IL MAGO ELIODORO E L'ELEFANTE DI CATANIA
Una domanda alla quale la maggior parte dei catanesi non saprebbe rispondere è quella relativa alla origine del nome Liotru o Diotru, che dir si voglia, attribuito da antichissimi tempi all'elefante di pietra lavica che adorna la monumentale fontana di Piazza Duomo. Perchè mai, dunque, il vetusto pachiderma, elevato al massimo onore di simbolo della Città, viene indicato, ancora oggi, con tale nome? Gli storici riferiscono che esso esercitò sempre nella fantasia del popolo uno strano e misterioso senso di suggestione. Anzi, la più attendibile tradizione, lo fa ritenere, originariamente, oggetto di culto in un tempio di riti orientali della Città. Precipitato dal suo altare ai primordi del Cristianesimo, venne portato fuori le mura, dove rimase per più secoli. Chi tentò, invano, di conservare al vetusto idolo gli onori di un tempo, fu, nella seconda metà dell'VIII secolo, un famosissimo mago: Eliodoro, altrimenti detto Diodoro, Liodoro, Lidoro, ed anche Teodoro.Egli, con i suoi incantesimi (...vir magica arte imbutus, miranda prestigiorum machinatione...), secondo la leggenda, tramutava gli uomini in bestie e faceva apparire le cose lontane improvvisamente presenti.
Essendosi, però, burlato anche degli esponenti della Città, questi decisero di condannarlo a morte. Ma, inutilmente, giacchè egli, grazie ai suoi diabolici poteri, riuscì a scampare dalle mani del carnefice: si fece portare velocemente dagli Spiriti per aria in Costantinopoli e, con la stessa celerità, restituire in Catania. Ingannato dal prodigio, il popolo gli tributò onori quasi divini, che ottennero l'effetto di renderlo ancor più temerario.
Di Eliodoro o Teodoro (...Theodorus, aspectu deformis, natione Iudaeus e post Simonem magum nulli in arte magica secundus...) la tradizione popolare ha tramandato il ricordo di altri mirabolandi fatti.
Una volta, per esempio, vuolsi che egli offrisse ad un giovinetto un velocissimo cavallo, per fargli ottenere la palma nei giochi circensi. Ma, dopo la vittoria, il destriero disparve, non essendo che un demonio in quelle sembianze.
Eliodoro venne per tale ragione condotto in carcere, ma, anche questa volta, riuscì a riguadagnare la libertà, corrompendo le guardie mediante l'offerta di tre false libbre d'oro: una grossa pietra, cioè, dall'apparenza d'oro, che, poco dopo, riacquistò la sua forma naturale.
Tale frode non fu la sola che egli commise: alla stessa maniera si videro portar via tanta roba molti venditori della città.
Reso edotto dei gravissimi e continui fatti che turbavano la quiete dei catanesi, l'imperatore Costantino decise allora di far partire per Catania il suo ministro Eraclio, con l'incarico specifico di condurgli il mistificatore. Ma, quando Eraclio giunse alla mèta ed inviò i suoi armati per arrestare il mago, questi, con i suoi tanti raggiri, li indusse a prendere un bagno: -"Andiamo, dunque, al bagno - disse loro - affinchè ritorniate alle navi con forze rinnovate". Appena i soldati si immersero nell'acqua avvenne un altro grande prodigio: tutti quanti, lui compreso, si trovarono istantaneamente a Costantinopoli, nel bagno dell'Imperatore.

Condannato a morte da Costantino, nel momento in cui stava per eseguirsi la sentenza, egli domandò in grazia una catinella d'acqua: vi tuffò la testa e sparì misteriosamente, dicendo: - " Chi mi vuole, mi cerchi in Catania ! ".
Al colmo del furore, l'Imperatore ordinò allora ad Eraclio di ripartire subito, affinchè, con ogni mezzo, riacciuffasse il prigioniero. Ritrovato, quest'ultimo non oppose alcuna resistenza: docile e silenzioso, s'imbarcò, insieme all'inviato dell'Imperatore, su di una nave, da lui stesso costruita per via d'incantesimi, la quale, in un giorno e senza aiuto di remi, li trasportò a Costantinopoli, svanendo subito, appena approdata.
Avvertita dell'arrivo, la moglie di Eraclio mosse, ansiosa, ad incontrarlo, ma, quando scorse l'infame mago, accesa di sdegno, lo apostrofò:- " Uomicciolo sporchissimo, tu sei quello che hai fatto viaggiare mio marito in Sicilia con tanto travaglio?! ". E in ciò dire gli sputò in faccia.
Eliodoro ebbe un ghigno satanico: - " Ti farò ben presto pentire di avermi ingiuriato, e con tua somma vergogna ! " - la minacciò. E mantenne, infatti la promessa: in quel momento stesso, in tutta la città e vicinanze, per un raggio di oltre venti miglia, si estinse ogni fuoco, senza che alcuno riuscisse a ottenere nemmeno una scintilla. La confusione, come è da immaginarsi, fu enorme, ma grande fu altresì la meraviglia, quando si vide il fuoco generato solo dalle parti posteriori della moglie di Eraclio. Per tre giorni consecutivi, fu d'uopo che essa rimanesse nella pubblica piazza, affinchè ognuno si provvedesse della necessaria fiamma. Nuovamente ricondotto dinanzi al carnefice, Eliodoro, mentre stava per ricevere il colpo di grazia, si rese straordinariamente piccolo: entrò per la manica destra del carnefice e ne uscì dall'altra, gridando: " Scampai la prima volta; questa è la seconda. Se mi volete, cercatemi a Catania! ". E disparve ancora, facendosi trasportare dagli spiriti nella inquieta città.

Ma a liberare quest'ultima dai suoi sortilegi, accorse, finalmente, il vescovo Leone detto il Taumaturgo (...sed tandem à Leone Catanensi Episcopo divina virtute ex improviso captus, frequenti in media Urbe populo, in fornacem igneam injextus, incendio consumptus est...).
Egli, infatti, dopo avere effettuata la distruzione del tempio consacrato alle due grandi divinità muliebri, Demetra e Cora, fino a quei tempi tanto venerate a Catania, decise di stroncare definitivamente la magìa giudaica di cui era esponente Eliodoro. Convocati perciò i fedeli nelle vicinanze delle Terme Achillee, dinanzi alla cappelletta eretta in onore di Maria Vergine, celebrò una solenne messa propiziatoria.
Si vuole che, oltre a molti Giudei e Gentili, si mischiasse tra la folla anche il temerario Eliodoro, il quale si mise a disturbare il sacro rito in tutti i modi: ingombrando la mente dei fedeli con allucinanti visioni; facendo apparire i calvi improvvisamente capelluti, e viceversa; altri con corna di cervo, di bue, di caprone, oppure con orecchie d'asino, con barba di montone, con rostro di uccello, con denti di cinghiale e altre stravaganti sembianze, in modo da generare il riso. Per ultimo, pretese di provocare il santo vescovo al ballo. 

