contagiato anche la sorella
Amelia che, ancora oggi, spesso suona con lui a quattro mani al piano del San
Domenico. Hotel in cui Chico suonò per la prima volta poco prima di
partire per l'America, nel lontano 1928. "Allora si suonava nel pomeriggio,
yah, perché c'era il the danzante. La sera, poi, andavo al cinema e facevo la
colonna sonora dei film muti di Greta Garbo e Rodolfo Valentino". Nel celebre hotel vi è tornato a partire dal 1980.
"Ho sempre amato 1'atmosfera elegante dei San Domenico. A fine serata, però,
mi spostavo alla Giara e suonavo là". Il repertorio di oggi viaggia tra le
colonne sonore dei film americani più famosi e pezzi di autori dei calibro di
autori del calibro di George Gershwin o Cole Porter. Non dimenticando le canzoni
italiane,, dagli immortali classici napoletani fino a Umberto Bindi e Domenico
Modugno. "Anche i giapponesi mi chiedono canzoni come "Core 'ngrato"
o "Santa Lucia" e il bello è che le cantano pure". Una colonna
sonora vivente, non c'è dubbio. Oggi, a 88 anni, Scimone si permette anche di
dirigere l'orchestra a Plettri di Taormina conosciuta in tutto il mondo avendo
fatto numerose tournée all'estero. Stretto è il rapporto con il cinema. Innumerevoli attrici
e attori hanno reso visita al suo locale – Greta Garbo è venuta a Taormina un
paio di volte - e non sono mancate le partecipazioni in prima persona di alcune
pellicole. Da protagonista ne "Il cappotto di di legno" di Gianni
Manera della fine degli anni '70; come ospite ne "Il piccolo diavolo"
e "Johnny Stecchino" di Roberto Benigni. "Ero il pianista nella
scena di piazza con Walther Mattau – ricorda ridendo -. Un Oscar meritato per
Roberto". Scimone, dalle mille risorse, è anche uno sportivo. Non manca mai all'appuntamento catanese di Capodanno o della San Silvestro a Mare ed ogni 3 febbario sale correndo gli 86 piani (1565 gradini) dell'Empire State Building di New York nella caratteristica gara.
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CARIDDI
- "Tra Punta
Pezzo in Calabria e Capo Peloro o Capo Faro in Sicilia la soglia
sottomarina s'innalza fino a raggiungere i cento metri sotto il livello
del mare. Accade che quando nel mar Tirreno, a nord, c'è alta marea, a
sud della soglia, nel mare Ionio, c'è bassa marea e viceversa. Questo
continuo alternarsi di basse ed alte maree, origina alterni flussi e
riflussi d'acque dall'uno all'altro mare che generano maree dal
dislivello medio di 15-20 cm., con punte massime anche di 50 cm., in un
ciclo completo di 24 ore e 50 minuti.
Si
creano così violenti spostamenti di masse d'acqua in senso orizzontale
e rapide emersioni di acque profonde, che creano estesi e vorticosi
gorghi detti refoli (garofuli), mitologicamente identificabili nei
mostri di Scilla e Cariddi.La rema montante, ovvero la corrente di
flusso che dal mare Ionio va al mar Tirreno, inizia nello Stretto circa
due ore prima del passaggio della luna sul meridiano di Messina, corre
ad una velocità di circa 9 km. all'ora ed ha una durata media di circa
6 ore. Il riflusso o rema discendente inizia una lenta discesa verso il
mare Ionio 4 ore prima di tale passaggio e genera una corrente di circa
156 mt. al minuto. "Tanto durante il dominio dell'una o
dell'altra di queste correnti, si generano lungo le due rive dello
Stretto due contro correnti secondarie che formano nei seni lungo le
coste predette alcuni piccoli gorghi; tre gorghi principali, veri
vortici, si producono lungo lo Stretto; l'uno presso la Lanterna di
Messina ove si incontrano la corrente principale con la controcorrente
che esce dal porto e la controcorrente costiera; altro vortice si forma
alla Punta Pezzo in Calabria ove la corrente dominante è obblígata a
ripiegare per la configurazione dello Stretto e quindi a far resistenza
alla controcorrente lítoranea; un terzo vortice si forma presso la
spiaggia di Ganzirri ed è di minore importanza degli altri"'.Di
questo fenomeno naturale parla anche lbn Gùbayr nel suo libro
"Viaggio in Sicilia, ecc." (1183-1185), così descrive il suo
naufragio avvenuto nelle acque dello Stretto di Messina: "In questo
Stretto, il quale giace tra la Terra grande e l'isola di Sicilia, la
distanza fra le due coste è ridotta a sei miglia, e nel punto più
breve a tre. Il mare si precipita furioso in questo passo angusto come
la fiumana di al-'Arím, e bolle come una caldaia, tanta è la veemenza
della pressione e della spinta. Molto difficile riesce alle navi il
traversarlo..."'.
Allora
la nave di Gùbayr, è utile ricordarlo, urtò con la chiglia contro la
costa ed affondò. I naufraghi furono salvati dalle barche paesane,
subito accorse.Nel linguaggio popolare Cariddi cambiò nome e divenne
"u Galofuru o u Calofuru" per la somiglianza del suo ribollire
e dello spumeggiare delle sue crestine d'onda con la corolla a petali di
un garofano.
Di
parere contrario è lo Spallanzani il quale, nella descrizione di un suo
viaggio nel centro di Cariddi, sostiene che il gorgo "dai paesani
è chiamato Calofaro" non già dal ribollimento delle onde ma da
"Kalos e Pharos", cioè "bella torre, per esister Cariddi
presso la Lanterna".
Ed
ecco la descrizione che egli ne fa.
"La
barca che mi ci conduceva, era corredata da quattro sperimentatissimi
marinai, che all'accorgersi che dentro io vi entrava con qualche
ribrezzo, m'incoraggiarono, e mi promisero di farmi da vicinissimo
vedere il Calofaro, anzi di menarmici sopra, senza che avessi nulla a
temere. Osservato dal lido, mi appariva in sembianza d'un gruppo d'acque
tumultuanti, e a mano a mano che mi ci appressava, il gruppo diveniva più
esteso, più agitato, più eminente. Fui condotto fino ai lembi, ove
alquanto mi arrestai per farvi sopra i dovuti esami. Scopersi allora
senza ombra di dubbio non esser questo altrimenti un vortice. Insegnan
gl'ídrologi che per vortice nell'acqua corrente s'intende quel corso in
giro che ella prende in certe circostanze, e che questo corso o
rivoluzione genera nel mezzo una cava conoide capovolta, più o meno
profonda, la cui base all'íntorno colmeggia, e le interne pareti girano
a spira. Ma niente di questo ravvisai nel Calofaro. Era esso
circoscritto da un giro circolare, tutto al più di cento piedi: ed
entro quei limití non eravi cavo di sorta, non moto vertiginoso, ma un
incessante ribollimento di acque agitate, che ascendevano, discendevano,
si urtavano, si respignevano. Questi irregolari movimenti, però, eran
placidi in guisa, che non vi era a paventar di nulla nell'andarvi sopra,
siccome feci. Solamente per la continua agitazione barcollava il mio
picciol legno, e conveniva far uso indefesso de' remi, perchè stesse
ritto, né spinto fosse fuori dal Calofaro. Alcuni corpi da me
lasciativi dentro cadere, se erano specifícatamente più gravi
dell'acqua, vi si attuffavano, né più ricomparivano: se più leggieri,
restavano a galla, ma d'indi a poco l'agitamento dell'acqua gli spingea
fuor di quel giro. Quantunque da queste osservazioni convinto io fossi,
che sotto al calofaro non si apriva alcun baratro o voragine, concíossíacché
allora vi dovesse essere un vortice atto ad ingojare i galleggianti, pur
m'invaghj di rintracciarne il fondo con lo scan aglio, e trovai che la
maggiore s a profondità non oltrepassava li 500 piedi: di più con
meraviglia appresi, che al di là del calofaro, verso il mezzo dello
Stretto, la profondità ne è doppia..."'.

"Con il fascino della loro musica attiravano i marinai che passavano nelle vicinanze. Le navi si avvicinavano allora pericolosamente alla costa rocciosa e si fracassavano. Le sirene divoravano allora gli impudenti."
Due tipi di sirene popolano il bestiario degli animali fantastici: le sirene-uccelli e le sirene-pesci; le prime hanno preceduto le seconde. Hanno testa e busto di donna, seni appuntiti e zampe palmate da uccello acquatico; vivono sugli scogli delle isole disabitate. La loro arma per "catturare" gli uomini è il canto.
La prima storia di sirene entrata nella mitologia è quella di Orfeo che accompagna gli Argonauti lungo il tratto presso l’isola delle Sirene. Per distrarre i suoi uomini Orfeo suona la lira di Bitonto e va a coprire il loro canto fatale; così perdono il loro potere. Ulisse utilizza un altro espediente: mentre ai suoi uomini impone di turarsi le orecchie egli, per tutelar se stesso, si fa legare all’albero della nave. In tal modo può udire e vivere il pericolo ma uscirne vivo. Sconfitte ancora una volta, le sirene si precipiteranno in mare. Così narra la leggenda.
I miti sono piuttosto contraddittori sulla loro origine. Apollonio le fa nascere da Tersicore e da Acheloo, il dio fluviale. Altri le vedono figlie di Melpomene. Molti affermano che fossero compagne di Persefone o di Demetra. Fu al momento del ratto di Persefone che le sirene avrebbero preso il volo verso la Sicilia; vennero attribuite loro ali e corpo da uccello per volare alla ricerca della vergine rapita.
Qualcuno avanza l’ipotesi che l’esser state trasformate in uccelli fosse una punizione per non essersi opposte al rapimento della loro padrona.
Più
indulgenti, gli uomini, ne fecero l’immagine delle armonie celesti che
cantano per la gioia dei Beati nelle Isole Fortunate.
Nel Medioevo, la sirena, affascinante e crudele, si confonde spesso con l’inquietante arpia, avvoltoio del mondo sotterraneo...
Risale forse a questa fase storica la trasformazione radicale della sirena che, in veste di donna-pesce, si fa, via via, sempre più simbolo di pericolosità. Le sirene hanno perso l’oscurità dei loro capelli; ora sono bionde, hanno chiome lunghe e fluenti, ondulate come il mare. Assieme allo specchio, simbolo che rimanda al doppio, all’ombra e all’inganno, le sirene usano il pettine, termine che, etimologicamente, rimanda alla sessualità. Ciò che lo specchio offre è l’immagine di un corpo nel quale la parte animale ha preso il sopravvento.
Le sirene moderne sono impregnate di una sessualità che era totalmente assente nelle sirene primitive.
Nella mitologia greca, infatti, esse furono addirittura punite da Afrodite per il loro tenace rifiuto a qualsiasi rapporto d’amore.
L’uomo antico cercava nelle sirene quel dono che esse erano capaci di infondere in un attimo di rapimento: il suono della conoscenza.
