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D. O. M. / Ferma le piante, e leggi o passagiero / A. 9 di gen.° 1693 trema Catania a scosse / di fiero terremoto, e replicando all. 11 / del medemo con tutte, le sue grandezze / con 16 mila catanesi sepolta da sassi, / derelitta da vivi, derubata da ladri ri / mane. In simil fato à fuggir le mura a ri / covrarti nei campi, a custodir la / città questo marmo ti / insegni cossi viverai / an: do: 1693
Questa l’iscrizione, la sola non in latino e tra le prime delle nove cittadine che ricordano il terremoto del 1693, della lapide che, recuperata dalla demolizione dell’edificio precedente, campeggia sul prospetto del teatro Sangiorgi (1900) in via Antonino di Sangiuliano. La tragedia aveva sfiorato la città non molto tempo prima: l’eruzione dei Monti Rossi del 1669 produsse una colata di quasi un miliardo di metri cubi che raggiunse una Catania spopolata per paura; deviata dalle mura cinquecentesche sino al bastione San Giorgio, presidio sud orientale, la lava si riversò in mare, la battigia avanzò di centinaia di metri, il porto fu invaso, la costa mutò l’andamento lungo il fronte urbano, circondato da un deserto fumante terra di nessuno. Colmati i fossati, l’Ursino non fu più “castello a mare” presidio del porto come i coevi di Augusta e Siracusa. La città fu risparmiata, la popolazione vi fece ritorno e numerosi profughi vi cercarono asilo dai distrutti paesi del versante meridionale dell’Etna, le cui terre invase dai basalti non furono coltivabili per decenni. Non così nel 1693: le scosse della sera di venerdì 9 gennaio causarono una decina di morti e ingenti danni al patrimonio edilizio, procurando allarme nei cittadini ma non sufficiente, forse memori dello scampato pericolo di pochi lustri prima, per lasciare la città; con quelle del pomeriggio di domenica 11, sedicimila abitanti su diciannovemila, secondo fonti d’epoca, furono sepolti dalle macerie di Catania e dei suoi secoli di storia. Condivisero quella sorte le città del Val di Noto, interessato dal sistema di faglie ibleo maltese da cui originano i terremoti della regione, e molte del Val Demone, raggiunte dall’onda sismica, furono gravemente danneggiate. Con non pochi contrasti, governo, nobiltà e clero si impegnarono, animati dalla volontà di autorappresentazione, ma anche di protagonismo a fianco di una popolazione afflitta da lutti e distruzioni, in un imponente progetto ricostruttivo unitario, tendente a inserire la nuova Catania nei più aggiornati circuiti culturali europei, offrendole una rinnovata memoria storica e una nuova identità di carattere non più o non soltanto localistico, che trasformò la catastrofe in una grande occasione di riscatto economico e sociale delle popolazioni interessate. |

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Secondo
Gaudioso lo stemma di Catania ebbe origine probabilmente nel 1239,
quando ad opera di Federico II la città passò dal governo del
vescovo-conte al demanio regio. Si vide nell'elefante di pietra lavica
il simbolo naturale della città. La rappresentazione araldica più
antica, precedente immediatamente il 1376, è quella riprodotta sul
basamento del busto di Sant'Agata: sullo scudo, un elefante di profilo
rivolto a sinistra di chi guarda con la proboscide alzata e sormontato
da una "A" in lettera gotica. Ma cosa ha portato un elefante a
rappresentare Catania?