Ma le sue nefande arti a ciò non valsero: terminata la messa, San Leone gli si avvicinò e gli gettò al collo la stola: "... Per Christum Dominum meum,nihil hic valebunt magicae artes tuae: deduxitque ad locum, cui nomen Achilleus, ibique flammis ad urendum dedit. Nec manum tuam, quae illaesa cum orario, mansit, ante subduxit, quam miser ille in cineres redigeretur. Sic itaque mos vir factissimus praesenti ope ab illius importunissimi magi periculis eripuit". Eliodoro, infatti, così esorcizzato, venne da S. Leone attratto nell'ardente fornace approntata in una fossa vicina alla chiesa. E mentre il Santo "...se ne uscì illeso, senza che il fuoco bruciasse, nè denigrasse la stola e le vesti ", il mago divenne un mucchio di cenere, in men che non si dica. Il giusto castigo inflitto a Eliodoro è ricordato, ancora oggi, da due piccole tele che si conservano, rispettivamente, nella sacristia della Cattedrale e nel nostro Museo Civico (sala 28, terzo scomparto): la prina, dovuta al pittore trapanese Vincenzo Errante (sec. XIX); la seconda, proveniente dal monastero dei Benedettini, attribuita, da taluni, a Giuseppe Patania (pittore palermitano della fine del Settecento - inizio dell'Ottocento), da altri, al Velasques siciliano.

 

 

Quanto all'elefante che - sempre secondo la tradizione popolare - aveva servito ai prestigi del mago, quale portentosa cavalcatura per i suoi rapidissimi viaggi da Catania a Costantinopoli e viceversa, dopo essere stato lungamente dimenticato, venne ricondotto in città dai padri Benedettini del monastero di S. Agata e posto ad adornare un antico arco o porta, detta, appunto, "di Liodoro" o "di lu Liòduro".
Nel 1508, però, essendo stato completato il vecchio Palazzo di Città, la porta predetta, che si trovava alla sua destra, venne abbattuta e l'elefante posto sull'alto del prospetto della parte nuova dell'edificio, a settentrione, quale glorioso emblema della città, con la seguente iscrizione: Ferdinandus. Hispaniae utriusque. Siciliae. Rege - Elephans erectus fuit a Cesare Jojenio - Justitiario - MDVII
Dopo il terremoto del 1693, l'elefante giacque ancora in abbandono, finchè, nel 1727, l'olandese Filippo d'Orville, trovandosi di passaggio da Catania, sollecitò che esso venisse riinnalzato, insieme all'obelisco egizio che adesso lo sormonta. Il voto si compiva nel 1736, ad opera di Giambattista Vaccarini, il quale, con la visione berniniana di Piazza della Minerva di Roma dinnanzi agli occhi, realizzò con essi la monumentale fontana di Piazza Duomo
Una iscrizione, a tergo del monumento, ricorda ai catanesi: " D.O.M. - Vetus Catanae insigne - elephas - ab aequitate prudentia docilitate - Urbem clarissimam eiusque cives - commendat - hoc ut lateret neminem eiusdem - ex aetneo lapide simulacrum - Heliodori olim praestigys celebre - S.P.Q.C. - Docto oneri substratum voluit - Anno MDCCXXXVI".
Oggetto di frizzi e motti, non sempre benevoli, fin da quando gli venne assegnato l'attuale posto, al "Diotru" o "Liotru", ancora ai tempi nostri, i poeti dialettali della città rivolgono invocazioni e preghiere di un genere tutt'affatto differente da quello usato ai tempi del mago Eliodoro. Come queste, del popolare poeta Francesco Buccheri, alias Boley:

 

Lu Diotru di lu Chianu Lu Diotru di lu Chianu
com'è misu, veramenti, mi scusati si lu dicu, non mi pari giustamenti!

Lu vurrissi ca guardassi non la nostra Catidrali,
ma lu nostru gran Palazzu cusìdittu Cumunali!

Ccu la funcia sò jsata notti e jornu dici a tutti: - Citatinu, fila drittu, si li jammi non vo' rutti!

Sugnu bonu, sugnu caru, ma si viju cosi storti, a cu' sbagghia, ccu 'sta funcia, cci li dugnu...forti forti!.

Si moru ju, ccu n'autri cent'anni, non vogghiu fattu nuddu monumentu
comu si stila ccu li genii granni, pirchì pueta granni non mi sentu!

Voggh'èssiri, precisu, vurricatu sutta la funcia di lu Liafanti:
di lu cullega miu malasurtatu, pri ricurdari a tutti li passanti

chi a trenta metri di la Porta Uzeta, all'umbra di 'sta funcia prizziusa,
riposa un mudistissimu pueta ch'à datu corpa a tutti, a la rinfusa.

In conclusione: astraendo dalla leggenda, nella figura di Eliodoro si può anche vedere l'ultimo sprazzo di quel pensiero filosofico che nella nuova dottrina ravvisava i germi che furono causa del decadimento delle antiche virtù. E se, come si crede, l'elefante, rovesciato fuori la cinta delle mura, continuò a essere oggetto di culto da parte degli abitanti del bosco, assurgendo a simbolo della restaurazione dell'antico pensiero religioso tentata da Eliodoro, non v'è dubbio che fra quest'ultimo e le ancora paganeggianti popolazioni si sia stabilita quella corrente spirituale comune per la quale il popolo, scomparso Eliodoro, continuò a ricordarne il nome in quello che fu l'emblema della vecchia fede: il "Liotru".

 

Fonte: Salvatore Lo Presti - Fatti e Leggende Catanesi - Edizione SEM Catania 1938.
Altre informazioni si trovano sulla rivista "JU, SICILIA" organo ufficiale del Centro Studi Storico-Sociali Siciliani.

 

 

 

Bedda, cu' fici a tia pinceva finu,

puteva fari scola a Tizianu,

ci travagghiò macari di bulinu

cu la pacienzia di lu franciscanu.

Bedda, cu' fici a tia fu 'n-Serafinu,

ch'aveva la fattura ntra li manu,

ti fici li labbruzza di rubinu

e li capiddi d'ebanu africanu.

Lu pettu ti lu fici palumminu,

li denti janchi e l'occhiu juculanu,

lu nasu privinutu e malantrinu,

nicu lu pedi e sengula la manu...

E doppu ca ti fici, st'assassinu,

 spizzò la furma e la jittau luntanu.

 

(Nino Martoglio)

 

 

Bella, chi ti fece dipingeva finemente,

 poteva far scuola a Tiziano,

ci lavorò con la pazienza di un francescano.

Bella, chi ti fece fu un Serafino,

 che aveva la bravura nelle mani,

ti fece le labbra come un rubino

e i capelli come l'ebano africano.

Il petto te lo fece come quello di una colomba,

i denti bianchi e gli occhi gioiosi,

il naso all'insù e malandrino,

 piccolo il piede e delicata la mano...

E dopo che ti fece, questo scriteriato,

ruppe la matrice e la gettò lontano.

 

 

 

E' dedicata alla donna, ma non si saprà mai se Martoglio abbia usato la donna come metafora per celebrare la sua terra. A me piace immaginarla così e se questa è la verità, io sono uno di quei privilegiati a vivere in quella matrice che per fortuna, grazie a quello scultore, non ha forme gemelle. 

 

 

 

di Antonio Rossitto 

Era una città invivibile. Oggi Catania è rinata

Quando gli hanno domandato perché un imprenditore dovrebbe investire a Catania, Pasquale Pistorio ha risposto sicuro: "Per i cervelli". Molti laureati e una disoccupazione altissima abbassano il costo del lavoro intellettuale. I "cervelli" siciliani, laureati delle facoltà etnee, pur di lavorare sono disposti a percepire uno stipendio minore. Come fossero in saldo. Come farsi il guardaroba fuori stagione pagando la metà e avendo a disposizione tutta la scelta che si vuole. Un vantaggio indiscutibile per le multinazionali. Che dà al sud un enorme vantaggio competitivo rispetto ad altri concorrenti europei.

