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Lasciato
il borgo di Ognina, ha inizio uno dei più suggestivi litorali della
costa jonica di Sicilia, tre miglia di litorale basaltico interrotto da
sette grotte, battezzato Costa dei Ciclopi. Risalendo, la prima località
che s’incontra è Aci Castello, facilmente riconoscibile per la rocca
basaltica a strapiombo sul mare, su cui è arroccato il Castello di
origine normanna, edificato come difesa costiera. La tappa successiva il
villaggio di pescatori di Aci Trezza con il suo accogliente porticciolo
turistico: due moli convergenti, il Nord banchinato, che termina con una
piccola darsena, e il sud formato da due tronconi, orientati a est e
nord-est. C’è un piacevole via vai di barcaioli-taxi, di pescatori e
di imbarcazioni per la visita della Costa, il chiosco “Luna Rossa”
proprio sul molo e, sulla piazza del paese, un’infinita scelta di
trattorie e ristoranti di pesce.
«Terra vergine e selvatica abitata da Ciclopi e
Lestrigoni»
così Omero definisce la Sicilia e da qui è nata la leggenda
dell'identificazione dell'isola Lachea e dei faraglioni con i massi che
Polifemo, accecato e furente, scagliò contro Ulisse e i suoi compagni.
Accanto a questa leggenda è fiorita anche quella del fiume
Aci, che ha dato il nome ai vari paesi che attraversava. Il mite
pastorello Aci, era innamorato della dolce Galatea, ma Polifemo reso
folle dalla gelosia perchè pazzamente innamorato della Ninfa5 uccide
Aci con un enorme masso. Gli Dei, mossi a pietà dallo strazio di
Galatea trasformarono il pastorello in fiume che scorrendo perenne,
trova‑ pace e ristoro tra le braccia di Galatea che l'attende
nell'azzurro Ionio ove si fondono in un abbraccio senza fine.
La fantasia popolare ha probabilmente in tal modo spiegato
eventi e cose naturali, ammantandole di una dolce poeticità. Polifemo
potrebbe essere la personalizzazione dell'Etna, Galatea la spuma del
mare, Aci il fiume‑ che sfociava nei pressi di Capo Mulini.
Mascolini
all'agrodolce Ingredienti: Mascolini di grandezza media kg. 1 circa, farina gr. 200,
aglio 2 spicchi, aceto un bicchiere, zucchero due cucchiaini, olio, sale
e pepe. Preparazione: Pulite i mascolini togliendo loro la testa e la
lisca e apriteli a libro. Passateli per farina e friggeteli. Rosolate in
un tegame con l'olio e l'aglio a spicchi. Appena dorato allungate con
l'aceto, un bicchiere d'acqua e due cucchiaini di zucchero. Quando la
salsa bollirà, abbassate la fiamma e disponete in tegame anche il
pesce. Condite con
sale e pepe e lasciate addensare il sugo per una decina di minuti.
Servite tiepidi o freddi. |
La suggestione della costa e del paesaggio ha ispirato
l'opera di G. Verga. Nei «Malavoglia», il poeta ha voluto immortalare
la vicenda umana di umili pescatori.

POLIFEMO
(mitologia romana).
Il più celebre dei Ciclopi, figlio di
Poseidone e della ninfa Toosa. Dimorava in una caverna nell'isola
dei Ciclopi (Sicilia). Ulisse, tornando da Troia, naufragò coi
suoi compagni su quelle spiagge e, scoperto l'antro del ciclope
Polifemo, lo esplorò e attese il suo ritorno; all'imbrunire il
mostro rientrò e, sistemati i suoi armenti nella grotta , chiuse
l'entrata con un enorme masso, così che Ulisse e i suoi rimasero
bloccati dentro. Accortosi degli intrusi, Polifemo divorò sei dei
compagni di Ulisse e a quest'ultimo che, interrogato dal mostro,
aveva detto di chiamarsi Nessuno, promise di mangiarlo per ultimo.
Vista preclusa ogni via di scampo, Ulisse escogitò un piano di
evasione famoso in tutta la mitologia greca: aguzzò un grosso
tronco d'ulivo e l'arroventò nel fuoco; poi, mentre il
Ciclope,dopo d'aver munto le pecore e le capre e aver divorato due
dei compagni di Ulisse, ubriaco per il vino fattogli bere da
Nessuno, dormiva, glielo cacciò nell'unico occhio che aveva in
mezzo alla fronte e l'accecò. Ulisse dicendogli di chiamarsi
Nessuno si sottrasse alla vendetta degli altri Ciclopi i quali,
invocati in soccorso da Polifemo e accorsi, fuori della spelonca,
avendogli domandato se qualcuno gli avesse usato violenza ed
essendosi sentiti rispondere che nessuno, con inganno, cercava
d'ucciderlo, se ne andarono, dopo di averlo consigliato di
invocare il padre Nettuno. Ora, restava ad Ulisse il difficile
compito di uscire, coi compagni che gli erano rimasti, dalla
spelonca della quale il ciclope sorvegliava l'ingresso, ostruito
da un enorme macigno: ma non gli venne meno neanche allora l'usata
scaltrezza. Egli prese, senza far rumore, i più grossi montoni e
legatili con vimini, tre per tre, fece aggrappare alle lane del
ventre di quello di mezzo ciascuno dei suoi compagni e poterono
salvarsi uscendo al mattino aggrappati alle pance villose degli
arieti. Polifemo li inseguì brancolando e urlando di dolore ; scaraventò
enormi massi in mare, in direzione delle loro navi e pregò suo
padre Poseidone di non far giungere Ulisse in patria.

Polifemu era un omu grossu
ammàtula
Polifemo era un uomo grosso invano
chi cu la testa tuccava li nuvuli,
che con la testa toccava le nuvole.
ed era amanti di certa curàtula,
ed era amante di certa massara,
ch'avia lu cori duru comu rùvuli;
che aveva il cuore duro come rovere;
Galatia, duci chiù di na nacàtula,
Galatea, dolce più d'un pasticciotto,
chi senz'isca, carvuni, e senza prùvuli,
che senz'esca, carbone, e senza polvere,
c'infusi arduri accussì forti e strànii,
gl'infuse ardori così forti e strani,
chi lu furzau a sdari ntra li smanii.
che forzò a dare in ismanie.
Chiù non ci spércia jiri a
la putia
Più non si cura di andare alla bottega
unni lu mastru so zoppu Vulcanu,
dal maestro suo zoppo Vulcano,
pri ddà fari, di l'àutri in compagnia,
per fare lì, degli altri in compagnia,
li fulmini chi Giovi teni in manu.
i fulmini che Giove tiene in mano.
Né chiù ci piaci, comu ci piacia,
Né più gli piace, come gli piaceva,
fari di crapi e boi lu guardianu,
far di capre e buoi il guardiano,
da comu un vacabunnu mariolu
e come un vagabondo fannullone
scurri e lu sceccu fa 'ntra lu linzolu.
scorazza e fa l'asino nel lenzuolo.
A guardàrilu
era cosa d'allucchiri,
A guardarlo era cosa da intontire,
accussì grossu, grassu e smisuratu;
così grosso, grasso e smisurato;
chi pri vastuni si sulia sirviri
che per bastone si solea servire
d'un àrvulu di pignu arrimunnatu;
d'un albero di pino rimondato;
usari non sulìa nuddu vistiri,
usare non solea nessun vestire,
ca di pila era tuttu cummigghiatu;
ché di peli era tutto ricoperto;
ed ognunu di chisti di grussizza
e ognun di questi di grossezza
era quantu un caddozzu di sosizza.
era quanto un nodo di salsiccia.
Comu un tirrenu
chinu di pirreri
Come un terreno cosparso di pietre
avia la facci crafogghi crafogghi;
avea la faccia butteri butteri;
pirchì appi li valori accussì feri
perché prese il vaiolo sì forte
chi si 'un tinìanu forti li cunocchi
che se non tenevano forte le conocchie
li Parchi, iddu muria comu un sumeri;
le Parche, sarebbe morto come un somaro;
avia un occhiu, chi jeva pri cent'occhi,
avea un occhio, che valeva per cent'occhi,
ch'era, dici un auturi di giudiziu,
ed era, dice un autore di giudizio,
quantu lu ròggiu di lu Sant'Uffiziu.
quanto l'orologio del Sant'Uffizio.
Era lu nasu
quantu un bastiuni,
Era il naso quanto un bastione,
ch'avia corvi pri muschi cavaddini;
che avea corvi per mosche cavalline;
la vucca chi capeva 'ntra un muccuni
la bocca vi entrava in un sol boccone
lu gran cunventu di li Cappuccini;
il gran convento dei Cappuccini;
avia ancora pri oricchi dui gruttuni,
aveva ancora per orecchie due grandi grotte,
nida di cucchi e d'oceddi rapini;
nidi di cucchi e di uccelli rapaci;
avia vòscura 'ntesta pri capiddi
avea boschi in testa per capelli
ca addànii, e porci spini, e vulpi e griddi.
con daini, e porci spini, e volpi e grilli.
D'un chiuppu sbacantatu
s'avia fattu
D'un pioppo svuotato s'era fatto
all'usu campagnolu un friscalettu,
all'uso campagnolo uno zuffolo,
chi sunannu lu jia di trattu in trattu
e suonando l'andava di tratto in tratto
sirvénnucci pri sfogu e pri dilettu;
servendogli per sfogo e per diletto;
parrava sulu sulu comu un mattu,
parlava solo solo come un matto,
cuntava a li grutti lu so affettu;
e raccontava alle grotte il suo affetto;
li quali allammicannu a stizza a stizza,
le quali gocciolando stilla a stilla,
chi chiancìanu, cridia, pri tinnirizza
che piangessero, credeva, per tenerezza.
Giuvanni Meli
Giovanni Meli
http://www.csssstrinakria.org/mitos.htm#contact2
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Fornita
ogni opra, m'abbrancò di nuovo
due
de' compagni, e cenò d'essi il mostro.
Allora
io trassi avanti, e, in man tenendo
d'edra
una coppa: "Te' Ciclope", io dissi:
"Poiché
cibasti umana carne, vino
bevi
ora, e impara, qual su l'onde salse
bevanda
carreggiava il nostro legno.
Questa,
con cui libar, recarti io volli,
Se
mai, compunto di nuova pietade,
mi
rimandassi alle paterne case.
Ma
il tuo furor passa ogni segno. Iniquo!
Chi
più tra gl'infiniti uomini in terra
fia
che s'accosti a te? Male adoprasti".
La
coppa ei tolse, e bevve, ed un supremo
del
soave licor prese diletto,
E
un'altra volta men chiedea: "Straniero,
darmene
ancor ti piaccia, e mi palesa
subito
il nome tuo, perch'io ti porga
l'ospital
dono che ti metta in festa.
Vino
ai Ciclopi la feconda terra
produce
col favor di tempestiva
pioggia,
onde Giove le nostre uve ingrossa:
ma
questo è ambrosia e nèttare celeste".
Odissea
- libro IX
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"Vino
ai Ciclopi la feconda terra produce
col favor di tempestiva
pioggia,
onde Giove le nostre uve ingrossa: ma
questo è ambrosia e nèttare celeste".
Com'era
questo vino, tanto buono al punto che Polifemo ne volle bere ancora fino
ad ubriacarsi? Vediamo
un po'...
|
La
strada del vino più antica d'Europa.
Dai vini doc dell’ Etna al Cerasuolo di
Caltagirone
Un privilegio assoluto di cui pochi parlano. Un
itinerario economico e turistico , preistorico e moderno, che potrebbe
offrire alla Sicilia migliaia di posti di lavoro, come sostengono il
Corriere della Sera – Lavoro del 21. Maggio 1999 e la “ Guida al
turismo del vino 1999 “ del Touring Club. “Italia Oggi “ il
24.sett.’99 titola un interessante inchiesta : “ Le strade del vino
aprono al turismo 10 mila nuovi posti di lavoro “.Ma pochi siciliani,
e pochissimi catanesi, se ne sono resi conto. Misteri delle furbizie
campanilistiche e di bottega , limiti della scarsa frequenza alla
lettura della storia antica e moderna, ignoranza demoralizzante dell
‘esistenza di tesori autentici che possono offrire sviluppo a
un’isola che non può condizionare la propria economia aspettando in
eterno elemosine statali ed europee che non vengono.
Il privilegio nasce dal fatto che nessuna provincia
italiana, come la nostra, può vantare un itinerario economico antico di
4000 anni , che trova conferma nella vocazionalità moderna. Infatti, la
via collinare che va da Kamarina a Catania, ( e viceversa ), passando da
Caltagirone, era percorsa dai trafficanti Egei che venivano in Sicilia
per comprare vino, olio di oliva e miele . Poi, sostengono diversi
storici antichi, portavano questi prodotti in tutta l’area del
Mediterraneo, con grande successo. ( Da fare invidia ai tempi moderni ).
Plinio il Vecchio sostiene che il vitigno Murgentia
, coltivato dai Morgeti nella zona di Caltagirone, forniva un vino “
che non doveva mancare in nessuna mensa regale di tutte le capitali del
Mediterraneo” . ( Oggi il probabile erede è il CERASUOLO DOC )
Questo percorso, corrisponde ad una vasta area
della Sicilia orientale con vocazione agricola di grande rilievo
economico e commerciale. Ci riferiamo agli agrumi pigmentati ed
all’olio di oliva che vanno da Catania a Caltagirone, ai fichidindia
di Militello V.C., ai carciofi di Niscemi ed alle primizie di Acate,
Vittoria , Comiso e Kamarina. Dunque , una vocazionalità agricola
consolidata nei millenni che dovrebbe stimolare felici ritorni. Inoltre
, le città attraversate , ( Lentini, Scordia, Militello, Mineo,
Grammichele, Palagonia, Caltagirone, Acate, Vittoria, Comiso e Kamarina
) , sul piano turistico e culturale , offrono monumenti e testimonianze
storiche ricchissime, che vanno dalla tavoletta di cultura egea di
Militello V.C. , ai musei di Caltagirone e di Kamarina, dove si
conservano collezioni di anfore di terracotta , uniche nel suo genere e
dalle coppe vinarie di cultura micenea del museo di Adrano . Un
itinerario per tutti i gusti dei visitatori, un paesaggio che si
mantiene, malgrado tutto, costituito – diceva Piovene - di tutte
gradazioni di verde esistenti in natura, e che tocca province diverse. E
poi, colline e coste marine dal fascino più diverso , concentrate in
poche diecine di chilometri . Il forestiero avrebbe l’ imbarazzo della
scelta.
Molte “strade “ , purtroppo, sono state
inventate sulla carta per ragioni pubblicitarie, ma nessuna ha questi
supporti storici ed economici, come hanno meritato la “ Strada della
seta “, quella “ del sale “ ecc. ecc. .
Per fare decollare questo originale itinerario, che
non ha pari, mancano poche opere innovative e pochi spiccioli da
spendere, anche se mulini ad acqua , abazie, monasteri , casali
secenteschi attendono il restauro previsto dai fondi CEE. ( Che mai la
Sicilia ha preteso ).
A parte il carente entusiasmo per valorizzare i
propri tesori , che caratterizza i siciliani, basterebbe , per il
momento, una dettagliata guida stradale , i cartelli indicatori, ed una
campagna di propaganda pubblicitaria opportuna.
Ma forse le cose belle che costano poco hanno poca
credibilità.
C’è da considerare, in fine , che “ La strada
del vino più antica di Europa “ consentirebbe un flusso turistico
diversificato da non esaurire in poche ore. Faciliterebbe lunghe soste
per la visita ai centri dell’interno . Tutta la Sicilia orientale
trarrebbe grandi benefici da questo nuovo modo di far turismo,
gastronomia ed economia vinicola , con i suoi famosi vini a D.O.C.
fonte © Salvatore Cosentino
www.vini-imakara.it

