Il luogo dove cominciò tutto.

Già dal 1190 il luogo dove sorge l'odierna Liverpool era noto col nome di Liuerpul, che in inglese significa stagno o insenatura con acqua fangosa. Ci sono però molte ipotesi sull'origine del nome della città, per esempio elverpool, in riferimento alla grande quantità di anguille (elver in inglese indica la giovane anguilla) presenti nelle acque della Mersey.

Durante la II Guerra Mondiale, ci furono circa ottanta raid aerei sul Merseyside, con una serie di incursioni particolarmente concentrate che nel maggio del 1941 fecero interrompere il funzionamento del bacino per quasi una settimana. Anche se le vittime dei bombardamenti furono "solo" 2.500, quasi la metà delle abitazioni dell'intera area metropolitana furono colpite, e ben 11.000 edifici furono completamente distrutti. Il 9 ottobre 1940, proprio durante uno di questi raid, nacque a Liverpool John Lennon.
Dopo la guerra, seguirono gli anni della grande ricostruzione. Vengono costruiti nuove zone residenziali e soprattutto il nuovo bacino di Seaforth, il più grande del Regno Unito. Tuttavia, la città negli anni cinquanta entra in un periodo di profonda crisi, con la chiusura di numerose fabbriche e la conseguente perdita di moltissimi posti di lavoro. Nel 1985 la popolazione era ormai crollata a poco più di 460.000 abitanti.

 

La rinascita, almeno culturale, comincia negli anni sessanta che fanno di Liverpool una delle città di riferimento per milioni di giovani, attratti soprattutto dal Merseybeat, lo stile musicale pop nato in questa città e i cui più famosi interpreti furono i Beatles, proprio in un locale di Liverpool: il Cavern Club.
Da quella vecchia cantina decrepita, uscirono come per magia i Beatles che vi suonarono 274 volte per poche sterline in un'atmosfera umida e fumosa. Esattamente 50 anni fa, il 16 gennaio 1957, a quello stesso indirizzo grazie ad Alan Sytner nasceva il Cavern, uno scantinato predisposto per l'esecuzione e l'ascolto della musica Jazz, prima di diventare il trampolino di lancio per la più grande band di tutti i tempi: i Beatles! Oggi come allora entrare in questo locale che viene considerato ormai il Club più famoso del mondo, per gli amanti del pop è sempre una grande emozione. Di qui sono passate infatti, oltre ai Fab Four, grandi star come: Eric Clapton, The Kinks, Status Quo, Rod Stewart, Jimmy Page, The Who, I Queen, Elton John, Stevie Wonder, Gene Vincent, Chuck Berry, The Merseybeats, The Animals, Wishbone Ash, Andy Summers, Gary Glitter, Moody Blues, Badfinger, Temptations, Hollies, Searchers, Edwin Starr, Wilson Pickett, Ben E King, The Shadows, The Drifters, Hawlin Wolf, John Lee Hooker, Robert Palmer, Steve Winwood, Joe Cocker, Gerry & The Pacemaker, Thin Lizzy, Oasis, Rolling Stones...anche chi scrive ha avuto il privilegio e la soddisfazione di suonare in questo mitico Cavern. Ma vediamo un po' la storia di questo locale che nel corso degli anni ha subito profondi cambiamenti, pur lasciando  inalterato il fascino che trasuda da quelle mura umide e fumose impregate della più bella musica Rock mondiale.

 

Dicono che al settimo giorno il Padreterno si riposò.  

La domenica sera si sentiva allegro e soddisfatto per il lavoro compiuto nei giorni precedenti, gli andava pure di cantare e così riempì il luogo di dolcissime note che, purtroppo, nessuno poteva ascoltare. 

Peccato! Aveva inoltre avvertito la carenza di qualcosa che completasse in modo perfetto la creazione del mondo. Cosa c'era che non andava? Ecco .... mancava la traccia audio a quel capolavoro!

"Devo far qualcosa che rappresenti la musica divina in terra, voglio che tutti riconoscano in queste note la mia voce". E si mise al lavoro. 

La volta celeste, i mari, i monti e i fiumi erano ancora nuovi di zecca. Quei fantastici sipari lo ispirarono e cominciò a comporre la sua prima canzone, dedicandola (senza speranza) proprio a colui che avrebbe dovuto abitare quei sipari: l'uomo. E la canzone iniziava così: "... Amami, amami".

Siccome si trovava nei pressi di Liverpool, tradusse immediatamente il testo in "Love me do, love me do".  E poi ne compose altre, altre, altre, ....e  ancora altre, la sua vena era infinita. Appena finì di cantare pensò "Belle, ma mica posso suonarle io. Ho altro da fare, e poi non ho nemmeno l'aspetto adatto" .

Così decise di fare un ultimo regalo all'uomo: si mise davanti a un magico pianoforte bianco (che molto tempo dopo fu preso a prestito da qualcun'altro), con la mano destra suonò degli accordi inesistenti nella scala musicale, ne uscì fuori un musicista e lo chiamò Lennon. Poi suonò sulla tastiera con la mano sinistra e ne creò un altro, ovviamente mancino, al quale impose il nome di Mc Cartney. Soffiò sopra le loro le teste e li poggiò in un luogo lì vicino, che chiamò Cavern Club.

Quel giorno verrà ricordato per la famosa frase "Dio li fa o poi li accoppia!" e soprattutto perchè  fu l'ultima fatica della Genesi. Da quella meraviglia del Creato, scritta sul pentagramma celeste, nacque la bacchetta di Dio: The Beatles!  

E' un miracolo che si avvera ogni giorno. Il disco di quella colonna sonora gira ancora sul piatto-stereo dell'umanità.

(Mimmo Rapisarda)

Il 25 maggio 1960 il Cavern aprì, comunque, i battenti ai gruppi "Beat". Il primo ad esibirsi fu proprio quello di Rory Storm & The Hurricanes, con Ringo Starr alla batteria, che molto più avanti nell'agosto 1962 sostituirà Pete Best nel gruppo dei Beatles. Sembrerà buffo, ma in quel periodo i Beatles non erano considerati dei professionisti, quindi non venivano ingaggiati volentieri per suonare al Cavern, se non fino al loro trionfale ritorno dalle performances di Amburgo. Dalla loro prima apparizione alla loro ultima esibizione al Cavern che avvenne il 3 agosto 1963 i Beatles vi suonarono per quasi trecento volte. Durante queste performaces i Beatles stabilirono il loro primato su tutte le altre Rock-Band della città. Memorabili sono le lunghe code dei fans che si formavano all'esterno del Cavern. Fu qui che i Beatles il 9 novembre 1961 durante un loro concerto conobbero Brian Epstein. "Eppy", così lo chiameranno i Beatles, sarà il loro futuro manager che assicurerà loro un contratto discografico con la EMI. Egli avrà il grande merito di lanciare la band in vetta al successo grazia anche al mitico produttore George Martin. Fra il 1961 e il 1962 altri ottimi gruppi si esibiranno al Cavern: Gerry and the Pacemakers, the Swinging Blue Genes, Rory Storm and the Hurricanes, the Big Three, King Size Taylor, the Searchers e the Chants. Intanto Bob Wooler, che nel 1962 aveva rilevato la gestione del Cavern da Ray McFall, si convinse a farvi suonare artisti importanti; e così il grande Gene Vincent con i Beatles citati sullo stesso cartellone vi debuttò il 1° luglio 1962 e dopo di lui…il Mondo! 

Il Cavern aveva pochissimi e spartani comfort, le basse arcate in mattoni che sovrastavano le tre navate illuminate da fioche lampadine erano cariche del sudore della folla urlante e l'aria era irrespirabile; ma il tutto, mescolato al battere della musica a tutto volume, produceva una magica miscela esplosiva! Tutto stava andando per il meglio fino a quando a causa di scelte ed investimenti sbagliati, ma anche per un declino che sembrava inarrestabile di tutta Liverpool, oltre che la "fuga" dei Beatles e delle migliori bands di quell'area verso Londra…e il mondo, che Bob Wooler fu costretto a chiudere il 27 febbraio 1966 per alcuni mesi. Poi avvenne il miracolo: il 23 luglio di quell'anno, il Primo Ministro Harold Wilson in persona, che era grande fan dei Beatles, si recò a Liverpool alla riapertura trionfale del Cavern. I Beatles divenuti ormai "The Fab Four" gli inviarono un telegramma di ringraziamento. Ma un'altra batosta doveva ancora arrivare…! Il "mitico Cavern" chiuse definitivamente nel 1973. Il fatto è che il cantiere per la metropolitana che doveva passare vicino al locale aveva bisogno dei condotti per l'aria che uscivano proprio da li; ma della metropolitana non se ne fece più nulla e tutto restò fermo per anni. Poi, come se non bastasse, per rinforzare le fondamenta di alcuni edifici circostanti; o forse per costruire un parcheggio, venne demolita anche una parte del Cavern originale. Solo all'inizio degli anni '80 si pensò di recuperare il mitico locale che fu riaperto il 26 aprile 1984. Fortunatamente erano stati salvati, conservati e poi trattati più di 15.000 mattoni dell'antica struttura e delle belle arcate che erano rimaste quasi intatte. Il Cavern Club è oggi ricostruito "tale e quale" sullo stesso identico spazio, solo due rampe più in basso, e allo stesso indirizzo di allora e, come allora, continua a fare sognare anche le nuove generazioni. Qualcuno scetticamente per molto tempo ha detto del Cavern che "non era più come prima" e forse avevano ragione; ma l'indimenticabile performance di Paul McCartney e della sua fantastica band con David Gilmore & Friends che lo accompagnò il 14 dicembre 1999 nel suo ultimo concerto del XX secolo, ha restituito al Cavern Club la "riconsacrazione" ed il giusto riconoscimento di Paul e del Mondo di "Club più famoso sulla Terra". Ora, grazie alla rinascita di Liverpool, ogni giorno più bella, che si prepara a festeggiare quest'anno gli 800 anni di fondazione, ad essere Capitale della Cultura nel 2008, ma soprattutto per la prossima International Beatle Week, promossa ad agosto dal Cavern City Tours e da Bill Heckle e Dave Jones gli appassionati attuali proprietari del Cavern, giungeranno a Liverpool tanti turisti, gruppi e fans dei Beatles da tutto il mondo che incessantemente si daranno convegno stipati come sardine, oggi come allora, in quella cantina caldissima, umida e fumosa, ma tanto bella!
http://www.musicalnews.com/articolo.php?codice=9125&sz=2