Ma c'è dell'altro. Per lo sviluppo dell'Etna Valley sono state, e sono, importanti le sinergie con l'università e gli enti locali. E Giuseppe Brancatelli, aggiunge un altro fattore: la sicilianità. Spiega: "Le persone nate e cresciute in un territorio problematico come il nostro hanno una grande capacità di problem solving. Crescere in una città dove c'era un morto al giorno, dove era necessario avere gli occhi anche dietro la testa aiuta a cavarsela in ogni situazione. Anche nel business. Non è un caso se il mondo è pieno di imprenditori siciliani che hanno avuto successo".

Il rovescio della medaglia è la diffidenza. Voler fare tutto da soli. "L'Etna Valley, ad esempio, è un distretto atipico, disperso nel territorio. Ciò è dovuto alla scarsa propensione all'associazionismo dei catanesi: imprenditori brillanti, ma individualisti". E sorride amaro: lui che negli anni alla guida dell'associazione giovani industriali ha provato a mettere assieme mille teste. Senza riuscirci.

L'ex sindaco di Catania Enzo Bianco, conscio del problema, aveva lavorato a braccetto con l'Università e la St di Pistorio. "Bianco ha dato una spinta decisiva facendo conoscere ovunque il fenomeno: molti imprenditori siciliani all'estero sono rientrati per investire a Catania". E fu proprio l'ex ministro dell'interno a creare al progetto Atena: un pensatoio composto da brillanti imprenditori catanesi dipendenti di multinazionali, che - gratis - hanno sfornato idee e progetti per amore della loro terra. Ma i meriti riconosciuti a Bianco vanno al di là dell'Etna Valley.

Dieci fa Catania era sporca e cattiva. Il centro storico marciva nell'abbandono, c'era immondizia ovunque, gli abitanti erano costretti al coprifuoco notturno. La città era nelle mani dei Cavalieri del Lavoro: i Costanzo, i Graci, i Rendo e i Parasiliti. Signori dell'edilizia e del malaffare che sul business del mattone, sull'intreccio tra mafia e politica costruivano la loro fortuna. Poi prostituzione, droga, armi: un inferno che tra il 1986 e il 1996 fece oltre 1000 vittime.

Oggi al centro di Piazza Duomo il Liotru, l'elefantino simbolo della città, sorride. Torna a barrire. Tra le piazzette del centro storico rimesso a nuovo sono spuntati decine di pub e caffè concerto. E una fiumana di gente vaga nel dedalo di stradine fino a notte tarda. Senza paura. Visto che il capoluogo etneo è tra le città che ha avuto una maggior diminuzione dei reati negli ultimi anni.

Certo i problemi restano. La disoccupazione sfiora il 30%, la crisi idrica è sempre in agguato, le infrastrutture sono da potenziare. E la mafia? "Non ha le conoscenze necessarie per entrare nel salotto buono dell'high-tech. Per questo non è interessata all'Etna Valley, perché non la capisce, non sa come funziona. E poi i nostri clienti sono spesso società straniere, difficilmente raggiungibili da Cosa nostra". La teoria dell'ingegnere catanese è rafforzata dai fatti. "Mai avuto una minaccia, un sentore. Anche se io l'ho sempre detto: piuttosto che cedere mi sarei fatto ammazzare".

 

 

 

 

La mia Catania

di Peterpan - storie di vita e di passione

 

Catania, mi viene incontro, in tutta la sua bellezza di luci che si riflettono sul mare, mentre scendo verso di lei.

L'aria è fresca , profumata, mi accarezza in questa sera di primavera.

C'è qualcosa di magico che si stende su questa città, qualcosa che noi gente del nord percepiamo all'istante, qualcosa che ti cattura, che si infila sotto pelle e che ti rapisce nel profondo del cuore.

Le vie del centro sono gremite di gente che cammina, Via Etnea si apre in un luccichio di colori e si respira aria di festa, di gioia, di allegria.

Si passeggia con calma, qui non esiste la frenesia di arrivare, solo il desiderio di gustare ogni angolo, di scrutare ogni particolare.

Passiamo davanti a Villa Bellini, qui gruppi di ragazzi, coppie di innamorati o anche semplici famiglie, si concedono un momento di sosta, anche solo per gustare un semplice arancino,il cui sapore e profumo sono un vero inno per i palati.

Questo posto mi ha sempre incantato per la pace che trasmette.

E poi la sera scende e allora l'atmosfera si fa ancora più calda, più frizzante.

Si arriva fino a Piazza dell'Università, le luci illuminano i suoi palazzi, fatti di storia antica, la città si apre in tutta la sua megnificienza, e lo sguardo rimane incantato davanti a Piazza del Duomo.

Non riesco a trattenere la mia voglia di guardare, lo sguardo è vorace e attento, gli occhi sono illuminati, mi sento una bambina davanti a una vetrina di balocchi, respiro con intensità, respiro ...

e i tuoi occhi scuri e intensi,sorridono a osservarmi.

Un gruppo di persone si radunano sotto l'elefantino, simbolo della città .

Qui un ragazzo forse polacco, intrattiene la folla, il giovane giocoliere con la sua ironia e il suo savoir faire, cattura l'attenzione di giovani e non, e con maestria raccoglie consensi e spiccioli per mangiare.  

Ma la notte è solo all'inizio,si può continuare a vagare fino all'alba tra i chioschi dove si sorseggiano bibite dissetanti al selz dai profumi di agrumi ,oppure scendere nelle vie che si snodano dietro il centro, dove la vita si fa vivace, dove i ragazzi entrano e ed escono dai molti pub.

Li tra quei vicoli di vecchie case, che hanno un fascino unico e indescrivibile,case dai balconcini sporgenti con i panni appesi, case dai colori caldi all'apparenza fatiscenti, , Catania è viva e spumeggiante.

Si torna a casa quando non si ha più la forza di camminare e si aspetta che volga il giorno per scoprire questa città che dalle luci della notte lascia posto alle luci del mare...

Un mare fatto di colori vivi e intensi, dal blu cobalto, un mare che ha conosciuto mille leggende e storie di pescatori.

Una città dove la realtà e l'immaginario si mescolano, dove i visi della gente sono segnati dal sole e dalla salsedine, dove si combatte con fierezza e orgoglio per le proprie tradizioni, per il raggiungimento di una vita dignitosa e giusta, senza compromessi, senza paure, dove la gente gentile, accogliente conserva con se riservatezza e semplicità, quella semplicità che ha il sapore delle cose antiche , genuine e vere.

E allora guardando schiudersi davanti agli occhi questa Catania...nn puoi che tenerla stretta al cuore e amarla per ciò che ti regala e per come sa sorprenderti.

La mia Catania....questa città dal profumo di zagare e agrumi..., quella che amo, e che ho dentro nell'anima.  

 

 

L'impatto

 (da "A Catania con amore" – di A. Motta - Edizioni Greco)

    Di solito, quando si dice "ho due cose da dirvi, una buona e una cattiva", si chiede anche in aggiunta "quale volete che vi dica prima, la buona o la cattiva?". lo scelgo per prima sempre la cattiva, così poi mi rifaccio la bocca con la buona. E così faccio anche stavolta, parlando di Catania, questa città piena piena di cose. Buone e cattive.

    Vi dico quel che di brutto mi è parso, ho provato e mi è successo nel mio rapporto personale con Catania. Che è poi quello che più fa emozione, rabbia e tormento, sentimenti privati e forti che si finisce per patire di più.