Ma il cammino umano è lungo e faticoso; non è un caso che solo Ulisse, il progenitore della coscienza (perchè è il primo ad usare il pronome "io") abbia potuto reggere il peso della nuova consapevolezza sopravvivendone.
Se prima potevano allettare e far perire nel languore e nella malìa del loro canto celestiale, nel medioevo il corpo diventa protagonista. Da solari (l’oro del sole fermato nei capelli) le sirene diventano lunari, inserite in un tempo ciclico, mutabile e misurabile. Esseri lunari sottomessi alla temporalità e alla morte, come la luna che nasce, cresce, decresce nel buio per poi risorgere.
Sirena viene da sereno o da sera. Il crepuscolo evoca la pericolosità ed il rischio di essere divorato.
Nel Medioevo, periodo della Scolastica, dei Padri della Chiesa, delle Crociate e di una diffusione sempre più dogmatizzata del Cristianesimo, le sirene perdono dunque le ali; come nelle rappresentazioni alchemiche è la caduta dell’anima.
Figure per metà pesce e per metà donna, tra il mare, simbolo di un inconscio ancora divorante, e la terra, luogo dell’uomo e regno assoluto dell’Ego.
Dall’armonia celeste - le ali da uccello dell’antichità - che si diffonde tra gli uomini attraverso un canto che è suono, ancora troppo potente, della conoscenza, alla "perdizione" nel profondo mare dove, per la prima volta, le sirene iniziano a specchiare il loro corpo nudo e a vedersi come illusione.
Il primo autore medioevale a parlare delle sirene e del loro canto mortale è Richard de Fournival nel "Bestiario d’amore" del 1250. Molti viaggiatori narrarono di averne vedute e ne interpretarono i comportamenti come segni prognostici. Anche Colombo (scopritore del mondo "nuovo") ne vide tre che danzavano sulle onde, mute e anche molto brutte. Due sono gli animali marini che, con le loro forme, ben si prestano a supportare le leggende: il lamantino, un mammifero che vive alla foce dei grandi fiumi africani e americani, e il dugongo, cetaceo erbivoro dell’Oceano Indiano. Entrambi hanno grandi seni rotondi privi di peli; quando allattano emergono dall’acqua con il tronco.
Nel
1614 viene descritta una storia d’amore tra un marinaio ed una sirena.
Le storie d’amore tra l’uomo e la sirena sono meravigliose ma finiscono sempre male: l’uomo, accompagnato nelle profondità degli abissi in palazzi sottomarini, non può più liberarsi dal vincolo di quell’amore.
Molto disponibili ad aiutare i naufraghi, li nutrono e li accudiscono ma poi, nei rapporti "traditi", non li lasciano andar via e spesso li uccidono.
Nelle leggende popolari sono presenti con vari nomi: in Germania è la "nixen", sirena malvagia che spinge l’uomo al suicidio; nei Paesi Bassi le "Merminnes", meno crudeli ma molto vendicative.
Come simbolo, la sirena è sempre molto presente nelle rappresentazioni iconografiche più antiche e resta vivo a lungo nelle miniature, nei capitelli, nei blasoni e nelle incisioni.
E’ curioso che i tipografi, in passato, abbiano scelto l’insegna della sirena a doppia coda quale simbolo della conoscenza e della cultura umanistica.
Tra le due branche del sapere, il due dell’opposizione e del conflitto diremmo noi oggi, si apre il sesso affascinante, l’antro marino: è il femminile quale ritorno al tutto, origine e fonte di ogni sapere, vera porta dell'"altro" mondo.
E’ nel Medioevo, dunque, che la sirena diventa un mostro creato dalla fantasia dell’uomo solo, isolato, come lo è il marinaio sempre in viaggio, ossessionato dall’immagine della donna. E’ l’emblema del demonio che seduce l’uomo ai piaceri della carne spingendolo alla dannazione.
La sirena è il fantasma della sessualità esigente e della tristezza post-coitale: l’incanto, la fascinazione e la malìa della prima fase, quella del desiderio erotico, si trasforma in prigionia e morte. Una morte inutile e definitiva se l’amore è vissuto nell’immediatezza e nell’orizzontalità. Poichè da sempre, amore e conoscenza formano un tutt’uno inscindibile con l’uomo ed il suo stesso divenire.
Laura Ottonello

Al
mercato troneggia elegante sul banco di marmo del pescivendolo: il pesce
spada, il nobile dei pesci. Quarti di esso, tagliati a trance, giacciono
tra le teste esposte come trofei, incoronate da un’arma ormai inutile.
Nello
stretto lo chiamano il pesce cavaliere, per il rango nobiliare che gli
conferisce la luminosa spada e, ancora di più, per il coraggio e la
fierezza nella lotta e la fedeltà alla sposa, prima di cadere, nobile
combattente, vinto dal ferro dell’uomo.
Il
nostro pesce spada appartiene alla famiglia degli "Xifidi". Il
suo nome scientifico è “Xiphies gladius”, dal greco xiphies=spada e
dal termine latino "gladius", aggiunto da Linneo per indicare
la specie. E' pescato nei nostri mari caldi in cui è parecchio diffuso.
Velocista e di carattere molto combattente in senso assoluto; molte le
affermazioni che lo confermano. Nel periodo della riproduzione, in
primavera-estate, si avvicina alle coste. Può raggiungere la lunghezza
di quattro-cinque metri e superare i 300 Kg. di peso.
Ha
una proprietà morfologica peculiare rappresentata dall’eccessivo
sviluppo della mascella superiore, che si prolunga in una spada
"rostro", tagliente ed acuminata, il corpo affusolato e
cilindrico e di colore grigio blu scuro sul dorso, mentre la parte
ventrale è biancastra.
Spesso,
nelle reti, si catturano i piccoli, che in dialetto si chiamano "puddicineddi",
equivalente di pulcinella, per il semplice ma grottesco fatto di
assomigliare in tutto e per tutto al pesce adulto.
Diversamente
dal tonno, il pesce spada non ha avuto la stessa diffusione commerciale:
niente scatole né barattoli; solo in tempi recenti i mercati si sono
arricchiti di alcuni prodotti privilegiati, come i tranci di pesce spada
affumicati o congelati o le uova preparate in "bottarga"
(dall’arabo batarikh) che si presentano, pressate e salate, in "sasizzuni"
o "carrubbeddi", data la somiglianza con le salsicce o con le
carrube.
La
pesca del pesce spada era una volta privilegio esclusivo della città
dello stretto e fu lungamente praticata da popoli come fenici, romani e
greci. Utilizzando antichi metodi, riti e tradizioni, al pari della
mattanza, i pescatori cantano le loro cantilene in greco; cantano per
superstizione, credendo che il pesce potrebbe sfuggire alla cattura
qualora i versi fossero cantati in altra lingua.
Si
racconta che i pescatori siciliani, per catturare il pesce spada,
"gli sussurravano una filastrocca grecale, e in questo modo il
pesce rimaneva fermo ed incantato, divenendo facile preda da
catturare".
Durante
la dominazione araba furono affinate le tecniche di cattura, adottate
per molto tempo, sino ai giorni nostri: si svolgeva con un rituale assai
complicato, basato sulla prontezza dei pescatori che utilizzavano un
metodo semplice e arcaico: l’arpione, una piccola fiocina a due punte,
detta "draffinera", legata ad una lunghissima sagola, lanciata
da una passerella montata a prua di un’agile barchetta da inseguimento
denominata "luntri", dalla forma esile e veloce, dava al pesce
infilzato la possibilità di nuotare fino a quando, stremato, si
lasciava tirare a bordo.
Da
quando è catturato in mare aperto la sua pesca si è estesa anche nel
golfo di Palermo, con il sistema più ingegnoso della pesca artigianale:
il "palangaro" di superficie. Ciò ha permesso ai pescatori di
modificare i loro armamentari.
Grosse
imbarcazioni sono predisposte in primavera e la pesca si protrae fino a
luglio inoltrato. Talvolta si spinge sino alla fine d’agosto.
Il
"palangaro" è un attrezzo costituito da una lenza madre di
nylon di sufficiente spessore, lunga da 7 a 8 miglia marine, alla quale
sono fissati alcune centinaia di braccioli, ciascuno dei quali, in
prossimità della superficie, viene sostenuto da particolari
galleggianti, "bacaredde", di sughero o da contenitori di
plastica. Alla estremità di ogni bracciolo è fissato un amo a cui
viene attaccata l’esca per la cattura del pesce spada; di solito sono
dei pesci di cui è ghiotto: totani, alici e sgombri. Per riconoscere
l’attrezzatura nell’orizzonte marino, si pongono aste galleggianti o
canne sulle quali vengono attaccati dei drappi neri svolazzanti come
bandiere.
La
cucina messinese, con la “ricetta alla messinese” ne fa il suo
trionfo di gola. Nel palermitano, oltre a preparare degli ottimi primi,
si utilizza in particolare la parte tra la nuca e il dorso, la "scozzetta"
e la "scarpa", quella vicina alla coda, che il più delle
volte sono associate alle verdure di stagione: melanzane e peperoni.
Tra
le preparazioni più rinomate spiccano senza dubbio gli involtini di
pesce spada alla palermitana, sottilissime fettine arrotolate su se
stesse, arricchite con aromi intriganti, passate nell’olio e panate
nel pan grattato. Gustare per credere !
Il
carpaccio è la maniera più semplice per assaporarne la freschezza:
tagliato a fettine sottilissime, si lascia macerare alcuni minuti in un
largo piatto con olio, limone e un pizzico di sale e pepe. Viene poi
gustato con una spruzzatina di prezzemolo tritato o di mentuccia.
Arrostito
alla brace o sulla piastra ardente, tagliato a "ruota" e
insaporito da una salsetta composta da abbondante olio e limone,
cosparso di foglie di menta, sprigiona il suo ineguagliabile profumo.
Alcuni
pescivendoli del mercato del Capo si sono cimentati nella realizzazione
della “salsiccia di pesce spada”, macinandone le carni, insaporite
con gli aromi e insaccate nel classico budello. La cottura alla brace ha
dato ottimi risultati. Di recente, da Lampedusa, alcuni produttori
locali commercializzano, già confezionato, il pesce spada affumicato,
la ventresca, le uova, in diverse combinazioni.
La
grossa barca dall'insolita sagoma avanza pigramente fendendo l'azzurra
distesa del mare resa più luminosa dai tiepidi raggi di un sole
primaverile. Dall'alta vetta dell'albero centrale, audacemente proteso
verso il cielo, gli acuti occhi dell'avvistatore, 'u falerotu (anche 'ntinneri),
scrutano la calma superficie dell'acqua nella speranza di intravedere,
ancora una volta, la scura sagoma del pesce spada.
Improvvisamente
un secco comando, istantaneamente eseguito dal motorista:
"Aumenta!" e lo scafo sotto la potente spinta del motore
portato al massimo dei giri scatta verso il punto dove il pesce, ignaro
del suo fatale destino, nuota pigramente cullando il suo sogno d'amore.
Ormai la strana agitazione, che si verifica puntualmente ad ogni
avvistamento, regna sulla barca e l'esultanza dell'equipaggio è frenata
solo dal timore che il pesce possa immergersi sfuggendo alla cattura.
