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Anno 1946-47 - Serie C  

Un grazie ad Alessandro Russo, Antonio Buemi, Filippo Fabio Solarino, Roberto Quartarone, Francesco Di Salvo, Sergio Nunzio Capizzi, Mimmo Romano, Salvo Consoli, Emanuele Rizzo, Gigi Chiavaro, Nino Cantone, Nino Leonardi, Piero Armenio e Salvo Emanuele

 

 

 

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Versione maschile dell'amore per questa terra. Non "LA" ma "IL", anzi "U Catania. Tre sono le cose che non bisogna toccare al catanese DOC: Sant'Aituzza, i masculini e 'u Catania. 

E' stato da sempre la  passione domenicale alle falde dell'Etna. Non so quante generazioni di catanesi si sono recati al vecchio Cibali per godersi il  loro Catania. Quante domeniche col falsomagro ancora da digerire e portato appresso nello stomaco  mentre si cercava il parcheggio, acquistare l'ultimo biglietto ai bagarini, cercare l'amico che ti faceva entrare! Allora i bambini non pagavano: "E' me figghiu!" Ma quando mai? Alle porte il buon Calanna era lì, assieme al patron Massimino, a controllare ai varchi i furbetti della domenica. Ma non sempre ci riuscivano.

Al contrario di altre città italiane, dove si entrava con calma e ci si andava a sedere al proprio posto, al Cibali il varcare la soglia dell'accesso  diventava una sorta di manche di "Giochi senza frontiere". Si corre, si corre per arrivare a prendere il posto migliore. Ma non c'è l'abbonamento con posti numerati e già assegnati? L'abbonamento è relativo, qui a Catania tutto è relativo, se non si corre rischiando l'infarto non c'è piacere. La verità è che hanno fretta di rivedere qualcosa di magico perchè, risalendo le scale della Curva, si comincia a vedere il verde terreno di gioco che li aspetta da una settimana, a respirare l'odore di erba appena tagliata, a sentire i primi cori. A quel punto il catanese (di qualsiasi ceto) appena seduto al suo posto, si trasforma: diventa "tifusu do' Catania".

E quando si cominciava era uno spettacolo di colori e di suoni. Sfido chiunque a recarsi allo stadio e vedere una partita senza farsi distrarre dalle coreografie delle Curve, dalle bandiere, dalle ironiche battute in tribuna, da quello che c'è scritto sugli striscioni. Impossibile. E come loro, lo era diventata la squadra degli argentini (parecchi dei quali sono rimasti qui) che dieci anni fa ci regalò immense soddisfazioni, nel bene e nel male. Quando in campo i giocatori cominciavano a sentire dalla curva "noi vogliamo questa vittoria", tutti insieme si trasformavano come per dovere. Uno stato di cose che durava una decina di secondi, il tempo di far diventare i loro occhi quelli di una tigre. Sugli spalti si percepiva questa sensazione, se ne accorgevano tutti: in quei dieci secondi il Catania "vuole" segnare, deve segnare. E accadeva. E quando Maxi Lopez o il Papu andavano a rete, la Nord continuava a cantare ininterrottamente per mezz'ora, anche se la squadra era in svantaggio. Come ha fatto all'Olimpico mentre incassava i sette gol dai centurioni romani. A Roma tutto lo stadio  quasi si commosse vedendo quella scena che rimarrà nella storia del calcio rossazzurro: la Roma vinceva 7 a 0, ma dalla curva ospite cantavano continuamente come se nulla fosse accaduto, come se il risultato fosse in parità. Sembrava proprio quella scena del film Quo Vadis, in cui Nerone vedeva i cristiani che al Colosseo andavano incontro alla morte:  "Li senti? Vanno a morire e cantano! Cantano ancora!" Certo, dai cori si capiva subito che i "cantanti" erano marca Liotru. L'accento li tradiva anche nel canto: "Canto per te" diventava "... canto ppe tte, solo ppe tte, solo ppe tte, solo ppe tte!".

U Palemmu. Al "Catania vaffanculo"  chiunque si aspetterebbe la pronta risposta, cioè un'offesa alla città dei tifosi ospiti, no? E invece no, qui al Cibali è diverso. Se, per esempio, i Sampdoriani ci insultano,  non si risponde con "Genova vaffanculo" ma con "Palermo vaffanculo, chi non salta rosanero è". Pazzi, no? Chiunque siano gli ospiti, gli insulti di ricambio sono riservati solo ai cugini, anche se questi partecipano in un torneo diverso. Un profondo odio pallonaro che si trascina da un cinquantennio.

 

 

Comunque pazzi già dalla domenica mattina, quando si sa che quel giorno è speciale perchè il Catania gioca in casa. Tanti anni fa notai un signore, fermo in fila davanti al semaforo rosso, che gridava da dentro la sua auto. Ma che fa? Ho guardato meglio: aveva l'autoradio accesa e stava ascoltando musica ad alto volume. Potevo capire Pausini, Ramazzotti, al limite Gigi D'Alessio o addirittura le  canzoni napoletane.....  macchè! era "Alè Alè  Alè Alè Vulcano! Perchè il Vulcano è la terra che amiamo, dell'eruzione ce ne freghiamo! Alè!", uno degli inni della sua squadra, e lui gli andava appresso cantando a squarciagola. In parole povere: si stava caricando per il pomeriggio!

Quello che è successo dai treni del gol di Pulvirenti fino alla Sigi e agli ultimi  sciacalli che stavano per avventarsi su una creatura in agonia è storia nota a tutti. Sarei l'ultimo a raccontarla e apparirei alquanto noioso nell'elencare tutte le prese in giro di questo biennio, ai danni dei catanesi.

E' finita. Il Catania, quello che abbiamo sempre amato, non esiste più. In questa triste vicenda, un plauso va ai giudici del Tribunale di Catania che, fino alla fine, hanno cercato di rianimare un corpo ormai senza vita ma alimentato da ragazzi e da un allenatore straordinari che non dimenticheremo mai, disponibili addirittura a giocare gratis pur di concludere il campionato vicino ai loro tifosi.

Adesso chi avrà il coraggio di andare a dire a quel tifoso rossazzurro che dalla tribuna  diceva "chi ci pozzu fari? iaiu 'na malatia: U Catania!" che da questa domenica, nel pomeriggio dovrà fare ben altro? Per noi tifosi, senza il Catania non sarà più domenica. Come faremo a rispondere a chi ci domanda "chi fici u Catania?"

Risorgeremo. Forse con un'altra denominazione, sicuramente con un'altra matricola, è già successo ad altre squadre più blasonate di noi. Ma i colori della maglia no, quelli resteranno per sempre appiccicati sulla pelle di chi avrà la soddisfazione di indossarla e l'orgoglio di onorarla.

Presidentissimo, lo so che stai soffrendo. Assieme a Stefania Sberna, immagino come ti starai rivoltando sulla tua nuvola, spargendo quintali di sale lì sotto corredandolo,  ad ogni lancio, con un "cunnuti ca siti!". Esattamente come quando stavi dietro il portiere avversario e per deconcentrarlo gli sussurravi che sua moglie, nel frattempo, lo stava cornificando.

Ma lo sai come si dice qui da noi, no? "Melior de cinere surgo". Quattro parole in cui noi catanesi ci rispecchiamo da secoli e secoli. Ci hanno un po' etichettati così, ci siamo abituati. E proprio per questa nostra nomea risorgeremo nuovamente perchè siamo instancabili, indistruttibili e ancora una volta grideremo ...... FORZA CATANIA, VINCI PER NOI!

 

M.R.