    La mia "prima volta" con Catania fu quand'ero bambina, venivo da Roma e andavo a passare l'estate nel paese di mio padre, nel Ragusano. Ero frastornata dal lungo viaggio ed eccitata per tutto quel mare che sembrava a volte toccasse il treno, anzi era il treno che pareva in certi punti attraversarlo. Mi aspettavo addirittura di esserne bagnata, sommersa e ridevo e strillavo, concitata e intimorita. E d'improvviso il treno entrava nel nero. Un nero che non era di tunnel, non di viscere di montagna: era un nero che partiva dal grigio, opaco e fumoso. Erano case senza colori e un binario alto su archi neri in mezzo a quelle case spente. Era già la città che non accettava quell'intruso sferragliante e lo respingeva con la sua scontrosità dì pietre funeree. Così, quando il treno arrivò a Catania, io mi sedetti, improvvisamente calma, un po' mortificata. Ripresi a salire, a scendere il vetro del finestrino, a schiacciarci felice il naso contro, soltanto dopo che le rocce s'erano rifatte bianche sulle scogliere di Castelluccio, alle saline di Augusta e alla stazioncina di Targia.

    Poi ci fu il tempo dell'Università e fu allora che entrai davvero in città, via Etnea, le piazze, la villa Bellini. E sempre però affrontavo imbronciata quel nero senza splendore. Camminavo guardinga, e i palazzi alti mi incombevano addosso, arcigni. E anche le strade mi parevano uno stretto groviglio di nero. Detestavo la città ed essa mi detestava. Non legavo con nessuno. Allora venivo da Siracusa, molle, dolce, sciroccosa, e questa gente qui invece parlava con accento pesante, si muoveva troppo in fretta. Ed era sempre sfottente, pronta alla beffa. Se chiedevi a qualcuno dov'era una certa strada, quello ti mandava di sicuro a casa di Dio, intontendoti di indicazioni complicate e di compatimento: "poverina, così lontano!". Poi scoprivi da sola che invece la strada che cercavi era proprio quella su cui stavi camminando quando avevi interpellato quel cittadino tanto solerte quanto truffatore! Schiumavo rabbia contro la nemica Catania e mi chiudevo nella mia riservatezza provinciale.

    Scoprii di malanimo che i bagni a Catania si facevano da scogli crestati, taglienti, neri naturalmente, per nere lave colate dall'Etna. E io invece avevo imparato a correre a piedi nudi sui massi rotondi e scivolosi. Così sono i fantastici scogli a Siracusa. Odiai anche queste pietre che mi scorticavano i piedi e le caviglie. L'antipatia reciproca continuava: da una parte stavo io, incaponita nel rifiuto, dall'altra Catania mi sembrava impenetrabile.

    Usavo Catania per quello che dovevo farei, per quello che potevo trarne: l'Università, un gruppetto di conoscenze utili - o inevitabili? - per qualche festa in casa dì questo o di quello, o per la compagnia in una passeggiata lenta lenta per via Etnea. Per fl resto me ne stavo immusonita a sognare altri luoghi, case e strade bianche, che non fossero ribollenti casseforti di sole e non scottassero ancora a toccarle nella notte. Avvertivo gli odori più sgarbati, i sentori di vecchie polveri imputridite e delle voci coglievo sempre e soltanto le tonalità più sgraziate. Ero cattiva in una città che non mi amava. E questa è la "cosa cattiva" che avevo da dire.

    Per quella "buona" non vorrei proprio diventar zuccherosa, ma alla fine nostalgia e sentimento faranno sciroppo.

    La volta che scoprii una spiaggia rosata come una cipria, in una striscia che non vedevo finire, per quel pulviscolo opaco che si faceva lontano, dì sabbia e di umori salmastri.

 

    E la volta che via Crociferi mi incantò di lampioni tenui, di Chiese che sembrano toccarsi, e il loro barocco si confronta, si emula, si insinua sui lastroni di lava usurati e nelle stradette ripide fino a segrete piazze, tra conventi severamente aristocratici molto più che pii. E la volta che mi incantò la frenesia di colori e di odori sotto le lampadine accese e il vorticare delle strisce di carta per areare il pesce sulle bancarelle della pescheria. E la volta che mi incantò la notte nel giardino del Lido dei Ciclopi, terrazza dopo terrazza, a protendersi sull'acqua. Oppure la voce del venditore di gelsi o il lento percorso in via Etnea, tra vetrine cariche e allettanti come una strada levantina e c'era anche chi invitava ì passanti a comprare le scarpe del suo negozio, il più fornito, il meno caro ... E quando avvertii, oltre agli odori che avevo selezionato per il mio rifiuto oltraggiato della città, nuovi aromi penetranti fino all'ebbrezza, dai limoneti carichi di zagare, l'ironia dei catanesi mi sembrò d'improvviso irresistibile per quella vena di beffa della battuta. Sfacciati catanesi, corrosivi catanesi, t’inchiodano con una frase. Si sopravvalutano e lo dicono sfrontati: e infine sai che ne hanno tutti i motivi, per l'intelligenza, per l'immediata capacità un po' truffaldina di cavare ricchezze da una pietra.

    Perdono il senso della comunicazione (e non l'hanno mai avuto); vivono la loro indipendenza, uno accanto all'altro, fingendosi solidali: in realtà ognuno entità suprema per l'altro. Questi catanesi sono isole che possono anche allearsi, ma mai vivere solidalmente l'interscambio della comunità.

    E che fa? Non hanno il senso civico? Sono ribelli e insofferenti all'autodisciplina? Eppure poi si fanno mortificare lungamente da politicanti di nessun rango e li lasciano fare i padroni del loro destino. Contraddittori anche in questo, passano dall'orgoglio dei protagonisti al lamento delle vittime. E poi ricominciano, rifanno quel che hanno annientato, ricostruiscono quel che hanno distrutto.

    Adesso ho imparato ad amarli, a farli miei, ad essere passionalmente una di loro. Vulcani, essi stessi sono l'Etna. Anche loro fremono, sbuffano, eruttano e mandano al cielo lapilli. E se nel loro sangue si guardasse bene, il coagulo è magma solidificato, è lava.

 

                                                                                                                                             (Luigina Grasso)

 

 

La trappola.

E' proprio così, o si ama o si odia. Per chi non l'ha mai vista, a vederla la prima volta deve fare un brutto effetto essere circondati da tutti questi vecchi palazzi di colore nero e con le rifiniture di bianco calcare. E' il materiale di costruzione che ci ha regalato quel monte che ci sovrasta, che ci saluta ogni mattina all'albeggiare, che ci fa vedere e capire quanto è potente e quanto può decidere le nostre sorti. Ma ormai amiamo pure lui, nonostante i forestieri ci dicano ad ogni eruzione "ma come fate a vivere qui, ma siete così tranquilli?". 

Chi viene a vivere qui i primi giorni si sente oppresso da questa città scura, viene preso dalla malinconia per via dei colori pesanti e severi che niente hanno a che fare con i colori siciliani, solari e mediterranei; infatti Catania si contraddistingue dalle altre città siciliane anche per il colore.

Ma soprattutto per quelli che quel colore lo hanno intonacato: i catanesi. Non so se sia dovuto alla temperatura dell'Etna che circola sotto la città o ad uno strano gas invisibile che emana il  suo cratere, ma i catanesi sono proprio figli del Mongibello. Sono vulcanici come lui. E sono anche diversi dagli altri siciliani. Nell'essere "catanese" c'è tutta la furbizia dei napoletani, l'intraprendenza nel commercio degli svizzeri, la genialità degli inglesi, l'ospitalità dei giapponesi, la voglia di far festa dei messicani, la lingua dei toscanacci, la bramosia di scommettere dei texani a Las Vegas, l'amore per i viaggi dei vichinghi (l'accento catanese si avverte  in qualsiasi aeroporto del mondo, sono dovunque) ecc. 

