Marca Liotru

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ieri amante fiera, puledra focosa,

svergognatamente libera,

e candida come neve sulla magnolia

tu sei oggi la città che odio;

ma ormai ti custodisco nelle vene

per i tragitti che insieme, insieme,

facemmo in volo sui destini delle cose.

Eppur vorrei lo stesso fuggire dalle tue braccia

tanto mi appari estranea,

deludentemente rugosa e triste;

ma a starti lontano, baldracca,

tu sai che morirei.

Di sola nostalgia

 

(Anonimo Catanese)

 

 

 

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Io sono fiero di essere siciliano. Anzi, sono fiero di essere catanese.

La Sicilia è tutta bella, ci mancherebbe… ma per me Catania è la città siciliana in assoluto.

La città dove sono nato e cresciuto, dove ho imparato a sapermela cavare nei quartieri e dove sono cresciuto professionalmente, lavorando nei ristoranti della mia città.

Sono cresciuto in un’epoca migliore di quella attuale e probabilmente il mio spirito di libertà e ribellione mi ha portato a vivere la strada, la città, il quartiere sin da bambino. Abitando a due minuti dalla stazione era facile andare a piedi ovunque: a cinque minuti da via Umberto, a dieci dalla Fiera. La città era casa mia e quelle strade erano la mia scuola.

Ho conosciuto davvero di tutto: dal buon salumiere che mi faceva il panino a credenza, all’edicolante che, nonostante fossi minorenne, mi faceva leggere le riviste porno.

Ho subito scippi di occhiali da sole, fermi per rubarmi un giubbotto di pelle, scippo di collana… insomma, quattro ne ho viste. Ma ogni volta imparavo qualcosa. Probabilmente l’arte di saper vivere, di capire la gente e di affrontare le cose.

Tra i 10 e i 15 anni ho fatto veramente di tutto e di più: marinavo la scuola ripetutamente, andavo a giocare a carambola, a scacchi,collezionavo francobolli e ogni volta che ne usciva uno nuovo andavo alla posta di via Etnea a comprarlo. A 13 anni conobbi un signore al quale facevo simpatia perché aveva un figlio della mia età. Con lui, in sella alla sua moto, giravamo la città a mangiare carne di cavallo, sangele, matruzza, trippa, centupeddi, oppure cipolline e arancini. E nel tour, immancabile, c’era anche il passaggio nelle vie hot della città. Che tempi… sembra di parlare del Medioevo.

Oggi tutto questo è impossibile. I nostri ragazzi vivono una vita più virtuale che reale. Colpa nostra, ovviamente, che li abbiamo cresciuti sotto una campana di vetro. E poi, quando accadono cose brutte, non sa sannu spirugghiare.

Ma tornando a Catania… io la amo. Perché sì, la città è bellissima, ma stupendi sono i catanesi. La filosofia del catanese è un’opera unica di egocentrismo e spittizza.

“Ogni mattina, a Catania, un catanese si sveglia e sa già che sarà chiù spettu degli altri“ ed io, di questa filosofia, ne ho fatto uno stile di vita, con allegato anche il classico: “Vabbè, appoi si pensa… appoi di viri” e l’immancabile: “Mbare… ma tu u sai cu su’ i chistiani?!?”

Va bene, da Catania è tutto. A voi la linea.

Ah dimenticavo sono un po “pazzo” ma giuro è stata la vita che me lo ha chiesto...

(Antonio Rosano)

 

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Chista si chiama meravigghia, ca ti pigghia e ti scumpigghia,

iavi u culuri do’ suli, iavi u sciauru do’ mari.

Quannu a viru mi sentu tuttu priatu, picchi mi lassa senza ciatu”

 

(Mario Cordova per Birra Messina)

“Questa si chiama meraviglia,che ti prende e ti scompiglia,

ha il colore del sole, ha l’odore del mare.

Quando la vedo mi sento tutto contento perché mi lascia senza fiato.”

 

 

 

E poi la grande famiglia Platamone, i vulcanologi Gemmellaro, il filologo Nicola Spedalieri, il critico Gino Raya, il mecenate Antonio Ursino Recupero, il latinista e critico Concetto Marchesi,  l’insigne naturalista Giuseppe Gioeni (in suo onore sorse l’Accademia Gioenia), i giornalisti Alfio Russo e Concetto Pettinato, il mitico schermitore e maestro d’armi Agesilao Greco, l’indutriale Mario Sangiorgi che creò il complesso omonimo fra i più completi d’Europa, i fisici Enrico BoggioLera ed Ettore Majorana, enorme ingegno misteriosamente scomparso nel 1938, il restauratore morale e spirituale di Catania, dopo l‘immane terremoto del 1692, Giuseppe Cilestri.

Anche I maestri del Foro Giovanni Albanese, Luigi Macchi, Giovanni Motta, Giovanni Auteri Berretta, Mario Benenati, Gabriele Carnazza, Salvatore Paola, Giuseppe Simili.

I grandi giuristi come Mario Cutelli, Santi Di Paola, Vincenzo Gueli, Vincenzo Lanza, Dante Majorana, Attilio Castrogiovanni, ideologo del separatismo siciliano.

I grandi della Medicina, specialisti di fama nazionale, come Salvatore Citelli (appassionato alpinista costruì il Rifugio sull’Etna che porta il suo nome), Gesualdo Clementi, Gaetano Fichera, Raimondo Feretti, Carlo Gemmellaro, Giovanni Reguleas, Giuseppe Lino, Antonino Longo, Giuseppe Muscatello, Euplio Reina, Francesco Russo, Salvatore Tomaselli, GB. Ughetti, Santi Currò, Eugenio Aguglia.

Insegnarono all’Università nomi di eccelsa fama come il leggendario Giacobino Nepomuceno Gambini, Nicolò Tezzano, Salvatore Battaglia, Andrea Capparelli, Pietro De Logu, Vincenzo Giuffrida, GB. Grassi Bertazzi, Vincenzo Gueli, Federico Ciccaglione, Francesco Guglielmino, Ignazio Landolina, Guido Libertini, Antonino Clementi, Salvatore Marchese, Bernardo Colnago, Giuseppe Recupero, Orazio Condorelli che fu anche apprezzato uomo politico, Nicola Coviello, Vincenzo Tedeschi, Francesco Tornabene (fondò l’Orto Botanico), Giorgio Piccitto, Gustavo Vagliasindi, Santi Mazzarino, Carmelo Ottaviano, Giulio Natali, Gian Filippo Ingrassia (inventore della medicina legale), Ettore Romagnoli, Paolo Savy-Lopez, Francesco Carnelutti.