nota: Il titolo inserito
dal sottoscritto è frutto di puro "campanilismo", in verità
Omero scrisse che Polifemo si ubriacò del vino offertogli da Ulisse
(che lo portò sulla sua nave dalla Grecia) proprio perchè molto più
buono del suo, coltivato in modo grezzo nelle terre dei Ciclopi. A testimonianza
che la viticoltura ellenica era già
estremamente organizzata e molto più all'avanguarda rispetto a tutte le
altre civiltà del tempo.
|
Cenni
storici Fin
dai tempi più remoti nel nostro Paese la coltura della vite ha avuto
notevole importanza, tant'è che all'Italia antica venne dato il nome di
Enotria: terra del vino. In Sicilia addirittura prima del 2000 a.C. si
hanno indizi di vinificazione, probabilmente grazie alle remotissime
correnti commerciali della civiltà minoica ed egeo-micenica con la
nostra isola.
Nell'Odissea
il grande Polifemo viene reso inoffensivo grazie ad un eccessivo uso di
vino preparato da Ulisse. Quindi già prima dei Ciclopi si conosceva
l'arte della vinificazione.
I
Fenici, che ebbero forti contatti commerciali con la Sicilia,
importavano anche del vino.
In
epoca romana, dopo un periodo di incertezza, la tecnica vitivinicola si
perfezionò, facendo segnare una netta preminenza dei prodotti enologici
su tutti i mercati d'esportazione. Infatti, furono celebri il Catiniensis
e l'Adrumenitanum dell'Etna, il Murgentium del Calatino. A
cominciare dal II secolo d.C. si entra in un periodo di decadenza che
non raggiunse livelli irreparabili grazie alla speciale considerazione
in cui il vino fu tenuto dalla nuova religione: il vino infatti era ed
è indispensabile alla celebrazione del rito della Mensa Eucaristica. Ciò
portò i religiosi a dedicare cure speciali alla coltura della vite, nei
chiusi recinti dei broli conventuali e delle chiese, dove si è potuta
proteggere dai predoni e dalle varie dominazioni che caratterizzarono il
Medioevo. Con l'avvento dell'età dei Comuni vennero adottate nuove
disposizioni per favorire la diffusione della vite e per proteggerla da
ogni sorta di danno.
L'invenzione
della stampa contribuì alla diffusione delle tecniche
viticolo-enologiche, che rimasero fino alla metà del XIX, legate alle
millenarie tradizioni: la tecnica esposta dai migliori autori non si
scostava affatto da quella già magistralmente illustrata da Calumella e
Virgilio.
La
comparsa di tre parassiti giunti dall'America (oidio, Oidium Tuckeri,
la fillossera, Phylloxera vastatrix, e la peronospora, Plasmopora
viticola) determinò una vera rivoluzione nella tecnica colturale:
non fu più possibile mettere in atto le conoscenze tramandate da padre
in figlio. Si rese necessario appoggiarsi sulle scienze biologiche e
fisico-chimiche per combattere i nuovi microscopici e implacabili
nemici. Grazie alle ricerche e studi di numerosi scienziati e tecnici,
è stato possibile individuare il sistema per salvare e migliorare la
coltivazione dei nostri vigneti.
La qualità, specie per il vino, è come la
bellezza: facile da apprezzare, ma difficile da definire. Tuttavia
possiamo dire che per qualità di un vino si intende l'insieme delle sue
caratteristiche compositive che possono essere:
• intrinseche: composizione chimica, costituenti
(valutabili con l'analisi chimica attraverso la misura di parametri
chimici come il pH, il grado alcolico, l'acidità volatile, fissa e
totale, l'anidride solforosa libera, combinata e totale, gli zuccheri,
l'estratto secco, i polifenoli, etc.);
• estrinseche: caratteri sensoriali misurabili
mediante parametri sensoriali da ricercare con l'analisi organolettica o
sensoriale e da valutare con la degustazione (aspetto: colore e
limpidezza, bouquet: finezza, intensità olfattiva e franchezza, gusto:
corpo, armonia, intensità gustativa e gusto-olfattiva, caratteri di
tipicità).
Secondo Emile Peynaud la qualità di un vino è
data dai suoi costituenti sapidi (fissi: amaro - dolce - salato - acido
- insipido) e odorosi (volatili), in armonia sia nel sapore che nell'odorosità.
La qualità dei vini in Italia è controllata dalla
legge, la quale stabilisce tra l'altro alcuni parametri chimici ed
organolettici a cui un vino deve corrispondere. La legge di riferimento
è la 164 del 1992 che ha sostituto la legge 930 del 1963, il DPR 12
luglio 1963 n. 930. La normativa vigente prevede che i vini in relazione
alla loro provenienza e qualità si possono distinguere in:
• Vini a D. O. C. (Denominazione di Origine
Controllata), le uve provengono tutte dalla zona determinata e, nella
produzione dell'uva come nella trasformazione, si deve rispettare un
apposito disciplinare stabilito per Decreto del Ministro delle Politiche
Agricole;
• Vini a D. O. C. G. (Denominazione di Origine
Controllato e Garantita), ai requisiti della DOC si aggiungono analisi
fisico-chimiche ed organolettiche al fine di riconoscere il particolare
pregio del vino;
• Vini a I. G. T. (Indicazione Geografica
Tipica), almeno l'85% delle uve deve provenire dall'area geografica
determinata. (Vino IGT Sicilia D.M. 10/10/95 - G.U. n. 269 del 17/11/95.
A livello di Unione Europea, i vini di qualità
vengono classificati in:
• V.Q.P.R.D. (Vini di Qualità Prodotti in
Regioni Determinate), nei quali rientrano i DOC e DOCG;
• V.F.Q.P.R.D. (Vini Frizzanti di Qualità
Prodotti in Regioni Determinate);
• V.S.Q.P.R. D. (Vini Spumanti di Qualità
Prodotti in Regioni Determinate).
Secondo recenti statistiche i vini a D.O.C, e
D.O.C.G. contano una produzione annua italiana di circa dieci milioni di
ettolitri pari a circo il 15% della produzione vinicola totale. In
particolare i vini di qualità a D.O.C, e D.O.C.G. al Nord rappresentano
il 64%, al Centro il 24% al Sud e nelle Isole il 12%.
La qualità nel campo enologico è dettata dal
"Disciplinare di Produzione" presente presso le Camere di
Commercio (C.C.I.A.A.), le quali oltre ad indicazioni relative alla
delimitazione del territorio vacato di provenienza (aree viticole)
contengono i parametri che stabiliscono gli standard qualitativi e cioè:
• Uvaggio (vitigni);
• Resa produttiva ad ettaro;
• Eventuali periodi d'invecchiamento o
maturazione;
• Parametri chimici ed organolettici.
Come recita l'art. 13/164 del '92, condizione utile
per l'utilizzazione delle D.O.C, e D.O.C.G. è la "Certificazione
Positiva" rilasciata dalle C.C.I.A.A. su richiesta dei produttori.
Le Denominazioni di origine sono strumenti,
certificanti la qualità, a disposizione dei produttori, ai quali per
poterne usufruire, non basta avere il vigneto ricadente nella zona
delimitata dal disciplinare di produzione, ma occorre che i loro vini
siano prelevati e sottoposti ad esami chimici ed organolettici da parte
delle Commissioni di degustazione funzionanti presso le C.C.I.A.A.,
composte da Enologi, Esperti, Tecnici laureati. Periti agrori.
Agrotecnici, Agronomi e Assaggiatori di Vino. Tali Commissioni devono
constatare se i prodotti presentati per essere esaminati, corrispondono
a quanto indicato dalle norme contenute nel relativo "Disciplinare
di Produzione". In base alla legge esistono tre stati qualitativi:
1 ) Qualità dettata da parametri minimi che sono
inseriti nel disciplinare di produzione;
2) Qualità detta creativa, cioè quella data da
quel quid in più a disposizione del produttore per differenziare in
senso qualitativo migliore la sua produzione;
3) Qualità certificata, che è quella attestata
dal nullaosta rilasciato dalle C.C.I.A.A. per utilizzare le
denominazioni di origine controllata e garantita. In Italia esistono al
momento quasi quattrocento vini a D.O.C e a D.O.C.G.
I fattori che influenzano la qualità del vino
sono:
• fattori permanenti: vitigno (vacato o no),
clima, microclima, terreno (natura geologica, giacitura, esposizione,
caratteristiche fisiche e chimiche); zona vacata o no;
• fattori modificabili (tecnica colturale,
sistema di allevamento e potatura, sesto d'impianto, fertilizzazione,
difesa fitosanitaria);
• fattori enologici (sistema di vinificazione,
trattamenti di cantina, igiene dell'ambiente, delle attrezzature e dei
contenitori);
• fattori variabili (annata di produzione);
• fattori umani (conoscenze tecniche del
cantiniere e dell'enologo, preparazione, competenza ed educazione del
consumatore);
• fattori condizionanti (gusto, abitudini, moda,
ambiente, potere nutrizionale, prezzo di vendita, rarità del prodotto.
L'Etna
DOC
Dante definì la Sicilia "Isola del
Fuoco", riferendosi al vulcano Etna. Ed è proprio qui che i
vigneti assumono caratteristiche uniche, dove la realtà rafforzata
dalle tradizioni e dalla mitologia, danno origine al "vino del
fuoco". Un vino di primissima qualità che riesce a dare al
bevitore un forte potere evocativo dei luoghi di produzione.
Nella "Storia dei Vini d’Italia",
pubblicata nel 1596, venivano ricordati i vini prodotti sui colli che
circondano Catania la cui bontà veniva attribuita alle ceneri
dell’Etna.
La D.O.C. Etna è stata riconosciuta con D.P.R. 11
agosto 1968, ai sensi della legge 3 febbraio 1963, n. 116. Il relativo
disciplinare di produzione fissa le caratteristiche e i territori
comunali interessati (vedi cartina).
|

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I
vini a D.O.C. dell'Etna
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Caratteristiche
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ETNA
ROSSO
|
ETNA
ROSATO
|
ETNA
BIANCO SUPERIORE
|
ETNA
BIANCO
|
|
Colore
|
rubino con riflessi granato con
l'invecchiamento
|
rosato al rubino
|
giallo paglierino con leggeri
riflessi dorati
|
giallo paglierino con leggeri
riflessi dorati
|
|
Odore
|
vinoso intenso tipico
|
intenso tipico
|
profumo delicato di carricante
|
profumo delicato di carricante
|
|
Sapore
|
caldo robusto pieno armonico asciutto
|
caldo robusto pieno armonico asciutto
|
fresco armonico asciutto
|
fresco armonico asciutto
|
|
Min.
grad. alcolica
|
12,5
|
12,5
|
12
|
11,5
|
|
Affinamento
|
fino a 6 anni
|
fino a 3 anni
|
fino a 3 anni
|
fino a 2 anni
|
|
Abbinamento consigliato
|
arrosti selvaggina
|
tutto pasto
|
frutti di mare crostacei
|
frutti di mare crostacei
|
|
Vitigni
|
nerello mascalese (min 80%) nerello
mantellato (max 20%)
|
nerello mascalese (min 80%) nerello
mantel-lato (max 20%)
|
carricante (min 60%) catar-ratto
bianco comune e/o lucido (max 40%) trebbiano e/o minnella
bianca (5%-10%)
|
carricante
(min 60%) catar-ratto bianco comune e/o lucido (max 40%)
trebbiano e/o minnella bianca (5%-10%)
|

|
|
|
I
Ciclopi sono figure favolose della mitologia greca, di statura
gigantesca e fornite di un solo occhio in mezzo alla fronte
(propriamente dal greco kuklops = dall'occhio rotondo).
In
epoca arcaica gli antichi mitografi distinguevano tre stirpi di ciclopi:
i figli di Urano e Gaia (il Cielo e la Terra), che appartengono alla
prima generazione divina dei Giganti; i Ciclopi "costruttori",
che avrebbero costruito tutti i monumenti preistorici che si vedevano in
Grecia, in Sicilia e altrove, costituiti da blocchi enormi il cui peso e
dimensione sembravano sfidare le forze umane (le "mura
ciclopiche"); e i Ciclopi "siciliani", compagni di
Polifemo, di cui narra Omero. Odisseo si scontrò con Polifemo e riuscì
a fuggire dalla sua caverna coi compagni superstiti, solo dopo avergli
accecato nel sonno il grande occhio con un palo arroventato.
E'
ipotizzabile che nell'Ellade dell'epoca primitiva con il nome di Ciclopi
si indicassero i membri di una sorta di associazione di fabbri ferrai
che avevano, tatuati sulla fronte, dei cerchi concentrici, allusivi alla
potenza del sole, fonte primigenia del fuoco che alimentava le loro
fucine. E la fucina nelle viscere dell'Etna non fa altro che spiegare la
periodica fuoruscita di fumo e fuoco dalla bocca del vulcano.
I
Ciclopi siciliani sono gli artefici del fulmine di Zeus, per questo
motivo incorsi nell'ira di Apollo, il cui figlio Asclepio - dio della
medicina - aveva risuscitato alcuni morti ed era stato pertanto
fulminato da Zeus. Sono anche i fabbri degli dei, sotto la direzione di
Efesto dio del fuoco, ai quali forniscono le armi. Abitano la Sicilia e
le Eolie, in caverne sotterranee dove i colpi delle loro incudini e il
loro ansimare fa brontolare i vulcani della zona, mentre il fuoco della
loro fucina arrossa la cima dell'Etna. Omero li descrive come esseri
selvaggi e giganteschi, muniti di un solo occhio al centro della fronte
e dotati di forza smisurata, che allevano montoni, vivono allo stato di
natura selvaggia e praticano l'antropofagia.
Virgilio
nell'Eneide riprende in un certo senso dove l'Odissea aveva lasciato,
quando i Troiani, sotto la guida di Enea, approdano in Sicilia e
incontrano l'atterrito Achemenide, un compagno di Ulisse rimasto per
sbaglio sull'isola, e Polifemo, avvertita la loro presenza, chiama a
gran voce gli altri Ciclopi per catturarli.
Anche
il dramma satiresco di Euripide, il Ciclope, è imperniato sulla figura
di Polifemo, e in un idillio di Teocrito il gigante si umanizza in un
giovane rozzo ma sentimentale, innamorato di Galatea. L'arte antica ha
raffigurato Polifemo, sia nella scena dell'accecamento, sia in quella
della fuga di Ulisse; e nel periodo ellenistico è rappresentato anche
l'episodio di Galatea.
http://www.sullacrestadellonda.it/mitologia/ciclopi.htm

Non soltanto la dea Mater venne messa in rapporto con la
terribile voragine del vulcano, ma anche le popolazioni etnee furono
ideomorfizzate da quanti si accostarono alla costa jonica ritenendoli
degli esseri giganteschi, crudeli ed inospitali. Quel loro vivere nella
terra delfuoco dette occasioni
a un gran numero di conclusioni poetiche e a quegli etnicoli si diede
metaforico appellativo di Ciclopi, che valeva «cerchi»,
monocoli5 con chiara allusione al gran cratere ardente. Allo stesso
modo le tribù stanziate nella Piana di Catania furono nomate Lestrigoni,
ossia lagunari, e quelle delle regioni meridionali Lotofagi, perchè si
nutrivano di fave e sorbe.
Meglio di ogni altra fonte letteraria, Virgilio (111,
643‑44) con puntigliosa precisione ci riferisce che gli orribili
Ciclopi vivevano in caverne sparse per le curve coste ed erravano sugli
alti monti. E realmente, per opportunità geologica gli Etnicoli di
Castelluécio abitavano per lo più le lunghe grotte di scorrimento
lavico, poste in prossimità di vene d'acqua e feracità di terreno; in
luoghi terrazzati ed ertissimi, di facile difendibilità contro attacchi
venienti dal mare. La genesi di queste grotte tubolari è assai
controversa, pare probabile possano essere dovute al correre del magma
fluido sul terreno in pendenza anche dopo il cessare dell'alimentazione,
quando in superfice la lava si consolida e fa la crosta, mentre
all'interno la pressione idrostatica ne accellera il deflusso svuotando
il ramo lavico e causando le estese cavità. Abbondanti indizi d'abitazioni trogloditiche si hanno in
tutto l'arco alpestre del suburbio cittadino dal colle di Santa Sofia a Nizeti. Notevoli
le caverne scoperte lungo la grande scarpata di basalti pliocenici del
Monte d'Oro, nella strada che da S. Gregorio porta verso il mare in
prossimità della fonte di Casalrosato, località in cui continuano gli
ingrottamenti abitativi. Più a ponente, nella vicina Barriera del
Bosco, si trovarono parecchie altre gallerie visitate e descritte
dall'Orsi, che ne disegnò accuratamente la topografia e oggi quasi
tutte scomparse in conseguenza della costruzione di nuovi edifici.
L'archeologo esplorò sette tunnel di scorrimento, ognuno lungo da venti
a sessanta metri circa, tutti comunicanti e con unica grande apertura.
Numerosi erano pure gli antri che si aprivano a S. Giovanni Galermo,
dove nell'isola di lave plioceniche a levante dell'abitato sopravvive
presso la Matrice la celebre caverna
di San Giovanni, menzionata da Pietro Carrera, in cui un tempo
scorreva all'interno un rigagnolo torrentizio. In direzione del Fasano
sono a rutta du Marranu e
quella della regina Bianca. In basso a levante verso il mare,
considerevoli insediamenti si avevano a Santa
Sofia presso la sorgiva di Cifali;
al Borgo; a Monserrato; alla Calvana e
al Canalicchio. L'ultima
importante scoperta fatta nel 1945 occasionalmente è la grotta di
Novalucello 1, situata nella dàgala
di lave del 122 a.C., presso il cortile del nuovo Seminario
arcivescovile in via V. E. Dabormida. La galleria ha uno sviluppo
complessivo di poco più di 200 metri e presenta diverse ramificazioni
di minore lunghezza. All'interno, fra concrezioni stalattitiche,
infiltrazioni d'acqua ed erosioni meteoriche, si avverte mancanza d'aria
e temperatura ed umidità costante nel tempo, che favoriscono il
formarsi d'una nebbiolina irrespirabile che avvolge i tunnel.

