Chi bella festa mi faciti ogni annu,
pi tri ionna mi iti girannu,
prima di mia ci su i cannalori,
pi fari arrimuddari i vostri cori.
Iù ancora picciridda, sulu a Diu pinsava na stu munnu,
ora ca sugnu ca, taliu a tia,

ca pi st’amuri me non sai chi vi rugnu!
Diu li binirici sti Catanisi e Iù u ringranziu,
aritiratimi prestu co sacciu ca vi stancu!
Tantu ni viremu prestu e tutti intra stu saccu!

 

(Francesca Castiglia)

 


 

 

 

 

di V. Giusto

Forse è nata a Catania, forse a Palermo. Forse è vissuta al tempo delle persecuzioni dell'imperatore Decio (249-251), forse all'epoca delle persecuzioni di Diocleziano e Massimiano nel 303-4. Subì il martirio all'epoca di Quintiano, proconsole della Sicilia.

Incerte sono le notizie sulla vita di una delle più note sante di Sicilia, ma, nonostante tutto, il suo culto è molto diffuso e profondo.

Molto bella e di nobile e ricca famiglia, all'età di quindici anni venne chiesta in sposa dal proconsole Quintiano.

Agata, che si era votata interamente alla castità e all'amore per il Cristo, gli rispose che l'avrebbe sposato solo dopo aver completato la tessitura di una tela, che, però, andava disfacendo di notte, come la mitica Penelope.

Senonchè Quintiano scoprì l'inganno e minacciò di avviarla alla prostituzione se non avesse ripudiato la sua religione. Ma Agata, forte della sua fede in Cristo, non cedette alle minacce, rendendo Quintiano ancora più furioso. Questi, infatti, la fece prima fustigare e poi la sottopose ad indicibili torture, che culminarono nell'asportazione di un seno con una tenaglia infuocata.

Si dice che durante la sua prigionia venne a farle visita San Pietro, che la guarì dalle piaghe e le ridonò tutto l'ardore e l'amore in Cristo.

Sempre più infuriato, Quintiano, ordinò che la si facesse rotolare su un tappeto di carboni ardenti.

Dopo il supplizio del fuoco Agata fu riportata in carcere e morì. Quintiano, inseguito dal popolo che voleva lapidarlo, giunto sulle sponde del Simeto, fu disarcionato da cavallo e annegò nel fiume.

La tradizione vuole che proprio mentre la santa moriva, la Città di Catania vennisse scossa da un tremendo terremoto. L'anno seguente, nel giorno dell'anniversario della sua morte, un'eruzione dell'Etna minacciava la Città e i catanesi, invocando la protezione di Sant'Agata, trasportarono sul fronte lavico il suo velo, che oggi è conservato nella cattedrale di Catania, e, miracolosamente, la lava si fermò.

Nel 1040 il corpo della Santa fu trafugato e portato a Costantinopoli, ma venne successivamente riportato in Sicilia.

Il culto della Santa è oggi diffuso in tutta Italia, ma a Catania è intensamente e profondamente sentito.

Qui vi sono parecchie chiese dedicate alla Santa, ma quella più bella e più grande è certamente il Duomo.

Ogni anno, dal 3 al 5 febbraio, Catania celebra la sua "Santuzza" con solenni festeggiamenti, che attirano in questa bella e accogliente città centinaia di migliaia di persone, molte delle quali sono semplici turisti o curiosi, ma la maggior parte delle quali sono fedeli della Santa, accorsi alla sua festa per ringraziarla di qualche grazia ricevuta, per ottenerne qualcuna, o, semplicemente, per invocarne la protezione.

Questa festa è un misto di fede e di folclore ed è un grande spettacolo poter ammirare le lunghe e sfavillanti luminarie di luci multicolori con cui vengono addobbate strade e chiese, i fantasmagorici spettacoli pirotecnici, le solenni processioni, i cortei storici e, soprattutto, poter respirare l'atmosfera di misticità, di religiosità mista a forme quasi di paganesimo che la circonda.

IL MIRACOLO DEL VELO

Era trascorso un anno esatto dal martirio quando l'Etna minacciò di distruggere Catania con un'inarrestabile e spaventosa colata lavi­ca. Soltanto nel momento di maggiore sconfor­to qualcuno si ricordò dell'iscrizione sulla ta­voletta di marmo con cui l'angelo aveva pro­messo aiuto alla città di Catania, patria di Agata. Così i catanesi, delicatamente e con grande devozione, presero il velo rosso pog­giato sul sarcofago della santa e, tra preghie­re e invocazioni, lo portarono in processione dinanzi al fronte della colata. Il fiume di mag­ma infuocato si arrestò per miracolo, lascian­do incolumi gli abitanti e intatte le case dei vil­laggi ai fianchi del vulcano. Fu un tripudio: lo­di, celebrazioni, inni di ringraziamento. Pro­prio in seguito a questo evento Agata fu pro­clamata santa.

Dopo questo primo miracolo la fama di sant'Agata si diffuse rapidamente in tutta l'iso­la e da lì a poco si propagò oltre lo stretto di Messina. La sua tomba, venerata in una cap­pelletta nei pressi del luogo del martirio, di­venne meta di numerosi pellegrinaggi. Il suo nome venne in seguito inserito nel canone del­la messa e, fino alla recente riforma del concilio Vaticano Il, era pronunciato ogni giorno dai sa­cerdoti in testa all'elenco delle sante martiri ri­cordate dalla Chiesa.

Con quel primo miracolo ottenuto per in­tercessione di sant'Agata, Catania legò in maniera indissolubile il suo nome e il suo destino alla potente concittadina, che allora seppe sal­vare la città dalla furia distruttrice dell'Etna e in seguito l'avrebbe salvata ancora molte altre volte da diversi nemici.

 

 

 

SANT'AGATA, SALVATRICE DI CATANIA

Gli avvenimenti più importanti che hanno ri­guardato la città di Catania sono legati a sant'A­gata: eruzioni, terremoti, assedi, malattie, for­ze terribili e devastanti, eventi paurosi di fron­te ai quali gli uomini si rivelano impotenti. Ma i catanesi, fiduciosi nella promessa scritta sulla tavoletta che l'angelo consegnò alla città, hanno invocato l'aiuto della santa concittadi­na e hanno ottenuto sempre la sua protezione.

Per più di quindici volte, dal 252 al 1886, Ca­tania è stata salvata dalla distruzione della la­va. Ed è poi stata preservata nel 535 dagli Ostrogoti, nel 1231 dall'ira di Federico Il, nel 1575 e nel 1743 dalla peste. Ma chi può contare le grazie ricevute in più di diciassette secoli dai catanesi e da quanti in tutto il mondo cristia­no si sono affidati a lei?

La liberazione dall'eccidio

Il 25 luglio 1127 i Mori presero d'assedio le coste siciliane. Dove approdavano erano stra­gi, massacri e rapine. Quando stavano per as­salire la costa catanese, gli abitanti della città ricorsero all'intercessione di sant'Agata e la grazia non tardò: Catania fu risparmiata da quel flagello.

