Ecco, Agata

raccontata da Pietrangelo Buttafuoco

 L’Osservatore Romano

 

Buttati giù dal letto tutti corrono per strada. Ancora è notte fonda. Indossano la sola camicia e la papalina. Uomini e donne, bambini e vecchine, stanno col cero in mano e sciamano ovunque. Anche il vescovo è con loro. E poi il sindaco.

Ecco, Agata. Sacra ancor prima che santa. Catania la venera e il presagio delle sue virtù comincia già dal 246, anno della sua nascita, imperante Decio, al tempo di Quinziano. Proconsole di Roma, Quinziano fu l’uomo che le rivolse — mai ricambiato — l’amore e il desiderio carnale fino ad affidarla alla lascivia di due gran dame e di Afrodisia, una cortigiana, affinché ne corrompessero le virtù, ma invano. Questo amore mai corrisposto lo raccontò in una tragedia Antonio Aniante. Quinziano, appunto. Un’opera degli anni Trenta, un innesto d’avanguardia nel solido ceppo dell’agiografia affidata a Turi Giordano, un attore.

Ecco, Agata. Ragazza di grande educazione, coltivata secondo i costumi dell’aristocrazia che la seguì fin tra le braci della tortura per sostenerne il respiro e farle proclamare, al modo di un hidalgo, «io non sono solo libera di nascita ma provengo da alto lignaggio».

Vestita di solida ricchezza parlò innanzi alle autorità del palazzo pretorio. E, con la consapevolezza del proprio rango, aggiunse: «Così come a tutti voi è noto essendo qui presente tutta la mia nobile parentela».

Agata il cui nome è tra i più antichi nel martirologio della Chiesa ortodossa e di Santa Romana Chiesa ebbe a patire il tormento mentre una mano, pietosa, ne protesse il pudore coprendola con un velo che ancora oggi — nel 2014 — riesce a placare la fornace di Etna, sempre pronta a inghiottire la città. Nel 252, un anno dopo la morte (che avvenne il 5 febbraio, la data in cui la celebriamo), dal cratere del vulcano traboccò la lava fino a farsi largo tra le case. Fu quel velo a fermarne la corsa. Lo stesso miracolo si ripetè nel 1886. Si aprì nel cono una nuova bocca e lava precipitò cercando facile via nella discesa.

Era il 24 maggio e il cardinale Dusmet saliva da Catania in processione, lungo la stessa traiettoria. Aveva con sé il velo e tutta quella morte rovente ebbe a fermarsi contro ogni legge di gravità e lì si spense. Un altare, ancora oggi, lo ricorda. Condotto in processione, il velo protesse il popolo dal tremendo terremoto del 1169. E così dalla peste, dalla furia saracena che solo nella costa catanese — temendo di offendere Agata — fermò le stragi e i saccheggi; Federico ii di Svevia, pronto a mettere a ferro e fuoco Catania, acconsentì che venisse celebrata un’ultima messa in onore di Agata, presenziò egli stesso ma — leggenda vuole — sul suo breviario ebbe a leggere un monito e la risparmiò. Noli offendere patriam Agathae quia ultrix iniuriarum est.

Non si è mai dato un istante in cui Catania sia stata orba di Agata e quando gli americani, dalle loro fortezze aeree, nel luglio del 1943 bombardarono minuziosamente ogni angolo, perfino gli ospedali, ebbero a trovare come unico scudo, messo a far da contraerea, quel velo. E fu quel velo che seppe poi tenerli lontani e fu così che le sacre, più che sante, reliquie non diventarono allora maceria tra le macerie.

Agata il cui segnacolo è un’autorità regale chiama a sé gli angeli e il blu dei cieli per attestare l’unicità di Dio. Santa protettrice di Palermo che la onora ai Quattro Canti, il vertice dei quattro quartieri della felicissima caput regni et sedes regis, dunque accanto ai quattro re e alle altre sante — Cristina, Ninfa e Oliva — Agata è patrona di Catania che diventa magma ai suoi piedi.