 


Il giorno di San Silvestro del 1961 quattro ragazzi di Liverpool, John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Pete Best caricavano i loro strumenti su un furgone e si accingevano a partire per Londra dove, l’indomani mattina, avrebbero dovuto
sostenere un’audizione presso gli studi dell’etichetta discografica Decca Records. Ma non ebbero fortuna. La Decca, dopo l’audizione, mostrò di non credere in loro e li rimandò a casa. Da allora i responsabili della casa discografica hanno avuto parecchie occasioni di mangiarsi le mani. In capo a due anni da allora, infatti, i Beatles sarebbero diventati il complesso più popolare del mondo e, più di trent’anni dopo, tre loro CD doppi di canzoni rimaste inedite, The Beatles Anthology, sarebbero giunti in testa alle classifiche di vendita di tutto il mondo, mentre un documentario di sei ore a loro dedicato, dello stesso nome dei CD, sarebbe stato l’evento televisivo del 1995 con il più alto indice d’ascolto.
Ad ogni modo, troppe parole furono spese in seguito sulla presunta incapacità dei dirigenti della Decca. Bisogna dire subito una cosa, e cioé che in realtà la Decca, quantomeno, concesse ai Beatles un’audizione, laddove la stessa EMI dei Beatles non ne voleva sapere, e fu solo l’insistenza di Brian Epstein e le sue minacce di boicottare l’etichetta discografica londinese nei suoi negozi di Liverpool a convincere finalmente i dirigenti della EMI, che demandarono a George Martin il compito di ascoltare qualche traccia incisa dai Beatles.

La leggenda dei Beatles inizia quattro anni e mezzo prima di quella sfortunata audizione londinese. Per la precisione sabato 6 luglio 1957 (anche se alcuni dicono che fosse due settimane prima, il 22 giugno), nella chiesa di san Pietro a Liverpool. Il gruppo del diciassettenne John Lennon, i Quarry Men, stava esibendosi in occasione della festa annuale della parrocchia, quando un comune amico, tale Ivan Vaughan (già compagno di classe di John Lennon alla scuola elementare Dowendale) presentò a John il quindicenne Paul McCartney (di cui Ivan Vaughan era, all’epoca, compagno di scuola al Liverpool Institute). Paul si presentò suonando Long Tall Sally di Little Richard e Twenty Flight Rock di Eddie Cochran e, qualche settimana dopo, John invitò Paul a far parte del complesso. L’anno dopo Paul portò il suo amico George Harrison, chitarrista, e, nel 1960, un compagno dell’Istituto d’Arte di John, Stuart “Stu” Sutcliffe, divenne il bassista dei Quarry Men. Più tardi, quell’anno, in onore dei Buddy Holly’s Cricket, il complesso prese il nome di Beatles. Poco dopo Pete Best si unì al complesso come batterista.

Subito dopo il reclutamento di Pete Best la band partì per Amburgo, in Germania, dove suonarono per un po’ di tempo in vari locali notturni (prima l'Indra poi il Kaiserkeller), reggendosi con le anfetamine per vincere il sonno e darsi energia, e suonando cover di brani americani di rock-n-roll. Rimasero quasi quattro mesi ad Amburgo, alloggiando in uno squallido cinema, il Bambi Kino, di proprietà del tedesco Bruno Koschmider. Quando il gruppo riuscì a ottenere un contratto in un locale migliore, il Top Ten, nel quartiere a luci rosse di St. Pauli, Koschmider denunciò Harrison alla polizia perché minorenne e ne ottenne il rimpatrio in Gran Bretagna. Paul McCartney e Pete Best andarono a riprendersi la loro roba ma mancava la luce, così appesero quattro profilattici al muro e diedero loro fuoco per illuminare la stanza, che non aveva finestre. 

 

C’è una foto, non molto celebre, dei Beatles che quasi mi commuove. Non è una foto ufficiale, non è nemmeno una di quelle apparentemente spontanee, ma che in realtà è stata scattata su un set cinematografico o durante le riprese di un “video” (allora non si chiamavano così, ma di fatto lo erano). E’, credo, la prima foto in assoluto dei Beatles, nel senso che già c’è Ringo Starr al posto di Pete Best: è del 1961, e loro sono nel porto di Amburgo, prima di salire sulla nave che li riporterà a Liverpool. Lì giunti incontreranno Brian Epstein e George Martin, e diverranno, nel giro di poco più di un anno, il fenomeno che ancora oggi, dopo 40 anni, si ricorda e si ama.
Quando quella fotografia viene scattata loro non se lo sognano neppure, eppure sono speranzosi e felici. Hanno suonato nei night club di Amburgo, e hanno fatto successo. Ringo ha un anno più di loro e più esperienza, e li ha accompagnati durante certe folli serate. Nella foto manca Stuart, l’amico di Lennon che in Germania ha incontrato l’amore della sua vita, la fotografa Astrid. Lei ha consigliato ai ragazzi il nuovo taglio di capelli, sconsigliandoli di indossare sempre abiti di pelle nera e ciuffi alla Elvis: troppo rockabilly. Lei ha insegnato loro come muoversi sul palco, come piacere alle ragazze e ai ragazzi, ma ha portato via Stuart.
I quattro ragazzi stanno per salire sulla nave,e sorridono, un po’ goffi nei loro maglioni scuri da pochi soldi. Hanno il futuro davanti. Hanno meno di vent’anni di media, e per loro far musica è solo un buon modo per viaggiare senza spendere e fare l’amore con le ragazze.
Provare a confrontare questa foto con la copertina di “Abbey Road”, il loro ultimo album (dopo uscirà “Let it be”, ma sono brani malinconicamente scartati dai quattro e messi insieme dal produttore per onorare il contratto discografico), fa stringere il cuore. Nel giro di soli otto anni i ragazzini ingenui e sorridenti sono diventati dei vecchi guru e riempiono le loro foto e le loro canzoni di strane simbologie ( celebri i piedi scalzi di Paul Mc Cartney, che indicavano il fatto che era morto…). Musicalmente sono diventati bravissimi. Nel 1961 non sapevano nemmeno accordare i propri strumenti! Sono ricchi, famosi. E non riescono più a sorridere e ad andare d’accordo.
Per ragioni anagrafiche abbiamo conosciuto i Beatles sette-otto anni dopo la loro separazione. Ci appariva un tempo incommensurabile e ci pareva vana la speranza di rivederli assieme. Oggi sono passati 20 anni dalla morte di John, e ancora qualcuno, di tanto in tanto, favoleggia di una loro riunione (ma tra chi?). Semplicemente perché ancora non ci si è rassegnati a mettere la parola “fine” a quella loro avventura. Solo i diretti interessati ci sono in qualche modo riusciti, ma portandosi dietro il fardello delle loro immortali composizioni e dei loro intensissimi anni di gioie, dolori, esperienze esaltanti ed esperienze sbagliate. Noi li abbiamo amati ostinatamente quando erano dei ragazzini cicciotelli che cantavano canzoni tanto belle quanto semplici, con liriche banali e musiche costruite su solo tre accordi. Li abbiamo amati quando indossavano abiti colorati e capelli lunghi e cantavano testi lisergici su musiche tanto difficili da non poterle più eseguire dal vivo. Li abbiamo amati persino durante le loro esecrabili carriere solistiche. Ne abbiamo persino incontrati un paio, e l’emozione provata è sinceramente ridicola.
Ma quanti sono i ragazzi di vent’anni che tornano da una malpagata tournée ad Amburgo, e quanti sono quelli che diventano i Beatles? Guardate un po’ in fondo ai loro occhi: per voi, loro ci credevano?

http://www.quartopotere.com/pagine/archivio/60.htm

 

Koschmider prese a pretesto le macchie di nerofumo lasciate sulla parete per sostenere che i due volevano incendiare il cinema, così la polizia tedesca procedette al rimpatrio forzato anche di Paul e Pete. John li seguì a Liverpool, ma Stu, innamoratosi nel frattempo di Astrid Kirchherr, una fotografa tedesca, lasciò il complesso e rimase in Germania (Stuart morì di emorragia cerebrale nel 1962. Alla sua storia, al rapporto con i Beatles e alla relazione con Astrid è ispirato un film inglese del 1993, Backbeat, di cui chi vi scrive ebbe modo di leggere la recensione in lingua originale, ma che fu poco pubblicizzato in Italia; il film fu diretto da Iain Softley e interpretato da Stephen Dorff - nella parte di Stu - e da Sheryl Lee - già Laura Palmer in Twin Peaks - nella parte di Astrid.

Tornati in Gran Bretagna, i proprietari dei club furono stupiti dai progressi del gruppo e dall’entusiasmo che suscitavano nei fan. La stampa iniziò a parlare di Liverpool come centro della musica beat. In effetti in quel periodo c’erano in riva alla Mersey molte band, e tutte di buon livello (si esibiva in quel periodo anche una band chiamata Gerry and The Pacemakers, guidata da Gerry Marsden, che divenne famosa per una canzone cantata come inno dai tifosi del Liverpool, che, come i Beatles, si avviava a conquistare il mondo di lì a qualche anno: You’ll Never Walk Alone viene cantata ancora adesso dai supporter dei Reds nel catino di Anfield), e i Beatles amichevolmente rivaleggiavano con molte di esse. I Beatles tornarono tre mesi ad Amburgo nella primavera del 1961 per affinare la loro tecnica. In giugno furono il gruppo di accompagnamento del cantante Tony Sheridan in sei canzoni, incluso il 45 giri My Bonnie, che conobbe un piccolo successo in Germania.