Gli antichi mitografi distinguevano tre specie di
Ciclopi: i Ciclopi "urani", figli di Urano e di Gaia (il Cielo
e la Terra), i Ciclopi "siciliani", compagni di Polifemo, che
intervengono nell'Odissea, e i ciclopi "costruttori".
I Ciclopi "urani" appartengono alla prima
generazione divina, quella dei Gianti. Hanno un solo occhio in mezzo
alla fronte, e sono caratterizzati dalla forza e dall'abilità manuale.
Se ne contano tre, chiamati Bronte, Sterope (o Asterope) e Arge, i cui
nomi ricordano quelli del Tuono, del Lampo e del Fulmine. Dapprima
incatenati da Urano, sono liberati da Crono, poi incatenati da quest'ultimo
nel Tartaro, fino a che Zeus, avvertito da un oracolo che avrebbe potuto
riportare la vittoria soltanto col loro aiuto, non li liberò
definitivamente. Allora, gli dettero il tuono, il lampo, e il fulmine;
dettero ad Ade un lmo che rendeva invisibili, e a Poseidone un tridente.
Armati in tal modo, gli Dei Olimpici sfidarono i Titani, e li fecero
precipitare nel Tartaro.
Risotto
al nero di seppie Ingredienti:
600 gr. Seppie vive intere
1 Cipolla media
10 cc. Olio
extravergine d'oliva
200 gr. Concentrato
di pomodoro 1 foglia d'alloro
300 gr. Riso
carnaroli
300 gr: peperoncino
300 gr. Pepe nero
1/2 lt; brodo
vegetale
. Preparazione:
Preparare il riso tipo pilaf con 1/2 cipolla, poco olio extravegine
d'oliva ed il brodo. Fare raffreddare in una teglia. Pulire le seppie ed
estrarre le vescicole del nero, quindi soffriggere con la cipolla.
Aggiungere il concentrato di pomodoro, l'alloro il peperoncino e un po'
d'acqua. Fare cuocere 30 minuti poi aggiungere le vescicole con il nero
ed il riso gia' a mezza cottura. Completare la cottura per altri 8-10
minuti e servire.
|
Nella leggenda, i Ciclopi restano fabbri del
fulmine divino. A questo titolo, insorsero nell'ra di Apollo, il cui
figlio, Asclepio, era stato ucciso da Zeus con un colpo di fulmine per
aver risuscitato alcuni morti. Non potendo vendicarsi su Zeus, Apollo
uccise i ciclopi (o i loro figli, secondio una tradizione isolata), e ciò
gli valse, come punizione, l'obbligo di servire, in qualità di schiavo,
presso Admeto. In questa versione, i Ciclopi appaiono dunque come esseri
mortali, e non dei.
Nella poesia alessandrina, i Ciclopi non sono
considerati altro che demoni subalterni, fabbri e artigiani di tutte le
armi degli dei. Fabbricano, per esempio, l'arco e le frecce d'Apollo e
della sorella Artemide, sotto la direzione d'Efesto, il dio fabbro.
Abitano le isole Eolie, oppure la Sicilia. Qui possiedono una fucina
sotterranea, e lavorano con gran rumore. Sono proprio l'ansimare del
loro fiato e il fracasso delle loro incudini che si sentono rimbombare
in fondo ai vulcani siciliani. Il fuoco della loro fucina rosseggia la
sera in cima all'Etna. E, in queste leggende legate ai vulcani, essi
tendono a confondersi con i Giganti imprigionati sotto la massa delle
montagne, e i cui soprassalti agitano talvolta il paese. Già
nell'Odissea i Ciclopi sono ritenuti una popolazione di esseri selvaggi
e giganteschi, dotati di un solo occhio e di forza prodigiosa, che
vivono sulla costa italiana (nei Campi Flegrei, presso Napoli). Dediti
all'allevamento dei montoni, la loro sola ricchezza consiste nel gregge.
Sono volentieri antropofagi e non conoscono l'uso del vino. E neppure la
coltivazione della vite. Abitano nelle caverne e non hanno imparato a
formare città. Certi tratti
di questi Ciclopi tendono a farli assomigliare ai Satiri, con la quale
sono talvolta assimilati. Si attribuiva a Ciclopi (venuti, si dice,
dalla Licia) la costruzione di tutti
i monumenti preistorici che si vedevano in Grecia, in Sicilia e
altrove, costituiti da grossi blocchi il cui peso e dimensione
sembravano sfidare le forze umane. Non si tratta più dei Ciclopi figli
di Urano, ma di tutto un popolo che si era messo al servizio degli eroi
leggendari, di Petro, per esempio, per fortificare Tirinto, di Perseo,
per fortificare Argo ecc. Si affibia loro il curioso epiteto di
Chirogasteri, cioè "coloro che hanno braccia al ventre", e ciò
ricorda gli Ecatonchiri, i "Giganti dalle Cento Braccia", che
sono, nella mitologia esiodea, i fratelli dei tre Ciclopi Urani.
Polifemo è il nome di due personaggi distinti.
Il primo è un Lapita, figlio d’Elato e d’Ippe.
Suo padre "divino" è Poseidone. E’ il fratello di Ceneo.
Sposò Laonome che, in una tradizione oscura, passava per essere sorella
d’Eracle. Questo Polifemo partecipò alla spedizione degli Argonauti;
ma restò in Misia, dove fondò la città di Cio. Perì nella guerra
contro i Calibi.
Il secondo personaggio con questo nome, assai più
celebre, è il Ciclope che ha una parte nell’Odissea. E’ figlio di
Poseidone e della ninfa Toosa, ella stessa figlia di Forcide. Il
racconto omerico lo presenta come un gigante orribile, il più selvaggio
di tutti i Ciclopi. E’ pastore, vive del prodotto del suo gregge di
pecore e abita in una caverna. Benché conosca l’uso del fuoco, divora
la carne cruda. Sa che cos’è il vino, ma ne beve molto di rado e non
sta attento agli effetti dell’ubriacatura. Non è totalmente
insocievole poiché, nel suo dolore chiama gli altri Ciclopi in aiuto,
ma è incapace di far loro capire quello che gli è capitato.
Si sa come Ulisse, catturato da lui con alcuni
compagni, in numero di dodici, fu rinchiuso nella caverna del Ciclope.
Questi cominciò col divorarne diversi e promise ad Ulisse di divorarlo
per ultimo per ringraziarlo d’avergli dato un vino delizioso, che
l’eroe aveva fatto sbarcare con lui. Di notte quando il Ciclope era
profondamente addormentato sotto l’effetto del vino, Ulisse e i
compagni aguzzarono un palo immenso, l’indurirono al fuoco e lo
piantarono nell’unico occhio del gigante. Al mattino quando il gregge
uscì per andare al pascolo, i greci si legarono sotto il ventre degli
arieti, per oltrepassare la soglia della caverna, dove il Ciclope,
cieco, controllava con le mani tutto ciò che passava. Una volta libero,
quando la sua nave prese il largo, Ulisse gridò a Polifemo il suo nome
e lo canzonò. Ora, un oracolo aveva predetto un tempo al Ciclope
ch’egli sarebbe stato accecato da Ulisse. Incollerito per essere stato
ingannato, lanciò contro le navi massi enormi, ma invano. Proprio da
questo momento data la collera di Poseidone, padre di Polifemo, contro
Ulisse.
Dopo i poemi omerici, Polifemo diventa, in modo
assai strano, l’eroe di un’avventura amorosa con la Nereide Galatea.
E’ un Idillio di Teocrito che ci ha conservato il quadro più celebre
del Ciclope galante, innamorato di una civetta che lo trova troppo
villano. Lo stesso tema è ripreso da Ovidio. Esiste una tradizione
secondo cui Galatea è innamorata del Ciclope e gli dà figli.
(Luccjo Cammarata)

La
ricchezza di sorgenti d’acqua dolce nella zona etnea, venne dai Greci
spiegata con il mito di Aci e Galatea.
Aci,
era un pastorello che viveva, pascolando il suo gregge, lungo i pendii
dell’Etna. Di lui era innamorata la bella Galatea che aveva respinto
le proposte amorose di Polifemo.
Galatea
era una splendida ninfa del mar Ionio, che, durante le belle aurore, era
solita sedersi su uno scoglio e aspettare che il sole la rivestisse di
perle.
Una
mattina la leggiadra fanciulla fu notata dal ciclope Polifemo, che
abitava in una grotta sui fianchi dell’Etna e, spaventata, si tuffò
subito nell’azzurro mare.
Un
pomeriggio, il pastorello Aci avanzò con il suo gregge fino alla
spiaggia, suonando dolcemente la zampogna.
Galatea,
dal profondo del mare lo udì e corse ad ascoltare quelli che a lei
sembravano i sospiri di un sereno tramonto.
La
ninfa, incantata da quella musica, pregò il giovanetto di andare ogni
giorno per farle sentire la zampogna. Così tutti i giorni Galatea,
adagiata sulla sabbia, ascoltava silenziosamente il canto del pastorello.
Un
triste giorno furono scoperti dal ciclope. Il gigante non riusciva a
dimenticare quella fanciulla vestita di rosea luce e tutti i giorni,
mentre il suo gregge brucava l’erba, si sedeva di fronte al mare,
sperando di rivedere la ninfa per chiederle di sposarlo. Quindi cercò
subito un pretesto per litigare: accusò Aci di essere il ladro dei suoi
pascoli e, scagliandogli un macigno, lo colpì a morte.
Galatea,
disperata e sconsolata chiese ed ottenne dal padre Oceano che Aci
venisse trasformato in un fiume.
La
bianca Nereide, sconsolata, con l’aiuto degli dèi, trasforma il corpo
morto di Aci in sorgive di acqua dolce, che scivolano giù, lungo i
pendii dell’Etna, mormorando suoni melanconici di struggente
nostalgia. Ancora oggi il fiume Aci scaturisce da sotto una rupe di lava
e spinge il suo corso fino a mescolarsi, nel mar Ionio, con la spuma
dell’infelice Galatea.
Non
lontani dalla costa, vicino la località chiamata oggi "Capo
Molini", in un luogo poco accessibile da terra e più facilmente
dal mare, esiste una piccola sorgiva ferruginosa chiamata dalla gente
locale "il sangue di Aci" per il suo colore rossastro. Notare
quale soave spiritualità pervade questa storia che non spiega
nient’altro che un fenomeno geologico. Nella località chiamata oggi
"Capo Molini" esistette un modesto villaggio chiamato, in
memoria del pastorello del mito greco, Aci. Nell’XI° sec.
d.c.d.C.D.C. un terremoto distrusse il villaggio, provocando l’esodo
dei sopravvissuti, i quali fondarono altri centri nei dintorni.In
memoria del nome della loro città d’origine, i profughi vollero
chiamare i nuovi centri col nome di Aci, al quale fu aggiunto in seguito
un appellativo per distinguere un villaggio dall’altro: così Aci
Castello (per un castello costruito su di un faraglione prodotto da
un’eruzione sottomarina che poi fu raggiunto da una colata lavica
nell’XI sec., trasformandolo in un promontorio); Acitrezza (per la
presenza di tre faraglioni antistanti il Paese); Aci Bonaccorsi, Aci
Catena, Aci S. Antonimo, Aci Platani, Aci Sanfilippo.
Narra
una leggenda popolare che il corpo del pastorello ucciso da Polifemo si
sia smembrato in nove parti cadute dove poi sono state fondate
Aci
Bonaccorsi, Aci Castello, Aci Catena, Aci Platani, Acireale, Aci S.
Filippo, Aci S. Antonio, Aci S. Lucia ed Aci Trezza.
La costa viene
anche chiamata Riviera dei Ciclopi.
Percorso
nella memoria verghiana, si snoda attraverso i luoghi suggeriti
dall'Autore. Parte dal Castello, con la drammatizzazione della novella
"Le storie del Castello di Trezza", e prosegue per Acitrezza,
dove si rivisitano i luoghi de "I Malavoglia": la casa del
nespolo, le viuzze, la piazza, la fontana, la chiesa.
"
Un tempo i Malavoglia erano stati numerosi come i sassi della strada
vecchia di Trezza […], tutti buona e brava gente di mare, proprio
all'opposto di quel che sembrava dal nomignolo, […] Alla domenica,
quando entravano in chiesa, l'uno dietro l'altro pareva una
processione"
Si
ripercorrono anche i luoghi del celebre film "La terra trema"
di Luchino Visconti, girato con attori locali, i pescatori di Trezza.

ACICASTELLO
è una caratteristica
cittadina sul mare, famosa per il suo castello in pietra lavica, eretto
nel 1.076. Alcune sale del castello ospitano il museo civico. Ai piedi
del castello vi è una splendida scogliera su un mare limpido dai vividi
colori. Soprattutto d'estate è meta di turisti e villeggianti, che
invadono le sue spiagge rocciose, le sue vie e la sua superba piazza a
picco sulla scogliera lavica per godere lo scenario di luci e di colori
e la magica atmosfera tipicamente mediterranea.
La colata del 1169 fu di enormi proporzioni, se ne vede
testimonianza nella costa che va da Acicastello ad Ognina, spettacolare
per altezza, raggiunge anche i 30 m sul mare, e movimentata dalla
presenza di anfratti e grotte che creano un suggestivo paesaggio dato
dalla grandiosità dell'insieme, dallo scuro colore della lava e
dall'azzurro del mare.
Altre grotte esistono nel territorio compreso tra Acicastello
e Ficarazzi nella zona denominata «Timpa Rosa». Una in particolare è
assai interessante per avere tracce di abitati archeologici.
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Pasta
cò finocchiu rizzu
Ingredienti:
maccheroncino gr. 600, mascolino (pesce della famiglia della acciughe)
gr. 600, aglio 2 spicchi, prezzemolo un mazzetto, finocchio riccio
(finocchietto di montagna) 5 mazzi, pecorino grattugiato gr.100.
Preparazione: Lessate i finocchietti ben puliti, scolateli e tenete da
parte l'acqua. Tagliate l'aglio a fettine sottili, imbionditelo in
tegame con un pò d'olio e aggiungetevi il finocchio triturato
finemente. Lasciate insaporire. A parte friggete i mascolini, diliscati
e senza teste. Lessate
la pasta nell'acqua della verdura, scolatela, conditela con una parte
dei finocchietti e disponetela in una teglia alternandola a strati con i
mascolini, il finocchio, il pecorino grattugiato. Passate a forno caldo
per dieci minuti circa.
|
La grotta è un classico esempio di scolamento lavico, ove
insieme alle formazioni geologiche quali i «denti di cane» vive una
fauna tipica da grotta quali i ragni e i pipistrelli. I pochi cocci
rinvenuti parlano del periodo denominato «Castellucciano», databile
intorno al 1800‑1400 circa a.C. In questa età, mentre in altre
zone della Sicilia era uso scavare le tombe a grotticella artificiale
nel calcare, nelle zone laviche intorno all'Etna (es. Adrano), data la
durezza della lava, si sfruttavano come sepolture le grotte che si erano
formate all'interno delle varie colate laviche di età molto antica.
Certo è necessario operare una ricerca approfondita nella
zona al fine di ben individuare i vari periodi archeologici che si sono
susseguiti nel territorio di Acicastello, visto che esistono parecchie
testimonianze che vanno dal neolitico al periodo bizantino: resti di
asce litiche, strumenti di selce e ossidiana, ceramica preistorica,
fram~ menti di età greco~ellenistica, romana, bizantina. Le fonti
classiche parlano del fiume Aci e in relazione a questo fiume è la
statio di Acium a 9 miglia da Catania e a 24 da Naxos, citata
nell'itinerarium Antonini.
Vissuto sempre ai piedi del Castello fu chiamato dagli Arabi
«Al‑Yag». Esistono tracce di un passato medievale in un troncone
di mura costruite utilizzando la pietra lavica. Il suo nome è legato
alla leggenda del fiume Aci, che un'epigrafe settecente~ sca posta sul
prospetto della chiesa di S. Mauro definisce «Acensitim faecunda parens»:
madre feconda degli Acesi.
I terribili cataclismi del 1169, terremoto, maremoto, e una
colata lavica di notevoli diniensioni,, dispersero gli abitanti della
zona che si trasferirono nelle zone vicine. Colpito dal terremoto del
1693 fu ricostruito nel 1718.
Costruito su un'immensa rupe, prodotta da un'eruzione
sottomarina, formata da un ammasso di pillows di lava, il Castello
s'innalza scuro e imponente sulla piazza, come la prua di un'immensa
nave.
L'impianto attuale di chiara impronta normanna lascia
intravedere qua e là resti di passate civiltà. Resti di una probabile
porta romana e una grotta che ricorda le tholos Micenee del XIII sec.
a.C. ci inducono a pensare che il Castello, proprio per la sua
posizione, sia stato abitato da civiltà diverse non esclusi Fenici,
Greci e Romani per i quali il nome era «Rocca Satumia».
|
Jean
Calogero: Catania 20 Agosto 1922 - 15 Novembre 2001. Fin
dall'adolescenza ha manifestato la sua passione per il disegno e
la pittura e ha cercato negli studi artistici la risposta ai
suoi quesiti tecnici, alle sue costruzioni compositive, alle sue
necessità espressive.
Nella
città etnea ha frequentato il Liceo Artistico. Poi i disagi del
dopo-guerra e il bisogno di guardare lontano, verso i luoghi del
confronto delle idee, lo hanno spinto a viaggiare e si è recato
in Francia sia per approfondire gli studi che per conoscere le
nuove tendenze dell'arte.
Nel
1947 è a Parigi dove frequenta i corsi di pittura all'Ecole Des
Beaux-Arts. La capitale francese è il luogo ideale per le sue
aspirazioni professionali e per i suoi sogni creativi.
Vive
in maniera intensa, dedicandosi alla pittura e allo studio e,
coinvolto dai momenti più vivaci della vita culturale parigina,
partecipa alle mostre e ai dibattiti di maggiore rilievo.
Del
1949 è il suo primo contratto artistico, lo firma per la
Galerie Hervé di Parigi che, notoriamente in quegli anni,
seguiva gli svi- luppi della giovane pittura europea.
Calogero
fa della Francia la sua seconda patria e inizia con coraggio e
sentimento una frenetica attività espositiva che, grazie al
consenso della critica, lo porterà in giro per il mondo.
Alle
innumerevoli mostre parigine, negli anni cinquanta, si
aggiungono le esposizioni americane a New York (Associated
American Artists, 1952), a Los Angeles (James Vigevano Galleries,
1953) e poi in seguito anche in Giappone e nelle maggiori
gallerie italiane.
A
Gauthier seguono George Waldemar (1956), Francois Christian
Toussaint (1957), Leonardo Sciascia (1969) e poi in tempi più
recenti Vanni Ronsisvalle (1977), Vito Apuleo (1979) e Francesco
Gallo (1985).
Se
George Waldemar mette in evidenza lo spirito d'avventura
dell'artista ("Calogero si avvia a conquistare nuovi
continenti e isole misteriose. I suoi vivi interessi, il suo
osare, il suo spirito d'avventura e il suo istinto come un
lirico visionario...") Sciascia consacra Calogero tra i
surrealisti: "Direi, ecco, che Calogero è un surrealista
quale poteva nascere in Sicilia: uno che non opera l'epanchement
du rêve dans la vie réelle, ma totalmente sfugge alla vita
reale".
Nel
1957 la città di Parigi lo premia con la Grande Medaglia
d'Argento, massimo riconoscimento ad artisti viventi, e
successivamente, nel 1959, viene inserito nel catalogo
internazionale dell'arte BENEZIT tra i più autorevoli della
pittura mondiale.
Dagli
inizi degli anni settanta, dopo avere esposto a Chicago (Florida
Gallery, 1970), si fa più presente in Italia ma mantiene il suo
studio parigino e continua ad esporre negli Stati Uniti e in
Giappone.
Dal
1971 la stampa italiana, che per vent'anni avveva riportato
l'eco delle mostre francesi e americane, si inserisce nel vivo
del dibattito artistico riguardante Jean Calogero grazie a
Vincenzo Di Maria.
Il
25 Aprile 1971 dalle pagine de "La Sicilia" Di Maria
finalmente chiarisce il rapporto tra Calogero e la sua terra e
pubblica una visione struggente della piccola Acicastello.
Se
a Parigi Jean Calogero rievoca la Sicilia, i suoi miti, i suoi
colori forti e luminosi, ora ad Acicastello fa riemergere la
capitale francese carica di glamour. Parigi e la Sicilia negli
anni settanta, e anche in seguito, costituiranno così la linea
preferenziale dei suoi sogni pittorici, dei suoi spostamenti
fisici e la critica saprà coglierne puntualmente il
significato, il valore.
Così
scrive Vanni Ronsisvalle a tal proposito: "Jean Calogero è
un buon nuotatore ed anche un buon trasvolatore. Un viaggio, due
viaggi tre viaggi...Dal vecchio porto di Acicastello...da questo
golfo della memoria altrui, che gli fornisce persino il
bagaglio, Calogero intraprende i suoi viaggi" (da
"Viaggi Innaturali", Roma 1977).
Negli
anni novanta, lontano da ogni clamore, vive un'intensa stagione
artistica caratterizzata dalla presenza delle città vissute e
dalle città del sogno. Il suo pennello indagatore, i suoi
colori vivaci, il suo segno allegro e festoso viaggiano tra le
nuvole e le cupole dei luoghi cari alla memoria, tra il cielo e
l'acqua dei mari attraversati...
Da
Jean Calogero - "Le città del mondo" Acicastello 1996
(Paolo Giansiracusa)
http://www.jeancalogero.it/
|
La prima battaglia menzionata dalla storia fu quella che nel
414 a.C. vide in lotta Magone generale cartaginese contro Leptine
siracusano. La vittoria dei Cartaginesi consolidò il loro dominio sulla
Sicilia Orientale. La posizione che il Castello occupa non passò
inosservata agli Arabi ed ai Normanni, che tanta parte ebbero nella
cultura della nostra terra.
Distrutto in un primo tempo (902) dagli Arabi fu poi
ricostruito dal Califfo Al‑Moez.
Circolò per anni la leggenda che nel suo museo esistesse la
testa del ciclope Polifemo, in quanto per molto tempo si credette d'aver
trovato il cranio del Ciclope con un solo occhio. La scienza ha
vanificato questa leggenda, idenficando il cranio con quello
dell'elefante Falconeri, per l'appunto il nostro elefante nano.
Non mancano a completamento della sezione i fossili dei
vegetali, tronchi, foglie, alghe e i pesci fossili su tripoli del
Messiniano risalente a circa 8.000.000 di anni fa, periodo in cui,
chiusosi lo Stretto di Gibilterra, il Mediterraneo si prosciugò
lasciando grossi laghi.
L'uomo è stato l'ultimo a comparire sulla terra ed ha
seguito un lento e faticoso processo detto appunto di ominazione. I
calchi dei crani acquisiti presso il Museo dell'Uomo di Parigi ci
consentono di seguire attraverso lo studio e l'analisi dei tratti
somatici tutte le modificazioni che hanno portato l'uomo da un aspetto
simile alla scimmia all'aspetto attuale.
A questa parte si aggancerà la sezione archeologica con i
manufatti del paleolitico, mesolitico, neolitico nonché di età greca,
romana, medievale.
A ciò si aggiungerà una sezione dedicata al materiale
archeologico subacqueo frutto in una recente donazione, che permetterà
di studiare la navigazione, la storia commerciale e storia politica
della nostra zona.

