Marca Liotru

 

furono noti artisti i pittori Natale Attanasio, Giuseppe Gandolfo, Calcedonio Reina, Roberto Rimini, Olivio Sozzi Archimede Cirinnà, Pasquale Liotta, Carmelo Comes, Saro Mirabella; gli scultori Francesco Licata, Carmelo Florio, Francesco Rapisarda, Mimmo Maria Lazzaro, Francesco Schilirò, Antonio Calì, Salvo Giordano, Eugenio Russo, Rosario Frazzetto. Gli architetti Carmelo Aloisi, Francesco Battaglia, Sebastiano Ittar, Paolo Lanzerotti.

 

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Fra gli artisti di Teatro (e di Cinema) anche Nino Zuccarello, Tommaso Marcellini, Michele Abruzzo, Totò Majorana, Franco Corsaro, Marinella Ragaglia, Virginia Balestrieri, Mimì Aguglia

 

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Catania, i miei ricordi ora sbiadiscono ma è la città a non avere più memoria...»

18/11/2018 - di Leo Gullotta

 La storia di Catania è, in qualche modo, la storia dell'Italia. Sono ritornato nella mia città, nei giorni scorsi, ospite del Teatro Stabile, per la messinscena di “Pensaci, Giacomino”. E ogni volta è come fare un tuffo nel passato, ai tempi di quando ero bambino e giocavo tra i vicoli del Fortino. Ricordi sempre più sbiaditi, non perché io abbia perduto la memoria, ma perché è la città, la sua gente che l'ha perduta. Vuoi per colpe nostre, vuoi per come stanno andando le cose dal punto di vista della vita sociale ed economica. Oggi va di moda dire che la colpa di tutto è dei giornali e dei giornalisti che non scrivono la verità, che aizzano le folle. Ma la “vera” , oggi, la fanno i social: Facebook, Instagram, Twitter. I politici comunicano attraverso questi mezzi, non parlano più con i giornalisti. Mi indigna l'idea che non ci sia più ufficialità.

Anziché costruire nuove barriere, abbiamo bisogno di stare insieme come si faceva una volta nei teatri greci si stava insieme a fare teatro, si sorrideva, so soffriva, si graffiava, secondo le situazioni del potere, della storia, si guardava la vita reale com’era, si puntava il dito: il re è nudo! Si parlava, si discuteva.https://www.mimmorapisarda.it/2024/198.JPG

Qual è, oggi, il senso dell’incontro tra cittadini? C’è paura. Le scuole non funzionano, l’università non funziona. Vorrei vedere la mia città stimolata ad andare a petto in avanti. Vorrei più rispetto per le donne. Quote rosa? Io vorrei che si parlasse di donne in gamba. Perché il maschietto ancora deve fare i conti con la meravigliosa crescita della donna, non l’accetta, non la sopporta. Un uomo violento è un uomo violento, non servono né ascia né coltello. Eppure, ci sono donne che fanno ancora le crocerossine. Ma cosa guardano? Come si informano? Mi auguro che non lo facciano attraverso i social. Come i No Vax. L’ignoranza che genera violenza. Siamo un popolo con una matrice greca. Ci sono stati i normanni, gli angioini, i turchi, gli arabi. Semu antichi. E allora dovremmo partecipare molto di più proprio perché sappiamo di più. La verità è che oggi come oggi hanno messo il cittadino nella condizione di non sapere e di non potersi esprimere liberamente.

Ho sentito dire che a qualcuno dà fastidio la Pescheria perché non è un ambiente igienicamente sano. Ma per risolvere il problema c'è bisogno di cancellare un pezzo di Catania? La Pescheria è un ritratto straordinario e meraviglioso di quello che è stato, che è e che dovrebbe essere anche in futuro questa città. Pulitela, semmai. Fate una bella bonifica. L’Acqua o linzolu, dove italiani e stranieri vengono apposta per vedere questo spettacolo di ironia, di paesaggio fantastico, gente di questa terra con i loro pesci, le loro carni, le loro leggerezze e le loro pesantezze deve restare simbolo di questa città.

Chi pensa, chi ha progetti, disturba. Devi essere allineato.

Ogni 5 febbraio, gli amici, io compreso, ricordano Pippo Fava. Si mettono i fiori sulla lapide e, dopo due ore, spariscono, li rubano. Ancora oggi Fava disturba in questa città. Manca l’indignazione e questo mi fa rabbia, ancora. Avendo 72 anni, come dice Pirandello in “Pensaci, Giacomino”, cosa mi possono rimanere, sette, otto, dieci anni... E io dovrei offendere la mia dignità stando muto? Ho subìto ricatti, censure, siamo un Paese dove la censura esiste e viene applicata arditamente, persino nel proprio condominio.