Tutti sono buttati giù dal letto e tutto quello squagliare di fuoco — ciascuno con la candela — trasforma le strade, da nere che sono, scure di pietra lavica, in un impasto di chiarore e devozione. Più sacra che santa, Agata di Catania fa propri gli attributi di Iside, la divinità remota del Mediterraneo sacro. La religione è propriamente re-ligere, il legare insieme il tempo e i luoghi, le anime e l’eterno.

Ecco, Agata. È vergine e martire. Bella di ogni bellezza — nel culto tributatole ancora quale patrona etnea, di Galatea, di Gallipoli, di Malta e della libera Repubblica di San Marino — Agata conferma tutto ciò che la dea votata alla fede in Horus, il Rinato, ha già profuso nei millenni: fare uguale il potere delle donne e degli uomini. E fare della luna un vivo sole, fare dell’affanno una consolazione e così trasformare la tomba in un infinito sublime dove l’ex voto di un bambino scampato a un cancro fulminante convive col bisogno — per un padre di famiglia — di vedere stabilizzato il proprio contratto di precario presso la Regione siciliana.

 

Tutto uno scambio di preghiera e misericordia tangibile già agli angoli, di fronte al mare, dove tutti — vestiti nel sacco della notte, con il cappelluccio nero in testa — nella edificazione delle edicole votive e poi nell’uscire per strada, invocandone la presenza, replicano la chiamata del 17 agosto 1126 quando Gilberto e Goselmo, due soldati, riuscirono a riportare le carni di Agata trafugate a Costantinopoli nel 1040.

Tutto si ripete e l’intera municipalità è in pigiama, insomma: i cittadini tutti accorrono alla notizia. Pure i mafiosi. Ma questi l’aspettano per farsene vanto, costringono il fercolo a una sosta sotto il balcone della loro casa. Accade che la notte del 4 febbraio 1993, nei pressi di via Plebiscito, un malacarne volle fermare per proprio orgoglio una delle dodici candelore e così magnificare l’istante di presenza di Agata. Solo che padre Alfio Spampinato, cappellano militare della Folgore, nell’amministrare una benedizione con tanto di segno di croce assestò un ceffone sul volto del prepotente per farlo inginocchiare e lasciare camminare i devoti, liberi finalmente di pagare pegno alla prepotenza e proseguire, tra ceri e cori, nella festa agatina.

 

 

 

Tutto uno scambio di mondi e di epoche, ancora oggi. Nel trionfo del suo simulacro, florido di vita, nell’orgoglio del seno Iside portava conforto alle genti. Dalle sabbie d’Egitto fino al tempio eretto in suo onore dalle vergini di Benevento, sotto Diocleziano, Iside — condotta in trionfo — faceva pappa del suo stesso corpo mistico nel segno della dolcezza di un seno moltiplicato nella felicità di dare vita. Come dà vita quell’idea di gastronomia diventata poi, con Giuseppina Torregrossa, Il Cunto delle Minne: i pasticcini di Catania, fatti a forma di seni, con i capezzoli di marzapane. Quelli che vengono regalati dalle nonne alle ragazze. E sempre due di due. Iside abitò il culto di Demetra, quindi ebbe trasfigurazione nella Vergine — ebbe l’infante tra le braccia — e così Agata, come l’archetipo, è resa sovrana da san Pietro che la visitò in carcere per recarle conforto prima che le venissero estirpate le mammelle.

Incoronata, Agata è assisa nella gloria della fede in Cristo, il Risorto, e perciò procuratrice per i devoti di copiose benedizioni e intercessioni presso Iddio, il termine ultimo di un dominio dove quelle stesse maree, i sommovimenti della crosta terrestre e, non ultimi, gli incubi, vengono capovolti in sogni; in declivi sovrabbondanti di ginestre — quella terra, come quando le piante bucano la pietra — e poi ancora in fragrante schiuma il cui rumoreggiare, nelle onde, ripete la preghiera di Agata.