Un altro episodio ha dimostrato ancora una volta che la città ai piedi dell'Etna ha sempre goduto della vigile protezione di sant'Agata. Nel 1231 Federico il di Svevia era giunto in Si­cilia per assoggettarla. Molte città si ammuti­narono e Catania fu tra queste. Federico Il fu­rente ne ordinò la distruzione, ma i catanesi ot­tennero che, prima dell'esecuzione di quello sterminio, in cattedrale venisse celebrata l'ul­tima messa, alla quale presenziò lo stesso Fe­derico Il. Fu durante quella funzione che il re svevo, sulle pagine del suo breviario, lesse una frase, comparsa miracolosamente, che gli suonò come un pericoloso avvertimento: «Non offendere la patria di Agata perché ella vendi­ca le ingiurie».

Immediatamente abbandonò il progetto di distruzione, revocò l'editto e si accontentò sol­tanto che il popolo passasse sotto due spade in­crociate, pendenti da un arco eretto in mezzo alla città. A Federico bastò un atto di sotto­missione e lasciò incolumi i cittadini e Catania, salvata per l'intercessione della Madonna del­le Grazie e di sant'Agata.

La città ricorda questo evento con un bas­sorilievo di marmo che si trova oggi all'in­gresso del Palazzo comunale e raffigura Agata, seduta su un trono come una vera regina, che calpesta il volto barbuto di Federico Il di Sve­via.

La lava e i terremoti

Nel 1169 un terremoto fece da preludio a una tremenda eruzione. Un fiume di lava, scor­rendo per i pendii dell'Etna e allargandosi per le campagne, distruggeva ogni cosa al suo pas­sare e avanzava inarrestabile verso la città. Ma, come era avvenuto un anno dopo la mor­te di sant'Agata, una processione col sacro ve­lo bloccò il fiume di lava. Miracoli simili i ca­tanesi li ottennero anche nel 1239, nel 1381, nel 1408, nel 1444, nel 1536, nel 1567 e nel 1635.

Ma l'eruzione più disastrosa avvenne nel 1669: una serie di bocche si aprirono lungo i fianchi del vulcano, che eruttò lava e lapilli per sessantotto giorni. La lava distrusse molti centri abitati e giunse fino in città, circondan­do il fossato del Castello Ursino. Nella sacrestia della cattedrale un affresco, realizzato dieci anni dopo l'eruzione da chi aveva vissuto in pri­ma persona quei tragici momenti, descrive le scene quasi apocalittiche di quella eruzione.

Quando il magma era giunto a una distan­za di trecento metri dal duomo, miracolosa­mente scansò i luoghi in cui sant'Agata era stata imprigionata, aveva subito il martirio e dove poi era stata sepolta, per andare a scan­carsi in mare e proseguire per più di tre chilo­metri. Sembrò chiara la volontà della santa catanese di salvare i luoghi che appartenevano alla sua storia e al suo culto.

A quella terribile eruzione è legato anche un altro evento prodigioso: un affresco, che raffigurava sant'Agata in carcere, e che si tro­vava in un'edicola sulle mura della città, fu trasportato intatto dal fiume di lava per centi­naia di metri. Ora quel dipinto si trova sull'al­tare maggiore della chiesa di Sant'Agata alle Sciare, a Catania.

Dono di ringraziamento per aver salvato la città dalla distruzione totale è la grande lam­pada votiva d'argento che si trova al centro della cappella di sant'Agata nella cattedrale e che Carlo Il di Spagna volle offrire alla patro­na della città.

Nel 1693 un violento terremoto fece trema­re Catania. Ci furono diciottomila morti. Nes­suno dei novemila superstiti dopo la catastro­fe voleva più ritornare in città. Catania sareb­be diventata una città fantasma se un delega­to del vescovo, in processione con le reliquie di sant'Agata, non avesse supplicato il popolo a ri­manere e a ricostruire la città.

Nel 1886 una bocca eruttiva si era aperta a Nicolosi, un centro abitato alle pendici del­l'Etna. Il beato cardinale Dusmet, il 24 maggio, portò in processione il velo di sant'Agata e, benché la processione si fosse fermata in un tratto in discesa, il magma lavico si arrestò immediatamente. In memoria dello straordi­nario miracolo, in quel punto sorge ora un piccolo altare.

La peste

In più occasioni sant'Agata pose benigna la sua mano sulla città anche a protezione dalle epidemie.

Nel 1576, quando la peste cominciò a diffon­dersi poco lontano da Catania, il senato pensò di ricorrere all'intercessione della patrona. Le reliquie furono portate in processione lungo le vie della città e, una volta giunte accanto agli ospedali dove erano ricoverati gli appestati, essi guarirono e nessuno fu più contagiato.

I catanesi ottennero ùn altro segno di pro­tezione nel 1743, quando una seconda ondata di peste stava per diffondersi da Messina anche a Catania. il miracolo ci fu anche stavolta: le re­liquie furono portate in processione e la peste cessò. In ricordo di questo prodigio fu eretta, nella zona del porto, una colonna sormontata da una effigie di sant'Agata che schiaccia la te­sta di un mostro, simbolo della peste.

 

 

 

«Sugnu Catanisi e mi la vantu»

 

S. Agata fa riscoprire l'orgoglio «Sogno una festa che possa essere vissuta pienamente dalle famiglie: rispettiamo la legalità e gli orari»

La Sicilia, 2 febbraio 2014

 

"Sugnu Catanisi e mi la vantu: lu fistinu ‘n Catania è spaventu! " scriveva qualche secolo fa il poeta illetterato Andrea Pappalardo parlando della festa di Sant'Agata. Sottolineando implicitamente, con l'orgoglio espresso per la grandiosità del fistinu, i tre giorni dedicati alla Patrona, che, allora come oggi, rappresentano un momento identitario di fondamentale importanza per chi vive all'ombra dell'Etna.

A leggere quella poesia in ottave siciliane stupisce come l'intima essenza della festa non sia per nulla cambiata: la Santuzza viene descritta mentre "A caminari pi' lu chianu addrizza, camina a tempu e mai nun si strapazza" e "quannu fa la vutata di la chiazza" esalta i devoti: "Sant'Ajta ddà supra ‘i tanta autizza, pari ca cu' li manu a Cristu abbrazza".

Quando, a nove anni, io che sono cresciuto ma non nato a Catania, vidi per la prima volta la Festa, fui abbagliato dalla magnificenza dei fuochi artificio, che mi esaltò. Ma mi colpì soprattutto l'intensità delle emozioni dei devoti, la grandissima energia che si libera dal rapporto tra i Catanesi e quella Santa che è il nostro simbolo, la nostra bandiera: sembra sorriderci durante la processione e diventar triste quando questa si conclude e il Fercolo rientra in Cattedrale.

Non vi è dubbio che, secondo il processo descritto da Emile Durkheim ne "Le forme elementari della vita religiosa", Sant'Agata è per noi catanesi un totem, parola derivata, nella lingua ojibwa degli indiani d'America, dall'etimo ototemam, ossia "questa persone è del mio gruppo".

 

 

 

Identità, appunto.

La festa di Sant'Agata è Catania. È nel nostro patrimonio genetico e unisce tutti: i nuovi catanesi e quelli che lo sono da generazioni, i giovani e gli anziani, gli abitanti dei quartieri periferici e quelli delle zone del centro, i circoli nobili e gli ambienti popolari.