In quel periodo, John Lennon e Paul McCartney scrivevano regolarmente i loro brani (avevano già firmato I’ll Follow The Sun e One After 909) e sognavano di entrare con essi nelle classifiche di vendita. Nel novembre successivo, tale Brian Epstein, un giovane ed eclettico, ancorché pasticcione, personaggio di famiglia ebraica benestante, messo dai suoi a dirigere un negozio di dischi, durante un’esibizione dei Beatles al Cavern Club intravide in loro un grosso potenziale. Si offrì quindi, forte delle sue capacità manageriali (invero non eccelse, visto che i Beatles nei primi anni di carriera costituirono più un affare per la EMI che per loro stessi), di gestire le attività del gruppo e, una volta ottenutane la gestione, si adoperò con i dirigenti londinesi della Decca per far avere loro un’audizione di lì a un paio di mesi. Come andò a finire l’abbiamo visto, ciononostante Epstein non si perse d’animo, convinto di avere per le mani materiale di prima qualità. Si adoperò per migliorare l’immagine del gruppo e, mentre i quattro continuavano a tenere concerti presso i vari locali di Liverpool, lui inviava cassette registrate dei loro brani a tutte le case discografiche di Londra. Una di queste giunse in mano a George Martin, a quei tempi responsabile per le audizioni alla Parlophone, un’etichetta sussidiaria del gigante EMI. Ci volle molto a Epstein per convincere Martin a prendere in esame le cassette, e alla fine, Martin - più per spossatezza che per altro - convocò Epstein e offrì un contratto al gruppo, benchè non fosse molto convinto della qualità dei brani originali di Lennon e McCartney e dell’abilità di Best come batterista. Harrison, Lennon e McCartney accettarono il contratto e non parlarono di ciò a Best, che fu scartato un mese dopo da Epstein e sostituito da un altro batterista di Liverpool, Richard Starkey Jr., conosciuto ad Amburgo durante un giro di concerti del suo gruppo, Rory Storm and The Hurricanes. Il ventiduenne ragazzo già era conosciuto con il nome d’arte di Ringo Starr.

L’11 settembre 1962 i Beatles tennero la prima seduta ufficiale di registrazione agli studi londinesi della EMI. Martin disse a Ringo che il suo apporto non era richiesto, in quanto era disponibile il session-man ufficiale Andy White. Ringo Starr dovette rassegnarsi a suonare le maracas e il tamburello in Love Me Do e in P.S. I Love You, le due facce del loro primo 45 giri. La leggenda narra che Epstein avrebbe acquistato diecimila copie del disco per farlo entrare almeno nei Top 20, ma Epstein smentì sempre il fatto. Sta di fatto che il disco si piazzò al 17° posto nelle classifiche di vendita britanniche. Il loro secondo 45 giri, Please Please Me, balzò in testa alle classifiche il 1° febbraio 1963, e i Beatles erano in procinto di diventare superstar. Il 33 giri d’esordio che uscì in marzo, anch’esso intitolato Please Please Me, rimase in testa alle classifiche per trenta settimane finchè non venne scalzato dal loro album seguente, With The Beatles. Verso la fine dell’anno i Beatles suonarono una serie di marce reali di fronte alla regina madre e alla principessa Margaret; nell’occasione John Lennon disse la famosa frase: «I signori seduti nei posti economici applaudano. Gli altri cortesemente scuotano i loro gioielli…».

 

Il 26 ottobre 1965 i Beatles vengono ufficialmente insigniti del titolo di Baronetti dalla regina Elisabetta nella Sala del Trono di Buckingham Palace. Fin dal primo annuncio, avvenuto il 12 luglio, la loro investitura ha suscitato un putiferio. A complicare la vicenda contribuiscono anche le dichiarazioni dei quattro, in particolare di John Lennon e di Ringo Starr. Il primo manifesta la sua incredulità ai giornalisti mettendo in dubbio la notizia: «Baronetti? Non ci credo. Credevo fosse indispensabile guidare carri armati e vincere guerre». Il secondo commenta con sarcasmo «C'è una vera medaglia, no? Me la terrò per metterla quando sarò vecchio». Le polemiche sono, quindi, inevitabili. In prima fila nel tentativo di impedire la "profanazione" c'è la nobiltà, ma non mancano reduci di guerra, eroi della RAF e indignati vari che si sono dichiarati disposti a riconsegnare le loro onorificenze per protesta. Tutto è stato inutile. Il 26 ottobre i Beatles diventano Baronetti. Nel corso della cerimonia ufficiale i quattro ragazzi di Liverpool appaiono un po' alterati. Sono eccitati e confusi e per tutta la durata del lungo cerimoniale si comportano in modo decisamente fuori dalle regole. Scambiano battute e sottolineano con commenti divertiti i vari passaggi dell'investitura. Sembra un quadro irreale. Da una parte quattro ragazzi dall'aria stralunata e dall'altra una lunga fila di parrucconi in alta uniforme. Si arriva al culmine del paradosso quando la regina Elisabetta si rivolge direttamente ai Beatles con una domanda banale: «Da quanto tempo siete insieme?». I quattro si guardano per qualche secondo l'un l'altro senza spiaccicare parola, mentre la regina, con un sorriso educato stampato in volto attende paziente la risposta. Alla fine l'imbarazzante silenzio viene rotto dalla voce di Ringo Starr che, con voce impastata, risponde «Da quarant'anni!» mentre i suoi compagni sghignazzano divertiti. Per evitare ulteriori incidenti la cerimonia si avvia rapidamente alla fine. I Beatles escono dal palazzo reale esibendosi per i fotografi in una serie di divertenti gags. La loro eccitazione appare un po' troppo sopra le righe e qualche giornalista avanza il dubbio che non sia "naturale", ma nessuno lancia aperte accuse. A togliere ogni dubbio ci penseranno gli stessi Beatles che, qualche tempo dopo, riveleranno di aver fumato marijuana «per rilassarsi e vincere l'emozione prima della cerimonia» nei gabinetti di Buckingham Palace

 

Nonostante la loro luminosa ascesa in Gran Bretagna - dove la stampa aveva appena coniato il neologismo “Beatlemania” per descrivere l’entusiasmo intorno al complesso - alla fine dell’anno i Beatles ancora non avevano sfondato in America. Né i loro singoli, né l loro album Please Please Me (una versione ridotta dell’omonimo album uscito in Europa) avevano raggiunto le classifiche statunitensi. Ma nel gennaio 1964, con l’uscita del singolo I Want To Hold Your Hand («Congratulazioni, signori: Avete appena finito di registrare il vostro primo vero n. 1», disse George Martin al termine dell’incisione di I Want To Hold Your Hand), la Beatlemania colpì l’America: due settimane dopo l’arrivo nei negozi il disco aveva venduto più di un milione di copie. Ma per una curiosa coincidenza, il brano era stato anticipato per radio già dalla fine del 1963: un d.j. americano ricevette in regalo una copia del 45 giri dalla sua fidanzata inglese, una hostess della BOAC. Il 27 dicembre 1963 così gli americani udirono nell’etere la canzone che avrebbe messo l’America ai piedi dei Beatles. In febbraio i Beatles fecero la loro prima apparizione negli Stati Uniti. Parteciparono al famoso Ed Sullivan Show, che quella sera fu visto da 73 milioni di spettatori, con circa il sessanta per cento di share. Alla fine di febbraio i quattro erano, di fatto, i padroni assoluti della classifica Billboard. Oltre a detenere il primo posto nella classifica dei 45 giri, avevano altri quattro singoli nella Top 10 e tre album (incluso Meet The Beatles, una versione ridotta per il Nord America dell’europeo With The Beatles e che occupava il posto n° 1) nella Top 10 dei 33 giri. Nei due anni immediatamente successivi essi ebbero, inoltre, ventisei singoli nella Top 40, con dieci dischi al primo posto, per un totale di 38 settimane in testa su 104, nonché sette 33 giri al primo posto. In aggiunta a questa marcia trionfale, essi intrapresero un tour mondiale, che li portò a conquistare i pubblici del Giappone, dell’Australia, del Nord America (56.000 spettatori allo Shea Stadium di New York, 15 agosto 1965) e ovviamente dell’Europa (famosi in Italia i sei concerti del giugno 1965, due ciascuno al velodromo Vigorelli di Milano, al Palazzetto dello Sport di Genova e al Teatro Adriano di Roma). Per finire girarono anche due film: A Hard Day’s Night e Help!.

Il 33 giri che i Beatles fecero uscire nel dicembre del 1965, Rubber Soul, fu, fino a quel momento, il loro album più sonoro ed elaborato, che non tradì la stanchezza che essi indubbiamente avvertivano dopo due anni vorticosi. In esso, sotto l’influsso di Bob  Dylan e dei Byrds e l’avvento del folk-rock, si trovavano testi introspettivi e grande importanza agli strumenti acustici, tra cui il sitar, in canzoni come Drive My Car, Michelle e soprattutto Norwegian Wood (This Bird Has Flown). Nello stesso giorno in cui uscì in Gran Bretagna Rubber Soul uscì anche un 45 giri con due canzoni inedite, Day Tripper e We Can Work It Out, due facce A, come si diceva di canzoni della stessa importanza su un 45 giri (ormai il 45 è il ricordo del tempo che fu, e pure il 33 si avvia a sparire del tutto). Entrambi furono un successo. Quello stesso anno, complici le “delicate” pressioni dell’allora primo ministro laburista Harold Wilson, la regina Elisabetta concesse ai quattro il titolo di Baronetti di Sua Maestà e l’onore di farsi chiamare “Sir”, ufficialmente per i meriti artistici che avevano dato lustro al Paese, ufficiosamente per il contributo non indifferente che i Beatles avevano dato alla traballante industria britannica.

