Le origini della Festa di S.Agata

Le origini del culto agatino risalgono all'anno successivo al martirio di Lei, al 252. La conversione collettiva del popolo alla fede si ebbe col primo miracolo compiuto dal Velo agatino che immediatamente arrestò il fiume di lava che si dirigeva verso la città.

Diversa è invece l'origine della festa. Si perderebbe nella notte dei tempi. Alcuni studiosi del sei-settecento, tra cui Pietro Carrera e Francesco Privitera, accennano che già molti secoli prima della nascita della Santa, per predizione o veggenze di sibille e profeti nella Catania pagana, il popolo recava in giro per le piazze e le strade la statua di una Vergine col bambino simboleggiante la futura madre del Redentore; "giro", affermano gli studiosi, "che fu un abbozzo della festa della Vergine e Martire Agata sua figlia e discepola, qual come erede della materna condotta verso la città di Catania" .

 

Il culto di Iside e la Festa di S. Agata

A ciò va riferita un'altra antica tradizione frequentemente accostata ad alcuni riti e usanze ancora oggi in uso nella festa di S. Agata, cioè il culto di Iside. Secondo quanto riferisce lo studioso Emanuele Ciaceri che cita la descrizione lasciata dal filosofo Apuleio nella celebre Metamorfosi, l'antica festa di Iside in Corinto avrebbe parecchi punti in comune con la festa di S. Agata. Vediamo perché:

1) La festa dedicata a Iside era una festa marinara, poichè il rito imponeva la processione verso il mare laddove veniva consacrata alla dea la nave che poi sarebbe stata slanciata nel mare. E d'indole marinara all'origine, spiega Ciaceri, pare fosse la festa di S. Agata. La processione dal tempio scendeva alla marina, come avveniva in Corinto, non per lanciare in mare la nave, ma perché là era approdata la barca recante le Sacre Reliquie della Santa.

2) L'origine del sacco bianco. Alla processione gli adepti della dea Iside recavano sugli abiti una tunica di lino bianco simile all'attuale sacco agatino. Ma sull'argomento altre ipotesi sembrano più convincenti.

3) Alla festa, grande ruolo svolgevano le donne. Non mancava infatti il ricorso alla mascherata come avveniva nella festa celebrata a Corinto. Il riferimento è al rito delle "ntuppateddi" in voga fino allo scorso secolo, quando le donne usavano mascherarsi. Si sarebbero offerte per quel giorno alle galanterie degli uomini pur non facendosi riconoscere.

4) La dea Iside era, tra l'altro, il simbolo di sposa e madre che rappresentava la forza produttrice della natura. Sicché durante il rito, un ministro del culto portava in mano un vasetto d'oro a forma di mammella e alla presenza del popolo faceva libazione di latte. Il riferimento alla festa di S. Agata consiste nel seno strappato alla Santa, in forza del quale durante la festa agatina le donne sofferenti offrono oggi mammelle di cera quale riconoscenza per la guarigione ottenuta.

5) Al velo di Iside, si sarebbe sostituito il miracoloso Velo agatino.
 

L'inizio ufficiale dei festeggiamenti agatini

Le origini del festeggiamenti in onore della Santa Patrona di Catania, si fanno risalire al 17 agosto del 1126. Fu l'allora Vescovo benedettino Maurizio che, per accogliere festosamente le Reliquie agatine di ritorno da Costantinopoli, coinvolse autorità e maestranze della città affinchè non restassero fredde di fronte al fausto evento.
Per tutto il tempo in cui il sacro corpo agatino fu assente dalla sua terra (86 anni), continuò però, testimoniata con la preghiera, la devozione indelebile del popolo verso la sfortunata eroina cristiana. Ecco perché quella notte di agosto le campane di tutte le chiese della città, si racconta, cominciarono a suonare a distesa e i cittadini dì Catania si precipitarono per le strade per festeggiare l'avvenimento.

Tuttavia, non essendo esistito un simulacro con le Reliquie anteriore all'attuale dei 1376, si può dire che negli anni che precedettero questa data, fatta eccezione per l'episodio sopra citato, le Reliquie si venerarono in chiesa con poche manifestazioni festaiole.
 

Il primo giro esterno della "Vara" di legno

Si dà per certo che a partire dal 1376 S. Agata per la prima volta, tra gli omaggi del Vescovo, del Senato e del popolo, venne condotta in giro per le vie interne praticabili.

Il fercolo di legno scolpito e finemente decorato, portato a spalla dagli "ignudi" o "scalzi" (così soprannominati perché per atto penitenziale durante la processione si presentavano a petto nudo e senza calzari), s'avviava alla Porta del Ferro. Da lì cominciava il giro esterno delle mura per poi rientrare, la sera, per la Porta dei Canali.
La cornice anche allora dovette essere molto suggestiva se si immagina che quel busto reliquiarlo nuovo di zecca, sfavillante nel volto e prezioso nel contenuto, recato a spalla tra gli omaggi del Vescovo, del Senato e del popolo si avviasse in mezzo al fedeli. Anche allora, come oggi, i fedeli recavano addosso grossi torcioni accesi per voto.

Tale usanza, seppur con molte variazioni nel corso dei secoli, durò fino al 1519 anno in cui venne inaugurato il nuovo percolo -l'attuale- di ben altra forgia.

 

 

Il "Liber cerimoniarum"

Col passare dei secoli, alle solenni cerimonie religiose si affiancarono motivi di puro folclore.

Il Senato volle festeggiamenti più fastosi, il popolo dal canto suo, intendeva vivere nella completa esaltazione la fede verso la Santa Patrona: ad un dato momento si rese necessaria una regolamentazione.

Nel 1522 il nobile catanese, don Alvaro Paternò, legato di Catania presso la regia corte, redasse il "Liber cerimoniarum" che possiamo considerare il primo cerimoniale per i festeggiamenti agatini. Furono istituite giostre, organizzati cortei e corse di cavalli, cavalcate nobiliari, spari di mortaretti e addobbi vari per tutto il percorso della processione.

La folla radunata nel piazzale della loggia seguiva con interesse le varie manifestazioni. Furono fissate anche le pene da comminare ai trasgressori dell'ordine pubblico. I palii e le gare che in un primo tempo si svolgevano nella zona della marina, a causa della folla assai numerosa vennero dirottati nella zona del corso, nell'attuale strada che dal Duomo prosegue lungo la Via Vittorio Emanuele.

Gli stendardi e i drappi, tutti di notevole valore, ai vincitori venivano consegnati direttamente dalle autorità cittadine che a quel tempo erano i Giurati, il Capitano di Giustizia, il Patrizio, il Mastro Notaro del Senato.

 

 

 

A CAMMAREDDA

 

S.Agata 2017 – Apertura straordinaria della cameretta

Manca circa un mese all’attesa festa di Sant’Agata e la trepidazione dei catanesi, che aspettano di riabbracciare la Santuzza, aumenta di giorno in giorno. L’attesa verrà ingannata con i numerosi eventi previsti dal programma che inizieranno il 7 gennaio per poi concludersi il 12 febbraio 2017.

 Ma in particolare quest’anno, per i tantissimi devoti e non,  ci sarà un importante evento da non perdere. Occasionalmente, infatti, verrà aperto al pubblico il sacello che custodisce le reliquie della Santuzza: i tanti fedeli potranno quindi visitare la bellissima cameretta (“a cammaredda” per i catanesi) di Sant’Agata, un evento rilevante non solo dal punto di vista emotivo e devozionale, vista la grande partecipazione dei catanesi per la festa di Sant’Agata che negli anni non accenna a diminuire, ma anche dal punto di vista culturale dato che sarà possibile ammirare i dipinti del ‘500 presenti nella cameretta.