La lava e l’autore ignoto Conoscendo le leggende legate ’o liotru, collegate al vicino Oriente e cariche di fantasie esotiche, spuntano spontanee alcune curiosità: la scultura è stata realizzata a Catania, da un artista catanese, con lave dell’Etna, come afferma l’iscrizione alla base (ex aetneo lapide simulacrum), oppure no? Il litotipo con cui è stata realizzata la scultura è, probabilmente, una lava effusiva, grigio scura, bollosa, molto compatta. Considerato che gli elefanti nani erano presenti in tutta la Sicilia (ritrovamenti fossili di elephas falconeri e mnaidriensis, in ambito siracusano, etneo, messinese, e nella zona di Carini), ma anche in alcune isole del Mediterraneo orientale presso le coste dell’Anatolia, e che, in alcuni di questi luoghi, si trova quel tipo di lave (M. Etna, M. Lauro, M. ti Troodos, Cipro …), si potrebbe indagare sulla litologia e quindi sulla provenienza delle lave dell’elefante e sulla loro età, incrociando i dati, pur sapendo che l’estinzione dell’elefante nano è collocata intorno a 32000 anni fa e che l’Homo Sapiens è comparso in Sicilia circa 30000 anni fa. Certamente per i catanesi sarebbe amaro scoprire che il loro amato Liotru è stato creato a Cipro da uno scultore turco per un signore di Costantinopoli e poi da lì trasportato a Catania da un mercante dai gusti originali; oppure peggio, "scolpito" a Buccheri, da un pecoraio di Monte Lauro, a tempo perso, dato che anche lì esistono le lave bollose grigio scuro e forse qualche elefantino nano, a suo tempo, smarrito. E comunque la scultura potrebbe rappresentare, in scala ridotta, un elefante africano di taglia "normalmente" elefantina, come i tanti che di certo hanno attraversato la Sicilia servendo pazientemente negli eserciti o destinati a crudeli giochi nei circhi. E’ quasi certo che non sono mai state effettuate indagini litologiche, chimiche o fisiche, dirette, che potrebbero essere il punto di partenza per "saperne di più". Si potrebbero applicare semplici tecniche geochimiche, petrografiche, e radiometriche anche su piccoli frammenti originali. Ma forse è meglio lasciare che il mistero avvolga ancora la litologia dell’elefante e il suo mito.
CASO DI «EGITTIZZAZIONE», L’OBELISCO AVEVA UNA FUNZIONE RELIGIOSA O DECORATIVA E RIEMERSE CASUALMENTE NEL 1620 L'obelisco dell’elefante di Piazza Duomo continua sotto alcuni aspetti a celare misteri. Il primo riguarda la sua provenienza: soltanto un’accurata analisi petrografica del granito di cui è composto potrebbe chiarire se si tratti di un prodotto locale o di un manufatto importato dall’Egitto. In secondo luogo esso non presenta geroglifici, ma, per lo più, figure umane e divine disposte dall’alto verso il basso, che non costituiscono nell’insieme una scrittura di senso compiuto, ma hanno un fine ornamentale. Nel sistema figurativo spiccano alcune importanti divinità egizie: Iside e Nephtys quali dee-ureo, Horus nella forma di diofalco, Anubi teriomorfo con testa di sciacallo, il dio Api nell’aspetto di sacro toro con il disco solare tra le corna, il dio Ra circondato dal serpente khut. Da notare anche una sfinge alata con lunga barba, con testa sormontata da una doppia corona. "Egittizzante" è dunque l’aggettivo che meglio qualifica il nostro obelisco, vale a dire si tratta di un manufatto che imita elementi figurativi egizi nell’iconografia e negli attributi regali e divini. Nella storia ci sono state epoche in cui il fascino esercitato dall’Egitto ha spinto la cultura occidentale ad "egittizzare" per cause, a volte, molto diverse tra loro (esigenze di culto o semplicemente moda). Ad esempio in epoca romana, nelle province dell’impero, si diffusero culti misterici legati ad Iside ed Osiride. Una vera e propria "egittomania" dilagò nel Rinascimento quasi nello stesso tempo in cui si diffondeva l’interesse per l’ermetismo. I geroglifici erano considerati alla stregua di una lingua segreta accessibile solo agli iniziati. Dai dotti del Rinascimento per imitazione furono inventati anche geroglifici "moderni" come attesta la "Hypnerotomachia Poliphili" (1499) in cui è presente l’iconografia dell’elefante con l’obelisco sormontato dalla palla. Dopo la campagna di Napoleone in Egitto l’occidente conobbe una nuova fase di "egittomania" e nacque l’Egittologia grazie al ritrovamento della stele di Rosetta che permise a Champollion di decifrare i geroglifici. In terzo luogo la datazione dell’obelisco dell’elefante appare incerta, ma la più plausibile è da riferire al primo secolo d.C. per alcune analogie con la cosiddetta "Mensa Isiaca" del Museo Egizio di Torino. Inoltre l’obelisco dell’elefante non rappresenta un caso isolato. Infatti Catania conserva altri tre frammenti di obelisco, mentre Messina vanta due pilastri egittizzanti. Il nostro obelisco, sia che avesse avuto una funzione religiosa sia decorativa, perse poi di importanza e fu riutilizzato come architrave di una porta del palazzo vescovile di Catania. Ritornato in luce nel 1620, nel Settecento venne "risemantizzato" in chiave religiosa con l’aggiunta di ornamenti e attributi del culto di S. Agata ad opera dell’architetto Vaccarini, che prese come modello del progetto della fontana l’iconografia poliphiliana dell’elefante. SANTO DANIELE SPINA
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L'impatto (da "A Catania con amore" – di A. Motta - Edizioni Greco) Di solito, quando si dice "ho due cose da dirvi, una buona e una cattiva", si chiede anche in aggiunta "quale volete che vi dica prima, la buona o la cattiva?". lo scelgo per prima sempre la cattiva, così poi mi rifaccio la bocca con la buona. E così faccio anche stavolta, parlando di Catania, questa città piena piena di cose. Buone e cattive. Vi dico quel che di brutto mi è parso, ho provato e mi è successo nel mio rapporto personale con Catania. Che è poi quello che più fa emozione, rabbia e tormento, sentimenti privati e forti che si finisce per patire di più.