 

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Era una città invivibile. Oggi Catania è rinata (Antonio Rossitto) 

Quando gli hanno domandato perché un imprenditore dovrebbe investire a Catania, Pasquale Pistorio ha risposto sicuro: "Per i cervelli". Molti laureati e una disoccupazione altissima abbassano il costo del lavoro intellettuale. I "cervelli" siciliani, laureati delle facoltà etnee, pur di lavorare sono disposti a percepire uno stipendio minore. Come fossero in saldo. Come farsi il guardaroba fuori stagione pagando la metà e avendo a disposizione tutta la scelta che si vuole. Un vantaggio indiscutibile per le multinazionali. Che dà al sud un enorme vantaggio competitivo rispetto ad altri concorrenti europei.

Ma c'è dell'altro. Per lo sviluppo dell'Etna Valley sono state, e sono, importanti le sinergie con l'università e gli enti locali. E Giuseppe Brancatelli, aggiunge un altro fattore: la sicilianità. Spiega: "Le persone nate e cresciute in un territorio problematico come il nostro hanno una grande capacità di problem solving. Crescere in una città dove c'era un morto al giorno, dove era necessario avere gli occhi anche dietro la testa aiuta a cavarsela in ogni situazione. Anche nel business. Non è un caso se il mondo è pieno di imprenditori siciliani che hanno avuto successo".

Il rovescio della medaglia è la diffidenza. Voler fare tutto da soli. "L'Etna Valley, ad esempio, è un distretto atipico, disperso nel territorio. Ciò è dovuto alla scarsa propensione all'associazionismo dei catanesi: imprenditori brillanti, ma individualisti". E sorride amaro: lui che negli anni alla guida dell'associazione giovani industriali ha provato a mettere assieme mille teste. Senza riuscirci.

L'ex sindaco di Catania Enzo Bianco, conscio del problema, aveva lavorato a braccetto con l'Università e la St di Pistorio. "Bianco ha dato una spinta decisiva facendo conoscere ovunque il fenomeno: molti imprenditori siciliani all'estero sono rientrati per investire a Catania". E fu proprio l'ex ministro dell'interno a creare al progetto Atena: un pensatoio composto da brillanti imprenditori catanesi dipendenti di multinazionali, che - gratis - hanno sfornato idee e progetti per amore della loro terra. Ma i meriti riconosciuti a Bianco vanno al di là dell'Etna Valley.

 

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Dieci fa Catania era sporca e cattiva. Il centro storico marciva nell'abbandono, c'era immondizia ovunque, gli abitanti erano costretti al coprifuoco notturno. La città era nelle mani dei Cavalieri del Lavoro: i Costanzo, i Graci, i Rendo e i Parasiliti. Signori dell'edilizia e del malaffare che sul business del mattone, sull'intreccio tra mafia e politica costruivano la loro fortuna. Poi prostituzione, droga, armi: un inferno che tra il 1986 e il 1996 fece oltre 1000 vittime.

Oggi al centro di Piazza Duomo il Liotru, l'elefantino simbolo della città, sorride. Torna a barrire. Tra le piazzette del centro storico rimesso a nuovo sono spuntati decine di pub e caffè concerto. E una fiumana di gente vaga nel dedalo di stradine fino a notte tarda. Senza paura. Visto che il capoluogo etneo è tra le città che ha avuto una maggior diminuzione dei reati negli ultimi anni.

Certo i problemi restano. La disoccupazione sfiora il 30%, la crisi idrica è sempre in agguato, le infrastrutture sono da potenziare. E la mafia? "Non ha le conoscenze necessarie per entrare nel salotto buono dell'high-tech. Per questo non è interessata all'Etna Valley, perché non la capisce, non sa come funziona. E poi i nostri clienti sono spesso società straniere, difficilmente raggiungibili da Cosa nostra". La teoria dell'ingegnere catanese è rafforzata dai fatti. "Mai avuto una minaccia, un sentore. Anche se io l'ho sempre detto: piuttosto che cedere mi sarei fatto ammazzare".

 

 

 

 

 

 

 

Scusami Catania,

Ti prego di accettare le mie scuse,

forse per troppo tempo abbiamo riso

di cose che a prima vista sembravano “spittizze”.

Ci vantiamo di aneddoti, quasi fossero gesta,

di quannu Ninu, ad esempio,

‘nto sittanta o bar de quattru canti, trasenu ddu straneri

ccu l’occhi ancora chini di biddizza

e ci passò n’cafè ccu du briosci 21 mila liri…

ah chi spittizza.

E cu l’ha vistu cchiù di dui tedeschi.

Chi ffa, ju fazzu a fila ppe bulletti?

Comu, cu me cugnatu ca travagghia a posta!

Mi cci viri arreri a ‘mpinsiunatu 

c’aspettu u tunnu ppi fari u me doveri…

Ca scusa di illu a salutari sautu a fila e…

iddu u sapi ‘nzoccu ha fari.

Risati pi sti impresi grandiosi…

Nuatri semu chiddi ca suddu c’è primura

sapemu tutti stradi p’arrivari prima

ma sunu controsenso …

E cchi cci fa nuatri semu spetti di natura.

Scusami Catania.

Di oggi in poi vogghiu parrari

da dignità de poviri do cussu, do librinu o di l’angilu custodi

ca muti e saggi vanu a travagghiari

e a sira stanchi motti nte so letti

preiunu o signuri ca i so figghi non c’arrisuttunu spetti.

Scusami Catania.

Ti pottu na carizza di sta genti

ca cririmi

non c’entra propriu nenti.