 

 Un evento più unico che raro, dato che l’ultima volta che fu aperta al pubblico risale al gennaio 2011 quando, per la prima volta nella storia recente, fu data possibilità ai cittadini di ammirare il restauro degli affreschi presenti al suo interno. Per l’occasione, fu aperta per poche ore, con un passaggio molto rapido davanti a cammaredda ed un maxi schermo posto sull’altare centrale che ritraeva le immagini della Santuzza e della sua festa.

Sulla cameretta ci sono tante leggende, costruite nell’arco del tempo da chi probabilmente non ha avuto l’onore e il piacere di ammirarla: alcuni raccontano che Sant’Agata sia custodita al suo interno, nel sotterraneo del duomo, dietro un drappo rosso con davanti il fiume Amenano che scorre incessantemente da secoli. Altri pensano sia grande più dell’altare centrale e che al suo interno vi siano oro e gioielli di ogni tipo, tanto da attirare l’attenzione dei più furfanti ladri di città tanto da crearne leggende, come la famosa storia dei tre cancelli costruiti dopo il furto al tesoro Agatino. In realtà, la cameretta fu ricavata in uno dei due vani aperti attraverso il poderoso muro dell’abside centrale, usati come passaggio fra il santuario (area presbiterio) e le cappelle laterali absidali, proprio nel XII secolo dopo il rientro delle reliquie da Costantinopoli. Quindi una stanzetta dalle dimensioni piuttosto ridotte, ricca di affreschi secolari e che sul suo lato destro, conservate dietro un poderoso armadio argenteo, ne conserva accuratamente lo scrigno della Santuzza, nella parte bassa; nella parte superiore destra si ritrova invece proprio il busto reliquiario, che viene portato giù dagli addetti da un piccolo elevatore, dopo aver montato le ali d’argento, e successivamente, al momento dell’uscita, fatto scorrere lungo dei brevi binari lignei che l’accompagnano all’interno della cappella Agatina.

La più antica pittura, frontale alla porta, è la “Pietà” di un maestro sconosciuto di Galatina, di scuola toscana e marchigiana, realizzata presumibilmente a cavallo tra il 300 ed i primi anni del 400. Sulla parete di sinistra è invece rappresentato il “David”, sopra il gruppo della Pietà, “Morte del Vicerè Ferdinando de Acugna” e “Madonna col Bambino” (1467-1535) di Antonello de Saliba, nipote del più famoso Antonello da Messina.

Tutti i devoti potranno quindi correre a visitare il sacello, giorno 14 gennaio dalle ore 8.00 alle ore 17.00 accorciando la distanza dai giorni della festa vera e propria, quando sarà Sant’Agata ad andare incontro ai cittadini nei consueti festeggiamenti del mese di febbraio.

http://catania.liveuniversity.it/2017/01/05/s-agata-2017-apertura-straordinaria-della-cameretta/

 

________________________

 

CATANIA - Non c'è culto senza mistero e viceversa. E neanche misteri, ma rigorosamente al plurale. Sono inevitabili, infatti, le leggende metropolitane connesse ai palazzi storici della città. Storie e storielle dal vago sapore d'ignoto. Non sfugge a questo destino neanche la basilica cattedrale di Catania. Il cuore pulsante del culto agatino. Ed proprio su Agata, e i luoghi che accolgono i suoi resti mortali, che la fantasia di tutti si fa più fervida. LiveSicilia ha passato in rassegna le storie più colorate, e quindi meno fondate, che riguardano la sede della cattedra vescovile, avvalendosi della consulenza del viceparroco don Giuseppe Maieli: “Molti luoghi non sono facilmente accessibili – esordisce - e siccome la gente è curiosa ci s'immagina chissà che cosa”.

 Le leggende più persistenti riguardano, ovviamente, il sacello, il luogo dov'è conservato il busto reliquiario e lo scrigno: “Molti pensano – spiega il viceparroco - che nella cameretta di sant'Agata ci siano sette porte. No, sono semplicemente due. Quella esterna, aperta il 4 febbraio dal capovara assieme agli esponenti del Comune, e poi una seconda porta di ferro. Immediatamente, poi, si arriva alla Santa. In realtà è una stanzetta piccolissima. Se si vuole capirne la grandezza, bisogna andare dall'altro lato della cattedrale. I due lati sono a specchio. A sinistra del santissimo sacramento c'è uno spazio uguale, dove teniamo gli strumenti per l'amplificazione.  insiste Maieli:

 

 

LA VERITA' SUL VERO CULTO, OLTRE LA CREDENZA POPOLARE

 

 

"Sant'Agata, comunque è posta lateralmente nella stanzetta.

Non è messa chissà da quale parte.

Non c'è neanche alcun fiume sotterraneo che scorre e nessun ascensore: non si scende e non si sale, non c'è dove andare".

Entrando, sulla destra, c'è una specie di armadio e ci sono due ante d'argento molto preziose.

Aperte le ante, c'è il busto reliquiario con Sant'Agata e, sotto, lo scrigno contenente le 7 relique.

 Per estrarli, si entra nella stanzetta con un piccolo carrellino che può essere sollevato fino al busto.

 

Insomma, è un'operazione semplicissima”.

 “Non ci sono neanche passaggi segreti”, Maieli sfata un altro bisbiglio leggendario. “Ci sono ovviamente, però, dei percorsi che portano dalla cattedrale al campanile. È pur sempre una basilica normanna. Allora, non si pensava a delle vie ordinate con scale e corridoi a norma come oggi. Certo, percorrerli dà un po' l'idea del castello, ma non c'è nulla di tetro in tutto ciò. Ce n'è poi un altro, all'interno della cappella della Madonna che ci conduce alla casa del Vescovo. Era ovvio che fosse escogitato un simile sistema. Non si può pensare che il Vescovo, per entrare nella sua chiesa, debba passare dall'esterno. Quindi, un percorso esiste. Ma, anche in questo caso, non c'è nulla di fantasioso. Ci sono semplicemente delle porte che si chiudono e si aprono come in qualsiasi casa. Dovesse piovere, scusando la battuta, il Vescovo arriverebbe asciutto”.

 Sotto il pavimento della Cattedrale, come in ogni chiesa immaginata prima delle vicende napoleoniche, vi è una cripta per seppellire i defunti. Secondo alcune leggende metropolitane, vi sarebbero custoditi dei tesori. Nulla di tutto ciò anche in questo caso: “Ci sono soltanto i corpi di alcuni dei nostri vescovi del passato. Ma è tutto chiuso. Sono zone inaccessibili”.

 Nelle speranze di Maieli c'è invece che sia resa fruibile al pubblico la parte sottostante il presbiterio: “C'è una tomba o, forse, una cappella. Per accedervi c'è un ingresso, ma normalmente è chiuso. Lo abbiamo dovuto aprire, ultimamente, per verificare la stabilità della base dell'altare in previsione del ponteggio che è stato costruito. Allora ho visto per la prima volta questo monumento. È caratteristico ed in più ci dimostra come ci fosse, in epoca precedente alla costruzione della cattedrale, un luogo per il culto dei defunti. Quest'area, quindi, è stata considerata importante sin dalle origini della presenza cristiana a Catania. Sarebbe bello renderlo visitabile. Ma ci vuole tempo, soldi, e, perché no, qualche finanziamento”.

http://catania.livesicilia.it/2014/02/04/ascensori-passaggi-e-tesori-le-leggende-del-duomo_279436/

 la cameretta fu ricavata in uno dei due vani aperti attraverso il poderoso muro dell’abside centrale, usati come passaggio fra il santuario (area presbiterio) e le cappelle laterali absidali, proprio nel XII secolo dopo il rientro delle reliquie da Costantinopoli. Quindi una stanzetta dalle dimensioni piuttosto ridotte, ricca di affreschi secolari e che sul suo lato destro ne conserva accuratamente lo scrigno della Santuzza, nella parte bassa; nella parte superiore destra, conservato dietro un poderoso armadio argenteo, si ritrova invece proprio il busto reliquiario, che viene portato giù dagli addetti da un piccolo elevatore, dopo aver montato le ali d’argento, e successivamente, al momento dell’uscita, fatto scorrere lungo dei brevi binari lignei che l’accompagnano all’interno della cappella Agatina.