La
mia "prima volta" con Catania fu quand'ero bambina, venivo da
Roma e andavo a passare l'estate nel paese di mio padre, nel Ragusano. Ero
frastornata dal lungo viaggio ed eccitata per tutto quel mare che sembrava
a volte toccasse il treno, anzi era il treno che pareva in certi punti
attraversarlo. Mi aspettavo addirittura di esserne bagnata, sommersa e
ridevo e strillavo, concitata e intimorita. E d'improvviso il treno
entrava nel nero. Un nero che non era di tunnel, non di viscere di
montagna: era un nero che partiva dal grigio, opaco e fumoso. Erano case
senza colori e un binario alto su archi neri in mezzo a quelle case
spente. Era già la città che non accettava quell'intruso sferragliante e
lo respingeva con la sua scontrosità dì pietre funeree. Così, quando il
treno arrivò a Catania, io mi sedetti, improvvisamente calma, un po'
mortificata. Ripresi a salire, a scendere il vetro del finestrino, a
schiacciarci felice il naso contro, soltanto dopo che le rocce s'erano
rifatte bianche sulle scogliere di Castelluccio, alle saline di Augusta e
alla stazioncina di Targia. Poi ci fu il tempo dell'Università e fu allora che entrai davvero in città, via Etnea, le piazze, la villa Bellini. E sempre però affrontavo imbronciata quel nero senza splendore. Camminavo guardinga, e i palazzi alti mi incombevano addosso, arcigni. E anche le strade mi parevano uno stretto groviglio di nero. Detestavo la città ed essa mi detestava. Non legavo con nessuno. Allora venivo da Siracusa, molle, dolce, sciroccosa, e questa gente qui invece parlava con accento pesante, si muoveva troppo in fretta. Ed era sempre sfottente, pronta alla beffa. Se chiedevi a qualcuno dov'era una certa strada, quello ti mandava di sicuro a casa di Dio, intontendoti di indicazioni complicate e di compatimento: "poverina, così lontano!". Poi scoprivi da sola che invece la strada che cercavi era proprio quella su cui stavi camminando quando avevi interpellato quel cittadino tanto solerte quanto truffatore! Schiumavo rabbia contro la nemica Catania e mi chiudevo nella mia riservatezza provinciale. Scoprii di malanimo che i bagni a Catania si facevano da scogli crestati, taglienti, neri naturalmente, per nere lave colate dall'Etna. E io invece avevo imparato a correre a piedi nudi sui massi rotondi e scivolosi. Così sono i fantastici scogli a Siracusa. Odiai anche queste pietre che mi scorticavano i piedi e le caviglie. L'antipatia reciproca continuava: da una parte stavo io, incaponita nel rifiuto, dall'altra Catania mi sembrava impenetrabile. Usavo Catania per quello che dovevo farei, per quello che potevo trarne: l'Università, un gruppetto di conoscenze utili - o inevitabili? - per qualche festa in casa dì questo o di quello, o per la compagnia in una passeggiata lenta lenta per via Etnea. Per fl resto me ne stavo immusonita a sognare altri luoghi, case e strade bianche, che non fossero ribollenti casseforti di sole e non scottassero ancora a toccarle nella notte. Avvertivo gli odori più sgarbati, i sentori di vecchie polveri imputridite e delle voci coglievo sempre e soltanto le tonalità più sgraziate. Ero cattiva in una città che non mi amava. E questa è la "cosa cattiva" che avevo da dire. Per quella "buona" non vorrei proprio diventar zuccherosa, ma alla fine nostalgia e sentimento faranno sciroppo. La volta che scoprii una spiaggia rosata come una cipria, in una striscia che non vedevo finire, per quel pulviscolo opaco che si faceva lontano, dì sabbia e di umori salmastri.