Io sono sempre attento a ciò che succede a Catania attraverso quello che mi dicono gli amici. Sono stato fortunato ma sono andato avanti anche grazie allo studio, alla serietà, all’onestà, al rispetto verso gli altri. Ma perché qua non ci sono più queste cose? Eppure io le cerco ancora. Sono stato l’ultimo di sei figli e sono nato dopo la guerra. Tempi semplici, dove si viveva da poveri, avevamo poco di tutto ma un'abbondante dose di dignità, ricchi e poveri. C’era una città sorridente, pronta a ritrovarsi in un paese nuovo.

Tutti lavoravano sorridenti, gioiosi  Poi, lentamente, il gusto, lo stile, la cultura, lo studio, sono diventate tutte cose inutili. L’importante è essere tutti uguali.

Oggi dobbiamo fare i conti con personaggi imbarazzanti per l’intelligenza umana. Sapere essere uomini (intendo esseri umani) è una delle cose più difficili, soprattutto in questo Paese, dove l’arte di arrangiarsi è la nota sempre crescente. Catania è in Italia, sta in questa terra che si deve rinnovare, che sa tante cose, ma finché non si finisce di fare trucchetti, lavori sottobanco non si va da nessuna parte.

“Cara Catania, più stai più bedda diventi” diceva Turi Ferro. Io ero ragazzino, già lavoravo con lui, le lezioni che ho ricevuto le ho incamerate per bene perché chi me le ha fatte era una persona per bene, di alto valore artistico. Oggi il riferimento è il selfie.

Per fortuna vedo che c’è un’informazione buona. Mi riferisco ai programmi di La 7, al giornalismo di Mentana. Credo nel valore della carta stampata, di questo giornale, nel ruolo fondamentale di “mediatore” di notizie. Non si può e non si deve mettere il bavaglio all’informazione. Alla Rai, intanto, si sono ammazzati la vita, sono rimasti tre mesi con le cariche sospese perché c’era in corso la nuova presa della Bastiglia. E questo sarebbe il cambiamento?

(foto La Sicilia)

 

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https://www.mimmorapisarda.it/2024/057.jpg"Sono Siciliana. Nata e cresciuta.

Il mio sangue è siciliano, quindi misto, viene dal mondo, oltre tutti i mari e non ha confini... ha forte identità e nessuna razza. La mia sicilia è terra di incanto, di sole forte che ti devi bagnare la testa a manzionnnu (mezzogiorno) le tende chiuse e le tapparelle abbassate almeno fino alle 5 del pomeriggio, ca non si po’ stari, e riserbo e rispetto. Silenzi lunghi.

La mia sicilia è terra d’incanto e di fascinazione, di fichi d’india, carnosi e spinosi insieme, di zagara e gelsomino e tuffi dagli scogli alti, che si stava scalzi per tre mesi.

Sono figlia dell’Etna, nata e cresciuta quasi tutti i giorni per ventritrè anni, e ogni volta che torno è un incanto, forse un incantesimo, non riesco più ad andare via.

Sicilia, terra di incanto e grandi cantori, cantastorie, penso ancora a te (che un autore quando lo ami ci parli così) Andrea Immenso Camilleri, che avevo 12 anni quando ho letto il tuo primo libro, e mia mamma entrava nella mia stanza per capire con chi stessi ridendo, e ridevo con te, tra le tue pagine, che avevi scritto quella che poi è diventata una delle mie parole tue preferite, “stracatafottersene”... da questa piazza meravigliosa (Siracusa) che tra le sue bellezze custodisce anche un Caravaggio che non bastano gli aggettivi ... non posso fare a meno di pensarti e di pensare al mio legame con questa terra, dalla quale non si può scappare."

Miriam Leone

 

 

Tuccio Musumeci: «Catania desolata che ha perso il suo umorismo»

di Carmelita Celi

 «Ahi, serva Catania, di dolore ostello/nave senza nocchiere in gran tempesta/non donna di province ma bordello…». Oppure: «T’odio e t’amo. Perché lo faccio forse mi chiederai. Non lo so. Ma sento che accade e mi struggo». E’ un amore tra il dantesco e il catulliano quello che unisce Tuccio Musumeci a Catania: amore “strano” e fortissimo, inossidabile senso d’appartenenza che il più delle volte si camuffa in distacco, sarcasmo, intransigenza.

– Che Catania fa, Tuccio?