 La più antica pittura, frontale alla porta, è la “Pietà” di un maestro sconosciuto di Galatina, di scuola toscana e marchigiana, realizzata presumibilmente a cavallo tra il 300 ed i primi anni del 400. Sulla parete di sinistra è invece rappresentato il “David”, sopra il gruppo della Pietà, “Morte del Vicerè Ferdinando de Acuña” e “Madonna col Bambino” (1467-1535) di Antonello de Saliba, nipote del più famoso Antonello da Messina.

http://catania.liveuniversity.it/2017/01/14/catania-inedite-immagini-cammaredda-sacello-santagata-foto/ 

 

GUARDA IL VIDEO

 

 

Le Sante Reliquie

 

Il Busto Reliquario

Il Busto Reliquario finemente decorato in argento e smalti che ancora oggi noi ammiriamo, risale al 1376.

Fu il Pontefice Gregorio XI ad incaricare il Vescovo di Catania, Marziale, di far realizzare il simulacro agatino e questi si rivolse ad un artista di grande fama, il senese Giovanni Di Bartolo. Immagine correlata

S.Agata è affiancata da due Angeli, tiene con la mano destra una lunga croce in argento e smeraldi e con la mano sinistra una tavoletta con la famosa iscrizione  “MENTEM SANTAM SPONTANEAM HONOREM DEO ET PATRIAE LIBERATIONEM”  (''Mente Santa, Spontanea,  Onore a Dio e Liberazione della Patria”).

 All’interno del Busto Reliquiario, in una cavità della testa, è riposto il teschio della Santa.

 Il tesoro che ricopre la statua di S. Agata è di inestimabile valore. Di fatti, tra gemme, ori, pietre preziose, croci, ciondoli e collane, sono più di trecento gli ex-voto che impreziosiscono il suo busto reliquiario. In passato, sono stati compilati anche degli inventari come quelli effettuati dal 1473 al 1743 e dal 1743 1915.

Gli ex-voto più rappresentativi sono: la massiccia collana quattrocentesca donata dal grande devoto agatino viceré Ferdinando De Acuna; la croce artisticamente lavorata del sec. XVI con gemme preziose; la croce della legion d'onore appartenuta a Vincenzo Bellini; collane e croci appartenute ai Vescovi di Catania, Deodato, Orlando, Ventimiglia, Dusmet, Nava; la corona con prezioso diadema ricco di gemme che la tradizione attribuisce essere dono di re Riccardo Cuor di Leone; il prezioso anello offerto dalla regina Margherita nel 1881, ecc. Altri oggetti sono conservati a parte.

 La controbase d'argento finemente cesellata con angioletti a forma di cariatidi, fu realizzata nel sec. XVI per rendere il mezzobusto dentro il fercolo più visibile durante la processione.

 

Lo Scrigno e i Reliquari anatomici

Lo Scrigno è una preziosissima cassa d'argento di forma rettangolare, in stile gotico, al cui interno sono conservati iRisultati immagini per sant'agata busto Reliquari anatomici contenenti la maggior parte dei resti mortali della Santa.

 Fu commissionata nel 1460, e realizzata grazie alle offerte dei devoti, per sostituire la cassa in legno nella quale il Vescovo Maurizio aveva deposto le Reliquie di S. Agata appena ritornate a Catania da Costantinopoli, nel 1126. Alla sua realizzazione lavorarono l'argentiere catanese Angelo Novara,  Filippo De Mauro e Nicolò Lattari; il coperchio, invece, fu rifinito da Paolo Guarna e dagli orafi Vincenzo e Antonio Archifel.

I Reliquiari anatomici, in argento massiccio dorato, sbalzato e cesellato,  sono in tutto sette:

due contengono i femori della Santa, due le braccia con le mani, due le gambe con i piedi, una la mammella. Il sacro Velo è da considerare l'ottavo reliquiario. Eseguiti in epoche diverse, risultano dissimili nello stile.

 

Il  Fercolo (Vara)

Il fercolo, o "Vara", sul quale il busto reliquiario e lo Scrigno compiono il giro della città nei giorni della ricorrenza, è tutto d’argento lavorato nello stile classico del rinascimento.  Uscì la prima volta il 4 febbraio del 1519. Prima di allora, le Reliquie Risultati immagini per sant'agata fercolodella Santa nel giorno della sua festa venivano adagiate un'antica "Vara" in legno dorato e trasportate a spalla dagli "ignudi". Autore dell'opera fu Vincenzo Archifel, artista napoletano che lavorò a Catania dal 1486 al 1533.

Il fercolo, così come è stato concepito all'origine dal suo autore, è un tempietto sostenuto da sei colonne in stile corinzio che sorreggono una elegante trabeazione sormontata da un cupolino a base rettangolare di ispirazione orientale e con tegolato a scaglie. Il fercolo che conosciamo andò arricchendosi  con gli anni di nuovi elementi decorativi e ornamentali. La prima aggiunta fu quella delle 12 statuette d'argento massiccio raffiguranti gli Apostoli, che svettano attorno al cupolino. La prima vera "rivoluzione" avvenne nel 1929 con la "meccanizzazione". Fino a quell'anno il fercolo trainato dai fedeli, si muoveva col sistema delle "lunette"; veniva cioè fatto scivolare su mezze lune di legno ricoperte, nella parte inferiore, da lamiere d'acciaio.

 

 http://www.cataniaperte.com/santagata/reliquie/reliquieframe.htm

 

Il 4 e 5 febbraio

Il giro di S. Agata non era lo stesso di oggi. Si svolgeva in un solo giorno, il 4 di febbraio. Il 5, il popolo rendeva alla Patrona omaggio in Cattedrale. Un particolare di questo giro fu che S. Agata, quando ancora il "fercolo" era di legno, passava dal Castello Ursino e vi entrava.

Nel 1712, fu stabilita in due giorni (il 4 e 5 febbraio) la durata del festeggiamenti e la divisione in "giro interno" e "giro esterno" della processione che allora toccò tutti i quartieri della città.

 

Le interruzioni del 1669 e 1693

Le interruzioni delle uscite di S. Agata per pubbliche calamità subirono soste più o meno lunghe.
Le più durature risalgono al 1669 per l'eruzione e al 1693 per il terremoto. In entrambi i casi l'itinerario subì, com'è ovvio, notevoli variazioni.

Nel 1669 le lave modificarono la riva del mare e la topografia cittadina. Sul terreno asperrimo della colata lavica che lambì il Castello Ursino venne tracciata la "Strada del Gallazzo" che poi assunse il toponimo di "via della Vittoria" e in epoca modema "via Plebiscito". Col terremoto del 1693, l'assetto urbanistico della città cambiò profondarnente: poco o nulla rimase della vecchia "Urbe" originaria. E’ certo comunque che nelle intenzioni del duca di Camastra che tracciò per primo le linee per la ricostruzione, molto dovette incidere l'esigenza di creare un comodo percorso per la processione agatina così com'era stato qualche secolo prima, in occasione della edificazione delle mura cittadine.
Nei secoli successivi, molte delle usanze stabilite dal "liber cerimoniarum" caddero in disuso; molte altre vennero istituite al posto di esse. Anche la festa, si osserva, subisce l'incedere lento del tempo, acquisendo caratteristiche sempre più lontane da quelle originali.