E la volta che via Crociferi mi incantò di lampioni tenui, di Chiese che sembrano toccarsi, e il loro barocco si confronta, si emula, si insinua sui lastroni di lava usurati e nelle stradette ripide fino a segrete piazze, tra conventi severamente aristocratici molto più che pii. E la volta che mi incantò la frenesia di colori e di odori sotto le lampadine accese e il vorticare delle strisce di carta per areare il pesce sulle bancarelle della pescheria. E la volta che mi incantò la notte nel giardino del Lido dei Ciclopi, terrazza dopo terrazza, a protendersi sull'acqua. Oppure la voce del venditore di gelsi o il lento percorso in via Etnea, tra vetrine cariche e allettanti come una strada levantina e c'era anche chi invitava ì passanti a comprare le scarpe del suo negozio, il più fornito, il meno caro ... E quando avvertii, oltre agli odori che avevo selezionato per il mio rifiuto oltraggiato della città, nuovi aromi penetranti fino all'ebbrezza, dai limoneti carichi di zagare, l'ironia dei catanesi mi sembrò d'improvviso irresistibile per quella vena di beffa della battuta. Sfacciati catanesi, corrosivi catanesi, t’inchiodano con una frase. Si sopravvalutano e lo dicono sfrontati: e infine sai che ne hanno tutti i motivi, per l'intelligenza, per l'immediata capacità un po' truffaldina di cavare ricchezze da una pietra. Perdono il senso della comunicazione (e non l'hanno mai avuto); vivono la loro indipendenza, uno accanto all'altro, fingendosi solidali: in realtà ognuno entità suprema per l'altro. Questi catanesi sono isole che possono anche allearsi, ma mai vivere solidalmente l'interscambio della comunità. E che fa? Non hanno il senso civico? Sono ribelli e insofferenti all'autodisciplina? Eppure poi si fanno mortificare lungamente da politicanti di nessun rango e li lasciano fare i padroni del loro destino. Contraddittori anche in questo, passano dall'orgoglio dei protagonisti al lamento delle vittime. E poi ricominciano, rifanno quel che hanno annientato, ricostruiscono quel che hanno distrutto. Adesso ho imparato ad amarli, a farli miei, ad essere passionalmente una di loro. Vulcani, essi stessi sono l'Etna. Anche loro fremono, sbuffano, eruttano e mandano al cielo lapilli. E se nel loro sangue si guardasse bene, il coagulo è magma solidificato, è lava.
(Luigina Grasso)
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La trappola. E' proprio così, o si ama o si odia. Per chi non l'ha mai vista, a vederla la prima volta deve fare un brutto effetto essere circondati da tutti questi vecchi palazzi di colore nero e con le rifiniture di bianco calcare. E' il materiale di costruzione che ci ha regalato quel monte che ci sovrasta, che ci saluta ogni mattina all'albeggiare, che ci fa vedere e capire quanto è potente e quanto può decidere le nostre sorti. Ma ormai amiamo pure lui, nonostante i forestieri ci dicano ad ogni eruzione "ma come fate a vivere qui, ma siete così tranquilli?". Chi viene a vivere qui i primi giorni si sente oppresso da questa città scura, viene preso dalla malinconia per via dei colori pesanti e severi che niente hanno a che fare con i colori siciliani, solari e mediterranei; infatti Catania si contraddistingue dalle altre città siciliane anche per il colore. Ma soprattutto per quelli che quel colore lo hanno intonacato: i catanesi. Non so se sia dovuto alla temperatura dell'Etna che circola sotto la città o ad uno strano gas invisibile che emana il suo cratere, ma i catanesi sono proprio figli del Mongibello. Sono vulcanici come lui. E sono anche diversi dagli altri siciliani. Nell'essere "catanese" c'è tutta la furbizia dei napoletani, l'intraprendenza nel commercio degli svizzeri, la genialità degli inglesi, l'ospitalità dei giapponesi, la voglia di far festa dei messicani, la lingua dei toscanacci, la bramosia di scommettere dei texani a Las Vegas, l'amore per i viaggi dei vichinghi (l'accento catanese si avverte in qualsiasi aeroporto del mondo, sono dovunque) ecc. Ma
l'ironia no. L'ironia e l'autoironia dei catanesi (o liscìa come
la chiamano qui) sono proprio marca "Liotru".