 

Giornalista e scrittore, Pietrangelo Buttafuoco (Catania, 1963) scrive per «Il Foglio» e «la Repubblica». Tra i suoi libri, Le uova del drago (2005), L’ultima del diavolo (2008), Il lupo e la luna (2011), Fuochi (2012), Il dolore pazzo dell’amore (2013). http://www.news.va/it/news/ecco-agata-la-santa-del-mese-raccontata-da-pietran

 

 

SANT'AGATA SU MARTE

(Mario Venuti)

 

Devo andare anch’io per le strade
Con un cero a illuminare la notte
Ritrovare le mie radici in un’antica tradizione
Rinnovare il suo valore culturale
Con un mio piano segreto diffondere amore

Siamo presi da questa bambina vergine divina
Con il cuore in questa terra
Ma già pronti ad esplorare l’universo
Stiamo portando
La festa di Sant’Agata su Marte
Cittadini, tutti devoti, tutti!

Laudamus te Agatha
Confidimus tibi aeterna diva
Ad omnibus civibus venerata
Da quando le tue spoglie
Ritornarono da Costantinopoli
Il potere di esaltarti
Appartiene solo al popolo

Dammi forza, dammi coraggio
Per sopportare ogni martirio
L’ira di qualche imperatore
Dammi forza, dammi coraggio
Rendi il mio cuore incorruttibile
Ferma il dolore in questa vita

Siamo uomini in perenne tentazione
In equilibrio sull’abisso
Stiamo portando
La festa di Sant’Agata su Marte
Cittadini, tutti devoti, tutti!

 

Il culto di Sant'Agata non è soltanto catanese. Tutt'altro. La venerazione per la martire è sparsa in tuttu il mondo. La Patrona catanese protegge 44 comuni italiani, dei quali 14 portano il nome della Santa. Nella vicina Malta è compatrona con S. Paolo, così come nella Repubblica di San Marino. In Spagna è venerata a Villarba del Alcor in Andalusia, a Jèria (provincia,di Valencia). A Barcellona è intestata a Sant'Agata la cappella di Palazzo Reale dove i Re cattolici ricevettero Cristoforo Colombo al suo primo viaggio dalla scoperta dell'America. A Zamarramala (Segovia) esiste una tradizione curiosa: il 5 febbraio comandano le donne che si eleggono addirittura una sindachessa. Gli uomini accudiscono la cucina. In Portogallo è Patrona di Agueda (appunto Agata) nella provincia di Coimbra.

ANCHE A LONDRA.....

 Anche in Germania il culto è esteso: è Patrona di Aschaffemburg. In Francia, a Le Fournet, in Normandia. A Costantinopoli si festeggiava a maggio in una grande chiesa, come pure nel Ponto. E' molto popolare in Grecia, specie nella regione etolica; gli etoli lasciano la città in processione per percorrere dieci chilometri e raggiungere il luogo del culto e lì vegliano tutta la notte per partecipare poi la mattina alle celebrazioni religiose in suo onore. Pure nella lontana India c'è Sant'Agata, a Viayawala. In Argentina è la patrona dei vigili del fuoco e viene solennemente festeggiata a La Boca di Buenos Aires.

In Italia la devozione è tanta: un oratorio nell'Abazia di Montecatini, a Cremona nella stupenda Collegiata dove esiste la tavoletta originale recante l'elogio che secondo la tradizione un Angelo collocò nel sepolcro. Una copia è visibile sulla mano sinistra di Sant'Agata. La Lombardia è la regione più ricca del culto agatino. Nel Duomo c'è un altare con un magnifico quadro su Sant'Agata.Due statuette anche nelle guglie. Firenze (esiste una tavola del XIII secolo) invocava Sant'Agata contro gli incendi; Roma le ha dedicato due belle chiese: Sant'Agata dei Goti e Sant'Agata alla Suburra (Trastevere); a Napoli un'effige nella catacomba di S. Gennaro in un affresco del IV secolo.