 

Gino Astorina 

 

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Come si parlava
 

Nell’eloquio del catanese “marca liotru”, ricorre una specie di tic che è, invece, un intercalare ossessivo di cui, chi lo usa, perde il controllo fino al punto di vederselo scappare nei momenti meno opportuni, con le persone meno adatte, in presenza di signore, anche le più “schizzinose”. Nella letteratura classica lo si ritrovava nelle forme di ”ohibò!”, “cribbio!”, “sacripante!” (tutti ci interrogavamo sul significato letterale, ma, di una cosa eravamo certi, manifestava meraviglia), nella letteratura corrente, più realistica, non ci si fa scrupolo di convertirlo, con disinvoltura, in “c….!”(il significato é palese e non ci si meraviglia più). Come non ci si meraviglia più della “m…..!” frapposta ogni tre/quattro parole che, piuttosto che fare perdere il filo del discorso, intende sottolinearlo, contribuendo a dargli colore.
Il nostro, infatti, é un linguaggio colorito ed efficace che colpisce la fantasia dell’ascoltatore e, poiché alle parole si accompagnano i gesti, a quello che le parole non dicono sopperisce la mimica.

 


L’efficacia dei termini e la mimica connessa è inversamente proporzionale alla proprietà di linguaggio, al garbo e alla signorilità dell’interlocutore. Per cui più l’estrazione è popolare più il parlare è colorito ed il gesticolare enfatico Usa termini e gesti che colpiscono, teatrali, ironici, da commedia dell’arte o da tragedia greca. Nel popolo minuto qualsiasi cosa si dica, deve attingere un solo obiettivo: convincere, senza lasciare dubbi nell’interlocutore. Per cui se si fa un giuramento ci si appella al trascendente “Bedda Matri!”, “Quantu vogghiu beni ‘o Signori!”, “Sull’Ostia Sacra” o ai valori altrettanto sacri della vita e della famiglia quali “Quantu stimu ‘a saluti!” o “Quantu stimu ‘a vista di l’occhi”, il famoso “m’ha moriri mò omà !” o il definitivo “m’hanu ammazzari!”.
Le imprecazioni partono dall’eufemistico “caspitina!”, al “caspitina daveru!” , “botta di vilenu!”, “botta di sangu!” per giungere al conclusivo “morti ovva….” cui è implicita l’aggiunta “ca non ti”, “ca non mi”, “ca non nni” “viri”.

 


Infine ci sono “i jastimi”(invettive) un malo augurio all’indirizzo di chi, si ritiene, abbia fatto del male o abbia agito in maniera da procurare danno, ma anche, nel parlare familiare, per scaricare uno stato d’ira. Di queste “jastime” ce ne sono tante e di vario tipo, spessissimo tinte di sangue come “’ncamiu di pettu!”, “t’hanu ammazzari!” o, con la variante, “t’hanu ammazzari a scanciu!”, “t’hanu a purtari tisu tisu!”.
“Diu ni scanzi di li mali lingui!”, non c’è di peggio che incappare nell’ostilità di qualcuno intollerante e di basso lignaggio o di cultura popolare perché mentre l’uno normale ti manda soltanto a quel paese, con l’altro rischi di finire sotto un treno.
Ma il bello della nostra cultura e del nostro linguaggio sono proverbi, motti e modi di dire che arricchiscono la parlata dei nostri vecchi, “genti di ‘spirienza ca canusciunu ‘a vita”. A sentire parlare un vecchio di questi, spesse volte, ti senti scaricare addosso una caterva di ovvietà e di luoghi comuni, ma talvolta, se hai la fortuna di trovare il vecchio giusto, senti la saggezza “trasudare” dalle sue parole, pesate e accompagnate da detti, ricchi di cultura, concentrato di esperienza tramandataci dagli avi ,”i palori d’antichi non ponnu veniri mai menu”. I detti, i proverbi e le massime sono tanti e volere tentarne una esposizione, sia pure una piccola, non è quello che ci si propone, c’è chi lo ha già fatto con competenza, si vuole semplicemente ricordare come la parlata del nostro popolo è cultura, che andiamo perdendo senza farcene scrupolo come, un giorno per fare spazio, ci liberammo d’armuarri, du cantaranu, da crirenza, da buffetta du nannu, du lavamanu e da tuletta da zà Cuncittina e du lettu di ferru da nanna con la testata dipinta a fiori. Oggi, tornato l’interesse per l’antico, ci fustigheremmo.
Cosa succederà ai nostri figli, quando, finita la moda del villaggio globale, sentiranno il bisogno di tornare alle “radici”? Si accorgeranno, allora, della povertà di spirito, del complesso di inferiorità e della meschinità di noi genitori che abbiamo, per una presunta “signorilità”, omesso di trasmettere loro la cultura che i nostri padri hanno costruito “muddichedda a muddichedda” con l’apporto delle civiltà che, nel corso dei secoli, da un canto ci hanno assoggettati, dall’altro ci hanno arricchiti lasciandoci traccia del loro passaggio.
Cose di un altro mondo!

Lasicilia

 

 