Questo spirito liscio, la battuta pronta che ti brucia al primo colpo è
una cosa che ci appartiene. Storica è la disavventura di quel
signore che, scendendo dal tram in corsa, mise un piede in fallo
cadendo rovinosamente sul marciapiede. Molte persone accorsero per
aiutarlo a rialzarsi e una di loro, con altruistica sollecitudine, gli
chiese: "Chi fici, s'astruppìàu?" (che fa, si è
fatto male?). E quello (liscio), prontamente, mentre si tirava su dolorosamente:
"No, ma castruppiari... Iù d'o trammi scinnu sempri accussì"
(No che non mi sono fatto male, io dal tram scendo sempre così!). Oppure l'altra storiella di qualche anno fa, quando la gente di colore non aveva ancora invaso la città e incontrarla era sempre un fatto un po' insolito. Due catanesi passeggiano discutendo pacatamente sotto i portici di Corso Sicilia in un luminoso pomeriggio di sole, quando incontrano un numeroso gruppo di nigeriani, di quelli molto scuri di pelle, proprio neri che più neri non si può. Al passaggio degli africani uno degli amici si ferma e rivolto all'altro: "Au, Giuvanni, scuràu!" (Ehi, Giovanni, si è fatto buio!"). Si può essere più brucianti di così? Questa ironia ce la portiamo dovunque, dagli sportelli degli uffici postali - dove l'impiegata viene ricoperta dalle battute più sarcastiche - ai marciapiedi di Via Etnea, culla di questi cervelli in continua fibrillazione. Anche allo stadio, nella tribuna B, reparto "liscio" del vecchio Cibali e famosa per storiche battute rivolte ai giocatori o all'arbitro, si fa ironia. Una è questa: "Abbittru, si i cunnuti avissuru l'ali a tia t'avvissuro a ddari a mangiari ca fionda!" (Arbitro, se i cornuti avessero le ali, tu lo sei tanto che per farti mangiare dovrebbero lanciarti il cibo con la fionda!!!") E che dire di un mio conoscente che alla "Fera o luni", avendo trovato un paio di pantaloni di suo piacimento, non sapeva come provarseli davanti a tutti? L'ambulante: "Prufussuri, si mittissi sta tuvagghia davanti" e l'acquirente, di statura alta: "Sì, ma arriva a coprirmi soltanto dalla testa alla pancia!! E l'ambulante: "Prufussuri.... ma a lei di sutta cc'u canusci?" (n.d.r.: ma a lei di sotto chi la conosce?). Micidiale! Quando la liscìa diventa filosofia! Solo qui, se una signora, dopo aver atteso quasi due ore l'arrivo del bus dice al conducente "su tri uri c'a aspettu a lei!" quello gli risponde "picchi? chi avevumu n'appuntamentu?". Solo qui se qualcuno chiede al telefono "chi parla?", si sente rispondere "cchi sacciu, un pocu iu e n'pocu vossia". Solo qui, se una bella turista entra in un bar e chiede dell'acqua (dopo essere stata "radiografata" dalla testa ai piedi), si sente rispondere "l'acqua a voli naturali o frizzantina comu a lei?". Solo qui le maestre d'asilo, chiedendo in aula "Bambini, come si chiamano quei signori col sacco bianco che tirano il cordone di Sant'Agata?", si sentono rispondere "....Maurizio, Giuseppe, Antonio, Rosario, ecc. ecc.". Fin da piccoli, lisci!