Persino i credenti e i non credenti.

In questa festa convivono vizi e virtù di noi Catanesi, così diversi tra di noi eppure così simili, riconoscibili come Comunità. E Comunità ci dichiariamo in questi tre giorni di "Tutti divoti tutti! ", "Cettu, cettu! " e "Citatini, evviva Sant'Ajta! ", esprimendo noi stessi, presentandoci al mondo.

Sì, al mondo: non scordiamo che quella di Sant'Agata spesso viene indicata come la terza festa per numero di partecipanti dell'intera Cristianità. Il colpo d'occhio lo conferma: migliaia di devoti con indosso un camicione per ricordare il rientro notturno, nel 1126, delle spoglie della Santa, e tantissime altre - è stato calcolato che oltre un milione di persone assistano ogni anno alla festa - a far da figuranti a questa spettacolare manifestazione capace di soddisfare il gusto della grandiosità dei Catanesi.

Anch'io "sugnu Catanisi e mi la vantu", sono orgoglioso delle feste agatine.

Ma magari le vorrei più ordinate. Ecco, se i miei concittadini me lo consentono, visto che mi hanno dato mandato di rappresentarli, vorrei spiegare in cosa vorrei diversa la Festa di Sant'Agata.

Innanzitutto nel rispetto della legalità, che è tornato a essere ormai da diversi anni, il principale problema di una città a poco a poco imbarbaritasi. In questo, credo sia stato fatto un piccolo passo in avanti con la decisione di trasferire la Fiera di Sant'Agata dentro il Porto, un accesso privilegiato e vicino al centro cittadino, e di liberare la alcuni luoghi storici dalla presenza disordinata di ingombranti bancarelle.

Sogno anche una festa di Sant'Agata che possa essere pienamente vissuta dalle famiglie: la sera del 5 febbraio riprenderemo la tradizione dei Fuochi del Borgo e senza spendere un euro in più. Ma per far sì che questo meraviglioso spettacolo pirotecnico possa essere ammirato anche dai bambini, occorre che si svolga in orari compatibili. Per questo spero che i devoti vogliano fare in modo che la processione giunga in piazza Cavour in un orario civile.

Quella di quest'anno, poi, sarà una festa particolare per via della consegna della Candelora d'oro all'astronauta Luca Parmitano, che ha saputo portare la Sicilia, e Catania, in orbita. Le sue meravigliose foto dallo spazio dell'Etna in eruzione, della Sicilia illuminata, di notte - e la più luminosa era la nostra città metropolitana - hanno fatto il giro del mondo, tra i milioni di followers di Parmitano. Il quale, in una recente lettera alle figlie, Sara e Maia, ha scritto: "Il mondo è incredibilmente bello. Forse avevo dimenticato, ma ho visto da lontano, ora ho la prova" e ha aggiunto che, questo mondo - e il discorso vale anche per la nostra città - "contiene qualcosa di estremamente prezioso: il nostro futuro".

Il messaggio di Parmitano, che su Twitter si firma Astro_Luca, è chiaro: il nostro domani lo costruiamo noi Catanesi, di noi Comunità, fatta da tutti coloro abitano qui.

Come Luca Caviezel, giunto sotto il nostro vulcano dalla Svizzera e diventato portabandiera di una pasticceria catanese assurta a vera e propria arte e celebrata in tutto il mondo e persino dalla letteratura.

Sono stato felice di avergli consegnato a Mastro Luca, come lo chiamano, la cittadinanza onoraria di Catania, dando con lui un ideale riconoscimento anche al lavoro di tantissimi pasticceri, rosticcieri e gelatieri catanesi, i veri inventori del cibo da strada che, nei giorni di Sant'Agata, trova la sua massima esaltazione.

Ecco, Astro_Luca e Mastro Luca saranno, per ragioni diverse, i testimonial di quest'edizione della Festa di Sant'Agata che speriamo rappresenti per la Comunità catanese una svolta, che ci porti verso celebrazioni più sobrie e familiari, così come dev'essere.

Se permettete, infine, chiuderei con una notazione personale. Sono emozionato all'idea di tornare a salire nuovamente, dopo quattordici anni, sulla carrozza del Senato. Ma il momento davvero più emozionante per me è quello in cui la mattina del 4, dopo avere tolto l'ultima "mandata" per aprire, avrò il privilegio davvero indimenticabile di entrare 'nt'a Cammaredda. E per qualche lungo intenso minuto, in assoluto silenzio, assistere alla sua "vestizione". Guardarla da vicino. Affidarle il tuo intimo sogno e coglierne il sorriso.

E in quel momento più che mai "Sugnu Catanisi e mi la vantu! ".

 

 

LA FESTA DI UNA VOLTA

(collezione Franz Cannizzo)

 

 

 

 

Dedicato a Sant’AJITA* martire catanese

(di Santo Catarame)

 

Tantissimi furono i cristiani siciliani e in particolare catanesi perseguitati da funzionari dell’Impero Romano intorno al 250 d.c.

Consoli come Quinziano, il giustiziere della “Santuzza”, non erano rari in quel tempo di  Lotta al Cristianesimo, religione non sempre tollerata, spesso e volentieri sottoposta a rappresaglie dure.

E’ intuitivo credere che giovani fanciulle cristiane attirassero, in particolar modo, i detentori del potere. In tutti i tempi chi ha il potere cerca d’abusarne ed è facile tentare di abusare di una giovane donna bella e priva di difesa, rea di “lesa maestà.”

Inutile perdersi nel pro e contro la storia della vita e martirio di Santaituzza Bedda. Sturiusi d’ogni RISIMA*, si sono perduti tra il sacro e il profano…anzi, il pagano!

I catanesi stavano per perdere la loro “patrona”, attorno al milleseicento, per colpa dei soliti palermitani che: sporchi, brutti e cattivi, sostenevano che Agata felicissima e Santa, era nata a Palermo e ivi aveva subito il martirio.  E’ noto che i palerminati sono invidiosi dei catanesi e non perdono un solo momento per “allisciarici a mutria”*.

I canonici di legno* di Catania presero subito.. fuoco, guidati, nella feroce difesa della natività d’Agata, dal prode dotto ecclesiastico Bernardo Colnago, che vinse la disputa, dinanzi ai tribunali vaticani, senza appello!

 

Purtroppo la vita non è semplice, al solito, struriusi e altri sturiusi non hanno dato pace ad Agata, ch’è stata considerata anche erede del culto di Demetra, Atena, e soprattutto Iside.

Del culto della dea Iside i catanesi erano seguaci fanatici da tempi remotissimi.

L’obelisco di Piazza Duomo sopra la famosissima statua di pietra dell’elefante, è un obelisco egiziano con scritti e forse preghiere, indirizzate alla dea, appunto, Iside, sposa egiziana del dio Osiride.  Gli isidei erano vestiti di bianco e gridavano: “cives vivat isis”, che oggi equivale al nostro “cittadini e viva Santajita”

Storici dei “culti e miti dell’antica Sicilia”, come il famoso prof. Emanuele Ciaceri, hanno sostenuto in diversi scritti , che il culto religioso di Agata, nelle sue manifestazioni folkloriche e più popolari , non è altro che la trasposizione cristiana della religione pagana propria dell’antico Egitto, cioè la religione di Iside e Osiride.

