"Sono Siciliana. Nata e cresciuta.
Il
mio sangue è siciliano, quindi misto, viene dal mondo, oltre tutti i
mari e non ha confini... ha forte identità e nessuna razza. La mia
sicilia è terra di incanto, di sole forte che ti devi bagnare la testa a
manzionnnu (mezzogiorno) le tende chiuse e le tapparelle abbassate
almeno fino alle 5 del pomeriggio, ca non si po’ stari, e riserbo e
rispetto. Silenzi lunghi.
La
mia sicilia è terra d’incanto e di fascinazione, di fichi d’india,
carnosi e spinosi insieme, di zagara e gelsomino e tuffi dagli scogli
alti, che si stava scalzi per tre mesi.
Sono figlia dell’Etna, nata e cresciuta quasi tutti i giorni per
ventritrè anni, e ogni volta che torno è un incanto, forse un
incantesimo, non riesco più ad andare via.
Sicilia, terra di incanto e grandi cantori, cantastorie, penso ancora a
te (che un autore quando lo ami ci parli così) Andrea Immenso Camilleri,
che avevo 12 anni quando ho letto il tuo primo libro, e mia mamma
entrava nella mia stanza per capire con chi stessi ridendo, e ridevo con
te, tra le tue pagine, che avevi scritto quella che poi è diventata una
delle mie parole tue preferite, “stracatafottersene”... da questa piazza
meravigliosa (Siracusa) che tra le sue bellezze custodisce anche un
Caravaggio che non bastano gli aggettivi ... non posso fare a meno di
pensarti e di pensare al mio legame con questa terra, dalla quale non si
può scappare."
Miriam Leone
Tuccio Musumeci:
«Catania desolata che ha perso il suo umorismo»
di Carmelita Celi
«Ahi, serva Catania, di dolore ostello/nave senza
nocchiere in gran tempesta/non donna di province ma bordello…». Oppure:
«T’odio e t’amo. Perché lo faccio forse mi chiederai. Non lo so. Ma
sento che accade e mi struggo». E’ un amore tra il dantesco e il
catulliano quello che unisce Tuccio Musumeci a Catania: amore “strano” e
fortissimo, inossidabile senso d’appartenenza che il più delle volte si
camuffa in distacco, sarcasmo, intransigenza.
– Che Catania fa, Tuccio?
«Mmmah! Mi sembra una città desolata che ha perso
il suo proverbiale umorismo».
– Ha memoria di un periodo nero come questo?
«Sinceramente no. E sì che del secondo dopoguerra
mi ricordo tutto: si veniva fuori da fame e sofferenza ma si era pronti
a ricominciare e ci si accontentava. Oggi il catanese si è adeguato
perfettamente all’usa e getta ed è buono solo ad arrabbiarsi. Ma con chi
prendersela se non con se stesso? ».
– Negli anni ’60, Pippo Fava, con cui ha condiviso
amicizia e arte, a partire dall’indimenticata “Cronaca di un uomo”,
tracciò un identikit dei catanesi che è ancora incredibilmente attuale.
Abili mercanti come i fenici, cultori dell’ironia a tutti i costi…
«Concordo! Da ragazzino, io e il mio inseparabile
amico Tuitto Giardina facevamo incetta di scenette surreali. Andavamo
alla Fera ‘o luni quando era ancora fatta da catanesi e non da
extracomunitari e cinesi, uno di questi giorni la polizia chiederà a me
il permesso di soggiorno. C’era, tra le altre cose, una bancarella di
scarpe usate, erano ammonticchiate l’una sull’altra e chi voleva
acquistarle doveva prima trovare la sua misura e poi l’altra scarpa da
abbinare. Un cliente ci riuscì e chiese il prezzo. “Ventimila lire”, gli
fu risposto. ”‘Nenti ci po’ livari? ”, insistette. E il venditore: “Chi
sacciu, ci pozzu livari i lazza! ”. Un altro luogo deputato era via
Etnea: a un passo dall’ufficio postale c’era una fermata d’autobus
frequentatissima. Un giorno, una signora, logorata dall’attesa, si
lamentò con un autista: “Sono passati tutti i numeri tranne il 48! ”. E
quello: “‘E chi voli, signora, ‘o depositu n’arriminunu boni”. Questa
era Catania».