Solo la devozione dei cittadini verso la invitta Vergine e Martire, quella sì che è rimasta e rimarrà sempre saldamente intatta nei secoli.
 

Le `ntuppateddi

Erano signore o popolane, maritate o nubili le quali nei pomeriggi agatini del 4 e 5 febbraio potevano uscire da sole, mescolarsi alla folla, ricevere dolciumi o altro dai cavalieri incontrati lungo le strade. La parola 'ntuppatedda', ha la sua radice etimologica, secondo la Naselli, nella voce "tuppa" del dialetto siciliano, ovvero quella membrana che chiude il guscio di talune chiocciole . Tre erano gli elementi che caratterizzavano l'usanza: travestimento, richiesta di doni, la inconsueta libertà di cui le donne in quei due pomeriggi potevano godere.

Il travestimento, ai tempi del cerimoniale della festa di S. Agata di Alvaro Paternò avveniva mediante l'uso degli "occhiali", cioè un velo che ricopriva totalmente il volto lasciando solo due fori per poter vedere. Dopo il 1693, gli "occhiali' furono severamente proibiti e, quindi, sostituiti da mantelli con lunghi cappucci che mantenevano il volto "velato". L'usanza venne abbandonata dopo il 1868, allorquando passò totalmente di moda


 

La strisciata

Introdotta nel '700, la strisciata consisteva nella manifestazione di saluto dei seminaristi. Dai balconi del seminario, infatti, partiva una miriade di lunghi nastri di leggerissima carta colorata che, sparsi per l'aria, creava un'atmosfera di giuliva esultanza. La tradizionale "strisciata", tuttavia, ancora oggi resiste ed i nastrini di sottilissima carta sono stati ora sostituiti da "bigliettini" colorati con la scritta "W S.Agata". Non vengono più lanciati dai seminaristi, assenti da quella struttura da molto tempo, ma dai comuni fedeli che affollano i vicini palazzi nobiliari.

 

GUARDA IL VIDEO

 

Claudio Baturi, Capovara per tanti anni.

 E’ inutile, a Catania a dar troppo potere in mano ad una persona si rischia sempre il male della stessa, nel senso che poi inizia ad agire male.

Prendiamo il caso dell’omnipotente capovara di Sant’Agata, Claudio Baturi il quale non viene minimamente scalfito da alcuni ritardi creati ad hoc, magari nelle zone più…come dire…da carne di cavallo…della città, o da spettacoli pirotecnici improvvisati (alla faccia dell’assurda scusa, per motivi di sicurezza, adottata per i mancati fuochi del Borgo). Il Baturi lascia correre il tutto, ogni tanto da il colpo di reni ed accelera.

 Però il Baturi ed i parrocchiani vari che si alternano sul fercolo han mano lesta ad accogliere le offerte, peccato che – pur sapendo quanto la gente ci tenga – la stessa mano lesta non ce l’anno nel tornare immaginette o qualche fiore. O, meglio, ormai ne siamo certi, il capovara va a simpatia, a quello si, a quello no.

Ed ecco che quando un’anziana donna, di una rinomata e storica famiglia di ristoratori, a fercolo fermo, porta la sua offerta (economica) alla Curia e magari si aspetta un piccolo gesto, un’immaginetta, un fiore (ormai a fercolo arrivato alla fine del giro esterno), forse anche un sorriso.

NO, perentorio Baturi nel non dare nulla, ripetendosi anno dopo anno. Anche fossero finite le immaginette potrebbe dire alla gentil signora “gliela porto domani”, invece dalla cima della sua autorità, alta autorità, nulla contro offre, ed alla signora anziana scappa la lacrimuccia per come è stata trattata, ed a Baturi scappa la dignità, per come tratta le persone.

 

http://www.ienesiciliane.it/cronaca/9239-catania-festa-s-agata-il-capovara-a-simpatia.html

Sul fercolo, il nuovo capovara Claudio Consoli

 

Quando al "borgo" S. Agata si festeggiava autonomamente

In passato il quartiere del "borgo" veniva considerato una frazione autonoma. Lo stesso dicasi per gli altri quartieri che ricadevano abbondantemente fuori il perimetro del centro storico. Sicché gli abitanti di queste contrade, allorquando si spostavano per andare in centro dicevano: "Quannu scinnu a Catania". Gli abitanti del borgo, che erano tanto devoti quando quelli del centro storico, decisero di festeggiare S.Agata per proprio conto. Fecero costruire un fercolo di legno simile a quello conosciuto e nei giorni della festa presero a farlo circolare per le vie del quartiere. Quando dopo l'ultimo conflitto mondiale anche questo quartiere venne assimilato alla città, il comitato della festa si decise ad estendere il giro fino a piazza Cavour. Fu così che i devoti del borgo soddisfatti del provvedimento, fecero parte dei festeggiamenti ufficiali.

 

 Le olive a Sant'Agata al Carcere

La leggenda narra che la vergine Agata sulla strada che la portava al processo e quindi all’atroce tortura del taglio dei seni, si chinò per allacciarsi una scarpa, in quel luogo, come per renderle omaggio spuntò un albero di olivo. I concittadini di Agata dopo il martirio della giovinetta presero l’abitudine di raccogliere le olive prodotte dall’albero per conservarle o donarle come frutti miracolosi. L’albero che ricorda l’evento fu piantato nel 1926, nel XIII centenario della traslazione delle reliquie di Sant’Agata da Costantinopoli a Catania. Ed ogni anno nel mese di febbraio il 5, giorno della festa e nei giorni che la precedono, vengono confezionati dei piccoli dolci di pasta di mandorla colorati di verde e ricoperti di zucchero, sono appunto le olivette di Sant’Agata, prelibatezze nate nella città dove il mare e l’Etna, il vulcano attivo più alto d’Europa, si guardano e sorridono per tanta bellezza.

 


 

Agosto 1799: le "5 giornate" della festa agatina

Dal settecento fino alla recente guerra del Golfo del 1990, diverse sono state le occasioni che hanno condizionato il normale svolgersi della festa di S. Agata. Da ciò si desume come gli eventi dovuti alla storia ed alla natura, hanno, tra le altre cose, condizionato il rituale sancito dalla tradizione ed è molto lungo l'elenco di tutte queste variazioni che ci sono state.
L'ultima, quella che la nostra generazione ricorda, è legata alla guerra dei Golfo: nel febbraio del 1991, il busto reliquiario limitò il suo percorso, (trasportato a spalla) ad un solo tratto della via Etnea, dalla Cattedrale a piazza Stesicoro.
Nell'agosto del 1799, invece, appena soffocata nel sangue la rivoluzione partenopea che aveva insidiato il regno di Ferdinando III e della regina Maria Carolina, tanto cari ai Catanesi, la festa di mezz'agosto fu celebrata in pompa magna e con ben 5 giornate di festeggiamenti. Era diffusa convinzione che S. Agata, lungamente supplicata dai catanesi, avesse compiuto l'ennesimo miracolo: quello di salvare il regno. La macchina organizzativa perciò programmò solenni momenti religiosi ed allestì sontuose scenografie in tutte le piazze della città e, naturalmente, nelle chiese e nei monasteri.