Il
robot Gnom. Era questa la stagione in cui, fra Castello e Faraglioni,
«ciàuli»
e «mìnnuli» celebravano il loro matrimonio d'amore circondati da un ricco
stuolo d'invitati («sardi, opi e masculini») che nel mare calmo formavano un
tappeto argenteo, luccicante ai raggi del sole. Ciàuli e mìnnuli si trovano
attualmente solo in pescheria, mentre riesce difficile tirarli su dal fondo del
mare ai pochi che, con barche e lenze, ancora vanno nel «vadu», cioè sulla
verticale del luogo in cui, in numero enorme, essi coronavano una volta il loro
sogno d'amore. Sono finiti i tempi in cui si raccontava che un polpo, emergendo
dalle acque, a mezzogiorno, faceva suonare le campane delle chiese di S.
Giovanni e di S. Mauro! Non è che i pesci si siano estinti, ma altri sono i
dominatori delle acque della Riviera dei Ciclopi: i bagnanti!
Essi, dal primo di giugno sono entrati ufficialmente nelle loro tane, cioè
negli stabilimenti balneari, che hanno aperto ufficialmente i battenti, quasi
accompagnati dagli spari assordanti che a Trezza annunziavano la prossima festa
di S. Giovanni. Il lido dei Ciclopi ha preceduto tutti di un buon mesetto ma gli
altri hanno inaugurato la stagione con giugno, perimetrando subito le aree di
rispetto che tuttavia non pullulano proprio di nuotatori: l'acqua è ancora
fresca e molti preferiscono solo sdraiarsi al sole ad ungersi con gli olii più
variegati per la prima tintarella.
Domenica scorsa abbiamo assistito alla prima traversata di stagione (Ciclopi -
Praca) che è tornata di moda, a gruppi compatti, in questi ultimi anni, sia per
il discreto stato delle acque (non più piene di sacchetti e rifiuti vari), sia
per il procedere guardingo (non mancano naturalmente le eccezioni cafone) che i
motoscafi adottano in zona.
E' arrivato anche un nuovo protagonista nei fondali dei Ciclopi: Gnom! E' un
piccolo robot, grosso quanto un pallone, che scandaglia i fondali e trasmette su
uno schermo, in diretta, tutto quello che riesce a vedere. E' legato a un cavo
di circa 100 metri ed è tale quindi il suo raggio d'azione. L'area protetta «Isole
Ciclopi», che lo ha adottato, ha già iniziato a farlo conoscere, o meglio, a
farne conoscere le capacità di scrutare i più nascosti anfratti dei fondali.
Una barca messa a nuovo, con al posto del fondo uno schermo televisivo, è
solitamente il suggestivo luogo che accoglie le immagini lanciate da Gnom che i
responsabili dell'«Area protetta» si augurano di far presto conoscere a piazze
e lidi dell'Area. La riperimetrazione intanto, come annunziato in autunno, non
è ancora un fatto compiuto poiché il «Comitato ministeriale di riserva», che
doveva esaminare la proposta del Comitato di gestione, per ben due volte non si
è riunito (per mancanza del numero legale, ci dicono). (Enrico Blanco)

ACITREZZA
Proseguendo verso nord
si giunge ad Acitrezza, la cittadina di pescatori teatro del romanzo di
Verga I Malavoglia. E' famosissima
è una caratteristica
cittadina sul mare, famosa per il suo castello in pietra lavica, eretto
nel 1.076. Alcune sale del castello ospitano il museo civico. Ai piedi
del castello vi è una splendida scogliera su un mare limpido dai vividi
colori. Soprattutto d'estate è meta di turisti e villeggianti, che
invadono le sue spiagge rocciose, le sue vie e la sua superba piazza a
picco sulla scogliera lavica per
godere lo scenario di luci e di colori
e la magica atmosfera tipicamente mediterranea. Proseguendo verso nord
si giunge ad Acitrezza, la cittadina di pescatori teatro del romanzo di
Verga I Malavoglia. E' famosissima anche perchè abbraccia nel suo mare
anche perchè abbraccia nel suo mare l'isola Lachea ed i Faraglioni, che
diedero lo spunto alla leggenda
omerica di Ulisse e Polifemo, descritta nell'Odissea. Acitrezza è
sicuramente una delle perle del Mediterraneo, una località ambita dai
turisti di tutto il mondo, perchè offre uno scenario stupendo con il
suo bellissimo mare, con i faraglioni e con il suo caratteristico
porticciolo turistico. E' anche molto nota per i suoi ristoranti, ove si
cucina con arte antica e sapiente il pesce fresco del suo mare, che ha
un sapore unico, perchè vive in un habitat particolare prodotto dalla
roccia lavica dei suoi fondali.
Aci
Trezza si riconosce per i suoi faraglioni, scogli in pietra lavica,
che la leggenda vuole fossero stati lanciati dal Ciclope contro la nave
di Ulisse che lo aveva accecato; non lontana è la piccola isola Lachea
(nome che significa “pianeggiante”), sfrangiata sul mare aperto,
meta amata per passeggiate romantiche (sull’isola ci sono anche due
musei, uno, vicino alla battigia, sede del laboratorio della stazione
marittima di biologia, l’altro, nella zona alta, con esemplari
provenienti dalla Riserva). L’intera area è infatti protetta, anche
per quanto riguarda i fondali che comprendono formazioni vulcaniche
“pre-etnee” e sono una meta molto apprezzata dai sub e dai
sea-watchers con maschera e boccaglio.
Sulle
onde della provvidenza "Dopo
la mezzanotte il vento s'era messo a fare il diavolo, come se sul tetto
ci fossero i gatti del paese, e a scuotere le imposte. Il mare si udiva
muggire attorno ai faraglioni che pareva ci fossero riuniti i buoi della
fiera di S. Alfio, e il giorno era apparso nero peggio dell'anima di
Giuda"
Si
ripercorre l'ultimo viaggio della "Provvidenza", partendo dal
porto di Acitrezza spostandosi verso Capo Mulini e giungendo sin dove
sfocia il fiume Aci. Si ammira il paesaggio, un intreccio di verde e di
azzurro, cu cui si stagliano gli "scogli giganteschi" sul mare
"bello e traditore" e poco distante il piccolo golfo,
l'elevarsi improvviso d'una rupe erta, ritta sul precipizio spumeggiante
de mare. L'abilità degli uomini l'ha trasformato in un imprendibile
maniero, alto sull'abisso nero di lava, ruvido di crepacci e
trabocchetti. È la singola rocca di Acicastello.
|
Il cantiere peschereccio di Acitrezza nasce verso la fine del 1800 grazie
a Salvatore Rodolico
che insieme al figlio Sebastiano
cominciano a costruire barche a remi e a vela per i committenti di
Catania. L'originario cantiere era stanziato nella zona denominata "stagnitta",
ne è memoria una piccola via che porta il nome
di: "Via Rodolico". Gli strumenti utilizzati al tempo, per dar
vita alle barche di legno, erano l'ascia, la sega a mano, il chianozzo
(pialla a mano), il chiano (pialla lunga) e i virrina (i trapani a mano).
Gli anni '60 segnano l'inizio di una stagione florida per il cantiere che,
passato nelle mani di Salvatore Rodolico (figlio di Sebastiano), comincia
a costruire imponenti pescherecci di legno. Le commesse erano tantissime:
arrivavano dalla Toscana, dalle isole Eolie e dall'isola D'Elba. Intanto
il cantiere si era stanziato all'interno del porto di Acitrezza, proprio
dirimpetto all'isola Lachea, mentre andava sviluppandosi la pesca con i
pescherecci anche a Trezza. Grazie alla gran quantità di commesse, anche
da Acitrezza, il cantiere diede in quegli anni lavoro a più di 20
persone. Oggi non costruisce più imponenti pescherecci, l'ultimo risale
al 1989, ma continua ad esistere grazie ai lavori di manutenzione e
costruzione di piccole barche di legno. Passato in mano al giovane
Sebastiano Rodolico (figlio di Salvatore) continua nella sua secolare arte
di dar vita alle barche a legno. La tecnica, seppur con qualche variante
dovuta alla nuova tecnologia, è sempre la stessa: "il fasciame di
legno viene attaccato con la chiodatura zincata, poi il comento (le
fessure tra un legno e l'altro) vengono chiuse con la stoppa catramata e
quindi con la lanata (un pennellone) si passa, sul fasciame esterno, la
pece per proteggere lo scafo (oggi sostituita con stucchi e
pittura)". Le barche che solcano il mare di Trezza sono resistenti
come una volta e l'arte dei maestri d'ascia attira, oggi anche, tantissimi
turisti che percorrendo il Lungomare dei Ciclopi rimangono estasiati nel
vedere quegli artigiani al lavoro.
Il
testo e le foto provengono da: www.acitrezzaonline.net
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La
terra trema Un paesino di poveri pescatori siciliani e di grossisti di pesce. 'Ntoni
Valastro, stanco dei soprusi dei grossisti, convince la sua famiglia a
mettersi in proprio e ad ipotecare la casa per far fronte alle spese.
Dopo un periodo di buona pesca, 'Ntoni, durante una tempesta, perda la
barca e, non potendo riscattare l'ipoteca, anche la casa. Il dissesto
economico porta la famiglia alla disgregazione. Dopo la morte del nonno
e diverse disgrazie che hanno colpito la famiglia, 'Ntoni abbandona la
lotta. Nonostante nei titoli di testa de "La terra trema" non
appaia alcun esplicito riferimento a Verga ed a "I
Malavoglia", il film ha molti debiti con la struttura narrativa e
drammatica del romanzo, con i suoi luoghi e personaggi.

Tra
mitologia e folklore
La
riviera dei Ciclopi, lungo cui si snoda il Parco Letterario Giovanni
Verga, è nota per le vicende mitologiche pervenuteci dai grandi poeti
dell'antichità: Omero e Virgilio. La leggenda vuole che i tre
faraglioni, situati lungo la costa di Acitrezza, siano i massi lanciati
da Polifemo, contro la nave di Ulisse che fuggiva, il gigante Polifemo
ritorna ancora nel mito di Aci e Galatea, geloso dell'amore tra i due
giovani il Ciclope uccide Aci scagliandogli addosso un enorme masso.
"L'Arcipelago" dei Ciclopi, intorno al 1750, diventa teatro di
una nuova e originale tradizione popolare rappresentata dalla pantomima
"U pisci a mari". La rappresentazione è legata ai
festeggiamenti in onore di San Giovanni Battista, patrono di Acitrezza,
che si svolgono ogni anno il 24 giugno. La pantomima rappresenta, con i
toni della parodia, l'antica arte della pesca del pesce spada. Tutta la
cultura , la storia, la tradizione di un popolo indissolubilmente legato
al mare, si trova in questa messinscena che per l'occasione riempie il
paese. Uno squarcio di vita quotidiana che ispirò in passato il verismo
di Verga.
I
Malavoglia
La
vicenda narrata si svolge tra il 1863 ed il 1875. il lento decadimento
di una famiglia, conosciuta da Ognina a Trezza col nomignolo di
Malavoglia, ma che nel libro della parrocchia si chiama Toscano. I
personaggi, legati ai pochi beni che possiedono, sono sottomessi alla
legge della miseria. Le loro azioni rispondono al dovere, all'onore, al
sacrificio e sottolineano il senso di rassegnazione in cui prevale
"l'ideale dell'ostrica" rappresentato da casa, lavoro e
famiglia che regola il loro esistere. Il dramma nasce dal contrasto tra
diverse concezioni di vita. Da una parte coloro che vogliono rompere con
la tradizione per trovare un riscatto umano: il nipote 'Ntoni.
Dall'altra i rappresentanti di una società arcaica, ostili ad ogni idea
di progresso, legati al passato: padron 'Ntoni. Grazie alla scrittura
sapente che riproduce alcune caratteristiche del dialetto (i
"motti"), il romanzo fa parlare il mondo raccontato. Un mondo
che non c'è più, che si fondava sulla figura del patriarca e trovava
il suo significato in poche cose semplici, come la casa del nespolo,la
barca della "Provvidenza", le strade impolverate di Acitrezza,
il carico di lupini che naufraga, i proverbi di padron 'Ntoni ricchi di
una saggezza che non serve più.
www.parchiletterari.it
U
pisci a mari - 16 - 25 GIUGNO 2005
La pantomima "U pisci a mari" è una tradizione popolare
trezzota che risale intorno al 1750, anno dell’inaugurazione della
statua lignea del Santo Patrono di Acitrezza, San Giovanni Battista.
Tale
pantomima è un rito propiziatorio, parodia della pesca del pesce spada
che si svolgeva anticamente nello stretto di Messina, dove un marinaio
da un’alta antenna (il "rais") piantata in mezzo ad una
barca, spia il pesce che passa per lo stretto; in un’altra barca a
lancia più piccola quattro marinai sono pronti al remo, e quando il
grido della guardia annuncia la comparsa del pesce essi vogano di tutta
forza: il "rais" dirige il corso, pronunziando parole in
dialetto, in modo che il cetaceo venuto sotto tiro, viene inforcato
furiosamente con la fiocina alla quale starebbe attaccato un capo di
canape fatto fermo sulla barca.
Il
pesce viene così ferito e s’inabissa tirandosi la corda, che è
sufficientemente lunga, ma ben presto muore e viene tirato su
rosseggiante fra le grida festose di altre barche di curiosi e di quello
che sta all’antenna che manda benedizioni, e che cambierebbe in
maledizioni o imprecazioni se il colpo dovesse fallire.
La
pesca del pesce spada rappresenta, per il popolo protagonista, la
continua lotta ingaggiata con gli elementi naturali, per sopravvivere in
una terra che come pane ha il pesce. Ad Acitrezza è precisamente questa
scena, che si vuole imitare, ma l’azione assume un che di comico, di
folkloristico, di esagerato.