Affermazioni contestate sempre dagli studiosi di scuola religiosissima apologetica, come monsignor Salvatore Romeo, che, non hanno mai creduto ad una sola parola del professore Ciaceri.

Emanuele Ciaceri insegnava nell’università di Catania fino ai primi del novecento, era stimato ed approfondito studioso di culti religiosi antichi, molti scritti, in merito, si trovano nella rivista dell’Archivio storico di Catania.

La “calata da marina”* con cui iniziano i festeggiamenti del 4 febbraio, è un rito di “calata”, appunto, della nave verso le acque dello Jonio, di una grande barca, come la divinità orientale Iside, idolo della gente di mare.

Una calata simile avveniva, per Iside, nelle acque della città di Corinto.  

 

Iside era molto amata dalla gente di mare e il culto molto diffuso nell’Italia meridionale.

In tempi antichi non molto lontani, la vara o fercolo di Sant’Ajita era, appunto, a forma di nave.  Vara-barcone ormai scomparsa, ma che in antiche fotografie ancora si può vedere ed ammirare.  (per esempio nel libro pubblicato nel 1922 e scritto da monsignor Salvatore Romeo)

La vara a barca era molto simile alla vara di Santa Rosalia che, fino ad oggi, nella festa di luglio, gira per Palermo con la statua della santa palermitana.

I minnuzzi di santajituzza* sarebbero il relitto di una cerimonia che facevano i sacerdoti isidei

Portando, durante la festa, una coppa a forma di seno di donna, pieno di latte, simbolo di fertilità, latte che era regalato copiosamente al popolo dei fedeli pagani.

Non possiamo scrivere: ai posteri l’ardua sentenza, perché questi studi storici, antropologici o demopsicologici non sono stati continuati ed approfonditi e oggi nessun studioso, ci s’ammisca*.

La fede e la devozione a Sant’Agata è straordinariamente importante, se solo si contano non solo i numerosi fedeli e le numerosissime chiese intitolate a Sant’Agata e sparse per il mondo.  Oltre che in Sicilia, si trovano chiese cattoliche dedicate a Sant’Agata in: Ancona, Ravenna, Roma, Malta, San Marino, Cremona, Bologna, Vercelli (Santhia), Bergamo (Martirengo), Como. L’elencazione non è completa e dovrebbe comprendere anche chiese cattoliche ubicate all’estero e, in particolare, nell’america del sud.

In questi tempi di televisione dove l’informazione è preparata per metterci nel sacco,

è molto meglio entrare nel sacco che indossano i devoti di Santaituzza.

Spegniamo il televisore, anzi: buttiamo a mare i televisori senza pietà!

Avviso Sacro

Tutti a vedere la grandiosa Festa barocca di febbraio, che prevede:

1)      A calata da marina;

2)      Acchianata* dei cappuccini;

3)      Acchianata di via San Giuliano;

4)      ..u suspiru*.. delle monache benedettine;

5)      i vastunati o scuru* e di notti e notti fra i fedeli del rione cappuccini e i fedeli dell’angelo custode, …arbitro padre TIGNA! Con disfida finale in via Alonzo e Consoli (dove in tempi cavallereschi si facevano i duelli rusticani a Catania)

6)      annacata ddè cannalori;

7)      arriccogliuta taddi* e relativo incazzamento dell’arciprete don Ajulidda Janca* della diocesi di Centorbi*

masculi mangiativi i minni…fimmini i sfingiuni*….olivetti e magari …i viscotti ccà liffia*…nsumma addivittivi e lasciate solo in TV il presentatore Cocuzza che sebbene catanisi pari npocu nciucciatu di pipiritani*…

Cittadini evviva SANT’AJITA!

Nihil obstat quominus imprimatur, Magoo, censor ecclesiaticus.

 

*Traduzione di alcuni termini da lingua madre (siciliano) in lingua figlia (italiano)     sturiusi d’ogni risima=studiosi di diverse materie;

allisciarici a mutria= schiaffeggiare in viso;     canonici di legno= modo di dire siciliano per indicare tempi remoti;

calata da marina=discesa verso il mare;     minnuzzi di santajituzza=seni di Sant’Agata;     s’ammisca=s’intromette;

acchianata=salita;    suspiru ddè monichi=canto delle monache benedettine al passaggio della processione;

vastunati o scuru=botte da orbi,         arricogliuta taddi=ritornare tardi;          Ajulidda Janca=frate religioso(diz.Camilleri)

Centorbi=Centuripe         masculi mangiativi i minni..fimmini i sfingiuni=uomini e donne mangiate i dolci tipici della festa;

viscotti ccà liffia=biscotti con crosta di zucchero(diz.Piccitto)       nciucciatu di pipiritani=tutto preso da meretrici.

 

www.corrieredaristofane.it

 

VISITA PASTORALE A CATANIA E SIRACUSA
MESSA PER LA BEATIFICAZIONE DI MADRE MADDALENA CATERINA MORANO
PARTE DELL'OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Catania - Sabato, 5 novembre 1994
 

Oggi, lo stesso mistero si rivela come fonte di vita immortale per la Serva di Dio Maddalena Morano, che ho la gioia di elevare all’onore degli altari nella città in cui per tanti anni ha svolto la sua attività di formazione cristiana della gioventù. In tal modo la nuova Beata, che consacrò totalmente la sua vita a Cristo, potrà rendergli testimonianza di generazione in generazione. Essa viene oggi inscritta nel Libro della vita, affinché tutto il popolo di Dio, peregrinante in questa antichissima culla della cultura greca e romana, possa leggervi la verità sulla giustificazione in Cristo.
4. Facendo memoria di questi eletti testimoni del Vangelo, come non pensare anche ad altri generosi cristiani, la cui avventura spirituale fu un dono di Dio a tutta la Chiesa? Penso al Padre Allegra, un figlio della vostra terra, che tanto efficacemente ha contribuito al progresso del dialogo fra Cristo e la Cina. Penso al venerabile Capizzi e a San Nicola Politi. Penso anche a Don Giuseppe Puglisi, coraggioso testimone della verità del Vangelo. Penso poi alle figure femminili, traboccanti di doni dello Spirito, di Lucia Mangano e Giuseppina Faro: in loro il dialogo d’amore del Signore con la sua Chiesa ha toccato vertici di commovente bellezza.
In comunione spirituale con tutti questi Grandi della vostra Terra, saluto con affetto la Chiesa di Catania che, alle soglie del nuovo millennio, attingendo all’esperienza e all’intercessione dei suoi Santi, vuole offrire alla Città il tesoro che porta racchiuso nei vasi d’argilla della sua umanità.