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PETRU U TURCU

DI VLADIMIRO CAMINITI:
Anastasi fu ingaggiato da Vittore Catella, previo interessamento dell’Avvocato Gianni al patron dei frigoriferi Giovannone Borghi, un uomo doppio, ma soltanto nel fisico, mento doppio, sopraccigli doppi, pancia se vogliamo tripla; però, una persona lastricata di buone intenzioni, Borghi aveva quasi raggiunto
https://www.mimmorapisarda.it/2024/186.JPGl’accordo con l’Inter per l’osannato centrattacco del suo Varese, ma all’ultimo momento fu galeotta una questione di compressori per frigoriferi, ed Anastasi passò alla Juventus, dopo che aveva già indossato in amichevole la maglia nerazzurra. I benpensanti si scandalizzarono. In realtà, il trasferimento fu solo rinviato di alcuni anni, i migliori della carriera del Picciotto, di pelle quasi scura, due occhi balenanti, una tosta furbizia, due svelte gambe di levriero.
Alla Juventus trova il fustigatore dei costumi Heriberto Herrera, che aveva nell’arcaico grandissimo Gipo Viani uno dei suoi pochi veri estimatori in un Paese calcistico schiavo della pigrizia tecnica: «La Juventus sta praticando il gioco più moderno del mondo, è finita l’epoca degli specialisti; io faccio solo il goal, io difendo e basta», diceva il Ginnasiarca prima dell’inizio del campionato, deludente per la Juventus, non per Pietruzzu, il cui bottino fu di 14 goal, rivelando tutta la sua astuzia istintiva e di volo un destro sciabolatore che levati.
Durante un allenamento, il Ginnasiarca pescò Pietruzzu in ritardo su un esercizio. Il cicchetto del mister fu poderoso. Il ragazzo s’avvampò e pianse. Furbo, ghiotto di tutto, soprattutto di popolarità, colpisce che non ami parlare nel dialetto di Meli. Si esprime in compìto italiano, insomma, e va a miracol mostrare del suo stile impolverato (i primi calci li ha dati scalzo, sui terreni aridi della periferia di Catania) già in questo primo campionato juventino: 1968/69.
La fama gli da subito un po’ alla testa. Con i cronisti, anche con me, ha rapporti difficili. Nello spogliatoio qualche compagno, ad esempio Furino, non ci andrà mai d’accordo. Voglio dire che ha spesso atteggiamenti spocchiosi. Pure, la Juventus ha cambiato il modo di vivere il calcio; è datato Heriberto Herrera il rinnovamento tecnico che prosegue clamoroso proprio alla fine di questo campionato, quando avanza sulla scena monsù Rabitti e la squadra ripiglia confidenza con le vittorie strappa applauso.
L’Avvocato ha già richiamato Boniperti come amministratore delegato; presto lo farà presidente, e sarà il primo presidente anche tecnico nella storia del nostro calcio. Nascerà la Juventus ineguagliata ed ineguagliabile del collettivo in campo e fuori campo. Anastasi ha tutto il tempo, sono sei anni di gioie e di rabbuffi, di goal maiuscoli e di sensazionali strafalcioni, per lasciare un’impronta. Non si era mai visto un centravanti come lui. L’istinto s’incarnava in uno scatto abbagliante come le onde del mare etneo al suo sole infuocato.
Arrivando in bianconero, è famoso; in maglia azzurra si è laureato a Roma campione europeo. Paragonato ai centravanti tradizionali, è un misto di Gabetto e Lorenzi, ha più estro che tecnica, più possesso fisico dell’azione che senso tattico; caccia il goal come uno stallone la femmina. Quando al povero Picchi subentra Vycpalek mal gliene incoglie, perché Cesto è bonario ma caustico, ama le posizioni chiare, la lealtà. Anastasi ha atteggiamenti da divo in uno spogliatoio dove legifera il collettivo. Ma subito per me diventa Pietruzzu, gioca partite stupefacenti e segna molti goals decisivi. Forse il campionato del primo scudetto bonipertiano (1971/72)
https://www.mimmorapisarda.it/2024/240.JPGè pure il suo più efficace, se anche segna 11 goal il suo apporto è trascinante, per supplire, insieme a tutti, all’assenza nevralgica di Bettega ammalatosi.
«Quel campionato rappresentò il primo traguardo della mia carriera e dell’esperienza juventina. Arrivai al nord che ero davvero un ragazzino e presto diventai uomo, anche in virtù dell’aria che si respirava in società: erano i tempo di Catella, Giordanetti, Allodi e, soprattutto, Boniperti».
Un campionato tormentoso e per Cesto drammatico che si risolve in volata, con un bel 2-0 al Comunale inflitto al Vicenza. E si può ben dire che questa Juventus di Anastasi si riallaccia alla migliore tradizione della società, vince con una sola lunghezza (43 a 42) su Milan e Torino (che un sardo di nome Giagnoni pilota con demagogica sciarpa), ma è come sta scritto nel suo stemma, la vittoria del forte che ha fede.
Anastasi vincerà altri due scudetti, quello numero 15 in cui assopirà un tantino il suo vulcanico talento, con soli 6 goal e l’ancora arzillo Altafini che ne fa ben 9, suo sostituto o suo partner, in 23 partite; Vycpalek ha perso l’adorato Cestino, ma non perde mai la calma, tecnico pacioso e profondo.
C’è qualcosa che non va nei costumi atletici del catanese? Ha qualche problema privato? Si può rispondere, senza indugio: quel suo gioco tutto istinto, i suoi scatti a ripetizione, lo logorano; senza la forza fisica rapinosa di un Chinaglia, non è meno rapinoso il suo gioco che siede i portieri. Rivivrà diversamente, com’è diversa Catania da Palermo, il mare etneo dal mare di Mondello, questo scatto in Schillaci. Alla conquista del suo terzo scudetto, campionato 1974/75, Anastasi arriva in coppia con Damiani, 9 goal a testa, uno in meno l’eterno Altafini.
Lapilli e scaglie dorate del suo scatto inimitabile sono ormai cenere; con un colpo di genio Boniperti, nell’estate del 1976, lo scambia con l’anziano Boninsegna. Il Pelé bianco naufragherà nelle nebbie di Milano.
http://ilpalloneracconta.blogspot.it/2008/04/pietro-anastasi.html

 

"Quando arrivai alla Juve avevo gli occhi di tutti addosso. La domenica, appena entravo in campo, avvertivo la responsabilità enorme di dare risposte alle migliaia di tifosi assiepati nelle curve. Erano ragazzi del sud che avevano lasciato la loro terra in cerca di fortuna, che si facevano il mazzo nelle industrie, dovevano guadagnarsi la pagnotta. Io, al confronto, ero un privilegiato che aveva svoltato e dovevo segnare il gol per loro. Dovevo riscattarli dalle loro angustie. La Juve era una squadra a trazione sudista: c’erano Cuccureddu, Furino, Causio, Longobucco; noi eravamo la bandiera del sud che sventolava e portava alto l’orgoglio meridionale."