– Perché i catanesi non somigliano a nessuno?
«Hanno il fuoco dell’Etna, è l’energia vulcanica a
fare la differenza».
– E’ per questo che, oltre a “soddi fausi”, sono
chiamati “peri arsi”?
«Io sarei più per il primo soprannome, Ciulla fece
arricchire molti, ci ni fussi n’autru! Ma “soddu fausu” descrive bene il
catanese che tende a fare ‘u “tri oru tri oru”. Se mette su una società
a Milano o Torino, il catanese diventa il più grande manager con pieni
poteri. Se lo fa a casa sua fallisce perché l’intelligenza del catanese
va talmente oltre da diventare autodistruzione».
– Come “sente” l’Etna, maschio o femmina?
«Nella composizione musicale di mio figlio Matteo
“Aìtna” è donna, per me è un disastro se sputa sabbia. Ho un rapporto
d’odio–amore perché il danno che porta prevale su tutto il resto. Le
spese sostenute dai comuni pesano come la sabbia nera che brucia piante
e campagne; e, se un tempo cadeva sulla terra vergine, con la
speculazione edilizia di oggi, ricopre i palazzi che a loro volta ci
“piovono” addosso».
– Il fuoco dell’Etna e quello dei fornelli. Gli
spagnoli hanno la “sobremesa” ma i catanesi non sono da meno: per un
pranzo domenicale si può stare seduti a tavola dall’una alle cinque del
pomeriggio…
«Il catanese se ne fotte di qualunque cosa… basta
ca mancia! E ci sono quelli che ancora oggi, con tutte le “case del
pesce” che ne hanno di freschissimo, devono per forza comprarlo in
pescheria. Come se il luogo facesse parte del piatto di portata, il
catanese, in fondo, si “mangia” pure l’ambiente».
– E mai mezze porzioni. Servono solo “p’alluddari
‘u piattu”, no?
«Sì, ma penso che quella catanese non sia poi una
cucina così ricca, trovo superiore quella di Palermo che importa molto
della cultura araba. Noi, di nostro, abbiamo la pasta alla Norma e
quella con il nero delle seppie, il resto è pura invenzione».
– Non ha dimenticato la carne di cavallo?
«Ah, quella è una fissazione del catanese! Ma
spesso non si fanno i conti con l’età. Vedo troppe facce con i pomelli
rossi: la carne equina è squisita ma va bene per i bambini, dopo i
trent’anni dovrebbe essere ridotta se non abolita».
– C’è un manicaretto catanese di fronte a cui è
disposto a mandare tutti al diavolo, alla “Montalbano sono”, per
intenderci?
«E’ difficile per me, ho girato parecchio
mangiando sempre fuori casa e
fuori dalla mia città. Dopo il liceo, me
ne andai a Modena e lì conobbi il tartufo ed una cucina molto grassa che
ben s’adattava al clima freddo. Ma, cu mmìa, non ci pòttiru mancu i
grassi del Nord».
– Nemmeno la cucina di mamma?
«Le donne di allora sapevano cucinare (oggi si
siddìunu, tutte) ma si preparava solo roba stagionale; oggi, tra
surgelati e supermercati, c’è tutto, sempre! Nelle domeniche in
famiglia, senza televisione e senza telefonini (tu inviti a unu a cena
ma chiddu immeci di parrari cu ttia “mungi” sempri dda cosa!) ricordo
ancora la famosa “grassata in bianco”! Chi la sa fare, oggi? Sono
cambiati uomini, donne e picciriddi. E male».
– I dolci solo nelle feste comandate?
«Non ho mai fatto pazzie per i dolci catanesi, mi
basta del buon cioccolato fondente e, da bambino, la merenda che mi
preparava mia mamma: pane spolverizzato di zucchero».
– Un’ostia di cassata?
«All’epoca non circolava granché, era cosa di
Palermo».
– Come dire Oriazi e Curiazi?