Saluto, in particolare, il vostro Arcivescovo, Mons. Luigi Bommarito, che ringrazio per le calde parole poc’anzi rivoltemi, descrivendo la ricchezza e gli impegni della Comunità ecclesiale. Con lui saluto il Cardinale Pappalardo e tutti i Vescovi siciliani presenti a questa celebrazione, con uno speciale, affettuoso pensiero per Mons. Ignazio Cannavò, Arcivescovo di Messina-Lipari-Santa Lucia del Mela, che ricorda il 50 anniversario della sua Ordinazione sacerdotale. Con gioia accolgo tutti i sacerdoti che oggi concelebrano questa Eucaristia. Accolgo i Religiosi, come anche le Religiose che sempre sono la maggioranza. Accolgo con gioia i laici dell’intera Diocesi catanese.
Christifideles laici, vi saluto, vi vedo con grande gioia in questa grandissima assemblea. Uno speciale saluto porgo all’intera famiglia salesiana, incominciando dai Cardinali salesiani: Castillo Lara, Stickler, Javierre Ortas. Poi il Rettore Maggiore dei Salesiani, e naturalmente la Superiora Generale delle Suore di Maria Ausiliatrice. Un saluto particolare rivolgo alle Autorità civili, amministrative e politiche, che hanno collaborato alla realizzazione di questa mia Visita in Sicilia.
Sono molto grato per la preparazione, per tutto quello che si è fatto, due volte. Una volta ad aprile, la seconda volta in novembre. Un saluto cordiale va pure agli ammalati, agli anziani ed a quanti, non potendo essere presenti, sono uniti a noi spiritualmente mediante la radio e la televisione.
All’inizio del nuovo anno accademico, desidero indirizzare un cordiale pensiero a tutti coloro che operano nel mondo della cultura, in particolare ai Docenti, ai Ricercatori e agli Studenti della Università degli Studi di Catania, come pure a quelli dello Studio teologico San Paolo e dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose San Luca. Auspico per tutti un generoso impegno di servizio alla verità, in atteggiamento di dialogo rispettoso ed aperto tra scienza e fede.
Carissimi Fratelli e Sorelle! La vostra antica Chiesa, che ha recentemente ricordato i 900 anni di apertura al culto della sua Cattedrale, è chiamata dalle odierne circostanze a servire la rinascita della Città mobilitando le energie che il Signore costantemente le rinnova, per una instancabile operosità a servizio del bene.
5. Proprio in questa prospettiva ha operato Suor Maddalena Morano! Ella, la “maestra nata”, era venuta da Torino, la città di Don Bosco, con il suo spiccato talento pedagogico e il suo amore per Dio e per il prossimo. Suor Maddalena dispiegò in quest’Isola, a favore della vostra gente,
un’intensa e feconda attività spirituale ed educativa. Per lunghi anni si fece una di voi, diventando modello di fedele servizio a Dio e ai fratelli. Guardate a Lei, carissimi fedeli, per meglio realizzare quel progetto apostolico e missionario che la Chiesa catanese, in tutte le sue componenti, è tesa a promuovere, ascoltando la voce dello Spirito ed operando in un comune sforzo di diligente discernimento dei “segni dei tempi”.
Lo scoraggiamento e l’amarezza per vicende sconcertanti e opprimenti sono sentimenti umani comprensibili, ma non devono spegnere il coraggio cristiano dell’impegno nel bene, “costi quel che costi”, come diceva Madre Maddalena Morano da oggi Beata.
Carissimi Fratelli e Sorelle di Catania! Voi avete un patrimonio di fede cristiana e di carità operosa che risale ai primi tempi del cristianesimo: testimonianze certe della presenza di una comunità cristiana in Catania ci sono date a partire dai primi secoli. In questa nostra epoca, caratterizzata da una drammatica crisi di valori umani e da una sofferta ansia per l’Assoluto, a voi è domandato di realizzare un programma serio e impegnativo di approfondimento dottrinale, di coerenza di vita, di perseveranza nell’esercizio della carità.
Vi sia di incitamento Madre Morano, che, animata da profondo anelito di amore e di santità, per tanti anni percorse serena e intrepida le strade della vostra Città e della regione. La sostenevano nel suo impegno gli insegnamenti e gli esempi di San Giovanni Bosco e di Santa Maria Domenica Mazzarello. Guardando il mare, ella diceva: “Vedi come è grande, immenso il mare? Più grande, immensa è la bontà di Dio!”. E con un semplice ma incisivo paragone così illustrava il cammino verso la santità: “Si sale l’alta montagna della perfezione con la costante mortificazione. Anche le alte case sono fatte di piccole pietre sovrapposte le une alle altre”.
Le sue esortazioni illuminano, confortano, incoraggiano: “Pensate come avrebbe pensato Gesù. Pregate come avrebbe pregato Gesù. Agite come avrebbe agito Gesù”. Così Madre Maddalena diceva e così viveva, ripetendo a se stessa: “Chiedi la grazia di portare in pace ogni giorno la tua croce”.

6. La nostra sorella, la Beata Maddalena Morano, vive in Dio e Dio vive in lei per sempre. “Ti ho amato di amore eterno” afferma il Signore per bocca del profeta Geremia (Ger 31, 3). La nuova Beata ha sperimentato in sé stessa la verità di questa parola divina e, dopo le prove della vita, rende ora testimonianza dell’avveramento della promessa di Dio al suo popolo: “Essi erano partiti nel pianto, / io li riporterò tra le consolazioni; / li condurrò a fiumi d’acqua / per una strada diritta in cui non inciamperanno; / perché io sono un padre per Israele” (Ger 31, 9).
La Beata Maddalena Morano, insieme con i Beati e i Santi di questa terra di Sicilia e con tutta la “grande folla” dei Santi del cielo, vive ormai “tra le consolazioni” che Iddio riserva ai suoi fedeli, a quanti si sono sforzati di vivere nella fede e di operare secondo carità.
Proprio questo la nuova Beata ha cercato di fare nel corso di tutta la sua vita, amando “non soltanto a parole o con la lingua, ma con i fatti e nella verità” (1 Gv 3, 18). Il suo amore è divenuto così testimonianza costante di fedele corrispondenza a Dio che è Amore. Ella risplende oggi davanti a noi come luminoso esempio di una solidarietà fattiva che ha saputo unire il Nord ed il Sud dell’Italia.
E adesso la nuova Beata intercede per noi, intercede per la Chiesa. Grande è la potenza dell’intercessione dei Santi! Maddalena ha compiuto la volontà di Dio ed ha lasciato a noi la testimonianza delle opere gradite a Dio.
7. Sii felice, Sicilia, sii felice, Catania, patria di Sant’Agata e di molti altri Santi e Beati; patria d’adozione della Beata Maddalena Morano! “Esultino i fedeli nella gloria, / sorgano lieti dai loro giacigli. / Le lodi di Dio sulla loro bocca: / questa è la gloria per tutti i suoi fedeli” (Salmo
responsoriale). Sii felice Sicilia. Sii felice, nonostante tutte le difficoltà e sofferenze che devi portare in questi nostri giorni. Sii felice, sii riconoscente a Dio per questi tesori della santità, della cultura. Tutti questi tesori che sono tuoi rappresentano una sorgente di gioia, di riconoscenza a Dio.
Tu sei ricca, con tante tue povertà. Sei ricca e devi essere convinta di questa tua ricchezza. E direi orgogliosa di questa tua ricchezza.
La gloria di Dio risplende in questa illustre Chiesa catanese. Gloria di Dio sono coloro che qui L’hanno cercato con tutto il cuore, e L’hanno trovato. Essi vivono ora in eterno nella sua gloria. Alla loro intercessione noi ci affidiamo.