E poi hanno un grande spirito di adattamento e del commercio. Gli stessi che vendevano i panettoni per strada dopo un po' di tempo li puoi trovare a vendere colombe, uova pasquali e palme per la Pasqua, mimose per la Festa della donna, panini davanti alle discoteche, rose per S. Valentino, giocattoli per la festa dei Defunti, fuochi d'artificio per il Capodanno. La domenica non si riposano: limoni e bibite dalla dubbia marca allo stadio (così vedono anche la partita gratis!). Anche i taxi hanno una grande faccia tosta. La passeggera si lamenta: "Mi scusi, ma a Mlilano la corsa dall'aeroporto costa molto di meno!" e il tassista, senza battere ciglio: "Signorinella bedda, cchi voli mettiri.... Catania ccu Malanu?" Ecco, forse anche questo aiuta quei malinconici dei primi giorni a rendersi conto che qui non è come avevano pensato.. Ma la città non fa niente per farsi amare, sta sorniona, come una bella donna non dice niente e si fa desiderare, non li calcola nemmeno, non li guarda, è tutto un corteggiamento fatto di sguardi che spetta fare al visitatore che alla fine se ne innamorerà perdutamente e capirà che tutto quel colore scuro non era come pensava, che quel nero non era nero ma rosso scuro, rosso sanguigno, pressione alta, lava e lapilli che tentano continuamente di fuoriuscire. Il visitatore, poi, in quella lava incandescente ci si tufferà volentieri, diventerà anche lui, per forza di cose, parte integrante di quel materiale piroclastico che scende ogni sera a valle e va a ricoprire le strade cittadine, facendole rivivere ed esplodere come ad una nuova eruzione. La prova è che molti che sono stati trasferiti qui e poi sono ritornati al paese d'origine hanno ancora Catania nel cuore; altri sono rimasti intrappolati dal suo fascino e non sono più andati via. Altri ancora, purtroppo, l'hanno dovuta lasciare per sopravvivere e quando tornano qui mettono da parte qualsiasi appartenenza forestiera, si rimettono addosso la "marca Liotru" e fanno il pieno di catanesità (a cominciare dalla gastronomia) in quei pochi giorni di vacanza. Lasciarla è quasi sempre un dramma. La stazione e l'aeroporto sono i muri del pianto delle partenze. Il catanese è uno dei pochi passeggeri ad affacciarsi dai finestrini del treno. La sua innata curiosità lo spinge a scrutare, a guardare cose nuove, a far riflettere la sua mente vulcanica, ma quando parte dalla sua città si affaccia ancora di più, anche se il paesaggio è sempre lo stesso, anche se il viaggio dura soltanto due giorni. E per salutare un suo figlio Catania sceglie le giornate più splendide (vigliacca!): si profuma con una brezza marina da far resuscitare i morti, si bagna i capelli con un mare azzurro al sapor di alghe profumatissime cresciute in fondali meravigliosi, si dà un fondotinta con la luce e il sole che c'è da queste parti, chiama a raccolta i più floridi giardini di aranci che salutano con profumi di zagara e un cielo che è un Carnevale di colori. E il catanese in partenza sta lì a guardare sua madre, dopo si ritira nel corridoio del treno e avverte subito odori diversi e un'improvvisa malinconia. Apre il pacchetto della merenda e dà il primo morso a un olivetto di S. Agata, dimezzandolo. L'altra metà non può più mangiarla perchè è bagnata dalle lacrime che scivolano dai suoi occhi. Ma lui, da buon catanese, non si dà per vinto e pensa: "sarà stato il vento dal finestrino...... "
(Mimmo Rapisarda)
Ogni uomo nasce Re. Ma la maggior parte degli uomini muore in esilio, proprio come la maggior parte dei Re. (Oscar Wilde)
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L'utopia ("Utopia del Triangolo" è inserita nel libretto del CD "I diritti dell'uomo", realizzato a scopi umanitari da un mio amico che si chiama Vincenzo Spampinato. E' anche il testo portante di un suo spettacolo che ha per protagonista sua maestà Aitna ed Elephantown, come lui chiama la nostra città in una delle sue canzoni.)