Il
trezzoto che inventò il sorbetto. Nel
lontano 1660 un certo Francesco Procopio De Coltelli lasciò la natia
Acitrezza per conquistare Parigi, Non partì con un carico di lupini, ma
con uno speciale utensile che serviva a fabbricare sorbetti e granite.
Forte della tradizione in materia, importata secoli prima in Sicilia dai
lungimirati musulmani, Procopio capi che la specialità nostrana poteva
avere successo anche in altre parti del inondo. E così inventò la sua
ricetta vincente: lo zucchero al posto del miele (come nell'uso arabo) e
il sale mescolato al ghiaccio nelle giuste proporzioni per aumentarne la
durata.
Ma
non fu vita facile per il pescatore mancato. Passarono molti anni prima
che Procopio potesse mettere a punto un sorbetto doc, e ad ogni
tentativo fallito faceva ritorno nella sua Acitrezza e scoraggiato
prendeva il largo, oltre i Faraglioni. Ma in quel fatidico 1660 riuscil
finalmente ad aprire il suo primo caffè-gelateria nella capitale
transalpina, addirittura con la benedizione del sovrano Luigi XIV, il
mitico Re Sole, il quale era rimasto deliziato dal gusto "rnediterraneo"
dei suoi sorbetti. La sua fama si propagò velocemente, al punto che
dovette ampliare il suo locale e trasferirsi alla rue de l'Ancienne
Cornédie Francaise, aprendo il famoso Cafè Procope. Il gelataio
trezzoto divenne così Francois Procope De Couteaux, fu invitato alla
corte di Versailles per ricevere dal re un ambito riconoscimento:
"le Iettere patenti", una sorta di concessione esclusiva per
produrre le cosiddette "acque gelate" (l'odierna granita), e
poi gelati di frutta, "fiori d'anice e di cannella" e gelati
al succo di limone e d'arance.
Un
secolo più tardi sarebbe nato anche il celebre "Cafè Napolitainse"
del partenopeo Tortoni.
E
le vicende di questi due bar italiani si sarebbero incrociate più
volte, luoghi che testimoniano grandi eventi storici e culturali, che
lasceranno il segno in Europa.
Il
Café Procope diventerà il ritrovo ideale di illuministi di grande
fama, quali Voltaire, Rosseau, D'Alembert, Diderot; si dice che alcuni
di loro abbiano lasciato manoscritti, tutt'oggi consultabili a chi abbia
voglia di visitare questo locale, nel cuore del quartiere latino di
Parigi. Non solo. Negli anni della rivoluzione francese il bar sarà
frequentato dai capi del movimento giacobino, dai vari Roberspierre,
Danton, Marat e Saintjust; qualche storico francese sostiene che sia
stato anche teatro di omicidi durante gli anni del terrore. E invece,
trent'anni dopo, nel vicino Cafè Tortoni, si davano appuntamento il
sommo Gioacchino Rossini e un giovane siciliano, di Catania, che aveva
appena composto un'opera che avrebbe scosso definitivamente il
melodramma europeo. Il dramma musicale in questione è "I
Puritani", e l'artista è quel tale Vincenzo Bellini, giovane di
belle speranze che suscitava l'ammirazione del grande autore di
"Barbiere di Siviglia". Rossini preferiva le paste napoletane
del "Tortoni", mentre Vincenzino avrebbe sicuramente gustato
una granita di limone nel "Procope", fondato da quel
conterraneo venuto da Acitrezza.

|
Manifestazioni
-
aprile – maggio Concorso di pittura estemporanea “Piazza d’Arte”
(mostra
itinerante per 4 domeniche, una in ogni frazione)
Rappresentazioni
teatrali
-
25 agosto Le Verghiane (rappresentazioni teatrali di opere e novelle del
Verga) – Acitrezza
-
25 agosto Presa del Castello.
Rappresentazioni in costume delle gesta di Re Martino -
23 settembre Per la rassegna
verghiana “Lungo i sentieri di Trezza” (di G. Ferro).
Drammatizzazione delle gesta dei protagonisti dei “Malavoglia”
all’interno della casa del Nespolo.
Rappresentazioni
musicali
-
luglio Rassegna di musica Jazz -
agosto “Musicastello” rassegna
internazionale di musica classica da camera sul castello che offre una
cornice straordinariamente magica. (manifestazione itinerante lungo
l’itinerario dei castelli della provincia Etnea). Il successo della
rassegna dipende sicuramente anche dalla scelta di programmi musicali,
sempre affidati ad esecutori di grande livello. Rivolti non soltanto
agli intenditori e cultori, ma accessibili ad un vasto pubblico.
Feste
religiose -
15 gennaio Festa patronale di S. Mauro (Acicastello)
-
24 giugno Festa patronale di S. Giovanni Battista (Acitrezza)
-
15 – 23 luglio Edizione estiva della festa in onore di S. Mauro -
22 agosto Festa dell’Immacolata (Cannizzaro)
-
1ª domenica d’agosto Festa
Madonna della Provvidenza (Ficarazzi)
Tradizioni
locali
- 24 – 25
giugno Pantomima “U pisci a
mari” durante la festa di S. Giovanni (Acitrezza)
Manifestazioni
sportive
- Traversata
Nazionale “Trofeo Riviera dei Ciclopi” (percorso di circa 3 miglia,
Torre Normanna – Isola Lachea e ritorno) valevole come prova per
designare il campione italiano del “Grand Prix di Fondo”.
Sagre
- fine luglio
Sagra del Pesce “Il Padellone” – durata 2 giorni –
- agosto Sagra
del Pane Condito
- 8 e 9 agosto
Sagra del Polpo
Notizie
Utili
Azienda
Soggiorno e Turismo di Acicastello Tel. 095-604521 opp. 605372
Museo
del Castello: p.zza Castello - Tel. 095-271026 - Chiuso Lunedì.
Ristoranti,
pizzerie e pub:
Al
Gattopardo - Via Litteri, 88 - Tel.
095-711.6111
- Da
Federico - p.zza Verga - Acitrezza - Tel. 095-276364 - Holidays
Club - Via dei Malavoglia - Acitrezza - Tel. 095-711.6811
- La Bettola - Via IV Novembre, 65 - Tel. 095-271596 - Selene
- Via Mollica - Tel. 095-494444
- Il
Gabbiano - Piazza
Giovanni Verga Tel. 095276117
I
Malavoglia - Lungomare
dei Ciclopi, 167 Tel.
0957116556 - Il Nespolo
Via Provinciale, 276 Tel.
3489127823
Da Gaetano
P.za
Verga, 119 Tel.
095276342 - La Cambusa del
Capitano Via
Marina, 65
Tel.
095276298
Lachea
P.za
Verga, 1 Tel.
095276537 - Nuovo Polifemo
Via Maganuco, 2
Tel. 095276814
Galatea
Via Livorno, 146/a
Tel.
095277913 - Villa Eden
Via
Provinciale, 295 Tel.
095277201
I FaraglioniLungomare
Ciclopi, 109 Tel.
095276067 - Il Classico
Via
Provinciale, 66 Tel.
03394113835
Il Canguro
Via Scalazza, 27/pl.A
Tel.
095276277 - Baia Blu
P.za
Principe Campo Fiorito, 4 Tel.
0957116518
L'Arcobaleno
Via
Provinciale, 212 Tel.
0957116635 - Europa
Via
Provinciale, 5/e Tel.
0957116038
Da Pellegrino
P.za
G. Verga, 5 Tel.
095276060 - Pizza Fantasy
Via
Provinciale, 312 Tel.
0957116221
L'Aragosta
Lungomare
Ciclopi, 157 - Birra a Gò Gò
Via
Provinciale, 11/a
Il Tramezzino
Via
Provinciale, 213 Tel.
0957116581 -
Vicolo Cieco
Via
Provinciale, 45 Tel.
095276505
Alberghi:
Baia
Verde - Via Angelo Musco,8 - Tel. 095-491522
- President
Park Hotel - Via Litteri, 88 - Tel. 095-711.6111
Sheraton
Catania - Via A. da Messina, 45 - Tel. 095-271557
- Galatea
Sea Palace - Via Livorno, 146 - Tel. 095-711.6902
I
Faraglioni - Acitrezza - Via Lungomare, 115 Tel. 095-276744
- Lachea
- Acitrezza ss.114 - via Dusmet, 4 Tel. 095-276784
Eden
Riviera - Acitrezza - Via Litteri, 57 - Tel. 095-277760
|