(Pietro Anastasi)

 

 

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Fra gli scrittori e poeti ricorderemo Giovanni Centorbi, Titomanlio Manzella, Gesualdo e Manzella Frontini, Nello e Massimo Simili, Giuseppe Artale, Domenico Castorina, Francesco Guglielmino,  Guido Pietro Cesareo, Ottavio Profeta, Ferdinando Cajoli, Arcangelo Blandini. E poi quei grandi poeti che meriterebbero una definitiva riscoperta quali Antonio di Oliveri, Bartolomeo Asmundo, Giovanni Nicolò Rizzari, Pietro Pavone, Giuseppe Borrello, Giuseppe Marraffino. Commediografi come Orazio Motta Tornabene, Antonino Russo Giusti, Francesco De Felice, Giuseppe Patané , Giuseppe Macrì, Pippo Marchese ecc. Fra gli storiografi  Vito Maria Amico,  i Cristadoro, Salvatore Battaglia, Ugone Falcando, Vito Coco, Carmelina Naselli, Vincenzo Finocchiaro, Enzo Maganuco, Santi Consoli, Francesco Ferrara, Francesco Granata, Matteo Gaudioso, Vincenzo Cordaro, Benedetto Condorelli, Francesco Pastura, Orazio Viola, Pietro Carrera, Nicola Niceforo, Nunzio Vaccalluzzo, Salvatore Lo Presti, Arturo Trombatore, Antonino Germanà Di Stefano. Gli editori Battiato Giannotta, Prampolini, Muglia, Di Paola.

 

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Nasce a Catania il 22 Agosto del 1750 (città dove morirà il 4 febbraio 1821) da Giuseppe, mercante di legna, e da Apollonia Arcidiacono. Terzo di sette figli, era stato destinato al sacerdozio e, a tale scopo, entrò nel seminario arcivescovile, che era a quel tempo la più importante scuola della città. Ne usci all'età di 23 anni, nel 1773, e il padre, vista fallita la vocazione sacerdotale del figlio, avrebbe voluto avviarlo alla professione forense, ma anche questo tentativo falli, perché il giovane Domenico preferì proseguire nella strada degli studi umanistici.

Conosciuto come Micio o Miciu, versione dialettale del suo nome, è stato fra i maggiori poeti siciliani del suo tempo, a cavallo fra la fine del 1700 e gli inizi del 1800. Fu accolto nell’Accademia dei Palladi e nel salotto letterario del mecenate Ignazio Paternò principe di Biscari. Tante sono le leggende, storie e curiosità legate a questo personaggio.

Domenico Tempio rappresenta la “catanesità moderna“, tanto da essere definito uno dei cantori della città del tempo. Molto spesso, Micio Tempio è stato ingiustamente relegato entro un particolare ambito, quello della poesia erotica, licenziosa, benché fosse un accademico, un finissimo intellettuale, dallo spessore culturale molto alto. In Francia era conosciuto e amato perché traduceva direttamente dal greco al francese. La sua cultura affonda le radici nella classicità, tanto da essere un poeta dell’eros e satirico, come Saffo, Catullo, Ovidio, Marziale. Tempio fu apprezzato per la sua satira aspra, pungente, irriverente. Coi suoi versi denunciava le ingiustizie dei prepotenti sul popolo, l’immobilismo catanese, servendosi di un’ilarità amara e licenziosa. La sua poesia mirava a sferzare, a scuotere le coscienze e incitare all’azione, mostrando la sua diffidenza nei confronti del potere.

Micio Tempio è stato uno dei personaggi più amati dai catanesi. Le sue idee giacobine gli costarono caro, tanto che il suo mito, via via, andò scemando, subendo quasi una sorta di damnatio memoriae dopo la sua morte. Tempio è un vero e proprio poeta maudit. Fra le curiosità che riguardano la sua vita spiccano sicuramente il suo essere amante delle donne, presenti nella sua opera, ricordiamo i nomi di Nice, Clori e Tudda. Frequentò assiduamente bordelli e prostitute. Micio ebbe lutti e dolori, nonostante le sue doti, visse quasi sempre nella povertà, aiutato da amici e sostenitori e da un sussidio comunale.Si racconta che trascorresse ore e ore ai tavoli dell’osteria di Don Ramunnu a bere vino e allietare gli avventori coi suoi versi.

Dalle stampe, Domenico Tempio appare bruttarello, basso, magro. Prima di morire, si dice che andò da una prostituta, esprimendo la volontà di voler morire dove era nato. Dalla moglie Francesca Longo, morta di parto ebbe un figlio che morì poco dopo; successivamente, la sua compagna di vita fu la serva dell’osteria, Caterina, da cui ebbe il figlio Pasqualino. Una delle leggende metropolitane che ruotano attorno alla figura di Micio è legata ad uno dei palazzi storici del centro di Catania, Palazzo Bruca, nella centralissima via Vittorio Emanuele, al cui interno si trova una fontana con una particolare statua che raffigura il dio Nettuno. Si è tramandato che quello rappresentato non fosse il dio del mare bensì Micio, raffigurato per celebrare le sue doti sessuali molto spiccate. Si racconta infatti che Tempio fosse “superdotato” e si facesse pagare per soddisfare le voglie delle donne della “Catania bene”, trascurate dai mariti. Dunque, il dio sarebbe la personificazione del poeta che dice: ” cu stu c.. u mi fici n’palazzu“. Particolare anche la posizione delle dita che indicano da una parte il suo sesso, reso evidente dal fatto che manca il tridente, dall’altra, parte del palazzo stesso.Un’altra leggenda che riguarda Micio Tempio è legata ad un altro palazzo del centro storico, sempre in via Vittorio Emanuele, sito quasi a fianco della bellissima Chiesa di San Placido, vicino a palazzo Biscari e agli archi della Marina. Il palazzo in questione è Mazza di Villallegra, donato dal Principe di Biscari al suo poeta di corte. La costruzione dell’edificio avvenne tra XVIII e XIX secolo. La targa, apposta dal Rotary Club, recita: “in questa casa visse Micio Tempio che dello spirito erotico si nutriva per fare poesia. O viaggiatore, alza lo sguardo e sorridi a colui che questi simboli ai posteri lasciò“. Molti dissentono dal considerare questa come la casa di Tempio, vista l’incongruenza delle date. La penuria di fonti biografiche lascia il dubbio. L’unica certezza è quella che l’edificio presenti il “balcone più erotico” di tutta Catania per via delle sue sculture “osè” realizzate per volere di Micio, per beffarsi delle suore del Convento antistante, viste le sue posizioni schiettamente anticlericali, o che l’artista abbia reso un omaggio al poeta catanese e alla sua opera. Le sculture che abbelliscono il balcone sono di origine barocca. Si intravedono infatti gli elementi propri di questo stile. La peculiarità del balcone sta nel fatto che accanto ai caratteristici mascheroni, vi sono delle cariatidi che mimano un gesto che rimanda all’autoerotismo, motivo che si ripete nella figura maschile che sormonta l’arco del portale e si inserisce poco sotto il balcone. A rimarcare la sensualità delle figure anche i cavalli che affiancano le donne e si sopraelevano sulla figura maschile.