I Patronati

In Italia sant'Agata è patrona di 44 comuni, dei quali 14 portano il nome della santa. U titolo più antico di patrona lo detiene Catania. Qui la devozione è profondamente radicata e il nome di Agata, invocato a gran voce, implorato, glo­rificato, riecheggia nella storia della città.

La «A», lettera iniziale di questo popolaris­simo nome, sormonta il monumento principale della città, l'elefante Eliodoro, simbolo di Ca­tania. Un'altra «A» si staglia nella pietra sulla facciata del Palazzo municipale, una campeg­gia al centro dello stemma civico, un'altra al centro del gonfalone dell'Università.

All'estero sant'Agata è compatrona della Repubblica di San Marino. Questa devozione ha un'origine antica: secondo la tradizione proprio il 5 febbraio, giorno del martirio della santa ca­tanese, uno scalpellino dalmata di nome Ma­rino, sfuggito con altri cristiani alle persecu­zioni di Diocleziano (nel IV secolo), fondò il pic­colo Stato sorto attorno al monte Titano.

 

Ma la santa catanese è compatrona anche di Rabat, a Malta, dove una tradizione locale vuo­le che Agata si fosse rifugiata durante le per­secuzioni di Decio. Gli abitanti di Rabat han­no voluto individuare nelle «catacombe di sant'Agata» il punto preciso in cui si nascose per alcuni giorni. Anche qui la devozione affon­da le sue radici nella storia: il 20 luglio 1551, durante il primo assedio di Malta, una statua di sant'Agata fu collocata sulle mura della città affinché la proteggesse. La tradizione vuole che mille abitanti dell'isola, con l'aiuto celeste della santa, siano riusciti a contrastare e a bloccare l'assedio di diecimila turchi.

In Spagna Agata è la patrona di Villalba del Alcor, in Andalusia, dove esiste un simulacro ri­vestito di preziosi broccati. Sant'Agata è ve­nerata anche a Jeria, in provincia di Valencia, mentre a Barcellona le è stata dedicata la cap­pella del Palazzo reale, dove i re cattolici rice­vettero Cristoforo Colombo di ritorno dalla scoperta dell'America. Nella provincia di Se­govia, sempre in Spagna, ogni anno, il 5 feb­braio viene eletta una sindachessa e quel gior­no nella cittadina lo scettro del potere è affidato soltanto alle donne. In Portogallo sant'Agata (in portoghese Agueda) è patrona di una cittadina che porta il suo nome, nella provincia di Coim­bra. In Germania è patrona di Aschaffemburg.

In Francia molte sono le località sotto il pa­tronato di Agata: a Le Fournet, una città im­mersa nei boschi della Normandia, nello stem­ma cittadino, in onore della santa, sono raffi­gurate la palma, simbolo del martirio, e la te­naglia, strumento con cui venne torturata. In Grecia molte località portano il nome di Aga­ta e la santa si invoca per scongiurare i pericoli delle tempeste.

In Argentina, dove è la protettrice dei vigili del fuoco, le è stata dedicata la cattedrale di Buenos Aires. In diversi altri punti del piane­ta ci sono luoghi di venerazione agatini, persino in America, dove esistono una Sainte Agathe des Monts nel Québec e una Sainte Agathe en Monitoba presso Winnipeg, in Canada. Ma an­che in India, a Viayawala, c'è un santuario a lei dedicato. Stabilire quanti sono in tutto il mon­do i luoghi di culto e i devoti di sant'Agata è un'impresa forse impossibile.