Il
lanciatore, dal cui viso non traspare alcun segno d'emozione, si erge
maestoso, quasi polena di antica nave,
sull'estremità della "passerella" brandendo con
braccio fermo la lunga asta munita dell'arpione. Ancora qualche istante
d'attesa e poi, dopo la tradizionale invocazione a "San Marcu
binidittu" protettore di questo tipo di pesca, scaglia con forza e
precisione il suo mortale attrezzo che, con un tonfo sordo, penetra
nella preda incuneandosi profondamente nelle sue carni.
L'animale,
superati i primi attimi di smarrimento ed impazzito per il lancinante
dolore, cerca scampo nella fuga inabissandosi, ma una sottile e robusta
sagola, 'a caloma, saldamente assicurata all'arpione, si dipana
velocemente dal capace cesto di vimini dove è riposta spira sopra
spira, precludendogli ogni speranza di salvezza.
La
lotta è disperata, il pesce avverte che per lui è finita ma, mentre il
sangue sgorga copioso dalla ferita rubandogli le forze, tenta con un
estremo guizzo di liberarsi dal ferro che gli lacera le carni. Il suo
cuore, che ha tenacemente lottato, cede di schianto e 'u pisci viene
issato di peso a bordo.
L'acqua,
muta testimone del dramma, ritorna immobile, il motore riattacca il suo
borbottio. Ricomincia la ricerca di una nuova preda.
La
pesca con i pescherecci dotati di "passerella" è molto più
redditizia rispetto a quando il pescespada veniva inseguito da un "luntro"
a remi guidato a voce dall'avvistatore sulla "barca madre"
(feluca) ormeggiata sulla "posta" assegnata: fu introdotta
agli inizi degli anni sessanta da alcuni marinai siciliani recatisi a
pescare nel Mar dei Caraibi mutando radicalmente una millenaria
tradizione.
La
"passerella", una barca molto più grande, è fornita di un
potente motore che, oltre a rendere l'avvicinamento più veloce,
risparmia ai pescatori la disumana fatica di una giornata di voga; il
lungo ponte che si protende dalla prua per parecchi metri, porta il
lanciatore a trovarsi quasi a perpendicolo sul pesce, condizione
vantaggiosa per colpirlo.
La
maggiore altezza dell'albero centrale ha eliminato la vedetta da terra,
'u bandiaturi, riuscendo l'avvistatore dalla barca a spaziare per un
maggior tratto di mare e, una volta avvistato il pesce, a manovrare
dall'alto il timone dell'imbarcazione.
Il
pesce spada uno dei più grossi teleostei viventi (un esemplare
catturato nel 1956 in Cile raggiungeva i quattro metri di lunghezza ed i
250 kg. di peso, e nelle tonnare siciliane sono stati catturati
esemplari fino a 300 chilogrammi) è anche un veloce nuotatore,
raggiungendo facilmente la velocità di oltre 70 km orari.
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Appartiene
all'ordine dei Perciformi, sottordine Scombroidei, famiglia Xiphidae. Il
nome del genere, Xiphias (in greco "spada", denominazione
attribuitagli anticamente da Aristotele), è rimasto immutato per 2.400
anni. Successivamente Linneo (1758) nell'introdurre la nomenclatura
binomiale, aggiunse al nome greco il termine latino di gladius per
indicare la specie.
Chiamato
dai greci anche Galeotas, viene definito dal Fiore - che fa riferimento
a Plinio II, Thaureanus, dal nome della città di Taureana presso Palmi,
distrutta nel 1500 dalle invasioni saracene, dove fin da quei tempi se
ne praticava la pesca.
In
alcuni frammenti a noi pervenuti, Archestrato di Gela (presso Ateneo),
parlando anche dell'anguilla e della murena, decanta la bontà
gastronomica del pesce spada definendolo "cibo divino", mentre
Oppiano di Cilicia nel suo De piscatione ne descrive i comportamenti.
Il
fiorentino Paolo Giovio paragona le carni di questo pesce a quelle dello
storione, mentre di parere diverso è Aldovrandi che, meravigliandosi di
quanto asserito dal Giovio, afferma che la sua carne è "di
malissima digestione, di difficile cottura e chiunque deve astenersi dal
mangiarne". Dopo queste affermazioni, sorge legittimamente il
dubbio che anche nel passato agli ignari degustatori venisse ammannito
come pescespada qualche altro tipo di pesce molto meno appetibile.
La
combattività: La combattività di questo pesce è documentata fin
dall'antichità da notizie di attacchi alle imbarcazioni, a volte con il
ferimento dei marinai. Il 6 luglio 1967 un esemplare di 89 kg. attaccò
il sommergibile oceanografico "Alvin" che si trovava immerso a
610 m. di profondità al largo di Savannah nell'Atlantico, restando
incastrato con la spada in una giuntura dello scafo; gli operatori di
una nave-fattoria russa hanno trovato, infisso nelle carni di una
balena, un troncone di spada lungo 70 cm.
Nello
Stretto di Messina nel corso delle sue migrazioni primaverili percorre
il tratto di mare tra Scilla, Bagnara e Palmi in Calabria, per la
riproduzione, poi all'inizio dell'estate inverte la rotta costeggiando
lo stretto dal lato della Sicilia.
La
sua pesca è una tra le più antiche che si conoscano: viene descritta
da Omero nel canto XII dell'Odissea (vv.98-98), menzionata da Strabone e
descritta dettagliatamente da Polibio; ne parla anche il Barrio.
Verso
la fine del 1660 il gesuita napoletano Nicolò Giannattasio, ospite del
principe Francesco Maria Ruffo, ebbe modo di assistere dall'alto del
castello di Scilla a questa pesca, cantata in seguito in esametri latini
nella sua opera Halieutica; l'argomento venne trattato successivamente
nello stesso stile, apprezzabilmente, dallo scillese Diego Vitrioli nel
suo poema Xiphia.
Fino
agli anni '60: Fino agli anni '60 del XX secolo questa pesca veniva
praticata come descritta da Polibio e quindi con le stesse modalità
dell'epoca greca, ed ancora oggi molti termini dialettali usati dai
pescatori non sono altro che inequivocabili corruzioni dei
corrispondenti termini greci.
In
questo tipo di pesca ormai non più praticata le barche dette "luntri"
o "schifi" erano manovrate da cinque robusti rematori, che
facevano procedere la barca con la poppa, sopra la quale stava il
lanciatore - 'u lanzaturi; due dei quattro lunghissimi remi, quelli più
verso poppa, poggiavano su scalmi ricurvi sporgenti circa un metro dai
bordi della barca per meglio equilibrarne il movimento ed imprimerle una
maggiore velocità.
Il
rematore centrale, detto "mezziere", a differenza degli altri
impugnava i due remi insieme; il "falerotu", o "ntinneri",
dalla cima del piccolo albero posto al centro della barca, dirigeva le
operazioni di avvicinamento alla preda seguendo le indicazioni che la
vedetta, appostata su un'altura in riva al mare ("guardiola")
o sulla antenna della feluca ("ntinneri") - gli trasmetteva a
voce agitando una bandierina bianca.
Ritto
in piedi stava 'u lanzaturi con la lancia in mano, che generalmente era
il capociurma, "u patruni", a cui tutto l'equipaggio doveva
cieca ubbidienza, dato che su di lui incombeva la responsabilità del
felice esito del lancio, effettuato anche a distanza di sette, otto
metri dalla preda.
La
fase che precedeva la cattura: Questa
fase era caratterizzata dal continuo vociare della vedetta e poi del
"falerotu" che, oltre a dare le necessarie indicazioni sulla
rotta, incitava i compagni alla voga.
La
lancia d'elce, e non di quercia o di abete come ai tempi i Polibio, era
incastrata con una estremità al corpo dell'arpione; a circa dieci o
quindici centimetri dalla punta di questo erano - ed il sistema di
costruzione viene adottato ancora oggi - collocate quattro alette, che
una volta penetrate nel corpo del pesce impedivano all'arpione di
sfilarsi.
Appena
arpionato il pesce, l'uomo del faliere scendeva dall'albero del "luntro"
e correva ad aiutare il lanciatore a manovrare la sagola a cui era ormai
attaccato il pesce spada (o tonno, o anche squalo o aguglia imperiale).
La
pesca con l'arpione oggi è quasi soppiantato da quella con i "palangresi",
lunghe lenze con centinaia di ami che operano in tutte le stagioni e
catturano anche gli "spadelli" ("puddicinedda"), i
piccoli pesci spada di pochi chilogrammi.
Finché furono adoperati i "luntri" e le "feluche" fu vera caccia, Domenico Modugno descrive la tragedia di due pesce spada, "lu masculu e la fimminedda" incappati nella pesca con l'arpione (Clicca sulla foto per il suo sito ufficiale); poi con le "passerelle" divenne pesca, mentre con i "palangresi" oggi è un'industria; poi vennero anche le "spadare", enormi reti galleggianti che hanno ucciso tutto quanto capitava vicino, pesci spada grandi e piccoli, tonni, delfini, balenotteri.... Domani potrebbe non esserci più né caccia, né pesca, né industria.
Odissea,
XII
Scilla ivi alberga, che moleste grida
Di mandar non ristà. La costei voce
Altro non par che un guaiolar perenne
Di lattante cagnuol: ma Scilla è atroce
Mostro, e sino a un dio, che a lei si fesse,
Non mirerebbe in lei senza ribrezzo,
Dodici ha piedi, anteriori tutti,
Sei lunghissimi colli e su ciascuno
Spaventosa una testa, e nelle bocche
Di spessi denti un triplicato giro,
E la morte più amara di ogni dente.
La tradizione popolare vuole invece che in tempi antichissimi, le acque dello stretto di Messina, fossero abitate dalle Sirene che con il loro canto melodioso ammaliavano i naviganti, che rapiti da questo suono conturbante dimenticavano le loro navi che, senza guida, si infrangevano sugli scogli e si perdevano tra i flutti.
Per la loro pericolosità, nell’antichità, tutti i naviganti stavano
lontani da questi luoghi, tutti tranne il mitico Ulisse che
spinto dalla sua proverbiale curiosità, mise dei tappi di cera nelle
orecchie dei suoi compagni e si fece legare all'albero della sua nave
per ascoltare il canto delle sirene, riuscì nel suo intento ma, dopo il
naufragio, provocato dal sacrilegio contro i buoi del Sole, fu aspirato
dalla corrente di Cariddi. Aggrappatosi ad un albero di fico, che
cresceva rigoglioso all'entrata della grotta in cui si nascondeva il
mostro, Ulisse si mise in salvo e riprese la navigazione.
A quei tempi viveva nei pressi di Messina un giovane chiamato Gigante
che alla forza prodigiosa univa un coraggio smisurato e una forte
conoscenza delle acque dello Stretto, si sentiva capace di catturare le
Sirene, visti i danni che esse continuavano a causare a chi navigava.