Revolver uscì nell’agosto del 1966, e fu concepito come un’esplicita risposta a Pet Sounds dei Beach Boys, che Paul McCartney considerava «Il miglior album di sempre». A sua volta, lo stesso Pet Sounds, del resto, era stato concepito come una replica a Rubber Soul e bisogna dire che Brian Wilson aveva dato il meglio di sé. Infatti Paul McCartney era convinto che bisognasse fare meglio di quanto si fosse fatto fino a quel momento per superare Pet Sounds. E i Beatles ci riuscirono appunto con Revolver che conteneva succosi brani come Tomorrow Never Knows, Taxman, Eleanor Rigby, Here, There And Everywhere e Got To Get You Into My Life, brano questo che risente dell'influenza della musica nera della Motown. Vista la caratura artistica che avevano dimostrato, il 1966 costituì per i Beatles un anno di svolta, sia professionale che personale. George Harrison fu il terzo della band a sposarsi, e Paul, l’ultimo scapolo rimasto, intrecciò una  relazione con l’attrice Jane Asher. Sul fronte artistico, i quattro, stanchi di sballottare in giro per il mondo, decisero di interrompere il loro tour estivo negli Stati Uniti. Poco prima che il tour iniziasse, peraltro, la rivista per adolescenti Datebook ristampò un’intervista concessa a un’analoga rivista britannica, nel corso della quale John Lennon ebbe a dire: «Adesso siamo più popolari di Gesù Cristo. Non se sia più importante il rock-n-roll o il cristianesimo». Queste parole provocarono un terremoto negli Stati Uniti del sud, più bigotti, dove i dischi dei Beatles furono bruciati, John Lennon ricevette minacce di morte e i fan furono obbligati a disertare i concerti del complesso inglese. Probabilmente nessuno saprà mai il senso esatto delle parole di John Lennon, fatto sta che a Chicago, il giorno prima che il tour iniziasse, un John visibilmente scosso dalle polemiche tentò di scusarsi per le sue parole, spiegando che lui non aveva intenzione di mettere a paragone la statura dei Beatles con quella di Gesù Cristo. Ma non servì a nulla, tanto che le minacce di morte continuarono, finché, al termine del concerto di Candlestick Park, San Francisco, il 29 agosto 1966, ne ebbero abbastanza.

 

 

ESTATE 1966 - IL TOUR NEGLI USA. "E' fatta, è finita. Ma da questo momento non sono più un Beatle".


Parole di George Harrison, registrate a caldo subito dopo l'ultimo concerto ufficiale nella storia dei Beatles. Accadeva quarant'anni fa, il 29 agosto 1966, al Candlestick Park di San Francisco. Lì, davanti a venticinquemila fan urlanti, sotto i riflettori dello stadio dei Giants, i quattro di Liverpool, che solo due anni prima avevano
conquistato gli Stati Uniti con il beat veloce e accattivante delle loro canzoni, consumavano l'ultima loro apparizione dal vivo. Con la voglia di dare una svolta alla loro carriera, di non fare più tournée, di dedicarsi solo al lavoro in studio di registrazione per far sbocciare idee che già da qualche mese, sotto l'influsso di droghe e di nuovi impulsi artistici, covavano in gran segreto. Niente più folle oceaniche, viaggi massacranti, fan impazziti pronti ad adorarli solo per il loro aspetto di bravi ragazzi: i quattro non erano più i musicisti "yeah yeah" che il mondo conosceva. Erano cambiati, erano diventati ormai artisti maturi, sacerdoti pop desiderosi di sperimentare nuove strade. San Francisco non fu quindi semplicemente "the last concert", ma il punto di svolta nell'immagine e nella filosofia del gruppo: da quel momento in poi i Beatles sarebbero stati un'altra cosa. E per cambiare, era necessario dare un taglio netto al passato.
L'idea di mollare i tour, a dire il vero, prese forma però molto prima di quel 29 agosto. "Nel 1966 viaggiare stava diventando decisamente noioso e noi stavamo raggiungendo un livello di saturazione davvero impensabile. Nessuno ascoltava i nostri concerti. Questo ci andava bene all'inizio, ma arrivammo al punto di fregarcene e suonare veramente male", spiegò anni dopo Ringo Starr. Uno dei motivi per cui vennero abbandonate le esibizioni dal vivo fu perciò il gap musicale che all'improvviso divise i quattro dai loro fan. Basti dire che Revolver , il disco che i Beatles pubblicarono in concomitanza proprio con la tournée americana dell'agosto '66, non venne neppure inserito nella scaletta dei concerti, tanto le canzoni avevano ormai assunto la forma di elaborate composizioni rock, impossibili da suonare dal vivo. Ma c'era anche un altro fattore, che riguardava ancora più da vicino John, Paul, George e Ringo. Ed era legato alla loro incolumità. In quell'estate '66, infatti, incapparono in vari guai. Tutto cominciò durante il tour in Giappone, dove vennero contestati perché i loro show alla Budokan Hall di Tokyo, riservata sino a quel momento solo a incontri di arti marziali, urtò la sensibilità di movimenti conservatori giapponesi. Una settimana più tardi, nelle Filippine, rifiutando l'invito a un party in loro onore organizzato dal presidente Ferdinando Marcos e da sua moglie Imelda, vennero addirittura quasi linciati all'aeroporto, prima di imbarcarsi per il ritorno. Ma il fatto più eclatante capitò quando la stampa americana, alla vigilia del tour statunitense, pubblicò l'intervista in cui Lennon asseriva "che erano più famosi di Gesù Cristo". Molte stazioni radio nel Sud degli Stati Uniti bandirono le loro canzoni e organizzarono falò con i loro dischi, mentre gruppi di religiosi oltranzisti li minacciarono di morte. "A un certo punto, durante il concerto di Memphis - ricordò una volta Lennon, - membri del Ku Klux Clan cominciarono a picchettare fuori dallo stadio. Poi scoppiò un petardo e d'istinto, durante l'esecuzione di un brano, smettemmo di suonare per guardarci in faccia. Pensavamo davvero che uno di noi fosse stato colpito da un proiettile".
Così, quel 29 agosto, quando alle 20, preceduti dai Remains, dai Cyrkle e dalle Ronettes, i Beatles sbucarono sul campo del Candlestick Park sicuri nel loro completo estivo con camicie a fiori, molti dei fan radunati sulle gradinate, senza saperlo, stavano per assistere a un evento. Paradossalmente, proprio perché alla fine del tour, la giornata aveva assunto toni particolari sin dal mattino, quando i quattro erano arrivati a San Francisco con un volo charter proveniente da Los Angeles. Poi, si erano recati quasi subito allo stadio, per dare una conferenza stampa e incontrare amici nei camerini. Verso sera, ricevettero anche la visita di Joan Baez. Infine, poco prima di avviarsi verso il palco montato sulla seconda base del campo di gioco, scortati anche da guardie del corpo, tra cui alcuni giocatori dei Giants, McCartney si procurò una macchina fotografica e un piccolo registratore per catturare le loro ultime canzoni dal vivo. Durante l'esecuzione di Baby's in black , un gruppo di ragazze riuscì per un momento persino a rompere il cordone di polizia e a correre verso di loro. Ma poi la musica riprese e i Beatles eseguirono nell'ordine Rock and roll music, She's a Woman, If I needed someone, Day tripper, Baby's in black, I feel fine, Yesterday, I wanna be your man, Nowhere man, Paperback writer mentre per il finale, al posto di I'm down, con cui solitamente chiudevano i live, scelsero come omaggio alle loro radici Long tall Sally di Little Richards, la canzone con cui invece terminavano gli spettacoli quando ancora suonavano ad Amburgo. Harrison prima di staccare la chitarra, improvvisò una strofa da In my life, un brano di Rubber soul. E poi, dando le spalle alla gradinate, posarono tutti insieme per una foto con l'autoscatto. Suonarono per 33 minuti, per un compenso lordo di 25mila dollari. Una cifra notevole per l'epoca. Ma mentre lasciavano lo stadio sull'ennesimo furgone blindato, con le orecchie assordate dalle urla dei fan, erano ben altre i traguardi che andavano sognando. E San Francisco, a quel punto, era già definitivamente l'ultima volta.
di Massimiliano Leva (29 agosto 2006)

 

L’abbandono capitò in tempo. Ormai i loro concerti erano diventati happening durante i quali gli urli dei fan coprivano l’acustica, mentre al contrario i loro lavori in studio diventavano sempre più affascinanti e raffinati. Il citato Revolver uscì appunto durante il tour americano. Tutti unanimamente riconobbero che le sonorità del quartetto erano affatto nuove, e che si stava configurando un cambio di stile. Infatti da quel momento per i Beatles nulla fu più come prima.

Il resto del 1966 fu un periodo di grande crescita personale del gruppo. Mentre Ringo trovò finalmente il tempo per stare un po’ con la sua famiglia, Paul si immerse nell’ambiente della Londra underground e compose la colonna sonora del film The Family Way, registrata dalla George Martin Orchestra. George andò in India a completare gli studi di sitar, yoga e cultura indiana e John andò in Germania (allora) Occidentale e in Spagna per dirigere il film How I Won The War (Come vinsi la guerra), nel quale interpretava un ruolo importante.

Alla fine dell’anno i quattro si riunirono negli studi EMI per il loro nuovo album. La prima canzone a essere tagliata fu Strawberry Fields Forever, un capolavoro scritto da John sotto l’influsso di droghe, che racconta della sua infanzia da orfano di madre a Liverpool. La canzone fu infine inserita in un 45 giri di cui il lato B era un altro ricordo d’infanzia, questa volta di Paul: Penny Lane, che parlava di un vicolo che Paul, orfano di madre anch’egli, frequentava da bambino.