Amen!

 

Fede e coraggio la forza di Agata donna e cristiana

La Sicilia, 2 Febbraio 2013

Di recente qualcuno ha elaborato un progetto per ricostruire la vita di sant'Agata dalla nascita alla fanciullezza. Nei giorni scorsi è giunto in libreria un testo per raccontare ai bambini la storia di sant'Agata, con dettagli sui primi anni di vita, sulla famiglia di appartenenza e sul suo ruolo nella comunità cristiana. Su quale documentazione si fondano simili ricostruzioni? Cosa ci è possibile sapere della vita di Agata prima del martirio? Nel caso di sant'Agata, come per diversi altri martiri e santi coevi e di secoli successivi, bisogna evitare di trasferire al passato ciò che appartiene al presente e che il passato non ha conosciuto. Nel terzo secolo si ricevevano i sacramenti dell'iniziazione cristiana, non c'erano le parrocchie e non si faceva il catechismo come lo intendiamo oggi.
Prima di quanto è narrato nel testo che ci consegna la sua passione, nulla ci è dato conoscere della vita e della famiglia di Agata, cristiana, vergine e martire di Catania. È ovvio che lei abbia avuto una famiglia e abbia ricevuto una educazione, da essa e dalla comunità cristiana, a considerare la grandezza della propria dignità di donna e di cristiana, al punto da farla resistere al potere costituito e preferire la morte pur di restare fedele e coerente. Diverse testimonianze, ci dicono pure della diffusione del culto e della trasmissione della memoria di lei subito dopo il martirio.
Si conserva al Museo del Louvre (Parigi) un'epigrafe rinvenuta a Catania nel 1730 e databile ai primi anni del IV secolo. In città (nella zona dell'attuale via Dottor Consoli) è attestata la presenza di un cimitero di martiri dove venne sepolta una bambina, Julia Florentina, battezzata in punto di morte. Per quanto non si parli esplicitamente di Agata, con il termine "martiri", tra gli altri, a lei si fa certamente riferimento. Abbiamo certezza, così, della presenza a Catania di una comunità cristiana che ha subito la persecuzione negli anni precedenti, sotto gli imperatori Decio (250-251), Valeriano (257-260), Diocleziano (303-305). Tra tutti coloro che in quella occasione hanno preferito morire piuttosto che rinnegare la fede, la comunità cristiana, che l'ha generata ed educata alla fede, ha conservato e trasmesso particolare memoria della giovane Agata. La sua vicenda rimane emblematica per la coraggiosa resistenza alle lusinghe della propria femminilità, per la stringente difesa della fede a fronte delle argomentazioni pagane, per la fiera resistenza al potere imperiale

 

 

 

Maina, il «numero uno»

 

Sta sempre un passo dietro i sindaci, ma è lui il «numero uno» della festa di Sant'Agata. E Luigi Maina lo è da sessantuno anni. Da quando cioè si occupa, già dall'autunno, di preparare minuziosamente quel programma della festa che poi, prima di Natale, nel corso di un codificato evento che si svolge in arcivescovado legge - e sono pagine su pagine - tutto d'un fiato.

Della festa il commendatore Maina è rigido custode e fedele amante. Non poteva esserci decisione migliore di quella presa l'anno scorso di conferire proprio a lui la «Candelora d'oro», il più alto riconoscimento cittadino dallo stesso Maina creato poco più di dieci anni fa proprio per sottolineare il ruolo importante che ha l'«agatitudine» nel dna dei catanesi.

Maina conosce il culto di Sant'Agata meglio di chiunque altro. Per questo ogni anno si affanna perchè «mutata mutandis», la festa rimanga sempre uguale, codificata una volta per tutte da quel cerimoniale che don Alvaro Paternò mise nero su bianco nel Quattrocento.

Ed è per questo, come un genitore accecato dal troppo amore, che il presidente delle celebrazioni, - giustifica le esuberanze dei devoti; anche se ci tiene a distinguere fra la «festa» e le sue deviazioni. «I ceroni accesi? - spiega spesso - ma è un usanza che risale a qualche decina di anni fa, non c'entra niente con la storia della festa.. ».

Agata per lui è fede e storia, cultura e storia patria, folklore e amore. E tutto ciò che riguarda la festa va trattato con rispetto e con affetto: dalla tv straniera che chiede di riprendere la processione, ai devoti dei quartieri popolari che «trattengono» le candelore, agli studiosi che fanno domande, a chi vuole i fuochi in piazza e a chi no.

Di nuovo, in tanti anni, il presidente delle celebrazioni si è concesso veramente poco, resistendo a quanti volevano cambiare (ampliare) il percorso della festa e anche alle nuove candelore. Forse, è la «sera del tre» a essere stata la più rivoluzionata. Aprendo un poco il ricevimento in Comune, prima riservato alle autorità in abito da sera e facendo precedere le Cantate tradizionali in onore di Agata dall'«inno laico» di Castiglia «Catania figghiozza d'o patri eternu». Forse, perchè la festa non è ancora cominciata.

La Sicilia, 2 febbraio 2014   Rossella Jannello

  

Dallo spazio alla «Candelora d'oro» Luca Parmitano, il devoto... in orbita

 

«Onorato di ricevere il premio. Sono molto affezionato a S. Agata: quando ero bambino i miei mi portavano a vedere i fuochi»

 La Sicilia, 2 febbraio 2014 - Agnese Virgillito

 

A Catania sono «tutti devoti tutti» di Sant'Agata. Lo è persino l'astronauta Luca Parmitano, catanese doc, protagonista indiscusso l'anno scorso della missione spaziale italiana «Volare». È lo stesso cosmonauta, rievocando le celebrazioni patronali cui ha partecipato sin da bambino, a definirsi legato alla «Santuzza».

Nato sì a Paternò ma cresciuto nel capoluogo etneo sino alla maggiore età, è devoto a Sant'Agata, vergine e martire che ha portato nel suo cuore anche nello spazio quando lo scorso anno - dal 28 maggio al 11 novembre - è andato a spasso nell'universo vivendo per 166 giorni in assenza di gravità e rischiando anche la vita in un'attività extraveicolare.

Nonostante non si trovi più in orbita, ma sulla terra - negli Stati Uniti d'America ed esattamente a Houston - è impossibilitato a prendere parte ai festeggiamenti agatini. L'uomo che ha passeggiato tra le stelle, però, superando qualsiasi tipo di distanza, proprio alla vigilia delle celebrazioni patronali, è pronto, come il resto dei devoti, a esclamare: «Cittadini viva Sant'Agata». E lo fa attraverso una chiacchierata speciale col nostro quotidiano; giornale che ha sfogliato sin da adolescente e che ama leggere anche da lontano e a cui si rivolge spesso col desiderio di infondere, con le proprie parole, messaggi di speranza soprattutto ai giovani siciliani e ai devoti di Sant'Agata.

Impegnato col lavoro nello Stato del Texas, dove vive con la famiglia, il trentasettenne maggiore dell'Agenzia Spaziale Europea ricorda i giorni della festa, lui che ha vissuto all'ombra del vulcano da quando ha frequentato la scuola materna sino al quarto anno del liceo scientifico «Galileo Galilei».