Legò una lunga corda ad una campana, sulla rupe sovrastante la dimora
abituale di Scilla, per dare un segno di vita durante la sua permanenza
sott’acqua. Prese con sé il capo della lunga fune e sparì tra le
onde. Andò a cercare Scilla e trovatala la legò con una grossa fune.
Fu vana la resistenza disperata di Scilla, egli la trascinò con sé
alla ricerca di Cariddi fino a che non la trovò e la incatenò per il
collo, poi le trascinò entrambe a riva. I messinesi, in segno di
gratitudine, innalzarono a Gigante una statua con ai lati due sirene.
Oggi la realizzazione del ponte sullo stretto, lungo oltre 33
metri, sembra rievocare le antiche gesta omeriche. La realizzazione di
questo progetto sarebbe la vittoria della razionalità,
dell’industriosità e dell’intelligenza dell’uomo sulla violenza
della natura, ma la sua riuscita è costantemente intralciata da
difficoltà che affermano quello che è il dominio assoluto del mare con
le sue correnti rapide e irregolari e il colore cupo delle acque
profonde fino a 150 metri.
Odissea - Canto XII
Rispettavan
l'armento. E già la nave
Nulla contenea più. Gìvano adunque,
Come il bisogno li pungea, dispersi
Per l'isola, d'augelli e pesci in traccia,
Con archi ed ami, o di quale altra preda
Lor venisse alle man; però che forte
Rodeali dentro l'importuna fame.
Xiphias gladius.
La
leggenda vuole che l’unica creatura incapace di provare orrore per la
mostruosità di Scilla fosse lo “Xiphias gladius”, meglio
conosciuto come pesce-spada, che durante la stagione degli amori
raggiungeva in grossi branchi questo tratto di mare proprio per
corteggiarla. Da qui l’abbondanza di pesce-spada lungo lo Stretto, che
è il motivo della pesca tradizionale di questo pesce, che da tempo
remoto è praticata all’antica maniera dei fenici, unico popolo che
abbia svolto mestieri tutti legati al mare.
Questo tipo di pesca può essere d’alto mare quando il pesce è
catturato con la fiocina, oppure marittima e costiera se è
esercitata lungo le rive con barche e remi. La pesca diurna, fino a poco
tempo fa, era praticata su postazioni stabilite lungo la costa,
assegnate a sorteggio e utilizzate a rotazione giornaliera dagli
equipaggi.
Il pesce spada vi giunge, ogni anno fra marzo e luglio dalle lontane
regioni polari per deporre le sue uova, mentre scompare dalla superficie
delle acque nei mesi autunnali e invernali, a causa della loro
torbidezza, per rifugiarsi negli alti fondali dove le acque sono più
limpide per la diminuzione dei moti ondosi. Durante i mesi estivi, i
pescatori scillesi e peloritani praticano questo tipo di pesca con
tipiche imbarcazioni a remi, la feluca o il lustro, con
l’avvistatore issato sulla cima dell’albero, che scruta la
superficie del mare per scoprire la presenza del pesce, di cui alla metà
del Cinquecento ci ha lasciato affascinanti immagini il pittore
fiammingo Peter Bruegel e ha ispirato il poema Xiphias del latinista
reggino Diego Vitrioli, col quale nel 1845 vinse il primo premio del
concorso mondiale di poesia latina di Amsterdam.
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Numerosi poeti, scrittori e pittori hanno cantato e rappresentato questa
terra, lasciando una traccia indelebile nella nostra memoria. Talvolta,
durante la pesca, l’attesa è lunga e può durare parecchie ore;
quando il pesce è avvistato, l’uomo di vedetta lancia uno strano
grido in dialetto greco, così come tutti i termini marinari usati dai
pescatori durante la loro attività. Lo strumento usato per colpire il
pesce è detto ferru, ed è impugnato dal fariere, che se
ne sta a prua pronto al colpo. Il resto dell’equipaggio è impegnato a
dirigere l’imbarcazione nel punto segnalato. Dal dopoguerra le piccole
imbarcazioni sospinte dai rematori sono state sostituite con quelle a
motore, lunghe oltre 12 metri, dalla cui prora si diparte una lunga
passerella su cui si muove il fiocinatore, ma lo spettacolo della
pesca del pesce spada conserva tuttora il suo aspetto folkloristico.
La “corrente” che rende il pesce più “lavorato” e quindi anche
più gustoso è determinata dalle fasi lunari: la luna piena causa una
corrente forte che trasporta pesci “di passa” (di passaggio)
mentre la seconda luna favorisce una corrente portatrice di grandi
quantità di “mangianza” (pesci piccoli). Nello Stretto si
trovano numerosi tipi di pesce: alalunghe, costardelle, alici, sarde,
aguglie, viole, scorfani, cicirielli, calamari, tonno, pescecane,
dentice, cernie, ope, occhiate, minule, smirine. Sotto le rocce si
trovano pesci pregiati come il merluzzo, il sarago, la spinola e i
cefali per i quali è necessario praticare la pesca subacquea.
Pesci provenienti da altre zone sono le anguille e le murena, chiamate
dai greci plotoe e dai latini flutoe. Esse rappresentavano un cibo
prelibato per i romani ed hanno perfino ispirato alcuni poeti come Marziale
e Archestrato. Quest’ultimo, nei suoi versi, ha lodato
soprattutto l’anguilla che si pesca nel mare di Reggio: “tienila in
onore tra tutte le altre”. Giovenale rivolgendosi a Virrone
ritenuto un goloso di pesci, confonde qui il pesce spada con la murena:Virroni
muraena datur que maxima venit gurgide de siculo (lo stretto); nam dum
se continet auster, dum sedet et siccat madidas in carcere pinnas
contemnunt temeraria lina Charybdim" (Cariddi).

Nei primi anni del secolo Pascoli dedica ad Ulisse
più di un componimento: “Il ritorno”, incluso nella raccolta Odi e
Inni, il cui tema prevalente è quello della nostalgia per la patria
lontana, e “L'ultimo viaggio” che rientra nella raccolta dei Poemi
conviviali del 1904. Qui l'epopea antica è interpretata alla luce di
significati estremamente moderni.
L'astuto e inarrestabile eroe greco, una volta
tornato a casa dal celebre viaggio, trascorre la vita
invecchiando
accanto all'amata moglie. Ma in lui rimane acceso un qualcosa
difficilmente decifrabile, l'attesa di un qualcosa di indefinito,
un'inesauribile sete di conoscenza. Passati dieci anni, decide di
colmare il vuoto creatosi nella sua anima con un ultimo viaggio, una
seconda odissea verso i luoghi visitati la prima volta, da consumarsi
con i vecchi compagni superstiti. L'Odisseo pascoliano è triste e
deluso, vecchio e stanco, pieno di dubbi, dominato dall'ansia di
cogliere il vero senso delle cose. Dopo tante peregrinazioni ritorna ai
luoghi del passato, vivi ancora nella sua memoria, non per compiere
nuove audaci imprese, ma per comprendere il senso dell'esistenza. Il suo
ultimo viaggio è un vano errare, ben lontano dal coraggio e dalla
sicurezza dell'Ulisse omerico, dalla sua volontà di accettare la sorte
e di sopportare le sofferenze. La sua sete di conoscenza si è mutata
nell'impossibilità di acquisire certezze, anzi, ha sollecitato in lui
ulteriori dubbi e interrogativi.
«Son io! Son io, che torno per sapere! / Chè
molto io vidi, come voi vedete / me. Sì; ma tutto ch'io guardai nel
mondo, mi riguardò; mi domandò: Chi sono?»
Così Ulisse lancia alle due immobili Sirene la sua
domanda. Vuole capire quale sia il significato dell'esistenza, ma le
Sirene non rispondono, e lasciano schiantare la nave nera dell'eroe tra
gli scogli. Come in Dante, l'ultimo viaggio si conclude con il
naufragio: «tra i due scogli si spezzò la nave» e il corpo dell'eroe
approda all'isola di Calypso. «Giaceva in terra, fuori / del mare, al
pié della spelonca, un uomo / … Era Odisseo: lo riportava il mare /
alla sua dea: lo riportava morto».
Sarà Calypso a fornirci la tragica risposta
all'interrogativo di Ulisse: «Non esser mai! Non esser mai! Più nulla
ma meno morto, che non esser più!». Il senso delle parole della dea è
drammatico: meglio per l'uomo non nascere, dato che deve inevitabilmente
morire. Ulisse perde così le sue certezze per diventare il simbolo
della crisi di valori che caratterizza il Decadentismo.
CIRCE
Maga dell'isola di Eea. Il
suo era un amore subdolo e velenoso, dato che pur di renderlo
corrisposto, nonostante la sua rinomata bellezza,
non esitava ad utilizzare le sue insidiose magie. Significativo
fu il trattamento che riservò a Scilla, sua rivale nel corteggiamento
di Glauco: contaminò infatti la sorgente in cui la ragazza era solita
bagnarsi con una pozione magica in modo che, quando questa si immerse,
venne tramutata nel mostro da dodici zampe e sei testa che, in coppia
con Cariddi, divenne lo spauracchio di tutti i marinai che passavano per
lo stretto di Messina, compreso Odisseo. Tuttavia questo fascino
"oscuro" colpì anche l'eroe di Itaca, che dopo essere
sfuggita alla trappola della maga, passò un anno intero accanto a lei.
L’Odissea
continua con la richiesta di vendetta nei confronti di Odisseo di
Polifemo al padre Poseidone, mentre Ulisse non riesce a raggiungere
Itaca a causa della curiosità dei compagni, che mentre egli dorme
decidono di vedere il contenuto dell'otre regalato da Eolo e dal
contenitore escono tutti i venti che fanno sfumare il possibile ritorno
dell'eroe di Itaca a casa sua. Ma
subito dopo una sciagura ancora peggiore si abbatte sulla piccola flotta
di Odisseo: il popolo dei Lestrigoni, enormi uomini cannibali, che
appena si accorgono dei visitatori, li aggrediscono ferocemente
divorandone uno e affondano con dei massi tutte le navi che rimangono
eccetto quella di Odisseo che sbarca con i restanti compagni sull'isola
di Eea, dove, dopo due giorni di diffidenza passati a riposarsi, manda i
suoi compagni alla casa della maga Circe, una figura misteriosa e
conturbante su cui vale la pena soffermarsi.
«Trovarono
nelle valli il palazzo di Circe, costruito con pietre lisce, in un luogo
isolato. E intorno ad esso c'erano lupi di montagna e leoni che lei
aveva stregato, dando loro droghe maligne. E quelli non si avventarono
contro gli uomini, ma dimenando le lunghe code si rizzarono sulle zampe.
«Come
quando intorno al padrone che viene dal banchetto, scodinzolano i cani,
ché sempre porta
ghiottonerie: così intorno a loro agitavano la coda i lupi di forte
unghia e i leoni. Ed essi ebbero paura al vedere i bestioni terribili.
«Si
fermarono nell'atrio della dea dalle belle chiome. Sentivano Circe
cantare dentro con voce soave, mentre tesseva una tela grande,
immortale, come sono i lavori delle dee, sottili e splendenti e pieni di
grazia.
