Il triste distacco

 

Nel 1040, dopo due secoli di dominazione araba, i Bizantini comandati dal generale Gior­gio Maniace tentarono di riconquistare la Si­cilia. La loro vittoria fu soltanto temporanea, anche perché Stefano, il responsabile della flotta bizantina, commise il grave errore di farsi sfuggire il più importante prigioniero di guerra, il capo militare arabo Abd Allah. Per questa ragione il generale Maniace inflisse a Stefano una severa punizione, ignaro che l'am­miraglio fosse un membro della casa imperia­le di Costantinopoli. Per sanare l'incidente di­plomatico e recuperare la stima dei sovrani che gli avevano già ordinato il rientro in patria, Giorgio Maniace decise di donare alla casa re­gnante le preziose reliquie della catanese sant'A­gata e della siracusana santa Lucia, già cono­sciute e venerate in tutto il Mediterraneo.

La tradizione racconta che un fortunale im­pedì la partenza della nave per tre giorni, qua­si che sant'Agata non volesse staccarsi dalla città nella quale era nata e aveva subito il mar­tirio. Alla fine i catanesi, àddolorati e inermi di fronte alla decisione del conquistatore, videro allontanarsi a bordo di una nave bizantina le preziose reliquie della loro patrona. Una fon­tanella con un'effigie di sant'Agata che guarda a oriente, posta di fronte alla marina, ricorda il punto dal quale i catanesi in lacrime assistettero impotenti a questo furto.

Il ritonio in patria

Dovettero passare 86 anni prima che le re­liquie di sant'Agata tornassero in patria. Si di­ce che fosse stata la stessa santa a volerlo, ri­chiedendolo espressamente a due militari a lei devoti, il provenzale Gisliberto e il pugliese Goselmo. Più volte la santa apparve loro in sogno, finché una notte i due decisero di sot­trarre le sacre spoglie dalla chiesa di Costan­tinopoli dove erano venerate.

Per sfuggire più facilmente ai controlli do­vettero sezionare il corpo della santa in cinque parti, per poi nasconderle dentro le faretre in cui normalmente si riponevano le frecce. Si narra che poi le avessero ricoperte con petali di rosa profumati.

I due militari presero una nave e si diressero in Sicilia, ma prima si fermarono in Pu­ glia, regione in cui era nato Goselmo, e per suo desiderio vi lasciarono una preziosa reliquia, una mammella, ancora oggi venerata nella chiesa di Santa Caterina d'Alessandria d'Egit­to, a Galatina (Lecce).

Quando giunsero a Messina, i due soldati av­vertirono il vescovo di Catania, Maurizio, che le reliquie di sant'Agata erano finalmente giun­te vicino alla città. Il vescovo, che in quei gior­ni si trovava nella residenza estiva ad Acica­stello, fu enormemente felice, ma per pruden­za, prima di diffondere la notizia in città, vol­le accertarsi che i due dicessero la verità e che quelle che avevano trasportato fossero real­mente le spoglie della santa. Inviò a Messina due monaci fidatissimi, Oldmanno e Luca, per il riconoscimento: le reliquie furono confron­tate con i referti che erano stati redatti duran­te le ultime ricognizioni. Soltanto dopo la con­ferma dei monaci, il vescovo Maurizio diede la notizia ai catanesi. Era il 17 agosto 1126.

Il popolo, svegliato durante la notte da uno scampanio a festa, non perse tempo a cam­biarsi d'abito e si riversò in strada così come si trovava, anche a piedi nudi e in camicia da notte, per accogliere prima possibile le reli­quie finalmente recuperate. Lo storico incon­tro dei catanesi con le spoglie di sant'Agata avvenne nel quartiere di Ognina, dove in se­guito fu eretta una chiesa che nel 1381 la lava circondò senza distruggere, ma che più recen­temente fu abbandonata e infine lasciata an­dare in rovina.

A conferma dell'eccezionalità di quell'even­to del 1126, i documenti storici registrano un miracolo, compiuto quella stessa notte. Una donna, cieca e paralitica dalla nascita, riac­quistò vista e uso delle gambe nell'atto di pro­strarsi davanti al sacro tesoro.