Dai dolci tipici (i "cassateddi" e l'"alivetti") legati alla tradizione della Santa catanese, al fercolo trainato dai devoti che indossano un saio bianco (definito «sacco»), cinto da un cordone, e un copricapo nero («scuzzetta»).

 

«Condivido questo riconoscimento con i catanesi che onorano la città»

Cerimonia emozionante nell'atrio del Municipio, alla presenza dei genitori del maggiore dell'Aeronautica -  La Sicilia, 3.2.2014 - vittorio romano

 

Ha portato la Sicilia in orbita per 166 giorni durante la missione spaziale "Volare" facendo più promozione turistica lui di tanti governi regionali che si sono succeduti negli ultimi decenni. Postando su Twitter le foto dell'Isola vista dallo spazio e dell'Etna col suo lungo pennacchio di cenere, ha fatto sì che tutti nel mondo ne parlassero. L'astronauta Luca Parmitano, nato a Paternò ma cresciuto a Catania, ha ricevuto ieri, collegato dal centro Nasa di Houston, la Candelora d'oro, il riconoscimento più prestigioso che la città attribuisce a un suo "figlio" distintosi, nel corso dell'ultimo anno, nelle professioni, nelle scienze, nella cultura, nel volontariato, nello sport.

L'appuntamento per la cerimonia, nell'atrio di Palazzo degli Elefanti, era fissato alle 19,30. La via Etnea, la piazza Università e la piazza Duomo erano gremite di cittadini quasi fosse il pomeriggio del 5, quando il Fercolo di Sant'Agata viene portato fuori per iniziare il giro interno, il più atteso dei giorni di festa. A dare spettacolo, lungo la via Etnea, due candelore, quella del Circolo cittadino Sant'Agata e la Monsignor Ventimiglia della Cattedrale. In piazza Università, sotto la facciata del Municipio, e in piazza Duomo, sotto quella di Palazzo dei Chierici, erano montati due maxischermi sui quali scorrevano le immagini salienti della festa dell'anno scorso e sui quali sarebbe stato trasmesso in diretta il videocollegamento con Luca Parmitano, maggiore dell'Aeronautica militare, pilota collaudatore-sperimentatore e ingegnere di volo, medaglia d'argento al valore aeronautico.

Alle 19,30 in punto, rullo di tamburi e squilli di trombe degli sbandieratori di Motta Sant'Anastasia per annunciare l'ingresso, nella Corte del Palazzo, del sindaco Enzo Bianco e delle altre autorità civili e militari della città. All'interno c'è tanta gente, tutta quella che è riuscita a entrare per godersi la cerimonia della consegna della Candelora d'oro. Qualcuno, anche tra le autorità, era convinto di trovarsi di fronte a Parmitano e, apprendendo del videocollegamento dagli Usa, ha storto un po' il naso dicendo che "la più importante cerimonia di premiazione che si svolge a Catania non può essere virtuale".

Picchetto d'onore schierato, alle 19,55 nuovo rullo di tamburi per l'ingresso dell'arcivescovo Salvatore Gristina e del sindaco seguiti da uno stuolo di autorità. Sugli schermi c'è già il volto sorridente di Parmitano. Bianco lo ringrazia «per aver fatto conoscere Catania, la Sicilia e l'Etna nel mondo e per non aver mai dimenticato di essere siciliano. Lei ha parlato sempre con orgoglio della sua terra e ha esortato tutti a credere nel futuro, cambiando magari le prospettive di visuale, un po' come avviene dallo spazio. Lei riceve oggi questo prestigioso riconoscimento in maniera virtuale, ma sarà un piacere poterglielo consegnare di presenza nella prima occasione in cui si troverà a Catania. Grazie di cuore».

Parmitano sorride e saluta con la mano. «Sono emozionatissimo - dice dal centro Nasa di Houston -. Avere un contatto come questo con quella che sento essere la mia città è davvero meraviglioso ed è altresì un onore. Vorrei condividere questo riconoscimento con i catanesi che vivono a Catania e con tutti i catanesi che vivono all'estero e che portano in alto il nome della loro terra. Ringrazio le autorità, il sindaco e tutti i presenti».

Scatta un lungo applauso. Bianco richiama l'attenzione di Luca: «Ho qui accanto i suoi genitori. Hanno voluto essere presenti in questo momento così importante per la città e per il loro figlio». Parmitano sorride. «Ciao papà, ciao mamma, è bellissimo. Buona serata a tutti, buona domenica e viva Sant'Agata». Un altro applauso chiude il collegamento con il centro Nasa.

Tocca all'arcivescovo accendere la lampada votiva che, nell'atrio di Palazzo degli Elefanti, resterà accesa per tutta la durata dei festeggiamenti agatini. La cerimonia è finita. La piazza Duomo continua però a essere gremita per l'omaggio floreale dei vigili del fuoco alla Patrona e per i fuochi d'artificio che saranno sparati di lì a poco. La festa è appena cominciata.

Ricorda, poi, i guanti bianchi e il fazzoletto, rigorosamente bianco anch'esso, agitato al passaggio della sacre reliquie agatine.

«Da molti anni ormai - confessa l'astronauta Luca Parmitano - non ho l'opportunità di rientrare a Catania per seguire i festeggiamenti, ma come tutti i catanesi sono molto affezionato a Sant'Agata. Ricordo la gioia con cui da bambino seguivo i miei genitori lungo la via Etnea sino in piazza Duomo per assistere ai giochi pirotecnici. Indimenticabile - prosegue il maggiore dell'Agenzia Spaziale Europea - il suono degli scoppi che rimbombava dentro il petto, le bancarelle dei venditori ambulanti, i profumi che si mescolavano nell'aria invernale. Il ricordo più forte, probabilmente, è quello della fluida, pulsante, marea di gente ai fianchi delle candelore e della Santa - conclude - con i bianchi fazzoletti sventolanti. Migliaia e migliaia di persone strette in un lento, candido, fiume umano».

Non a caso è proprio Luca Parmitano quest'anno a ricevere «La Candelora d'Oro», il prestigioso premio giunto alla sua diciassettesima edizione, conferito alle più eminenti personalità etnee che si sono distinte nella propria carriera portando in alto il nome della città di Catania.

E chi se non @astroluca (come in molti lo identificano per via del news network Twitter) che, con la missione italiana «Volare», ha portato Catania e l'Italia intera nello spazio?

«Luca Parmitano è un orgoglio patriottico e non soltanto catanese - ha dichiarato il sindaco, Enzo Bianco, quando ha annunciato che avrebbe conferito il riconoscimento al maggiore dell'Esa - Mentre si trovava in orbita, infatti, non ha mai smesso di interagire con i suoi numerosissimi "followers", condividendo scatti fotografici che hanno immortalato una Sicilia e l'Etna mai viste prima d'ora, attirando l'attenzione di milioni di persone da ogni angolo della terra».

«Sono molto onorato - ha ribadito Luca - del conferimento del premio, che considero prestigioso e che non avrei mai creduto di ricevere. Ringrazio quanti si sono adoperati per assegnarmelo».