«Tra
loro prendeva a parlare Polite, capo di uomini, che mi era il più caro
e il più fidato dei compagni. Diceva: ‹Amici, dentro c'è una che
tesse una grande tela e canta con bella voce: tutta la campagna ne
risuona. O è una dea o donna mortale. Via, mandiamo un grido subito!›
«Così
parlò. Ed essi con un grido la chiamavano.
«Ella
ben presto uscì aprendo i lucidi battenti della porta, e li invitava
dentro. Ed essi tutti insieme nella loro semplicità la seguivano. Ma
Euriloco non si mosse, ebbe il sospetto che ci fosse un inganno.
«Li
faceva entrare. Li mise a sedere sulle sedie e sugli alti seggi. E' per
loro mescolava formaggio e farina d'orzo e miele verde con vino di
Pramno, e univa a quel cibo droghe malefiche: voleva che si scordassero
completamente della patria.
«E
dopo che glielo diede ed essi l'ebbero bevuto, subito poi li colpiva con
la sua verga e li chiudeva nei porcili. Ed essi avevano, dei maiali, le
teste e la voce, le setole e l'aspetto, ma la mente era immutata, come
prima.
«Così
stavano rinchiusi e piangevano. A loro Circe gettò innanzi ghianda di
leccio e ghianda di quercia e il frutto del corniolo, da mangiare: sono
i cibi consueti dei porci che si sdraiano a terra.
|
Tagliate le melenzane a fette e friggetele dopo averle tenute per piu' di un'ora in acqua e sale. Soffriggete in tanto il tritato in un tegame, con olio abbondante, sfumate col vino e completate la cottura aggiungendo qualche cucchiaio di salsa di pomodoro. Lessate la pasta, scolate la al dente e conditela in una zuppiera con la salsa di pomodoro. Prendete una teglia ben unta e spolverata di pangrattato e versatevi le magliette alternandole a strati con la carne tritata, le melenzane fritte, il formaggio grattugiato il basilico, le upva sode, la tuma ed il saleme tagliati a fette. Chiudete l'ultimo strato di pasta con melenzane, salsa e molto pecorino. Passate al forno caldo per circa 20 minuti. Il formaggio, sciogliendosi al calore del forno una leggera crosta dorata (da cui il nome 'ncaciata, da cacio). |
«Euriloco
giunse ben presto alla nave a dire la novità riguardo i compagni e
l'amaro destino che era loro toccato. Ma non poteva pronunciare neppure
una parola, benché lo desiderasse e volesse, colpito com'era da grande
dolore. Gli occhi gli si riempivano di lacrime, dentro di sé non
pensava che a piangere.
«Ma
quando noi tutti stupiti lo interrogammo, allora finalmente raccontò la
morte degli altri compagni. Diceva: ‹Andavamo, come tu comandavi,
Odisseo, su per le boscaglie. Trovammo nelle valli un bel palazzo
costruito con pietre lisce, in un luogo isolato. Là c'era una che
tesseva una grande tela e cantava ad alta voce: una dea o donna mortale.
E i compagni con un grido la chiamarono. Ella ben presto uscì aprendo i
battenti della porta, e li invitava dentro. Ed essi tutti insieme nella
loro semplicità la seguirono. Ma io non mi mossi: ebbi il sospetto che
ci fosse un inganno. Sparirono tutti insieme, nessuno di loro comparve
più. A lungo io sedevo là e spiavo.›
«Così
diceva. Ed io mi cinsi all'omero la spada dalle borchie d'argento - era
una grande spada di bronzo - e mi misi l'arco in spalla. E a lui ordinai
di condurmi indietro per la stessa strada.
«Ma
egli mi prendeva le ginocchia con tutte e due le mani, mi supplicava, e
con voce di pianto mi rivolgeva parole: ‹Non menarmi là contro
voglia, o discendente di Zeus, ma lasciami qui! So che neppure tu farai
ritorno indietro e non riuscirai a condurre via alcun altro dei tuoi
compagni. Ma con questi qui, subito, scappiamo! Possiamo ancora sfuggire
al giorno funesto.›
«Così
parlava. Ed io gli rispondevo e dissi: ‹Euriloco, tu sta' pure qui, in
questo luogo, a mangiare e a bere, accanto alla nave. Ma io andrò: ne
ho un'imperiosa necessità.›
«Così
dicevo. E dal mare salivo verso l'interno.
«Ma
quando camminando per le sacre valli stavo per giungere alla grande casa
della maga Circe, allora mi si fece incontro Ermes dalla verga d'oro.
Somigliava ad un giovinetto al quale spunta la prima barba, e la cui
adolescenza è piena di grazia.
«Mi
prese per mano, si rivolgeva a me e disse: ‹Dove vai, infelice, per
queste alture da solo, ignaro come sei del luogo? I tuoi compagni qui
stanno rinchiusi nel palazzo di Circe, come porci, e occupano solide
stalle. Vai forse là per liberarli? Neppure tu, te lo dico, farai
ritorno, ma resterai invece dove sono gli altri. Ma via, io ti voglio
liberar dai guai e salvare. To', con questo farmaco benigno vai dentro
il palazzo di Circe: esso terrà lontano dal tuo capo il giorno funesto.
E ora ti svelo tutte le malizie e le astuzie di Circe. Ti preparerà un
beveraggio, ci metterà dentro delle droghe: ma neppure così riuscirà
a stregarti. Non lo permetterà il farmaco che intendo darti: e ti dirò
anche ogni cosa che tu devi fare. Quando Circe ti percuoterà con la sua
lunghissima verga, tu traiti dal fianco la spada e avventati contro di
lei, come se volessi ucciderla. Ella t'inviterà, spaurita, a giacere
con lei. Allora tu non rifiutare il letto della dea, se vuoi che ti
liberi i compagni e ti accolga ospitalmente: ma imponile di giurare il
solenne giuramento degli dei beati, che non vorrà a tuo danno tramare
qualche altra sventura. Eviterai che, una volta spogliato, ti renda vile
e imbelle.›
«Così
parlava l'Argicida, e mi diede l'erba che aveva strappato da terra, e mi
mostrò com'era fatta: era nera nella radice, bianco come latte il
fiore. Moli la chiamano gli dei. Ma è difficile per gli uomini mortali
trarla fuori dal terreno scavando: gli dei invece possono tutto.
«Ermes
poi se n'andò su per l'isola selvosa all'alto Olimpo: ed io camminavo
verso la casa di Circe e il cuore nell'andare mi batteva forte.
«Mi
fermai alla porta della dea dalle belle chiome. E là diedi un grido: la
dea udì la mia voce.
«Ella
ben presto uscì aprendo i lucidi battenti e m'invitava dentro. Io la
seguivo rattristato.
«Mi
fece entrare, mi mise a sedere su di un seggio dalle borchie d'argento:
era bellissimo, lavorato con arte. E sotto, per i piedi, c'era uno
sgabello.
«Mi
preparava il beveraggio in una coppa d'oro; e dentro ci mise una droga,
meditando la mia rovina.
«E
dopo che me lo diede ed io l'ebbi bevuto - e non mi stregò -, mi
colpiva con la sua verga, si volgeva a me e disse: ‹Va' ora nel
porcile e coricati in mezzo agli altri compagni!›
«Così
diceva. Ed io mi trassi dal fianco la spada acuta e m'avventai contro
Circe come se volessi ucciderla.
«Lei
gridava forte e corse di sotto e mi abbracciò le ginocchia, e con voce
di pianto mi rivolgeva parole: ‹Qual è il tuo nome? di che paese sei?
Dove hai la città e la famiglia? Sono qui piena di stupore: a bere
queste droghe, tu non rimanesti stregato. Nessun altro uomo tollerò
queste droghe, a berle, non appena gli passarono in gola. È in te una
mente che non si lascia affascinare. Certo tu sei Odisseo. E sempre mi
andava dicendo l'Argicida dalla verga d'oro che saresti venuto qui, al
ritorno da Troia con la nave. Ma via, riponi la spada nella guaina e noi
due poi saliamo sul nostro letto! Uniti in amore, avremo fiducia l'uno
nell'altro.›
«Così
parlava. Ed io le risposi: ‹O Circe, ma come! M'inviti a essere buono
con te, tu che mi hai reso porci nella sala i compagni e mi trattieni
qui meditando un inganno e mi dici di venire in camera e di salire sul
tuo letto per rendermi così, una volta spogliato, vile e imbelle! Ma io
non intendo salire sul tuo letto, a meno che tu non consenta, o dea, a
farmi un solenne giuramento, che non vorrai a mio danno tramare qualche
altra sventura.›
«Così
dissi. E lei subito giurava come volevo.
«Quando
ebbe pronunciato il giuramento, allora andai sopra il letto bellissimo
di Circe.
«Intanto
nella sala si affaccendavano le quattro ancelle che le fanno i lavori
per casa. Esse sono figlie dei fonti e dei boschi, e dei sacri fiumi che
scorrono al mare.
«Una
metteva sui seggi belle coperte color porpora e sotto vi stendeva panni
di lino; l'altra collocava davanti ai seggi le mense d'argento e vi
posava sopra canestri d'oro; la terza mescolava con acqua dentro un
cratere d'argento un vino delizioso, dolce, e distribuiva le tazze
d'oro; la quarta portava acqua e accendeva un gran fuoco sotto un grosso
recipiente, e l'acqua si scaldava.
«E
quando prese a bollire entro il rame lustro, mi faceva, Circe, sedere
nella vasca da bagno e mi lavava con l'acqua della grande caldaia,
versandomela piacevolmente tiepida giù per il capo e le spalle, finché
mi tolse dalle membra la stanchezza mortale. E dopo che mi ebbe lavato e
unto abbondantemente di olio, mi mise indosso una tunica e un bel manto
e mi menava nella sala. Lì mi fece sedere su di un seggio dalle borchie
d'argento: era bellissimo, lavorato con arte. E sotto, per i piedi,
c'era uno sgabello.
«Un'ancella
recava acqua in una brocca d'oro, assai bella: la versò sopra un bacile
d'argento per la lavanda alle mani. E dinanzi stese una mensa di legno
levigato.
«La
dispensiera portò il pane, lo mise davanti: recò ancora molte vivande,
dando con larghezza di quello che c'era in serbo.
«E
m'invitava, Circe, a mangiare. Io non ne avevo voglia, ma sedevo
pensando ad altro. Il mio cuore presagiva sventure.
«Circe,
come s'accorse che io stavo là e non stendevo le mani sui cibi e che
avevo un forte dolore, mi si faceva vicina, mi rivolgeva parole: ‹Come
mai, Odisseo, siedi così, simile a un muto, rodendoti l'animo, e non
tocchi né vivande né vino? Certo tu sospetti qualche altro inganno. Ma
non devi temere: ti ho già fatto il solenne giuramento.›
«Così
parlava. Ed io le rispondevo: ‹O Circe, e quale uomo che sia giusto e
assennato, può aver cuore di saziarsi di cibo e bevanda, prima di
liberare i suoi compagni e vederseli davanti agli occhi? Ma se tu
davvero m'inviti premurosa a bere e a mangiare, scioglili, fammeli
vedere coi miei propri occhi, i cari compagni.›
«Così
parlavo. E Circe era già andata via attraverso la sala tenendo in mano
la sua verga. Aprì le porte del porcile e li fece uscire: erano simili
a maiali ingrassati di nove anni.