«Mmmah! Mi sembra una città desolata che ha perso il suo proverbiale umorismo».

– Ha memoria di un periodo nero come questo?

«Sinceramente no. E sì che del secondo dopoguerra mi ricordo tutto: si veniva fuori da fame e sofferenza ma si era pronti a ricominciare e ci si accontentava. Oggi il catanese si è adeguato perfettamente all’usa e getta ed è buono solo ad arrabbiarsi. Ma con chi prendersela se non con se stesso? ».

– Negli anni ’60, Pippo Fava, con cui ha condiviso amicizia e arte, a partire dall’indimenticata “Cronaca di un uomo”, tracciò un identikit dei catanesi che è ancora incredibilmente attuale. Abili mercanti come i fenici, cultori dell’ironia a tutti i costi…

«Concordo! Da ragazzino, io e il mio inseparabile amico Tuitto Giardina facevamo incetta di scenette surreali. Andavamo alla Fera ‘o luni quando era ancora fatta da catanesi e non da extracomunitari e cinesi, uno di questi giorni la polizia chiederà a me il permesso di soggiorno. C’era, tra le altre cose, una bancarella di scarpe usate, erano ammonticchiate l’una sull’altra e chi voleva acquistarle doveva prima trovare la sua misura e poi l’altra scarpa da abbinare. Un cliente ci riuscì e chiese il prezzo. “Ventimila lire”, gli fu risposto. ”‘Nenti ci po’ livari? ”, insistette. E il venditore: “Chi sacciu, ci pozzu livari i lazza! ”. Un altro luogo deputato era via Etnea: a un passo dall’ufficio postale c’era una fermata d’autobus frequentatissima. Un giorno, una signora, logorata dall’attesa, si lamentò con un autista: “Sono passati tutti i numeri tranne il 48! ”. E quello: “‘E chi voli, signora, ‘o depositu n’arriminunu boni”. Questa era Catania».

– Perché i catanesi non somigliano a nessuno?

«Hanno il fuoco dell’Etna, è l’energia vulcanica a fare la differenza».

– E’ per questo che, oltre a “soddi fausi”, sono chiamati “peri arsi”?

«Io sarei più per il primo soprannome, Ciulla fece arricchire molti, ci ni fussi n’autru! Ma “soddu fausu” descrive bene il catanese che tende a fare ‘u “tri oru tri oru”. Se mette su una società a Milano o Torino, il catanese diventa il più grande manager con pieni poteri. Se lo fa a casa sua fallisce perché l’intelligenza del catanese va talmente oltre da diventare autodistruzione».

– Come “sente” l’Etna, maschio o femmina?

«Nella composizione musicale di mio figlio Matteo “Aìtna” è donna, per me è un disastro se sputa sabbia. Ho un rapporto d’odio–amore perché il danno che porta prevale su tutto il resto. Le spese sostenute dai comuni pesano come la sabbia nera che brucia piante e campagne; e, se un tempo cadeva sulla terra vergine, con la speculazione edilizia di oggi, ricopre i palazzi che a loro volta ci “piovono” addosso».

– Il fuoco dell’Etna e quello dei fornelli. Gli spagnoli hanno la “sobremesa” ma i catanesi non sono da meno: per un pranzo domenicale si può stare seduti a tavola dall’una alle cinque del pomeriggio…

«Il catanese se ne fotte di qualunque cosa… basta ca mancia! E ci sono quelli che ancora oggi, con tutte le “case del pesce” che ne hanno di freschissimo, devono per forza comprarlo in pescheria. Come se il luogo facesse parte del piatto di portata, il catanese, in fondo, si “mangia” pure l’ambiente».

– E mai mezze porzioni. Servono solo “p’alluddari ‘u piattu”, no?

«Sì, ma penso che quella catanese non sia poi una cucina così ricca, trovo superiore quella di Palermo che importa molto della cultura araba. Noi, di nostro, abbiamo la pasta alla Norma e quella con il nero delle seppie, il resto è pura invenzione».

– Non ha dimenticato la carne di cavallo?

«Ah, quella è una fissazione del catanese! Ma spesso non si fanno i conti con l’età. Vedo troppe facce con i pomelli rossi: la carne equina è squisita ma va bene per i bambini, dopo i trent’anni dovrebbe essere ridotta se non abolita».

– C’è un manicaretto catanese di fronte a cui è disposto a mandare tutti al diavolo, alla “Montalbano sono”, per intenderci?