L’album che ne seguì, nel 1967, Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, un altro capolavoro, continuava su quel filone, alternando gemme di Paul (Getting Better, Fixing A Hole e When I’m Sixty-Four) e follìe psichedeliche di John (Lucy In The Sky With Diamonds e Being For The Benefit Of Mr. Kite!). I loro sempre più disparati approcci sonori si fusero nell’ultima canzone dell’album, A Day In The Life, che fu il combinato di due progetti incompiuti di John e Paul, riuniti in un sorprendente collage acustico.

Su consiglio di George Martin il disco fu registrato come una suite e, mentre in realtà non esisteva un filo logico che unisse le varie canzoni, la critica lo interpretò come un concept album. Dal punto di vista musicale il disco superava di gran lunga ogni altro esperimento musicale mai tentato prima, e divenne presto il massimo successo di critica e di pubblico di tutti i tempi, balzando al 1° posto delle classifiche di Billboard per un periodo record di 15 settimane. Brian Wilson, che già stava facendo sforzi sovrumani per dare una degna risposta a Revolver, quando apparve Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band sprofondò in crisi creativa e non si riprese mai più. Altri artisti rimasero impressionati da un disco di tal fatta, e lo ascoltavano con rispetto e forse anche devozione. Qualcuno arrivò a dire che Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band costituì un punto di svolta per la cultura occidentale. Non sappiamo se questo sia vero o meno. Di certo ha costituito un punto di non ritorno nella storia della musica occidentale, uno di quei classici momenti-spartiacque, prima dei quali la musica è una cosa, dopo dei quali è totalmente altra cosa e dai quali non si può prescindere.

Tuttavia, mentre Sgt. Pepper’s… segnava un nuovo punto massimo per i Beatles, ne anticipava e costituiva le premesse per il prossimo scioglimento. Non più uniti come prima, ognuno dei quattro intraprendeva percorsi artistici autonomi. La situazione peggiorò nell’agosto del 1967, quando Brian Epstein morì per un overdose. Brian aveva sempre tenuto in mano la gestione economica del gruppo, lasciando che i quattro si concentrassero sul lavoro. Quindi, dopo la morte di Brian, essi presero direttamente in mano la loro gestione, fondarono un’etichetta autonoma, la Apple Records, distribuita dalla EMI, e una boutique d’abbigliamento, anch’essa chiamata Apple. Iniziarono inoltre a studiare con il Maharishi Mahesh Yogi, che insegnava meditazione trascendentale e altre forme di spiritualità indiana. Nei primi mesi del 1968 i quattro seguirono il loro maestro in India. Ringo tornò dopo appena dieci giorni, Paul cinque settimane, George e John almeno due mesi (per puntiglio, credo, non per altro), finchè anche loro non si allontanarono definitivamente dal Maharishi, dopo aver udito le voci che parlavano di un suo tentativo di seduzione nei confronti dell’attrice Mia Farrow. Dichiaratosi disilluso, John firmò la canzone Maharishi il cui titolo fu però, infine, cambiato in Sexy Sadie: «Sexy Sadie, what have you done? / You’ve made a fool of everyone» («Sexy Sadie, cos’hai fatto? Hai preso in giro tutti»).

Furono momenti di confusione per il gruppo, confusione che si riflettè nel successivo lavoro, Magical Mystery Tour, un film-TV di un’ora trasmesso dalla BBC nel dicembre 1967 e da cui fu tratto l’album omonimo. Scialbo e pasticciato, fu il loro primo insuccesso di critica, nonostante il film contenesse ottimi brani come I Am The Walrus e The Fool On The Hill. Si rifecero con Hey Jude, una ballata di Paul che durava più di sette minuti. Uscì come 45 giri il cui lato B era Revolution, scritta da John.

Alla metà del 1968 i Beatles fecero uscire un 33 giri doppio, dal titolo The Beatles e dalle copertine e il frontespizio completamente bianchi. Per ovvii motivi esso è universalmente conosciuto come l’Album Bianco. Fatto di grandi canzoni, il disco abbandona le pretese concettuali in favore del più diretto rock-n-roll e folk. Troviamo infatti brani come Back In The U.S.S.R. e Blackbird di Paul, I’m So Tired e Happiness Is A Warm Gun di John, While My Guitar Gently Weeps di George. Ormai i Beatles erano tre solisti, ognuno dei quali usava gli altri come session-man. Ringo lasciò il complesso per qualche giorno, esasperato dalle critiche di Paul (ragion per cui la versione di Back In The U.S.S.R. che tutti conosciamo vede alla batteria Paul McCartney); George chiamò Eric Clapton per registrare la chitarra solista in While My Guitar Gently Weeps e il nuovo amore di John Lennon, Yoko Ono, era una presenza costante in studio, cosa che infastidiva gli altri. Una settimana dopo l’uscita dell’Album Bianco, l’appena divorziato John pubblicò Two Virgins, un album di banalità musicali e vocali registrato durante la prima notte insieme con Yoko. La copertina, una foto di John e Yoko nudi, provocò vasto scompiglio, specie negli Stati Uniti, dove essa fu sequestrata perché giudicata pornografica.

Al tempo in cui i Beatles si riunirono negli studi cinematografici di Twickenham, nel gennaio del 1969, Paul aveva una nuova compagna. Aveva rotto, l’estate precedente, la sua relazione con Jane Asher e ne aveva intrapresa una nuova con Linda Louise Eastman (ma il cui vero cognome di famiglia era, per combinazione, Epstein), una fotografa rock americana, figlia di un importante avvocato di New York, più anziana di lui di un anno. A differenza di John, tuttavia, Paul non fu così ossessionato dalla relazione con Linda da arrivare al punto da lasciare al suo destino il resto della band. Anzi, si sforzò con determinazione di cercare di mantenere unito il gruppo. Il lavoro di Twickenham riguardava la realizzazione di un film di stile documentaristico, che mostrasse i Beatles al lavoro. Il lavoro avrebbe dovuto chiamarsi Get Back, come il loro 45 giri che era uscito in quei giorni («Get Back» vuol dire «torna indietro», ma anche «vattene». Narra una storia, se non vera, quantomeno verosimile, che Paul, durante la registrazione del brano, sottolineasse la frase «Get back to where you once belonged» con particolare enfasi, guardando Yoko Ono. Il senso della frase in effetti è «Vattene [o tornatene] da dove sei venuto [o venuta]». Molto probabilmente l’arrivo di Yoko Ono non è stato la causa della rottura del gruppo. Forse ne è stato solo l’acceleratore. La rottura era questione di due o tre anni, ma sarebbe avvenuta inevitabilmente. Si può ritenere che Paul considerasse Yoko responsabile del deterioramento dei rapporti personali di John con lui e gli altri del gruppo, più che di quelli artistici. Ma questo bisognerebbe domandarlo a Paul che, tuttavia, non ha mai imputato a Yoko nulla del genere).

In ogni modo, la lavorazione del film andò male, ma i quattro non se ne andarono, anche se quella volta fu George a minacciare l’abbandono. Nonostante il loro scatenato e divertente concerto sulla terrazza del palazzo della loro compagnia, la Apple, i nastri per i previsti film e disco furono temporaneamente archiviati.

Il 12 marzo 1969 Paul e Linda si sposarono, imitati otto giorni più tardi da John e Yoko. Ai due matrimoni non presenziò nessuno degli altri tre elementi della band. Mentre il matrimonio di Paul fu volutamente sottotono, quello di John fu l’occasione per trasformare la sua luna di miele in una serie di eventi, ivi inclusi il bed-in di una settimana ad Amsterdam per protestare contro la guerra in Vietnam e una conferenza stampa a Vienna nella quale John e Yoko si mostrarono sdraiati insieme dentro un grande sacco bianco. La stampa britannica reagì con disprezzo alle bizzarrie dei due. Il Daily Mirror riassunse le reazioni di condanna a John lamentando che «…tale incomparabile talento pare esser diventato pazzo». John sembrò averli presi in parola, visto che ad aprile uscì The Ballad Of John & Yoko, un disco pazzo e ilare registrato insieme a Paul, nel quale i due suonano tutti gli strumenti (George e Ringo erano occupati altrove).

In estate i Beatles si riunirono alla EMI per registrare il loro ultimo album di materiale originale, Abbey Road (nel corso della registrazione, e questo sorprenderà molti, muoveva i primi passi come assistente ingegnere del suono-factotum un giovanissimo Alan Parsons). Finalmente le prove furono prive di intoppi e litigi che avevano caratterizzato le registrazioni dell’Album Bianco e di Get Back. La musica fu splendida. La prima parte fu caratterizzata da una manciata di brani di rock-pop aspro, tra cui Come Together di John, Oh! Darling di Paul e Something di George, in parte rovinata dalla molle I Want You (She’s So Heavy) di John, in chiusura. La seconda parte fu registrata come una suite, aperta da Here Comes The Sun, sempre di George; perfino Ringo ebbe il suo momento di gloria, visto che l’album contiene anche una sua canzone, Octopus’s Garden. Comunque la suite del lato B fu il miglior risultato sonoro e musicale mai realizzato dal gruppo.

Purtroppo, nonostante il nuovo, travolgente successo di Abbey Road, l’unità del gruppo continuava a perdere inesorabilmente pezzi. Problemi d’affari indussero John a cercare Allen Klein, allora manager dei Rolling Stones, per offrirgli la gestione dei Beatles, mentre Paul avrebbe preferito affidarne la gestione a suo cognato, l’avvocato Lee Eastman. La scelta di John, tuttavia, trovò d’accordo George e Ringo, ma è tuttora controverso se essi effettivamente si divisero su questo punto (nel mentre nascevano le voci della morte di Paul e della sua sostituzione da parte di un non meglio identificato William Campbell, voci smentite dallo stesso Paul McCartney e di cui parliamo in altra parte).