I catanesi furono così riconoscenti ai due sol­dati che li elessero cittadini onorari e li volle­ro eterni custodi delle reliquie della santa: le lo­ro spoglie riposano in cattedrale, in una pare­te della cappella della Madonna, accanto a quella di sant'Agata, anche se il punto esatto non è indicato.

 

 

 

 

 

Il Busto

 

Dal 1376 la testa e il torace di sant'Agata so­no custoditi in un prezioso reliquiario d'ar­gento lavorato finemente a sbalzo e decorato con ceselli e smalto. Ha l'aspetto di una statua a mezzo busto, con l'incarnato del volto in fi­ne smalto e il biondo dei capelli in oro. In realtà, però, è un raffinato forziere, cavo al­l'interno, in cui sono custodite le reliquie del­la testa, del costato e di alcuni organi interni. L'allora vescovo di Catania, un benedettino francese oriundo di Limoges, l'aveva commis­sionato in Francia, nel 1373, all'orafo senese Giovanni Di Bartolo.

 

 

La devozione dei fedeli arricchisce conti­nuamente di gioielli, ori e pietre preziose la fi­nissima rete che ricopre il Busto. Tra gli oltre 250 pezzi che a più strati ricoprono il reli­quiario, alcuni sono doni di particolare valo­re. La corona, un gioiello di 1370 grammi tempestato di pietre preziose, fu, secondo una tradizione non confermata, un dono di Ric­cardo I d'Inghilterra detto «Cuor di Leone», che giunse in Sicilia nel 1190, durante una crociata. La regina Margherita di Savoia, nel 1881, offrì un prezioso anello, mentre il vicerè Ferdinando Acugna una massiccia collana quattrocentesca.

Vincenzo Bellini donò al­la patrona della sua città un riconoscimento che era stato dato a lui: la croce di cavaliere della Legion d'Onore. Anche papi, vescovi e cardinali negli anni hanno arricchito il tesoro di sant'Agata di collane e croci pettorali, oggetti preziosi che si aggiungono ai tantissimi ex voto che il popolo catanese continua a offrire alla «santuzza».

Nella stessa data in cui fu realizzato il Busto, gli orafi di Limoges eseguirono anche i reli­quiari per le membra: uno per ciascun femore, uno per ciascun braccio, uno per ciascuna gamba.

I reliquiari per la mammella e per il velo furono eseguiti più tardi, nel 1628. Attraverso il vetro delle teche, che protegge ma non na­sconde, durante la festa di sant'Agata si può ve­dere il miracoloso velo, una striscia di seta rosso cupo, lunga 4 metri e alta 50 centimetri, che le ricognizioni garantiscono ancora mor­bida, come se fosse stata tessuta di recente. At­traverso il reliquiario della mano destra e del piede destro si possono scorgere i tessuti del corpo della santa ancora miracolosamente in­tatti.

 

Lo scrigno

 

Le reliquie del corpo, che per secoli furono conservate in una cassa di legno (oggi custodita nella chiesa di Sant'Agata la Vetere), dal 1576 si trovano in uno scrigno rettangolare d'ar­gento alto 85 centimetri, lungo un metro e 48, largo 56. Il coperchio è suddiviso in 14 riqua­dri che raffigurano altrettante sante che ono­rano Agata, la prima vergine martire della chie­sa. All'interno si conservano anche due docu­menti storici: la bolla pontificia di Urbano Il che conferma solennemente che sant'Agata nacque a Catania e non a Palermo, come voleva un'altra tradizione, e una pergamena del 1666 che proclama sant'Agata protettrice perpetua di Messina.

 

 

Le sette reliquie dello scrigno. Due contengono i femori della Santa, due le braccia con le mani, due le gambe

con i piedi,una la mammella. Il sacro Velo è da considerare l'ottavo reliquiario.

 

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La reliquia del seno

Fra tutte le città italiane di cui sant'Agata è compatrona, Gallipoli e Galatina, in Puglia, sono coinvolte in una singolare contesa che vede come protagonista una reliquia di sant'A­gata, la mammella.