«E’ difficile per me, ho girato parecchio mangiando sempre fuori casa e fuori dalla mia città. Dopo il liceo, me ne andai a Modena e lì conobbi il tartufo ed una cucina molto grassa che ben s’adattava al clima freddo. Ma, cu mmìa, non ci pòttiru mancu i grassi del Nord».

– Nemmeno la cucina di mamma?

«Le donne di allora sapevano cucinare (oggi si siddìunu, tutte) ma si preparava solo roba stagionale; oggi, tra surgelati e supermercati, c’è tutto, sempre! Nelle domeniche in famiglia, senza televisione e senza telefonini (tu inviti a unu a cena ma chiddu immeci di parrari cu ttia “mungi” sempri dda cosa!) ricordo ancora la famosa “grassata in bianco”! Chi la sa fare, oggi? Sono cambiati uomini, donne e picciriddi. E male».

– I dolci solo nelle feste comandate?

«Non ho mai fatto pazzie per i dolci catanesi, mi basta del buon cioccolato fondente e, da bambino, la merenda che mi preparava mia mamma: pane spolverizzato di zucchero».

– Un’ostia di cassata?

«All’epoca non circolava granché, era cosa di Palermo».

– Come dire Oriazi e Curiazi?

«Macché! Io non ho mai guardato ai palermitani come avversari, anzi! Ho passato 4 anni allo Stabile di Palermo e da ragazzino passavo le estati da mio zio, fratello di mia madre, medico come tutti i De Gaetani, anatomo–patologo e direttore di clinica. I palermitani amano i catanesi, li vedono più intraprendenti, ammirano l’indole “nottambula”. La rivalità è robaccia di squadre di calcio».

– Agata e Rosalia, donne “celesti”. I fìmmini sono un’altra cosa. Pare che i catanesi (e i trapanesi) risultino gli uomini più fedeli. Che siano diventati moralisti?

«Ma cui? I catanesi mo–ra–li–sti??? Ammucciàti, forse! Il catanese le fa, le corna, ma di nascosto. Ricordo un signore, nella hall del teatro, che parlava al telefono con la moglie: “Stasera non so quando mi sbrigo, devo ritornare in chirurgia”. Accanto a lui c’era una bella donna: la prese sottobraccio e se ne andò a teatro. Ci sono “i conna scassi” e le corna d’oro: se l’amante ha un sacco di soldi ne guadagna tutta la famiglia. Io ho sperato sempre in un’ereditiera».

– E…?

«Una contessa del nord, di cui non posso fare il nome, veniva a Catania per me, organizzava feste solo per me. Insomma, sono stato un cre–ti–no. Viri chi futtùna c’aveva p’i manu! ».

– E se fosse primo cittadino di Catania?

«Se fossi sindaco di Catania, non farei mai il sindaco di Catania. I catanesi accusano le istituzioni ma poi amano la città a modo loro. Si parla di eliminare i cassonetti, come in America: ditte private che prelevano la spazzatura davanti al portone di casa. U catanisi??? I pirati ca ci rassi ai putticati, fussimu chini di munnizza! Però, ci sono cosiddetti assessori alla cultura che hanno la memoria corta, attenti ai “grandi eventi” ma lontani dalla gente e dalla storia della città. Non è grottesco che i catanesi non sappiano chi era Giovanni Grasso mentre mio figlio l’ha studiato all’accademia Strasberg, in America?»

 

 

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– Un sindaco e un uomo politico di Catania che si porta nel cuore?

«Il sindaco Papale fu una persona perbene, fece molto per la città negli anni ’60. L’on. Sapienza, democristiano d’onestà non comune, fece parte anche del Cda dello Stabile e non s’approfittò mai del suo ruolo».

– Che cosa le manca di Catania quando è fuori?

«Il centro storico. Bisogna scoprirlo di notte o quando la città si svuota, per le ferie. Quando giravamo “I racconti del maresciallo” per la tv, con Turi Ferro, poi, a cena, mi veniva una gran nostalgia di luoghi unici come via Plebiscito che molti snobbano senza capirne il fascino. Ma al mio ritorno, bastavano 4 mesi e mi scurava ‘o cori. Del resto Verga scrisse ‘I Malavoglia’ a Milano. L’amore vero per Catania lo consumi a distanza, da lontano vedi tutto con occhi benevoli e pieni di malinconia».

– Ha mai litigato per difendere Catania?

«Con Arnoldo Foà ci pizzicammo più volte, lui non sopportava il nero della pietra lavica che, diceva, rende Catania lugubre e triste. E invece quella pietra nera è un tesoro per noi: “termosifone” naturale e resistente ai terremoti».