Infine, fu Paul ad annunciare il definitivo scioglimento della band in un’autointervista inclusa nel suo primo album da solista, McCartney, pubblicato nell’aprile del 1970. Un mese più tardi uscì il lavoro di Get Back, con il nome Let It Be, ma Paul lo disconobbe, in quanto frutto di remix e di sovrapposizioni non autorizzate ad opera di Phil Spector e del suo famigerato Wall of sound. C’è da dire, per amor di verità, che i brani che Phil Spector prese in mano erano poco più che abbozzi e che soltanto con un pesante lavoro di editing avrebbero potuto essere pubblicabili. Ma non costava nulla chiamare i musicisti per reincidere i vari strumenti. Comunque, al momento dell’uscita del disco, i Beatles non erano più. Significativamente, toccò a George Harrison, il 1° aprile 1970, incidere in studio l’ultima canzone dei Beatles, I Me Mine, un blues amaro e disincantato che perfettamente testimoniava la chiusura di un capitolo della vita, sua e dei suoi compagni. E All Things Must Pass fu il primo lavoro da solista di George…

Sappiamo la storia dei quattro dopo lo scioglimento. In ogni caso si continua a parlare di loro, sia come singoli sia come gruppo. Ringo si è visto poco in questi anni, ma ha continuato a lavorare come attore oltre che come batterista. Ha superato problemi fisici e adesso pare nuovamente in forma. Negli ultimi anni della sua vita George si è dedicato alla filosofia orientale, ma ha avuto anche buoni successi di vendita; purtroppo il cancro l’ha portato via ancora giovane, nemmeno cinquantottenne, alla fine del 2001. John è entrato nella leggenda suo malgrado, perché fu ucciso a New York nel dicembre del 1980 da un fan deluso. Paul invece è quello che ha avuto il maggior successo: quattro tour mondiali, l’ultimo nel 1993, una quindicina di album di successo, un paio di colonne sonore e ultimamente pure un’opera rappresentata nella sua città natale, il Liverpool Oratorio. Inoltre collaborazioni con Stevie Wonder, Michael Jackson e altri show-man di successo. Insomma, un seguito di grosse soddisfazioni, offuscato però dal dolore per la perdita di Linda, morta di cancro al seno nell’aprile del 1998.

Nel 1994 Paul, George e Ringo si ritrovarono in studio per registrare alcune tracce abbozzate negli anni ’60 e rimaste inedite. Collaborò con loro Julian Lennon, il figlio di John e della prima moglie Cynthia, e Zak Starkey, il figlio di Ringo, diede una mano al papà alla batteria. Da questa riunione di famiglia nacquero Free As A Bird e Real Love, che uscirono nel 1995 e fecero parte delle canzoni incluse nella serie di CD Anthology di cui si parlava all’inizio. Ciò permise ai tre di vincere tre Grammy Awards e di far conoscere a nuove generazioni di fan la loro musica. Più di quarant’anni dopo il primo fatidico incontro di John e Paul nessuno dubita del loro posto nella storia, e non solo musicale: essi hanno dato vita al più grande complesso della storia del rock e sono stati i più importanti musicisti e compositori del secolo: a ennesima dimostrazione del loro intramontabile successo, se mai ve ne fosse ulteriore bisogno, basti vedere l’ultima uscita del gruppo: l’album 1 (One), composto di tutti i singoli (45 giri) che raggiunsero la vetta delle classifiche USA e Gran Bretagna: da Love Me Do a Get Back, tutta la loro storia. Uscito nel novembre 2000, raggiunse il primo posto di vendita in Gran Bretagna scalzando gruppi che al momento andavano per la maggiore (Blur e Oasis su tutti) e il nono posto in Italia a due settimane dalla sua uscita; era stato il pubblico più giovane, nato molto dopo lo scioglimento dei Quattro, che aveva decretato il successo di tale raccolta. Si può quindi veramente dire che il fenomeno-Beatles non fu legato a una moda, ma è inter-generazionale e la loro produzione costituisce un punto fermo e imprescindibile nella storia del pop e rock.

(dafflitto.com)

 


 

L'impatto dei Beatles sul mondo è stato davvero devastante. Ancora più di Elvis Presley, Marylin Monroe e James Dean, il gruppo ha portato il divismo a vette fino allora inesplorate. Complice la storia, forse, perché i giovani degli anni sessanta si ritrovarono con molti più soldi in tasca dei loro fratelli maggiori. Complice la tecnica, forse, perché le comunicazioni interplanetarie della musica e delle immagini conobbero proprio in quel periodo una crescita verticale. Complice la politica, forse, perché in quegli anni i giovani cominciarono finalmente a decidere in prima persona del loro presente e del loro futuro. Ma per quanti fattori si possano indicare, resta comunque un alone di mistero attorno all'affermazione di un mito popolare del nostro secolo che è pari solo a quello di John Fitzgerald Kennedy o di papa Giovanni.
Questo mistero che lo rende ancora vivo e affascinante a trenta e più anni di distanza dalla sua nascita. Vediamo di esaminarne alcuni aspetti, partendo dal retroterra.
Alla base della musica dei Beatles si possono rintracciare diverse influenze: il rock and roll di Elvis Presley, Chuck Berry, Little Richard, Carl Perkins, Buddy Holly; il Motown sound di Smokey Robinson e degli Isley Brothers; le armonie vocali di gruppi femminili come le Marvelettes e le Supremes e quelle doo wop dei gruppi di colore; il pop collegiale degli Everly Brothers; le ballate di Tiri Pari Alley, quelle di Goffin & King, di Leiber & Stoller; la musica da ballo in voga all'epoca, come la bossanova e il calypso; il vaudeville inglese degli anni trenta. Sul piano dei testi è evidente all'inizio un'impronta anarchica e surreale, riflessa nel tono fortemente scanzonato che caratterizza le loro creazioni. La vocazione al nonsense dei Beatles è debitrice della tradizione umoristica inglese, da Lewis Carrol a Edward Lear, su su fino ad arrivare a Peter Sellers e agli show televisivi degli anni cinquanta. Le molte interviste rilasciate dai quattro musicisti durante i primi anni di attività lasciano trapelare un atteggiamento fortemente anticonformista, burlone, sfacciato e irriverente.
I Beatles scrivevano da soli le loro canzoni, e questa novità assoluta nel campo della musica leggera servì da stimolo agli altri gruppi a venire. E poi, appunto, erano un gruppo. Quattro individualità riassunte in un'entità più grande che faceva più della semplice  somma algebrica. In precedenza c'erano stati solo cantanti solisti, accompagnati da un gruppo, o dall'orchestra. I musicisti occupavano una posizione di secondo piano e rimanevano quasi sempre anonimi. Inoltre quei cantanti eseguivano per lo più un repertorio altrui, o costruito apposta per loro.
La produzione dei Beatles può essere suddivisa grossomodo in tre fasi principali: il periodo beat, che comincia con Please Please Me (1962) e giunge fino a Help! (1965); il periodo della maturazione in senso artistico, che va da Rubber Soul (1965) a Sgt. Pepper (1967), e infine il periodo dell'eclettismo, che da The Bealles (l'album "bianco", 1968).
La seconda fase è caratterizzata dall'emancipazione del gruppo dall'influenza del rock corrente. La scuola è finita e loro ne fondano una per proprio conto. Il tempo per concepire e realizzare un intero album si dilata enormemente: Sgt.Pepper richiede ai quattro settecento ore di studio, quando ne erano bastate dodici per portare a termine l'album dell'esordio. Dall'uso delle quattro piste in Rubber Soul ai cori con cento voci in Sgi.Pepper, i Beatles sperimentano tutto ciò che era disponibile nella tecnologia della registrazione. A Day in the Life, ad esempio, termina con accordi casuali eseguiti da quaranta elementi orchestrali.
 Suonavano le loro canzoni con chi gli pareva. Ma dopo i Beatles scompare per alcuni anni, se escludiamo il caso rappresentato negli Stati Uniti dal folksinger Bob Dylan, la figura dell'artista singolo. La musica la si crea tutti assieme e i vari componenti del gruppo non hanno alcuna necessità di emergere individualmente.
Il loro beat riusciva a gettare un ponte tra il continente europeo, con la sua armonia classica e le sue regole ferree nel costruire canzoni, e il continente afroamericano, con le infinite potenzialità contenute nei timbri vocali e chitarristici e il richiamo travolgente esercitato dal ritmo. L'assolo di chitarra di Can't Buy Me Love, ad esempio, ha un sapore indiscutibilmente blues, ma resta in ogni caso disciplinato dalla forma melodica e dalla logica della canzone tradizionale, che prevede uno sviluppo lineare.

 

 

The Beatles’ last pictures by Robert Whitaker

(l’intervista di Massimiliano Leva)

 

La storia dei Beatles è tra le più saccheggiate da agiografi e studiosi.

Ma è anche una tra le carriere del rock più fotografate, con storie di fotografi nati e cresciuti dentro la storia dei Beatles. Come accaduto a Robert Whitaker, fotografo ufficiale dei Fab Four dal 1964 al 1966.

Whitaker, all’epoca freelance con un passato nel campo della moda e dei motori, incontrò i Beatles durante il loro tour in Australia nel 1964. Scattò un ritratto al loro manager Brian Epstein, il quale lo chiamò e gli propose di diventare il loro fotografo ufficiale.

Whitaker è stato anche l’unico a fotografare i Beatles durante la loro tournée in Giappone e nelle Filippine nell’estate del 1966. Uno degli ultimi tour, dopo che stressati dall’isteria di massa che li circondava e ormai proiettati verso nuovi orizzonti musicali decisero da quel momento di dedicarsi solo alla musica in studio dopo essere incappati in vari incidenti.