Ma l'ironia no. L'ironia e l'autoironia dei catanesi (o liscìa come la chiamano qui) sono proprio marca "Liotru". Questo spirito liscio, la battuta pronta che ti brucia al primo colpo è una cosa che ci appartiene. Storica è la disavventura di quel signore  che, scendendo dal tram in corsa, mise un piede in fallo cadendo rovinosamente sul marciapiede. Molte persone accorsero per aiutarlo a rialzarsi e una di loro, con altruistica sollecitudine, gli chiese: "Chi fici, s'astruppìàu?" (che fa, si è fatto male?). E quello (liscio), prontamente, mentre si tirava su dolorosamente: "No, ma castruppiari... Iù d'o trammi scinnu sempri accussì" (No che non mi sono fatto male, io dal tram scendo sempre così!).

Oppure l'altra storiella di qualche anno fa, quando la gente di colore non aveva ancora invaso la città e incontrarla era sempre un fatto un po' insolito. Due catanesi passeggiano discutendo pacatamente sotto i portici di Corso Sicilia in un luminoso pomeriggio di sole, quando incontrano un numeroso gruppo di nigeriani, di quelli molto scuri di pelle, proprio neri che più neri non si può. Al passaggio degli africani uno degli amici si ferma e rivolto all'altro: "Au, Giuvanni, scuràu!" (Ehi, Giovanni, si è fatto buio!"). Si può essere più brucianti di così?

Questa ironia ce la portiamo dovunque, dagli sportelli degli uffici postali - dove l'impiegata viene ricoperta dalle battute più sarcastiche - ai marciapiedi di Via Etnea, culla di questi cervelli in continua fibrillazione. Anche allo stadio, nella tribuna B, reparto "liscio" del vecchio Cibali e famosa per storiche battute rivolte ai giocatori o all'arbitro, si fa ironia. Una è questa: "Abbittru, si i cunnuti avissuru l'ali a tia t'avvissuro a ddari a mangiari ca fionda!" (Arbitro, se i cornuti avessero le ali, tu lo sei tanto  che per farti mangiare dovrebbero lanciarti il cibo con la fionda!!!")

E che dire di un mio conoscente che alla "Fera o luni",  avendo trovato un paio di pantaloni di suo piacimento, non sapeva come provarseli davanti a tutti? L'ambulante: "Prufussuri, si mittissi sta tuvagghia davanti" e l'acquirente, di statura alta:  "Sì, ma arriva a coprirmi soltanto dalla testa alla pancia!! E l'ambulante: "Prufussuri.... ma a lei di sutta cc'u canusci?" (n.d.r.: ma a lei di sotto chi la conosce?). Micidiale! Quando la liscìa diventa filosofia!

Solo qui, se una signora, dopo aver atteso quasi due ore l'arrivo del bus dice al conducente "su tri uri c'a aspettu a lei!" quello gli risponde "picchi? chi avevumu n'appuntamentu?".

Solo qui se qualcuno chiede al telefono "chi parla?", si sente rispondere "cchi sacciu, un pocu iu e n'pocu vossia".

Solo qui, se una bella turista entra in un bar e chiede dell'acqua (dopo essere stata "radiografata" dalla testa ai piedi), si sente rispondere "l'acqua a voli naturali o frizzantina comu a lei?". Solo qui le maestre d'asilo, chiedendo in aula "Bambini, come si chiamano quei signori col sacco bianco che tirano il cordone di Sant'Agata?", si sentono rispondere "....Maurizio, Giuseppe, Antonio, Rosario, ecc. ecc.". Fin da piccoli, lisci!

Solo alla nostra pescheria, alla domanda "ma è fresco?"  la risposta è "signuruzza, qui è tutto combustibile!"

E poi hanno un grande spirito di adattamento e del commercio. Gli stessi che vendevano i panettoni per strada dopo un po' di tempo li puoi trovare  a vendere colombe, uova pasquali e palme per la Pasqua, mimose per la Festa della donna, panini davanti alle discoteche, rose per S. Valentino, giocattoli per la festa dei Defunti, fuochi d'artificio per il Capodanno. La domenica non si riposano: limoni e bibite dalla dubbia marca allo stadio (così vedono anche la partita gratis!). Anche i taxi hanno una grande faccia tosta. La passeggera  si lamenta: "Mi scusi, ma a Mlilano la corsa dall'aeroporto costa molto di meno!" e il tassista, senza battere ciglio: "Signorinella bedda, cchi voli mettiri....  Catania ccu Malanu?"

Ecco, forse anche questo aiuta quei malinconici dei primi giorni a rendersi conto che qui non è come avevano pensato.. Ma la città non fa niente per farsi amare, sta sorniona, come una bella donna non dice niente e  si fa desiderare, non li calcola nemmeno, non li guarda, è tutto un corteggiamento fatto di sguardi che spetta fare al visitatore che alla fine se ne innamorerà  perdutamente e capirà che tutto quel colore scuro non era come pensava, che quel nero non era nero ma  rosso scuro, rosso sanguigno, pressione alta, lava e lapilli che tentano continuamente di fuoriuscire. Il visitatore, poi, in quella lava incandescente ci si tufferà volentieri, diventerà anche lui, per forza di cose, parte integrante di quel materiale piroclastico che scende ogni sera a valle e va a ricoprire le strade cittadine, facendole rivivere ed esplodere come ad una nuova eruzione. La prova è che molti che sono stati trasferiti qui e poi sono ritornati al paese d'origine hanno ancora Catania nel cuore; altri sono rimasti intrappolati dal suo fascino e non sono più andati via. 

Altri ancora, purtroppo,  l'hanno dovuta lasciare per sopravvivere e quando tornano qui mettono da parte qualsiasi appartenenza forestiera, si rimettono addosso la "marca Liotru" e  fanno il pieno di catanesità (a cominciare dalla gastronomia) in quei pochi giorni di vacanza. 

Lasciarla è quasi sempre un dramma. La stazione e l'aeroporto sono i muri del pianto delle partenze. Il catanese è uno dei pochi passeggeri ad affacciarsi dai finestrini del treno. La sua innata curiosità lo spinge a scrutare, a guardare cose nuove, a far riflettere la sua mente vulcanica, ma quando parte dalla sua città si affaccia ancora di più, anche se il paesaggio è sempre lo stesso, anche se il viaggio dura soltanto due giorni. E per salutare un suo figlio Catania sceglie le giornate più splendide (vigliacca!): si profuma con una brezza marina da far resuscitare i morti, si bagna i capelli con un mare azzurro al sapor di alghe profumatissime cresciute in fondali meravigliosi, si dà un fondotinta con la luce e il sole che c'è da queste parti, chiama a raccolta i più floridi giardini di aranci che salutano con profumi di zagara e un cielo che è un Carnevale di colori. 

E il catanese in partenza sta lì a guardare sua madre, dopo si ritira nel corridoio del treno e avverte subito odori diversi e un'improvvisa malinconia. Apre il pacchetto della merenda e dà il primo morso a un olivetto di S. Agata, dimezzandolo. L'altra metà non può più mangiarla perchè è bagnata dalle lacrime che scivolano dai suoi occhi. Ma lui, da buon catanese, non si dà per vinto e pensa: "sarà stato il vento dal finestrino...... "

 

                                                                                                                                    (Mimmo Rapisarda)

 

 

 

Ogni uomo nasce Re. Ma la maggior parte degli uomini muore in esilio, proprio come la maggior parte dei Re.