Una leggenda diffusa in Puglia spiegherebbe con un miracolo la presenza della reliquia a Gallipoli. Si dice che l’8 agosto del 1126 sant'A­gata apparve in sogno a una donna e la avverti che il suo bambino stringeva qualcosa tra le laibbra. La donna si svegliò e ne ebbe conferma, ma non riuscì a convincerlo ad aprire la bocca.

Tentò a lungo: poi, in preda alla disperazione, si rivolse al vescovo. Il prelato recitò una lita­nia invocando tutti i santi, e soltanto quando pronunciò il nome di Agata il bimbo aprì la boc­ca. Da essa venne fuori una mammella, Risultati immagini per sant'agata reliquia senoevi­dentemente quella di sant'Agata.

La reliquia rimase a Gallipoli, nella basilica dedicata alla santa, dal 1126 al 1389, quando il principe Del Balzo Orsini la trasferì a Galatina, dove fece costruire la chiesa di Santa Caterina d'Alessandria d'Egitto, nella quale è ancora oggi custodita la reliquia, presso un convento di frati cappuccini.

La donazione della reliquia agatina

ma solo ora il dott. Giuseppe Ragusa, chirurgo catanese, già primario in Veneto, e ora in pensione, l'ha resa nota. Un modo per celebrare sant'Agata come immancabilmente fa da sempre, anche vestendo il sacco, per ricordare la storia della sua famiglia e anche per esprimere un velato rammarico nei confronti della Chiesa catanese che poco si è prodigata nel ringraziamento per un atto che non era affatto scontato.

La storia della reliquia ora donata alla Cattedrale, e regolarmente esposta, in un reliquiario sull'altare della cappella di Sant'Agata, è affascinante ed è un pezzo di storia di Catania.

La reliquia, un frammento osseo della tibia racchiuso in una piccola teca in vetro e metallo dorato, venne affidata nel 1919 dall'Arcivescovo di Catania cardinale Giuseppe Francica-Nava de Bondifè, al monsignore don Salvatore Ragusa, Canonico maggiore della Cattedrale e Rettore della Chiesa di S. Maria delle Salette. La reliquia fu accompagnata da Autentica a firma del Cardinale datata 18 gennaio 1919, in cui si attestava essere «ex authenticis locis extractas».

Durante la seconda guerra mondiale, però, a seguito dei bombardamenti anglo-americani su Catania dell'aprile 1943, la Chiesa di S. Maria della Salette venne bombardata e distrutta; la reliquia che si credeva dispersa venne però recuperata miracolosamente indenne tra le macerie della Chiesa, e rimase sempre in custodia del Canonico Salvatore Ragusa, successivamente nominato Rettore della Parrocchia di S. Cristoforo Minore in Piazza Spirito Santo, sino alla sua morte avvenuta nell'Ottobre 1959. La reliquia rimase a quel punto in custodia del fratello del canonico, Giuseppe Ragusa.

«Alla sua morte avvenuta nel 1961 - spiega il dott. Ragusa - la reliquia fu custodita per oltre 50 anni, con immutata fede e devozione, da mio padre Salvatore fino alla morte, avvenuta il 12 gennaio di tre anni fa. Sarebbe dovuto toccare ora a me custodirla, ma le mie sorelle Maria Caterina, Elena e io moralmente non ci sentivamo di tenere per noi una cosa che, riteniamo appartiene alla città. Anzi ad Agata e quindi al Dna dei catanesi. Per questo abbiamo deciso, di comune accordo, di donare la sacra reliquia alla Cattedrale affinché potesse essere custodita e venerata nel luogo di provenienza originaria. Sono stato io stesso in compagnia di mia moglie Alba Compagnone a consegnarla in Cattedrale, il 19 dicembre 2012 nelle mani di mons. Barbaro Scionti. Di quel giorno abbiamo solo una ricevuta e una stretta di mano. Ecco, la donazione è quello che volevamo fare - puntualizza - ma ci aspettavamo che la Chiesa accogliesse meglio il nostro gesto: avremmo desiderato che fosse celebrata una funzione religiosa, alla presenza della nostra famiglia, in cui fossero ricordati lo zio canonico e mio padre che della preziosa reliquia sono stati gelosi custodi permettendo che tornasse alla città».