Come già detto, Domenico Tempio, è una delle figure più amate dai catanesi, nonostante sia stato nel tempo circoscritto all’ambito volgare, sessuale, provocatorio delle sue composizioni. Secondo alcune fonti non ufficiali, sembra che fu sepolto, con onori cittadini, presso la Chiesa di San Giovanni, in via Garibaldi, nei pressi di Santa Maria dell’Aiuto, distrutta dai bombardamenti del 1943. All’interno del Giardino Bellini, nel viale degli uomini illustri, a pochi passi dal bellissimo Chiostro della musica, si trova anche il suo busto marmoreo. Il Comune di Catania gli ha dedicato anche una via, lungo il porto.

www.zibibbu.it

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Santi Correnti, il padre catanese della Storia della Sicilia

Catania vanta molti nomi illustri e diversi artisti che si sono distinti nel tempo per la loro creatività e il loro genio. Tra questi un nome che ha lasciato il segno nella cultura catanese è quello di Santi Correnti, uno dei simboli del capoluogo etneo e di tutta la Sicilia.

Abile oratore, orgoglioso divulgatore di aneddoti, aforismi in lingua latina, in quella italiana o in dialetto siciliano, Santi Correnti fu uno dei più importanti studiosi catanesi che riuscì a restituire il giusto valore alla terra siciliana e a rendere l’Università di Catania uno degli atenei più prestigiosi in Italia.

Per lui Catania era la città “semprerifiorente”, capace cioè di risorgere migliore dalle ceneri e pronta a riscattarsi ad ogni situazione; per lui la città etnea era terra di cultura e culla di antichi valori, che vanno sempre compresi ed apprezzati e che fanno di lui uno degli uomini più autorevoli della storia di Catania.

https://www.mimmorapisarda.it/2025/172.jpgNato a Riposto il 28 gennaio 1924 da Antonino e Venera Leonardi e deceduto a Catania il 27 agosto 2009, Santi Correnti è stato uno storico e latinista italiano che si laureò con lode in lettere classiche presso l’Università di Catania nel 1945.

Dopo un breve periodo di studio alla Scuola Normale Superiore di Pisa, conseguì una seconda laurea in storia nel 1949 e insegnò italiano, latino e storia nelle scuole secondarie di Catania e, a volte, anche in alcune statunitensi fino al 1953, quando ottenne la libera docenza in storia moderna e iniziò a lavorare presso l’Università di Catania.

Principalmente interessato alla storia della Sicilia, oltre che alla filosofia e alla letteratura italiana e latina, nel 1964 Santi Correnti fondò e guidò l’Istituto Siciliano di Cultura Regionale (ISCRE) e nel 1973 avviò la pubblicazione della Rivista Storica Siciliana.

La vecchia generazione catanese lo ricorda ancora nella sua quotidiana rubrica televisiva, “L’Almanacco” su Antenna Sicilia, in cui divulgava sana cultura siciliana e condivideva la sua passione per la storia della Sicilia, alla quale dedicò moltissimo del suo tempo e sulla quale scrisse un centinaio di opere, sia a livello universitario che divulgativo.

Un interesse il suo talmente profondo che, nel 1970, l’Università di Catania istituì appositamente per lui la prima cattedra italiana di storia della Sicilia, che guidò fino al 1996, anno in cui si ritirò dall’attività accademica.

Inoltre, fu ispettore bibliografico onorario per la Soprintendenza ai Beni Culturali della Sicilia orientale, consigliere comunale del Comune di Riposto, medaglia d’Oro dei Benemeriti della Cultura, della Scuola e dell’Arte nel 1977, commissario della Sezione CNGEI di Riposto e “Siciliano dell’anno” nel 1991.

Insomma un personaggio poliedrico che Catania vanta e ricorda tutt’oggi dopo diversi anni dalla sua morte, con diverse onorificenze. Scopri le più importanti.

Un nome, una garanzia, Santi Correnti è uno dei simboli di Catania e della Sicilia tutta; un nome noto non solo in ambito accademico, in onore del quale l’Associazione ”L’elefantino“ di Catania, la Regione Siciliana e l’Università di Catania hanno istituito il premio internazionale “Santi Correnti”, che viene conferito a personalità che si sono distinte nel mondo della scienza e della cultura.

Ricordare il nome di Santi Correnti è tutt’oggi possibile apprezzando le sue molteplici opere di stampo storiografico. Nei suoi 99 testi, l’autore è stato abile a proporre la Sicilia da una prospettiva insolita, osservandola in modo oggettivo, ma soprattutto esaustivo; e a rivalutare la Sicilia, purificandola dal pregiudizio della “sicilitudine” che da secoli macchia la sua autorevole reputazione.

Una voce fuori dal coro che va ricordata per non dimenticare l’importanza della nostra terra e la sua vasta ricchezza e per ringraziarla di aver lasciato un’eredità culturale di cui tutti i catanesi dovrebbero essere orgogliosi.

(Simona Lo Certo)

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«A Catania il provincialismo non ci fa vedere il bello che c'è»

di Ottavio Cappellani - La Sicilia, 5.2.2017

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Pietrangelo, la prima domanda è d’obbligo in questi giorni: Catania e Sant’Agata.