 

 

In Lettonia l'acqua e il pane di Agata proteggono dal fuoco

 

A causa dell'inverno rigido in casa è indispensabile tenere stufe e camini accesi tutto il giorno e il rischio incendi è elevato

 La Sicilia, 2 febbraio 2014 - Gaetano Zito, Preside dello Studio teologico "San Paolo" di Catania

 

Il culto a Sant'Agata è attestato fin dall'antichità in tutte le regioni dell'Occidente e dell'Oriente cristiano. La rapida diffusione della notizia del suo martirio ha determinato, già dalla fine del III secolo, un progressivo riferimento a lei da parte delle comunità cristiane che ne venivano informate. Un ruolo determinante è stato svolto dai libri liturgici, calendari e sacramentari, e dalla lettura delle raccolte delle passioni e degli atti dei martiri.

Promosso da diversi pontefici, in special modo, è a Papa Gregorio Magno (590-604) che si deve la definitiva consacrazione del culto a Sant'Agata nella cristianità, grazie all'inserimento del nome di Agata nel canone romano della Messa, insieme con le altre martiri Perpetua, Felicita, Lucia, Agnese, Cecilia e Anastasia.

Si può, così, affermare che da sempre il culto alla martire catanese ha rivestito un carattere universale. Secondo la migliore tradizione ecclesiale, con riferimento in questo caso alla vicenda della giovane Agata, la testimonianza di fede accaduta in un luogo e in un tempo assume il carattere "cattolico". Diventa, cioè, "universale" nella pienezza del suo significato. Consegna un contenuto di fede cristiana che, al di là della forma cultuale e devozionale, che può assumere in un tempo e in un luogo, è in grado di raggiungere e rendersi valido per ogni tempo e ogni luogo.

Non può stupire, di conseguenza, se la devozione e il culto a Sant'Agata vengono "scoperti" anche nella lontana Lettonia. Il giorno della memoria liturgica della martire catanese, il 5 febbraio di ogni anno, nelle chiese di questa repubblica baltica vi è ressa di fedeli che chiedono la benedizione del pane e dell'acqua invocando il nome di Sant'Agata. Dopo la recita del Salmo 67 (66), «Dio abbia pietà di noi e ci benedica», che è una preghiera collettiva dopo l'annuale raccolta dei frutti della terra, il sacerdote invita i fedeli a pregare per essere difesi dal pericolo del fuoco e da ogni male. Prima dell'aspersione finale con l'acqua benedetta, viene recitata l'orazione specifica per benedire il pane e l'acqua in onore della beata Agata vergine e martire. Si prega che, per sua intercessione, dovunque il pane e l'acqua benedetti vengono collocati, difendano dal fuoco e si ottenga di poterlo domare oppure che si spenga immediatamente.

Le origini di questa peculiare tradizione locale risalgono ai secoli passati e ancora non se ne conoscono bene tempi, ragioni e modalità di avvio e consolidamento. Il dato certo è che, tuttora, è diffusa e profondamente radicata nella tradizione del popolo lettone. Al punto che nel nome di Sant'Agata ogni anno le diverse confessioni cristiane locali fanno esperienza di ecumenismo. A chiedere la benedizione del pane e dell'acqua nelle chiese, oltre ai fedeli cattolici, sono pure i cristiani delle altre confessioni, sia gli ortodossi, che i luterani e i battisti. Per quale motivo? In che modo se ne servono nel corso dell'anno?

Pezzetti di pane benedetto vengono collocati in diversi punti della casa. Nel passato anche recente, in special modo, le madri usavano affidare pezzetti di pane benedetto ai figli che andavano in guerra. Veniva loro rivolto l'augurio che Sant'Agata li proteggesse dal pericolo di restare vittime del fuoco delle armi nemiche. Anche oggi accade che un pezzetto di pane benedetto venga cucito in un punto della camicia dei giovani che partono per il servizio militare, perché possano essere preservati dai pericoli che possa comportare il periodo militare.