Giorno verrà che questa Terra, diventerà modello per tutte le altre terre che il buon Dio, o chi per LUI, ha disegnato sul mappamondo. Sarà il giorno che il pavone regalerà la sua ruota alla mano di un bimbo, che la farà rotolare fino alla marina. L'Isola tornerà a respirare, quando il soffio saggio dell’amore Sicano spazzerà via i mostri industriali di Priolo, Gela, Termini Imerese, Sigonella and company, e la "maffia"sarà solo un brutto ricordo. Le auto, le luci, i nostri micro-onde, gireranno succhiando il vento (macchine d'Eolo) e aspirando il sole (pannelli d'Elios); le telecamere del fratello grande di Orwell non spieranno più nelle nostre ferite, ma ci guarderanno negli occhi innamorati e normanni. L'orecchio di Dionisio sentirà solo il nostro canto. Mai più saremo con le ali al muro, mai più daremo giugulare e arance al dente del vampiro di turno. Le zolle germoglieranno frutti biologici, il terreno non mangerà più chimica e i nostri animali danzeranno sull'aia, beccando la natura. Saremo la "California" ecologica del pianeta Caput Mundi dell'Universo; vivremo come EGLI ci ha concepito, ospitando tutti gli esseri umani, nutrendoli col cibo di questo Eden. Questo noi saremo: Isolani...... mai più isolati! (Vincenzo Spampinato)
- L'utopia? E' la verità del domani! (Victor Hugo)
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La fuga Tanto tempo fa, al tempo della Genesi, Dio decise di fare ai Catanesi un dono meraviglioso: farli nascere "tutti, ma proprio tutti" in un Giardino dell’Eden. Piazzò questo giardino ai piedi di un monte che lo proteggeva dai venti e dalle piogge, gli dipinse davanti un mare intingendo il pennello in un azzurro inesistente in natura, lo profumò di una brezza proveniente da fondali ricchi di pesci unici al mondo, lo seminò di frutti maturati sotto un sole che non voleva più saperne di andarsene ed infine lo illuminò con un sipario di stelle per decantarne tutta la sua bellezza, al punto da suscitare le invidie della Luna appena creata. Però, non essendoci spazio per tutti, con rammarico pensò di fare delle selezioni permettendo così solo ad alcuni privilegiati di viverci dentro fino alla fine dei loro giorni. Quindi emanò un editto che diceva: "Coloro che l’indomani troveranno davanti alla porta di casa una piccola mela di marzapane acquisiranno per sempre il diritto di cittadino dell'Eden". Ma in quella notte i catanesi, essendo golosi di dolciumi fin dalla notte dei tempi, all'insaputa del Padreterno fecero man bassa di tutto quel "ben di Dio". Come se non bastasse, nella foga fecero rotolare alcune mele davanti alle porte sbagliate. La mattina seguente accadde che alcuni, innamorati della propria terra, furono costretti ad andare via portandosi nel cuore il perenne ricordo di quel Paradiso ed altri invece rimasero controvoglia, anche se avrebbero preferito cercare frutti più grossi e gustosi altrove. Chiaramente ci furono dei malcontenti per le scelte impopolari e a tutti gli Etnei rimase l'eterno dubbio che Dio, quella notte, forse assonnato o distratto per il gran lavoro della creazione del mondo, avesse ripartito senza alcun criterio e con immotivata ingiustizia il suo marzapane. Dio non volle saperne niente: disse che i Catanesi avevano fatto scempio del suo dono macchiandolo con la loro ingordigia e che per tale colpa non poteva esserci punizione più giusta. Ecco perchè da quel giorno, in quel Paradiso chiamato "Catania", ogni qualvolta si ripete un episodio del genere viene pronunciato l'antico detto "U Signuri ci mannau u' (marza)pani a cu non ciavi i denti". E i cosiddetti fortunati? Dopo un po' di tempo aprirono il cancello del giardino e scapparono fuori, spinti dalla bramosia di emergere, dall'ambizione e dalla convinzione di trovare paradisi più belli. Sono diventati qualcuno, certo. Ma maledicono ancor oggi il giorno che andando via rifiutarono quel frutto perchè anche se hanno trovato mele più grosse, hanno capito che la vita scorre e il tempo passa inesorabile mentre le loro mele marciscono. Ogni tanto ci rientrano, nel giardino, ma poi devono starne lontano perchè non possono viverci. E soffrono. Dal loro purgatorio, ogni giorno, chiedono alla loro nostalgia in quale direzione guardare il tramonto .....per ricordare il loro Eden. E piangere. Ma questa è un'altra storia. (Mimmo Rapisarda)
- I veri paradisi sono i paradisi perduti. (Marcel Proust) |

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Ieri amante fiera, puledra focosa, svergognatamente libera, e candida come neve sulla magnolia tu sei oggi la città che odio; ma ormai ti custodisco nelle vene per i tragitti che insieme, insieme, facemmo in volo sui destini delle cose. Eppur vorrei lo stesso fuggire dalle tue braccia tanto mi appari estranea, deludentemente rugosa e triste; ma a starti lontano, baldracca, tu sai che morirei. Di sola nostalgia
(Anonimo Catanese) |
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La mia città ai piedi del vulcano Potrei
spiegare 100 motivi per cui amo Catania e potrei dirne altri 100 del
perché la odio; è una città particolare, esteticamente e naturalmente
perfetta, invidiabile e invidiata, meta di turismo tutto l’anno,
epicentro culturale del sud e capitale del divertimento notturno.
