Marca Liotru

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https://www.mimmorapisarda.it/dongiovanni/mo2.jpegDomenico Modugno.  Un artista pugliese che per me merita “ah honorem” l’appellativo Marca LIotru, più di tanti altri, per come ha saputo capire lo spirito… ,”do liafanti”!

Credo che solo Modugno sia riuscito ad incarnare esattamente la filosofia del gallismo catanese. Quegli sguardi, la sua fronte che si corruccia davanti a una battuta e che fa immaginare chissà quali valori di alta pressione arterios e quelle andature pigre non riuscirono a farle (benché bravissimi) nemmeno Giannini e Buzzanca che era pure siciliano.

Modugno era un fuoriclasse, e ripetè il suo amore per la Sicilia anche nel film La sbandata, girato parzialmente a Sant’Alfio e ad Acireale.

Davanti a una granita, qui si continua a  filosofare come Percolla, Scannapieco e Muscara a tavolino, senza troppo sforzare muscoli e linga, sugli unici argomenti tutt’ora preferiti: il clima, u Catania, u governo latru, a cu attaccanu assira, le corna, l’avvistamento del più bel culo di Catania e, principalmente …. i fimmini!

Sono ancora così. Solo che invece di farlo in diretta si riuniscono in gruppi Whatsapp.

 

Buona visione!

(Mimmo Rapisarda)

 

 

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Candelora d'Oro a Fiorello: «Mio padre sarebbe stato felice di essere qui»

02/02/2018 - 21:35di Pierangela Cannone

Catania quest’anno ha premiato Rosario Fiorello perché ha saputo dare e dà ogni giorno della Sicilia un’immagine attiva, operosa, semplice, elegante. Rosario quando vuole è anche campione di una parola che è intraducibile in italiano, che è la “liscia”».  IL VIDEO

http://www.lasicilia.it/video/catania/137829/festa-sant-agata-la-candelora-d-oro-a-fiorello-mio-padre-sarebbe-stato-felice-di-essere-qui.html

 

 

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MICHELE CUCUZZA: “Sono tornato qui in Sicilia, col mare davanti, sto a meraviglia. È come essere in California”.

Che fine ha fatto Michele Cucuzza? L’ex giornalista Rai è tornato a vivere e a lavorare nella sua Catania. Qui nacque 71 anni fa, qui ha vissuto per 20 anni e qui oggi conduce un programma mattutino e il tg dell’emittente privata Antenna Sicilia. Michele Cucuzza racconta la sua nuova vita in un’intervista al “Corriere della Sera”: “Sono appena tornato dalla Playa, l’unica spiaggia sabbiosa di Catania, dove ho fatto surf con un gruppetto di amici, molto più bravi di me. Gli stessi che me lo hanno insegnato. Poi grigliata con salsiccia e a casa, sempre in monopattino noleggiato tramite app, mio unico mezzo di locomozione. Ci impiego 20 minuti”.https://www.mimmorapisarda.it/2024/mc.jpeg

A 71 anni il lavoro è al centro della sua vita. Ogni mattina, dalle 8.30 alle 9.30 e poi di nuovo alle 13.30 è su Antenna Sicilia dove conduce un programma mattutino e il telegiornale. “Da poco – svela – sono stato nominato direttore oltre che di Antenna Sicilia, di Tele Color, rete appartenente alla stessa proprietà del quotidiano la Sicilia. Ho ricominciato dall’inizio. Mi diverto moltissimo. Facciamo ascolti notevoli, uno dei più alti nell’isola. Ho una vivace redazione di giovani in gamba”. A riportarlo in Sicilia è stato il caso. “Ho ricevuto a sorpresa la telefonata di Angela Ciancio alla fine del 2021 e ho accettato con entusiasmo – racconta – Anche dal punto di vista personale va benone. Abito in un piccolo appartamento al centro di Catania, in una parallela di via Etnea, accanto ai giardini di Villa Bellini. Mi alzo tutte le mattine alle 6, alle 7 sono in redazione, lettura dei giornali, notiziario, riunione, diretta. Cena leggera, a letto presto per essere lucido all’alba. Mi piace”.

Michele Cucuzza confessa di non essere affatto pentito di aver partecipato al “Grande Fratello”. “Lo rifarei – afferma – Mica è una perdita di dignità per un giornalista. Guardi Giampiero Mughini che ha partecipato all’edizione di quest’anno. Penso che nella vita bisogna essere versatili. Saper fare i servizi sulla guerra del Golfo, la corrispondenza da New York, dove sono stato mandato dalla Rai 10 volte in appoggio alla redazione locale, e anche rinchiudersi in una casa assieme a sconosciuti. Ho provato tutte le esperienze, sempre cercando di dare il massimo. Nella casa mi sono trovato benissimo. Mi allenavo in palestra, cucinavo, ordinavo la spesa. Mi divertivo come in gita. Eravamo al di fuori dal mondo a tal punto da non sapere che nel frattempo era scoppiato il Covid. Sono stato uno dei primi a essere cacciato, dopo un mese. Non mi è dispiaciuto. Ripeto, non mi pento di averlo fatto. Basta con l’immagine del giornalista che non deve contaminarsi con l’intrattenimento”.https://www.mimmorapisarda.it/2024/mc2.jpg

Ancora oggi, si scopre, la sua popolarità è elevatissima. “Mi fermano ancora, ovunque – confessa – Ciao Michele di qua e di la. Se mi chiamano direttore non mi volto, non sono abituato, io che in Rai sono stato al massimo vice caposervizio. Sono felice di non essere stato dimenticato e mi chiedo come possa essere possibile dopo tanti anni di lontananza dalla Rai. Recentemente sono andato ospite da Diaco a Bellama’, all’interno di uno spazio dedicato alla tivù di una volta. Be, mi sorridevano tutti con simpatia, giovani e anziani. È commovente l’affetto che la gente ha per me. La migliore soddisfazione (…) A Catania ogni tanto qualcuno passa sotto casa, citofona e saluta. Un selfie? Ok. Non ho mai smesso di essere Cucuzza”. Il giornalista non parla volentieri della sua vita sentimentale. “Attualmente sono single – si limita a dire – Attraverso una fase di grande attività e non avrei tempo per dedicarmi a altro. Le mie donne sono le figlie. Carlotta, 35 anni, insegna italiano in un liceo di Parigi. Matilde, 30 anni, si occupa di finanza a Milano. Nel tempo libero oltre al surf mi alleno on line con un preparatore che mi segue da Roma collegato su WhatsApp”.

Michele Cucuzza ha alle spalle un curriculum di tutto rispetto. Per 10 anni ha condotto il Tg2, per altri 10 è stato al timone de “La Vita in Diretta” e per tre ha condotto “Unomattina”. Ad un certo punto, l’idillio con la Rai si spezza. “Non mi sono accorto che fosse finita – confessa – Dopo un po’ che ne stavo lontano ho accettato la proposta di Telenorba, emittente regionale con sede a Bari. Per tre anni ho condotto un programma contenitore del pomeriggio, stile ‘La Vita in diretta’”. Oggi per Michele Cucuzza il tempo sembra essersi fermato. “Si è rifatto?”, è il dubbio della giornalista. “Non lo dica neanche per scherzo. Sono sereno e questo forse mi distende il viso – spiega il giornalista – Mangio bene, faccio sport, non mi sento addosso gli anni che ho, 71. Le sembro finito? E poi qui in Sicilia, col mare davanti, sto a meraviglia. È come essere in California”.

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Fra gli altri musicisti e cantanti, Jenny Bi, Archinuè, gli Uzeda, Brando, Sugarfree, I Lautari, Pietro Antonio Coppola, Giovanni Bucceri, Torquato Tricomi, Pino Puggelli,  Giuseppe Perrotta, Vincenzo Alonzo Lombardo, Giovanni Rizzotti, Alfredo Sangiorgi, Filippo Tarallo, Ascanio Bazan, Martino Frontini, Antonio Gandolfo, Santo Santonocito, Salvatore Malerba, Enrico Mineo, Generoso Sansone, i tenori Franco Lo Giudice, Giuseppe Anselmi, Giuseppe Fontanarosa, Salvatore Patti, Giulio Crimi, il soprano Tina Celi, il baritono Carmelo Maugeri, il basso Paolo Nastasi.