A Tokyo, dove suonarono per quattro giorni di fila, furono il primo gruppo pop a esibirsi alla Budokan Hall, l’arena riservata agli incontri di arti marziali, sollevando così proteste e minacce da parte del partito conservatore giapponese. A Manila, snobbando un invito di Imelda Marcos, moglie del dittatore, vennero quasi picchiati in aeroporto, riuscendo a decollare solo dopo aver rinunciato all’ incasso.

Whitaker documentò tutto.

Alcuni anni fa, lo incontrai per l’uscita di un suo libro dedicato proprio alle foto di quei concerti ( “The Beatles. L’ ultima tournée”, Gremese Editore).

Cosa ricorda di quel tour?

«I Beatles erano al massimo della fama e la gente faceva veramente follie per poterli vedere. Quando il 23 giugno ’66 partimmo da Londra per Monaco, eravamo tutti davvero entusiasti, mai avremmo pensato che fosse l’ ultimo tour».

Era difficile fotografarli?

«No, erano fotogenici e persone che sapevano ascoltare e quindi capaci di capire che pose volevo da loro. Erano anche molto aperti a qualsiasi idea gli si proponesse. Anzi, a volte offrivano loro degli spunti. Erano disponibili e gentili a ogni esperimento, come spesso gli proponevo, visto che quella era la tendenza negli anni Sessanta».

Che rapporto aveva con loro?

«C’ era innanzitutto un rapporto di amicizia più che di lavoro, soprattutto tra me e John. Li avevo conosciuti nel ’64, quando arrivarono in tour in Australia, dove sono nato. Ero un fotografo free-lance a Melbourne. Riuscii a scattare delle foto al loro manager, Brian Epstein, il quale mi chiese di diventare il fotografo ufficiale. Accettai solo qualche mese dopo, perché non avrei mai immaginato che sarebbero diventati leggenda».

Chi era il vero leader?

«Nessuno in particolare, anzi tutti e quattro partecipavano alle decisioni più importanti. I Beatles erano ragazzi semplici e alla mano, molto professionali ma a cui piaceva divertirsi».

Che cosa facevano nel tempo libero?

«Scherzavano, disegnavano, ricevevano venditori di oggetti vari in albergo, essendo assediati dai fan. In Giappone poi, per via delle minacce, la polizia andò fuori di testa, programmando persino il tempo che i Beatles dovevano impiegare dalla loro suite all’ ascensore. Per divertirsi, loro quattro ogni volta che bussavano alla porta si nascondevano in bagno o sotto il letto».

E a Manila che cosa accadde?

«Scesi dall’ aereo, i Beatles furono presi quasi di peso e portati dall’ organizzatore su uno yacht e fatti tornare a terra solo alle 4 di mattina. Lennon in un primo momento si divertì molto, ma poi tutti si preoccuparono anche per via della marijuana nei loro bagagli. Quando andarono a dormire erano ormai le sei di mattina e così si dimenticarono dell’ invito a colazione alle otto dalla moglie del presidente Marcos».

Il momento più emozionante che ricorda con loro?

«Forse allo Shea Stadium il 15 agosto del 1965, quando suonarono davanti a 65mila persone. Incredibile, il rumore dei fan era tale che pareva di essere su una pista di decollo».

https://medium.com/@massimilianoleva/the-last-beatles-pictures-by-robert-whitaker-l-intervista-bf6ca173eaf2#.mvwze5lbi

 

 

Un concerto senza tetto per i Beatles a Cincinnati.

(Massimiliano Leva)

 

Nessuno lo avrebbe mai detto. In fondo, era l’estate del 1966.

L’estate in cui i Beatles erano al massimo del successo e dopo la tournée dell’anno prima negli Stati Uniti, quella in cui esordirono allo Shea Stadium di New York davanti a 64mila spettatori, i fan americani li aspettavano ancora a braccia aperte.

Anche se John Lennon aveva dichiarato che loro, i Beatles, “erano più grandi di Gesù Cristo” e qualcuno a dire il vero non la prese poi tanto bene.

Eppure la macchina partì ancora una volta per gli States. Per quella che sarebbe diventata l’ultima tournée del gruppo.

Sabato 20 agosto, i Beatles erano attesi al Crosley Fields di Cincinnati, dove alle 20.30 locali avrebbero dovuto tenere il loro show. Il programma prevedeva che dopo il concerto sarebbero tornati subito in albergo, il Vernon Manor. Lì si sarebbero riposati e poi sarebbero partiti per St. Loius, dove sarebbero atterrati alle 4 del pomeriggio di domenica 21 agosto per esibirsi la sera stessa in quella città.

Fatalità volle che la sera del 20 su Cincinnati cominciò a cadere una pioggia incessante. Nonostante il contratto con tutti i promoter prevedesse che per i concerti all’aperto il palco fosse fornito di una tettoia, a Cincinnati gli organizzatori si dimenticarono di installarne una. Cercarono all’ultimo minuto di provvedere, ma ormai tutti gli amplificatori erano bagnati e per i Beatles, in attesa nei camerini, non c’era alcuna alternativa di andare in scena.

Loro erano anche disposti a suonare, per rispetto verso i fan che li aspettavano sotto la pioggia. Ma il rappresentante della Vox, che forniva loro l’attrezzatura del tour spiegò che correvano un grosso rischio suonando sotto la pioggia con le loro chitarre elettriche.

Si cercò così una soluzione e siccome la partenza per Saint Louis era fissata per le 4 del pomeriggio del giorno dopo, lo spettacolo a Cincinnati fu rinviato alle 12 della domenica.

A quell’ora, i Beatles salirono sul palco sotto il sole di una calda giornata di agosto, John Lennon e George Harrison indossando occhiali da sole.

Anche se per la replica del giorno, almeno a ripararli dal sole, questa volta avevano una bella tettoia.

https://medium.com/@massimilianoleva/un-concerto-senza-tetto-per-i-beatles-a-cincinnati-939dee23b208#.m6z0dtrz1

 

Massimiliano Leva

MASSIMILIANO LEVA

https://medium.com/@massimilianoleva

 

 

L'ultimo concerto dei Beatles
Let it Be è il titolo, oltre che del brano e dell'album omonimo, anche del film che fissa nella storia della musica contemporanea e nell'immaginario collettivo di milioni di fan quello che fu l'ultimo concerto dei Beatles, o comunque l'ultima esibizione artistica con il nome di Beatles del quartetto di Liverpool.

L'evento ebbe luogo poco dopo mezzogiorno del 30 gennaio 1969 sul tetto del loro quartiere generale, la Apple, al numero 3 di Savile Row, a Londra, e durò appena una quarantina di minuti. La registrazione cinematografica integrale della session servì per la distribuzione di un film, Let it Be (di fatto l'ultimo della relativamente esigua filmografia del gruppo inglese) che prendeva il titolo dalla omonima canzone.

Non si sa quanto i quattro scarafaggi fossero consapevoli del fatto che quello sarebbe stato il loro ultimo concerto; sta di fatto che ad assistere a quell'ultima esibizione furono solo poche decine di persone le quali, approfittando della pausa pranzo, lasciarono il posto di lavoro per salire sul tetto - forse ignari di essere prossimi ad assistere ad un evento poi diventato storico - attirati dal suono della musica. Alla base dello stabile, intanto, andava radunandosi una folla di fan che in qualche modo era venuta a conoscenza dell'evento.

I Beatles avevano registrato da poco le ultime canzoni composte: Let it Be, The Long and Winding Road, For You Blue, I Me Mine, oltre a parecchi standard del rock and roll e ad alcune differenti versioni di Get Back, I've Got a Feeling e The One After 909. Soltanto alcuni giorni prima, il 17 gennaio, era uscito il loro album Yellow Submarine.

Sul terrazzo della Apple tutto fu filmato, dai preparativi, alle prove del suono, al concerto vero e proprio, fino al per molti versi grottesco epilogo. Il concerto (quarantadue minuti circa di musica) sarà infatti interrotto dal sopraggiungere dei poliziotti londinesi, chiamati a contenere gli schiamazzi provocati nella zona dai numerosi fan presenti lungo le vie di accesso a Savile Row.

 

 

Alla fine il materiale girato in quella fatidica giornata comprendeva l'esecuzione delle seguenti canzoni: Get Back (come prova del suono, non verrà inclusa nel film che sarà distribuito in seguito) Get Back Don't Let Me Down I've Got a Feeling One After 909 Dig a Pony I've Got a Feeling (versione differente, non inclusa nel film) Don't Let Me Down (versione differente, non inclusa nel film) Get Back
La riproposizione di quest'ultimo brano, un'ennesima reprise di Get Back, viene interrotta nella parte finale dall'arrivo della polizia, chiamata da alcuni inquilini dello stabile. Lo storico Road Manager (ed ormai dirigente Apple) Neil Aspinall inizia a confabulare con George, che smette di suonare, mentre John prosegue a strimpellare la sua chitarra, prima di fermarsi a sua volta ed esclamare: "Bene. Grazie a tutti da parte mia e del gruppo, e speriamo proprio di aver superato questo provino!".

Nello stesso anno 1969, il 20 marzo John Lennon avrebbe poi sposato Yoko Ono e il 26 settembre sarebbe uscito Abbey Road, l'ultimo album inciso dai Beatles (fatta eccezione per Let it Be, appunto, registrato prima ma diffuso successivamente nel 1970, l'anno del definitivo scioglimento).

Sulla Via dell'Abbazia (che a conti fatti molto somiglia nella simmetrica profondità al Vicolo della desolazione di dylaniana memoria) la vicenda artistica dei quattro baronetti, come gruppo musicale, lasciava così la cronaca per entrare nella storia della pop music. Il mito gli appassionati lo stanno inseguendo ancora sulle liverpooliane sponde del fiume Mersey, fra le bottegucce della Penny Lane o in mezzo agli Strawberry Fields: sicuramente una base ideale per una ipotetica ed immaginaria toponomastica beatlesiana.