(Oscar Wilde)

 

L'utopia 

("Utopia del Triangolo" è inserita nel libretto del CD "I diritti dell'uomo", realizzato a scopi umanitari da un mio amico che si chiama Vincenzo Spampinato. E' anche il testo portante di un suo spettacolo che ha per protagonista sua maestà Aitna ed Elephantown, come lui chiama la nostra città in una delle sue canzoni.)

 

 

    Giorno verrà che questa Terra, diventerà modello per tutte le altre terre che il buon Dio, o chi per LUI, ha disegnato sul mappamondo. Sarà il giorno che il pavone regalerà la sua ruota alla mano di un bimbo, che la farà rotolare fino alla marina.

    L'Isola tornerà a respirare, quando il soffio saggio dell’amore Sicano spazzerà via i mostri industriali di Priolo, Gela, Termini Imerese, Sigonella and company, e la "maffia"sarà solo un brutto ricordo.

    Le auto, le luci, i nostri micro-onde, gireranno succhiando il vento (macchine d'Eolo) e aspirando il sole (pannelli d'Elios); le telecamere del fratello grande di Orwell non spieranno più nelle nostre ferite, ma ci guarderanno negli occhi innamorati e normanni.

    L'orecchio di Dionisio sentirà solo il nostro canto.

    Mai più saremo con le ali al muro, mai più daremo giugulare e arance al dente del vampiro di turno.

    Le zolle germoglieranno frutti biologici, il terreno non mangerà più chimica e i nostri animali danzeranno sull'aia, beccando la natura.

    Saremo la "California" ecologica del pianeta Caput Mundi dell'Universo; vivremo come EGLI ci ha concepito, ospitando tutti gli esseri umani, nutrendoli col cibo di questo Eden.

    Questo noi saremo: Isolani...... mai più isolati!

                                                                                                                                      (Vincenzo Spampinato)

 

- L'utopia? E' la verità del domani!

(Victor Hugo)

 

 

 

 

La fuga

    Tanto tempo fa, al tempo della Genesi, Dio decise di fare ai Catanesi un dono meraviglioso: farli nascere "tutti, ma proprio tutti" in un Giardino dell’Eden.

    Piazzò questo giardino ai piedi di un monte che lo proteggeva dai venti e dalle piogge, gli dipinse davanti un mare intingendo il pennello in un azzurro inesistente in natura, lo profumò di una brezza proveniente da fondali ricchi di pesci unici al mondo, lo seminò di frutti maturati sotto un sole che non voleva più saperne di andarsene ed infine lo illuminò con un sipario di stelle per decantarne tutta la sua bellezza, al punto da suscitare le invidie della Luna appena creata.

    Però, non essendoci spazio per tutti, con rammarico pensò di fare delle selezioni permettendo così solo ad alcuni privilegiati di viverci dentro fino alla fine dei loro giorni.

    Quindi emanò un editto che diceva: "Coloro che l’indomani troveranno davanti alla porta di casa una piccola mela di marzapane acquisiranno per sempre il diritto di cittadino dell'Eden". 

    Ma in quella notte i catanesi, essendo golosi di dolciumi fin dalla notte dei tempi, all'insaputa del Padreterno fecero man bassa di tutto quel "ben di Dio". Come se non bastasse, nella foga fecero rotolare alcune mele davanti alle porte sbagliate.

    La mattina seguente accadde che alcuni, innamorati della propria terra, furono costretti ad andare via portandosi nel cuore il perenne ricordo di quel Paradiso ed altri invece rimasero controvoglia, anche se avrebbero preferito cercare frutti più grossi e gustosi altrove.

    Chiaramente ci furono dei malcontenti per le scelte impopolari e a tutti gli Etnei rimase l'eterno dubbio che Dio, quella notte, forse assonnato o distratto per il gran lavoro della creazione del mondo, avesse ripartito senza alcun criterio e con immotivata ingiustizia il suo marzapane. Dio non volle saperne niente: disse che i Catanesi avevano fatto scempio del suo dono macchiandolo con la loro ingordigia e che per tale colpa non poteva esserci punizione più giusta.

    Ecco perchè da quel giorno, in quel Paradiso chiamato "Catania", ogni qualvolta si ripete un episodio del genere viene pronunciato l'antico detto "U Signuri ci mannau u' (marza)pani a cu non ciavi i denti".

    E i cosiddetti fortunati? Dopo un po' di tempo aprirono il cancello del giardino e scapparono fuori, spinti dalla bramosia di emergere, dall'ambizione e dalla convinzione di trovare paradisi più belli.

    Sono diventati qualcuno, certo. Ma maledicono ancor oggi il giorno che andando via rifiutarono quel frutto perchè anche se hanno trovato mele più grosse, hanno capito che la vita scorre e il tempo passa inesorabile mentre le loro mele marciscono. Ogni tanto ci rientrano, nel giardino, ma poi devono starne lontano perchè non possono viverci. E soffrono.

    Dal loro purgatorio, ogni giorno, chiedono alla loro nostalgia in quale direzione guardare il tramonto .....per ricordare il loro Eden. E piangere.

    Ma questa è un'altra storia.

                                                                                                                                (Mimmo Rapisarda)

 

- I veri paradisi sono i paradisi perduti.

(Marcel Proust)

 

 

Ieri amante fiera, puledra focosa,

svergognatamente libera,

e candida

come neve sulla magnolia

tu sei oggi la città che odio;

ma ormai ti custodisco nelle vene

per i tragitti che insieme, insieme,

facemmo in volo

sui destini delle cose.

Eppur vorrei lo stesso

fuggire dalle tue braccia

tanto mi appari estranea,

deludentemente rugosa

e triste;

ma a starti lontano, baldracca,

tu sai che morirei.

Di sola nostalgia

 

(Anonimo Catanese)