Rossella Jannello La Sicilia, 5.2.2015

 Velo di Sant'Agata

Il velo di Sant'Agata è una reliquia conservata nella Cattedrale di Catania in uno scrigno d'argento insieme ad altre reliquie della giovane. Secondo una leggenda è un velo usato da una donna per coprire la Santa durante il martirio con i carboni ardenti. Nei fatti il cosiddetto "velo" di colore rosso faceva parte del vestimento con cui Agata si presentò al g tunica bianca, l'abito delle diaconesse consacrate a Dio. Secondo un'altra leggenda il velo era bianco e diventò rosso al contatto col fuoco della brace.

Nel corso dei secoli, venne più volte portato in processione come estremo rimedio per fermare la lava dell'Etna

 

 

Le altre reliquie

A Palermo, nella Cappella regia, sono cu­stodite le reliquie dell'ulna e del radio di un braccio. A Messina, nel monastero del SS. Sal­vatore, un osso del braccio. Ad Ali, in provin­cia di Messina, parte di un osso del braccio. A Roma, in diverse chiese si conservano fram­menti del velo. A Sant'Agata dei Goti, in pro­vincia di Benevento, si conserva un dito. Altre piccole reliquie si trovano a Sant'Agata di Bian­co, a Capua, a Capri, a Siponto, a Foggia, a Fi­renze, a Pistoia, a Radicofani, a Udine, a Ve­nalzio, a Ferrara.

Anche all'estero si custodiscono piccole re­liquie di sant'Agata. In Spagna: a Palencia, a Oviedo e a Barcellona. In Francia: a Cambrai, Hanan, Breau Preau e Douai. In Belgio: a Bruxelles, a Thienen, a Laar, ad Anversa. E ancora, in Lussemburgo, nella Repubblica Ce­ca (Praga) e in Germania (Colonia).

 

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RICOGNIZIONE 8 aprile 1915

 

Stato di conservazione delle reliquie, risultante dalla ricognizione fatta dall'arcivescovo Card. Nava nel 1915. Andando indietro nel tempo, altra ricognizione è stata effettuata Immagine correlatal'8 aprile 1915 ber disposizione dell'allora arcivescovo di Catania Card. Giuseppe Francica Nava. Il relativo verbale fu pubblicato nel locale Bollettino Ecclesiastico. Ecco la parte che ci interessa: «Addì 8 aprile 1915, ore 16, in questa cattedrale, nella cappella di s. Agata, l'E.mo Card. Giuseppe Francica Nava arc. di Catania, l'Ecc.mo mons. Luigi Bignami arc. di Siracusa... l'Ill.mo ing. Salvatore Sciuto Patti R. Ispettore onorario dei monumenti... trovarono il mezzo busto d'argento di s. Agata ... ; al cenno dello stesso mons. arcivescovo fu tolta dagli orefici la cerniera che chiude la calotta. Lo stesso mons. arcivescovo trasse il venerabile capo della nostra martire ... : era scheletrico; conservava aderente al cranio la cotenna dì colore scuro, senza traccìa veruna dì capelli: e parte di pelle si è osservata dagli zigomi facciali in giù, ed anche parte di essa nella mandibola, la quale era staccata e trattenuta al teschio con due nastri di seta: l'uno antichissimo color rosa secca; l'altro rosso di epoca più recente. Rimanevano attaccati al teschio solamente alcuni denti molari di colore oscuro... Dalla testa vuota d'argento della statua di s. Agata, ove era collocata la s. reliquia, al riflesso di luce elettrica si è potuto osservare attentamente vari involti di colore bianco in cui indubbiamente devono essere conservati, come è memoria e tradizione, torace e viscere secchi, fatti in parte, ed ivi collocati quando fu fatto il simulacro. Essendo impossibile una ricognizione senza il guasto del mezzo busto d'argento, l'E. mo Arcivescovo ordinò che non lo si toccasse. Infine il venerabile corpo fu deposto nella cripta del tesoro... Can. Salvatore Puglisi Grassi, Cancelliere arcivescovile». A ciò il sac. Giuseppe Consoli aggiunge: «A ltre persone allora presenti ed ancora viventi, come il rev. mons. Maugeri, oggi priore della cattedrale ed il can. Giovanni di Giovanni attestano che un intenso soave profumo esalava dalle venerate viscere. Così il sac. Giuseppe Consoli-Zappalà allora viceministro del seminario arcivescovile e direttore della "Schola cantorum”. che era presente, attesta di essersi trovato fortuitamente vicinissimo al sacro Capo e di aver osservato in esso la presenza di capelli ondulati e aderenti alla regione destra» .