L'acqua benedetta viene tenuta a casa perché questa possa essere preservata dal fuoco. I pericoli provenivano, e provengono, dalle precarie condizioni delle case. Il periodo invernale è particolarmente rigido, con temperature che scendono anche a meno 40 gradi. La superficie del grande fiume Daugava, che sfocia in mare nei pressi della capitale, Riga, in inverno ghiaccia spesso per un lungo periodo. È ovvio che, in situazioni simili, è indispensabile tenere giorno e notte acceso il fuoco in casa, in modo da ottenerne un essenziale e indispensabile riscaldamento. In molte case, soprattutto delle famiglie più povere, ancora oggi sono in uso camini e stufe, un tempo presenti in tutte le abitazioni, non sempre perfettamente funzionanti e sicuri. Di conseguenza, il rischio di incendio nelle case era ed è elevato. In simili condizioni, si invoca la protezione di Sant'Agata dal fuoco, resa presente con l'acqua benedetta nel giorno della sua festa liturgica, il 5 febbraio.

La protezione dal fuoco, lo sappiamo bene, è tratto caratteristico del culto a Sant'Agata. La devozione dei lettoni si incrocia con le origini stesse della tradizione devozionale del popolo catanese. Ad Agata, nel racconto della passione, viene attribuita la preghiera di ringraziamento a Dio per averla preservata dalla ferocia brutale del carnefice e dai tormenti del fuoco. Per aver ottenuto tale intervento divino, grazie alla sua esemplare testimonianza di fede, è ora in grado di ottenerlo anche per i suoi devoti. A essi, però, viene concesso non da lei ma da Dio e per sua intercessione.

I catanesi lo sperimentarono l'anno successivo del martirio della concittadina. La passione, infatti, si chiude con la narrazione di una consistente eruzione dell'Etna che, come un fiume ardente e impetuoso, liquefaceva pietre e terra e si dirigeva verso la città di Catania. Una moltitudine di abitanti dei villaggi delle pendici del vulcano, fuggendo, venne al sepolcro della Santa. Preso il velo che ricopriva il sepolcro per contrapporlo al fuoco, per intercessione di Sant'Agata, e «per virtù divina», ottenne che la colata lavica si fermasse subito. L'essenziale della narrazione risiede nella professione di fede finale: «Il Signore Nostro Gesù Cristo confermò così che, dal pericolo della morte e dal fuoco, li aveva liberati per i meriti e le preghiere di S. Agata. A Lui, perciò, onore, gloria e potere nei secoli dei secoli. Amen». Quella fede che spinse, nel 1886, l'arcivescovo di Catania, Giuseppe Benedetto Dusmet, a portate il velo di Sant'Agata incontro al fiume di fuoco della colata lavica che minacciava Nicolosi… e si fermò.

 

 

Dall'Africa sino all'India, dall'Europa all'Argentina, il culto di Agata nel mondo

 

La Sicilia, 2 febbraio 2014 - Lucy Gullotta

Il nome di Agata: la storia, il martirio e la sua morte. Racconti e devozione che viaggiano per il mondo. Dal V sec. d. C. il nome di Sant'Agata entra nel canone della Chiesa di Roma, di Ravenna e di Milano. Le cerimonie di commemorazione e il suo culto si diffondono nell'area mediterranea, dal nord Europa, e in particolare dalla Norvegia, al centro dell'Africa, addirittura sino alla provincia di Migoli, in Tanzania, dove è sorta una chiesa e una parrocchia proprio sotto il titolo di S. Agata. Anche dalla parte opposta dell'emisfero, nel lontano Sri Lanka, nella diocesi di Coelawa a Dummalotwa, per opera di un missionario catanese, il 19 novembre del 1911 è stata inaugurata un'altra chiesa, sempre dedicata alla Santa Patrona di Catania.