«Le
si fermarono di fronte: e lei passava in mezzo ad essi e li ungeva uno
per uno con un farmaco diverso. E dalle loro membra cadevano le setole
che prima aveva fatto spuntare la droga malefica: gliel'aveva data lei
stessa, Circe sovrana. E uomini tornarono di nuovo, più giovani che non
fossero prima, e molto più belli e più grandi di statura a vedersi.›
CALIPSO
(
il cui nome vuol dire la Nascosta) è la Ninfa che nell’Odissea
trattiene Ulisse con sé per dieci anni, inutilmente offrendogli
l’immortalità perché rimanesse con lei. Ermes le ordinerà di
lasciarlo partire per volere di Zeus. In realtà Calipso è una delle
antiche dee mediterranee,una delle Madri Venerande, relegata lontana dal
potere, che ora detengono gli dei Olimpici. E' una figura della
mitologia greca, Oceanina (ovvero figlia di Oceano e Teti), regina
dell'isola di Ogigia. Secondo altri figlia del sole e sorella della maga
Circe, o anche figlia del gigante Atlante. Viveva in una grotta
incantata, tappezzata da zolle erbose, con fiori d'acqua e ninfee.
L'origine dell'isola di Ogigia, dimora di Calipso, è stata attribuita a varie località: Pantelleria, Panarea, Mljet in Croazia, Gozo a Malta, Gavados in Grecia.

Così
parlò De Crescenzo
Lei
propone spesso al grande pubblico i classici, dalla filosofia alla
letteratura, a chi si rivolge in particolare?
Io
vengo definito un divulgatore, cioè uno che scrive cose complicate in
modo semplice, quindi per definizione un divulgatore si rivolge a un
pubblico di massa. Fino a poco tempo fa avevano le chiavi in mano del
paradiso letterario i critici letterari. Un autore che aveva scritto un
libro, per farsi conoscere, doveva passare sotto le forche caudine delle
terze pagine dei giornali. Oggi, grazie a Dio, e grazie ad alcuni nuovi
strumenti, ci si può far conoscere da platee vastissime.
Quali
sono questi nuovi strumenti?
Prima
di tutto, la televisione: ai fini informativi rende più un
"Maurizio Costanzo" che non un Enzo Golino, critico letterario
di Repubblica o dell'Espresso. Poi, oltre alla televisione, c'è
Internet. Quando si racconta un libro su Internet, anche con poche frasi
si fa conoscere il contenuto di questo libro a milioni di persone. Ci
sono poi anche altri fenomeni, come i "fan club". Io un
pochino mi vergogno di questa cosa. Finora c'erano i "Ramazzotti
fan club", i "Maradona fan club", si è mai visto il
"fan club" di uno scrittore? E invece sono sorti dei "fan
club" a Roma, a Napoli e anche all'estero e io, di tanto in tanto,
vado lì e incontro tutti questi ragazzi che mi vogliono bene e li
informo di quello che succede.
E
la tradizione letteraria?
Certo
è che Kafka, nel corso della sua vita, vendette solo seicento copie,
Svevo anche meno, Leopardi meno ancora, però, credetemi, Leopardi non
andò mai, nemmeno una volta, al "Maurizio Costanzo Show". A
me sarebbe piaciuto vedere Maurizio Costanzo che batteva una mano sulle
spalle (si fa per dire) del giovane Leopardi. Leopardi stava chiuso in
una stanzetta e scriveva. Lo scrittore oggi si deve dar da fare per
vendere e diffondere il suo libro deve sopportare qualsiasi fastidio,
deve sopportare la folla, deve sopportare la sirena... [una prosperosa
"sirena" è seduta alla destra dello scrittore! n.d.r.] Io la
sirena la sopporto con molto piacere...
Perché
ha scelto proprio l'Odissea per questo suo ultimo lavoro?
Signori
miei, se uno si volesse oggi leggere l'Odissea, non è molto facile...
Se si prende la traduzione dell'Odissea di Ippolito Pindemonte, premesso
che Pindemonte è nato nel Settecento e ha tradotto l'Odissea in versi,
dopo tre pagine uno non ne può più, non ce la fa proprio più! Eppure
l'Odissea è un romanzo divertentissimo, pieno di colpi di scena,
accadono un sacco di cose c'è Polifemo, c'è Circe, c'è Scilla e
Cariddi, ci sono le Sirene. Così invece uno che legge l'Odissea si
diverte, però come l'ho scritta io, con un linguaggio umano, si capisce
addirittura tutto!
Quale
personaggio femminile dell'Odissea preferisce?
Tra
i quattro personaggi femminili dell'Odissea, Penelope, Circe, Calipso e
Nausicaa, io preferisco Nausicaa, se non altro per la rima... È una
battutaccia, lo so! Nausicaa si scrive con due "a"? Ma quello
è l'orgasmo finale, "Nausicaaaa..." Penelope è una signora
di mezza età, sempre triste, col velo, ma come mi può piacere? Non
dormiva, la notte sempre sveglia a fa' 'sta tela... Circe è una
tenutaria di una casa d'appuntamenti. Calipso è la peggiore di tutte:
sempre addosso con "Ti voglio bene, ti voglio bene" per sette
anni di seguito. L'unica allegra, giovane (stava nuda, giocava a
palla...) è Nausicaa, grazie a Dio è n'ata cosa.
Quali
elementi del carattere di Ulisse le piacciono di più, il desiderio di
conoscenza o la sua debolezza per le donne?
Ulisse,
detto tra noi, delle donne non se ne fregava assolutamente niente. Perché
lui rifiuta Calipso che gli aveva promesso l'eterna giovinezza, rifiuta
Nausicaa che il padre gli voleva far sposare, insomma rifiuta tutte. Il
pregio maggiore di Ulisse era la curiosità, la voglia di sapere, la
voglia di scoprire, quindi io auguro a tutti i giovani di nascere con
dentro la voglia di sapere di Ulisse, quello è il merito del nostro
eroe.
I
suoi libri sono molto conosciuti anche all'estero, quali in particolare?
Io all'estero vendo molto, il paese in cui vendo di più è la Germania, poi l'Italia, poi la Spagna, il Giappone, la Corea... In Corea hanno comprato tutti i libri miei, pure l'ultimo. Che ppò capì un coreano di Bellavista, questo per me è un mistero! Si sono comprati pure le videocassette, quando le vedo raccontate in coreano, è terribile, vedo me che parlo in coreano, è proprio terribile... Bisogna sapere che il coreano è una lingua più "corta" dell'italiano e allora si sente parlare, poi cessa la voce e io continuo a muovere la bocca!

MESSINA
Capoluogo
della provincia, sulla costa nord-orientale, davanti allo stretto di
Messina, tra la Sicilia e la Calabria. Economia: agricoltura (agrumi),
industrie alimentari, di arredamenti, chimiche, edili, metalmeccaniche,
navali, plastiche, trasporti e varie. Il suo antico nome è Zancle, in
greco falce, ricorda la sua particolare forma falcata che ne fece sin
dall'antichità un sicuro approdo naturale.
In
età pre-greca fu abitata da popolazioni autoctone, forse Siculi. Nell'VIII
sec. a.C., Ioni e Calcidesi fondarono il primo nucleo urbano tra la
penisola di San Raineri e la zona del porto. La città cominciò a
crescere, favorita dai commerci e dai traffici portuali. Dal V sec. a.C.,
travagliata da lotte intestine,
conoscerà alterne vicende. Popolazioni messeniche cambiano il suo nome
in Messina. Dopo un periodo di dominio cartaginese (426 a.C.), la città
riusci a ritornare libera e ad allearsi con Siracusa, ma, ripresa dai
Cartaginesi, fu distrutta da Imilcone nel 396 a.C. La nuova città,
riedificata in età ellenistica da Dionigi di Siracusa, ricadde ancora
sotto i Cartaginesi dai quali la liberò Timoleonte. Nel 289 la città
fu occupata da un gruppo di mercenari campani cacciati da Siracusa, i
Mamertini. Passata ai Romani nel 263 a.C., Messina divenne città
federata. Fino alla caduta dell'lmpero romano d'Occidente (476 d.C.), si
mantenne ricca e vitale. Dopo l'oscurità delle invasioni barbariche,
ritornò a splendere in età bizantina, quando furono ravvivate le
attività commerciali legate al porto. Nell'843, cedette all'invasione
musulmana e gli abitanti si rifugiarono in massa a Rometta, cercando di
resistere. Capitolarono soltanto nel 965 e, ritornati in città, ne
riorganizzarono la struttura urbana e la vita sociale ed economica. Con
l'età normanna, Messina divenne uno dei centri maggiori della Sicilia.
Fu
costruito il palazzo reale, attivato l'arsenale e potenziata la
fortificazione con mura lungo tutta la costa. Il fervore costruttivo
continuò nella successiva età sveva, con una nuova pianificazione
urbanistica e nuovo sviluppo verso nord. Dopo l'età angioina e la
guerra del Vespro, nella quale Messina ebbe parte attiva, un nuovo
ordine socio-economico e urbanistico verrà imposto da Federico
d'Aragona. Nel 300 e nel 400 cominciò a formarsi una nuova classe
borghese imprenditoriale, dedita particolarmente al commercio della
seta, delle pelli e della lana. Nel 400, e più ancora nel 500, al
notevole sviluppo economico si uni l'apertura di nuove strade e piazze e
la sistemazione dei nuovi quartieri di espansione. La rivolta
antispagnola del 1674-78, violentemente stroncata, cancellò l'idea di
fare di Messina la capitale del viceregno di Sicilia. La repressione
della rivolta, l'esilio di molte famiglie, il peso di nuove tasse e
ripetute epidemie causarono l'impoverimento della città. Il terremoto
del 1783 fece il resto. La ricostruzione fu molto lenta anche a causa
dei continui rivolgimenti politici e cambiamenti di regime. Nell'800,
Messina era una città in decadenza. L'arrivo dell' unità d'Italia, con
l'evidente divario tra nord e sud, rese la situazione più grave. Il
segnale di una rinascita, almeno delle attività portuali, si avrà con
l'istituzione del servizio di traghetti per la Calabria.