Venne concessa la libertà ad alcuni detenuti e attribuiti premi molto consistenti ai vincitori della tradizionale "corsa dei barbari". Il tutto fu giocosamente coronato dal mastodontico "Carro trionfale" in giro per le strade, dal rimbombo dei cannoni che spararono contemporaneamente da tutte le fortezze all'uscita della "Santa" e dal vastissimo fuoco artificiale rappresentante scene della vittoria delle truppe del regno sui ribelli assediati nel castello Sant'Elmo di Napoli. Quest'ultima grandiosa manifestazione si svolse nella piazza S. Filippo, l'odierna piazza Mazzini.

 

Il Carro Trionfale

Era un carro artistico di dimensioni notevoli trainato da sei buoi. Su questo carro prendevano posto l'orchestra ed i cantanti. Nell'ultima parte dei suoi ordini si erigeva un'altra colonna nella quale, attorniata da figure angeliche, svettava un simulacro di S. Agata. L'usanza di utilizzare il "Carro trionfale" nella festa di mezz'agosto, durò fino al 17 agosto del 1872.

http://www.cataniaperte.com/santagata/festa/storia/storia_festa.htm

 

 

 

«Sul petto il medaglione di famiglia risale all'800»

Di processioni ne ha viste parecchie Carmelo Matteo Mazzola. Adesso, a 79 anni, non porta più il sacco ma non per questo gli sono venuti meno fede e devozione. «L'amore per "Santaituzza"- dice - resteranno immutati nel mio cuore per sempre». Nona caso anche ieri, come fa da oltre mezzo secolo a questa parte, era presente all'uscita del busto e delle reliquie dalla Cattedrale. Al collo, immacabile, il medaglione che raffigura Sant'Agata al Carcere. Il simbolo della sua famiglia (nessuna parentela con Angela Mazzola, assessore al Commercio) che si tramanda di generazione in generazione. «Lo aveva al collo mio nonno alla fine dell'800 e oggi, nel 2015, lo porto io con lo stesso orgoglio. Oltre alla fede, portare questo oggetto vuol dire ricordare il mio avo. Un "torronaio" come pochi altri in una Catania d'altri tempi che celebrava la sua patrona. Da allora - prosegue Mazzola - è trascorso oltre un secolo e molte cose sono cambiate. L'unica cosa che resta immutata, però, è l'amore che i cittadini hanno per lei, per la Patrona».

Il fercolo di Sant'Agata, gli ambulanti che vendevano a turisti e devoti i pulcini, gli allestimenti scenici in cartapesta che rappresentavano alcuni avvenimenti descritti dalla Bibbia: ricordi sbiaditi eppure presenti. Tutto passa, ma non quel medaglione, forse un po' logora ma che conserva intatto tutto il suo fascino. «Lo mostro agli amici sempre con lo stesso orgoglio perché si tratta di un manufatto che ha 200 anni di vita - raccomta Mazzola - un simbolo dei festeggiamenti agatini da custodire gelosamente per tanti e tanti altri anni ancora».

La Sicilia, 5.2.2015 -  Damiano Scala

 

 

 

L'arte e Sant'Agata

Di Sant'Agata si hanno opere in tutte le parti del mondo: nella chiesa di S. Sofia a Kiev, nell'Ucraina, all'Apollinare Nuovo a Ravenna; nel portale di S. Stefano a Vienna; nel tempio di S. Giorgio a Dinkeluehl; statue si ammirano a Malta, a Villalba del Alcor in Spagna; una tavola processionale nel museo del Duomo nella galleria degli Uffizi (Filippo Lippi) e nella galleria Pitti (Sebastiano del Piombo) di Firenze; lavori del Borgognone a Bergamo.

A Catania, in case private e in tutte le chiese dedicate alla Patrona (Sant'Agata al Carcere, Borgo, la Vetere), esistono dei busti agatini di buona fattura. Nella chiesa di Sant'Agata alle Sciare un dipinto su pietra ardesia non toccato dalle lave del 1669.

Catania, con la sua provincia, è naturalmente piena di tele e documenti di Sant'Agata. Il più famoso a Nicolosi, a ricordo del beato cardinale Dusmet che fermò la lava con il velo della Santa, salvando la cittadina, alla fine del secolo scorso, dalla distruzione.

 

 

 

Il commendatore Luigi Maina “festeggia” i 60 anni alla guida della macchina organizzativa dei festeggiamenti patronali

GIUSEPPE FARKAS - La Sicilia, 2.2.2013
 

Con quella di quest’anno sono sessanta. Per il commendatore Luigi Maina, così come per la Festa, il tempo sembra scorrere lieve. E veloce. Da sessant’anni è alla guida dell’organizzazione della tre giorni più attesa (almeno così sembrerebbe) dai catanesi e, come si dice in questi casi, “sembra ieri”.
Cambia il mondo, ma la festa di Sant’Agata non cambia mai. È giusto così?

«Certo, non può cambiare un rito che affonda le radici nel 1090, che risale al tempo dei Normanni»
Lei ancora non se ne occupava...
«Non ancora, ma sono arrivato poco dopo ».
È però anche vero che tante tradizioni hanno origini secolari, ma comunque si adattano ai tempi, vengono modificate.
«E di tante si perde purtroppo anche la memoria. Ma il catanese è tutto particolare. S. Agata ce l’ha nel sangue, vive della festa. E ne comincia a parlare, per organizzarsi, già all’inizio di dicembre. Nelle strade dei quartieri popolari si trovano più simboli legati a Sant’Agata che alle feste natalizie. Cominciano a essere esposti i “sacchi”, le candelore in miniatura, compaiono le scritte in onore della patrona».
Non è eccessivo che i catanesi vivano tutto l’anno in funzione della festa? Eppure i problemi non mancano.
«Catania è una città atipica. Ci sono passioni che non si possono spiegare e atteggiamenti che è difficile comprendere. Sant’Agata è un punto di riferimento per chi crede in lei. Il catanese devoto della patrona trova naturale farsi accompagnare giorno dopo giorno da Sant’Agata. E poi, quando la data dei festeggiamenti si avvicina, la città sembra davvero rinascere. Si respira un’aria diversa, i colori sembrano più accesi e i cittadini diventano più sereni, più allegri. Vero, i problemi non mancano e l’Amministrazione ne ha tenuto conto. Le spese sono state fortemente ridimensionate, sono stati ridotti i fuochi d’artificio così come le luminarie. Ma questo è uno degli aspetti della festa, quello marginale. Sant’Agata è una festa religiosa, anche se molti sostengono il contrario. La celebrazione è fortemente religiosa e ogni anno arrivano vescovi e
cardinali da tutta Italia, tanto che la Cattedrale sembra una Cappella papale. Non succede da nessun’altra parte».
Il culto verso S. Agata viene considerato essenzialmente cosa da uomini. Eppure S. Agata è un esempio di coraggio e forza femminile. Perchè la tradizione ha a lungo considerato invece le donne quasi delle intruse nei festeggiamenti?
«Eredità del passato lontano. Ma da molti anni le pari opportunità sono entrate nella festa».