«Sant’Agata incarna una dimensione più ampia della santità, Agata arriva alla dimensione della sacralità, i due termini non sono sinonimi, la sacralità è un concetto che supera la semplice biografia di una santa, abbraccia una consistenza spirituale che viene confermata giorno dopo giorno dall’atteggiamento dei devoti. Mi spingerei a dire che la sacrissima vergine Agata è qualcosa di anteriore addirittura alla sua verità storica, come se nel catanese ci fosse stato un “presagio” di Agata… come se l’essenza universale di Agata si fosse incarnato nel catanese ancor prima dell’apparizione storica di Agata: un anelito, un desiderio, che si è incarnato proprio là dove doveva incarnarsi, dove più grande e perfetto era questo desiderio, questa preghiera, ossia a Catania».

- Qualche giorno fa, in “Provincia Capitale”, seguitissima trasmissione di Edoardo Camurri, dedicata a Catania, hai ricordato che questa città è terra di scrittori.Risultati immagini per buttafuoco catania

«Facendola facile possiamo dire che se Genova è la grande capitale italiana del cantautorato, così Catania è un grandissimo capitolo di quel libro che è la Sicilia e la Letteratura. Dagli autori ritenuti più popolari, come Micio Tempio, alle espressioni più classiche, come Giovanni Verga che fu considerato appunto un “classico” già in vita, non lo si può pensare, leggerlo, senza paragonarlo a Tolstoj, così come in Brancati c’è il riflesso italiano di Gogol. Nel catanese c’è quel piacere dell’affabulazione, quella capacità innata di donare una lingua, di costruire un linguaggio e un mondo, che lo fa unico, che solleva la narrazione a un livello inevitabilmente più alto, che la fa “letteratura” appunto. La narrazione non è mai soltanto un resoconto, ma un vero e proprio dono, nel catanese una storia diventa un regalo che si elargisce. Non bisogna dimenticare quale vetta ha prodotto Catania, quella unione di letteratura e teoretica che è stato Manlio Sgalambro, un gigante, il suo lascito filosofico è immenso. Ma i catanesi sono troppo provinciali, vale per lui la frase di Massimo Cacciari a proposito di Gentile: esiste un provincialismo alla rovescia di cui è vittima la nostra cultura. Uno che è nato a Castelvetrano ha zero probabilità di essere letto a Heidelberg, l' ultimo cretino di Heidelberg ha molte probabilità di essere letto a Castelvetrano».

- Catania una volta era considerata il laboratorio politico italiano…

«Non è più così, è un capitolo esaurito. Catania è diventata periferica, come la Sicilia tutta. Nel lavoro quotidiano, nelle redazioni, qualunque notizia riguardi la Sicilia, o Catania, viene accolta con un’alzata di spalle, veniamo percepiti come estrema provincia, persino nelle sue manifestazioni più folkloristiche. Credo sia dovuto alla scissione che è avvenuta in città tra le eccellenze professionali e la politica. A Catania la politica era il punto di arrivo di una vita eccellente, penso all’altre grande catanese, Pietro Barcellona, che all’opposto di un politicante è riuscito a dare alla politica una dimensione profondamente intellettuale. Mi auguro che “Palermo Capitale della Cultura 2018” possa cambiare le cose e che Catania possa beneficiarne».

- L’Etna e il mare.

«Questo è un rovello al quale nessuno potrà mai dare risposta. E’ un accoppiamento divino, solo Dio poteva decidere di mettere così vicini questi elementi opposti, il fuoco e l’acqua, la neve e isole. Ricordo un risveglio all’alba in un albergo sulla via Etnea in cui sono stato colto dalla sindrome di Stendhal, a destra Etna (mi piace chiamarlo al maschile) e a sinistra, in quello scorcio di via Etnea, il mare. Mi sono sentito come l’asino di Buridano, fermo indeciso tra fieno e acqua. Anche in questo dimostriamo il nostro provincialismo, affollando i luoghi turistici della massa senza riuscire a cogliere la nostra bellezza. Fortunatamente esiste una élite del gusto che vive la Sicilia come noi non sappiamo fare. Questa élite frequenta Etna, la trovi nei cottage nascosti, a fare escursioni, a leggere i miti, l’Odissea, è capace di percepire cosa sia Etna. Noi no. Siamo provinciali, le cose di fuori ci sembrano sempre più belle».

- A proposito della via Etnea, è stato il luogo simbolo dell’agorà, della conversazione politica e intellettuale…

«Non è più così. Fa parte di quel tramonto della politica di cui dicevamo prima. Non è più Il Luogo. La via Etnea era il nostro “dasein”, il nostro “esserci” o con quella splendida metafora usata da Manlio Sgalambro e Franco Battiato il nostro “thè danzante”, consentiva agli spiriti liberi di confrontarsi e confortarsi a vicenda. L’abbandono delle strade del centro storico da parte degli intellettuali, il rintanarsi in luoghi asettici, intonacati, in non-luoghi, dà la cifra di una città che perde la propria identità, il proprio genius loci. Fra un po’ rinunceremo anche alla carne di cavallo».

- Eppure a Catania la sera puoi ancora incontrare intellettuali, persone come Antonio Presti, Mario Venuti...

«Ecco… si contano sulle dita di una mano, di mezza mano. Grazie però mi avermi dato la possibilità di parlare del grande Antonio Presti! Ce ne vorrebbero figure come lui, non solo a Catania, ma in tutte le città! Non si spaventa di sporcarsi le mani, anzi sa che sporcarsi le mani, o forse pulirsele, è l’unica maniera di svolgere il vero lavoro intellettuale. Io citerei anche Nuccio Molino, uno che della città sa tutto, il mio Virgilio».

- A proposito dello stare in mezzo alla gente, a marzo, per “La nave di Teseo”, uscirà il tuo nuovo libro “I baci sono definitivi”, racconti presi in metropolitana, tra le persone ordinarie che trasmettono storie straordinarie.

«E che dobbiamo fare se non immergerci nella vita...»