 

 

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Carmen Consoli . «La catanesitudine non è qualcosa da cui si guarisce»

12/02/2017 - Carmen Greco

 Catania - Catania “mamma”. Imperfetta, a volte anafettiva, ma sempre mamma. Quella che ti ha allattato, che ti ha cresciuto e verso la quale «nutri un appagante debito di gratitudine». E’ così che Donna Carmela, in arte cantantessa, vede la sua città.

«Una mamma forte, di grande generosità che esprime a modo suo, ma che nonostante gli acciacchi e l’età, riesce sempre a trascinarsi, ad avere quel filo di rossetto e quel tanto di tacco che ne fanno una donna di enorme eleganza. Io dalla mia città mi sento abbracciata, coccolata, protetta. Evidentemente sono una catanese “malata” perché, lo so, potevo avere la possibilità di vivere a Parigi o altrove...».

 E perché non l’hai fatto?

 «Ci ho provato, ma poi ho fatto come i personaggi verghiani, mi sono ritrovata in pieno nell’ideale dell’ostrica, più mi allontanavo da questo scoglio e più perdevo forza. La catanesitudine non è qualcosa da cui cerchi di guarire».

 Dov’è oggi la catanesitudine?

 «Tra la gente comune, nei bar, soprattutto in pescheria, dove ho un discreto numero di amici che mi conoscono da piccola perchè mio padre giocava lì in strada con una palla “arripizzata”».

 Come si vive in centro storico?

 «I primi mesi di vita di mio figlio dovevo uscire con il passeggino. A Catania è impossibile, perché i marciapiedi non esistono. Gestendo anche delle case vacanza, ho dovuto adeguarle abbattendo giustamente delle barriere architettoniche, creare appositamente delle scale, dei bagni idonei, ma mi sono trovata in un imbroglio burocratico difficile da districare. Mi sono chiesta: ma un giovane catanese che dovesse investire in un’attività del genere come fa? Se non riesco già a portare mio figlio con il passeggino per strada, come c’arriva uno con la sedia a rotelle nella mia struttura? Catania, la Sicilia, non aiuta i giovani imprenditori».

Altri problemi?

«I vent’anni di politiche delle tre “I” (impresa, inglese e informatica di Berlusconi ndr) hanno lasciato il segno, non c’è una “C” di cultura sulla quale, invece, dovremmo puntare moltissimo, vedi il Salento con il Festival della Taranta che ha creato una risorsa economica molto importante».

Quindi con la cultura si mangia?

«Diamo pane alla cultura, non è solo roba da parassiti come diceva Brunetta, ma può portare ricchezza e noi potremmo puntare sulla cultura, a partire dalla valorizzazione dei nostri luoghi».

Un esempio?

«Il porto. A Catania il porto è “ammucciato”. Qualche giorno fa ero a Genova e mi sono resa conto che ha delle affinità con Catania, ma lì è tutto basato sul porto. Entri in città e sei sul porto. Chi viene a Catania si aspetta di vedere il mare e, invece, il porto è nascosto, devi veramente conoscere molto bene la città per sapere che c’è un molo dove passeggiare. Noi abbiamo la fortuna di avere un sindaco come Bianco del quale sono molto amica. Con lui sono cresciuta negli anni Novanta e ho visto questa trasformazione della città grazie a un’ottica di valorizzazione degli aspetti culturali. Oggi si cerca di fare la stessa cosa ma c’è l’eredità pesante delle tre “I”. Mi auguro che Catania, come Palermo, possa diventare capitale della Cultura, sarebbe un grandissimo risultato».

Mettiamo che Enzo Bianco ti chiami per proporti di fare l’assessore alla Cultura...

«No, non sarei in grado, faccio quello che so fare, spero di farlo bene e lo faccio per amore. Non penso che un cittadino possa occuparsi di politica e gestire tutta una serie di dinamiche per le quali ci vuole una certa preparazione. I cittadini devono fare il mestiere di cittadini».

E i catanesi sanno essere cittadini?

«Io, lo devo dire? Per me Catania è una città molto moderna su tante cose. Da Roma in giù ha delle architetture, delle idee, nel design, nell’arte, nella musica, in questo tipo di suggestioni, che potresti trovare solo a Milano. Mia madre che ha 71 anni mi scrive “sto andando al pub, ti dispiace?”. Qui si promuove l’aggregazione come strumento principale della qualità della felicità comune, e questa è indubbiamente una forza di questa città». A Catania siamo molto puntuali, molto precisi nel lavoro. Abbiamo un’azienda catanese la "Narciso records", fatta solo di donne, valorizziamo delle aziende catanesi, operiamo benissimo sul territorio anche perché abbiamo la considerevole capacità di saper gestire l’imprevisto, cosa che al nord è raro trovare".

Allora dov’è che sbagliamo?

«Ma, fondamentalmente, non sbagliamo, "Cu mancia fa muddichi". Anzi, penso che in questo momento siamo avvantaggiati, una volta si andava al Nord per lavorare, adesso non c’è lavoro nemmeno lì. Noi stiamo qua e ci inventiamo delle cose, i cittadini del nord stanno soffrendo molto, anche psicologicamente. I disagi, però, sono uguali dappertutto. C’è più munnizza a Catania? E vabbè, me la faccio piacere, alla fine è il valore umano la ricchezza di questa città».

Il famoso capitale umano...

«Certo. L’ho trovato nei medici del pronto soccorso. Ma non perché sono Carmen Consoli. Hanno una capacità, un’empatia, enorme. Quando vai lì non sei un numero. È vero che la situazione sanitaria è disastrosa, ma i medici sono molto, molto, empatici. Questo è il nostro grande capitale, siamo poco narcisisti e molto empatici. Il problema è che non sappiamo fare squadra perché siamo individualisti, ma è un male di tutto l’Occidente come dicevano Bauman o Todorov . Poi, è vero che non siamo capaci di sottostare ad uno “ca ni runa l’òrdini”, perché ognuno vuole comandare e non riusciamo a disciplinarci portando avanti le cose con metodo e coerenza. I giovani che hanno fatto esperienza fuori, hanno acquisito un po’ più di disciplina e infatti quando tornano a Catania e in Sicilia emergono. Oggi rappresentano le eccellenze nel campo dell’agricoltura, delle risorse ecosostenibili...».

Cosa ti dà più fastidio dei tuoi concittadini?

«Quando dimenticano le origini, quando se ne vergognano e dopo due giorni che sono fuori cominciano a parlare chiudendo tutte le vocali. Quando rinnegano le proprie radici mi “smovunu i nervi”, ma non per salvaguardare un atteggiamento folcloristico, è una questione di dignità. L’orgoglio per le proprie radici ci deve essere e non "parrannu sicilianu" con gli ‘mbare, la grammatica dev’essere rispettata da tutti, però le origini sono importanti. Questa città mi sembra molto evoluta, perché nel suo essere così carnale è una città che continua ancora a darti sangue, sudore, qualità nel linguaggio e nello sguardo».

Nel tuo ultimo cd hai scritto di mafia ricordando le stragi del ‘92. Letizia Battaglia che la mafia l'ha fotografata per anni, si è chiesta dov'è oggi la mafia. A Catania dove s'è nascosta?

«Come racconta Emma Dante, "I mafiusi pigghiaru a pistola e a pusarunu”. E come dice Saviano la mafia ha mandato i figli a Detroit li ha fatti studiare e ha trovato nuovi canali per gestire in maniera lecita cose illegali».

Catania è diventata, suo malgrado, città di sbarchi. E’ vera accoglienza?