|
La
cucina messinese Nell'area dello Stretto, la tradizione millenaria
della pesca del pescespada è alla base di una cucina, quella messinese
appunto, famosa per i tanti piatti che esaltano la tenerezza e l'aroma
della sua carne. Già nell'antichità il pescespada figurava nelle mense
più raffinate, come attesta il gastronomo e poeta Archèstrato di Gela
(IV secolo a.C.) Una ricetta tipica è quella del pescespada a gghiotta,
cucinato cioè in una gustosa salsa di pomodoro, cipolla, arricchita con
capperi, sedano e olive verdi snocciolate. Secondo gli intenditori per
esaltare la carne del pescespada bisogna arrostirne le trance sulla
brace e condire col Le
braciole si possono arrostire alla griglia o cucinare a gghiotta. Col
pescespada si farcisce nel messinese anche un pasticcio di pastafrolla
in cui oltre alla polpa del pesce cucinata a gghiotta si possono
aggiungere zucchine fritte, piselli, carciofi affettati, e che è detta
impanata di pescespada. Col sugo di pescespada a gghiotta si può
condire naturalmente la pasta che nel messinese trova i suoi sapori più
originali nel condimento a base di pesce o frutti di mare. Tra
i primi piatti tradizionale è la pasta ncasciata tipica di
Messina; tra i secondi piatti rinomato è lo stoccafisso alla messinese
o a gghiotta. Per quanto riguarda la carne, il falsomagro, gli
involtini, la carne alla pizzaiola e, come piatto pasquale tradizionale,
l'agnello. Al
tradizionale allevamento ovino e caprino è legata una rinomata
produzione di formaggi, il pecorino pepato e no, la ricotta fresca,
salata e al forno, la tuma, il caciocavallo nelle tradizionali forme a
pera. Accanto
ai piatti che rimandano ad una cucina più ricca, ve ne sono altri nella
tradizione gastronomica che si servono di condimenti piu' poveri e che
sono legati non solo all'alimentazione quotidiana tipica del mondo
contadino ma anche a certi rituali festivi. Così le varie zuppe di
verdura, finocchietti, borragini, condite con olio crudo, le minestre di
riso con ceci e con le verdure, il maccu saporita pietanza a base di
fave secche che per la lunga cottura si riducono in una morbida crema. Notissimo
dolce di Messina è la pignolata bianca e/o nera di difficile
preparazione e vanto delle migliori pasticcerie della città insieme
alla non meno rinomata frutta martorana di pasta reale. Panorama
enologico di antichissime tradizioni, nel mondo antico due vini avevano
solida fama: il Turomenio e il Mamertino. Oggi rinomati vini messinesi
sono il Faro, vino a denominazione d'origine controllata, dal colore
rubino, secco, adatto a tutto il pasto, con una gradazione minima di 12
gradi. Ottimi anche i vini di Milazzo e Barcellona. Tra i primi un
bianco secco, il Capobianco, un rosso, il Caporosso, vino di collina,
dal colore rubino, asciutto e pieno di corpo. Tra i secondi, vini
bianchi e rossi di Barcellona. Vino di grande pregio il Mamertino di
Taormina, vino da fine pasto, dal colore ambrato, dal sapore dolce e
dall'intenso profumo con una gradazione di 16 gradi. Ottimo
il vino da dessert Malvasia di Lipari dal colore dorato, la
gradazione è di 11,5 gradi nella versione naturale, di 18 gradi per la
versione passita e di 20 per la liquorosa. |
Il
28 dicembre del 1908 un nuovo violento terremoto distrusse quasi
completamente Messina, causando circa 60 mila vittime. Il programma di
ricostruzione, lungo e laborioso, volle riconfigurare l'immagine della
città con una moderna pianta a griglia, salvaguardando e restaurando le
testimonianze architettoniche e artistiche che avevano resistito al
sisma e, soprattutto, badando all'antisismicità dei nuovi edifici. Tra
gli anni '30 e '50 sorsero i palazzi sulla cortina del porto che si
proponevano quali nuclei individuali e segno delle vivaci tendenze
artistiche e architettoniche di quegli anni. L'espansione degli ultimi
anni, caotica e priva di logica urbanistica, ha interessato soprattutto
le aree meridionali e settentrionali, dando origine ad ampie zone
periferiche.
Giungendo
a Messina dallo Stretto si vede, quasi al centro della penisola di San
Rainieri, la lanterna o torre di San Rainieri, di G. Angelo da
Montorsoli (1555), e, continuando, si incontra un'altra opera difensiva:
il forte di San Salvatore, progettato da Antonio Ferramolino nel 500.
Dalla stazione, entrati nella via I Settembre (tracciata nel sec. XVI),
all'incrocio con via U. Bassi è il palazzo della Banca d'Italia (1924).
Il vicino edificio della Dogana, costruito dopo il terremoto del 1908,
conserva alcune strutture originali e alcuni motivi in stile liberty.
Tra via I Settembre e via Garibaldi, asse principale della città,
caratterizzato da un'edilizia dei primi del '900, si trova la chiesa di
Santa Maria degli Alemanni, d'età sveva, forse degli inizi del XIII
sec. Appartenne all'Ordine dei cavalieri di Gerusalemme. Gravi danni
furono causati alla chiesa dai terremoti del 1783 e del 1908. Soltanto
in questo secondo dopoguerra furono avviati i lavori di restauro. I
caratteri stilistici della chiesa denunciano un'attenzione verso modelli
gotici da parte di architetti venuti forse dal nord, al seguito degli
ordini religiosi. L'interno ha pianta basilicale a 3 navate e 3 absidi.
Delle parti scultoree, rimangono alcuni elementi e i due portali (quello
laterale quasi del tutto integro). Voltando per via Sant'Elia, si arriva
all'omonima chiesa, edificata verso la fine del Seicento. Gli stucchi e
gli affreschi dell'interno, danneggiati dalle calamità naturali,
mostrano chiari i segni dei restauri. Ritornati in via Garibaldi, si
incontra la chiesa di Santa Caterina di Valverde che all'interno
conserva alcuni elementi scultorei del Sei e del Settecento. Il
crocifisso sull'altare maggiore (sec. XVIII) è attribuito a Santi
Siracusa. Salendo dal viale San Martino fino all'incrocio con la via
Maddalena per raggiungere via Cesare Battisti, di fronte al largo
Avignone, è possibile vedere una parte dell'area della necropoli (V-ll
sec. a.C.) su cui fu edificata questa zona della città. Si continua
sulla via Cesare Battisti e, attraversando piazza Padre Francia, via A.
Martino, piazza Lo Sardo e via Santa Marta, si giunge alla chiesa di San
Paolino. Edificata agli inizi del 600, costituisce l'unico esempio quasi
integro dell'architettura di quest'età. La decorazione interna è
arricchita da stucchi e affreschi del 700. Tra piazza Carducci e piazza
Maurolico, si arriva al Palazzo di Giustizia, edificato nel 1928 su
progetto di Marcello Piacentini. La facciata principale dà su piazza
Maurolico, dove prospetta anche l'Università di Messina che vanta una
lunga e illustre tradizione. Fondata nel 1548, fu soppressa nel 1679
dagli Spagnoli e ricostituita nel 1838. Imboccando la via G. Venezian,
si giunge in piazza del Duomo. L'impianto originario risale alI'età
normanna, agli ultimi anni del regno di Ruggero II.
Il
terremoto del 1908 lo distrusse quasi totalmente. Fu ricostruito tra il
1919 e il 1929 per opera di Francesco Valenti e poi fu ancora
danneggiato dai bombardamenti dell'ultima guerra, sicchè oggi si
presenta profondamente riconfigurato nella struttura, con qualche
elemento originario. Alla sinistra del Duomo si innalza l'alta mole del
campanile, un'opera stupefacente, progettata negli anni '30
dall'architetto Francesco Valenti e contenente uno straordinario
congegno meccanico ad orologio. Nella parte alta della torre, entro un
quadrante, sono indicate le ore. Negli ordini inferiori si susseguono
suggestive composizioni e figure semoventi, che sono tutto uno
spettacolo quando rintocca il mezzogiorno. Entriamo nel Duomo. L'interno
ha schema longitudinale con tre lunghe navate divise da 28 colonne.
Totalmente riconfigurato, presenta alcuni elementi decorativi aggiunti
nel corso dei secoli. In corrispondenza della navata destra si apre la
scala che porta alla Cripta. Della grande mostra marmorea denominata
"Apostolato", che correva lungo le pareti laterali della
chiesa, rimane la statua di san Giovanni Battista, attribuita ad
Antonello Gagini. Il grandioso organo del transetto è opera moderna
(1948). Gli elementi scultorei e decorativi del presbiterio sono
totalmente ricostruiti sugli originali distrutti: il baldacchino del
Quagliata del 1628, l'altare maggiore, il coro ligneo di Giorgio
Veneziano. I mosaici absidali sono anch'essi rifatti. Vicino al Duomo,
è da ammirare la Fontana di Orione, opera di Giovanni Angelo Montorsoli
(15471551). Nella vasca inferiore sono figure rappresentanti i fiumi
Tevere, Nilo, Ebro e Camaro, attorniati da putti, conchiglie e vari
altri elementi decorativi. Il fusto è composto da figure di donne e di
tritoni. In alto vi è Orione con delfini e putti.
Svoltando per via San Giacomo si incontra il palazzo Calapaj, interessante esempio dell'architettura messinese del sec. XVIII. Nella vicina piazzetta dei Catalani si erge il monumento a Don Giovanni d'Austria, edificato nel 1572-73 in occasione della sua venuta a Messina, dopo la vittoria di Lèpanto (1570). La statua in bronzo, opera dello scultore Andrea Calamecca, reca sul piedistallo alcune iscrizioni commemorative e momenti della battaglia di Lepanto. Ritornati in piazza Duomo, si attraversa il corso Cavour per giungere alla via XXIV Maggio, uno degli assi viari più antichi della città, con emergenze architettoniche di grande interesse, malgrado l'assetto sia stato sconvolto dalle distruzioni e dai terremoti.

Tra questa via e piazza Crisafulli, si erge il Monte di Pietà,
uno dei monumenti più belli della Messina barocca. L'ingresso immette
in una corte (al centro vi è una fontana), e la corte dà in un atrio
con una scenografica scalinata a due rampe che porta alla chiesa della
Pietà, di cui è rimasto soltanto il prospetto. Sia la chiesa che la
scalinata sono opera di Placido Campolo e Antonio Basile (sec. XVIII).
Procedendo sulla via XXIV Maggio, si giunge al Santuario di Montevergine.
Tanto la chiesa che il monastero furono fondati tra il '500 il '600. Il
monastero (sec. XVII). La chiesa è dedicata alla Beata Eustochia di cui
all'interno si conservano le spoglie. Sul corso Cavour si raggiunge il
Teatro Vittorio Emanuele, edificato nel 1852 su progetto di Pietro
Valente; danneggiato dal terremoto del 1908 e restaurato. Da piazza San
Vincenzo si possono osservare i resti dei bastioni cinquecenteschi
appartenenti alle mura della città. Nella parte terminale del viale
della Libertà si trova il Museo Regionale, istituito nel 1914,
utilizzando le collezioni del Museo civico peloritano e accogliendo
pezzi provenienti da chiese e palazzi distrutti. Conserva opere di
straordinario valore storico e artistico, comprese tra il Xlll e il
XVIII sec.
Come
raggiungere Messina
I
Monti sopra Messina
Una
volta coperti da folti boschi, in gran parte distrutti per le necessità
di legname dell'arsenale messinese, sono oggi contraddistinti, in alcune
zone da una intensa macchia mediterranea, ricca di pregiate piante
spontanee. Sono tuttora meta di uccelli migratori, tra cui i falchi
pellegrini, gli sparvieri, le poiane, i nibbi e i falchi pecchiaioli. Da
sempre in intenso rapporto con Messina, presentano numerose vie di
attraversamento.