La mia città ai piedi del vulcano

Potrei spiegare 100 motivi per cui amo Catania e potrei dirne altri 100 del perché la odio; è una città particolare, esteticamente e naturalmente perfetta, invidiabile e invidiata, meta di turismo tutto l’anno, epicentro culturale del sud e capitale del divertimento notturno. Parlare dei suoi difetti è forse ancor più difficile per chi ci vive ma nessuna città può essere senza nei. E’sempre una città del Sud, una città calda in tutti i sensi, una città che soffre di lenta burocrazia, soffre di disoccupazione, di delinquenza, soffre per l’assenza di adeguati servizi pubblici che si possano definire quantomeno decenti, soffre di quei malanni tipici del meridione.
I suoi cittadini, caldi pure loro, sono così diversi tra loro che sembra di cambiare città da un chilometro all’altro, sono diversi nel modo di parlare, di vestire, di camminare, di guidare l’auto ecc. e chi è mio concittadino capirà benissimo cosa voglio dire. Sembra di essere suddivisi in caste sociali che volontariamente stanno lontane tra di loro.
Tante volte sono stata sul punto di andare via, ricordo una frase del film “Nuovo Cinema Paradiso” di Tornatore in cui l’uomo anziano dice al giovane dalle grandi speranze “vattinni, chista è terra maligna”, certo erano altri tempi, ma il magone che perseguitava il ragazzino divenuto grande lontano dalla sua terra era sempre profondo e attualissimo. Si perché noi amiamo la nostra terra, con tutti i suoi pregi e difetti, non so perché ma so che mi capita spesso quando parto di pensare alla veduta che si vede dal mio balcone, il mare a sud e l’Etna al Nord, orizzonte e protezione, non potrei farne a meno mai!
Va bene dai, vi parlo delle moltissime cose stupende che ruotano attorno a questa città.
E’ una città sul mare, il mare guida ogni nostro gesto, la mitica Plaia è la chilometrica spiaggia di sabbia dorata meta favorita dai turisti e dalle migliaia di catanesi che ogni estate si riversano nei numerosi stabilimenti balneari.
Uscendo dalla città, a qualche km, il paessaggio marino cambia, la sabbia lascia il posto agli scogli tanto amati di Acicastello e Acitrezza, piccoli paesini, centro della vita mondana estiva dei catanesi; sul mare entrambi sono da anni teatro di eventi artistici e culturali di prestigio, vi ricordate “La terra trema” di Luchino Visconti? Ecco, quel capolavoro del neorealismo italiano fu girato proprio ad Acitrezza così come il racconto da cui è tratto, “I Malavoglia” di Giovanni Verga.
La casa di Giovanni Verga si trova proprio nel centro di Catania, nel centro storico, è visitata da molti turisti e catanesi, un piccola casa arredata dove vi sono tutti gli oggetti del Verga, le penne, i calamai, le carte dove nascevano le opere dello scrittore originario di Vizzini, piccolo centro in provincia di Catania in cui vengono ogni celebrati le opere verghiane con spettacoli teatrali che si svolgono proprio nei luoghi descritti nei romanzi.
Molta attenzione è data alla cultura dai catanesi, la musica e il teatro, le nostre grandi passioni, il nostro gioiello, il Teatro Massimo Vincenzo Bellini che propone dei veri e propri eventi che riguardano la lirica, il balletto e talvolta anche la musica pop, l’anno scorso si sono svolti i concerti unplugged di Ligabue e Carmen Consoli in un’atmosfera da sogno.

 

Il Teatro fu inaugurato nel 1890 con la “Norma” di Vincenzo Bellini (il cigno di Catania), un luogo per noi sacro dove hanno cantato e suonato i grandi del nostro tempo, restaurato di recente il teatro offre una facciata che ricorda l’Operà di Parigi, all’interno una sala stupenda affrescata e adornata elegantemente, la sua acustica è una delle migliori al mondo. La tomba di Bellini si trova presso il Duomo, nella piazza cuore della città e che divide la città moderna dalla vecchia e se posso osare direi che divide due mondi. Accanto al Duomo vi è la fontana dove sotto scorre il fiume Amenano, lento e misterioso, non si sa né da dove nasce né dove va a finire…
In piazza Duomo vi è il simbolo della città, ovvero l’elefantino di pietra lavica sull’obelisco, l’origine del simbolo del “Liotru” è misteriosa, pare sia da attribuire ad un certo mago Eliodoro che ne assunse le sembianze per fuggire. La chiesa del Duomo è un capolavoro del barocco, distrutto nel 1693 dal terribile terremoto che colpì la città e ricostruito nel 1709 su ciò che ne era rimasto, è il centro religioso e folcloristico per noi catanesi, oltre ad essere ricco di opere d’arte è la chiesa che custodisce le reliquie della nostra patrona, Sant’Agata. La festa in onore della santa, il 5 febbraio, è il giorno più importante per i catanesi la cui devozione per questa donna, perseguitata, torturata, a cui da giovanissima furono tolti i seni a costo di mantenere intatta la sua anima, è immensa. Non esiste catanese che non ami San’Agata, basta assistere alla processione del suo fercolo per le vie cittadine per tre giorni di fila che culmina il giorno del 5, quando dalle 16 fino al mattino seguente senza orario fisso, migliaia di catanesi seguono la propria protettrice inneggiando a canti e assistendo ai riti legati alla festa come forse il momento più emozionante, il canto delle monache di clausura del monastero, che fanno la loro unica uscita dell’anno proprio quel giorno.

Catania è una città d’arte, si trovano segni delle innumerevoli conquiste straniere, se Palermo è arabo-normanna, Catania è greco-romana, bellissimo il teatro romano che si trova proprio tra i palazzi cittadini, in pietra calcarea, dove d’estate vengono fatte diverse rappresentazioni teatrali; accanto dal teatro romano, vi è il piccolo Odeon di origine greche che invece è adibito alla musica “impegnata” come lirica e jazz. Segni della romanità di Catania sono visibili in molti altri monumenti come l’anfiteatro romani di Piazza Stesicoro, anch’esso al centro della città a pochi passi da Piazza Duomo. Queste due Piazze insieme a Piazza Università (dove appunto si trova l’Università catanese) sono le principali piazze che si trovano lungo la famosa via Etnea, la via dello shopping e delle passeggiate dei catanesi che ha per sfondo il vulcano, certo fu costruita in modo strategico proprio ad incrociare la vetta dell’Etna. Una via molto amata, affollata tutto l’anno dove si può comprare di tutto e a prezzi contenuti, completamente opposto lo scenario del vicino Corso Italia che per sfondo ha il mare e che è considerata la via chic della città, negozi lussuosi e inaccessibili per molti così come i suoi ristoranti e bar.
Via Etnea, dai palazzi tutti scuri, ove vi è la presenza dappertutto della pietra lavica (di recente è stato rifatto il manto stradale con dei blocchi di pietra lavica) è un trionfo di arte barocca così come la bellissima via dei Crociferi, meta principale per gli amanti d’arte e per i turisti che culmina della Chiesa di Sangiuliano, capolavoro barocco. Da vedere anche il Monastero dei Benedettini, oggi sede della facoltà di lettere e filosofia, imponente costruzione barocca in cui sono stati trovati resti di epoca romana.
Tutti questi particolari e splendidi angoli di città sono stati oggetto anche della cinematografia, numerosi i film girati a Catania, primo fra tutti “Il bell’Antonio” di Mauro Bolognini con un meraviglioso Marcello Mastroianni e una bellissima Claudia Cardinale; il film narra la storia assurda di un giovane omosessuale della Catania bene costretto ad un matrimonio mai consumato, in una città e in una famiglia che si trovano di fronte ad una realtà inaccettabile. In quel film, del 1960, Catania appare bellissima ed è meraviglioso vedere passeggiare Mastroianni in quella via Etnea in bianco e nero con alcuni dei vecchi negozi che tutt’oggi esistono ancora. E poi ancora “Un bellissimo novembre” sempre di Bolognini, “Paolo il caldo”, “Gli anni difficili” , “Divorzio all’italiana”, “Mimì metallurgico”, “Malizia”, tra i meno recenti, tra quelli nuovi invece ricordiamo alcune scene girate dentro il Teatro Bellini in “Johnny Stecchino” di Benigni (nella trama del film il teatro è a Palermo, in realtà è quello catanese), “Storia di una capinera” di Zeffirelli, “La piovra”, “Del perduto amor”(film recentissimo di Franco Battiato). Letteratura e cinema si incontrano a Catania e insieme alla musica fanno di questa città un laboratorio culturale e artistico secondo a nessuno.

Il cuore verde della città è la villa comunale anch’essa dedicata a Vincenzo Bellini, ricca di vegetazione esotica e che ha al suo interno una piccola costruzione orientale antichissima. L’orologio verde e la fontana sono i punti più caratteristici del parco che ospita ogni anno artisti dello spettacolo nello spazio dedicato all’attività sportiva.