 


Questa è certamente una festa sentita e dal forte sentimento religioso, ma la sensazione è che il contorno della festa sfugge ogni anno di più al controllo e che molti che vi partecipano siano sempre più fuori controllo.
«Ognuno si esprime secondo il proprio grado di cultura. C’è chi piange, c’è chi porta la propria candela in silenzio e c’è chi sente la voglia di gridare. Ma non c’è niente di folcloristico e tantomeno di pagano, come sostengono in molti, in queste manifestazioni. Ma a chi fanno male? Che danni provocano? E allora lasciamo tutti liberi di esprimersi secondo il proprio sentire. Quello che fa male alla festa sono invece i tentativi di protagonismo di chi vorrebbe sfruttare la processione per mettersi in mostra. Sant’Agata è della chiesa e della città. Nessuno può pensare di servirsene per altri scopi».
Ci sono però quelli che alla festa non sono interessati e che, comunque, la devono in qualche modo subire. Penso a certi bombardamenti di fuochi d’artificio a notte inoltrata, o alle strade chiuse per settimane a causa della cera.

«Per quanto riguarda la cera, abbiamo sempre cercato di convincere i devoti a offrire i ceri spenti. Ma è un’opera di convincimento lunga e difficile. Quanto ai botti, ogni notte in questa città ci sono interi quartieri presi d’assalto sino all’alba. Musica ad alto volume, auto incolonnate,
gente che grida per strada. Non può essere un problema da sollevare solo per i giorni della processione».
La festa di Sant’Agata è sempre bella o ce ne sono alcune che riescono meglio? Lei ne ricorda qualcuna in particolare?
«Sono sempre le stesse ma ogni volta di una bellezza diversa perché tutto ciò che succede nella festa è frutto della spontaneità. La festa alla quale sono più legato è quella del 17 agosto 1951 celebrata alla presenza del cardinale Deodato Piazza. Tutte le città italiane mandarono il gonfalone. Una grande soddisfazione».
Almeno per i prossimi sessant’anni la vedremo ancora alla guida dell’organizzazione della festa. E se poi decidesse di ritirarsi?
«Non cambierà nulla. Finché ci sarà popolo, ci sarà anche la festa di S. Agata. Che è festa di popolo fatta per il popolo».

 

Foto La Sicilia

 

S. Agata, anche l'abito fa il devoto Storia e leggende attorno al "sacco"
La Sicilia, 2 Febbraio 2013

Antonino Blandini


Secondo una leggenda popolare catanese, priva di fondamento storico, il sacco votivo bianco dei cittadini, l'"abito" della festa - una volta indossato solo da uomini, soprattutto giovani, impegnati a tirare i cordoni del fercolo di S. Agata - risalirebbe al ritorno in patria delle reliquie della Protomartire, il 17 agosto 1126, allorché i catanesi avrebbero accolto in camicia da notte i sacri resti della Patrona. E' parimenti improponibile che l'origine del sacco si possa riferire agli adepti della dea Iside che recavano sugli abiti una tunica di lino bianco.
A metà Cinquecento erano uomini "ignudi, fasciati nel mezzo della persona solamente d'una avvolta tovaglia" che portavano sulle spalle la vara. Tale antico comportamento penitenziale, comune alle feste patronali man mano cadde in disuso, dal momento che i devoti portatori, pur scalzi e con le gambe nude, indossavano durante la processione sulle vesti consuete una camicia "per cagion de' freddi". L'uso del sacco espiatorio risale alle usanze confraternali del Medioevo: i penitenti ricorrevano alla nudità come segno di rinuncia al mondo e di alternativa alle usanze sociali. In seguito si ricorse ai "sacchi di disciplina" per lo più bianchi come segno di purezza e umiltà. I bianchi cortei di fedeli erano consueti nei pellegrinaggi. E il giro attorno alle mura di Catania era una peregrinatio penitenziale e apotropaica.
Nella seconda metà del sec. XVII i devoti, che forse con l'influsso della Rivoluzione Francese diventarono "cittadini", iniziarono ad indossare una tunica bianca cinta ai fianchi da un cordoncino (cingolo), un berretto rotondo di velluto nero, guanti bianchi e in mano un fazzoletto candido. Nacque così gradualmente il sacco bianco dei devoti che rimanevano a piedi scalzi continuando a chiamarsi "ignudi". In seguito i robusti portatori indossarono anche le calze senza scarpe col camice bianco e un saio che lasciava libere le gambe. Scomparsi i nudi, si affermò il sacco indossato sui vestiti come divisa laicale della festa: un lungo camice, il berretto (a scursitta), i guanti, un fazzoletto che viene agitato in alto al momento del grido "Cittadini, viva Sant'Aita! ".
Al sacco - penitenziale perché una volta veniva indossato il 4 febbraio, vigilia della festa liturgica, allorché si compivano senza soluzione di continuità il giro esterno ed interno - sogliono attribuirsi significati spirituali: il berretto è segno della cenere dei penitenti e il colore bianco simbolo di purificazione per toccare le reliquie.
 

 

 

 

La scienza di Sant'Agata

La festa di Sant'Agata è una delle più importanti dedicate ai santi del globo. Possiamo trarre spunto da questo dato per parlare ancora un po' di scienza.

 Le reliquie

A Catania, le reliquie di Sant'Agata sarebbero il capo, pezzi di varie membra indistinte corrispondenti, a quanto pare, a viscere e, infine, pezzi disseccati del torace accuratamente custoditi dentro il busto reliquiario d‟argento. Rispetto alle reliquie meglio identificabili, esistono: l‟avambraccio destro con la rispettiva mano; tutto l'arto inferiore destro con il rispettivo piede e una mammella; tutte queste reliquie sono site in appositi artistici reliquiari cosi come il celebre velo rossastro, custodito in un‟artistica teca. Ma diverse altre chiese vantano parti e frammenti del corpo della santa: nel 1628 fu realizzato un reliquario per la conservazione della mammella, dell' ulna e radio di un braccio della martire nella Cappella Regia di Palermo.

Un osso del braccio di Sant'Agata è conservato a Messina, nel monastero del SS. Salvatore.

Una parte dell'osso del braccio di Sant'Agata ad Alì (ME).Un dito di Sant'Agata a Sant'Agata dei Goti (BN), oltre ad un altra mammella che storicamente è venerata a Galatina. In realtà, sono in totale sei le mammelle di sant'Agata venerate in varie chiese della cristianità.

A parte l'esagerato numero di mammelle, è possibile che le ossa umane si conservino per così tanto tempo soprattutto, se integre e conservate in ambienti con poco ossigeno e a temperatura costante (cosa che analizzando la storia di sant'Agata non è avvenuta) . Comunque, appare chiaro che vista la cervellotica storia della maggior parte delle reliquie (non manca quasi mai il furto da parte di devoti del cadavere per portarlo attraverso eventi misteriosi e avventurosi alla città di nascita, nel caso di sant'Agata, Goselmo e Gisliberto un pugliese e un provenzale soldati di Bisanzio) ben poche di queste troverebbero certificazione con i moderni metodi scientifici (per esempio l’analisi del Dna) per stabilire l’autenticità delle stesse.. Per esempio, di recente le spoglie dell’evangelista Luca, conservate nella basilica di Santa Giustina a Padova, sono state sottoposte all’esame del Dna e alla datazione con radiocarbonio, e si è scoperto che i resti appartengono a un uomo di origine siriana vissuto attorno al 300 d.C. Un cadavere antico, sicuramente, ma nulla a che vedere con l’evangelista. . D'altronde, non vediamo l'utilità di una tale operazione per altro costosa . I non credenti non riconoscono il concetto di santità, quindi, che quel particolare cranio o femore sia davvero del santo venerato oppure no è indifferente, non ci si aspetta assolutamente nulla da resti umani di qualsiasi tipo. Per un credente, l’importante è la convinzione dell’autenticità, non l’autenticità stessa; la conferma dell’autenticità non potrebbe aggiungere niente alla fede, una smentita non farebbe che complicare le cose.

Se una comunità di fedeli accetta di venerare una certa persona, il fatto che la tomba o i resti umani di quella persona siano reali oppure no diventa, per i fedeli, irrilevante.