Poco
più di mille anni prima di Cristo, una sanguinosa guerra fra Greci e
Troiani sconvolse molte città dell'Ellade. Valenti guerrieri di ambedue
gli schieramenti si batterono con coraggio e valore per dieci lunghi
anni. Malgrado l'audacia e l'ardimento dei combattenti, il conflitto non
accennava a volgere a termine.
Un
prode ed astuto combattente del campo greco, Ulisse, re di Itaca,
escogitò un piano che consenti di rovesciare le sorti della guerra.
Fece costruire un enorme cavallo di legno, lo portò in prossimità
delle mura di Troia, dicendo che i Greci intendevano togliere l'assedio
e lasciavano il cavallo come dono di ringraziamento per la dea Minerva.
I
Troiani, che non potevano sospettare quale inganno si celasse
all'interno del cavallo, accettarono il dono e lo introdussero in città
fra feste e canti.
Nottetempo,
mentre i Troiani, felici, festeggiavano la partenza dei loro nemici, un
numero imprecisabile di soldati uscì dall'enorme pancia del cavallo con
armi in pugno. In breve la città fu messa a ferro e fuoco ed i Troiani
furono sconfitti.
Dopo
dieci anni, la guerra si concludeva grazie all'astuto inganno di Ulisse.
I Greci vincitori si spartirono il bottino e fecero vela per rientrare
in patria. Proprio per Ulisse, l'ideatore del cavallo di legno, il
destino aveva riservato un lungo viaggio di ritorno, pieno di pericoli e
disavventure.
La
sua flotta, spinta dai venti e dalle tempeste, giunse in Africa
settentrionale e da lì, approfittando dell'Austro, il vento che spira
dal sud, raggiunse la Sicilia. Ormeggiate le navi, scese a terra con
dodici marinai per far provviste. Portava con se oggetti da barattare e
fra questi anche alcuni otri di vino.
Arrampicandosi
su per un ripido sentiero di montagna, il gruppo raggiunse una grotta.
Ulisse fece segno ai compagni di fermarsi, guardò attentamente verso
l'interno aguzzando la vista, ma la penombra non gli consentì di
distinguere quel che c'era dentro. Spinto della curiosità decise di
entrare. I suoi, a spada tratta, lo seguivano dappresso, pronti ad
intervenire ad ogni minimo segno di ostilità.
Poco
oltre la soglia della caverna, c'era un rudimentale focolare, con delle
pietre disposte in cerchio. La cenere e i tizzoni freddi dimostravano
che la grotta era abitata e che il padrone di casa era uscito da tempo.
I
dodici si scambiarono qualche commento, poi, più curiosi che mai,
entrarono in quella strana abitazione.
Andavano
avanti con prudenza, esaminando attentamente ogni angolo. Sulla destra,
seminascosto nella penombra, un enorme giaciglio, fatto di paglia,
foglie secche e pelli di animali,confermava l'uso della caverna come
dimora abituale di qualcuno. A prima vista tutto sembrava normale,
tuttavia la sproporzionata dimensione del pagliericcio incuriosì i
dodici visitatori. Infatti era così grande che avrebbe potuto ospitare
un uomo ben tre volte più alto del normale. Questo non spaventava per
nulla i dodici prodi, che abituati ad affrontare situazioni ben più
pericolose, più che preoccupati, erano curiosi di conoscere lo
smisurato inquilino.
Continuarono
ad addentrarsi per una decina di passi, senza scorgere alcun segno
d'anima viva. Intorno c'era un gran silenzio e nell'aria si sentiva un
forte odore di sterco di capra, che faceva capire quale attività
svolgesse lo strano abitante della caverna. Più avanti, in un angolo
buio, disposte ordinatamente in fila, delle enormi provole pendevano da
un'asta di legno fissata orizzontalmente fra due pareti. Sotto di esse,
poggiate sopra un piano, c'erano svariate forme di formaggio. Tutti
questi elementi confermavano che doveva trattarsi della dimora di un
pastore. Tuttavia, ciò che lasciava perplessi i dodici era la
sproporzionata dimensione dei vari oggetti.
Non
riuscendo a farsene una ragione, Ulisse ed i suoi compagni si erano
fatti più guardinghi. Per precauzione procedevano carponi, per non
farsi scorgere, nel caso ci fosse stato qualcuno nascosto da qualche
parte.
Nella
grotta, invece non c'era proprio nessuno. C'era soltanto un assoluto
silenzio, che faceva aumentare il nervosismo, e tanto cattivo odore di
escrementi di capra che rendeva l'aria insopportabile.
Al
tramonto, s'udì il ritmico tintinnare di un campanaccio. I dodici si
sentirono rincuorati. Dopo ore d'attesa, finalmente giungeva qualcuno.
Uno
del gruppo andò sull'uscio e guardò verso l'esterno. Un gregge,
guidato da un grosso ariete, risaliva lungo il pendio e si dirigeva
proprio verso la grotta. Il pastore procedeva lentamente, per ultimo,
portando sulle spalle un agnellino. Vestiva una pelle d'animale che gli
lasciava scoperta la spalla destra. L'osservatore, lo guardò bene e
rimase sorpreso per la sua enorme statura. Impaurito, corse subito ad
avvertire i compagni.
I
dodici greci, nel vedere quell'omaccione, si guardarono in faccia
sbalorditi. Uno di essi suggerì di darsela a gambe prima che arrivasse
il padrone di casa. Ma il consiglio fu subito scartato, poichè ormai il
pastore era così vicino che si sarebbe sicuramente accorto della loro
presenza e li avrebbe acciuffati con molta facilità. Non restava che
nascondersi nel punto più buio della grotta ed aspettare.
Intanto
il gregge aveva raggiunto l'ingresso e come un fiume in piena, dilagava
all'interno della caverna. Le capre, nel massimo disordine, raggiunsero
l'angolo a loro riservato e, belando, rimasero ferme, in piedi, in
paziente attesa della mungitura. Per ultimo giunse il pastore. Appena
dentro, si guardò intorno per assicurarsi che le bestie fossero entrate
tutte, poi chiuse l'accesso facendo rotolare un grosso macigno, tanto
pesante che neppure dodici buoi sarebbero stati capaci di smuovere.
|
Sarde
a beccaficu Ingredienti: 24 sarde ( o alici ) 150 gr di
pangrattato secco 50 gr di pangrattato fresco 100 gr di pinoli
tritati 100 gr di uva sultanina ( uva passa ) una cipolla un
cucchiaino di zucchero mezza bustina di zafferano poche foglie
di alloro olio d'oliva sale e pepe q. b. un bicchierino di
aceto. Preparazione: tagliare la testa alle sarde, spinarle,
avendo cura di lasciare la coda attaccata e intatta. Bagnare il
pangrattato secco con un poco di acqua e di aceto. Dopo averlo
strizzato bene, unirvi i pinoli tritati e l'uva sultanina
tritata, precedentemente fatta rinvenire in acqua. Spalmare
questa farcia sulle sarde e arrotolarle formando dei piccoli
involtini. Disporre gli stessi in una teglia sopra un "
letto " di fette di cipolla e foglie di alloro .
Cospargerli, infine, con il pangrattato fresco, un cucchiaino di
zucchero, ½ bustina di zafferano, un filo di olio, sale e pepe
q. b. Infornate a 180°C per 15 minuti. Servitele tiepide con
fette d'arancia se volete.
|
Intanto
Ulisse si era rannicchiato in un cantuccio buio insieme ai compagni e da
lì, sicuro di non potere essere scoperto, osservava attentamente quel
che succedeva.
Il
pastore si avvicinò al focolare, prese alcuni rami secchi e li accese,
poi si chinò e soffiò sul fuoco per ravvivare la fiamma. A quel punto
una vampata gli illuminò il volto. Non appena lo videro, i dodici si
guardarono atterriti. Non avevano mai visto un viso così orribile. Il
gigantesco pastore non aveva due occhi, come tutti gli esseri normali,
ma uno soltanto, sormontato da un enorme sopracciglio nero che gli
attraversava quasi tutta la fronte.
Adesso
era tutto chiaro. Erano capitati nella terra dei Ciclopi, un popolo di
giganti con un solo occhio, che viveva di pastorizia. Questi esseri
giganteschi si cibavano di prodotti caseari, ma, di tanto in tanto, non
disdegnavano dei bocconcini di carne umana. Quello nel quale erano
incappati i prodi greci si chiamava Polifemo ed era il più vorace di
tutti.
Il
Ciclope, che non si era accorto della presenza degli intrusi, continuò
a svolgere le normali attività di ogni giorno. Munse una capra, poi
prese un pentolone lo riempì di latte e lo mise a scaldare sul fuoco.
Appena pronto, lo versò dentro una grossa scodella e lo bevve tutto
d'un fiato, quindi prese del formaggio e lo mangiò avidamente, a grossi
bocconi.
Mentre
compiva quasi meccanicamente questi semplici gesti, il suo unico occhio
continuava ad osservare distrattamente, di qua e di là, senza alcun
interesse particolare. Il caso volle che il suo sguardo andasse a
posarsi nell'angolo buio, proprio dove erano nascosti i dodici. Non
appena li vide, colto dalla sorpresa, diventò furente. D'istinto s'alzò
in piedi e strinse i pugni per la rabbia. L'occhio, roteando
nervosamente, fissava guardingo a destra e a manca, come se cercasse
qualche altro intruso nascosto chissà dove. Se avesse avuto sottomano
uno di quei malcapitati, sicuramente lo avrebbe stritolato.
Dopo
alcuni attimi, quando si rese conto che nella grotta c'erano solo quei
dodici, puntò lo sguardo su di loro e con voce possente, tuonò:
"Chi siete ? Cosa fate qui ? Come siete entrati ?"
Lo
scaltro Ulisse si fece coraggio e uscì dal nascondiglio trascinando un
otre di vino. Fece qualche passo verso il Ciclope e, con tono
persuasivo, gli disse di chiamarsi Nessuno, che aveva combattuto nella
guerra di Troia insieme ai suoi compagni e gli chiedeva ospitalità solo
per una notte. Poi gli si avvicinò, gli pose l'otre ai piedi dicendo
che era un dono portato espressamente per lui e lo ringraziava anche a
nome dei compagni per l'ospitalità che gli avrebbe concesso.
Evidentemente
le parole di Ulisse non furono troppo convincenti, poichè il gigante,
per nulla preoccupato di rispettare i doveri d'ospitalità, non rispose
neppure. Con la sua enorme mano abbrancò due uomini del gruppo e li
uccise sbattendoli con violenza contro una parete, poi se li mise in
bocca e li pasteggiò di gusto, sotto lo sguardo sgomento degli altri.
L'astuto Ulisse, fingendosi indifferente davanti a tanta atrocità, aprì
l'otre, riempì una grossa scodella di vino e gliela offrì. Polifemo la
prese, guardò attentamente il contenuto, poi lo annusò, quindi,
convintosi della bontà della bevanda, la tracannò tutta d'un fiato.
Soddisfatto emise un sonoro sospiro per sottolineare che ne aveva
apprezzato il sapore e si asciugò le labbra sbavanti con il dorso della
mano.
Il
gusto del buon vino greco dovette riuscirgli gradevole, poichè, con la
scodella in mano, il braccio teso ed eloquenti grugniti, fece capire che
ne voleva ancora. Lo scaltro Ulisse assecondò prontamente il suo
desiderio riempiendogli una seconda scodella. Polifemo la bevve e, con
voce alterata per effetto dei fumi del vino, rivolgendosi al suo
coppiere, gli disse:
"Tu,
Nessuno, mi sembri più coraggioso degli altri. Per premio ti mangerò
per ultimo!". Poi bevve una terza scodella, una quarta, una quinta,
finchè stramazzò sul pagliericcio completamente ubriaco e si addormentò
profondamente.
A
quel punto i dieci del gruppo avrebbero potuto ucciderlo con estrema
facilità, ma non avendo la forza di smuovere l'enorme macigno che
chiudeva la caverna, sarebbero rimasti intrappolati. Così decisero di
trovare uno stratagemma che permettesse loro di farsi aprire l'uscio
della grotta dallo stesso Polifemo.
Rimasero
svegli per tutta la notte, pensando al modo migliore per vendicare ì
compagni uccìsi e per fuggire. Trascorsero ore ed ore discutendo, senza
arrivare ad una conclusione vera e propria, fino a quando una fioca luce
cominciò a filtrare attraverso un tenue spiraglio fra il macigno e le
pareti dell'ingresso.
Gli
animali sottolinearono l'arrivo dell'alba con un insistente corale
belato, che svegliò il padrone di casa. Ulisse ed ì suoi, prevedendo
che il nuovo giorno non sarebbe stato tanto fortunato, sì nascosero fra
gli animali.
Polifemo
si sedette pigramente sul gìaciglio, si stiracchiò le braccia
emettendo un sonoro sbadiglio, poi, ancora pieno di sonno, si alzò e si
dìresse verso il gregge con sguardo assente. Non era ancora
completamente sveglio e, muovendosi automatìcamente, si avvicinò ad
una pecora e la munse. Riempì un'intera scodella di latte, che bevve
ingordamente, mentre era ancora caldo. Poi si guardò intorno con
insaziabìle appetito, alla ricerca dei suoi gustosi ospiti. Non appena
li vide tese la mano e ne afferrò due. Con la stessa freddezza della
sera precedente, li uccise fracassandoli contro una parete, e li mangiò
sotto gli occhi atterriti degli altri.
Quando
fu sazio, si avvicinò all'ingresso e con estrema facilità fece
rotolare il grosso macigno. Un abbagliante fascio di luce intensa
illuminò l'interno della caverna. Gli animali, ansiosi di raggiungere
il pascolo, facendo ressa sull'uscio, in breve uscirono tutti, sotto il
vigile controllo di Polifemo, che, prontamente, richiuse l'ingresso, in
maniera da impedire al gruppo dei prodi greci di squagliarsela.
Adesso
Ulisse ed i suoi erano rimasti soli nella grotta. Questo dava loro il
grande vantaggio di esamìnare accuratamente ogni angolo e di prendere
in considerazione ogni opportunìtà per battere Polifemo.
Perlustrarono
l'ambiente in lungo ed ìn largo. Oggetti, attrezzi e quant'altro
potesse tornare utile al loro scopo fu analizzato con cura. Poggiato ad
una parete, lo scaltro re di Itaca vìde un grosso palo ricavato da un
solìdo ramo d'ulivo. Lo scrutò attentamente, ne constatò la
robustezza, poi rimase in silenzio, a riflettere sull'uso che ne avrebbe
fatto. Dopo qualche minuto di attenta riflessione, ordinò di appuntirne
una delle due estremità e di nasconderlo sotto lo sterco, poi spiegò
ai compagni il suo piano.
Verso
il tramonto giunse il Ciclope. Più ansioso che mai di gustare quegli
ottimi filetti di carne umana, aprì l'ingresso della caverna, fece
entrare il gregge, munse una capra ed accese il fuoco sul quale mise a
scaldare una scodella di latte.
|
La
leggenda vista da Litterio
Litterio:
Sig. La Rosa, mi lassassi stari, non mi dicissi nenti ca ancora
mi batte il cuore e mi pussano le vene e mi tremano le gambe...,
ho fatto gli esami! e se cci dico come è finita, lei manco cci
crede .... . è successo che tutto il mondo è rimasto senza
parole, con la bocca aperta, ca pecchè non se lo aspettava
nuddo uno schezzo di questo, non ci credevo ai miei vavarelli
quannu ho liggiuto "Litterio Scalisi: sbocciato ".
Sig. La Rosa, dal dispiacere mi hanno m'pannate le corna degli
occhi, ho avuto un furrioni di testa e ho svenuto, ca se lei mi
dava un pizzilone io non lo sentivo e in quel momento preciso ho
pinzato... "mi buttano ammezzo a una strada, io mi oppongo
a questa sbocciatura. io cci faccio causa..."
La
Rosa: ma a chi fa causa, scusi?
Litterio:
ancora no sacciu ma a qualcuno u dinunziu;... il dispiacere ca
mi ho preso, e tutti l'amici miei.. i parenti..i canuscenti... i
vicini i casa, una collira di mortu! Mi hanno fatto persino le
condoglionanze comu lutto, mi hanno mannato littri di
solitudini,... telegrammi,... pacchi.
La
Rosa: che cosa le hanno domandato all’esame??
Litterio:
mi parli dell'uomo crectus, "L'uomo
ci dissi iù è
un uomo... bello... normale, ma se incontra ppe caso una donna
ca è una casa di salute, di botto addiventa homo erectus, senza
viagra. Poi mi dissi: mi parli di Creta..."Creta cci nn'è
assai nda parti do Librinu e San Giorgio...
"E
allora Corfù"??... mi disse iddu
“Corfù
a fari chiccosa? ? " cci dissi iù
Poi
all'ultimo mi disse: “parlami della Macedonia”
“In
che senso?” ci dissi iù.
“Mi
parli dell'antica Macedonia e mi dica almeno quattro nomi di
"dei"
Diana:
Dea dè sigaretti, Minerva: Dea dei posperi; Mercurio: Dei
termometri; Pollo Ca quannu mossi cu vuleva l'ala, cui petto,
cui a coscia... "
. Per completare l'opira, mi
addomandò: “Parlami di Ulisse".
Iù,
ca a storia di Ulisse a conoscevo megghio dei miei taschi u
taliai 'ntrigno 'ntrigno nelle palle degli occhi e ci scattiai
tuttu così 'nda facci, u
dubbai... "Ulisse era mpiscatore ca un giorno passò da
Trizza per fare una chilata di pesce azzurro ma appoi vedendo
quella bella vista do mari coi Faracoglioni, ci fici u cori
nicchi nacchi, pecciò attraccò a vacca e si frimmò.
Non
ava abbiatu ancòra l’ancora ca si prisintò il guardiano del
faro, un certo Poli Fremmo. U veru nomu veramenti era Poli, sulu
ca siccomu quannu era nicu era troppu tostu, so nanna ci diceva
"Poli, Fremmo... " e ci 'arristau 'Poli Fremmo "
Questo
Poli Fremmo era molto più alto di lei, signor La Rosa, e poco
poco... più alto di mia......e quanno tuppuliani a so potta,
dissi "Cu ieee?"
Ulísse,
appena visti a Poli Fremmo ci desi 1000 lire ppò posteggio da
barca e ci dissi; "tè ccà, dacci n'occhiu!" Poli
Fremmo, ca giustu giustu era orbu di n'occhio, si offese e
accuminiò a fari comu m’pazzu:
pigghiò due marinari ca erunu con Ulisse, e sì calò a tipu
masculini cruri. Ulisse, arrivò a scappari, pigghiò u remu e
ci spunnò l'autru occhiu e finì ca Poli Fremmo mischinu,
macari vulennu, non potti chianciri mancu ccu n'occhiu.
Basta,
doppu tanti petrapezie Ulisse arrivò a so casa. A casa però si
pigghiò bello dispiaciri, un dispiaciri di chiddi ca ti fanu
caminari cca testa bassa in quanto in cui attruvò a so
mugghieri ccu tanti froci...
La
Rosa: Proci!
Litterio:
Sù erunu Proci no
sacciù! Però assumigghiavanu tutti pari a Ciiicciu... Comu
Ulisse visti a so muggheri con tutti ddi froci si misi manu 'e
capiddi, pigghiò pi 'mpegnu 'ncavaddu e ci u 'mannò a so
muggheri. So muggheri comu visti du bellu cavaddu ci arrirenu
l'occhi. Ulisse invece si pigghiò di nervi, nisciu l'accendino
e ci desi a focu. Appoi con l'uccellulare ci telefonò a so
muggheri e ci disse: "Troia,... brucia... chiama i pumperi
".
A
stu puntu il maestro membro interno, si alzò con gli occhi di
fora e mi fici una voltariore domanta: "Come si chiamava il
figlio di Ulisse?
Iù
ddocu mi alzai di scattu, lo fissai, mi fissò e ci dissi:
"Mi si acconsenta, signò maestro, ma ci devo fare annotare
che Ulisse, il matologico Ulisse che lei sta pallando, figli
n’aveva dui e no uno come dici lei…. due…. unu masculu e
una fimmina.
U
masculi si chiamava Telecom, a fimmina Teletna.
|
I
prodi greci, che ormai si erano ridotti ad otto, presi dalla paura,
cercarono di nascondersi nell'angolo più buio. Ciascuno di loro pregava
ardentemente tutti gli dei dell'Olìmpo perchè non fosse trasformato in
cena per il Ciclope. Neppure Ulisse, al quale era stato detto che
sarebbe stato mangiato per ultimo, si sentiva al sicuro.
Quando
lo sguardo di Polifemo si soffermò nel nascondiglio, gli otto si
sentirono raggelare il sangue. Due di loro, da lì a poco, avrebbero
fatto la medesima atroce fine dei loro compagni uccisi il giorno
precedente. Malgrado la paura, però, non s'udì un lamento o
un'imprecazione. Tutti rimasero fermi al Toro posto, in attesa che il
destino si compisse.
Inesorabile,
la gigantesca mano del mostro si avvicinò a quei poveretti, ne afferrò
due e, con il solito macabro rituale, li uccise e li mangiò.
A
quel punto, Ulisse si fece avanti con un otre pieno dì vino. Lo aprì e
riempì una scodella. Il Ciclope la afferrò e bevve tutto d'un fiato,
poi chiese dell'altro vino. Con smisurata avidità tracannò circa sei
scodelle colme fino all'orlo, finchè, completamente ubriaco, stramazzò
sul pagliericcio e dormì profondamente.
Per
i sei eroi era giunto il momento di vendicare i compagni uccisi e di
liberarsi dalla crudele prigionia. Cautamente, Ulisse si avvicinò al
mostro e, sentendolo russare sonoramente, si rese conto che il vino lo
aveva reso innocuo per un bel po'. Quando ritenne di potersi muovere con
una certa sicurezza, ordinò ai suoi compagni di prendere il palo di
legno nascosto sotto lo sterco e di metterlo sul fuoco per arroventarne
la parte appuntita.
Dopo
una decina di minuti, la punta diventò incandescente. A quel punto
Ulisse e gli altri cinque sollevarono il palo, si avvicinarono a
Polifemo, che dormiva saporitamente, e, tutti insieme, concentrando al
massimo i loro sforzi, gli conficcarono la punta infuocata nell'occhio.
Nella
grotta echeggio un urlo bestiale. Il Ciclope in preda ad un atroce
dolore, si dimenava nel tentativo di liberarsi, mentre i sei, per creare
un effetto più devastante, spingevano e facevano ruotare il palo dentro
l'orbita. L'occhio, ormai spappolato per effetto del colpo ricevuto,
emetteva un crepitio come se friggesse, mentre nella grotta, pervasa dal
fumo e da un odore acre di carne bruciata, l'aria era diventata
irrespirabile.
-
Si compiva così l'anatema della ninfa Galatea. -
Eseguita
l'azione, i sei marinai si allontanarono rapidamente nell'angolo più
oscuro della caverna per non farsi acciuffare. Polifemo, dolorante,
continuava a gridare, mentre con ambedue le mani tentava di sfilarsi il
palo dall'occhio. A viva voce chiamò i suoi amici Ciclopi, che giunsero
in breve tempo. Lungo il pendio che portava all'ingresso della grotta se
ne radunarono almeno una ventina, pronti ad intervenire in aiuto del
loro compagno. La Toro presenza creò qualche attimo di tensione fra i
Greci. Infatti, se i giganti fossero entrati nella grotta, per loro
sarebbe stata la fine.
"Polifemo,
perchè ti lamenti ?", urlò uno dei Ciclopi dall'esterno.
"Nessuno
mi acceca!", gli rispose dolorante Polifemo con voce roca e
cavernosa.
"Se
nessuno ti acceca, perchè ci fai alzare in piena notte?"; e
credendo che il loro compagno fosse in preda ad un incubo, si
allontanarono seccati.
Quando
giunse l'alba, malridotto e dolorante com'era, Polifemo avrebbe
preferito restarsene coricato, ma l'insistente belato del gregge lo
convinse ad andare al pascolo. Come al solito rimosse il macigno che
chiudeva l'ingresso e si mise sulla soglia. Per evitare che i
prigionieri fuggissero, palpava accuratamente il dorso delle pecore man
mano che uscivano.
Lo
scaltro Ulisse, che aveva considerato ogni evenienza, legò i suoi
compagni sotto il ventre degli arieti più grossi, mentre egli stesso si
aggrappò sotto il lanoso capomandria. Con quest accorgimento, malgrado
il Ciclope verificasse col palmo della mano il dorso degli animali, non
potè accorgersi della fuga dei suoi ospiti.
-
Ancora una volta l'astuzia di Ulisse aveva avuto la meglio sulla forza.-
Appena fuori dalla grotta, il gruppo dei sei corse precipitosamente
verso la nave, dove l'equipaggio aveva gia preparato tutto per la
partenza. Aiutandosi con la vela e con i remi, in breve tempo le navi si
allontanarono dalla costa.
Intanto
Polifemo, che aveva intuito quel che era successo, andando avanti a
tentoni, cercò di raggiungere i fuggitivi, ma ormai era troppo tardi.
Le imbarcazioni si dirigevano velocemente verso il largo. A quel punto,
Ulisse, sentendosi sicuro di non poter essere raggiunto, dalla prora
della nave, con tono di scherno e non senza una buona dose d'orgoglio
per averla fatta franca, rivolgendosi al Ciclope, gli urlò "Polifemo!
se qualcuno dovesse chiederti chi ti ha accecato, dirai che non è stato
nessuno, ma Ulisse, re di Itaca!".
Il
Ciclope era fuori di se. Livido di rabbia, concentrò i suoi sforzi,
afferrò la cima di una collina e la scagliò verso la direzione dalla
quale veniva la voce di Ulisse.
Il
gesto non ebbe alcun effetto. La nave fluttuò lievemente per le onde
prodotte dalla caduta in mare del macigno e proseguì con la vela
spiegata. Polifemo non si diede per vinto. Afferrò la cresta di
un'altra collina e la scagliò contro le navi. Ma anche questo tentativo
fallì miseramente.
-
Gli increduli possono verificare: le cime delle colline sono ancora lì,
nel mare di Acitrezza, a poche centinaia di metri dalla costa -.
In
preda allo sconforto, Polifemo aprì le braccia al cielo ed invocò suo
padre Poseidone, il dio del mare.
"Padre
- implorò il Ciclope - fa che Ulisse soffra come io sto soffrendo e
giunga in patria dopo infinite peripezie, senza navi e senza
compagni".
Invece,
Ulisse ed i suoi, con vento favorevole, in meno di un giorno di
navigazione giunsero nelle isole Eolie, dove dimorava Eolo, il dio dei
venti.
L'accoglienza
fu sincera e calorosa. Il signore dei venti ospitò lui e l'equipaggio
per un mese intero nella sua reggia. Quando fu il momento della
partenza, Eolo voile fargli un grande dono. Gli regalò un otre
contenente tutti i venti eccetto uno: il vento di ponente, grazie al
quale la nave sarebbe stata spinta fino all'isola di Itaca. Nel
consegnargli l'otre, gli raccomandò di non aprirlo per nessuna ragione,
altrimenti i venti sarebbero usciti e, spirando tutti insieme, avrebbero
causato una terribile tempesta. Ulisse lo ringraziò e ripose l'otre in
un angolo della stiva, poi si preparò a salpare.
La
partenza fu favorita da una dolce brezza, l'unica che potesse spirare,
poichè gli altri venti erano chiusi dentro l'otre. Il mare era calmo e
la prua fendeva l'acqua, sollevando due onde schiumose che lambivano le
fiancate, lasciando una lunga scia dietro la nave.
Dopo
due settimane di tranquilla navigazione, la nave giunse in vista
dell'isola di Itaca. Erano trascorsi più di dieci anni dalla partenza
ed i reduci della guerra di Troia erano lieti di rivedere finalmente la
loro patria, i loro familiari, la loro casa. L'equipaggio era ansioso di
arrivare. I vogatori con gli occhi bassi ed i nervi tesi,
spingevano sui remi con tutta la loro forza. Sulla nave c'era un
gran fermento. Qualcuno recitava orazioni per ringraziare gli dei, altri
si apprestavano a preparare la nave per l'ormeggio, altri ancora
radunavano le loro cose per essere fra i primi a sbarcare.
Quando
mancava ormai poco tempo all'arrivo, improvvisamente, Ulisse sentì gli
occhi chiudersi per un'inspiegabile stanchezza. Un sonno pesante scese
su di lui costringendolo a sedersi in un angolo e a dormire
profondamente. Nettuno, che non aveva dimenticato le implorazioni del
figlio Polifemo, stava mettendo in atto la sua vendetta. Mandando ad
Ulisse un sonno pesante, gli aveva tolto il controllo della nave.
Intanto
i compagni, che per tutto il viaggio avevano sospettato che dentro
l'otre ricevuto in dono da Eolo ci fosse del vino, approfittarono del
sonno del loro capo, per aprirlo e brindare alla conclusione del
viaggio.
Non
appena l'ultimo laccio che chiudeva l'otre fu sciolto, i venti uscirono
tutti insieme e presero a spirare ognuno per la sua naturale direzione.
All'istante, turbini violentissimi sollevarono onde gigantesche; si
scatenò una burrasca che infuriò per giorni e giorni con inaudita
violenza. Le navi furono sballottate di qua e di là. Alcune si
inabissarono, altre, malridotte, continuarono a vagare per i mari per
dieci lunghi anni, finchè il fato non fu compiuto.
"
[…] Ciclope, io dissi con lo sdegno in petto,
Se
della notte, in che or tu giaci, alcuno
Ti
chiederà, gli narrerai che Ulisse,
D'Itaca
abitator, figlio a Laerte,
Struggitor
di cittadi, il dì ti tolse.
[…]
Sollevò un masso di più vasta mole
E,
rotandol nell'aria, e una più grande
Forza
immensa imprimendovi, lanciollo.
Cadde
dopo la poppa, e del timone
La
punta rasentò: levassi al tonfo
L'onda,
e il legno coprì, che all'isoletta
Spinto
dal mare, subitamente giunse."
(Omero
- Odissea, libro IX)
Secondo
il racconto che Ulisse fa dei suoi viaggi ai Feaci (Od. IX-X), la cui
isola, Scheria, sin dall'antichità si identificò con Corcira.(Corfù)
(G. De Sanctis), quando, al ritorno da Ilio, sta per doppiare il Capo
Malea, un vento che viene da Nord lo respinge indietro lungo Citera (Cerigo):
Al 10° giorno approda al paese dei Lotofagi (IX, vv. 103-133). Gli
antichi lo collocavano sulle coste della Libia; talora invece nei pressi
di Agrigento e Camarina., come pensano anche il Columba ed il Pace. I
Greci gustano i germogli del loto offerti dagli indigeni e dimentichi di
tutto vorrebbero restare. A stento Ulisse li fa imbarcare e ripreso il
viaggio per mare. giunge nella terra dei Ciclopi , localizzata sin
dall'antichità presso l'Etna.. Vicino alla costa c'è un'isoletta
boscosa, abitata solo da capre. Attraccano nel porto ben protetto dai
venti. Durante la notte “una densa caligine stava intorno alle
navi”. Il giorno seguente scendono nell'isola e vanno a caccia di
capre.
L'isoletta
potrebbe essere l'Isola Lachea o di Aci, la più grande dei cosiddetti
“Scogli dei Ciclopi” di Acitrezza, e “la densa caligine” può
indicare le nere ceneri spesso vomitate dall'Etna. Il porticciolo può
ben essere l'altro “Porto di Ulisse ”, oggi Ognina. Dopo il famoso
episodio di Polifemo e la fuga per mare, l'eroe giunge all'Isola Eolia ,
identificata con Stromboli, Vulcano o Lipari, cioè una delle isole
chiamate appunto Eolie. Da questa passano nel paese dei Lestrigoni ,
antropofagi, identificato probabilmente con la piana di Catania.
Scampato ai Lestrigoni, con una sola nave Ulisse giunge all'isola Eea,
dimora di Circe, figlia del Sole e di Persa, generata da Oceano,
identificata col Promontorio Circeo (Eneide VII, 10ss.), nel Lazio,
considerato dagli antichi come un'isola. Passato un anno riparte e dopo
esser approdato nel misterioso paese dei Cimmeri, scende negli Inferi ,
nel regno di Plutone. Gli inferi sono localizzati a Cuma presso il lago
Averno, nelle cui vicine cavità sotterranee vivevano i Cimmeri. Nell'Ade
l'indovino Tiresia lo informa dei suoi casi futuri e come evitare i
pericoli. “Tutti del mar vinti i perigli”, egli vaticina
“approderai col ben formato legno alla verde Trinacria Isola, in cui
pascon del Sol, che tutto vede ed ode, i nitidi montoni e i buoi
lucenti….”. Lo ammonisce a non toccare i sacri buoi pena gravi
sciagure. Ritornato da Circe, l'eroe riceve da costei conferma delle
predizioni e ammonimenti di Tiresia.. Dopo aver superato le insidie
delle Sirene e di Scilla e Cariddi, la maga gli predice, “Allor
incontro ti verrai le belle spiaggie della Trinacria isola, dove pasce
il gregge del Sol, pasce l'armento:….se giovenca molestate od agna,
sterminio a te predico, e al legno e a' tuoi.”. La triste predizione
purtroppo si avvera. Infatti l'eroe riparte, vince prima il pericolo
delle Sirene , la cui isola si è cercata nella penisola Sorrentina e le
loro tombe in Campania; quella della Sirena Partenope nel sito della
futura Napoli, la città Partenopea. Altri però, meno verosimilmente,
fissano la loro sede vicino allo stretto di Messina, all'Etna, Catania,
Capo Posidonio. Ulisse oltrepassa.quindi Scilla e Cariddi , indicate
nello stretto di Messina, e subito gli appare l'Isola del Sole. Ulisse
vorrebbe evitarla, ma i suoi compagni vogliono approdare per non
incorrere, specie di notte, nelle tempeste e nei disastrosi venti. :
“Or chi fuggir potrà l'ultimo danno” dice Euriloco, “dove repente
un procelloso fiato di Mezzodì ci assalga, o di Ponente, che, de' Numi
anco ad onta il legno sperda?”.
Importante
questo riferimento ai venti di Mezzogiorno e di Ponente che sono proprio
quelli che dominano nel nostro versante e causano spesso violente
tempeste. Nel versante ionico invece domina il levante e lo scirocco; Le
navi dunque avevano superato il Capo Pachino e si trovavano nel nostro
litorale!
Ulisse
cede e decide di approdare.al calar del sole e “nel porto appo una
fonte e lauta cena apparecchiar sul lido”. Rientrati nelle navi,
quando erano passati i due terzi della notte, il cielo diventò
minaccioso, come spesso capita nel nostro litorale, ma non si scatenò
una tempesta. “Declinavan le stelle, quando il cinto di nembi Olimpio
Giove destò un gagliardo turbinoso vento, che la terra coverse ed il
mar di nubi, e la notte di cielo a piombo cadde. Ma, al sorgere
dell'Aurora il cielo si rasserenò, “tirammo a secco il legno ed in
cavo speco, dei seggi ornato delle Ninfe, ch'ivi i lor balli tessean,
l'introducemmo”.
Ebbene
questo porto può ben essere il nostro Porto Ulisse , come confermano il
nome e le fonti antiche! La sorgente poteva essere il fiumicello che
allora dai pantani sboccava a mare. Invero l'ampia spiaggia sabbiosa di
Porto Ulisse è adattissima per tirare a secco le leggere navi omeriche
dal basso pescaggio, mentre la vicina costa della Marza era piena di
spelonche dove potersi riparare, come scrive il Camilliani nel 1584. E
nella zona non mancavano oltre le grotte, fiumi, laghi, sorgenti,
boschi, dove avevano dimora le Ninfe della mitologia greca! I Greci si
trattengono nella nostra zona per un mese perché i venti non erano
favorevoli alla navigazione. E durante questa dimora possiamo collocare
la costruzione del tempio e del cenotafio , di cui parla Licofrone!.
“Per
un intero mese Austro [vento del Sud] giammai di spirar non restava, e
poscia fiato non sorgeva mai, che di Levante od Austro.”.
Questi
venti, specie lo Scirocco, gonfiano infatti il nostro mare e durano
parecchi giorni, impedendo l'uscita delle barche e dei pescherecci.
Durante
questa sosta forzata, i compagni di Ulisse giravano “ dispersi per
l'isola, d'augelli e pesci in traccia, con archi ed ami o di qual altra
preda lor venisse alle man…”. Viene in mente la suggestiva
descrizione del Fazello “Nella città scorre una grandissima sorgente,
per cui tutta questa zona del litorale, oggi chiamata Ficallo, coi suoi
fiumi, torrenti, laghi, fonti straordinariamente irrigue, offre agli
uomini svariati piaceri, soprattutto con la pesca, l'uccellagione e la
caccia.”.
Ulisse
cerca una “solitaria piaggia, gli Eterni a supplicar se alcuna via mi
si mostrasse del ritorno”. E certo l'eroe poté appartarsi in una
delle numerose piccole insenature della vicina scogliera della Marza!
I
compagni però, spinti dalla fame, rompono il giuramento fatto al loro
capo di non toccare i vitelli del Sole e di nascosto, “ del Sol
cacciate le più belle vacche di fronte larga e con le corna in alto,
che dalla nave non pascean lontane” (vv. 456-58), le arrostiscono al
fuoco e se ne cibano.
Le
vacche e gli armenti del Sole, considerate sacre come oggi per gli Indù
che non se ne cibano, potevano ben essere quelli della razza modicana,
come dice il Caruso, ma dovevano pascolare nelle vicine nostre contrade
della Marza e S. Maria, perché “dalla nave non pascean lontane”.
Una conferma possiamo trovarla nell'etimo da noi proposto del fiume
della Cava d'Ispica, Busaitone, dalle parole greche “bous = bue e
“aedòn” = canto, muggito. Ma anche la derivazione da Poseidone,
proposta da B. Pace, può mettersi in relazione col Dio del Mare, padre
di Poliremo e fiero nemico di Ulisse, che lo aveva accecato. Anche il
tempio di Apollo Libistino , di cui parla Macrobio, sito nel versante
orientale di Porto Ulisse, preesistente allo sbarco dei Libici, come già
notava il Cluverio, potè essere eretto per riparare l'offesa fatta a
Febo-Apollo, Dio del Sole, dallo stesso Ulisse o dai Greci che, dopo di
lui, vennero a colonizzare la nostra Isola. Una relazione, anche se
debole, potremmo trovarla ancora con le “ Secche di Circe ”,
distanti ca. Km.1,3 da Cirica, cosiddette non sappiamo se per voce
popolare o per indicazione di qualche studioso del sette-ottocento;
infatti. questo toponimo non si riscontra nelle carte antiche ed è
segnato solo nelle carte nautiche. Invero, se sulla base del testo
Omerico è da escludere che l'isola Eea di Circe fosse nel nostro
territorio, si può tener conto che Circe era figlia del Sole.
Malgrado
i lamenti e i rimproveri ai suoi di Ulisse, ignaro ed innocente del
misfatto, Giove vendica l'irato Sole. Infatti dopo sei giorni, cessato
“il turbinoso vento”, si misero in mare. “Di vista già della
Trinacria usciti”, dopo breve tratto, “uno stridulo ponente”,
colpisce la nave. Le acque si intenebrarono, un vento impetuoso
imperversò, ruppe le funi, le vele e l'albero maestro. La nave, colpita
dal fulmine di Giove si inabissa coi compagni e a stento l'eroe si salva
legandosi all'albero spezzato. Egli supera incolume ancora una volta
Scilla e Cariddi, .e dopo nove giorni in preda ai flutti, viene sbattuto
nell'isola di Ogigia , dove è accolto dalla ninfa Calipso . Questa
isola si è cercata a Gozo, nell'arcipelago maltese; ma è più
probabile l'isola Melena o Nufea nell'Illiria (Albania).
Questa
descrizione corrisponde alle condizioni meteorologiche della nostra
zona. Il “turbinoso vento” che ostacolava l'uscita in mare, allora
come oggi, è lo scirocco; la nave non era molto distante da Porto
Ulisse e non aveva ancora girato Capo Pachino, perché viene colpita dal
vento di Ponente, dominante nel nostro litorale a sud, mentre il
versante ionico ne è riparato. E' poi evidente che l'eroe ritorna
indietro spinto dal Ponente, perché non poteva andare controvento lungo
il versante meridionale.
Un
riferimento alla leggenda dello sbarco di Ulisse nel nostro porto si può
rinvenire ancora nell'accenno di Virgilio (3° Eneide, vv. 698-670):
“Oltrepassiamo il pingue suolo dello stagnate Eloro, indi rasentiamo
gli alti scogli e le rocce prominenti di Pachino….” Enea naviga
costeggiando il litorale ionico da nord a sud e, superato il Capo
Pachino, passa oltre il Promontorio Odisseo e prosegue per Camarina,
Gela, Agrigento fino a Trapani: è in parte lo stesso itinerario fatto
all'inverso da Ulisse, come ricorda il suo compagno Achemenide che
mostra ad Enea i lidi già percorsi. E invero se riferiamo “gli alti
scogli” a Capo Pachino, cioè all'alta punta rocciosa dell'Isola di
Capo Passero, allora unita alla terraferma, possiamo ben intendere per
“le roccie che si protendeno innanzi” la nostra Punta Castellazzo,
dove già ai tempi di Virgilio c'era il castello romano dei tempi di
Verre (Cicerone, Verrine lib. V).
Prof.
Melchiorre Trigilia