«Macché! Io non ho mai guardato ai palermitani
come avversari, anzi! Ho passato 4 anni allo Stabile di Palermo e da
ragazzino passavo le estati da mio zio, fratello di mia madre, medico
come tutti i De Gaetani, anatomo–patologo e direttore di clinica. I
palermitani amano i catanesi, li vedono più intraprendenti, ammirano
l’indole “nottambula”. La rivalità è robaccia di squadre di calcio».
– Agata e Rosalia, donne “celesti”. I fìmmini sono
un’altra cosa. Pare che i catanesi (e i trapanesi) risultino gli uomini
più fedeli. Che siano diventati moralisti?
«Ma cui? I catanesi mo–ra–li–sti??? Ammucciàti,
forse! Il catanese le fa, le corna, ma di nascosto. Ricordo un signore,
nella hall del teatro, che parlava al telefono con la moglie: “Stasera
non so quando mi sbrigo, devo ritornare in chirurgia”. Accanto a lui
c’era una bella donna: la prese sottobraccio e se ne andò a teatro. Ci
sono “i conna scassi” e le corna d’oro: se l’amante ha un sacco di soldi
ne guadagna tutta la famiglia. Io ho sperato sempre in un’ereditiera».
– E…?
«Una contessa del nord, di cui non posso fare il
nome, veniva a Catania per me, organizzava feste solo per me. Insomma,
sono stato un cre–ti–no. Viri chi futtùna c’aveva p’i manu! ».
– E se fosse primo cittadino di Catania?
«Se fossi sindaco di Catania, non farei mai il
sindaco di Catania. I catanesi accusano le istituzioni ma poi amano la
città a modo loro. Si parla di eliminare i cassonetti, come in America:
ditte private che prelevano la spazzatura davanti al portone di casa. U
catanisi??? I pirati ca ci rassi ai putticati, fussimu chini di munnizza!
Però, ci sono cosiddetti assessori alla cultura che hanno la memoria
corta, attenti ai “grandi eventi” ma lontani dalla gente e dalla storia
della città. Non è grottesco che i catanesi non sappiano chi era
Giovanni Grasso mentre mio figlio l’ha studiato all’accademia Strasberg,
in America?»

– Un sindaco e un uomo politico di Catania che si
porta nel cuore?
«Il sindaco Papale fu una persona perbene, fece
molto per la città negli anni ’60. L’on. Sapienza, democristiano
d’onestà non comune, fece parte anche del Cda dello Stabile e non
s’approfittò mai del suo ruolo».
– Che cosa le manca di Catania quando è fuori?
«Il centro storico. Bisogna scoprirlo di notte o
quando la città si svuota, per le ferie. Quando giravamo “I racconti del
maresciallo” per la tv, con Turi Ferro, poi, a cena, mi veniva una gran
nostalgia di luoghi unici come via Plebiscito che molti snobbano senza
capirne il fascino. Ma al mio ritorno, bastavano 4 mesi e mi scurava ‘o
cori. Del resto Verga scrisse ‘I Malavoglia’ a Milano. L’amore vero per
Catania lo consumi a distanza, da lontano vedi tutto con occhi benevoli
e pieni di malinconia».
– Ha mai litigato per difendere Catania?
«Con Arnoldo Foà ci pizzicammo più volte, lui non
sopportava il nero della pietra lavica che, diceva, rende Catania
lugubre e triste. E invece quella pietra nera è un tesoro per noi:
“termosifone” naturale e resistente ai terremoti».
– Tre “eroi” metropolitani?
«Il poeta Boley (Francesco Buccheri ndr), quasi un
secondo Micio Tempio; Alfieddu, quello imitato da Pattavina, esisteva
davvero, trasportava pellicole e sapeva a memoria i cast di tutti i
film. Eppoi Pippo Pernacchia: 100 lire a testa perché assicutasse a
pernacchie un nostro prof del Cutelli».
– Se dovesse rifare alla radio “Tutta la città ne
parla” del Terzo Millennio?
«Ma quella era creatura di Turi Ferro! Beh,
comincerei così: “Dalla nostra bella ex Catania che vuole imitare
Venezia quannu chiove. Guardare foto. P. S. I galosce ca m’accattai, a
Venezia mi misi du voti, ccà mi sono utilissime. Sempretuo, Tuccio».
http://www.lasicilia.it 25.10.2015