Lo sport a Catania è un argomento che appassiona gli amanti del calcio in particolar modo, una squadra di calcio amatissima con un pubblico straordinario è oggetto di discussione quotidiana. Meno valutati ma pur sempre amati anche sport che fanno meno notizia ma che danno molte più soddisfazioni, per chi non lo sapesse la nostra squadra di pallanuoto femminile, l’Orizzonte, è campione d’Europa e campione d’italia da oltre 10 anni consecutivi!
Il folclore sportivo e religioso ha la sua culla nella zona più divertente e colorata della città ovvero la Pescheria, il mercato del pesce (e non solo) teatro della vera vita di Catania, lì potete trovare di tutto ed è uno spettacolo da vivere per capire il cuore e il calore catanese. Forse perché discendiamo dai greci ma il nostro senso di ospitalità è innato, per noi l’ospite, che sia un turista, uno straniero, un amico o un parente lontano è da trattare come un fratello, state certi che se vi smarrite e chiedete aiuto ad un catanese vi ritroverete presto in un tavolino di un bar a mangiarvi una granita insieme.
Per il catanese ospitare vuol dire principalmente mangiare, ovvero far gustare i piatti tipici in modo orgoglioso a chi sconosce certe prelibatezze. Non potete non assaggiare i nostri piatti, la pasta alla norma (con melanzane e ricotta salata), la pasta al nero di seppia, la pasta con le sarde e tutti i piatti a base di pesce, le sarde a beccafico, le alici marinate ecc…Capitolo a parte per i dolci, la ricotta, le mandorle e il miele sono gli elementi basi per i dolci tipici catanesi, ultracalorici, ultradolci ma ultrabuoni. La paste di mandorla, biscotti teneri fatti con un trito di mandorle e zucchero…..i cannoli con il classico ripieno di ricotta…..gli olivetti verdi di Sant’Agata, bocconcini di zucchero dal tipico colore verde…..le bucce di arancia candite.......la cassata e la frutta martorana…..ok, basta.
Anzi, no dimenticavo il nostro alimento per la colazione estiva, il catanese da giugno a settembre, caschi il mondo, ma a colazione deve mangiare un bel bicchiere di granita con una fragrante brioches, e allora sì che la giornata può iniziare bene. Attenzione però, la vera granita, quella catanese, è completamente diversa da quella che trovate al nord o nel reparto surgelati, quella è un’offesa alla nostra cultura, quella è una sorta di trito di ghiaccio con aggiunta di sciroppo, la nostra invece è un impasto cremoso, morbido che sembra gelato ma senza latte, unica al mondo!
In effetti la granita può essere mangiata in qualunque momento della giornata, non stupitevi se di notte nei pressi del Teatro Massimo trovate qualcuno a mangiarla seduto in qualche tavolino all’aperto….

La piazza del Teatro Massimo è il centro della movida catanese, una concetrazione unica di pub, birrerie, ristoranti e locali di tendenza aperti tutto l’anno per la disperazioni di chi abita in quelle zone, in perenne lotta con i gestori dei locali per via della musica e il baccano fino a tarda notte. Troverete stili e ambientazioni diverse per ogni locale, ma di certo mangerete e ascolterete dell’ottima musica live dei gruppi pop-rock emergenti. Pensate che Carmen Consoli ha iniziato a suonare nei pub di Catania, negli stessi pub in cui la sera di esibiscono artisti con la stessa passione e la stessa tenacia che son certa, prima o poi li premierà. Ogni sera vengono proposte nei locali serata diverse, una per i single, una per gli amanti del reggae, una per chi è appassionato di musica country, una per ascoltare gli africani suonare la loro musica tutta fatta di percussioni, una dedicata al rock e un’altra per la festa della birra, insomma tutti i gusti sono soddisfatti. di recente è stato inaugurato il secondo Hard Rock Cafè italiano proprio a Catania nei pressi degli archi della marina, un tempo divisori tra il mare e la terraferma. E pensare che fino a qualche anno fa quella zona era malfamata e c’era il coprifuoco oltre una certa ora…..adesso se vi recate lì alle 3 di notte vi sembra di passeggiare in pieno giorno.
E del nostro vulcano cosa dire? Bè ci sarebbe tutto e niente da dire, è lì, ci guarda, ci protegge e qualche volta ci fa anche spaventare. E’ un gigante, è il più alto d’Europa, in qualunque parte della città siamo ci voltiamo e lui c’è sempre, è presente nella nostra vita, è come una donna, bellissima ma capricciosa. Spesso qualche parente del nord e qualche amico mi chiede se è pauroso abitare ai piedi di un vulcano attivo ma io ho sempre risposto di no, come posso temere ciò che amo? Di recente, la città è stata sommersa dalla polvere lavica, uno strato spesso di polvere nera ci ha coperto provocando una serie di danni anche gravi ma mai nessuno ha mai inveito contro di lui. Credetemi, sembrava di essere sulla luna, non si vedeva neanche il sole, ma solo grigia foschia, pioggia nera spinta dal vento, allucinante. Man mano che dalla città si passa attraverso i numerosi paesi etnei e man mano che si va sempre più su la terra sotto i piedi inizia far rumore e di odono i boati del gigante, tutto questo in periodi non eruttivi…..quando invece vi sono le eruzioni quelle zone sono off-limits anche se parecchi si inoltrano per arrivare a vedere da vicino la lava. Lo spettacolo eruttivo è incredibile, fiumi di liquido infuocato rosso che si vedono da tutta la parte orientale della Sicilia e sapeste dal mio balcone che emozione quando vedo vicina la lava, sembra quasi di poterla toccare.
Ovviamete sono molte le iniziative rivolte ai turisti per visitare le aree vulcaniche tra l’altro ricche anche di una flora e una fauna interessanti per gli amanti della natura. Il vulcano è accessibile sia d’estate nei sentieri che portano fino alla valle del bove (conca molto vasta dove si riversa la lava) che offre una veduta mozzafiato….ho fatto il percorso anni fa ed è stato indimenticabile, sia d’inverno per le piste da sci, se non vengono distrutte precedentemente dalla lava come è successo per l’ultima eruzione.

Insomma, siamo coccolati e incastrati tra un mare che ci da il senso di libertà e una montagna iraconda che ci riporta al rigore e che ci guarda dall’alto, ovviamente il nostro carattere è forgiato da questa diversità, sappiamo essere miti e limpidi come il mare e iracondi come il vulcano, un mix incandescente in ognuno di noi.
Una città da visitare, da conoscere e da vivere insieme ai suoi abitanti sempre disponibili e ironici, solo così si può venire travolti da un’ondata di colori e di profumi che solo la nostra terra riesce a dare.
Arrivare a Catania è facile, il nostro areoporto offre tratte con quasi tutte le città italiane ed estere. L'areoporto così come la stazione sono facilmente raggiungibili dal centro della città sia con i taxi che con i mezzi pubblici dedicati.
La città offre alloggio per tutte le tasche, dalle pensioncine del centro agli alberghi lussuosi con la vista sul mare.
Ecco lo sapevo, ho scritto il solito papiro ma stavolta ne valeva la pena e credetemi, ho tralasciato moltissime cose che qualche mio concittadino mi farà notare (il Castello Ursino di Federico di Svevia, l’orto botanico e le tante altre chiede e musei come quello bellissimo dello sbarco della seconda guerra mondiale).

aantea (ciao.it)

 

 

 

 

 

 

 

in sottofondo E VUI DURMITI ANCORA, by Formisano-Calì