Con le sue parole, il suo entusiasmo, le sue foto di una luccicante Italia, ha divulgato messaggi di speranza per bambini ed adulti. E' già nella storia il militare italiano in orbita dalla primavera all'autunno; l'uomo che da Catania di strada ne ha percorsa tanto da compiere a bordo della Stazione spaziale internazionale (ISS) - la navicella "Soyuz" russa - quindici giri intorno alla terra ogni dì, donando al mondo - anche grazie ai social media - immagini suggestive del nostro pianeta che mai avremmo sognato di vedere da quaggiù.

E' lui, l'"uomo dell'anno 2013", in tandem con Papa Francesco, che porta con sé l'attaccamento alla sua città, Catania, e alla sua terra, la Sicilia, insieme con i valori della famiglia e del bene comune.

Di recente Luca Parmitano ha scritto una lettera indirizzata proprio alle sue due figliolette; a loro ha scritto fra l'altro che «il futuro, così come il mondo, non vi appartiene, ma è nelle vostre mani. È unico, ma non è mai uguale. Sembra infinito, ma è solo infinitamente fragile».

Ed è anche in occasione dei festeggiamenti agatini che l'astronauta catanese rivolge un pensiero alle piccole Sara e Maia. «Mi dispiace - sottolinea - che né mia moglie né le mie due figlie abbiano mai potuto assistere allo straordinario spettacolo di una città intera che festeggia per le strade. Mi auguro che prima o poi possano ammirare lo splendore di una festa che vive di folklore e di fede».

A proposito di fede, chissà se c'è stata l'intercessione di Sant'Agata in un incidente in volo che ha coinvolto l'allora capitano Parmitano quando, nel 2005, mentre volava dal Belgio sulla Manica, impattò con il suo aereo contro un grosso volatile. Luca, con l'abitacolo quasi distrutto dall'urto, riuscì comunque a riportare il velivolo a terra, rinunciando ad azionare il tasto dell'autoespulsione. Per questo episodio gli è stata riconosciuta la medaglia d'argento al valore aeronautico. Ora la «Candelora d'oro», una sorta di medaglia al valore dei catanesi doc.

 

 

 «La fede è più forte del peso e della fatica»

 

Gianluca, la devozione in spalla. 130 chili di cera per dire grazie. Cominciò a portare 50 chili, poi 70, due volte 90, quindi 100 e l'anno scorso 125.

La Sicilia, 2 febbraio 2014 - Eva Spampinato

 

Esprime la sua devozione in chili di cera e sudore e anche se, in tempi di ristrettezze economiche, quella torcia vuol dire ancora più sacrifici durante tutto l'anno, lui non può rinunciarci. Non è mai venuto meno a quella promessa pronunciata più di dieci anni fa. Un voto a Sant'Agata arrivato a pesare 130 chili. «Tutti portati in spalla da solo», precisa Gianluca D'Arrigo, 30 anni, sposato con Lucia, due figli di 4 e 14 anni e una fede incrollabile.

«Tutto è iniziato quando avevo 18 anni --racconta durante l'attesa nella cereria Cosentino di piazza San Placido, a Catania, dove ormai è di casa e dove ogni anno prenota il "turciuni" - Sant'Agata mi è apparsa in sogno e- anche se non capivo più dove fossi, in Paradiso o nel letto d'ospedale, ho pensato che tutto sarebbe andato bene».

E così è stato. L'operazione al viso è perfettamente riuscita e oggi la cicatrice sul volto del devoto catanese è diventata solo il ricordo di quell'ex voto suggellato subito dopo. «Ero giovane e spaventato, Sant'Agata mi ha graziato». Gianluca, che vive e lavora a Zafferana, guida un camion e recupera rottami e ferro vecchio per tutta la provincia, non ha dubbi e i suoi occhi diventano lucidi ogni volta che racconta la sua storia. «Ebbi un bruttissimo incidente in motorino, mia madre non mi riconosceva nemmeno perché ero sfigurato. Ero ricoverato ad Acireale, dormivo, svenivo, mi dovevano dare punti dentro la bocca e ho visto Sant'Agata. Lei mi ha guardato, io ho visto gli angioletti, sullo sfondo un fumo bianco e giallo. Poi è andato tutto per il meglio, anche se i medici non erano affatto ottimisti».

Da allora il devoto, che quando non può andare in cereria, a Catania, si fa inviare in chat le foto della sua torcia che cresce (prima 50 chili, poi 100, 110 fino a 130), ha fatto un voto a Sant'Agata per ringraziarla. Con questo gesto, infatti, i fedeli intendono sciogliere esteriormente un voto o manifestare la propria riconoscenza alla Santa per una grazia ricevuta.

«Promisi a Santaituzza che avrei portato in spalla 500 chili. Non tutti insieme, ovviamente, ma sommati negli anni. Per questo il peso della mia candela è cresciuto di anno in anno. Il primo anno ne ho portati 50, poi 70, poi due volte 90, poi 100 e così via, sino ai 125 chili dell'anno scorso. Adesso ho fatto un voto nuovo. Non chiedo nulla di particolare a Sant'Agata, solo di starmi vicino. La ringrazio e basta».

Manifestazione di fede, ringraziamento per una grazia ricevuta, voto di devozione infinita, la tradizione vuole che il cero portato in spalla debba essere dello stesso peso del portatore o comunque proporzionato. Ma il turciuni di Gianluca è di gran lunga più grande di lui. Uomo minuto, esile, ma svelto. Quella torcia supera il suo capo di 20 centimetri, ma lui la abbraccia con affetto.

«Tre giorni prima dell'inizio dei festeggiamenti, porto la torcia a casa e la preparo per la lunga processione. Al centro posiziono un cuscino in gommapiuma foderato da una stola di raso rosso. L'appuntamento, il 5 pomeriggio, è in piazza San Placido. Alcuni amici mi affiancano durante il percorso e mi aiutano ad alzarla, a metterla in spalla (da solo non ce la farei) - continua Gianluca, che quest'anno ha pure iniziato una preparazione atletica per la lunga e faticosa notte del 5 - Quando esce Sant'Agata inizia il mio cammino. Ogni 20-30 passi mi fermo, a volte di più a volte di meno. La sosta dura in media cinque minuti».

La fede è più forte del dolore e del peso che si porta in spalla, come raccontano tantissimi fedeli: «Una volta in processione non sentiamo più il peso di quel fardello in spalla». «E' vero, neanche io sento più il peso - conferma il devoto-recordman - ma l'anno scorso sono finito in ospedale alle sei del mattino per un abbassamento di pressione. Se capiterà di nuovo anche quest'anno, lo accetterò. Di sicuro non mi risparmierò per Lei, perché quello è il nostro giorno e arriva solo una volta all'anno. Il 5 febbraio è il mio giorno, lo dedico a me, alle mie preghiere, concentrato sul viso dolce di Agata. Non vedo l'ora che arrivi».

Un viaggio che dura il tempo di una notte, ma che nasce centinaia di anni fa, in una bottega dove si lavora la cera, in una chiesa dove ci si inginocchia, in una preghiera intima di un fedele che impara a ringraziare. Un modo semplice ma ricco di pregare.