«Sì. Una volta ho visto un ragazzo giovanissimo, avrà avuto nemmeno 18 anni, forse eritreo, investito da un’auto sotto casa mia. Tutti i catanesi, soprattutto le signore della Civita sono scese per strada a tenergli la man fino all’arrivo dell’ambulanza. E io tra loro, tant'è che lui, stordito per terrà con la testa sanguinante mi ha chiamato mamma. Lì mi sono detta, “io amo questa città”. E’ stata la prova di quanto siamo accoglienti. Non dobbiamo fare per forza gli inglesi o gli americani, possiamo assimilare un po’ dello loro capacità organizzative, questo sì, ma sempre a partire dalla nostra umanità».

Hai detto che i "fimmini su' cumannéri, ma finora una fimmina questa città non l’ha mai comandata. A quando un sindaco donna?

«E’ vero, sulu Sant’Aita. Mah, speriamo presto».

Oggi è ancora S. Agata. Che rapporto hai con la festa?

«La sento molto, molto forte. Mi piace l’idea di questa bambina che tutti proteggono, questa "protezione" collettiva di una fimmina torturata che poi, fondamentalmente, è questo. S. Agata per me è un simbolo anche contro la violenza femminile, è molto molto di moda, attorniata da tutti questi devoti che la proteggono».

Poi magari i devoti tornano a casa e prendono a sberle le mogli...

«Questa cosa Zygmunt Bauman la chiamava “dissonanza cognitiva”, professiamo una cosa e poi agiamo in maniera diversa, una malattia di questo secolo. Se dici che difendi S. Agata a tò mugghieri non la devi toccare nemmeno con un fiore, sennò buttaci le pietre anche a Sant’Aita, devi essere coerente».

Esiste ancora la raggiante Catania o cambiamo aggettivo?

«No l’aggettivo non lo cambio, sono profondamente relativista. Almeno la vitamina D questa città ta duna... ti pare poco? Mi piacerebbe, ma questo vale per tutta la Sicilia, che non ci raccontassero bugie. Per esempio ci dicessero cosa c’è veramente dietro il Muos, per evitare che si finisca come l’Ilva di Taranto con i risarcimenti per le morti dopo 20 anni».

Come immagini questa città nel futuro, quando tuo figlio sarà grande?

«Come Parigi e con un porto tipo Genova. Una città proiettata nell’arte, con una triennale d’arte contemporanea di cui parli tutta Europa, una città in cui le opere che passano dalla Tate o dalla fondazione Cartier di Parigi, prima passino a Catania e poi nel resto d’Europa. Una città d’avanguardia culturale, bella, dove il porto sia aperto a tutti, con tanti festival e iniziative».

Un progetto che appoggeresti?

«Mi piacerebbe che ci fosse un Festival della musica siciliana come quello della Taranta, ma ci vogliono le amministrazioni che si mettono insieme costituendo una rete virtuosa come quella che hanno saputo fare i sindaci della Grecìa salentina. Lì sono superorganizzati. Un progetto del genere lo sosterrei e come me, sono sicura, tanti artisti catanesi. Amiamo questa città e siamo pronti a fare tutto per lei. Noi catanesi siamo giniùsi, Catania punti sulla sua giniusità. Ecco, a "raggiante" aggiungerei "giniùsa" e, speriamo, anche un po' più saggia in futuro».

lasicilia.it

 

Franco Battiato, il ricordo commosso di Pippo Baudo.

La testimonianza del conduttore conterraneo del cantautore siciliano

A pochi giorni dalla morte del cantautore siciliano Franco Battiato è ancora viva la memoria di uno dei più grandi innovatori della scena musicale italiana e del contributo culturale che ha dato al Paese. A rendere omaggio al poliedrico artista di Jonia, in un’intervista a Repubblica, il suo conterraneo Pippo Baudo, tra le persone a lui più legate.

“Gli ho voluto bene, Franco era una persona speciale e un poeta” racconta l’84enne conduttore di Militello in Val di Catania, a pochi chilometri dal paese di nascita del cantautore, sfogliando l’album dei ricordi condivisi “con un artista unico. Perché come Battiato non c’è stato nessuno e non ci sarà più nessuno”.https://www.mimmorapisarda.it/2024/195.JPEG

A cominciare dal momento in cui i due si sono conosciuti: “Una vita fa. Prima che iniziasse a cantare. Si parlava tanto di Franco a Catania, della sua originalità, mi incuriosiva. Lui era di Riposto. Aveva iniziato con Giusto Pio a scrivere quelle canzoni originali. Con Manlio Sgalambro poi ha continuato la sua vita artistica” .

“Aveva vissuto un periodo a Catania, in una strada del centro, via dei Crociferi, in un palazzo barocco, bellissimo. L’appartamento era al primo piano, tutti suonavano, salivano e lo andavano a trovare. Quindi si era trasferito a Milo – prosegue il suo racconto Baudo – il paese più in alto, vicino all’Etna, Franco era affascinato dal vulcano. Il panorama è pazzesco, abbraccia le isole Eolie, la vista toglie il fiato. Aveva comprato un palmento e l’aveva trasformato in in stile orientale, aveva fatto montare delle tende bianche.”

Il conduttore siciliano testimonia anche il rapporto tra Battiato e un altro gigante della musica italiana come Lucio Dalla: “Con i racconti che gli aveva fatto del suo paradiso, aveva incantato Lucio. Anche lui si era innamorato di quel luogo magico e della Sicilia. In questo momento mi piace immaginarli insieme, non so dove, mentre cantano. Che canzoni meravigliose ha scritto..”

A proposito di canzoni, nella sua intervista Pippo Baudo svela qual è la sua preferita nel repertorio dell’amico: “Ascolterei La cura dieci volte al giorno. Nella sua musica si fondevano tante anime: quella siciliana, fatta di suoni antichi, e internazionale, araba”.

E infine rivela il carattere di Battiato, dal punto di vista di chi lo conosceva da vicino: “Era dolce. Avevo cercato di coinvolgerlo quando dirigevo il Teatro Stabile di Catania. Ricordo la mamma, a cui era legatissimo, che ci cucinava gli spaghetti col pomodoro e il basilico. Semplici, squisiti. Parlavamo di tante cose. A un certo punto mi fa: ‘Togliamo le sedie, facciamo uno spettacolo senza il pubblico, solo con gli attori che recitano?’. ‘Ma è una pazzia’. “Appunto’, sorrise”.

https://notizie.virgilio.it/battiato-ricordo-pippo-baudo-1482679

 

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Il Maestro nella sua casa di Milo

 

 

 

 

 

https://www.mimmorapisarda.it/2024/199.JPG03/04/2018 - 1di Mariella Caruso

 

“Cu nesci arrinesci”, ma è difficile che dimentichi le proprie origini. Non l’ha fatto Mario Biondi, nato a Catania 47 anni fa.

«Sono nato sotto le palle del Liotru, come potrei scrivere musica che non sia influenzata dalla Sicilia?».

Una dichiarazione d’intenti che è un ottimo punto di partenza per far tornare Biondi a immergersi nella dimensione catanese della propria vita. «Ogni tanto ho queste uscite un poco zzaurde, come direbbe qualche mio amico», ride il cantante al ricordo di quell’autodefinizione.

Come vivi quest’appartenenza?

«È una cosa molto sanguigna che mi riporta alla mia infanzia. Quando avevo 2 anni con la mia famiglia ci siamo trasferiti dalla Sicilia in Emilia per poi ritornare a casa quando ho compiuto 12 anni. Mio padre Giuseppe che, oltre a essere un autore di canzoni, era un rappresentante di abbigliamento diventò ispettore di Vestebene, una divisione del gruppo Miroglio, e accettò di lavorare al Nord. In Emilia Romagna, precisamente a Reggio Emilia, ho frequentato i cinque anni di scuola elementare e la prima media. È stato durante i miei anni passati lontano dalla Sicilia che il mio legame si è rinforzato. Quando a scuola mi chiedevano da dove arrivassi ero orgoglioso di dire: “Sono di Catania”. Effettivamente, a ripensarci, non so perché allora ci tenessi così tanto».

Forse questo sentimento ti è stato trasmesso dai tuoi genitori?