Parlare dei suoi difetti è forse ancor più difficile per chi ci vive
ma nessuna città può essere senza nei. E’sempre una città del Sud,
una città calda in tutti i sensi, una città che soffre di lenta
burocrazia, soffre di disoccupazione, di delinquenza, soffre per l’assenza
di adeguati servizi pubblici che si possano definire quantomeno decenti,
soffre di quei malanni tipici del meridione.
Il Teatro fu inaugurato nel 1890 con la “Norma” di Vincenzo Bellini
(il cigno di Catania), un luogo per noi sacro dove hanno cantato e
suonato i grandi del nostro tempo, restaurato di recente il teatro offre
una facciata che ricorda l’Operà di Parigi, all’interno una sala
stupenda affrescata e adornata elegantemente, la sua acustica è una
delle migliori al mondo. La tomba di Bellini si trova presso il Duomo,
nella piazza cuore della città e che divide la città moderna dalla
vecchia e se posso osare direi che divide due mondi. Accanto al Duomo vi
è la fontana dove sotto scorre il fiume Amenano, lento e misterioso,
non si sa né da dove nasce né dove va a finire… Catania
è una città d’arte, si trovano segni delle innumerevoli conquiste
straniere, se Palermo è arabo-normanna, Catania è greco-romana,
bellissimo il teatro romano che si trova proprio tra i palazzi
cittadini, in pietra calcarea, dove d’estate vengono fatte diverse
rappresentazioni teatrali; accanto dal teatro romano, vi è il piccolo
Odeon di origine greche che invece è adibito alla musica “impegnata”
come lirica e jazz. Segni della romanità di Catania sono visibili in
molti altri monumenti come l’anfiteatro romani di Piazza Stesicoro,
anch’esso al centro della città a pochi passi da Piazza Duomo. Queste
due Piazze insieme a Piazza Università (dove appunto si trova l’Università
catanese) sono le principali piazze che si trovano lungo la famosa via
Etnea, la via dello shopping e delle passeggiate dei catanesi che ha per
sfondo il vulcano, certo fu costruita in modo strategico proprio ad
incrociare la vetta dell’Etna. Una via molto amata, affollata tutto l’anno
dove si può comprare di tutto e a prezzi contenuti, completamente
opposto lo scenario del vicino Corso Italia che per sfondo ha il mare e
che è considerata la via chic della città, negozi lussuosi e
inaccessibili per molti così come i suoi ristoranti e bar. Il cuore verde della città è la villa comunale anch’essa dedicata a Vincenzo Bellini, ricca di vegetazione esotica e che ha al suo interno una piccola costruzione orientale antichissima. L’orologio verde e la fontana sono i punti più caratteristici del parco che ospita ogni anno artisti dello spettacolo nello spazio dedicato all’attività sportiva.
La
piazza del Teatro Massimo è il centro della movida catanese, una
concetrazione unica di pub, birrerie, ristoranti e locali di tendenza
aperti tutto l’anno per la disperazioni di chi abita in quelle zone,
in perenne lotta con i gestori dei locali per via della musica e il
baccano fino a tarda notte. Troverete stili e ambientazioni diverse per
ogni locale, ma di certo mangerete e ascolterete dell’ottima musica
live dei gruppi pop-rock emergenti. Pensate che Carmen Consoli ha
iniziato a suonare nei pub di Catania, negli stessi pub in cui la sera
di esibiscono artisti con la stessa passione e la stessa tenacia che son
certa, prima o poi li premierà. Ogni sera vengono proposte nei locali
serata diverse, una per i single, una per gli amanti del reggae, una per
chi è appassionato di musica country, una per ascoltare gli africani
suonare la loro musica tutta fatta di percussioni, una dedicata al rock
e un’altra per la festa della birra, insomma tutti i gusti sono
soddisfatti. di recente è stato inaugurato il secondo Hard Rock Cafè
italiano proprio a Catania nei pressi degli archi della marina, un tempo
divisori tra il mare e la terraferma. E pensare che fino a qualche anno
fa quella zona era malfamata e c’era il coprifuoco oltre una certa ora…..adesso
se vi recate lì alle 3 di notte vi sembra di passeggiare in pieno
giorno. Insomma,
siamo coccolati e incastrati tra un mare che ci da il senso di libertà
e una montagna iraconda che ci riporta al rigore e che ci guarda dall’alto,
ovviamente il nostro carattere è forgiato da questa diversità,
sappiamo essere miti e limpidi come il mare e iracondi come il vulcano,
un mix incandescente in ognuno di noi. aantea (ciao.it) |

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