Bollettino Ecclesiastico dell'arcidiocesi di Catania.

 

 

Il fercolo ( a vara)

 

Il fercolo di sant'Agata o vara (in catanese), prima del 1379 era in legno dorato molto pregiato, è un tempietto di argento che ricopre una struttura in legno, riccamente lavorato, che trasporta il busto-reliquiario della santa catanese e lo scrigno, in argento, entro cui sono custodite tutte le reliquie di sant'Agata. Costruito nel 1518, in puro stile rinascimentale, è finemente cesellato e ornato, sul tetto di copertura, da dodici statue raffiguranti gli apostoli. Ha forma rettangolare ed è coperto da una cupola, anch'essa rettangolare, poggiata su sei colonne in stile corinzio.

 

 

 

Fu costruito dall'artista orafo Vincenzo Archifel operante a Catania dal 1486 al 1533. Il fercolo, in gran parte ristrutturato dopo i bombardamenti della guerra, è d'argento massiccio. Si muove su quattro ruote (rulli cilindrici in acciaio con battistrada in gomma piena) e viene trainato tramite due cordoni, al cui capo sono collegate quattro maniglie, lunghi ciascuno circa 130 metri, dai cittadini nel caratteristico saccu.

 

Ogni cordone presenta in testa un sistema di quattro corde con maniglia che permette di tenere costantemente e regolarmente in tensione il cordone stesso. Venne, in gran parte, ricostruito nel 1946 dopo i danni subiti da un bombardamento nel corso della seconda guerra mondiale.
Dall'addobbo floreale della vara si può riconoscere se si è alla processione del giorno 4 o a quella del giorno 5 febbraio. Infatti, i fiori che addobbano il fercolo, sempre garofani, sono di colore rosa[8] nella processione del giorno 4 febbraio e di colore bianco[9] nel giro interno del giorno del martirio che si festeggia il 5 febbraio.

 

 

 

 

Ascensori, passaggi e tesori - Le leggende del Duomo

04 Febbraio 2014 - di Fernando Massimo Adonia

 http://catania.livesicilia.it/2014/02/04/ascensori-passaggi-e-tesori-le-leggende-del-duomo_279436/

 

CATANIA - Non c'è culto senza mistero e viceversa. E neanche misteri, ma rigorosamente al plurale. Sono inevitabili, infatti, le leggende metropolitane connesse ai palazzi storici della città. Storie e storielle dal vago sapore d'ignoto. Non sfugge a questo destino neanche la basilica cattedrale di Catania. Il cuore pulsante del culto agatino. Ed proprio su Agata, e i luoghi che accolgono i suoi resti mortali, che la fantasia di tutti si fa più fervida. LiveSicilia ha passato in rassegna le storie più colorate, e quindi meno fondate, che riguardano la sede della cattedra vescovile, avvalendosi della consulenza del viceparroco don Giuseppe Maieli: “Molti luoghi non sono facilmente accessibili – esordisce - e siccome la gente è curiosa ci s'immagina chissà che cosa”.

 

 

Le leggende più persistenti riguardano, ovviamente, il sacello, il luogo dov'è conservato il busto reliquiario e lo scrigno: “Molti pensano – spiega il viceparroco - che nella cameretta di sant'Agata ci siano sette porte. No, sono semplicemente due. Quella esterna, aperta il 4 febbraio dal capovara assieme agli esponenti del Comune, e poi una seconda porta di ferro. Immediatamente, poi, si arriva alla Santa. In realtà è una stanzetta piccolissima. Se si vuole capirne la grandezza, bisogna andare dall'altro lato della cattedrale. I due lati sono a specchio. A sinistra del santissimo sacramento c'è uno spazio uguale, dove teniamo gli strumenti per l'amplificazione. Sant'Agata, comunque è posta lateralmente nella stanzetta. Non è messa chissà da quale parte. E non c'è neanche alcun fiume sotterraneo che scorre”.