 «Non è che in casa mia si parlasse il dialetto, anzi i miei stavano molto attenti a non farlo, il riferimento alla città natale però c’è sempre stato. Ed è vero che mio nonno Mario, buonanima, mi diceva sempre: “Non t’a scurdari mai ca sì marca Liotru”. Ecco, noi catanesi siamo così. Malgrado tutte le negatività che ci ha fatto vivere la nostra terra, non riusciamo mai a rompere questo legame così forte».

 Legame che, però, tu hai rinforzato ritornando a Catania quando avevi 11 anni…

 «Sì, accadde tra il 1982 e i primi mesi del 1983 dopo che la canzone scritta da papà (con Gaetano Agate, nda) “Tu malatia” cantata da Franco Morgia vinse il Festival della canzone siciliana. La mia vita, però, è sempre stata accompagnata dalla costante del senso d’appartenenza. Mi spiego: negli Anni Settanta, quando era forte il sentimento antimeridionalista al punto che negli annunci di affitto si specificava il “no ai meridionali” e non di rado alla mia famiglia veniva detto, “Ma i siciliani non sono come voi”, in Emilia Romagna io ero il marocchino, il terrone. Tornato a Catania, invece, alla mia inflessione non puramente etnea la reazione era: “’mpare, ma comu spacchiu parri?”. Anche perché quello era il periodo clou della divisione degli adolescenti tra mammoriani e monfiani».

E tu in quale “categoria” ti ponevi?

 «Sicuramente nella prima, per un periodo ho vissuto anche a Piano Tavola dove c’era la “crème della crème” dei mammoriani».

 Oggi da adulto che ha trascorso la maggior parte della propria vita lontano dalla Sicilia, cos’è Catania secondo te?

 «Il mio luogo del cuore, quello dove torno per rivedere gli amici veri con i quali sono cresciuto dai dodici anni in poi e non solo. Perché è vero che da bambino ho vissuto in Emilia, ma le mie estati erano rigorosamente catanesi. I miei nonni abitavano vicino Porta Garibaldi e tra i miei amici storici ci sono ancora quelli del Fortino e quelli del viale Mario Rapisardi. Poi c’è la marea dei parenti: i Ranno per parte di padre e i Porto per parte di madre».

 C’è qualcosa, invece, che ti non riesci più ad accettare?

 «Come tutti quelli che non vivono più a Catania soffro per la delusione delle aspettative. So bene che Catania non è Milano, né Reggio Emilia o Parma, la città nella quale attualmente vivo e con la quale non ho un rapporto molto empatico perché catanesi e parmigiani sono caratterialmente agli opposti, ma c’è l’enfatizzazione del ricordo. E spesso questo fa a pugni con la realtà perché ci si aspetta tanto. Più di quanto è possibile per lo stato della città. Personalmente non ho avuto esperienze particolarmente negative, tranne il solito imbecille che s’è avvicinato con la solita frase di circostanze: “Ora chi fa, t’a spacchii”, ma gli imbecilli esistono dappertutto, non solo a Catania».

 Al contrario ci sono riti immancabili che ti ci legano, luoghi che non puoi fare a meno di tornare a vedere?

 «Catania m’a manciassi tutta. Non esagero se dico che ho un rapporto viscerale, quasi sessuale con lei. La amo fisicamente, ne amo l’odore, la terra, le donne».

 Però non hai mai sposato una siciliana...

 «’A virità è ca sugnu schettu, non mi sono mai maritato. Di matrimonio ne ho sempre parlato con tutte, ma prima di arrivarci c’è stato l’addio. Così ho evitato gli avvocati che già ne frequento abbastanza per i figli (sono 8 avuti da donne diverse, nda) i quali hanno dai 20 mesi ai 21 anni e vivono tutti in Emilia tranne la ragazza più grande, 20 anni, che vive a Padova».

 Come parli di Catania ai tuoi figli grandi e piccoli?

 «Li ho sempre resi, quasi tutti, molto partecipi. Li ho portati a Catania e impazziscono per pasticceria e rosticceria nostrana e quasi tutti capiscono il dialetto perché quando posso lo utilizzo perché mi piace il suono, è intimo, esprime passionalità. Come Catania dà energia».

 Ne trai anche per il tuo lavoro?

 «Madonna! La parola d’ordine nel mio ufficio milanese è che quando arrivano richieste dalla Sicilia la risposta è sì, poi i dettagli si mettono a punto».

 Su Youtube girano dei “falsi” che ti attribuiscono una versione in siciliano di “Tu malatia”. Hai mai cantato in siciliano?

 «Anch’io mi sono imbattuto in queste versioni, ma non sono io e non è nemmeno papà. Però ho cantato “Tu malatia” che, oltre a essere stata tradotta in spagnolo, portoghese e napoletano, è diventata un inno catanese. Non ho mai, però, trovato traccia on line di quell’interpretazione. E ho fatto anche un altro pezzo di papà, cocciu d’acqua, in un tributo a lui durante una riedizione del Festival della canzone siciliana».

 Non pensi un giorno di registrare questi pezzi?

 «Ho delle idee, ma finora non ho trovato il tempo di metterle in pratica. C’è un progetto molto dedicato alla Sicilia, totalmente in dialetto e non solo musicale che un giorno o l’altro vedrà la luce».

 Non hai mai avuto dubbi sull’adottare il nome d’arte di papà che si firmava Stefano Biondi?

 «La verità è che me l’hanno appiccicato quando nel 1984 cominciai a girare le piazze per cantare con mio padre. L’allora suo impresario, tale Claudio Bottino di Catania, m’inserì nel manifesto come Mario Renzo Biondi (non mi sono mai dato una spiegazione per quel Renzo). A ripensare a quel manifesto mi viene da ridere: ero un tredicenne dai capelli ricci e biondi, già alto un metro e 80 e magrissimo… scansàtini. Però quel cognome d’arte mi ha portato fortuna ed era quello di papà scomparso il 19 febbraio 1998».

 Quindi papà non ha fatto in tempo a godersi il tuo successo...

 «No, ma ci credeva più lui di me. Mi faceva ascoltare spesso i miei provini per convincermi che ce l’avrei fatta. E quando io obiettavo, mi diceva che non mi mancava nulla».

 Cosa diceva del tuo essere uno “studente non brillante”?

 «“Devi prendere un diploma, per forza!”. Al De Felice, però, non andò benissimo. Mi diplomai come odontotecnico in un istituto privato e ho pure cominciato il praticantato ad Adrano. Il mio capo, però, ogni giorno ripeteva: “Chi ci fai ccà intra, ti ‘nna gghiri a cantàri”. E così feci concentrandomi soltanto sulla carriera musicale».

 Nello stesso periodo in cui cominciavi a frequentare le piazze facevi anche il corista in chiesa?

 «Sì, in una chiesa di Piano Tavola e anche in cattedrale a Catania».

 Quindi conosci bene il culto di Sant’Agata. Come ti poni con la fede e la festa?

 «Io, anche per cultura familiare poco attenta alla Chiesa, non ho mai professato. Devo ammettere, però, di essere sempre stato affascinato dal concetto della Santa di cui mia nonna era devota, e dalla festa, che è anche un po’ pagana».

http://www.lasicilia.it/news/cultura/151123/mario-biondi-vi-racconto-la-mia-catania.html

 

 

Dall'Etna, sulla vetta di questa meraviglia senza tempo, ogni pensiero tetro si arrende e si sgretola come la materia appena sfiorata dalla lava. La Sicilia dovrebbe essere raccontata molto di più per l'unicità di quello che propone piuttosto che per i suoi dolori mai perdonati.
Il Mare. La Terra. Il Cielo. Il Fuoco. La Neve. Tutto si tiene per mano e si mischia in 20 chilometri di segreto turbamento, avvolgendo i sensi in un percorso che non concede ripensamenti. Ti succede di perderti, di non capire più perché arrivasti qui. Ma qui dove? Tra le vette del mondo o nel pieno del calore mediterraneo. I riferimenti sono troppi: il profumo delle pinete, dei vigneti e dei funghi porcini, di neve fresca e salsedine, di olio abbronzante e cucina casereccia, di nord e di sud insieme, di Grecia e di Roma, di Cristo, di Islam, stuzzicano la fantasia mentre ancora non hai compreso come sia possibile. Come faccia tutto a stare insieme. Dove altrove esiste questo intreccio a portata di mano. La bellezza delle donne. L'onestà degli uomini quando conoscendoli ti accorgi dell'amore sconfinato, ma sempre trattenuto, che provano per il loro tesoro. Per il loro territorio. Nulla viene sfruttato come si dovrebbe forse, quanto si potrebbe. Vorresti si facesse di più, e più alla svelta, in ogni campo del turismo, ma i pochi giorni qui ti lasciano il dubbio che sia meglio così. Che opere e ricchezze naturali tanto uniche nel mondo occidentale possano essere ancora solo tue, per una una volta, in una notte soltanto. La notte dei desideri. Grazie Sicilia.