La vara

Il fercolo, in gran parte ristrutturato dopo i bombardamenti della guerra, è d'argento massiccio. Si muove su quattro ruote (rulli cilindrici in acciaio con battistrada in gomma piena) e viene trainato dai cittadini vestiti con il caratteristico saccu, tramite due cordoni (al cui capo sono collegate quattro maniglie), lunghi ciascuno circa 130 metri. Ogni cordone presenta in testa un sistema di quattro corde con maniglia che permette di tenere costantemente e regolarmente in tensione il cordone stesso. Venne, in gran parte, ricostruito nel 1946 dopo i danni subiti da un bombardamento nel corso della seconda guerra mondiale. Pesa circa 1700 kg ma, appesantito da cera e addobbi, arriva a pesare anche 3000 kg . Considerando circa 50 cm a devoto, il cordone può essere trainato contemporaneamente da circa 500 devoti , i quali, qualora i cordoni fossero ben in tensione e la vara avesse attrito massimo, porterebbero circa 6 kg a testa. In considerazione del fatto che la vara è gommata, anche nelle peggiori condizioni (salita di San giuliano) ogni devoto, in realtà, deve trainare solamente con la forza di circa 1kg, pertanto, risulta assolutamente ingiustificata se non per una mera esibizione di forza, la corsa durante le salite.

Le candelore

Molto diverso è il discorso peso per quanto riguarda le candelore, le più pesanti sfiorano i 900 kg e sono sostenute da 12 uomini. Esse, per mantenere la stabilità hanno un baricentro basso, inoltre, l'altezza provoca un momento rotazionale che viene compensato grazie alla tipica andatura (annacata) ; ogni uomo deve, quindi, sostenere circa 80 kg di peso e deve camminare per svariati chilometri che, in pendenza richiedono uno sforzo fisico notevole. Un alleggerimento dello sforzo si ottiene incastrando il peso sulle spalle usando, quindi, le gambe alla loro massima potenzialità. Al fine di mantenere quando più rigida la colonna vertebrale viene utilizzata una cintura contenitiva, comunque, bisogna possedere una forza fuori dall'ordinario e un baricentro basso , un' altezza sotto 1,70 m è sicuramente più consigliata.

 http://ludumsciencecenter.blogspot.it/2016/02/la-scienza-di-santagata.html?m=1

 

 

Nel nome di Agata i «besagnin» si preparavano alla primavera

C'è un filo sottile che lega Catania e Genova nel culto di S. Agata. Nel quartiere di San Fruttuoso di Terralba, vicino al Bisagno, il torrente che sconvolge la città superurbanizzata con le sue devastanti esondazioni, c'è un convento e una chiesa dedicati alla Patrona catanese. E la prima domenica di febbraio, le strade dello stesso quartiere vengono animate da un'enorme Fiera di S. Agata con centinaia di bancarelle di ogni genere, dalla gastronomia all'ortocultura.

Il mercato, frequentatissimo dai genovesi nasce da una tradizione antica. La zona, infatti, era quella degli orti. Quando il Bisagno esondava, i terreni di questa parte della città appena fuori le mura, diventavano molto fertili. E infatti, originariamente la fiera era specializzata nella vendita di bestiame, sementi e strumenti di lavoro. Serviva a "rifornire" i «besagnin» (così chiamano gli ortolani e, per estensione, i fruttivendoli i vecchi genovesi) per il lavoro dei campi ed era un appuntamento chiave per il commercio genovese. Oggi, dello storico mercato per agricoltori è rimasto poco, ma a due passi dal ponte di S. Agata c'è ancora chi vende sementi, "limonine" (la varietà di limone ligure) e barbatelle di vitigni. In sostanza la Fiera coincideva con le antiche usanze precristiane di avvicinamento alla primavera. Per cui l'intitolazione a S. Agata, ricorrenza che arriva subito dopo i "giorni della merla", è quasi naturale.

Ma c'è qualcosa di più «Era una delle prime martiri cristiane - spiega suor Paola Perez, della Congregazione delle suore maestre pie di Sant'agata - e il suo culto era diffusissimo sulla via che dall'Aurelia portava in Francia». Proprio qui, dove sorge il convento di S. Agata, casa di suor Paola delle venticinque suore che a San Fruttuoso, gestiscono una scuola dell'infanzia e una "primaria". «Il culto di Sant'Agata a Genova è antico - dice la religiosa - ma ho avuto modo di trovarne traccia in diverse città italiane. Io scherzando dico che Agata è un po' streghetta. Dove mi giro, la trovo. Ne ho trovato testimoniaza in molte chiese d'Italia, sul Lago di Como, nel duomo di Mantova, a Bergamo. In provincia di Vercelli c'è un paese che si chiama Santhià (S. Agata) di cui Agata è Patrona. E' una figura di Santa un po' particolare, capace di parlare ancora oggi ai giovani. La sua è una testimonianza di fedeltà molto forte. Scegliere Cristo per Lei non fu una decisione all'acqua di rose basata sul sentimento o sull'impulso momentaneo».

La chiesa ed il convento di S. Agata sono citati in atti notarili fin dal 1191, anche se oggi hanno una veste secentesca, dopo una serie di ricostruzioni dovute a guerre e alluvioni. Si entra attraverso uno stretto archivolto sormontato da un dipinto murale raffigurante Sant'Agata tra due santi (pare siano San Fruttuoso di Tarragona e Sant'Antonio) che si affaccia sull'antico tracciato della via medievale a due passi dall'antico ponte di S. Agata (oggi ci sono solo i resti) il quale attraversava il Bisagno scavalcandolo con 28 arcate.

«Vicino questa chiesa - racconta suor Paola - spiega - c'era un cambio di cavalli e lì abbiamo trovato i primi resti del monastero abitato prima da padri di clausura, poi da suore di clausura e, nel 1700, espropriato sotto Napoleone».

L'immobile venne acquistato dai fratelli Pedemonte, genovesi, nel 1827 che lo rivendettero alle Maestre Pie della Divina Provvidenza, divenute poi di S. Agata, che tutt'ora lo abitano.

«La scuola nacque per le bambine povere che non avevano come pagare un'istruzione - racconta suor Paola - e fu uno dei primi esempi di lotta all'analfabetismo. Nel 1870 il provveditorato agli studi di Genova costruì a sue spese l'edificio scolastico e il re Vittorio Emanuele II concesse la patente regia a questa scuola, la prima parificata del quartiere».

All'interno della chiesa, in una nicchia dorata sull'altare maggiore, c'è una statua in marmo a figura intera di S. Agata (un'immagine inusuale per i catanesi che conoscono solo il busto reliquiario della Patrona), opera del genovese Filippo Parodi, eseguita fra il 1680 ed il 1690. Di S. Agata, le suore custodiscono anche un frammento del velo.

Della festa di S. Agata a Catania hanno sentito parlare, ma non l'hanno mai vista dal vivo. «Sarebbe bello - ammette suor Paola - ma venire in periodo di scuola sarebbe un po' complicato. Una volta, però, ci siamo ritrovate a pregare davanti alla cancellata della cappella di S. Agata. E' stato emozionante».

Carmen Greco - La Sicilia, 5.2.2015

 

 

 

Spigolature dal web

La Sicilia. 6.2.2014 - Luca Ciliberti

"Unn'è a Santa? ". Le nuove tecnologie accorciano le distanze e portano la festa di Sant'Agata in tutto il mondo, così i social network diventano le piattaforme di partecipazione condivisa attraverso le quali scambiare emozioni e commenti e per scambiare comunicazioni di servizio. Così la domanda ricorrente trova risposte immediate su @Sant'Agata_live, un account "Twitter" non ufficiale della festa della patrona di Catania creato per sapere la posizione del fercolo in tempo reale così da poterlo raggiungere agevolmente.