 

 

L'Esibizione dei Beatles sul tetto dell'Apple, Londra

(30 gennaio 1969)

 

La celebre esibizione dei Beatles sul tetto della Apple è la realizzazione di un'idea concepita il 26 gennaio nel corso di una riunione. Fu la prima delle due "esibizioni" consecutive dei Beatles con Billy Preston che conclusero il progetto Get Back: la seconda si sarebbe svolta il giorno successivo nello studio del seminterrato.

L'esibizione di quel giorno è passata alla storia come l'ultima del vivo dei Beatles, anche se non fu un vero e proprio concerto. Lo show durò 42 minuti (se ne vede circa metà nel sensazionale film Let it be) e incominciò all'ora di pranzo, come un'esplosione nel vento gelido - mai saliti su un tetto a Londra in gennaio? - che paralizzò parte della capitale fino all'arrivo della polizia, che interruppe lo spettacolo.

Gran parte dei 42 minuti sul tetto fu sfruttata commercialmente, nel film Let It Be e negli album GET BACK (inedito) e LET IT BE. Quella che segue è una descrizione dettagliata del repertorio eseguito, desunta dai nastri a otto piste presenti alla EMI (tra parentesi è indicato se i vari brani furono poi usati su film o dischi).

1. Ultimi preparativi. Michael Lindsay-Hogg grida "A tutti gli operatori: vai con la prima!". Si comincia con la prova di Get Back, seguita da un applauso educato che evidentemente ricorda a Paul una partita di Cricket perchè il bassista si ravvicina al microfono e mormora qualcosa su Ted Dexter (un giocatore di allora che militava nelle file del Sussex e della nazionale). John dice: "Ci è giunta una richiesta da Martin Luther".

2. Altra versione di Get Back (nel film Let It Be c'è un riuscito montaggio di quelle due versioni). Alla fine del brano, John dice: "...arrivata richiesta per Daisy, Morris e Tommy".

3. Don't Let Me Down (film Let It Be) seguita a ruota da...

4. I've Got A Feeling (film Let It Be e LP Let It Be), al termine della quale John dice: "Oh, anima mia..." (applausi) "...è proprio dura". A parte qualche verso di I've Got A Feeling, George non canta mai, per tutta l'esibizione sul tetto.

5. The One After 909, al termine della quale John cita sarcasticamente un verso dello standard del 1913 Danny Boy (film Let It Be, LP Let It Be e Get back).

6. Dig A Pony, con una falsa partenza: "Uno, due, tre, aspetta!" (John si soffia il naso). "Uno, due tre." Al termine, John dice: "Grazie fratelli....mani troppo fredde per suonare gli accordi" (film Let It Be e LP Let It Be, anche se sull'album il produttore Phil Spector avrebbe tagliato il verso iniziale e finale "All I want Is"): Prima dell'inizio, sul nastro a otto piste c'è anche una breve prova della canzone e la voce di John che chiede il testo. Nel film si vede infatti un assistente che si inginocchia davanti a lui con il testo applicato su una cartelletta.

7. L'assistente di sala Alan Parsons cambia nastro perchè il primo è pieno. Nell'attesa i Beatles e Billy Preston cominciano a strimpellare una breve versione dell'inno nazionale britannico, God Save The Queen. Il nuovo nastro ne coglie gli ultimi secondi, mai pubblicati sull'album nè inseriti nel film.

8. I've Got A feeling, seconda versione sul tetto (assente dal disco e dal film).

9. Don't Let Me Down, seconda versione sul tetto (assente dal disco e dal film), seguita a ruota da...

10. Get Back, terza versione sul tetto, un pò disturbata dall'arrivo della polizia che cerca di sospendere lo spettacolo. La canzone viene quasi interrotta ma riesce ad arrancare fino alla conclusione, con Paul che improvvisa: "Avete suonato un'altra volta sui tetti e lo sapete che alla mamma non piace! Ora vi farà arrestare!". Alla fine Paul rivolge un "Grazie, Mo!" alla moglie di Ringo, Maureen, per l'applauso e le acclamazioni entusiastiche; poi John si riavvicina al microfono per aggiungere, con un che di gigionesco: "Vorrei dirvi grazie a nome del gruppo e di tutti noi e spero che abbiamo passato l'audizione!" (Le parole pronunciate da Paul e John - ma non quella versione della canzone - sarebbero state inserite sull'LP inedito GET BACK. Sull'album LET IT BE, un'abile dissolvenza incrociata tra la Get Back incisa il 28 gennaio per il 45 giri e quelle parole fa sembrare che anche la canzone provenga dall'esibizione sul tetto. L'unica documentazione reale della Get Back, con il finale barcollante è dunque quella del film Let It Be, con tanto di commenti di John e Paul.

La scarna documentazione di studio dice che alcuni brani (imprecisati) furono mixati provvisoriamente in stereo da Glyn Johns tra le 19.30 e le 22 di quella stessa sera agli Olympic Sound Studios di Barnes. Fatto ciò, Johns fece trasferire di propria iniziativa i mixaggi su acetati che consegnò ai Beatles.

All'uscita del 45 giri Get Back / Don't Let Me Down, la Apple ricavò dal materiale girato da Michael Lindsay-Hogg due filmati promozionali (a colori, 16 millimetri) che distribuì alle emittenti televisive. Non furono però usate le riprese effettuate in studio il 28 gennaio durante le registrazioni del 45 giri ma altri materiali (diversi da quelli poi inseriti nel film Let It Be) sincronizzati con le versioni del disco: per Get Back furono sfruttate le immagini dell'esibizione sul tetto e per Don't Let Me Down una combinazione tra queste e i ciak di Twickenham.

In Gran Bretagna andò in onda solo Get Back: in bianco e nero in quattro diverse puntate di TopOf the Pops (BBC, giovedì 24 aprile, 8 maggio, 15 maggio e 22 maggio 1969, 19.30-20) e a colori nella prima parte di Top Of The Pops '69, trasmessa nel giorno di Natale (14.15-15). Negli Stati Uniti furono invece presentati entrambi i filmati, all'interno del programma The Glenn Campbell Goodtime Hour (CBS, mercoledì 30 aprile 1969, 19.30-20.30).

 

 

Da "La grande storia dei Beatles" (EMI - GIUNTI) di Mark Lewisohn.

 

 

 

La terza fase è segnata dall'eclettismo delle quattro personalità, ormai destinate a seguire strade individuali. Soprattutto il doppio album "bianco"  a testimoniare un eccesso di creatività che non era più possibile tenere assieme. L'album contiene e pisodi di pura avanguardia, come quello rappresentato da Revolution 9, perche McCartney seguiva i concerti londinesi del compositore Luciano Berio e Lennon subiva l'influsso della compagna, la giapponese Yóko Ono, artista sperimentale del gruppo Fluxus (mixed media, artivisive, performance ... ). Ci sono ballate folk (Mother Naturès Son) e country (Bun galow B114; ci sono blues (Yer Blues) e vecchi swing (Honey Pie); ci sono brani hard rock più tardi riesumati dal punk (Helter Sketter), riff impareggiabili (Birthday), filastrocche per bambini (Cry Baby Gry) e persino canzoni del Far West (Rocky Raccoon). Questo album può essere con siderato alla stregua di una vera e propria enciclopedia della musica popolare del ventesimo secolo, cui seguiranno episodi stilisticamente più omogenei come Abbey Road e Let It Be. Ma anche qui le sorprese non vengono risparmiate, come dimostra il lungo medley che alterna canzoncine di brevissima durata; quell'Her Majesty di venti secondi, non annunciata in copertina, che spunta quando ormai il disco sembra irrimediabilmente finito.

Il viaggio nel mito dei Beatles può continuare con un ricordo di Paul McCartney sugli esordi del gruppo: Quando i Beatles nacquero, io e John scrivemmo circa cinquanta canzoni, delle quali l'unica a essere pubblicata fu Love Me Do. Non si trattava di canzoni particolarmente belle perché noi stavamo cercando il nuovo beat, il nuovo sound. Il New Musical Express, che a quel tempo era un giornale tra i più seguiti, parlava del calypso e di come il rock latino stava per diventare il nuovo fenomeno musicale. Nel momento stesso in cui ci fermammo per trovare quel nuovo beat i giornali cominciarono a dire che eravamo noi e capimmo di aver scoperto il nuovo sound senza neanche averci provato».  

Può essere interessante anche conoscere l'opinione che i Beatles avevano dei loro colleghi. Ecco, per esempio, come John Lennon ricorda i Rolling Stones, storici rivali del gruppo: «Noi e gli Stones eravamo molto amici. Mi sono reso conto che erano davvero bravi, fin dalla prima volta che li ho visti al Crawdaddy di Richinond. Eravamo tutti alle prime armi e ci piaceva girare per le strade di Londra con le nostre macchine, incontrarci e parlare di musica fino a notte fonda con gli Animals ed Eric (Burdon).

 Sempre di John Lennon è questo ricordo, che stavolta riguarda Dylan:

Quando era a Londra veniva spesso a casa mia, a Kenwood, ed io non sapevo mai che cosa dovevo fare, in quella sorta di vita borghese che conducevo, preferivo magari andare io al suo albergo. Mi piaceva in contrarlo, lui mi piaceva e mi piacevano molto le sue canzoni, quelle che allora si chiamavano "canzoni di protesta". I testi erano molto belli. Ogni tanto arrivava con qualche nuovo pezzo e mi diceva: 'Senti questa John, ti piacciono le parole?' lo gli rispondevo che le parole erano belle ma non erano fondamentali, era tutto l'insieme che contava: non c'è bisogno di ascoltare quello che dice Dylan, ma come lo dice».