Proseguendo
la navigazione verso nord, si incontra la bella baia di Capo Mulini
(peccato per qualche complesso alberghiero di troppo), la Torre del faro
o di S. Anna, a pianta quadrata e sempre in materiale lavico, e il
settecentesco Torriglione (Torre Alessandrano): su questo tratto di
costa sono fittissime le coltivazioni di agrumi (la costa è detta anche
“dei Limoni”), fino al balzo improvviso della Timpa, una scogliera
vulcanica un tempo difesa dai pirati, oggi Riserva naturale.
ACIREALE.
Se Catania è la regina del Barocco della costa ionica, allora Acireale,
giusto a 15 km a nord, deve essere riconosciuta come la Principessa,
giacendo regalmente guardando al mare, posizionata in una grande
terrazza di lava.
Vista
dal mare, questa terrazza spunta come un monte verde, un molo roccioso
riflesso nelle cristalline acque dello Jonio, un muro di antica lava che
riposa in un piedistallo acquatico, un insieme della verdura del
Mediterraneo immersa nel mare per essere tenuta sempre fresca.
L'alto
monte con un altezza di oltre 140 metri corre parallelamente verso il
mare per 7 chilometri, cominciando a Capomulini e continuando con i
monti di Don Masi, Santa Caterina e Santa Maria la Scala, finendo di
fronte Santa Tecla. Il monte è composto di sedimenti almeno le ultime
due maggiori eruzioni, e la sua vegetazione include alberi di ortica,
oleandri e carrube. La lava è colorata di arancione dall'acqua piena di
metallo, formando una fonte che corre in una piccola baia, un punto di
frequente ancoraggio per gli yatch.
Una
cattedrale di lava lungo il mare si fonde con i bastioni delle fortezze
del 17° secolo di Tocco, che possono essere difficilmente distinguibili
tra le terrazze di lava vulcanica.
La leggenda narra che l'insistenza del nome Aci,
caratterizzante ben sette località, derivi dall'ampia eco avuta dalle
sfortunate vicende amorose del bel pastore Aci e della neride Galatea
che di lui s'innamorò suscitando l'ira del ciclope Polifemo. Questi,
folle di gelosia e di dispetto, si liberò del rivale scagliandogli
contro, dalle vertiginose altezze del Mongibello (oggi Etna), sua
infernale dimora, un enorme macigno che sommerse l'amante
sfortunato.
Il sommo Giove, impietosito dal dolore di Galatea,
volle tramutare l'amore dei due giovani in un gaio e imperituro
fiumicello. Ma il fiume non ebbe miglior sorte del pastore, se è vero -
come vuole un'altra credenza - che il nome deriva invece alle località
dal fatto d'essere state, un tempo, tutte lambite dalle acque del fiume
Aci, sommerso dalle tante eruzioni dell'Etna che si sono succedute nei
secoli.
Per gli storici, il toponimo comune risale alla
migrazione cui il terremoto del 1169 costrinse gli abitanti della
località fondata dai Greci e successivamente detta Akis dai Romani.
Questi lasciarono l'originario insediamento e diedero luogo a diverse
borgate che conservarono nella loro denominazione l'eponimo di Aci.
La storia del comune di Acireale è discontinua,
segnata dai terremoti e dalle eruzioni dell'Etna che più volte hanno
sconvolto l'assetto del territorio, l'ultimo dei quali fu il
catastrofico sisma del 1693. Alla fervida attività di ricostruzione
post terremoto si deve la sua attuale veste barocca.
Nel 1873 furono costruiti, per iniziativa del
barone Agostino Pennisi di Floristella, gli edifici delle Terme di
S.Venera (consulta il sito http://www.terme-acireale.com ), di pregevole
fattura neoclassicheggiante e del Grand Hotel des Bains, che divennero
presto un punto di attrazione di rilievo europeo.
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Cassata
Dolce siciliano di origine araba, ha un nome che deriva da "Quas'at",
cioè "ciotola rotonda". Intorno all'anno mille, al culmine
della dominazione musulmana, nel palazzo dell'Emiro, alla Kalsa di
Palermo, i cuochi di corte si sbizzarrivano ad unire sapori e colori. E'
infatti il miscuglio d'ingredienti e l'accostamento di gusti opposti
richiamano le caratteristiche della cucina saracena. Da dolce definito
"indispensabile nelle feste pasquali", in un documento
approvato durante il Sinodo di Mazara del 1575, la cassata si mangia
ormai tutto l'anno. Suore dei monasteri e cuochi dei nobili casati erano
i depositari dei suoi segreti.
Ingredienti
Tuorli 300 g
Zucchero 200 g
Albumi
300 g
Farina 0 350 g
Pan di spagna. Procedimento: Lavorare i tuorli con
metà dello zucchero: a parte montare gli albumi con lo zucchero
rimanente. Unire le due masse e aggiungere delicatamente la farina.
Per il ripieno alla ricotta: Ricotta
di pecora 500 g
Zucchero 300 g
Gocce di cioccolato
q.b.
Cubetti di cedro
q.b.
Passare
la ricotta al setaccio, aggiungere lo zucchero, le gocce di cioccolato e
i cubetti di cedro. Ricoprire con zucchero fondente e decorare con
frutta candita.
La
sua preparazione casalinga è - teoricamente - semplice: la bravura
consiste nell'armonizzare il tutto, il che è da specialisti. Foderare
una tortiera con sottili fette di pan di Spagna. Una volta farcita e
livellata in superficie con il ripieno alla ricotta, si copre con un
disco di pan di Spagna, e si fa freddare per un paio d'ore. Ovviamente
la fantasia, e la ricerca sempre crescente per fare più belle le
cassate, hanno portato ad alcune tecniche complementari, quali quella di
farcire non solo con semplice ricotta (bianca), ma sovrapponendo a
strati altri dischi di pan di Spagna, e su questi altre farce, sempre di
ricotta, ma variamente colorate (all'uovo, o con essenze o con liquori
coloranti).
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Le acque di Acireale, classificate come sulfuree
salsobromoiodiche radioattive e ricche di idrogeno solforato presentano
delle eccellenti virtù terapeutiche. Allo stabilimento fu affiancato
nel 1987 quello di S. Caterina. Lo stabilimento attuale ospita un centro
medico idrologico dove, attraverso bagni, fanghi e inalazioni, vengono
curate malattie reumatiche e osteoarticolari, otorinolaringoiatriche
dell'apparato respiratorio, angiologiche e dermatologiche; inoltre, vi
è un reparto di fisiokinesiterapia per i trattamenti riabilitativi.
Ad Acireale si celebrano solennemente i Santi
Venera e Sebastiano.
Alla prima, Patrona della città, vissuta nel II
sec, gli acesi dedicano i festeggiamenti per ragioni climatiche il 26
luglio anziché il 14 novembre. Il seicentesco fercolo d'argento della
Santa viene portato in processione per le vie cittadine, accompagnato
dalle Cannalore, alti legni intagliati e decorati portati a spalla dai
rappresentanti delle antiche corporazioni di arti e mestieri.
Ma il principale evento religioso della città è
la Festa di San Sebastiano (20 gennaio), il guerriero romano reso
martire da Diocleziano cui si attribuisce il potere di proteggere le
popolazioni dall'epidemia della peste. Infatti, gli antichi credevano
che Dio scagliasse dal Cielo i dardi della peste per punire gli uomini
e, poiché Sebastiano riuscì a sopravvivere al supplizio delle frecce,
si riteneva ch'egli sapesse sconfiggere con le sue preghiere la
terribile malattia.
Acireale, inoltre, è famosa per il Teatro
dell'Opera dei Pupi. Attualmente, la tradizione è continuata da due
compagnie, entrambe presenti da lunga data nel panorama artistico della
città.
La tradizione marionettistica siciliana, di cui dà
testimonianza già il greco Senofonte, ha radici molto antiche, che si
intrecciano con più tarde forme di letteratura popolare orale, quali 'u
cuntu e 'a vastasata. Il repertorio maggiore trae, com'è noto, spunto
dal ciclo carolingio della Chancons de geste, rivisitato però con
spirito e motivi tutti siciliani.
Ad Acireale quest'arte popolare conobbe, grazie al
puparo Mariano Pennisi, e poi soprattutto al figlio adottivo di questi,
Emanuele Macrì, una stagione di successi e fama internazionale. Si
davano addirittura 360 spettacoli l'anno, in una sorta di serial
costruito intorno alle vicende di Carlo Magno, Orlando, Rinaldo,
Brandimarte, etc, che veniva seguito quotidianamente dal pubblico.
Il Teatro dei Pupi piace moltissimo ai bambini che
assistono agli spettacoli con una partecipazione ed un calore
straordinari, affascinati dalle sete fruscianti dei costumi dei Pupi e
delle loro corazze scintillanti e catturati dall'abilità dell'attore
che dà la "voce" agli eroi.
Chi viene ad Acireale deve, inoltre visitare il
Presepe settecentesco. Nel primissimo tratto della Provinciale
Acireale-Riposto, sulla sinistra, è sita la Chiesa di Santa Maria della
Neve, cui è annesso il bellissimo Presepe, realizzato in un antro di
origine lavica per volontà del canonico Mariano Valerio. Questi nel
1741, fu sorpreso dal maltempo mentre era per via in compagnia di
quattro sacerdoti coi quali si rifugiò nell'ampia caverna, solitamente
frequentata da ladroni e malviventi che vi si nascondevano. Il canonico
rimase affascinato dalla bellezza del luogo, che gli rievocava la grotta
di Betlemme, e decise di farvi allestire un presepe. L'esecuzione delle
statue, a grandezza naturale, fu affidata all'acese Mariano Cormaci e
poi ultimata dal romano Santi Gagliani. Si tratta di manichini in legno,
minuziosamente abbigliati e con il volto e le mani in cera lavorata con
risultati stupefacenti per la bellezza dell'incarnato e l'espressività
dei visi.L'atmosfera mistica del presepe contribuisce alla creazione di
uno scenario suggestivo, e tuttavia scrupolosamente realistico, animato
da pastori e contadine, ma anche da graziosi animali, posti intorno alla
Sacra Famiglia, e completato da ricche ceste di frutta, arnesi tipici
della civiltà contadina ed artigiana e altri oggetti dell'epoca.
Durante le festività natalizie, il presepe è meta di un vero e proprio
pellegrinaggio.
Per chi volesse soggiornare ad Acireale, quindi, il
periodo più favorevole è… tutto l'anno! Il clima, il mare, le Terme,
la cultura, il Carnevale e la vicinanza con l'Etna e Taormina,
permettono un sicuro divertimento in tutte le stagioni.
La
Timpa Su di essa è ubicata Acireale; sulla costa, a volte a
ridosso, sorgono le frazioni di Santa Tecla,Santa Maria La Scala, Santa
Caterina. Essa costituisce una unità di grande importanza geo-vulcanologica,
perché vi sono rappresentati eventi vulcanici dai più remoti ai più
recenti legati al nostro vulcano.
Rappresenta, pertanto, un gradino della più complessa
struttura vulcanica che giunge fino a mare. Gli enormi basalti e le
varie strutture geologiche dalle diverse forme architettoniche, atte a
creare un magnifico paesaggio naturale, contribuiscono con un elevato
interesse scientifico alla storia dell'Etna.
La Timpa durante il suo percorso (da Capo Mulini a Santa
Maria la Scala), con i suoi 100 e più metri d'altezza, costituisce una
possente rupe a strapiombo sul mare. In altre zone, invece, ha davanti a
sè una costa ciottolosa, che costituisce l'estrema propaggine delle
correnti laviche. In alcuni grossi massi che si sono staccati dal
roccione della Timpa, è possibile trovare preziosi minerali a
ciuffetti: l'aragonite raggiata, che sembra esplodere bianca come
piccoli cristalli di ghiaccio, dalle nere fenditure della lava.
La vegetazione della Timpa è il risultato di un insieme di
fattori: la natura del substrato, la morfologia, i fattori climatici,
l'intervento antropico. Oltre al finocchio di mare e al cappero, è
possibile vedere una certa estensione di roverella (Quercus
pubescens), terebinto, bagolaro., carrubo e una vegetazione
arbustiva sempre verdetipica della macchia mediterranea: Euphorbia dendroides, la ginestra, l'olivastro, il fico d'India,
l'artemisia e formazioni vegetali caratterizzate da graminacee, e tra le
altre piante è diffuso l'asfodelo usato dagli antichi Greci quale fiore
dei morti. E’ possibile ammirare la Timpa, sia costeggiandola via
mare, sia attraverso i numerosi sentieri che la percorrono.
Il
più bel Carnevale di Sicilia Il Carnevale e' il lungo periodo festivo che
precede il digiuno quaresimale nei paesi a tradizione cattolica. Si e'
creduto per molto tempo che l'origine del termine "carnevale"
fosse derivato da "carne levare". L'opinione piu' diffusa e'
invece che il carnevale rappresenti un adattamento cristiano di antiche
cerimonie purificatrici pagane.
La ricostruzione storica del carnevale, in una
citta' come Acireale, e' alquanto complessa. Da alcuni documenti, quali
mandati di pagamento, si ha certezza che tale ricorrenza venisse già
festeggiata alla fine del XVI secolo. E' del 1594 il documento piu'
antico sul carnevale acese (mandati di pagamento, vol. II, 1586-1595,
libro 6 foglio 72v).
Un documento risalente al 1612 prova addirittura
che durante il carnevale acese vi era l'abitudine di giocare tirando
arance e limoni. Infatti in tale documento è bandita questa possibilità,
ma la popolazione acese continuo' in tale pratica ancora per molti anni,
così come risulta da altri documenti. Questa abitudine e' ancora
presente ad Ivrea, dove durante il carnevale si svolge la
conosciutissima "battaglia delle arance".
Nel XVII secolo in Sicilia si ha la comparsa di una
maschera con caratteristiche ben definite: l'Abbatazzu, chiamato anche
Pueta Minutizzu. La persona mimava nobili o ecclesiastici, portando un
grosso libro, da cui facendo finta di leggere, sentenziava battute
satiriche e sfottenti.
Nel 1693 a seguito del terremoto venne proibita
ogni pratica carnascialesca e cio' segna la linea di frattura fra il
carnevale acese del '600 e quello che sorgera' nel '700 (Cherubino
Aliotta, Le tre corone, Catania 1693).
Nel XVIII secolo la tradizione venne ripresa.
Spuntano altre maschere, ed all'Abbatazzu si affiancano i Baruni con
l'intento di prendere in giro l'aristocrazia: difatti la maschera era
costruita da un costume rassomigliante ad un abito nobiliare ma
chiaramente irridente. Altra maschera erano i Manti, costume con molti
fronzoli che aveva il solo scopo di far mantenere l'anonimato a chi
l'indossava.
Il XXI secolo e' il secolo della cassariata, cioe'
la sfilata delle carrozze (landaus) dei nobili che lanciavano alla gente
dei confetti multicolori. Successivamente tali landaus con i nobili
proprietari vennero "scalzati" dalla cartapesta.
Nel 1880 ad Acireale si costruiscono i primi carri
di cartapesta. Da allora fino ai nostri giorni Acireale ha mantenuto
questa tradizione avvalendosi di vari cantieri portati avanti da
volenterosi artigiani che hanno realizzato carri sempre piu' curati.
Nel 1929 il carattere di spontaneita' e di
iniziativa privata lascia il posto all'organizzazione
istituzionalizzata: infatti l'onere di organizzare il carnevale e'
sostenuto da quest'anno dall'Azienda autonoma della Stazione di cura di
Acireale.
Nel 1930 per la prima volta si vedono delle vetture
adornate da fiori. Questo e' il primo passo verso la realizzazione dei
"carri infiorati" che acquisiscono una fisionomia ben definita
nel dopoguerra.
Negli anni '50 - '60 ai carri allegorici ed alle
macchine infiorate, si affiancano dei mini-carri, detti "lilliput",
a bordo dei quali trova posto un bambino. In questi anni fanno storia a
se' alcuni personaggi che con il loro spirito e con stupefacenti
mascherate hanno lasciato un segno indelebile nella storia del carnevale
acese, cioe': Cola Taddazza e Quadaredda, dei quali il successore piu'
degno, in epoca posteriore, fu Ciccitto.
Dal 1970 al 1995 "il piu' bel Carnevale di
Sicilia", si perfeziona e si assesta, diventando sempre piu'
imponente e soprattutto affinandosi nella costruzione di Carri
allegorici (sempre piu' sofisticati e colorati) e Carri infiorati
(sempre piu' mastodontici), che raggiungono un livello d'importanza pari
ai primi.
Nel 1996 Acireale, per la prima volta, ha la
lotteria nazionale assieme a Viareggio e Putignano. Questa e'
l'occasione affinche' "Il piu' bel Carnevale di Sicilia"
acquisti una dimensione nazionale.
Distanza da Catania: 15 Km
Aeroporto Fontanarossa di Catania collegato con una
comoda tangenziale dista 20 minuti di auto (tel.
095/7306266-095/7306277-095/7306288)
Acireale è sede di stazione ferroviaria tel.
095/601505
Viabilità e collegamenti: Strada Statale 114
Catania Messina;
Altezza s.l.m.: 161 metri
Abitanti: 51.560
Numeri di telefono utili:
-
Azienda di Cura e Soggiorno e Turismo: 095/604521
-
Ufficio Passaporti e Ufficio Stranieri: 095/7647883/4
-
Ufficio Oggetti Smarriti c/o V.V.U.U.: 095/607829
-
Autolinee Sais/Etna: 095/536168-095/532716
-
Ospedale: 095/891922
-
Biblioteca Zelantea: 095/604480
Andando
oltre Acireale, è una teoria di borghi marinari: Santa Maria della
Scala, raccolto attorno al suo porticciolo, Santa Tecla arroccato su una
penisoletta, Scillichenti, Stazzo riconoscibile dalla chiesa bianca e
Pozzillo, nota per le acque minerali.
Santa Maria la
Scala, un
piccolo villaggio di pescatori che sta intorno ad una chiesa costruita
intorno al 17° secolo ai piedi del monte. Un tempo usata com porto da
numerose nave mercanti da Trapani, Malta e Lipari, tracce del porto
originale e del vecchio castello posso ancora essere scorte. Piccoli
come possono essere questi posti, il piacere che danno è immenso. Santa
Tecla, non come potrebbe essere pensato come nome di origine cristiana,
proviene invece dall'Aravo "sciant tagla", la quale significa
un posto di ancoraggio, che ha i resti di una torre.
Poi in vicina
successione viene Scillichenti, Stazzo con le rovine del suo vecchio
porto di scambio, dove la pietra lavica era caricata per l'esportazione,
e Pozzillo, con un porto e una sorgente ricca di minerali.
I
piccoli villaggi di pescatori seguono la costa, costellati di hotels
della massima qualità, un preludio alle spiagge a nord di Riposto e
Torre Archirafi, sparse di scogliere levigate, crostacei sono pescati in
prevalenza qui, come possono essere visti dalle boe che segnano i punti
in cui vivono i crostacei.