Cesare Cremonini.

 

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INTERVISTA A VINCENZO SPAMPINATO

 IO SONO UN CATANESE

“Sono sacri amore, famiglia e amicizia”

 

di Alberto Marcelli

 

 Ho incontrato Vincenzo Spampinato alla Lengi Music . A Catania. La sede discografica di via S. Nicolò al Borgo 12, fondata con il fratello Pippo.  E’ arrivato alle 11, puntuale e trafelato.  Contro ogni luogo comune e pregiudizio  anti meridionalista che ci vuole ritardatari ma non certo ritardati. Sotto l’occhio vigile e compiacente di Marianna, sua giovane e per niente anoressica segretaria, che mi aveva appena ricevuto, dopo un breve saluto,  ci accomodiamo in salotto.  Il  suo volto pallido mi appare come quello di un Gesù crocifisso tante volte… Ha gli occhi chiari, profondi come abissi marini stracolmi di malinconia. E di rabbia?

Pochi convenevoli eppoi Vincenzo attacca:  “Terrone , bastardo, devi morire, così mi dissero tanti anni fa durante un concerto al Nord… Capisci… C’era anche un cartello che non ho potuto fotografare che diceva: Forza Etna! Incredibile! Ma cosa gli abbiamo fatto? Quando vi fu l’alluvione al Nord i primi a partire siamo stati noi Siciliani… se lo sono dimenticati sti gnoranti!

A un altro che mi insultava, risposi che avevo il coraggio di metterci la faccia e un nome alle cose che facevo e non la vigliaccheria dell’anonimato…”

“Non riesco a capire perché non ci devono accettare per come siamo…  Ci hanno rubato tutto anche la nostra lingua… Parlo naturalmente della lingua siciliana di un tempo… Noi siamo gli eredi del gattopardo… sia chiaro…” Ricorda quelle cose lontane ormai trent’anni con calore ma anche con disincanto…

Alle provocazioni ora Vincenzo, come dice in una sua canzone, “ci va liscio”. E’ un artista anche quando s’indigna Spampinato. Forse è l’artista autarchico più a sud d’Italia.

La dice lunga sul suo essere siciliano e catanese  anche il suo cognome S –p- a- m- p- i- n- a- t o. Che vuol dire senza “pampine”… E malgrado le suppliche dei suoi discografici, non l’ha voluto mai cambiare. Vincenzo penso sia uno di quegli uomini per cui anche il morire diventa una maniera di vivere. Tanto sanno spendere bene la vita.

Dopo un incontro con Vincenzo se ne esce arricchiti. Difficile catalogarlo. E’ a mio parere, una rara combinazione di genio e spontaneità che rasenta l’innocenza…

Sì, perché Vincenzo è uno di quei figli che nutre un amore sviscerato per la propria madre terra. La Sicilia. Un amore che è anche odio. L’odio di chi difficilmente si sente completamente felice, quando si accorge che agli altri non importano sempre le cose che importano a te. L’odio di chi vede negli occhi della gente l’indifferenza per i problemi della vita… L’odio, infine, di chi sa, per averlo purtroppo vissuto sulla propria pelle, che la vita è sofferenza…

 

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Ma proprio perché sa tutto questo Vincenzo ha anche la levità delle parole del poeta Khibran che, malgrado la stroncatura di Giovanni Raboni sulle pagine culturali del Corriere della Sera, non considera i suoi versi  “bolle di sapone”. Il buonumore e l’istrionica maschera di un klown. L’ironica consapevolezza dell’effimerità  dell’essere uomo.  E’ evidente  per  Spampinato che in questo mondo individualistico è assente la comunione vera e propria.

Il mondo globalizzato così com’è  è un afflosciamento collettivo, una spersonalizzazione di massa.

Malgrado “l’alta tecnologia” , non è più possibile comunicare gli uni con gli altri, perché non v’è più un “prossimo” e non vi sono più “simili”.

Ci troviamo nel regno della solitudine egoista, quindi dell’indifferenza assoluta. Viviamo in una società camuffata, narcisistica senz’anima che forse è meglio chiamare col nome che veramente meglio la definisce: una macchina. Ricordando appunto Gurdjieff, col suo uomo meccanico e la meccanicità dell’esistenza.

Ben congegnata e precisa, ma sempre una macchina impersonale e brutale che dimentica e opprime l’uomo.

Ecco perché nonostante l’apparente sua potenza l’attuale società ci appare disumana. Conversare con Vincenzo fa comprendere cosa significa comunicare con una persona.

Poliedrico e curioso di ogni forma d’arte (musica, teatro, danza, letteratura) ho cercato di concentrare la conversazione sulla tematica più cara a Spampinato: La Sicilianità. E attraverso questa, sono venute fuori tutte le passioni che inevitabilmente esprime Vincenzo.

Per la vita, per i personaggi scomparsi della sua città (Catania) per il suo indimenticabile zio, per gli amici, per la letteratura, la poesia, la musica…

Vincenzo è la memoria storica, in musica e parole, della città di Catania, e se non fosse anche musicista, ci piacerebbe chiamarlo senza che questo significhi una “diminutio”, il cantastorie di una realtà che non c’è più. Spampinato è, inoltre, un interlocutore inesauribile, dalle mille risorse e dialogare con lui è stato conoscere più che la sua personalità, la sua  interiorità: una piacevole scoperta che spero di condividere con tanti lettori.

Ho apprezzato molto alcuni tuoi brani che parlano della Catania di una volta popolata da personaggi tipici come Jachino Marletta, Tony Stella ecc. oppure espressioni come “fussimu ‘nda sudda”.

So di essere assolutamente come dici tu catanese. Non tolgo niente a nessuno dicendo questo. Non è questione di bravura. Se c’è un cantautore nato a Catania, più siciliano di tutti, naturalmente non detto da me ma dalla gente, quello sono io… perché è una cosa così prorompente e dirompente che non si può tacitare…

  Tu sei  più intransigente o autorevole?https://www.mimmorapisarda.it/2024/vincenzo/02.jpg

Guarda le persone coerenti mi sono sempre state sulle balle, io  dico le persone che cambiano idea, e qui vorrei citare Pitigrilli “si nasce incendiari e si muore pompieri…”  è la bellezza della vita…

Diciamo che in certe cose sono intransigente, no, alcune cose non possono passare… ma poi più che autorevole sono un po’ fermo. Ti faccio un esempio: è inutile che la ciurma di una nave detti la rotta, perché la nave inevitabilmente affonderà, occorre l’autorevolezza di un comandante, il famoso nocchiero di dantesca memoria. Significa che se non hai il comandante giusto vai alla deriva… Ti cito Seneca: “Un buon marinaio si vede quando ha la vela rotta”. Che bella  perla di saggezza!

 Cosa ne pensi dell’altra trinità odierna: Droga sesso e rock e roll? 

A me personalmente la droga non mi è mai interessa.  Ci sono le canne… i viaggi…lo sballo ecc.

Queste cose le ho sempre trovate, come si può dire… un fuggire la realtà. A me piace, pur essendo una persona di fantasia, vivere la realtà  con tutto il rispetto per tutti quelli che hanno delle storie difficili e che capisco… Tutti abbiamo avuto dei momenti difficili, questo non vuol dire che dobbiamo diventare tutti alcolisti… drogati…

Il sesso fa parte degli esseri umani, guai se non ci fosse…

Anche se non faccio Rock and Roll, se non ci fosse non staremmo qui a parlare…

La sola cosa assoluta disse Einstein è: “che tutto è relativo”, ma anche provvisorio mi pare. Le verità che contano, i grandi principi, alla fine restano sempre due o tre sapresti indicarmene qualcuno? 