Di
notevole interesse è il santuario di Dinnammare, da dove si dominano il
mar Tirreno con le isole eolie, e lo Jonio con lo sfondo della Calabria.
La catena montuosa presenta talvolta brevi pianori, sedi di antichissimi
insediamenti, come a Monte Scuderi. Meta di frequenti gite estive dei
messinesi alla ricerca di un po'di frescura, al quadrivio di Portella di
S. Rizzo (m. 465) si trova una caserma del Corpo Forestale che ha
attrezzato in modo essenziale alcune radure per facilitare la sosta dei
turisti. Fra i molti casali che a nord e a sud circondano Messina e che
conservano importanti tesori d'arte, si possono ricordare Salice (m.
236), con chiese e pitture dei secc. XV-XVIII, Castanea delle Furie (m.
382), dove la Chiesa madre del XVI sec. racchiude pitture e sculture di
alta qualità, Gesso (m. 265), la cui Chiesa madre, del Seicento,
conserva la statua marmorea della Madonna del Soccorso, attribuita al
Montorsoli, Calvaruso, dove sorge un importante santuario francescano
dedicato all'Ecce Homo con una splendida scultura lignea del Cristo
sofferente del 1634 circa, opera di frate Umile da Petralia. Il
Santuario è meta, il Lunedì di Pasqua, di intenso pellegrinaggio,
condotto sino a poco tempo fa dai devoti su pittoreschi carretti. A
Saponara (m. 160) si svolge, il martedì grasso, una storica sfilata
carnevalesca: il Corteo dell'Orso e della Corte Principesca, che ricorda
la cattura della pericolosa fiera, nel sec. XVIII, ad opera del Signore
del luogo. La Chiesa madre di Bordonaro (m. 187), di recente
costruzione, conserva, fra l'altro, una statua marmorea della Madonna
delle Grazie di Antonello Gagini (1498); Cumia Inferiore (m. 264) è
arricchita dalla cinquecentesca chiesa di S. Marina.
Escursioni
Manifestazioni

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I SUOI COMUNI |
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ALI' |
http://www.siciliatourist.tv/messina/messina.htm
![]()
Il web è già abbastanza inflazionato di articoli inerenti alle
isole Eolie, le sette perle del Tirreno Meridionale ricche di storia,
fascino e suggestioni. Per tale ragione, vorrei soffermarmi a descrivere
soprattutto gli aspetti più misteriosi di questo meraviglioso
arcipelago siciliano, con particolare attenzione ai colori che ogni
singola isola sa esprimere, quasi a voler gareggiare, come tante
primedonne, nella vanità della quotidiana rappresentazione scenica
della natura; ma l'interesse viene catalizzato irresistibilmente anche
da tutte quelle leggende, a metà fra tradizione popolare e realtà
storica, che ancora oggi si tramandano nelle isole del fuoco e del
vento.
Tutta la Sicilia
respira di millenni di storia, spesso intrecciati col mito, ma alle
Eolie è facile confondere la leggenda con la realtà, tanto appaiono
naturalmente verosimili i racconti dei pescatori che parlano di fate,
eroi o entità divine, con gli occhi di bambini innamorati della loro
terra, mentre a volte si può restare increduli di fronte a storie vere
perse nella notte dei tempi e dalla trama sorprendentemente insolita.
Già nelle origini del
loro nome, le Eolie tradiscono la propria genesi mitica; è l'Odissea di
Omero a raccontarci che le isole sono la dimora del dio dei venti, Eolo.
Secondo una delle tante leggende, Eolo e il gemello Beoto nascono
dall'amore segreto di Melanippa per Poseidone (Nettuno); il nonno
materno, per punire la figlia, consegna Melanippa a un abitante di
Metaponto, che adotta i due bambini.
I due gemelli,
diventati adulti, prendono il potere e uccidono la moglie del padre
adottivo, per vendicarne le angherie che questa infliggeva alla madre
naturale. In seguito a tale episodio, sono costretti a fuggire, Beoto in
Tessaglia, mentre Eolo si rifugia nelle isole dove egli stesso fonda la
città di Lipara.
Eolo, narra l'Odissea,
custodiva i venti dentro alcuni otri; abitava insieme ai suoi 12 figli
(sei maschi e sei femmine, sposati fra loro) nelle isole della Sicilia
che da lui presero il nome Eolie. Dopo avere accolto Ulisse, gli fece
dono dei venti chiusi in un otre, che i suoi compagni incautamente
aprirono, pensando custodisse un tesoro, provocando in tal modo una
furiosa tempesta che fece ritornare la nave verso le Eolie: Eolo,
credendo che Ulisse fosse perseguitato dagli dei, si rifiutò di
aiutarlo e lo allontanò dalle isole.
In realtà, le Isole
Eolie nascono in fasi successive come vulcani sottomarini quasi due
milioni di anni fa, ma vengono abitate dalla fine del V millennio A.C.
da popolazioni provenienti dalla Sicilia e stanziatesi a Lipari, Salina
e Filicudi per sfruttare la risorsa economica dell'ossidiana, eruttata
dal Monte Pelato, sulla costa Nord Orientale di Lipari. L'ossidiana, una
sorta di vetro naturale nero e brillante, per quanto possa apparire
strano, ha la stessa composizione chimica della bianca pomice, dalla
quale differisce unicamente per lo stato vetroso anziché spugnoso,
generato dalla repentina diminuzione della temperatura della colata
lavica nella fase terminale delle eruzioni.
E' incredibile come due
materiali così diversi, uno scuro e pesante, l'altro candido e leggero
(tanto da galleggiare sul mare anche a chilometri di distanza), possano
avere la medesima origine; certo è che dell'esportazione dell'ossidiana
di Lipari, il materiale più tagliente allora disponibile in natura, vi
è ampia traccia oltre che in Sicilia, in Liguria, nella Francia
meridionale e persino nella lontana Dalmazia.
Geograficamente, le
sette isole sono disposte a semicerchio, poco più a nord del 38°
parallelo (fra 38° 22' e 38° 80' di latitudine nord e 14° 22' e 15°
20' di longitudine est), per una lunghezza complessiva di oltre 70 Km
nel Tirreno Meridionale, di fronte alla costa siciliana messinese: la
forma arcuata delle Eolie ricorda i più grandi archi vulcanici del
Giappone, delle Isole della Sonda e delle Antille, che hanno un'origine
analoga: nascono infatti da profonde fratture del fondo marino, generate
dallo scontro fra la crosta di un mare e quella di un continente.
(Ermanno
Sommariva)
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LE
ISOLE EOLIE.
L'incantevole arcipelago delle Isole Eolie si trova nel Mar Tirreno
meridionale a nord della Sicilia.
Si
compone di 10 fra isole e isolotti, ma soltanto sette sono abitate: Lipari,
Salina, Vulcano, Alicudi, Filicudi, Panarea, Stromboli.
La
superfice dell'arcipelago è di 115 Kmq, i centri abitati sono circa 20, i
comuni 4:
S.Marina
Salina, Malfa, Leni nell'isola di Salina e Lipari sull'omonima isola da cui,
amministrativamente dipendono tutte le altre isole.
La
popolazione è di circa 12.000 abitanti.
Le
isole fanno parte della Regione Sicilia e dipendono dalla provincia di
Messina.
Nacquero
circa 700.000 anni fa nel seguente ordine:
Lipari
Superfice Kmq. 37,6 Abitanti 8.000
Salina
Superfice Kmq. 26,8 Abitanti 2.150
Panarea
Superfice Kmq. 3,3 Abitanti 280. Incantevole
isola, è stata abitata sin dai tempi preistorici. Alla estremità sud
dell'isola sul promontorio di Punta Milazzese è stato rinvenuto un villaggio
preistorico risalente alla età del bronzo. Anticamente l'isola era detta
Enonymos. Panarea è un pò un
arcipelago nell'arcipelago dato che è circondata da piccole isole minori:
Basiluzzo, Spinazzola, Dattilo, Bottaro, Lisca Nera, Formiche, Panarelli,
Lisca Bianca. Basiluzzo fu abitato in età romana, oggi vi si coltivano
capperi.
Vulcano
Superfice Kmq. 21 Abitanti 400. L'isola
di Vulcano è costituita da 4 edifici vulcanici il più cospicuo dei quali è
il "Gran Cratere" alto 386 metri e sul quale è presente attività
vulcanica sotto forma di fumarole. L'ultima eruzione su questo cratere risale
al 1888/90. Vulcanello all'estremità nord-est dell'isola è alto appena 120
metri e sembra sia sorto dal mare nel 183 a.C. I rilievi più alti dell'isola
sono costituiti dal Monte Aria e dal Monte Saraceno alti circa 500 metri.
Questi due crateri sono inattivi da tempi preistorici.
Stromboli
Superfice Kmq. 12,6 Abitanti 450. Stromboli è celebre per il vulcano che la
domina, perennemente attivo, tanto attivo che l'isola può essere abitata
perchè il materiale eruttivo viene rovesciato soltanto presso la Sciara del
fuoco a nord-est dell'isola. L'unico grande cono vulcanico che forma l'isola
è alto 926 metri. I villaggi di San Vincenzo e San Bartolo nella parte
nord-est dell'isola formano il paese di Stromboli. Sulla costa meridionale
dell'isola sorge Ginostra, un villaggio praticamente isolato dal resto
dell'isola e raggiungibile soltanto via mare. 
Alicudi
Superfice Kmq. 5,2 Abitanti 140. Dell'arcipelago
è l'isola posta più a occidente. Ha forma semisferica, è di origine
vulcanica ed il suo nome deriva dall'antico "Ericusa" per il gran
numero di eriche presenti sul suo territorio. L'ulivo e la vite sono presenti
sull'isola oltre ai capperi. Tracce di insediamenti di età romana sono stati
rinvenuti nella parte orientale dell'isola la più abitabile per la
conformazione del terreno.
Il
punto più alto dell'isola è il "Timpone della Montagnola" che
tocca i 675 mt. di altitudine.
Filicudi Superfice Kmq. 9,5 Abitanti 450. Di grande interesse su questa isola la presenza di numerose, bellissime, grotte marine, la più famosa delle quali, detta del Bue Marino, si riteneva un tempo tana di mostruose creature. Sull'isola sono presenti tre vulcani ormai spenti: la Fossa delle Felci che con i suoi 773 metri di altitudine è il punto più alto dell'isola, la Montagnola 333 metri e il Torrione con 280 metri di altitudine. Caratteristica è la forma dell'isola con un promontorio chiamato Capo Graziano, sede di importanti scavi archeologici che hanno rilevato la presenza di un villaggio preistorico risalente al XVI secolo a.C. Lungo la rotta per Alicudi sorge la "Canna": un imponente faraglione alto ben 85 metri. Anticamente Filicudi era chiamata Phoenicodes per il gran numero di felci presenti sull'isola.