RIPOSTO.
Dove i beni venivano depositati prima di essere trasportati lontano
dall'isola, ha una spiaggi fatta di ciottoli, e una futura vocazione
come posto di mare, dal centro per la costruzione di navi e importante
porto come un tempo era, quando il vino e i frutti di cedro venivano
esportati, e più tardi lo zolfo.
Il
porto di Riposto è posizionato solo secondo a quello di Catania della
riviera Ionica, e un'ottima destinazione per turismo nautico per i
visitatori di Taormina e le Gole dell'Alcantara, facendo di esso il
porto del Monte Etna, allungandosi dal mare alla neve, in mezzo a campi
di viti, cedri, orchidee e formazioni di lava. Per il bagno, la spiaggia
pubblica di Sant'Anna è perfetta. La spiaggi di Fondachello ha numerosi
campeggi, e giunge fino alla foce del fiume Freddo, con la sua
eccezionale vita subacquea, seguito dal litorale di Cottone, altrettanto
famoso con campeggiatori, e la costa di Calatabiano, con il castello di
San Marco, una residenza fortificata costruita alla fine del 17° secolo
e posizionata nell'opulento verde di un bosco di pini che ospita anche
campeggi, le attrezzature della spiaggia e un centro di vacanza rurale.
Queste sono gli ultimi avamposti della Riviera del Monte Etna prima che
il fiume Alcantara sia raggiunto, un invito aperto ad essere esplorata
con passione.
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