"È bello vedere i Catanesi che amano #santagata, ma è ancora più bello vedere gente da fuori che ama la nostra Santa, #wsantagata", scrive un utente che si chiama @AmoilCalcioCatania: un tripudio di passioni, tra fede e folklore, rinchiuso nel nome e in 140 caratteri. L'amore per i colori rossazzurri, la fede calcistica che si alterna e si confonde con quella religiosa. "Grazie di cuore per il duro lavoro che state facendo per noi fuori Catania - scrive su Facebook - Nonostante mi trovi in Spagna, è sempre emozionante poter vedere, tramite il web, la festa di S. Agata con la devozione, la fede e le tradizioni a essa legati. Mi sento sempre un bimbo che tremava di emozione, quando gli permettevano di toccare il cordone. Anche qui dalla Spagna, ci sono devoti spagnoli che portano gli omaggi alla Santa. La nostra Patrona, non delude mai! Dio vi benedica attraverso S. Agata".

Le dirette (Lasiciliaweb, Antenna Sicilia e Telecolor) replicate dai satelliti e dallo streaming on line arrivano nella case di catanesi emigrati altrove. Ale scrive da Pescara: "E' la prima volta che non vedo la mia Santa di presenza, ma grazie a voi riesco a commuovermi anche davanti uno schermo. La vita mi ha portata via, ma la mia terra mi tratterrà per sempre con il cuore". Cristina Trombetta è ancora più su: "Mi trovo in Scozia per studio e quindi impossibilitata a essere lì a Catania. Ma grazie a voi e alle vostre dirette riesco a seguire la processione e riesco a sentirmi vicina a Sant'Agata e alla città".

Il buon catanese è di cuore grande e non dimentica "a famigghia". Biagio Tudisco scrive a nome del figlioletto neonato: "Un saluto dalla fredda e piovosa Como, mi chiamo Matteo Tudisco ho 22 mesi anche se sono nato qui mi sento e sono Catanese. Un saluto alla nonna Carmelina". Sarà fatto. "Grazie ancora di cuore anche dalla mia mamma che ha 84 anni e che da buona catanese ogni anno al poter rivedere la festa si emoziona in modo particolare e ricorda i suoi momenti di giovinezza vissuti a Catania. Che Dio e S. Agata vi benedica tutti", firma Enza da Ancona.

I commentatori televisivi diventano il tramite delle trepidazioni. "Caro Salvo La Rosa ti ringraziamo ancora una volta per avermi dato l'opportunità di vedere la festa di S. Agata sul web - Martina Mannino su Facebook - Ti scrivo dal Belgio e onestamente devo dirti che poter partecipare quest'anno mi ha rattristita tanto. Semu tutti devoti tutti". E ancora un'altra fan: "Ciao Salvo... grazie perché date a tutti noi costretti a casa la possibilità di vedere S Agata". E aggiunge piccata: "P. s.: ti riferisco testuali le parole di mia mamma che tra qualche giorno compirà 78anni: devi dire a Salvo La Rosa che durante la diretta (messa) i giornalisti non devono commentare, specialmente durante le canzoni dedicate a Sant'Agata. Che senso ha rimanere davanti la tv se poi sul più bello iniziano a parlare e non fanno sentire niente? ".

Non è passato inosservato, poi, il ritardo con il quale il governatore Rosario Crocetta è arrivato in Cattedrale per il solenne pontificale del cardinale Bagnasco. E diventa subito un caso politico. Su Twitter @ruggerorazza attacca: "#Crocetta disonora #santagata presentandosi alla fine del pontificale. Non entra neppure in chiesa. É arrivato per pranzo? ". @Marina_Ferlazzo risponde a tono: "Quanta dietrologia. È arrivato, è presente. C'è. Ha evitato le passerelle. Meglio così".

 

 

 

Seguivo la vestizione di mio padre in assoluto silenzio, lo aiutavo così come uno scudiero agevolava nei movimenti il proprio cavaliere. Porgevo, senza sgualcire, dapprima il Sacco, che precedentemente mia madre aveva liberato dalle pieghe formatesi dal sonno di un anno, a seguire il cordone, poi la “coppola” ed i guanti, per ultimo il fazzoletto, ancora caldo di quel ferro da stiro che lo aveva piegato mille volte fino a formarne un soffietto. L’appuntamento con i miei zii e cugini era fissato al Castello Ursino, da li si raggiungeva la Cattedrale a piedi.

Stringevo la mano di mio padre e stranamente i guanti non allontanavano il contatto, anzi lo rendevano ancor più morbido e rassicurante, camminavo senza guardare la strada, stare al suo fianco mi rendeva orgoglioso, mio padre era un “Devoto”. Una volta riuniti si procedeva tutti insieme, fino ad arrivare al Duomo, i grandi davano disposizioni ben precise ai più piccoli: “Non t’alluntanari do to postu n’to cudduni”, “ arrivodditi, ca nuatri semu arreri a Vara”, “ Su n’avissuma peddiri, ni viremu avanti a villa”. Uscita la Santa ci salutavamo ed il mio sguardo li accompagnava fino a quando non riuscivo più a distinguerli inghiottiti da quel fiume bianco che risaliva via Etnea.

Ritornavo a casa con chi come me non aveva il “Sacco”. Contrariamente all’andata il mio sguardo era fisso e diretto al basolato che mi riportava a casa, mi veniva da piangere, “Io non ero un devoto”, non riuscivo a capire perché in famiglia ero tra i pochi a non indossare il Sacco. Stavolta era la mano di mio nonno che stringeva la mia e come ogni anno si fermava davanti ad una delle mille variopinte bancarelle comprandomi il “solito pezzo di torrone” sempre più duro e sempre più povero di mandorle. Capiva il mio magone ed asciugandomi le lacrime, mi spegava che la nonna aveva chiesto a S. Agata la grazia di farlo ritornare sano e salvo dalla guerra ed in segno di devozione avrebbe fatto indossare il sacco al suo unico figlio, mio papà, mi raccontava dei cuginetti che si erano salvati dalla poliomelite, conosceva le storie di tutti quelli che avevamo lasciato in processione e che stavano facendo il loro dovere di devoti. Il ritorno verso casa era accompagnato dal rumore dei botti, dalle mie mani rese appiccicose dal torrone e dalle gote strisciate dalle lacrime.

A cinquant’anni di distanza, provo ancora lo stesso magone e la stessa tristezza. Io non porto il “sacco”, ma quest’anno chiederò la grazia a Sant’Agata di far diventare “devoti” tutti quelli che lo indossano senza Fede e senza Devozione, per il loro bene e soprattutto per il bene dei Cittadini che onorano in silenzio e senza bullismo la Santa Patrona.

Gino Astorina

 

Risultati immagini per sant'agata carro

 

Questo è il carro trionfale che usciva in agosto per i festeggiamenti estivi di Sant'Agata. Trainato da buoi, in cima troneggiava una statua della santa Patrona. Fu abolito durante l'elettrificazione in città a causa dell'altezza dello stesso per la presenza delle prime linee elettriche aeree.

Il carro trionfale non era una vara e non è andata a finire da nessuna parte. Era un carro costruito per l'occasione. non portare in processione nessuna reliquia della Santa ma era solo un mezzo che portato in processione voleva riecheggiare il ritorno o la partenza per mare del sacro corpo di Sant'Agata.