Se dall'altra parte del mondo capita di vedere celebrare Sant'Agata, di sentire preghiere e addirittura richieste di intercessioni della Santa, gli stranieri che vivono in città invece hanno un atteggiamento tiepido nei confronti della Santa e della festa. Certo con le dovute eccezioni. Per Sylvester, cingalese, non ci sono dubbi: «La festa è un bel momento e la seguo con piacere assieme alla mia famiglia». Da otto anni a Catania, Sylvester conferma: «Sì, nel mio paese c'è una tradizione che ci lega a Sant'Agata, ma non per tutti, dipende dal credo. Io sono cattolico, quindi è normale che sia legato alla Santa Patrona della città. Lavoro sino alle 8 di sera, ma non appena finito vado a prendere mia moglie e mio figlio e andiamo a seguire la processione».

Sant'Agata protegge 44 Comuni italiani, 14 dei quali portano il nome della Santa. A Malta è compatrona con S. Paolo, così come nella Repubblica di San Marino. In Spagna è venerata a Villarba del Alcor in Andalusia, a Jeria (provincia di Valencia). A Barcellona è intestata a Sant'Agata la cappella di Palazzo reale. In Portogallo è Patrona di Agueda (appunto Agata), nella provincia di Coimbra. Anche in Germania il culto è esteso: è Patrona di Aschaffemburg. In Francia, a Le Fournet, in Normandia. A Costantinopoli si festeggiava a maggio in una grande chiesa, come pure nel Ponto. E' molto popolare in Grecia, specie nella regione etolica; gli etoli lasciano la città in processione per percorrere dieci chilometri e raggiungere il luogo del culto e lì vegliano tutta la notte per partecipare poi la mattina alle celebrazioni religiose in suo onore. Pure nella lontana India c'è traccia di Sant'Agata, a Viayawala. In Argentina è la Patrona dei vigili del fuoco e viene solennemente festeggiata a La Boca di Buenos Aires.

Eppure al senegalese Monuou, 24 anni, da appena due a Catania, la festa non interessa assolutamente e non per una questione religiosa ma solo ed esclusivamente perché «non ne conosco il significato, quindi non vedo il senso di andare…» e, cuffie in testa, continua ad ascoltare la musica e a sorridere.

Per il suo connazionale Mbaye, 63 anni, la festa invece è un momento di incontro importante: «Vivo a Catania dal 1991 e ormai certe abitudini sono entrate a far parte della mia vita. Sì, ogni anno partecipo alla festa, mi piace la confusione, la religiosità che si mischia con il folclore, il rumore della gente così come la preghiera in cattedrale. Per qualche giorno Catania si trasforma e non appena posso corro in piazza Duomo, mi fermo davanti alla chiesa e vivo un'atmosfera unica».

Se senegalesi e cingalesi si aprono e a volte condividono la religiosità così come il folclore della festa, bengalesi e cinesi restano distanti. Alcuni di loro non sanno nemmeno che a giorni si festeggerà la Santa. Lin Hu resta seduta dietro la cassa del suo negozio in silenzio. Alza le spalle. Sabit, 27 anni, vive da poco in città: «Non so proprio cosa sia la festa di Sant'Agata», esclama. Altri due amici, invece, si informano su dove si svolga la fiera, ma per quanto riguarda i festeggiamenti religiosi precisano: «Siamo musulmani, non ci interessano. Non ci piace la confusione e nemmeno che si mischi la religiosità con altri momenti». Non tutti i bengalesi, però, la pensano allo stesso modo, c'è chi va ad assistere allo spettacolo pirotecnico: «Solo ai fuochi del tre in piazza Duomo…», dice un ragazzo di origine indiana. «Non è solo una questione di religiosità - spiega Hossain, che da molti anni vive in città e gestisce un'attività al centro - e non c'entra nulla l'essere musulmani. Io adoro la gioia della festa, la passione della popolazione che venera la Santa. Partecipo ogni anno alla festa e porto con me la famiglia, pur non essendo cattolico».