All'interno del sacello non c'è neanche alcun ascensore: “Non si scende e non si sale”, insiste Maieli. “Non c'è dove andare. Entrando, sulla sinistra, c'è una specie di armadio. Ci sono due ante d'argento molto preziose. Sopra c'è il busto reliquiario e sotto lo scrigno. Per estrarli, si entra nella stanzetta con un piccolo carrellino che può essere sollevato fino al busto. Insomma, è un'operazione semplicissima”.

 

 

LE STAZIONI DEL MARTIRIO DI AGATA

 

 

Non ci sono neanche passaggi segreti”, Maieli sfata un altro bisbiglio leggendario. “Ci sono ovviamente, però, dei percorsi che portano dalla cattedrale al campanile. È pur sempre una basilica normanna. Allora, non si pensava a delle vie ordinate con scale e corridoi a norma come oggi. Certo, percorrerli dà un po' l'idea del castello, ma non c'è nulla di tetro in tutto ciò. Ce n'è poi un altro, all'interno della cappella della Madonna che ci conduce alla casa del Vescovo. Era ovvio che fosse escogitato un simile sistema. Non si può pensare che il Vescovo, per entrare nella sua chiesa, debba passare dall'esterno. Quindi, un percorso esiste. Ma, anche in questo caso, non c'è nulla di fantasioso. Ci sono semplicemente delle porte che si chiudono e si aprono come in qualsiasi casa. Dovesse piovere, scusando la battuta, il Vescovo arriverebbe asciutto”.

 

 

Sono sei gli uomini sotto il fercolo: quattro cricchisti (da crick, per sollevare il fercolo all'occorrenza) e due frenatori (uno avanti e uno dietro). Manovrano attraverso luci che cambiano colore secondo quello che ordina da sopra il Capovara.

 

Sotto il pavimento della Cattedrale, come in ogni chiesa immaginata prima delle vicende napoleoniche, vi è una cripta per seppellire i defunti. Secondo alcune leggende metropolitane, vi sarebbero custoditi dei tesori. Nulla di tutto ciò anche in questo caso: “Ci sono soltanto i corpi di alcuni dei nostri vescovi del passato. Ma è tutto chiuso. Sono zone inaccessibili”.

Nelle speranze di Maieli c'è invece che sia resa fruibile al pubblico la parte sottostante il presbiterio: “C'è una tomba o, forse, una cappella. Per accedervi c'è un ingresso, ma normalmente è chiuso. Lo abbiamo dovuto aprire, ultimamente, per verificare la stabilità della base dell'altare in previsione del ponteggio che è stato costruito. Allora ho visto per la prima volta questo monumento. È caratteristico ed in più ci dimostra come ci fosse, in epoca precedente alla costruzione della cattedrale, un luogo per il culto dei defunti. Quest'area, quindi, è stata considerata importante sin dalle origini della presenza cristiana a Catania. Sarebbe bello renderlo visitabile. Ma ci vuole tempo, soldi, e, perché no, qualche finanziamento”.

 

i 12 responsabili del fercolo

CATANIA - Il nuovo maestro del Fercolo ha nominato i dodici responsabili che lo affiancheranno nella conduzione delle operazioni della processione delle sacre reliquie di Sant'Agata che il 4 e 5 febbraio, come da tradizione, saranno esposte in giro per la città di Catania.

Il capovara Claudio Consoli, nominato per la prima volta congiuntamente da Comune e curia ha indicato i seguenti nomi: Gaetano Luigi Sciolti sarà responsabile Casa del Fercolo.

Salvatore Diolosà sarà responsabile delle Maniglie; Giuseppe Testa e Gaetano Pierini saranno responsabili dello smaltimento della cera. Luigi Alberti è stato indicato come responsabile dello Scrigno.

Luciano Mirabella, Matteo Minacapelli, Benedetto Principato, Michele Bonanno e Ugo Tomaselli saranno i responsabili del Fercolo. Al Baiardo anteriore ci sarà Giuseppe Laudani, mentre Antonio Spina sarà responsabile del Baiardo posteriore.