Credo che la vita non sia un gioco. Credo fermamente in tre cose che sono per me fondamentali. Possono anche sembrare le più retoriche, le più banali, le più semplici ma nello stesso tempo le più difficili da mantenere e da contenere: sono l’amore, la famiglia, dunque i figli e l’amicizia.

Quando sei in difficoltà e ti arriva una telefonata e magari l’amico che ti ha chiamato non sa neanche cosa dirti, però ti ha telefonato, “non ti rici nenti, però ti rici tutto”…Queste sono per me le priorità della vita.

 Molti siciliani giovani e meno giovani minacciano di andarsene dalla Sicilia, dove tutto cambia per  non cambiare niente. Tu hai mai pensato così?

 Sì, tutti abbiamo pensato di andarcene. Non voglio fare retorica. Voglio solo dire ai giovani: andate, andate, per avere il grande piacere di ritornare. Perché questa è la grande cosa bella che ho provato, la voglia di andare e la grande gioia di ritornare… 

Cosa pensi di Catania e dei suoi amministratori?

Sarò molto schietto. Ci sono state cose belle fatte dalla sinistra e cose altrettante belle fatte dalla destra. Come ci sono state molte altre cose discutibili da ambo le parti… Sembra una risposta marzulliana… ma oggi sono arrivato a un punto che chiunque si alzi, di qualsiasi partito, e fa una proposta di miglioramento per la gente, allora io sposo quella causa… non è qualunquismo credimi…non è saltare sul carro dei vincitori…

Ho fatto una un disco che s’intitola “Judas”  che parla del lato “B” del mondo… io sto sempre con i perdenti, tu mi puoi dire “picchi?” Perché mi diverto di più… se fossi un allenatore di calcio, lotterei per salire in serie A eppoi direi: no, no, la serie A ve la fate voi … adesso torno in “B” perché la grande vittoria è arrivare in serie “A”…

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C’è qualcosa e qualcuno che ti lega a questa città?

Piazza Borgo, alla quale ho dedicato la canzone, “I ragazzi del borgo” il quartiere della Consolazione … Perché io appartengo… io sono… Sono nato in Via Amore, è una traversina di Via Monserrato a 50 metri dal Borgo, poi ho vissuto molto tempo della mia vita alla Consolazione un quartiere povero, ma bello, ricco e nobile di grandi personaggi…Venivo a giocare a Piazza Borgo e quindi ho eletto questa piazza a mia patria, a mia terra, a mio luogo…

Quando tornai da Milano, baciai non la petrosa Itaca, ma la petrosa Piazza Borgo. Perché lì ci ho vissuto tutti i miei sogni, le mie speranze, con i miei coetanei ci giocavo a pallone… Io quando sono triste faccio una passeggiata in Piazza Borgo… Quando sono nati i miei figli li ho portati in Piazza e li ho bagnati con l’acqua della “cavallara”… dicendo loro: ricordatevi voi siete dei ragazzi del Borgo…

Se non fossi stato Vincenzo Spampinato chi avresti voluto essere?

 Vincenzo Spampinato

Sei soddisfatto di te?

Da un punto di vista pragmatico potevo raccogliere di più. Ogni tanto mi rimbomba nella mente una frase che mi diceva un impresario musicale: Se fossi  meno siciliano, saresti primo in classifica sempre… Gli risposi: “Ma come faccio a essere meno siciliano se io purtoppo, anzi per fortuna, sono così… L’altra sera allo stadio Cibali per la festa del Catania Calcio promosso in serie A, quando Pippo Baudo mi ha presentato e ha detto: Lui è del Borgo, e ho sentito tutto il calore del pubblico…beh, quella è vita…” 

Chi ti ha spinto e che cosa a fare il cantante?

 Tutto parte da nonno Vincenzo. Faceva il metronotte, sai gli dava da vivere…Quando rientrava dal servizio, si sganciava la pistola, con la quale non aveva  mai sparato un colpo, era una persona buona, umile, e imbracciava la sua vera arma: la chitarra. E, come Woody  Guthrie, diceva che quell’arma uccideva la violenza…Alla morte del nonno la chitarra passò a un mio zio e, successivamente, alla sua morte, la volli io perché lui l’avrebbe donata a me…  

Tu come musicista,  nasci chitarrista? 

Sì nasco come chitarrista. Poi studio un po’ di tutto… danza, teatro, ecc. Sono cose che servono nel lavoro che faccio… Sono ancora chitarrista, ma ora mi interessa molto di più la composizione più che l’esecuzione.  Come sono diventato musicista?  Credo che musicisti, poeti, attori ecc. si nasce. Come  diceva il grande Totò: “Io lo nacqui…”

Una persona che non dimenticherai mai? 

Mio zio Nino il chitarrista. 

Che tipo di musica ascolta Vincenzo Spampinato?

 Musica classica prevalentemente!

Il pezzo più bello che hai mai ascoltato?

Una serenata di Cajkovskij per archi e orchestra diretto da Von Karajan

 Il titolo di un libro che ti ha cambiato la vita?

Ho letto molta saggistica, tanti romanzi, poesie… Mi colpì moltissimo il poeta Kahlil Gibran

Lo sai che Giovanni Raboni, il critico letterario del Corriere della Sera, ha detto che i versi di Gibran sono  “bolle di sapone”?

 Io ho sentito che aveva pace interiore. Mi ha dato tanta serenità ma anche una terribile angoscia…

I miei migliori amici sono i poeti… Giacomo Leopardi me lo fece amare un mio insegnante, leggendo l’Infinito si mise a piangere. Con le lacrime agli occhi mi dissi: appena crescerò, andrò sul colle dell’Infinito e voglio vedere che effetto mi farà. Sono andato e ho pianto… “Naufragar m’è dolce in questo mar”…

Che cosa ami fare al di fuori del tuo lavoro?

 Stare in famiglia, per me è una scelta felice. Uscire con gli amici, quegli amici che condividono la mia stessa semplicità. Faccio le cose che fanno tutte le persone comuni nel senso nobile della parola…

Vincenzo, Cos’è un uomo?

La risposta sta nel vento…
(Dal Settimanale “I Vespri” n. 13 - 8/Luglio/ 2006) -  http://www.microcosmoflash.it/index.php?option=com_content&view=article&id=57&Itemid=67

 

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Catania - Nel corso della processione del giro esterno del busto reliquario di Sant'Agata, come ogni anno, in Piazza Stesicoro l'arcivescovo metropolita di Catania monsignor Salvatore Gristina ha rivolto un messaggio alla città

 Secondo un'antica tradizione, la processione in onore della nostra Patrona è accompagnata da alcune soste che ci consentono qualche momento di riflessione. L'alternanza tra il camminare e il sostare costituisce quasi il ritmo e il respiro della nostra vita. Tante volte, infatti, viviamo l'esperienza della sosta, quando, per esempio, la fatica attenua le nostre forze, la malattia rende vulnerabile la prestanza del nostro vigore, la difficoltà demotiva il nostro coraggio. Accade poi che in tutte queste "fermate" possiamo lasciarci prendere dallo sconforto o dalla disperazione, oppure riflettere in modo propositivo su quanto ci sta accadendo, facendo, come si dice, il punto della situazione, cercando di riacquistare le forze che ci consentano di riprendere con rinnovato vigore il nostro cammino.

 E' proprio questo il significato della processione che, avendo avuto inizio stamattina, ci ha già offerto diverse occasioni per riflettere e riprendere il cammino. Tra le tante fermate del Fercolo, la sosta in Piazza Stesicoro ha un significato particolare perché viene fatta vicino ai luoghi dove Agata pubblicamente proclamò il suo amore per Gesù, dando testimonianza di fede coraggiosa dinnanzi alle moleste pretese di Quinziano rappresentante di Roma in Sicilia. E' pure significativa, perché durante questa sosta è il vescovo stesso che rivolge la parola alla comunità presente ed io, in questo momento, sono onorato e lieto di farlo ancora una volta trovandomi accanto al busto reliquiario di Sant'Agata e vorrei essere talmente bravo da riuscire a esprimerLe tutta la nostra commossa ammirazione e dirle: "Brava Agata, noi siamo fieri di te".