– Tre “eroi” metropolitani?

«Il poeta Boley (Francesco Buccheri ndr), quasi un secondo Micio Tempio; Alfieddu, quello imitato da Pattavina, esisteva davvero, trasportava pellicole e sapeva a memoria i cast di tutti i film. Eppoi Pippo Pernacchia: 100 lire a testa perché assicutasse a pernacchie un nostro prof del Cutelli».

– Se dovesse rifare alla radio “Tutta la città ne parla” del Terzo Millennio?

«Ma quella era creatura di Turi Ferro! Beh, comincerei così: “Dalla nostra bella ex Catania che vuole imitare Venezia quannu chiove. Guardare foto. P. S. I galosce ca m’accattai, a Venezia mi misi du voti, ccà mi sono utilissime. Sempretuo, Tuccio».

http://www.lasicilia.it  25.10.2015

 

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La mia Catania

di Peterpan - storie di vita e di passione

 

Catania, mi viene incontro, in tutta la sua bellezza di luci che si riflettono sul mare, mentre scendo verso di lei.

L'aria è fresca , profumata, mi accarezza in questa sera di primavera.

C'è qualcosa di magico che si stende su questa città, qualcosa che noi gente del nord percepiamo all'istante, qualcosa che ti cattura, che si infila sotto pelle e che ti rapisce nel profondo del cuore.

Le vie del centro sono gremite di gente che cammina, Via Etnea si apre in un luccichio di colori e si respira aria di festa, di gioia, di allegria.

Si passeggia con calma, qui non esiste la frenesia di arrivare, solo il desiderio di gustare ogni angolo, di scrutare ogni particolare.

Passiamo davanti a Villa Bellini, qui gruppi di ragazzi, coppie di innamorati o anche semplici famiglie, si concedono un momento di sosta, anche solo per gustare un semplice arancino,il cui sapore e profumo sono un vero inno per i palati.

Questo posto mi ha sempre incantato per la pace che trasmette.

 

E poi la sera scende e allora l'atmosfera si fa ancora più calda, più frizzante.

Si arriva fino a Piazza dell'Università, le luci illuminano i suoi palazzi, fatti di storia antica, la città si apre in tutta la sua megnificienza, e lo sguardo rimane incantato davanti a Piazza del Duomo.

Non riesco a trattenere la mia voglia di guardare, lo sguardo è vorace e attento, gli occhi sono illuminati, mi sento una bambina davanti a una vetrina di balocchi, respiro con intensità, respiro ...

e i tuoi occhi scuri e intensi,sorridono a osservarmi.

Un gruppo di persone si radunano sotto l'elefantino, simbolo della città .

Qui un ragazzo forse polacco, intrattiene la folla, il giovane giocoliere con la sua ironia e il suo savoir faire, cattura l'attenzione di giovani e non, e con maestria raccoglie consensi e spiccioli per mangiare.  

Ma la notte è solo all'inizio,si può continuare a vagare fino all'alba tra i chioschi dove si sorseggiano bibite dissetanti al selz dai profumi di agrumi ,oppure scendere nelle vie che si snodano dietro il centro, dove la vita si fa vivace, dove i ragazzi entrano e ed escono dai molti pub.

Li tra quei vicoli di vecchie case, che hanno un fascino unico e indescrivibile,case dai balconcini sporgenti con i panni appesi, case dai colori caldi all'apparenza fatiscenti, , Catania è viva e spumeggiante.

Si torna a casa quando non si ha più la forza di camminare e si aspetta che volga il giorno per scoprire questa città che dalle luci della notte lascia posto alle luci del mare...

Un mare fatto di colori vivi e intensi, dal blu cobalto, un mare che ha conosciuto mille leggende e storie di pescatori.

Una città dove la realtà e l'immaginario si mescolano, dove i visi della gente sono segnati dal sole e dalla salsedine, dove si combatte con fierezza e orgoglio per le proprie tradizioni, per il raggiungimento di una vita dignitosa e giusta, senza compromessi, senza paure, dove la gente gentile, accogliente conserva con se riservatezza e semplicità, quella semplicità che ha il sapore delle cose antiche , genuine e vere.

E allora guardando schiudersi davanti agli occhi questa Catania...nn puoi che tenerla stretta al cuore e amarla per ciò che ti regala e per come sa sorprenderti.

La mia Catania....questa città dal profumo di zagare e agrumi..., quella che amo, e che ho dentro nell'anima.  

 

 

 

DOVEROSO OMAGGIO (generato con IA) A UN   "CATANESE CCA NOCCA!"

 

 

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