- Passiamo alla prossima domanda. Il teatro era un luogo di incontro…

«E’ un aspetto di quell’istinto alla letteratura del quale il teatro è figlio, o forse padre. Io identifico il teatro con quella maschera raffinatissima che è stato Angelo Musco, una maschera che vive quotidianamente nelle espressioni e nei tic dei catanesi. Dico maschera raffinatissima perché Musco ha innalzato la farsa a spezia, a condimento dell’intelligenza, è riuscito a fare del comico un’arma della conoscenza, tramutandola in arguzia. Si dice del perditempo, dell’inconcludente, che “fa teatro”, ma a Catania “fare teatro” è una maniera di passare la giornata a contatto della conoscenza. Che non si sia riuscito a fare di Catania una Bollywood rientra in quella tragedia epocale per cui chiudono i cinema, le librerie. La geniale app di Sant’Agata è una metafora di questo tempo: Sant’Agata nell’app e Angelo Musco sullo smartphone».

- L’Islam, che attraversi e dal quale sei attraversato, conserva rapporti con Catania?

«Direi di no. Al contrario di Palermo. A Catania l’Islam viene percepito come una novità dovuta ai migranti. Probabilmente il terremoto del 1693, cancellando le architetture arabe, ne ha cancellato la memoria. Ma c’è anche da dire che a Catania è talmente forte la dimensione sacrale legata a Sant’Agata che ingloba qualsiasi altra esigenza spirituale, Agata non è solo cristiana, è anche, come si sa, paganitas, nel senso non solo di “pagano” ma anche etimologicamente latino, “pagus”, borghese, è

- E veniamo quindi alle “fimmine”. Come sono queste “fimmine” catanesi?

«Sono l’ascolto. Dobbiamo farci muti e ascoltarle. L’espressione massima della “fimmine” catanesi, per quello che dice, per le varie sfaccettature, per la grande capacità di orchestrazione, è Carmen Consoli. Il suo repertorio è insieme la partitura delle “fimmine” e la risposta alla domanda “cosa sono le fimmine a Catania?”. Se invece vogliamo porre la domanda al singolare ed essere filologicamente esatti, allora la risposta non può che essere una: la “fimmina”, a Catania, è solo Sant’Agata».

Dal sacro al profano: la Destra a Catania.

«La Destra a Catania ha solo un nome: Nello Musumeci. I catanesi lo conoscono, conoscono la sua storia e conoscono quale sarà il suo percorso».

E i Cinquestelle?

«A Catania non ce ne sono. Vanno in piazza quando arriva Grillo o Di Battista o Di Maio ma picchì su’ curiusi. Probabilmente non esiste un catanese grillino dal carisma tale da potere fare da traino. Non so, certo che è strano».

Forse perché ai catanesi piace il potere. E fino a quando i grillini non prendono il potere… Prima vedere cammello…

“Vero è! (risate, nda), i catanesi sinni stanu futtennu dei meetup, iddi volunu i segreterie politiche, con le liste… Il catanese dice: prima vediamo se vanno al governo e poi ne possiamo parlare».

La Sicilia 5.2.2017

 

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CATANIA: ALLA RICERCA DELLA CATANESITUDINE TRA USI E COSTUMI LOCALI - Vera Ambra – ed. Akkuaria

Libri sulla storia di Catania, di foto antiche e dei suoi monumentihttps://www.mimmorapisarda.it/2023/400.jpg ne esistono a iosa ma, a proposito di catanesità in ogni sua forma, il secondo volume del trittico che Vera Ambra ha voluto dedicare alla nostra città è, a mio parere, quello più Marca Liotru e che non può mancare nella libreria di un catanese “cca nocca”.

Piacevole leggere i fantasiosi tamarri Kevin, Concy, Micol che parlano parlano, anzi sparlano come se stessero percorrendo i cortili popolari catanesi, usando un’infinità di modi di dire appartenenti al nostro dialetto che poi, ad analizzarlo bene, non è proprio un dialetto ma un dizionario di codici da decifrare e che nascondono un preciso significato che porta sempre ad un’unica cosa straordinaria: la nostra liscìa!

Probabilmente, fra i calcidesi che salparono da Naxos per fondare Catania, deve essevera ambrarci stato un ceppo “lisciu” che, stanco dei noiosi concetti filosofici della madre patria, si imbarcò furtivamente su quella nave che fece rotta in direzione della più napoletana delle città siciliane. Quell’ironia l’abbiamo avuta per secoli nel nostro DNA e non ci ha mai lasciati, durante qualsiasi dominazione. Ancora oggi balza fuori indissolubile, estrosa, trasportando dal cervello alla lingua, in un nanosecondo, la geniale battuta catanese che corre tagliente, velocissima. Non sappiamo nemmeno noi perché questo ci accada, sembra quasi un dono di Dio.

Tutta la raccolta di testimonianze nella seconda parte è un carosello di ricordi, aneddoti e storielle (fiero di farne parte con due racconti) volti a presentare la vera Catania agli occhi di chi ancora non la conosce bene e tutto ciò Vera, storica intenditrice di nostre cose, l’ha saputo tirare fuori affidandosi alle penne di Catanesi DOC.

Raccontare di Lorenti, delle sedie Scuderi o della Fossa dei serpenti è un atto doveroso nei confronti delle giovani generazioni; un’attestazione d’amore alla città, racchiusa dentro un libro che descrive profondamente il nostro senso di appartenenza, chi siamo stati, come siamo e come saremo per sempre!

Mimmo Rapisarda

 

 

CATANIA — "Sanno tutti che io non amo la luce e che le tenebre sono connaturate al mio temperamento. Ma questo un buio diverso. E il buio di una città che ha toccato il suo punto pia basso".

Anche un cultore della penombra come il filosofo Manlio Sgalambro, autore tra l'altro de “La morte del sole”, è diso­rientato dal buio della sua Catania. “Non amo le città luna-park alle quali preferisco quelle scatapicchiate che danno il senso della rovina. Ma se per un momento mi sposto da me debbo dire che que­sto a veramente un momento misero per la città.

Colpa di chi? “Catania sembra aver dimenticato quanto era ricca di tante cose e soprattutto di voglia di fare. Oggi invece mi pare ricca di niente. E tutto spento: non solo le luci delle piazze ma so­prattutto sono spenti i catanesi, gente che non manda più alcuna luce. Le responsabilità sono sicuramente di un ceto politico trafficone che ricorda la peggiore Dc, ma anche dei Catanesi.

Il filosofo Manlio Sgalambro -  Corriere della Sera del 28/1/08

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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