 Sant'Agata stessa sembra rispondere alla nostra manifestazione di affetto dicendoci "A te che lotti, a te che speri, a te che soffri, voglio solo dire non smettere di sperare, non smettere di amare, non smettere di pregare perché, io, sono con te, prego con te, soffro con te, ed otterrò da Dio secondo le tua necessità". Trovandoci in questo luogo desidero rileggere con voi il resoconto del primo dialogo tra Agata e Quinziano per ammirare insieme a voi il coraggio della giovane eroina davanti alla tracotanza del potente di turno.

Quinziano chiese ad Agata: di che condizione sei tu? Agata rispose: non solo sono nata libera, ma anche di nobile famiglia, come lo attesta la mia parentela. Quinziano riprese: se affermi di essere libera e nobile perché hai l’aspetto di una serva? Agata rispose: perché sono serva di Cristo, per questo mostro di essere schiava. Quinziano incalza: Ma se sei veramente libera e nobile, perché vuoi farti schiava? Agata proclamò coraggiosamente: la massima libertà e nobiltà sta nel dimostrare di essere servi di Cristo.

 

 

 Carissimi devoti di Sant'Agata, anche noi siamo servi di Cristo, non perché viviamo nei riguardi del Signore un senso di subordinazione, sottomissione o vassallaggio, ma perché, come il servo buono riconosce che è un altro Colui che da senso alla vita ed orienta le proprie azioni. Non dobbiamo pensare alla nostra identità di servi del Signore con il significato dispregiativo che questo termine può avere, perché il Signore ci vuole - e qui sta il paradosso della fede - servi liberi e disponibili. Imitare Agata significa esattamente carpire il suo segreto, il suo modo di vivere il rapporto con il Signore. Se non riusciamo in questo saremo sempre uomini o donne "di mezza misura", con una fede tiepida, che non soddisfa, e che ci rende, fiacchi, demotivati o addirittura, inconcludenti. Possiamo pure essere persone che frequentano la Chiesa, ma non riusciremo mai a diffondere l'Evangelo di Gesù.

 E l'Evangelo di Gesù è quello che ha accolto e testimoniato Agata, quello caratterizzato dal riconoscimento e dall'accoglienza del fratello, dalla misericordia, dalla pratica della giustizia. Ecco perché noi a distanza di tanti secoli ricordiamo ancora Agata e la vogliamo compagna nel nostro cammino.

 Carissimi amici: noi siamo concittadini e devoti di questa coraggiosa giovane. Agata fece la scelta per Cristo; Lo considerò la perla più preziosa da preferire a tutte le ricchezze che possedeva in abbondanza. Si innamorò di Cristo, Lo amò con amore totale e fedele sino a dare la vita per Lui. Certamente Sant’Agata gradisce la nostra ammirazione e il nostro applauso e se sappiamo ascoltarla, lei dice a ciascuno di noi: sii pure tu coraggioso; scegli Cristo, seguilo, cerca ogni giorno di vivere secondo l’esempio di Gesù. Diventerai veramente libero, sarai veramente nobile, con quella nobiltà che nasce dall’onestà, dalla correttezza personale, dal compimento dei doveri civili ed ecclesiali. Libero e nobile sarai veramente buono verso gli altri, accogliente verso tutti, vincendo l’egoismo ed ogni chiusura.

 Questo dice Agata a tutti noi che vogliamo onorarla in modo autentico, cioè imitandola.

 Adesso, per esprimere il nostro desiderio di imitare Agata, compiremo un gesto semplice ed importante allo stesso tempo. Rinnoveremo le promesse del nostro Battesimo. Quasi tutti siamo stati battezzati pochi giorni dopo la nostra nascita. I nostri genitori, il padrino e la madrina, hanno preso degli impegni per noi. Crescendo siamo stati invitati a fare nostre quelle promesse. Esse vogliono esprimere l’atteggiamento di Agata: la rinunzia al peccato e a tutto ciò che ci allontana da Cristo, e la proclamazione della nostra fede, cioè del nostro legame con Dio Padre, Figlio e Spirito Santo. Compiamo allora questo gesto immedesimandoci con Agata che sarà certamente contenta di vederci comportare come Lei, come autentici e coraggiosi discepoli di Gesù.

(dal web)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La cumacca dai bar ai palazzi della politica (by Tony Zermo)

La cumacca era una compagnia di amici che stavano insieme per simpatia e divertimento. Oppure stavano insieme per comuni interessi. Spesso li apostrofavano così: “Siti na bella cumacca”. Ma senza alcuna intonazione malevola, era solo un modo di scherzarci sopra. Ora le cumacche non ci sono più, sostituite semmai dalle comitive, che però non hanno quel senso di complicità delle cumacche.

Di solito quelli della cumacca negli anni '60 si ritrovavano in punti ben precisi, alla Pasticceria Svizzera dei Caviezel in via Etnea, oppure al bar Lorenti al viale angolo piazza Esposizione, oggi piazza Giovanni Verga.

C'erano vari gruppetti di cumacca che avevano diverse fasce di età, c'era la cumacca dei liceali, quella degli universitari, quella dei giovani leoni. La più conosciuta a Catania era la cumacca politica, quella guidata da Nino Drago e che è raccontata in un libro intitolato proprio “La cumacca" dello scrittore catanese Di Bernardo. Il libro è ormai introvabile, una parente dello scrittore mi disse di averne una copia, mi promise che me l'avrebbe prestata, ma poi non ne ho avuto più traccia.

Comunque attraverso le mie antiche fonti e un po' di ricordi personali ho ricostruito la cumacca dell'ing. Nino Drago, che è stato sottosegretario, sindaco di Catania, ras della politica catanese per decenni fino a scontrarsi con Rino Nicolosi e Salvo Andò. Ogni volta che si sentava alle elezioni prendeva una media di 120 mila voti.

La leggenda metropolitana narra che un giorno del 1946 Nino Drago fresco di laurea e la sua cumacca, scendendo in via Etnea, stabilirono di fare carriera politica mittennusi con la Chiesa. «Picciotti, i parrini hanno i voti, ci dobbiamo mettere con loro», avrebbe detto Nino Drago.

E sotto l'usbergo della Dc fecero tutti carriera: Armando Palazzo fu presidente della Provincia, Giovanni Lo Giudice era il tecnico che costruì il Librino. Si era laureato al Politecnico di Torino con un altro catanese, Boscarino, che però non faceva parte del gruppetto. C'erano poi Riccardino Moro che fece l'assessore alla Polizia urbana e Pupitto Sangiorgi che rimase trent'anni alla presidenza della commissione di controllo: ed era così preciso che bocciava spesso anche le delibere di Nino Drago che non gli piacevano. Nella cumacca anche Nino Musumeci, che fu assessore provinciale e presidente del consorzio Asi di Catania, e Nino Torrisi, presidente della Provincia e fratello di Pinella, la sempre bella moglie in seconde nozze di Nino Drago. Nino Torrisi, da non confondersi con il fratello Nando il bello, era il più acculturato e ad un certo punto rinunciò alla politica sostenendo - dice chi lo conosceva - di non poterla fare sulla scia del potente cognato. La cumacca era diventata il gruppo di comando della città al termine della sindacatura di Luigi La Ferlita, forse il migliore sindaco della storia di Catania.

Questa cumacca prima di prendere il potere alla catanese, cioè senza supicchiaria, si riuniva molto spesso in via Proserpina in casa del dottor Vasquez. A volte sulla porta di casa Vasquez era affisso un cartello: «Siamo al Lo Pò»>, oppure <<Siamo all'Odeon>>, per avvertire i ritardatari.

La città cresceva e anche la cumacca. Se qualcosa andava storto spesso intervistavo Drago nella sua villetta castellese prima della Baia Verde, e lui mi ripeteva che «Catania soffre dei mali di tutte le grandi città e che autoflagellarsi non serve a niente».

Quando cominciò l'avventura dello sventramento del San Berillo, Drago conferì un collaudo, da lui richiesto, all'ing. Pippo Mignemi che ad un certo punto gli si rivoltò contro e cominciò a fare comizi contro di lui accusandolo di tutta una sequela di supposti reati. Fece anche un giornale, "Il Partito popolare", con titoli di questo tipo: «Esplode a Catania uno scandalo enorme: peculato e truffa per 40 miliardi». Drago si querelò e Mignemi finì in carcere per calunnia. Uno dei rarissimi casi di arresti per calunnia. Dopo varie traversie giudiziarie, la carriera di Nino Drago finì nel 1992, quando dopo l'uccisione a Palermo dell'on. Salvo Lima, gli andreottiani decisero di non presentare le proprie candidature. Ma è un'altra storia.

Questo è solo un accenno alla storia della città. I catanesi in genere sono lisci per natura e non rispettano quelle che si chiamano le autorità costituite. Figuriamoci se rispettano i politici. Per cui, ad esempio, per la festa di Sant'Agata, dopo a muschittaria della sera o tre, si mostrano sempre insoddisfatti e dicono un po' per celia: <<Si mangiaru i soddi»>.

La cumacca è finita da oltre 50 anni, non ci sono più i protagonisti: e a pensarci adesso ti fa anche un po' di malinconia come tutte le cose sepolte dalla sabbia del tempo che cancella meriti e peccati.

__________

Tony Zermo, da “Catania, c’era una volta”  Domenico Sanfilippo Editore

 

 

A Catania è facile dire cornuto.

Potrebbe sembrare una parola di uso comune, soprattutto da quando le statistiche ci hanno dimostrato che l'Italia presenta un alto indice di tradimenti coniugali.

Vi assicuro, però, che nell’ accezione etnea c'è cornuto e cornuto e, come in tante altre cose, come ho già avuto modo di illustrare in altra pubblicazione, il cornuto del Nord è differente dal cornuto del Sud.

In Sicilia, infatti, il termine curnutu non è per niente semplice, anche se è di uso molto più che comune, rispetto al nord.

Curnutu vuol dire letteralmente che ha le corna, che è tradito dalla moglie, dalla fidanzata, ecc.

Tuttavia, se fosse solo questo sarebbe sin troppo facile e noi del Sud non lo siamo affatto: per noi ogni regola ha un'eccezione e forse di più, come nel caso in specie.

Oltre al cornuto coniugale, infatti, c'è anche il cornuto genitoriale: curnutu di matri, e il cornuto di sorella: curnutu di soru. Perché le corna, da noi, checché se ne dica, sono dotate della proprietà transitiva: si trasmettono in linea diretta.

D'altra parte la solidarietà e la familiarità sono tipiche delle nostre zone e per rendercene conto non è necessario disturbare Nino Martoglio e la sua “L’aria del continente”, né il suo protagonista, il povero don Nicola Duscio.

Ma non è finita qui. A differenza di quanto accade per altre categorie, chi diventa curnutu lo resta per sempre. Chi è stato ferroviere, quando smette, diventa pensionato, chi è stato professore diventa professore emerito, ecc.

Il cornuto no! Il cornuto, nonostante non abbia alcuna responsabilità nell'acquisizione dello specifico titolo, salvo che non sia cunnutu c’o sai, cioè consapevolmente tradito, cornuto lo resta a vita e i suoi parenti, ascendenti e discendenti, ereditano l’appellativo insieme al loro nome.

Così si diventa ‘u figghiu do curnutu, ‘u niputi do curnutu, ‘u frati do curnutu”, e così via dicendo, per ogni grado di parentela.

Nella storia italiana c'è solo un altro termine che patisce la stessa sorte: onorevole. Basta aver svolto quelle nobili e sventurate funzioni anche per un solo giorno e il titolo resta per sempre, soprattutto se non lo lo si è meritato. Perché meno lo si è meritato e più ci si tiene.

Ma non è finita qui. Curnutu ha un'altra accezione. Talvolta, infatti, si apostrofa con questo termine non una persona tradita, ma una persona molto in gamba. Un tipo furbo e particolarmente capace.

La circostanza, com'è ovvio che sia, determina notevoli problemi in sede di traduzione, ovvero di interpretazione.  Pochi infatti riescono a cogliere la sottile differenza: il cornuto da tradimento, normalmente, è un povero cornuto, quello abile è un gran cornuto.

In casi del genere, si sfiora il dramma nelle sbobinature delle intercettazioni telefoniche.

Immaginate un carabiniere o un poliziotto di Belluno chiamato a trascrivere il dialogo tra due siciliani che parlano di un cornuto in quanto tradito e di un cornuto in quanto abile.

Una inesatta traduzione potrebbe provocare guai enormi ai cornuti, alle loro consorti e persino agli intercettatori.

Immaginate che uno, parlando del cornuto tradito, venga frainteso e si pensi che stia parlando del cornuto abile.

Il malinteso, gli inglesi lo chiamano misunderstanding, gli italiani lo chiamano equivoco, noi siciliani cunfusioni, può portare lontano e addirittura può provocare gravissimi inconvenienti.

 

 

Nel caso descritto, ad esempio, potrebbe accadere che l'errata interpretazione di un’intercettazione faccia scoprire che la moglie fedifraga di un intercettato è una santa donna, mentre quella dell'altro è un'ignobile baldracca, quando, in realtà, è esattamente il contrario.

Se poi i due cornuti affermano che un certo magistrato è un cornuto, vogliono dire che è stato tradito dalla moglie, che è un abile professionista, o che è un emerito stronzo?

Perché, dovete sapere, che c'è anche questo aspetto.

Il cornuto, infatti, potrebbe essere vittima di una moglie infedele, potrebbe essere un tipo in gamba, ma potrebbe essere pure una pessima persona.

Per non parlare di un cornuto e mezzo, termine riferito a maschio superdotato che mette le corna pur senza riceverle.

E pensate allo sbobinatore di Belluno...e alla responsabilità che grava sulla sua testa: sicuramente più di un paio di corna.

Una cosa, però, è certa. Quando si sente dire che un tale ha più corna di un cufinu di vavaluci, l'accezione è unica: la moglie lo cornifica con più persone.

Così come, se si parla di un curnutu cuntentu, si parla di un marito che sa dei tradimenti della consorte e accetta la sua condizione, perché ne trae un qualche beneficio.

E poi c'è‘u curnutazzu, che non è affatto un dispregiativo e‘u curnuteddu, che non è un diminutivo. E vogliamo parlare di chi curnutia? Cioè di chi si comporta in maniera “cornutesca” nelle sue varie eccezioni?

E che dire delle abbinate? Curnutu e sbirru, disonorato e curnutu, curnutu vugghiutu, arbitro cornuto, che è un classico, curnutu ca non ci curpa né to mugghieri, né to matri, né to soru, curnutu di azione, curnutu e vastuniatu, anche questo un classico,  contro un cornuto un cornuto e mezzo, pezzo di cornuto, ecc. ecc.

A Catania può avere questo ed altro, infatti penso che, in quest'ultimo caso, il carabiniere o il poliziotto di Belluno potrebbe pensare che stia per scatenarsi una corrida e invece siamo di fronte a una semplice sfida tra due cornuti.

Ecco, vedete, il dilemma sul significato della parola cornuto è più che cornuto, è molto più che un dilemma, è un trilemma o forse un quadrilemma.

Al Nord, invece, è tutto più facile. Al Nord il cornuto è un cornuto: un normalissimo cornuto tradito dalla moglie o dalla fidanzata.

Al Sud e a Catania in particolare, il cornuto può essere uno, nessuno, uno e mezzo e centomila.  Il capoluogo etneo, poi, è più che una città, è un intero continente, forse un universo. Capite adesso perché le intercettazioni costano tanto e talvolta non servono a niente?

Salvo Fleres.

 

 

 

 
 
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